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  • Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    Perdersi a Venezia, in un labirinto galleggiante di umanità e storia. Gli scatti rubati e i vicoli ciechi delle persone

    gondoliereLa chioma bionda accarezzata dal vento caldo primaverile, leggera come un panno di seta stesa al sole, sembrava mossa da una mano invisibile. Il suo vestito lilla danzava al ritmo insistente della brezza pomeridiana, solo poche nuvole disturbavano il sole, bianche e morbide come zucchero filato. Era a piedi scalzi sulle scale di un vecchio portone consumato dal sale, aggiustandosi i capelli in attesa che il ragazzo seduto davanti a lei scattasse una fotografia, aveva gli occhi intriganti di un attrice navigata ma i lineamenti di una bambina che gioca davanti allo specchio. Ho rubato quel momento etereo scattando una fotografia, poi è bastato voltarmi per non vederli più, forse spariti in un vicolo a o creati dalla mia immaginazione, erano andati via lasciando solo un piacevole ricordo.

    Il ponte di Rialto si specchiava sulle pozze d’acqua, residuo di un temporale notturno, il sole asciugava lentamente i marciapiedi e i moli, dove si posavano affamati gabbiani. Un gruppo di gondolieri discuteva animatamente davanti a un caffè, si parlava di chi aveva trasportato la ragazza più bella e di chi aveva guadagnato di più, un altro giorno era alle porte e i primi clienti cominciavano ad avvicinarsi.

    Camminavo senza una meta, attraversando ponti, piccole strade e strettissimi muri, spesso finivo in vicoli ciechi oppure dovevo ritornare sui miei passi trovandomi davanti alle acque di un canale, in quel labirinto galleggiante che è Venezia. Improvvisamente mi sono trovato circondato da antichi alti palazzi, il sole alle loro spalle formava un cono d’ombra che si stringeva con l’innalzarsi del sole, era il ghetto ebraico, uno dei luoghi storici e più travagliati della città. Un uomo, forse un ragazzo, la lunga barba folta ingannava l’età, sedeva su una panchina leggendo un libro, molto probabilmente religioso. Mi sono avvicinato per scattare un ritratto, ci siamo presentati e abbiamo scambiato qualche parola, era originario della Pensylvania, aveva viaggiato a lungo per ritrovare se stesso, aveva lo stretto necessario con lui, qualche libro e uno zaino, il resto era dentro di sé. Indossava una camicia bianca, una giacca scura e un cappello per ripararsi dal sole e sandali consumati, i piedi sporchi di chi aveva camminato a lungo e uno sguardo che infondeva pace e serenità, senza oggetti costosi o superficiali. Dopo avermi salutato con il cenno di una mano, quasi una benedizione, si è immerso nel suo libro e nel suo mondo, in quei momenti anche una città come Venezia può aspettare.

     

    Il vento, spazzate via le ultime nuvole, gonfiava i tendoni del mercato appena chiuso come vele di una nave, piccioni e gabbiani, intenti a rubare avanzi prima dell’arrivo dello spazzino con l’idrante, arrivavano a frotte, atterrando sul molo come su una pista di aeroporto. Piccole barche attraccate sui portoni delle case ondeggiavano sinuose, sui muri i segni delle maree sfumavano in colori sempre diversi, le imposte consumate dall’umidita si aprivano come gli occhi dopo un risveglio e un bambino uscito dalla finestra per curiosare salutava i passanti. Seguivo i cartelli sbiaditi dal tempo con le frecce che indicavano il percorso per piazza san marco, la città era affollata da centinaia di turisti da ogni parte del mondo, quella sera ci sarebbe stata la festa del Redentore e lungo i canali fervevano i preparativi.

    Camminando mi sono sentito chiamare da un tunnel, una donna con un fazzoletto lilla in capo mi sorrideva esortandomi a uscire dalla folla e avvicinarmi. Con sospetto sono entrato in quel tunnel umido e buio, ricoperto di vecchi poster e manifesti ingialliti, la donna mi guardava con occhi buoni, sosteneva di aver sentito il mio animo caritatevole in mezzo alla folla.            Sapevo essere un modo elegante per scucire qualche spicciolo, ma i suoi occhi trasmettevano bontà mista a paura, parlava poco l’italiano, tuttavia mi ha raccontato la sua vita con gli occhi pieni di commozione. Scappata dalla Siria dopo la morte del marito, con il figlio in braccio aveva superato le frontiere clandestinamente e dalla Turchia, in circostanze poco chiare, era arrivata in Italia. Nel suo paese aveva una dignità, cuciva e riparava abiti, lavorava e possedeva una casa, ora distrutta come il suo morale. Con una morsa al cuore le ho lasciato dei soldi, una bottiglia d’acqua e una mela, lei mi ha preso la mano ed è scoppiata a piangere, segno inequivocabile della realtà che stava vivendo.

    Il pomeriggio volgeva al termine, i bar preparavano spritz e cicchetti, la musica scorreva lungo le vie del centro e le maschere tipiche si mescolavano tra la folla che si muoveva come un onda inarrestabile. Piazza San Marco era gremita, al calare del sole centinaia barche, yacht e piccoli gozzi colorati per l’occasione erano ormeggiati di fronte alla Giudecca in attesa dello spettacolo pirotecnico mezz’ora prima della mezzanotte. C’era chi si piazzava nel punto migliore già la mattina presto, chi cucinava e chi prendeva il sole in attesa dei festeggiamenti. Il bacino di San Marco era perfettamente addobbato, le luci tracciavano un gioco di colori che seguiva le linee dei tetti, di campanili e guglie della città. La festa del Redentore risale alla fine del 1500 quando in seguito a una terribile pestilenza la popolazione scese in piazza per festeggiare la fine della malattia e ringraziare il Signore. Un tappeto di barche illuminato dai primi fuochi artificiali dondolava sul mare, tappi e gocce di spumante volavano in aria, la festa era cominciata. Piazza San Marco era gremita, abbracci e baci si distribuivano gratuitamente come il cibo, cicchetti e focacce venivano offerte dai bar e i ristoranti, la peste sembrava essere finita il giorno prima.

    In un angolo della piazza, seduta sullo scalino di una colonna, la donna siriana con cui avevo parlato nel pomeriggio, guardava i fuochi con gli occhi gonfi, non di certo per la fine della peste a Venezia, la storia per lei era molto più recente e nel presente non aveva nulla da festeggiare.

    Diego Arbore

     

  • Un viaggio nel Ulster dei pastori e dei pescatori. L’irresistibile richiamo del viaggiare

    Un viaggio nel Ulster dei pastori e dei pescatori. L’irresistibile richiamo del viaggiare

    cowAscoltavo il rumore della pioggia battere sul tetto , era una notte dove ogni luce veniva assorbita da un manto di nuvole minacciose, in quella porzione di Irlanda del Nord che molti chiamano Ulster. Il vento muoveva le fronde degli alberi, sibilanti come serpenti a sonagli, mentre dal mare echeggiava il rimbombare di un temporale lontano. In Irlanda il meteo è superfluo, si prende quello che viene, così aprendo la finestra la mattina seguente sono rimasto piacevolmente sorpreso da un cielo limpido e totalmente privo di nuvole.

    Una manciata di pecore brucava il campo sulla collina, la loro silhouette si stagliava sulla linea che divideva l’ombra dal paesaggio verde dei prati e blu dell’oceano. Una leggera e fredda brezza accarezzava gli steli cresciuti tra le antiche tombe del cimitero posto sulla sommità della collina dove si può riposare in pace e godere uno splendido panorama. Il profumo del mare, increspato come carta stagnola, viaggiava nel vento, giungendo sulle colline verdi smeraldo ricoperte di salino e rugiada. I corvi, tra i primi ad arrivare sui campi per la colazione, spulciavano il terreno alla ricerca di una vittima ancora assonnata, i gabbiani lasciavano il campo libero, preferendo le carcasse di crostacei nella spiaggia sottostante. Il sole si affacciava timidamente dietro le scogliere, il suo calore piacevole non bastava per levare dalle ossa quel freddo pungente mattutino.

    Spinto da un incontrollabile richiamo, ho disceso una strada che portava in un punto morto, dove tra le insenature naturali della roccia, sorgeva una piccola banchina adibita alla pesca con un casottino per ristorarsi. La testa di una foca seguiva i miei spostamenti, forse abituata a ricevere pesce dai pescatori del mattino o solo per mera curiosità, si immergeva per poi avvicinarsi senza timore. Un uomo, seduto su un seggiolino, pescava avvolto dal silenzio interrotto dallo sciabordio delle onde e il suono stridulo dei gabbiani affamati. Era rivolto verso il sole che lentamente saliva verso il cielo azzurro, la sua sagoma in controluce disegnava una piccola ombra tra le pozze di acqua formatasi dagli schizzi del moto ondoso.

    Un senso di pace regnava nel mio animo, sentivo la sensazione di varcare un portale magico dove quell’uomo si rifugiava ogni giorno, non sarei stato io a interromperlo e mi sono limitato a scattare una fotografia senza invadere il suo religioso silenzio. Pochi minuti più tardi ero seduto davanti alla tipica colazione dei B&B irlandesi, un gustoso piatto di uova, bacon e fagioli con toast e marmellata di arance, succo di frutta e caffè. Dalla finestra seguivo un gregge di mucche pascolare in ordine sparso, le loro macchie bianche e marroni sembravano tasselli di un puzzle impossibile da decifrare. Dopo la colazione, seduto davanti al fuoco del camino, sorseggiavo una tazza di caffè fumante e contemporaneamente tracciavo l’itinerario sulla guida. La tappa successiva era Derry o Londonderry per i sostenitori del Regno Unito, una città che delimita il confine irlandese tra Europa e Regno Unito, luogo di numerose controversie e scontri, tra cui il celebre Bloody Sunday.

    I coloni britannici costruirono questa città, una delle più antiche d’ Irlanda, a immagine e somiglianza (con tanto di Big Ben) della capitale inglese, coniando il nome Londonderry, tutt’ora motivo di proteste nonostante un tribunale abbia definitivamente sancito in Derry il nome della città. Sulla riva occidentale del fiume Foyle, dove sorgono le mura dell’antica città, tutto era pronto per la festa di Halloween che si sarebbe svolta la sera stessa lungo le vie del centro. Nella riva opposta raggiungibile con il moderno Peace Bridge, un ponte pedonale che collega le due sponde, sorge un colle sul quale era piazzato un grosso luna park con musica alta e luci stroboscopiche. Il cielo si era tinto di bianco, la temperatura era scesa improvvisamente ma il calore della festa iniziava a scaldare gli animi delle persone che affollavano le vie del centro vestiti con i più improbabili e terrificanti costumi.

    Fiumi di birra e musica folk fuoriuscivano dai locali, uomini, donne e bambini danzavano per strada rievocando antichi riti ancestrali, il profumo delle frittelle di mela varcava le mura penetrando tra le viuzze del centro storico. Il confine tra notte e mattina era stato varcato quando le ultime bancarelle chiudevano i battenti, pochi zombie vagavano ancora tra le umide strade ricoperte di cartacce e bicchieri vuoti, gli operatori ecologici erano già all’opera per riordinare tutto in poche ore. La luna nel frattempo si era fatta largo tra le nuvole stagliandosi dietro il fratello irlandese del Big Ben, osservava curiosa gli ultimi preparativi in attesa dell’arrivo del sole.

    Camminavo senza nessuna fretta tra le mura deserte che dominano la parte popolare della città, dall’alto si vedono i tetti con le scritte dedicate all’Ulster e i murales degli indipendentisti dell’Ira, mentre sui torrioni sventola la potenza storica della Union Jack in tutto i suoi colori. Le luci dell’alba lentamente illuminavano il Foyle, una leggera foschia conferiva un aspetto magico al panorama etra la nebbia, le ombre dei primi passanti cominciavano a dare vita a un nuovo giorno. Non avevo dormito ma poco importava, volevo proseguire e visitare la costa nord e arrivare il giorno dopo nei pressi di Belfast. Ho attraversato verdi campi e greggi di pecore, enormi distese di sabbia e piccoli porticcioli di pescatori arrivando al Selciato del Gigante, le scogliere di origine vulcanica che secondo la leggenda irlandese sarebbe stata costruita dal gigante Fin Mc Cool per raggiungere le coste della Scozia e combattere il rivale Angus.

    Ho chiuso il collo della maglia costretto da un gelido vento proveniente da nord, stormi di gabbiani si lasciavano trasportare dalle correnti volando in cerchio come avvoltoi, la presenza del sole era solo visibile. e l’oceano davanti a me sembrava avvertire aria di burrasca. Mi sono guardato intorno, circondato da un paesaggio naturale e privo di costruzioni artificiali, senza vessilli o bandiere, scritte e murales che ne attribuiscono la territorialità di ciò che dovrebbe essere di tutti. Anche il gigante Mc Cool aveva provato invano a conquistare la Scozia,ma si è fermato all’isola di Mann, probabilmente aveva capito che andare oltre sarebbe stato un danno per le tradizioni irlandesi ma queste, forse, sono solo leggende.

    Diego Arbore

     

  • Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    Amburgo, la città risorta dalle ceneri della guerra, il suo porto e la sua identità

    CLOCKIl tassista, un uomo polacco di mezza età visibilmente alticcio, guidava distrattamente lungo la strada che collega l’aeroporto al centro di Amburgo, voltandosi di tanto in tanto per raccontare la storia dei suoi cani da caccia e di come aveva perso il pollice della mano sinistra durante una battuta di cinghiali. Il volto sorridente di Papa Wojytila ciondolava incastonato dentro una sorta di amuleto appeso allo specchietto retrovisore, la radio, interrotta dal gracchiare del centralino, passava una canzone pop tedesca, i sedili di pelle color cammello impregnati di quel fastidioso odore di nicotina e polvere erano macchiati di caffè e rammendati come consuetudine con le maglie sgualcite.

    Il termometro segnava sei gradi sotto lo zero ma il sole incendiava il cielo tramontando dietro agli alberi spogli sui cui rami si distinguevano le sagome nere dei corvi appollaiati per la notte. Il viale che conduceva al mio appartamento era illuminato soltanto dalla luce delle grandi finestre dei salotti che si mostravano in tutta la loro eleganza, quasi a voler gareggiare su quale fosse il più bello. Un bambino, dopo aver appeso gli ultimi addobbi sull’albero di natale davanti a un caminetto scoppiettante e sotto l’occhio vigile del padre, si avvicina al vetro appannato della finestra e con la manina forma un cerchio per guardare fuori. Il buio calava il suo nero mantello sulla città e il freddo coglieva l’occasione per pungere ancora più forte, il bimbo appoggiando il naso sul vetro come la punta di un compasso, ruotava gli occhi alla ricerca di qualcosa fino a quando comincia a saltare e dimenarsi lasciando il segno della bocca sulla finestra. Una bicicletta con una giovane donna bionda in sella con un elegante cappotto marrone si ferma davanti all’uscio posteggiando il mezzo, era arrivata la mamma. L’appartamento si trovava nel mio stesso palazzo, secondo le indicazioni di Jones avrei dovuto trovare le chiavi sotto lo zerbino, proprio come nei fumetti.

    Sono entrato seguendo la donna e sono salito all’ultimo piano, la chiave era nascosta come da accordi, la porta vecchia e screpolata stonava con quelle blindate del condominio e la serratura girava a fatica, accolto da un gelido vento, mi sono accomodato accendendo la luce a tentativi. Jones, un amico fotografo, mi aveva lasciato gentilmente il suo appartamento per qualche giorno, era negli Stati Uniti per lavoro, ma non avendo preso accordi prima della sua partenza aveva spento il riscaldamento e dimenticato una finestra aperta. Ho seguito le istruzioni per accendere il termostato in un brogliaccio lasciato sul tavolo e sono uscito in attesa che si riscaldasse l’ambiente. La temperatura esterna invece era scesa ancora e segnava otto gradi sotto lo zero, le strade deserte e ghiacciate parevano di plastica, i canali riflettevano la luce delle finestre come tante piccole stelle mentre sui tetti il fumo dei camini saliva in alto per poi dissolversi nel vento.

    La luce di un pub brillava attraverso una leggera foschia, avevo fame e quella era la soluzione più comoda e veloce per evitare l’ipotermia. Sulle pareti del locale, sopra una vecchia e ammuffita tappezzeria, erano appese le fotografie dei gruppi rock più famosi, mentre in un angolo tra due poltrone, c’era un vero e proprio santuario sui Beatles, è stato facile scegliere dove sedermi. Le persone si contavano sulle dita di una mano, oltre al barista e qualche faccia poco interessante, due anziani signori battevano il piede sulle note di “Lokomotive Breathe” dei Jethro Tull, avevano tutta l’aria di chi la sapeva lunga in fatto di musica.

    Finito gli ultimi bocconi di salmone gratinato, buttato giù con un ultimo sorso di birra, ho cominciato a curiosare tra le foto e i gadget sulle pareti. Con il permesso del barman, ho preso la chitarra, cominciando a strimpellare tanto per passare il tempo nel locale semideserto, in quell’angolo non avrei dato fastidio a nessuno. Senza accorgermi ero riuscito a risvegliare i due signori anziani che sedevano al banco tanto da farli avvicinare e accomodare al tavolo con tre birre, cantavamo “Hey Jude” dei Beatles e altri pezzi tra i più famosi. Toni, uno dei due signori, dopo essersi alzato per chiedere l’ennesima pinta, era tornato con un’altra chitarra in mano presa chissà dove, abbiamo cominciato a cantare e suonare, coinvolgendo anche le poche persone presenti nel locale.

    Dopo aver salutato i miei nuovi amici, con la promessa di ritrovarci per la mia ultima sera, mi sono avviato verso casa lasciando Toni e gli altri a cantare sotto gli effluvi dell’alcol. La temperatura era scesa ancora di un grado, l’aria ghiacciava nei polmoni e camminare anche per un isolato diventava estenuante e faticoso. La notte, passata senza che me ne accorgessi, sembrava non voler lasciare il posto alle prime luci del mattino, dicembre è un mese buio e freddo al nord, non adatto ai meteoropatici.

     

    Il porto di Amburgo è una dei luoghi più visitati della città, si estende sul fiume Elba, subito dopo il controverso quartiere di St.Pauli dove tutto o quasi è concesso. Intorno agli alberi delle navi mercantili, stormi di gabbiani volano in cerchio in attesa di una preda per colazione, il rumore dei container come spari di fucile li fa volare per poi tornare al loro posto svanita la paura. Un manto di nuvole bianche e geometriche come una trapunta invernale copriva il cielo e bloccava la neve che sembrava non voler scendere mai.

    Il centro era reso ancora più elegante dagli addobbi e mercatini natalizi, nascosti dietro ogni angolo, i canali ricordano lo stile olandese mentre i palazzi costruiti con i classici mattoni rossi inglesi traspirano il carattere british dei suoi abitanti. Amburgo è una città risorta dalle ceneri dell’operazione Gomorrah, il grande bombardamento avvenuto durante la seconda guerra mondiale che rase al suolo uno dei centri più industrializzati della Germania nel ‘900. Dal dopoguerra in avanti la popolazione si è saputa reinventare ricostruendo, non solo la parte architettonica della città, ma soprattutto la cultura e la mentalità di un popolo che si ritiene diverso e indipendente dal resto della nazione.

    treeL’ultima sera, dopo aver fatto i bagagli per il mattino seguente, tornato al pub, vuoto come tutte le sere ma ricco di umanità e musica, ho chiesto di Toni al barman che, sconsolato mi dice che era ricoverato in ospedale per alcuni problemi sopraggiunti la sera prima. Con grande dispiacere nel cuore ho salutato tutti, ero già sulla porta quando il barman mi chiede di tornare indietro afferrandomi il braccio indica una cornice sulla mensola dietro al bancone, con un sorriso mi chiede se riconoscevo i due personaggi raffigurati nella fotografia.

    Era un bianco e nero dei primi anni 60, su un palco di un pub stracolmo di gente riconoscevo un giovanissimo Paul McCartney imbracciare un basso con la mitica impugnatura mancina, al suo fianco un ragazzo con i capelli biondi impugnava un chitarra acustica con un inconfondibile stile rimasto intatto cinquant’anni dopo, era Toni, che accompagnava uno dei mostri sacri della musica mondiale.

    Diego Arbore

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Niagara Falls, dove l’acqua unisce il cielo e la terra e l’uomo ritorna ad essere “minuscolo”

    Niagara Falls, dove l’acqua unisce il cielo e la terra e l’uomo ritorna ad essere “minuscolo”

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una dozzina di uomini, lavoravano sul ciglio di una vecchia ferrovia avvolti da rumore e polvere, la brace di una sigaretta brillava nel pulviscolo, tanto per accorciare quella faticosa sopravvivenza. Sotto il cavalcavia, una donna dormiva sul sedile di una macchina abbandonata, la notte, noiosamente lunga, aveva lasciato solo un velo di brina sulla carrozzeria e una scritta “Dio, sono qui” impressa sul parabrezza. Un corvo, appollaiato sul cartello arrugginito “benvenuti a Rochester”, si alzava in volo al passaggio di una vecchia utilitaria con la radio a tutto volume. Il legno della chiesa era segnato dagli inverni rigidi che piombano sull’Ontario, puntuali come un orologio, in quel luogo fermo da anni, sul piccolo campanile sopra di essa. Il sacerdote con un gesto della mano saluta la famiglia che gli aveva fatto visita, i loro occhi tristi erano pieni di speranza, si sono incamminati verso quella casa che avevano imparato a odiare, ma che rappresentava l’unico punto fermo della loro vita. Il padre prende in spalla la bambina, l’elastico che teneva ferma la testa della bambola cede, ma la piccina non piange, scende, la raccoglie con naturalezza e con un sorriso sale nuovamente sulle spalle del padre, l’arte dell’arrangiarsi per lei era appena cominciata.

    A differenza di Dio e delle istituzioni, il sole non si era dimenticato di Rochester, era settembre e un fascio di luce cominciava a scaldare quella fredda mattina, il vento soffiava dal lago proveniente da nord, pungeva e ululava come un lupo solitario, come tanti che passeggiavano per il paese. Era quella l’America o era quella vista pochi giorni prima a Boston, dove tutto sembra un disegno perfetto o forse è realmente quella raccontata da Steinbeck e cantata da Dylan, Woody Guthrie e Springsteen? La situazione non era dei più amichevoli, ma sono sceso comunque dall’auto per acquistare dell’acqua nel piccolo market e fare carburante, sugli scaffali i prodotti erano impolverati dal tempo, sacchetti di carne essiccata, dolciumi, riviste e gadget di ogni tipo, ordinati senza il minimo criterio. Dietro il banco, una grassa donna di colore dormiva seduta con il mento appoggiato sull’abbondante seno e una tazza di caffè stretta nella mano, davanti a lei un monitor trasmetteva le immagini del locale, in uno dei riquadri ero ripreso io davanti alla cassa in attesa del suo risveglio. Con il classico colpo di tosse attiro la sua attenzione e le allungo una banconota da venti dollari, mi sorride e con il dito mi fa segno di avvicinarmi, con un po’ di timore appoggio i gomiti sul banco e tendo l’orecchio. «Ragazzo, non ti consiglio di girare da queste parti – dice a bassa voce – ci sono luoghi più interessanti nelle vicinanze…».

     

    [quote]…tu sei a Buffalo, qui non c’è il centro, c’è solo Buffalo[/quote]

    Nessun consiglio era stato mai così utile, alcune brutte facce giravano intorno alla mia macchina e mascherando la paura con una finta sicurezza ho messo in moto chiudendo le portiere dall’interno passando con il rosso al primo semaforo, solo cinque minuti dopo viaggiavo sull’highway 90 in direzione di Buffalo, una città affacciata sul lago Erie , famosa per la sua vivacità. Quella domenica mattina Buffalo aveva l’aspetto trasandato di una moglie infelice, mi sono fermato per chiedere indicazioni ai bordi di una grande rotatoria, dove un uomo con dei grossi baffoni e cappello da cow-boy fumava una sigaretta appoggiato sul cofano di una limousine, i suoi occhiali a specchio riflettevano le immagini di una coppia di sposi che si faceva fotografare vicino a una grande fontana, la sua attesa mi ha dato forza per avvicinarmi e chiedere indicazioni per il centro. Per qualche secondo sembrava non avere sentito, ma dopo aver lentamente ruotato il capo nell’altra direzione, tirando su con il naso la quantità ideale di catarro e sputandolo come una perfetta pistola ad aria compressa, mi guarda sorridendo dicendo «tu sei a Buffalo, qui non c’è il centro, c’è solo Buffalo».

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Ho deciso che non avrei voluto passare la notte nell’ennesimo luogo pericoloso e con il passaporto alla mano mi sono diretto verso il Peace bridge che attraversa il fiume Niagara tra Stati Uniti e Canada. Il cielo azzurro era macchiato solo da qualche nube bianca come batuffoli di cotone, il sole era alto ma un vento fresco ne mitigava il calore, le acque del fiume scorrevano inesorabili rincorse da aironi e gabbiani che volavano a pelo d’acqua quasi per gioco. Il ponte essendo privo di grandi strutture dona quel piacevole senso di libertà e scatena l’emozione e la bellissima sensazione di volare fino a che, una fila di automobili ti riporta a terra bruscamente, un muro di bandiere canadesi ti sbarra la strada e capisci di essere arrivato alla dogana. Nonostante la severa poliziotta e un lungo interrogatorio, sono riuscito a farmi timbrare il passaporto dopo un controllo nel bagagliaio, sono entrato in Canada con un sospiro, non che avessi nulla da nascondere ma vivo sempre con una certa pressione questi momenti. Lo scenario canadese non è molto diverso da quello appena passato al confine, le grandi strade sembrano linee tracciate con un pennello in mezzo al verde, in fondo a una di esse una grande nube di vapore acqueo a forma di fungo saliva in cielo, come quello delle esplosioni nucleari, ero arrivato a Niagara Falls.

    Principalmente il paese è un’attrazione turistica, una sorta di piccolo luna park situato lungo la via principale che porta nel bacino dove sfociano le tre cascate suddivise nei due versanti, canadese e statunitense. Il sole aveva cominciato la sua lenta discesa, i fumi diventati rosa sembravano zucchero filato, l’eco delle cascate superava il baccano delle giostre e una leggera pioggerellina di vapore portata dal vento mi bagnava il viso. Camminavo in direzione delle cascate quando un lampo, seguito da un forte boato, illuminava tutto a giorno, aprendo la strada a un improvviso acquazzone. Sono salito in macchina a tutta velocità, bagnato fradicio, stanco e infreddolito, era sera ormai e mi sono addormentato nel fastidioso odore di nicotina delle lenzuola, di quello sporco motel da quattro soldi. La mattina seguente il tempo era migliorato ma aveva portato il vento freddo della burrasca, il battello intanto aveva acceso i motori spaventando una coppia di gabbiani accucciati sul molo. Ero sulla prua per godere lo spettacolo in perfetta solitudine, l’acqua specchiava riflessi argentei, ricoperta da un tappeto di gabbiani, pellicani, aironi e decine di uccelli di ogni genere pronti a spiccare il volo con la puntuale cadenza di un aeroporto e passare attraverso gli arcobaleni bucando le dense nubi di vapore create dalle cascate.

    [quote]il più piccolo, si è voltato con gli occhi rossi dalla commozione, asciugandosi una lacrima con il polsino della felpa si rivolge verso di me entusiasta, gridando «This is great»[/quote]

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    La mia posizione privilegiata permetteva una visione a grandangolo del panorama, come se stessi navigando a pelo d’acqua su una zattera di un film western. Siamo entrati nella gola della cascata principale avvicinandoci a pochi metri dal fragore delle acque che cadevano da ogni lato formando schizzi che solo grazie alla cerata ho potuto evitare. Mi sentivo minuscolo di fronte a tanta imponenza, avevo il viso bagnato quando ho sentito scendere qualcosa di più denso dagli occhi, attraversare le guance fino al mento e cadere fondendosi e perdendosi nel fiume. Tornato a terra, ho voluto guardare ancora una volta quello spettacolo salendo sul ponte dal quale si possono ammirare le cascate in tutto il loro splendore, vicino a me due ragazzini erano appoggiati al parapetto osservando il panorama in religioso silenzio, il più piccolo, si è voltato con gli occhi rossi dalla commozione, asciugandosi una lacrima con il polsino della felpa si rivolge verso di me entusiasta, gridando «This is great». Il mio ebete sorriso non deve essere stata la migliore risposta, lui piuttosto ha suscitato in me la consapevolezza che il rispetto dell’ambiente deve nascere dai più giovani, l’unica speranza per il futuro di un mondo che si sta dimenticando chi comanda sul nostro pianeta, madre natura.

     

    Diego Arbore

  • Lisbona, la “feira da Ladra” e quella calda, bruttina sciarpa di lana di bianca

    Lisbona, la “feira da Ladra” e quella calda, bruttina sciarpa di lana di bianca

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Il viale era coperto da un voluminoso tappeto di foglie arancioni che, stanche di aspettare un inverno fino a quel momento vestito da primavera, cadevano sinuosamente come petali trasportati dal vento. Un uomo anziano sedeva su una panchina osservando la faticosa salita appena affrontata, con l’espressione e la stanchezza di chi sapeva di essere arrivato in cima senza possibilità di discesa. La vita passata davanti come i carretti dei dolci alla crema del suo quartiere, gli aveva lasciato solo un profumo ormai troppo lontano, come i ricordi.
    Le piastrelle di ceramica delle palazzine, quelle che conosceva a memoria, avevano un aspetto diverso quel giorno, i colori apparivano sbiaditi e alcune crepe conferivano un aspetto decadente ai suoi occhi, gli stessi che avevano visto Lisbona quando i turisti erano solo marinai di passaggio.
    Il sole tramontava con lui, doveva solo saper attendere il suo momento seduto al capolinea del tram numero ventotto che stava salendo trasbordante di gente ammassata come bestiame.
    Decine di persone scendevano come automi con valigie da lavoro, zaini di scuola, mani in tasca e cuffie alle orecchie, alcuni si avviavano verso il centro città, altri rientravano a casa nel popolare quartiere del Baixa, sulle alture.

    L’anziano signore era salito in piedi facendo leva sulla spalliera della panchina, seguiva eccitato gli ultimi passeggeri scendere quando una bambina con due splendide trecce castane si era materializzata al diradarsi della folla e si guardava attorno.
    L’uomo adesso sorrideva, i pensieri tristi erano svaniti tra le lentiggini e gli occhi verdi di quella piccola ragione di vita che gli correva incontro, la fatica e l’affanno si erano tramutati nel vigore di un abbraccio, tirando su la bambina con la facilità di un ragazzo.
    Dietro di loro, i ponti di Lisbona sembravano sorridere, il cielo sereno sopra i colli si fondeva con l’oceano come la tempera di una tela, i gabbiani cominciavano a volare vorticosamente come giocando a guardie e ladri sopra la vita delle persone che, come formiche frenetiche, si muovevano tra i vicoli e le trafficate strade che convogliano al mare.
    La bambina prendendo per mano il nonno e adeguando il passo, cercava di smorzare la sua vivacità per sentirlo vicino, le loro figure sono poi sparite in una nuova e felice discesa.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Camminavo al Barrio Alto, i vicoli si inerpicano a monte, colorati da panni stesi, vespe e automobili vintage, ristoranti tipici e caratteristici appartamenti sulla strada dove le casalinghe si fermano a parlare e i bambini giocano a calcio tra un marciapiede e la porta di un garage e dove il tempo si è fermato.
    Curiosando dentro un vicolo per scattare delle fotografie, ho notato un uomo seduto sulla porta di casa lanciare briciole a un pavone che, per niente intimorito, si avvicinava a lui con fiducia: sono rimasto in disparte a osservare quel momento insolito, poi sono salito nel mio appartamento per osservare gli ultimi scampoli di tramonto dall’alto del balcone.
    I tetti rossi delle case e le cupole delle chiese sembravano dipinte, il cielo era un mare capovolto e le luci degli appartamenti centinaia di stelle, all’interno di una di queste la fiamma sinuosa di una candela rifletteva sul muro la figura di una donna anziana, ferma a contemplare il vuoto di un appartamento che sembrava abbandonato.
    La finestra era priva di imposte e tapparelle, una tenda di plastica per le docce era l’unica copertura di un’atmosfera asettica e incolore.
    L’ombra ha cominciato a muoversi, la fiamma con lei, la tenda si era aperta da un lato e una signora con i capelli colore dell’argento si era affacciata guardando verso di me, come se sentisse il mio sguardo. Mi ha regalato la sua ricchezza più grande, un sorriso.

    La notte era passata velocemente, svegliato solo dai primi raggi di sole ho fatto colazione sul balcone e sono uscito, la tenda della finestra di fronte era chiusa senza alcun movimento al suo interno. Il mare era calmo, solo poche e temerarie onde cercavano invano di toccare la riva, dove i pescatori del mattino attendevano pazienti la preda da servire a cena. Le maestose vie del centro, dominate dal castello di Sao Jorge, erano addobbate per Natale, il carretto delle caldarroste fumava sul marciapiede mentre un cane randagio, attento alla segnaletica stradale, bighellonava davanti in cerca di avanzi, invisibile agli occhi dei passanti. I tram gialli si incrociavano, dai finestrini i volti ancora assonnati dei lavoratori sembravano vuoti e svogliati, guardavano al di là di quello che realmente avevano davanti, sognavano di viaggiare, come i loro avi per i mari di tutto il mondo.

    Dalla piazza del teatro nazionale ho chiamato un taxi per raggiungere il quartiere di Sao Vicente che ogni sabato accoglie i mercanti e le canaglie più disparate di Lisbona nella “feira da Ladra”, un vero e proprio mercato del rubato.
    Un tempo i marinai di passaggio vendevano gli oggetti recuperati durante i loro viaggi oppure semplicemente ne acquistavano altri da rivendere allo sbarco successivo, oggi il materiale venduto è al limite del grottesco, tuttavia il mercato ha mantenuto il suo fascino intatto nel tempo. Il rumore assordante delle radio a transistor e le urla dei mercanti si univano in un permanente e penetrante brusio, mendicanti e fachiri a ogni angolo chiedevano pochi spiccioli per nulla o per qualche gioco di prestigio mentre qualche ladro di borsellini si aggirava furtivo tra le tasche dei turisti. Vecchi abiti e scarpe spaiate si alternavano a mobili e cianfrusaglie di ogni genere, vinili di artisti sconosciuti, imitazioni di quadri famosi e libri impolverati facevano da cornice a un Guernica di oggetti dimenticati. Decine di persone spingevano per acquistare inutili monili, una coppia di ragazzi valutava un vecchio baule da mettere in camera da letto e un banco di abbigliamento creava la folla dei saldi migliori, attraverso la quale intravedevo una vecchia signora appoggiata a un muro, vendere sciarpe di lana adagiate sullo schienale di una sedia.
    Quel giorno faceva particolarmente caldo, tuttavia mi sono avvicinato e dopo aver chiesto il prezzo ne ho acquistate due, non erano particolarmente belle ma avevano l’aspetto di essere calde e caserecce come quelle fatte dalla nonna, i colori non erano sgargianti ma si intonavano con tutto e poi quella signora, mi sembrava di conoscerla da sempre. Aveva dei buchi nelle calze, le mani screpolate e ferite dall’arsura e uno scialle che la copriva da un freddo percepito solo da lei, il suo volto rugoso era segnato dal tempo e dal lavoro ma il sorriso era quello di chi vive in solitudine e lo tiene per le giuste occasioni. Dopo aver pagato, mi sono chinato e avvicinandomi le ho regalato una delle due sciarpe, quella bianca, chiedendole di non venderla e di tenerla per se anche se probabilmente l’avrebbe venduta il prima possibile.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Quella notte il freddo era arrivato a Lisbona con un blitz rapido e silenzioso, una lieve pioggia conferiva brillantezza ai tetti e i camini cominciavano a fumare, la stanza era ancora fredda e mi sono avvolto nella sciarpa di lana acquistata in mattinata. Ho fatto un cerchio sul vetro appannato per sbirciare fuori, la fiamma nell’appartamento di fronte era più forte, ricordava il fuoco di un camino e sul muro si stagliava sempre la stessa figura. In quel momento la tenda si faceva da parte e dalla finestra era uscita la signora guardando subito nella mia direzione, sorridendo con una bellissima sciarpa bianca al collo.


    Diego Arbore

  • Viaggio a Cape Cod, l’incontro con Hermann sulle tracce del capitano Achab

    Viaggio a Cape Cod, l’incontro con Hermann sulle tracce del capitano Achab

    cape-town-porto-scimmia-barboncinoGuidavo attraverso il Massachusetts inghiottito dal buio, inesorabile come la materia oscura di un vorace buco nero. Il sole non aveva lasciato tracce e la luna tardava ad arrivare. La vivacità e la spensieratezza del paesaggio improvvisamente sono mutate in paure e insicurezze, salite in auto come due autostoppisti silenziosi di cui avresti fatto volentieri a meno. La strada, ridotta a singola corsia, avanzava senza fine apparente; le fronde degli alberi si muovevano come artigli, scosse da un vento che soffiava in ogni direzione trascinando pioggia, foglie e acqua di mare.
    La voce e la chitarra di Neil Young, intervallate da interferenze e stazioni radio religiose, mi facevano compagnia con gli assoli di Down by the river e quel falsetto inconfondibile del rocker canadese.
    Avevo da qualche ora superato Providence e stavo entrando nella penisola di Cape Cod, un lembo di terra che ricorda il dito storto di una strega e penetra nell’Oceano Atlantico come la spina di una rosa.

    Il serbatoio della benzina era agli sgoccioli e la distanza stimata dal computer era inferiore a quella che dovevo percorrere, così sono uscito al primo segnale di civiltà, un piccolo agglomerato di case indipendenti, un parcheggio per roulotte e due fast food, il primo chiuso e l’altro abbandonato, di distributori neanche l’ombra. Le luci giallastre dei lampioni conferivano aria tetra a quel luogo deserto, giochi di ombre e rumori sinistri ingannavano i sensi provocando quella brutta sensazione di sentirsi osservati. Un sussurro mi ha fatto voltare e accelerare i battiti del cuore, ma non c’era nulla di cui preoccuparsi, era solo il sibilo del vento tra i rami.

    La mia attenzione si era spostata su una luce immersa nel buio che distava un miglio da me. Senza pensare troppo, ho messo in moto e sono andato vicino, trovando una piccola pompa di benzina e un casottino: al suo interno, blindato come dentro una cassaforte, un piccolo uomo dall’aria impaurita che si affaccia salutandomi con un gesto della mano.
    Era un tipo magro sulla quarantina, capelli attaccati alla fronte da sudore e sporcizia, indossava una camicia a quadri rossi e neri di flanella avvolto da una nube di sigarette; tuttavia, aveva occhi vispi e uno sguardo amichevole, avrei potuto scommettere che sotto la sua sedia nascondeva un fucile.
    Non voleva uscire dal casottino e forse per paura ha cominciato a urlare, dalla feritoia fumante, le istruzioni per erogare benzina: la pompa era effettivamente un pezzo d’antiquariato.
    Dopo aver riempito il serbatoio, mi sono avvicinato per pagare, i suoi lineamenti affusolati illuminati dal braciere della sigaretta e nascosti dal fumo, si estesero in un sorriso alla vista dei venti dollari.

    cape-town-pozza-vicoloHo ripreso a guidare nel buio della notte, la tempesta si era calmata e le nubi diradate svelavano qualche timida stella, la luna rimaneva nascosta.
    Avevo prenotato una stanza in un motel di Provincetown, un piccolo paese di pescatori sulla punta di Cape Cod, i gestori mi avrebbero aspettato fino alle dieci, oltre quell’orario avrei dovuto chiamare l’uomo della sicurezza per la consegna delle chiavi.
    Era mezzanotte inoltrata, ai bordi della strada i cadaveri degli scoiattoli neri e dei procioni si alternavano come paletti catarifrangenti, suggerendo una guida prudente. Ormai restavo solo io e qualche grosso fuoristrada con gli abbaglianti accesi: sembravano astronavi aliene in arrivo sulla terra.
    Il motel era il classico a ferro di cavallo visto in tanti film, aveva la particolarità di affacciarsi sull’oceano; in realtà, a quell’ora non si vedeva nulla ma l’odore salmastro, il vento e le strutture deteriorate dal salino ne segnalavano l’imponente presenza.
    Fuori dalla struttura principale una piccola piscina sulla quale galleggiavano foglie come piccole imbarcazioni giocattolo, un’altalena spinta da un soffio di vento carico di acqua e salino cigolava assieme ai malinconici giochi per bambini.
    Era l’una del mattino. Sono entrato nella hall, una fatiscente struttura ricoperta da moquette azzurra con una dozzina di divani distribuiti senza un criterio logico. Su uno di questi c’era un uomo di colore che dormiva rumorosamente. Era poco più che un ragazzo, indossava calzoni corti e infradito, un cappellino degli Yankees e una maglietta gialla della “security”; si era addormentato con una lattina di birra in mano, altre due erano vuotate e lasciate ai piedi del divano accartocciate come cartaccia. Deve essere stato un brusco risveglio il suo, forse destato da un bellissimo sogno, oppure la fine di un bruttissimo incubo, quando mi ha guardato con gli occhi rosso sangue ho dovuto sfoderare il sorriso più ebete del mio repertorio. Dopo i convenevoli, il ragazzo era di poche e incomprensibili parole, mi ha chiesto il passaporto per poi sparire con esso per una decina di minuti e tornare con la chiave della camera e un salvagente come portachiavi.

    La stanza non era di certo quella di un hotel a cinque stelle ma trasmetteva comunque un certo fascino. Era un openspace con cucinotto, terrazzo e la solita moquette azzurra: odorava di umido e stantio, inevitabile con quella brezza marina. Sono crollato sul letto come un albero abbattuto dormendo fino alle luci dell’alba quando aprendo la tenda, un fortissimo chiarore mi ha abbagliato la vista.
    La nebbia era bianca come latte e morbida come cotone, depositata omogeneamente su tutto il paesaggio. S’intravedeva solo la ghiaia color cappuccino, le sterpaglie e i mucchi di alghe depositati nella notte. Sono sceso sulla spiaggia in una sorta di trance calpestando gusci di conchiglie e telline, accompagnato da gabbiani e rondini di mare, spingendomi fino alla battigia a battezzare i miei piedi nudi nell’oceano. Una brezza proveniente da sud est iniziava a soffiare, separando le nuvole dal cielo, il bianco dal blu e vivacizzando i colori con i primi raggi di sole, riflettendosi sulle case di legno ancora bagnate: le faceva brillare come un luminoso presepe. Lentamente, l’oceano si ritira scoprendo le acque come un lenzuolo, banchi di sabbia si formano disordinatamente, una barca ancorata s’inclina al contatto con la sabbia e i gabbiani rincorrono i granchi impauriti, lasciando solo qualche avanzo per gli uccelli più piccoli.

    cape-town-barcaSolo pochi minuti più tardi, camminavo tra i vivacissimi vicoletti e le caratteristiche case di legno di Provincetown. In quei luoghi Hermann Melville aveva immaginato l’avventura di Ismaele, del capitano Achab e il suo incubo Moby Dick, in quello che è rimasto uno dei romanzi più importanti della letteratura mondiale. Il profumo della zuppa di crostacei fuoriesce dalle taverne, quello più acre della birra rovesciata sulle assi di legno e l’aria salubre che giunge dal mare si uniscono in un vortice di sensazioni e ricordi passati.

    Tra le case, separate da stretti vialetti, fotografavo il porto, notando casualmente una figura che osservava il mare, un bellissimo barboncino dal pelo marrone. Aveva l’espressione malinconica di chi voleva essere su una di quelle navi all’orizzonte o salpare sui pescherecci pronti ad affrontare la tempesta e allo stesso momento di chi ne aveva vissute tante da raccontare. Mi sono avvicinato, lui ha allungato il collo per ricevere una carezza, poi tirando su la testa si è voltato, distratto da un gabbiano sulla spiaggia e scoprendo la medaglietta con scritto “Hermann” ha cominciato a correre verso il mare.


    Diego Arbore

  • Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    galea-galata«A chi giunge dal mare, il seno di Giano offre uno spettacolo d’ineguagliabile bellezza. Nel sole meridiano, Genova si staglia all’orizzonte, immobile, sospesa ai contrafforti che la sovrastano». Capita spesso di auto-citarsi, anche se l’auto-citazione può apparire un segno di civetteria. In questo caso non è così. Non v’è modo migliore di parlare d’una città che attraverso parole a lungo meditate. E vi assicuro che è quanto accaduto con l’introduzione al mio Genova e il mare nel Medioevo, recentemente edito da “il Mulino”. Per questo, mi auto-assolvo dall’auto-citazione, e proseguo: «E’ questa l’immagine fornita da molti viaggiatori medievali, colpiti dalle possenti strutture del suo porto, dalle mura imponenti, dai suoi palazzi ricoperti da marmi splendenti, dai suoi dintorni cosparsi di residenze di campagna, immerse in una vegetazione rigogliosa. E’ vero, Genova la si capisce meglio dal mare. E’ il mare a costituire, nel lungo millennio medievale, il primo ed essenziale richiamo per i suoi abitanti, i quali prosperano grazie al commercio e alle attività finanziarie, viaggiano da un capo all’altro del mondo conosciuto, si stabiliscono fuori patria, fondando qua e là non nuove città ma “atre Zenoe”, e nonostante ciò avvertono sempre e comunque il richiamo della madrepatria, eletta da tempo a “porta” d’Europa e del Mediterraneo».

    Ora, che cosa succederebbe se provassimo a calarci per un momento nella realtà dei viaggi per mare del tempo? Se salissimo a bordo di una galea genovese per compiere un viaggio alla volta di Alessandria d’Egitto?  L’Archivio di Stato di Genova conserva oltre 120 registri di bordo di galee genovesi, per la quasi totalità inediti, redatti tra il 1350 e il 1450 circa, densi d’informazioni sulla realtà dei viaggi per mare del tempo, ma concentrerò la mia attenzione su un singolo registro, a suo modo rappresentativo dell’insieme. Si tratta del libro mastro della galea Sant’Antonio, conservato sotto il numero 724, noto agli studiosi perché utilizzato negli anni Sessanta del secolo scorso da John Day per uno studio sui prezzi delle derrate alimentari alla fine del Trecento. Il manoscritto si presenta in discrete condizioni di conservazione. Si tratta d’un volume di carta filigranata – il soggetto è quello della freccia in scocca nell’arco rivolta verso l’alto – rilegato da un foglio di pergamena di cm. 15 x 40,4, composto da 5 fascicoli legati assieme di 12 fogli l’uno piegati a metà, per un totale di 60 fogli e 120 pagine. Sul «recto» di ciascuna carta, in alto a destra, è presente una numerazione romana progressiva, da c. I a c. CXVI, certamente originale, la quale s’interrompe (pur conteggiandole) in corrispondenza delle numerose carte bianche e di diverse altre carte senza una logica precisa. La cartulazione originaria è integralmente visibile.

    Destinazione Egitto

    L’identità dello scriba, Iacopo di Compagnono, emerge dalla c. I, che funge da intestazione per l’intero manoscritto: «Cartularium in quo continentur raciones gallee domini Silvestris de Marinis, scriptis [sic] et compoxite in Ianua per me Iacobum de Compagnono scribam dicte gallee, et in dicto volo quod detur fides et ad mayolem cautellam pono signum meum talle». Di grande interesse è il contenuto. La galea Sant’Antonio – per la precisione una galea da mercato a due alberi – prende il mare dal porto di Genova nella primavera del 1382 alla volta di Alessandria d’Egitto. Il Comune è appena uscito da un’aspra guerra navale combattuta contro Venezia, che ha creato dissapori col sultanato egiziano. Le continue vessazioni subite dai mercanti genovesi, ma anche veneziani e catalani, da parte delle autorità egiziane avevano già portato, nel 1369, a una sospensione del commercio genovese e veneziano con l’Egitto e la Siria e a una dimostrazione navale congiunta davanti al porto d’Alessandria. Ma tutto s’era risolto con un nulla di fatto. Nel 1383, i Genovesi dichiararono guerra all’Egitto, ufficializzando una situazione che si trascinava da troppo tempo. Non mancarono i tentativi di mediazione: un documento conservato nel fondo Diversorum dell’Archivio di Stato di Genova informa di come, il 9 gennaio del 1382, il doge Nicolò Guarco e il Consiglio degli Anziani stabilissero l’invio di due ambasciatori – un nobile, Cosma Italia, e un popolare, Marchione Petrarossa – presso la corte sultaniale (retta, a causa della minore età del legittimo titolare, dall’emiro Barquq) per trattare delle condizioni dei mercanti genovesi nelle terre nilotiche e siriane. Ebbene: il 20 marzo, i due ambasciatori furono accolti a bordo della Sant’Antonio dal patrono, Silvestro de Marini, in procinto di salpare per l’Oltremare. Il verbo utilizzato, “accogliere”, non deve stupire: l’imbarcazione non è di proprietà del Comune che, com’è noto, a differenza di Venezia, non aveva una flotta in pianta stabile, riservandosi di armare o noleggiare galee all’abbisogna. La Sant’Antonio è armata specificamente per un viaggio commerciale. Gli ambasciatori, dunque, vi salgono come normali passeggeri (ovviamente paganti).

    Il viaggio è organizzato nei minimi dettagli. Dalla metà di gennaio alla metà di marzo del 1382 sono effettuate numerose spese, definite dallo scriba «pro aconcio galee», destinate, cioè, alla messa a punto della galea. In particolare, si acquistano 4 cantari e 52 rotoli di stoppa (pari a circa 2 quintali e mezzo), 5 cantari di pece di Romània, pece di fiandra, legname, chiodi, 6 cantari di sego di Caffa «pro ungendo galeam», e poi un numero elevatissimo d’attrezzature di bordo, obbligatorie secondo gli statuti (bandiere, remi, pennoni, sacchi, recipienti di vario tipo) e provviste durevoli: pesci salati, tonno, sardine, carne affumicata, lenticchie, fave, ceci, zucchero, spezie, riso, aceto, acqua. Particolare attenzione è dedicata, inoltre, al riattamento dello scandolaro, la camera di poppa destinato ad ospitare i mercanti e gli ambasciatori.

    Il Mediteranneo a bordo

    Il registro non specifica le misure dell’imbarcazione; tuttavia, secondo il Liber Gazarie, elencante le caratteristiche tecniche che una galea doveva possedere per recarsi «ultra Sciciliam, ad partes Romanie et Syrie», possiamo ipotizzare che la Sant’Antonio fosse lunga da ruota a ruota circa 40 metri, larga al ponte 6 metri ed alta al puntale 3 metri e mezzo. Insomma, v’era parecchio spazio per ospitare, oltre ai mercanti e agli ambasciatori, tutti i 194 uomini dell’equipaggio, comprendenti il patrono, il comito, il subcomito, lo scriba, un cambusiere, 16 balestrieri, 4 cordai, 2 sarti, un calafato, un macellaio e ben 174 rematori: grossomodo la cifra indicata dagli statuti per le galee in partenza per il Levante. Lo scriba fornisce un elenco dettagliato di tutto il personale di bordo, la cui origine etnica è quanto mai varia: 38 uomini si dichiarano genovesi, 36 provengono dalla riviera di Levante, 16 da quella di Ponente, ma vi sono anche 19 uomini provenienti dall’Appennino ligure, 4 dalla Corsica (in particolare da Bonifacio), 2 dalla Sicilia, singoli personaggi da Parma, Asti e Padova; e poi dal Levante: 15 da Pera, 7 da Caffa (ma sono in totale 29 coloro che provengono dal Mar Nero), 5 da Chio, 2 da Cipro, e poi altri ancora da Cordova, Maiorca, Trapani, Trebisonda, Simisso, Zara, i quali s’imbarcano tutti da Genova, secondo una prassi che non deve stupire. Non sempre lo scriba ne riporta la specifica mansione, anche se sappiamo che tra di essi v’era un «barberio» (una sorta di chirurgo), un cuoco, un «senescalco», un trombettiere, un maestro d’ascia. In molti casi egli annota, però, la professione esercitata a terra, la quale poteva risultare di qualche utilità nel corso della permanenza in mare.

    faro-dalessandriaLa rotta e le soste

    Di grande interesse è l’itinerario compiuto dalla galea. La partenza avviene da Genova il 20 di marzo. Inizialmente si naviga «per costeriam», lungo la costa, per brevi tragitti, fermandosi quasi ogni giorno. A fronte di 104 giorni di navigazione, l’imbarcazione è ferma ben 143 giorni: il viaggio di andata dura 44 giorni; quello di ritorno 60. Tuttavia, i giorni effettivi di navigazione sono quasi identici: 40 all’andata e 42 al ritorno. La galea, a ogni modo, percorre in tutto oltre 5100 miglia marine (circa 9400 km) in 123 giorni di viaggio, a una velocità media di circa 41, 5 miglia (76,9 km) al giorno. Tra Castelfranco (Kastelli) e Sfakion, probabilmente perché spinta dai venti del Nord Ovest, essa compie in via eccezionale un giro di 85 miglia in un giorno; tra Gaeta e Genova copre, invece, una distanza di 300 miglia in 4 giorni.

    Le numerose soste permettono all’equipaggio di scendere a terra piuttosto spesso per mangiare cibi freschi. Ciò non esime, naturalmente, dal dotarsi di vettovaglie abbondanti già al momento della partenza. Il 20 marzo si comprano, infatti, 100 cantari di biscotto (pari a circa 50 quintali), l’alimentazione di base del marinaio. Lo stesso giorno è corrisposta ai marinai anche la prima rata del salario. La prima tappa è La Spezia, dove si compra del pane, dei pesci e due barili di vino. Un più ampio rifornimento di vino è compiuto a Lerici, tradizionale luogo di rifornimento (al pari dell’intera riviera di Levante) del principale porto ligure. Il 23 marzo la nave è a Livorno; il 26 a Civitavecchia dove si compra dell’«erbagio»: verdure fresche ed erbe aromatiche; il 28 raggiunge Gaeta; il 30 è a Napoli, dove sosta sino al 2 aprile. Tre giorni dopo tocca San Lucido, sulla costa, quindi, in successione, Tropea, Messina, Reggio e nuovamente Messina. Dopodiché, abbandona le coste italiche: il 14 aprile la Sant’Antonio guadagna Corfù; il 22 Modone; poi effettua tre soste a Creta, a Castrofranco (oggi Francocastello), il 24 aprile, a Sfakion il 25, a Samarias il 26, località che si trovano in sequenza da Levante ad Ponente: si tratta verosimilmente di soste programmate per l’approvvigionamento dell’acqua. Dopo Samarias, infatti, si prosegue sino ad Alessandria, raggiunta il 3 di maggio. A questo punto inizia un lungo periodo di navigazione di cabotaggio nell’area del Mediterraneo sud-orientale della durata di quattro mesi e mezzo. L’itinerario compiuto dalla galea ha un ché di frenetico: ripartita l’8 maggio dal porto egiziano, la Sant’Antonio tocca in sequenza Beirut, il 14 maggio, Famagosta, il 20, ancora Beirut, il 22, Tripoli di Siria, tra il 23 ed il 28, ancora Famagosta, tra l’1 ed il 10 giugno, Alaya, sulla costa turca, il 14 di giugno, nuovamente Famagosta, tra il 20 giugno ed il 3 luglio, e poi di nuovo Beirut, il 5 luglio, Famagosta, tra il 7 luglio ed il 1 agosto, e infine Alessandria, il 10 agosto, dove si ferma sino al 22 settembre.

    Non sappiamo quanto questo continuo andirivieni tra un porto e l’altro del Mediterraneo orientale dipenda dalla missione degli ambasciatori piuttosto che dalle necessità dei mercanti. Purtroppo, il registro non fornisce alcuna notizia sul tipo di merce presente a bordo. Le uniche notazioni circa l’attività mercantile esercitata dai passeggeri della Sant’Antonio, concentrate nell’ultimo fascicolo del manoscritto, riguardano lo scriba: lungo il viaggio, egli commercia grosse qualità di tessuti inglesi, irlandesi e fiorentini (due balle di lana inglese; cinquantacinque pezzi di Sayes d’Irlanda; ottocentotrenta pelli di ermellino; due pezzi di stoffa in lana fiorentina; cinque fasci di filo di velata acquistato a Napoli) e acquista pesce e carne salata, il tutto per un valore complessivo di 980 fiorini. A Famagosta, Beirut ed Alessandria compra, invece, ventotto pelli di cammello, 27 once di perle di Damasco (circa 990 grammi), e poi gioielli e stoffe di vari colori. E’ probabile che i mercanti presenti a bordo facessero altrettanto, ed è forse questo il motivo per cui il vitto del viaggio di ritorno risulta più consistente e vario. Il 10 agosto si compra, infatti, una notevole quantità di cibo: quaranta quaglie, cavoli, carne, pesce, uva, olio, pollastri, limoni, ecc. La rotta seguita è leggermente diversa da quella di andata. Si riparte il 22 settembre, passando sopra Creta, toccando Rodi, Zante, Corfù. Quindi si passa in Italia all’altezza di Otranto, dove si arriva il 29 ottobre. Dopodiché ci si dirige verso la Calabria, toccando Reggio e Messina, poi Gaeta; infine, si guadagna Genova il 21 novembre.

    Non mi soffermo sui molti altri dati forniti dal registro, riguardanti i prezzi delle merci acquistate, i pesi, le misure, i cambi monetari: elementi tutti annotati dallo scriba, che utilizza monetazioni differenti a seconda del luogo, segnalando di volta in volta il relativo tasso di cambio. Quel che ho voluto mostrare è come sia possibile leggere dentro un registro del genere tutta la complessità della vita marinara del tempo. Il registro della Sant’Antonio è un esempio eloquente della quotidiana frequentazione marinara genovese, fatta di commercio e diplomazia, guerre ed esplorazioni. Elementi, questi, d’una storia che ha nel mare la sua sintesi più efficace.

    Antonio Musarra


    Post scriptum.
    E gli ambasciatori? La loro missione non avrà successo. L’anno successivo il Comune si vedrà costretto a interrompere del tutto i traffici con l’Egitto, dando avvio a un conflitto che si concluderà con una pace precaria soltanto due anni dopo. Le ostilità, tuttavia, dureranno per decenni, influendo negativamente sulla bilancia commerciale.

     

  • New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    newyork-diegoarboreEra una tiepida mattina di maggio, il sole aveva fatto un cammeo durante le prime ore per poi non presentarsi più, lasciando il posto a una grigia foschia.
    Leggevo La Baia di H.J.Michener, un capolavoro semisconosciuto della letteratura del Novecento ricevuto in regalo da mia zia (era un’edizione risalente al 1980 perfettamente conservata, dal valore umano inestimabile): racconta quattro secoli di storia nordamericana romanzata ad arte, dall’arrivo dei primi europei nelle Americhe fino quasi ai giorni nostri.
    Al suo interno, tra due pagine ingiallite e incollate dal tempo ho trovato una busta, conteneva una fotografia in bianco e nero ritraente un uomo di bell’aspetto, magro ed elegante, che indossava un abbondante abito grigio e scarpe in cuoio con la punta consumata, teneva in mano un cappello e al suo fianco una valigia legata solo da uno spago, dietro di lui, oltre la prua di una nave si stagliava il ponte di Brooklyn.
    L’uomo nella fotografia era Luigi Barretta, il prozio di mio padre, partito nel 1904 con destinazione New York. Aveva la mano veloce, ma a differenza dei suoi compaesani cuciva e non sparava, tagliava le stoffe più pregiate componendo abiti su misura come nessuno nel suo paese natio, Stilo, un piccolo borgo medioevale, pigramente adagiato ai piedi del monte Consolino in provincia di Reggio Calabria.
    Agli inizi del Novecento la vita era polverosa come le strade del paese, la fame si incontrava per strada e ti guardava negli occhi, come un vecchio sporco cane randagio, fino a farti morire.
    Era apprezzato per la qualità dei suoi abiti, tuttavia i guadagni si riducevano al lumicino, i lavori più onerosi scarseggiavano e nell’ultimo anno si limitava a rammendare indumenti lisi e sgualciti di chi non se ne poteva permettere di nuovi.
    Decise così di intraprendere il primo viaggio verso l’America con l’intento futuro di portare tutta la famiglia nella terra dei sogni, trasferendosi a Brooklyn.

    Svolse i lavori più umili prima di essere assunto come sarto dentro un magazzino di abbigliamento, dove il suo talento fu finalmente riconosciuto e, grazie alla parsimonia e alle cospicue mance, in breve tempo riuscì ad aprire una bottega tutta sua.
    In due anni la piccola bottega divenne una catena precorritrice dei moderni supermercati, dove era possibile acquistare generi alimentari, abbigliamento e articoli per la casa.
    Cedette le sue attività a un facoltoso magnate e fece perdere le sue tracce in circostanze ignote, forse avido dei soldi guadagnati o semplicemente perché li doveva a qualcuno. In Italia lo aspettarono invano, di lui è arrivata solo quella fotografia e delle cartoline spedite a parenti ormai scomparsi.
    Ho riposto la busta nel libro e dopo un’ultima occhiata alla fotografia sentivo ardere una missione dentro di me, ripercorrere la strada di Luigi Barretta e, contrariamente a lui, ritornare a casa.
    Esattamente dopo quattro mesi ero in fila ai lunghi controlli del JFK di New York. Diversamente dal mio antenato, vestivo pantaloni corti e t-shirt, in mano tenevo ben salda la reflex pronta a scattare non appena avessi ricevuto il via libera per entrare negli States.

    Il taxi viaggiava oltre i limiti consentiti, il conducente era un loquace ragazzo afroamericano improvvisato cicerone che spacciava luoghi apparentemente anonimi come scenari di alcuni dei film più famosi. Dal finestrino passavano le immagini delle case a schiera e i campetti da basket del Queens fino a sfociare nell’East river per poi entrare nel muro di grattacieli proprio quando il sole, calando, disegnava l’inconfondibile silhouette di Manhattan nel cielo serale.
    L’appartamento era piccolo e confortevole nella tranquilla ed elegante Chelsea, la proprietaria, una ragazza con cui non ho avuto modo di parlare se non tramite email, aveva lasciato tutto a mia disposizione, compresa una collezione dei suoi personali oggetti di piacere.
    Il Chelsea Market era il luogo adatto dove trovare una vasta scelta di ristoranti, distava pochi isolati. Dopo una doccia rinfrescante, mi sono incamminato lungo i viali alberati illuminati dalle insegne al neon dei locali, come nei migliori quadri di Hopper. Dopo la cena a base di aragosta e sushi, sono rientrato per riposare: la mattina seguente dovevo affrontare la prima tappa del viaggio di Luigi Barretta, la piccola Ellis Island.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una leggera coperta di nubi conferiva al mare un aspetto non diverso da una colata di piombo fuso, un peschereccio rientrava dalla notte accompagnato dalla danza dei gabbiani sulla cresta dell’onda e una frotta di turisti era assiepata sul molo, in attesa del battello.
    Questo isolotto, ormai adibito a museo, in passato aveva accolto 12 milioni d’immigrati, tra i suoi muri si respira ancora l’odore dei corpi ammassati in attesa delle visite mediche e delle valigie di pelle accatastate.
    Vecchie stampe sulle pareti ritraevano i volti provati ma felici delle famiglie appena sbarcate, gli occhi inconsapevoli dei bambini e quelli pieni di speranza e illusione delle famiglie, come quelli di Luigi ai piedi del ponte di Brooklyn.
    L’emozione è diventata ancora più grande quando negli archivi pubblici ho trovato un documento attestante che il 17 maggio del 1904 all’età di diciannove anni Luigi Barretta era sbarcato negli Stati Uniti d’America sulla nave Palatia partita da Palermo.
    Mia zia, che nel frattempo seguiva le mie gesta oltre Atlantico, era riuscita a reperire un indirizzo grazie ad una vecchia cartolina: al 1430 di Coney Island Avenue di Brooklyn, Luigi aveva aperto la sua prima bottega, la meta adesso era concreta, ma prima c’era da visitare la Grande Mela.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    In estate a New York fa caldo, per usare un blando eufemismo, un umido vento torrido soffiava e si fermava come il mantice di un camino, l’asfalto si scioglieva e dalle viscere saliva un nauseabondo vapore, un odore acre come di verdure avariate.
    I graffiti sui muri appaiono senza preavviso, inerpicandosi in alto come edere abbandonate. Lo sguardo si perde nello zigzagare delle scale antincendio delle palazzine fino ad arrivare sui tetti dove grosse cisterne d’acqua ricordano razzi pronti a partire.
    La città è un serpente che cambia pelle. È sufficiente cambiare strada per trovarsi dalla sporca e caotica Chinatown ai colori allegri e la musica di Little Italy, dalle pericolose facce di canal street all’eleganza del Tribeca e del Financial district.
    L’aria vintage del Greenwich village e dei negozi di abiti e vinili usati, lo stile british di Chelsea e quello artistico di Soho e delle gallerie d’arte mentre tutto ruota attorno a un centro, dove il tempo non esiste, si ferma e ti accoglie in qualsiasi veste tu sia, quel luogo si chiama Times square.
    Camminando tra le insegne luminose dei teatri e delle pubblicità, s’incontrano cespugli di capelli e pantaloni a zampa, predicatori e mendicanti, artisti di strada, suonatori improvvisati e narcolettici sdraiati negli antri più impensabili distesi come fachiri e vagabondi che camminano senza meta con la sola anima come fissa dimora.
    Il fumo dei carretti ambulanti e quell’aroma speziato del Kebab si aggrappa ai rivoli di vento arrivando fino a Central Park per poi svanire disperso tra le fronde dei rami di quercia rossa e le fragranze acerbe dell’erba fresca.
    Le foglie, mosse da una lieve brezza, ballano al ritmo di una fisarmonica gitana, altre si staccano come lacrime a ogni accordo di chitarra dedicato a John Lennon, le più intraprendenti si sono spinte fino al lago per galleggiare insieme alle barche a remi circondate da una corona di grattacieli, ormai diventati un uniforme ombra nera.
    Una ragazza, capelli castani al vento e il volto coperto dalla sua fotocamera, tenta di scattare un’immagine di un papà che tiene in braccio il suo bambino: era la sua foto e così ho lasciato che fosse, un’immagine bellissima di chi l’aveva vista e inseguita con tanto amore da non voltarsi nemmeno un secondo per svelare un viso che resta un mistero.

    Brooklyn intanto scalpitava, ed io con lei. Sentivo un fuoco scoppiettare dentro di me, solo la notte ci divideva, aspettavo quieto e pensante come un cowboy di fronte a un falò in una notte stellata, soltanto il sole avrebbe svelato la strada.
    Le sue popolose strade sono un groviglio di etnie e stili differenti, lunghissimi viali alberati s’incrociano con le interminabili file di negozi e ristoranti per poi svanire nel nulla in perfetto stile americano.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    L’indirizzo era quello giusto, l’insegna gialla riportava caratteri orientali in quella che un tempo era la bottega di Luigi, ora sorgeva un pessimo ristorante cinese.
    Mi sono guardato allo specchio, dove era riflesso quell’orribile gatto che mi salutava con la zampa e che pareva sbeffeggiarsi di me. Il mio viso deluso era un libro aperto, ma non potevo aspettarmi altro dopo un secolo dalla sua chiusura.
    Chinandomi per andare via, un uomo con un abito grigio mi scontra: due scarpe in cuoio consumate sulla punta si avvicinano a me, la sua mano raccoglie il mio zaino e me lo porge, pronunciando con una voce calda e familiare un semplice “chiedo scusa”. Poi, si allontana e, prima di voltare l’angolo, calza il cappello per sparire con la sua valigia mischiandosi tra folla.


    Diego Arbore

  • Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    zelenkovac-9Valorizzare una storia poco conosciuta, ma incoraggiante e portatrice di un messaggio universale; fare maggiore chiarezza su quanto è accaduto durante e dopo la guerra in ex-Jugoslavia e avere il piacere di lavorare insieme a un gruppo di amici, condividendo un’esperienza di vita prima ancora che professionale. Sono queste le ragioni che hanno spinto il nostro gruppo, composto da sette giovani genovesi, Michele Giuseppone (regia e montaggio), Luca Fiorato (presa diretta, montaggio audio e musiche), Silvia Giuseppone (riprese), Davide Castagnola (fotografia), Serena Ferrari  e Davide Montaldi (supporto logistico) e me, Daniele Canepa (interviste, testi e traduzioni), a realizzare un film documentario sul villaggio eco-turistico di Zelenkovac, fondato da Borislav – “Crazy Boro” – Jankovic, poeta, pittore, scultore e… amante della natura e della vita.

    A circa venti minuti di auto dalla cittadina di Mrkonjić Grad e a un’ora e mezza da Banja Luka, dopo essere stata una comune di artisti ex-jugoslavi ed essersi salvata miracolosamente dalla furia distruttrice della guerra in Bosnia, Zelenkovac è diventata oggi un villaggio di montagna eco-turistico composto da capanne e bungalow in legno – costruiti, nel tempo, da Boro stesso e dai suoi amici – adibiti a strutture ricettive per viaggiatori che desiderano passare qualche giorno a contatto con la natura. Per capirne meglio il valore nel contesto bosniaco, tuttavia, è necessario prima fornire un quadro complessivo sul passato prossimo e sul presente della Bosnia Erzegovina.

    La Bosnia Erzegovina: Un quadro generale

    Una classe dirigente spesso incompetente e corrotta, clientelismo diffuso, immense potenzialità naturali, storiche e artistiche sfruttate soltanto in minima parte, problemi nello smaltimento dei rifiuti, infiltrazioni criminali in settori chiave dell’economia, fuga dei cervelli… No, non è l’Italia. Spesso da noi percepita come distante geograficamente e culturalmente, la Bosnia Erzegovina, in realtà molto più vicina al confine italiano rispetto a una nazione da noi sentita affine come la Spagna, presenta delle difficoltà e una realtà sociale per molti versi analoghe a quelle del nostro paese. A differenza del nostro passato recente, però, quello bosniaco è stato segnato dalla guerra più violenta consumatasi sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale: una guerra bollata come “odio etnico” dai media mainstream, sempre alla ricerca di comodi slogan che semplifichino, anziché aiutare le persone a capire le cause profonde.

    La guerra in Bosnia è stata, secondo le parole del giornalista e scrittore Luca Leone, esperto in materia da noi intervistato per il film: «Un laboratorio dell’orrore e del male. Il nostro compito di giornalisti e scrittori è andare sul posto e raccontarla per quello che è stata. Non è stata una guerra etnico-religiosa, ma piuttosto una guerra di aggressione, combattuta da gruppi di potere che avevano il solo fine di spartirsi un paese e creare una grande Croazia da un lato e una grande Serbia dall’altro. Punto.»

    L’assetto politico attuale della Bosnia Erzegovina, complicato ai limiti dell’ingovernabilità, è frutto degli accordi di Dayton, negli Stati Uniti, firmati nel novembre 1995. Il risultato ha dato luogo a un paese “transgenico”, secondo la definizione di Leone, diviso nelle entità territoriali della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con capitale Sarajevo, a maggioranza croato-musulmana, la Repulika Srpska, a maggioranza serbo-ortodossa, con città di riferimento Banja Luka, e il distretto di Brčko. I costi insostenibili della politica, il pantano burocratico di amministrazioni locali e nazionali e una presidenza tripartita, che prevede la frequente alternanza di un rappresentante di ciascuno dei gruppi nazionali alla guida del paese, sono solo alcune delle cause alla base di una paralisi che tiene in scacco una popolazione all’interno della quale le diseguaglianze si acuiscono, anziché diminuire.

    Se da un lato le pensioni non assicurano nemmeno la sopravvivenza, dall’altro le famiglie faticano a reperire le risorse necessarie per mantenere i figli e per provvedere alla loro istruzione.

    I partiti, tuttavia, invece di rivolgere la propria attenzione verso questi problemi, preferiscono soffiare sul fuoco del nazionalismo. Il parallelismo con l’Italia è evidente anche qui: destra contro sinistra – o almeno presunte tali – da noi, partiti dei gruppi nazionalisti in Bosnia. Dietro le urla delle finte fazioni, tuttavia, la voce della gente comune rimane inascoltata, mentre essa non chiede nient’altro che di potersi costruire un futuro pacifico e ritornare a vivere armoniosamente. Proprio per tutte queste ragioni, l’esempio di Boro e di Zelenkovac sono così preziosi e valgono la pena di essere raccontati.

    La Bosnia attraverso una lente diversa. Il documentario Zelenkovac

    Documentari e réportage sulla Bosnia si limitano di solito a descrivere ciò che è accaduto durante la guerra o a presentare il profondo senso di lacerazione generato da un conflitto fratricida, a causa del quale il vicino di casa, da un giorno all’altro, è diventato il nemico dopo anni di pacifica convivenza. Dopo tali letture e visioni, il senso di frustrazione, misto a rabbia e impotenza, è l’unica cosa che rimane. La realtà presentata nel film Zelenkovac e l’esperienza stessa di Boro, invece, insegnano che anche in una situazione apparentemente priva di uscita, come quella della Bosnia di oggi, è possibile creare valore.

    «Volevo dimostrare che ognuno ha il diritto di vivere nel posto in cui è nato…», afferma con convinzione Boro, la cui “creatura” rappresenta in miniatura quanto la Bosnia ha da offrire: una natura meravigliosa, come quella che circonda Zelenkovac, immersa nel bosco; storia e arte; multiculturalità e un senso dell’ospitalità a tratti commovente. Persone come Boro, secondo quanto Luca Leone afferma nel film: «Sono come panda, che hanno bisogno di essere protetti, in quanto Boro è un esempio di uomo che ha capito come ridare speranza ai bosniaci».

    Spinti dall’obiettivo di far emergere questo tipo di atteggiamento di fiducia nei confronti della vita e di non darla vinta a coloro che prosperano sull’ “intanto non cambia niente”, abbiamo deciso di investire il nostro tempo e denaro per realizzare Zelenkovac, le cui riprese sono iniziate nel luglio 2013 e il cui montaggio è terminato a febbraio 2015.

    Un progetto autoprodotto e autofinanziatotra mille difficoltà

    Per tre di noi, Luca, Michele e io, non si è trattato del primo lavoro insieme. Anzi, la nostra amicizia è iniziata proprio conoscendoci sul precedente posto di lavoro. Tuttavia, da tempo discutevamo su come si potesse realizzare un progetto prodotto in totale autonomia. L’investimento ha riguardato le attrezzature, le spese vive, di alloggio e di viaggio per andare a girare in Bosnia – e a Modena per avere il contributo decisivo di Luca Leone – in due periodi diversi di venti giorni in totale. Se la parte riguardante il girato è andata tutto sommato liscia, una volta superati i primi due o tre giorni di ambientamento a Zelenkovac, i problemi hanno riguardato invece il montaggio. Completare un documentario che dura circa settanta minuti richiede tempo e idee in quantità. Se le seconde ci sono sempre state, la prima risorsa è invece spesso mancata. Tanti, infatti, sono stati gli impegni della quotidianità e della vita lavorativa a Genova che si frapponevano alla realizzazione del nostro progetto, portandoci via energie preziose.

    A tali ostacoli si è poi aggiunto quello linguistico: se nel realizzare le interviste, per la metà in serbo-croato, ci eravamo avvalsi dell’aiuto di amici sul posto che traducevano il senso generale delle dichiarazioni di Boro e dei suoi aiutanti, durante il montaggio si è reso indispensabile avere una traduzione dettagliata per poter operare i tagli nei punti giusti. È stato soltanto grazie all’aiuto di diversi amici serbi e bosniaci che vivevano qui o che abbiamo conosciuto in Bosnia che siamo riusciti nell’impresa. Il lavoro, comunque, è giunto al termine, con un prodotto sottotitolato sia in inglese sia in italiano.

    Il prossimo passo? Pubblicare il cofanetto (libro e dvd) Zelenkovac. Per questo motivo, abbiamo creato una pagina di crowdfunding sul sito Indiegogo, allo scopo di raggiungere la cifra minima necessaria per la pubblicazione e ci siamo riusciti, suprandola anche di qualche centinaia di euro. Ora non rimane che la pubblicazione, ultimo atto di un percorso indimenticabile.

    Daniele Canepa

  • Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    Brooklyn Grange Farms: produzioni di ortaggi e miele sui tetti di New York

    1In questo articolo vi parliamo di un’altra interessantissima iniziativa sul tema del Verde e sul suo inserimento in una moderna metropoli d’oltreoceano. Questa volta torniamo a New York ed in particolare a Brooklyn. Questo quartiere sta infatti attraversando una fase di vera e propria rinascita, anche sotto il profilo della maggiore attenzione all’ecologia ed allo sfruttamento dello spazio. Tre anni fa, i soci fondatori delle Brooklyn Grange Farms hanno dato vita ad un ambizioso progetto: realizzare degli orti sui tetti dei palazzi cittadini.

    3Anastasia Cole Plakias è una delle ideatrici. Divide oggi il suo tempo tra una acclamata trasmissione radiofonica sul tema della cucina, la coltivazione di ortaggi e persino l’apicoltura. Le Brooklyn Grange Farms includono due distinte “fattorie” in cui si producono sia prodotti destinati ai ristoranti cittadini che al mercato newyorkese, il tutto su un’estensione complessiva di ben due acri e mezzo. Ogni anno si raccolgono, su queste aiuole, svariate migliaia di libbre di ortaggi, tolti dal terreno alla mattina presto e trasportati direttamente la sera stessa ai destinatari finali. Su questi tetti si trova anche il più grande centro di produzione di miele, cera e derivati di tutta New York; esso comprende oltre trenta distinti alveari, tutti perfettamente funzionanti.

    2La sfida iniziale più ardua da affrontare per il primo dei due “tetti verdi”, al di là di far approvare un progetto del tutto innovativo, è poi consistita nel trasportare in cima al palazzo ben cinquantaquattro tonnellate di terra, senza l’utilizzo di alcun ascensore!

    4L’iniziativa, sebbene sia principalmente sostenuta con fondi privati e donazioni via internet, ha ottenuto molti riconoscimenti e sta riscuotendo tutt’ora un enorme successo. I tetti producono infatti ortaggi in grandi quantità ma vengono anche utilizzati per lezioni di yoga, visite guidate, incontri delle scolaresche e per aperitivi o cene con un’incredibile vista su tutta New York.

    5Le Brooklyn Grange Farms sono, in fondo, la dimostrazione più concreta di come sia possibile ottimizzare gli spazi, creare aree verdi dai positivi effetti ambientali e persino spazi di socializzazione tra gli abitanti delle metropoli.

    6Gli ortaggi crescono poi, grazie all’esposizione favorevole, al terriccio facilmente coltivabile, all’irrigazione ed alle temperature elevate, di ottima qualità. Visitando i luoghi prima e dopo la realizzazione dei progetti, la differenza è infine enorme. Pochi centimetri di terriccio hanno infatti trasformato, in un brevissimo lasso di tempo, assolate ed inospitali superfici in cemento in uno spazio verde, caratterizzato dalle più diverse forme e sfumature degli ortaggi. Come loro quasi surreale sfondo vi è tutta New York, grigia e scintillante grazie ai suoi grattacieli, tra i più noti al mondo.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    IMG_3696La Sprea scorreva torbida come il suo passato, mossa da un vento fresco di fine estate, rifletteva i bagliori di un pigro sole settembrino, tuttavia Berlino aveva il solito sguardo severo e austero. Ascoltavo People are strange dei “The Doors” seduto sulle rive del fiume mangiando una pizza presa dentro un forno gestito da un marocchino trapiantato in Germania, parlava con un buffo accento partenopeo e fumava continuamente tra un’infornata e l’altra. La sua pasta morbida e alta profumava di pomodoro fresco e basilico, la mozzarella filante e un filo d’olio d’oliva completavano l’opera, il risultato è stato una delle pizze più buone mai mangiate in vita mia. Gli ho chiesto alcune informazioni stradali ma non conosceva altro che la strada dal suo modesto appartamento al lavoro, il resto non gli interessava, con il ricavato della sua attività sarebbe ritornato a vivere in Marocco con i figli a costruire una fattoria e coltivare i campi.

    berlino-knut-DILa mattina, nel famosissimo zoo, guardando l’orso Knut che si annoiava nel suo spazio, uno sbuffo di vento ha trasportato fin sotto i miei piedi, il volantino di una mostra fotografica privata esposta all’interno di una vecchia casa. Il figlio del fotografo aveva ritrovato alcuni scatti risalenti alla seconda guerra mondiale, ritraevano famiglie ebree e scene di deportazione, nascondigli inaspettati e oggetti ritrovati negli appartamenti. La mostra si trovava a Charlottenburg, un elegante quartiere, un tempo piccolo centro abitato unificato in seguito nella grande Berlino, non ho perso tempo e sono salito sulla monorotaia che oltre alla comodità offre una splendida vista sopraelevata della città.

    Sceso ad Alexanderplatz, la principale piazza del centro, mi sono diretto nella bellissima stazione della metro, giusto il tempo di abbottonare il parka che un uomo rabbuiato in viso si avvicina lentamente e mi chiede una sigaretta, non parlava bene l’inglese ma si era fatto capire benissimo a gesti. Indossava un pastrano blu molto trasandato, una camicia a righe bianche e azzurre, scarpe di cuoio bucate, barba trascurata da settimane e capelli lunghi che uscivano da sotto il berretto di lana. L’abbigliamento, nonostante l’usura era di pregevole fattura, i suoi modi gentili facevano emergere un’antica eleganza ancora inconsciamente presente dentro di lui. Avevo del tabacco con me, l’ho preso e ho girato una sigaretta, potevo offrire solo quello, lui mi ha ringraziato con un inchino e un cenno della testa. Gli ho parlato di Charlottenburg e i suoi occhi si sono subito illuminati, quasi commossi, la sua vecchia casa era li, un tempo aveva una vita normale, una famiglia e un lavoro, adesso doveva scroccare sigarette ai passanti. La sua maschera piano piano si stava sciogliendo e ne era consapevole, i ricordi più aspri tornavano a galla e improvvisamente la sua espressione si è fatta cupa, con la mano mi ha salutato e voltandosi si è allontanato lasciando al suo posto solo una scia di fumo.

    Camminare per Berlino è come immergersi dentro le pagine di un libro di storia, un film del dopoguerra o un racconto dei nonni, in ogni angolo si celebra la caduta del muro o si ricorda la triste vicenda dell’olocausto, una pagina che tutti vogliono dimenticare e allo stesso tempo ricordare.

    Charlottenburg2-DIGiunto a Charlottenburg, sono entrato in una birreria per chiedere informazioni, il barman mi ha messo davanti a una birra senza chiedere nulla, ho pagato due euro per il disturbo e mi sono avvicinato per chiedere informazioni. Il suo aspetto era poco rassicurante, sembrava avere un occhio di vetro e gli mancava una falange, tuttavia mi sono rivolto a lui per chiedere lumi sulla mostra e ho scoperto una persona gentile. Con il suo dito mozzo mi ha indicato la via, dovevo svoltare alla destra di una grande casa coperta da edera e percorrere il vialetto alla fine del quale avrei trovato un cancello.

    Arrivato davanti, mi sono guardato intorno ma non c’era nessuno, il cancello era semiaperto e dietro di esso un giardino lo separava dalla casa. Non ricordo cosa recitasse il cartello piantato nell’erba, faceva riferimento alla mostra di fotografia, non conoscevo il tedesco ma avevo intuito di essere nel posto giusto. Era una costruzione molto datata, la sua architettura, poco uniforme con quella del quartiere, ricordava una casa dei fantasmi vista nei film horror, aveva il profilo di una chiesa sconsacrata e le sue pareti grigiastre erano inquietanti. Le grandi finestre lasciavano intravedere del movimento all’interno, poche fievoli luci diventavano sempre più intense a mano a mano che il sole calava, il vento aveva spazzato via ogni nuvola e Venere cominciava a brillare solitaria.

    La porta era aperta, ho bussato timidamente ma troppo piano per attirare l’attenzione di qualcuno, ho atteso qualche secondo prima di colpire con maggiore decisione e sono entrato. La pianta dell’atrio era pentagonale e a ogni lato corrispondeva una porta o una scala, una di queste conduceva al piano superiore, il suo pianerottolo era illuminato e mi sono avvicinato per capire se c’era qualcuno. Un cigolio sinistro e una voce profonda dietro le spalle mi hanno fatto balzare in aria –Guten Abden– disse qualcuno enfatizzato dall’eco della stanza. Non vedevo nessuno dietro di me, volevo scappare dalla porta ancora aperta,  poi ho preso coraggio e mi sono avvicinato nella direzione da cui proveniva la voce. Nella penombra ho visto qualcuno muoversi, ondeggiava lentamente verso di me, il passo felpato lasciava intatto quel silenzio ovattato fino al click dell’interruttore della luce, poi da un lato della stanza è apparso un nano.

    Aveva un sorriso simpatico e compiaciuto per il mio spavento, avvicinandosi mi tende la mano destra e si presenta, il suo nome era Jimi e lavorava per il padrone di casa. Mi ha chiesto il motivo che mi aveva spinto a cercare quella mostra e come mai ero arrivato a quell’ora, la maggior parte dei visitatori era andata via, le luci soffuse facevano intendere che erano in chiusura, tuttavia avrebbe fatto un’eccezione per me. Ho seguito Jimi al piano di sopra, il suo passo era lento ma sapeva bene come muoversi nella casa. Ogni stanza esponeva le fotografie dell’epoca, ritratti di famiglia, vestiti e cimeli di ogni genere, cappelli, giacche, libri e quaderni.

    Jimi raccontava la storia della famiglia nascosta in quella casa, nulla era valso a salvarli, neanche il nascondiglio più improbabile. Nella stanza da letto Jimi mi ha chiesto di stare fermo e di guardare cosa avrebbe fatto, io curioso non mi sono mosso e ho aspettato. Che fosse un tipo strano lo avevo intuito, ma quando l’ho visto entrare in un armadio mi sono chiesto se era scemo lui o se lo ero io immobile nel mezzo di una stanza con un nano dentro un armadio. La sua voce riecheggiava nella stanza, quando mi ha chiesto di aprire l’anta e di farlo uscire mi sono avvicinato all’armadio e ho impugnato il pomello, poi ho aperto in maniera decisa, ma dentro c’era solo una vecchia giacca sgualcita. Guardando bene ho visto che la parte dietro dell’armadio si muoveva, così ho spinto anche quella e con mio stupore ho visto Jimi, dietro di lui una scala di legno che portava a un piano superiore. Quell’incredibile passaggio nascondeva una piccola mansarda, era arredata da quattro materassi e un tavolino di legno, nulla era stato rimosso dal giorno in cui erano stati scoperti.

    Una sensazione di angoscia mi ha pervaso l’anima e dopo aver visto le altre stanze e le ultime fotografie ho ringraziato Jimi e sono uscito nel buio della sera.

    La luna mi teneva compagnia mentre scalciavo le foglie gialle cadute dagli alberi nel viale del mio hotel, riflettevo su ciò che avevo visto, molte persone conoscono solo le storie più famose legate all’olocausto, tante altre sono raccontate da chi, come Jimi e il suo padrone, ha avuto il coraggio di mostrare il lato oscuro dell’essere umano.

     

    Diego Arbore

  • Molto più di un viaggio in bicicletta. Il ritorno di Alessandro Zeggio dalla Terra Santa

    Molto più di un viaggio in bicicletta. Il ritorno di Alessandro Zeggio dalla Terra Santa

    zeggio-taravelloL’avventura di Alessandro Zeggio, da Genova a Gerusalemmme in bicicletta, si è conclusa sabato scorso al Castello D’Albertis, proprio là dove, sotto forma di un sogno, era nata.
    Alessandro, infatti, ha salutato tutti quanti, ha posato per innumerevoli foto con la sua bici e con tutti gli amici che in questi mesi lo hanno seguito, sostenuto, accompagnato da lontano.
    Anche Era Superba lo ha seguito, vi abbiamo raccontato le tappe del suo viaggio, durato tre mesi, attraverso sette paesi e più di 5000 chilometri.

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    Road to Jerusalem: Turchia e Cappadocia >> Il racconto del viaggio

    Sede più appropriata del Castello D’Albertis per la festa conclusiva non ci sarebbe potuta essere: il Castello ospita il Museo delle Culture del Mondo, e durante le festività sarà liberamente visitabile la piccola mostra che è stata allestita per Alessandro. Sono infatti esposte, insieme ad alcune immagini del suo viaggio, le fotografie inedite del capitano D’Albertis scattate negli stessi luoghi visitati da Zeggio, fotografie rimaste per decenni nascoste in fondo ad un baule e che la pronipote, Anna, ha tenacemente e con fatica voluto riportare alla luce. Queste immagini ci mostrano come, al di là della biografia ufficiale, il capitano D’Albertis amasse sopra ogni cosa viaggiare; Alessandro, che evidentemente condivide la medesima passione, in diverse tappe ha cercato di ricreare le stesse inquadrature ma, qualche volta, ha dovuto arrendersi. Infatti il paesaggio, in poco più di un secolo, in alcuni casi è talmente cambiato da essere stravolto, e certi angoli di mondo, semplicemente, non esistono più.

    Ma quello che Alessandro ci ha riportato, quello che sabato è passato attraverso le sue immagini, le sue parole e forse anche al di là delle sue intenzioni, non è tanto il racconto di un viaggio, ma il resoconto di un sogno che mentre si realizzava diventava tante cose diverse, lasciando intravedere diverse possibilità di lettura praticamente per ogni episodio raccontato.
    Una storia di libertà, ovviamente, la libertà di partire pedalando verso un mondo nuovo e forse non accogliente; ma basata su un piano di disciplina, di pianificazione dei tempi, di inevitabile ottimizzazione degli sforzi.
    Dentro però c’era anche una storia di incontri, di accoglienza, di accettazione: ma anche di frontiere, divieti, autorizzazioni e permessi, di visti e timbri ossequiosamente eseguiti rispettati ed esibiti.
    Mondi diversi, culture diverse a pochi chilometri l’una dall’altra, la voglia di capire entrambi ma la capacità di saper fermare il passo, di rendersi conto che voler capire a volte è solo presunzione di esser migliore.

    Un piccolo aneddoto la dice lunga su quello che Alessandro ha imparato in questi mesi. Ad un certo punto, mostrando le foto del capitano D’Albertis, dice: «ecco, quella è la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, io sognavo di rifare quella foto, proprio quella. Sapevo che la piazza è rimasta quasi identica, mentre molte altre foto non ho potuto riprodurle, perchè certi angoli non esistono più. Invece no, niente, non ho potuto andare su quella piazza: solo se sei musulmano puoi andare. Ho provato tutti gli accessi, ho cambiato punti di controllo, anzi li ho tentati tutti: ingresso riservato ai musulmani. E basta».

    Era costernato, era dispiaciuto, era anche un po’ frustrato: ma non si poteva fare altrimenti.
    Subito fra il pubblico, molto partecipe, si sono levati consigli e pareri, tutti nello stesso senso: dovevi provare a fregarli. Sei italiano, perbacco, era il sottotitolo.
    Ma no, non è per questo che Alessandro ha attraversato sette paesi e pedalato per più di 5000 chilometri, non è per questo che ci raccontava quello che ha provato, non è per questo che ha condiviso con noi il suo viaggio.
    La voleva proprio fare, quella foto: ma erano loro che stabilivano le regole, e dopo tre mesi che sei in viaggio se non ti lasciano entrare in una piazza, che puoi fare?
    È risalito in bicicletta, è ripartito: direzione Giordania. Ed è’ arrivato ad Aqaba, sul Mar Rosso, il 6 dicembre.

     

    Bruna Taravello

  • Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    Ad un passo da Gerusalemme: si avvicina l’ultima tappa del lungo viaggio del Capitano

    bicicletta-alessandro-zeggioIl Capitano Alessandro Zeggio è arrivato in Israele, la missione è a un passo dal compimento. Alessandro è partito da Genova lo scorso settembre per raggiungere Gerusalemme in bicicletta, un’avventura che abbiamo seguito pedale per pedale. A noi forse è sembrato un attimo, in realtà Alessandro è in viaggio da quasi due mesi. In tutto, dalla partenza, finora ha macinato 3600 km, e avrebbero dovuto essere 200 in più nella parte più a sud della Turchia, se la guerra non ci avesse messo lo zampino. Era entrato nella Repubblica Turca il 5 ottobre, con parecchi timori, in parte giustificati. Intolleranze religiose, culturali, percorsi insidiosi in mezzo a montagne desertiche dove potevano nascondersi predoni e soprattutto cani, branchi di cani randagi numerosi e spesso molto, molto minacciosi.

    Non tutti i timori però si sono trasformati in realtà. Al posto dei predoni Alessandro ha incontrato persone meravigliose alle quali si è subito sentito come unito da un filo di grande umanità e voglia di capire e conoscere; i cani invece sì, quelli c’erano e in più c’era anche tanto e ostinato vento contrario. Poi l’arrivo a Istanbul coincidente con il terribile giorno dell’alluvione a Genova, con le notizie che si rincorrevano sull’allerta meteo che non finiva, i danni da contare, la città sotto choc: tutto questo ha fiaccato parecchio l’entusiasmo di essere giunto ad una tappa fondamentale del viaggio. Anche le amiche genovesi volate per condividere la visita della città (fra queste anche la nipote del Capitano, Anna D’Albertis) pur festeggiando Alessandro non erano certo nello stato d’animo più adatto per farlo.
    Adesso ci risiamo. Alessandro si avvicina a Gerusalemme per la tappa conclusiva e per le strade di Genova torna l’incubo alluvione, Allerta 2, ancora una volta. Da laggiù il Capitano fa gli scongiuri come tutti i genovesi, dita incrociate per un epilogo diverso rispetto ad un mese fa…

    Il viaggio del Capitano, la Turchia è alle spalle

    Solo a fatica, guadagnando strada grazie soprattutto alla straordinaria umanità dei turchi, Alessandro ha ripreso il ritmo, tornando a vedere il suo obiettivo più che mai a portata di pedale. «Momenti difficili – mi racconta al telefono – ce ne sono stati eccome. Ad esempio quando sono stato male, davvero male, con febbre intestinale e debolezza incredibile, bloccato in una specie di motel-officina-stazione di servizio in mezzo al nulla, letteralmente nulla, con il centro abitato più vicino a 60 km; ho dovuto ricorrere alla visita con uno pseudo medico autista di ambulanza al quale ho fatto capire i miei malanni mimandoli… Però questa sapevo che sarebbe passata. Il vero momento di scoramento l’ho avuto quando mi sono reso conto che, oltre alla situazione drammatica fra Palestina ed Israele, che si era fatta particolarmente violenta proprio poco prima della mia partenza, ora c’era l’avanzare delle truppe dell’Isis in Siria. Da voi se ne è parlato poco – continua –  ma da queste parti il clima era davvero bollente, si stava massacrando la popolazione curda in Siria, ed ovviamente i “fratelli” turchi reclamavano un aiuto dal governo centrale per difenderli. Invece non solo non è arrivato nessun aiuto, ma i curdi sono stati bombardati in patria, proprio dalla Turchia, tanto per far capire che al governo centrale dell’eccidio alla fine importava poco, anzi. Allora il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, si è riorganizzato per difendere i propri fratelli a Kobane, mentre la Turchia si è alleata agli Usa nel bombardare l’Isis. Questo però ha fatto rivoltare i musulmani integralisti ed anche la Siria, che ha scoperto a transitare sul proprio confine dei guerriglieri iracheni che cercavano di entrare, aiutati proprio dalla Turchia. Ovviamente ciò ha scatenato scontri fra Musulmani, nazionalisti, curdi e l’esercito. Insomma, non mi dilungo ma la situazione era ed è pesantissima; c’è una tensione che puoi fiutare nell’aria, l’ultimo giorno ho visto i cortei che accompagnavano dei ragazzi riservisti che si arruolavano… danze urla pianti e bandiere, ad ogni stazione, decisamente troppo per un occidentale in transito».

    Così Alessandro è partito dalla Cappadocia, da Kaiseri, invece che da Hatay (Antiochia). Ma non demorde, e pur essendo atterrato a 70 km da Gerusalemme, che potrebbe raggiungere in un giorno, lui vuole tornare dove il cammino è stato interrotto dalle guerre. Quindi a nord, verso Acri, città sul confine con il Libano e di importanza storica per i pellegrini fin dall’antichità. Poi Nazareth, Tiberiade con il Santuario delle beatitudini; poi giù lungo la Valle del Giordano, Mar Nero Betlemme e Gerusalemme, per un totale di 400 km, gli ultimi, che Alessandro vuole gustare lentamente come la panna sulla torta.

    the-turchia-alessandro-zeggioNei suoi ricordi, rimarranno alcuni incontri e molti volti, su tutto i turchi come popolazione, «persone che sanno ancora fermarti per offrire un thé lungo la strada» (il famoso cay scaldato lentamente su fornelletti arrangiati, mentre le domande allo straniero fioccano). L’incontro con l’italiano che stava andando (ma che follia!) a piedi da Ancona a Gerusalemme per un progetto a sfondo religioso («mi sono fermato per fotografarlo e lui mi stava fotografando, inevitabile scoppiare a ridere e presentarsi»).

    La meraviglia della Cappadocia, la gioia di ritrovarsi nel verde dopo il deserto. I cani. Non tutti aggressivi, però: Alessandro ha mandato la foto di un cucciolo che gli è trotterellato incontro per avere un po’ di cibo, bloccando di fatto il branco che sembrava in procinto di attaccare.
    «Nell’affrontare i branchi di cani la mia tecnica si è affinata, ho visto che era utile farmi prima vedere da fermo. Poi passavo lentissimo davanti a loro, e tante volte si erano ormai abituati alla mia figura e mi ignoravano. A volte non funzionava e attaccavano, in quel caso io mi mettevo ad urlare e a sbracciarmi; non so come, ma funzionava. Però in realtà dove vedevo branchi troppo numerosi e isolati da tutto non sono passato, modificando un po’ il giro: i cani e la guerra sono stati le cose che mi hanno condizionato di più lungo la strada».

    Invece il vento, che certi giorni soffiava terribile, non gli ha impedito il cammino «Insomma – ammette – non lo ha impedito ma lo ha rallentato molto. Purtroppo a quanto pare ho beccato la stagione in cui soffia proprio nella direzione opposta alla mia, era tremendo! Con la sporgenza delle borse a volte dovevo pedalare anche in discesa, il risultato era che ho percorso certi tratti nel doppio del tempo previsto, perché più dei 10 km all’ora non potevo fare…»

    «Se dovessi dire “l’emozione più forte” – continua Alessandro – ancora non saprei, devo aspettare di finire la strada, e poi ripensare tutto. Senz’altro molto strana e molto piacevole la sensazione di essere da solo quando ho attraversato le montagne della Turchia; per decine e decine di chilometri non incontravo anima viva, una situazione qui da noi impensabile, che mi ha regalato delle emozioni particolari, era la prima volta che mi misuravo da solo con zone desertiche, se pure non un vero e proprio deserto. E poi altre, tante cose, ma ora è tutto troppo, ancora troppo “fresco”, troppo forte..

    Adesso Il Capitano si trova nel centro storico di Tel Aviv, a Jaffa; lì la vita notturna è vivacissima e può constatare che il detto “gli israeliani pregano a Gerusalemme e si divertono a Tel Aviv” ha ben più di un fondo di verità.
    Ma la prima cosa è stata andare alla vecchia stazione ferroviaria, ormai in disuso, del 1890, e ripetere la foto che il Capitano d’Albertis aveva fatto nel 1906, quando aveva preso il treno per Gerusalemme e poi per Damasco.
    Alessandro come sapete ha un legame forte con questa figura, e dice: «ho cercato di replicare la sua inquadratura, e, lo ammetto, mi son venuti i brividi dall’emozione».

    Buon arrivo a Gerusalemme, Capitano.

     

    Bruna Taravello

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  • Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    shetland-DiIl traghetto per le Shetland partiva a mezzanotte, mancavano ancora cinque ore, dovevo passare il tempo e con me avevo solo una copia di Moby Dick rubata due giorni prima in una impolverata biblioteca di Inverness, un pacchetto di sigarette, il taccuino di viaggio e nulla che potesse calmare la mia fame. La locanda dei marinai nel porto di Kirkwall brillava nel buio come la stella cometa avvolta nel paesaggio delle Orcadi e, dalle nubi cariche d’acqua che lentamente avanzavano, a breve sarebbe scesa una pioggia incessante.
    Sembrava il pub interstellare di Star Wars, ho fatto un sorriso ebete indicando un tavolo libero e mi sono seduto con leggero imbarazzo ordinando una pinta di Guinnes, uova e patatine fritte con bacon. La tv era in bilico su una mensola di fianco ad una volpe imbalsamata, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Quella sera andava in onda il derby di Liverpool in diretta dal Goodison Park, non molti mostravano particolare interesse per l’incontro ma quei pochi sembravano pronti a scagliare bottiglie sui muri in caso di sconfitta. Davanti al caminetto acceso un uomo dalle basette folte fumava la pipa, indossava una blusa della marina che gli donava un aspetto austero e malinconico, di sicuro aveva navigato per tutta la vita ed ora faceva i conti con la nostalgia. Guardava in alto, sembrava osservare la nuvoletta dei ricordi mentre lo scoppiettio del legno si fondeva con lo sciabordio del mare ormai perennemente presente nelle sue orecchie grandi come conchiglie. La cameriera, una donna sui quarant’anni mal portati, mi ha servito la cena usando poca delicatezza ma sorridendo in maniera accomodante, una gentile concessione per un forestiero.

    shetland-tramonto-DIImprovvisamente un lampo squarciò il cielo che tuonò in maniera così forte da far tremare i bicchieri, solo la volpe imbalsamata rimase impassibile. La luce era andata via e potevo solo sentire il profumo del bacon salire dal piatto, vedevo a fatica l’ammiraglio illuminato dal fuoco del camino mentre un ubriacone faceva il verso dei fantasmi e il barman finiva di riempire una pinta di birra con una torcia in mano.
    Dopo aver indossato una cerata modello guardiano del faro, l’ammiraglio uscì nella bufera, nessuno sembrava preoccupato per lui ma quando la luce tornò fu accolta da un boato da stadio. Dopo aver spalancato la porta si tolse il cappuccio e con sguardo orgoglioso disse qualcosa interpretabile come “E luce fu…”, nel frattempo il Liverpool era passato in vantaggio e qualcuno bestemmiò per essersi perso il gol.
    Finito di mangiare mi sono avvicinato al bancone per pagare, vicino avevo un tipo che non si era accorto di nulla, beveva e mi guardava con aria inespressiva. Non conoscendo le sue intenzioni ho cercato gentilmente di entrare nelle sue grazie chiedendo se la navigazione sarebbe stata sicura con questo tempo infame. Il vento ululava come un branco di lupi affamati e l’acqua schiaffeggiava i vetri quasi a volerli rompere, lo sconosciuto diresse l’occhio verso la finestra dicendo “questo ti sembra un tempo infame ragazzo?”
    Altre domande sarebbero state superflue, ho pagato il conto e sono uscito nel buio indossando il K-way e mi sono riparato sotto la tettoia del pub. Le luci della nave immerse nel buio ricordavano un film di fantascienza, le ombre dell’equipaggio in controluce sembravano gli alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, tuttavia mi sono armato di coraggio e ho cominciato a correre con lo zaino sotto braccio entrando con il biglietto ridotto a un pezzo di carta bagnato.

    Quella sera ero uno dei pochi intrepidi passeggeri a cavalcare le onde del mare, a mezzanotte e cinque minuti siamo salpati verso le Isole Shetland, le acque erano increspate e il vento portava con se pioggia e salsedine.
    Ho sempre amato sentire sulla pelle il sapore del mare ma avevo le scarpe zuppe e il freddo entrava nelle ossa, così sono rientrato sotto coperta, non avendo la cabina mi sono dovuto cambiare gli indumenti in bagno.
    Non è stato difficile trovare posto per la notte, mi sono steso nella sala tv sotto un tavolino, il sacco a pelo umido scaldava a malapena ma ero così stanco che sono crollato sotto le note di “I shall be released” di Bob Dylan. Sognavo di essere Ismaele sulla baleniera Pequod, la voce del capitano Achab impartiva ordini sul cassero e io ero terrorizzato dal mare in tempesta, poi tutto si calmò e alle prime luci del mattino sono stato svegliato dal canto delle sirene (in realtà era Enya con “Carribean blue“, avevo ancora le cuffie nelle orecchie ma nel dormiveglia la sua voce sembrava quasi eterea).

    scozia-shetland5-DIDopo aver preso i miei effetti sono uscito sul ponte, il cielo era limpido e l’acqua di colore argenteo, brillava come cosparsa di piccoli brillanti. Fiancheggiavamo dei grossi faraglioni popolati da gabbiani e pulcinelle di mare, una balenottera saltava sul pelo dell’acqua mentre un’imbarcazione tornava dalla notte di pesca carica di pesci e grossi crostacei.
    Il paesaggio delle Shetland sembrava un dipinto a olio quella mattina, la brina risaltava il verde smeraldo dell’erba e il blu del cielo era macchiato di nuvole color perla.

    Dopo una colazione nel pub del porto di Lerwick sono salito sul bus che mi avrebbe portato dall’altra parte dell’isola, mi sembrava la maniera migliore per visitarla.
    Case costruite su isolotti di trecento metri quadri, muri a secco che separavano i giardini e viuzze sterrate dove le macchine non servivano, solo biciclette, asini e buone gambe.
    Ero seduto di fronte ad un anziano signore, aveva lo sguardo felice, mi chiese “dove vai, ragazzo?”, ho risposto “non lo so”. Il bus era arrivato al capolinea, “vieni ragazzo, se non sai dove andare, ti faccio vedere dove vivo.”
    L’ho seguito lungo una strada sterrata colorata dai fiori gialli, bianchi e puntigliosi, siamo arrivati di fronte a un piccolo cancello di legno. L’uomo mi ha invitato a bere una birra a casa sua, aveva i lineamenti di una buona persona, poteva anche essere un serial killer e la sua casa era immersa nel nulla dell’oceano, mi avrebbe potuto far sparire senza lasciare traccia, tuttavia mi sentivo tranquillo e sono entrato guardandomi attorno.

    shetland-foca-DIL’abitazione era disadorna ma accogliente, non aveva bisogno di molte cose se non della foto della moglie prematuramente scomparsa e dei tre figli ormai accasati tra Londra ed Edimburgo.
    Mi ha raccontato la sua vita come non lo faceva da molto tempo, io ho ascoltato affascinato e con sincero interesse ma allo stesso tempo distratto da quel luogo così solitario. Attraverso la finestra della sala potevo osservare il mare, una foca sembrava spiare i nostri discorsi con la testa a pelo d’acqua, lui la osserva un attimo senza dargli troppa importanza, era la routine di tutti i giorni.
    Si sa, quando sei spensierato il tempo vola, il sole freddo stava lasciando il posto alla sera pronta al suo turno quotidiano. Ci siamo salutati con un’energica stretta di mano e abbiamo scambiato gli indirizzi, una volta salito sul bus mi sono voltato, lui era sul pianerottolo di casa, con un cenno della mano mi ha fatto intendere che mi augurava buon viaggio per il mio rientro a Genova.
    Un mese più tardi ho trovato una sua lettera nella posta, era francobollata dalla Isole Shetland, mi ringraziava per averlo ascoltato e confessava che era rimasto colpito da quel ragazzo che “non sapeva dove andare”. Ci siamo scritti ancora per i tre anni successivi fino a che non ho più ricevuto risposta, lui era partito per il viaggio più lungo.

     

    Diego Arbore

  • Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    bruges-bosco-notturna.DIQuel giorno a Bruges iniziava l’autunno, il cielo color piombo e una nebbia avvolgente ovattavano l’aria ancora fredda del mattino. Le finestre lentamente si aprivano come occhi stropicciati, l’edera sui muri brillava bagnata dalla brina che lentamente si scioglieva, un manto di foglie giallastre donava colore alle torbide acque dei canali dove cigni e papere dormivano vicini per scaldarsi dal freddo della notte.

    Il profumo dei croissant caldi sussurrava golose tentazioni ai passanti, la ragazza al banco indossava un’elegante camicia a pois e sorrideva ai clienti che facevano la fila come affamate formiche. I campanelli delle biciclette diventavano più frequenti intanto che la vita lentamente riprendeva, la nebbia saliva lasciando il posto a macchie blu e timidi raggi di sole, dalla strada salivano le tipiche fragranze autunnali rinchiuse nel cassetto dell’estate.

    Sedevo ancora assonnato al tavolino di un bar, osservavo una famiglia ebraica accompagnare loro figlio a scuola, ho subito pensato ai miei genitori,  i costumi cambiano ma le abitudini sono le stesse per ogni cultura. Quando fui pronto a scattare erano ancora sufficientemente vicini ma voltati di spalle, i sanpietrini in porfido e i mattoni rossi sui muri donavano un aspetto antico a quello scorcio di strada, a volte la fotografia può regalare inaspettati tuffi nel passato.

    Il mio occhio era ancora dentro il mirino quando la cameriera mi ha servito il caffè, pose la tazzina e lo scontrino sul piatto restando ferma a guardare ciò che stavo facendo. Il suo interesse era attirato dalla reflex, mi ha chiesto cosa avevo immortalato e ha voluto vedere alcuni scatti dei giorni precedenti. Si chiamava Michelle, lavorava come cameriera per mantenere i suoi studi e nel tempo libero amava fotografare case disabitate e luoghi abbandonati, tutti temi in contrapposizione con il suo carattere aperto e solare. La sera stessa sarebbe andata con altre appassionati del genere a immortalare un vecchio mulino dimenticato nei campi, la luna piena avrebbe reso ancora più affascinante il paesaggio. Quando mi ha chiesto di partecipare all’evento non ho dubitato su cosa fare e ci siamo dati appuntamento ai margini della città un’ora dopo il crepuscolo.

    Senza troppi convenevoli ci siamo scambiati un saluto, lei sorrise e prese le tazzine vuote dal tavolo, io sono salito sulla bicicletta alla scoperta di Bruges. Ho visitato il vecchio mercato e la torre civica, attraversato ponti, canali e parchi, ma la vita semplice in un luogo così elegante era la cosa che attirava maggiormente la mia attenzione.

    L’aria si era intiepidita e il sole aveva saturato ogni colore, signore eleganti passeggiavano lungo i canali portando un cappello d’altri tempi con un poncho argentino o spolverini alla moda, tutte accompagnate da piccoli cagnolini altezzosi. Il pomeriggio era passato velocemente e avevo deciso di rientrare prima di cena per riposare in previsione della nottata fotografica, il giorno dopo sarei partito per Anversa di buon mattino e il treno non mi avrebbe aspettato.

    Il proprietario di casa stava preparando stinco con patate, avevo l’acquolina in bocca e un’espressione così affamata da ricevere un invito per cena. Michelle mi aspettava, non avrei mai voluto fare tardi e una volta finito di mangiare ho salutato calorosamente tutti i commensali e sono salito in sella della bicicletta con lo zaino in spalla. Ho percorso il viale alberato che portava in città, le foglie cadute rendevano scivolosa la strada che aveva assunto un colore blu cobalto intervallato dalle luci gialle dei lampioni.

    Ai margini della città, superata la superstrada, c’era una vecchia e non identificata costruzione di pietra, Michelle era seduta su un muretto, indossava un cappotto scuro con il bavero alzato e degli stivali bassi con la suola di gomma, i suoi capelli rossicci mossi da una leggera brezza, sembravano danzare con le foglie degli alberi. La luna era arrivata da poco, accompagnata da sparute e frettolose stelle, aveva un’espressione più malinconica del solito e la sua luce sembrava voler mostrare quel paesaggio magico e fiabesco. Michelle prese una cartina per girare una sigaretta poi l’accese, il fuoco dell’accendino illuminava le sue lentiggini poste sopra le guance rosse, sembrava una bambolina di pezza.

    Dopo un breve discorso su come fotografare il cielo notturno siamo saliti sulle biciclette percorrendo una strada sterrata apparentemente senza fine. Abbiamo attraversato diversi campi e per un breve tratto un fitto bosco illuminato solo dalla dinamo sul manubrio, finito il sentiero il vecchio mulino sembrava disegnato sulla parete del cielo, sotto di lui delle luci si muovevano adagio, erano i suoi amici fotografi che si spostavano nella penombra. Sono stato accolto con il sorriso, alcuni avevano già posizionato il cavalletto, altri fumavano e si rilassavano prima di iniziare i primi scatti. Erano tutte persone adulte, il più grande superava i sessanta ma con l’animo giovane di chi si fa trasportare in un bosco di notte da una passione coltivata negli anni.

    I versi degli uccelli notturni e alcuni latrati giungevano a noi da indefinite direzioni, ombre veloci e inquietanti fruscii ci tenevano compagnia, tuttavia nulla mi spaventava. Non avevo l’attrezzatura necessaria per scattare foto ad alta qualità, le mie erano sgranate e prive di profondità ma nonostante questo il risultato è stato soddisfacente. Gli altri intanto producevano capolavori, miliardi di stelle immortalate dietro la sagoma scura del mulino, in alcune di esse la via lattea sembrava una pennellata di un pittore fiammingo, la luna intanto osservava tutto, la sua espressione adesso sembrava divertita. Mentre Michelle guardava dentro il mirino raccontava la sua vita, le sue aspettative e i sogni, voleva una casa a Londra, una famiglia e lavorare come architetto coltivando l’hobby della la fotografia.

    La notte era diventata tenebrosa e il mattino era alle porte, decisi di rientrare per dormire poche ore, poi avrei avuto tutto il tempo di riposare in treno. Ho salutato i ragazzi e abbracciato Michelle, ho chiesto informazioni sulla strada del ritorno e mi sono avviato entrando nel bosco ancora buio. La strada si vedeva appena, la mia sola luce non illuminava abbastanza, avevo perso il sentiero e ogni pensiero mi rendeva inquieto, avevo paura di incontrare animali, malintenzionati e perfino licantropi. Quando le prime luci dell’alba si sfumavano all’orizzonte, mi sono sentito più sereno, la strada ricordava la mattonata d’oro del regno di Oz, così sono volato verso casa, avevo il tempo contato, il treno partiva due ore dopo.

    Dopo colazione ho preso i bagagli e sono corso in stazione, nel tragitto pensavo a Michelle, se l’avrei rivista e che ricordo le avevo lasciato. Sono salito pochi secondi prima del fischio del capotreno, sono entrato nello scompartimento e mi sono affacciato al finestrino per vedere Bruges un’ultima volta. Le persone si muovevano in massa per la stazione con moto perpetuo, solo una era ferma, teneva una macchina fotografica in mano, era Michelle che mi salutava nel modo più bello, scattando un’ultima fotografia.

     

    Diego Arbore