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  • “Attacco alla città”: i progetti calati dall’alto e la risposta dei comitati. Il viaggio tra i quartieri che non si piegano

    “Attacco alla città”: i progetti calati dall’alto e la risposta dei comitati. Il viaggio tra i quartieri che non si piegano

    Risale agli anni Ottanta l’acronimo NIMBY (Not In My Backyard, “non nel mio cortile”), coniato nell’ambito politico conservatore britannico e da allora ciclicamente utilizzato dal potere per bollare e liquidare le lotte dei cittadini e delle comunità contro grandi opere altamente impattanti su territorio, salute, qualità della vita. Secondo il Nimby Forum, osservatorio permanente che gestisce l’unico database italiano delle opere pubbliche contestate (patrocinato da Commissione Europea, Ministero dell’Ambiente e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) erano 317 le opere contestate nel nostro Paese nel periodo 2017-2018 (a cui risale l’ultima edizione del rapporto, sicuramente oggi in crescita), principalmente nel settore energetico (57%), ma anche impianti per il trattamento dei rifiuti (36%) e infrastrutture (6%).

     Nonostante esista anche una direttiva comunitaria (2001/42/CE) che invita gli amministratori a consultare e ragguagliare preventivamente i cittadini nel caso di interventi a grande impatto ambientale, in Italia la progettazione partecipata è quasi completamente assente e le cosiddette fasi di consultazione pubblica solitamente avvengono già in uno stadio avanzato di sviluppo dei progetti. Non è difficile, quindi, intuire come mai le comunità si sentano sempre di più estromesse dalle decisioni che le riguardano e tendenzialmente non accolgano a braccia aperte progetti imposti dall’alto, che nella maggior parte dei casi stravolgono completamente il territorio e spesso mostrano non poche criticità per la salute e l’ambiente.

    Ma cosa succede se il “cortile” da difendere raggiunge le dimensioni di una città di seicentomila abitanti e oltre duecento chilometri quadrati di superficie?

    È quello che sembra stia succedendo a Genova, dove negli ultimi due anni le maxi-opere contestate sono almeno raddoppiate rispetto agli anni precedenti e contestualmente sono nate, con una frequenza quasi quotidiana, decine di comitati, ovvero gruppi di cittadine e cittadini che si coalizzano ed organizzano per ostacolare tali progetti. Se per qualcuno l’effetto NIMBY sarebbe addirittura una “sindrome”, da trattare come una sorta di patologia che colpisce gli abitanti poco entusiasti e lungimiranti, dobbiamo allora prendere atto che la nostra città è indubbiamente “malata”. Ma non si può certo incolpare il termometro se sale la febbre: per questo motivo ci pare utile provare a capire le cause di un fenomeno del tutto peculiare e meritevole di attenzione. 

     

     

    Il nostro viaggio comincia nella zona di Principe, dove Maura Olmi – “cittadina attiva”, come ama definirsi – ha fondato nel 2022 insieme ad altre quattro donne il Comitato Giardini Malinverni, con l’intento di riqualificare e restituire alla comunità l’omonimo parco pubblico abbandonato da anni. Il suo comitato in poco tempo è riuscito a sottoscrivere un patto di collaborazione con il Municipio Centro Est per la gestione dello spazio e ad oggi si occupa di effettuare regolarmente, a titolo puramente volontario, la pulizia dei giardini: una formula, questa, che purtroppo è diventata prassi frequente a Genova, vista la progressiva decadenza di Aster e dell’operato del Comune nella manutenzione del verde, come testimoniano le ormai quotidiane denunce di alberi brutalmente tagliati o direttamente eliminati e poi sostituiti con esemplari di specie più piccole, più economiche e meno bisognose di cure, che però non garantiscono né all’ambiente circostante né alle persone che lo abitano lo stesso apporto benefico. Ma Maura è anche una storica attivista del quartiere del Lagaccio, dove ha preso parte fin dal maggio 2022 alle assemblee degli abitanti che si riuniscono regolarmente contro il contestatissimo progetto della Funivia di Forte Begato. Il nucleo del Comitato “Con i piedi per terra” è composto da sette persone che nel maggio 2023 hanno effettuato, insieme a Legambiente, ricorso al TAR contro il provvedimento di non assoggettamento alla Via (Valutazione di Impatto Ambientale) del progetto. Maura ci racconta l’enorme lavoro che questo gruppo di abitanti, a maggioranza femminile, sta effettuando da ormai quasi due anni per informare non solo il quartiere interessato, ma tutta la città: dall’elaborazione di render affidata ad esperti, alla partecipazione alle Commissioni Consiliari, dall’organizzazione costante di presidi e manifestazioni fino alla proposta alternativa di prolungamento della Cremagliera di Granarolo. Un lavoro reso faticoso non solo dal difficile dialogo con l’Amministrazione, ma anche dalle complessità del quartiere: «Il Lagaccio conta dodicimila abitanti, ma all’ultima manifestazione contro la funivia erano presenti trecento persone, di cui solo una minoranza residenti nel quartiere. La comunità del Lagaccio è arrabbiata, disillusa, ma soprattutto è stata disgregata: senza negozi, né bar, né servizi, non esiste più una vita di quartiere, che ormai viene vissuto come soluzione di passaggio in cerca di sistemazione migliore.» Inoltre, a complicare il tutto, sembra stiano circolando nella zona voci di corridoio riguardanti una presunta possibilità di indennizzi, come avvenuto per il Ponte Morandi. Voci che al momento non trovano nessuna conferma, ma senz’altro dissuadono la popolazione dal prendere iniziative. Ciò che si sa per certo è che finora non è stata prevista alcuna compensazione per le abitazioni che saranno sorvolate dal futuro impianto e che si troveranno accerchiate da tralicci alti sessanta metri. La domanda sorge spontanea: come sono rappresentati gli interessi di questi cittadini in sede politica? Se la maggioranza di Bucci è ovviamente compatta nel difendere il progetto, l’opposizione come si comporta?

    «Ho partecipato personalmente ad alcune Commissioni Consiliari» – precisa Maura –  «e purtroppo ho constatato una grande spaccatura interna alla minoranza che impedisce, di fatto, qualsiasi azione di contrasto ai piani della Giunta. L’impressione che ne ho ricavato da cittadina è stata molto deludente, sembra che prevalga l’interesse del partito e dei singoli, rispetto alla volontà di trovare una sintesi che permetta di unirsi contro progetti, come quello della Funivia, che i cittadini non vogliono.» 

     

    Attraversiamo la città in direzione Est e arriviamo nel quartiere di Staglieno, dove Gabriella Rabagliati nel 2021 ha fondato il Comitato Cittadini Banchelle, nato per opporsi al progetto del nuovo impianto crematorio. Un progetto, tanto per cominciare, portato a conoscenza dei cittadini con una presentazione effettuata online per via delle restrizioni imposte nel periodo pandemico. Gabriella riferisce come la prima difficoltà degli abitanti sia stata proprio quella di accedere alle informazioni basilari: in quell’occasione non venne comunicato, infatti, né il punto esatto in cui si intendeva collocare l’impianto, né i dati relativi ad un presunto aumento della domanda di cremazioni tale da giustificare la necessità di un secondo impianto, oltre a quello già esistente.

    Il comitato ha quindi svolto innanzitutto un’opera di ricerca di informazioni e successivamente di divulgazione agli abitanti, che «nella maggior parte dei casi o non conoscono il progetto» – ci dice Gabriella – “oppure faticano anche a capire che non si tratta di ristrutturare o ampliare l’attuale tempio di cremazione, ma di un costruirne uno ex-novo.»

    I componenti del comitato hanno iniziato a partecipare alle Commissioni comunali e regionali, stimolando la creazione di un tavolo di lavoro nel 2022, con il coinvolgimento di Regione, Comune ed enti competenti, visto che fino ad allora non esisteva un piano di coordinamento degli impianti a livello regionale. 

    Nel luglio 2023 il comitato riesce finalmente ad ottenere, tramite il Difensore Civico, i dati sulle cremazioni attualmente effettuate in Liguria e sulla capacità degli impianti esistenti, dati da cui emerge che l’impianto genovese So.Crem ha una capacità che va dalle quattordicimila alle sedicimila cremazioni all’anno, a fronte di una mortalità su Genova e città metropolitana che si aggira tra le novemila e le diecimila unità all’anno (dati Istat). Questo significa che l’impianto esistente è già in grado di soddisfare abbondantemente la domanda di cremazioni, considerando che il numero dei decessi non coincide con quello delle cremazioni, visto che non tutti usufruiscono di questo servizio.

    «Ci chiediamo da dove nasca la necessità di un secondo impianto. Saremmo l’unico caso in tutta Italia ad avere due impianti distinti di cremazione nello stesso cimitero, con ben sette forni» –  prosegue Gabriella – «Trattandosi di una concessione ad un privato, che quindi deve generare profitto, sorge il dubbio che vi sia l’intenzione di importare salme da fuori regione.» Dettaglio piuttosto preoccupante, questo, visto che una sentenza del Consiglio di Stato del 2022 definisce gli impianti di cremazione “industrie insalubri di prima classe”. 

    Il 29 settembre 2023 è stata convocata la Conferenza dei servizi decisoria, a cui ha partecipato anche il Comitato Banchelle presentando, grazie al supporto di un team di esperti, una relazione ambientale e una relazione geologica: sì, perché come se non bastasse, il punto individuato per collocare il nuovo impianto si troverebbe al di sotto di una frana attiva. 

    Purtroppo, è notizia di pochi giorni fa, la Conferenza si è chiusa con l’approvazione del progetto, seppur con una serie di prescrizioni. L’amministrazione comunale, quindi, può procedere e ha tutta l’intenzione di farlo nonostante tutte le criticità evidenziate. «Ci aspettavamo questo esito»  – si rammarica Gabriella – «Da parte del Comune non c’è stato nessun ascolto e abbiamo riscontrato una certa opacità sui numeri: il vicesindaco Piciocchi durante un’interrogazione avvenuta lo scorso dicembre ha parlato di “aumento percentuale delle cremazioni”, senza però quantificarle e senza dire che, parallelamente, i decessi sono invece diminuiti.» L’aumento percentuale della domanda di cremazioni è un argomento tendenzioso perché, da solo, non giustifica nulla: come già detto, l’impianto esistente è già in grado di soddisfare il doppio delle cremazioni attualmente effettuate. 

    Il comitato sta valutando con i propri tecnici l’eventualità di un ricorso al TAR, o di altre azioni legali, naturalmente a proprie spese. Curiosamente, soltanto il 26 dicembre 2023, dopo oltre due anni dall’annuncio del progetto e nel pieno delle festività natalizie, è stato pubblicato sull’Albo Pretorio l’affidamento di un incarico di studio di pericolosità geologica, che sembrerebbe quindi recepire gli stimoli forniti dai cittadini. Ma fuori tempo massimo.  

     

     

    Rimaniamo in Val Bisagno, dove incontriamo Raffaella Capponi, fondatrice del Comitato Via Vecchia e strade limitrofe, nato nel 2022 per opporsi al progetto Superbus-4 assi, che prevede la demolizione e ricostruzione della rimessa di Gavette e della storica rimessa di Amt di via Bobbio, quest’ultima accompagnata dalla costruzione ex novo di un parcheggio di interscambio oltre all’esproprio e alla demolizione di ben cinque civici. 

    Anche in questo caso, un progetto gravoso e impattante, che andrà a condizionare pesantemente – addirittura con espropri – la vita delle persone, che non ha visto alcun confronto della Giunta né con il Municipio né con i consiglieri comunali, né tantomeno con i cittadini che – ci racconta Raffaella – hanno scoperto casualmente l’esistenza del progetto grazie ad un annuncio su una radio locale. 

    Questo gruppo di abitanti, però, ha scelto di non occuparsi solamente del proprio problema locale, intuendo che la condivisione dello stesso disagio con altri cittadini colpiti in diverse zone della città potesse essere una strada utile per contrastare con più coesione e forza i progetti e le  modalità “autoritarie” messe in atto dagli amministratori. Nasce così, nel maggio 2022, la Rete genovese (di cui Raffaella è portavoce), che nel giro di due anni raddoppia, da venti a quaranta, il numero dei comitati aderenti, a cui si aggiungono anche associazioni e organizzazione, come la giovane Extinction Rebellion

    «Se per sua natura il comitato è autoreferenziale, perché nasce per affrontare uno specifico problema di uno specifico territorio, la crescita a cui abbiamo assistito in questi anni è sicuramente sintomo di un problema più ampio, diffuso su tutta la città, che porta i gruppi ad unirsi superando le differenze per avere più voce e più peso nel confronto con le istituzioni.» – racconta Raffaella – «Le nostre storie sono tutte simili, siamo tutti abitanti che si sono ritrovati da un giorno all’altro a subire un progetto calato dall’altro, di cui si scopre l’esistenza a cose fatte e che viene tenuto sottotraccia per far sapere il meno possibile.»

    I comitati della Rete genovese si incontrano mensilmente per confrontarsi, coordinare azioni comuni, elaborare progetti. Organizzano assemblee pubbliche, presidi, attività di ufficio stampa per arrivare ai media locali e nazionali. Attivano una serie di professionisti che prestano la loro opera gratuitamente in solidarietà alla causa. La Rete supporta le manifestazioni dei singoli gruppi e parallelamente organizza manifestazione unitarie: all’ultima, svoltasi a Genova il 16 dicembre 2023, si è unito anche il Coordinamento Comitati del Ponente e il movimento contro il rigassificatore di Savona.

     

    L’unione fa la forza

     

    Insomma, per tornare a bomba, quello che sta succedendo ha tutta l’aria di non essere riducibile a una questione di “cortile”, ma un fenomeno ben più complesso, che investe l’intera città e sembra destinato ad allargarsi oltre i suoi confini, gettando forse i presupposti per un movimento d’opinione capace di mettere in discussione l’attuale classe dirigente e il suo modus operandi.

    Ciò che pare estremamente interessante è che pressoché ognuno di questi gruppi, sovente accusati di immobilismo e dileggiati anche da certa stampa come “comitati del no a prescindere”, ha invece elaborato e proposto un’idea alternativa al progetto contestato, gravandosi tra l’altro di un lavoro oneroso che non dovrebbe essere a carico della buona volontà dei cittadini. Al contrario di ciò che avviene nei Consigli comunali e regionali, dove gli esponenti delle opposizioni fino ad oggi si sono limitati a dei no ideologici, oltretutto con spaccature e divisioni all’interno delle minoranze. Quello che invece i comitati genovesi hanno capito è che la frammentazione è inutile e dannosa: i controversi piani delle attuali amministrazioni sono talmente numerosi e generosamente distribuiti su tutto il territorio che rappresentano quello che viene percepito come un autentico attacco alla città, al quale è tempo di rispondere in maniera compatta e coesa. Innanzitutto elaborando ciò che fino ad oggi è mancato da parte delle opposizioni: una propria progettualità autonoma, che non si limiti a generiche dichiarazioni d’intenti, ma che sia concreta, aderente alla realtà, radicata nei territori e suggerita da chi li abita. Praticando quell’ascolto umile e a servizio della comunità che dovrebbe essere il pane quotidiano di chi fa politica e amministra la cosa pubblica, è proprio a partire dalle attività dei comitati, dalle loro proposte e dai loro progetti, che può nascere oggi una vera e percorribile visione alternativa di città.


    Emanuela Risso

     

  • Rallenatare o punire? Regione Liguria “bacchetta” la distrazione di ciclisti e pedoni, le associazioni chiedono la città a 30 all’ora

    Rallenatare o punire? Regione Liguria “bacchetta” la distrazione di ciclisti e pedoni, le associazioni chiedono la città a 30 all’ora

    Una ragazza guida una bicicletta. Avanza lentamente in quello che sembrerebbe un parco, un po’ a zig zag. Con una mano regge il manubrio, con l’altra il cellulare, a cui dedica evidentemente la propria attenzione. Dopo pochi secondi lo schermo si oscura e si sente il rumore di uno schianto. Appare una scritta: Non è stato un incidente. 

    La breve clip fa parte di una campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale della Regione Liguria lanciata lo scorso 20 ottobre. La campagna è rivolta soprattutto ai giovani e mira a stigmatizzare comportamenti pericolosi tenuti dai vari utenti della strada, in particolare le distrazioni che possono causare incidenti.

    Ma non tutti hanno apprezzato. La consigliera regionale di opposizione Selene Candia (Lista Sansa) parla senza mezzi termini di una campagna che “Colpevolizza le vittimee annuncia un’interrogazione sul tema in Consiglio Regionale. Un gruppo di associazioni di ciclisti e pedoni impegnate nella mobilità sostenibile ha scrittoal presidente di Regione Giovanni Toti. Non possiamo che rimanere sconcertati e perplessi – si legge nella lettera – da una campagna che mette sullo stesso piano le vittime della INsicurezza stradale, con quelli che abitualmente ne sono i responsabili”.

    La lettera è firmata dalle associazioni tRiciclo – Bimbi A basso Impatto, Genova Ciclabile, FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) Genova, Famiglie Senz’Auto e Cittadini Sostenibili. Nel testo si dicono d’accordo con la necessità di sollecitare l’attenzione di pedoni e ciclisti e con il nome della campagna, “Non è stato un incidente”, che evidenzia correttamente come gli sconti stradali non siano mai frutto del caso ma di una precisa cultura stradale. 

    Le associazioni contestano però che i comportamenti scorretti dell’utenza “debole” della strada (ciclisti e pedoni) siano equiparati a quelli dei “veri responsabili dell’insicurezza stradale”, cioè “automobili, camion e ciclomotori” che “occupano tutti gli spazi disponibili, anche quelli riservati alle persone”.  Regione Liguria ha pubblicato tre video legati alla campagna: quello già descritto della ragazza in bicicletta, uno dove viene investito un ragazzo che attraversa la strada senza guardare, correndo e ascoltando la musica dalle cuffiette e un terzo dove è un automobilista a distrarsi e provocare un incidente guardando il cellulare mentre guida.

    I numeri

    Nell’ultima parte dei video della campagna della Regione compare un dato: Il 30,2% degli incidenti stradali causati da giovani è dovuto alla distrazione. 

    La percentuale è estrapolata da un report della Polizia Stradale riferito al periodo gennaio – agosto 2023 sugli incidenti contestati a conducenti di età tra i 18 e i 24 anni. Per questa fascia d’età, la distrazione al volante causa ad oggi più incidenti dell’alta velocità (27,1%), e molti più del mancato rispetto della distanza di sicurezza (12,1%) o dell’alterazione psico-fisica dovuta a alcol, droga o sonno (6,4%).   

    “Un dato significativo – ha commentato l’assessora regionali alle politiche giovanili Simona Ferro nel presentare della campagna – che conferma la necessità di sensibilizzare i ragazzi sul rispetto del codice stradale e delle generali norme di buona condotta sia quando si è alla guida di qualsiasi veicolo sia quando ci si sposta a piedi”. Se la campagna della Regione si rivolge a tutti gli utenti della strada, lo studio della Polizia Stradale si riferisce però soltanto alla distrazione dei conducenti. Almeno per quel che riguarda i pedoni, quel 30,2% di incidenti causati alla “distrazione” è quindi fuorviante. 

    Non è chiaro se in quella percentuale siano inclusi anche gli incidenti causati da bici e monopattini elettrici. Ammesso che lo siano, secondo l’Istat nel 2022 gli incidenti in cui sono stati coinvolti almeno una bicicletta (elettrica o non) o un monopattino elettrico sono stati in tutto poco più di 20 mila, per un totale di 331 vittime e tre pedoni deceduti. Si tratta di numeri in crescita rispetto agli anni scorsi, a causa della sempre maggior diffusione di questo tipo di mezzi. Ma è pur sempre una piccola percentuale rispetto al totale degli incidenti stradali con lesioni a persone che (sempre secondo l’Istat) nel 2022 sono stati 165.889, con 3.159 vittime e 223.475 feriti. In altre parole, gli incidenti in cui sono coinvolti biciclette o monopattini (anche come vittime) nel 2022 sono stati circa il 12% degli incidenti stradali complessivi.

    Numeri che sembrerebbero dare ragione alle associazioni e smentire l’equivalenza tra pedoni, ciclisti e automobilisti che la campagna della Regione sembra suggerire. Gli incidenti tra mezzi a motore sono più frequenti. E più letali.

    Il quadro europeo, nazionale e locale

    Rispetto ai primi anni del nuovo millennio, in Europa di incidenti stradali si muore molto meno. Se nel 2001 51.400 persone hanno trovato la morte sulle strade europee (fonte CARE – EU database on Road Crashes), il numero si era già ridotto a 28.730 nel 2011. Negli anni successivi il numero delle vittime è continuato a calare (anche se per forza di cose a ritmo meno sostenuto) fino al crollo del 2020, quando le vittime sono state 18.835 rispetto alle 22.756 dell’anno precedente

    Nell 2020 la mobilità è stata però fortemente limitata a causa dei lockdown e delle altre misure restrittive per il contrasto alla pandemia di Covid-19. Nel 2021 le vittime della strada tornavano infatti ad essere 19.917 e nel 2022 si è tornati oltre quota 20mila morti: 20.669 (dati dell’European Transport Safety Council). Un trend tornado quindi in crescita e poco incoraggiante rispetto agli obiettivi della Commisisone Europea, che con la strategia “Vision Zerovorrebbe dimezzare il numero di vittime della strada rispetto al 2019 entro il 2030 e arrivare il più vicino possibile agli zero morti per le strade entro il 2050.

    In Italia, invece, secondo i dati Istat nel 2022 sono morte in incidenti stradali 53,6 persone ogni milione di abitanti, contro una media UE di 46,3. Il dato colloca l’Italia in un poco invidiabile diciannovesimo posto per tasso di mortalità stradale, in una classifica dove al primo posto c’è la Svezia con 21,7 morti ogni milione di abitanti e all’ultimo la Romania con 85,8. Nel 2022, del resto, le vittime di incidenti stradali in Italia sono aumentate del 9,9%, mentre nell’Unione europea nel suo complesso l’aumento è stato del 3,7%.

    In un Paese in cui per incidente stradale si muore tanto (almeno per gli standard europei), la Liguria ha numeri incoraggianti rispetto ad altre Regioni. Il tasso di mortalità è di 3,8 morti di incidente stradale ogni 100.000 abitanti (in Italia la media è del 5,4) e tra il 2021 e il 2022 il numero di vittime è calato del 10,9%, da 64 a 57. In parziale controtendenza il dato su Genova, che con 3.910 incidenti nel 2022 è il grande Comune con più incidenti rispetto alla popolazione. Il tasso di mortalità (4,2 morti di incidente stradale ogni 100.000 abitanti) è però in linea con la media dei grandi Comuni italiani.

    Possibili soluzioni e la “rivoluzione” città 30

    Nella lettera indirizzata al presidente Toti, le associazioni propongono alcune soluzioni. Alcune, come l’installazione di più dissuasori, l’eliminazione della sosta e il restringimento della carreggiata prima degli attraversamenti, sono circostanziate. Altre sono più politiche, e chiedono a chi governa lo sforzo di ripensare la mobilità a livello di sistema. Rafforzamento del trasporto pubblico per renderlo sempre più un’alternativa possibile all’uso dell’auto privata. “Città 30”, ovvero lo stabilimento di un limite di velocità di 30 chilometri orari nelle zone urbane.

    Bciciletta in cittàQuest’ultima misura, in particolare, è supportata anche dalla consigliera regionale Selene Candia: “I numeri parlano chiaro – dice essere investiti da un auto a 30 all’ora è come cadere dal primo piano: 9 volte su 10 ti salvi. Essere investiti da un auto a 50 chilometri orari e oltre è come cadere dal terzo piano: 8 volte su 10 si rischia di morire. In Danimarca le ‘Città 30’ hanno ridotto gli scontri sino all’88% – conclude Candia – un risultato eccezionale che possiamo ottenere anche in Liguria prendendo spunto dalle sperimentazioni già in atto a Milano e Bologna”.

    Nel caso di Bologna il riferimento è a “Bologna città 30”, il progetto lanciato dalla giunta del sindaco Matteo Lepore a partire dall’1 luglio di quest’anno. Il capoluogo dell’Emilia-Romagna è la prima grande città italiana a introdurre un limite di 30 chilometri orari su praticamente l’intero territorio comunale. In assoluto, la prima città a introdurre la misura in Italia è stata però Olbia, dove il limite di 30 chilometri orari è in vigore già da giugno del 2021. 

    Chi supporta la misura menziona spesso diversi effetti positivi, che vanno anche oltre agli intuitivi effetti positivi sulla sicurezza di cui parla la consigliera Candia. Oltre a rendere più facilmente evitabili e meno letali gli impatti tra mezzi a motore e pedoni o ciclisti, la scelta di imporre un limite di velocità più basso porta a meno emissioni inquinanti e meno inquinamento acustico. Il sito di Bologna città 30 menziona anche effetti positivi per la socialità e l’economia locale: “Moderare la velocità e migliorare la qualità dello spazio pubblico, con marciapiedi più larghi, sedute e verde – si legge – può rendere le strade più sicure, tranquille e piacevoli, incoraggiando prima di tutto gli abitanti a passeggiare, incontrarsi e trascorrere più tempo all’aperto, frequentare maggiormente i negozi e le attività del proprio quartiere. Anche i visitatori della città e i cittadini che si spostano in bicicletta o in scooter sono più propensi a fermarsi per fare acquisti, cenare o visitare attrazioni turistiche. Un maggiore afflusso di pedoni può portare a un aumento delle opportunità di vendita per i negozi e le attività locali, favorendo una maggiore vitalità economica diffusa in tutta la città e non solo in centro.

    Tra le righe si legge la volontà politica di democratizzazione degli spazi pubblici. Dopo decenni in cui le città sono state spesso pensate per lo spostamento delle automobili, parte dell’opinione pubblica e della politica chiede di ripensare le città a misura di quella che viene definita “utenza debole” della strada: ciclisti e pedoni, in particolare bambini e anziani. Quelli che, in genere, in uno scontro stradale con un’automobile hanno la peggio. Si tratta di un cambiamento che parte dall’urbanistica per diventare rapidamente politico, persino culturale. Perché va a smontare idee e comportamenti consolidati da decenni. Un cambiamento che non tutti condividono.    

    Lo scontro politico e culturale sullo spazio urbano

    Il fatto che la prima Città30 in Italia sia stata Olbia è una piccola anomalia politica. Sindaco di Olbia è infatti, dal 2016, Settimo Nizzi, di Forza Italia. Oltre al limite di 30 chilometri orari la sua giunta ha introdotto altri cambiamenti a favore di ciclisti e pedoni che in pochi anni hanno trasformato la mobilità del Comune. In Italia e in Europa, però,molti esponenti di forze politiche vicine a quella di Nuzzi hanno posizioni diverse. 

    Lo scorso settembre, il Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha detto che un limite di 30 chilometri orari in città “non ha senso”  e si è detto favorevole a una sua introduzione solo in zone particolari come nei pressi di scuole e ospedali. Da quando è Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Meloni, sul fronte della sicurezza stradale il leader leghista si è mostrato più propenso alla sanzione di comportamenti individuali che alla ricerca di soluzioni strutturali e innovative che comportino un ripensamento della mobilità urbana. 

    In particolare, Salvini sembra ritenere prioritaria la tolleranza zero per chi si mette alla guida dopo l’assunzione di droghe, nonostante il report della Polizia Stradale citato a inizio articolo la indichi come causa molto meno frequente di incidente rispetto alla distrazione o all’eccesso di velocità.  “Se ti stronchi di canne o ti impasticchi, o sniffi a tempo perso e ti metti al volante, io ti ritiro la patente e fino a 3 anni non la rivedi più” aveva detto lo scorso giugno presentando il disegno di legge sulla sicurezza stradale. Secondo i critici, tra l’altro, il ddl punirebbe in modo spropositato i consumatori di cannabis, dal momento che la positività al tampone salivare si rileva anche a diversi giorni dal consumo.    

    Mostrarsi intransigenti sul consumo di alcol e (soprattutto) droga alla guida consente ai partiti di destra di presentarsi anche su questo fronte come le forze della legge e dell’ordine. Quando si tratta però di limitare i limiti di velocità o gli spazi urbani in cui le auto possono circolare, spesso queste stesse forze politiche si schierano dalla parte delle presunte libertà degli automobilisti. 

    A Berlino, per esempio, la giunta a guida cristiano-democratica (di centrodestra) entrata in carica all’inizio di quest’anno ha annullato molti dei progetti di pedonalizzazione e di installazione di nuove piste ciclabili avviati dalla precedente giunta di centrosinistra, sostenuta da automobilisti e commercianti, che spesso vedono nella pedonalizzazione un ostacolo agli affari. Una dinamica, quest’ultima, che conosciamo anche a Genova, dove di recente il presidente del Civ Sestiere Carlo Felice Paolo Bartolone si è espresso contro le sperimentazioni di pedonalizzazione di Via Roma. 

    Posizioni come questa cristallizzano il dibattito politico in corso sui temi della mobilità urbana. Alle ragioni di chi vuole città più a misura d’uomo si oppone la ragione economica di chi ha legato fortune, carriere e vite al modello della città auto-centrica. Se infatti soprattutto a partire dai lockdown hanno iniziato a sentirsi più forti le voci di chi vuole limiti di velocità più stringenti e più spazio per la mobilità dolce, più recentemente ha iniziato a compattarsi il fronte contrario. Commercianti che vedono da sempre i clienti arrivare in macchina e che temono di perderli e di non trovarne altri se la strada davanti al negozio venisse pedonalizzata. O se un limite di velocità troppo basso disincentivasse l’uso dell’automobile.

    Gli spostamenti in auto sono stati il prerequisito talmente ovvio da risultare invisbile di molta dell’attività economica dal secondo dopoguerra a oggi. Gli spostamenti casa-lavoro, lavoro-casa, la visita al centro commerciale o la gita fuori porta la domenica, lo spostamento dalla perfieria al centro città per lo shopping del sabato. Non tutti sono pronti a ridimensionare un modello così radicato, per istintivo conservatorismo o per interesse. O per mancanza di alternativa.

    Interessi e paure a cui la parte conservatrice della politica è interessata a dar voce, spesso raccogliendone i frutti nella cabina elettorale. Con parte della politica progressista che invece inizia a dar spazio alle voci delle associazioni e dei sostenitori della mobilità dolce, il dibattito sta diventando sempre più politico, con conseguenze forse positive per la visibilità dei temi ma anche con le inevitabili approssimazioni del caso. Saranno temi sempre più presenti e divisivi nelle prossime campagne elttorali, si parli di Europa, di Italia o di Genova.   

     

    Luca Lottero

  • Ponte Morandi e quell’anno zero che non è mai arrivato a Genova

    Ponte Morandi e quell’anno zero che non è mai arrivato a Genova

    Gli anniversari delle tragedie sono cosa difficile. Da un lato presentano la necessità di presidiare il significato dell’evento, ricordandone le vittime e i danni, dall’altro offrono il rischio di disperderne la memoria stessa nel rincorrersi di fatti, opinioni, campane, strumentalizzazioni e banalità. Il crollo di Ponte Morandi, a cinque anni dai tragici fatti, racchiude oggi un valore e un significato ancora in evoluzione, nonostante la narrazione della ricostruzione abbia fatto di tutto per offuscarne il peso. Passato un lustro, oggi, è doveroso chiedersi se il viadotto caduto sulla testa dei genovesi, esigendo il tributo di sangue di 43 vite, abbia significato davvero un anno zero per la città di Genova e una svolta per lo Stato italiano.

    Le premesse si complicano con l’inevitabile considerazione del contesto altrettanto dirompente dell’era post Covid. Passata la frenesia sanitaria, dell’emergenza sono rimasti i soldi, tantissimi, virtualmente in mano alle amministrazioni pubbliche ma vincolati a opere e interventi da farsi alla veloce. A scadenza rapida. L’Europa metterà in mano all’Italia una somma stimata in 122,6 miliardi di euro, di cui il 36% a fondo perduto, finanziato quindi con i contributi dei paesi membri, e il preponderante 64% a prestito, che pagheranno i contribuenti presenti e futuri. Il già pagato e il pagheranno. Anche la Liguria gode di questa pioggia di finanziamenti, con circa 7,2 miliardi di fondi, di cui almeno 4,9 per le infrastrutture. Praticamente tutte nuove opere spesso già almeno in parte progettate o comunque già interiorizzate dall’opinione pubblica. Una mole di denaro e una valanga di cantieri che di fatto hanno moltiplicato, in parte distorcendo, la quantificazione e la percezione di quel “risarcimento”, che, per quanto riguarda Genova, deriva dal susseguirsi di emergenze.

    A Genova, a cinque anni dal crollo del Morandi, è rimasto un nuovo ponte, soldi e la promessa, anche qui, di nuove infrastrutture. Il 15 ottobre 2021 Autostrade per l’Italia ha sottoscritto l’accordo con il commissario e con il ministero per un rimborso alla città di 1,4 miliardi di euro, che si sono aggiunti ai circa 600 milioni versati dallo stato durante e dopo l’emergenza viaria. Il 7 aprile 2022 l’azienda è poi uscita definitivamente dai processi per il crollo e per i falsi report, grazie ai patteggiamenti accolti dai giudici a fronte del pagamenti di 30 milioni di euro. Oltre a ciò, su Genova e i genovesi aleggia un nuovo concetto, quasi un nuovo status, quello del ‘Modello Genova’, che un po’ inorgoglisce, un po’ assuefa e un po’ ipnotizza.

    Zona rossa

     

    [quote]Il nuovo ponte, che nell’aspetto risulta essere l’evoluzione del concept del giapponese Ushibuka, progettato dallo stesso Renzo Piano e completato nel 1995, oggi risulta essere l’infrastruttura autostradale genovese più moderna. Primato facile, con i viadotti più recenti risalenti al 1977.[/quote]

    Certosa, dopo aver vissuto 51 anni sotto il Ponte e dopo esserne stata travolta, oggi è sorvolata dal viadotto Genova San Giorgio, costruito in due anni (meno 10 giorni) dal crollo. Il nuovo ponte, che nell’aspetto risulta essere l’evoluzione del concept del giapponese Ushibuka, progettato dallo stesso Renzo Piano e completato nel 1995, oggi risulta essere l’infrastruttura autostradale genovese più moderna. Primato facile, con i viadotti più recenti risalenti al 1977, anno del completamento della A26. E’ stato pagato interamente da Aspi, con 202 milioni di euro, soldi poi messi nel conto, e quindi stornati, che l’azienda ha concordato con il commissario-sindaco Bucci. Già pagati.

    Sotto, appunto, i quartieri. Dopo due anni di macerie e cantieri, oggi c’è qualche palazzo in meno, tanti murales in più e il progetto-promessa di un grandissimo parco, il parco del Polcevera, il cui cerchio rosso, in acciaio, ancora una volta sorvolerà il quartiere. Recita la presentazione del progetto: “Il Cerchio Rosso sarà, prima di tutto, un dispositivo di relazione: un sistema ciclo-pedonale della lunghezza di 1570 metri, dell’ampiezza di 6 e del raggio di 250, e distribuzione di energia rinnovabile che si apre al quartiere in corrispondenza della nuova Stazione e con una Torre del Vento dell’altezza di 120 metri che ne conclude il percorso“. Neolingua a parte, (di cui abbiamo già ampiamente parlato qui) per i vivi, invece, resta l’allungamento della metro, che passerà sopraelevata tra le case, e la rifunzionalizzazione del parco ferroviario del Campasso. Parte di quest’area sarà occupata da impianti sportivi che saranno affiancati dai circa 40 treni merci al alta capacità che giornalmente usciranno dal porto per raggiungere il bivio del Terzo Valico.

    Nodi e snodi

    Con i soldi messi sul piatto da Autostrade saranno realizzate altre opere legate alla rete viaria genovese. Su tutto spicca il progetto del tunnel subportuale, opera vagheggiata da decenni e che oggi sembra essere veramente dietro l’angolo. Sono 700 i milioni stornati da Aspi nell’accordo necessari per la sua realizzazione, a cui si aggiungeranno almeno altri 200 ricavati infine dai pedaggi. L’idea è quella di creare l’alternativa alla strada sopraelevata, in un’ottica sostitutiva, anche se nei fatti l’eventuale demolizione della Aldo Moro non è compresa nel conto, anche se la realizzazione delle rampe sotterranee di collegamento al centro cittadino rendono le due opere incompatibili. Ma è soprattutto la realizzazione del Waterfront di Levante, che non è altro che il revamping del Blueprint ‘regalato’ da Renzo Piano nel 2016 alla Genova allora guidata dal sindaco Marco Doria a rendere necessario il tunnel: ricorderete la necessità di ‘atterrare’ il tracciato della sopraelevata da Cavour alla Foce per garantire la ‘riqualificazione’ dell’ex area fiera. In altre parole, per dare un valore immobiliare più robusto al progetto, quella specie di tangenziale che ogni giorno consente a Genova di sopravvivere a sé stessa deve sparire. E sparirà, sostituita da un tunnel il cui precipitato tecnico ha ancora diverse incognite sia strutturali, come il passaggio a pochi metri dal tracciato della metropolitana, e la gestione dei flussi viari.

     

    Ci sono poi 100 milioni per il rifacimento del casello di Pegli, finalizzato a deviare il traffico, soprattutto pesante, dalla rete urbana di Multedo. Multedo che però potrebbe vedere prossimamente la realizzazione di un nuovo autoparco nell’area Fondega Sud, a pochi metri dal casello, con circa 200 posti per lo stazionamento di tir e mezzi pesanti in attesa di entrare in porto. Un progetto fortemente contestato dai residenti del quartiere che vedrebbero sfumare la possibilità di riappropriarsi un’area per decenni occupata dai depositi petroliferi di Eni.

    Tra i finanziamenti messi sul piatto, anche 230 milioni per il Tunnel della Fontanabuona, vale a dire la bretella autostradale che nel suo intento collega la A12 all’omonima valle. Un progetto anche in questo caso in gestazione da decenni e che potrebbe sbloccare nuove aree da dedicare alla logistica ubicate nella verde vallata dietro il Tigullio. E che per il sindaco metropolitano Marco Bucci sarebbe il prologo, non si capisce in che termini dal punto di vista tecnico, della spettrale ‘Gronda di Levante’, l’idea monstre di costruire un passante autostradale di decine di chilometri che colleghi il Tigullio con l’A7, attraversando e devastando vallate fondamentali per l’approvvigionamento idrico della città.

    Oltre a questi progetti, di soldi arrivati alla città a seguito del crollo, vanno ricordati i 30 milioni che il commissario per la ricostruzione, ancora ‘in carica’ tre anni dopo la ricostruzione, ha spostato per pagare lo spostamento dei depositi chimici da Multedo all’area portuale di fronte a Sampierdarena. Soldi pubblici per interessi privati, per un settore, quello petrolchimico, che a Genova occupa un centinaio di persone mal contate. E poi i circa 200 milioni che Autorità di Sistema portuale metterà per il ribaltamento a mare di Fincantieri, progetto che inizialmente era stato pensato per spostare da terra a mare gli impianti, ‘restituendo’ spazi urbani a Sestri Ponente, ma che negli anni si è ‘evoluto’ diventando di fatto un raddoppio delle aree industriali.

    Ponti e gallerie che si sgretolano

    [quote]… nel 2019 l’ispettore ministeriale Placido Migliorino, poi ‘promosso’ a provveditore dei lavori pubblici di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, aveva preventivato almeno dieci anni di cantieri, considerando che alcune opere, alcuni viadotti, sono stati trovati in condizioni talmente degradate che nei fatti potrebbe essere necessaria la definitiva demolizione e ricostruzione.[/quote]

    Ma il lascito più ingombrante del crollo di Ponte Morandi è quello di aver ‘svelato’ la condizione drammatica di ponti e gallerie della nostra rete autostradale, in alcune tratte oramai quasi secolare. Il processo Morandi bis dedicato ai falsi report sullo stato di manutenzione dell’opere, oggi ancora in attesa delle prime udienze, ha portato alla luce l’abitudine consapevole di sottostimare il degrado fisiologico delle infrastrutture. Cosa che, crollato il velo, ha generato la corsa disperata alla messa in sicurezza, con decine di cantieri emergenziali che di fatto stanno obbligando i genovesi a infinite ore di code e disagi, strade horror dal punto di vista della sicurezza (pensate alle decine di scambi di carreggiata con traffico misti leggero e pesante diviso nelle due direzioni di marcia da pochi centimetri) e un non quantificabile danno economico diffuso per una regione divenuta praticamente irraggiungibile da lavoratori e aziende.

    Per avere una rete autostradale degna di questo nome nel 2019 l’ispettore ministeriale Placido Migliorino, poi ‘promosso’ a provveditore dei lavori pubblici di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, aveva preventivato almeno dieci anni di cantieri, considerando che alcune opere, alcuni viadotti, sono stati trovati in condizioni talmente degradate che nei fatti potrebbe essere necessaria la definitiva demolizione e ricostruzione. Di anni ne sono passati solo tre, siamo pronti per gli altri sette?

    Compensazioni = nuove servitù

    Questa lista un po’ sommaria è il conto di quello arrivato a Genova dopo il crollo. Per dovere di cronaca bisogna aggiungere i 64 milioni che Aspi ha stornato dal totale per lo sconto sui pedaggi in vigore in varie modalità dopo il crollo. Pedaggi che, in un accordo precedente a quello dell’ottobre del 2021, dovevano essere sospesi per dieci anni, ma che son tornati a pieno regime dal 1 gennaio 2022.

    In altre parole, checché ne dica la retorica della ricostruzione e della rinascita, tutte le risorse arrivate in città a seguito del tragico crollo, non seguono una logica risarcitoria, ma un logica compensativa, con nuove opere concettualmente vecchie di decenni che di fatto saranno altre servitù per quartieri cittadini. La compensazione, a parte gli alberelli, i parchetti e luoghi dove piangere, è calcolata in base al tentativo di un nuovo sviluppo industriale e logistico che dovrebbe avere ricadute sul territorio in termini di un indotto non meglio quantificato. Ma di fatto sono ancora una volta soldi pubblici che oliano meccanismi e profitti privati. Una accelerazione con soldi freschi e sporchi di sangue di uno asservimento sempre più totalizzante della città ai grandi vettori economici cittadini, nazionali e internazionali.

    A Genova – infine – è rimasto lo shock di essersi svegliata in un incubo di incuria e lassismo, dopo anni di devastazione e saccheggio. Il Morandi con il suo crollo, ha avuto l’unico merito di mostrarsi per quello che era, vale a dire come un arto devastato dalla cancrena in un corpo marcescente. Questa consapevolezza, parolone a parte, non è stata raccolta dalla classe dirigente cittadina che si sta spartendo la gigantesca torta dei ristori alimentando gli stessi meccanismi che negli ultimi decenni hanno portato a questi risultati. Mentre i genovesi, ipnotizzati dal dramma prima e dalla retorica della rinascita e della crescita meravigliosa dopo, restano ancora una volta sotto un ponte.

     

    Nicola Giordanella

     

     

     

  • Rinnovabili, al passo della Bocchetta un parco eolico con 5 pale da 150 metri

    Rinnovabili, al passo della Bocchetta un parco eolico con 5 pale da 150 metri

    Un parco eolico da realizzare a pochi metri dal Passo della Bocchetta, in territorio Ligure, comprendente cinque aerogeneratori di ultima generazione alti 150 metri capaci di produrre, sulla carta, 16 megawatt di energia eolica. Questo il progetto depositato nei giorni scorsi presso gli uffici di Regione Liguria in attesa di passare sotto il controllo della valutazione di impatto ambientale.

     A presentarlo la Seva srl, colosso valdostano dell’energia eolica, che ha proposto l’impianto al comune di Mignanego, in provincia di Genova, dove le pale dovrebbero sorgere. Il parco eolico sarebbe ubicato sulla cresta che congiunge il passo della Bocchetta al Monte Calvo, passando per il Monte Poggio, interessando una linea di cresta di circa 1,2 chilometri.

    Il progetto prevede l’installazione di 5 aerogeneratori ad asse orizzontale del tipo Vestas V1121  con un’altezza al mozzo pari a 94 metri e un diametro del rotore pari a 112 metri; stando alle stime presentate con l’energia prodotta, circa 34.000 MWh all’anno, si coprirebbe il fabbisogno di circa 13.600 famiglie. 

    Secondo quanto emerge dalla relazione tecnica, l’impianto ligure segue una progettazione simile redatta quasi dieci anni fa però sul versante piemontese. I progetto però fu stoppato da Regione Piemonte (e sarebbe attualmente sospeso) perchè considerato troppo vicino all’area protetta del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo, e quindi potenzialmente pericoloso per le rotte migratorie di alcune specie di volatili protetti. Oggi il nuovo progetto dista qualche decina di metri rispetto al precedente, ma in territorio totalmente ligure, e prevede due torri in meno rispetto alle sette (ma più piccole) dell’impianto piemontese.Parco eolico Passo della Bocchetta

    Come in tutti gli impianti del genere, l’elemento più complesso è quello relativo alla viabilità di servizio per l’installazione delle torri: in questo caso passando dalla Bocchetta si utilizzerebbero i tracciati utilizzati in precedenza per la posa del gasdotto Gavi-Pietralavezzara della Snam, salvo qualche puntuale intervento per rendere transitabile la strada dai lunghi mezzi speciali dedicati al trasporto delle parti delle pale. In corrispondenza di ciascun aerogeneratore sarà prevista la realizzazione di una piazzola temporanea costituita da una superficie pianeggiante di circa 2300 m2 necessaria per consentire l’installazione della gru e delle macchine operatrici, l’assemblaggio delle torri, l’ubicazione delle fondazioni, la manovra degli automezzi e, in generale, il deposito temporaneo di tutte le componenti. Secondo quanto presentato nella documentazione per realizzare il parco eolico ci vorranno 2 anni di lavori, e l’impianto avrà una vita utile calcolata tra 25 e 30 anni, salvo poi essere “riaggiornato”.

    Nella documentazione è stata allegato anche lo studio dell’impatto visivo, che interessa un’area in realtà molto ampia, visto che i generatori saranno visibili (o tutti o solo alcuni) praticamente in buona parte di un’area compresa entro i 10 chilometri dell’impianto, tra cui, oltre che dal passo della Bocchetta, anche dai Piani di Praglia e dalla Madonna della Guardia, vale a dire due dei più amati punti panoramici della nostra provincia. Ma non solo: dalla cartina allegata alla documentazione le pale si vedranno anche praticamente in tutta la  Valpolcevera fino a Sampierdarena.

     Altro impatto da valutare riguarderà l’acustica. Come è noto, infatti, le pale e i rotori degli impianti eolico producono rumore durante il loro funzionamento, calcolato per questa tipologia di macchine, con il mozzo a 90 metri dal suolo, a 94 decibel con un vento pari a 5 metri al secondo (l’impianto si attiva con 3) fino a 106 decibel con venti a 10 metri al secondo. Gli aerogeneratori potranno funzionare con venti fino a 25 metri al secondo. La percezione al suolo sarà diminuita dall’altezza dell’impianti, ma nelle zone limitrofe, ad altezza uomo, potrà variare dai 55 ai 40 decibel. 
  • La pandemia e le responsabilità degli adulti. Bruno Morchio: “Ai ragazzi serve la rielaborazione critica della realtà”

    La pandemia e le responsabilità degli adulti. Bruno Morchio: “Ai ragazzi serve la rielaborazione critica della realtà”

    Le conseguenze di due anni di pandemia, a livello sociale e culturale, sono ancora difficili da mettere a bilancio. E probabilmente i segni lasciati da questi mesi di “sospensione” in attesa di un presunto ritorno alla normalità avranno esiti lontani e radicati. A subire il doppio fardello dell’immediato e del prossimo venturo i giovani, una categoria sommariamente compresa tra il recinto semantico dell’adolescenza e quello dell’infanzia, che con l’arrivo del Covid hanno visto cambiare nel giro di pochi giorni le proprie strutture aggregative e il proprio mondo sociale. Forse per sempre.

     “La pandemia è stata un vero disastro – sottolinea Bruno Morchio, lo scrittore genovese padre del detective Bacci Pagano, ma anche psicologo psicoterapeuta – ci sono età critiche per ogni fenomeno ma quello che abbiamo visto è stato un così così duro per la socialità di adolescenti, preadolescenti e infanzia che potrebbe essere veramente un grosso problema per migliaia di ragazzi e ragazze”.

    Lo spunto per la riflessione è il convegno “I racconti dei ragazzi”, promosso dall’associazione Il Moltiplicatore, che da anni lavora con le scuole mediante la metodologia della narrazione e della riflessione, al fine di aumentare la consapevolezza dei ragazzi e il loro star bene, soprattutto in ambito scolastico. Un’occasione per riflettere e confrontarsi sull’importanza sempre maggiore che ha assunto la capacità di raccontarsi come strumento di crescita e condivisione per i giovani e non solo.

    “Ovviamente la speranza è quella di uscire presto da questa situazione – aggiunge Morchio – ma questa esperienza drammatica dovrebbe essere l’occasione per fare il punto sullo stato di salute della scuola, per capire come “catturare” i ragazzi e fornire degli stimoli che gli permettano di crescere”, soprattutto all’interno di una società sempre più competitiva e individualista, aggiungiamo.

     La mancanza degli spazi e dei momenti di socialità non mediati da uno strumento tecnologico sono sempre più ridotti “Una situazione già avviata prima della pandemia ma che in questi mesi ha subito una velocissima accelerazione – sottolinea lo scrittore facendo riferimento alla distanza sempre più percepita tra mondo degli adulti e dei giovani – e si è prodotto un gap mai visto così ampio tra generazioni e gli adulti non hanno gli strumenti per poter agganciare le nuove generazioni”.

    E’ così la responsabilità educativa degli adulti verso le nuove generazioni deve fare i conti con nuove sfide e nuove pareti da attraversare: “La cosa più urgente è quella di riuscire a far entrare attraverso i loro linguaggi gli strumenti fondanti della conoscenza – suggerisce Morchio – strumenti che non devono essere utilizzati solo per l’intrattenimento ma anche e soprattutto per produrre una rielaborazione critica della realtà: se resteranno solo come protesi per arrivare ai contenuti resteranno consumatori di tecnologia senza diventare produttori di innovazione”.

  • Oltre 50 metri di barriera sommersa per salvare le falesie di Bogliasco

    Oltre 50 metri di barriera sommersa per salvare le falesie di Bogliasco

    Bogliasco prova a mettere al sicuro la propria costa con una nuova stagione di interventi “difensivi” pensati per anteporre alla furia delle onde delle barriere composte da dighe sommerse, capaci di frantumare la potenza dei marosi. Questo il progetto presentato dal Comune di Bogliasco che prevede l’allestimento di una vera e propria diga di scogli sul fondale davanti a Punta Demoa, in località Fontana, lunga una cinquantina di metri e larga 16 che si ‘aggancerà’ alla barriera di massi già presente e agli scogli del litorale.

    Il progetto prevede la costruzione di una struttura trapezoidale a forma di arco a pochi metri dalla linea di costa, con una base di 16 metri e una larghezza di otto in sommità, sommità che arriverà a circa 2 metri di profondità rispetto al livello del mare, partendo da un fondale di circa 4 metri. La struttura e l’aspetto sarà simile a quella progettata per proteggere la Marinella di Nervi, anche se di dimensioni ridotte.
    Stando al progetto, in questi giorni al vaglio degli uffici tecnici di Regione Liguria per la valutazione di impatto ambientale, la struttura sarà costruita senza ausilio di ancoraggi di cemento, ma fissata grazie al peso dei massi utilizzati, che varierà dalle 8 alle 13 tonnellate ciascuno. Si sta valutando se utilizzare in parte materiale reperibile in loco. La barriera sarà interamente sommersa, tranne nella parte più a levante dove l’attuale scogliera artificiale sarà sistemata e inglobata, e, stando alle tavole, in parte ingrandita e con la sommità resa piana per una area di lunghezza di 5 metri.
    Il progetto non è scevro da alcune criticità, soprattutto di carattere ambientale: stando alla relazione di compatibilità allegata al progetto, nell’area prevista dalla costruzione della massicciata sarebbero presenti alcuni insediamenti di posidonia, la pianta acquatica mediterranea tutelata per via delle sue capacità rigenerative dell’habitat marino. Ma non solo: in tutto il litorale della zona sussiste il vincolo paesistico ‘Bellezze d’insieme per la “Fascia costiera di Bogliasco e Pieve Ligure’. Per questo motivo la valutazione dell’impatto dovrà mettere a sistema la capacità stimata della struttura di ridurre del 50% la forza delle onde con l’inevitabile impatto visivo della costruzione. Sicurezza e bellezza, due esigenze sempre più contrapposte per il fragile territorio della nostra regione.
  • Nulla sarà più come prima

    Nulla sarà più come prima

    La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”. Così si apriva un articolo di Milano Finanza firmato il 18 marzo 2020[1], appena due mesi dopo lo scoppio ufficiale della pandemia, che riportava un’analisi di Gordon Lichfield, direttore della “MIT Techonology Rewiew”, il magazine della prestigiosa università americana. Analizzando le varie ipotesi di contenimento del virus, Lichfield ipotizzava esattamente quanto abbiamo visto realizzarsi nei mesi successivi e suggeriva che tutto ciò non avrebbe rappresentato un’interruzione temporanea della normalità ma “l’inizio di uno stile di vita completamente diverso”. In un momento in cui i vaccini erano una pura ipotesi e di green pass ovviamente non parlava nessuno, l’autore profetizzava che “verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando legalmente chi lo è” e che “in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d’identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus”. Queste previsioni venivano accompagnate dalla cinica considerazione che “ci si adatterà anche a queste misure, così come ci si è adattati ai sempre più severi controlli di sicurezza aeroportuale in seguito agli attacchi terroristici. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone”. La chiusura dell’articolo metteva in guardia dai processi di esclusione che questo modello di società avrebbe ampliato nei confronti delle fasce deboli della popolazione e dal pericolo che essa avrebbe potuto prendere la direzione del credito sociale, un sistema presentato come distopia nella serie tv Black Mirror (nell’episodio Caduta libera del 2016) ma già concretamente operativo in Cina da alcuni anni. Basandosi su tecnologie per l’analisi algoritmica dei big data relative alle informazioni possedute riguardanti la condizione economica e sociale di tutti i cittadini, il governo cinese assegna a ciascuno di essi un punteggio rappresentante il suo “credito sociale”, una sorta di classificazione della reputazione personale, sulla base del quale stabilisce la relativa possibilità di accedere o meno ad alcuni servizi essenziali.

    La sorprendente capacità di previsione del futuro mostrata da Lichfield si spiega con la conoscenza delle nuove tendenze economiche a livello globale. Due sono i testi di riferimento che permettono di tracciare con sufficiente precisione questa cornice: La quarta rivoluzione industriale di Klaus Schwab e Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff[2].

    La quarta rivoluzione industriale, teorizzata dal fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum, consiste in una accelerazione tecnologica e digitale già in atto, destinata a modificare radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Flussi di big data, intelligenza artificiale, automazione, smart cities, cyborg, internet delle cose, sanità digitale, 5G: il transumanesimo, che rappresenta il sostrato politico e filosofico della quarta rivoluzione industriale, mette in discussione il significato stesso di “essere umano” attraverso una nuova configurazione del rapporto tra le sfere fisica, biologica e digitale. Schwab individua e analizza nel dettaglio ventiquattro innovazioni tecnologiche che si dovrebbero plausibilmente verificare entro il 2025 e che creeranno questo nuovo ordine economico e sociale, secondo un processo ineluttabile di fronte al quale egli paventa un unico grande pericolo:

    L’altro lato oscuro di questa rivoluzione è la paura che genera nelle persone. Soprattutto contro i leader e contro le élite, che sono ritenute le prime responsabili di questi cambiamenti. Se nel mondo stanno crescendo tante forze di opposizione che demonizzano le élite, sia politiche che economiche, è perché il timore aumenta. È una reazione simile a quello che fu il luddismo nella prima rivoluzione industriale, ovvero la risposta violenta all’introduzione delle macchine. Tuttavia, questa rivoluzione c’è e non si può fermare. Si può solo indirizzare nel modo migliore possibile[3].

    Il capitalismo della sorveglianza descritto dalla Zuboff si presenta come il complemento economico reso possibile dalla quarta rivoluzione industriale. Il capitalismo della sorveglianza – scrive la Zuboff – si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti. Alcuni di questi dati vengono usati per migliorare prodotti o servizi, ma il resto diviene un surplus comportamentale privato, sottoposto a un processo di lavorazione avanzato noto come “intelligenza artificiale” per essere trasformato in prodotti predittivi in grado di vaticinare cosa faremo immediatamente, tra poco e tra molto tempo. Infine, questi prodotti predittivi vengono scambiati in un nuovo tipo di mercato per le previsioni comportamentali, che io chiamo mercato dei comportamenti futuri. Grazie a tale commercio i capitalisti della sorveglianza si sono arricchiti straordinariamente.

    Attraverso l’utilizzo delle informazioni che le persone ricercano e riversano nella rete in modo compulsivo, elaborate dai calcoli potentissimi dell’intelligenza artificiale e sviluppate attraverso la teoria di finanza comportamentale del nudge – la “spinta gentile” che induce determinati comportamenti attraverso una serie di stimoli informativi e che è valsa al suo creatore, Thaler, il premio nobel dell’economia del 2017[4]il capitalismo della sorveglianza mette a profitto ogni aspetto della vita umana (“le nostre voci, le nostre personalità, le nostre emozioni”) con lo scopo di creare quel “mercato dei comportamenti futuri” che, in termini di margini di profitto, è il corrispettivo del petrolio del XX secolo.

    Già nel 1956, Philip K. Dick, nel racconto Rapporto di minoranza (da cui il famoso film Minority Report), aveva immaginato un futuro in cui la polizia Precrimine sarebbe stata in grado di sventare crimini prima che potessero essere commessi grazie a un sistema di predizione dei comportamenti. Ma lo scopo del capitalismo della sorveglianza non è il controllo sociale. Totalmente integrato nella quarta rivoluzione industriale – gli algoritmi dell’Intelligenza artificiale sono il corrispettivo dei “precognitivi” dell’universo di Dick – il capitalismo della sorveglianza è totalmente impersonale, autoreferenziale, indifferente alla persona che sorveglia ed interessato esclusivamente ai flussi di dati che genera: “tramite l’automazione e un’architettura computazionale sempre più presente, fatta di dispositivi, oggetti e spazi smart interconnessi”, esso si prefigge lo scopo di “automatizzarci”, prefigurando una rivoluzione economica, sociale e antropologica di cui la Zuboff denuncia la pericolosità “per il futuro dell’umanità”.

    Se questo era a grandi linee lo scenario economico in cui ci stavamo muovendo al momento dell’esplosione della pandemia, come quest’ultima si è inserita in esso?
    La prima risposta ce l’ha data lo stesso Klaus Schwab pubblicando, nel luglio 2020, The Great Reset[5], un testo in cui ci viene spiegato perché la gestione della pandemia rappresenti un’occasione imperdibile per dare uno slancio decisivo alla quarta rivoluzione industriale: approfittare dell’emergenza per resettare il mondo, come si resetta un computer. Contemporaneamente altri analisti hanno notato come sia ragionevole interpretare alcuni strumenti introdotti in questi mesi possano fungere da acceleratori delle logiche e delle infrastrutture del capitalismo della sorveglianza:

     

    Per valutare il senso di una misura come il green pass – si nota per esempio in una interessantissima analisi di un filosofo del diritto -, occorre allora capire il tipo di tecnologia di potere all’interno della quale essa funzionerà, sarà innestata. Da questo punto di vista, temo che il green pass, più che come dispositivo di esclusione di determinati cittadini dalla vita sociale, finirà per funzionare come uno dei tanti dispositivi che, oggi, sono funzionali ad assicurare un “sapere” – sotto forma di flusso di dati – che consenta di anticipare i comportamenti dei cittadini, in modo da determinarne il futuro[6].

     

    La stucchevole discussione che imperversa da ormai due anni su dove cominci e finisca la libertà personale e di scelta in una situazione di emergenza frana di fronte all’evidenza che gli unici bisogni che dettano ogni scelta nella gestione della pandemia sono di ordine economico. Oggi come ieri sono sempre le esigenze della megamacchina capitalista a dettare le regole e stabilire le strategie all’interno delle quali le libertà individuali e i diritti sono variabili accessorie, erogabili, modulabili e sospendibili a seconda della criticità di una situazione. La prima evidenza di ciò è che, dopo due anni di pandemia, qualsiasi riflessione iniziale sulle criticità del modello di sviluppo economico mondiale è stata abbandonata nel nome della necessità del mantra del “ritorno alla normalità”. Che il virus sia nato da uno spillover o da un laboratorio di Wuhan (come in realtà pare ormai certo) cambia poco in questa prospettiva. È universalmente acclarato, ma opportunamente taciuto, che la pericolosità sanitaria del covid e la diffusione della pandemia derivino dall’intero apparato delle nocività strutturali della società mercantile e industriale: stili di vita dannosi, urbanizzazione selvaggia, inquinamento, distruzione dell’ecosistema e dei sistemi sanitari pubblici. Così come è stato rapidamente oscurato il fatto, sottolineato viceversa già da Lichfield nel suo articolo sulla “MIT Techology Rewiew”, che quella in corso sia non una pandemia ma una sindemia, ovvero una malattia che colpisce gli strati più deboli delle popolazioni.

    Cosa è stato messo in campo per porre rimedio a queste nocività strutturali ed endemiche? Nulla, nessun investimento cospicuo è stato previsto per questioni strategiche essenziali riguardanti sanità, scuola e trasporti, mentre la soluzione per tornare alla normalità della produzione e del consumo è stata demandata ad una tecnologica sperimentale pagata profumatamente alle multinazionali di Big Pharma e scaricando la responsabilità di un eventuale fallimento sui comportamenti delle persone, cittadini trattati da sudditi sempre potenzialmente irresponsabili e, per questo motivo, meritevoli di un bombardamento continuo di propaganda a senso unico, fatta di varie forme di colpevolizzazione prima e ricatti sociali e lavorativi sempre più restrittivi poi.

    L’aspetto della gestione della pandemia che ne ha svelato la logica intrinseca in un’ottica di ristrutturazione sistemica del futuro economico, sociale e politico è stato l’introduzione del green pass. Mentre perfino autorevoli voci mediche filo-governative hanno sottolineato come questa misura non abbia alcun valore di prevenzione sanitaria, ma semplicemente di incentivo a convincere i riluttanti a vaccinarsi, le autorità governativo hanno affermato di essersi ispirati nella sua elaborazione alla teoria del nudge, la stessa spinta gentile che abbiamo già visto essere tra le strategie fondamentali del capitalismo della sorveglianza. Al di là dell’evidenza che in un mondo che ruota intorno ai bisogni dell’economia il fatto che le scelte politiche derivino dalle teorie di marketing non può stupire, va detto che, fuori dalle belle parole del mondo accademico e della rassicurante neolingua anglofona, la logica del green pass sia riassumibile in quella molto più volgare del ricatto: ti consiglio vivamente di fare una cosa, sei libero di non farla, ma se non la fai ne paghi le conseguenze. Quindi la libertà di scelta di non vaccinarsi è soltanto apparente; il green pass la trasforma da diritto, quale allo stato legislativo attuale ancora è, in un dovere morale[7] (come ha recentemente ricordato perfino il presidente della Repubblica Mattarella) il cui non assolvimento comporta pesanti penalizzazioni.

    Il 20 luglio scorso l’autorevole economista Tito Boeri, sulle pagine di Repubblica[8], spiegava perché, in termini economici e di diritto, sarebbe giusto che chi decide di non vaccinarsi dovrebbe “pagare i danni che provoca alla società”. Sul principio economicistico delle “esternalità negative” il soggetto in questione si configura infatti come un peso insostenibile per la sanità pubblica e per la comunità. Questo ragionamento, sempre più sostenuto da un coro variegato di voci autorevoli e di governo, sottende il fatto che, una volta sfondata questa linea gotica del diritto riguardante la salute, quello che vale oggi per il vaccino potrà valere per qualsiasi altro aspetto sanitario che il legislatore stabilirà domani. Questa rivoluzione copernicana in atto dell’esternalizzazione delle responsabilità sull’individuo apre potenzialmente alla futura ricattabilità di stili di vita considerati non consoni che è già insita nei discorsi di alcuni politici e che prelude ad un ulteriore smantellamento della sanità pubblica in stile neoliberista americano o, peggio ancora, all’approdo al credito sociale cinese. D’altronde quest’ultimo è basato sulla semplice estensione delle regole che regolano l’accesso al credito finanziario nel mondo bancario (mutui e prestiti) allargato all’intera sfera sociale. Nel suo articolo Boeri, da economista, fa una serie di affermazioni utilissime a capire le connessioni tra l’attuale gestione della questione sanitaria e le sue implicazioni strutturali future. Egli afferma che il principio per cui la libertà individuale finisce dove iniziano i diritti degli altri “non è una questione costituzionale o etica, ma pragmatica”, laddove il pragmatismo è rappresentato dalle necessità dell’economia neoliberista. In nome dello stesso pragmatismo, egli mette in discussione il diritto alla privacy, che, come ricorda la Zuboff, è non a caso anche il più grande ostacolo da rimuovere per lo sviluppo dei profitti del capitalismo della sorveglianza.

    Se ricordare che la storia insegna che gli strumenti introdotti nei periodi di emergenza non vengono mai abbandonati (vedi le leggi antiterrorismo post 11 settembre) può far storcere il naso a qualcuno, il fatto che l’introduzione del green pass non abbia nessun carattere transitorio ma che anzi esso verrà implementato per la gestione dei dati sanitari delle persone come una sorta di passaporto digitale viene confermato da voci autorevoli del mondo medico:

     

    Cosa succederà una volta finita l’emergenza? Sicuramente ci si attende che non si torni più indietro e che le tecnologie digitali di cui stiamo usufruendo in questo momento rimangano tali… Anche il “Green pass”, lo strumento che la Comunità europea ha deciso di adottare per consentire la mobilità cross frontaliera dei cittadini per concedere le autorizzazioni a una serie di eventi, rappresenta uno strumento molto semplice a supporto delle persone e che ci consente di gestire lo scambio di informazioni in modo trasparente e sicuro. IBM ha supportato lo sviluppo di questo strumento che è già in uso negli Stati uniti, in Israele, in Cina e in Islanda. Il Green pass rappresenta sicuramente un esempio di come le tecnologie digitali continueranno a supportarci in futuro[9].

    D’altronde lo stesso Schwab affermava con certezza già nel 2015:

    Un’altra innovazione che nel 2025 prevedo diventi comune riguarda il modo in cui ci prendiamo cura della nostra salute. Molti di noi indosseranno dispositivi in grado di misurare immediatamente ogni deviazione dai nostri normali parametri di salute e ci faranno capire in tempo reale che azioni intraprendere per non stare male. Sarà un modo di vivere completamente nuovo… E ancora, gli impianti sottopelle: sarà molto più frequente vedere persone che si fanno inserire nel corpo dei chip che sostituiranno alcune funzioni che adesso abbiamo nei nostri smartphone o computer[10].

    Per cogliere poi la connessione coerente tra le previsioni di Schwab e ciò che sta accadendo oggi, è sufficiente leggere un articolo di una rivista mainstream che si occupa di faccende economiche, pubblicato anch’esso in tempi non sospetti – nell’aprile 2020, quando il vaccino non esisteva ancora – per avere una breve sintesi del progetto ID2020 (Identità digitale 2020). Lanciato nel 2015 (notare la coincidenza di date con le tempistiche date da Schwab) dall’Allenza per l’Identità digitale – una corporation che collabora con varie agenzie delle Nazioni Unite, i Governi e le maggiori imprese di tutto il mondo – esso poneva la necessità di fornire un’identità digitale alla maggior parte possibile della popolazione mondiale e il ruolo all’interno di questo progetto di una vaccinazione di massa. L’articolo stesso delinea in modo chiaro la connessione di questo progetto con la gestione della pandemia da covid, ovvero con l’idea che i “certificati digitali” che sarebbero stati emessi per certificare chi si sarebbe vaccinato una volta che un vaccino fosse stato trovato (quello che è divenuto il green pass) costituissero il passaggio decisivo dell’identità digitale di massa, una forma primitiva del futuro passaporto biometrico necessario a dimostrare chi sei… in maniera affidabile sia nel mondo fisico che online” in un mondo prossimo venturo in cui “avere un ID potrebbe essere fondamentale per la ricerca di un lavoro, per l’accesso al credito, ma anche per andare a scuola”[11]. È stato lo stesso ministro Speranza a definire, nel luglio scorso, il green pass come “la più grande opera di digitalizzazione di massa mai fatta” e sono sempre più le autorità che chiamano il green pass stesso “passaporto vaccinale”.

    Nel frattempo la Zuboff ci ricorda che l’accesso ai dati sanitari di miliardi di persone è il più grande business futuro del capitalismo della sorveglianza, essendo l’industria farmaceutica la più potente lobby al mondo, insieme a quella militare. Disease Mongering è il nome tecnico che designa la pratica commerciale di inventare letteralmente nuove malattie, perseguita da decenni dalle industrie farmaceutiche secondo una legge elementare del mercato: creare un bisogno, una domanda e un mercato a cui rispondere con i propri prodotti[12]. Attraverso una strategia di manipolazione dei dati, comunicazione e marketing, implementata dalle incredibili possibilità offerte dallo sviluppo digitale e algoritmico, la creazione di malattie e dei relativi rimedi possono portare nel prossimo futuro a margini di profitto finora impensabili. Se la Zuboff avvertiva che l’espansione delle logiche del capitalismo della sorveglianza all’interno delle istituzioni pubbliche abbia già sollevato molte preoccupazioni circa il pericolo che le democrazie nei paesi occidentali possano andare verso il modello di credito sociale cinese, è evidente che il green pass nella sua logica intrinseca è già un sistema di credito sociale e che la sua istituzionalizzazione come passaporto sanitario digitale potrebbe rafforzare questa deriva.

     

    Molti altri sono gli aspetti della gestione della pandemia che meriterebbero essere approfonditi per cogliere quanto sta accadendo in una prospettiva che non è quella di una semplice emergenza sanitaria. La sospensione della normalità giuridico-legislativa, che da stato di emergenza sta slittando verso uno stato di eccezione, per cui da due anni un governo tecnico come quello italiano governa tramite decreti da un lato; e la recente degenerazione della propaganda mediatica nella retorica bellica nella creazione di un nemico pubblico e di un capro espiatorio, con la conseguente criminalizzazione del dubbio e pensiero divergente, dall’altro, sono manifestazioni concrete di una situazione che solleva un parallelismo inquietante con i regimi totalitari, come alcune voci autorevoli hanno fatto recentemente notare. Si può davvero giustificare tutto ciò con la pericolosità effettiva del covid?

    Ci sono pochi dubbi che siamo davanti a una svolta storica. D’altronde la quarta rivoluzione industriale, come indica il suo stesso nome, rivendica la sua filiazione dalle prime tre, ovvero dagli ultimi due secoli e mezzo di capitalismo, e, più nello specifico, dalla civiltà tecnocratica delle macchine impostasi nel Novecento.

     

    Se ora sentiamo che organizzare la società in modo socialista e con un’economia pianificata è plasmarla scientificamente, questo significa: vitamine, microscopi, logaritmi, regoli calcolatori, fissione atomica, psicoanalisi, fisiologia, statistiche matematiche, ormoni. In questa concezione del mondo gli uomini occupano un posto non più alto dei cani su cui il fisiologo russo Pavlov condusse i suoi esprimenti sui “riflessi condizionati”, e la questione sociale ora diventa una specie di bacillo che deve essere solo scoperto usando gli “esatti” metodi di statistiche matematiche – i metodi di “correlazione multipla”, dei coefficienti di elasticità della domanda e dell’offerta e così via, e quindi, in un congresso scientifico mondiale – più numerosi partecipanti, meglio è – viene trovata l’appropriata panacea. Gli umani sono catalogati e diretti in ogni situazione e in ogni fase del loro sviluppo per mezzo di verifiche e contro-verifiche eseguite secondo procedure di controllo altamente elaborate; la predicibilità delle loro opinioni è accuratamente investigata per dedurne previsioni sul loro comportamento futuro, e infine metodi “scientifici” sono elaborati per formare e plasmare l’uomo in accordo con un’immagine che è a sua volta prescritta dalla “scienza”.

     

    Così scriveva il liberale Wilhelm Röpke nel 1944 (Civitas Humana) a proposito del collettivismo sovietico. Citata da Marco D’Eramo nel suo recente Dominio[13] come un’incredibile anticipazione temporale dei meccanismi ipertecnologici del capitalismo della sorveglianza di oggi, questa analisi dimostra come il mondo attualmente in ricostruzione sia soltanto l’estrema propaggine del processo secolare della civiltà delle macchine nata con la prima guerra mondiale, il taylorismo e la società-fabbrica. Di questa civiltà i totalitarismi hanno rappresentato una sperimentazione accelerazionista, ma alcuni dei loro fondamenti vengono oggi ripresi dal capitalismo nella fase di una ristrutturazione avvertita come sempre più necessaria. Non è un caso che il modello da seguire scelto oggi dal blocco occidentale liberale grazie al volano della pandemia sia quello dell’autoritarismo statale e tecnocratico della Cina. Un modello nato dalla fusione tra il controllo totalitario della popolazione di matrice sovietica con il turbocapitalismo economico digitale postmoderno. Dove l’Unione sovietica fallì, la Cina contemporanea sembra vincere nello scacchiere mondiale, come confermano le lodi generalizzate del sistema cinese nel contenere la pandemia e i tratti pseudo-socialisti e collettivisti della quarta rivoluzione industriale e del great reset propugnati dal World Economic Forum[14].

    Non a caso nell’ultimo World Economic Forum, tenutosi nel gennaio 2021 e dedicato proprio al great reset, il premier francese Macron ha esplicitamente affermato: “Questo capitalismo non funziona più”. Le oligarchie al vertice del capitalismo sono consapevoli dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della necessità di una ristrutturazione tecnocratica che ne garantisca la sopravvivenza e l’implementazione di fronte alle crisi ambientali, economiche e sociali da esso stesso provocato. Esse sanno di essere entrate in una fase nuova storica in cui dovranno gestire crisi e catastrofi sempre più frequenti e sapere trasformarle in opportunità. D’altro canto queste crisi e catastrofi ci vengono presentate come delle semplici merci – ineluttabili, variabili e obsolescenti – e il potere si fonda sulla capacità di mantenere la percezione che non esista un’alternativa al di fuori di esse. La nostra libertà è, ormai da tempo, ridotta a quella di un consumatore di fronte agli scaffali di un supermercato; il problema è che quest’ultimo assomiglia sempre più ad un discount. All’incrocio tra le esigenze del capitalismo della sorveglianza e della quarta rivoluzione industriale, che ci attenda un “ritorno alla normalità” del ciclo produzione-consumo aumentato di un nuovo apparato iper-tecnologico o, più brutalmente, l’instaurazione di un nuovo paradigma politico-sociale autoritario simile a quello cinese, quel che è certo è che, come ricordava Lichfield, nulla tornerà più come prima. La sperimentazione di questi due anni ci prospetta una vita più virtuale e surrogata, sorvegliata e socialmente distanziata. Gli indizi del cambiamento in atto sono molteplici. È casuale il fatto che a pandemia appena iniziata si sia scelto di chiamare “sociale” un distanziamento la cui ratio sanitaria avrebbe dovuto battezzarlo “fisico”? È casuale che nell’agenda politica internazionale si discuta alacremente di introdurre un reddito di cittadinanza universale che copra la futura disoccupazione di massa introdotta dall’automazione? Se la produzione del mondo sarà sempre più robotizzata, il consumo rimarrà una necessità essenziale in un mondo in cui la garanzia della tutela di alcuni diritti da parte dello Stato comporterà il prezzo di rinunciare a sempre maggiori margini di libertà, democrazia e autonomia. Scegliere se questa idea di felicità ci piace è la posta politica in ballo e l’unica certezza è che senza una spinta dal basso che rompa l’incantesimo illusionistico che non esistano alternative possibili non c’è nulla di buono da aspettarsi.

     

    Leonardo Lippolis

     

    [1] https://www.milanofinanza.it/news/non-torneremo-piu-alla-normalita-ecco-come-sara-la-vita-dopo-la-pandemia-202003181729195935?fbclid=IwAR040N5v-cfZsWh71KMRh9ROq5vZVc1IysJfY-woPQwBravn71Bt9lTt-gs

    [2] K.Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna 2016; S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss, Roma 2019.

    [3] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [4] R. Thaler, C. R. Sunstein, La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano 2014.

    [5] K. Schwab, T. Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing, Cologny/Geneva 2020

    [6] https://www.iisf.it/index.php/progetti/diario-della-crisi/green-pass-discriminazione-e-controllo-tommaso-gazzolo.html?fbclid=IwAR33WI9FHJfZAIVu9GA5Sh2pHzJU3hnYLpqTwol5FP-foFp1zb6H9A5Cac0

    [7] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/31/covid-la-vaccinazione-non-e-un-dovere-ma-un-diritto-basta-col-clima-da-caccia-alle-streghe/6305860/

    [8] https://www.repubblica.it/economia/2021/07/20/news/chi_non_si_immunizza_deve_almeno_pagare_i_danni_che_provoca-310929241/?ref=RHTP-BH-I304495303-P2-S1-T1&fbclid=IwAR3bcAJ7XnkHueleg6wETFkbb94nFkzLfNHnnTOOZFygozjc8e2LA0uCUO0

    [9] https://www.pharmastar.it/news/digital-medicine/tecnologie-digitali-applicate-alla-salute-quale-sar-il-futuro-36046

    [10] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [11] https://www.money.it/ID2020-identita-digitale-cosa-e-legami-COVID19?fbclid=IwAR2ZCdTHhEmdLdA_Of-0A1hYYrPRu8EyzktUfLLCwG-ii1dVKpUtmOOmfdE

    [12] Si veda al proposito il bel documentario Inventori di malattie, inchiesta puntuale e molto interessante realizzata da Silvestro Montanari nel 2007 per il programma “C’era una volta” di Raitre e reperibile in rete

    [13] M. D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano 2020.

    [14] Si veda al proposito https://www.weforum.org/agenda/2016/11/how-life-could-change-2030/

  • Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Sono passati tre anni dal crollo di Ponte Morandi. Di già tre anni: un tempo oramai congruo per far bilanci e osservare cosa è cambiato dopo un evento così catastrofico, ma, soprattutto, provare a decifrare che cosa non è cambiato. In questi tre anni abbiamo visto di tutto, commemorazioni, decine di inaugurazioni, fiocchi e polvere, lacrime e risate, chiacchiere e silenzi. Poi la pandemia ha rimodulato le priorità e la gerarchia delle emergenze, scalzando, senza troppi rammarichi da parte della classe dirigente, il problema della sicurezza delle infrastrutture svelatosi davanti ai nostri occhi in tutta la sua potenza il 14 agosto 2018.

    La ricostruzione del nuovo viadotto, nonostante la stucchevole retorica che l’ha accompagnata esaltandone una presunta grandiosità che il tempo per fortuna parrebbe aver già disciolto e annacquato nella memoria collettiva, oggi ci pone sotto gli occhi un contrasto evidente: nuovo contro vecchio. E di questo vecchio, che forse sarebbe meglio definire decrepito, abbiamo imparato a scoprire dettagli agghiaccianti solo grazie alle inchieste e indagini post crollo: non solo decenni di manutenzioni non fatte o fatte male, ma anche decenni di mancati controlli. Con l’inquietante dettaglio che il tutto è stato scoperto in via incidentale: sei per i viadotti il vaso di pandora si è aperto il 14 agosto, per le gallerie si è dovuti arrivare al crollo della volta della galleria Bertè, il 29 dicembre 2019.

    Interno del viadotto ad arco Portigliolo, sulla A10

    In altre parole abbiamo scoperto di non sapere nulla o poco di più, sulle grandi infrastrutture del paese. Da lì il delirio che tutti i genovesi e i liguri vivono ogni giorno: la grande corsa alla manutenzione straordinaria per provare a mettere in sicurezza una rete autostrade fatta da oltre 500 opere tra ponti e gallerie che il Morandi e la Bertè ci hanno svelato essere in condizioni pietose. E il fatto che i grandi agglomerati di potere economico che attraversano la nostra città, come il mondo della portualità, non abbiano il peso di spostare una virgola del contesto caotico dell’emergenza cantieri per conservare le proprie posizioni e i propri interessi, limitandosi al gioco delle tre carte, è la cartina tornasole della gravità della questione: qua o si cantierizza o si muore.

    E qui sta il nodo vero della questione: questa grande stagione di manutenzioni, destinata a durare ancora anni, a cosa serve, a parte, forse, a non farci morire ammazzati tra calcestruzzo, fango e ferraglia arrugginita? Cosa succederà dopo che tutti i viadotti e le gallerie saranno state messe in sicurezza? Soprattutto, questo condizione è realmente avverabile? In altre parole quello su cui la politica e la società dovrebbe interrogarsi è sul fine vita di centinaia di opere la cui età è drammaticamente sopra i limiti per cui furono costruite. E parliamo di opere gigantesche, viadotti di centinaia di metri, gallerie di chilometri, tra cui le più “moderne”, ovvero quelle della A26, hanno oggi 50 anni.

    In un verbale del tavolo Pris aperto con fatica e resistenze politiche di ogni sorta per la gestione dei cantieri del viadotto Bisagno, operativo del 1967, viene riportata questa frase: “L’Ing. Cavalletti (il tecnico incaricato dai comitati dei cittadini, ndr) tiene a precisare che al momento dell’ultima audizione con ASPI, era stato messo sul tavolo il fatto che i ponti come il viadotto Bisagno hanno una vita utile finita che attualmente è prossima al suo termine naturale; a precisa domanda posta da lui ad ASPI, su quanta vita residua ritengano di poter estendere con l’intervento in oggetto, riferisce che la risposta è stata ‘ci basta che arrivi al termine della concessione”. Una affermazione ad oggi mai smentita o approfondita, che svela la ratio con cui le manutenzioni di questi mesi sono state affrontate: tenere insieme i cocci finche si può. Finchè conviene. Fino al prossimo incidente, verrebbe da aggiungere.

    Secondo le stime del Cnr, pubblicate poche ore dopo il crollo del Morandi e finite nel vortice bulimico della narrazione della dramma, in Italia ci sono circa 10 mila opere che hanno superato la soglia della vita utile, la cui manutenzione conservativa dovrebbe impiegare risorse per circa 2,5 miliardi di euro l’anno, come minimo. Il Pnrr con cui il governo intende affrontare i prossimi dieci anni parla di circa 62 miliardi per le infrastrutture, (di cui una quarantina destinata alle nuove opere ferroviarie legate all’alta velocità) di cui solo poco più di 4 miliardi sono stati destinati alle manutenzioni del costruito.Un sesto del necessario calcolato solo per tenerle in piedi. Tutto il resto sarà spremuto dai pedaggi o raccolto cammin facendo. Se si troverà il modo di farlo.

    Nel frattempo decine di migliaia di auto e tir continuano a viaggiare su viadotti degli anni 60 costruiti con centine di legno, cazzuole e secchi di cemento. Sulla A10, il tratto più antico, vale a dire quello che oggi collega in direzione Genova Albisola con Pra’, è stato costruito negli anni 50, comprende decine di ponti ad arco (di cui molti progettati dallo stesso Morandi) sulla cui vita residua si sa pochissimo. O almeno pubblicamente si sa pochissimo. E fa fresco parlare di Gronda (che nei fatti si affiancherebbe al tratto urbano della A10, ovvero paradossalmente il più giovane), quando ogni giorno che passa è un giorno in meno che manca al fine vita di qualche viadotto o galleria.

    A destra il Lupara, progettato dal Morandi: all’epoca della sua costruzione, fine anni 50, era il più lungo d’Europa costruito con la tecnica ad arco. A sinistra il raddoppio fine anni 60 costruito con sistema Dywidag

    “Quando leggo sul ponte Valle Ragone, in A12, di segnalazioni fatte a ottobre e di interventi ancora non eseguiti ad aprile, resto perplesso. Non va bene. Perché le cose succedono quando meno te lo aspetti. Ci sono viadotti come il Nervi, il Veilino e il Bisagno, in Liguria, che devono essere monitorati di contino e con grande attenzione”. Parole di Fracesco Cozzi, ex capo della procura genovese, in un’intervista pubblicata in occasione del suo congedo. Questi tre viadotti, insieme al Sori, sono chiamati i “quattro fratelli” per via della loro modalità di costruzione: all’epoca, parliamo degli anni 60, essendo necessario costruire a quote eccezionali e in posti impervi o abitati, è stato necessario sviluppare una modalità di costruzione conosciuta come sistema Dywidag, mediante centinatura a sbalzo autoportante ad avanzamento bilanciato. Le travi, in calcestruzzo precompresso, sono state assemblate pezzo per pezzo a partire dall’appoggio sulla pila, mantenendo l’equilibrio statico grazie alla progressione parallela dei due lati. Una tecnica oggi abbandonata per le grandi costruzioni ma che ebbe grande successo in quegli anni, con decine di repliche in altri contesti, soprattutto autostradali. Ma che secondo una buona parte della letterature ingegneristica ha margini molti limitati di conservazione. Cosa succederà quando questi limiti saranno raggiunti?

    Dal crollo di ponte Morandi sono passati tre anni, ma da questa prospettiva non sembra essere passata nemmeno un’ora. Quello che è successo il 14 agosto 2018 è un evento sicuramente irripetibile, tale era la peculiarità dell’opera crollata sotto il peso di se stessa, ma tutto intorno ci sono strutture già pronte per il trapasso, a cui manca solamente la data del decesso. Che potrebbe essere anche domani.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

     

     

  • Euro 2020, l’edizione più inquinante della storia: 20 anni per assorbire la CO2 prodotta

    Euro 2020, l’edizione più inquinante della storia: 20 anni per assorbire la CO2 prodotta

    Credits: Uefa.com

    Di questo Euro 2020 ricorderemo ovviamente solo il bello, ovvero la vittoria all’italiana dell’Italia di Roberto Mancini, insieme alle storie da condimento di questa epopea sportiva, come il malore del danese Eriksen, l’entusiasmo del tifoso svizzero, il cerchiochesièchiuso sampdoriano della finale di Wembley. Tutto bello, tutto lucido. Ma dietro a questo grande sfarzo come sempre, c’è il retroscena più indigesto: questa edizione dei campionati europei è stata probabilmente la più inquinante della storia, soprattutto per quanto riguarda la produzione di CO2.

    A pesare la scelta della logistica diffusa, che tra spostamenti aerei di squadre e (pochi) tifosi ha prodotto solo per i viaggi circa 450 mila tonnellate di Co2, come riportato da una stima di Ener2Crowd, calcolata sul solo trasporto aereo. Una scelta, quella del “continente ospitante” fatta prima dell’esplosione del Covid-19, per evitare la costruzione di nuovi impianti, (di fatto ex novo si è costruito solo a Budapest) ma che avrebbe generato oltre 2 milioni di viaggi aerei in più, per la gioia dei main sponsor della manifestazione, tra compagnie aeree e portali turistici.

    Per compensare questa pesante impronta ecologica, che per avere una proporzione equivale al consumo mensile di circa 1 milione di cittadini europei in base alla media di consumo pro-capite annuo di circa 6 tonnellate, la Uefa ha annunciato che saranno piantati 50 mila alberi in ogni paese ospitante, ma secondo alcuni analisti la misura sarebbe largamente insufficiente perchè per calcolarla è stata stimata la capacità di assorbimento delle piante in tutto il loro ciclo vita, ovvero una media di circa due dacadi anni. In pratica quanto prodotto in più dai viaggi di Euro 2020 sarà assorbito in 20 anni, come minimo.

    Secondo le stime di Ener2Crowd, considerando che ogni albero è in grado di assorbire 30kgCO2/anno, la quantità reale di fusti che si dovrebbero realisticamente piantare per compensare subito le «emissioni Uefa» è di 13,5 milioni di alberi, con un costo di almeno 65 milioni di euro. Un altro paio di maniche, senza dubbio.

    «I 600 mila alberi rappresentano solo un tentativo di greenwashing” che si inserisce su quella pericolosa e tendenziosa strada di voler scaricare in modo improprio le responsabilità di comportamenti antropici che oggi andrebbero assolutamente evitati, in particolare dalle istituzioni, se realmente si volesse fare qualcosa per dare un segnale —anche educativo— che possa coinvolgere i singoli e determinarne azioni climaticamente consapevoli» commenta Giorgio Mottironi, cso e co-fondatore di Ener2Crowd nonché chief analyst del GreenVestingForum.it, il forum della finanza alternativa verde.

    Un mese di kermesse sportiva, quindi, rischiano di aumentare il già pesante fardello dell’inquinamento ambientale che lasciamo a chi verrà dopo di noi. E ci riportano un dato evidente, vale a dire la cortina fumogena che un sistema economico fondato sul consumo sta generando intorno alle tematiche ambientali, che tra le altre cose continua a rispolverare il vecchio trucco delle compensazioni, che abbiamo già visto quali mostri può generare negli ambiti urbanistici, sociali e, appunto, ambientali. Insomma, una europeo davvero da togliere il fiato.

     

     

     

  • The Black Bag, come ripulire il mondo dalle nostre cattive abitudini

    The Black Bag, come ripulire il mondo dalle nostre cattive abitudini

    Foto di Matteo Paolillo

    Una delle tematiche esplose in questi ultimi anni, e che sempre più sta condizionando l’agenda politica e sociale del mondo occidentale, con alterni risultati, è sicuramente quella ambientale, legata ai cambiamenti climatici e in particolar modo all’inquinamento. Spesso, a fronte di un argomento così complesso e stratificato all’interno del nostro sistema economico e di vita, è difficile trovare il bandolo della matassa, soprattutto se si vuole poi provare ad attivarsi e passare dalle tante belle parole ai fatti concreti. 

    Un buon modo per uscire dal labirinto dell’inedia è sicuramente quello di seguire le tracce di chi questo passaggio è riuscito a farlo: abbiamo incontrato The Black Bag, gruppo di tutela ambientale formatosi recentemente a Genova e intervistato Ludovica, una delle fondatrici dei questo ambizioso progetto; ecco la nostra conversazione, tra consigli di lettura e d’azione.

    Ciao, innanzitutto raccontaci qualcosa di te…
    Ciao! Mi chiamo Ludovica Squadrilli e ho 30 anni. Sono nata a Genova, sono laureata in Graphic Design, professione che svolgo come libera professionista da diversi anni e all’interno di The Black Bag sono vice presidente e art director. Ho sempre avuto una sensibilità innata per la tutela ambientale e un amore incondizionato per la natura e gli animali tanto che già da piccola ho iniziato come attivista per il WWF per il quale facevo le raccolte fondi per le specie a rischio vendendo i loro francobolli con un banchetto sulla strada sotto casa, un po’ come si faceva con i banchetti per gli scooby-doo in spiaggia da ragazzini…

    Cos’è The Black Bag e chi siete?
    The Black Bag è un gruppo di tutela ambientale, diventato a tutti gli effetti un’associazione di promozione sociale (APS) proprio i primi di Maggio, per quanto siano già due anni che siamo attivi sul territorio ligure per la tutela e la salvaguardia del litorale e delle aree verdi come ad esempio il Monte Moro. Nel gruppo direttivo siamo cinque (Andrea Canepa, Mattia Filippone, Dorotea Theodoli, Marco Pitto ed io) ma contiamo una trentina di volontari e volontari sparsi su tutta Italia (e all’estero) che collaborano con noi alla stesura degli articoli del blog e alla creazione dei contenuti grafici.

    Quando e come è nata l’idea di The Black Bag?
    Siamo nati il 26 Dicembre 2019 sulle spiagge di Sturla, in seguito ad una passeggiata del nostro presidente e amico Andrea Canepa che, con il suo amico a quattro zampe Ralph, si è ritrovato a camminare su un tappeto di plastica depositata dal mare, in aggiunta a quella lasciata dagli umani che vivono lo spazio. Qualche giorno prima Andrea ha pubblicato una storia su Instagram in cui denunciava la situazione invitando amici e parenti ad unirsi a passare una mattinata volta alla pulizia della spiaggia. A fine giornata alcuni dei presenti, tra cui la sottoscritta, sono rimasti a discutere dell’esperienza; l’entusiasmo e quello che ognuno di noi ha “portato a casa” come premio per l’anima, ci ha arricchito così tanto che abbiamo deciso di continuare. I presenti che quel giorno si sono fermati a disquisire dell’esperienza, oggi, a distanza di circa due anni, sono i fondatori di The Black Bag.

    Di preciso, cosa volete trasmettere alle persone? Qual è il vostro obiettivo?
    Devo ammettere in realtà che, in primis, tutto questo lo stiamo facendo per noi: per ogni cicca di sigaretta che abbiamo buttato per terra senza preoccuparci di dove sarebbe finita, per ogni volta che non abbiamo tutelato gli spazi intorno a noi… Insomma, uno dei reali motivi è assumerci le responsabilità di tutte quelle azioni che avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto sin da subito. Quando ci siamo resi conto che non eravamo gli unici a volerci “sporcare le mani” e che da soli avremmo potuto fare poco, abbiamo iniziato a coinvolgere chi voleva tramite i social (che sono stati indispensabili). Ad oggi, l’obiettivo non è più solo ridare decoro a spiagge e aree verdi o cittadine ma anche informare e sensibilizzare, partendo soprattutto dai più piccoli, al rispetto dell’ambiente, della flora e della fauna e a come essere il più ecosostenibili possibile, il tutto attraverso la divulgazione di contenuti digitali come gli articoli che trovate nella sezione blog del nostro sito.

    Avete mai ricevuto delle critiche per quello che fate?
    Finora no, non abbiamo ricevuto critiche ma ci è capitato in più di un’occasione di essere ostacolati in alcune missioni come la volta che, in collaborazione con altri gruppi di Genova, avevamo organizzato la pulizia di un’area verde di Begato alla quale abbiamo dovuto rinunciare per la sicurezza dei volontari: in sede di sopralluogo, che effettuiamo sempre prima degli eventi, gli abitanti della zona lanciavano elettrodomestici e sacchetti della spazzatura pieni dalle finestre, totalmente indisturbati e incuranti della nostra presenza.

    Le istituzioni vi appoggiano?
    Non abbiamo potuto collaborare con le istituzioni per via della costituzione che è avvenuta solo i primi di Maggio ma abbiamo avuto appoggio sin da subito da enti territoriali come Confcommercio Liguria e Amiu che è l’ente che si occupa della raccolta dei rifiuti del Comune di Genova i quali ci supportano ad ogni nostro evento (nel comune di Genova) recuperando e smaltendo tutti i rifiuti ingombranti o pericolosi che raccogliamo come materiali edili, pneumatici, RAEE.

    Ricevete feedback dalle persone che vi vedono? Cosa dicono di voi?
    Si molti, è capitato spesso che passanti si unissero a noi o ci portassero cibi e bevande per ringraziarci. Mi sono resa conto che da quando è diventata una “missione di vita” per primi i miei familiari hanno iniziato ad essere più attenti all’argomento, mi chiedono consigli e sottolineano le azioni green che fanno (riempiendomi d’orgoglio).

    Voi cosa ricavate da tutto questo lavoro?
    Io personalmente provo un grande senso d’orgoglio e soddisfazione alla fine di ogni evento. Inoltre sono una persona molto socievole e grazie a TBB ho conosciuto e ho la possibilità di conoscere persone meravigliose che abbracciano il mio stesso senso civico, perché di questo trovo che si tratti la tutela e il rispetto dell’ambiente, senso civico.

    Collaborate con altre associazioni? Siete in contatto con realtà simili alle vostre ma in altre città e territori?
    Assolutamente si! Sono tantissime le realtà che come noi si occupano dell’ambiente. Su Genova vi sono diversi gruppi con i quali abbiamo già organizzato eventi e collaboriamo a stretto contatto. Per quanto riguarda le altre città, il 19 Giugno stiamo organizzando il primo evento in simultanea firmato The Black Bag che ci vedrà impegnati contemporaneamente su Genova, Savona e Roma, quest’ultima la prima città fuori dalla Liguria dove inizieranno a pieno regime gli eventi di pulizia.

    Qual è il rifiuto più strano che avete trovato?
    Durante una delle pulizie che abbiamo fatto presso la foce dell’Entella di Chiavari lo scorso anno abbiamo trovato tantissimo materiale medico come vecchi medicinali ancora nelle ampolle di vetro, un contenitore per creme in alluminio degli anni ‘40 con tanto di testo in rilievo sopra, schede telefoniche, lastre di raggi x, una vespa d’epoca ormai diventata un blocco di ruggine e molti contenitori di detersivi palesemente vintage di marche che non esistono neanche più. Moltissimi pezzi di impianti elettrici come prese e interruttori che avevano probabilmente i nostri nonni nelle loro abitazioni.

    Qual è invece quello che si trova in maggiore quantità?
    Tralasciando le mascherine date dalla pandemia, le cicche di sigaretta sono purtroppo il rifiuto più facile di cui sbarazzarsi e soprattutto le spiagge ne sono letteralmente invase! Seguite poi da bottiglie di plastica, salviette, lenze e microplastiche.

    Cosa consiglieresti a chi ci sta leggendo per inquinare meno?
    Alcune delle abitudini che si possono adottare sono: usare la borraccia anziché comprare bottiglie d’acqua di plastica, utilizzare borse in tessuto per i nostri acquisti, gettare le sigarette nel cestino anziché per terra o nei tombini (che finiscono direttamente in mare), comprare roba sfusa anziché con packaging come pane, frutta e verdura, utilizzare detersivi e saponi sia per la casa che per l’igiene personale che non siano d’impatto sull’ambiente, fortunatamente sta tornando di moda lo sfuso per questi che la maggior parte delle volte è anche ecofriendly e prodotto con materie naturali.

    Noi donne purtroppo, per ragioni biologiche, incidiamo molto sull’ambiente con gli assorbenti, una delle cose che possiamo fare per ovviare questo problema è utilizzare assorbenti lavabili e non usa e getta, ne esistono diversi tipi dalla coppetta mestruale in silicone che sostituisce quelli interni a quelli esterni con ali in fibra di cocco che si possono lavare in lavatrice, io personalmente non tornerei mai e poi mai in dietro sia per ragioni economiche che di salute!

    Avete già stabilito cosa fare nei prossimi mesi?
    Abbiamo un calendario ricco di appuntamenti e con la bella stagione abbiamo in programma degli eventi speciali che dureranno anche due giorni ma che sono ancora top secret!

    Dove vi possiamo trovare per unirci a voi?
    Il prossimo evento sarà Sabato 19 Giugno e avrà luogo in tre città italiane diverse: Savona, Roma e Genova, in quest’ultima sarà un evento speciale, in collaborazione con il brand d’abbigliamento R3unite, che direttamente da Milano, porterà il Proactive Show (fashion show + clean up).

    Ci consigli qualche lettura che possa sensibilizzare sul tema ambientale e spiegare meglio cosa sta succedendo e come dovremmo comportarci?
    Dunque, sulla situazione attuale del nostro pianeta sono stati pubblicati ormai moltissimi libri, per fortuna. Io consiglierei qualsiasi cosa scritta da Naomi Klein, che soprattutto in Una rivoluzione ci salverà (Rizzoli, 2015) parla del capitalismo e della crisi climatica.

    Se invece si è più interessati alla perdita di biodiversità e a un approccio più scientifico, ho letto di recente La sesta estinzione di Elizabeth Kolbert (beat, 2014), in cui si fa il punto della situazione sull’estinzione di massa che stanno subendo animali e piante ormai da anni.

    Infine, per avere un quadro ancora più completo, è uscito da poco Scegliere il futuro di Christiana Figueres e Tom Rivett-Carnac (Tlon, 2021). È un libro molto pratico che, dopo aver spiegato l’importanza dell’Accordo di Parigi, elenca tre mentalità e dieci azioni da adottare per raggiungere gli obiettivi concordati. Potete trovare altri consigli sul nostro blog nella rubrica I consigli del Dodo di Dorotea Theodoli.

    Potete trovare tutte le informazioni sui progetti attivi e i prossimi eventi sui loro canali social Facebook e Instagram: @theblackbagorg o sul sito www.theblackbag.org

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger
  • Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Ripresa e resilienza? Meno pubblico e più privato. Ma le concessioni balneari non le tocca nessuno

    Stabilimento balneare

    Lo scorso 30 aprile il governo Draghi ha consegnato alla Commissione europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), cioè il documento in cui l’Italia spiega in che modo intende spendere i 191,5 miliardi in arrivo da Bruxelles da quest’anno (i primi fondi potrebbero arrivare a luglio o settembre) fino al 2026, anno entro il quale i fondi ricevuti andranno impegnati in progetti concreti.

    Oltre a una lunga lista di riforme settoriali e investimenti suddivisi in 6 missioni (transizione digitale, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e ricerca, sociale e salute) il PNRR include anche alcune riforme trasversali, tra cui quella per stimolare la concorrenza economica. “La tutela e la promozione della concorrenza – si legge a pagina 77 del piano – sono fattori essenziali per favorire l’efficienza e la crescita economica e per garantire la ripresa dopo la pandemia. Possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale“.

    Fatta questa dichiarazione di principio, nelle pagine successive vengono indicate le modifiche legislative (in sostanza ci si impegna a rendere operativa la legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvata nel 2009 ma applicata solo nel 2017) e gli ambiti che si intende liberalizzare e aprire a una maggiore concorrenza. Già la legge annuale di quest’anno interesserà infrastrutture strategiche nel settore delle telecomunicazioni, portuale e delle reti elettriche. Verranno poi riviste in senso pro-concorrenziale le norme che regolano le grandi concessioni nei settori dell’idroelettrico, del gas naturale, delle autostrade e della vendita di energia elettrica.

    Per quel che riguarda i servizi pubblici locali, si punta a un uso “più responsabile” (e quindi più limitato) dell’affidamento dei servizi alle società in-house (cioè aziende controllate del tutto o in parte dagli enti pubblici, come a Genova sono tra le altre Amiu, Aster o Amiu) da parte delle amministrazioni locali. I Comuni, per esempio, dovranno fornire motivazione “anticipata e rafforzata” della scelta di affidare un servizio direttamente a una società di propria proprietà anziché ricorrere alla libera concorrenza di mercato. Lo stesso principio viene citato esplicitamente per l’accreditamento all’erogazione di servizi in ambito sanitario e per la gestione dei rifiuti.

    Nei prossimi anni si prospetta quindi uno sforzo riformatore notevole, tanto più che all’applicazione delle riforme trasversali è legata l’erogazione effettiva dei fondi necessari per finanziare le misure progettate dal governo per uscire dalla crisi economica.

    Eppure da tale sforzo rimangono fuori le concessioni per gli stabilimenti balneari, la cui scadenza è stata rinviata di 15 anni nel 2019, ai tempi del governo Lega-Cinque Stelle. In sfregio alla direttiva Bolkestein, la direttiva della Commissione europea del 2006 molto contestata in Italia e di fatto mai applicata. Negli ultimi anni sono stati soprattutto la Lega e gli altri partiti di destra a dare voce alla rivolta dei balneari e di altre categorie come gli ambulanti contro la direttiva, che punta a liberalizzare i loro settori. Ma su questo punto, almeno per il momento, tra il governo Conte 1 a trazione leghista e quello guidato dall’ex presidente della BCE non sembra esserci troppa differenza.

    La direttiva ignorata

    Secondo il sindacato dei balneari Sib, quando lo scorso 24 aprile la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto a Mario Draghi chiarimenti sulle bozze del PNRR in una telefonata, tra le altre cose avrebbe cercato di convincere il presidente del Consiglio a inserire l’applicazione della direttiva Bolkestein nel piano, ma Draghi avrebbe respinto tale richiesta.

    La notizia non è stata confermata da altri media, ma di sicuro la Commissione cerca da anni di spingere l’Italia ad applicare la direttiva, arrivando a minacciare sanzioni. Di recente, anche l’antitrust italiana si è espressa contro alla proroga delle concessioni al 2033 decisa dal primo governo Conte. L’Agenzia Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), in particolare, ha risposto negativamente alla richiesta del Comune di Carpi di verificare la legittimità di un proprio atto, che avrebbe prorogato le concessioni dei balneari che operano nel Comune fino al 2033. La decisione sarebbe appunto contraria alla direttiva Bolkestein. La stessa Agenzia, lo scorso marzo, aveva fornito un parere al presidente del Consiglio Draghi in cui, per quel che riguarda le concessioni balneari, in cui sosteneva la necessità dell’ “abrogazione delle norme che ne prorogano indebitamente la durata; l’adozione in tempi brevi di una nuova normativa che preveda l’immediata selezione dei concessionari in base a principi di concorrenza, imparzialità, trasparenza e pubblicità”.

    Dal punto di vista europeo, le lunghe concessioni ai balneari italiani impediscono ad aziende di altri Paesi europee di concorrere sul mercato dell’offerta di servizi sulle coste del nostro Paese, come sarebbe nello spirito del mercato comune europeo (che ovviamente prevede che le aziende italiane possano fare lo stesso negli altri Paesi europei). Chi contesta la Bolkestein dice che l’Italia ha più chilometri di costa utilizzabile per gli stabilimenti di ogni altro Paese europeo, e che crea posti di lavoro ed è formato da circa 30 mila aziende, spesso a gestione familiare.

    A sostenere le ragioni dei balneari un ampio spettro di forze politiche, a livello nazionale e locale. In Liguria la prima giunta Toti era arrivato prima del governo giallo-verde, emanando già a fine 2017 due leggi regionali per prorogare le concessioni già a fine 2017, bocciate però dall’allora governo Gentiloni proprio perché in contrasto con la Bolkestein.

    Negli anni scorsi Era Superba ha approfondito questi argomenti in altri articoli:

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria;

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge salate

    Anche chi spinge per una maggior applicazione delle regole sulla concorrenza per il le concessioni balneari non trascura il particolare contesto italiano, dove il settore è economicamente ben più rilevante rispetto agli altri Paesi europei. In particolare questo momento, con il settore colpito dalle conseguenze economiche della pandemia, non è considerato il migliore per una riforma che tolga certezze acquisite nel tempo a tante piccole o medie imprese.

    Ma per l’AGCM “in più di un’occasione, la proroga automatica e ingiustificatamente lunga delle concessioni è stata motivata dall’impatto sociale che gli affidamenti competitivi avrebbero comportato“. Nel parere inviato lo scorso marzo al presidente del Consiglio Draghi, l’Antitrust definisce questo punto di vista “una lettura che sottostima largamente i costi sopportati dai soggetti esclusi e le implicazioni per la competitività”.

    Anche dal punto di vista della rendita fiscale i vantaggi sono quantomeno dubbi. Secondo la società di consulenza Namisba, nel 2016 il settore versava alle casse pubbliche appena 103 milioni di euro, a fronte di un giro di affari da 15 miliardi all’anno.

    Riempire la costa di stabilimenti balneari significa anche rendere a pagamento (e spesso a prezzi salati) la fruizione di spazi in teoria pubblici. Una legge regionale ligure prevederebbe che in ogni comune rivierasco almeno il 40% della costa sia pubblico. Secondo Legambiente, nel 2018 lo era solo il 14%. E li siamo ancora fermi.

    Luca Lottero

  • ‘Ascoltami ora’, Maricla Pannocchia e il mondo difficile dei bambini oncologici

    ‘Ascoltami ora’, Maricla Pannocchia e il mondo difficile dei bambini oncologici

    Maricla Pannocchia è una scrittrice toscana che nel 2014 ha fondato l’Associazione di volontariato “Adolescenti e cancro”, di cui è Presidente, per offrire supporto sociale, emotivo e psicologico gratuito agli adolescenti e ai giovani adulti da tutta Italia che hanno o hanno avuto il cancro. Nel corso degli anni ha pubblicato il romanzo “La mia amica ebrea” e con Astro Edizioni ha pubblicato “Le cose che ancora non sai“. Sentendosi vicina alla realtà dei ragazzi affetti dal cancro infantile e alle loro famiglie, ha messo a disposizione la sua abilità di scrittrice per poter parlare a tutti di questo tema così difficile da affrontare. Si tratta di un mondo doloroso in cui possiamo entrare grazie al suo libro “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici”, dove a parlare saranno proprio i protagonisti delle vicende. Abbiamo approfondito la conoscenza con Maricla e le abbiamo posto alcune domande per voi.

    Buongiorno Maricla, dicci qualcosa di te, chi sei, cosa fai nella vita, dove vivi…
    Ciao a tutti e grazie dell’opportunità. Mi chiamo Maricla Pannocchia, ho 36 anni, sono toscana e da sempre amo scrivere. Ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2014 e nello stesso anno ho scritto “Le cose che ancora non sai” che racconta la storia d’amicizia fra due adolescenti, di cui una malata di leucemia. Svolgendo le ricerche per il romanzo, mi sono avvicinata alla realtà dei ragazzi oncologici, di cui non sapevo praticamente niente e ho sentito il bisogno di fare qualcosa per loro. Oltre a essere Presidente dell’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro lavoro come scrittrice, ghost writer, copy writer e offro percorsi di accompagnamento alla pubblicazione e/o alla promozione agli scrittori emergenti.

    Come hai avuto l’idea di scrivere “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici”?
    L’idea per “Ascoltami ora” è nata in maniera naturale, spontanea, perché attraverso la pagina Facebook della mia Associazione faccio regolarmente sensibilizzazione sul cancro infantile e dell’adolescente attraverso le storie di chi ci è passato o ci sta passando. Il libro è un’evoluzione naturale della mostra fotografica online (IN) VISIBILI, visionabile gratuitamente al sito dell’Associazione (www.adolescentiecancro.org), che racchiude storie e foto inviate dai ragazzi e dalle famiglie.

    Personalmente è un argomento di cui sento parlare poco, forse perché spaventa. Credi che quello del cancro infantile o in età adolescenziale sia un argomento poco discusso in Italia? Bisognerebbe fare di più?
    Sì, credo che si parli ancora poco del cancro infantile e dell’adolescente. Ormai io “ci sono dentro” quindi seguo varie Associazioni, conosco tanti ragazzi e famiglie e quindi ne sento parlare ogni singolo giorno ma mi rendo conto che le persone che sono al di fuori del mondo dell’onco-ematologia pediatrica ne sentono parlare pochissimo, di solito in concomitanza di qualche occasione come la Giornata Mondiale contro il Cancro Infantile. Quello che mi spaventa di più, però, non è tanto il fatto che non se ne parli abbastanza ma che spesso se ne parli in maniera sbagliata, per esempio mi vengono in mente le immagini dei bambini o ragazzi, calvi e sorridenti, che si divertono in qualche camp e quello è sicuramente un aspetto della malattia ed io stessa diffondo immagini del genere prese dalle nostre gite però è anche importante parlare degli altri aspetti come il dolore, la paura, l’isolamento, l’effetto della diagnosi sull’intera famiglia e in special modo sui fratelli e le sorelle… non bisogna dare l’idea che i bambini e ragazzi oncologici siano da compatire e basta. Penso che bisogna metterci in testa che si tratta di persone e quindi di esseri molto complessi, come lo siamo tutti; etichettarli semplicemente come “ragazzi malati di cancro” non è solo riduttivo, può rivelarsi controproducente e con-tribuire a dare l’idea che una persona malata, di qualsiasi età, non sia altro che, appunto, una persona malata quando, avendo conosciuto tanti di questi bambini e ragazzi, vi giuro che sono carichi di sogni, talenti, progetti sia per il presente sia per il futuro.

    Le istituzioni cosa fanno a riguardo? Si potrebbe fare di più?
    Sì, si potrebbe sempre fare di più. Purtroppo tante mamme mi hanno raccontato di aver ricevuto poco supporto dalle istituzioni, specialmente da quelle a livello nazionale. Lo Stato in sé, secondo me, dovrebbe avere dei progetti ben delineati, che coinvolgano i pazienti e gli ex pazienti e i loro famigliari, e dei budget idonei a rispondere ai bisogni delle famiglie colpite dal cancro pediatrico e dell’adolescente. Al momento, tutto ciò che viene fatto è grazie a Fondazioni, Associazioni, privati, aziende ecc… penso che lo Stato, dato che la nostra Costituzione tutela chiaramente il diritto alla salute, dovrebbe intervenire in maniera molto più decisa, consapevole e strutturata per rispondere ai numerosi bisogni di queste famiglie. Ricordiamoci, inoltre, che lo Stato siamo noi; è importante che ogni singola persona s’informi, segua la causa e combatta con e per i bambini e ragazzi oncologici perché solo facendo sentire le nostri voci forse, un giorno, otterremo attenzione da parte dello Stato.

    La ricerca scientifica si concentra su questa tematica?
    La ricerca fa continuamente passi avanti. Questo, però, varia molto da cancro a cancro. Quando parliamo di “cancro infantile” corriamo il rischio che le persone pensino che si tratti di un’unica patologia quando in realtà esistono numerosi tipi di cancro e dozzine di sottotipi. Ci sono alcuni tipi di cancro infantile considerati “rari”, come per esempio i sarcomi o il DIPG (glioma diffuso intrinseco del ponte), per i quali la ricerca è ancora indietro.

    Ci sono altre associazioni, oltre la tua, anche in altri paesi, che si occupano di giovani malati?
    Ma certo! In Italia ci sono diversi reparti oncologici a misura di adolescente, i primi che mi vengono in mente sono il Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Area Giovani del Cro di Aviano, però ci sono tante teen zone, teen rooms eccetera – ovvero sale dedicate agli adolescenti – in vari ospedali. Sicura- mente ho visto dei passi fatti in avanti in questo senso, rispetto a quando ho aperto nel 2014. All’estero, devo nominare il Teenage Cancer Trust (no-profit britannica leader nella cura degli adolescenti con tumore) perché dal 2015 al 2019 inclusi, ogni anno ho accompagnato un ragazzo o una ragazza supportati dalla mia Associa- zione alla conferenza da loro organizzata in Inghilterra, “Find your sense of tumour”, dedicata a giovani fra i 18 e i 24 anni che avevano o avevano avuto un cancro accompagnati da infermieri, volontari, educatori… Noi eravamo l’unica Associazione italiana a partecipare e ricordo quelle esperienze come fra le più utili e belle della mia vita, sia a livello umano sia per quanto ho imparato e poi messo in quello che faccio nella mia Associazione, e anche i ragazzi che ho accompagnato sono rimasti molto colpiti e sono tornati in Italia che erano persone diverse rispetto a quelle che erano prima della partenza.

    Hai avuto difficoltà a raccogliere le storie presenti nel libro?
    No. Come ho accennato prima, il libro è l’estensione naturale della nostra mostra fotografica online (IN)VI- SIBILI nella quale ci sono numerose storie scritte dalle famiglie o dai ragazzi. Quando ho proposto l’idea del libro, molte persone mi hanno contattata con la propria testimonianza; altra hanno scoperto della mia Associa- zione a pubblicazione già avvenuta e allora le loro storie sono andate “solo” nella mostra fotografica online. Ammiro molto tutte le persone che scelgono di condividere le loro storie perché naturalmente si tratta di esperienze dolorose, anche quelle finite bene hanno un minimo di dolore e sofferenza inimmaginabile per le persone “sane”, ma queste famiglie e questi ragazzi lo fanno per aiutare gli altri e per raccontare la propria esperienza nell’ottica che è l’unico modo per avvicinare davvero le persone alla realtà del cancro infantile e dell’adolescente.

    Credi che sia stato importante per loro condividere la propria storia di malattia, raccontandosi
    Sì, come dicevo sopra. Da scrittrice, do molta importanza alle parole e penso che per determinate persone e determinate patologia la scrittura possa essere proprio una sorta di terapia. Non dev’essere facile mettersi a nudo e scrivere nero su bianco di momenti così difficili ma queste persone sono davvero altruiste e un esempio perché, attraverso le loro storie e quelle dei loro figli, vogliono aiutare gli altri.

    Per una persona malata e per chi vive accanto a loro, qual è la parte più difficile da affrontare della malattia, quella che spaventa di più?
    Per fortuna non ho mai avuto una persona a me cara malata di cancro, quindi non posso rispondere per esperienza personale e penso che la risposta vari da persona a persona nonché magari in base ad altri fattori, come per esempio il rapporto che lega questa persona all’ammalato. Penso che sia la malattia in sé a spaventare e, per esteso, la morte. La nostra società purtroppo c’insegna che le persone malate sono da compatire e tante persone, spesso inconsciamente, cambiano modo di comportarsi con chi è malato. Penso sia fondamentale ricordare che quella persona malata è ancora il tuo partner/il tuo amico/il tuo compagno di scuola, è ancora un essere umano con una personalità, dei sogni, dei progetti ecc… certo, la sua quotidianità è cambiata e probabilmente lui stesso sta cambiando, ma suggerisco di non pensare mai che un malato sia solo un malato. Un malato è una persona che ha duemila sfaccettature e fattori che la compongono; la malattia è solo uno di questi.

    Quanto è importante e quanto incide l’aiuto psicologico? Secondo te è necessario?
    Anche qui penso che la risposta vari da persona a persona. Ho conosciuto mamme che hanno perso i figli e hanno ammesso candidamente di non essersi mai rivolte a uno psicologo perché non ne sentono il bisogno e non l’hanno mai sentito, altre mamme invece sì, così come i ragazzi stessi. Molti di loro soffrono di problemi di ansia, attacchi di panico, depressione… mi sento di consigliare un supporto psicologico a chi pensa di averne bisogno. A volte tendiamo a pensare – anche qui perché la società ci ha “insegnato” in un certo modo – che i problemi della mente non siano importanti quanto quelli del corpo, che un cancro è una malattia del fisico, punto. Invece ha un impatto anche a livello psicologico. Chiedere un aiuto psicologico, o in qualunque altro ambito,non vuol dire fallire, essere deboli, o “pazzi”, ma semplicemente renderci conto che per star bene e per guarire dobbiamo fare il possibile perché ci sia un’armonia corpo-mente-spirito.

    Perché consiglieresti la lettura del libro a chi non ha mai avuto esperienze vicine a quelle raccontate?
    Proprio perché gli autori sono ragazzi e famiglie che hanno vissuto questa realtà e che ve la raccontano così com’è. Non ci sono pillole indorate. Troverete dolore, paura, morte, vita, allegria, coraggio… troverete la vita con la “V” maiuscola, che è il motivo per cui ho deciso di aprire la mia Associazione, perché è stato lì, fra le famiglie colpite dal cancro pediatrico, che ho trovato la vera vita, quella con i valori davvero importanti, con le risate intense, con il “qui e ora”. In un mondo, quello dell’onco-ematologia pediatrica, dove le persone avrebbero tutto il diritto di essere tristi, negative e preoccupate ho (ri)trovato la voglia di vivere.

    Perché lo consiglieresti invece a chi sta vivendo questo percorso, sia direttamente che indirettamente (ovvero il malato stesso e i familiari, ma anche insegnanti, amici ecc)?
    Allora, chiarisco che purtroppo la maggior parte delle storie non sono a lieto fine. Questo non per scelta, ma perché quelle sono le storie che mi hanno inviato. Non lo consiglio, quindi, a chiunque stia affrontando la ma- lattia proprio perché si parla apertamente della morte, del dolore e ci sono tante storie scritte dai genitori perché i bambini o ragazzi sono diventati angeli. Penso che sia più utile, piuttosto che ai malati, alle persone che stanno loro accanto per farsi un’idea di cosa può passare nella mente del malato.

    Vedere da vicino queste esperienze, cosa ti ha "regalato"? Quali insegnamenti hai
    potuto ricevere?
    Come accennavo prima, questi ragazzi mi hanno regalato la vita con la “V” maiuscola ed è il dono più prezioso che potessi ricevere. Purtroppo, nel cosiddetto “mondo normale”, le cose sembrano andare sempre peggio. Ci sono tantissime notizie che parlano di violenza, morte, razzismo, egoismo e nella vita quotidiana vedo che la maggior parte della gente ha una mentalità individualista, si lamenta per un nonnulla, pensa di avere tutto il tempo del mondo, vuole accumulare soldi e altri beni materiali. Si sono dimenticati la gratitudine, il rispetto, l’amore, la famiglia, l’amicizia come veri valori. Questi ragazzi, forse perché sono cresciuti in fretta e forse perché, più o meno consapevolmente, vedono la morte da vicino, mi hanno insegnato a non pensare al domani ma a concentrarmi sull’oggi, ad amare, a dimostrare affetto, a seguire i miei sogni, a essere sempre gentile e rispettosa e che, nonostante i momenti difficili, tornerà il sole e spesso sta a noi reagire in determinati modi piuttosto che in altri, davanti alle difficoltà della vita, per ritrovare quel sole o per dipingerlo con le nostre mani.

    Sei fondatrice e presidente dell’Associazione di Volontariato Adolescenti e cancro, ti va di parlarcene? Quali attività svolge? Quante famiglie aiuta?
    La mia Associazione è nata nel 2014, per mia volontà, per offrire supporto sociale e occasioni di confronto fra coetanei a ragazzi/e da tutta Italia, fra i 13 e i 24 anni, che hanno o hanno avuto il cancro. Organizziamo gite di più giorni in Toscana, giornate di svago, vacanze per la famiglia… ovviamente tutto ciò è stato sospeso dalla pandemia e rimpiazzato con attività online però, inutile mentire, non è la stessa cosa. A forza di conoscere que- sti ragazzi e le loro famiglie sono venuta a sapere molto di più sul cancro infantile e dell’adolescente, e allora ho deciso di lavorare regolarmente anche sulla sensibilizzazione nell’ottica che purtroppo sentiamo parlare raramente della realtà del cancro pediatrico e la maggior parte della gente che ne è fuori, è nelle condizioni in cui ero io non solo prima del 2014 ma anche nel primo anno o due dalla fondazione dell’Associazione, in cui mi focalizzavo solo sulle gite e sul supporto fra coetanei, importantissimi, ma comunque solo una parte di una realtà molto complessa e purtroppo per molti versi invisibile (da qui il titolo della mostra).

    Con la pandemia immagino che molte attività si siano fermate o modificate; la pandemia quanto ha influito sui piccoli pazienti e le loro famiglie?
    Come accennavo prima, abbiamo dovuto sospendere tutte le attività dal vivo; ho ripiegato con dei laboratori online ma onestamente il coinvolgimento e i risultati non sono nemmeno paragonabili a quelli delle attività dal vivo. La pandemia ha reso ancora più isolati questi bambini e ragazzi; immaginate, per esempio, l’assenza di volontari nei reparti. Bambini e ragazzi che non possono più contare sui clown, sui volontari, sulle uscite, sulle attività in reparto… La pandemia ha portato via la spensieratezza che tutte queste attività portavano con sé, lasciando i bambini e ragazzi con gli esami, le chemio, le radioterapie, le operazioni chirurgiche ecc e le Associazioni che si fanno in quattro per stare loro vicino in modi nuovi però sicuramente l’interazione umana, un abbraccio, mancano moltissimo e penso che questo possa anche incidere a livello psicologico sul percorso del bambino o ragazzo.

    Quale sarà la prima cosa che la tua associazione farà dopo la pandemia?
    Non vedo l’ora di ricominciare con le nostre attività dal vivo, le uscite su Roma e in altre città, ma soprattutto le gite di più giorni in Toscana! Mi manca moltissimo il rapporto diretto con i ragazzi. Le gite hanno un concept semplice ma geniale nella sua semplicità; permettono ai ragazzi di conoscere altri giovani vicini d’età che stanno vivendo o hanno vissuto situazioni simili e soprattutto possono sentirsi giovani e vivi a dispetto della malattia. Le gite offrono un mix di attività organizzate e tempo libero e ciò che la maggior parte dei ragazzi partecipanti mi ha detto è che durante le gite non si sentono “diversi”, come gli può capitare per esempio a scuola o sul lavoro. Spero davvero di riuscire a fare una gita a dicembre 2021, torneremo a Firenze per il periodo invernale, come abbiamo sempre fatto (tranne nel 2020, ovviamente) da quando ho aperto e poi da lì ricomincerò con le gite estive e, se riuscirò, anche in termini di fondi, vorrei lanciare quelle primaverili, progetto che avrebbe dovuto prendere il via a marzo 2020.

     

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger

    Sinossi: “Ascoltami ora” è un insieme di storie che conducono il lettore nel mondo dell’oncologia pediatrica, un viaggio all’interno delle storie di bambini, ragazzi e famiglie che hanno vissuto la realtà del cancro pediatrico.

  • ‘Storie vere di un mondo immaginario’, il viaggio nel tempo e nella Liguria di Dario Vergassola

    ‘Storie vere di un mondo immaginario’, il viaggio nel tempo e nella Liguria di Dario Vergassola

    Dario Vergassola, comico, cabarettista e scrittore italiano ha recentemente pubblicato un nuovo libro con Baldini & Castoldi. Infatti dall’11 marzo possiamo trovare nelle librerie e store online il libro “Storie vere di un mondo immaginario“. Cinque racconti delle Cinque Terre, magnificamente illustrato da Mattia Simeoni. Li abbiamo intervistati entrambi per permettervi di avere uno sguardo completo sul tema ecologista delicatamente esplorato da Vergassola. Perché ridere va sempre bene ma senza perdere di vista ciò che di più bello abbiamo al mondo: la nostra terra.

    So che sei un grande lettore.
    Sì, leggo tanto. La lettura nasce se hai la fortuna di trovare i primi libri che ti incuriosiscono. Adesso per fortuna ci siete voi blogger, prima però ti affidavi un po’ al caso, al massimo c’erano dei bravi librai che ti suggerivano. Quando leggo, più che leggere “vedo”. Leggendo infatti devi immaginarti i personaggi, i luoghi, tutto insomma. L’atmosfera la fai tu, il libro ha questa forza, è tuo. Il libro è di chi lo legge, non di chi lo scrive. A seconda di quando leggi il libro, lui ogni volta cambia. Quando trovi anche chi legge le cose che piacciono a te entri in confidenza con quella persona, come se fosse un corteggiamento.

    Leggendo il tuo libro ci si tuffa nelle acque liguri delle Cinque Terre, come è nata l’idea di scrivere questo libro?
    Abbiamo turisti che vengono da ogni parte del mondo, bellezze naturali intatte e uniche. Però non abbiamo dei racconti, delle leggende un po’ come quella del mostro di Loch Ness, anzi penso che le guide turistiche abbiano difficoltà a raccontare qualcosa. Mi è capitato di sentirne alcune che si inventavano delle balle, quindi balla per balla, meglio raccontarne alcune dichiarando di averle inventate.

    Il primo racconto, quello di Manarola, è stato scritto tanti anni fa per un altro progetto, pigro come sono tra me e me ho detto “Una delle cinque terre ce l’ho già, scriviamo anche gli altri quattro racconti. Il sesto invece, che sarebbe l’epilogo, ha un’impronta un po’ ecologista ed è stato scritto perché Luc Jaquet (N.d.R. regista francese nonché vincitore del premio Oscar per il miglior film documentario con La marcia dei pinguini) ha letto il mio libro, lo ha apprezzato molto e ne ha scritto la bellissima prefazione che trovate in quarta di copertina.

    Come ha fatto il tuo libro ad arrivare fino a Luc Jaquet?
    Prima della pandemia lui e dei musicisti di Trento hanno messo in piedi una specie di opera rock ecologica (N.d.R. Storie di Mare e Piccole Terre). Uno di questi musicisti è mio amico e mi aveva chiesto di preparare una narrazione da recitare sul palco. Io, da pigro, gli ho proposto i racconti sulle Cinque Terre che avevo già scritto. A Luc sono piaciuti tanto, così quando è stata ora di pubblicare il libro gli ho chiesto di scrivermi la prefazione. Mi pare che fosse in Siberia ma ha accettato. Il freddo però deve avergli dato alla testa, mi ha accostato a Collodi…

    I cinque racconti sono caratterizzati dall’umorismo ligure…
    Gli uomini sono molto cinici e i racconti sono scritti dal punto di vista degli animali. L’idea era quella di uno scambio tra il pesce che fa simpatia e l’uomo, anche se in alcune di queste storie il finale è tragico. Insomma, quando un totano e un limone innamorati si incontrano, in ogni caso vuol dire che è finita…

    Uno in particolare mi ricorda qualcosa…
    Credo tu stia parlando del mio preferito, Caterina, un’acciuga salata e sapientina. Sempre per pigrizia ho rubato a me stesso da La ballata delle acciughe (Mondadori Electa, 2014).

    Da ligure, non hai paura che questo libro attiri ancora più “foresti”?
    In realtà ne abbiamo bisogno, soprattutto dopo questo periodo. Spero però che il discorso della pandemia abbia portato un po’ di riflessione sulla questione del turismo. Noi abbiamo tanti turisti pro- capite. Le Cinque Terre sono dei posti contemplativi dove bisogna muoversi a piedi, fermarsi dieci giorni con calma, anche fare base per andare a Firenze o alle cave di Carrara perché no, ma non sono visitabili in un giorno solo, non puoi riempirle di crociere e pullman che vanno e vengono.

    Però credo che sarà più Luca della Pixar ad attirare i turisti (N.d.R. in uscita il 18 giugno 2021 sulla piattaforma di streaming Disney+). Il regista Casarosa è ligure ma vive a Los Angeles; quando è venuto qui qualcuno gli ha parlato del libro La ballata delle acciughe dicendogli di mettersi in contatto con me, mi ha chiamato e l’ho portato in barca per vedere Porto Venere piuttosto che l’Isola del Tino. Vedendo i primi promo del film è meraviglioso rivedere i luoghi in cui l’ho portato.

    Leggendo il libro sembra di fare un viaggio nel tempo, i racconti sembrano ambientati in un’epoca passata.
    Lì è ancora così, sono luoghi fermi nel tempo ma funzionano. I turisti americani si inginocchiano e hanno gli occhi che brillano perché tengono fede ad un immaginario che qui ritrovano intatto. Come arrivi alle Cinque Terre trovi veramente quello che cercavi. Non ci sono macchine, sembra un paradiso per i bambini. Possono uscire tranquilli, trovi un sacco di bancarelle, persone che vanno a pescare. Ricordo un personaggio che veniva da Milano, metteva un telone e proiettava in mezzo ai caruggi i film che piacevano a lui, la gente si portava le sedie da casa e si sedeva lì a guardare.

    I tuoi racconti vanno bene per i bambini?
    Sì, funzionano alla grande, possono essere letti come delle favolette, con dietro una morale e un insegnamento. Anzi credo che in qualche scuola li abbiamo già letti. C’è un discorso di ecologia, il rapporto con gli animali. I personaggi danno tanti insegnamenti sulle differenze e su come superare le difficoltà, come Gino il girino bianco in mezzo a quelli neri, o come Amelietta, la sirenetta muta che scopre di avere altre attitudini, magari anche migliori di quelle degli altri. Concentrandosi sempre sui difetti fa in modo che non si vedano le qualità, è giusto impararlo.

    Com’è nata la collaborazione con Mattia Simeoni?
    La casa editrice ha molti illustratori ma io ho voluto proporre Mattia, il compagno di mia figlia, perché è davvero molto molto bravo. Ho portato i suoi disegni, è piaciuto moltissimo anche se non è così conosciuto, merita davvero.

    Allora non mi resta che parlare direttamente con lui per conoscerlo meglio. Mattia, dimmi qualcosa di te.
    Sono ligure, sono nato a La Spezia e dopo alcuni anni fuori per studio e lavoro sono tornato a vivere qui. Sono un illustratore e animatore di cartoni animati professionista. Ho iniziato a studiare disegno a Carrara all’Accademia d’Arte e mi sono specializzato nell’ animazione 2d e Character design a Torino, alla scuola di Cinema della Rai, in un corso triennale.

    Com’è nata l’idea di illustrare questo libro?
    Dario è mio suocero, quindi è stato tutto molto naturale e facile. Aveva già scritto i racconti sulle cinque terre e con l’editore avevano pensato che delle illustrazioni avrebbero arricchito il lavoro. Lui mi ha proposto di farlo, abbiamo presentato alcuni miei lavori precedenti ai responsabili e sono rimasti contenti. Per me è stato un lavoro molto bello, amo anche io le Cinque Terre e grazie a Dario ho avuto modo di conoscerle meglio.

    Mi descrivi il processo di lavoro e la tecnica che hai adottato?
    Il lavoro è durato settimane. All’inizio ho proposto diversi stili e insieme a Dario e all’editore abbiamo deciso l’impronta grafica che ci piaceva dare al libro. Abbiamo scelto un stile deciso, colorato e molto da “cartolina”. Ci piaceva dare un’impronta adulta ma allo stesso tempo infantile, usando uno stile a matita, quasi da fiaba. Il mio approccio è stato quello di leggere i racconti e confrontarmi con Dario per decidere quali momenti voleva che venissero esaltati di più.

    Qual è stata la parte più difficile di questo lavoro? E la più divertente?
    La più difficile è stata quella di far vivere attraverso i disegni i luoghi raccontati. Volevamo che anche chi non fosse mai venuto alle Cinque Terre potesse capire la bellezza incredibile che hanno.
    Il momento più divertente è stato quando ho avuto in mano la copia stampata. Dario ci ha fatto una sorpresa grandissima, ha cambiato i nomi dei personaggi usando quelli della nostra famiglia. I miei figli si sono ritrovati a essere una sirena e un polpo… leggere le storie insieme a loro è stato ancora più bello!

    Quale racconto ti è piaciuto di più da illustrare? Ti sei immedesimato in uno degli animali protagonisti dei racconti?
    Il racconto che mi è piaciuto di più illustrare è quello sulle acciughe. Dario ha un forte legame con questo pesce, anche per il suo libro precedente, e penso che fosse quello su cui avesse più aspettative! Il mio personaggio preferito è Gino il girino.

    Ti è piaciuto lavorare per questo libro? Stai lavorando ad altri progetti?
    Moltissimo! Attualmente sto lavorando per alcuni progetti di illustrazione con Panini Editore, con cui ho già pubblicato un gioco di carte sull’arte e con lo studio di animazione Dog Head per una serie animata che uscirà su Netflix.

    Hai degli illustratori e disegnatori a cui ti ispiri?
    Impossibile elencarli tutti, mi piace molto la scuola francese ma oggi con i social media ogni giorno si scoprono nuovi stili e nuove idee.

    Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi ha appena intrapreso questo percorso artistico o che ha intenzione di farlo?
    Consiglio di frequentare una buona scuola dove possibilmente insegnino dei professionisti, in maniera da prepararli alle problematiche del lavoro come le deadline ristrette, i target ben precisi o il lavorare in gruppo. Negli ultimi anni è cambiato un po’ tutto ed è più facile trovare lavoro anche sul mercato estero ma è aumentata anche la competizione quindi bisogna cercare di evolvere in continuazione e dare sempre qualcosina di più.

     

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger
    ‘Storie vere di un mondo immaginario’, di Dario Vergassola. Edizione Baldini & Castoldi

    Sinossi: Cosa avrebbe da dire un girino che abita uno stagno all’arrogante che cerca in tutti i modi di contaminare l’acqua? E cosa pensano davvero le acciughe sui banconi dei bar liguri di questa tradizione alimentare? Com’è, insomma, la vita in questo mondo alla rovescia in cui gli animali e le sirene parlano, si lamentano dell’uomo, lo sfidano e lo contrastano? In queste cinque storie di delicata ironia, di struggente tenerezza, comiche e malinconiche al tempo stesso, pungenti di satira sociale e disincantate e lucide, a essere protagonisti sono proprio loro, i dimenticati animali e le leggendarie creature del mare: pesci, totani, sirene, acciughe e polpi mettono qui in scena le loro storie d’amore impossibili, le loro tirate ecologiste, la malinconia di essere esclusi, il desiderio di scoprire il mondo lanciandosi in mille spericolate avventure. Il risultato è un ribaltamento provocatorio e ludico delle nostre certezze: le Cinque Terre, che ci apparivano solo come una costa perfetta per i turisti e popolata da pescatori, si trasformano in queste pagine in un mondo favolistico e spietatamente vero, fino ad assumere i tratti di un luogo in cui la leggenda è di casa e in cui è possibile guardare il mondo da un’altra prospettiva. Dario Vergassola, spezzino d’eccezione, libera in questa raccolta di racconti, illustrati da Mattia Simeoni, la sua vena più creativa, unendo all’inventiva e all’ironia, che siamo abituati ad apprezzare in lui, una vocazione narrativa di grande intensità e leggerezza.

    Biografia dell’autore: Dario Vergassola nasce in Liguria, ed è comico e cantautore. Partecipa a numerossimi programmi televisivi (Maurizio Costanzo Show, Carabinieri, Zelig, Dio vede e provvede, Le Iene, Parla con me con Serena Dandini e altri) e piéce teatrali (Manovale, gentiluomo, Mangia e bevi che la vita è un lampo, Riondino accompagna Vergassola a trovare Flaubert e altri) , e nel 1992 vince il “Festival di Sanscemo”. Si avvicina al mondo dello spettacolo da giovane, partecipando a “Professione Comico”, manifestazione diretta da Giorgio Gaber: ottiene sia il premio del pubblico che quello della critica. Del 2014 è il suo primo romanzo La ballata delle acciughe, edito da Mondadori.

  • Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Un anno di corsie ciclabili, ma la guerra per lo spazio urbano non è finita: in che città vogliamo vivere?

    Bciciletta in cittàNei mesi del primo lockdown imposto per contenere l’epidemia di coronavirus, diverse città italiane ed europee si sono dotate di piani d’emergenza, spesso provvisori, per cercare di facilitare la mobilità dolce, cioè incentivare l’uso di biciclette e monopattini al posto di automobili e moto, con l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti e di rendere più scorrevole il traffico. Ma se disegnare degli ipotetici percorsi di vernice in settimane in cui la mobilità era fortemente ridotta è stato abbastanza facile, non appena le persone hanno ripreso a circolare per lavorare o per vivere sono cominciati i problemi.

    Gli automobilisti si sono ritrovati con le corsie ridotte e in molte delle città interessate da questo tipo di interventi hanno iniziato a protestare a voce sempre più alta, soprattutto per un presunto aumento del traffico e per un’eccessiva vicinanza con i ciclisti, che può generare situazioni di pericolo. In effetti le “corsie ciclabili” come quelle che attualmente sono state tracciate in Corso Italia a differenza delle “piste” vere e proprie non sono separate fisicamente da auto e moto e quindi sono percepite da molti come poco sicure, sia per chi rischia di investire sia per chi rischia di essere investito. Per questo sono state presentate come soluzioni provvisorie, in attesa di modifiche alla viabilità più strutturate e definitive.

    A Genova, a quasi di un anno di distanza dalle prime corsie, al momento siamo ancora alle soluzioni provvisorie. «Mentre città come Milano o Parigi si sono mosse per creare dei nuovi sistemi di spazio pubblico, con piazze periferiche recuperate da parcheggi e collegate a ciclovie installate nelle corsie di vie ampie, Genova ha cercato un ‘quick fix’ creando tre percorsi per le bici frammentate e poco sicure – ci racconta Marco Picardi, animatore del blog Fuori Flora e osservatore delle questioni legate alla mobilità e all’uso degli spazi urbani – Questi interventi non hanno creato un vero sistema a scala cittadina e quindi non rendono la mobilità dolce più agevole. Non sono solo le ‘grandi metropoli’ ad aver pensato al loro spazio pubblico come un sistema da ripensare, città simili come Bordeaux o Valencia si sono mosse in questa direzione».

    Nei giorni scorsi, per la verità, il Comune di Genova ha presentato i suoi piani per realizzare una pista ciclabile in Corso Italia (la zona dove le corsie degli scorsi mesi hanno generato più polemiche) entro il 2022, usando 3 milioni di fondi europei. «Siamo vicini alla progettazione definitiva – ha detto l’assessore alla mobilità Matteo Campora in un’intervista a Primocanale – restituirà da Levante verso il centro città una corsia, per cui a monte avremo di nuovo due corsie. La corsia che oggi è occupata lato mare dalla pista ciclabile in parte verrà trasformata in nuovi parcheggi, mentre dove ora ci sono i posti auto sorgerà la nuova ciclabile».

    La lotta per lo spazio

    Quello che dopo un anno è ormai chiaro a tutti è che modificare la mobilità di una città complessa non è un’operazione semplice, né neutrale. Obiettivi a parole condivisi da quasi tutti come la sostenibilità ambientale o la qualità dell’aria non bastano, da soli, a far evaporare resistenze e disagi effettivi che queste soluzioni comportano, a scardinare anni di abitudini. E la lotta per lo spazio tra gli entusiasti di bici e monopattini e gli automobilisti per necessità o per abitudine sta diventando terreno di scontro anche politico.

    A Bruxelles, per esempio, città che nell’ultimo anno ha adottato misure importanti a favore della mobilità dolce, la protesta degli automobilisti (cavalcata anche dal partito nazionalista fiammingo) ha generato un clima di tensione e fortemente intimidatorio, nei gruppi Facebook (dove si è arrivati alle minacce di morte) ma anche nella vita reale. A Milano, nella battaglia elettorale per le comunali di quest’anno, il centrodestra sostiene le proteste degli automobilisti contro i piani del sindaco Beppe Sala, che di recente ha aderito ai verdi europei e sarà il candidato del centrosinistra.

    A Genova, la situazione è un po’ più sfumata. I partiti che altrove sostengono la causa dell’automobile qui sono quelli che tracciano le corsie ciclabili e che come coordinatore della mobilità urbana scelgono un noto sostenitore della bicicletta come il professor Enrico Musso. Ogni tanto qualcuno svia dalla linea ufficiale, come quando lo scorso dicembre la Lega ha fatto approvare dal Municipio della Bassa Valbisagno un ordine del giorno contro la realizzazione delle corsie ciclabili in Val Polcevera volute dal sindaco Bucci. Ma al momento, con le elezioni comunali del 2022 ancora lontane, nessuno sembra aver ancora ceduto alla tentazione di cercare di capitalizzare il malcontento degli automobilisti in consenso politico.

    Lo scontro, anche aspro, si sposta sui gruppi e sulle pagine Facebook, come “#genovaciclabile” e il “Circolo Fiab Amici della bicicletta – Genova” o, dall’altra parte, il gruppo “No alle piste ciclabili a Genova d’intralcio alla mobilità ordinaria”. Al di là di qualche eccesso verbale, soprattutto nei commenti, lo scontro anche se aspro si mantiene nei limiti della civiltà. Fiab e il gruppo “No alle piste ciclabili” hanno avuto recentemente uno scambio di lettere aperte sui temi della sicurezza e del rispetto delle norme stradali dai toni piuttosto pacati (qui la lettera di “No alle ciclabili” in risposta a una richiesta di Fiab di maggior severità contro la sosta selvaggia delle auto, qui la replica di Fiab).

    Una città per le bici?

    Rimane, sullo sfondo, l’eterna questione se Genova, con tutti i suoi saliscendi, sia una città adatta a un traffico cittadino prevalentemente su bicicletta. I critici dicono di no, ma i gruppi a favore si stanno sforzando molto per convincere quante più persone possibile che la bicicletta è in realtà un mezzo adatto anche per muoversi a Genova: «Anche se Genova sembra di essere tutta in salita, in realtà i 23 chilometri da Voltri fino a Nervi sono pianeggianti – ci dice Picardi – lo stesso vale per Valpolcevera e Val Bisagno. Come primo passo questi tratti dovrebbero essere collegati con una pista ciclabile continua che regali sicurezza dal traffico automobilistico e diventi un nuovo asse di mobilità dolce per la città».

    La trasformazione non dovrebbe però fermarsi qui: «Destinazioni chiave che si trovano su questo asse, come supermercati, stazioni, o luoghi di lavoro, devono avere più parcheggi per le bici – spiega Picardi – e dovremmo cercare di riaprire ai pedoni piazze dormienti lungo questi percorsi. Collegare le piste frammentate lungo questo asse iniziale può diventare il punto di partenza per poi costruire delle nuove ciclovie in diversi quartieri».

    Come ci hanno insegnato gli ultimi mesi, però, misure come queste non sarebbero a costo zero, ma comporterebbero una rinuncia di spazio da parte di chi è abituato a muoversi con le automobili: «Dobbiamo cercare di resistere alla nostra fobia a togliere spazio alle macchine – riflette infatti Picardi – solo a Genova la proposta del nuovo tram si trova nello ‘sky’ e non in una corsia esistente. Tantissimi studi confermano che il traffico automobilistico continuerà a crescere se gli si da’ spazio».

    «La volontà di creare nuove infrastrutture non manca in città, ad esempio il progetto per una nuova diga foranea – conclude Picardi – però dovremmo chiederci se vogliamo che la città funzioni per i tir o per gli esseri umani. Esiste un’enorme passione per la bicicletta a Genova, e se non consideriamo la bici come un vero mezzo di mobilità per attraversare tutta la citta, rimarrà sempre confinata ad escursionisti di MTB o ciclismo competitivo».

    Luca Lottero

  • Relazioni Instabili, intervista a Carlo Rosso: “I social hanno coartato il tempo dell’amore”

    Relazioni Instabili, intervista a Carlo Rosso: “I social hanno coartato il tempo dell’amore”

    Il 21 Gennaio è uscito nelle librerie e negli store online “Relazioni Instabili”, l’ultimo saggio dello psichiatra, sessuologo e docente universitario Carlo Rosso, edito da Golem Edizioni. Abbiamo potuto intervistare l’autore per proporre a tutti i lettori di Era Superba e del mio blog uno sguardo più approfondito su un tema quanto mai attuale e sempre vivo come quello delle relazioni, approfondendo maggiormente alcuni aspetti che vengono indagati all’interno del saggio. Un terapeuta infatti non dà solamente delle risposte al paziente ma si pone anche delle domande, interrogativi che nascono da necessità o da riflessioni successive a fatti di cronaca passati e attuali.

    Ho letto il suo saggio con grande interesse. Nonostante il tema sia complesso e articolato il libro risulta accessibile a tutti e sicuramente utile per chiarire qualche dubbio personale sulla propria emotività. Partendo però dal principio, qual è l’intento principale che voleva raggiungere scrivendo questo saggio? A chi è rivolto principalmente?
    Come quasi tutti i libri che ho scritto sono rivolti a quelle persone che provano a non perdere il filo di ciò che gli accade dentro. Persone che non si accontentano della narrativa interpretativa dominante ma desiderano bucare la crosta dell’ovvio, del politicamente corretto (esiste pure in psicologia) per agguantare qualche brandello delle verità emotive profonde che guidano le nostre esistenze. In realtà il saggio è una raccolta di microsaggi scritti su sollecito di eventi di cronaca, di letture personali o di riflessioni seguenti ad incontri con i miei pazienti. Infatti i pazienti cercano risposte dai loro terapeuti ma sollevano nelle loro menti anche una quantità di domande. A queste ho cercato risposte, che sono poi le riflessioni che tutte insieme sono diventare libro. Che intento avevo? Per certo una personalissima (egoistica?) volontà di capire, come solo la riflessione scritta consente. Poi guardando all’opera compiuta è stato evidente che il filo comune che le legava erano i movimenti, le fluttuazioni, le ambiguità e le vicissitudini del nostro interagire con l’altro da noi. Da qui il titolo: “Relazioni Instabili”

    Cosa si intende quando di parla di “relazioni instabili”? Dicendo “relazioni instabili” si presuppone che ci siano anche delle “relazioni stabili”; in cosa si differenziano?
    In realtà non è proprio così, poiché “instabile” non è da ritenersi un termine che connota negativamente una relazione. Certo ci sono relazioni la cui instabilità è come un movimento sismico crescente che le porterà a implodere o ad esplodere (questo a seconda delle caratteristiche di personalità dei due attori) ma l’instabilità è anche, per un altro verso, ciò che garantisce la vitalità della relazione. Voglio dire che una relazione che si percepisce come garantita è come un albero che ha smesso di dare frutti; c’è, ma la vita non scorre più. Quando sentiamo il partner garantito, quando non lo percepiamo più come persona libera che si dispiega nel mondo e ha qualità per piacere e desiderare è bene domandarsi che cosa è ancora lui per noi e come lui possa sentirsi svuotato dalla donazione di senso del valore che gli attribuiamo attraverso la nostra ammirazione e, anche, modulata gelosia. Quindi vi è da augurarsi che la relazione di coppia, in questa prospettiva di pensiero, rimanga, come dire, “instabile”. Del resto Goethe diceva che “l’amore è un fiore meraviglioso che bisogna avere il coraggio di cogliere sul limite di un precipizio”. Il precipizio non è esattamente un luogo di stabilità.

    Qual è la differenza tra l’innamoramento e l’amore? Mi pare di notare che ci sia confusione a riguardo e questo porta i giovani, e forse non solo loro, a dividersi in due categorie di persone. La prima comprende chi evita a tutti i costi le relazioni durature (in ambito amoroso, di amicizia e anche lavorativo), come se avessero paura di non sentirsi più liberi o di non avere più una propria identità individuale. La seconda al contrario comprende tutte quelle persone che ricercano una relazione ad ogni costo, anche instaurando dei rapporti che non funzionano, pur di non rimanere soli. Da cosa derivano queste paure opposte?
    Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa quando ebbero a chiedergli dell’amore disse: “Ah l’amore, fuoco e fiamme per un anno e poi cenere per trenta”. Ecco, ben indicato il confine tra queste due esperienze della vita amorosa. La prima, l’innamoramento, è un movimento emotivo totalizzante che ci risucchia e ci conduce, sia pur temporaneamente, in una dimensione di perfetta unione dove il due diventa uno. La seconda, che ha ben altri contenuti oltre alla cenere – di cui ho scritto nel mio libro “Ti amo e Ti temo” – è un movimento in assoluto contrario al primo dove il due, ovvero la differenza tra i partner, diventa una scommessa accettata che apre ad un orizzonte condiviso. È vero però che la scommessa della “verità del due” non è facile; e qui rispondo alla seconda parte della sua domanda, perché oggi è il tempo delle relazioni smaltibili all’insegna del piacere che se ne può trarre e non della scelta e dell’impegno. Anzi, ogni vincolo appare una inaccettabile limitazione della libertà personale e quindi su ogni vincolo incombe il fantasma di una felicità maggiore che potrebbe abitare la relazione che deve ancora venire. Così intesa la relazione enfatizza implicitamente il peso della sessualità. Quasi che il concetto di buona relazione debba, senza alcuno scarto, coincidere con la passione sessuale intensa, con l’affiatamento erotico. Ma questa moderna cornice interpretativa della relazione amorosa è all’origine della sua debolezza, poiché conferisce all’appagamento sessuale potere di indirizzo sul futuro della relazione. Ma che speranza di tenuta può avere una relazione di questo tipo, la cui sopravvivenza è determinata dai moti della passione e dell’emozionalità? Forse nessuna, ed ecco perché le relazioni che durano sono eccezioni. Per quanto invece concerne le relazioni che durano nella sofferenza qui la ragione non è nella cultura ma nell’intreccio delle miserie psicologiche dei due protagonisti. Per un verso il carnefice, che fatica ad emanciparsi da una presenza che ferisce emotivamente ma assicura identità, per l’altro vertice la vittima, ancorata al ricordo della forza e sicurezza che all’inizio traeva da quella relazione e che il pentimento, a singhiozzo, del carnefice promette ritorni. Insomma reciproche dipendenze che si declinano in ruoli diversi ma entrambi animati da marcate fragilità emotive.

    La relazione implica sicuramente il dialogo ma perché questo è così difficile da attuare? Parliamo con codici differenti?
    Certo, e qui è il punto interessante, qui è la sfida. Gli uomini sono diversi dalle donne. Si pensi, per esempio, al sesso. Il desiderio maschile corre sul canale sensoriale visivo, quello femminile privilegia il canale cenestesico. Anche sul punto del dialogo il genere fa problema. Infatti per parlarsi, ma per davvero, cioè per capirsi, è necessario volgersi al partner senza un’aspettativa ma con la volontà di raccontare di sé a lui. Questo è un movimento non facile, per il quale le donne in genere sono un po’ più attrezzate. Accettare la diversità del partner, senza invidiarla o odiarla, e non avere timore di ascoltare l’importanza che lui ha per noi e denunciarla sono, infine, i fondamenti necessari per la tenuta della relazione.
     

    Tra l’altro con l’utilizzo della tecnologia il dialogo nel corso degli anni è sicuramente cambiato; con l’intervento dei social network sono cambiate anche le relazioni? Se sì, in che modo?
    Sono cambiate e più difficili. I social hanno coartato il tempo dell’innamoramento. Ovvero il tempo dell’aspettativa, della speranza e della “deificazione”, come direbbe Stendhal, o della “sopravvalutazione dell’oggetto d’amore”, come direbbe Freud. È vero che le conoscenze sui social consentono di proiettare con grande facilità le nostre aspettative sul partner “virtuale”, ma si tratta di infatuazioni che più spesso non reggono alla prova del reale. Né aiuta la facilità con cui ci si congiunge carnalmente. Tutti movimenti e comportamenti che coartano il tempo necessario al costituirsi della trama dell’innamoramento. Risultato? Relazioni che si consumano rapidamente o che procedono senza la benedizione dell’innamoramento. E ciò fa problema perché un’ombra fastidiosa aleggia sul giudizio che si dà alla propria relazione non inaugurata dal picco emotivo dell’innamoramento e privata di una narrazione, intensa e condivisa, la rende più fragile di quanto già non sia. 

    In questi ultimi mesi però siamo stati quasi costretti a relazionarci virtualmente; l’isolamento e la mancanza di spostamenti dovuti alla pandemia del Coronavirus ha cambiato il nostro modo di relazionarci con l’altro? Se sì, lo ha semplificato, complicato o semplicemente è solo differente rispetto a prima?
    Qui sarò laconico nel rispondere. Il coronavirus si comporta come un figlio. Un terzo – virus o figlio che sia – arriva nella coppia e porta con sé il fardello dei limiti. Certo si presume che un figlio porti anche gioia, ma è pur sempre un terzo che scardina una prassi relazionale fondata sul due. Si tratta comunque in entrambi i casi di una limitazione alla personale libertà di movimento e di dispiegare la nostra esistenza come più ci aggrada. In entrambi i casi accade, quando alla complessità dello stare insieme si aggiunge un altro fardello le coppie che hanno stoffa reggono, altrimenti il nuovo limite rompe l’equilibrio e la relazione salta. Questo per ciò che riguarda la coppia. Certo che poi, ma qui siamo nel socio/antropologico, il virus sta dando una spinta verso la digitalizzazione dei rapporti lavorativi, sociali e anche affettivi, con il buono e il cattivo che si declinerà nel tempo. Come accade in tutte le cose umane, poiché il paradiso e l’inferno sono altrove e a noi non resta che vivere il purgatorio del nostro tempo.

    A cura di Giulia Giordanella – book blogger

    Relazioni Instabili”, di Carlo Rosso. Golem Edizioni.

    Sinossi: Amore, sesso, violenza, gelosia, tradimento, identità, cura, genitorialità, perversione… Tutte questioni legate al filo rosso dell’essere in relazione. Temi spinosi che ci fanno vibrare e che tendiamo a non ascoltare, su cui la cultura ha già fabbricato i suoi indirizzi interpretativi, sancendo il giusto e lo sbagliato. Aprirsi a un modo «altro» di leggere il terreno instabile delle nostre costruzioni relazionali è il fine di questo volume. «Avviare il pensiero, senza incagliarsi nei punti di fuga che comprimono la complessità relazionale in una bidimensionalità forzata e artificiale. C’è bisogno di guardare a noi stessi da vertici inusuali per agguantare qualche brandello di senso dell’esistere».

    Biografia dell’autore: Carlo Rosso è medico, specialista in Psichiatria, psicoterapeuta, sessuologo. È stato direttore del dipartimento medico-psichiatrico del Policlinico di Monza presso la CdC San Giuseppe di Asti. È direttore del programma di Trattamento per Autori di Reati Sessuali presso la C. Circondariale di Vercelli. È presidente della Società Italiana di Psicopatologia sessuale, Sez. Speciale della Società italiana di Psichiatria. Insegna Psicopatologia Sessuale presso l’Università di Torino. È direttore dell’Area Clinica e Crisi presso le Comunità Psichiatriche del Gruppo Prometeo. Tra gli ultimi suoi libri: Aggressori sessuali: la comprensione empirica del comportamento abusante (Edi ERMES/Pensiero Scientifico 2010); Perversi e felici (Golem 2012); Ti amo e ti temo. L’amore al tempo dell’individualismo (SVpress 2015).