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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • Solstizio d’inverno: il giorno più corto, la notte più lunga

    Solstizio d’inverno: il giorno più corto, la notte più lunga

    Notte per innamorati quella appena trascorsa, il 21 dicembre, la più lunga da passare al chiaro di luna o la più gradita ai licantropi, vecchi mostri desueti che, sotto sembianze lupesche, amavano vagare alla luce del nostro astro d’argento; notte magica ricca di valenze simboliche; notte in cui la natura ha sospeso il suo respiro quasi soverchiata dalle tenebre che trionfano sulla luce; notte che è finita esattamente alle ore 5h30m28s nel solstizio (dal latino “solis statio”) d’inverno, momento in cui il sole, nel suo apparente cammino lungo l’eclittica, raggiungendo il punto più basso nel cielo,  sembra fermarsi per poi, lentamente, ricominciare a prevalere sul buio.

    Da oggi, infatti, le giornate incominceranno, gradualmente, ad allungarsi per traghettarci verso un’altra primavera. Questa data ha evocato, da sempre, misteri ed arcani rituali che si perdono tra le pietre megalitiche di Stonehenge o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan (Iran), ricorrenza citata da Eraclito di Efeso (560/480 a.C) così come da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide), festa glorificata dai Gallo-Celti (“Alban Arthuan”= rinascita del dio Sole), dai Germani (“Yulè”=la ruota dell’anno), dagli Scandinavi (“Jul”=ruota solare), dai Finnici (“July”=tempesta di neve), dai Russi (“Karatciun”=il giorno più corto) etc.

    In questo connubio tra notte più lunga e giorno più breve, tutte le culture hanno celebrato liturgie che, con diverse modalità, avevano come matrice comune il tema della morte e della rinascita. In particolare, nella versione cristiana, questa data, spostata al 25 dicembre dal papa Giulio I (337 -352), trasfigura nella nascita di Cristo, il risorgere di un “sole” portatore di pace e giustizia. Condividono la natalità, in questo periodo, tante altre divinità legate a religioni molto distanti tra loro: il dio Horo e Osiride(antico Egitto), Freyr, figlio di Odino (Nord Europa), Buddha (Asia), Zaratustra (Azerbaigian), Krishna (India), Scing-Shin (Cina) per citare solo i più importanti. Reminiscenze pagane di queste antichi cerimoniali sono sopravvissute fino ai giorni nostri anche se le ripetiamo senza conoscerne l’origine.

    Il baciarsi sotto il vischio o semplicemente regalarlo, ad esempio, implica augurare fortuna, fertilità e amore ma perché? Presso i Druidi questa pianta, simbolo del solstizio d’inverno, era ritenuta discendere direttamente dagli dei, in quanto figlia del fulmine, ed era reputata incarnazione di vita per le sue perlacee bacche assomiglianti allo sperma maschile.

    Immortalità e rigenerazione, dunque, presente anche in un’antica leggenda in cui si narra della dea anglosassone Freya e del figlio Balder, ucciso dal fratello con un dardo di vischio. Le lacrime della disperata madre, al contatto con la freccia, fecero nascere, sullo sterile legno, delle piccole bacche che ridiedero vita allo sfortunato giovane. Per ringraziamento, da allora, la dea decise di baciare chiunque passasse sotto questa magica pianta. Un bacio che le ragazze innamorate sperano di ricevere sotto il complice sguardo dell’arbusto galeotto perché, come recita la tradizione, avranno la certezza di sposarsi entro l’anno.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il pesto e i “primi piatti” alla genovese

    Storia di Genova: il pesto e i “primi piatti” alla genovese

    La storia dei “primi piatti” genovesi, a partire dal condimento per eccellenza, ovviamente il pesto. Ma anche trofie, pansotti, ravioli per restare nel mondo dei primi piatti, oppure la farinata (l’oro di Pisa) e la sua “sorella” panissa.

    Non può mancare la storia della focaccia alla genovese e della cima la cui ricetta è stata magistralmente musicata da Ivano Fossati e Fabrizio De Andrè.

    La cucina ai tempi della Superba – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Storia di Genova: cibi, ingredienti e prelibatezze dell’antichità

    Degli antichi sapori genovesi oggi è rimasto poco… dai tempi della Repubblica marinara vengono ad esempio le trippe, lo stoccafisso o il “bianco e nero” e resistono al corso del tempo, anche se trovano sempre meno posto sulle tavole dei genovesi.

    In questo articolo ripercorriamo la storia dei piatti tipici della tradizione ligure fra leggende popolari e tradizioni. Ma anche un viaggio attraverso gli antichi sapori (spezie, condimenti, salse) che oggi sono ormai scomparsi.

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  • Barego: il paese abbandonato trecento anni fa

    Barego: il paese abbandonato trecento anni fa

    BaregoC’è un luogo affascinante e misterioso sulle alture della Valbisagno, un luogo che i genovesi non conoscono. Si trova sopra l’abitato di Traso, a 700 metri sul livello del mare, si tratta dell’antichissimo borgo di Barego.

    Un paese abbandonato più di tre secoli fa dai suoi abitanti per ragioni a noi sconosciute e conservatosi in ottime condizioni fino ai nostri giorni, protetto nei secoli da rovi e sterpaglie, fronde e penombra. Lassu’, nascoste fra la vegetazione, sono ancora in piedi ben 25 case le cui fondamenta risalgono al VII Secolo. La storia non riporta alcun documento di archivio, neanche di tipo ecclesiale, che identifichi questo piccolo centro.

    Sappiamo solo che a causa dell’invasione longobarda, Onorato, vescovo di Milano, fuggì a Genova e il vescovo della Superba gli fornì una «mensa vescovile», ovvero un’area produttiva che avrebbe dovuto servire a sfamare la moltitudine di servi e schiavi di Onorato. C’è chi sostiene che quella “mensa” potrebbe essere stata proprio Barego, facendo risalire la maggior parte delle rovine che oggi possiamo ammirare proprio a quel periodo vescovile (ad esempio gli archi a sesto medioevali e le grandi mangiatoie in pietra).

    Restano comunque misteriose le ragioni che hanno portato Barego ad una morte cosi’ repentina agli albori del XVIII Secolo, in una zona che costituiva il crocevia dell’antica strada del sale tra Genova e Piacenza, e quindi in una posizione favorevole per il prosperare di attività economiche.

    Nel 1990 lo scrittore Eugenio Ghilarducci fu il primo ad occuparsi di questo antico borgo, poi il silenzio sino alla proposta nel 2007 dell’ Intertek Group, un progetto che fra utilizzo di biomasse e impianti fotovoltaici prevedeva l’installazione di attività “legate alla conservazione delle tradizioni e del bosco circostante”… in parole povere, un agriturismo! La proposta avanzata dall’Intertek giunse puntuale in seguito agli scritti pubblicati nello stesso anno da Tullio Pagano, docente di Italiano al Dickinson College in Pennsylvania: “… restituire al borgo quel ruolo di cerniera tra il Mediterraneo e i ricchi mercati dell’Italia settentrionale”, scriveva Pagano.

    Da quei giorni infuocati, in cui fra generali sfregamenti di mani improvvisamente Genova scoprì il suo borgo misterioso, Barego è nuovamente precipitato nella penombra che per lunghi secoli tanta pace gli ha assicurato. Dell’agriturismo “dei furesti” non se n’è più parlato (ai tempi si diceva che il progetto avrebbe dovuto attendere otto anni prima di vedere la luce), probabilmente i tre milioni di euro sotto la voce costi (finanziamenti in buona parte pubblici) hanno fatto tramontare velocemente la prospettiva. Anche perchè forse, pensiamo noi, dopo tre secoli di stoica resistenza al tempo, Barego non meriterebbe un così triste epilogo. Sarebbe sufficiente limitarsi a curarle ed amarle quelle storiche pietre, ma cio’, si sa, non porta guadagno a nessuno.

    Gabriele Serpe

    Foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Storia di Genova: gli animali dei genovesi fra realtà e fantasia

    Cattedrale S.LorenzoNella storia di Genova ricca di streghe, pirati e fantasmi non potevano mancare animali reali o nati dalla fantasia popolare che compaiono più o meno nascosti, in molti angoli della nostra città.

    I più noti sono i leoni stilofori, risalenti al 1840, opera dello scultore Carlo Rubatto, che campeggiano, maestosi, ai lati della Cattedrale di S. Lorenzo. Simbolo della forza che sta a guardia dello spazio sacro (Cristo è chiamato “il leone della tribù di Giuda”), fregiano la facciata della chiesa con il loro marmo bianco parimenti a quelli stilofori o in bassorilievo, attribuiti ad uno scultore della scuola di Benedetto Antelami (tra il XII ed il XIII secolo), allegorie della lotta di Cristo sul male. Ad altezza d’uomo, a destra di una delle due porte di accesso, è nascosto il profilo di un piccolo cane, testimonianza d’amore del suo padrone scultore che durante i lavori per la costruzione della cattedrale fu colpito dal lutto e decise di immortalare il profilo del suo amico a quattro zampe…

    Una vera curiosità è lo sbalzo raffigurante un asino che suona l’arpa, fregio insolito sulla soglia di una chiesa. Il significato è controverso: l’emblema di cose che si vogliono fare, senza esserne in grado o anelito verso Cristo cui tendono anche le creature più umili?

    Il drago di S. Giorgio “impazza” per la città in tante effigi scultoree o pittoriche di cui la più nota si trova sul prospetto principale dell’omonimo palazzo. I grifoni, mezzi leoni e mezzi aquila, guardano i falneurs dalle volte di Galleria Mazzini e compaiono, financo, sulla bandiera del Genoa o sullo stemma comunale, dove sono raffigurati con le code abbassate, per antico volere dei Savoia, in segno di sottomissione.

    Che dire del basilisco, emblema dell’eresia ariana? Era un serpentone, dalla testa di gallo, dallo sguardo mortale, dal fiato flautolente, che risiedeva in un pozzo, vicino alla chiesa di S. Siro. Stufo dei fetidi miasmi, il vescovo gli impose, con veementi invettive, di lasciare quella sede molesta e di perdersi in mare. La leggenda è evocata, nel coro della chiesa, da un affresco di Gian Battista Carlone (XVII secolo), dipinto per sdebitarsi dell’asilo ricevuto, in seguito ad un’accusa di omicidio.

    I tritoni, dalla coda di pesce, hanno un imponente rappresentante, intento a cavalcare un delfino, presso il Palazzo del Principe.

    I centauri, metà uomo metà cavallo, galoppano nel “trionfo Doria” sul portale di via Chiosone così come quelli del “trionfo degli Spinola” in via Porta Vecchia.

    Reale, invece il “porcus”di S. Antonio cioè i maiali che potevano circolare liberi per la città (1400-1751), fino a quando imbrattarono e morsero un corteo di senatori, diretti a Castelletto. La vendetta dei notabili fu immediata: venne emanato un editto che permetteva a chiunque di “appropriarseli” sia vivi che morti. Il Magnifico Basadonne, abate dei frati Antonelliani, sollevò un contenzioso giudiziario, ma per i suini la sorte era segnata.

    Vico dei Gatti é un omaggio ai felini, che trovarono il loro cantore in Edoardo Firpo “Staggo a vedilli fra l’erbetta do giardin: assetta in sci quattro pe con un aia indifferente, incommensa a mescia a coa comme un serpente…”, e che insieme a lepri, orsi, galli, gazzelle, scimmie, tartarughe, rane, cicale sono ricordati nei nomi dei tanti “caruggi”della nostra città.

    Anche l’amore per i cani ha le sue leggende: si dice che Cesare Cattaneo avesse un cagnolino di nome Brighella, in onore di Goldoni, che portava sempre con se, nelle sedute del Minor consiglio, lanciando una moda che rese alquanto “rumorose” le riunioni dei probi senatori. Anche Gian Andrea Doria edificò una tomba (1615) con tanto di lapide per il suo cane “Gran Rolando”, rinvenuta nel 1838 nel palazzo Pamphily, i cui denti furono trasformati in pendenti per una dama dai gusti, che definirei, originali.

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

  • Storia di Genova: il pandolce (pandùce) e un rametto di ulivo

    Storia di Genova: il pandolce (pandùce) e un rametto di ulivo

    Il Pandolce GenoveseTempo di feste, tempo di pandolce: “u pandùce” come si dice in dialetto, u pan du bambin come si chiama a S. Remo, Genoa cake come lo definiscono a Londra… La ricetta giunge dal medioevo e associa ad ingredienti italiani, quali quelli del pane, i profumi orientali come quelli dell’acqua ai fiori di arancio, dei pinoli, dello zibibbo, del cedro candito.

    Fino al ‘900 rimane quasi esclusivamente un dolce casalingo, preparato con una ricetta che passava, gelosamente custodita, da una generazione all’altra, mentre le pasticcerie o i forni lo preparavano, solo su espressa ordinazione, per forestieri di passaggio.

    Qualcuno fa derivare u pandùce da un antico dolce genovese, “ il pane con lo zibibbo”, ma secondo lo storico Luigi Augusto Cervetto (1834-1923) avrebbe un origine persiana in quanto, presso questo popolo, all’alba del giorno di Capodanno, era consuetudine offrire al re una specie di grande torta ripiena di mele e canditi che gli veniva recata dal più giovane dei suoi sudditi.

    Di questa antica usanza, rimarrebbe una ricetta rimaneggiata, il panettone genovese con i suoi tipici 3 taglietti a formare una specie di corona triangolare, e il rituale con cui il dolce veniva presentato: era il più piccolo della famiglia a portarlo in tavola, decorato con un rametto di ulivo, simbolo di pace e serenità.

    L’ANTICO RITUALE

    Passando da un convitato all’altro, per il rito del bacio, il più giovane  giungeva al capofamiglia a cui era affidato il taglio del pandolce, mentre la madre recitava il messaggio augurale “ Vitta lunga con sto’ pan, prego a tutti sanitæ, comme ancheu, comme duman, affettalu chi assettae, da mangialu in santa paxe, co-i figgeu grandi e piccin, co-i parenti e co-i vexin, tutti i anni che vegnià, cumme spero Dio vurrià. (Vita lunga con questo pane! Prego per tutti tanta salute, come oggi, così domani affettarlo qui seduti, per mangiarlo in santa pace coi bambini, grandi e piccoli, coi parenti e coi vicini, tutti gli anni che verranno, come spero Dio vorrà”).

    La prima fetta, avvolta in un tovagliolo, veniva conservata per il primo povero che avesse bussato alla porta, un’altra veniva riposta e mangiata il 3 febbraio in occasione della festa di S. Biagio, protettore della gola.

    LA PREPARAZIONE NELLA TRADIZIONE GENOVESE

    Oggi viene preparato, oltre che nella versione classica ”bassa” anche in quella “alta”, voluta, sembra, dal doge Andrea Doria che bandì un concorso tra i pasticcieri genovesi per un dolce a lunga conservazione, adatto agli interminabili viaggi per mare. Qualunque ne sia l’origine, la preparazione deve essere accurata con particolare riguardo alla lievitazione che ha bisogno di un caldo costante per cui alcune “scignùe” se lo portavano a letto insieme al “præve” (il portascaldino) per tenere alzate le lenzuola.

    A preparazione finita, si cuoceva nel “runfò” cioè una stufa di mattoni, a carbone o a legna, con forno metallico e in genere senza canna per il fumo o si portavano dal fornaio di fiducia… Completavano la coreografia la lettura della letterina di Natale, nascosta sotto il piatto del babbo, l’immancabile poesia dei più piccini e l’albero di Natale che, tradizionalmente, era un ramo di alloro decorato con maccheroni, mele, arance, frutta secca, il tutto infiocchettato con nastri rossi e bianchi.

    Adriana Morando

  • No impact day: un giorno di ordinaria vita sostenibile

    No impact day: un giorno di ordinaria vita sostenibile

    no impact day 2011Abbandonare l’auto e spostarsi con i mezzi pubblici, a piedi o in bicicletta; chiudere l’acqua mentre ci si lava i denti o ci si insapona sotto la doccia; spegnere la luce se si va in un’altra stanza; dividere tutti i rifiuti per fare la raccolta differenziata. E così via.

    Sono pratiche che molti già adottano nella loro vita quotidiana, ma che per molti altri diventano abitudini pesanti da consolidare. Fare tutto questo per un solo giorno è tuttavia un sacrificio accettabile, nonché magari l’inizio di un nuovo stile di vita più all’insegna della sostenibilità.

    È questo lo scopo del No Impact Day, un progetto lanciato dalla casa editrice Macroticonzero e dal webmagazine Il Cambiamento. L’idea nasce dalla radicale scelta di vita del giornalista Colin Beavan, che ha scelto di dimostrare che anche a Manhattan si può vivere a impatto zero e documenta il tutto ogni giorno sul suo blog, chiamato appunto No impact man.

    Come partecipare? È sufficiente inviare entro il 31 dicembre – tramite l’area Partecipa sul sito ufficiale del progetto – tutto il materiale che documenta l’aver vissuto a impatto zero per un giorno: può trattarsi di un articolo (max 8.000 battute, con possibilità di allegare foto) o un video (max 10 minuti). I contributi migliori saranno pubblicati sul sito e in seguito verranno raccolti rispettivamente in un ebook e in un lungometraggio.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: il torrente Bisagno

    Storia di Genova: il torrente Bisagno

    Bisagno, una foto antica (1910)

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    Scende dalle pendici meridionali del monte Spina, a quota 600m, tra le valli di Fontanabuona e del Lentro, a sinistra, e tra quelle dello Scrivia e della Val Polcevera, a destra. Il Bisagno, antico Feritore, porta un nome dall’origine incerta. Secondo G.Poggi (1856-1919) potrebbe nascere da” pisa” per estrapolazione da “piselli” che crescevano con altri ortaggi sulle sue rive, quando la zona era, ancora, aperta campagna. Da pisa, dunque, sarebbe derivato Pisagno ed infine Bisagno. Pare più congruente, però, la sua etimologia da “bis amnis” (due fiumi) ricordando che, all’origine, il torrente è formato da due confluenti: il fossato di Bargagli e quello di Viganego.

    Scendendo dal passo della Scoffera, il Bisagno si snoda per l’omonima valle, lungo un percorso di circa 26 Km, ricevendo l’acqua di molti ruscelli minori come il Consasca, il rio Torbido, il Geirato, il Veilino, il Fereggiano. Nel suo primo tratto, fino alla Presa, alcuni lo chiamano “Bargaglino” perché attraversa il territorio, segnando un confine naturale fra il comune di Bargagli e quello di Davagna.

    Nei secoli la sua valle è stata sede di operosi mulini, di alacri fornaci e, presso il Giro del Fullo, brulicava di attrezzature per la “follatura” della lana, macchine che battevano i panni per rassodarli ed infeltrirli.

    La riva destra era contrassegnata da una fiorente coltivazione agricola da cui origina il termine “bisagnini”, riservata ai commercianti ortofrutticoli. Un’altra intensa attività era quella delle lavandaie, lavoro molto pericoloso perché le esponeva al contagio di malattie epidemiche, quali il colera, che era considerata una vera malattia professionale. Quando qualcuno moriva, si diceva ”è andato a sentir cantare le lavandaie” usando questo eufemismo per intendere che il poveretto aveva “raggiunto” il vicino cimitero di Staglieno.

    La presenza di ampi spazi verdi e di boschi favoriva la villeggiatura o si prestava a sede atta a svolgere fiere in cui non mancavano tavoli imbanditi a salame, fave e vino bianco. Si sono consumati nel suo letto i falò che, numerosi, ardevano in occasione della festa di s. Giovanni o quelli meno gai in cui si distruggevano libri ritenuti insani come il settecentesco “Compendio della Storia di Genova”, dell’abate Accinelli. Tragedie ben più gravi sono quelle legate alle sue repentine e rovinose piene come quella storica del 1278, del 1822 che demolì il ponte di santa Zita, degli anni ‘ 70, ’90 o quelle dolorose del novembre 2011. Anche questo è il Bisagno.

    Adriana Morando

  • Da “belin” a “bernarda”: il lessico popolare del dialetto genovese

    Da “belin” a “bernarda”: il lessico popolare del dialetto genovese

    Via S.LucaAddentrarsi alla ricerca di curiosità nell’universo di parole del dialetto genovese  è compito arduo. Esistono libri come quello di Dolcino, “E parolle do gatto”, o capitoli come “parlar camallo” di Orselli e Roffo in “Genova segreta”, che trattano diffusamente l’argomento da cui mi permetto di estrapolarne alcune scurrili o solo sconvenienti parole, che sono le più colorite, note ed usate del nostro folklore.

     

    Da Belin a Bernarda, il lessico genovese – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Gli uomini del porto: su YouTube il film dei camalli

    Gli uomini del porto: su YouTube il film dei camalli

    Gru del portoGirato nel 1995, digitalizzato nel 2001, distribuito al mondo nel 2011. Per la precisione nel novembre 2011.

    Da pochi giorni il documentario Les hommes du Port, della durata di poco più di un’ora e girato dal regista svizzero Alan Tanner (autore anche del film cult No man’s land), è visibile integralmente su YouTube.

    Un film di cui nessuno si ricordava più da tempo, ormai perso negli anni, ma che oggi è stato riscoperto e caricato in rete da un socio della Culmv, matricola 867. Interviste e testimonianze della vita del porto, che Tanner ha conosciuto molto da vicino quando da giovane navigava. L’ultima proiezione del film era avvenuta nel 2000 alla Sala Chiamata del Porto, in occasione di una mostra sulla Compagnia Unica.

    Buona visione.

  • Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    Intervista con Giuseppe Marcenaro: Genova e le sue storie

    PortoHo incontrato Giuseppe Marcenaro un pomeriggio nella sua casa in salita Santa Brigida. Dalle finestre della sua abitazione è possibile scorgere il profilo della città, i tetti che si sfiorano e il labirinto dei vicoli, arrivando con lo sguardo fino al mare.

    Curatore di mostre in Italia e all’estero (dedicate fra l’altro a Sthendal; Montale; Genova nel Novecento; Viaggio in Italia; Russia e Urss), giornalista, scrittore, chiamato ad insegnare in diverse università anche straniere, il professor Marcenaro ha scritto molto su Genova ma paradossalmente la nostra città sembra non considerarlo a sufficenza.

    Sono un esule in patria. La mia collaborazione con Il Secolo XIX è l’unico rapporto che mantengo con Genova”. Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata seduti nel suo studio circondati dalla sua immensa biblioteca. Lettore accanito Marcenaro ha raccolto tutte le citazioni su Genova e sulla Liguria trovate nelle sue letture. Queste testimonianze di illustri viaggiatori transitati per la nostra regione sono raccolte nel suo libro Viaggio in Liguria (Sagep, 1992).

    Il più recente Genova e le sue storie (Bruno Mondadori, 2004) nasce invece dall’esigenza di costruire un’immagine letteraria alla nostra città. “Un libro su Genova come Dublineers di Joyce sarebbe straordinario”. Secondo lui Genova è un libro mancato. “Tutte le grandi città hanno il loro libro, Milano ha I Promessi sposi, Roma ha Gli indifferenti e molti altri, a Genova c’è stato il tentativo di Remigio Zena con La bocca del lupo, un libro di buona qualità, poi nessuno si è più cimentato in questa impresa. La prima edizione di Genova e le sue storie è del 2004, è uscito in occasione delle celebrazioni per Genova capitale europea della cultura. L’editore mi aveva chiamato chiedendomi di realizzare una guida su Genova”.

    In realtà è una guida non convenzionale, con intento polemico, il cui scopo è divertire, un tour che esplora le caratteristiche di Genova e dei suoi abitanti, ne mette in luce difetti e vizi antichi, attraverso testimonianze storiche e letterarie che forniscono molteplici spunti di riflessione.“Quello che mi interessa principalmente è indagare il carattere dei genovesi”. Con il professore abbiamo approfondito alcuni temi particolarmente significativi per la realtà odierna. .

    Marcenaro dedica un capitolo allo storico cardinale, Giuseppe Siri, “Figura emblematica di genovese” e all’impronta indelebile che ha lasciato sulla città e sulle coscienze dei cittadini con il suo conservatorismo inflessibile.

    La tendenza all’immobilismo, tipica delle strutture sociali che hanno dominato Genova, ha forgiato il carattere degli abitanti, sin dal 1628, quando Giulio Cesare Vacchero, colui che aveva cospirato contro la Repubblica, fu punito duramente, decapitato e il suo palazzo raso al suolo. ”Guai a chi osasse mettere a repentaglio l’equilibrio del governo cittadino”.

    Nei secoli la vecchia oligarchia si è trasformata, ma non è tramontata. “Si è autoriprodotta nei vari gruppi che impongono un potere di posizione, dando luogo a tanti monolitici piccoli soviet, somiglianti in maniera sorprendente agli antichi alberghi in cui si consorziavano le famiglie nobili e che hanno fatto scuola, diffondendo un sistema di protezione e privilegio chiuso, caparbio e ostinato, per conservare i diritti di casta… I borghesi del soldo si considerano gli eredi naturali delle passate grandezze. La ‘nobiltà operaia’ dell’ industria, della cantieristica – un tempo nella Stalingrado d’Italia (Sampierdarena) e nella Piccola Russia (Sestri Ponente) – e la corporazione dei portuali, appartenenti ormai a un giurassico genovese, orgogliosi del monopolio di una verità, hanno diffuso la convinzione che il bene collettivo – posto interessi – può venire soltanto dai circuiti chiusi”. Non c’è posto per chi è diverso e non allineato.

    Genova è davvero come la fortezza Bastiani di Dino Buzzati”. Siamo circondati da mura, e non si tratta solo della nostra storica cinta muraria ma di barriere mentali difficili da abbattere.

    Giuseppe MarcenaroNel 2004 quando scrivevo questo libro ero convinto che la città avesse ancora una possibilità di rilancio”. Un risveglio che può avvenire solo attraverso i tanto odiati forestieri, la nuova massa di turisti che muove verso Genova attratta da tesori sconosciuti e nascosti per anni, che oggi ritrovano la luce. “Attualmente non sono più convinto che Genova possa rialzarsi. Viviamo un momento di eclissi. E’ una questione di mentalità e non di appartenenza politica. Le amministrazioni cittadine, di qualunque colore siano, in questi anni hanno dimostrato spesso la medesima chiusura mentale. Oggi si è fatta la scelta di privilegiare la promozione di una cultura popolare facilmente accessibile. L’esempio tipico è la notte bianca. Ma a cosa servono le notti bianche se poi da tempo non si organizzano mostre importanti a Palazzo Ducale? Genova non sa più pensare in grande, non sa osare, è questo il problema. Oggi è passato il concetto che Genova è la città di De Andrè. Ma Genova non è solo De Andrè. Genova è anche la città di Eugenio Montale, un premio Nobel per la Letteratura, attualmente quasi dimenticato. Durante i miei viaggi, la passione per lapidi e targhe mi porta sempre alla ricerca di queste testimonianze storiche. Nel 2004 avevo proposto di installare qualche lapide anche nella nostra città per mostrare ai tanti turisti stranieri che famosi loro connazionali erano passati di qua. Mi sarebbe piaciuto che nell’atrio della stazione Principe fosse ricordato che lì era arrivato Arthur Rimbaud. Anche perché l’ultima città che il poeta vide fu proprio Genova e da qui partì per l’Africa abbandonando la poesia e dedicandosi al commercio. Oppure in via Balbi ricordare la testimonianza di Sthendal che la definì una delle più belle strade del mondo. Questa idea è caduta nel vuoto. Il discorso fondamentale è che non sappiamo venderci, non sappiamo promuovere la città”.

    Il capitolo dedicato a Piazza Banchi analizza quasi sociologicamente le trasformazioni della città. Passeggiando in questi giorni nei dintorni di Piazza Banchi si percepisce una città alla continua ricerca della propria identità. Per la piazza che fu il centro degli affari della Superba si incrociano turisti, extracomunitari, qualche tossico ciondolante, e sparuti genovesi che si aggirano con occhio vigile, rappresentazione di universi a sé stanti, che si ignorano ma sono costretti a vivere a stretto contatto. L’immagine di via S. Luca, via Orefici, via S. Pietro in Banchi con le loro file di negozi e lo strùscio della gente, contrasta nettamente con il degrado e il colpevole abbandono in cui giàcciono i vicoli adiacenti. Sedute sui gradini, di fronte ai bassi, le prostitute ci osservano nell’attesa di clienti. “E’ il fascino babelico della nostra città”.

    Una città che si interroga sul proprio destino. “Oggi Genova deve decidere da che parte stare. O diventa una città multiculturale oppure decide di chiudersi dentro le proprie mura. Ma una decisione va presa, bisogna trovare una nostra identità. Impariamo a decidere. Qui invece abbiamo la tendenza ad aspettare che gli avvenimenti avvengano, inevitabilmente. Ne è un esempio la questione della moschea. Per me va fatta. Ma bisogna che una decisione venga presa una volta per tutte e smetterla con il continuo tira e molla. Abbiamo il culto del non fare e del non lasciar fare. Questo è il concetto che ci sta portando alla decadenza”.

    Matteo Quadrone

  • Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Storia di Genova: le case chiuse e le “signorine” del Centro Storico

    Via Garibaldi

    Genova era sino al primo Novecento la città delle case chiuse e dei bordelli. Il pubblico postribolo, nell’antichità, era situato dove poi venne costruita la regale Strada Nuova (oggi via Garibaldi). Le “signorine” pagavano regolarmente le tasse, 5 genovini al giorno e, come normali lavoratrici, avevano il sabato libero e la domenica andavano alla messa. Erano chiamate le donne delle candele perchè il tempo e quindi il costo della prestazione era determinato da una tacca incisa su un cero.

    Genova e le case chiuse – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

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  • Genova che funziona: chi va da Google in California, chi progetta robot

    Genova che funziona: chi va da Google in California, chi progetta robot

     

    Il festival “L’energia dell’Italia” organizzato da ANTER (Associazione per la Tutela delle Energie Rinnovabili) si svolgerà il 5 novembre al Palalottomatica di Roma, vedrà la partecipazione del Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini e sarà focalizzato sulla crescita personale e lo sviluppo energetico del nostro paese.

    L’obiettivo del festival è dare spazio alle storie di persone che, senza essere famose e nonostante le varie difficoltà, lavorano ogni giorno per costruire il cambiamento e il futuro nostro e dell’Italia.

    “Abbiamo pensato L’Energia dell’Italia – ha dichiarato Antonio Rainone, Presidente di ANTER – come un’occasione per raccontare e dar voce all’Italia migliore, che non si arrende alla crisi trasformandola in un’opportunità di crescita e cambiamento. Un evento dedicato a chi è ancora capace di immaginare il futuro e dare concretezza ai sogni di una persona e di un paese.”

    Tra le 25 storie di successo che verranno presentate, ci sono anche quelle di due nostri concittadini:

    il genovese Marco Marinucci, uno dei 12 italiani che lavorano nella sede californiana di Google, e il professor Giorgio Metta, ricercatore senior presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova.

    Marco Marinucci è uno dei 12 italiani, su 20mila dipendenti, che è riuscito a superare brillantemente 9 mesi di colloqui di selezione e fa ora parte del team Google di Mountain View in California. È responsabile per le attività di acquisizione contenuti oltre che referente per le attività collegate a Google Books. È fondatore e Direttore Generale della Fondazione Mind the Bridge, un’iniziativa che ha lo scopo di mettere le start-up italiane più innovative in proficuo contatto con le risorse della Silicon Valley. È responsabile del Silicon Valley blog sul Corriere della Sera e fondatore di Venture Camp, la principale conferenza italiana sull’imprenditoria e il venture capital.

    La sua esperienza professionale di oltre 15 anni include start-up di progetti VoIP, attività di ricerca sull’intelligenza artificiale e il management di un’impresa internazionale di Ecommerce. Prima di entrare in Google, è stato il General Manager per gli Stati Uniti di Giunti Interactive Labs, il ramo multimedia di uno dei più vecchi editori del mondo, Giunti Editore.
    Marco ha un master in Ingegneria con specializzazione in intelligenza artificiale all’Università di Genova e un MBA all’Istituto de Empresa Business School di Madrid, dove tiene seminari sull’imprenditoria.

    Da cinque anni l’Istituto Italiano di Tecnologia lavora per “dare l’intelligenza” a un piccolo robot delle dimensioni di un bambino di 3 anni e mezzo che si chiama iCub (da “Cub”, “cucciolo” in inglese). Il robot umanoide, sviluppato nel Dipartimento di Robotics, Brain & Cognitive Sciences, potrà svolgere in futuro compiti che per un uomo possono essere molto pericolosi, oppure aiutare i nostri anziani a vivere meglio.

    Ma quali sono le sfide e le energie, mentali e fisiche, per trasferire ciò che rende umano un essere vivente a un piccolo straordinario insieme di tecnologia? Per costruire progetti complessi, si parte dall’osservazione della natura e in questo caso si parte proprio dall’osservare come “funziona” un essere umano.

    Lo racconterà al pubblico Giorgio Metta, ricercatore senior presso l’IIT dal 2006, e responsabile del progetto iCub al quale lavora con un gruppo internazionale di scienziati provenienti da differenti discipline quali neuroscienze, psicologia e robotica. Giorgio Metta, con un’esperienza di lavoro presso il laboratorio di intelligenza artificiale del Massachusetts Institute of Technology, è inoltre ricercatore all’Università di Genova dove insegna robotica antropomorfica e sistemi intelligenti all’interno del corso di laurea in bioingegneria. È autore di circa 200 pubblicazioni scientifiche.

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

     

     

     

  • Eni al Festival della Scienza: il “miracolo italiano” di Enrico Mattei

    Eni al Festival della Scienza: il “miracolo italiano” di Enrico Mattei

    EniUn pilastro dell’ industria italiana racconta la sua storia: attraverso un itinerario di immagini che sanno di lavoro e di capacità imprenditoriale, l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) ripercorre le tappe fondamentali che ne hanno fatto un leader mondiale nei servizi petroliferi.

    Nel Palazzo Grimaldi della Meridiana, sede della mostra, incontriamo un animale che si muove a suo agio tra grifoni, tritoni, centauri, basilischi, miti chimerici della tradizione genovese. E’ un cane a sei zampe, nero, sputa fiamme come il drago di S. Giorgio ed è, come cita un fortunato slogan coniato da Ettore Scola, “il cane a sei zampe fedele amico dell’uomo a quattro ruote”.

    Seguendo le sue orme ci addentriamo lentamente in questo flashback storico. Siamo nel 1946, una svolta importante segna la vita dell’Agip, società creata con lo scopo di cercare e commercializzare petroli e derivati: sono stati individuati giacimenti di idrocarburi nella pianura padana, a Cabiaga e a Cortemaggiore. Enrico Mattei, nominato commissario straordinario, grazie a questa scoperta, riesce a salvare l’azienda dalla liquidazione e a creare le condizioni per la costruzione di una ampia rete di metanodotti e di distributori per l’erogazione di benzina.

    Nel 1952, un’intuizione geniale dello stesso Mattei, porta a creare un marchio che diventerà il simbolo dell’ENI nel mondo. Viene lanciato un concorso, con un montepremi di dieci milioni di lire, che vedrà vincitore, su 4000 elaborati, il cane a sei zampe, realizzato dallo scultore Luigi Broggini e presentato dal milanese Giuseppe Guzzi.

    Nel giro di pochi anni questa azienda sviluppa una solida struttura organizzativa di 56000 dipendenti grazie ad una politica di sviluppo supportata da laboratori di ricerca d’avanguardia, dall’istituzione di una Scuola Superiore sugli idrocarburi destinata alla formazione dei quadri e dei dirigenti ma, soprattutto, con strategie a favore dei dipendenti che si traduce in un forte spirito di appartenenza.

    Nel 1954 un accordo col governo egiziano guidato da Nasser è la pietra miliare di intese internazionali tra paesi produttori e compagnie petrolifere (formula Mattei), a cui seguirà la convenzione siglata con lo scià di Persia nel marzo 1957 e con il governo sovietico nell’ottobre 1960. Il sogno di Mattei è di accompagnare l’Italia verso una relativa indipendenza energetica, sogno che s’infrange il 27 ottobre 1962 quando l’aereo Morane-Saulnier MS-760 Paris, che lo porta da Catania a Milano, precipita nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia.

    Ma il cammino è tracciato e, nel 2010, l’ENI vanta un bilancio utile netto di 6,18 miliardi di euro e una previsione di ulteriore crescita per il 2011. Un vero miracolo italiano come aveva profeticamente scritto il Financial Time nei lontani anni ‘50.

    Adriana Morando

  • Apple, la storia della piccola mela di Steve Jobs diventata colosso

    Apple, la storia della piccola mela di Steve Jobs diventata colosso

    AppleSe ne è andato un mito, in silenzio, dopo lo scalpore suscitato dal suo recente annuncio di lasciare la Apple che aveva fondato con Steve Wozniak, nel 1976. Se ne è andato lasciando un messaggio ai ragazzi: “restate affamati, restate folli”.

    Un testamento spirituale che sintetizza, in due parole, quella che è stata la sua vita. Come in un romanzo, inizi difficili poi la fortuna, il tradimento e poi la rivincita: un percorso di vita in cui  la tenacia di un visionario ha saputo credere ad un sogno.

    Fiumi di inchiostro potrebbero essere versati per l’elogio celebrativo del suo genio, per l’encomio di idee mirabili come ”Mac, Pixar, iPod, iPad ,iPhone”, per il dovuto riconoscimento unanime di un operato che ha sovvertito il mondo della comunicazione.

    Per omaggio, invece, optiamo di ripercorrere la storia di una piccola mela, simbolo e nome di un colosso dell’informatica.

    Nessuno sa con esattezza, nonostante le minuziose ricerche, come nasce questa idea. Una leggenda metropolitana la collega al lavoro che Job avrebbe svolto, nel 1975-76, in un vivaio di tali frutti, altri la vorrebbero ispirata ai mitici Beatles e all’etichetta “Apples Record” che appariva sui loro dischi.

    Quello che sappiamo di certo è che il primo logo della Apple venne disegnato da un certo Ronald Wayne, terzo socio della neonata società. L’icona rappresentava Isaac Newton seduto sotto un albero di mele e su di essa campeggiava la scritta profetica: “Newton.. una mente in continuo viaggio attraverso gli strani mari del pensiero”.

    Insoddisfatto della grafica, poco tempo dopo, Jobs pensò di affidare a Rob Janoff dell’agenzia Regis McKenna la stesura di un nuovo marchio. Il risultato fu una mela a strisce colorate che rimase il simbolo della Apple dal 1976 al 1998. I ben informati assicurano essere un riconoscimento ad Alan Turing, padre del moderno computer, morto suicida, nel 1954, per aver mangiato un pomo avvelenato col cianuro.

    Al rientro dall’esilio forzato, Jobs volle rinnovarne il look (1999), il cui esito finale è quello che tutt’oggi contraddistingue questa grande azienda.

    Infine, si nota un evidente morso che intacca l’integrità del frutto. E’ un monito affinché gli uomini, come novelli figli di Eva, in nome della scienza, osino spingersi oltre l’immaginabile? In realtà Jobs, in un’ intervista, chiarì che voleva essere solo un gioco di parole tra bite (addentare in inglese) e Byte (unità di misura informatica). Ma, qui, finisce la storia ed inizia la leggenda.

    Adriana Morando