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  • Londra: una capitale unica, speciale e romantica

    Londra: una capitale unica, speciale e romantica

    Quale bambino non ha sognato di volare intorno al Big Ben con Peter Pan o chi non ha immaginato di trovarsi nel mezzo di uno dei più spinosi casi di Sherlock Holmes nella Londra celata dalla nebbia e dal fumo grigio che fuoriesce dai camini? Londra è questo, è unica, speciale e romantica.

    Unica come un pomeriggio in barca a remi nel lago di Hyde Park, speciale come la Union Jack e romantica come una passeggiata di mezzanotte nei dintorni del Tamigi ad ammirare la luna che illumina Westminster.

    Siamo su un isola o semplicemente nel sesto continente? Questa domanda può sembrare esagerata ma l’aria che si respira a Londra è quella di una città che vive delle sue tradizioni pur convivendo con immigrazione e integrazione all’ordine del giorno, dove ogni persona è la benvenuta e dove la libertà di espressione viene esposta in ogni angolo della strada.

    La città è divisa in quartieri, ognuno diverso e ognuno con caratteristiche uniche. Si passa da Westminster dove troviamo le più classiche e regali  attrazioni londinesi, il Big Ben , Buckingam palace e Trafalgar square per poi arrivare a Soho, dove turisti e persone di ogni etnia e gusti sessuali si mischiano per le vie sempre vive del quartiere più giovanile della città, ricco di bar, pub e ristoranti da ogni parte del mondo.

    Adiacente a Soho troviamo Chinatown, uno degli insediamenti cinesi più grandi e ordinati d’Europa, costituito principalmente da ristoranti sempre colmi di persone amanti della loro cucina. Per vedere “l’inglese vero” invece bisogna recarsi nella City, dove uomini in giacca e cravatta con impermeabile e bombetta si aggirano a passo spedito nei dintorni di Liverpool street, tempio delle banche e degli istituti assicurativi più prestigiosi.

    Una delle peculiarità di Londra sono i suoi mercati famosi in tutto il mondo, nei quali è facile trovare merce di ogni genere, dagli oggetti più moderni a quelli più antichi, vestiti usati, dischi rari, giocattoli d’epoca e antiche cianfrusaglie recuperate in qualche scantinato di qualche casa in stile georgiano.
    Tra i più importanti e rinomati ci sono Portobello Road e Camden Market, il primo , situato a Notting Hill, un elegante quartiere nella zona ovest della città che durante i week-end si trasforma in una variopinta via lungo la quale si possono trovare banchi di antiquariato locale, oggetti storici di ogni parte del mondo, vecchie riviste, abbigliamento , attrezzatura di guerra, arredamento, quadri e stampe storiche inglesi.
    Portobello Market è uno dei mercati di antiquariato più belli e importanti al mondo, visitato da migliaia di turisti ogni anno e il suo nome è ormai conosciuto nella memoria di ogni persona come Portobello Road, la via nella quale vengono esposti i banchi.
    Meno famoso ma non per questo di minore interesse è Camden Lock Market, situato a nord della City nella zona di Camden Town, un luogo alternativo e giovanile costruito lungo il Regent’s Canal sede in estate di piacevoli gite in barca e passeggiate lungo i ponti storici sedi di epiche battaglie. Il mercato si divide in due parti, il versante alla luce del sole dove si trovano negozi di abbigliamento alternativo con negozi stile punk, metal e abbigliamento giovanile di ogni genere, banchetti alimentari da ogni parte del mondo, prevalentemente cibi asiatici, che colorano e profumano di curry e zafferano l’aria del Lock. Il mercato coperto invece è stato rimodernato a causa di un incendio divampato nel 2008 che ha distrutto i negozi storici presenti nell’area fin dal 1975, anno della costruzione del mercato. Il nuovo mercato costruito dopo l’incendio risulta essere più moderno e meno caratteristico del precedente ma nonostante questo resta uno dei più belli di Londra e forse del mondo. Al suo interno si trovano negozi di dischi e piccoli espositori di quadri e insegne di pub, abbigliamento usato ,moderno e vintage, forse quello che rappresenta meglio Londra, la varietà.

    Nonostante l’importanza di questi due luoghi così famosi al mondo, non possiamo trascurare l’importanza di Petticoat Lane, meno conosciuto ma sicuramente molto più caratteristico a causa di un suo non riconoscimento specifico. Questo mercato non viene citato quasi mai nelle mete turistiche nonostante sia uno dei più antichi dell’intera Londra. Un tempo chi esponeva al di fuori del territorio di competenza era perseguitato dalla polizia che veniva a loro volta aggredita e cacciata dai venditori stessi. Di conseguenza il mercato è sempre stato mal visto dalle autorità fino al 1936 , anno in cui una legge lo dichiara mercato a tutti gli effetti, nonostante lo sia stato in maniera informale fin dal 1700. Nasce come mercato di tessuti per poi evolversi in abbigliamento e stoffe da ogni parte del pianeta. Si trova vicino a alla stazione di Liverpool street, facilmente raggiungibile con la fermata della metropolitana di Aldgate, è aperto dal Lunedì al Venerdì e durante il week end si estende anche nelle vie circostanti.

    Londra si estende lungo il Tamigi per decine e decine di km ma grazie al più antico sistema di metropolitane del mondo risulta facilmente raggiungibile in pochi minuti anche zone molto distanti tra loro.

    Per viaggiare all’interno della città , oltre alla rete metropolitana , troviamo i famosissimi bus rossi a due piani, i taxi e se ci si vuole spostare senza inquinare ci sono biciclette a noleggio in ogni angolo del centro dove si possono trovare anche affascinanti risciò.

    Prendendo la metropolitana marrone, la Bakerloo line e scendendo alla stazione di Baker Street, ci si trova dinnanzi a un enorme statua raffigurante il mitico Sherlock Holmes, che secondo i racconti di Sir.Arthur Conan Doyle risiedeva proprio a Baker Street, al 221b, dove adesso si può trovare la sua casa trasformata in museo. A fianco alla casa del più famoso investigatore del mondo troviamo un negozio molto particolare, il negozio dei Beatles. Questo piccola attività nasce dalla semplice passione del proprietario per i fab fours e proprio grazie alla sua passione che possiamo trovare gli articoli più particolari riguardanti i Beatles.

    Sempre alla fermata di Baker Street si trova il museo delle cere più famoso del mondo, il Madame Tussaut dove le statue dei più famosi personaggi si fanno fotografare assieme a migliaia di turisti ogni giorno.

    Fare shopping a Londra è facile, basta recarsi a Piccadilly circus e dirigersi in tutte le direzioni passeggiando lungo Regent street dove si possono trovare le marche più famose di abbigliamento e cosmetica, mentre per i più piccoli c’è Hamleys, uno dei negozi di giocattoli più grandi al mondo, cinque piani di giochi interattivi grazie ai ragazzi che lavorano al suo interno che fanno divertire i bambini con bolle di sapone giganti, piccoli aerei volante e magie degne dei migliori prestigiatori.

    Da Regent street ci si collega a Oxford circus e Oxford street, anch’esse ricche di grandi firme ma improntate sui giovani e per chi vuole fare acquisti low cost, quest’ultima è la naturale prosecuzione di Knitesbridge, dove ha sede Harrods, il grande magazzino celebre a livello internazionale.

    Lungo la Piccadilly, la strada che collega Green park a Piccadilly Circus, troviamo Fortnum & Mason, un grande magazzino famoso per essere il fornitore ufficiale di the della casa reale. Aperto nel 1707 nel centro di Londra, nel tempo ha mantenuto la stessa regale precisione nella cura e nell’allestimento delle vetrine e grazie alla sua varietà di prodotti è stata scelta dall’aristocrazia locale per servire le più grandi manifestazioni della storia Londinese. Al suo interno si possono trovare le migliori qualità di the da degustare comodamente nella prestigiosa sala allestita in perfetto stile British, accompagnando la bevanda con paste, biscotti e cioccolatini di loro produzione oppure importate dalle più prestigiose pasticcerie del mondo.

    Adiacente a Fortnum & Mason troviamo la piccola chiesa di St.James, nel cui cortile viene esposto un piccolo mercato di merce usata e di produzione artigianale, facile da visitare per la sua comodità, utile per staccare la vista dalle grandi firme del centro cittadino. Sempre tenendo come punto di riferimento Piccadilly circus e attraversando Leicester Square con i suoi cinema e ticket office e proseguendo verso ovest percorrendo New Row, non ci si può non imbattere in Covent Garden. Situato nel west end della città, costituisce il raccordo tra lo Strand e la zona centrale Charing Cross Road. Nato dalle ceneri di un antico orto di un convento di frati, dal quale prende il nome, si è trasformato nel tempo in mercato ortofrutticolo per poi diventare il luogo più turistico di Londra dopo Piccadilly Circus. Al suo interno si trovano negozi di abbigliamento e ristoranti dai quali è possibile assistere comodamente seduti agli spettacoli degli artisti di strada che si esibiscono da ogni parte del mondo.

    Tra i mille pregi di Londra troviamo anche la vena romantica che la contraddistingue. Per i viaggi in dolce compagnia si può passeggiare lungo il Tamigi intorno alla mezzanotte, attraversare il Millennium Bridge e con un po’ di fortuna si può ammirare la luna piena che illumina il Big Ben, il tutto accompagnato dalle musiche dei Betales suonate da improvvisati musicisti lungo le rive del fiume, oppure potete affittare una barca a remi nel lago di Hyde Park e navigare in mezzo ai Cigni poco prima del tramonto.

    La frenesia della città e le migliaia di persone che si incrociano ogni minuto vengono spezzati dal verde e dalla tranquillità dei parchi cittadini. Hyde park e Green park su tutti, dove troviamo volatili di ogni genere non preoccuparsi della presenza delle persone, mentre piccoli scoiattoli si avvicinano ai bambini in attesa di qualche briciola. St.James park invece, è il più antico dei parchi reali ed è situato a est di Buckingham Palace, al suo interno si trova un lago con due isole, la Duck Island e la West Island. Tra i parchi annoveriamo anche alcuni cimiteri, tra cui il West Brompton Cemetery, un enorme distesa di tombe di guerra sulle cui lapidi si trovano grossi Corvi neri molto caratteristici , non particolarmente allegro ma sicuramente interessante per gli storici e amanti della fotografia.

    Vicino a West Brompton si trova anche la casa di Freddy Mercury, ormai non più abitata dalla sua famiglia ma comunque sede di pellegrinaggio, consigliamo quindi di non suonare il campanello…

    Londra è diventata facilmente raggiungibile grazie ai voli Low Cost che permettono da tutta Italia dispendere poche centinaia di euro in ogni stagione. Gli alloggi sono facili da trovare, si va dall’albergo di lusso ai più economici, mentre per chi vuole dormire in una vera casa Inglese puà cercare un B&B dove troverà sicuramente accoglienza , pulizia, cortesia e l’odore del bacon con salsiccia che vi sveglia al mattino per la colazione.

    Londra è sicuramente la città meglio fornita al mondo per quanto riguarda il trasporto grazie, come detto, alla più antica rete metropolitana del mondo, consiglio però, se avete l’occasione di muovervi in bus, e di salire al piano superiore per godere tutta la città vista da angolazioni indubbiamente particolari.

    E forse Samuel Johnson aveva proprio ragione, “…chi è stanco di Londra è stanco della vita”.

     

    Diego Arbore

  • Siviglia, la splendida città dell’Andalusia

    Siviglia, la splendida città dell’Andalusia

    Siviglia, Spagna‘Ramooooon!’: se la voce tonante di un barista grida nomi sovrastando il chiacchiericcio confuso e le risate degli astanti, siamo molto probabilmente nell’ora più affollata in uno degli innumerevoli bar di Siviglia, quando tutti, residenti e turisti, si fermano di locale in locale a bere freddissime cervezas e a mangiare succulente tapas. Questa tipica tradizione spagnola si trova infatti anche nello splendido capoluogo andaluso -iscritta dall’Unesco nella Lista del Patrimonio dell’Umanità– che si snoda lungo le rive del fiume Guadalquivir.

    Oggi quarta città spagnola per numero di abitanti (ca. settecentomila), Siviglia viene fondata dai Fenici, poi dominata da Greci, Cartaginesi, Romani e dopo la caduta dell’impero da Vandali, Svevi e Visigoti fino alla conquista araba del 712 e poi alla Reconquista cristiana del 1248.

    Nell’epoca delle spedizioni verso il Nuovo Mondo, dal 1492 per i successivi due secoli, Siviglia vive il suo periodo più felice. Da metà del Seicento, il progressivo declino fino all’Ottocento, quando iniziano interventi governativi di supporto alla ripresa produttiva; scelta per l’Esposizione Iberoamericana del 1929, più di recente la città è stata sede dell’Esposizione Universale del 1992 e dei Mondiali di Atletica nel 1999.

    Oggi Siviglia è una delle mete turistiche più frequentate nella regione dell’Andalusia. Il periodo migliore per visitarla è sicuramente la primavera, tiepida e soleggiata. Decisamente sconsigliata la piena estate visto che si raggiungono abitualmente punte di oltre 40°C. Dunque, dove andare una volta giunti in questo crogiuolo di storie e culture?

    Sicuramente il centrale barrio di Santa Cruz, centro storico sorto sul vecchio ghetto, merita tutta la nostra attenzione: qui si trova la Cattedrale, terminata nell’arco di cento anni, che vanta il primato di chiesa gotica più grande al mondo. Accanto ad essa, la Giralda svetta per 96 metri d’altezza: antico minareto durante la dominazione araba, poi convertito in torre campanaria, richiede un po’ di buona volontà per essere “scalato” interamente, ma ripaga con una vista meravigliosa a perdita d’occhio sulla città e la campagna circostante fino all’orizzonte.

    Poco distante, i Reales Alcazares, originariamente fortezza araba e poi residenza reale, ci portano attraverso un bellissimo percorso di commistione tra tipi architettonici musulmani e aggiunte rinascimentali cristiane; da non perdere i giardini del palazzo (più che giardini, un vero e proprio parco con boschetti ed edifici a sé stanti).

    Siviglia, SpagnaSiviglia, Spagna

    Dopo tanto peregrinare, una passeggiata nei vicoli circostanti è esattamente quello che ci vuole: piazzette ombrose dove riposare sotto alberi d’arancio, negozietti d’artigianato (noti per le ceramiche, gli eccezionali azulejos: occhio però ai molti souvenir e chincaglierie prettamente turistiche made in China) e ad ogni angolo un bar dove assaggiare tanti tipi di tapas a pochi euro. Dai terrazzini scendono sui muri bianchi piccoli rampicanti in fiore, e ad ogni portone socchiuso è possibile sbirciare le bellissime corti interne, tipiche degli edifici locali e derivanti dalla tradizione moresca: fontanelle, piante e azulejos le contraddistinguono e fanno cornice a una frescura provvidenziale quando il caldo estivo comincia a farsi sentire.

    Se proprio vi manca lo shopping in stile globale, a pochi minuti a piedi dalla cattedrale ecco le vie commerciali, con tutte le catene internazionali d’abbigliamento più note; è curioso osservare come gli allestimenti moderni siano stati inseriti negli spazi di edifici antichi, creando accostamenti tanto originali quanto antitetici.

    Altra tappa interessante è l’antica Fabrica de Tabacos (il secondo edificio più grande della Spagna dopo l’Escorial), oggi sede dell’università: pensata come una cittadella autonoma e fortificata, è ancora provvista di fossato e ponte levatoio. Che siate o no appassionati cinefili, non potete perdervi la monumentale Plaza de España, edificata per l’Expo del ’29, e adottata come ambientazione di film come Lawrence d’Arabia e Star Wars II:l’attacco dei cloni.

    Proseguendo verso ovest arriviamo al barrio de La Macarena, quartiere popolare e caratteristico, ricco anch’esso di antichi edifici e davvero unico se si vuole respirare l’atmosfera sivigliana nella sua versione più autentica. È bello perdersi per le strade strette di questo quartiere dove ogni via è dedicata a un santo o alla Vergine, puntando sempre verso ovest per giungere infine al tratto residuo delle antiche mura, visione suggestiva e arabeggiante al termine del nostro percorso. Qui si trova la Basilica de la Macarena che accoglie la relativa statua della Virgen de la Macarena, portata in processione una volta l’anno durante la Semana Santa.

    Ancora un suggerimento: il lungofiume abbonda di punti panoramici, permette tranquille passeggiate ed è corredato di piste ciclabili (che proseguono peraltro in gran parte della città). Oltre alla Torre del Oro -altro simbolo sivigliano- anticamente eretta dagli arabi per controllare la navigazione sul fiume, ci sono almeno due ponti da vedere: il Puente del Alamillo, realizzato da Santiago Calatrava, e il Puente de Isabel II, costruito nell’Ottocento, il più antico ponte in ferro oggi conservato della Spagna, conosciuto anche come Ponte di Triana perché porta all’omonimo quartiere. Appena dopo il detto ponte è il caratteristico mercato coperto, che sorge dove una volta si trovava la sede dell’Inquisizione.

    Infine un paio di accorgimenti: Siviglia è una città da scoprire a piedi per non perdersi nulla… meglio limitarsi a qualche fermata di autobus e per il resto la parola d’ordine è camminare. Come è da evitare l’estate per l’insopportabile calura, così sono sconsigliati i due periodi più affollati e costosi dell’anno, ossia la Semana Santa e la  Feria de Abril. La prima coincide con la settimana di Pasqua e le processioni delle decine di confraternite sono la tradizione religiosa più importante della città. La seconda è la Fiera di Aprile, festa locale con banchetti, costruzioni effimere (le cosiddette casetas), festeggiamenti e abitanti in costume folkloristico. Se proprio decidete di visitare la città in questi periodi, preparatevi a una folla incontenibile e a prezzi molto più alti del resto dell’anno!

    Claudia Baghino
    foto di Daniele Orlandi 

  • Mont Saint Michel, nel nord della Normandia

    Mont Saint Michel, nel nord della Normandia

    Il Monte di Sant MichelSi vede comparire a chilometri di distanza, indistinto, quasi irreale, confuso con il lontano orizzonte: uno sperone di roccia che si innalza, improvviso, con i suoi 170 metri complessivi,  nel bel mezzo di un panorama pianeggiante, evocando i paesaggi impressionisti di Monet, Pissarro , Sisley, dove la luce sembra scivolare sui profili degli oggetti per ammantarli di una coltre magica. Siamo a Monte Saint Michel, nel nord della Normandia, sede di antiche tribù celtiche che espletavano, su questo monte, i loro arcani riti druidici.

    Dedicato a Beleno, il dio gallico del Sole,  questa isola che “non è”, con la strabiliante architettura dei suoi edifici, conserva qualcosa di arcano che affascina il visitatore. Anticamente circondata dalla foresta di Shissy, per l’abbassarsi del terreno, questa guglia di granito ha ceduto, lentamente, posto al mare che l’ha circondata (nel 709) trasformandola in un’isola tidale, cioè un’isola collegata alla terra ferma da un tombolo, una banda sabbiosa che, periodicamente, viene ricoperta dall’acqua, durante l’alta marea.

    Qui, infatti, il mare, due volte al giorno, invade l’immensa baia con flussi che possono raggiungere i 14 metri di altezza, alla velocità di “un cavallo al galoppo”. Il fenomeno, che impiega tempi differenti tra innalzamento (5-6 ore) e il deflusso (un’ora in più), ha determinato il progressivo insabbiamento della baia dovuto alla formazione di un deposito sedimentario, favorito dalla presenza della diga-strada (costruita nel 1880) che funge da via di comunicazione. Per ovviare a questo grave inconveniente che rischia di alterare perennemente la singolarità del luogo, da qualche giorno, è stato interdetto il transito delle auto ed è in atto un progetto, promosso dagli addetti alla tutele del patrimonio,  che prevede la sostituzione della diga con un ponte e la messa in opera di effetti meccanici, tipo “sciacquone”, accorgimenti che dovrebbero ridare a Mont Saint Michel la sua insularità.

    Se ci poniamo con le spalle al mare e lo sguardo rivolto all’abbazia, dedicata a San Michele Arcangelo, ci appare subito chiaro il simbolismo architettonico ternario, cioè a tre livelli, corrispondenti agli strati sociali della collettività medievale: in basso, il popolo che lavora; al centro, chi governa e combatte cioè il re e i cavalieri; in alto, i monaci che pregano e curano lo spirito.

    Con l’avvento del Cristianesimo, infatti, i primi a stabilirsi sul monte furono dei religiosi canonici che vivevano in piccoli oratori. Narra la leggenda che, nel 709, l’Arcangelo Michele apparve al vescovo di Avranches, sant’Auberto, invitandolo a costruire una chiesa in cima al monte Tombe (nome dell’altura di Saint Michel). Ignorata per due volte la richiesta, il vescovo fu punito dallo spirito celeste che gli provocò un foro nel cranio, toccandolo col suo dito infuocato (il teschio col foro è conservato nella cattedrale di Avranches). Solo nel 966, Riccardo I, nonno di Guglielmo il Conquistatore, scacciò i religiosi originari, colpevoli di comportamenti dissoluti, e li rimpiazzò con i benedettini di Saint-Wandrille. Costoro, intenzionati a costruire l’edificio religioso, si resero conto che il basamento era insufficiente, per cui incominciarono col fabbricare 4 cappelle, site nei quattro punti cardinali, (ad est quella dei grandi pilastri, a sud quella di Saint Martin, a nord quella di Notre-dame-des-trente-cierges) che saranno, poi, la piattaforma su cui poggerà il futuro complesso.

     

     

     

     

     

     

     

     

    In quella più antica, ad ovest, o di Notre-Dame-sous-terre, sono state rinvenute le vestigia di una chiesa preromanica, forse un primitivo santuario presente sul monte. La struttura ecclesiale, sviluppata su tre livelli, con i suoi archi a sesto acuto, è un pregevole esempio di romanico-normanno, col tetto in legno, affinché il peso della volta non risultasse troppo oneroso da sostenere. La navata centrale, iniziata dall’abate Ranulphe nel 1060, è più corta rispetto a quella originale: fu, infatti, ridimensionata, nel XVIII secolo,  a seguito di un incendio che aveva distrutto  le tre primitive campate e che spiega certi dislivelli sulla terrazza. Sul pavimento del coro si può notare un’apertura che dà accesso alla cripta del grandi pilastri. Sulla crociera del transetto poggia la torre-lanterna, aperta su tutti i lati, la cui base, neoromanica, simboleggia la Gerusalemme Celeste. Sulla guglia svetta una statua bronzea dell’Arcangelo Michele, alta 2,70m, opera dello scultore parigino Fremiet, che  è smontabile e funge da parafulmine.

    Ricevute cospicue donazioni dal re di Francia, agli inizi del XIII secolo e in soli 17 anni, venne edificata una prima parte della celebre “Merveille” (meraviglia): il chiostro e il colonnato a quinconce (quatto colonnine ai vertici di un ideale quadrato e una centrale), astrazione del livello della meditazione. La progettazione della “Merveille”, infatti, prevedeva 3 edifici contigui, ciascuno di 3 piani, ognuno con una grande sala dal significato simbolico, dove anche il ripetersi del numero 3 era scelto volutamente come riferimento metaforico alla Santissima Trinità. La mancanza di fondi, non permise l’attuazione dell’intera opera: fu completata, infatti, solo la Merveille occidentale col chiostro (nutrimento dell’anima), dello scriptorium (nutrimento dello spirito) e la dispensa (nutrimento del corpo) e della Merveille orientale col refettorio, la sala degli ospiti e l’aumônerie (Cappellanato), dove un tempo i pellegrini mangiavano gli “avanzi” dei monaci. La terza che comprendeva, dall’alto verso il basso, la sala del capitolo, la biblioteca e le scuderie non fu mai costruita.

    Prima di lasciare il complesso monasteriale, una curiosità: sul sagrato si possono osservare alcuni contrassegni lasciati dagli scalpellini a cottimo in modo che si potesse valutare il lavoro eseguito e quindi il compenso dovuto, nonché sapere chi fosse il colpevole in caso di problemi.

    Ai piedi della rocca, col crescere in potenza e prestigio dell’abbazia, si sviluppò un villaggio che ancor oggi si snoda lungo l’unica via, la Grande Rue,  alla quale si accede attraverso la Porte de l’Avanceée, la principale delle tre che interrompono la cinta muraria, a scarpata, che circonda l’isola. In realtà, oggi, il centro abitativo è costituito da due comuni distinti: il primo, quello di Saint Michel, più turistico, il secondo più spirituale cioè quello dei monaci. Superato quest’accesso, un Infopoint è pronto a fornire tutte le spiegazioni necessarie e, soprattutto, a procurare l’orario delle maree, spettacolo da non perdere.

    Lasciati i cannoni inglesi, i Michelettes, che stazionano nei pressi dell’ingresso, si possono prendere tre strade. La prima, per i frettolosi, forniti di un cuore da atleta, che, attraverso ripide scalinate, porta direttamente ai giardini e all’abbazia; una seconda che principia dopo la Porte du Roy (provvista di ponte levatoio), per raggiungere il bastione e la torre omonima; la terza è quella riservata ai curiosi e ai pellegrini che, prima di atti penitenziali, possono godere delle tentazioni terrene offerte dai mille ristorantini che si affacciano ai lati della salita.

    Lungo questo percorso, si possono effettuare pause culturali nei 4 musei civici, ricchi di storia e di curiosità. Raggiunta la cima, nel modo preferito, si viene ripagati, per la fatica profusa, non solo dalla indescrivibile magnificenza della chiesa ma, anche, da una vista mozzafiato che spazia dalla punta del Grouin fino alla Bretagna, abbracciando l’ampia baia che, quando il mare si è ritirato, sembra una distesa di deserto dorato.

    Non fatevi, però, venire il desiderio di scendere a passeggiare su quella che sembra un’oasi di pace : sotto il manto arenoso si nascondono insidiose sabbie mobili che possono essere evitate solo facendosi accompagnare da una guida esperta. Nel viaggio di ritorno verso la consueta quotidianità, pellegrino, turista o amante dell’arte porta con se un nuovo compagno: il ricordo imperituro di un  gioiello unico nel suo genere che, non a caso, dal 1979, è stato dichiarato far parte dei Patrimoni Mondiali dell’Umanità.

    Adriana Morando

  • Viaggiar per storie: cinque incontri sul viaggio a Palazzo Ducale

    Viaggiar per storie: cinque incontri sul viaggio a Palazzo Ducale

    Palazzo Ducale entrataPrende il via il prossimo 9 maggio a Palazzo Ducale un ciclo di cinque appuntamenti dal titolo Viaggiar per storie, dove tre docenti universitari, uno scrittore e un astronauta discuteranno – ciascuno in un evento distinto – in merito alla propria visione sul tema del viaggio.

    Questo il programma della rassegna curata da Stefano Termanini:

    9 maggio 2012
    Franco Cardini – Forme e aspetti del viaggio nella civiltà medievale
    Il significato di viaggiare, non solo “andare” ma muoversi con uno scopo, sia esso un traguardo militare, mercantile o di pellegrinaggio.

    16 maggio 2012
    Paolo L. Bernardini – Inghilterra è modernità. Genova scopre Londra
    Pietro Paolo Celesia (1723-1806), genovese e illuminista, descrive la libertà londinese.

    23 maggio 2012
    Antonio Gibelli – Una ragazza a New York
    Dalle lettere di una giovane di estrazione rurale il racconto della New York degli anni ’20.

    30 maggio
    Raffaele La Capria – America 1957. A sentimental journey
    L’analisi del diverso rapporto che europei e americani hanno con spazio e movimento.

    1 giugno 2012
    Franco Malerba – Aquae caelestes
    L’emozione del lancio nello spazio e il viaggio di chi ascolta a vent’anni dalla missione; anche questo è pure sempre viaggiare.

    Tutti gli incontri iniziano alle ore 21, l’ingresso è libero fino a esaurimento posti

  • Voli Ryanair da Genova: cancellata la tratta per Roma, si vola in Spagna

    Voli Ryanair da Genova: cancellata la tratta per Roma, si vola in Spagna

    RyanairDall’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova partiranno tre nuovi voli Ryanair per Ibiza, Madrid e Valencia, che andranno ad aggiungersi agli altri cinque già attivi (Londra, Bruxelles, Bari, Cagliari e Trapani) portando a 8 i collegamenti totali della compagnia dall’aeroporto genovese.

    I collegamenti per le nuove destinazioni spagnole partiranno dal prossimo 2 giugno. I voli per Madrid avranno cadenza bisettimanale, con partenza da Genova alle 19.30 il mercoledì e alle 12.15 la domenica. Per Ibizia si partirà martedì e sabato, alle 14.55, mentre sono tre i voli settimanali per Valencia, con partenza alle 19.25 il martedì e sabato e alle 14.55 il giovedì.

    Grazie a questi collegamenti Ryanair conta di trasportare nel 2012 oltre 350 mila passeggeri da e per l’aeroporto Cristoforo Colombo. «Si tratta di un segnale di fiducia da parte di un importante vettore – ha sottolineato Marco Arato, presidente dell’aeroporto di Genova – e pensiamo che, grazie a questi nuovi voli, potremo avere un incremento anche del 15% dei traffici, superando cosi’ quota un milione e 660 mila passeggeri».

    Una buona notizia dunque dopo la doccia fredda di qualche settimana fa, quando Ryanair decise di sopprimere tutti i voli in programma Genova-Roma sino a ottobre 2012. Lo aveva fatto inviando un’email a tutti i passeggeri che avevano prenotato il volo, senza nessuna comunicazione ufficiale. Il volo, infatti, sarebbe stato poco frequentato e quindi troppo costoso per la compagnia irlandese. «Ci dispiace – continua Arato – perché per quanto riguarda Roma avavamo puntato molto sulla concorrenza tra vettori. Forse l’orario del volo non era quello giusto, ma speriamo che se ci sarà una base Ryanair anche questo volo possa essere ripristinato, magari con orari anticipati in partenza da Genova e quindi con una maggior attrattiva».

    La trattativa fra Ryanair e il Cristoforo Colombo per l’organizzazione di una base della compagnia di volo a Genova esistono, ma nessuna delle due parti si sbilancia su una possibile fumata bianca.

     

  • “In Indonesia: lungo la rotta di Wallace”, incontro all’Acquario

    “In Indonesia: lungo la rotta di Wallace”, incontro all’Acquario

    Mare CoralliMercoledì 18 gennaio alle ore 17.50 nell’Auditorium dell’Acquario di Genova si tiene il secondo incontro del ciclo “Viaggi e scoperte” , un’occasione di affrontare il tema del viaggio come scoperta, come racconto, come esperienza indimenticabile.

    Questa volta protagonista sarà “In Indonesia: lungo la rotta di Wallace”, tema trattato da Massimo Boyer, biologo marino, fotografo subacqueo, che, parlerà degli aspetti naturalistici subacquei dell’Indonesia orientale, dove ha trascorso gli ultimi 15 anni lavorando nel campo del turismo subacqueo e della ricerca scientifica.

    Un viaggio per esplorare le creature marine, dai cavallucci di mare allo squalo balena, con un approccio di tipo visuale: si parte da un’immagine, da una fotografia, e si passa alla comprensione dei fenomeni che hanno portato al momento dello scatto.

    Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

    Per informazioni contattare gli Amici dell’Acquario al n. tel. 0102345279 o 0102345323

  • Bayerischer Wald National Park, il parco naturale in Germania

    Bayerischer Wald National Park, il parco naturale in Germania

    Bayerische Wald National ParcIl Bayerischer Wald, fondato nel 1970, è uno dei più grandi parchi naturali d’Europa . Con un’estensione di circa 6000 ettari, il parco comprende parte della foresta bavarese e della foresta di Sumava in Repubblica Ceca.  All’interno del parco si snoda un sentiero, il Tier Freigelande, di circa 7 km, lungo cui è possibile osservare la fauna tipica delle foreste euroasiatiche: orsi, lupi, linci, bisonti, alci, gatti selvatici, rapaci e altri ancora.

    Il percorso è costellato di punti di osservazione sopraelevati per i visitatori. Gli animali si trovano in stato di cattività all’interno di recinti che -per quanto ampi- purtroppo rendono talvolta l’idea della gabbia, quando si vedono esemplari splendidi di lince o lupo procedere rasente la rete per l’intera lunghezza del recinto, annusando l’aria attraverso le griglie. Nonostante questo, la vista di questi animali è incredibilmente suggestiva, e soprattutto nel periodo invernale vederli emergere tra gli alberi e la nebbia avanzando silenziosi nella neve candida è uno spettacolo di rara bellezza.

    Bayerische Wald National ParcA onor del vero va detto che la maggior parte dei recinti è grande abbastanza, come nel caso dei lupi, da richiedere a volte ore di attesa in un clima non esattamente gentile prima che si riesca ad osservarli da vicino. Anche in questo caso però l’attesa sotto un’abbondante nevicata può essere ricompensata con apparizioni a pochi metri dal punto di osservazione, e incrociare lo sguardo di un lupo è un’emozione che vale tutta l’attesa.

    Il parco è perfettamente organizzato: contenitori per i rifiuti e servizi igienici sono dislocati lungo i sentieri, ma adeguatamente integrati con l’ambiente circostante perché tutte le strutture sono in legno e non alterano minimamente il luogo. Lo stesso dicasi per i numerosi cartelli esplicativi con le indicazioni per i recinti e per quelli che riportano esaustivamente, con tanto di disegni incisi nel legno, i cicli vitali di flora e fauna. Unica nota negativa, la lingua: né i detti cartelli né il personale del parco vi verranno in aiuto con l’inglese. Tutto rigorosamente in tedesco.

    COME ARRIVARE: dall’Italia seguire le indicazioni per Monaco, esistono tre possibili percorsi autostradali, passando per Austria o Svizzera è importante ricordarsi di acquistare il bollino autostradale per non incorrere in sanzioni: salvo nel confine Italia-Svizzera non ci sono altre dogane o caselli quindi è facile non rendersi conto di essere entrati in Austria e dimenticarsi di pagare (ma non vale come scusante per le forze dell’ordine locali). Le autostrade in Germania invece sono gratuite. Una volta raggiunta Monaco ci sono ancora un paio d’ore di strada per arrivare a Neuschonau, il paese più vicino al parco.

    Bayerische Wald National ParcDOVE ALLOGGIARE: essendo anche località sciistica non è difficile trovare alloggio in uno dei tanti hotel o B&B a buon prezzo anche in alta stagione. Come già detto per il parco, purtroppo -personale degli hotel a parte- pochissimi parlano inglese diversamente da quanto ci si può aspettare ed ogni cartello o menù è esclusivamente in tedesco.

    Detto questo, se sopportate bene il freddo e non vi fate intimorire dalla possibilità di dover comunicare a gesti, un giorno al Bayerscher Wald significa un’immersione nell’incanto della foresta bavarese innevata, con lupi e linci, in un silenzio interrotto solo dal vento tra gli abeti o dal canto di piccoli paffuti pettirossi sui rami bianchi di neve.

    di Daniele Orlandi e Claudia Baghino

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  • Aeroporto Cristoforo Colombo: quando le valigie restano a terra

    Aeroporto Cristoforo Colombo: quando le valigie restano a terra

    L’aeroporto Cristoforo Colombo non arresta la sua crescita e chiuderà il 2011 con un bilancio di 1 milione e 400 mila passeggeri. E per il prossimo anno è previsto un ulteriore incremento.
    Ma non sono tutte rose e fiori. E se i passeggeri transitano senza problemi dallo scalo genovese lo stesso non si può dire per quanto riguarda le valigie al seguito.

    Accade infatti spesso e volentierisu alcune tratte, come conferma una fonte del Cristoforo Colombo, è ormai una consuetudineche alcune valigie rimangano a terra perché le stive dell’aereo sono troppo piene. È una procedura utilizzata in tutta Italia e da quasi tutte le compagnie, occorre sottolinearlo, ma che si è trasformata in una cattiva pratica a danno dei viaggiatori. Poi non c’è da stupirsi quando qualcuno smarrisce il proprio bagaglio.
    In poche parole la precedenza viene sempre data alle valigie in transito, vale a dire quelle dei voli di coincidenza. Mentre le valigie dei voli diretti, etichettate in maniera differente, vengono caricate all’ultimo, ovviamente se c’è ancora spazio a disposizione. E sì perché il sistema prevede di riempiere, prima le due stive anteriori con i bagagli a mano, ed infine quella posteriore dedicata alle valigie di dimensioni maggiori.

    Ad esempio sulla tratta Genova – Parigi accade sistematicamente. Parliamo di un volo affollato di passeggeri con varie destinazioni finali. E con una mole di bagagli superiore all’effettiva capacità di carico dell’aereo.
    Ebbene le valigie dei voli diretti sono costrette loro malgrado a compiere tragitti assurdi. E così capita che Airfrance, potendo contare sulla partnership con Alitalia, spedisca le valigie a Roma e poi da lì a Parigi. A volte però nella medesima giornata anche il volo Roma – Parigi potrebbe essere al completo. Di conseguenza le valigie attendono il proprio turno nella capitale. E se tutto va bene partono il giorno dopo.

    Ma può capitare di aspettarle anche per molti giorni. È il caso di un medico genovese partito dal Cristoforo Colombo il 3 dicembre scorso con volo Air France destinato a Lomè (Togo), facente scalo a Parigi.

    Scopo del viaggio dell’ottico optometrista era una missione umanitaria nel Paese africano dove avrebbe dovuto assistere la popolazione con visite oculistiche e con la distribuzione di occhiali. Ma il bagaglio regolarmente registrato, contenente la strumentazione necessaria, medicinali ed effetti personali, è rimasto a terra presso l’aeroporto di Genova fino al 6 dicembre, quando finalmente è stato inviato a destinazione. Compromettendo in maniera irreparabile la missione umanitaria del medico.

    Quest’ultimo ha deciso di rivolgersi all’avvocato Laura Buffa che ha avviato la pratica legale per chiedere il risarcimento del danno subito a causa dell’ingiustificato ritardo.
    Si tratta di un primo caso destinato a fare rumore e, forse, a smuovere la coscienza delle compagnie aeree affinché cambino un sistema che, alla prova dei fatti, si è rivelato assai deprecabile.

     

    Matteo Quadrone

  • Liverpool: porto d’Inghilterra, città dei Beatles

    Liverpool: porto d’Inghilterra, città dei Beatles

    Liverpool
    Liverpool, Albert Dock

    Appollaiata sulla foce del fiume MerseyLiverpool è una città di porto, di marinai e navigatori. Lo si respira negli odori fra la nebbia e il cielo bigio, nei rumori degli uomini e dei gabbiani, e lo si sente la notte fra boccali di birra ingurgitata in quantità industriale e musica live di ogni genere suonata nei tanti locali, pub e club.

    Liverpool è la città dei Beatles, la prima a scoprire il rock n’ roll quando nei primissimi anni Cinquanta, direttamente dalle stive delle navi, arrivavano i primi dischi americani di Chuck Berry ed Elvis Presley. Ancora oggi la città è profondamente legata ai suoi quattro “eroi”, e già lo si comprende quando si atterra al John Lennon airport, dove a darti il benvenuto è una scritta nera su sfondo bianco: “Above us only sky”, dal testo di Imagine. Gli omaggi e i riferimenti ai Beatles sono tantissimi, dal museo ricco di cimeli nella zona del porto al Cavern Club in Mathew Street, e poi Penny Lane, Strawberry Field, luoghi che hanno ispirato canzoni stupende…

    Strawberry Fields

    E’ possibile anche salire sul “Magical Mistery Tour” e scoprire la storia di Paul, George, Ringo e John attraversando i quartieri periferici a bordo di un pullman, con tanto di guida che animosamente racconta le vicende più assurde (peccato lo faccia in inglese, quasi in dialetto, senza traduzioni in cuffia come nei più classici dei pullman turistici).

    Capitale Europea della Cultura nel 2008, Liverpool vive racchiusa e protetta fra le sue coinvolgenti contraddizioni, caratterizzata da un centro moderno ed europeo (Liverpool One è un quartiere nuovo interamente occupato da un centro commerciale decisamente di cattivo gusto) intorno al quale si abbraccia una città completamente diversa, tipicamente britannica in quelle vesti che tanto sanno di carbone, mattoni e vita vissuta. Il silenzio al calar della sera con la nebbia a pelo del fiume sotto i portici dell’Albert Dock (come il nostro Porto Antico, il vecchio molo sul Mersey recuperato e restituito alla città), è la cartolina di una città affascinante e misteriosa.

    Fra i vapori che si alzano dai tombini, l’antica Victoria Street che di notte si trasforma in quartiere omosessuale, una fra le più grandi China Town in Europa e tantissimi locali, uno attaccato all’altro, praticamente tutti gratuiti. Nessun esborso all’ingresso chiunque ci sia a suonare. Quartetti jazz, cover band (in questo caso fra Beatles e Oasis gli amanti del genere avranno di che cantare…), blues, rock e disco club.

    Da non dimenticare il forte legame che esiste fra la città e la squadra di calcio, il Liverpool F.C. nella storica sede di Anfield Road, un vero e proprio tempio per tutti gli amanti del calcio.

    Il tutto condito da un dialetto strettissimo che rende la parlata di Liverpool unica in Inghilterra e da una cordialità spesso aiutata dalla birra, è vero, ma comunque decisamente piacevole e inaspettata per questa gente di porto, abituata ai modi duri e al sacrificio. E intanto laggiù, dalla riva del Mersey, l’antica torre dell’orologio sembra scandire le ore di un tempo chissà quanto lontano.

    Gabriele Serpe

  • Gibilterra, la penisola che non c’è

    Gibilterra, la penisola che non c’è

    GibilterraFinalmente si è fatta mattina, il peggio è passato, e ben presto rientreremo nel Mediterraneo. La calma dopo la mareggiata, una notte passata a fronteggiare un Oceano Atlantico un po’ arrabbiato (giravano voci fosse addirittura forza 9).

    Sono proprio curioso di visitare Gibilterra, mi ha sempre affascinato quel luogo oltre cui “il mondo finisce”, quella strisciolina di terra che si protrae verso l’Africa, quell’ultima punta d’Europa verso un’altra parte di mondo.

    Se il buon giorno si vede dal mattino, mi aspetto una meravigliosa giornata. Cielo limpido e sole caldo, seduti a poppa guardavamo lo spumeggiare del mare dietro di noi. Forse suggestionati dall’atmosfera, ci è sembrato di vedere anche qualche delfino saltare in lontananza, ma meglio non fidarsi troppo degli scherzi che può fare il cervello umano. Poco distanti, navi e navi di container ancorate in mezzo al mare, ferme ad aspettare chissà quale segnale… Una volta scesi un simpatico taxista ci ha fatto fare il giro di Gibilterra raccontandoci, in un inglese/italiano tutto suo, che in quella stretta e rocciosa lingua di terra convivono diverse razze (un paio di centinaia) e vengono professate innumerevoli religioni.

    Come prima cosa siamo passati sulla pista dell’aeroporto, che delimita la frontiera tra Spagna e Gran Bretagna. Già già, proprio sulla pista, che quando non ci sono atterraggi o decolli, viene attraversata da una strada divisa in tre parti, per i pedoni, per gli scooter e per le macchine… Credo proprio sarà una magnifica giornata. Dopo aver girato un po’ per il centro cittadino ci siamo diretti verso Punta Europa, il punto più meridionale di Gibilterra. Si tratta dell’unico faro gestito dall’Inghilterra al di fuori dal territorio britannico, dal quale, nonostante la compagnia poco piacevole di un vento fortissimo, si ha la possibilità di vedere Spagna e Africa lì, fianco a fianco.

    Poco dopo, saliti di qualche metro sopra il livello del mare, ecco apparire i primi macachi, scimmie bruttine… ma tutto sommato simpatiche! Secondo la credenza popolare il Regno Unito manterrà il possesso di Gibilterra sin quando continueranno ad essere presenti questi curiosi animali, fu proprio per questo motivo che nel 1942 Churchill ne ordinò il ripopolamento. Oggi sono stati addirittura  creati dei piccoli pozzi dove viene portato loro il cibo, che altrimenti non saprebbero come nutrirsi nella brulla Gibilterra.

    Consiglio vivamente la visita delle grotte scavate nella Rocca (l’unica montagna di Gibilterra) e sconsiglio ai deboli di cuore la conquista della cima (426 m). Il panorama è di quelli che gelano il fiato, la città di Gibilterra ad ovest, la costa africana a sud, la penisola iberica a nord ed il Mediterraneo ad est… ma è raggiungibile solo tramite funicolare e la piattaforma panoramica è posizionata sul “cucuzzolo della montagna”.

    Andrea Vagni

  • Madrid, dalla Gran Via al quartiere letterario

    Madrid, dalla Gran Via al quartiere letterario

    Madrid, SpagnaDopo aver respirato per qualche giorno l’aria madrilena, troppo poco per poter capire qualcosa di una grande citta’, l’impressione che si ha e’ quella di trovarsi ovunque e da nessuna parte.

    Madrid nell’immaginario comune puo’ perfettamente corrispondere al non-luogo: e’ una citta’ aperta, multietnica, multicolore e assolutamente imprecisa, gli orari non collimano con alcun fuso, eppure gli spagnoli non sembrano risentirne… Vi si respira tutta la Spagna, un cuore pulsante la cui storia incide molto sulla sua singolarita’.

    Fino agli anni ’50 la Spagna era un paese prevalentemente rurale, fu negli ultimi 50 anni che gran parte degli spagnoli si trasferirono in citta’, prevalentemente a Madrid; le loro origini, e cosi’ le tradizioni, erano radicate altrove, tuttavia ognuno porto’ con se un “pezzo” della sua storia e oggi, questa contaminazione, questo “melting pot” e’ palpabile in ogni strada della citta’.

    Dal caos della Gran Via ai piccoli caffe’ del quartiere letterario, dove amavano incontrarsi poeti e scrittori da tempi memorabili. A differenza di altre capitali, prese a modello dalle rispettive nazioni, la Spagna non si volge alla “Reale” con simpatia, certamente a causa degli strascichi della dittatura franchista, da cui si liberarono solo negli anni ’70. Nell’ideale di molti spagnoli, Madrid simboleggia ancora un potere illecito e tiranno legato alla figura di Franco.

    La peculiarita’ di Madrid e’ la sua stratificazione urbana, sociale e culturale, e’ in questo senso che puo’ essere definita “un caos molto ben organizzato” in cui tutti possono trovare il proprio posto e la propria dimensione. La mentalita’ spagnola e’ aperta, esula da ogni stereotipizzazione, l’intellettuale, il modaiolo, l’impiegato, il giovane… tutto e’ alla portata di tutti e la scelta e’ vasta.

    La “citta’” e’ vissuta al pieno delle sue potenzialita’, per tradizione e per cultura; la casa e’ il luogo in cui si dorme, molto lontana dalla concezione nordica di “focolare domestico”, come direbbe Ligabue “i ragazzi sono in giro”! Dal parco al museo, i madrileni tendono a stare all’aperto, addirittura nei quartieri meno turistici la strada diviene naturale estensione della casa, non e’ infatti difficile imbattersi in persone che chiacchierano o che giocano a carte sedute sul marciapiede, dipingendo un quadretto pressoche’ impensabile per una grande metropoli.

    Oltre che specchio del presente, i quartieri sono viva testimonianza di chi ne calco’ le strade nel passato: Lope de Vega, Cervantes e altri… vecchi manifesti sono rimasti affissi sui muri, raccontano storie di toreri, ballerine, storie di vite che si sono incontrate a Madrid!

    Azzardando una metafora culinaria: se la vacanziera Barcellona e’ cioccolato, Madrid e’ la pasta, una citta’ vissuta nel quotidiano, che non stanca mai! Non stupisce che un grande della letteratura del Novecento come Hemingway l’abbia eletta come sua preferita; con un piccolo sforzo d’immaginazione riusciamo ancora a vederlo nell’imponente grattacielo della Telefonica ad inviare le migliori cronache della guerra civile spagnola.

    Madrid e’ questo e molto altro, una citta’ proiettata nel futuro ma che fa tesoro del presente e del passato, una citta’ in cui risulta impossibile non trovarsi a proprio agio, la migliore delle ospiti invita immediatamente a comportarsi come a casa propria.

    Claudia Diaspro
    Video di Daniele Orlandi

  • La Bolivia e la capitale La Paz

    La Bolivia e la capitale La Paz

    La Paz, Bolivia
    Veduta di La Paz, Bolivia

    La Bolivia è la nazione più povera del Sud America, una delle più povere del mondo. Dalle nostre parti si conosce davvero poco di questo paese e di questa gente, un volo per l’Europa qui costa l’equivalente di un anno di stipendio e per questo non è facile incontrare e conoscere a Genova un boliviano…

    Eppure, nonostante le difficoltà e le ristrettezze, l’enorme disparità fra poveri e ricchi non è così netta come verrebbe facile immaginare (almeno in tutta la zona dell’altipiano, meno felice in questo senso la situazione nella parte amazzonica); i problemi di sicurezza che caratterizzano molte realtà vicine come il Messico, il Perù, il Brasile o la Colombia, in Bolivia sono di minore entità; le persone si dispongono civilmente in coda per salire sul bus (nulla a che vedere con l’Italia) e in città tutti i commercianti fanno le ricevute (nulla a che vedere con l’Italia); gli unici bambini che vedi per strada (almeno nelle strade cittadine…) sono quelli che tornano da scuola, con i loro grembiulini tutti uguali, e quelli ancora più piccoli che sono al seguito della mamma con la bancarella… Ah, dimenticavo: la Bolivia, specialmente La Paz, è un mercato a cielo aperto, tutti vendono qualcosa!

    La Paz è la capitale più alta del mondo, la parte bassa dove vive la popolazione più ricca (a differenza di quello a cui siamo abituati noi dove di solito i ricchi stanno in collina..) ha un’altezza sul livello del mare di circa 3200 metri. La parte alta di La Paz arriva a quasi 4000 metri, e le case (pochissime baracche, tutte costruite in mattone e naturalmente senza intonaco..) si inerpicano lungo la montagna. Vista dal basso La Paz è un enorme agglomerato di case all’interno di un canyon nella cui gola si distende la strada principale che divide in due la città.

    Mercato a cielo aperto, dicevamo… La bellezza della merce in mostra ed i prezzi molto bassi aiutano a non pensare alla fatica quando cammini per le salite della città, talvolta assai ripide. La cosa che può sorprendere è che, anche in alcuni alberghi per turisti, al mattino vengono servite foglie di coca insieme alla colazione, le quali vanno masticate molto per far uscire il principio attivo che devo dire essere molto utile contro l’altitudine.

    I problemi della Bolivia riguardano soprattutto la rete di trasporti, dai mezzi a privati a quelli pubblici passando per la ferrovia. I mezzi sono deteriorati e privi di manutenzione tanto che ogni viaggio necessita di una sosta per la riparazione da parte dell’autista di qualche componente! la condizione delle strade, certo, non aiuta. Spesso è necessario scendere dal pullman per aiutare l’autista a coprire buche che assomigliano a vere e proprie voragini…

    La cucina boliviana è semplice, ma il sapore dei prodotti della terra è più forte rispetto al nostro. La qualità della carne è quasi sempre elevata e da provare le tante zuppe naturali che vengono servite nelle locande, molto particolare il Chairo, la zuppa dell’altipiano andino preparata con patate essiccate al gelo. E infine.. beh la parte tutta dedicata agli occhi.

    La Bolivia non è, ovviamente, solo La Paz. Mi riferisco agli splendidi panorami del lago Titicaca e dell’isola del Sole, alla ‘Ciudad Blanca‘ Sucre (la prima capitale alla costituzione dello stato Boliviano) e alla città di Potosi, la più alta del mondo. Verso il confine con il Cile si trova il lago salato più grande del mondo (Salaar de Uyuni), il deserto, dove si raggiungono anche i 5000 metri sul livello del mare e, infine, proprio a ridosso del confine, la famosa Laguna Verde con il vulcano Licanbur sullo sfondo…

    Massimo Mancini

  • Mexico: da Oaxaca destinazione Zipolite

    Mexico: da Oaxaca destinazione Zipolite

    Spiaggia di Zipolite, Mexico
    La spiaggia di Zipolite, Mexico

    Non ho resistito alla tentazione, nonostante il fuso orario e le 12 ore di sonno in 4 giorni… Lui era lì fuori maestoso e urlante. Dovevo presentarmi al compagno che sentirò vicino ogni mattina dal mio terrazzo, colui che mi addormenterà ogni notte: l‘Oceano Pacifico.

    Sono arrivata al check in alle 5.30 del mattino destinazione Oaxaca con scalo a Citta’ del Messico. Sull’aereo il signore che mi siede accanto mi saluta con un sorriso, pensare che poche ore prima a Milano ho faticato a parlare con tutti… Erano immersi nelle guide turistiche pensando a come spendere le loro due settimane messicane in un villaggio turistico…

    Citta’ del Messico dall’alto mi lascia senza fiato… enorme, sembra bellissima, grattacieli che si elevano altissimi in una parte, mentre il resto della citta’ sembra ancora dormire, in modo ordinato e silenzioso.

    Oaxaca a mezzogiorno sfoggia un caldo assurdo, il sole sembra volerti cuocere. Prendiamo un taxi cumulativo, in 5, io  sul sedile davanti insieme a Johnny, il mio compagno di viaggio.

     

    Oaxaca, MexicoOaxaca e’ una citta’ coloniale, capoluogo della regione con il piu’ alto numero di indigeni; ascolto i bambini al mercato e mi rendo conto che non parlano spagnolo, bensi zapoteco! Quando chiediamo un’informazione, le persone non si limitano ad indicarci la strada, ma ci accompagnano, un po’ come a Genova quando i vecchini scappano perche’  credono che tu sia un incredibile cacciatore di taglie!

    Anche il pomeriggio fa molto caldo, ma noto tanta gente per strada, chi passeggia, chi parla, chi si bacia…tutto intorno alla fontana centrale. Ci fermiamo in parecchi bar, un litro di cuba libre o mojito costa 30 pesos, 1.40 euro…

    La sera nella piazza principale c’e’ uno spettacolo di danza, una banda suona e la gente balla,naturalmente noi ci buttiamo nella mischia facendo la nostra misera figura in mezzo a signori e signore di una certa eta’ eccellenti ballerini di bachata e salsa!

    La mattina seguente dovevo attraversare il Mexico per raggiungere Zipolite, quella che sara’ la mia casa per i prossimi tre mesi, li’ mi aspetta il Pacifico… Il viaggio, pero’, non e’ ancora terminato, ancora sei ore di pullman mi separano dalla meta, buona parte delle quali trascorse con la testa di un mexicano appoggiata sulla mia spalla, non mi andava di svegliarlo, dormiva cosi’ bene! Io intanto non avevo intenzione di chiudere occhio, forse perche’ il sedile era maledettamente scomodo, ma soprattutto perche’ volevo guardarmi intorno. Le strade mexicane sono tutte molto buie, raramente sono illuminate dai lampioni; per lunghi tratti questa era sterrata e tortuosa…

    Alzando gli occhi dal finestrino mi accorgo di una Luna incantevole, sembra strana e insolita, ha lo spicchio rivolto verso il basso, “al contrario” rispetto a come siamo abituati a vederla noi. Pur essendo calante, la sua luce illumina tutta la campagna e si sostituisce ai lampioni… Esce la bella Luna e “si scolora il mondo”, scriveva Leopardi.

    Veniamo fermati per un controllo, un soldato in tuta mimetica, passamontagna e mitra ordina all’autista di aprtire il bagaliaio, tutto ok e si riparte. Dopo sei ore arriviamo a Pochutla, e poi un altro taxi per raggiungere finalmente Zipolite. Ottocento abitanti per tre chilometri di spiaggia, negli anni sessanta Zipolite fu una delle piu’ importanti comunita’ hippies del mondo, si trasferirono qui migliaia di persone, soprattutto americani. Oggi sono nati alberghi e ristoranti, si sono trasferiti qui molti europei alla ricerca di nuova vita. Ad una prima occhiata sembra davvero bellissima!

    Mi ritrovo con un terrazzo vista oceano, due simpatici cani neri sotto casa e il vicino che alle 7 del mattino mi saluta con un sorriso a trentasei denti! Niente male come benvenuto… A questo punto sapete gia’ che non sono riuscita a resistere, che ho deciso di trascorrere le mie prime ore a Zipolite su questo terrazzo… Ed e’ proprio da qui che vi sto scrivendo, sono le otto ormai e il sole si sta alzando, inizia a fare caldo, ma nonostante sia sveglia da ventiquattro ore di dormire proprio non ne ho voglia… Avro’ tre mesi di tempo per chiudere gli occhi, ora voglio solo godermi questo “pacifico” spettacolo… finalmente.

    Valentina Sciutti

     

  • Croazia: Spalato, isola di Vis e baia Duboka

    Croazia: Spalato, isola di Vis e baia Duboka

    Spalato
    La città di Spalato in Croazia

    Arriviamo alle 6 del mattino, esausti e un po’ intristiti per gli insulti che abbiamo dovuto sopportare: sembra tutto il bus sia contro di noi, Mirko sostiene sia dovuto al suo accento serbo… d’altronde non sono passati molti anni dalla fine della guerra, la tensione è ancora forte e i serbi sono i più odiati.

    A Split (Spalato) fa caldissimo già alle prime ore dell’alba, poi la sera la temperatura si abbassa leggermente e il lungomare si riempie di artisti di strada. Il giorno dopo siamo sull’isola di Vis, nominata quest’anno dall’Unesco isola più bella del mondo… Fa impressione che fosse una base militare, addirittura pensare che in questi posti ci fosse la guerra, non si direbbe, se non fosse per l’astio che a volte si riscontra nei croati verso i serbi o nei montenegrini verso i croati. Vis è rimasta chiusa al turismo per più di 50anni e per questo è un gioiellino, conserva la sua bellezza naturale e selvatica. Baie e scorci mozzafiato, acqua cristallina, tradizionali case balcaniche di pietra grigia, distese di vite, frutta, alberi e ortaggi. Ci accampiamo nel giardino di un amico e facciamo il bagno al tramonto; bottiglia di vino e formaggio per godere di un cielo stellato limpidissimo dalle mura di una casa fantasma (chissà se bombardata o semplicemente abbandonata?).

    Lunghe camminate sotto il sole cocente per arrivare a minuscole baie nascoste e paradisiache, come Duboka; svegliarsi all’alba e fare il primo bagno nel silenzio del mattino con le suore che si affaccendano verso il monastero; raccogliere per strada prugne, more e fichi in una giornata di pioggia… Domenica sera si torna a Split. A cena non posso non sorridere alla esilarante traduzione del menù: pasta verde con conchiglie sarebbero gli spaghetti ai frutti di mare!

    Un altro viaggio notturno in bus: Split – Dubrovnik, partenza alle 2.30. Arriviamo alle 7. Vaghiamo per le strade ancora deserte della città vecchia, le stesse che in poche ore si colmeranno di turisti. Bagno e caffè (il caffè è buono in Croazia!). L’acqua è di un blu molto più scuro: ci stiamo infatti avvicinando al Montenegro, Crna Gora, vuol dire proprio monte nero, roccia scura.

    La stanchezza incombe, il caldo soffoca, mi addormento su una panchina e al risveglio mi ritrovo in una casa incredibile, scavata nella roccia a picco sul mare, stanze su livelli sfasati, labirinti di cunicoli, tutta in bianco e arredata da pezzi d’arte unici. Un pranzo delizioso imbandito sulla terrazza: cevapcici e pljeskavice (specialità locali di carne), punjene paprike, una specialità di origine turca fatta di peperoni ripieni di carne al sugo, pasta, insalata, e poi palacinki sa slatkim sirom (tipo crepes, di provenienza Austro-ungarica) e caffè turco. È la casa di Ja- goda Buic, un’artista ottantenne di una certa fama che lavora con tessuti e scenografie di teatro. Ci convince a restare la notte: come poter rifiutare spiaggia privata e camera con bagno tutta per noi dopo notti insonni su spiagge sassose e scomodissimi viaggi in bus?

    Morena Firpo

  • Bangkok: quattro giorni in Thailandia

    Bangkok: quattro giorni in Thailandia

    il mercato di BangkokGodo a dondolarmi in queste strade, alle cui intersezioni minori si scovano sempre anfratti pieni di attività: sozzi e neri banchi di frutta e verdura e bettole.

    Ogni giornata trascorsa a Bangkok assume un tema, nel giorno dei mercati di strada ho visto ghetti speziati e puzzolenti sarebbe più esatto, col tetto di eternit (amianto), che neppure potrebbero ambire a gareggiare col bazar di Istanbul dalle luci ammaliatrici, il budello stregato che trae il visitatore nel proprio stomaco come le Sirene traggono Ulisse alla deriva.

    Ma Chaina-town (anche qui) fa strabuzzare gli occhi: merci indicibili e tipi umani senza aggettivi… l’unica mia tentazione è stata una mela, una Nashi, sembra una mela, ma sa di pera, è tipica dell’estremo oriente (in Italia oggi la coltivano gli stessi coltivatori del kiwi), ma era più cara di quanto mi aspettassi, più che in Italia (una cosa genuina che una volta tanto volevo) e la donna al banco di frutta non conosceva l’inglese (incredibile, bellissimo, ma dove sono?).

    E’ l’eternità di questi bizzarri mercati che mi ha colpito. Essa è in quella vigoria salmastra; quella rituale, rozza industriosità; quella strenua ostentazione. Anche di fronte agli spettacoli raccapriccianti, cimiteri e galere di animali condannati a morte, alle straordinarie esposizioni delle rosticcerie che cucinano veramente tutto, il ribrezzo per la barbarie umana cede all’eccitazione suggerita dal fervore dell’uomo medesimo.  Le tartarughe e i pesci sono vivi nelle loro vaschette piene d’acqua e vivi finiranno in pentole d’acqua bollente: ingredienti principali di prelibati brodi.

    Credo che dovrò aspettarmi scene peggiori al mercato del fine settimana. ( Sarà un vero museo degli orrori). La curiosità mi rende predatore di questi luoghi, gironi infernali, e il loro fascino è indubbio ma macabramente disgustoso. Se non fossi profondamente ammaliato dalla vivacità del commercio, rifiuterei sicuramente di visitarli. ( Ma per cos’altro venire a Bangkok allora?)

    Girovago, mi fan sorridere i tanti sedicenti lavoratori, muratori, forze dell’ordine…che vedo sempre e costantemente, a qualsiasi ora passi loro davanti, seduti con una ciotola fra le mani; addirittura ho visto un militare che pescava. Qui sono tutti un po’ così, di faticare la voglia è poca, si fa tutto con calma, coi tempi che ognuno si sente; però, sempre sorridendo.

    Peccato la loro amicizia non sia mai disinteressata: mi è successo per giorni di fermarmi con una persona a chiacchierare. Sono loro a fermarti e ti “attaccano una enorme pezza”, partendo da impensabili loro passioni per l’Italia e/o altro, ti danno informazioni turistiche e alla fine ti guidano verso il loro negozio, ti chiedono se vuoi acquistare qualcosa. Vorrei avere un’altra faccia, una per ogni Paese straniero in cui vado, mai avere scritto sul volto: “ Turista! Albero della cuccagna!”.

    In quattro giorni, sbattendosi, di Bangkok si vede praticamente tutto quel che di notabile c’è da vedere. Io sono andato sempre a piedi, così osservando persone, incroci, crocicchi e quartieri, tanto da imparare la loro effettiva posizione, anche in relazione a tutto il resto: solo, così è mia idea, si può dire di conoscere una città, se realmente è sufficiente.

    A questo punto, quando hanno visitato la capitale, i turisti solitamente si spostano a sud, nelle sopraffine spiagge del Siam. Io sono rimasto a improvvisare alti sei giorni.

    Mi sono addentrato in vicoli, nei quali, forse, un turista non dovrebbe entrare. Un turista non vorrebbe vedere il dietro le quinte di tutto il tramestio delle strade principali, delle bancarelle che su quelle strade sono a suo servizio: i laboratori sporchi e spartani, privi di norme, dove fanno il ghiaccio, fanno tessuti…  li ho visti raccogliere l’acqua piovana, ah quanto mi piace la pioggia!

    L’acquazzone è piombato all’improvviso su di noi, tremendo, tropicale, tutta l’acqua del cielo si è riversata quaggiù e ha sciacquato ogni brusio, spezzato ogni attività… tutto è finito con la pioggia.

    Le strade ingombre di merci di Bangkok sono molto più piacevoli dell’acquitrinoso e turistico Floating Market (vedi note). Sui marciapiedi di queste strade centrali si aprono dei veri e propri mercatini al coperto (dal sole).

    Si potrebbe meditare l’ipotesi, pensavo, di trasferirsi da queste parti, non fa per me, ma chiunque fosse interessato, con 20.000 euro qui si è signori e si può vivere in una reggia. In questo Paese la benzina costa dai 25 ai 31 Bath, cioè dai 50 ai 60 centesimi; l’acqua e la frutta sono le uniche cose essenziali per vivere e abbondano. Per me è troppo caldo e non voglio essere un signore, per di più, l’ignoranza che questa gente ha dell’igiene e, soprattutto, dell’inquinamento, credo, alla lunga, metterebbe a repentaglio la salute di qualunque occidentale. È la loro povertà, questa ignoranza.

    Vivono ancora come in campagna, nella giungla, senza tener conto degli effetti nocivi dei fumi dell’industria e delle macchine, dello smog, della spazzatura, del petrolio e dei suoi derivati… Per fortuna ho smesso di fumare le mie Lucky Strike: sto vivendo da un mese nei luoghi più inquinati della terra!

    Ho studiato lo smog della città che, quando essa aspetta la pioggia e le nuvole grigie comprimono il cielo, è aggressivo e insostenibile sulla pelle che brucia.

    Mi dismaga vedere che sì tante sono le malformazioni in terra d’Asia: io che pensavo che le creature mostruose appartenessero al mito e nascessero dalla fantasia di grandi fautori di storie, scopro queste creature esistere davvero, nei luoghi esotici di cui narrano le fiabe e le novelle.

    Ed è incredibile guardare quello che gli abitanti di questa città sanno fare: sono una catena di montaggio, in ogni quartiere si sviluppa un mestiere, in ognuno un diverso settore delle riparazioni e del recupero, dai miocrocip, al legno, alle stoffe.

    Recandomi al mercato di fine settimana di Chatuchak sento i lamenti degli animali. Al mercato trovo lo scempio che mi aspettavo: oltre vestiti, oggetti e cineserie, animali la cui visione è straziante. La grande tartaruga lasciata riversa sul guscio perché non scappi la dice lunga; e pesci, serpenti, ancora tartarughe; pappagalli e uccelli; cani, che pena i cagnolini che guaiscono nelle gabbiette, come i loro vicini galli, pulcini e galline. Ho visto, persino, vendere un piccolo coccodrillo, per 30 euro messo in una scatola di cartone, come una gallina appunto! E quando crescerà? Compreranno una scatola più grande?

    Mi piace studiare le abitudini, gli usi e i costumi, che a scuola mi annoiavano, dei miei ospiti, ma questa è gente spietata: non c’è alcun riguardo della sofferenza animale, veramente una cultura di altri tempi. Li si vede persino tenere scoiattolini (o simili roditori) piccoli, grandi, anche appena nati, legati a cordicelle, dentro a gabbiette o in braccio a ciondolare come pupazzetti, come giocattoli da tenere in bella vista. C’erano al mercato di Bangkok anche ragni schifosi, di quelli grossi e pelosi; vendevano disgustosi vermi (non so per quale uso); enormi scarabei (come i nostri cervi volanti, ma giganti) aspettavano un nuovo padrone.

    Addio Bangkok.

    Walter Firpo

    NOTE:

    Noodle soup: la versione vegetariana non è un gran piatto. Aroma dolciastro, piccantissima, e legnosa. Avevo intuito la predilezione per i sapori dolci da parte dei thailandesi, ma mi aspettavo qualcosa di diverso. Meglio le nostre minestre. Oltretutto, questa pietanza ustiona la bocca e fa gocciolare tantissimo il naso e non è insolito vedere thailandesi seduti a mangiare con il fazzoletto al naso.

    Pad thai: pietanza molto appetitosa. È veloce economica, si trova ovunque per strada e ce ne sono diverse varietà( ottima quella col tofu). Non è un piatto leggerissimo, è piuttosto unto.

    Floating Market: Il Mercato sull’Acqua (Floating Market) mi ha deluso, in parte, anche per colpa mia, che, ammetto, non mi sono voluto permettere la barchetta a fondo piatto a remo che mi avrebbe consentito di penetrare più a fondo i canali, senza quella si vede poco, costeggiando il canale sulla banchina; in massima parte la delusione è dovuta, però, alla commercializzazione di questo sito, spudoratamente turistico dove tutto costa il doppio e per di più si viene lasciati nelle condizioni di non poter rinunciare a nulla: la barchetta appunto, una bibita, l’ingresso al negozio dei serpenti.

    Non peraltro, questo mercato è aperto ai turisti solo nel fine settimana e non ne rimane nulla: solo due canaletti sono attivi, attorno alla piattaforma sulla quale sono chioschi e bancarelle (persino il bagno si paga). Come al solito, l’agenzia turistica rifila una bella fregatura a tutti, omettendo di riferire certi particolari: una barca c’è compresa nel biglietto, ma non quella per circolare tra le barchette degli ambulanti, bensì un inutile traghetto dal punto dove si ferma il mini-bus alla piattaforma; il bello è che il mini-bus può arrivare dietro la piattaforma e lì ti viene a prendere.

    In quel tratto d’acque si vede una scimmia, legata, poveretta, a un albero, come un cane da guardia. E poi, c’è il discorso del negozio di serpenti (le cui cose che avrei potuto vedere lì le ho viste al grande mercato di fine settimana in città, insieme a molte altre cose stupefacenti) il cui costo di ingresso è 200Bath, e ti ci portano anche se ti fan schifo i serpenti e comunque, devi stare ad aspettare che chi della comitiva è entrato finisca il suo tour tra gabbie e vetrine. Certo, è intrigante il grande coccodrillo che anche senza entrare si scorge dietro le vetrine dei serpenti all’ingresso, il biglietto di presentazione, ma…non ne vale la pena; non perché 200Bath siano 4Euro, ma perché in Thailandia con 150Bath ci compri 5kg di riso; 10ciotole di noodle soup al “ristorante”; 20 bibite rinfrescanti; ci vivi qualche giorno!

    La sensazione che ho avvertita su di me e negli occhi degli altri sventurati, tenutisi all’esterno del negozio di serpenti, ognuno per i propri motivi, e di essere considerato dagli agenti turistici e dai Thailandesi tutti alla stregua di una bestia, non c’è umanità nel modo in cui ci hanno trattato, solo una fonte di guadagno da succhiare fino all’osso.

    Qualche informazione è bene darla comunque, il Mercato Fluttuante è stato adibito dai cinesi 75anni fa. I cinesi scesero dalla Cina direttamente attraverso i canali; si trova a un’ora da Bangkok e ho già detto è aperto ai turisti solo il sabato e la domenica (non credo il venerdì)  dalle 7:00a.m. alle 12:00a.m.

    Oltre a quanto detto fino ad ora, mi sembra corretto ricordare anche la tristezza che imprime pensare alle persone che in quelle palafitte fluttuanti ci vivono realmente  365 giorni l’anno. Inoltre ho assaggiato una bevanda che non so, mi incuriosiva: potevano essere vermi, aveva un retrogusto lontanissimo di liquirizia, credo fossero alghe;  ma, dopo un quarto di bicchiere, l’eccessiva dolcezza e la sensazione raccapricciante di quella roba viscida che passa in bocca e in gola, mi hanno messo la nausea e, nonostante gli sforzi e il rammarico, non ho potuto non gettarla, molto più assetato di prima e assurdamente accalorato (poiché probabilmente era anche molto calorica).