Salute e lavoro, un binomio che mai come in questi anni sta diventando bivio. Una contrapposizione che si verifica soprattutto in quei territori dove l’economia post-industriale stenta a decollare e gli “assett ” del passato sembrano l’unica alternativa da riproporre e a cui aggrapparsi.
In questi contesti la convivenza tra siti industriali e popolazione è sempre più difficile: migliaia di persone sono costrette, più o meno consapevolmente, a vivere con un “rischio di incidente rilevante” a pochi metri dalle proprie abitazioni, con conseguente abbassamento della qualità della vita e svalutazione dei patrimoni immobiliari.
L’esempio più evidente di queste dinamiche lo troviamo a Multedo, il quartiere ponentino che vede convivere quasi 5 mila persone con tre impianti industriali che trattano petrolio e derivati, e che sono classificati come impianti a rischio incidente rilevante: l’hub del Porto Petroli e i depositi costieri di Carmagnani A.C. spa e Superba srl.
Di questi ultimi due da anni si sta valutando lo spostamento, ma il dibattito politico genovese è in fase di stallo: difficile trovare, infatti, una location che risponda alle diverse esigenze sul tavolo, tra fattibilità logistica, vincoli di sicurezza previsti dalla normativa oggi vigente e difesa dei posti di lavoro. Nessuno però ha affrontato la terza via, cioè l’ipotesi zero: spegnere definitivamente quei due impianti, accompagnando in qualche modo il riassorbimento delle posizioni lavorative e liberando la città da due impianti “a rischio”. Per sempre. Ma quale sarebbe il peso e la dimensione di questa operazione? Quale sarebbe l’impatto sulla collettività con cui la Politica dovrebbe confrontarsi?
Il prezzo
Stando al bilancio depositato presso la Camera di Commercio di Genova, Carmagnani Spa, nel 2016 ha totalizzato un valore della produzione di 18,4 milioni di euro a fronte di 17,9 milioni di costi. Un utile quindi di mezzo milione di euro circa, in leggero calo rispetto al 2015, quando i ricavi furono di poco o meno di 21 milioni e i costi 20,4 milioni. Nella conta delle spese sono 1,6 milioni i costi relativi al personale, tra stipendi, trattamenti di fine rapporto e oneri sociali. Questa cifra è quanto finisce nelle tasche di lavoratori genovesi, che per Carmagnani sono 24 (2 dirigenti, 2 quadri, 8 impiegati e 12 operai). Le spese per servizi, il classico indotto diretto, ammonta a 1,1 milioni.
Superba srl nel 2016 ha totalizzato un valore di produzione di 2,8 milioni a fronte di 3 milioni spesa, chiudendo quindi l’esercizio con una perdita di quasi 200 mila euro, in aumento rispetto ai -80 mila del 2015. Il costo del personale ammonta a 1,6 milioni per 27 dipendenti (3 quadri, 7 impiegati e 17 operai), mentre l’indotto diretto è di circa 1,2 milioni di costi per servizi.
Insieme, quindi, Carmagnani e Superba producono un utile di 300 mila euro, dando lavoro a 51 persone, con un monte-stipendi di 3,2 milioni lordi e un indotto di 2,3 milioni. In altre parole sul territorio lasciano 5,5 milioni, dando sussistenza economica a 51 famiglie.
Questione di prospettiva
Per meglio dare una dimensione a queste cifre, potrebbe essere utile rapportarle con altre “industrie” del territorio: abbiamo preso come campione l’Istituto Comprensivo Sestri, che annovera tre scuole dell’infanzia, tre primarie e una secondaria di primo grado. Questo “gruppo”, stando al bilancio 2015, annovera nel personale 23 unità per le materna, 58 maestri elementari e 21 cattedre complete per la scuola media, a cui si aggiungono 14 spezzoni. Oltre a questo c’è il personale Ata, composto da 30 unità. Per un totale di 159 persone, più il dirigente.
Difficile calcolare la quota stipendi, essendo questi diversificati in base al grado di insegnamento, anzianità e ore settimanali; utilizzando, però, i valori intermedi per ogni categoria (rispettivamente 19 mila, 21 mila e 23 mila euro annui lordi per un’anzianità di servizio compresa tra 9 e 14 anni) abbiamo un valore sicuramente approssimato ma che restituisce la dimensione economica: sono circa 2,3 milioni di stipendi lordi per il corpo docenti e 450 mila euro per il personale Ata. Un totale quindi di 2,75 milioni che finiscono nelle tasche dei lavoratori dell’Istituto.
L’indotto generato dalla scuola, oltre al dare istruzione per i 1136 alunni iscritti alle varie classi, si realizza con le 40 persone che gravitano nei servizi (ristorazione, accompagnamento disabili, mediatori culturali, addetti al trasporto, medici e operatori dipendenti o di enti pubblici o di privati). In altre parole la scuola a Sestri-Multedo da lavoro diretto a 160 persone, producendo 2,7 milioni di stipendi, garantendo occupazione per altri 40 persone e istruzione per 1136 ragazzi.
Il polo scolastico e quello petrolchimico, quindi, hanno dimensioni economiche paragonabili sia dal punto di vista dei soldi che arrivano ai lavoratori (in proporzione rispettivamente 2 a 3), sia dal punto di vista occupazionale (rispettivamente 4 a 1). Gli indotti non sono paragonabili perché è difficile quantificare il valore dell’istruzione di un migliaio di ragazzi, ma tale quantità potrebbe bastare per avere una dimensione della ricaduta sul territorio dell’ “impianto didattico”. A rischio zero.
Per cosa siamo disposti a rischiare?
Il confronto con la scuola è evidentemente un esercizio contabile che restituisce però una scala per la misurazione dell’impatto economico degli impianti petrolchimici. A questo punto sappiamo quale è il prezzo del rischio e la sua dimensione comparata nel contesto cittadino, ma l’ultimo dato che ci manca è la quantificazione di chi vive nel rischio. Come abbiamo visto Multedo conta poco meno di 5 mila anime, mentre i quartieri limitrofi, Sestri Ponente e Pegli contano rispettivamente 45 mila e 27 abitanti. Oggi siamo in attesa dei nuovi Piani di Emergenza Esterna, in fase di redazione da parte della Prefettura, e quindi non sappiamo con certezza i limiti “geografici” di un potenziale incidente; è però certo che i suddetti quartieri non hanno soluzione di continuità urbana e la loro vicinanza è tale da dover trattare certe questioni con estrema cautela e prudenza. In “eccesso”, perlomeno.
Una delle ipotesi più gettonate per lo spostamento degli impianti è l’area ex Enel sotto la Lanterna: un’area dove sono già presenti degli impianti a rischio (da cui un potenziale effetto domino, come a Multedo) e che è esattamente nel centro geografico del porto di Genova e quindi nel centro della città; nel raggio di due chilometri abbiamo Sampiedarena, San Teodoro, tutto il Centro Storico, parte di Righi e Granarolo, Castelletto e Carignano. Praticamente mezza città: a spanne tra le 200 e le 300 mila persone residenti. Una cura che appare essere peggio del male, peraltro difficilmente compatibile con le prescrizione della legge che regola gli impianti di questo tipo, la “Seveso III”
La svolta
Con ogni evidenza questi sono solo numeri, ma forse, visti i “montepremi” in gioco, sarebbe il caso di prenderli in considerazione tutti, con una prospettiva di lungo periodo e una assunzione di responsabilità politica verso la collettività, presente e futura. Chiudere una porta può avere un prezzo, ma aprire un portone può essere un vero affare. Per tutti.
Nicola Giordanella

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