Tag: tasse

  • Genova, addio Equitalia: l’Anci studia un ente ad hoc

    Genova, addio Equitalia: l’Anci studia un ente ad hoc

    EquitaliaA partire dal 1 gennaio 2013 si aprirà una nuova fase per i contribuenti genovesi. Da quel giorno, infatti, come stabilisce il decreto legge n. 201 del 6 dicembre 2011, il Comune di Genova alla pari di tutti i comuni italiani, dovrà gestire da solo l’attività di riscossione tributi. Addio ad Equitalia spa – il discusso ente pubblico-privato, spesso accusato di adottare un sistema di riscossione aggressivo – senza troppi rimpianti.

    Ma quali soluzioni sono alla studio nelle diverse città italiane? A Firenze, ad esempio, il sindaco Matteo Renzi ha deciso di affidare il servizio ad una spa pubblica, Linea Comune. A Vicenza, invece, si guarda in direzione della riscossione diretta con la nascita di un apposito organo comunale, “Equivicenza”.

    Tutto era partito nell’autunno 2011 in Sardegna grazie ad un gruppo di donne che intrapresero un lungo sciopero della fame in difesa delle loro case e delle aziende dei mariti minacciate dai pignoramenti. La mobilitazione convinse la giunta dell’isola a varare, il 16 novembre scorso, una proposta di Disegno di Legge Costituzionale con la quale è stata avanzata richiesta ufficiale sia di sganciamento del sistema contributivo sardo da Equitalia spa, sia di riorganizzazione regionale attraverso un’apposita Agenzia delle entrate a carattere pubblico.

    Oggi i comuni devono fare i conti con una progressiva penuria di risorse economiche e la funzione di riscossione tributi resta strategica. Considerata l’ampiezza del campo d’intervento, però, sembra necessario che ad occuparsene sia comunque un ente esterno.
    Un’interessante proposta arriva dall’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) che da tempo sta lavorando per la costituzione, al suo interno, di un organo che possa prendere il posto di Equitalia spa.
    Quindi nel prossimo futuro le ipotesi in campo sono sostanzialmente due: una gara ad evidenza pubblica per l’affidamento del servizio, oppure la creazione di un ente ad hoc, ad esempio come quello ipotizzato dall’Anci.

     

    Matteo Quadrone

  • Dall’Ici all’Imu: alla scoperta della nuova tassa sulla casa

    Dall’Ici all’Imu: alla scoperta della nuova tassa sulla casa

    “Dopo 16 anni scompare l’Imposta comunale sugli immobili relativamente alla prima casa e alle sue pertinenze”. Così nel 2008 il Governo Berlusconi annunciava l’abolizione dell’Ici, una tassa locale nata nel 1992 come imposta straordinaria, trasformata poi in tributo permanente sulle abitazioni. A partire dal giorno 5 giugno 2008 gli italiani non sono più tenuti a pagare l’imposta sulla prima casa (che rimane solo per gli immobili di lusso adibiti ad abitazione principale).

    In quell’occasione il Governo stimò il costo totale dell’operazione per lo Stato in 2,5 miliardi di euro per ciascuno degli anni 2008, 2009, e 2010; miliardi a cui si sarebbe dovuto provvedere con la legge finanziaria del 2011.

    E badar bene a chiamarle spese, perché non si tratta di “mancati introiti”, ma di uscite effettive. Una parte delle entrate che di lì a poco i Comuni di tutta Italia avrebbero visto scomparire dalla voce entrate del bilancio, quelle riferite appunto alla tassa sulla prima casa, sarebbe stata rimborsata dallo Stato con un trasferimento annuale a ogni singolo Comune. Insomma, non è difficile intuire che l’Ici, pur non pagandolo direttamente sotto forma di imposta, non è scomparso all’improvviso dalla scena. I soldi versati ai Comuni non provenivano certo da tasche diverse da quelle che per 16 anni hanno pagato regolarmente l’imposta.

    Prendiamo come esempio il bilancio consuntivo 2011 del Comune di Genova. Le entrate derivanti dall’Ici sono state pari a 119 milioni di euro; una cifra così consistente solo per i contributi derivanti dalla proprietà di immobili diversi dalla prima casa? No. Approfondendo la voce “trasferimenti” all’interno delle entrate correnti del conto economico del Comune, si evince che, di questi 119 mln, ben 77 milioni di euro sono stati versati dallo Stato nelle casse comunali come “compensazione del minor gettito Ici prima casa“.

    Oggi, con l’entrata in vigore dell’Imu, ovvero imposta municipale propria (una riproposizione dell’Ici nella vecchia versione  articolata tra l’abitazione principale e altri immobili diversi dell’abitazione principale), che cosa cambia?

    Partiamo dal presupposto che tutti i dati relativi all’Imu sono ancora molto vaghi; in un normale iter burocratico, il Comune di Genova è tenuto ad approvare il bilancio preventivo 2012, cioè il prospetto nel quale vengono indicate le previsioni di spesa e di entrate per l’anno in corso, entro il 30 giugno 2012: sarà dunque il primo “compito in classe” della nuova amministrazione comunale.

    Tra le previsioni delle entrate del bilancio c’è anche la voce riguardante l’Imu, ma come detto esiste ancora una forte incertezza circa questa nuova imposta, tanto che  pochi giorni fa il governo Monti ha diramato una disposizione per cui a giugno si pagherà sulla base delle aliquote standard, 4 per la prima casa e 7,6 per mille per le altre (quando era in vigore l’Ici l’aliquota sulla prima casa era del 4 per mille, quella della seconda del 6 per mille n.d.r.).

    In un secondo momento le Giunte comunali dovranno fissare, entro il 30 settembre, le aliquote definitive sulla cui base i cittadini a dicembre pagheranno il saldo. Il decreto Salva Italia del Governo Monti ha infatti eliminato il provvedimento emanato dal Ministro Tremonti con il D.L. 93/2008 che impediva ai Comuni di agire sulle tariffe (Tosap, TIA,  imposta sulla pubblicità etc), concedendo agli Enti la facoltà di applicare un aumento delle aliquote del 2 per mille sulla prima casa (che arriverebbe al 6 per mille) e 3 per mille sulla seconda casa (che arriverebbe a 10,6 per mille).

    Difficile quindi fare una previsione sull’andamento del 2012 e quantificare correttamente le entrate derivanti dell’Imu senza un quadro normativo di riferimento completo e definitivo.

    base

    Aumento rendite 60%

    totale

    min

    max

    totale min

    totale max

    ICI 1,a casa

    77

    46

    123

    15

    31

    139

    154

     

     

    ICI altre fattispecie

    120

    72

    192

         71

        104

        263

        296

    Totale

    197

    118

    315

         86

        135

        402

        450

    Quote teoriche  Comune

          201

          225

    Stato

          201

          225

    Secondo queste stime l’IMU del 2012 a carico dei cittadini di Genova dovrebbe essere pari ad almeno 400 mln di euro; quindi, rispetto all’esborso del 2011, ci sarà un maggior onere di circa 280  mln di euro. La manovra prevede inoltre una rivalutazione del 60 % della base imponibile, cioè della rendita catastale per gli immobili maggiormente diffusi, quelli della categoria A. Questa rendita catastale così rivalutata viene tassata, come detto, al 7,6 per mille, aliquota  base che viene ridotta al 4 per mille per gli immobili destinati ad abitazioni principali. Su queste ultime la  manovra prevede una detrazione di 50 euro per ogni figlio minore di 26 anni sino ad un massimo di 400 euro.

    A tale maggiore esborso si deve aggiungere anche il maggior prelievo per l’addizionale comunale, che  è passata da 0,7 a 0,8 per cento già a partire dallo scorso mese, con un introito prevedibile  a regime per il Comune di altri 8-9 mln di euro. In più, su queste aliquote il Comune ha la facoltà, come detto, di applicare una leva del due per mille e del tre per mille rispettivamente sull’aliquota del 4 e su quella del 7,6. Solo in questo caso il Comune può aumentare il gettito del proprio bilancio.

    Su questo tema l’assessore al bilancio Francesco Miceli ha dichiarato: «La posizione della Giunta Comunale è quella di sfruttare i tre punti percentuali di aumento possibile per gli immobili diversi dalla prima casa, portando l’aliquota dal 7,6 per mille al 10,6 per mille e lasciando inalterata l’aliquota base della prima casa». Bisogna vedere ora quale sarà la decisione della nuova Giunta.

    E’ importante sottolineare che questi ipotetici 400 milioni che graveranno sui cittadini di Genova saranno incassati dallo Stato per almeno il 50%; al Comune, quindi, rimarranno circa 200 milioni, comunque di piu’ rispetto ai 119 incassati nel 2011. D’altro canto, se nel 2011, come abbiamo visto, il Comune di Genova è costato allo Stato 77 milioni, nel 2012 garantirà un ricavo di 200.

     

    Manuela Stella
    foto di Diego Arbore

    I dati presentati sono stati analizzati facendo riferimento agli studi condotti dalla Commissione analisi Bilancio del Comune di Genova di “Primavera Politica”.

  • Tasse più alte d’Europa, evasione fiscale da record: cercasi Robin Hood

    Tasse più alte d’Europa, evasione fiscale da record: cercasi Robin Hood

    Spese e debito pubblicoC’era una volta, in un paese lontano lontano, un sovrano che vessava il suo popolo mandando emissari a riscuotere oboli altissimi, affamando così la brava gente. Ma un bel giorno tornò dal mare un principe che, radunati un gruppo di valorosi aiutanti, si nascose nel fitto della foresta e da lì cominciò a prendere d’assalto gli emissari del re, rubando il loro denaro per restituirlo ai poveri.

    Ovviamente questa è la storia di Robin Hood, ma a ben vedere si tratta di una storia incredibilmente attuale. Ci sono governanti cattivi, tasse alte e un popolo in difficoltà: insomma, è l’Italia di oggi. Ecco, non è un caso se una delle storie più popolari e antiche della nostra cultura parla sostanzialmente di politica fiscale: la Storia dell’uomo occidentale, se vogliamo, è essenzialmente una storia di tasse. Il principe Giovanni di Robin Hood è lo stesso che nel 1215 concesse ai baroni inglesi la Magna Charta, che impediva al Re di imporre nuove tasse senza l’autorizzazione del Consiglio (la futura Camera dei Lord del Parlamento inglese). Ma anche la formazione del Sacro Romano Impero, la Riforma protestante, la Rivoluzione Francese e quella Americana furono tutti eventi in cui il problema della tassazione fu il primo motore del corso della Storia.

    Anche oggi in Italia il problema fiscale è centrale. Per anni, e soprattutto nel recente passato, lo abbiamo affrontato a modo nostro: cioè con il pragmatismo e la morale cattolica, che sono elementi fondanti della nostra cultura. Il cattolicesimo, infatti, imporrebbe una condotta di vita piuttosto dura, improntata al sacrificio e alla castità: e proprio per questo motivo si da per scontato che non possa essere perseguita con successo dalla maggior parte delle persone. Nella realtà, quindi, pochi riescono davvero a porgere l’altra guancia e a non desiderare la donna d’altri: e questi, di solito, sono quei santi che spiccano, per l’appunto, nel nostro popolo fatto anche di navigatori e poeti. Insomma, in Italia la regola è eccezionalità, mentre la costante trasgressione si condanna in pubblico, ma è normale pragmatismo in privato. Se le tasse sono alte, il problema non si affronta: si aggira.

    L’evasione fiscale ebbe la sua consacrazione e il suo sdoganamento ufficiale grazie all’ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che in una conferenza stampa del 17 febbraio 2004 dichiarò: «Se lo Stato mi chiede il 50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta, e mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato».

    Oggi i tempi sono cambiati. Monti ha dichiarato pubblicamente, e non senza una qualche nota polemica rivolta proprio alla “linea politica” del suo predecessore, che sono gli evasori a mettere le mani nelle tasche degli Italiani. La gente poco a poco sta prendendo consapevolezza della gravità del fenomeno (120 miliardi all’anno è il mancato introito per le casse pubbliche stimato dalla Corte dei Conti); l’Agenzia delle Entrate ha intensificato i controlli a tappeto; il super-computer “Serpico”, a quanto pare, comincerà ad incrociare i dati dei contribuenti per scovare situazioni sospette. Insomma, sembra che sia cominciata la battaglia per riportare il fenomeno dell’evasione, sul lungo periodo, a percentuali in linea con quelle degli altri paesi europei.

    Eppure il problema dell’elevata pressione fiscale resta. Oggi in Italia, a chi le tasse le paga, lo Stato prende 55 centesimi per ogni euro guadagnato: un valore che non ha eguali al mondo, andando a superare persino quello dei paesi scandinavi, che però offrono i migliori servizi pubblici che si conoscano.

    Da noi, al contrario, l’enorme percentuale di gettito fiscale alimenta una spesa pubblica folle, deprime i consumi, spaventa l’investitore straniero e strangola l’economia. Se ne rendono conto tutti, non solo il Berlusconi del 2004, il quale non avendo alcuna cultura politica, ma essendo dotato in abbondanza di una beata ingenuità e di una spiccata propensione ad aggirare le leggi, era entrato nell’argomento come un elefante in cristalleria, proponendo, da uomo di Stato, di soprassedere a piacimento alle regole dello Stato (cosa che, tra l’altro, lui faceva già da tempo).

    Ma il problema non può essere se pagare le tasse o evaderle: la legge va rispettata comunque. Ciò non toglie che dovremmo chiedere leggi che, per una norma di elementare buon senso, abbiano un senso e si possano effettivamente rispettare. Nel paragone tra l’Italia di oggi e la storia di Robin Hood c’è solo un fattore che manca: è Robin Hood stesso, vale a dire l’eroe. Ma quella è solo una leggenda. Nella realtà gli Inglesi fecero tutto da soli: cioè si ribellarono.

    E in altri momenti della Storia ci furono re che persero la testa. Oggi fortunatamente sono “in voga” metodi più civili; ma il principio, quello di lottare per poter sottostare a delle leggi giuste anche e soprattutto in materia fiscale, resta. Nel corso della Storia è qui che è maturato il grado di civiltà di un paese. Se riuscissimo a perdere l’abitudine di fare leggi per il gusto di aggirarle, grida manzoniane che suonano bene a rileggerle, ma che sono sempre disattese nella vita reale, saremmo costretti a imparare a fare quello che come collettività non abbiamo mai fatto: affrontare i problemi. Fedeli al detto “calati iuncu ca passa a china” (calati giunco che passa la piena), siamo bravissimi ad aggirare gli ostacoli. Ma prenderli di petto è un’altra cosa. E anche se molti non avranno la più pallida idea di come questo si possa fare, in realtà esiste già un modo ben collaudato, che non comporta appendere la gente a testa in giù in Piazzale Loreto: benvenuti nel magico mondo della democrazia.

     

    Andrea Giannini

  • Pagare le tasse con opere d’arte e beni culturali: si può fare

    Pagare le tasse con opere d’arte e beni culturali: si può fare

    Lo sapete che è possibile pagare le tasse cedendo allo Stato opere d’arte e beni culturali di interesse pubblico? Lo ha “ricordato” direttamente l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 17/E del 20 febbraio 2012, si tratta infatti di una legge dell’agosto 1982 che permette ai cittadini italiani di adottare una soluzione alternativa per il pagamento delle proprie pendenze fiscali, ovvero la cessione di opere di autori viventi o la cui esecuzione risalga ad epoca inferiore al cinquantennio, ma anche beni culturali in genere come ad esempio gli archivi o singoli documenti dichiarati di notevole interesse storico (a norma dell’art. 36 del D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409).

    Tali disposizioni si applicano esclusivamente alle entrate tributarie dello Stato e il pagameto delle imposte attraverso le opere d’arte è consentito solo tramite il modello F24 che dovrà essere presentato esclusivamente presso l’agente della riscossione competente in base al domicilio fiscale del proponente la cessione, che, sulla base delle informazioni trasmesse dall’Agenzia delle entrate, verifica l’effettiva spettanza del credito.

    Oltre a rappresentare un’opportunità per i contribuenti, la norma in questione merita di essere sottolineata in un periodo storico come questo dove le risorse a disposizione dello Stato per l’investimento e l’acquisto di opere di grande valore storico, artistico e culturale sono esigue. Anzi, spesso per i beni non vincolati si assiste al procedimento contrario, dove è il pubblico che per ottenere liquidità ricorre a dolorose privazioni (con annesse svalutazioni) a favore del privato.

    Ovviamente lo Stato dovrà essere interessato all’acquisizione, mentre le condizioni ed il valore della cessione di beni culturali sono stabiliti con decreto del Ministro per i beni culturali e ambientali di concerto con il Ministro delle finanze. Due rappresentanti dei Ministeri compongono infatti la commissione che ha il compito di valutare le richieste dei contribuenti e costituisce dunque il presupposto operativo necessario alla fattiva applicazione della legge.

    Ma perché dal 1982 ad oggi sono stati pochissimi i casi in cui questo procedimento ha avuto luogo? Innanzitutto perché poco pubblicizzato, ma non è da trascurare la responsabilità politica, ovvero l’incapacità di valutare eventuali proposte dei contribuenti: la commissione è rimasta inattiva fino al decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali dello scorso 30 marzo 2010.

    Ciò nonostante dal giorno del decreto a tutto il 2011 l’unica opera accettata dallo Stato è stata una tela di Alberto Burri, altre 4 richieste sono state respinte, alcune sono ancora in corso di valutazione. Molto poco se si pensa a tutto il patrimonio artistico privato del nostro Paese. Sarà sufficiente la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate per far conoscere agli italiani questa possibilità?

  • La Rai fa marcia indietro: niente canone speciale

    La Rai fa marcia indietro: niente canone speciale

    Rai cavallinoCon una nota stampa la Rai si rende protagonista di una netta marcia indietro dopo la bufera del canone speciale che avrebbe reso obbligatorio il pagamento del canone anche in assenza di un apparecchio televisivo.

    A seguito di un confronto avvenuto con il Ministero dello Sviluppo Economico – si legge nella nota – la Rai precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone. La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori. Ciò quindi limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster (BBC…) che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone. Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore

    In realtà, per quanto ora si voglia comprensibilmente archiviare il tutto come una banale incomprensione/equivoco, la lettera inviata nei giorni scorsi dalla Rai a migliaia di aziende non lasciava spazio a fraintendimenti: “[…] chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dall’ambito famigliare, compresi i pc collegati in rete“.

    Insomma, una vera e propria marcia indietro, sensata e gradita.

     

  • Comuni ed Agenzia delle Entrate: aumentano le adesioni al patto anti evasione

    Comuni ed Agenzia delle Entrate: aumentano le adesioni al patto anti evasione

    Continua ad aumentare, in Liguria, il numero dei Comuni che hanno aderito alla collaborazione con l’Agenzia delle Entrate nel contrasto all’evasione fiscale. Sono arrivate a quota 45 le amministrazioni comunali che hanno deciso di seguire la convenzione stipulata tra le Entrate e l’Anci Liguria. L’obiettivo è stanare gli evasori ed accrescere la consapevolezza dei cittadini, affinché pagare le tasse sia finalmente considerato un vantaggio per tutti.

    Il Protocollo d’intesa, firmato il 22 novembre scorso da Agenzia delle Entrate-Direzione Regionale Liguria e da Anci Liguria, prevede di rendere più efficiente ed efficace la partecipazione dei Comuni al recupero dell’evasione fiscale, attraverso la definizione di programmi di recupero dell’evasione concretamente attuabili dagli stessi Enti Locali.

    Il rapporto di collaborazione permetterà di incrementare lo scambio di notizie e l’incrocio delle banche dati tra Comuni e fisco, in modo tale da fornire agli Uffici dell’Agenzia delle Entrate informazioni qualificate ed immediatamente utilizzabili per gli accertamenti fiscali.

    Inoltre l’Agenzia delle Entrate ha in programma un intenso ciclo di formazione per i funzionari comunali che faranno parte delle task force anti-evasione.

    <<I risultati fin qui raggiunti sono incoraggianti – ha dichiarato Alberta De Sensi, Direttore regionale della Liguria –  Il Comune di Genova è stato il primo a partire, ma altri si stanno aggiungendo, e la rete sul territorio diventa più capillare>>.

    L’adesione dei comuni interessa oltre un milione di cittadini liguri, quasi i due terzi dell’intera popolazione regionale. La percentuale degli abitanti rappresentati dalle amministrazioni aderenti alla convenzione è del 66%.
    In Provincia di Genova, oltre al capoluogo, sono 13 i Comuni aderenti: Chiavari, Sestri Levante, Lavagna, Recco, Cogoleto, Serra Riccò, Sant’Olcese, Bogliasco, Mignanego, Casella, Montoggio e Davagna per un totale di oltre 716 mila abitanti, pari all’81,20% della popolazione dell’intera provincia;

    in Provincia di Savona hanno sottoscritto l’impegno anti-evasione 18 Comuni: Albenga, Cairo Montenotte, Alassio, Vado Ligure, Andora, Quiliano, Ceriale, Carcare, Albissola Marina, Borghetto Santo Spirito, Cengio, Millesimo, Noli, Borgio Verezzi, Calice Ligure, Bergeggi e Urbe, i cui abitanti totali, circa 110mila, costituiscono il 38,8% dell’intera popolazione provinciale;

    in Provincia della Spezia 6 amministrazioni comunali hanno approvato il protocollo: La Spezia, Lerici, Ortonovo, Castelnuovo Magra, Vezzano Ligure e Brugnato per un totale di oltre 131mila abitanti e una percentuale della popolazione provinciale rappresentata del 58,60%;

    infine in Provincia di Imperia il patto ha finora interessato 8 Comuni: oltre al capoluogo, Ventimiglia, Bordighera, Ospedaletti, Diano San Pietro, Triora, Baiardo e Seborga per circa 85mila abitanti, pari al 38,10% degli abitanti complessivi.

     

  • Macchina del tempo: crisi del biglietto, il cinema costa 1 euro

    Macchina del tempo: crisi del biglietto, il cinema costa 1 euro

    biglietto cinemaIL PRECEDENTE

    Si chiama tassa di scopo e fa parte del decreto milleproroghe, approvato dal governo prima che la crisi economica e politica degli ultimi mesi travolgesse tutti noi. È stata discussa in Parlamento il 15 febbraio 2011 allo scopo di imporre agli esercenti delle sale cinematografiche – nel periodo compreso fra il 1 luglio 2011 e il 31 dicembre 2012 – l’aumento di 1 € del costo del biglietto al cinema (sale parrocchiali escluse), a prescindere dal prezzo di partenza.

    Obiettivo della tassa è portare  nelle casse del Ministero per i Beni Culturali 45 milioni di euro nel 2011, 90 milioni nel 2012 e altrettanti nel 2013, da destinare al Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo).

    Contro questa norma, il 15 febbraio 2011 Agis Liguria lanciò una singolare protesta fra le sue sale cinematografiche: tutti al cinema pagando solo 1 €. Hanno aderito sale cinematografiche di Genova, Rapallo, Ventimiglia, Sanremo, Bordighera, Albenga, Imperia, Savona, Santa Margherita Ligure e Sestri Levante.

    IL PRESENTE

    La tassa di scopo approvata in Senato ha avuto vita breve: poco più di un mese dopo, il 22 marzo 2011, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che sancisce l’abolizione dell’aumento di prezzo del biglietto, promulgando al tempo stesso il reintegro del Fus. La cifra che il Governo intendeva raccogliere con la tassa di scopo è stata prelevata con l’aumento delle accise sulla benzina, come si legge nel testo della nuova normativa (decreto legge 34/2011): “Agli oneri derivanti dal comma 1, pari a 236 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2011, e dal comma 3, pari a 45 milioni di euro per l’anno 2011 ed a 90 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012 e 2013, si provvede mediante l’aumento dell’aliquota dell’accisa sulla benzina e sulla benzina con piombo, nonche’ dell’aliquota dell’accisa sul gasolio usato come carburante“.

    Un provvedimento molto apprezzato dai gestori delle piccole sale cinematografiche, che hanno ritenuto questa tassa un forte rischio per la sopravvivenza stessa della loro attività: la forte concorrenza delle multisala, in aggiunta al sempre più diffuso fenomeno della pirateria online, avrebbero disincentivato molte persone dall’andare spesso al cinema.

    La situazione difficile in cui versano le piccole sale è una realtà, come lo è il fatto che un sabato sera pizza + cinema impone una spesa sempre più difficile da sostenere. Una riflessione è tuttavia d’obbligo: tra una multisala che appartiene a una catena con sale in tutta Italia, e un piccolo cinema con un’unica sala, magari a gestione familiare e situato in un quartiere di periferia, dove preferireste andare?

    Marta Traverso

  • Grecia, Ministero del Tesoro: on line i nomi degli evasori fiscali

    Grecia, Ministero del Tesoro: on line i nomi degli evasori fiscali

    Un dettagliato elenco di evasori fiscali pubblicato sul sito online del ministero del Tesoro. Accade in Grecia, come riporta Oipa Magazine, dove – senza porsi troppi problemi di privacy – ben 4152 nominativi vengono sottoposti alla gogna mediatica.

    Una lista nera comprendente persone, aziende, società che hanno truffato lo Stato in un momento di crisi per il Paese. Un danno pari a circa 15 miliardi di euro: cifra che da sola equivale al 5% del Prodotto interno lordo.

  • Equitalia: una cartella beffa di 62 euro per un debito di 5 centesimi

    Equitalia: una cartella beffa di 62 euro per un debito di 5 centesimi

    Questa è una storia che arriva dalla Sardegna, portata alla luce dal quotidiano “l’Unione Sarda”.

    I fatti sono i seguenti. La signora Maria Lidia Picchiri, titolare della Sos Service di viale Monastir, un’azienda consorziata con l’Aci per il soccorso stradale 24 ore su 24,  pochi giorni fa ha ricevuto dal messo di Equitalia, un cartella  da 62,03 euro.

    Per un “debito” di 5 centesimi del 2009, l’azienda di riscossione parastatale chiede ora alla donna 62,03 euro, ben 1.240 volte in più rispetto alla cifra originaria.

    Ma non è tutto: “Quei cinque centesimi in meno sono sicuramente il frutto di un errore materiale dell’impiegato che ha trascritto male la cifra – spiega l’imprenditrice – ma Equitalia non sente ragioni: devo saldare il conto”.

     

  • Equitalia: dopo lo sciopero della fame c’è una prima vittoria

    Equitalia: dopo lo sciopero della fame c’è una prima vittoria

     

    Dalla Sardegna arriva una storia che potrebbe cambiare il destino di migliaia di contribuenti alle prese con l’aggressivo sistema di riscossione affidato dallo Stato alla famigerata Equitalia spa.

    Praticamente un mostro giuridico pubblico- privato con un’ambivalenza di fondo difficilmente sopportabile in un vero Stato di Diritto.
    Una società per azioni (ex Riscossione spa) ma a partecipazione pubblica (vedi i due soci Agenzia delle Entrate e Inps), gestita con soldi pubblici ma anche attraverso soggetti privati (persone fisiche e persone giuridiche in sistema di subappalto).

    Una struttura pubblica quando gli è permesso di pignorare, vendere, bloccare i pagamenti e i crediti, ritenere le somme da pagare, imporre interessi usurari presentandosi come la legge per interposta persona.
    Privata perché dispone di tutte le libertà di una società per azioni e, come autorizza formalmente il suo statuto, libera di operare su fondi, utili, contratti, incarichi ed operazioni finanziarie di ogni genere senza dover sottostare a nessun vincoli istituzionale.

    Equitalia ha il potere di riscuotere soldi presuntivamente appartenenti al pubblico (tasse, multe, bolli e altri) ma anche, come dimostrano numerosi episodi avvenuti in ogni angolo d’Italia, soldi chiesti solo per errore e prelevati con pratiche al limite della violenza senza ricorrere a nessun giudice.

    Il 7 novembre un gruppo di donne sarde ha iniziato uno sciopero della fame in difesa delle loro case e delle aziende dei mariti minacciate dai pignoramenti. Una protesta terminata un paio di giorni fa dopo che è riuscita nell’intento di far emergere le drammatiche difficoltà economiche con cui convivono migliaia di contribuenti completamente indifesi e senza le necessarie tutele dinanzi alla prepotenza di Equitalia spa.

    Ed è grazie alla coraggiosa azione di queste donne che la Sardegna ha conseguito la prima vittoria contro Equitalia spa.
    La Giunta regionale sarda infatti ha varato lo scorso 16 novembre una proposta di Disegno di Legge Costituzionale con la quale è stata avanzata richiesta ufficiale sia di sganciamento del sistema contributivo sardo da Equitalia spa, sia di riorganizzazione regionale attraverso un’apposita Agenzia delle entrate a carattere pubblico.
    La Sardegna ha inaugurato una strada che potrebbe dare il via libera ad altre forme di allontanamento dall’ attuale sistema statuale di riscossione affidata ai privati.

     

    Matteo Quadrone

  • Tassa sui trailer cinematografici: l’ultima trovata della Siae

    Tassa sui trailer cinematografici: l’ultima trovata della Siae

    Tassa sui trailerIl popolo del web e dei blog è in rivolta: desta scalpore l’ultima trovata della Siae, la società italiana autori ed editori, di imporre ai siti internet che pubblicano trailer cinematografici che includono musica, il pagamento di una tassa, il cui importo parte da 450 euro ogni tre mesi per il diritto di pubblicare fino a 30 trailer.

    Nel comunicato diffuso qualche giorno fa, i paladini del diritto d’autore spiegano che diffondere al pubblico colonne sonore senza averne assolto i diritti d’autore, rappresenta una violazione della legge.

    I magazine e i blog cinematografici on line, con la possibilità di arricchire i trailer con inserimenti musicali aumenterebbero l’attrattività sia nei confronti degli utenti che degli inserzionisti pubblicitari. Per cui questo vantaggio in più va pagato, e a caro prezzo aggiungiamo noi. In pratica questa tassa è basata sull’ipotesi che le musiche dei film incrementano la forza commerciale dei siti, è una tassa sull’ipotetica attrattività!

    Questa tassazione non è prevista per i siti non commerciali, cioè quelli che non hanno al loro interno la pubblicità. Nessuna eccezione per tutti gli altri: Siae non fa differenza tra chi pubblica il trailer e chi si limita a mettere il link a un video tratto da Youtube.
    La licenza trailer prevede la regolarizzazione da parte dei siti per l’anno 2011, più l’ammontare per i prossimi due anni, 2012 e 2013, a partire dal 1800 euro l’anno, con la possibilità però di pubblicare un numero limitato di trailer.

    Difficile pensare che ci possa essere una convenienza economica anche per i siti più grossi e strutturati, un numero limitato di trailer difficilmente genererebbe un traffico di visite sul sito tale da ripagare 1800 euro. Per evitare il pagamento, molti siti hanno rimosso i trailer ma secondo la Siae il costo è dovuto lo stesso per la passata pubblicazione. La Siae, signore e signori, ha poteri retroattivi! Quantomeno bizzarro, visto che per una grande quantità delle leggi dello Stato Italiano (incluse quelle penali) vige il principio di non-retroattività.

    Il rischio è che questa decisione penalizzi il mercato cinematografico, che non sta di certo vivendo uno dei suoi momenti migliori. Soprattutto i film di qualità e non di massa, che sarebbero tassati quanto i grandi colossal.

    Manuela Stella

    Illustrazione Chiara Spanò

  • Turismo, il Comune studia una tassa di soggiorno per i turisti

    Turismo, il Comune studia una tassa di soggiorno per i turisti

    Una tassa di soggiorno da far pagare ai turisti, è questa l’idea a cui sta lavorando il Comune di Genova per far fronte ai pesanti tagli al bilancio di Tursi. Un’ipotesi che appena lanciata già fa discutere animatamente cittadini, politici e addetti ai lavori.

    L’assessore al Commercio, Gianni Vassallo, dalle colonne de “La Repubblica” ammette “Ci stiamo pensando. Il dilemma che dobbiamo sciogliere è questo: è meglio far pagare qualcosa ai turisti con il rischio di sollevare qualche protesta, oppure introdurre il ticket che permetterà però di racimolare un fondo da destinare alla promozione turistica della città?”.

    Parliamo di una quota sulle presenze alberghiere che potrebbe aggirarsi sui due o tre euro. Un balzello che già numerose città, fra cui alcune grandi realtà turistiche come Roma e Venezia,  hanno introdotto con discreti risultati.

    In Italia Roma è stata la prima, ma l´imposta è presente da anni e con diversi nomi nelle principali capitali europee e pure a New York.

    “Sicuramente – spiega l’assessore – la scelta di introdurre o meno la tassa sarà presa di comune accordo con gli albergatori, e i soldi saranno utilizzati esclusivamente per investimenti turistici”.

    Vassallo spiega infatti che per quanto riguarda le iniziative promozionali, pubblicità turistica e marketing i fondi sono quasi pari a zero. E con la tassa il Comune si augura di recuperare risorse da reinvestire.

    Per quanto riguarda i tempi ancora non si hanno certezze. Sicuramente però le critiche sono state immediate: in primis il presidente provinciale della Federalberghi, Carlo Tixe, l’ha definita una pessima idea considerando che Genova non dispone dei flussi turistici di Roma o Venezia.

    Ma anche le associazioni dei consumatori esprimono forti perplessità e considerano questi provvedimenti delle scorciatoie per fare cassa.

    Il Codacons l’ha definito “un gravissimo colpo per il turismo“. Mentre l’Adoc ha  stimato che nel 2011 un fine settimana nella capitale costa in media 34 euro in più a famiglia.

    E’ questa la soluzione idonea per incentivare il turismo nella nostra città? E’ una domanda lecita da porsi in un periodo storico segnato da una forte crisi economica. E proprio quando Genova in questi anni sta rilanciando la sua immagine a livello europeo e mondiale si corre il rischio di porre un freno all’arrivo di nuovi potenziali turisti.

     

     

  • 8xmille alla Chiesa Cattolica, veniamo presi in giro?

    8xmille alla Chiesa Cattolica, veniamo presi in giro?

    8 x milleCon l’8 per mille alla Chiesa Cattolica avete fatto molto, per tanti.” Facendo un po’ di zapping in TV, mi è accaduto spesso di imbattermi in questi messaggi di ringraziamento.

    Sarà che io sono caustico e sfiduciato, particolarmente nei confronti della Chiesa, ma gli spot di questo tipo, a metà fra Amnesty International e Mulino Bianco, non mi sono mai piaciuti. Per non so quale spirito contraddittorio ho deciso di informarmi, e qui cerco di riassumere i dati di una labirintica e intricata ricerca.

    La prima fonte in cui mi sono imbattuto è niente meno che Attilio Nicora, cardinale, presidente dell’amministrazione della Santa Sede, intervistato da Paolo Mondani. Quando il giornalista chiede come venga distribuito il ricavato dell’8 per mille, la risposta è “Oggi le ripartizioni sono pressappoco 20% per la carità, in Italia e nel terzo mondo, 35% per il sostentamento del clero, e 45% per le esigenze di culto”. Però! Inizio a visualizzare le facce dei destinatari.

    A questo punto, insospettito, faccio un giro nel sito ufficiale dell’8 per mille (www.8xmille.it), e, come sospettavo, i risultati sono poco incoraggianti. Mi perdonino i lettori se mi imbarco in enunciazioni di cifre e di percentuali, ma è necessario.

    Ecco come vengono ripartiti i soldi dal 1990 al 2010:

    dati in milioni di euro 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999
    ASSEGNAZIONI TOTALI 210 210 210 303 363 449 751 714 686 755
    INTERVENTI NAZIONALI 21 36 39 43 58 106 206 214 187 253
    Edilizia di culto 15 23 26 30 38 65 74 77 73 76
    Culto e pastorale 4 9 9 10 15 36 75 80 69 111
    Beni culturali 52 52 41 62
    Carità 2 4 4 3 5 5 5 5 4 4
    DIOCESI ITALIANE 28 38 38 52 54 77 186 186 186 186
    Culto e pastorale 18 23 23 31 33 46 118 118 118 118
    Carità 10 15 15 21 21 31 68 68 68 68
    “TERZO MONDO” 15 26 28 30 39 65 72 72 62 65
    SACERDOTI 145 108 103 177 212 201 287 241 249 250
    dati in milioni di euro 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010
    ASSEGNAZIONI TOTALI 643 763 910 1.016 952 984 930 991 1003 967 1067
    INTERVENTI NAZIONALI 122 205 292 332 322 346 274 303 295 297 341
    Edilizia di culto 54 83 120 130 130 130 117 117 117 122 125
    Culto e pastorale 58 81 107 122 92 116 64 88 80 80 106
    Beni culturali 3 26 50 50 70 70 63 68 68 65 65
    Carità 7 16 30 30 30 30 30 30 30 30 45
    DIOCESI ITALIANE 183 203 225 225 230 240 240 250 250 246 253
    Culto e pastorale 118 134 150 150 150 155 155 160 160 156 156
    Carità 65 69 75 75 80 85 85 90 90 90 97
    “TERZO MONDO” 54 65 70 80 80 80 80 85 85 85 85
    SACERDOTI 284 290 308 330 320 315 336 354 373 381 358

    Ecco fatto, basta poco per capire quanto, ancora una volta, veniamo presi in giro.

    Se qualcuno di voi, dopo aver letto queste cifre, decidesse di non destinare l’8 per mille alla Chiesa Cattolica, faccia bene attenzione.

    In Italia c’è un meccanismo che viene chiamato proiettivo, cioè il numero dei fedeli che fa un’opzione decide per tutti quelli che l’opzione non la fanno: circa il 60 per cento degli italiani non compie alcuna scelta. Ma questa parte di 8 per mille viene lo stesso redistribuita proporzionalmente tra tutti i soggetti. Così la Cei (Conferenza Episcopale Italiana), alla fine, si trova a ricevere quasi il 90 per cento del totale.

    Fantastico, vero?

    Marco Topini