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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • Il Castello della Pietra e le antiche fortezze della “via del sale”

    Il Castello della Pietra e le antiche fortezze della “via del sale”

    Il Castello della Pietra
    Il Castello della Pietra

    “E’ la Liguria una terra leggiadra.. ombra e sole s’alternano per quelle fondi valli che si celano al mare..”, così recita una poesia di Vincenzo Cardarelli in cui la dirupata orografia della nostra regione, selvaggia ed aspra ma ricca di bellezze naturali, dà conto di paesaggi unici, talora famosi come quelli delle 5 Terre, talora più nascosti che meritano di essere riscoperti insieme alla loro storia.

    Quest’oggi vi proponiamo una gita fuori porta alla scoperta dei magnifici castelli lungo la via del sale fra i fiumi Vobbia e Scrivia, in provincia di Genova.

    Si imbocca l’autostrada che, in un susseguirsi di curve, giunge ad Isola del Cantone, seguendo un percorso sulle tracce di quell’antica via del sale che dai Giovi giungeva nelle terre dette “Lingua Malaspina”. Da qui, si poteva raggiungere la Pianura Padana, dopo un congruo pedaggio, a fronte di una garanzia di sicurezza, attraverso le valli della Trebbia e quelle della Staffora, percorso obbligato da una legge del 1284 (“per ipsam stratam vallis Stafole et vallis Trebie”).

    Queste terre appartenute, dal Medioevo, ai marchesi di Gavi furono teatri di scontri con la vicina Repubblica di Genova, contesa risolta, nel 1218, con l’assegnazione dei territori a sinistra del torrente Scrivia ai liguri, mentre quelle a destra restarono a Tortona. Riunite sotto l’ unico feudo dei Malaspina nel 1235, furono cedute agli Spinola nel 1256. Tracce di queste passate vicende le troviamo, appena usciti dal casello, nel Castello del Cantone e Castello del Piano.

    A strapiombo su uno dei rari tratti rettilinei della via, il Castello del Cantone si dice risalga al XIII secolo e se ne ha notizia certa per una Bolla Papale di Innocenzo III, datata 13 aprile 1213. Originariamente a pianta quadrata con torri agli angoli delle mura, fu ceduto alle famiglie Denegri e Zuccarino, nel 1819, e trasformato in abitazione privata. Ripetuti rifacimenti hanno snaturato l’antica l’architettura di cui rimane il ricordo, solo, nel torrione che aggetta sul fiume.

    Di difficile datazione è, invece, il secondo maniero, edificato in località “Piano”, a nord della confluenza tra il Vobbia e lo Scrivia. Acquistato dalla famiglia Mignacco, grazie ad una attenta manutenzione, si presenta come una solida costruzione a pianta quadrata, sviluppata su tre livelli, provvista di due torri circolari, unite da spesse mura al cui centro si apre il portale, in arenaria, che da adito alla corte.

    Castello Spinola, Isola del Cantone
    Il Castello del Cantone

    Lasciate le vetuste vestigia, una strada tortuosa, scavata nella roccia dell’orrido, ci conduce lungo la cupa e angusta Valle Vobbia in cui scorre il fiume, profondamente incassato tra massi bruni. Solo all’altezza del ponte di Zan, la valle prende respiro per consentirci di ammirare la meta del viaggio. Prima, però, parliamo del ponte e del suo curioso nome: poche notizie storiche ne attribuiscono la costruzione a Giovanni (“Zan”) Malaspina, figlio di Opizzone della Pietra, signore dell’omonimo castello. La tradizione popolare lo vuole, invece, fatto dal diavolo in persona in cambio dell’anima del primo sfortunato passante. Il primo a transitare fu, però, un cane istigato dalla saporita formaggetta che l’astuto Zen vi aveva fatto rotolare. Per vendetta Satana, avendo visto il villano ingannatore seppellire un tesoro nei pressi, lanciò una maledizione per cui immani frane rovinavano a valle, ogni qual volta qualcuno cercava di riprenderlo. Ma il parroco di Vobbia, cospargendo il terreno con acqua benedetta e chiedendo l’intercezione divina, liberò i luoghi dal Maligno e, col tesoro recuperato, fu costruita la chiesa locale.

    Dal ponte, come si diceva, si può ammirare le due escrescenze gemelle di puddinga (conglomerati), unite dallo strabiliante Castello della Pietra, eretto nel XIII secolo a guardia della strada del sale. Si può accedere alla rocca attraverso uno dei due viottoli che s’inoltrano nel fitto bosco, il Sentiero dei sette seccherecci (locali in pietra per l’essicazione delle castagne) e il Sentiero dell’acqua pendente.

    Dopo una camminata di circa 20 minuti si giunge finalmente al Castello, vera perla del Parco Naturale dell’Antola, la cui datazione (incerta) risale al 1100. Le travagliate vicende legate alla sua storia si possono seguire nel corso di visite guidate che ne rievocano gli splendori e il successivo degrado che toccò il culmine con l’incendio messo in atto dalle truppe francesi e la fusione dei suoi cannoni, il cui bronzo fu utilizzato per le campane della chiesa di S. Croce (Crocefieschi).

    Nel 1981 è iniziato il processo di recupero anche se molti tratti sono irrimediabilmente perduti come i motivi ornamentali della volta del salone: rimane l’originalità architettonica dei due corpi dell’edificio, impostati a quote diverse, l’audacia costruttiva dei tre livelli dell’avamposto quasi interamente scavati nella roccia e un quarto piano dove si snodano un susseguirsi di camminamenti dotati di strette feritoie dalle quali si può godere un panorama mozzafiato che vale, da solo, la fatica della salita.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Storia di Genova: piazza della Nunziata e i balestrieri genovesi

    Ingresso Basilica di Piazza dell'Annunziata

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    Nel caos del traffico cittadino c’è una piazza, un po’ snobbata dalle guide e dai percorsi turistici anche perché, diciamolo, soffocata dal transito rumoroso di mezzi di tutti i tipi, con palazzi smorti nel loro non-colore che avrebbero bisogno di un provvido restyling e in perdente competizione con le più nobili e vicine Via Cairoli, via Balbi nonché tutto il cuore pulsante del Centro Storico. Eppure Piazza della Nunziata potrebbe stupire con tanti racconti che l’hanno vista muta testimone di passate vicende umane.

    Campeggia in questo luogo la monumentale chiesa dedicata alla SS. Annunziata del Vastato. Piccola pieve, limitata nella superfice dalla presenza di due torrentelli, oggi incanalati nel sottosuolo, il rio di Carbonara e il rio di Vallechiara, vide gli albori nel 1228 con il nome di S. Maria del Prato.

    Dai Fratelli della Regola degli Umiliati, primi religiosi a curarne la costruzione, passò ai Conventuali di S. Francesco di Castelletto che la ingrandirono (1520-1530), grazie al congruo contributo in denaro di Francesco Spinola e la dotarono di un ampio sagrato, previa demolizione di alcune case, azione da cui deriverebbe il termine “guastato” o del “vastato”, anche se qualcuno sostiene che il toponimo è da riferirsi ad “a-stu”, luogo all’aperto dove antichi liguri si riunivano in parlamento.

    Fu grazie, però, ai nobili Lomellini se i nuovi proprietari, i Frati minori Osservanti dell’Annunziata di Portoria, la completarono nelle sue attuali forme barocche(1591-1625), rendendola un vero museo della storia dell’arte genovese del ‘600. Mirabili sono la facciata di Taddeo Carlone, il pronao neoclassico con il grandioso timpano, sorretto da sei colonne, di Carlo Barabino, gli affreschi della navata centrale dei fratelli Giovanni e Giovanni Battista Carlone o quelli delle due navate laterali dove, insieme ai più noti Grechetto, Fiasella, Cambiaso, Strozzi, troviamo opere di ben altri 19 pittori, tra le quali alcune di grande valore artistico come Il Cenacolo (G.C. Procaccini) che campeggia sopra l’ingresso o l’Annunciazione (D. Piola) in una delle cappelle laterali.

    Il Paradiso, affresco di Andrea Ansaldo, che impreziosisce la cupola centrale, è famoso, poi, per essere stato causa di un agguato, teso al pittore da colleghi invidiosi, dal quale si salvò miracolosamente. La querelle tra artisti, rosi da gelosie e rivalità, erano molto frequenti in quei tempi, come lo testimonia il fatto che l’Ansaldo era già scampato ad un episodio analogo. Venuto a conoscenza che era stato affidato al rivale Giulio Benso l’incarico di dipingere “S. Antonio fra gli Angeli”, per l’Oratorio di S. Antonio Abate, su cui, pare, vantasse dei diritti di prelazione, l’artista affrontò con decisione il concorrente che, però, più giovane e armato di un “ferro”, lo ridusse così a mal partito che per poco non ne morì.

    Basilica di Piazza dell'AnnunziataBasilica di Piazza dell'Annunziata

    Meno fortunato fu Luciano Borzone che, mentre dipingeva il Presepe, visibile a sinistra dellacappella maggiore, cadde maldestramente dall’impalcatura e perì. Deceduti per peste, anni più tardi (1645) anche i suoi figli chiamati a terminare l’opera del padre. Sorte infelice, ugualmente, per il duca Giuseppe Bouffleurs, giunto con le sue truppe a difendere Genova da un possibile ritorno degli austriaci. Poco più di un anno dopo (1747), come si legge in un antico testo, il vaiolo chiamò il poveretto “ad altra gloria”. La stima dei genovesi, che “lo piansero a calde lacrime” perché “ avevano ammirato in lui il modello d’ogni virtù cristiana”, indusse il Senato dell’epoca a conferirgli un posto nel libro d’oro della nobiltà genovese. Questo privilegio aveva come conseguenza l’opportunità di inserire lo stemma della Repubblica nel blasone di famiglia e la possibilità di essere sepolto in una chiesa, scelta che cadde su quella dell’Annunziata, dove ancora giace davanti alla cappella dedicata a S. Luigi.

    Spostiamoci sul “Vastato” e caliamoci nell’anno 1601: nella piazza una grande forca è stata allestita per l’impiccagione di Giovanni Giorgio Leveratto. La triste storia inizia quando Maria de’ Medici, moglie di Enrico IV di Francia, fu costretta a soggiornare a Portofino per le pessime condizioni del mare. Qui conobbe un certo Gian Battista Vassallo che, seguitala in Francia, per accrescere il suo prestigio agli occhi della regina, progettò di consegnare Genova ai francesi. Per ordire la congiura, si rivolse al cognato Leveratto, medico genovese, che pensò di introdurre i nemici nella città attraverso una piccola porta nei pressi di Carignano. Ma il tradimento di Antonio Morasso, proprietario della casa da cui sarebbero dovuti partire i cospiratori, fece fallire il piano, piano prontamente confermato dal traditore al primo “rendez vous” con gli strumenti di tortura. Spettacoli molto più ameni si tenevano, invece, nei giorni festivi, ma per scoprirne i protagonisti, bisogna prima parlare di un’antica e terribile arma: la balestra.

    Il “Vastato” era l’ampio spiazzo davanti alla chiesa di piazza della Nunziata, dove nel XIII secolo, si esercitavano i balestrieri, così come, dopo le funzioni religiose nei giorni festivi, si poteva assistere alle loro esibizione a Prè, a Sarzano, sulla spianata dell’Acquasola e in tutte le piazze antistanti le parrocchie. Vere e proprie competizioni, accompagnate da un tifo da stadio con applausi, fischi, discussioni, risse, si concludevano con l’assegnazione di ricchi premi: “ille qui primo dabat in signo” (chi per primo risultava vincitore) riceveva “una tazza de bono ariento”, il secondo 10 paia di braccia di tessuto di lana, il terzo una nuova balestra completamente accessoriata. Se ne trova memoria nei libri amministrativi delle spese: esborso di 10 lire per la valle di Voltri (1338) usate per l’acquisto di due tazze di argento, così per gli anni successivi, sceso a 6 lire e 5 soldi, per una sola tazza in tempi di crisi (1415) ect.

    Col nome di “Balistariis” erano il vero corpo “d’elitte” delle milizie genovesi, famosi per perizia, precisione, sprezzo del pericolo e prendevano il nome dalla terribile arma di cui erano equipaggiati: la balestra. Le origini di questo strumento bellico sono incerte ma, comunque, antichissime, basti pensare che, nel 500 a.C., viene citata nel trattato cinese dell’Arte della Guerra, in cui il capo militare Sun Tzu ne descrive i mirabili pregi: “il potere è come la contrazione di una balestra, la tempestività come lo scoccare di un dardo…”. Dalla Cina si diffuse in Medio Oriente nel 900 d.C. e fu importata in Europa intorno all’XI secolo.

    Antenata della balestra, in uso presso greci e romani fin dal II secolo a.C., era la “balista”, una grande macchina da guerra in grado di scagliare enormi pietre con cui far saltare le merlature delle mura. Parente più prossima era, invece, quella chiamata “streva”, denominata in seguito “a gamba” o “a tibia”, perché si ricaricava a terra utilizzando la staffa in ferro al centro dell’arco. Poco veloci da riarmare, avevano bisogno dei Pavesari, uomini armati di lancia e scudo (pavese) per proteggere il balestriere durante questa manovra. Facile e maneggevole era la “manesca”, usata per difesa personale ma, a Genova, si usava la ”balestra a staffa”, più grande di quella cinese e più piccola di quella “da posta” (difesa statica) ma così micidiale da superare le altre per gittata (più di 400 m) e con potenza tale da forare una corazza o trapassare un cavallo, tanto da essere etichettata come “arma infernale e sconveniente per i cristiani” da Papa Innocenzo II, nel corso del Concilio Laterano del 1139.

    Il fusto in faggio, in rovere o in tasso italiano, la corda fatta di canapa intrecciata, un peso complessivo di 6 chili erano alcune caratteristiche di una vera opera d’arte la cui realizzazione era affidata a specialisti, riuniti nella corporazione dei “Balistari” (1275), mentre i dardi erano forniti da privati, i “Quarellarii” detti anche “Magister Verretonorum”, o dalla Zecca. In questo ultimo caso erano detti “buoni” e, per statuto, non potevano mancare su navi o in roccaforti da difendere. E’ proprio nella registrazione del carico delle navi, che partirono per la prima crociata (1098), dove troviamo notizie certe della presenza dell’arma nella nostra città ma, solo alla fine del 1100, venne istituito un vero corpo di armigeri che in pochi anni diventò la punta di diamante dell’esercito di S. Giorgio, con una precisa organizzazione che prevedeva la suddivisione in “bandiere”, composte ciascuna da 20 uomini, comandate da un conestabile.

    Regolarmente salariati, avevano una “ferma” di 3-6 mesi e un ”garante” che rimborsava lo stipendio esborsato dalla Repubblica, pena il carcere, in caso di loro defezione. Lo stesso Comune permetteva di requisire, con l’esposizione di un cippo contrassegnato dalle loro insegne, qualsiasi terreno fosse necessario per l’allenamento e, nel 1352, lo stesso Comune giunse ad acquistare un terreno dell’Abbazia di S. Stefano per questo scopo.

    Tra il 1100 e il 1400 furono la milizia più addestrata e meglio pagata d’Europa da cui i genovesi cercarono di trarne profitto “affittandoli”. Il loro primo impiego mercenario data 1173, quando venne firmato un trattato tra il marchesato di Gavi e Genova, con l’impegno di un intervento in caso di bisogno, seguito da quello del 21 febbraio 1181 in cui ,“in nomine Domine”, i Consoli liguri si impegnavano a fornire ad Alessandria 200 arcieri, e 10 “maestri” (balestrieri). Con un capovolgimento di fronte, fu ad Asti (1245) che furono “locati”, per un mese, “100 balestrieri appiedati e 20 a cavallo da impiegare contro la vicina città di Alessandria”. La loro temibile fama fu quella che indusse Federico II a rilasciare un gruppo di prigionieri, dei 500 mandati a difendere Milano (1245), privati di un occhio e della mano destra perché non potessero tornare ad esercitare la loro arte bellica. Genova, riconoscendo il loro sacrificio, cosa inconsueta per quei tempi e per la proverbiale tirchieria, istituì per loro una regolare pensione. Finita la carriera con l’avvento delle armi da fuoco, oggi, per chi vuole saperne di più, esiste nella nostra città la Compagnia dei Balestrieri del Mandraccio, con sede presso la Casa del Boia, in piazza Cavour, dove è allestito un Museo di armi e costumi.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Storia di Genova: l’antico Comune di Sestri Ponente

    Sestri PonenteEra il “Sextum lapis ab Urbe Janue”, ovvero la “sesta pietra miliare dalla città di Genova” sulla strada romana che univa l’antica Gallia con la Capitale. Il villaggio “Sextum” sorse sulla collina nel II Secolo, quando ancora il mare occupava tutta la parte pianeggiante, e il nome Sestri deriva proprio dalla volgarizzazione di questo toponimo latino.

    Rimase villaggio marinaro e agricolo per tutta la sua storia, ma già al tempo dell’Impero Romano l’attuale Sestri Ponente era uno dei centri maggiormente abitati del “genovesato”.

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  • Storia di Genova: S.Valentino, tradizioni e celebrità genovesi

    Storia di Genova: S.Valentino, tradizioni e celebrità genovesi

    Piazza dello Amor Perfetto, GenovaA Genova la festa degli innamorati si festeggiava, anticamente, a S. Giovanni. Intorno ai falò, le giovani coppie traevano auspici sulla durata del loro amore osservando il consumarsi di fiaccole votive. Alla vigilia della festa, le nubili mettevano sul davanzale un fiore di cardo che, se si fosse schiuso, avrebbe assicurato marito e fedeltà. Le stesse recitavano “un pater, ave, gloria a onö de Sant’Antonin ch’o me dagghe bon galante e bon cammin”.

    Se una donna portava uno stelo di basilico in seno, l’attrazione sarebbe stata irresistibile così come, se avesse cucito un capello nell’orlo del vestito, il marito era assicurato. Stesso risultato si otteneva buttando, a Capodanno, una pantofola verso l’uscio sperando che cadesse con la punta rivolta all’esterno e, per conoscere il nome del fortunato, si prendevano tanti bigliettini, si scrivevano i nomi dei “favoriti” (più uno lasciato in bianco) e si arrotolavano. Alla mattina seguente, se un foglietto si era “magicamente” disteso bastava leggere chi era l’eletto ma, se risultava bianco, c’era da aspettare un altro anno.

    Più arcana era la “piombomanzia”: si lasciavano cadere, in acqua, poche gocce di metallo fuso e, a seconda della forma che assumevano nel raffreddarsi (ad esempio una barca= marinaio), era svelato il lavoro del futuro marito.

    Anche nell’antica tradizione genovese troviamo coppie celebri come quella del Paciugo e la Paciuga, coniugi del XI secolo, che vivevano nel quartiere di Prè. Lui marinaio catturato dai Saraceni, lei devota alla vergine di Coronata, dove ogni sabato si recava a pregare per la salvezza del marito. Costui, tornato incolume dalla prigionia, non trovò la moglie ad attenderlo ma solo malelingue che insinuarono in lui, per quelle misteriose assenze, il dubbio di incontri amorosi. Il dramma si compie: il marito porta la consorte in barca e l’uccide. Il subitaneo e sincero pentimento dell’uxoricida e la devozione della donna spinsero, però, la Madonna a salvare dalle onde una resuscitata Paciuga che, sulla spiaggia, andò incontro al marito per lo scontato felice epilogo.

    Tommasina Spinola (1502) elesse Luigi II a “suo intendio” nella Villa Cattaneo Adorno (Albaro) e l’intendio rimase anche dopo la partenza del re. Quando, il 25 aprile 1503, le fu data la fallace notizia della morte del sire, nella battaglia della Cerignola, la poveretta non resse al dolore e morì nel suo palazzo dell’Amor Perfetto, toponimo che qualcuno, in modo meno idilliaco, associa alle antiche case di meretrici, ubicate sulle falde del colle di Montalbano.

    Storia tragica quella di Anna Giustiniani, figlia del barone Schiaffino e della contessa Corvetto. Sposata al vecchio, arci-conservatore marchese Stefano Giustiniani (1826), fece del suo salotto genovese un “covo” del nuovo “esprit” d’oltralpe portatore di venti rivoluzionari ai quali non fu immune il giovane Camillo Cavour, in forza alla caserma presso Porta degli Archi (attuale Ponte Monumentale). La “galeotta” politica si concluse con il trasferimento a Torino del “giacobino” conte e con l’esilio errante della giovane irredentista, prima a Milano, Torino, Vinadio ed infine a Voltri, una prigione dorata dalla quale partivano, alla volta dell’amato, lettere appassionate (150 in un anno). Nel ’35 Nina tentò la fuga ma, arrestata ad Asti, venne nuovamente riportata nella dimora genovese dove trovò la morte gettandosi dalla finestra, essendo fallito un precedente tentativo di suicidio col veleno.

    Ritratto di Luca CambiasoUn’altra storia ci parla del pittore Luca Cambiaso che, rimasto vedovo, s’invaghi della bella cognata Argentina Schenone. Il rapporto, etichettato come incestuoso secondo i dettami del tempo, lo portò in Spagna presso Filippo II, nel tentativo di ottenere un’intercessione regale presso il Papa, ma il veto non fu revocato e l’infelice innamorato morì consumato da “mal d’amore”, lontano dalla patria.

    Guglielmo di Ventimiglia e Recupero di Portovenere, notissimi corsari, furono salvati dalla forca grazie ad un’insurrezione di gentili donzelle che, conquistate dal loro fascino piratesco, sfidando gli armigeri, presero a sassate la corte del Podestà. Questo episodio insieme al fatto che il decesso non fu immediato convinsero le autorità a concedere la grazia.

    Più sfortunato fu Luis François Armand du Plessi, inviato a Genova per proteggerla dagli austriaci. Invaghitosi di Pellina Lomellini, sposa di Rodolfo Brignole Sale, ottenne da questa solo grandi rifiuti nonostante l’omaggio quotidiano di fiori, le visite assillanti, i tentativi di ingelosirla con una ballerina, l’improvviso fervore religioso per compiacere la sua devozione e il tentativo di ubbriacarla, da cui usci sbronzo solo lui. Recatosi ad un incontro galante, sollecitato da un insperato invito, non trovò l’amata ma solo una tal madama de Valdo, cinquantenne dalla “faccia listata di macchie di calore, e per tutta bellezza possedeva una certa pinguedine“.

    Il plebeo Filippo Casoni ebbe l’ardire di innamorarsi (1691) della nobile Apollonia Acquarone. Con 4 soldati corsi e qualche contadino della Valpolcevera rapì l’amata e con essa riparò in quel di Coronata. Ritrovati prontamente, il Casoni fu spedito al Palazzetto Criminale con una condanna a 20 anni di carcere dal quale uscì, nel1695, perché ammalato di tisi e con l’esborso di 1000 scudi d’argento. Non pago, si innamorò della protestante Anna Maria Stiston con la quale, per superare le differenze religiose, cercò di maritarsi col rito “manzoniano”. Incarcerato nuovamente, fu liberato il mese successivo e, sanate le pratiche necessarie, si ritrovò felicemente maritato.

    Oscar WildeStoria lacrimevole anche quella del giovane Manzoni, giunto nella nostra città alla ricerca dell’innamorata Luigia Visconti, solo per scoprire che l’oggetto dei suoi desideri era andata in sposa al marchese Gian Carlo Di Negro. Riposa in pace, presso Staglieno, Constance Lloyd, infelice moglie del celebre scrittore Oscar Wilde che, imprigionato per omosessualità, al suo rilascio preferì tornare dal suo giovane amante, lasciandola in un’inutile, dolorosa attesa che terminò solo con la sua morte… ma anche questo è amore.

    Adriana Morando

  • San Valentino, dal vescovo martire alla festa degli innamorati

    San Valentino, dal vescovo martire alla festa degli innamorati

    Cupido e San ValentinoIl patrizio Valentino, divenuto Vescovo di Terni e martirizzato il 14 febbraio, giorno di cui si celebra la ricorrenza, è un’immagine distante dal “nostro” S. Valentino che ci rimanda immediatamente alla festa degli innamorati. Per capire la liaison che si intercala tra l’amore e un beato basta andare alla ricerca delle tante leggende che lo vedono coinvolto in romantiche storie sentimentali.

    La più nota parla del pagano Sabino e della cristiana Serapia che, per superare l’ostacolo religioso, si rivolgono al Vescovo. In procinto di sposare il suo giovane, convertito per opera del santo, la fanciulla si ammala: al capezzale della morente, un Sabino disperato chiede di non essere separato da lei e Valentino, dopo il rito del battesimo e il successivo matrimonio, concede loro di addormentarsi insieme in un sonno eterno.

    Un’altra leggenda narra di come lo stesso Valentino, in attesa del martirio, si innamori della figlia cieca del suo carceriere, Asterius, e come la fanciulla, per quell’amore, riacquisti la vista. Ed ancora: due giovani innamorati litigano, passando vicino al religioso. Questi coglie una rosa invitandoli a reggerla insieme, segno di unione che li porterà ad un duraturo matrimonio. Sempre legato ai fiori è il racconto che vede il Vescovo imprigionato, lontano dal suo giardino che, ogni giorno, apriva per farvi giocare i bimbi del vicinato. Sarà la mano pietosa del Signore ad aprire la gabbia di due piccioni viaggiatori, custoditi presso la casa del Santo, per permettere ai pennuti, raggiunto il prigioniero, di recuperare la chiave e poter far riaprire l’oasi verde.

    Non ultima è la storia di quel fiore donato ai bambini, prima di rincasare, da donare alla mamma per alimentare l’amore verso i genitori, gesto da cui trarrebbe origine l’usanza di scambiarsi doni.

    Tanti esempi per un sentimento che la Chiesa ha voluto indirizzare verso valori più spirituali in contrapposizione ai culti pagani della fertilità. Fin dal IV secolo, infatti, in occasione della festa dedicata al dio Lupercus, venivano formate, per sorteggio, giovani coppie che avrebbero vissuto in intimità, per un intero anno, con l’intento dichiarato di portare a termine la procreazione.

    Persa questa cerimonia tribale, rimangono nella credenza popolare e, in particolare, in quella della nostra regione (leggi le antiche tradizioni genovesi di San Valentino), dei riti divinatori /propiziatori “pe fâ andâ e cose drïte”…

    A “Calendimaggio”, ad esempio, il corteggiatore posava un ramo fiorito o decorato con dolciumi sulla soglia dell’amata: se veniva raccolto era implicito l’amore corrisposto. Oppure… qualcuno ha mai sentito parlare di “fare il verde”? I giovani innamorati, a maggio, si scambiavano una foglia da costudire con cura. Quando uno dei due chiedeva di vederla, a seconda dello stato di conservazione, si poteva dedurne l’affetto e la dedizione ma se il fedifrago (o la fedifraga) sbagliava fronda, esibendo quella ricevuta da un altro, erano, ovviamente, seri guai.

    Che dire, infine, dei filtri magici per legare l’amato? Tra i tanti, le cui ricette sono reperibili ovunque, mi pare degno di menzione questo in dialetto romanesco: “Pè ffà ddiventà innamorata morta de voi una persona: procurateve un pò de piscio de stà persona, poi mettetelo drent’una piluccia, con un sordo de cchiodi e uno de spille. Mettete ‘sta piluccia sur foco, e quanno piscio, spille e cchiodi hanno bbullito bbene bbene, annate a casa de quela persona che vvolete che s’innamori de voi, e ssenza favve accorgé sversateje tutta quella pila o in cantina o in soffitta o in d’un antro sito anniscosto de la casa. Doppo pochi ggiorni, vedrete che smania d’amore che je pija!“. E’ proprio il caso di dirlo: cosa non si fa per Amore!

     

    Adriana Morando

     

     

  • San Siro, Mura degli Angeli, Peralto: fantasmi e leggende a Genova

    San Siro, Mura degli Angeli, Peralto: fantasmi e leggende a Genova

    Mille caruggi si intersecano nel centro storico di Genova per perdersi in un labirinto di luci ed ombre: muri scrostati dal tempo che, improvvisamente, lasciano intravvedere un’orma del passato, una traccia di quell’antica storia che ha fatto della nostra città una fulgida potenza, ricca di gloria ma anche di intrighi, di congiure, di misfatti sanguinari e di… mistero. Fantasmi del passato si aggirano tra le vecchie pietre, inquieti, stravaganti, patetici, satanici, giungendo a noi, così dicono, attraverso tre punti strategici ovvero la chiesa di San Siro, Salita degli Angeli e Parco Peralto, ricchi di energie mefistofeliche e, noi stessi, potremmo discendere nell’Ade (regno dei morti), passando per uno di questi.

    Il primo è stato individuato nel quartiere della Maddalena, là dove la chiesa di S. Siro è stata testimone di eventi inquietanti. Del IV secolo, inizialmente dedicata ai 12 Apostoli, la basilica fu la prima cattedrale di Genova, primato ceduto poi a S. Lorenzo (IX sec.) perché più protetta dalle incursioni dal mare. Originariamente in stile romanico, nel 1580, fu in parte distrutta da un incendio e quindi ricostruita interamente dai Teatini (XVI-XVII sec.) con l’aggiunta del convento e del chiosco, demoliti dalla costruzione di Via Cairoli, della cupola (1619) e della facciata neoclassica (1821-Carlo Barabino). Il campanile (50m), eretto nel XII secolo, venne abbattuto nel 1904, in seguito a segni di cedimenti. L’interno a tre navate, su colonne binate, racchiude opere pittoriche di grande pregio (Fiasella, Piola, De Ferrari, ecc.) e, a caccia di antiche presenze sataniche, nel coro, troviamo un dipinto di Giambattista Carlone che, ricercato per omicidio, aveva trovato asilo nella chiesa. Questo quadro narra dell’evento miracoloso con cui il Santo liberò questi luoghi da un mostro annidato in una cavità e dalla quale emanava i suoi mefistofelici fetori. Altre memorie del prodigio sono una piccola lapide (1347), sulla piazzetta, che indica l’ubicazione del pozzo, chiuso nel 1575, e la barbara usanza di “lapidare” un incolpevole gallo, figura metaforica del Basilisco, nel giorno della ricorrenza del Santo, usanza perpetrata fino al secolo scorso. Un’altra sinistra scritta ci ricorda l’uccisione di Opizzino d’Alzate (27 dicembre 1436), governatore in Genova per il duca di Milano. Mentre si apprestava ad incontrare il suo successore, Ermes Trivulzio, una ribellione, capeggiata da Francesco Spinola, si impadronì della porta di S. Tommaso, costringendo i due alla fuga verso il Castelletto. Opizzino, tramortito in Fossatello da una fitta sassaiola, cadde da cavallo nella piazza di S. Siro e qui fu fatto a brandelli dai rivoltosi.

    La leggenda di “Valentino” – Rimane solo nei racconti un altro fatto raccapricciante: 569 A.D., i Longobardi conquistano Milano. Un gruppo di religiosi fugge a Genova e si rifugia in S. Siro, portando seco le reliquie di S. Ambrogio. Tra essi un chierico tonsurato, Valentino, che, nonostante un comportamento dissoluto tenuto nella nostra città, alla morte, viene sepolto nell’allora cattedrale. Una notte, agli occhi degli abitanti, richiamati da terribili strepitii, si presenta una scena terrificante: due spettri stanno trascinando, fuori dal sepolcro, il monaco resuscitato che, urlante, si aggrappa disperatamente alla bara. Fuggiti tutti in massa, qualche coraggioso ritorna la mattina dopo e trova il cadavere del religioso malamente gettato in una tomba del vicino cimitero all’aperto.

    Alla ricerca del secondo punto, spostiamoci sopra Dinegro dove le antiche Mura degli Angeli salivano a raggiungere l’omonima chiesa, (1467), appartenuta ai Carmelitani fino al 1810,“oggi spianata e ridotta ad orto”. Le mura nuove (1626-1632) dalla zona ‘Caput Fari’ o della Chiappella, grande braccio roccioso (l’attuale piazza Dinegro) che dal Belvedere si protendeva fino alla punta della Lanterna formando una barriera naturale tra il centro e Sampierdarena, portavano fino alla Porta degli Angeli e proseguivano verso Granarolo lungo la collina di S. Benigno. Salita degli Angeli era un tempo la via principale che da S. Teodoro permetteva di raggiungere la cima e attraverso Salita Pietra (via Mura degli Angeli) spingersi nella Valpolcevera perché l’altro percorso era un pericoloso e tortuoso sentiero, scavato nella roccia, che iniziava a lato dell’abazia di S. Bartolomeo del Fossato. In alto, presso la porta, nel 1910, un’unica casa, quella dei becchini e, poco più sotto, il cimitero della Castagna, primo luogo di sepoltura degli appestati, già nel 1657, fuori delle mura della città. Questa è la meta per l’inconsistente processione di monachelle che, di notte potrebbe comparire lungo la Salita degli Angeli. Che sia questo il punto “astrale” o è più verosimile che l’aura di negatività si sprigioni dalla primitiva chiesa, triste tappa finale di benedizione dei cadaveri?

    Chiude il triangolo il terzo vertice, quello più pericoloso perché, dicono, accesso per la discesa nel mondo dei trapassati. E’ stato individuato nel parco naturale del Peralto. Qui aleggia l’ermetica profezia di S. Brigida che, presso le mura delle Chiappe (1346), pare abbia vaticinato: “un giorno il viandante che passerà dall’alto dei colli che cingono Genova, accennando con la mano ai lontani cumuli di detriti, dirà, laggiù era Genova”. Altre presenze oscure pervadono l’aria, scendendo dal forte Sperone che domina dall’alto, sinistra roccaforte nata sotto una cattiva stella perché, già l’anno dopo la costruzione, un voltone dei magazzini franò rovinosamente senza causare vittime. Sono i suoi trascorsi di prigione, di torture, di morte a renderlo lugubre e quel suo indesiderato ospite che, evocato da una seduta medianica, confessò di aver trucidato una povera pastorella, cadavere che fu, puntualmente, scoperto nel luogo indicato dallo spettro. Qui finisce il nostro viaggio “terreno”, quello eterno è solo per coraggiosi ma… è consigliabile aspettare!

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: da San Pier d’Arena a Sampierdarena

    Storia di Genova: da San Pier d’Arena a Sampierdarena

    SampierdarenaIl Comune di San Pier d’Arena fu costituito autonomo il 2 febbraio del 1131, anche se rimase per tutta la sua storia assoggettato alla vicina Genova. Prese il nome dall’antica chiesa di San Pietro dell’Arena, oggi nominata Santa Maria della Cella.

    Centro di agricoltori e pescatori, Sampierdarena (spesso erroneamente scritto Sampiardarena) conobbe a partire dal XII secolo un periodo di grande ricchezza. La spiaggia in sabbia fine, caso raro nel litorale genovese, e la vicinanza con la Superba (sin dal 1128 la spiaggia era dominata ad est dal “grande faro” di Genova) favorì infatti il piccolo comune che fino al Settecento veniva considerato ambitissima residenza estiva per nobili e signori dell’alta società. Unica testimonianza di quel periodo di fasti sono villa Scassi, villa Grimaldi e villa Spinola, mentre la spiaggia a partire dal 1927 sparì per fare spazio alle nuove banchine del porto.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    La storia di Sampierdarena – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

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    La Storia di Genova, Borgo Incrociati – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Il Borgo degli Incrociati e’ un antichissimo borgo medievale sviluppatosi sul confine est della citta’. Il nome “Incrociati” deriva da un’antica chiesa che si trovava a pochi passi dall’ingresso della strada dalla parte della stazione Brignole e che venne demolita i primi del Novecento.

    Il vecchio ponte di Sant’Agata, che in origine contava ben 28 arcate e che nel medioevo venne costruito sui ruderi di un ponte romano, collegava questa chiesa con quella di Sant’ Agata nell’attuale San Fruttuoso vecchia. Borgo Incrociati, infatti, prima della costruzione dell’ultimo tratto di via Canevari, affacciava sul Bisagno, il ponte raggiungeva direttamente le abitazioni e l’ultimissimo tratto e’ oggi ancora visibile fra le case del borgo.

    Negli anni trenta la struttura della zona era ancora ben diversa da quella che possiamo ammirare oggi. Anche dopo la demolizione della chiesa, infatti, poco prima del tunnel che si collega alla Stazione, sorgeva un archivolto (ancora oggi in buono stato) attraverso il quale si giungeva in un’ampia piazza, in minima parte ancora riconoscibile. La piazza, denominata appunto “dell’Archivolto”, venne sacrificata durante la costruzione di corso Monte Grappa.

    Nei primi quarant’anni del secolo scorso Borgo Incrociati fu il borgo delle donne: sostavano fuori dai portoni, vestivano lunghi abiti neri con i capelli raccolti, vendevano frutta di stagione e in inverno profumatissime caldarroste (le famose “rustie”). All’interno degli appartamenti il matriarcato aggiustava le tomaie delle scarpe e si adoperava in lavori di cucito e di pellame. Tenevano le porte di casa sempre aperte e per 5/10 centesimi di lira riparavano le scarpe dei passanti. Queste instancabili madri di famiglia erano famose in citta’ anche per una “bizzarra” particolarita’: sotto gli abiti neri non portavano le mutande, per poter fare i propri bisogni restavano in piedi, allargavano le gambe e si liberavano negli angoli del borgo. Bisognava lavorare, non c’era tempo da perdere…

     

    Lungo la via degli Incrociati c’era il barbiere, diverse latterie ed osterie, il carbonaio (che vendeva carbone, patate e cipolle) e i vecchi antiquari (si chiamavano repessin e vendevano ogni genere di usato).

    borgo incrociati
    Il “landun” di Borgo Incrociati

    Gli uomini durante il giorno si vedevano poco, erano in citta’ a lavorare e uscivano la sera per bere nelle osterie. Si puo’ attraversare ancora oggi, all’altezza della fermata degli autobus, il celebre “landun”, un piccolo tunnel dove gli uomini ubriachi si nascondevano dalle mogli e terminavano le loro bevute.

    Gli anni 50/60 furono gli ultimi anni di splendore per il Borgo degli Incrociati. Lo storico bar Mangini divenne il punto di ritrovo per eccellenza degli sportivi genovesi, tifosi e calciatori. La domenica dopo le partite i calciatori di Genoa e Samp usavano fermarsi al bar per una bevuta e per discutere con i tifosi. Fu proprio in quel periodo che Marcello Lippi, ex ct della Nazionale e ai tempi libero della Sampdoria, conobbe la sua attuale moglie, che lavorava nella pescheria di famiglia a pochi passi dal bar.

     

    Ringraziamo per le preziose testimonianze Lina e Remo Toffan

     

    borgo incrociati

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  • Genova e i grandi cantieri navali: da Ansaldo a Fincantieri

    Genova e i grandi cantieri navali: da Ansaldo a Fincantieri

    Il Porto di Genova, documentario video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Genovesi grandi navigatori di cui Colombo ne è l’emblema, ma non solo: grandi cantieri navali che hanno fatto la storia della navigazione transoceanica, quando gli aerei erano ancora un miraggio e questi giganti del mare rappresentavano la via più sicura per raggiungere terre lontane.

    Il primo a capire l’importanza di aprire nuove rotte commerciali verso l’Oriente, e di qui “conquistare” il mondo, fu Raffaele Rubattino (1809-1891), più noto come l’armatore dei “Mille”, che nel 1868 inaugura una linea regolare, di passeggeri e merci, tra Genova ed Alessandria d’Egitto.

    All’apertura del Canale di Suez il 17 novembre 1869, è del Rubattino la prima nave italiana ad attraversare il nuovo passaggio cui seguiranno collegamenti regolari, in partenza il 24 di ogni mese, verso Assab, in Dancalia, pezzo di costa comprata per 6.000 talleri, luogo in cui viene costruito un impianto carbonifero di rifornimento per i piroscafi con rotta verso Aden e Giava.

    Nel 1864 le linee vengono prolungate fino a Singapore e a Bombey ma, soprattutto, le prime navi italiane raggiungono l’Argentina dando vita a quel flusso di migranti delle cui storie sono piene le pagine dei giornali di fine secolo.

    Quattro anni prima anche l’industria genovese Ansaldo aveva iniziato la produzione di navi. Il gruppo Ansaldo nasce nel 1846 dall’acquisizione di una preesistente società fondata da Filippo Taylor, ingegnere meccanico inglese, e Fortunato Prandi, uomo d’affari torinese, un’officina meccanica in Sampierdarena, alle porte di Genova, che si occupava di materiale ferroviario. Passata allo Stato nel 1852, viene riceduta, dopo pochi mesi, per 810 mila lire, alla neonata Soc. Gio Ansaldo (Giovanni Ansaldo, Carlo Bombrini, Giacomo Filippo Penco e Raffaele Rubattino) che si dedica alla produzione di locomotive per lo Stato piemontese.

    La costruzione di navi inizia, come detto, nel 1860, con la realizzazione di due piccole cannoniere per la flottiglia del Garda ma il salto di qualità si ha nel 1886 con l’acquisizione del cantiere Cadenaccio (Sestri Ponente), importante realtà nautica della città comprovata dal fatto che, qui, era stato costruito il Cosmos, il più grande veliero in legno italiano.

    Dalla parte opposta della città, Enrico Cravero, già proprietario degli ex cantieri Westermann, anch’essi ubicati a Sestri, nel 1890, prende in affitto, dal Comune, l’Arsenale di Genova e unifica le due strutture sotto un’unica direzione, privilegiando la costruzione di navi passeggere in quello della Foce, mentre le commesse militari continuano ad essere evase a ponente. Nel dopoguerra, la chiusura di questi due poli industriali, apre vasti spazi per l’ampliamento dell’Ansaldo che, con uno sviluppo crescente, saprà mostrare tutte le sue grandi potenzialità. Infatti, il 1° agosto 1931, viene varato il mitico Rex, ricordato nel film di Fellini “Amarcord”, il più  grande transatlantico italiano in grado di competere con quelli dell’epoca: alla presenza di Vittorio Emanuele II e della regina Elena, entra nella storia con le sue 4 turbine che azionavano altrettante eliche di 5 metri di diametro e una potenza, dichiarata, di 136000 cavalli. L’inaugurazione ufficiale si tiene, invece, il 25 settembre 1932,  alla presenza dell’Arcivescovo che dichiara la cappella della nave “parrocchia” di Genova e a cui segue la partenza, il giorno dopo, con 1872 passeggeri.

    In uno dei suoi tanti viaggi, riesce a conquistare il Nastro Azzurro (agosto 1933), trofeo per la traversata più veloce. Nello stesso anno, l’Ansaldo entra a far parte dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri) e, nel  marzo ’48, della società finanziaria Finmeccanica, segnando un nuovo traguardo perché, già dal 1950, riceve l’ordinazione di sette navi per un totale di 73 mila tonnellate di stazza lorda. Da qui esce l’Andrea Doria (1951), la gemella Cristoforo Colombo (1953), la Leonardo da Vinci (1960) e i suoi due “diamanti” (1965) la Michelangelo e la gemella Raffaello.

    Dal 1966 il cantiere viene scorporato dall’Ansaldo e passa sotto il controllo della Fincantieri. Storie di mare, di tecnologia, di naufragi, che fanno da cornice alle luci sfavillanti dei saloni, all’allegria delle feste, ma anche a tante miserevoli storie di emigranti che, da sotto la Lanterna, partivano con il bagaglio, solo, dei loro sogni e, negli occhi, il ricordo nostalgico di quei monti che da Righi scendono al vicino mare, come recita la celebre canzone genovese (1925) di Mario Cappello “Ma se ghe pensu”.

    Adriana Morando

  • Dal guerrilla al pothole gardening, come far rifiorire le città

    Dal guerrilla al pothole gardening, come far rifiorire le città

    guerrilla gardeningNel 1973 un gruppo di New York si impossessò abusivamente di un appezzamento di terra abbandonata e lo trasformò in un’aiuola fiorita. Questo esperimento diede vita in tutto il mondo al guerrilla gardening, una pratica di “giardinaggio d’assalto” che porta gruppi spontanei di persone a individuare zone verdi lasciate nel degrado per riqualificarle.

    Sulla scia di questo progetto – attivo da diversi anni in tutta Italia, Genova inclusa – è nato a Londra un’altra forma di giardinaggio urbano: il pothole gardening, che consiste nel trasformare le buche nei marciapiedi (quelle che le aziende municipali preposte sembrano non decidersi mai a riparare…) in aiuole fiorite. Questa pratica è stata attuata per la prima volta nel marzo 2010 da Steve Wheen presso l’area del mercato rionale in Columbia Road.

    Marta Traverso

  • Primi giorni di febbraio: la Candelora e le fiaccole dell’antica Roma

    Primi giorni di febbraio: la Candelora e le fiaccole dell’antica Roma

    “A-a Madonna da Candelora de l’inverno ne semmo fora ma a cieuve e a nevà quaranta giorni han ancon da passà”: così recita il proverbio genovese, un intreccio di sacro e profano che associa il rito religioso ai vaticini sulla stagione ventura e che ci riportano agli antichi riti pagani che si celebravano a Roma il con l’avvento di febbraio.

    Per le calende di febbraio (primo giorno di ogni mese e toponimo da cui deriva calendario) si officiavano le feste in onore di Cerere (Demetra per i greci), dea della fertilità e delle messi, madre di quella Proserpina, rapita da Plutone, dio dell’Oltretomba, che la madre, disperata, aveva cercato a lungo alla luce delle fiaccole, le stesse che venivano ostentate nelle lunghe processioni lungo le vie dell’urbe romana. Da qui deriverebbe la Candelora cristiana (festum candelorum) ovvero l’usanza dell’accensione delle candele il 2 febbraio. 

    La leggenda narra, nel suo proseguo, che, per l’ira, la dea della fertilità decise di rendere sterile la terra (autunno-inverno), tornando a farla rifiorire soltanto quando, per concessione degli dei, la figlia poteva ritornare alla luce del sole (primavera-estate), con un’alternanza ciclica che ci da ragione del susseguirsi delle stagioni.

    Sempre legato alla fertilità, era il rito irlandese di Imbolc (o anche Oimelc), nella cultura celtica, la cui etimologia “latte ovino” stava ad indicare il periodo della nascita degli agnelli e quindi da interpretare come tempo di fecondità.

    Più vicine, per significato, alla tradizione cristiana erano le celebrazioni in onore della dea Februa (espiazione) o Iuno Febrata (Giunone), madre di Marte dio della guerra, dea deputata a presiedere ai riti di purificazione a cui si sottoponevano le donne dopo il parto. Secondo un’altra versione, infatti, nel giorno delle “calende di Februarius” (da februus = purificante), ultimo mese dell’anno, il cui nome deriva dalla dea omonima, si portavano per le vie della città “ i Ceri di Februa” per tenere lontano le negatività . Non solo, era il mese dedicato ai riti funebri dei Mani (gli antenati), celebrazione spostata a novembre nel calendario cristiano, e si tenevano, in coincidenza con le Idi (13° giorno del mese), i Lupercalia, in onore del dio Fauno Lupercus (protettore del bestiame) o, secondo Dionisio di Alicarnasso, in ricordo della lupa nutrice di Romolo e Remo.

    Era usanza che i Luperci (sacerdoti) andassero per le strade con corregge, ricavate dalla pelle degli animali sacrificati, e percuotessero gli uomini in segno di penitenza o toccassero le donne per dar loro fertilità. Quest’ultimo significato, è da ricercare nella leggenda secondo la quale la dea Giunone Lucina (o Lucezia) aveva reso feconde le Sabine, incapaci di procreare dopo il ratto, suggerendo all’auspice di toccarle con benderelle di pelle (februa o amiculum Iunonis), ricavate dalla pelle di un “becco” (caprone) a lei immolato.

    Con l’avvento del Cristianesimo, Papa Gelasio I, durante il suo episcopato (tra il 492 e il 496 d.C.), ottenne dal Senato l’abolizione dei Lupercali mentre già con Papa Silvestro I (?-335), si attribuì alla festa l’attuale significato cristiano in ricordo della presentazione di Maria al tempio, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, periodo in cui, secondo la religione ebraica, la donna era considerata impura.

    Degli antichi rituali si conserva, nella tradizione popolare, questa aspettativa di ritorno della bella stagione, estrinsecata dai numerosi proverbi che vengono recitati in ogni cadenza dialettale. Accanto a quelli più classici, di chiaro riferimento “meteorologico”, varianti curiose sono quelle riferite al comportamento degli animali. Abbiamo così “Se l’ors à la Siriola la paia al fa soà ant l’invern tornom a antrà (se l’orso si rigira nel giaciglio alla Candelora e continua a dormire, si torna a soffrire il freddo,) simile al piemontese “se l’ouers fai secha soun ni per caranto giouern a sort papì” (se l’orso fa seccare il suo nido, per 40 giorni non esce più), ma anche lupi, leoni od uccelli, galline partecipano a questi ritornelli. In Inghilterra hanno scomodato, pure, il riccio (hedgehog) e in America, privi di questi graziosi animaletti, hanno istituito il giorno della marmotta (groundhog). Ed infine, per concludere… fuori, nevica!

    Adriana Morando

  • Le 72 ore più fredde dell’anno: i “giorni della merla”

    Le 72 ore più fredde dell’anno: i “giorni della merla”

    Un vento gelido di tramontana che fischia insinuandosi tra le imposte (“ondata di freddo siberiano”, è stata definita: nulla di più vero), tetti imbiancati sulle prime propaggini dei monti che circondano Genova e  previsioni metereologiche foriere di altre precipitazioni: rispettando gli antichi detti popolari, sono arrivati i giorni della merla.

    Se qualcuno si era illuso che le tiepide temperature di un inverso anomalo ci potessero traghettare verso la bella stagione, senza farci tirare fuori dall’armadio guanti, sciarpe e berretti, è stato prontamente smentito. Questi giorni (29-30-31  per alcuni, 30-31-1° febbraio per altri) vengono, a buon diritto, considerati i più rigidi dell’anno e, per consuetudine, indicati come il “barometro” dei mesi a venire.

    Se sono ”artici”, infatti, ci assicurano i ben informati, potremo godere di una mite stagione primaverile. Ma cosa c’entra la merla in tutto questo? Precisiamo subito che dovremmo dire ”merlo” perché, per il dismorfismo sessuale (differenza tra i generi), è il maschio ad avere un piumaggio più scuro ma la leggenda vuole che sia stata una femmina di tale volatile a rifugiarsi nella canna di un camino per riparare se e i suoi piccoli dal freddo intenso, sporcando di un nero perenne, il candido piumaggio della livrea originaria.

    Esistono tante varianti di questa favola, alcune dall’esito “noir”, ma due, in particolare, ci fornirebbero anche la spiegazione del perché febbraio è il mese più corto. La nivea merla di cui sopra, stufa delle angherie di cui era oggetto da parte di gennaio che, col suo gelo, le impediva di uscire dal nido, decise di farsi una bella provvista di cibo e di mettere il becco fuori solo agli inizi del mese successivo. Gennaio, indispettito dallo scaltro raggiro, si fece regalare dal Febbraio i suoi primi 3 giorni, sorprendendo il povero volatile uscito con la sicurezza di trovare un tiepido sole e al quale non rimase che riparare in tutta fretta nel camino, con  le conseguenze di cui sopra.

    Una versione quasi simile narra di un merlo convinto di aver ingannato Gennaio con analogo stratagemma e, lasciato il caldo nido, avesse esclamasse “Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno!”, il cui borioso atteggiamento fu punito, immediatamente, con l’acquisizione di quei fatidici 3 giorni e solito finale, una leggenda parafrasata da Dante, nel XIII canto del Purgatorio, con il verso “Ormai più non ti temo!”, come fé ‘l merlo per poca bonaccia”.

    Le uniche tracce di una qualche verità storica le possiamo riferire alla riforma del calendario romano ad opera di Numa Pompilio ( 713 a.C.), in cui i due primi mesi dell’anno vennero aggiunti ai 10 già preesistenti, attribuendo a gennaio (dal dio Giano=Ianuarius) un computo di 29 giorni, portati a 31 solo successivamente.

    Anche la religione annovera due varianti di questo detto popolare: un’eroica merla si sarebbe sacrifica bevendo il latte di Gesù, avvelenato dal fiele, ricevendone in cambio, dopo 3 giorni di patimenti, un clima più mite per una più rapida guarigione; una seconda stesura racconta come un servo di Erode avesse catturato il pennuto insieme ai suoi piccoli e se li volesse mangiare. Il disperato padre dopo aver raccolto una provvida pagliuzza, strappata dalla culla del Signore, l’avrebbe lasciata cadere sugli implumi che, acquisita l’immediata capacità di volare, si sarebbero messi in salvo con una precipitosa fuga.

    Meno nobile ma sicuramente efficace, fu il freddo che fece ghiacciare le acque del Po e permise a una cotal nobile signora di Caravaggio, nominata De Merli, di raggiungere l’amato per l’agognato matrimonio o l’analogo espediente usato per traghettare, sullo stesso fiume, un pesante cannone denominato “La Merla”. La spiegazione di un tale motto, forse, molto più semplicemente, è da ricercare nelle buie serate invernali, quando la terra, stretta nella morsa del gelo, fermava il lavoro dei contadini e permetteva loro momenti di aggregazione intorno al caldo di vecchie stufe o scoppiettanti camini e dove l’allegria era assicurata da novelle beneauguranti, da festosi canti e qualche libagione di troppo.

    Gli stessi fuochi e canti rituali che si celebravano nelle ancestrali comunità rurali come omaggio propiziatorio per il futuro raccolto, similmente a quanto accade nella rievocazione dei” Canti della Merla” lombardi in cui la Merla, una fanciulla del luogo, sale su una catasta di fascine ed inizia una serie di cori a cui rispondono gli astanti, in una sorta di “predizione” per la futura stagione agraria. Certo che, se c’è qualcosa di vero nella saggezza popolare, dovrò spiegare ai miei gerani, fioriti inaspettatamente in pieno dicembre, che possono tornare a dormire sereni perché, stante la tradizione, è in arrivo una limpida, tiepida, prossima Primaveraaaaaa

    Adriana Morando

  • Carlo Maria Viganò: l’uomo allontanato dal Vaticano, voleva ordine nei conti

    Carlo Maria Viganò: l’uomo allontanato dal Vaticano, voleva ordine nei conti

    Ancora una volta gli “Intoccabili” di La7. Una nuova inchiesta provocatoria, un argomento “scottante”, un’altra casta di intoccabili, ecco gli ingredienti di un’indagine che ha messo in luce come gli interessi economici non risparmino nessuno, neppure coloro che, pur nella loro dimensione umana, dovrebbero avere obiettivi più metafisici, i religiosi e con essi la loro “casa” madre, la Città del Vaticano.

    In questo piccolo stato, che è il faro mondiale della cristianità dove si predica la carità, il rispetto, la moralità, parallelamente si tramano complotti di palazzo degni di veri “noir”, si corrompe e si è corrotti spinti dall’ambizione di maggior potere, si gioca disinvoltamente con il denaro (per la maggior parte donazione di credenti) con la disinvoltura dei più navigati brokers e, se si dimostra di essere troppo ligi, viene applicata la formula salva-faccia “promoveatur ut amoveatur” (ti promuovo per toglierti dalle scatole).

    E’ quello che sembra essere successo a Carlo Maria Viganò, nominato Segretario Generale del Governatorato del Vaticano, il 16 luglio 2009, organismo con potere esecutivo che gestisce tutti gli appalti, i lavori, gli Enti e le forniture della roccaforte della fede. Al momento dell’incarico il bilancio segnava un pesante passivo di circa 8 milioni di euro, legato a transazioni poco trasparenti, come quella che ha comportato una perdita di 2,5 milioni di euro in un sol giorno, e all’utilizzo di ditte “aficionadas” per appalti di ogni genere.

    Quando è stato rimosso dall’incarico, dopo solo poco più di un anno, il bilancio segnava un “più” di 34 milioni e 450 mila euro. Questo onesto prelato, figlio di imprenditori lombardi, con un’opera capillare e vigile su capitoli di spesa lievitati, su episodi di corruzione, sul riordino di magazzini caotici, su un impegno costante della trasparenza fa un lavoro immane di risanamento, procurandosi, per ovvi motivi, una miriade di nemici che lo attaccano con biechi bisbiglii di palazzo o con articoli “anonimi” come quelli comparsi su ”Il Giornale”.

    Con lettere inedite che, inequivocabilmente, dimostrano i fatti, l’arcivescovo Viganò relaziona il Papa circa lo stato “drammatico” della gestione delle cose dello stato e, successivamente, di questo attacco alla sua persona, palesando i suoi timori circa voci che parlano di una sua destituzione dal servizio. Questa coraggiosa denuncia insieme ai tagli drastici con cui ha portato avanti il suo operato, prova ne siano il risparmio di 850 mila euro sul giardinaggio, utilizzati per creare una piccola centrale termica, o il dimezzamento dei 550 mila euro del costo del presepe natalizio, hanno toccato interessi economici enormi e il paventato allontanamento diventa una realtà.

    Ancora una missiva, indirizzata al Presidente della Segreteria di Stato, Cardinale Bertone, dai toni duri in cui si chiede, tra l’altro, di poter dar conto del suo operato davanti agli organi preposti, come prevede il diritto canonico, e chiede conto della sua mancata nomina a Cardinale, come promesso, che “suona” come azione punitiva nei suoi confronti. Nonostante ciò, inesorabile arriva il suo trasferimento a Washington e la “promozione” a Nunzio Apostolico in USA, carica molto prestigiosa ma che ha il sapore di una beffa. In un ultimo disperato tentativo, il prelato si rivolge direttamente al Santo Padre ma senza esito e il 19 ottobre 2011, rispettando quel voto di obbedienza a cui sono legati i religiosi, parte per il nuovo incarico.

    Questi i fatti e i dubbi di correttezza, sollevati dall’inchiesta, che hanno suscitato un prevedibile vespaio con critiche durissime da parte del Vaticano, il quale ha già minacciato pesanti azioni legali a salvaguardia dell’onorabilità non solo dei religiosi ma anche di grandi nomi della finanza o del faccendiere di cui si parla nel servizio… Non si può non essere d’accordo che prima di infangare l’immagine di una persona bisogna essere estremamente cauti ma i documenti presentati, la testimonianza di un personaggio del mondo finanziario, debitamente oscurato, che denuncia la perdita di 15 milioni di euro in 10 anni, l’enorme risanamento di bilancio, le lettere inedite di Viganò e, non ultima, la repentina (assolutamente lecita) nomina a cardinale di Mons. Giuseppe Bertello, uno dei due sostituti dell’arcivescovo, sono fatti che paiono difficilmente inconfutabili: le insinuazione, le ambiguità, le illazioni sono un problema di opinione che ognuno risolverà secondo coscienza.

    Adriana Morando

  • La favola dei blue jeans: dal porto di Genova agli Stati Uniti

    La favola dei blue jeans: dal porto di Genova agli Stati Uniti

    panorama del porto di genovaC’era una volta il “denim”, una solida tela in cotone, contrassegnata da robustezza ed adattabilità, grazie alla sua armatura a saia (disposizione diagonale dei fili), il cui nome sembra derivare da “Nimes”, città della Francia, in cui veniva intrecciato. Fin dal XV secolo, era usato in competizione col fustagno, prodotto nella città di Chieri (Torino) e che raggiungeva Genova per venire esportato o adoperato nella creazione di sacchi per vele o per teloni da copertura. Secondo alcuni, questo tipo di filato è stato impiegato, per primo, nella manifattura di pantaloni da lavoro, antesignani dei “Jeans”, primogenitura assegnata, da altri al bordatto ligure o vergatino, un tessuto, quadrettato, in cotone.

    Sta di fatto che, come narra  questa “favola”, un anonimo mercante genovese decide, alla fine dell’800, di inviare in America una partita di queste tele di colore blu (dalla tintura con indaco), e di sfruttarle per la confezione di tute e, soprattutto, di calzoni, caratterizzati da ampie e robuste tasche, molto richiesti dai cercatori d’oro.

    L’accoglienza favorevole dimostrata verso tale abbigliamento, spinge due attenti tessitori, Levi Strauss e Jacob Davies, non solo a produrre la tela di “Genes” (da cui Jeans) ma anche a chiederne il brevetto, nel 1874.

    Il cammino dei jeans verso la notorietà conosce, fino ai primi del ‘900, un periodo di “oscurantismo” che li confina tra la merce di “basso rango” ma con l’avvento, negli anni ’30, dei primi film sui cowboys, in cui i protagonisti li indossano insieme agli immancabili pistoloni, in atteggiamento da vero “macho” e quando James Dean, nel 1955, diviene un mito emblematico con la sua “Gioventù bruciata”, il loro uso si diffonde rapidamente tra i giovani americani, tanto da farne “l’uniforme” dei teenagers.

    Con la guerra, arrivano in Europa portati dai Marines, ma si deve aspettare fino al 1953, nel periodo post-bellico, perchè , grazie al basso costo, vengano assunti come “divisa” da giovani ribelli inglesi, i Teddy Boys, che li sfoggiano, sotto blazer scuri, con  modelli a sigaretta, orli rivoltati e aspetto consunto  o, più avanti, dai Capelloni che si affollano in mitiche piazze come quella di Tommaseo, a Genova.

    Contro questi simboli della contestazione giovanile, visti in molti casi come artefici di atti di delinquenza e di bravate censurabili, si scatena una vera battaglia denigratoria, a partire dal 1959, da cui non si salvano neppure i blue jeans che vengono proibiti perentoriamente dai Presidi, i quali non esitavano a rispedire a casa coloro che osano presentarsi così abbigliati, e sono fortemente esecrati dai capo-uffici, pubblici e privati, che non tolleravano nessuna deroga, in nome del contegno e del decoro.

    Ma come in ogni favola, arriva un principe salvatore, in questo caso un vero re dell’automobile,Gianni Agnelli, con impeccabili Jeans in perfetto stile “casual”, assicurando che possono essere indossati in molte occasioni, grazie ad un piacevole “senso di libertà”.

    Jesus Jeans

    Come una principessa risvegliata da un bacio, la moda dilaga già dal giorno successivo, sotto gli sguardi impotenti dei tutori del look, sia tra uomini che donne, queste ultime finalmente liberate dal talebano dictat religioso “e la donna non si metterà un indumento da uomo, perché chiunque fa tali cose è in abomino del signore (deuteronomio capitolo XXII)”.

    Merita citare, non proprio come esempio di morale conclusiva di una fiaba,  lo scalpore suscitato in quegli anni dall’immagine provocatoria di una nota pubblicità lanciata dal marchio “Jesus”, il quale campeggiava su un formoso lato B, accompagnato da un “caldo” invito: “chi mi ama, mi segua”.

    Adriana Morando

  • Kodak, il colosso della fotografia richiede la bancarotta

    Kodak, il colosso della fotografia richiede la bancarotta

    Con un passivo di 1,62 miliardi di dollari superiore al fatturato e con 6,75 miliardi di dollari di debito, Kodak ha richiesto bancarotta assistita.  Il colosso americano, complice l’avvento della fotografia digitale, ha visto crollare negli ultimi 15 anni il suo valore di mercato da 31 miliardi di dollari a 150 milioni.

    La Eastman Kodak  ha interrotto la produzione e ha ufficialmente richiesto qualche giorno fa l’amministrazione controllata, il “famoso” capitolo 11 del diritto fallimentare americano, durante la quale continuerà ad operare grazie al prestito di 950 milioni di dollari  concesso dalla banca statunitense Citigroup. 

    Sotto i riflettori l’operato dell’amministratore delegato in carica Antonio Perez: durante la sua gestione Kodak ha perso 7 miliardi di dollari di valore di mercato e ha registrato perdite costanti ogni anno. I 1.100 brevetti che Kodak ha accumulato nel corso del tempo sono l’ultimo valore residuo di cui la multinazionale americana dispone e solo vendendo buona parte di questo portafoglio potrà sperare di riemergere dalla crisi.

    Il grande pioniere della fotografia George Eastman fondò la Eastman Kodak nel 1892; fu lui a fabbricare la pellicola trasparente di nitrocellulosa da 35mm che divenne la base dell’industria cinematografica e tale rimase sino all’avvento del digitale. Divenne ricco in pochissimo tempo nonostante avesse iniziato come dilettante. Nel 1932, a 78 anni, dopo aver donato parte della sua ricchezza a scopo benefico, si sparò un colpo di pistola al cuore lasciando un breve messaggio scritto: “Ai miei amici: il mio lavoro è compiuto. Perché attendere?”