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  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, Era Superba in viaggio con Il Capitano

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, Era Superba in viaggio con Il Capitano

    alessandro-zeggio-bicicletta-genova-gerusalemme (2)Alessandro Zeggio, detto il Capitano, dal 6 settembre è in sella alla sua bicicletta pieghevole e sta pedalando per raggiungere Gerusalemme. Nella lunga intervista pubblicata sulle pagine di Era Superba 56 (dove trovare la rivista), Alessandro ci aveva raccontato i preparativi, la tanto attesa partenza e le prime tappe del viaggio. Lo avevamo lasciato a Benevento, ospite ancora una volta di un’accogliente sacrestia; il 20 settembre, un paio di giorni dopo, si è procurato il biglietto da Bari per Durazzo; appena sbarcato, si è immediatamente reso conto che il clima intorno a lui era cambiato.

    «Sono stato messo in guardia decine di volte in questi quindici giorni, e decine di volte mi sono sentito dire che ero un pazzo a tentare questa cosa. Ho incontrato un signore che mi ha spiegato per filo e per segno tutti i pericoli verso cui sto andando incontro, aveva un tono grave, realmente preoccupato, e mi ha messo ansia, lo devo ammettere. Mi ha detto di stare attento a chi potrebbe fingere interesse alla mia iniziativa solo per rapinarmi, di non accettare mai sistemazioni di fortuna, come ho fatto finora, e mai e poi mai fidarmi delle persone che incontro ma di ragionare solo in base a quello che sembra conveniente e sicuro per me».

    «Ecco – continua Alessandro – quella sensazione di sentirmi parte di un Noi che mi ha accompagnato fin qui, diciamo che è svanita. Comunque a Tirana mi fermerò un paio di giorni a fare il turista, e cercherò di ambientarmi nella nuova situazione».

    Quindi, date le premesse, alla fine il Capitano ha cercato di attraversare piuttosto rapidamente l’Albania, dopo tre giorni di “testa bassa e pedalare”. Al confine, però, ancora una botta di adrenalina prima di lasciarsi alle spalle il paese: «mi hanno portato in caserma, un poliziotto ha iniziato a frugarmi nelle borse, tirava fuori  tutto, ma proprio tutto quello che trovava fino in fondo, e quando ha visto i bengala ha fatto la faccia soddisfatta e stava per azionare  il cordino e lanciarne uno, poi ha preso lo spray al peperoncino e se lo è puntato in faccia… continuava a frugare e a dire che il confine, con quelle cose addosso, non potevo passarlo. Alla fine gli ho passato qualche banconota per farlo smettere, e ci sono riuscito, dopo aver incassato si è rabbonito e mi ha lasciato andare, finalmente!»

    Clima da vecchie frontiere, dunque, quelle che interessavano anche il territorio dell’attuale Unione Europea. Corruzione e terrorismo psicologico all’ordine del giorno. Ma  il viaggio di Alessandro rappresenta un valore aggiunto anche per questo, ci restituisce le sfaccettature di un mondo che troppo spesso crediamo con presunzione di conoscere e poter giudicare, magari solo in base ad una breve vacanza.

    Nella Repubblica Macedone, anche se il clima era piovoso e freddo, psicologicamente è andata molto meglio. Alessandro ha potuto gironzolare nei vicoli di Ocride /Ohrid, la “Gerusalemme slava” con la fotocamera in mano, una delle cose che in Albania gli avevano sconsigliato di fare. Oltre a questo, la bellezza dei monumenti (si dice che questa città avesse 365 chiese, una per ogni giorno dell’anno)  la pulizia e cura sia della città, sia dei vari paesini attraversati lo hanno decisamente rinfrancato, e anche se ammalato ( ha sottovalutato l’escursione termica pedalando fino a 1200 metri di altezza, e si è  ritrovato febbricitante) ha potuto sentirsi pienamente “on the road again” in quella che gli è sembrata una Svizzera dell’est.

    Quindi è finalmente entrato in Grecia, si è fermato ad Edessa, una cittadina ricca di acque, fresca e verdissima, attraversata da mille rivoli e cascate che, ci racconta Alessandro, da queste parti è anche detta la piccola Amsterdam. Poi via, verso un nuovo mare, l’Egeo, attraverso Salonicco, città universitaria dove un’insospettabile movida, animata dagli studenti e dagli ultimi turisti, gli ha scrollato di dosso quel po’ di solitudine e di stanchezza che gli era rimasta appiccicata addosso. «Questa è una città con una storia di 3000 anni, impantanata in un traffico vischioso e paralizzante, con una cronica carenza di percheggi dovuta alla struttura della città, marittima e collinare. Vi ricorda per caso qualche altro posto?!… Però qui pedalare è facile e sicuro, perché la tradizione della bici è molto radicata e anche fuori dalle piste ciclabili, comunque numerose, il ciclista è rispettato. Le similitudini a questo punto sembrano svanire!»

    Attraversando la Grecia e seguendo la Via Egnatia, Il Capitano è arrivato a Komotini, a circa 20 km dal mare: qui la vicinanza della Turchia ha iniziato a farsi vedere nell’architettura dei paesi, nell’abbigliamento ed anche nella fisionimia delle persone. Poi ha raggiunto Alessandropoli, la città dove, ha detto scherzando «per via del mio nome mi aspettavo l’accoglienza con la banda, le maestre con gli alunni che battevano le mani, ballerine e giocolieri… e banchetti in strada! A parte gli scherzi, con la connessione che andava a singhiozzi, mi sono trovato, prima di arrivare qui, a fronteggiare due fra le cose che temevo di più: il vento contrario, e i branchi di cani selvatici. Con il vento ho perso clamorosamente (e non poteva essere che così) visto che le mie borse sporgono e fanno vela, in più io mi sono incaponito a spingere sui pedali per andare comunque, così mi sono sfondato le gambe ed esaurito la volontà. Con i cani per ora non ho né vinto né perso, diciamo che grazie all’aiuto dei passanti o alla fortuna sono sempre riuscito a disperderli. Però sono aggressivi, molto: quando uno, per fortuna solitario,  non mi mollava più e io non riuscivo a seminarlo, l’ho affrontato rischiando grosso, ma mi è andata bene. Spaventato dal mio vocione, forse dalla mia rabbia che è uscita tutta insieme, si è dato alla fuga senza più voltarsi indietro».

    E non si volta indietro neanche Alessandro, che intanto è entrato in Turchia, un confine “pesante”, sicuramente simbolico: attraverso una linea immaginaria si esce  in qualche modo dall’Europa, almeno quell’Europa che conosciamo o che crediamo di conoscere. Per lui ora si apre un nuovo mondo, una nuova incognita.

    A questo punto, con Istanbul quasi a vista, un piccolo bilancio si impone, e gli abbiamo chiesto se abbia mai pensato, almeno una volta… “ma chi me l’ha fatto fare, che cosa ci faccio io qui da solo”.

    «Pentito no! Mai!», ci risponde senza esitazioni. Riguardo alla solitudine, invece, ammette che a volte essere in due non sarebbe così male, ma si riferisce al lato pratico della faccenda; sentirsi solo per lui è, come dire, un effetto collaterale messo in conto fin dall’inizio. Intanto, il primo impatto con i turchi, con i giovani turchi, è stato veramente positivo: «Ho incontrato questi due ragazzi, Suleyman e Mehmet Ali, due fratelli: io avevo una gran voglia di mangiare l’anguria che vendevano al bordo della strada, e anche se nella mia testa avevo un piano di viaggio, alla fine mi sono fermato a chiacchierare. Loro continuavano a ripetermi “you’re  a little crazy” e mi presentavano con orgoglio a tutti quelli che si fermavano a comprare; poi è arrivata una ragazza che aveva studiato in Italia, abbiamo ancora chiacchierato e riso, e alla fine abbiamo mangiato le polpette sul prato tutti insieme. Quando sono ripartito mi sentivo davvero meglio, più grintoso ed energico, e mi sono ancora preso il tempo per un bicchiere di “chay” il thé turco, che mi hanno offerto direttamente sul cofano di una macchina, accompagnato dai biscotti e da un’incomprensibile chiacchierata in italo-turco, che ci ha fatto ridere da matti… Solitudine? Noooooo!!»

     

    Bruna Taravello

     

  • Unlearning FAQ: le risposte di Anna, Lucio e Gaia alle domande dei curiosi

    Unlearning FAQ: le risposte di Anna, Lucio e Gaia alle domande dei curiosi

    unlearning-faqOtto ore di lavoro al giorno a testa, bambina a scuola fino alle quattro del pomeriggio, babysitter… Per poi  ritrovarsi a casa sfiniti a parlare di mutuo e bollette, organizzando un’altra giornata di sopravvivenza. Un modello pronto per affondarci, uno stile di vita che a nostra volta stiamo trasmettendo a nostra figlia come verità. Ma se lasciassimo la zona comfort del nostro appartamento del  centro città per condividere i tempi e gli spazi con chi ha un concetto diverso di famiglia? Come vedremo la nostra vecchia vita al nostro ritorno? Saremo capaci di ritornare alla nostra routine?

    Questo è il pensiero che ha fatto partire il progetto Unlearning (“Che cos’è Unlearning“, “Diario di viaggio parte 1“, “Diario di viaggio parte 2“) una famiglia genovese che ha messo in stand-by la propria vita per viaggiare e mettersi in gioco a costo quasi zero, viaggiando con il baratto.

    Oltre 5.000 Km percorsi con i i passaggi di BlaBlaCar (evitando di emettere 1100 m2 di  CO2), lavoro in cambio di vitto e alloggio con Wwofing e workaway, banca del tempo di Timerepublik, appartamento scambiato o affittato… Usando tutti i servizi della sharing Economy Anna, Lucio e Gaia sono al 147° giorno di viaggio ed hanno speso poco più di 500 Euro.

    Il loro background cittadino si è scontrato con ecovillaggi vegani, raduni rainbow, ospitalità in grotte o in roulotte, scuole e comuni libertarie. Hanno pulito stalle, smontato tendoni circensi, recuperato cibo scaduto dai container con la comunità Freegan… In ogni tappa hanno incontrato bambini, nuovi modelli di famiglia, di educazione e di alimentazione. Tutti cercatori, verso una vita più a misura d’uomo ed a contatto con la natura.

    unlearning-faq-1Sulla loro pagina facebook molti followers hanno posto le domande più disparate. Anziché rispondere qua e là, Anna e Lucio hanno raccolto i quesiti e hanno postato qui su Era Superba le loro risposte. Se anche voi avete dubbi, curiosità o cattiverie visitate la pagina e scrivete, vi risponderanno.

    Natalia chiede: come si inizia? lo si può fare anche da soli?

    «Certo che si può fare da soli. Si inizia… partendo. Noi inizialmente abbiamo pianificato ogni tappa, i giorni esatti… Ecco questo non è un buon consiglio. Bisogna seguire gli eventi, fidarsi degli altri e adattarsi. Per spostarsi con i passaggi di blablacar bisogna un po’ “seguire” i driver disponibili al momento. Può darsi che chi ci può portare è il giorno successivo a quello pianificato, quindi è sempre meglio accordarsi per un po’ di flessibilità con chi ci ospita. Per quanto riguarda il “couchsurfing” meglio non cercare all’ultimo minuto, ci vogliono in media 2-4 giorni per avere una risposta. Scambio lavoro:  per wwofing e workaway meglio comunque accordarsi una ventina di giorni prima e tenersi sempre un piano B, perché ci si potrebbe anche trovare male».

    Dan chiede: quali contatti? dove trovarli? quanti soldi servono?

    «Prendi il calendario e decidi una data. Desidera di partire. Non darti alternative e non ascoltare nessuno. Internet è un ottimo alleato per trovare i contatti che ti servono. Noi usiamo workaway.info e helpx.com. per trovare lavori nel sociale, lavori in ambito artistico etc. Puoi cercare su wwoofing se vuoi lavorare in fattoria, in Italia e all’estero. Noi, in tre, abbiamo speso 500 euro in 5 mesi. Se hai una casa, trova un amico che te la gestisce, usando airbnb.it puoi recuperarci un po’ di soldi (noi ci stiamo pagando il mutuo) oppure, se preferisci, con homelink puoi organizzare degli scambi casa».

    Anna chiede: cosa volete dimostrare veramente con questa esperienza?

    «Ci piace proporre un modello positivo, non il solito lamento. Perchè alla fine tutti abbiamo i nostri alibi. I nostri alibi per non viaggiare erano: abbiamo una bimba, non abbiamo soldi, non abbiamo tempo. Volevamo dimostrare il contrario».

    Rosi chiede: spero che la vostra esperienza tracci rotte diverse a chi crede che, condividendo, si cresce e ci si evolva. Che dite è una scelta d’elitè o è fattibile pensarla anche per chi deve necessariamente vivere con poco?

    «Nella nostra esperienza abbiamo visto di tutto, da chi ha deliberatamente scelto di vivere in maniera diversa a chi è stato costretto. Penso che noi siamo una generazione molto fortunata, che ha a disposizione molte risorse che ci vengono lasciate dai nostri genitori. Loro le hanno conquistate con un modello economico che non può più continuare. Sta a noi trovare una nuova strada e se siamo “èlite” tanto meglio, avremo più risorse da condividere».

    unlearning-faq-2Elle chiede: al rientro da questa esperienza quali abitudini assolutamente cambierete e cosa sicuramente terrete della vostra”vecchia” vita?

    «Al momento non ci vogliamo pensare, non sappiamo quanto “hardcore” sarà il ritorno alla “zona comfort”. Al momento quello che terrei sono gli amici e i dischi in vinile. (Lucio) Vorrei eliminare la parola “rimandare”. Per il resto non so. (Anna)»

    Luca chiede: spesso chi sceglie, per ideologia, di vivere in modo “alternativo” o da nomade, ha le spalle ben coperte e non lo fa certo per reale necessità, potendo, in caso di necessità, tornare da un momento all’altro alla vita ‘normale’. Quindi mi chiedevo, …avete avuto a che fare con famiglie realmente povere economicamente?

    «Abbiamo incontrato persone senza lavoro… Per loro lo “scambio lavoro” era l’unica opzione possibile al momento. Ma abbiamo conosciuto anche persone con le “spalle coperte”. Mi sembra però un grosso pregiudizio l’idea che “se hai i soldi allora non lo fai per reale necessità”. Ovvero: “se hai i soldi farti l’orto è un capriccio, se hai le spalle coperte fare baratto è radical chic“. Certo ce ne sono persone così ma perché bisogna pensare per forza che chi “sta bene” non può essere alternativo per reale necessità?»

    anna-lucio-gaia-unlearning-4Francesco Lacchia chiede: nelle vostre incursioni in questi mondi paralleli, vi siete fatti un’idea di come si fa a vivere praticando queste attività legate al baratto ed allo scambio di mano d’opera in relazione a tutta la burocrazia che strozza ogni iniziativa? Normative sulla sicurezza dei lavoratori, INAIL, contributi, agenzia delle entrate, studi di settore ecc.?

    «Per ciò che riguarda lo scambio lavoro/ospitalità wwoofing è legale, perché quando ti iscrivi hai una tessera che attesta che tu sei “volontario” in quell’azienda ed un’assicurazione (che paghi, ovviamente). Attenti invece a workaway, in Italia (questo discorso non vale nelle altre nazioni) non c’è nulla che attesta la vostra posizione e, se siete in un’azienda, potreste avere problemi e passare per lavoro nero. A questo link tutto è spiegato molto bene. Quanto a scambiarsi tempo, senza il denaro, con www.timerepublik.com ho chiesto direttamente a Karkim, che ha fondato la piattaforma di cui stiamo parlando. Ecco la sua risposta:

    “Per la verità non si tratta né di baratto né di scambio di prestazione in natura (entrambe tipologie di attività regolamentate e soggette a tassazione, iva, etc…). Si tratta semplicemente di scambiarsi favore e cortesia, esattamente quello che chiederesti o riceveresti da un amico in cambio di tempo. Tempo che può essere impiegato per ottenere favori da altri utenti (per questo non è un baratto: io do’ qualcosa a te e tu dai qualcosa a me): quello che avviene all’interno delle Banche del Tempo non è un rapporto di lavoro/vendita”.

    Lo scopo finale non è ovviamente né quello di accumulare tempo, né quello di creare valore aggiunto e arricchirsi… (e come sarebbe possibile?). Lo scopo finale è andare a ricreare un tessuto sociale, andatosi a disgregare lentamente ma inesorabilmente a partire dal secondo dopo guerra. Lo scopo è tornare ad offrire e, soprattutto, chiedere aiuto in totale libertà. Senza l’imbarazzo dell’incontro economico».

    Yumee chiede: qual è la prima cosa che vi viene in mente ad oggi, pensando alla vostra casa, al ritorno?

    «Se troveremo le cose come le abbiamo lasciate, dopo che più di 20 famiglie da tutto il mondo ci hanno vissuto 🙂 Questo perché durante la nostra assenza abbiamo fatto molti scambi casa con il sito Homelink e abbiamo usato anche Airbnb per far sì che la casa si “auto-pagasse” il mutuo durante il nostro periodo di assenza. Ci fidiamo del prossimo, ma siamo curiosi di sapere se questa fiducia è stata ripagata».

    Gin Ger chiede: per partire Anna ha chiesto aspettativa per motivi personali.. Ma è solo un anno…

    «Infatti il progetto di Unlearning al momento è legato a sei mesi di viaggio, poi ritorniamo a casa e torniamo alla nostra vecchia vita. Anna riprende il lavoro a scuola, io torno alla ricerca di clienti, Gaia entra alla prima elementare. Il nostro “esperimento” prevede questo ovvero: “…E una volta tornati? Cosa succederà varcata la porta di casa?” Al momento non sappiamo risponderti a questa domanda. Torneremo in viaggio? Lasceremo il lavoro? Non lo sappiamo, ma sicuramente vi aggiorneremo…»

    Silvia chiede: esiste un sito che riunisce tutte le fattorie disposte ad ospitare in cambio di mano d’opera ?

    «Se il vostro obiettivo è lavorare in fattoria, cercate wwoofing e lo Stato dove volete andare.Se invece cercate altri tipi di lavoro (babysitter, lavori nel sociale, scambi linguistici, lavori artistici etc.) trovate tutto su workaway.info e helpx.com. A questo link comunque trovate un sacco di altri siti».

    Barbara chiede: ci sono momenti in cui vorreste solo essere a casa vostra, spaparanzati sul divano?

    «Sì specialmente quando ci muoviamo troppo velocemente e dobbiamo “formattarci” per  inserirci in un nuovo contesto. Viaggiare come noi dà molte soddisfazioni ma è molto faticoso. Un viaggio così, con oltre 30 destinazioni, sarebbe da fare in 2 anni, non in sei mesi!»

    Kate chiede: la vostra bambina non va ancora a scuola, ma per una famiglia che ha dei figli in età scolare, le cose si complicano. O no?

    «Si complicano, forse, ma sono comunque fattibili. In Italia siamo fortunati ad avere la possibilità di fare homeschooling. Ci si può accordare con la scuola e decidere che saremo noi ad occuparci in prima persona dell’ istruzione dei nostri figli. Ottima idea per chi vuole staccare e viaggiare. Gaia ad esempio ci ha detto “A settembre voglio andare a scuola, per rivedere i miei amici, poi l’anno prossimo voglio fare homeschooling“. Vedremo. Credo che per un bimbo che fa scuola “staccare” per un periodo e stare con la famiglia può essere un’esperienza illuminante. Per quanto riguarda la parte legale di tutto questo vi rimando a questo sito.

    Dilva chiede: io la domanda vorrei farla dopo il rientro a Genova. E cioè: come state? Ripartite?

    «La cosa ci terrorizza. Non vogliamo pensarci ora».

    Davide chiede: come avete fatto a trasformare il pollo a 4 zampe nel coraggio di intraprendere un’esperienza simile?

    «Avevamo la forte esigenza di staccare e guardare la nostra vita da un altro punto di vista. Il coraggio lo abbiamo trovato perché non ci siamo dati alternative. Quotidianamente troviamo tempo ed energie per il lavoro e per i mille problemi della vita amministrativa. Finalmente abbiamo deciso di seguire una corrente diversa. E, per rispondere alle domande pratiche: non abbiamo soldi per viaggiare? Scambio lavoro. Come facciamo per la casa? Airbnb e homelink. Ci abbiamo messo molti mesi per mettere tutto a registro e partire leggeri. Un piccolo miracolo di condivisione».

    Arianna chiede: posso unirmi a voi?

    «Perché no? Quello che noi vorremo fare con “Unlearning” è una guida per famiglie curiose, quindi anche una sorta di manuale divertente per riuscire a fare esperienze simile alla nostra: viaggiare con poco, fare esperienze famigliari di scambio lavoro…»

    Zara chiede: se pensate al momento prima di partire, cosa vi viene in mente?

    «Ricorderò tutta la vita la faccia dei miei genitori nel momento “Partiremo per sei mesi utilizzando il baratto”».

     

  • Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    Bhutan, i giardini dell’ultimo regno Himalayano indipendente

    bhutan-1Sono recentemente tornato da un Paese lontano e remoto, tanto nello spazio che nel tempo, in cui nessuna delle nostre regole ed abitudini ha un senso. In Buthan il tempo è sospeso, sembra non siano trascorse le ere e tutto è, contemporaneamente, immobile eppure in inesorabile movimento. Ogni azione è complessa e costa enorme fatica. Tutto è estremo: l’altitudine, il clima, l’assenza di macchinari ed attrezzature moderne rendono il lavoro nei campi e nei giardini esclusivamente manuale. I frutti del terreno ed i fiori sono diversi dai nostri, per colori, profumi, dimensioni, forme e spuntano con fatica nei campi sottratti alle aspre montagne e nei rari giardini. Resistono e proliferano nonostante gli sbalzi estremi di temperatura, i venti Himalayani, le correnti e le torrenziali piogge dell’estate in cui imperano, costanti ma improvvisi, i monsoni. Verdura, frutta e le fioriture sono eccezionali per quantità e qualità e sono una faticosa vittoria dell’uomo sulla natura.

    bhutan-2In un simile contesto, sospeso in un’epoca ancora pienamente medioevale, vi è spazio solo per l’essenziale e l’indispensabile. Nessuna velleità è concessa, se si tentasse verrebbe subito vanificata dagli eventi. Non esistono giardini strutturati secondo la concezione occidentale, i progetti ambiziosi sono impraticabili né vi può essere una precisa suddivisione architettonica degli spazi, applicata su larga scala. Lo stesso concetto di benessere è qui totalmente diverso dal nostro. È una dimensione non economica, prettamente umana, astratta e che permea tutti gli aspetti della vita.

    bhutan-3Non vi sono, in alcun campo, possibilità di mediazioni. Nella maggior parte dei casi, non vi è quindi né spazio né modo per distinguere l’orto dal giardino, le aree destinate alla coltivazione da un vero e proprio spazio verde. A parte il parco del palazzo reale, assolutamente inaccessibile, non fotografabile neppure da lontano e di impianto più simile alla nostra concezione di giardino, tutto è minimale e scarno. L’estrema semplicità non significa che gli spazi risultino spogli o poveri. Le dimensioni ed i risultati sono qui prettamente mentali, ogni singola foglia è una conquista.

    bhutan-4Nei giardini, i fiori spontanei o diffusi anche nella natura circostante si mescolano alle fioriture dei piselli, delle zucchine, delle zucche ed ai numerosissimi girasoli, qui impiegati non tanto per i colori e le corolle sgargianti quanto per la raccolta dei loro semi. I meli sono ovunque, producono, su alberi di piccole dimensioni, dai tronchi e dai rami contorti e coperti di muschio, succose mele rosso profondo. Anche i banani spuntano, improvvisi e lussureggianti, nel paesaggio. I frutti, piccoli e dolcissimi, colorano di giallo intenso le valli dalle foreste tropicali. Il riso, qui dai chicchi rossi e dalle foglie verde smeraldo intensissimo, ammanta con la consistenza di un soffice muschio i pendii, ricordando l’estremo oriente. Infine, lunghe liane di licheni, decine di varietà di felci dalle foglie fittamente frastagliate e coloratissime orchidee popolano i rami degli alberi.

    bhutan-5Soltanto grandi gruppi di Canna Indica, numerose e semplici varietà di Dahlie, ciuffi di erbacee perenni e di Anemoni Giapponesi si frammezzano a piante spontanee, strani cespugli dalle bacche colorate, tipici solo di questa parte del mondo ed i cui nomi sono ignoti ed esotici per gli europei.

    Anche nei monasteri, l’impianto dei “giardini” è ridotto al minimo, ad una dimensione meditativa e prettamente spirituale. Lo spazio è caratterizzato da uno o più alberi millenari, scabri e quasi spogli, dai pochi rami o dagli sparuti ciuffi di foglie sui maestosi tronchi scuri. Imponenti, sembrano faticosamente sopravvivere sospesi tra un suolo, scavato dalle piogge torrenziali, rosso sangue, le rarefatte nubi e le nebbioline a mezz’aria. Qualche isolato arbusto dalle spettacolari fioriture gialle scintillanti o rosso scarlatto interrompe le balze di erba irregolare che si piega al vento, spesso sferzante. Talvolta vi è qualche inaspettata Bougainvillae, dai tronchi intricati ed incrociati, che sembra sopravvissuta, nella sua stanca fioritura violacea, abbarbicandosi spossata agli alberi vicini.

    bhutan-6La voluta e necessitata scabra semplicità dei giardini rispecchia il profilo aguzzo delle montagne, gli spazi sottratti a fatica alle pendici dei monti, le impetuose correnti e le nubi sfatte dai venti e vagabondanti, rarefatte, a mezz’aria.

    Solo in questo immobilismo, lontano dal resto del mondo, tra vette irraggiungibili, giardini di arroccati monasteri millenari ed in un silenzio puro ed assoluto, si percepisce, nell’imperturbabile distacco, l’irrequieta tensione sottostante alla natura ed a tutte le cose.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    Da Genova a Gerusalemme in bicicletta, l’ultima avventura del “Capitano” Alessandro Zeggio

    alessandr-zeggio-capitano-genova-gerusalemmeLo hanno già ribattezzato “Il Capitano” e se vi occupate di biciclette, o di mobilità sostenibile nella città di Genova, quasi sicuramente avrete già sentito parlare di lui. Si chiama Alessandro Zeggio, è un meccanico Amt e per onorare il suo nome di battaglia dedicatogli dagli amici ciclisti della Fiab-Genova ha deciso di lanciarsi in una nuova sfida. Questo dopo gli exploit dello scorso anno, che prima lo videro partire da Genova con destinazione Moncalieri, a ripercorrere con la pieghevole il viaggio che il Capitano Enrico Alberto D’Albertis fece per scommessa (o per sfida) in sella al suo velocipede e poi nell’autunno da Londra a Roma, pedalando lungo la via Francigena. Quest’ultimo, ci ha raccontato Alessandro, è stato un momento molto importante perché «più che un viaggio è stato un itinerario spirituale, quasi un  pellegrinaggio laico ma in ogni caso un’esperienza fortissima, che ancora mi fa venire gli occhi lucidi se penso a quando sono arrivato a Roma».

    Certamente qui siamo in un’altra dimensione rispetto ai viaggi compulsivi rincorrendo bagagli, coincidenze e check-in. Per arrivare a Moncalieri, con il patrocinio del Comune di Genova e della Fiab- Amici della bicicletta, Alessandro aveva preventivato quattro giorni, per darsi il tempo di incontrare eventuali compagni di strada, mostrare agli inevitabili curiosi la sua bicicletta pieghevole, scattare foto e guardarsi intorno.

    Lungo la via Francigena, invece, privo di sponsorizzazioni e patrocini – «perché sono letteralmente partito in dieci giorni, durante i quali ho semplicemente comprato il biglietto di sola andata per Londra, allestito un minimo di bagaglio, e via…» –  il viaggio ha preso forma durante il percorso stesso. «Il tempo è stato comunque scandito dai miei ritmi – continua il Capitano – all’inizio non sapevo neanche se arrivare a Roma o fermarmi a Genova; comunque ho impiegato quasi un mese, ed è stato assolutamente il viaggio più bello e importante della mia vita».

    E ora un’altra avventura: da Genova a Gerusalemme…

    Sabato 6 settembre, dal Palazzo della Commenda, Alessandro partirà in sella alla sua amata Montague (nuovamente una mountain bike pieghevole, molto tecnica e performante) per la sua scommessa (finora) più azzardata: raggiungere Gerusalemme. Il percorso che fu secoli or sono dei pellegrini verso la Terra Santa. Il suo piano è percorrere l’Italia fino a Brindisi (dove arriverà pedalando, inutile sottolinearlo) e poi attraverso Albania, Macedonia e Grecia ricalcare il percorso dell’antica via Egnatia fino ad Istanbul. Arrivato al lembo più estremo della Turchia, Antiochia, il volo per superare Siria e Libano dove ovviamente non si può transitare,  riprendendo a pedalare ad Acri, per giungere infine a Gerusalemme.

    Quando lo abbiamo incontrato la prima volta era in pieno allenamento, con le borse della bici caricate di pesi per abituarsi alla fatica, ma assolutamente sereno. «So che dovrei avere dei timori, in parte li ho, ma sono anche fiducioso nell’uomo, tanto che l’unica cosa per cui mi sto attrezzando sono i branchi di cani randagi: nelle parti in salita, vedendomi muovere lentamente, potrebbero diventare aggressivi e devo quindi studiare dei modi per difendermi. Riguardo ai pericoli di natura umana, e bellica, so che Gerusalemme non è esattamente una città tranquilla ma spero di riuscire ad evitare le situazioni più rischiose. E comunque, ho deciso di farlo e me ne assumo il rischio».

    «La dimensione umana, ecco: vorrei che emergesse soprattutto questo – aggiunge il Capitano – perché dal punto di vista sportivo non si tratta certo di un’impresa, in internet ci sono resoconti a bizzeffe di persone che potrebbero compiere lo stesso percorso in metà del tempo che impiegherò io, e forse lo hanno fatto. Questo perché dal punto di vista fisico mi sento una schiappa, e anzi, voglio essere la dimostrazione vivente che se riesco a farlo io, può riuscirci chiunque: non sono ancora diventato un ciclista, ero e rimango una persona che si sposta in bici».

    Era Superba seguirà Il Capitano in questo lungo viaggio, vi riporteremo quello che Alessandro, se e quando riuscirà ad avere connessioni e batterie  funzionanti, avrà da  raccontare. Inoltre, nel prossimo numero della rivista in uscita l’1 ottobre, vi parleremo anche di  alcune fasi della preparazione al viaggio che abbiamo potuto seguire,  spiegheremo perché è diventato Il Capitano, e come è esplosa  questa sua passione per le due ruote…

    Non resta dunque che rimandare all’1 ottobre approfondimenti e primi resoconti, nel frattempo… Buona strada Alessandro!

     

    Bruna Taravello

  • Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    yurta
    L’ingresso della yurta

    Le yurte sono tende della Mongolia. Ci abitano i pastori credo, le si vedono nei documentari, grandi e circolari in mezzo a queste immense pianure mongole battute dal vento, intorno persone e animali strani.
    Siamo in una yurta, ora. Ma non in Asia. Siamo sulle colline di Bologna, niente pianure mosse dal vento ma solo una leggera pioggerellina che batte sui teli. Alberi sopra la testa, cellulare sul comodino nell’ultimo punto in cui prende un pochettino.

    Siamo qui, ad aspettare che ci chiami un giornalista per un’intervista. È la seconda  oggi. Ora sembra che lo dico per fare i fighi, nella yurta che ci spariamo le interviste… ma io e Anna ci stiamo chiedendo come mai se una famiglia decide di mettere in stand-by la propria vita  questo diventa una notizia da due pagine a colori. Ci fa pensare che forse la nostra libertà non sta benissimo.

    anna-lucio-gaia-unlearning-4Ve ne racconto una. La settimana scorsa abbiamo presentato il progetto ad un gruppo di boyscout. Proiettato i trailer eccetera. Alla fine delle nostre chiacchiere arriva una ragazza e mi dice: Non capisco come fai a lasciare la famiglia e gli amici, la casa per sei mesi… | E io le rispondo:  Scusa, pensa se mi chiamassero da Dubai e mi dicessero, oh c’è un lavoro per te da regista ti paghiamo un botto, vieni, ti diamo la casa pure per la famiglia e io con la mia famiglia andiamo. Non capiresti lo stesso? | No. In quel caso capirei. | Perché? | Perché è lavoro. E ti staresti prendendo cura della tua famiglia. | Quindi ora non mi sto prendendo cura della mia famiglia? | No. Non state guadagnando. E avete lasciato il lavoro quando c’è gente che si dispera per averlo.

    Capisco che per lei fare una cosa per diletto è una cosa da ricchi, un insulto alla povertà. Boh, chissà se è vero. Ci abbiamo messo un annetto ad organizzarci, perché i soldi per andare in giro tutto quel tempo e pagare pure il mutuo non ce li avevamo. La casa un po’ la scambiamo con homelink, un po’ la condividiamo con Airbnb, in modo che si possano fronteggiare le spese di mutuo. E se per le nostre tappe usiamo scambiare lavoro per vitto e alloggio, per viaggiare ci siamo arrangiati con il baratto. Abbiamo accumulato cene con Gnammo, notti con Airbnb… Con il baratto online di Reoose abbiamo scambiato roba che non usavamo con robe utili e via.

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    Con Gnammo Anna ha organizzato diverse cene per finanziare il viaggio…

    Ora stiamo scambiando questo tesoretto con i passaggi di BlaBlaCar. Un sito dove trovi passaggi in auto. Ora lo so qual’è l’associazione comune. Passaggio uguale svegliarsi in un fosso senza un rene. Invece niente, mi dispiace per il tigicinque ma stiamo parecchio bene. Nessun assassino. Le persone sono stranamente affidabili e simpatiche.

    Ieri, con sta storia dei baratti e dello scambio lavoro  abbiamo fatto due conti:  300 euro spesi in tre mesi di viaggio. Piccoli regali per chi ci ospita con il couchsurfing, gelati, e qualche driver di bla bla car che preferiva il denaro ad un baratto.

    Una cosa affascinante che stiamo usando in questo viaggio è la banca del tempo, lo facciamo con  Timerepublik un sito dove ogni scambio si fa con il tempo. Per esempio prima di partire, visto che io e Anna siamo due grafici, abbiamo preparato delle locandine ad un regista. Il nostro preventivo era 12 ore di tempo. Il regista ci ha sballato, ci ha dato un feedback positivo e ci ha accreditato le nostre ore, che abbiamo in gran parte “girato” (tramite il sito) ad un professionista che  ha scritto il comunicato stampa di Unlearning e un traduttore che lo ha rifatto in inglese. Il tempo rimanente lo abbiamo scambiato con una ragazza che ci ha aiutato a fare le pulizie in casa prima di partire. Rimaneva ancora un’ora e in Puglia Anna ci ha “pagato” una lezione di Yoga. Le possibilità sono infinite e la cosa figa (forse un po’ utopica, ma mi piace) è che un’ora vale un’ora. Super Fuckin’ democratic. Un’ora di un ingegnere nucleare vale come un ora di conversazione. Se fosse sempre così… Ve lo immaginate il mondo?

    Rieccomi in Yurta. Siccome la chiamata del giornalista tarda ad arrivare, vi racconto anche un po’ del viaggio, di cui questo articolo è la seconda parte. Nella prima vi avevo raccontato dalla partenza alla Sicilia. I primi due mesi di viaggio.

    La tappa successiva è stata in Puglia, Cisternino, e ce se siamo stati un po’ da Sergio. Sergio è un artista che lavora con il riciclo e il suo trullo è arredato e decorato con oggetti recuperati dal materiale che il mare porta a riva con le mareggiate primaverili.

    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d'auto birilli e plastica abbadonata
    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d’auto birilli e plastica abbadonata

    Ad esempio la maniglia della nostra camera da letto è un mestolo piegato. Le lampade sono tubi da doccia che terminano con vecchi vasi forati. Mi racconta come fare una lampada, come fare un mobile con i bancali e penso che sarebbe fighissimo ma so che quando tornerò a casa non avrò tempo di fare un cazzo ,che ci sono le bollette da pagare e la bambina da prendere a scuola, così la domenica si andrà dagli svedesi nella zona commerciale e ci si riempirà di polpette e marmellata.

    Mi sa proprio che se si vuole cambiare bisogna recidere tutto, non credo nei compromessi. Anna un po’ di più, mi dice che può esistere un buon modo di abitare la città, di cambiarla, ma non so.
    Sergio mi spiega la povertà, la raccolgo in un’intervista bellissima che metterò nel documentario. Un’altra cosa figa della Puglia è stato l’incontro delle scuole libertarie. Scuole dove i ragazzi hanno lo stesso potere decisionale degli adulti. È una figata, ce ne sono diverse in Italia. Scuole libertarie per imparare ad essere liberi. Mentre i bambini nudi giocano nel fango davanti alla comune di Urupia (ah dimenticavo… l’incontro lo hanno fatto qui), mi chiedo se la libertà si può insegnare. Mi sembra una cagata come concetto. Ovvero, se sei uno spirito libero lo sarai comunque, sfanculerai tutti e lo sarai. A prescindere dalla scuola che farai. Chi era che diceva che “c’è gente che pagherebbe per essere schiava”… Ah, ecco Victor Hugo… “C’è gente che pagherebbe per vendersi”. Ecco cosa diceva.

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    Bambini liberi nella comune di Urupia

    Forte di questa cosa vado da Agostino che qui a Urupia ci vive e gli chiedo se la libertà si impara. Ci pensa un poco prima di rispondermi. Poi mi dice che la libertà si disimpara, si disimpara soprattutto nella famiglia tradizionale “adultocentrica” dove le decisioni vengono prese da due adulti, che spesso per deliberare qualcosa litigano pure fra loro. E trovarsi in una struttura non adultocentrica ti aiuta a ragionare in un altro modo. Ecco il perchè di una scuola libertaria.

    Qui poi ci sono un sacco di insegnanti di scuola statale, saranno 20, che sono pentiti di essere i servi del bandito e fanno una lunga riunione su come poter lottare e migliorare la scuola pubblica. Sono molto carini, mi viene in mente una foto che ho visto su internet dove si vede una cintura di proiettili di una mitragliatrice pronti ad essere sparati. Su ognuno c’è scritto a pennarello “SORRY”. Alla fine della riunione decidono di fare una mailing list per poter continuare a lottare.

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    Fuori dalla riunione conosciamo Emily. Prima voleva fare l’acrobata, poi ha fondato una scuola libertaria in centro Italia. «Perchè tanto la scuola pubblica non si può cambiare, fa bene il suo mestiere…». Ci racconta il suo progetto, dove i genitori sono parte integrante e, se il figlio vuole andare là, devono cominciare sei mesi prima a seguire le riunioni. Insomma non devono delegare alla struttura l’istruzione ma esserne partecipi.

    Ci piace la cosa, ci da un passaggio di 600 km sino alla scuola e noi in cambio le lasceremo casa nostra a Genova per una settimana di mare. Il posto è meraviglioso, immerso nella campagna. I genitori arrivano, si fermano con i piccoli dell’asilo. Cucinano. Non si preoccupano se i loro bambini salgono sugli alberi. Si chiama “diritto al rischio” mi spiegano. Ma la cosa più bella me lo dice un papà: «Questa non è una scuola per bambini, è una scuola per genitori». 

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    Cerchio in spiaggia al S-cool di Rimini

    Con Emily saliamo anche a Rimini, dove quel week end si riuniscono genitori ancora più hardcore che fanno scuola familiare, o home schooling che fa più figo. Trovo Erika e le chiedo se questi bambini che non vanno a scuola non sono poi isolati e soli. «Perché scusa tu a scuola durante le lezioni socializzavi o dovevi stare zitto?» Stavo zitto. E quando socializzavi? Nell’intervallo e quando prendevi il bus. Non diciamoci bugie dai… E poi in classe con chi eri? Con bambini che avevano tutti la stessa età… Scusa ma i tuoi amici hanno tutti 35 anni come te? | No, le rispondo. | Piuttosto innaturale non trovi? | Trovo.

    Vorrei chiederle come impara un bambino allora, ma meglio chiederlo al diretto interessato. Prendo la camera e faccio un’intervista. Eccola.

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    Ad Ecosol le porte non sono sulle scale, ma su un largo ballatoio dove si condivide la vita comune

    Dopo tutte queste scuole ci spostiamo a vedere un cohousing: si chiama Ecosol ed è un condominio fuori FidenzaPannelli solari a parte, sembra il solito palazzo di periferia. Ma la sua storia è molto bella. Gli abitanti si conoscono da anni e si sono detti “perché non andiamo a vivere insieme?”

    Questa domanda può dare il via a mille soluzioni e quella di Ecosol può sembrare all’acqua di rose, ma nella sua semplicità spacca tutto! Non è che si vive in comunità tipo “comune anni ’60”. Ognuno ha il suo appartamento esattamente come lo desiderava e in più ci sono spazi comuni da usare a piacimento. Un grande salone con cucina. Orto. Lavanderia. Una cella frigorifera e una dispensa comune. Sul tetto i pannelli solari alimentano tutto: dai riscaldamenti ai condizionatori, dalle piastre ad induzione al boiler. L’amministrazione se la fanno loro. E le spese sono zero (sì, il gas non c’è, ve l’ho detto, è tutto elettrico).

    Poi è importante sottolineare una cosa fondamentale: è una comunità intenzionale. I condomini si sono scelti. Hanno deciso come abitare e si sono fatti la casa su misura, che soddisfacesse un bisogno comune di basso impatto energetico e rispetto dell’ambiente. Con il costo di un normale appartamento.

    E poi conoscersi prima ha un grande vantaggio. Ovvero a fianco non hai un vicino sconosciuto. Hai amici di una vita. Se ci penso a come abbiamo scelto la nostra casa di Genova è follia: scegliamo la casa perché ci piace la zona, l’esposizione, le stanze (ma poi dobbiamo personalizzarla e la radiamo al suolo quasi sempre) e non ce ne frega granché dei rapporti umani, del vicinato.

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    Una casetta “portatile” dal costo di circa 2000 Euro. Questo è lo “spazio privato” a Consolida

    Stiamo poco a Ecosol perché ci aspettano ad un ecovillaggio a Zocca, poco lontano. Lì la vita comune è più estrema: chi abita l’ecovillaggio ha un piccolo spazio personale (un bauwagen o una yurta) e tutto il resto della vita (e degli spazi) sono in comune. Si raccoglie la legno e la mattina parte prestissimo, a lavorare nel grande orto sinergico dove le piante crescono insieme. Mi spiego meglio. Non ci sono tipo blocchi di insalata e blocchi di fagioli. Le piante crescono insieme con un aspetto di caos controllato dallo strano fascino. Nulla è casuale, perché gli ortaggi si aiutano a vicenda: ad esempio, vicino ai fagioli le zucche. «Insieme crescono meglio», mi spiega Massimiliano.

    Ci sono tre bimbi meravigliosi, liberi, selvaggi. Li sento urlare insieme a Gaia mentre strappo il convolvo che sta cercando di soffocare le piccole piante di mais. Sembra di vivere nel passato tranne che nell’ora dei mondiali. Allora appaiono magicamente televisore e bottiglie di birra. «Dovete andare al Bigallo»  dice Lavinia , che qui fa la woofer come noi (ovvero scambia lavoro con ospitalità). «È tipo un ecovillaggio, ed è  la sede del circo Paniko. L’aspetto artistico lì è molto forte, vi piacerà».

    Ci fidiamo perché la fiducia è ormai il motore del nostro viaggio. All’inizio, con la forma mentis del lavoro in città, avevamo pianificato tutto e fatto un trailer. Tutto era studiato al millimetro. 17 giorni a Malta. Poi passaggi fino in Toscana. 15 Giorni in ecovillaggio, e via così. La pianificazione ci dava un morbido limbo di tranquillità. Pochi giorni prima di partire ci chiamano da Malta. «Abbiamo grossi problemi, non possiamo ospitarvi». E che si fa? Si parte lo stesso. Inizialmente con la paura del non pianificato. Poi magicamente le cose girano, ogni posto ci suggerisce il successivo. Nascano nuove idee. E noi ci adattiamo a seguire quello che succede, accusando ogni volta la stanchezza di ripartire da zero, inserirsi in un nuovo contesto e ripartire.

    conchiglia-unlearningGaia soffre gli adii, le partenze per lei sono improvvise e ha imparato a portarsi dietro sempre qualcosa dal posto che ha appena lasciato. Un sasso. Una collana. Un panino al prosciutto. Se lo stringe forte in mano mentre si addormenta in macchina e noi raccontiamo per l’ennesima volta il progetto al driver che ci porta verso la nuova tappa.

    Bigallo dicevo. Eccoci. Siamo arrivati ieri sera. Di notte. Ci hanno accompagnato alla nostra yurta, che si raggiunge solo con una ripida salita. La notte ha portato sonni lunghi e precisi, come se la forma rotonda della tenda conciliasse i flussi dell’ inconscio.

    Anche nei trulli era così, ma meno intenso. Il telefono vibra sul comodino. Ecco il giornalista, è assonnato, deve aver dormito molto pure lui. «Bella questa cosa di Unlearning– mi dice  – ma tipo disimparate tutto e diventate dei primitivi?». Uff. No amico. Gli spiego che per “disimparare” non intendiamo andare in giro nudi, accendere il fuoco con le pietre, ululare alla luna e sgranocchiare radici vegan. Per noi Unlearning è fare tabula rasa di quella che era la nostra vita di città, dei nostri giudizi e dei nostri retaggi culturali.

    Perché la vita che abbiamo impostato è figlia di quella che ci hanno insegnato. E la stiamo ripassando a nostra figlia. Con gli stessi vizi, le stesse paure. E allora lasciamo tutto per sei mesi, portiamoci solo due valige e re-impariamo da zero.

     Ah, capito, mi dice il giornalista. Comincio l’intervista. Forza, che poi si scende al Bigallo e vediamo che cosa succede. Intanto voi seguiteci su Unlearning. Rock and Roll.

     

    Anna, Lucio e Gaia

  • In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

    In viaggio con Unlearning: il racconto di Anna, Lucio e Gaia fra ecovillaggi e scuola famigliare

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    Ciao! Siamo Lucio Anna e Gaia e siamo partiti da Genova il 5 Aprile 2014 per un viaggio di sei mesi. Il nostro progetto si chiama Unlearning. Siamo ospiti di famiglie, ecovillaggi e comunità che si stanno muovendo verso una vita più a misura d’uomo. Per viaggiare usiamo il baratto: barattiamo il nostro tempo, la nostra casa e le nostre competenze.
    Tutto questo diventerà un documentario: “Unlearning dedicato alle famiglie che vogliono cambiare il mondo”!

    Primo problema di un viaggio fatto con il baratto: dimenticarsi il pin del proprio bancomat. Siamo fermi davanti alla banca di Alberobello; io e Anna ci guardiamo dubbiosi. Gaia si scoccia, vuole tornare ai trulli. E voi mi direte: cosa ci fate con una carta bancomat se viaggiate con il baratto? Mentre siamo in giro da quasi due mesi cercando di non usare il denaro, la nostra casa richiede attenzione: i messaggi in segreteria dell’amministratore di condominio ci rincorrono con la rata del tetto.

    Ogni volta che la nostra vecchia vita bussa alla porta l’effetto è parecchio strano. Tappa dopo tappa la routine genovese è sempre più lontana, nuove idee si combinano, si mischiano, scacciando il pensiero del pin nell’angolo più nascosto del mio cervello. Quando abbiamo preparato il nostro itinerario di viaggio, abbiamo scelto di essere ospiti di famiglie diverse dalla nostra classica famiglia di città. Famiglie che hanno smesso di delegare il cibo al supermercato, l’istruzione alla scuola, il vicinato al condominio.

    Dallo sportello di Alberobello con il bancomat in mano, scrivo questo articolo e penso alla nostra prima tappa, Ciumara Ranni (in siciliano significa “fiumara grande”), un ecovillaggio nato in un’umida valle sopra Siracusa, un posto magico che si prepara ad  un’indipendenza energetica totale. I pannelli solari regalano l’energia necessaria per le poche lampadine e i cellulari, nel fiume scorre acqua potabile e l’orto sinergico è pieno di verdura da cucinare o da scambiare con gli agricoltori vicino. Niente carne, latte o latticini: a Fiumara Grande l’alimentazione è strettamente vegana e anche il glutine non è visto così bene.

    Adattarsi all’alimentazione in queste prime settimane non è stato così traumatico. Io, onnivoro amante della testa di maiale cotta al forno, lo temevo parecchio ma ai primi giorni di perplessità  si è sostituito un benessere profondo. Gaia fa qualche faccia insofferente alle continue zuppe e insalate, salta qualche piatto ma come tutti i bimbi si adatta all’ambiente con pochi sforzi. Ogni sera si addormenta sazia davanti al fuoco.
    Anna invece ha iniziato questo viaggio con la convinzione che “il cambiamento inizia dall’alimentazione”. La guardo. Mi sorride. Vedo nei suoi occhi la conferma della sua idea. Più o meno recita così… “Il sistema delle multinazionali alimentari impiega una quantità di energia dieci volte superiore a quella che riproduce sotto forma di cibo, e getta via il 50% del cibo prodotto, contribuendo così al problema strutturale della fame e alla diffusione di malattie come l’obesità e il diabete. Attinge e inquina al 70% dell’acqua del pianeta. Ha distrutto il 75% della biodiversità in campo agricolo e contribuisce per il 40% all’emissione del gas serra. Di contro l’agricoltura attenta alla Terra produce il doppio di quanto consuma, i suoi frutti sono sani e nutrienti; salvaguardia la biodiversità, il suolo, l’acqua. Protegge la terra, gli agricoltori, la salute pubblica”.

    Prima di partire ero convinto che la buona alimentazione fosse comunque riservata ai più fortunati dal punto di vista economico, quelli che possono permettersi di comprare arance bio a 5 euro al chilo, che fanno riunione al Gas di quartiere e sovraccaricano Facebook di citazioni dalla facile presa (tipo quello che ho appena fatto qua sopra, tanto per capirci).

    Da Ciumara Ranni la prospettiva è diversa. Ci si spacca la schiena. Là il cambiamento è solo questione di coraggio. A Ciumara Ranni l’età media è di 35 anni, e fra ex-correttori di bozze e passati psicologi, si ritorna a zero e un po’ si impara dalla pratica, un po’ dai libri, e quando c’è connessione si scaricano i video di permacultura da internet. I contadini del luogo si sono fermati a mangiare con noi, ci hanno insegnato gli innesti e regalato chili di arance che nessuno raccoglie più (i contadini non sono vegani, loro si fanno una risata… a 80 anni suonati salgono sulla panda e vanno a cucinare l’istrice appena catturata vicino alla cascata).

    Chini sui campi, abbiamo tolto le infestanti dal campo di ceci. E mentre il nostro corpo si adattava al lavoro fisico, Gaia imparava ad allontanarsi da noi, passando la giornata ad attraversare il fiume o a costruire improbabili armi con quello che trovava in giro. Anche noi stiamo imparando a fidarci, e a smettere di chiamarla ogni volta che ci scompare dalla vista.

    Oltre all’insalata e all’odore della legna, a infondere benessere a Ciumara Ranni è anche il coraggio di Roberto, Francesca e Mirco che stanno investendo in questo progetto la loro vita. Ci ha stupito apprendere che il cambiamento può anche arrivare senza un forte investimento economico, ma non senza caparbietà, coraggio e fermezza delle idee. La casa che li ospita è in comodato d’uso gratuito e, in cambio delle migliorie apportate alla struttura, la comunità avrà in cambio della terra.Terra in cui si sta progettando il vero ecovillaggio in terra cruda, in auto costruzione e con un investimento economico bassissimo.

    A proposito di soldi. Sono sempre qui davanti alla banca di Alberobello. Rificco il bancomat nel portafoglio e guardo Gaia. Sul marciapiede della banca si annoia parecchio. Cerco di distrarla. Le chiedo dove vorrebbe essere. Mi dice da Micòl.

    unlearning-gaia-micol-bimbiMicòl è una mamma fantastica che fa scuola famigliare ai suoi bimbi, siamo stati suoi ospiti. «La scuola pubblica è stata istituita per dare a tutti l’opportunità di apprendere, ma adesso si è cambiato il paradigma e sembra che “eserciti il controllo”», mi raccontava mentre impacchettava la sua cioccolata. «Quando nasci sai che il tuo posto è il mondo. Poi cresci, vai a scuola e ti dicono. Siediti. Quello è il tuo posto. E da lì comincia il tuo cammino nella “cività”».

    E se io come genitore volessi dedicarmi all’istruzione dei miei figli? Lo so cosa pensate. Bambini che non parlano con nessuno, che non vedono nessuno, con problemi di socializzazione. Prima di conoscere i figli di Micòl, vi confesso, lo pensavo anche io. Ma la loro vita è così diversa dalla nostra vecchia routine genovese che ci ho messo un po’ a capirli:  in viaggio per l’Italia con il furgone, la loro scuola è il viaggio e ogni pretesto è buono per far partire una lezione.  Da un po’ di farina, acqua e lievito Micòl tirava fuori una lezione di alimentazione, di matematica (quanto lievito ogni 100 grammi di farina? E se la farina raddoppia?) e di chimica (cosa succede alle molecole quando l’acqua bolle?). Micòl spiegava, Gaia e i suoi bimbi ascoltavano mentre facevano vermi di pasta.

    unlearning-casa-micolNoi grandi ce ne stavamo cullati in quel piacevole Caos. Micòl non è sempre in viaggio e quando è a casa ospita viaggiatori. Come ha fatto con noi, lei ha sempre qualcuno in casa che la aiuta con le sue attività. Noi l’abbiamo scoperta su www.workaway.info. Sul suo profilo scrive così: “We like to travel and we love to share with other people our experiences. We love to host the world in our family also because we are an home schooling family so we are grateful that our kids can learn from life and not from the books”. Certo che l’energia che Micòl ci mette è incalcolabile. E avere estranei per la casa a cui spiegare sempre tutto da capo non è certo cosa facile. Come conciliare tutto questo con la propria vita? Ne abbiamo parlato un sacco mentre Gaia, Cosimo e Arturo giocavano, leggevano o preparavano la propria pasta al pomodoro.

     

    E come dimenticare, infine, i bimbi di Toti e Tiziana? Abbiamo lasciato casa di Micòl e ci siamo diretti verso l’Etna, alle case di paglia “Felce Rossa”. Abbiamo girato il compost, pulito la strada dalle pietre e le vigne dalle erbacce in cambio di vitto e alloggio. Non ce lo siamo inventato noi: si chiama wwoffing. Qui abbiamo capito come costruire un muro con le balle di paglia e siamo rimasti stupiti dal calore, fisico e umano, di quella casa. Orto sinergico, teatro di paglia, corsi di permacultura: anche qui tutto in direzione del cambiamento. Anche Toti e Tiziana hanno investito tutto nel loro progetto, trasformando la casa di paglia “Felce Rossa” nel loro stile di vita.

    «Come fate a spostarvi senza macchina?» ci chiedeva Toti curioso, durante una delle cene che condividevamo ogni sera. Questa “cosa del viaggio con il baratto” gli è piaciuta. «Usiamo i passaggi di BlaBlaCar. È un sito dove ogni utente segnala il suo viaggio in auto, e quanti posti liberi ha. Per esempio oggi abbiamo trovato Sergio che veniva da Ispica a Catania. Grazie al suo annuncio noi abbiamo saputo del suo viaggio, lo abbiamo contattato e la sua macchina, invece che viaggiare con un solo passeggero, era piena. Abbiamo fatto amicizia, condiviso la stessa storia e barattato il viaggio». Tiziana ci guardava perplessa. Le ho fatto vedere il video che abbiamo fatto per spiegare il nostro viaggio su internet e mentre il video passava sul monitor del mio computer pensavo a Genova, a tutte le macchine monopasseggero incolonnate davanti alla nostra Fiumara.

    Illuminazione, la targa di una macchina ad Alberobello: BF 667 CT.

    Eccolo. Caspita, eccolo il codice del mio bancomat. 667 531.Torno alla realtà. Chiamo Anna, riprendo la mia carta di credito e mi rificco in fila. 667 531. Ora che l’ho scritto su Era Superba se me lo dimentico vengo a cercarlo qui. Sì perché il nostro viaggio è ancora bello lungo. Ora non ho più tempo di raccontare, ma siamo stati in couchsurfing nelle grotte, con Timerepublik abbiamo barattato una consulenza grafica con un altro passaggio, siamo stati ospiti di una barter e di una pittrice calabrese e ora siamo nei trulli da Sergio. Lui salva gli oggetti dai rifiuti, li toglie dal tritacarne del consumo e il trasforma in arte.

    Vi racconteremo tutto nel prossimo articolo. Ora è il mio turno in banca. 667531. Mille euro di bonifico. Alla faccia del baratto.

    Lucio, Anna e Gaia

  • Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    Istanbul, la città vecchia aldilà dei Balcani. Fra bazar e minareti, vicoli e odori

    istanbul-notte-panorama-portoUna sera, durante una cena speciale, ho ricevuto un libro in regalo con sopra una dedica, un dono inaspettato, semplice e sincero, uno di quelli che arrivano dal cuore. Il libro parla di una città magica aldilà dei Balcani dove oriente e occidente si fondono nelle acque increspate dei suoi due mari sempre in movimento, come il popolo che ne abita le rive fin dai tempi antichi. Chiamatela Bisanzio, Istanbul o Costantinopoli, la sua storia è impregnata nella terra intrisa di sudore e sangue, l’eco delle millenarie battaglie viaggia nell’aria come polline in primavera trasportato dal vento che soffia sul Bosforo. Incuriositi e felici abbiamo riempito la valigia di entusiasmo e siamo saliti su un aereo, direzione Turchia.

    A Instanbul era una fresca e limpida serata di marzo, la strada per raggiungere il centro dall’aeroporto Ataturk costeggia il porto e dal finestrino del taxi passavano rapidi i fotogrammi della vita quotidiana. Grandi palazzi trasandati e malconci sembravano cadere da un momento all’altro, facevano da scenografia ad un palco che alternava locali e ristoranti a piccole aree verdi dove gruppi di persone sedevano di fronte ad un fuoco. Il tassista, un tipo poco raccomandabile e di poche parole, zigzagava nel traffico a velocità sostenuta non curandosi di avere due passeggeri a bordo, teneva la radio ad alto volume e ascoltava un’incomprensibile canzone araba, dopo improvvise frenate e pedoni sfiorati siamo entrati a Sultanahmet, la città vecchia.

    istanbul-aran-bazarHo pagato il taxi lasciando una piccola mancia e mi sono voltato per raccogliere le valigie, Arianna stava accarezzando un gatto, era grande e ben curato nonostante fosse un randagio, aveva un pelo folto e maculato di bianco e di nero. I gatti di Istanbul sono considerati sacri, i suoi abitanti li coccolano e li nutrono lasciandoli liberi di vagare per la città indisturbati passando silenziosi tra le gambe dei turisti riposando sulle panchine facendosi accarezzare dai passanti. Questo amore nasce da un antico racconto riguardante la gatta che Maometto teneva sempre in grembo, essa lo aiutò a cacciare un serpente che era entrato nelle sue vesti salvando la vita al profeta islamico.

    Il primo impatto con il cuore di Sultanahmet è stato il canto del Muezzin proveniente dalla Moschea Blu, la sua voce nascosta tra i rumori della città  volteggiava in aria tra i gabbiani arrivando a chiamare i fedeli per la preghiera lasciando ammaliati chi come noi la ascoltavano per la prima volta. Abbiamo attraversato il piccolo Aaran Bazar, tessuti e spezie coloravano il nostro cammino illuminato da variopinte lampade poste fuori dalle vetrine, alla fine del mercato si vedevano piccole nuvolette di fumo provenienti da un bar all’aperto. Attirati dal profumo di quei vapori ci siamo seduti e abbiamo ordinato un succo di carota e uno di melograno assaporando il fumo del tabacco alla mela che usciva dal narghilè, un cameriere passava di tanto in tanto a sostituire il carbone nel braciere e ci siamo rilassati osservando queste usanze così insolite dalle nostre parti.

    istanbul-derviscioIl locale era molto spartano ma affascinante, i tavoli in legno erano bassi e le poltroncine foderate di una stoffa rossa simile ai tappeti persiani, tre uomini suonavano dal vivo musica turca e sul palchetto si esibiva un Derviscio con la sua danza roteante, un rito che porterebbe a raggiungere un’estasi mistica. Gli altri tavoli erano occupati da uomini che giocavano a backgammon e dama, alcune donne con indosso un Niquab ridevano di gusto nascondendo il loro sorriso sotto il velo. Si beveva principalmente tè servito in piccoli bicchieri panciuti, poi caffè turco e succhi di frutta, gli alcolici non sono previsti dall’Islam e difficilmente vengono serviti nei locali. Nel cuore di Sultanahmet, venivamo avvolti dal profumo di castagne e pannocchie che rosolavano sulla brace degli ambulanti nella passeggiata notturna ai piedi della Basilica di Santa Sofia e della Moschea Blu.

    La mattina seguente di buonora centinaia di gabbiani volavano sopra le guglie dei minareti, corvi e piccioni si spostavano frenetici da un terrazzo all’altro dove i gatti aspettavano sornioni una loro distrazione camminando silenziosamente sui tetti. Le navi in porto si scambiavano i saluti sotto un soffitto di nuvole bianche e i pescherecci ormeggiavano sulla banchina scaricando le casse del pescato della notte sui carretti già pronti per le prime consegne ai ristoranti. Il caffè turco ha una preparazione più lunga e accurata rispetto a quanto avviene dalle nostre parti, viene servito dentro una variopinta tazzina riempita fino al bordo, sul fondo giace un sedimento di finissima polvere che secondo gli anziani servirebbe a predire la sorte, noi quella polvere la raccoglievamo con il cucchiaino lasciando ben poco per leggere il nostro futuro.

    Santa Sofia e la Moschea Blu

    Come prima tappa ho scelto l’imponente basilica di Santa Sofia, dapprima nata come chiesa cattolica, in un secondo tempo diventata moschea e successivamente museo. La sua travagliata storia parla di terremoti e guerre, del suo passaggio all’Islam e, in particolare, di leggende da mille e una notte, storie poco credibili ma sicuramente affascinanti. Sotto di essa nascono le cisterne, le più grandi della città, un vasto spazio sotterraneo costituito da dodici file da ventotto colonne tra le quali scorre acqua un tempo proveniente dalla foresta di Belgrado grazie ad un antica ed efficientissima rete idrica.

    La bellezza immortale della Moschea Blu ha ispirato scrittori e registi, tra i quali Ian Fleming che fece recitare il suo James Bond nelle cisterne in dalla “Russia con amore”. Avevamo tolto le scarpe e Arianna doveva coprire il capo con un velo per entrare. Sul pavimento un grosso tappeto rosso occupava ogni spazio e alcuni fedeli si raccoglievano in preghiera.

    Il Gran Bazar

    istanbul-lampade-bazarI turchi sono abili mercanti, amano portare a termine lunghe ed estenuanti trattative e non sono disposti a vendere senza arrivare ad un punto d’incontro sul prezzo di partenza. Il Gran Bazar è il regno del commercio di Istanbul, al suo interno si possono acquistare tessuti e tappeti, dolciumi e merce contraffatta, ci sono anche diverse botteghe artigiane di pellami, gioielli e prodotti tipici. Collane e orecchini brillano come stelline nelle vetrine dei negozi, i profumi di curry e cannella si aggirano con circospezione tra i piccoli passaggi del bazar, mentre un ragazzino schizzava tra la folla portando un vassoio per il Tè legato a tre catene, la forza centrifuga permetteva ai bicchieri di non cadere, ma le sue doti da circo rimanevano innegabili.

    Abbiamo chiesto il prezzo di una borsa ad uno dei più loschi individui che potevamo trovare, ci invitava a seguirlo per vedere altri modelli in magazzino e in pochi secondi siamo finiti fuori dal bazar, in un cortile ricavato da alcuni scantinati e piccole abitazioni ammassate senza alcun principio architettonico, un alberello era cresciuto proprio al centro e un uomo era appoggiato sul tronco, osservava un pollo che passeggiava inconsapevole del suo destino. Il compare del nostro venditore stava preparando la brace sotto una griglia, era scuro di fuliggine e indossava un camicia marrone sbottonata, sotto aveva una canottiera bianca e in testa un basco nero, una perfetta comparsa per un film di Kusturica. Intanto, il barbiere chiacchierava con un cliente fuori dalla sua bottega, vestiva un camice bianco da macellaio, ci guardava incuriosito ed io rispondevo con lo sguardo di chi non si sarebbe fatto accorciare neanche le basette. Abbiamo preferito non salire in magazzino aspettando in cortile, il mercante scendeva le scale tenendo la borsa sotto braccio con aria di sfida. Ognuno era fermo sulla sua posizione e la trattativa non si sbloccava, la situazione intorno a noi si faceva sempre più calda, il pollo ormai era allo spiedo e non volevamo fare la stessa fine…

    Suggestioni. Nonostante la faccia da serial killer, i turchi sono persone affabili e dai modi gentili, così ci siamo accordati sul prezzo scendendo a meno della metà da quello di partenza. I soldi risparmiati sono stati investiti poco dopo al mercato delle spezie dove montagne colorate di polveri facevano da sfondo a vallate di dolciumi e campi di tisane di fiori.

    Attraversati i bellissimi giardini dei palazzo Topkapi ci siamo trovati nella piazza sottostante al ponte Galata, il giro turistico era finito, adesso volevamo vivere le emozioni della vera Istanbul inoltrandoci nelle vie meno battute.

    Una donna sedeva pensierosa sui gradini della piazza, indossava uno chador rosso papavero, i suoi occhi erano fermi,  davanti a lei tutto si muoveva, eppure il suo sguardo sembrava non osservare nulla. I piccioni rissavano per accaparrarsi i semi venduti per poche lire da alcune signore anziane sedute dentro una baracchetta, sui loro visi notavo i segni di un carattere austero e di una vita noiosa, avevano lo sguardo schivo e non si lasciavano fotografare, la cultura islamica sostiene che ogni fotografia porti via una parte di anima, ho cercato di rubare molte anime in quei giorni e ognuna di essa riempie quella di chi la osserva.

    La vita a Istanbul scorre frenetica, le persone si muovono come formiche calpestandosi tra di loro, quindici milioni di abitanti sono tanti e non si può vivere di stenti o aspettando la fortuna. Ogni persona ha un suo compito e chi non ha lavoro si inventa qualcosa, c’è chi vende pellicce dentro il cofano di un anacronistico Mercedes e chi ripara tv seduto sul marciapiede, alcuni raccolgono spazzatura da riciclare, altri riportano alla luce vecchi mestieri come il lustrascarpe e qualche nostalgico vende bandiere di Ataturk per le manifestazioni di piazza Taksim.

    istanbul-tramonto-bosforo

    Per arrivare al quartiere di Beyoglu abbiamo attraversato il ponte Galata che collega il corno d’oro al quartiere Europeo, è stato impossibile trovare spazio per affacciarsi ad osservare il mare, ogni centimetro era occupato da pescatori della domenica intenti a tirare su pesci di piccola taglia e scarpe bucate, la destinazione del pescato non era certamente la tavola di uno dei numerosi ristoranti sottostanti. Beyoglu distribuisce vita lungo tutte le sue arterie ricche di locali e negozi, saltimbanco e musicisti di strada, Istiklal Caddesi è la sua aorta, tre chilometri di negozi, ristoranti, cinema e teatri, confluisce in piazza Taksim, il suo cuore che non cessa mai di battere. La torre Galata sovrasta il quartiere, era parte integrante dell’omonima fortezza costruita quando Genova vantava diritti commerciali con l’imperatore bizantino, oggi è uno dei simboli più significativi della città oltre che una delle attrazioni turistiche più importanti.

    Quel pomeriggio, i tram rossi per piazza Taksim passavano di continuo in mezzo alla folla, dietro di loro una coda di ragazzini cercavano un passaggio gratuito o un semplice divertimento, si aggrappavano al finestrino scatenando le ire del tramviere e rendendo quasi ridicola la scena.

    Il sole calava dietro le moschee specchiandosi sul bosforo, l’ombra dei minareti contrastava il giallo del cielo profilando perfettamente i contorni della città, le acque adesso erano calme e la gente era ferma a contemplare quella luce che sembrava giungere da un abat-jour posta dietro la collina.

    Diego Arbore

     

  • Cipro, Era Superba al training course sulle elezioni europee 2014. La nostra esperienza

    Cipro, Era Superba al training course sulle elezioni europee 2014. La nostra esperienza

    time-for-action-cipro-3Ci hanno “mandati a quel Paese”, e a farlo è stato YEAST, associazione genovese che si occupa, tra le altre cose, di scambi e mobilità internazionale dei giovani nei Paesi europei. Siamo stati ospiti a Cipro per frequentare un training course dedicato alle prossime elezioni europee di maggio 2014, dal titolo “European Elections 2014: Time for Action”.

    Assieme a noi, delegati di Era Superba con la missione di portare Genova in Europa, un’altra ventina di partecipanti under 30 da vari Paesi (Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Croazia, Polonia, Slovenia) che tra 21 e 27 marzo hanno partecipato assieme a noi ai seminari e alle attività organizzate dall’associazione cipriota E-Youth.

    Abbiamo deciso di partire prima dell’inizio del corso, e siamo arrivati sull’isola qualche giorno prima, il 19 marzo, per guardarci un po’ attorno e andare alla scoperta della “real Cyprus” (come Adela Quested, che nel romanzo di E.M. Forster andava alla disperata ricerca di “the real India”, perdendosi nelle grotte di Marabar). Vi avevamo dato qualche anticipazione, confidandovi le nostre aspettative, le speranze e il fermento pre-partenza. Poi vi abbiamo portato con noi alla scoperta dei posti più belli, grazie a un live tweet  da cui è nato anche uno storify. Ora vi raccontiamo per filo e per segno com’è andata.

    Training course “European Elections 2014: Time for Action”

    european-union-house-ciproIl progetto è stato organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Grecia) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia. Si tratta di un corso inserito all’interno dello Youth in Action Programme 2007-2013, approvato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dei Ministri nel dicembre 2006. Rivolto a giovani tra i 15 e i 28 anni residenti in uno dei 27 Paesi membri UE, coinvolge istituzioni locali, organizzazioni, enti non-profit. Scopo del progetto, facilitare l’inclusione dei ragazzi all’interno della società e incoraggiare lo spirito di iniziativa, promuovendo una migliore comprensione delle diversità in Europa.

    Youth in Action si articolava in 5 programmi: Youth for Europe; European Voluntary Service; Youth in the World; Youth Support Systems; Support for European cooperation in the youth field.

    Dal 2014 Youth in Action è stato inglobato all’interno del nuovo Erasmus + 2014-2020, progetto per educazione, formazione, gioventù e sport che combina LLP, YiA e altri 5 programmi di cooperazione internazionale. In particolare, il nostro training course sulle elezioni si è svolto a proprio a Nicosia, all’interno del Youth Hostel Zemenides Mansion, e nei sei giorni di training abbiamo partecipato a workshop, lavori di gruppo, street actions; abbiamo discusso di argomenti di attualità e messo in atto simulazioni di sedute della Commissione e del Parlamento Europeo, cercando di approfondire il programma dei vari partiti, anche mediante ricorso a quiz, giochi, momenti partecipativi.

    time-for-action-cipro-2Si è cercato di approfondire tematiche come quelle legate al mondo LGBT e alla rappresentanza omosessuale all’interno del nuovo Parlamento Europeo dopo maggio 2014: abbiamo scoperto che Cipro sembra non recepire le tendenze internazionali ed europee e resta perlopiù esclusa dal processo di tutela della comunità LGBT e di riconoscimento dei diritti fondamentali. Ci ha sorpreso constatare la scarsa informazione della maggior parte dei cittadini ciprioti interpellati, molti dei quali non avevano mai sentito l’acronimo “LGBT” e per i quali la confusione a riguardo sembrava regnare sovrana. Ci siamo confrontati con i nostri colleghi su temi come ambiente e sostenibilità; legalizzazione delle droghe leggere, allargamento dei confini della UE. Abbiamo partecipato a un incontro con alcuni dei responsabili della European Union House Cyprus in cui si è parlato delle dinamiche all’interno delle “stanze dei bottoni” della UE, delle differenze tra Commissione e Parlamento europeo, dell’importanza del voto e della partecipazione dei cittadini, che attraverso la UE possono dire la loro e avere un impatto su un piano ulteriore rispetto a quello nazionale: “act, react, impact”, non a caso, è lo slogan delle elezioni di maggio.

    Nicosia

    Nicosia, città interculturale, ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico. Capitale che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia; città dall’animo ellenico ma a soli 70 chilometri dalle coste ottomane, dalle quali la separa solo un lembo di mare; metropoli con grattacieli e villaggio di agricoltori: questa moltitudine di anime rende Nicosia così affascinante e difficile da inquadrare all’interno degli schemi tradizionali.

    Atterriamo sull’isola di notte mentre ci accoglie una luna rosso sangue che spunta dal mare, proprio come dal mare era spuntato il Sole, quella mattina, a Genova. E così ci sentiamo già un po’ più di casa, in una Cipro che a volte ci ricorda Rimini, a volte il Salento. E, nonostante il mare verde cristallino e le scogliere scolpite dal vento, l’isola non è solo la sua costa. I collegamenti al suo interno sono semplici: lunghe superstrade uniscono rapidamente le più importanti città a Nicosia, a cui tutte convergono naturalmente come in una sorta di raggiera. In poco meno di un’ora di bus, tra distese di uliveti, dolci onde collinari e altopiani rocciosi, raggiungiamo la capitale. La stazione dei bus si trova su quello che solo in un secondo tempo capiremo essere un bastione delle antiche mura veneziane della città, perfettamente conservato come tutti gli undici che la difendono. È una cinta muraria imponente, una delle meglio conservate del Mediterraneo, il cui impatto è tanto forte da non aver lasciato indifferente un’architetto del calibro di Zaha Hadid, impegnata nel progetto dell’Eleftheria Square. Se la prima cosa che un turista vede di Nicosia sono le sue mura, le dimentica immediatamente dopo attraversando la città, grazie al calore e alla cordialità della sua gente. Percorrendo la strada principale, da cui si ramificano una serie di stradine ricche di locali che sprigionano i profumi dei narghilè fumanti, si arriva molto in fretta al CheckPoint, unico ingresso del muro che divide ancora l’ultima capitale del mondo in due. Prendiamo “coraggio”, non tanto per il timore, quanto per il fascino che la cosa comporta: passiamo dal controllo passaporti, compiliamo il visto, lo restituiamo per i timbri e, finalmente, siamo nella parte turca di Nicosia. E sembra immediatamente di essere in un altro continente. Le voci, i canti dai minareti, le stradine piene di botteghe e artigiani, il Bazar carico di incensi e tessuti, le pietre e i gioielli orientali, la cattedrale di S. Sofia convertita a Moschea, le bandiere turche e i soldati in appostamento. La parte turca di Nicosia affascina per tutte queste cose insieme. Ma ancora di più affascina perché la gente ha la stessa identica cordialità e lo stesso identico calore di quella dall’altra parte. E si intuisce, allora, che a dividerli sia solo una striscia di muro militarizzata e di filo spinato. Sarebbe bello che, anche rimanendo così le cose, pur rimanendo divisi, si mandassero a casa i soldati e si abbattesse quella barriera. Magari tutti si accorgerebbero che, in effetti, non ce n’era affatto bisogno.

     

    Elettra Antognetti e Nicola Damassino

  • Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    Unlearning, il lungo viaggio di una famiglia genovese alla scoperta di nuovi stili di vita

    UnlearningConoscere per disimparare. Unlearning è l’iniziativa di una famiglia genovese – Anna, Lucio e la piccola Gaia – che il prossimo 5 aprile partirà dalla Fiera Primavera di Genova per intraprendere un viaggio molto particolare, un documentario lungo sei mesi alla ricerca di modi diversi di stare al mondo, diversi dalla routine cittadina e dalle tante certezze che immobilizzano la nostra vita. Un’esperienza documentata passo per passo, una “guida” per famiglie e persone curiose alla ricerca di nuove idee per costruire un’economia più a misura d’uomo adatta alle proprie reali esigenze. Si sente ormai sempre più spesso parlare di sharing economy o economia collaborativa, Unlearning vuole provarci sul serio e, soprattutto, vuole coinvolgerci, attirare la nostra attenzione, vuole stimolarci. 

    «L’idea di abbandonare la routine quotidiana è venuta dopo aver visto mia figlia disegnare un pollo a quattro zampe. La bambina, abituata alle confezioni del supermercato che contengono quattro cosce di pollo, dava per scontato che tutt’e quattro appartenessero allo stesso esemplare, non avendo mai avuto modo di vederne uno dal vivo».

    Era Superba è media partner di questa bella iniziativa, seguiremo gli spostamenti dei nostri concittadini e vi aggiorneremo sulle loro attività per tutta la durata dell’esperienza fino alla pubblicazione del documentario.

    La parola d’ordine di Unlearning è il baratto. Le esperienze che verranno documentate avranno proprio il concetto dello scambio come punto di partenza: couchsurfing, woofing, scambio linguistico, banca del tempo, scambio di appartamenti. Proveranno a vivere in fattorie biologiche e in spazi condivisi, metteranno in gioco i propri talenti e le proprie capacità in cambio di ospitalità. Le prime due tappe sono già fissate, il resto del viaggio no. Molto dipenderà dagli eventi, da quello che Lucio, Anna e Gaia incontreranno lungo il cammino. «Sulla nostra pagina Facebook abbiamo pubblicato le richieste di passaggio con Bla Bla Car per raggiungere le prime due destinazioni. Poi tutto sarà in balia degli eventi: magari ci troviamo malissimo e cambiamo itinerario, oppure scopriamo una cosa nuova e cambiamo… Sarà anche questo uno dei temi del documentario Unlearning».

    «La nostra prima tappa è un Ecovillaggio in Sicilia, poi saremo ospitati da una famiglia che accoglie viaggiatori da tutto il mondo grazie al sito Workaway, sarà poi la volta di un artista pugliese che ci mostrerà le realtà alternative della zona, una scuola libertaria, una transition town inglese, e comunità di vario stampo: che siano animate da uno spirito hippie, religioso, sociale o dall’attenzione verso l’ecologia, le famiglie che abbiamo scelto per il nostro itinerario hanno impostato i propri tempi e spazi in modo non convenzionale».

    La preparazione di questa avventura è durata più di un anno, periodo in cui in tanti hanno manifestato curiosità e solidarietà nei confronti dell’iniziativa, a conferma di ciò gli oltre 2000 euro raccolti con la campagna di crowdfunding per la produzione del dvd del documentario. Un’organizzazione che ha richiesto tempo ed energie: «Abbiamo cercato tutti i vari modi di usare il baratto e lo scambio e abbiamo studiato spostamenti che fossero sostenibili per una famiglia. Non dimentichiamo che con noi c’è una bambina di cinque anni…»

    Tanto interesse ha suscitato il vostro bel progetto, una discreta cifra raccolta grazie al crowdfunding… un orgoglio per voi, e sicuramente anche una responsabilità. Come vivete la partenza che si avvicina?

    «La viviamo bene! Stiamo ancora lavorando molto all’organizzazione, ma siamo felici e non vediamo l’ora di partire con questa esperienza, per noi così importante. Sapere che c’è chi ci ammira e ci sostiene ci regala una grande energia».

    Cosa vi aspettate e cosa invece vi augurate di non incontrare…

    «Ci aspettiamo di disimparare un po’ della nostra vita di città e delle nostre certezze accumulate negli anni. Speriamo di incontrare persone che non mettano delle barriere e che capiscano le motivazioni che ci hanno spinto a mettere in piedi questo progetto che nasce proprio dall’esigenza della nostra famiglia di lasciare la vita di routine, abbandonare la nostra “zona comfort” e partire alla scoperta di nuovi mondi. Come si vive in un ecovillaggio? Si può coabitare con altre famiglie? Come funziona una scuola senza aule? E una città senza petrolio? Si può essere energeticamente indipendenti? Tutti parlano di “tornare alla natura” ma come ci si sente con i piedi nel fango? Ci aspettiamo di vivere diveramente per sei mesi e di confrontarci attivamente con persone che sono state più coraggiose di noi. Cosa ci auguriamo di non incontrare? La morte, troppa pioggia e cibi frittissimi».

    Buon viaggio ad Anna, Lucio e Gaia e a risentirci presto su Era Superba per gli aggiornamenti dai “nuovi mondi”…

  • Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, il lato b della California: quando l’apocalisse è vita di tutti i giorni

    Fresno, CaliforniaL’asfalto era screpolato come la pelle di un elefante al sole,  sudava bitume caldo e oleoso e il vapore saliva alto creando miraggi di antropomorfe figure. I condor tracciavano inquietanti traiettorie nel cielo, con i loro occhi attenti scrutavano il terreno alla ricerca di carcasse di animali e perché no, di esseri umani. Seguivano un coyote magro e affamato che serpeggiava tra cactus e scheletri di macchine dimenticate in quell’oblio arido come la porta dell’inferno.

    Fresno, “la più bella piccola città degli Stati Uniti”, così recava la scritta all’ingresso del paese che campeggiava proprio sopra la Ford stanca e impolverata dalle miglia percorse. Cercavo un officina per controllare un rumore metallico proveniente dal motore, non volevo passare la notte all’addiaccio nel deserto, la strada era ancora lunga e in America le distanze tra le città sono così grandi da non dover tralasciare mai nulla durante il viaggio. Ho parcheggiato vicino ad un cinema probabilmente nato negli anni sessanta e ancora ricco di fascino, una vecchia torretta sovrastava il cartellone con le lettere intercambiabili, la locandina de La guerra dei mondi con Tom Cruise dimostrava che era ancora in funzione anche se in quel momento era chiuso.

    Mi sono avvicinato per curiosare, mi ricordava il cinema dove andavo da bambino, quando, seduto sulle poltroncine rosse i miei piedi non toccavano ancora il pavimento e mia nonna mi comprava il cornetto gelato che si scioglieva a sempre a metà riproduzione. Le pareti tappezzate dai poster di film di ogni epoca formavano un tunnel di visi e nomi impossibili da dimenticare, il profumo dei popcorn faceva parte dell’arredamento così come il carretto dei gelati e la cassa con la doppia entrata, era un pezzo di storia vivente. Seguito dallo sguardo minaccioso di Al Pacino sono uscito e ho iniziato a percorrere la via alberata che conduceva in centro, era movimentata da poche anime e roditori grandi come gatti, le serrande erano chiuse e il traffico inesistente.

    fresno3-DiLa fontana nella piazza principale zampillava acqua torbida, al suo interno un uomo di colore tendeva i suoi grandi muscoli in pose da culturista osservato da alcuni piccioni spettatori curiosi. Forse vittima di un colpo di sole oppure di qualche droga (avevo letto da qualche parte che Fresno era famosa per la produzione di droghe sintetiche particolarmente dannose), qualunque sia stato il motivo quell’uomo non era in sé e ho deciso di fare finta di nulla. Una delle panchine ai lati del viale era occupata da un senzatetto che dormiva profondamente al sole, per un attimo ho pensato potesse essere un cadavere ma quando si alzò di scatto, come quegli zombie dei film horror che improvvisamente prendono vita, ho capito che era meglio guardare avanti. Altre persone dormivano per terra o vagavano senza una meta apparente, quello che sembrava uno scenario apocalittico era la vita di tutti i giorni.

    La voce calda di Johnny Cash arrivò alle mie orecchie, era Jackson, una delle sue canzoni più belle che mi attirava come uno dei bambini del pifferaio magico. Proveniva da un negozio di alimentari, si chiamava  El Mexico, l’insegna era verde con la scritta gialla e un grosso sombrero era appeso alla lettera X come un attaccapanni. Il titolare stava riordinando la frutta all’esterno della vetrina, mi sono avvicinato per chiedere informazioni, era chinato con il sedere che usciva dai pantaloni lisi e lerci. Era basso e tarchiato con i baffi a punta, assomigliava in maniera sorprendente al sergente Garcia di Zorro, indossava una camicia verde pistacchio con degli aloni sotto le ascelle diventati indelebili nel tempo, i capelli erano una fitta trama nera come il fil di ferro tra i quali restavano imprigionate foglie e piccoli insetti.

    Si è alzato a fatica e in modo sgraziato, poi mi ha guardato allungandomi una cassa di banane. “Un momento, amigo”, aspettavo e lo osservavo ordinare le altre casse fino a posizionare la mia in bella vista davanti alle altre. Mi faceva cenno di seguirlo in negozio, io non avevo ancora aperto bocca, ma sono comunque entrato attraversando una tendina rossa da macellaio. “Cosa cerchi amigo?” diceva alzando le folte sopracciglia fissandomi negli occhi da dietro il bancone, da quella posizione si sentiva il re del negozio e mi metteva in soggezione. “Una Coca Cola”, pensavo che acquistare qualcosa fosse il miglior modo per ottenere informazioni. “Solo Pepsi amigo”. Ho allungato sul banco due dollari e mi sono rivolto a lui come se lo avessi pagato per avere informazioni riservate: “Cerco un’officina e credo tu mi possa aiutare”. Il suo sguardo si era illuminato,  sorrideva con una dentatura massiccia ma gialla come l’oro. “Tienes suerte amigo, mi hermano Jorge es meccanico”.

    Sopra un foglio di carta marrone che abitualmente usava per fasciare le uova, tracciava le linee creando una mappa della zona con la strada da percorrere, sapevo di avere il navigatore in macchina ma sarebbe stato maleducato  interromperlo. Come ringraziamento ho acquistato ancora un pacchetto di nachos e due platani, ci siamo salutati con una calorosa stretta di mano e sono ritornato verso la macchina. Era rimasta al sole tutto il tempo, il volante era ustionante e ho usato una t-shirt come presina, l’abitacolo era un forno,  l’aria condizionata faceva fatica a partire ma la radio funzionava bene e passava Oyo como va di Santana.

    Impostato l’indirizzo sul navigatore ho attraversato Fresno, pur essendo al centro della California, in città si respirava un’aria tipicamente sudamericana. Era l’ora più calda della giornata, una signora si riparava con un ombrello dai raggi del sole, camminava sul marciapiede con il passo lento per non sudare troppo. Due bambini che giocavano con un idrante la presero di mira accompagnandola con un getto d’acqua fino alla parte opposta della strada.

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    Arrivato all’indirizzo giusto mi sono guardato intorno, l’officina sembrava un semplice garage e non aveva insegne, forse non ne aveva bisogno, pensai che fosse molto conosciuto o probabilmente era semplicemente l’unico in zona. Jorge era seduto su una sdraio, non aveva molto lavoro in quel momento e sembrava non avesse molta voglia di prendersi in carico la mia auto ma nessuno dei due aveva scelta, così gli ho descritto il problema e lasciato le chiavi, in attesa di ritirare la macchina sono andato a visitare quel poco che rimaneva di Fresno.

    Le strade vuote erano un ambientazione perfetta per la rivisitazione moderna di un film di Sergio Leone, vagavo nel silenzio attraverso folate di vento caldo alla ricerca di qualcosa, non sapevo nemmeno io cosa; decisi di aspettare sotto l’ombra di una palma appoggiato al vaso avvolto da un mosaico bianco e turchese, dallo zaino ho tirato fuori la pepsi e la cartina degli States e pazientemente mi sono seduto.

    Se prima avevo avuto l’idea di dormire a Fresno adesso volevo solo scappare via, il luogo e i personaggi incontrati non mi rendevano tranquillo, dovevo solo pregare che la macchina fosse pronta senza ulteriori intoppi. Jorge era seduto su una sdraio, nella stessa posizione in cui l’avevo trovato, sembrava non si fosse mai alzato e questo certo non mi confortava. Quando mi ha visto arrivare si è acceso una sigaretta e con un gesto svogliato della mano mi ha fatto cenno che era tutto ok, potevo ripartire. Mi ha chiesto cinquanta dollari, non so per cosa ma non aveva importanza, provava a spiegarmelo Jorge, io non capivo e pochi minuti dopo stavo già schiacciando l’acceleratore lungo la statale che taglia l’interno della California.

    Il colore dei campi di grano era tinto dei raggi arancioni di un sole che volgeva al termine la giornata, i camion rilasciavano per strada i contadini assunti per un solo giorno, la mattina seguente sarebbero tornati al punto d’incontro per mettersi in coda e trovare un impiego nei campi. Il sole calava dietro la linea dell’orizzonte sfumando il cielo di rosso e giallo, la luna aspettava paziente l’arrivo delle stelle e l’oscurità avanzava rendendo sempre più buia la salita verso il Sequoia Park.

     

    Diego Arbore
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  • Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Cipro e l'EuropaPartiremo da Genova, un viaggio che per ora sembra tutto fuorché semplice: un treno, un bus, un aereo, tre navette, tre giorni (ok, in mezzo ci sarà pure una sosta relax sulle spiagge di Larnaca) per raggiungere Nicosia, capitale cipriota, in cui i membri dell’associazione E-Youth accoglieranno dal 21 al 27 marzo una rappresentanza di 25 giovani under 35 provenienti da vari Paesi dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Italia, Croazia, Bulgaria, Polonia).

    In mezzo a loro ci saremo anche noi, una piccola delegazione di genovesi, parte della redazione di Era Superba. Partiremo grazie all’Associazione genovese Yeast, progetto cui anni fa hanno dato vita nel 2012 tre ragazzi del capoluogo ligure, Monica Poggi, Stefania Marongiu e Alessandro Boretti, e atterreremo in terra cipriota per partecipare al progetto European Elections 2014 Time for Action: nessuna città sarebbe più adatta di Nicosia, crocevia di persone e ricca di scambi, città interculturale e ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico, che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia.

    Faremo una full immersion di politica, UE, giornalismo e nuovi media in previsione delle prossime elezioni del Parlamento europeo del 22-25 maggio prossimo. In tutto ciò, troveremo anche il tempo per confrontarci, perderci alla scoperta della città, raccontare di noi e scoprire qualcosa degli altri. E vi sveliamo un segreto: porteremo Genova a Cipro, proveremo a promuovere e far conoscere la nostra città attraverso le pagine di Era Superba e i contributi audio-video di guidadigenova.it… Seguiteci su twitter fino al 27 marzo per sapere com’è andata!

    European Elections 2014 Time for Action: il progetto

    Organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Greece) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia, tutto il programma si svolgerà nella capitale, Nicosia: sono previsti workshop, incontri, interventi, lavori di gruppo aperti ai 25 partecipanti, che seguiranno tutte le fasi del progetto partecipando attivamente ogni giorno, mattina e pomeriggio.

    Scopo dei workshop è dare ai partecipanti la possibilità di esprimere la propria percezione sulle tematiche europee, confrontarsi con i rappresentanti di altri Paesi e pensare a una linea nuova da dare all’UE, per trasformarla in un’istituzione più vicina alle esigenze dei singoli e meno astratta, burocratica.
    Il gruppo affronterà i temi che hanno a che fare con il panorama politico e – scrivono gli organizzatori – “it will challenge and consider current political reporting and programming and why it is mainly a ‘switch off’ and not a ‘switch on’ for our audiences” . Un occhio di riguardo sarà rivolto anche alle nuove tecnologie, al loro ruolo negli scambi e nella cooperazione tra Paesi vicini.
    Non ci sono preclusioni nella partecipazione, tuttavia ci sono criteri cui rispondere e di cui nella selezione si è tenuto conto: sono state convocate persone con una preconoscenza delle dinamiche politiche del proprio Paese e della UE, e che hanno mostrato interesse verso l’iter pre-elettorale iniziato nei mesi scorsi e che porta direttamente alle elezioni di maggio.
    Il workshop, inoltre, si concentrerà anche sul tema della copertura mediatica dell’evento elettorale e si cercherà di rispondere a quesiti come: quali informazioni interessano al pubblico? Stiamo coprendo le tematiche giuste? E i programmi politici sono un “turn off”, un deterrente che fa calare l’attenzione? Come migliorare e abbandonare l’ambito della “propaganda” per migliorare la copertura elettorale?

    Discussioni, dibattiti e confronti saranno aperti per risolvere le questioni legate ai media e per informare i giovani europei sui loro diritti, sulle strutture che li circondano, incoraggiandoli a diventare cittadini attivi e partecipi, anche attraverso il voto di maggio.

    Nicosia, la città

    Nicosia, la capitale cipriota, si trova all’incirca al centro dell’isola: la sua storia affonda le proprie radici nell’età del Bronzo ed è diventata capitale solo nell’undicesimo secolo d.C., quando la dinastia dei Lusignano, di origine francese, la trasformò in una città magnifica e piena di splendori, costruendo un Palazzo Reale e oltre 50 chiese.
    Oggi la città è una perfetta commistione di splendore passato e trambusto metropolitano: il centro storico, all’interno delle antiche mura veneziane del XVI secolo presenta musei, antiche chiese, edifici medievali che preservano l’atmosfera dei secoli passati; la nuova Nicosia, invece, si estende fuori dalle mura ed è, oltre che un centro culturale, anche un classico esempio di città contemporanea e cosmopolita, a breve distanza da siti archeologici, villaggi, monasteri e chiese di epoca bizantina.
    Il centro della città oggi è diviso in due parti, unico caso di capitale europea ancora separata con la forza. Ci sono due settori, uno cipriota e l’altro di occupazione turca: il primo si trova nella parte nord della città (Repubblica Turca di Cipro del nord) ed è stato occupato dalle milizie turche dal 1974, in risposta al colpo di stato cipriota che depose l’allora presidente dell’isola e alterò gli equilibri del Trattato di Zurigo e Londra tra Cipro, Regno Unito, Grecia e Turchia e in cui si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola. L’occupazione fu aspramente criticata dai greci e dai loro sostenitori, che si opposero senza successo all’ingerenza turca, la cui iniziativa è ricordata con il nome di “Operazione di pace a Cipro”, ma è in effetti passata alla storia con la denominazione di “Operazione Attila”.
    L’invasione è stata un grosso trauma sotto il profilo sociale e culturale, una scissione che per molti sembra ancora oggi insuperabile. Si pensi che la comunità greco-cipriota costituiva all’epoca circa il 78% dell’intera popolazione, mentre quella turca il 22%.

    Yeast e Genova

    Associazione di Promozione Sociale, YEAST acronimo di Youth Europe Around Sustainability Tables, è nata a Genova nell’ottobre 2012 dall’iniziativa di Monica, la presidente, Stefania, tesoriera, e Alessandro, vice-presidente (qui maggiori informazioni).
    Il termine YEAST, mutuato dalla lingua inglese, significa lievito, fermento, ed è stato scelto per esprimere con una metafora il senso dell’azione dell’associazione: organizzare scambi culturali in Europa per far viaggiare, mettere in circolo persone e idee, favorire la mobilità dei giovani genovesi che hanno voglia di guardarsi attorno.

    Raccontano i fondatori: «Abbiamo scelto il nome YEAST perché quando si viaggia si cresce, si matura, insomma “lievitiamo” nel senso che diventiamo più “grandi”. Gli scambi internazionali di cui ci occupiamo si rivolgono prevalentemente a quella fascia d’età compresa tra 18-25 anni, che è più in “fermento” e ha più vitalità. Riteniamo che la nostra bellissima città, Genova, spesso chiusa e non troppo giovanile, abbia proprio bisogno di maggior “fermento” (senza contare che nessun altro nome poteva essere più appropriato, visto che tutti e tre amiamo la birra, e insomma più “yeast” di così…)».

    Gli scambi di YEAST mirano a coinvolgere i giovani genovesi in contesti in cui affrontare temi di pubblico interesse e farli diventare parte attiva nella costruzione del loro futuro. I temi principalmente affrontati toccano diversi ambiti: leadership, spirito imprenditoriale, cooperazione internazionale, valorizzazione della creatività personale, sport, integrazione, green economy, mobilità sostenibile.
    Tra le possibilità di YEAST, oltre agli scambi internazionali, anche esperienze alla pari, stage e lavoro a Londra in collaborazione con Come2England.

    Non solo Europa: anche a livello locale sono proposte varie iniziative, dall’incontro tra culture diverse tramite il laboratorio online “multiculturalità” attivo presso il portale OpenGenova; agli aperitivi culturali De GustiBUS, un “viaggio tra i sapori del mondo senza muovervi dalla vostra città!”.

     

    Elettra Antognetti

  • Londra, la capitale sognata. Quel giorno trovai lavoro in un ristorante italiano…

    Londra, la capitale sognata. Quel giorno trovai lavoro in un ristorante italiano…

    londra (4)A Londra una madida coperta di foglie ingiallite colorava Hyde Park, avvolto nella foschia di un freddo mattino autunnale, l’aura intorno ai lampioni modellava dense sfere luminose alternate da grossi aceri popolati da indaffarati scoiattoli e paperelle assopite tra i crespi arbusti ricoperti da brillanti tele di ragno, ricordavano addobbi natalizi abbandonati a sé stessi.
    La sagoma zoppicante di un uomo avanzava tra il grigiore della nebbia, si trascinava a fatica e senza una particolare voglia, sotto il braccio stringeva stretto una coperta di lana, in mano un sacchetto per la spesa con gli effetti personali e un cartone di vino, quella era casa sua. Camminava nella mia direzione, calzava vecchie e dure scarpe eleganti ridotte a malconce e sgualcite ciabatte, indossava una giacca, una qualunque, non aveva mai guardato il colore ma sapeva bene quanto era calda. Giunto davanti alla chiesa di St.James ha attraversato il cortile avvicinandosi sicuro verso l’ingresso, fece un cenno con la testa a qualcuno spingendo il pesante portone scomparendo nel buio.
    Sono riuscito a entrare prima che la porta si chiudesse, la chiesa era vuota, tuttavia avevo la sensazione di non essere da solo. Una tenue luce colorata filtrava dai rosoni disegnando figure religiose sul pavimento di marmo, l’aria era satura d’incenso e tra le navate il silenzio era disturbato da spettrali brusii.
    Il mio cuore si è sciolto quando ho visto il tappeto di corpi che dormivano distribuiti su tutta la pianta della chiesa, alcuni tenevano ancora una birra in mano, altri non avevano avuto nemmeno la forza di distendersi, c’erano anche coppie abbracciate tra gli inginocchiatoi e fedeli cagnolini rannicchiati vicino al padrone.
    Le notti senza tetto di queste persone invisibili sono guerre infinite contro il freddo e la fame, lunghe battaglie che trovano pace solo alle prime luci dell’alba quando le quattro mura di una chiesa offrono tutto ciò di cui hanno bisogno, un semplice gesto e non le parole disperse in aria di una preghiera.

    eros-piccadilly.londra-DIHo ripreso il cammino passando per Piccadilly Circus dove un flusso di energia ha rigenerato il mio umore attraverso luci e colori di un crocevia sempre vivo in ogni momento del giorno. Attraversando Leicester Square e New Road sono arrivato a Covent Garden, i primi saltimbanco preparavano i loro numeri da offrire agli spettatori, si sentiva anche l’eco di una chitarra acustica arpeggiare If dei Pink Floyd, uno di quei pezzi che si possono ascoltare solo a Londra. In cielo si allargavano chiazze azzurre come secchiate d’acqua su un pavimento di schiuma, un timido raggio di sole riflesso sulla strada ancora bagnata creava piccoli arcobaleni di luce, era un monito per proseguire a piedi fino alla successiva fermata della metro.

    Lungo le scale della fermata di Holborn un signore elegante, probabilmente un impiegato, scendendo velocemente mi ha scontrato con la sua valigetta, con molta educazione mi ha chiesto profondamente scusa, non curandosi del suo ritardo mi ha regalato un piccolo inchino per poi riprendere la sua corsa frettolosa contro il tempo. Il treno per King Cross St.Pancreas sarebbe arrivato entro pochi minuti ma avevo camminato abbastanza da sentirmi stanco e mi sono seduto su una panchina ad attendere, vicino a me una ragazza leggeva una rivista di moda, era distratta dai sorrisi di un giovane operaio che si asciugava la fronte arrossendo ad ogni suo sguardo.

    Lo strepitio delle rotaie annunciava l’arrivo del treno, un muro di vagoni frapposto tra loro li divideva, un’ultima occhiata dal finestrino le ha fatto perdere vivacità in volto, i suoi occhi brillavano speranzosi di rivederlo il giorno seguente. Quella mattina dovevo recuperare il mio amico Sergio, viveva in un monolocale nel retro di un pub di Seven Sisters, si era raccomandato di chiedere al barman la chiave per accedere alla sua stanza e come da indicazioni sono entrato fiducioso. Il pub era vuoto ad eccezione di pochi eletti, un uomo barbuto discuteva animatamente con un amico immaginario, il barman giocava a freccette tenendo con il piede il ritmo di “Yes sir, I can Boogie” dei Baccara cantata al karaoke da una donna grassa e sfatta, erano solo le nove del mattino. Il pavimento appiccicoso emanava un odore acre di birra stagnante, il barman era concentrato per il tiro, ho aspettato che la freccetta si conficcasse una decina di centimetri fuori dal cerchio per chiedere informazioni.

    londra-chinatown-DIDovevamo andare in cerca di lavoro ma Sergio era ancora a letto con i postumi della sera precedente, dormiva su un materassino gonfiabile, non ne voleva sapere di alzarsi, farneticava nel sonno di naufragi e barche affondate, dopo l’ennesimo e vano tentativo ho rinunciato lasciandolo in balia delle onde. Riconsegnato la chiave al barman e salutato il barbuto e i suoi amici immaginari, ho preso al volo il primo treno per Soho, forse il posto ideale per trovare un occupazione. A Tottenham Court Road sono passato per le vie di China Town, ho sempre amato passeggiare spensieratamente tra le luccicanti anatre glassate nelle vetrine dei ristoranti e i market di frutta sconosciuta. Una coppia di sposi usciva da uno di questi, finito il pranzo di nozze low cost si facevano fotografare ai margini della via principale, lei indossava un abito rosso, lui era felice ma alticcio, si doveva far sorreggere da un amico per restare qualche secondo in posa.

    Guardavo la scenografia di Singing in the rain fuori dal Palace Theatre proprio nel momento in cui un tuono ha scosso l’aria e una cascata d’acqua si rovesciava sui marciapiedi. Mi sono riparato in un ristorante e ho approfittato dell’ora di pranzo per mangiare una pizza aspettando che cessasse il maltempo. Il titolare era originario di Genova, si chiamava Alberto, abbiamo parlato a lungo della nostra terra e di come si era trasferito a Londra negli anni sessanta scommettendo sulla qualità del cibo italiano, in principio aprì Cappuccetto come una pasticceria, nel tempo è divenuto uno dei ristoranti italiani più buoni della città. Gli ho raccontato la mia breve vita, sembrava interessato e soprattutto gli ero simpatico, così ha deciso di assumermi per un breve periodo dandomi opportunità di lavorare servendo ai tavoli nell’ora di pranzo.

    Volevo festeggiare e vista l’occasione ho comprato degli spaghetti da Lina Store, un negozio di alimentari italiani nel cuore di Soho, la sera volevo cucinare per tutti ed ero sicuro che soprattutto Graham apprezzasse. Graham è un poliziotto, quelli che da queste parti chiamano Bobby, lo sguardo buono ma deciso di chi sa di servire la sua nazione e le grandi braccia per stringere forte le sue bambine. Il suo orgoglio si legge nei baffi come Peter Sellers e le camicie di Fred Perry, la birra al pub delle diciotto e la cura con cui mantiene verde il suo prato, la medesima che usa per accudire la famiglia. Ha sposato Maria, un insegnante genovese di lingue che negli anni ottanta ha trovato amore e lavoro lungo le sponde del Tamigi chiudendo nel cassetto dei ricordi le gite in vespa in riviera e quel pesto il cui profumo le bussa alla porta nelle tediose giornate del Surrey. Soggiornavo da loro per un tempo indefinito, dormivo nella calda mansarda della casa di Thames Ditton, un paesino a sud di Wimbledon raggiungibile solo con il treno, mi avevano accolto come un figlio ed io con loro mi sentivo a casa.

    Passavo le notti in sala imparando i primi accordi con la chitarra di Graham oppure ascoltando vecchi vinili sdraiato sul tappeto persiano ad aspettare l’alba nascosta dalle nubi delle prime ore del giorno. La mattina era facile trovarmi riverso a terra con le cuffie ancora nelle orecchie e il disco ormai fermo, la loro unica premura era di coprirmi con uno scialle di lana, poi sarebbero andati entrambi al lavoro, adesso toccava a me ricambiare con una bella spaghettata, mi sembrava un giusto ringraziamento.

    Seduto sui bordi della fontana di Trafalgar square sognavo un futuro a Londra, la città di cui mi ero innamorato da piccolo con i racconti di Sherlock Holmes, il canto di Natale di Dickens e le avventure di Oliver Twist. Sono arrivato a Victoria station percorrendo The Mall e assistendo al cambio della guardia di Buckingam Palace, non vedevo l’ora di raccontare a Maria del nuovo lavoro e sono salito sul primo treno per Thames Ditton. Le campane della chiesa suonavano puntuali, come ogni sera, le foglie degli alberi cadevano a ritmo di ogni rintocco e il loro suono solenne era trasportato in ogni direzione come un’onda del mare. Attraversavo il piccolo ponte in pietra sul Tamigi, dove il suo corso è calmo e l’acqua meno torbida.
    Alcuni bambini giocavano a calcio su un prato in attesa che le mamme li chiamassero per cena, li osservavo invidioso, avrei fatto volentieri qualche tiro ma volevo arrivare presto per cucinare.
    Seguendo con gli occhi l’azione di uno di questi, non mi sono accorto di un piccolo cespuglio che mi ha fatto inciampare, gli spaghetti sono rotolati nel fiume e si sono allontanati per poi sprofondare insieme alla cena.
    Le finestre illuminate si riflettevano sulla strada ancora bagnata, una colonna di fumo grigio saliva dal camino e la luna appena sorta si prendeva gioco di me con il suo malizioso sorriso.
    Mi sono lasciato alle spalle il cancello e dalla porta è apparso Graham con i folti baffi e i suoi occhi scuri come nocciole che mi osservavano curioso, avevo il viso stanco e sembravo preoccupato.
    Mi chiese se andava tutto bene, io sorrisi come se avessi vinto alla lotteria “Ho un lavoro caro Graham, stasera pizza per tutti, offro io!”

    Diego Arbore

  • Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    tallin-piazza-vittoria-DIQuell’aria densa e gelida picchiava sulla barba incolta lasciandomi il sapore del salino sulle labbra screpolate dal vento, due gabbiani scortavano la nave ormai avvolta da un tetro grigiore di nubi e nebbia e in lontananza si distingueva una striscia nera di terra, era l’Estonia.

    Un mozzo mi passa accanto e mi osserva curioso, sostavo in una zona della nave non consentita ma il richiamo del mare era troppo forte e avevo scavalcato cancello per accedere nella zona di prua. Ascoltavo la bellissima voce di Gary Brooker dei Procol Harum seguendo il sinuoso ondeggiare della nave avvicendare il mare al cielo e il cielo al mare. Un lembo di terra popolato da cormorani e aironi cenerini emergeva dall’acqua come la lingua sottile di un rettile nascosto sul pelo dell’acqua, il nostro passaggio ne fece volare alcuni, altri si tuffarono scomparendo in mare come aghi sottili. Un peschereccio ci passa a fianco lasciando la sua firma in cielo con il fumo nero della ciminiera, l’equipaggio era teso e impegnato e sembrava partire per una battaglia, li ho osservati allontanarsi fino a sparire dietro la linea dell’orizzonte. Navigare nei mari più freddi del pianeta mi permette di tornare bambino e giocare con la fantasia e immedesimarmi nel mio mito d’infanzia, il capitano Shackleton.

    Ero circondato da iceberg incagliato nella penisola antartica a bordo dell’Endurance stretta nella morsa del ghiaccio. Partiti con l’intenzione di attraversare il polo sud a piedi e fermati da una sorte avversa, i miei uomini attendevano ordini, scendere dalla nave o resistere? Sentivo abbaiare i cani e il legno crepitare quando, bruscamente svegliato da una voce, sono ritornato alla realtà, si trattava solo dello scalpiccio degli stivali di un marinaio che mi ordinava di allontanarmi dalla zona vietata, potevo solo ubbidire.

    La terra era ormai vicina ma ciò che vedevo aveva tutto meno che l’aspetto di un porto, sulla banchina di cemento decine di pescatori apparivano come statuine di un presepe nella nebbia del mattino. L’aria profumava di aghi di pino misto a salsedine e spezie, il mare era freddo solo a guardarlo e la temperatura non superava i cinque gradi, mi sono incamminato per scaldarmi e curiosare li intorno. Decido di prendere una via alternativa e incamminarmi lungo una strada ai cui lati si trovavano case abbandonate e diroccate, automobili d’altri tempi probabilmente ancora in uso e tizi poco raccomandabili che mi guardavano con sospetto. Ho preferito non prendere la macchina fotografica per motivi di sicurezza e sono salito sul primo taxi disponibile in direzione del mio hotel che distava cinque minuti a piedi dal centro di Tallinn.

    Una doccia , una tazza calda di bergamotto e una scatola di cioccolatini per ricaricare le pile e mi sono incamminato. Un manifesto del concerto di Alice Cooper attirava la mia attenzione, com’era invecchiato, il suo viso era tracciato da solchi di vita sregolata e make-up come nei migliori film horror, manteneva però il fascino inossidabile della rock star.
    Il cielo cominciava a raccogliere le nubi più scure e lacrimare fredde gocce di pioggia, tiro su il bavero del cappotto e accendo una Chesterfield, mi trovavo al centro di piazza Vabaduse dove decine di operai montavano il palco per un concerto che sarebbe andato in scena la sera stessa.

    La piazza, originariamente chiamata Piazza della Vittoria durante il periodo di occupazione russa, è stata restaurata nel 2008 quasi a cancellare il ricordo di un passato di occupazione e imposizioni. Passeggiando nei giardini della chiesa di San Giovanni la mia attenzione è stata rapita da due ragazzi con la chitarra acustica che suonavano Stairway to heaven dei Led Zeppelin, osservavo il loro abbigliamento semplice e l’aria di chi inizia a scoprire i grandi della musica.

    I sanpietrini bagnati dalla pioggia donavano un fascino antico alla città vecchia, in alcuni angoli più caratteristici si torna indietro nel tempo, si osservano carrozze e locandieri in costume attirare l’attenzione dei turisti con stuzzichini e battute illustrando il menu del giorno in tutte le lingue… non è stato difficile dire di si ad uno stinco di maiale con patate e una birra bionda.

    La pioggia fece un nuovo tentativo di rovinare la giornata, purtroppo per lei mi sono riparato dentro un negozio di vinili usati passando un’ora a sfogliare album di tutti generi di musica, quando sono uscito, ormai arresa alla mia ostinazione, aveva già lasciato il posto al sole. Musicisti, artisti e saltimbanchi si alternavano nella salita che conduce alla collina della cattedrale, uno in particolare mi affascinava, le sue bolle di sapone lunghe dei metri volavano liberamente come figure eteree per poi esplodere e dissolversi in aria, le cose semplici sono sempre le più belle ed emozionanti.

    Dopo la visita alla cattedrale sono sceso dal colle per ristorarmi al Depeche Mode Baar, uno splendido locale dove ascoltare i pezzi di David Gahan e bere uno dei tanti drink che prendono il nome dalle loro canzoni, ho ordinato un Personal Jesus curiosando tra foto, video e cimeli della band britannica, una vera chicca da non perdere. Il mio amico Massimo si trovava a Tallinn per lavoro, approfittando di questa coincidenza ci siamo dati appuntamento al mercato dei fiori situato dall’antica porta per un aperitivo prima di cenare. Sua moglie è originaria del luogo e lui conosce bene i migliori locali, abbiamo brindato con un bicchiere di vodka e ci siamo incamminati attraverso le piccole viuzze sempre più traboccanti di persone.

    In piazza Raekoja, sede del municipio medioevale, Massimo mi fa conoscere la più antica farmacia d’europa in funzione ininterrottamente dal XV secolo, essa sempre mantiene gli stessi arredamenti composti da piccoli cassettini in legno incastrati nelle splendide credenze intarsiate. La sera cominciava a calare il suo velo e la mano gelida del vento passava ad accendere i primi lampioni come le luci di un presepe, un uomo di strada cerca la sua coperta di lana color ocra adagiandola sulle gambe deformate dalla malattia e dai sedentari giorni passati davanti a quel muro sgretolato.

    Abbiamo atteso l’ora di cena seduti a parlare su una poltrona del pub with no name dedicato agli U2, un’altra dimostrazione di come la cultura musicale allontana Tallinn dall’immagine che la lega al regime sovietico, questo si evince anche dal comportamento dei suoi abitanti e dalla voglia di rinascere presente nell’entusiasmo che sgorga da ogni dove. Nel frattempo, davanti a noi, sgorgava vodka, il locale era colmo di tifosi che seguivano la nazionale di basket impegnata con la Grecia, alla sesta vodka il match era concluso con la vittoria dell’Estonia, un’orda di vichinghi ubriachi mi ha offerto il settimo bicchiere e mi trascina in piazza a festeggiare, siamo sgattaiolati nel primo vicolo allontanandoci senza farci notare, forse erano più ubriachi di noi.

    Ci siamo rifugiati da Vapiano, la nota catena di ristoranti italiani presenti in tutta Europa ma non in Italia e abbiamo ordinato fusilli gorgonzola e noci ridendo come bambini ancora brilli dei bicchieri di troppo. Ci siamo fatti largo attraverso la movida, gruppi di ragazzi avanzavano come bufali infuriati noncuranti di ciò che si trovava sul loro percorso, una ragazza dai capelli rossi camminava scalza con la camicetta di jeans leggermente aperta, alcuni uomini la osservavano passare con lo sguardo delle iene affamate, quando salì sul taxi, il branco si era già sciolto.

    Conclusa la serata in un piano bar degno di un quadro di Edward Hopper, ho salutato Massimo e sono tornato in albergo a piedi, la mattina seguente dovevo alzarmi presto per tornare ad Helsinki, la nave salpava alle otto e non avevo ancora riposato. La strada bagnata si disperdeva come un quadro a tempera ancora fresco, un uomo dormiva alla fermata del bus coperto da una giacca scolorita poggiando la testa su una vecchia valigia. Frugando nelle tasche tirai fuori una barretta di cioccolato al latte, mi sono chinato per posarla al suo fianco quando si volse verso di me aprendo un occhio guardandomi, lo chiuse subito e pensò fosse un sogno.

     

    Diego Arbore

  • Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    manarola-cinque-terre-diEnzo ha 85 anni, le sue mani sono radici appena estratte dalla terra, nei suoi occhi semichiusi dal vento si legge una vita passata ad ascoltare il soffio del mare riecheggiare ancora come l’eco di una conchiglia appena raccolta. È seduto su una sedia in vimini nella penombra di una tersa mattina di dicembre con la coperta di lana sulle gambe ad osservare il solito paesaggio, sopra di lui una fotografia di Papa Luciani distorta dagli effluvi della caffettiera che dispensa in aria il suo inconfondibile aroma.

    La moglie gli lancia un occhiata riguardosa, poi si volta a versare il caffè, il silenzio è rotto solo dal gorgoglio del liquido che riempie la tazzina in ceramica di maiolica. Fernanda è una donna di poche parole, si dice non sia mai uscita dal paese, ma in quella giornata di festa i suoi capelli sono cotonati e colorati, la sua tinta ricorda le cortecce degli alberi spogli in autunno, le dita affusolate disegnano un’antica e inespressa eleganza adornate della sola fede nuziale e un anello di bigiotteria calzato per l’occasione con incastonata una pietra verde.

    Un gabbiano che levitava davanti alla finestra attirava l’attenzione di Enzo, lui si volta, mi guarda e sorseggia le ultime gocce di caffè, posa la tazzina e rivolge lo sguardo a cercare quel gabbiano ormai volato lontano. «Manarola? bella per i turisti, per me è diventata solo un saliscendi faticoso». Con queste parole cela l’amore profondo per la sua terra, quasi un rimprovero per tutte quelle scale,  un tempo leali e oggi così tortuose che ne impediscono la quotidianità.

    Tuttavia esiste una forza misteriosa che lo spinge ogni giorno nel suo orto in cima al paese, dove i limoni abbracciano la vite e il mare si sposa alla terra intrisa di sale.

    manarola5-DILo scoppiettio delle foglie che ardono e il profumo del pesce appena pescato, il tuono delle mareggiate e il silenzio ovattato delle rare nevicate sono linfa vitale di un uomo che conosce il suo destino e che non rimpiange nulla se non qualche viaggio e la rinuncia a qualche bicchiere in più del suo amato limoncino. Fernanda lo ascolta come fosse la prima volta e con rispetto sorride fiera alla sua richiesta, si alza per dovere dalla sedia e prende una bottiglia dalla credenza. «Questo è fatto da noi, con i nostri limoni, tutta roba naturale», dice versando nei calici il liquido dal colore ingannevole ma dal gusto inconfondibile del limoncino fatto in casa.

    Arianna intanto ascoltava con quel luccichio agli occhi le parole che le riportano alla mente i ricordi indelebili di quando era bambina, di quel luogo rimasto tale nel tempo, come una fotografia in bianco e nero restaurata di colori accesi, il verde delle colline, l’azzurro del cielo e il blu del mare, il giallo delle foglie e il nero della terra si distribuiscono nei suoi pensieri come la tavolozza di un pittore a olio. Giunti ai saluti Fernanda, scrollatasi di dosso la timidezza tipica ligure, mi stringe la mano e mi bacia inaspettatamente sulle guance, Enzo ci augura di tornare presto, lui ci aspetta, non per vecchiaia e tantomeno per stanchezza, ma perché quello è il suo posto.

    Il sole si sa scalda gli animi, ma non solo, nonostante la leggera brezza invernale ci siamo seduti su uno scoglio ad assorbire quei piacevoli raggi penetrare fino alle ossa per poi sopire in un onirico e breve sogno. Arianna mi svegliò con cautela, Morfeo cullava il mio sonno seguendo il sinuoso scrosciare delle onde e il marinaio del vaporetto suonò la sveglia con la sirena, mi sono destato da quel torpore stropicciando gli occhi e sbadigliando con educazione il mio sguardo si rivolse in alto.

    manarola-cimitero-cardarelli-DIStavo leggendo una scritta sulla parete esterna del cimitero a picco sul mare, erano i versi finali della poesia “Liguria” di Vincenzo Cardarelli, la maestra delle elementari me l’aveva fatta recitare davanti a tutta la classe, ricordo che sarei sprofondato in quel momento ma ne uscii a testa alta. Quelle cinque righe mi hanno riportato nel passato tra i profumi della gomma da cancellare e degli autunni umidi che non ci sono più, il moccio al naso dei miei compagni, la lancetta dei minuti che sembrava ferma e quel ramo d’albero fuori dalla finestra dove si posavano colombi e piccioni che della pur loro breve vita ho sempre invidiato la libertà assoluta che la rende infinita.

    A ridosso del cimitero si trova un piccolo parco circondato dal mare che sfocia nella parte finale della passeggiata nascosta tra i monti, da li si può vedere Corniglia inerpicata come una fortezza e le luci di Vernazza e Monterosso brillare come diamanti all’imbrunire.

    Rientrati in paese ci sediamo al bar del famoso ristorante Aristide per una bevanda calda, il sole era sceso e la temperatura con lui, nonostante l’aspetto primaverile eravamo pur sempre sotto le grinfie del generale inverno. Nell’istante in cui il cameriere adagia sul tavolo le tazze per il thè, uno scampanellio annuncia l’apertura della porta varcata da un uomo anziano, con fare ossequioso si toglie il cappello, salutato con affetto dai tutti i presenti.

    I suoi occhi erano visibilmente eccitati dal calore e dalla tensione di una giornata per lui importante, nel tardo pomeriggio, quando il sole sarebbe calato  come un arancia dietro la linea dell’orizzonte, i fuochi d’artificio avrebbero  annunciato l’accensione del famoso presepe di Manarola da lui ideato.

    Mario Andreoli ha superato gli ottant’anni da un pezzo e dal 1976 dedica anima e corpo a questa unica e spettacolare opera che si estende sulla collina a ovest del paese, oltre trecento personaggi illuminati con oltre 8 km di cavi elettrici sostituiti nel tempo da un ecologico impianto fotovoltaico.

    Con il passare degli anni è riuscito a coprire tutto il monte realizzando il suo sogno di creare uno dei presepi più grandi e belli del mondo. La sua vigorosa stretta di mano è stata per me un monito da seguire, non esiste età se si è dotati di voglia e determinazione. Mario saluta tutti “Ora devo andare”, con un gesto degno di un attore di Hollywood prende il cappello e si avvia su per la salita, la più dura dell’anno.

    manarola-finestra-mare-DISi inizia a respirare aria di festa a Manarola, la banda suona “When the saints go marching in” camminando lungo la via principale profumata di frittelle e polenta , tra la folla un bambino piangeva con un occhio rivolto al palloncino volato via e una signora troppo truccata si specchiava con indosso uno degli orpelli in vendita nelle bancarelle, alcuni turisti acquistavano miele e prodotti tipici mentre dalla stazione un’orda di persone entrava in paese muovendosi come una mandria di bufali.

    Ci facciamo largo tra la gente assiepata sulle irregolari stradine in ardesia, il nostro appartamento sorge su un punto privilegiato per ammirare il presepe, abbiamo approfittato seduti comodamente sul terrazzino dal quale potevamo godere una vista meravigliosa come dal balcone di un teatro. Le luci del paese si sono spente senza preavviso lasciando illuminate le sole statuine sovrastate dai fuochi d’artificio rimbombanti, il mio cuore accelerava con loro fino ad eccitarsi come in poche altre occasioni in vita mia.

    La sera passeggiando tra le barche e le reti dei pescatori per smaltire gli spaghetti ai frutti di mare del ristorante Billy, sentiamo le corde di una chitarra provenire da un locale lungo la via che conduce al mare ormai priva di turisti, era la cantina dello zio bramante dove tre musicisti deliziavano i clienti con splendide cover. Il bassista di colore giocava con le dita come i migliori bluesman americani, il cantante  dalla voce un po’ roca ma grintosa ricordava vagamente Lou Reed, era affiancato da un ragazzo che suonava l’armonica divinamente, ad ogni brano prendeva un’armonica diversa dalla sua valigetta.

    Si dice che le persone care siano presenti anche quando non ci sono più lasciando lungo la tua strada  segnali anche oltre il cammino della vita oppure ti hanno insegnato in vita così tante cose da sentire la loro presenza attraverso i dettagli quotidiani. Nell’istante in cui il Re minore si è succeduto al Do ho capito che si trattava di  “I dont’ want to talk about it” tanto cara a mio padre, camuffando con un sorso di birra l’emozione, mi sono accorto che una lacrima era fuggita, aggrappandosi su una piega del mio sorriso.

     

    Diego Arbore

     

  • Agenzie di viaggio, maggiorazioni sul prezzo: estremi per azione legale

    Agenzie di viaggio, maggiorazioni sul prezzo: estremi per azione legale

    viaggi-parigiLa settimana scorsa parlammo di viaggi di nozze, questa settimana parliamo di incubi d’estate… Quando scrivo che bisogna stare attenti nella scelta dell’agenzia di viaggio, intendo dire che l’agenzia la fa l’agente, ovvero la persona fisica con cui si tratta.

    Ci scrive la signora Laura esponendoci un caso di assoluta gravità.

    Ella si recava con il compagno presso un’agenzia di viaggio sita nell’entroterra ligure per prenotare un viaggio estivo nel nord Europa.
    La signora versava un acconto affinché l’agenzia bloccasse i voli e gli alberghi di rito; in un secondo tempo, venivano pagati una differenza sui voli aerei nonché il noleggio delle auto. Il costo degli alberghi veniva pattuito con l’agenzia.
    Alla fine del viaggio, i nostri turisti scoprivano di avere versato all’agenzia ben più soldi di quanto costava il viaggio, circa 750 Euro. Al loro ritorno, venivano fatte le dovute rimostranze all’agente che riconosceva di avere incassato più denaro del dovuto, ma non lo restituiva.
    Orbene, ci sono gli estremi per un’azione legale? Assolutamente sì.
    Deve essere richiesta la restituzione della somma versata in eccedenza, ma sarebbe anche ammissibile una richiesta supplementare di risarcimento danni. E non solo… Vi sarebbero pure gli estremi per una querela in sede penale per l’ipotizzabile reato di appropriazione indebita.

    Come potete ben vedere, non è poi così difficile trovarsi in situazioni spiacevoli. Chi scrive, crede fermamente nel cosiddetto passaparola; quindi, quando dovete recarvi presso un professionista o presso un qualsivoglia commerciante, cercate di avere un feedback in merito.

    Questo è anche il motivo per cui io diffido fortemente dal commercio telematico, meglio noto come e-commerce.

    Per concludere, mi preme darvi ancora due consigli:
    1. Fatevi sempre consegnare un opuscolo o depliant del viaggio che intendete prenotare, laddove i costi siano ben precisati, al fine di evitare sorprese non gradite;
    2. Sappiate che i costi pubblicizzati non possono essere in alcun modo maggiorati dall’agenzia di viaggio con fantomatiche “commissioni d’agenzia” così come successo alla nostra lettrice; dette commissioni, che sono il compenso dell’agente di viaggi, sono già comprese nel prezzo finale!

    E pensare che fare un viaggio dovrebbe aiutare a staccare dai problemi, non certo crearne di nuovi…

     

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’ associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.