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Articoli di storia. Genova com’era un tempo, la musica e i grandi personaggi del passato

  • Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    Storia di Genova: gli Spinola e il palazzo della Prefettura

    “Omnia tempus habbent”: Massimiliano Spinola osò far apporre questa targa -una incauta provocazione diretta niente di meno che al re – sul portone della sua dimora che svetta, tuttora, in Largo Eros Lanfranco e che è sede della Prefettura di Genova.

    L’aneddoto si riferisce al rifiuto opposto, dal nobile, alla nomina di Ciambellano del re, conferitagli da Vittorio Emanuele I.

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    Massimiliano Spinola e l’affronto a Sua Maestà – leggi l’articolo su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Piazza De Ferrari

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    Pensi alla piazza più importante della città, la cartolina di Genova, quella fontana imponente che spesso il vento trasforma in getto per l’irrigazione di cemento e passanti, pensi a piazza De Ferrari, all’agorà genovese, e immagini secoli e secoli di storia. In realtà si tratta di una delle piazze più “giovani” del centro cittadino, figlia di numerosi interventi spalmati lungo un intero secolo.

    Venne ultimata soltanto nel 1934, quando fece la sua comparsa la grande fontana opera dell’architetto Giuseppe Crosa, realizzata grazie ad un cospicuo finanziamento della facoltosa famiglia Piaggio intenzionata a celebrare con un monumento l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Abissinia.

    Ma facciamo qualche passo indietro, procediamo con ordine. Fino al giorno in cui la Repubblica di Genova venne annessa al Regno di Sardegna, quella che oggi conosciamo come piazza De Ferrari era uno slargo secondario, di forma triangolare, stretto fra la grande chiesa del Rimedio, il Palazzo Ducale e l’antica sede del Secolo XIX (a nord del Ducale). Da lì partiva via Giulia (l’attuale via XX Settembre), non esisteva via Dante, né via XXV Aprile e neanche via Roma, salendo dalla chiesa si raggiungeva Porta Soprana e Ponticello, e quindi il colle di Sant’Andrea le cui pendici, che sovrastavano via Ravecca, andavano a distendersi proprio in piazza San Domenico, questo era il suo nome.

    Dalla piazza, impreziosita da un piccolo barchile risalente al 1536, si accedeva all’edificio sacro, la chiesa di San Domenico che conteneva le tombe dei Dogi (il complesso religioso era molto ampio, copriva la zona del Carlo Felice e l’attuale centro della piazza, proprio dove ora c’è la fontana). A pochi metri di distanza si trovava il vero agorà cittadino, ovvero quella piazza Matteotti sulla quale affaccia il palazzo Ducale. La facciata del Ducale che da su piazza De Ferrari, infatti, è stata riadattata e affrescata una volta ricavata la nuova piazza, prima si trattava semplicemente del retro, poco visibile, del più importante palazzo cittadino.

    Come detto, nel 1815, la Repubblica passò sotto il governo del Regno di Sardegna e le nuove autorità decisero di aprire un varco nel cuore della città, per dare un punto di riferimento e di snodo alla viabilità cittadina. Fu così che, provocando il dissenso di buona parte dei genovesi, venne demolita la chiesa di piazza San Domenico, prova di forza non da poco del regno di Sardegna visto che si trattava di uno dei simboli della città, rivale di sempre, finalmente annessa.

    La sistemazione dell’area venne affidata all’architetto genovese Carlo Barabino, il quale progettò la costruzione di una caserma sul lato orientale. Nel 1825 venne completato il porticato di levante (così come lo vediamo ora) che avrebbe dovuto “sorreggere” la caserma, e presentato il progetto per la costruzione del nuovo teatro dell’opera di Genova. Una prima fase dei lavori termino’ nel 1828 con l’inaugurazione del Teatro Carlo Felice (chiamato così in onore del re Carlo Felice) e della via Carlo Felice (attuale via XXV Aprile), la seconda fase nel 1832, quando si inaugurò un edificio di due piani che sostituì il progetto originale della caserma per ospitare l’Accademia Ligustica di Belle Arti, ancora oggi nella sua sede originale.

    Come conseguenza di questi importanti lavori di ammodernamento, San Domenico iniziò ad acquistare importanza nella vita cittadina. Il 10 dicembre 1875 si decise di dedicare la piazza a Raffaele De Ferrari, ricco filantropo genovese e promotore dell’Accademia; nell’ultima parte della sua vita, rientrato dall’esilio in Francia per aver ucciso il domestico durante la pulizia di un’arma da fuoco, De Ferrari decise di donare patrimoni enormi alla sua amata città natale, fra cui il Palazzo Rosso di via Garibaldi e venti milioni per il rifacimento dell’area portuale.

    Ma la svolta definitiva arrivò nel 1910, quando venne demolito l’antico quartiere di Ponticello per realizzare via Dante e il palazzo della Borsa (inaugurato due anni dopo). In quegli anni la conformazione della città di Genova venne stravolta, e con l’apertura di via Dante, la nuova piazza De Ferrari divenne il centro della viabilità, la piazza più frequentata a ogni ora del giorno. Nel 1920 venne ultimato anche l’ultimo palazzo che affaccia sulla piazza, quello che nasconde la chiesa del Gesù e che attualmente ospita gli uffici della Regione. Dopo la posa della fontana nel 34, arriva la seconda Guerra Mondiale e i relativi bombardamenti che distrussero parte del teatro. Piazza De Ferrari (a dieci anni dalla sua ultimazione) si trovò nuovamente monca. Per rivederla completa bisognerà aspettare addirittura il 1991, quando il Carlo Felice verrà finalmente riaperto alla città, dopo che per cinquantanni venne sostituito dal Teatro Margherita di via XX Settembre (oggi sede della Coin).

     

     

  • Il lotto nasce a Genova, si chiamava il “Gioco del Seminario”

    Il lotto nasce a Genova, si chiamava il “Gioco del Seminario”

    Lo confesso: con saltuarietà e uno spreco di capitale parsimonioso, talora, mi lascio tentare ed esco dalla ricevitoria stringendo quel pezzo di carta che racchiude in se il 99% delle mie vane speranze per una vincita da nababbo e la stessa percentuale di assoluta certezza di aver contribuito, a fondo perduto, alle finanze dell’erario, entrando a far parte della nutrita schiera che pagano la “tassa sugli imbecilli”, così definita dallo statistico Bruno de Finetti, riferendosi al denaro speso per lotto e per giochi affidati al caso.

    La genesi del lemma “lotto”, che incarna il progenitore degli attuali sistemi per tentare la fortuna, si fa risalire al vocabolo francese “lot(sorte) e al corrispettivo verbo “lotir” (dividere o assegnare la sorte). Un’altra ipotesi lo connette all’antico “Hleut” tedesco, un oggetto in pietra che veniva lanciato in aria (gesto che noi ripetiamo con le monete) per dirimere le controversie all’interno delle tribù e da cui deriverebbe, poi, il ”lote” spagnolo, il “loto” portoghese, i moderni “los” tedesco o il “lot” danese ed, ancora, l’antico inglese ”hlot”.

    La passione per il gioco, del resto, ha origini antichissime essendo presente già tra gli Egizi così come tra i Caldei e non ne erano immuni i Romani i quali, durante i Saturnali, distribuivano tavolette numerate che poi venivano estratte a sorte, una specie di “nonno” della Tombola o del Bingo. L’idea di abbinare il gioco a dei “lotti” sembra essere nata ad Amersfoort, paese non lontano da Amsterdam, nel 1500, ad opera di cittadini che, sfruttando questa passione, assegnavano proprietà non altrimenti divisibili ed era noto come “Lotto di Olanda”.

    In Italia, pre-avi di questo gioco erano presenti già dal 1448, a Milano, dove nelle cosiddette “Borse di Avventura” si assegnavano, per estrazione, sette “borse” contenenti, rispettivamente 300, 100, 75, 50, 30, 25, 20 ducati. Con un ducato, si poteva inserire un biglietto col proprio nome in un cesto di vimini, mentre in un analogo contenitore si metteva un numero corrispondente di foglietti bianchi ad eccezione dei sette su cui era indicato l’ammontare del premio. Si procedeva all’estrazione contemporanea dai due cesti, ed all’abbinamento nome-biglietto che se risultava bianco, ovviamente, non dava diritto ad alcuna vincita.

    IL LOTTO NASCE A GENOVA?

    La culla del lotto Italiano, però, pare essere stata Genova, covo pullulante di “bische” dove si puntava su tutto come si evince da uno “Statuto” con cui le autorità proibivano giocate che avessero come oggetto la vita di personaggi eminenti quali il Papa, l’Imperatore, i Cardinali ma anche la sorte di eserciti, di matrimoni o eventi terribili come la peste. In questo panorama frenetico di scommesse, nel 1617, anno in cui il 29 aprile veniva eletto doge Gian Giacomo Imperiale, un gruppo di privati cittadini, capeggiati da Benedetto Gentile, si inventò il “Gioco del Seminario“.

    Ogni 6 mesi, 5 dei 120 membri dei “Serenissimi Collegi” venivano rinnovati mediante una specie di lotteria: i nomi dei candidati erano indicati su biglietti progressivamente numerati ed inseriti in un urna di sorteggio chiamata, appunto, “seminario”. Da qui l’idea di “azzardare” quali sarebbero stati i designati e quindi quali numeri sarebbero usciti. Dopo un primo tentativo di contrastare tale pratica, nel 1643, l’animo “mercantile” genovese prevalse e si pensò di trarne profitto demandandone la regolamentazione allo stato, naturalmente, con l’aggiunta di una tassa di accompagnamento. Il successo enorme di questa prassi, spinse le autorità, sempre a caccia di “palanche”, ad aumentare le estrazioni, staccandole dal rinnovo semestrale dei Collegi, ed ad estendere i numeri fino a 90, associando ad essi i nomi di fanciulle bisognose che, se vincitrici, ricevevano una cospicua somma da usare quale dote.

    Questa lotteria chiamata “Lotto della Zitella” si diffuse presto, con le stesse modalità, a Napoli mentre a Venezia, dove una parte dei proventi venivano usati per la pubblica illuminazione, verso la metà del ‘600, il Consiglio dei Pregadi istituì il “Lotto del Ponte di Rialto” che prevedeva, quale premio, l’’assegnazione di immobili di valore fino a centomila ducati.
    Nello Stato Pontificio il gioco, ovviamente, fu osteggiato a tal punto che il Papa Benedetto XIV, nel 1728, arrivò a minacciare la scomunica ma, solo 3 anni più tardi, con Clemente XII, tornò ad essere un sostegno insperato per umili donzelle, fino al 1785, anno in cui Pio VI destinò le vincite alle Opere Pie. Il 23 settembre 1863 la gestione del “lotto Genovese”, così era conosciuto, passò al giovane Regno d’Italia e diventò, da allora, una voce di bilancio talmente consistente che qualcuno ha auspicato una versione “europea” di un suo stretto parente il “Superenalotto”.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Storia di Genova: il Carnevale ai tempi della Superba

    Abbiamo parlato nei giorni scorsi della storia del Carnevale. Ma com’era il Carnevale genovese? Può sembrare incredibile ma era più chiassoso, più sfarzoso e più dissoluto di quello di Venezia. Se ne ha prime notizie in documenti del XIII secolo, in cui venivano accordate dilazioni ai debitori perché potessero partecipare alla festa con animo sereno.

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  • Sanremo: la casa di riposo dove picchiavano gli anziani

    Sanremo: la casa di riposo dove picchiavano gli anziani

    Una vita che nasce, cresce e poi invecchia: queste sono le tappe del ciclo biologico di un essere vivente. In questo percorso si individuano fasce di età più fragili che sono quelle dell’infanzia e della vecchiaia, fasce che sono spesso oggetto, proprio per la loro incapacità a difendersi, dei soprusi più vili. Purtroppo, la cronaca registra l’ennesimo episodio di violenze reiterate, in una casa di degenza per anziani di Sanremo, che nulla ha da invidiare ad un vero girone dell’inferno dantesco. “Borea”, questo è il nome della struttura, “Acheronte” l’operazione della Guardia di Finanza e dei Carabinieri Nas di Genova che ha posto fine a questo orrore arrestandone gli artefici, “Airone” la cooperativa che forniva questo “qualificato” personale per i 42 ospiti non autosufficienti. Questo è il quadro della triste vicenda, la cui cornice è completata dai 6 “aguzzini” che, scorci di video registrati durante l’indagine, mostrano in tutta la loro crudeltà ed efferatezza.

    Le denunce dei parenti, insospettiti da ecchimosi riscontrate sul volto e sul corpo dei loro cari, hanno fatto scattare gli accertamenti , circa sei mesi fa, da cui è emerso, con documentazioni inconfutabili, come gli anziani, specie quelli con più gravi problemi cognoscitivi, venissero legati, picchiati con schiaffi e gomitate, sbatacchiati sui letti, spintonati, presi per i capelli, e chi più ne ha più ne metta. L’abominia risulta ancora più inaccettabile perché, come si evince facilmente dalle immagini, queste sevizie venivano comminate senza un’apparente motivo ma per puro sadismo.

    Un esempio per tutti: uno squallido corridoio, un’anziana legata su una sedia rotelle, passa un ”operatore sanitario” e… scatta, improvvisa, una gomitata. Nessuna giustificazione per questi mostri capitanati da Rosalba Nasi, responsabile della struttura agli arresti domiciliari, 58 anni, originaria di Mondovì ma abitante a Sanremo, moglie del senatore Gabriele Boscetto del Pdl che, pur non partecipando direttamente allo scempio, ne sarebbe stato a conoscenza e non avrebbe fatto nulla per impedirli.

    Per completate questo triste panorama, oltre a condizioni igieniche fatiscenti, ci sarebbero anche due morti sospette risalenti ad alcuni anni fa: un’anziana ricoverata all’ospedale per una profonda ferita lacero-contusa dovuta a un piatto calato “inspiegabilmente” sulla sua testa, poi morta per un ictus il mese successivo, e un secondo decesso imputabile ad un’eccessiva dose di tranquillanti.

    La struttura non è stata chiusa per non arrecare ulteriore danno ai pazienti ma la Asl ha provveduto ad inviare 4 medici al fine di verificare lo stato dei degenti, mentre i Nas hanno il compito di fotografare lo stato della struttura sia in termini di idoneità ambientale sia in termini di presidi sanitari adeguati, non ultimo la presenza di alimenti o farmaci scaduti. Il sindacato generale dei pensionati (Spi) aderente alla Cgil, interpretando il sentimento unanime, ha sentenziato ”nessuna pietà”, perché nessuna pietà può essere invocata davanti a tanta ferocia. Dallo stesso Spi parte una proposta condivisibile: l’apertura 24 ore su 24, a visitatori e familiari, di questi centri, per poter espletare una vigilanza costante, primo deterrente contro comportamenti aberranti. Sarebbe consigliabile, anche, a mio parere, una selezione più accurata del personale oltre a “responsabili” con tanto di abilitata qualifica, tra le quali , non pare, si configuri quella di “moglie di senatore”.

    Adriana Morando

  • Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi e le tre “besagnine” genovesi

    Giuseppe Garibaldi

    In occasione dei 150 dell’Unità d’Italia, tante sono state le manifestazioni celebrative che si sono svolte per ricordare quei “luoghi della memoria” che hanno costellato il difficile cammino verso questa conquista o per ricordare quelle figure eroiche che hanno pagato, talora col sangue, il prezzo dei loro ideali. Uno dei personaggi dominanti di questo periodo è stato, senza dubbio, Giuseppe Garibaldi a cui sono stati dedicati conferenze, dibattiti, mostre fotografiche, incontri commemorativi, fiction televisive.

    Tra le rimembranze storiche esiste, a Genova, nel museo S. Agostino, una lapide che così recita: “Saluti riverente il popolo/questa casa/che per fraterna pietà di Natalina Pozzo/accolse fuggiasco/Giuseppe Garibaldi iniziante la gloriosa epopea delle sue gesta/il 4 febbraio 1834…”. L’episodio a cui fa riferimento, che Ernesto Pisani ha tradotto in rima nella poesia “Ciassa Sarzan, ‘na neutte de frevâ” (piazza Sarzano, una notte di febbraio), racconta di un edificio non più esistente, spazzato via dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale ma che si ergeva al n°46, in quel luogo dove ferveva l’opera degli “strapunté” (materassai). Anche la protagonista è, solo, un nome perso nel tempo, tenuto in vita da un ricordo leggendario non scevro da un pizzico di “suspense”.

    LE “SCAPPATELLE” DI GARIBALDI CON LE “BESAGNINE”

    E’ buio, la notte nasconde i passi affannosi di un fuggiasco, la polizia insegue un ricercato, reo di aver partecipato ad una fallita insurrezione mazziniana. Quando tutto sembra perduto, una porta si apre nel cuore del quartiere di Sarzano e l’ombra scivola al sicuro di vecchie mura: è la casa di Natalina Pozzo, una “besagnina”. La donna guarda quegli occhi azzurri, ancora increduli per lo scampato pericolo, e cerca di rassicurare l’inaspettato ospite; “Stæ sciu zoenotto, ch’òua o ciu o l’é fæto”(coraggio giovanotto che il più è fatto) “Staiei chi un pâ de giorni, poi vediêmo”(starete qui un paio di giorni poi vedremo). Dopo qualche tempo, infatti, l’eroe dei due mondi trova la via della libertà, travestito da contadino.

    Un aneddoto curioso come tanti altri se non fosse per un’altra lapide che è in bella mostra a Camerata di Sotto (Lumarzo), in Val Fontanabuona. Parole incise sul marmo per descrivere un avvenimento simile, cioè l’accoglienza ricevuta dal ricercato, però, cambia la casa, sita in strada Carlo Felice, l’attuale via XXV Aprile, cambia la data (9 febbraio) e il nome della pia donna, Teresa Schenone o “Teixinin”, come era chiamata, anch’essa fruttivendola.  Questa antitetica versione dell’episodio sembra essere suffragata da un manoscritto, datato Brescia 23 settembre 1866, in cui Garibaldi, ormai famoso personaggio della “cronaca”, rispondendo ad una lettera di Teresa, le esprime gratitudine eterna per il provvido aiuto e da una successiva missiva, indirizzata al “Barone Podesta, sindaco di Genova”, in cui l’eroe chiede una raccomandazione (esistevano già allora) al fine di trovare un lavoro per il marito della suddetta signora.

    La storia si complica ulteriormente: come ogni fatto di “gossip” ecco spuntare una terza pretendente, cotale Caterina, proprietaria dell’Osteria della Colomba, sita nel vicolo dell’Acquavite (si pensa fosse presso piazza Banchi) che assicura di essere lei ad aver soccorso il patriota  in un momento tanto tragico. Purtroppo è impossibile ricorrere alla prova dirimente del DNA e non rimane che trovare una risposta logica, per sanare la controversia, ipotizzando che tutte le tre donne abbiano, effettivamente, contribuito alla rocambolesca fuga ma in tre momenti diversi: prima in Sarzano, poi in via Carlo Felice ed infine verso il porto dove, attraverso la porta della Lanterna si arrivava a Sampierdarena e di lì, sulla strada di Sestri, si poteva  raggiungere la vicina Francia.

    Adriana Morando

  • Curiosità: la storia del Carnevale o meglio “carne levamen”

    Curiosità: la storia del Carnevale o meglio “carne levamen”

    Saturnali e CarnevaleIl 26 febbraio sarà la prima domenica di Quaresima, quel periodo in cui, in segno di penitenza, la Chiesa ordinava un “carne levamen” (allontanamento dalla carne, per analogia da ”vale” = dire addio) od anche carnem laxare (ridurre) da cui Carnasciale. Deriverebbe da questo monito latino, dunque, l’etimologia del nostro Carnevale riferito al luculliano banchetto che si teneva la sera, precedente il mercoledì delle Ceneri, dal quale iniziava il forzoso digiuno.

    Esiste un’altra versione, più accreditata tra le popolazioni nordiche, che il nome trarrebbe origine da “Carrus Navalis”, propiziatoria imbarcazione inghirlandata che i pescatori approntavano, all’inizio della primavera, per un immaginario percorso alla volta degli dei. Feste e riti portatori di fertilità, dedicati alla dea Iside ed assimilabili al nostro Carnevale, erano già presenti 4000 anni fa presso gli Egizi, così come le analoghe greche “Grandi Dionisiache” di Atene, crapule viziose celebrate nel mese di Elafebolione e dedicate a Bacco, dio del vino.

    Non ne erano scevri, neppure, i Romani: i lupercali erano cerimonie di purificazione che i sacerdoti “luperci”, seguaci del dio Fauno, ufficiavano il 15 febbraio in una grotta sul monte Palatino mentre i “Saturnali” in onore del dio dell’oro, (Saturno), iniziavano il 17 dicembre e si prolungavano per un intervallo di tempo sovrapponibile alle nostre feste natalizie (inizialmente duravano solo 3 giorni, poi portati a 7).

    Caratterizzavano la festa carri festosi tirati da animali bizzarramente bardati, grandi tavolate in cui sedevano insieme schiavi e padroni per la sospensione, temporanea, delle leggi che regolavano i rapporti tra le classi sociali, nonché balli e lazzi che degeneravano, talora, in manifestazioni di lascività e dissolutezza incontrollata.

    Dal Quattrocento inizia un’azione moratoria della chiesa per porre un freno agli eccessi ma il Carnevale continuò ad impazzare arricchendosi di nuove tradizioni: duelli di bastoni (da cui l’uso dei manganelli) tra ceti o congreghe rivali, guerriglie virtuali, come quella delle arance ad Ivrea, tra i rioni delle città e roghi di simulacri a ricordo delle celebrazioni proprie delle antiche comunità agresti in cui il fuoco simboleggiava il passaggio dalla morte alla vita.

    Ma l’emblema assoluto della festa è stato, da sempre, l’uso diffuso della maschera. Il suo significato intrinseco è da ricercarsi nel sentimento liberatorio con cui l’identità celata si affranca dalla banalità del quotidiano, lasciando l’individuo arbitro di eccedere in comportamenti inusuali sia per ruolo che per dissolutezza. Nella Grecia antica, ad esempio, nascondersi dietro un’effigie serviva a personificare entità inesistenti quali gli dei, parimenti al servo che, nei festeggiamenti carnevaleschi, poteva illudersi per poche ore di essere un vero nobile.

    Il volto nascosto, inoltre, impediva l’identificazione di persone protagoniste di “scappatelle” sessuali o veri baccanali, che nulla avevano da invidiare agli atavici rituali pagani celtici in cui gli amplessi, consumati sul nudo suolo, erano vissuti come un omaggio alla Madre Terra, dea della fertilità. Il tutto condito da un po’ di “sana” superstizione perché, secondo la credenza, una maschera ridente aveva il potere straordinario di allontanare le brame maligne di spiriti mal intenzionati.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

    Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

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    Lasciando la statale Aurelia e salendo verso il monte, (leggi anche la storia delle antiche creuze di Sant’Ilario) la strada si inerpica in salita tra il verde degli ulivi, tra antiche case che occhieggiano nascoste nel verde, tra vecchi muri a secco e piccole crœze che serpeggiano lungo le pendici del monte, erti sentieri che raccontano una storia remota. Lì dove la salita rifiata, appare la chiesa, che da il nome al borgo, dedicata a S. Ilario di Poitiers, grande padre della cristianità di cui si celebra il dies natalis il 13 gennaio.

    Edificio, probabilmente, risalente all’anno mille, lascia traccia certa di sé solo in un certificato notarile del 1198 ed in uno successivo del 1270 in cui il “Presbiter Iones Minister S.Ilarii” è citato quale testimone in un atto di compravendita. Dell’antica pieve (nel Medioevo si definiva “pieve” la chiesa principale di una circoscrizione ecclesiastica n.d.r.) rimane ben poco dopo il restauro operato, nel 1700, secondo il gusto barocco dell’epoca e l’ampiamento della navata (1712), contesto nel quale viene ingrandito, anche, il sagrato adiacente la chiesa. Sempre dello stesso periodo sono due altari, aggiunti ai sei già esistenti mentre, solo nel 1791, si procede al rifacimento di quello maggiore nel cui interno, sembra, sia stata racchiusa un’antica tavola liturgica in pietra.

    Da un inventario del 1325, si apprende che abbellivano la struttura due campanili, al posto dell’attuale alto 33 m, di cui non rimangono tracce così come non è più visibile la sobria facciata romanica, sostituita dall’attuale in stile neoclassico (1911). La chiesa, dal 1934 dichiarata monumento nazionale, conserva nel suo interno opere d’arte pregevoli come la “Madonna con bambino” dello scultore Leonardo Misano, l’affresco della volta del pittore Giovanni Carlon e un bel crocifisso ligneo del Maragliano (attribuzione incerta).

    La consacrazione a S. Ilario è ammantata di leggenda: secondo la tradizione popolare, il religioso, strenuo difensore dell’ortodossia, avrebbe trovato rifugio in questi luoghi, durante la sua fuga dalla Francia. Sulla sponda sinistra del torrente Nervi, subito all’imbocco della valletta Costalunga, vi è ancor oggi una piccola grotta, chiamata in dialetto genovese Tan-na du Santu (la tana del santo), dimora genovese dell’ecclesiastico, come testimonierebbero i documenti reperiti dal parroco Dagnino (1857). Esiste anche un’altra versione del racconto che vede il prelato solo di passaggio, su una nave, di fronte alla collina, passaggio miracoloso perché, nell’occasione avrebbe provveduto a liberare l’altura dalle terribili serpi che la infestavano.

    Qualche anziano riporta che fino al novecento fosse usanza, in ricorrenza della festa patronale, recarsi in chiesa con un ramoscello di mimosa che, rigogliosa, fiorisce lungo i pendii del monte e la cui fioritura precoce è favorita dal clima particolarmente mite di cui risente questo luogo. Tradizione ben più radicata è quella, invece, che si svolge a Parma che annovera il santo come patrono della città. Mantenuta come giornata festiva, il 13 gennaio contempla, accanto a manifestazioni religiose, la consuetudine di confezionare ed offrire gustosi biscotti fatti a scarpette in ricordo di quel lontano “die” in cui S. Ilario, transitando per la città a piedi nudi, si vide offrire un paio di calzari da un povero ciabattino, atto di bontà ricompensato con la comparsa, il giorno successivo, di un paio di calzature d’oro sul suo umile banco di calzolaio.

    Quest’anno la ricorrenza celebrativa genovese è turbata dalla contesa che anima gli abitanti per una discussa strada che dovrebbe nascere in via del Pianello. La “querelle” vede contrapposti i Verdi e il Circolo Nuova ecologia di Legambiente da una parte, al comitato per la viabilità dall’altro. “Una raccolta di firme, gazebo e striscioni per dire no ad un’opera, spiega Andrea Agostini presidente del circolo, che deturperebbe la collina con una cementificazione che prevede la costruzione di parcheggi e box e che rovinerebbe una struttura storica e importante come la scuola di agraria”. In risposta, Daniela Vecchio, presidentessa del comitato, ribadisce la necessità di attuare un collegamento viario per le famiglie che vivono nelle zone interne oltre a fornire un passaggio agibile a mezzi di emergenza quali ambulanze e vigili del fuoco. Non rimane che sperare nell’ennesimo miracolo del santo per una ritrovata concordia e una condivisa risoluzione della contesa che sappia conciliare il mantenimento di un vero angolo di paradiso naturale alla necessità di alleviare i disagi oro-geografici del territorio.

    Adriana Morando

    Foto e video di Daniele Orlandi

  • Dio e i giovani: intervista a Andrea Gallo, Prospero Bonzani, Alberto Reimondini

    Dio e i giovani: intervista a Andrea Gallo, Prospero Bonzani, Alberto Reimondini

    Don GalloQuando un credente e uno scettico si confrontano sul tema della fede, le risposte sono vaghe e, spesso, poco convincenti, da ambo i lati. Abbiamo pensato di rivolgere alcune domande sulla religione a tre preti “di confine”, Prospero Bonzani (parroco del Lagaccio, già più volte agli onori della cronaca la sua posizione favorevole in merito alla costruzione della moschea), Alberto Reimondini (responsabile della comunità S.Marcellino e dei Gesuiti di Genova) e Andrea Gallo, (sacerdote genovese conosciuto in tutta Italia, responsabile della comunità di San Benedetto), sperando che ci potessero spiegare quali risposte un ragazzo, oggi, possa trovare nella fede. Ve le proponiamo.

    In questo momento storicamente complesso di rivalutazione dei valori quale può essere il  senso di una proposta della fede ai giovani? Cosa può trovare in Dio un giovane oggi?

    Prospero Bonzani: Io credo che oggi sia, oggettivamente, molto difficile e quasi respingente cercare il senso della vita in una religione istituzionale così come essa viene presentata; soltanto l’incontro personale con realtà alternative potrebbe suggerire ad un giovane di cercare risposte anche in una fede. Vedo più facili le fedi orientali, anche se, a mio avviso, meno ricche, perché più che religioni sono filosofie, per quanto anche la filosofia si pone di cercare il senso della vita. D’impatto, vedrei repellente l’incontro di un giovane con “l’istituzione Chiesa”. Un giovane un po’ sveglio però! Perché se un giovane vive solo di pallone, può vivere tranquillamente di pallone e di fede mescolati insieme. Un giovane un po’ intelligente si troverebbe di fronte a delle difficoltà.

    Alberto Reimondini: Sicuramente questo è un tempo di grande trasformazione, non so se di altrettanta riflessione. La paura del nostro tempo, come in tutti i tempi, è la paura della morte. Tendiamo ad esorcizzare ed allontanare la diversità, la sofferenza, le persone che ci ricordano che ci sono interrogativi nella storia dell’uomo e del mondo. Per questo ci costruiamo un sistema di idoli indotto, nel quale speriamo di trovare la risposta alle nostre domande di fondo. Tutto fuori. Il punto chiave è avere il coraggio e la voglia di guardare dentro di sé, all’interno anziché all’esterno. Il rischio è che la quantità di proposte che ci spingono all’esterno, che di per sé rappresentano una ricchezza, ci faccia perdere il senso profondo che è dentro di noi. Qualunque senso che possiamo dare, lo possiamo dare partendo dal nostro interno. Guardare dentro significa andare in controtendenza, e questo ci spaventa.

    Andrea Gallo: La grande Madre Natura concede, dona a tutti gli esseri umani questa energia, il dono dell’intelligenza, della creatività e della spiritualità. Partirei di qui prima di parlare di fede; la spiritualità in partenza non ha nessun riferimento alla religione, che viene dopo. Questa ci richiama ad entrare nelle nostre profondità dell’anima. Sono le religioni poi che non rispettano la spiritualità di ciascuno. Cosa può proporre oggi la Chiesa cattolica, che amo e di cui mi sento parte, se non rispetta questa spiritualità personale? Una religione soprattutto, fedele all’ispirazione della  propria fede, quindi per quanto riguarda la Chiesa cattolica la fede in Gesù (come incontro, come dono, come persona), dovrebbe riuscire a proporre ma sempre senza arroganza né intolleranza. Le religioni devono riconoscere che chiunque incontrano ha già un’etica personale, credente o non credente.

    Qual è il passaggio dalla spiritualità alla fede in Dio?

    Prospero Bonzani: Prima c’è il passo di un dio, cioè un essere trascendente ed eterno rispetto al temporaneo di tutto ciò che esiste e che noi vediamo; vuol dire credere che c’è qualcuno che ha dato un senso al cosmo, dal Big Bang all’atomo. Credere in un dio coincide con il credere in un senso della vita dato da un altro che non è la vita stessa. Se io penso che qualcuno abbia creato, penso che abbia creato per un fine positivo, definitivo attraverso tanti capitoli della storia dell’umanità. Penso che la fede in Dio non sia necessaria, ma sia equivalente a chi crede che la vita abbia un senso e non sia un casino completo. E questo per me è già moltissimo; sarebbe già moltissimo che un giovane credesse in questo, perché io ho l’impressione che la maggior parte dei giovani creda che l’importante sia mangiare, bere, dormire e scopare, in generale, poi trovare un lavoro, per qualcuno trovare una casa, un po’ meno trovare un partner fisso, e divertirsi finché si può, poi mettere un po’ la testa a posto e tirare avanti; direi che è un po’ questa la media. Non ci rimane altro che scommettere! Se scommettessi per il “sì”…il mondo ha un senso e potrebbe anche esserci una vita dopo la morte. Se scommettessi per il “no”…cerchi di vivere come puoi. Se alla fine della mia vita, dopo aver scommesso per il “sì”, scoprissi che sto sprofondando nell’abisso del nulla, in un attimo penserei: “Cara vita, ti sputo in faccia perché sono contento di poter dire che ho pensato che tu fossi meglio di quello che eri, e mi vanto di me che mi sono illuso di te.”

    Alberto Reimondini: Guardare all’interno è la chiave: la fede poi è vicina. Siamo stati pensati per essere felici, parlando in termini evangelici. Scoprire quindi la bellezza che c’è in noi, la profondità, la delicatezza. Domandarsi, o percepire, se sono dati di fatto o se qualcuno le ha pensate per noi. Questa è la traccia della fede, dare un valore aggiunto a qualcosa che ha già valore di per sé. Niente di più.

    Andrea Gallo: E’ chiaro che il passaggio è il Vangelo. Come immagine ti proporrei quella di un Gesù che cammina su un manto di neve, lasciando delle impronte. La fede è proprio mettere il piede dove Gesù ha lasciato l’impronta; con una propria originalità, quindi ciascuno a modo suo. Gesù infatti non crea una religione, una cultura, un’organizzazione, ma parla all’uomo amando l’uomo.

    Don Andrea Gallo, di Luca Marcenaro

    Manca una proposta valida per un cammino di fede o i giovani non la colgono?

    Prospero Bonzani: I giovani non peccano di superficialità ma sono vittime della pressione mediatica, attraverso la quale passa il messaggio della facile felicità; a questo si aggiunge la difficoltà creata dall’immagine che la Chiesa ufficiale vuole veramente dare di sé.

    Alberto Reimondini: Sì, manca una proposta in grado di intervenire nel mondo di oggi, che è più complesso, ad esempio, di quello di cinquant’anni fa. Ma è anche vero che i giovani sono sovraoccupati, e fanno fatica a trovare mezz’ora libera durante la settimana; questo è un dato che va tenuto in considerazione.

    Andrea Gallo: A chi vuole proporre una fede io dico questo: non è vero che i giovani non hanno valori, ma il punto è che i giovani di oggi hanno una forte esigenza di autenticità. Chi vuole diffondere la buona novella deve mettere l’altro in condizione di accettare questo dono di fede. Quando la religione è una scelta imposta diventa un totalitarismo religioso; invece, per annunciare la fede, la prima cosa è rispettare la libertà di tutti, poi ascoltare, accogliere e non giudicare, usare quindi un linguaggio mai discriminatorio né dispregiativo. La grande domanda dei giovani davanti a chi annuncia loro la fede è “sei un testimone autentico?”. E’ responsabilità degli adulti, ormai da parecchi anni i giovani hanno una percezione di assenza di futuro. Proprio perché ricercano ed esigono autenticità percepiscono che i testimoni, gli annunciatori, gli educatori non sono credibili. Tant’è vero che si accorgono di essere in un mare dal quale emerge – altro che la fede! – la proposta delle tre A: Avere, Apparire, Appropriarsi.

    Ma in concreto, come viene percepita la presenza di un dio nella vita?

    Alberto Reimondini: Ognuno ha il suo personale rapporto, cioè la possibilità di confronto ma non di insegnamento, si può insegnare la religione ma certo non la fede. E’ un’esperienza interiore, un abito su misura che ciascuno deve indossare. Sant’Ignazio ci ha lasciato lo strumento degli esercizi spirituali; non delineiamo un obiettivo a priori a coloro che ci chiedono di accompagnarli in questa ricerca, ma lo scopo è guidarli verso una decisione autonoma e matura. Spesso non ci si arriva, spesso non ci si prova neanche; quante vite vissute ma mai sentite proprie? Certo l’esperienza forte di altri aiuta. Questo è il senso della comunità. La comunità cristiana nasce dalla comunicazione della fede e della non fede, senza imporre proprie idee o sicurezze.

    Andrea Gallo: Qui arriviamo, e bisogna ammetterlo con sincerità, arriviamo di fronte agli enigmi. Non è un enigma la morte? Enigma vuol dire che non si capirà mai fino in fondo.

     

    Servizio a cura di Marco Topini e Sara Ottolenghi

    Prospero Bonzani, parroco chiesa Ns. Signora della Provvidenza; ha preso una forte posizione a favore della costruzione della moschea nella zona del Lagaccio.

    Alberto Reimondini, responsabile della comunità dei Gesuiti di Genova – è responsabile della comunità “S. Marcellino”, a servizio dei senza fissa dimora.

    Andrea Gallo, della parrocchia di s. Benedetto al Porto – responsabile della comunità di s. Benedetto.

  • Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Forte di Santa Tecla

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Alcuni tra i numerosi forti di Genova, con la crescita della città, si sono venuti a trovare in prossimità del centro abitato fino ad esservi completamente conglobati. E’ il caso del forte di S. Giuliano (1819-1836) che, anticamente a picco sul mare, occupa un‘area in pieno tessuto urbano ed è la sede del Comando Provinciale dei Carabinieri. Nato sulla preesistente “Batteria Sopranis” (1745), vi si accede dal lato nord, in via Gobetti, con tanto di ponte levatoio, tuttora funzionante. Originariamente costituito da due caserme e da due gallerie, “di scarpa” e “di controscarpa”, che la leggenda vuole si prolungassero, segretamente, fino a Brignole, ha subito radicali rimaneggiamenti in occasione della costruzione di Corso Italia e per accogliere batterie antiaeree (poi demolite) che ne hanno alterato profondamente il prospetto sud.

    Poco distante in linea d’aria è il forte di S. Martino. Sorto sulla collina di Papigliano, (1820-1832), ad opera del governo sabaudo, è ricordato per una storica fucilazione, durante il regime fascista. Adibito ad abitazione per i senzatetto, nel dopoguerra, adesso è di proprietà privata e versa in uno stato di completo degrado. Edificato sul Bastione delle Forche, il forte di S. Tecla è posto alle spalle dell’Ospedale di S. Martino. Il nome ricorda l’antica chiesa del XI secolo dedicata alla santa, annessa al forte e poi distrutta, nell’ottocento, per lavori di ampliamento. La struttura militare è datata 1747 ma, di fatto, è stata terminata solo nel 1833. Triste luogo di prigionia nell’ultima guerra, poi abitazione civica, dal 2001 è stata affidata all’Associvile che ne cura il mantenimento.

    Il forte Richelieu (1747), ubicato sul contrafforte orientale del Ratti, deve il suo nome al maresciallo francese Louis du Plessis, Duca di Richelieu. A pianta rettangolare, con una cinta a “coda di rondine”, ospita sul fronte di ingresso due imponenti bastioni su cui erano, anticamente, collocate le artiglierie. Completato nel 1827, con la realizzazione della caserma, è stato rinforzato con l’aggiunta di due batterie, chiamate “nord” e “sud,” rivolte verso il monte Fasce ed armate con cannoni da 14 GRC/Ret (Ghisa Rigata Cerchiata/a Retrocarica.). Oggi, è sede di un ripetitore RAI.

    Sito sull’omonimo monte, forte Ratti, aggetta sui quartieri di Sturla, Albaro, S. Martino. Si raggiunge salendo da via Terpi, fino a S.Eusebio, preparandosi, poi, ad una lunga passeggiata o dai Camandoli con un cammino più breve ma più impervio. Risalente ai primi del ‘700 ma modificato dai francesi e dai genieri del Regno Sardo, il forte si sviluppa quasi tutto in lunghezza (250 m) ed è sostanzialmente una gigantesca caserma. L’edificio primitivo includeva una preesistente torre, demolita, nell’ultima guerra, perché impediva la visuale alle batterie antiaeree. Si devono alla generosità della famiglia Durazzo le due ali, quella di ponente adibita a celle di prigionia e quella di levante, destinata ai magazzini. Una leggenda racconta che vi sia nascosta una camera segreta contenente armi e scheletri ma nessuno sa dove.

    Spostandoci verso ovest, incontriamo il forte Quezzi, dominante il Bisagno, poco sopra il Biscione, ridotto a ricovero per greggi e, ancora più a ponente, forte Casale Erselli, forte di Monte Croce e forte di Monte Guano, compagini rocciose mimetizzate nel profilo della collina che, abbandonate dal demanio, si limitano a pochi ruderi.

    A ridosso di Sampierdarena, arrancando per salita Millelire, troviamo forte Belvedere, teatro di uno scontro tra guelfi e ghibellini (1507) e sede, nel periodo napoleonico, di un’imponente torre, tutto ormai completamente snaturato dalla realizzazione del campo di calcio Morgavi. Nei dintorni, forte Crocetta prende il nome da un piccolo convento agostiniano. Ultimata, nel 1830, dal genio militare Sardo, l’impianto presentava un terrapieno superiore ed uno inferiore dove erano posizionati i pezzi di artiglieria e un ponte levatoio tuttora visibile. Circondata da una folta vegetazione che la rende particolarmente suggestiva, la sua cura è affidata solo alla buona volontà degli abitanti della zona.

    Eretto sulle macerie di un’antica bastia cinquecentesca, Forte Tenaglia (1816-1830) deve il nome al profilo ad “L” del fabbricato e si trova su un crinale prospicente la Valpolcevera, vicino al cimitero della Castagna. Nei suoi segreti meandri sarebbero nascosti “il tesoro di Napoleone” o quello che, si narra, sarebbe venuto a cercare un vecchio soldato tedesco, inutilmente, per il divieto d’accesso opposto dal Ministero della Difesa. Il reale tesoro è la Casa Famiglia realizzata, oggi, nella struttura, dall’associazione ONLUS “la Piuma”.

  • La vera storia dell’Islanda: il fallimento, il debito e il mito della rivoluzione

    La vera storia dell’Islanda: il fallimento, il debito e il mito della rivoluzione

    Islanda(Per aggiornamenti sulla situazione islandese clicca qui)

    L’Islanda è uno stato che conta poco più di 300 mila abitanti, un’isola appollaiata lassù nel nord dell’Europa, uno dei paesi europei con il Pil procapite più elevato, senza un proprio esercito e con un’economia incentrata sulla pesca. Una nazione che nel 2008 dichiarò bancarotta, dopo il fallimento di tutte e tre le banche nazionali con un debito estero pari a 50 miliardi, una cifra enorme e spropositata se rapportata alla modesta economia locale.

    Sono passati 4 anni da allora, il fallimento dell’Islanda trovò poco spazio nelle cronache del tempo, soffocate dall’esplosione dei mutui americani e della nascente crisi globale. Negli ultimi tempi, però, in Italia l’attenzione verso il lontano paese nordico è accresciuta notevolmente grazie al mito della “rivoluzione islandese”, che racconta la trionfale uscita dal crac finanziario condita dal rifiuto del pagamento del debito estero e delle condizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Sul web si contano diversi video e tanti contributi appassionati che raccontano le gesta eroiche degli islandesi, si tratta di racconti e documenti visualizzati da migliaia e migliaia di persone. Ma in realtà le cose non sono andate esattamente come da più parti vengono narrate. Proviamo a ricostruire quanto accaduto in Islanda negli ultimi 4 anni.

    IL CRAC FINANZIARIO DEL 2008

    Dopo l’ondata di liberalizzazione che investì l’isola negli anni ottanta, dal 1998 inizia il processo di privatizzazione delle banche e dei fondi di investimento sino a quel momento di proprietà dello Stato. Le banche non furono vendute a gruppi bancari stranieri come accaduto nell’Est dell’Europa, ma a privati islandesi molto vicini ai partiti di governo. Con le banche libere dal controllo statale (in realtà primo complice), questi soggetti si diedero alla pazza gioia, concedendo e riscuotendo prestiti in grande quantità, come mai avvenuto in passato, facendo impennare il credito interno del sistema bancario dal 100% del Pil nel 2000 al 450% del 2007.

    La krona islandese è storicamente una valuta fluttuante, esposta all’influenza dei mercati mondiali e perciò facilmente sopravalutabile, per questo si decise di puntare sul cambio con le monete estere e sugli alti tassi di interesse (5-6%, contro il 2-4% dell’area euro-USA, e soprattutto lo 0-1% del Giappone) per attirare investitori stranieri, sia sotto forma di correntisti che di speculatori.

    E così il “fratello” islandese del nostro Conto Arancio, Icesave, vide crescere vertiginosamente in pochi anni il numero di correntisti da tutto il nord Europa. Simili condizioni, ovviamente, attirarono gli speculatori finanziari di tutto il mondo. Un esempio? Immaginiamo di chiedere in prestito cento euro al paese “x” a un ipotetico tasso di 1%, sapendo quindi di dover restituire 101 euro; a quel punto si va in Islanda con i nostri cento euro e si acquista un titolo di stato (in pratica “prestando” a mia volta i cento euro all’Islanda…), il tasso islandese, infatti, garantisce che mi verranno restituiti 106 euro, ovvero 5 euro di guadagno senza aver investito un centesimo.

    L’Islanda, però, non avrebbe mai potuto reggere un simile indebitamento, basti pensare che nel 2007 i debiti a breve termine verso l’estero del sistema bancario arrivano ad essere quindici volte superiori alle riserve in valuta estera della banca centrale d’Islanda.

    Nell’estate del 2008 viene dichiarato il fallimento delle tre banche del paese, l’Islanda si ritrova a picco con un debito estero di 50 miliardi di euro (per l’80% rappresentato dal debito delle banche) a fronte di un Pil di 8,5 miliardi! La moneta nazionale subisce una pesante svalutazione sino al -35% rispetto all’euro e l’ inflazione sale al 14%. Intanto, più di mezzo milione di correntisti esteri si ritrovano con il conto congelato.

    L’INTERVENTO DEL FMI

    Islanda, abitazioniA questo punto il governo islandese non ha altra scelta che nazionalizzare le banche fallite e affidarsi al Fondo Monetario Internazionale. L’Islanda accetta il finanziamento di 2,1 miliardi di prestito secco dal FMI a cui si aggiungono 5 miliardi dagli istituti centrali della banca scandinava e dalla banca del Giappone e accetta anche le condizioni imposte dal Fondo e dettate dal programma di ristrutturazione dell’economia interna. Contemporaneamente i paesi dell’Ue, in primis Inghilterra e Olanda, risarciscono i propri risparmiatori (correntisti di Icesave) convinti poi di potersi rifare sul “colpevole”, la banca islandese, che però adesso è nuovamente di proprietà dello Stato. In parole povere, il debito delle banche contratto da ricchi imprenditori del credito, dopo la “nazionalizzazione obbligata” diventa debito pubblico dell’Islanda e si aggiunge a quello con il FMI.
    Inghilterra e Olanda, con la regia del Fondo, propongono all’Islanda un programma per la restituzione in 15 anni di quasi 3,4 miliardi e il governo islandese “gira” la patata bollente sui cittadini chiedendo loro poco più di 100 euro al mese per quindici anni. Siamo nei primi mesi del 2009.

    LA PROTESTA DEGLI ISLANDESI

    Nascono fra i cittadini movimenti spontanei e comitati organizzati, nella capitale Reykjavík si accendono proteste di piazza e manifestazioni. Gli islandesi chiedono che a pagare siano i reali colpevoli, invocano e ottengono le dimissioni del primo ministro Geir Hilmar Haarde e con una raccolta firme chiedono al presidente della Repubblica di bloccare il rimborso del debito con Olanda e Inghilterra per i congelamenti dei conti Icesave. Il presidente della Repubblica cede alle richieste e blocca il disegno di legge proponendo un referendum: nel marzo 2010 il 93% degli islandesi confermerà di non volersi accollare quel debito contratto da privati verso privati.

    Islanda, la protesta per il debito IcesaveNel frattempo un altro movimento indipendente di cittadini aveva proposto la redazione di una nuova Costituzione che sostituisse quella in vigore dal 1944 e che difendesse il paese da nuove speculazioni. Il 27 novembre 2010 furono indette delle elezioni da cui risultarono eletti, nonostante la scarsa affluenza alle urne (36% degli elettori), i 25 cittadini della Consulta Costituzionale. Gli unici due vincoli per la candidatura, a parte quello di essere liberi dalla tessera di qualsiasi partito, erano quelli di essere maggiorenni e di disporre delle firme di almeno 30 sostenitori. La ‘Consulta Costituzionale’ che venne eletta era composta da docenti universitari, avvocati, giornalisti, da un sindacalista, un contadino, un pastore e un regista.

    Originale e vincente è stato il modo con cui questa Consulta ha redatto la nuova Costituzione… Via internet! Social network, forum, videoconferenze, le assemblee potevano essere seguite in tempo reale e ogni cittadino era libero di intervenire, proporre riforme e discussioni. Al termine dei propri lavori, il 29 luglio 2011, il movimento ha presentato al Parlamento islandese la bozza della Costituzione che e’ attualmente al vaglio di una commissione parlamentare e dovrà essere sottoposta ad approvazione tramite referendum popolare prima delle elezioni presidenziali che si terranno fra maggio e giugno di quest’anno.

    L’ISLANDA PAGA I SUOI DEBITI

    Un mese dopo, agosto 2011, si è concluso il piano del FMI con tanto di annunci e soddisfazione da parte di tutti. L’Islanda finirà di pagare il debito con FMI nel 2014, fino all’ultimo centesimo, fra tagli delle spese pubbliche e aumento dei tributi sulla testa della popolazione. E che cosa ne è del debito Icesave dopo il risultato del referendum? Nel marzo 2011, con un nuovo referendum, i cittadini hanno respinto la seconda proposta di restituzione. Olanda e Inghilterra hanno allora concesso un rinvio dei pagamenti, poi, lo scorso settembre, l’annuncio del ministro dell’economia islandese ha rassicurato tutti: “entro la fine del 2012 il patrimonio della nuova Landesbanki (Icesave era una filiale di Landesbanki n.d.r) sarà sufficiente per coprire i debiti della vecchia gestione privata e risarcire le perdite dei risparmiatori. Per questo motivo cambia radicalmente la nostra interpretazione della disputa relativa ad Icesave – ha detto il ministro in quell’occasione – Non c’è più alcun motivo di contendere”. Anche il debito di Icesave verrà quindi regolarmente pagato ma, stando alle dichiarazioni del politico islandese, non saranno direttamente le tasse dai cittadini a finanziarlo. Se invece il patrimonio della Landesbanki non dovesse bastare le possibilità sono due: o si continuerà a respingere proposte di restituzione all’infinito o si arriverà ad un accordo tra le parti.

    In conclusione, l’Islanda non è ancora uscita dal terremoto finanziario che l’ha sconvolta, ma piano piano ha risalito la china e lo ha fatto seguendo scrupolosamente il piano del Fondo Monetario Internazionale. Insomma, nessun rifiuto irriverente… Inoltre, nel 2009, ha ufficialmente presentato richiesta per essere ammessa nell’Unione Europea. Certo, la leggendaria rivoluzione islandese raccontata sul web, quella dell’impertinente e coraggioso rifiuto di sottostare alle regole dell’economia globale, il complotto dei media di tutta Europa che nascondono la verità su quel che è accaduto nell’isola di ghiaccio… beh, sarebbe stata una bella storia da raccontare, sicuramente più avvincente come lettura, ma accontentiamoci: nella realtà rimane l’attesa per la decisione della commissione che dovrà esprimersi sull’entrata in vigore di una costituzione compilata sul web e partecipata dai cittadini, rimane la caparbietà di un popolo che stretto nella morsa del crac finanziario è riuscito a far sentire la propria voce ed il proprio peso politico, regalando all’Europa, qualunque sia l’epilogo della disputa Icesave, una lezione di democrazia.

    Gabriele Serpe e Giorgio Avanzino

  • Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Etna, la spettacolare eruzione e le antiche leggende

    Un gigante brontolone, sonnacchioso a tratti, si è svegliato, improvvisamente, manifestandosi in tutta la sua potenza: ecco a voi l’ Etna. Non è certo uno sconosciuto che ha bisogno di presentazioni , grazie alle sue lontane ”gesta” o alle ben più recenti 18 eruzioni a cui ha dato vita nel solo 2011, ma un opportuno tributo gli è dovuto per lo spettacolo mozzafiato che ha offerto in questa sua prima “performance” del 2012.

    Una colonna di cenere, alta più di 5000 metri, si è sviluppata dalla bocca infuocata, evocando uno scenario mefistofelico di dantesca memoria, alla quale si sono aggiunti lapilli, lava e tremolii del suolo, puntualmente registrati dagli apparecchi dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia di Catania: una esibizione di “luci e suoni” che le immagini, reperibili in rete, possono esaurientemente commentare.

    L’evento si è aperto con una prima eruzione, alle 00:50, a cui è seguita un’attività crescente, per tutto il giorno, con un picco intorno alla 22. L’attività di tipo stromboliano, cioè con esplosioni e fontane magmatiche incandescenti, ha interessato il “solito” cratere di sud-est, a circa 3 mila metri di quota e la “solita” Valle del Bove, secondo un cammino precedentemente tracciato, senza dirette conseguenze per cose e persone.

    Fin qui la cronaca, ma chi è l’Etna? Nato, 600000 anni fa, nel Quaternario, terzo e ultimo dei tre periodi che compongono l’Era Cenozoica (2,588 milioni di anni e tuttora in corso), il massiccio etneo occupa un’area di circa 1570 kmq e presenta un diametro di 215 km. Salendo su per l’antica “Schiena del Leone”, toponimo oggi scomparso, si giunge a Pizzi Deneri, da cui si domina tutta l’area sommitale del monte: lo sguardo può distendersi lungo la Valle del Leone o calarsi a precipizio nella desertica Valle del Bove, una profonda incisione con pareti alte fino a mille metri che si sono modellate in seguito al collasso di arcaiche formazioni vulcaniche preesistenti.

    Rubando l’egemonia al mare, che copriva interamente la piana di Catania, le continue eruzioni hanno portato all’attuale orografia, le cui testimonianze sono visibili nei tanti coni secondari che costellano le pareti di questo “ciclope” irrequieto. Contorte figure di rocce, le “pietre cannone” rendono il paesaggio ancora più inquietante: sono le antiche vestigia di pini laricii i cui tronchi sono stati intrappolati dall’incedere inarrestabile della lava. All’interno di questi gusci sassosi, la pianta ha terminato la sua lenta combustione fino a trasformarsi in cenere che, asportata dal vento, ha lasciato l’incavo vuoto, come una “bocca” d’obice pronta a lanciare il suo grido di morte. Il paesaggio si addolcisce ad est, scendendo a balzi verso Taormina che svetta, lontano, su acque verde-smeraldo o sfuma all’orizzonte dove si intravvede la costa calabra.

    Un posto del genere è habitat “naturale” per il fiorire di miti e leggende: nelle viscere della terra, il dio Eolo vi avrebbe imprigionati i venti ma, secondo il poeta Eschilo, era il mostro Tifeo ad agitarsi furioso in questa tetra prigione, similmente al gigante Encelao, entrambi rei di aver sfidato Giove, padre degli dei. Per i greci non poteva che esservi ubicato il Tartaro, il lugubre regno dei morti, mentre per i romani era la fucina di Vulcano, dio del fuoco o quella dei Ciclopi intenti a preparare i “fulmini” per Zeus.

    Anche il suo nome evoca scenari apocalittici: passiamo dalla etimologia greca di “aitho” (bruciare) a quella fenicia “ attano ”(fornace), senza dimenticare la romana ”Aetna”, dea greca figlia di Urano e Gea. Anche gli arabi ne rivendicano la paternità con “Jabal al-burkān” o “Jabal Aṭma Ṣiqilliyya” (vulcano o montagna somma della Sicilia) e sarebbero implicati anche in “Mongibello”, antico nome dell’Etna, oggi riservato solo alla parte apicale del monte. Sarebbe nato dal ”matrimonio” tra il latino “mons” con l’araba Jebel (montagna) ma c’è chi sostiene derivi da Mulcibel (qui ignem mulcet=colui che blandisce la fiamma), sinonimo di quel dio Vulcano che, secondo i latini, aveva saputo domare Adranus, demone del fuoco.

    Adriana Morando

  • Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Forte Diamante, Genova

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Da posizioni dominanti, alcuni dei forti storici di Genova lasciano spaziare il loro immoto sguardo da Portofino fino all’isola di Bergeggi, per poi scendere tra campanili e torri, percorrendo il centro storico e perdersi sul molo, dove la Lanterna, simbolo della città, si fonde in un tutt’uno col mare.

    Gemme incastonate nella natura, quasi tutti sono stati edificati su preesistenti strutture militari (ridotte) che nel 1747 sono state approntate al fine di contenere l’assedio austro-piemontese: semplici costruzioni in pietra, secondo le regole dei muri a secco, o specie di gabbie per sostenere terrapieni, non hanno subito ulteriori modificazioni, per mancanza di fondi, ad eccezione del forte Diamante, l’unico ultimato grazie alla generosità della famiglia Durazzo.

    Tali sono rimasti, infatti, per tutto il periodo napoleonico finché, tra il 1815 e il 1830, il Regno del Piemonte ha deciso di fornire Genova di una barriera difensiva-offensiva munitissima, vera testa di ponte tra l’Italia sabauda nord-occidentale e la Sardegna. Una nuova tecnica che intrecciava il dinamismo romantico alla robustezza dell’arte romanica ha portato alla costruzioni di imponenti baluardi, con bocche da fuoco scanalate, che hanno visto il loro unico impiego nell’insurrezione del 1849 o come batterie antiaeree nell’ultimo conflitto mondiale.

    Il forte “Diamante”, sito a 667 metri di altezza lo si può raggiungere, partendo da Righi con una passeggiata di circa un ora e mezza o, in macchina, lungo la via che da Begato costeggia lo Sperone. In posizione strategica, sia per scendere verso la Val Polcevera che la Val Bisagno, è stato teatro di eroiche resistenze come quella del comandante francese Bertrand o di cannoneggiamenti verso i paesini sottostanti di Torrazza, Trensasco, Campi, Casanova, o di occupazioni come quella dei mazziniani nel 1849. Sorte poco felice è toccata al “Fratello Maggiore”, completamente demolito durante l’ultimo conflitto, mentre il “Fratello Minore”, ubicato sul monte Spino, resiste eroicamente, seppur in pessime condizioni. Il “Puin” è il più vicino alle mura e vi si arriva a piedi con un cammino di circa venti minuti, da un varco a monte del Castellaccio. Circondato da un fossato con tanto di ponte levatoio, oggi scomparso, ed insignito di una targa, anch’essa svanita, in memoria del ferimento del celebre poeta Ugo Foscolo (ben due volte), si dice debba il suo nome ad un fantomatico “puin” (padrino), abitante in una baracca sottostante.

    Il forte “Sperone”, in cima al monte Peralto, deve il suo nome alla caratteristica forma del bastione settentrionale: dalla piccola “bastia”, datata 1319, con continui rimaneggiamenti, nel 1830, si è giunti alla struttura attuale in cui spiccano caratteristiche torri cilindriche. Ceduto nel 1958 alla Guardia di Finanza è, dal 1991, utilizzato per rappresentazioni teatrali (luci sui Forti) e si può visitarlo da marzo a novembre con tour organizzati dal Comune.

    Il “Castellaccio” è il primo forte che si incontra salendo da Manin: un vecchio cancello in ferro sbarra la strada agli estranei. Di qui salendo per una vecchia strada lastricata si arriva su un pianoro occupato da altissime torri per telecomunicazioni. Dell’antica struttura rimane una vecchia caserma bipiano, in passato, in uso alla Poste e alla Marina Militare, poi, sede del “Club Castellaccio anni ’30”. Dall’alto, il terreno degrada verso la Torre della Specola, edificio in mattoni rossi, edificato nel primo ottocento, sorto in quel triste luogo dove, dal 1509, si eseguivano le condanne a morte. In buono stato di conservazione viene utilizzato dall’Istituto Idrografico della Marina come deposito materiale e come archivio.

    Il forte di “Begato” si trova sulla carrozzabile delle Mura Nuove, salendo da Sampierdarena: su progetto del Barabino, è una struttura a pianta quadrata, rinforzata, ai lati, da bastioni a tronco di piramide, uniti da spalti su cui potevano trovare posto 26 bocche da fuoco. Dal 1990 il Comune ne ha avviato il recupero per offrire ai cittadini, ampi spazi aperti per attività polivalenti.

    Altre imponenti presenze, occhieggiano da molti punti della città, talvolta integrati nello stesso tessuto urbano, ma di questi.. ne parliamo un’altra volta.

    Adriana Morando

  • La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    La storia del Capodanno fra tradizioni e curiosità

    L’atmosfera di magica attesa del Natale lascia il passo agli ultimi giorni di un anno che si conclude. I media riassumono gli avvenimenti più salienti, le persone ripercorrono, con la mente, momenti gioiosi o tristi di un passato recente e guardano al futuro con rinnovata speranza: una parentesi che si chiude, un’altra che si apre, pronta ad accogliere, tra bollicine e fuochi artificiali, il Capodanno imminente.

    TUTTI GLI EVENTI IN PROGRAMMA PER IL CAPODANNO 2012 A GENOVA

    STORIA E CURIOSITA’ – Una festa che si perde tra i riti pagani di un tempo remoto come quelli che si celebravano nel II millennio a.C., in Mesopotamia, in onore del Dio dell’Ordine, Marduk. Costui, dopo aver ceduto il potere, per 11 giorni, alla dea del Caos, Tiamas, faceva cessare il frastuono e il disordine generale che, tra libagioni e licenze amorose, permetteva persino agli schiavi di insultare i padroni.Celebrata con la prima Luna Nuova, dopo l’equinozio di primavera, la ricorrenza era l’emblema della riscossa sul gelo dell’ inverno e, nell’occasione, si praticavano esorcismi e rituali esoterici al fine di allontanare gli spiriti maligni.

    Analogamente, gli Egizi facevano coincidere l’inizio di un nuovo anno, verso il 20 giugno, con l’arrivo, a Menphi, della piena del Nilo che, con il suo fertile humus, assicurava fecondità e vita.

    In un frenetico rincorrersi di date e significati, il Capodanno è sempre stato festeggiato ovunque: dai Celti, nella notte tra ottobre e novembre (Halloween); il 1 settembre dai Bizzantini; il 25 marzo dagli Inglesi (fino al 1752); il giorno di Natale, nella cattolicissima Spagna (fino al 1600); in Francia, coincideva con la domenica di Pasqua; in epoca recente, quella fascista, si è tentato di farlo collimare col il 28 ottobre, giorno della marcia su Roma, senza alcun esito.

    Dobbiamo, però, a Cesare e al suo calendario Giuliano, un calendario solare che si sostituiva a quello lunare di Romolo (primo re di Roma), lo sforzo di mettere un po’ di ordine: l’inizio del nuovo anno era fissato con la festa di Giano, divinità pagana da cui deriva il nome del primo mese “gennaio”, la cui data, però, rimaneva ancora ballerina, ponendosi in un periodo compreso tra gennaio e marzo, a seconda dei luoghi. Solo con l’avvento del calendario Gregoriano (bolla papale “Inter Gravissimas”) e il successivo intervento, nel 1691, del Papa Innocenzo XII, venne stabilito come giorno definitivo, il primo di gennaio.

    Alle origini, ai miti e alle usanze sopravvivono tradizioni curiose che, ancora, ripetiamo per scongiurare fantasmi o alimentare speranze. Perché fare “botti” o indossare qualcosa di rosso? Per spaventare il dio cinese Nián, orrida bestia mangiatrice di uomini, senza dimenticare che il rosso è anche il colore del matrimonio o, per gli antichi romani, il simbolo del potere, della salute, della felicità.

    Perché buttiamo via, si spera non dalla finestra come incivile usanza di un passato recente, oggetti vecchi? E’ un modo per liberarci dalle negatività. Offrire strenne come un rametto di alloro, fichi secchi e datteri? E’ la speranza benaugurale di una vita di “dolcezze”. Mangiare lenticchie, chicchi d’uva o mandorle? E’ simbolo di ricchezza o di fecondità come, del resto, baciarsi sotto il vischio. Sulla tavola non può mancare il melograno, incarnazione della fedeltà coniugale, la stessa che legò la dea Proserpina a Plutone, dopo averne mangiato i gustosi chicchi.

    Ed infine, attenzione a chi incontrate, per primo, dopo lo scoccare della mezzanotte: meglio un vecchio o un gobbo, metafore di lunga e fortunata vita: si devono evitare, invece, bambini e preti. Questi ultimi devono la loro malasorte all’usanza di indossare stole viola, durante la quaresima, periodo in cui, nel medioevo, erano banditi tutti i divertimenti. E un capodanno senza un moderato pizzico di follia che inizio d’anno è?

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Storia di Genova: piazza Fontane Marose

    Piazza Fontane Marose

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    Tra la ragnatela di “caruggi” che disegnano il centro storico di Genova cerchiamo di ripercorrere i tempi in cui le signorine di strada, le Amorose, scesero in campo, incredibile dictu, per condizionare la storia di un toponimo. Andiamo indietro nel tempo e fermiamoci in quel luogo oggi noto come piazza Fontane Marose, antico centro cittadino dominato dai palazzi della famiglia Spinola costruiti tra il ‘400 e il ‘500 e dichiarati patrimonio dell’umanità.

    Palazzo Spinola dei Marmi e il suo convicino Palazzo Spinola Luccoli-Balestrino, aggettano su un piazza priva da tempo (come ricordano tre lapidi su un lato di viale Interiano verso piazza Portello) del suo monumento più caratteristico: un’imponente fontana a tre arcate.

    Nella “valle Bacheria”, oggi via Caffaro, sgorgavano delle sorgenti tumultuose che, confluendo in un rio, raggiungevano il mare attraverso la zona di Soziglia; nel 1206 iniziarono i lavori di ristrutturazione che portarono alla costruzione della fontana. Si giustifica, così, la prima parte del nome, ma da dove scaturisce l’aggettivo “marose”?

    La fantasia ha spiegato le sue ali più capaci per cercare di risolvere il misterioso arcano. Uno studioso genovese, Giulio Miscosi, attribuisce l’origine del nome a “maros” località famosa per un furto al tempio di Nettuno. Per trasposizione sarebbe derivato l’aggettivo “maroso” ad indicare monumenti, quali le fontane, attinenti le acque. Ma il termine si potrebbe, semplicemente, riferire al mare che, a quei tempi, stante un’urbanistica diversa, si poteva osservare facilmente dalla piazza. Quest’ultimo accostamento sembra un po’ forzoso anche se, la turbolenza delle acque sorgive, potrebbe avere evocato l’agitarsi di un mare in burrasca, con l’ovvia conseguenza.

    Un aneddoto popolare e di folklore è quello riportato da un altro dotto, Giuseppe Marcenaro: le figlie di tal “stea mou rousu” (Stefano il rissoso), affittavolo dei marchesi Spinola, continuando il lavoro del padre, aprirono un’osteria nei pressi della piazza portandosi dietro un nome tanto ingombrante che, a poco a poco, si trasformò in “de moe rouse”, poi in Mauruse ed infine in Maruse.

    Che dire, poi, del cavaliere teutonico Van Rosen, giunto a Genova per andare in Terra Santa e, invece, trasformatosi in un mastro birraio di via Luccoli? Estrapolare dal suo nome “Marose” sembra un gioco da ragazzi.

    Tra le molte citazioni e leggende popolari, senza alcuna certezza storica, ci piace, però, avvalorarne una su tutte: quella che il nome originario fosse “Fontane Amorose”, intendendo che qui, durante il giorno, si riunissero delle fanciulle spensierate e tra ciarle e risate sciacquassero i loro panni; le stesse fanciulle che, alla sera, ritornavano nello stesso luogo per mercificare il loro amore.

    Con l’avvento del perbenismo, un tale ricordo offendeva il pudore dei benpensanti che trasformarono il nome, prima in Morose e definitamente in Marose. E col nome se ne è andata anche la fontana, che fu demolita a metà dell’800, proprio per permettere l’apertura di Viale Interiano, la cui vasca è tutt’ora interrata sotto al livello del suolo e  sulla quale vegliano i monumentali palazzi Spinola, rimasti unici testimoni di quei tempi.

    Adriana Morando

    Video di Daniele Orlandi