10 ottobre 1118/10 ottobre 2018 – Forse non tutti sanno che, esattamente 900 anni fa ieri, la cattedrale di Genova veniva consacrata da papa Gelasio II. Nonostante l’impegno della curia – che, a eccezione di lodi e vespri solenni e d’una breve riflessione del canonico Poggi, rimanderà al 21 la solenne celebrazione -, il silenzio dei mezzi d’informazione (a esclusione d’un intervento meritorio del Museo Diocesano e all’attenzione de Il Cittadino: il settimanale diocesano) è, a dir poco, disarmante. Qualcosa che altrove sarebbe stato celebrato con convegni e simposi, restauri e pubblicazioni, oltre che con adeguati momenti di riflessione, qui da noi passa inosservato. E non è colpa del ponte.
Non crediate che vi risolva la situazione in un articolo. A ogni modo, sappiate che la questione non fu affatto irenica come sovente ci è presentata. Sappiamo di come, verso la fine dell’XI secolo, fosse avviato un vero e proprio cantiere per ridare un volto a San Lorenzo, perseguito, con forza, dal nuovo ordine imposto alla città a seguito della vittoria del partito riformatore, guidato dal vescovo Airaldo. Ricordiamoci che, a Genova, passata la fase di opposizione interna dovuta alla permanenza sul soglio vescovile, per oltre cinquant’anni, d’una serie di vescovi filo-imperiali, a partire dal 1099 si sarebbe palesata una singolare alleanza tra la Chiesa locale e l’élite militare ed economico-commerciale che avrebbe espresso, a prezzo di ripetute sperimentazioni, l’autogoverno per i decenni a venire. I primi regimi consolari a noi noti si affermano, infatti, nell’ambito dello schieramento riformatore, in concomitanza con l’elezione di Airaldo, nel 1097. L’annalista Caffaro ne lega l’operato al patto della «compagna»: un’associazione di carattere temporaneo e volontario, sorta – non è certo se per la prima volta – in occasione della partecipazione alla crociata: espressione del rinnovamento ecclesiastico operato dal papato.
Ebbene: il 10 ottobre del 1118, papa Gelasio II consacrò l’altare e l’«oratorium» della nuova chiesa, quando ancora i lavori non erano terminati. Già prima di allora si ha notizia della riunione in essa del «parlamentum»: la grande assemblea degli «habitatores Ianue», che dovette avvenire o in una porzione della chiesa alto-medievale ancora in piedi o in uno spazio già abbastanza acconcio. Airaldo risulta, ormai, morto. E’ il vescovo Ottone a presenziare, assieme ad Aldo, vescovo di Piacenza, a Landolfo, vescovo di Asti e ad Azzone, vescovo di Acqui. Al contempo, il papa rinnovava una speciale indulgenza, ritrovata – leggiamo – nel messale del suo predecessore, che concedeva il perdono dei peccati a coloro che erano stati sepolti nel cimitero della chiesa o che lo sarebbero stati in futuro. Airaldo era ricordato come «pater» della chiesa genovese; di lui si aggiungeva che aveva donato, a rimedio della propria anima e di quella del proprio parentado, la chiesa di san Marco al molo ai canonici della cattedrale.
Il papa veniva da Pisa, dove aveva compiuto il medesimo gesto. Era diretto in Francia. Era stato costretto a lasciare Roma a causa della pressione della fazione guidata dai Frangipane, sostenitrice dell’imperatore Enrico V, che intendeva imporre il proprio controllo sulla nomina delle gerarchie ecclesiastiche nei territori a lui sottoposti. Giunto a Roma il 2 marzo del 1118, Enrico aveva tentato di farsi incoronare in San Pietro. Gelasio – che già qualche tempo prima aveva conosciuto la prigionia – gli aveva opposto un netto rifiuto, cui l’imperatore aveva risposto sostenendo l’elezione di Burdino, arcivescovo di Braga, che aveva assunto il significativo nome di Gregorio VIII, teso a smorzare quella tradizione riformatrice che montava, per l’appunto, a Gregorio VII. Per ben due volte, il papa era stato costretto a lasciare Roma, salvo potervi rientrare per breve tempo sotto protezione normanna, sino a che, il 2 settembre, s’era risolto a prendere il mare per recarsi in Francia. Lungo il traggito si fermò a Pisa; quindi, a Genova, procedendo alla consacrazione delle rispettive sedi. Ciò rispondeva alla necessità di cercare alleati da contrapporre al papa rivale. Le due città si trovarono, dunque, per un momento, dalla stessa parte, benché la lotta per il controllo della Corsica e delle sue diocesi fosse entrata nel vivo. Gelasio giunse a Marsiglia in ottobre. Qui avrebbe probabilmente convocato un concilio se la morte non lo avesse colto. Era il 29 gennaio del 1119. Gli accordi di Worms sarebbero stati siglati solamente nel 1122.
A Genova, così come a Pisa, il papa era stato accolto in maniera trionfale. Attorno alla cattedrale s’era stretta l’intera cittadinanza. Si trattava della principale fabbrica della città, che, assieme alla canonica e al palazzo vescovile – poi, arcivescovile -, avrebbe ospitato per parecchio tempo le sedi del potere pubblico. Chi aveva e avrebbe finanziato la sua ricostruzione? Iacopo da Varagine, vissuto alla fine del Duecento, ha pochi dubbi: «Credimus autem quod opus tam sumptuosum et nobile ecclesie Sancti Laurentii fecit commune Ianue et non persona aliqua specialis». Non i privati, dunque, ma il «commune Ianue»: la «communitas». Potremmo dire, con qualche cautela, il potere pubblico. Non è un caso se la Chiesa genovese fosse ritenuta, a lungo, il principale soggetto giuridico cui indirizzare i privilegi ottenuti nel Mediterraneo. Ancora nel 1137, il presule – dal 1133, arcivescovo – poteva agire politicamente in assenza dei consoli. Per lungo tempo, la fabbrica della cattedrale avrebbe incamerato, dunque, dazi e decime sul commercio, oltre al 10% delle imposte dei lasciti testamentari, diventando, a tutti gli effetti, un affare dei cittadini. Forse è bene che ce lo ricordiamo.
Selene Gandini, attrice, regista e autrice, inizia a studiare recitazione all’età di dieci anni. Lavora fin da piccola nella compagnia di Giorgio Albertazzi ed in seguito lavora con Dario Fo, Giuseppe Patroni Griffi, Arnoldo Foà, Elisabetta Pozzi, Enrico Brignano,Franco Nero. Accanto al teatro di prosa coltiva l’arte della clownerie con Mona Mouche a Parigi, dove ha lavorato per tre anni . Ha collaborato con Vladimir Olshanky (primo Clown del Cirque du Soleil e di Slava Polunin).Prima attrice nella compagnia del Teatro Ghione di Roma si impegna anche nell’attività di autrice e regista, fondando la compagnia Kinesisart , un gruppo al femminile che ha portato in questi anni sulle scene del panorama italiano diversi progetti , tra cui “Little women” e “ viaggio verso itaca “ , attualmente in tournée. Ha lavorato in “The Coast of Utopia” per la regia di Marco Tullio Giordana e in molti progetti teatrali con il regista Daniele Salvo , riscuotendo successo di critica e di pubblico per l’interpretazione del Fool nel “Re Lear” al Globe Theatre di Roma diretto da Gigi Proietti. Ultimamente ha lavorato nella compagnia di Andrei Michalkov Konchalovskij ne “ La Bisbetica Domata”, spettacolo che è andato in tournée in Italia e all’estero. Ha partecipato a serie televisive come Un posto al sole, La squadra, Centovetrine, Tempesta d’Amore, Le Tre Rose di Eva e trasmissioni di cultura per la Rai come presentatrice. Nel cinema ha preso parte a progetti di coproduzione italo-francese, come il film di Fabio Carpi “Intermittenza del cuore” e tra poco uscirà nelle sale il film “Rosso Istria” , che la vede come protagonista.
Quando eri una bambina quali erano i tuoi sogni “da grande”? Quanti ne hai conquistati cammin facendo? «Quando ero piccola sognavo di diventare un cartone animato. Volevo entrare in qualche disegno come nel film di Mary Poppins (ma quello l’ho visto molto dopo). La mia aspirazione era viaggiare nelle immagini dei cartoni e viverci. Non volevo abbandonare la realtà ma ero sicura che potevo vivere in entrambi i mondi e creare io i disegni. Per un po’ di tempo volevo entrare dentro il cartone animato di Dumbo ed ero sicura che sarei diventata un’equilibrista , mi allenavo anche sul letto. Crescendo poi, per salvare un gatto, sono finita su un tetto e soffro ora immensamente di vertigini. Per molto più tempo ho sognato di entrare nel cartone animato di Peter Pan , per raggiungere l’isola che non c’è e imparare a volare . Lo desideravo talmente tanto che non mi preoccupavo del fatto che “da grande “ non era assolutamente accettato in quella storia. Dopo aver capito finalmente che non potevo trasformarmi in un cartone animato (avevo ormai 10 anni), ho scoperto il teatro e da quel momento non l’ho più lasciato: non è un circo ma gli assomiglia molto e spesso si vivono storie immaginarie. Una volta mi hanno fatto anche volare con dei fili quindi il sogno in parte si è avverato. Per quanto riguarda incontrare il bambino vestito di verde che ti rapisce e ti porta sull’isola che non c’è non è mai stato un problema …..in teatro siamo tutti eterni Peter Pan!»
Cosa ami e cosa odi di Genova?
«Il mio rapporto con Genova è sempre stato conflittuale. Un rapporto di amore e odio che mi ha portato sicuramente a lasciarla, ma anche a tornarci perché ne sentivo la mancanza. Quello che non mi piace è la chiusura verso il nuovo, la difficoltà a salutare quando ci si incontra, anche se ci si è conosciuti la sera prima, l’assoluta incapacità ad accogliere chi non è genovese ma anche chi genovese lo è, ma forse tutto questo riguarda le persone e non la città, che ti affascina con i suoi colori, la sua storia, le incantevoli scorci che diventano sempre nuovi, perché lei si fa scoprire sempre come se fosse la prima volta. Amo il suo profumo di mare e di collina, le sue salite e le sue discese, amo la sua lingua che diventa sempre canzone, amo il suo mistero e la sua magia , amo le sue notti e i giorni di sole e di pioggia, amo la sua imperfezione perché la rende ancora più bella, amo ritornarci sempre e sempre ancora, perché so che sarà il mio porto per tutta la mia vita.»
Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
«Vivrei in un altro luogo di mare, probabilmente mi occuperei di quello che già faccio, ma sul mare sarebbe comunque tutta un’altra cosa. Purtroppo da anni non vivo a Genova costantemente. Per lavoro ho dovuto scegliere altri luoghi e mi sono trasferita a Parigi e subito dopo a Roma (dove il mare è inesistente e il fiume annoia), ma negli ultimi anni sono tornata sempre più spesso, forse perché alla fine è difficile resistere alle proprie radici e al proprio mare».
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso? «Sicuramente è falsa la nomea di città tirchia , ma anche questo riguarda le persone e non la “Superba”. Falso è anche il luogo comune che a Genova non ci sia nulla da fare: ci sono tante cose da fare ma non si sanno perché nessuno le fa sapere».
Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti? «Sicuramente in Spianata Castelletto …….è lì che capisci tutto!».
Tu sei un attrice, come sta lo scenario teatrale genovese? «Lavoro da molti anni come attrice e come regista a Roma e in altre parti d’Italia. Scenario teatrale genovese? Quel gruppo di persone che giocano da soli ? Il talento è indiscusso perché il teatro genovese ce l’ha nel dna ma a forza di suonarsela e cantarsela da soli i bravi si mescolano con i mediocri ed è un peccato. Per tornare alla realtà dei cartoni animati, lo scenario teatrale genovese mi ricorda molto la scena delle elefantesse di Dumbo: sono chiuse in cerchio, parlano tra di loro e non fanno entrare il piccolo elefantino, lo allontanano, lo respingono, perché ha le orecchie troppo grandi e loro non lo vogliono, preferiscono rimanere tra di loro non mettendo in discussione le proprie convinzioni e la loro “autoriferita” realtà. Chi non appartiene a certe cerchie non può entrare nello scenario teatrale genovese, ma può volare da altre parti, come ha fatto Dumbo».
So che non esiste assunto capace di dare un senso a questa ammucchiata, niente di comprensibile, niente di importante. E so che una volta intuito non è possibile dimenticarlo. La vita è tutta intorno, un malloppo di scariche elettriche senza capo né coda, amori chimici, silenzi cosmici e tu risucchiato dentro, ignaro e insignificante, a trasportare con fatica da una sponda all’altra dell’unico fiume possibile un corpo che pensa.
Ma sei così piccolo e le ossa tue così sottili e la corrente del fiume è così forte! L’acqua corre e si schianta sulle caviglie, ti fa paura la traversata da solo. Dall’altra sponda ti osservano i genitori. Ti volti intorno famelico cercando qualche esempio da seguire, trovi ominidi che sembrano più sicuri di te e provi fiducioso a ricalcarne i passi. La corrente non si placa mai, la paura di scivolare e finire chissà dove certi giorni fa tremare le gambe. Arrivi persino ad implorare il corpo di rimanere corpo e basta, di liberarsi del pensiero, arrivi a rinnegarlo, a condannarlo, il pensiero. Colpevole di aumentare il peso da trasportare complicando la tua personale via crucis, un passo alla volta dietro i passi di quelli che non scivoleranno e non faranno scivolare neanche te.
Taci pensiero.
Lui ripete ogni giorno che alla vita non c’è rimedio e che rinunciare a sponda e traversata è insensato tanto quanto non farlo. Proprio così. “Abbandonare i più sicuri e accettare l’unica direzione reale e contro cui combatti per rimanere in equilibrio: quella del fiume e della sua corrente. Un giorno sarà morte o soltanto mare”.
Taci.
Hai imparato a non scivolare, non finirai chissà dove. Continuerai a menare i pugni al contrario colpendo te stesso e non la paura, che rimarrà lì a fissarti, intonsa. Il terrore di percepire quanto non vuoi percepire sarà un amico che continuerà a consigliarti male e convincerti facile.
Hai imparato a metterti dalla parte del giusto, a non dubitare dei tuoi valori, stai tranquillo, non finirai chissà dove. Illuditi di saperla lunga e fai rumore, sempre, non smettere di fare rumore per non sentire il brusio profondo e vero, il sottofondo stonato dell’universo che se la ride e continua pure a lamentarti della vita senza sapere cosa significa. Niente.
Taci!
So che sei frastornato dai pugni che ti meni, che i tuoi banali tentativi non porteranno dove tu ti sei immaginato di arrivare e so anche, essere umano, che non vuoi sentirtelo dire.
E così abbiamo vinto. Dopo diciassette anni, Genova trionfa alla Regata delle Antiche Repubbliche Marinare. Se fino all’anno scorso la nostra unica soddisfazione era di veder Pisa in coda al tabellone generale che dal 1955 tiene traccia delle vittorie – per la cronaca, Venezia è a quota 33, Amalfi 11, Genova 9, Pisa 8 –, quest’anno la soddisfazione è maggiore, giacché il pisano si colloca secondo, dietro di noi. E rosica. È vero: è Venezia il nemico da abbattere. Ma prima di Curzola c’è la Meloria… (con buona pace degli Amalfitani, con cui, in fin dei conti, si va d’accordo; e che, comunque, non fan mica paura). Celie a parte, la manifestazione è, certo, ragguardevole; se non altro per il fatto di possedere l’alto patronato della Presidenza della Repubblica.
Sorvolo sull’opportunità o meno di seguitare a definir “repubbliche” le nostre città di mare medievali, secondo un uso risorgimentale oggi del tutto fuori luogo – ma, d’altronde, Regata degli antichi comuni marittimi italiani o Regata delle antiche città di mare rette a comune o Regata delle “città-porto” contro le “città con porto” suonano strambi –; del resto, si tratta d’un bel modo per rievocare un periodo storico di straordinaria complessità ma anche di grande fascino. L’età delle tre false rivoluzioni – la “rivoluzione commerciale”, la “rivoluzione delle strade”, la “rivoluzione nautica” (false perché nessuna d’esse repentina quanto il termine “rivoluzione” vorrebbe far credere) – vide le nostre città di mare, con le proprie navi e i propri cavalli, lanciarsi nel Mediterraneo in un moto d’espansione che le avrebbe portate a sviluppare una concorrenza commerciale senza precedenti, presto tramutatasi in guerra aperta. Se tra Pisa e Genova le ostilità hanno inizio nel XII secolo, tra Genova e Venezia si combatte a partire dal XIII. E se Pisa è presto sbattuta fuori campo, con Venezia si seguiterà a combattere sino al primo Quattrocento. Gli episodi sono noti, e non è il caso, qui, di rammentarli – anzi, posso annunciare che ho in cantiere un volume sulla battaglia della Meloria (1284) (che mi sta costando parecchia fatica, giacché le fonti da vagliare sono molte più di quanto si creda) –, ma lasciatemi rammentare un episodio poco noto. Diciamo degno del migliore humour medievale.
Genova contro Pisa
Verso la fine del XII secolo, Genovesi e Pisani intraprendono una dura lotta per il controllo delle isole tirreniche. Nel 1195, un aspro scontro ha luogo a sud della Corsica, nei pressi di Bonifacio, dove i Pisani hanno edificato un fortilizio facendone – secondo il contemporaneo annalista genovese, Ottobono Scriba – “una casa di pirati, una spelonca di ladri; e avevano anche posto per le strade e le rotte marine i lacci di Satana per prendere mercanti e pellegrini che andavano per mare”. Ebbene: nell’abbordare i mercantili nemici, pare che i Pisani si rivolgessero ai Genovesi presenti a bordo con cotali parole: “Sgualdrine, mogli di Veneziani! Avete osato andar per mare? Se vorrete andare ancora per mare, gettate la spada, deponete le armi e andate come vanno le donne, altrimenti noi vi taglieremo il naso!”
Il pugnale del Santo
“Sgualdrine, mogli di Veneziani”: un capolavoro. D’attribuirsi – credo – più che ai Pisani, alla perfida inventiva d’Ottobono che, probabilmente, pensa proprio a loro mentre scrive, prendendo, peraltro, due piccioni con una fava nel dare delle donne di facili costumi ai Genovesi (e, se la mia ipotesi è corretta, ai Pisani); e per esser più precisi, associando tale modo di fare alle figlie di Venezia, che incarnerebbero il tipo antropologico suddetto. Ora, l’insulto sagace era qualcosa di consueto tra comunità in lotta. Numerose sono le accuse di tal fatta che costellano il nostro Medioevo. Secondo il veneziano Andrea Dandolo, ad esempio, i Genovesi non erano altro che figli di Saraceni, in quanto frutto d’uno stupro collettivo perpetrato ai danni delle loro donne nel corso del famoso attacco subito nel 934/935. L’anonimo veneziano, autore delle Prophecies de Merlin, si riferisce loro chiamandoli “Aufriquans”, in maniera più che dispregiativa. In effetti, tali accuse mantenevano vivo il senso d’appartenenza alla propria comunità; cementato dall’odio per il nemico e rivale. Ancora nel 1797, tale odio risultava vivo e vegeto. Il viaggiatore inglese Thomas Watkins, di passaggio a Genova, narra d’una singolare disputa tenutasi in un’osteria cittadina tra due veneziani e i genovesi presenti. La discussione verteva – afferma Watkins con un po’ di stupore –, «not as it would in England, on politics or pleasure», ma sopra i meriti dei rispettivi santi patroni: San Giovanni Battista e San Marco. Secondo i Genovesi, il Battista aveva compiuto molti miracoli, e per questo era da ritenersi «the greatest of all saints». Per i Veneziani, San Marco era, invece, superiore al Battista giacché sedeva in cielo a fianco della Vergine: era questo, dunque, il motivo per cui il patriarca di Venezia era superiore all’arcivescovo di Genova. Gli animi dovettero scaldarsi: un genovese, indignato per l’affronto subìto, estrasse un pugnale e trafisse al cuore il veneziano gridando: «Ti manda questo San Giovanne; che ti guarìano le osse di San Marco!». Il compagno fu trucidato il giorno dopo. Per Watkins, che non assistette di persona all’episodio – riferitogli da un francese residente a Genova –, il fatto sarebbe esemplificativo del «national character» dei Genovesi. Ebbene: normale amministrazione in un mondo come quello portuale in cui era facile menar le mani. Che dire? Meno male che le cose si risolvon oggi a colpi di pagaia.
Caro uomo sulla Luna, dimmi, di chi è la mano infame che oscura l’obiettivo e sfoca l’orizzonte, la forbice che scioglie il nodo e fa crollare le cose, la gomma che cancella i paesaggi e rivela il vuoto? Da dove arriva la goccia di veleno che allungo con il liquore?
Cos’è che mi impala? Quale diabolica ragione fa sì che esploda in me questo trucchetto meschino, il germe violento che iberna i muscoli, il mulinello ghiacciato capace di risucchiare?
È la mano della bugia, lo sai bene anche tu, la bugia che una volta smascherata non si scompone e continua a mentire.
Tu, lassù sulla tua Luna, desideravi soltanto un albero, uno qualsiasi, le cui fronde potessero nasconderti agli occhi altrui e allo stesso tempo permetterti di sbirciare e illuderti così che ci fosse un posto tutto per te in questo grande fracasso. Si, le tue fronde speciali, fino a che non torneranno ad essere fronde normali e allora cambiare albero, uno qualsiasi, come si cambia l’acqua ai fiori.
È una bugia. La tua personale bugia. Ognuno ha le proprie.
E così anche tu hai paura ogni volta che lo scopri o che solo ti rendi conto di poterlo scoprire, non è così? Perché la fregatura è proprio riscoprire ogni giorno quello che già sappiamo essere una bugia senza avere modo di impararlo. Una costante bizzarra che ci accomuna e ci inchioda ad una natura credulona, impaurita e mortale.
Bisognerebbe ridurre all’osso, sino a consumarlo, essere cani soli e affamati, tanto affamati da accettare le condizioni senza tentare di opporre resistenza trovando così l’antidoto al veleno, lo stratagemma che rende vera anche la bugia. Ma sono storie, queste, che chi le vive non saprebbe come spiegarle e allora qualcuno le scrive o le legge nei libri, qualcuno né uno né l’altro. Non fa differenza, perché il rimorso per non avere abbastanza fame unisce gli uomini in un’unica specie e ci consuma, a te come a me, coscienti o meno. È la mano della bugia, a cui non si può fare a meno di credere.
La chioma bionda accarezzata dal vento caldo primaverile, leggera come un panno di seta stesa al sole, sembrava mossa da una mano invisibile. Il suo vestito lilla danzava al ritmo insistente della brezza pomeridiana, solo poche nuvole disturbavano il sole, bianche e morbide come zucchero filato. Era a piedi scalzi sulle scale di un vecchio portone consumato dal sale, aggiustandosi i capelli in attesa che il ragazzo seduto davanti a lei scattasse una fotografia, aveva gli occhi intriganti di un attrice navigata ma i lineamenti di una bambina che gioca davanti allo specchio. Ho rubato quel momento etereo scattando una fotografia, poi è bastato voltarmi per non vederli più, forse spariti in un vicolo a o creati dalla mia immaginazione, erano andati via lasciando solo un piacevole ricordo.
Il ponte di Rialto si specchiava sulle pozze d’acqua, residuo di un temporale notturno, il sole asciugava lentamente i marciapiedi e i moli, dove si posavano affamati gabbiani. Un gruppo di gondolieri discuteva animatamente davanti a un caffè, si parlava di chi aveva trasportato la ragazza più bella e di chi aveva guadagnato di più, un altro giorno era alle porte e i primi clienti cominciavano ad avvicinarsi.
Camminavo senza una meta, attraversando ponti, piccole strade e strettissimi muri, spesso finivo in vicoli ciechi oppure dovevo ritornare sui miei passi trovandomi davanti alle acque di un canale, in quel labirinto galleggiante che è Venezia. Improvvisamente mi sono trovato circondato da antichi alti palazzi, il sole alle loro spalle formava un cono d’ombra che si stringeva con l’innalzarsi del sole, era il ghetto ebraico, uno dei luoghi storici e più travagliati della città. Un uomo, forse un ragazzo, la lunga barba folta ingannava l’età, sedeva su una panchina leggendo un libro, molto probabilmente religioso. Mi sono avvicinato per scattare un ritratto, ci siamo presentati e abbiamo scambiato qualche parola, era originario della Pensylvania, aveva viaggiato a lungo per ritrovare se stesso, aveva lo stretto necessario con lui, qualche libro e uno zaino, il resto era dentro di sé. Indossava una camicia bianca, una giacca scura e un cappello per ripararsi dal sole e sandali consumati, i piedi sporchi di chi aveva camminato a lungo e uno sguardo che infondeva pace e serenità, senza oggetti costosi o superficiali. Dopo avermi salutato con il cenno di una mano, quasi una benedizione, si è immerso nel suo libro e nel suo mondo, in quei momenti anche una città come Venezia può aspettare.
Il vento, spazzate via le ultime nuvole, gonfiava i tendoni del mercato appena chiuso come vele di una nave, piccioni e gabbiani, intenti a rubare avanzi prima dell’arrivo dello spazzino con l’idrante, arrivavano a frotte, atterrando sul molo come su una pista di aeroporto. Piccole barche attraccate sui portoni delle case ondeggiavano sinuose, sui muri i segni delle maree sfumavano in colori sempre diversi, le imposte consumate dall’umidita si aprivano come gli occhi dopo un risveglio e un bambino uscito dalla finestra per curiosare salutava i passanti. Seguivo i cartelli sbiaditi dal tempo con le frecce che indicavano il percorso per piazza san marco, la città era affollata da centinaia di turisti da ogni parte del mondo, quella sera ci sarebbe stata la festa del Redentore e lungo i canali fervevano i preparativi.
Camminando mi sono sentito chiamare da un tunnel, una donna con un fazzoletto lilla in capo mi sorrideva esortandomi a uscire dalla folla e avvicinarmi. Con sospetto sono entrato in quel tunnel umido e buio, ricoperto di vecchi poster e manifesti ingialliti, la donna mi guardava con occhi buoni, sosteneva di aver sentito il mio animo caritatevole in mezzo alla folla. Sapevo essere un modo elegante per scucire qualche spicciolo, ma i suoi occhi trasmettevano bontà mista a paura, parlava poco l’italiano, tuttavia mi ha raccontato la sua vita con gli occhi pieni di commozione. Scappata dalla Siria dopo la morte del marito, con il figlio in braccio aveva superato le frontiere clandestinamente e dalla Turchia, in circostanze poco chiare, era arrivata in Italia. Nel suo paese aveva una dignità, cuciva e riparava abiti, lavorava e possedeva una casa, ora distrutta come il suo morale. Con una morsa al cuore le ho lasciato dei soldi, una bottiglia d’acqua e una mela, lei mi ha preso la mano ed è scoppiata a piangere, segno inequivocabile della realtà che stava vivendo.
Il pomeriggio volgeva al termine, i bar preparavano spritz e cicchetti, la musica scorreva lungo le vie del centro e le maschere tipiche si mescolavano tra la folla che si muoveva come un onda inarrestabile. Piazza San Marco era gremita, al calare del sole centinaia barche, yacht e piccoli gozzi colorati per l’occasione erano ormeggiati di fronte alla Giudecca in attesa dello spettacolo pirotecnico mezz’ora prima della mezzanotte. C’era chi si piazzava nel punto migliore già la mattina presto, chi cucinava e chi prendeva il sole in attesa dei festeggiamenti. Il bacino di San Marco era perfettamente addobbato, le luci tracciavano un gioco di colori che seguiva le linee dei tetti, di campanili e guglie della città. La festa del Redentore risale alla fine del 1500 quando in seguito a una terribile pestilenza la popolazione scese in piazza per festeggiare la fine della malattia e ringraziare il Signore. Un tappeto di barche illuminato dai primi fuochi artificiali dondolava sul mare, tappi e gocce di spumante volavano in aria, la festa era cominciata. Piazza San Marco era gremita, abbracci e baci si distribuivano gratuitamente come il cibo, cicchetti e focacce venivano offerte dai bar e i ristoranti, la peste sembrava essere finita il giorno prima.
In un angolo della piazza, seduta sullo scalino di una colonna, la donna siriana con cui avevo parlato nel pomeriggio, guardava i fuochi con gli occhi gonfi, non di certo per la fine della peste a Venezia, la storia per lei era molto più recente e nel presente non aveva nulla da festeggiare.
Nicolas Vigliotta è nato a Genova il 9 Maggio del 1982. Imprenditore, autore e conduttore televisivo ho collaborato dal 2011 ad oggi con alcune emittenti regionali fra cui: TELEGENOVA, TELELIGURIA e TELENORD; ha ideato, scritto e condotto diversi format televisivi fra cui Zena Car and Restaurant attualmente in onda la domenica sera alle 22:30 su TELENORD canale 13 e SKY canale 845 con ospiti vip della tv come Serena Garitta o personaggi della musica italiana come Francesco Baccini, Vittorio De Scalzi, Zibba ed Ex- Otago.
Nel 2014 è stato selezionato per partecipare a RDS ACADEMY in onda su sky in collaborazione con RDS Radio Dimensione Suono. Sempre nel 2014 ha collaborato col quartetto comico Ligure formato da Enrique Balbontin Andrea Ceccon Fabrizio Casalino ed Alessandro Bianchi i Pirati dei Caruggi con lo spettacolo Sotto a chi Ciocca. Oltre alla tv è sempre viva la passione per la musica infatti oltre ad aver studiato batteria e percussioni, che è il suo strumento principale Nicolas fa “da spalla” a diverse band e suona la chitarra e Canta in un trio acustico.
[quote]Con Nicolas ci siamo fatti un giro nel centro storico. E’ una persona molto simpatica, sembra molto sulle sue ma quando meno te lo aspetti con una battuta o un’osservazione ti fa morire dal ridere.[/quote]
Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
«Quando ero bambino non avevo sogni, mi preoccupavo di più delle mie passioni dell’epoca. Studiavo batteria e passavo molto tempo ad ascoltare musica. Inoltre uscivo spesso e interagivo e mi confrontavo parecchio coi miei coetanei, cosa da non sottovalutare, visto che la mia è stata l’ultima generazione a vivere l’adolescenza senza il telefono cellulare; posso assicurare ai lettori più giovani che stare in una piazza tra amici a parlare senza messaggiare con chi non è presente, senza selfie o aggiornamenti di stato.. era davvero accrescitivo. In relazione ai sogni.. diciamo che cammin facendo, anno dopo anno, sto realizzando tutte le mete che durante la vita mi vien voglia di raggiungere. Sono felice»
Cosa ami e cosa odi di Genova?
«Genova è una città di cui mi sono innamorato fin da subito. Più ne scopro angoli nascosti e più la amo. Ogni sestiere ogni palazzo ha così tanta storia su ogni mattone che non di rado mi trovo a passeggiare nel centro storico con gli occhi di un turista; sono particolarmente legato inoltre alla zona di levante. Mi emoziono ancora ogni volta che guardo il mare a Vernazzola o il lungomare di Quarto… Vivo bene a Genova. È una città a misura d’uomo. Vivo Lavoro in centro e mi sposto a piedi o al massimo in scooter. È un perfetto compromesso fra la grande città e una cittadina di provincia. Spesso dimentichiamo che Genova è la 5ª/6ª cittá d’Italia con un’area metropolitana di circa 1 milione e mezzo di abitanti ma allo stesso tempo non servono 2 ore di coda in tangenziale per raggiungere il centro e in 10 min sei in spiaggia. Purtroppo come ogni luogo ha i suoi lati negativi e anche Genova ha i suoi. A mio avviso “Genova” ha una mentalità molto provinciale a cospetto di un patrimonio artistico (parlo di risorse umane) enorme. Come dico spesso: POTENZIALMENTE SIAMO MIAMI, UFFICIALMENTE SIAMO BAGHDAD».
Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
«Bella domanda. Spesso mi pongo lo stesso quesito. Se dovessi andar via, dove andrei? Di certo una città di mare. Magari più piccola. A fare cosa? Davvero non saprei. Non ho in mente un posto o un lavoro in particolare. Se dovessi attuare un cambiamento beh lo farei radicale; cambierei regione, lavoro e vita».
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
«Si esiste. Più che un luogo comune è una “sottovalutazione” della Superba. Spesso quando parlo con persone in giro per l’Italia non considerano minimamente la città. Capita non di rado che io posti delle foto sui miei profili social di scorci e spiagge del centro o del levante genovese e amici sparsi per l’italia che non hanno mai visto (o poco) la città mi scrivano: “ma quella è Genova?” Oppure “ma a Genova avete il mare cosi bello?”
Ovviamente io rispondo NO cosi non vengono a intasarci le autostrade (scherzo) RISPONDO un po’ SECCATO: “CERTO!» Oppure viaggiando molto negli Stati Uniti mi dà molto fastidio dover dire: Genova.. 2 hours from Milan and 30 minutes from Portofino.
Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
«Dipende dalla stagione. Dipende da chi viene a trovarmi. Avere a disposizione una città cosi eclettica sotto l aspetto morfologico e artistico ti dà modo di poter scegliere un percorso ad hoc. Potrei portare la persona nel centro storico e per musei, sul mare a Boccadasse per un pranzo, a vedere il panorama dalla Spianata di Castelletto per un gelato, a Nervi in passeggiata, al Porto Antico, potrei andare avanti per molte righe… dipende».
Tu hai a che fare con molti personaggi genovesi, chi è il genovese che stimi o hai stimato di più? «Negli ultimi 7 anni soprattutto, e per collaborazioni a spettacoli e per trasmissioni televisive, credo d’aver parlato e trascorso momenti interessanti con scambio di opinioni e vedute diverse con quasi tutti i principali e famosi artisti genovesi. Non c’è n’è uno che stimo particolarmente di più di altri. Li stimo tutti. Diciamo che per una serie di circostanze ce ne sono alcuni che sento e vedo più spesso perché si è creato un rapporto d’amicizia. Altri con il quale difficilmente farei una vacanza»
Caro amico arrabbiato, cosa vuoi che ti dica? Cosa vuoi che ne sappia io? So più o meno quello che ci hanno raccontato, a me come a te, so quello che ho letto e quello che ho visto e toccato, so quello che ho immaginato e che non ho trovato e forse quello che immagino e non troverò. È pochissimo amico mio, lo sai bene anche tu, è proprio poca roba quello che so.
Anche io conosco il significato della parola apolide, so cosa significa non avere scelta e mi confondo come te quando si parla di libertà. Non lo so se alzare le spalle sia utile o meno, e poi utile a chi? Come conosco il significato della parola democrazia, so cosa significa potere e mi confondo come te quando si parla di popolo. Non so se farsi da parte sia davvero o no, non so se sia dignitoso o meno, forse non ho nemmeno idea di cosa voglia dire farsi da parte.
Caro amico irritato, io non ne so nulla delle persone. Faccio fatica a ricordare più della metà degli abitanti del mio caseggiato, faccio fatica a immaginare più della metà dei luoghi del mondo, non mi sento di dirti nulla, se non che secondo me scappare non è mai una colpa. Corri amico furioso, corri se ti va ancora di correre. Ti voglio bene. Forse intendo a cosa ti riferisci quando parli con tono entusiastico di esistenza da espletare, come fosse una specie di epifania meravigliosa. Tu sei sempre stato quello delle epifanie meravigliose. Mi ricordi Sartre. Bisogna meritarla la meraviglia, tu lo sai bene caro mio quanto sono lunghi i tempi morti.
Che altro vuoi che ti dica? Dovrei tornare su cose dette e ridette e che tu conosci meglio di me. Non dimora più in noi il vigore che ci portava a discorrere per ore sulle nostre collezioni private di stupori, disordini, compensazioni, sentenze, inibizioni, vergogne. Ricordo anche io le serate a giocare sulle vite possibili guardando le luci accese delle case, ricordo soprattutto l’impegno che mettevo nel ricamare i pensieri per cercare di racchiuderli il meglio possibile nelle parole. Oggi le luci delle case mi sembrano tutte uguali e la vita possibile una sola, è così da quando ho smesso di uscire la sera e mi sono abituato troppo a quella della mia cucina. Del resto non faccio altro che dipingermi su l’altrui vetro, era così anche allora, ero diverso io. È solo tempo che passa, illusione che evapora. Ultimamente ho letto su un libro che vivere sarebbe come una retromarcia. Non ho ben capito cosa volesse dire l’autore, ma forse anche per lui è solo tempo che passa, illusione che evapora. Te lo mostrerò al tuo ritorno, se mai farai ritorno e se io non sarò partito. Noi nel frattempo continueremo a resistere e a lasciare perdere le chat e le faccine, non fanno per noi. Conserviamo la dignità che in tutti questi anni ci ha aiutato a rimanere buoni amici, due amici che ancora sanno scriversi lettere confuse, parlarsi di rado e pensarsi felici, nonostante tutto, felici.
A Lodi un uomo è stato ucciso con un colpo alla schiena a seguito di una rapina in un ristorante. Questo è l’ultimo caso di cronaca a tema legittima difesa che viene riportato dai mass media al fine di veicolare l’attenzione su questo istituto giuridico, già oggetto di riforma ad opera del governo con la legge del 13 febbraio 2006, n. 59.
Non è intenzione di chi scrive prendere una posizione di natura politica (scelta che spetta al legislatore), ma piuttosto fornire strumenti nozionistici necessari alla comprensione di quando la scriminante della legittima difesa può essere invocata nelle ipotesi di omicidio. In altre parole, nella nota vicenda del lodigiano, è giusto invocare la legittima difesa? Nell’analisi che segue ci soffermeremo unicamente sulla cd. legittima difesa domiciliare prevista dal comma 2 dell’art. 52 c.p., in quanto oggetto sicuramente di maggior interesse proprio per la sua attualità e applicazione dei casi riportati dalla cronaca.
Legittima difesa
La legittima difesa prevista dal comma secondo dell’art 52 c.p. scrimina (ovvero il soggetto non è punibile con una sanzione penale) colui che, ad esempio, uccide un ladro che si introduce nella propria abitazione, qualora vi siano alcune condizioni oggettive, che di seguito si spiegano. L’azione difensiva, innanzitutto, deve essere rivolta contro un soggetto che ha commesso una violazione di domicilio. Ciò significa che il ladro si è introdotto nell’abitazione altrui ovvero nel luogo dove viene svolta un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale, senza che vi fosse il consenso del soggetto che ha il diritto di escluderlo (l’imprenditore, il commerciante, il professionista).
Il secondo requisito per applicare la scriminante in oggetto è che l’autore della difesa, rectius l’aggredito, abbia posto in essere l’offesa con un arma legittimamente detenuta. A sommesso avviso di chi scrive, questo requisito viene sempre poco evidenziato dalla cronaca giudiziaria, nonostante sia un elemento fondamentale per riconoscere la legittima difesa. È necessario infatti che il soggetto che pone in essere una difesa, ad esempio con una pistola, abbia ottenuto il porto d’armi regolarmente ai fini della difesa personale. Inoltre la norma in esame, a differenza della “legittima difesa classica” prevista dal primo comma dell’art 52 c.p. (ovvero quando l’azione difensiva non avvenga nelle circostanze indicate nell’art. 614 c.p.), non richiede che vi sia un rapporto di proporzione tra difesa e offesa, in quanto ciò si ritiene presunto (elemento che era stato oggetto di forte scontro a seguito dell’introduzione del comma secondo nel 2006, sollevando anche dubbi di natura costituzionale, ad oggi superati).
Pericolo e reazione
Sono due gli ulteriori requisiti previsti dalla norma: il pericolo di un offesa ingiusta e la necessità della reazione. Per quanto concerne il primo requisito, appare pacifico, sempre nel caso del ladro che entra in un esercizio commerciale ovvero in un abitazione, che vi sia il requisito del pericolo di un offesa ingiusta in quanto l’offesa si identifica con l’aggressione all’appartamento o al negozio della vittima assalito dal ladro.
La necessità invece dell’intervento comporta qualche valutazione ulteriore, in quanto deve essere valutata l’inevitabilità della condotta e dell’uso dell’arma, come unica condotta possibile, non essendovi un altra condotta alternativa lecita o comunque meno lesiva. Sempre per riportare queste nozioni al caso concreto, bisogna verificare se il proprietario del negozio o dell’appartamento assalito dal ladro, ha usato l’arma in quanto unica condotta possibile.
Ma non è tutto, affinché venga riconosciuta la legittima difesa in ipotesi di omicidio dalla Corte d’Assise (organo competente a giudicare tale reato), è necessario altresì che l’aggressore persista nella propria condotta (tecnicamente, non vi sia desistenza) e che vi sia un pericolo di aggressione perl’aggredito. Se per la desistenza non vi sono problemi interpretativi, sul pericolo di aggressione, è bene fare una precisazione. Il pericolo di aggressione deve essere identificato in una probabilità che vi sia un evento lesivo, quale evento morte ovvero lesioni nei confronti dell’aggredito. L’aggredito pertanto deve valutare se vi sia un pericolo per la propria incolumità (pericolo imminente) e a quella dei suoi familiari.
Giustizia
Orbene, il ladro, introdotto nell’esercizio commerciale o in casa, avrebbe con ogni probabilità, con rilevante possibilità, aggredito beni quali incolumità fisica e la vita dell’aggredito e dei suoi familiari? Ed è su questo elemento che si gioca la partita nelle aule di giustizia.
Perché non è sufficiente la mera convinzione dell’aggredito di trovarsi in una situazione di pericolo, ma è necessario che vi siano degli elementi oggettivi e concreti che lo hanno portato a ritenere con rilevante possibilità che ci sarebbe stata un aggressione all’incolumità fisica. Ad esempio, il numero dei ladri o le armi in loro possesso. Noi avvocati, nel difendere i nostri clienti abbiamo sempre il paracadute dell’eccesso colposo nella causa di giustificazione ex art 55 c.p., che in buona sostanza trasforma l’omicidio volontario in omicidio colposo, con la conseguente e consistente diminuzione di pena.
Ma qui la questione è un’altra: capire se scriminare la condotta dell’aggredito per la sussistenza della legittima difesa, che verrà riconosciuta solo se vi sono tutti i requisiti prima elencati. Non è dato sapere se vi saranno nuove modifiche legislative alla legittima difesa, tali da ampliare le maglie dell’art 52 c.p., anche in seguito all’incontro del 25 aprile scorso promosso dalla Lega nord a Verona, al quale ha partecipato anche l’assessore allo sviluppo economico della giunta Toti, Edoardo Rixi.
Genova medievale è spesso una sorpresa. Una città nascosta, addormentata sotto le stratificazioni cinque-seicentesche, abbracciata al proprio mare, sua primaria fonte di sostentamento. È così. La geografia è importante. E la Liguria è, da questo punto di vista, un caso di studio interessante. Una fiorente tradizione storiografica ha inteso cogliere nella natura iniqua e avversa del suolo ligure una delle radici della vocazione marittima e commerciale delle sue genti. Senza entrare nel merito del più o meno rigido determinismo che talvolta ha accompagnato il pensiero di molti storici e letterati su questa regione, si può dire che le testimonianze dell’esistenza d’un rapporto privilegiato tra i Liguri (intesi in senso lato) e il mare siano consistenti già in età classica: Strabone, Plutarco e Livio ne denunciano le azioni piratesche; secondo Posidonio, essi «come mercanti solcano il mare di Sardegna e quello libico, slanciandosi coraggiosamente in pericoli senza soccorso»; per Plutarco, questi impareggiabili marinai si spingerebbero «fino alle colonne d’Ercole».
Tale rapporto è tanto più evidente per la città di Genova, «emporium» dei Liguri, secondo Strabone, sfruttato dalle genti dell’interno per barattare i prodotti della propria economia – legname, animali, pelli, miele, ambra – con merci di maggiore pregio, per lo più olio d’oliva e vino dell’Italia meridionale (essendo il loro «scarso, resinato e aspro»). Si tratta di dati sostanzialmente confermati dalla ricerca archeologica: il rinvenimento nei pressi dell’oppido pre-romano genuate, situato sulla collina di Castello, così come nell’area immediatamente sottostante e sui fondali antistanti al porto, di anfore e ceramiche di provenienza mediterranea – iberica, provenzale e nord-africana –, assieme a reperti di fattura locale e regionale, testimonia, infatti, la realtà d’una proficua stagione di scambi prolungatasi a fasi alterne tra il V secolo a. C. e il VII secolo d. C.
Nell’impero
I problemi sorgono quando si voglia appurare la continuità (o la discontinuità) della funzione marittima del porto-emporio genovese – essenzialmente, funzione di collegamento tra il mare e l’interno montuoso della regione, e, attraverso la via Postumia e la via «romana» che risaliva il corso del Bisagno, con la valle padana – tra l’età tardo-romana e gli albori dell’espansione mediterranea. Non molto è possibile dire sulla Genova di questo periodo, anche se l’indagine archeologica ha recentemente sottolineato una certa ripresa negli scambi a partire dal III secolo. Conseguenza, forse, d’una maggiore partecipazione alle vicende dell’impero d’Occidente, come parrebbe mostrare il frammento d’un’epigrafe appartenente a un monumento eretto per l’imperatore Filippo l’Arabo tra il 245 e il 246 rinvenuta nel corso di alcuni scavi condotti presso l’attuale Piazza Matteotti. Com’è noto, nel corso della riorganizzazione amministrativa operata dall’imperatore Massimiano, la Liguria –l’antica IX regio augustea – divenne una delle quattro province in cui era divisa l’Italia annonaria. Il suo territorio, tuttavia, comprendeva anche l’Aemilia e la Transpadana, e, dunque, anche Mediolanum – Milano –, promossa a sede imperiale in luogo di Roma. Ed è assai probabile che fu proprio l’influsso di quest’ultima a riportare in auge il porto genovese. O, almeno, questo può arguirsi dal fatto ch’esso sia citato nell’Edictum de Pretiis di Diocleziano del 301. Non solo: il rinvenimento di contenitori da trasporto provenienti dalla penisola iberica, dalle coste africane, dalla Sicilia, dalle isole egee e dal Mediterraneo orientale mostra come il porto di Genova abbia progressivamente assistito all’arrivo di merci di prima necessità come grano, olio, pesce e legumi, evidentemente smerciati non solo lungo la costa ma anche nell’interno, oltre a beni di lusso orientali, in particolare siriani, destinati alla nuova aristocrazia e alle necessità della liturgia cristiana, allora in piena espansione.
Tale ripresa è leggibile, del resto, nell’allargarsi del tessuto urbano verso ponente, lungo il corso della ripa maris – per intenderci: l’attuale fronte del porto, caratterizzato dalla Duecentesca palazzata di Sottoripa –, e attorno ai nuovi luoghi di culto cristiani. Senza, peraltro, subire ripercussioni nel momento in cui, al principio del V secolo, per fare fronte allo sfondamento del limes renano da parte dei Goti, Genua e le riviere liguri entrarono a far parte della Provincia Alpium Appenninarum, definita anche Liguria maritima. Non molto è noto di questo periodo. Tra il 415 e il 418, Rutilio Namaziano, nel suo De reditu suo, descrive una località situata tra Luni e Albenga, in cui ai trovavano caserme, granai e locande, che potrebbe identificarsi con il porto genovese. Ma nulla di più. La nuova minaccia vandalica, affacciatasi verso la metà del secolo dal mare, comportò, a ogni modo, la creazione d’una sorta di limes marittimo lungo la fascia costiera del territorio tosco-ligure. Non sappiamo, tuttavia, se e in che maniera Genova fosse coinvolta. Nessun mutamento amministrativo pare aver avuto luogo sotto il governo di Odoacre, né sotto quello di Teodorico, anche se – si può arguire – la città pare offrirci un quadro florido. Cassiodoro, ad esempio, riporta nelle sue Variae due lettere redatte da Teodorico tra il 507 e il 512, destinate a una comunità di ebrei stanziata a Genova, la quale doveva essere dotata di notevoli sostanze, giacché aveva richiesto al sovrano l’autorizzazione a migliorare lo stato della propria sinagoga. Ebbene: tale testimonianza è stata sovente ricondotta all’esistenza d’attività economiche: Genova, al pari di Marsiglia o Narbona, conserverebbe, in questo periodo, le caratteristiche del centro di scambio con legami sia con il Ponente, in particolare per i Galli e gli Ispani in viaggio verso l’Italia, sia con il Levante.
È proprio sotto il momento di massima ascesa di Teodorico che, per la prima volta, venivamo a sapere dell’esistenza, a Genova, d’una sorta di partito bizantino, i cui membri desideravano probabilmente emanciparsi dal governo goto per porsi sotto l’egida dell’imperatore d’Oriente. La guerra greco-gotica vedrà il porto genovese – al pari di altre località della Provincia Alpium Appenninarum – schierarsi decisamente in favore di Giustiniano. Al principio del conflitto, tra il 537 e il 538, risale, infatti, la notizia dello sbarco a Genova – «ottima stazione per chi navighi per la Gallia e la Spagna» – d’un migliaio di uomini (isaurici e traci, oltre a un manipolo di truppe palatine scelte) provenienti da Roma, inviati da Belisario in soccorso dell’arcivescovo milanese Dazio; ciò che suggerisce l’assunzione, da parte del porto genovese, d’una qualche funzione strategica dal punto di vista militare. Tale supposizione è confermata da una nota di Procopio, secondo il quale, nel 544, la città avrebbe ospitato un presidio bizantino stabile comandato da un certo Bono, nipote del magister militum Giovanni. Non sappiamo, a ogni modo, dove fosse stanziato: non sono rimaste, infatti, emergenze architettoniche dell’epoca né circuiti murari bizantini, anche se la funzione strategica e difensiva del porto genovese non può essere messa in dubbio. Tale funzione, del resto, è ulteriormente testimoniata nel restante territorio costiero, nel quale sorgevano diverse fortificazioni bizantine – si pensi, in particolare, ai «castra» di Perti, oggi nel comune di Finale Ligure, e di Filattiera, nell’estremo levante ligure –, volte a garantire la sicurezza delle coste e a prevenire possibili attacchi dall’interno.
Com’è noto, l’esercito imperiale conquistò velocemente Milano almeno quanto velocemente la perse. Nel 539, la città tornò, infatti, sotto il controllo goto. Con tutta probabilità, Genova fu tratta in salvo da una probabile scorribanda verso sud da una mossa inaspettata: Belisario inviò, infatti, un contingente a presidiare Tortona, principale snodo verso la costa ligure, che rimase, dunque, sotto il controllo bizantino. Proprio allora, tuttavia – stando almeno a Marcellino Comes –, la città subì una devastazione per opera di Teodeberto, re d’Austrasia, costringendo il presidio bizantino a ritirarsi entro le mura. Negli anni successivi, la costa ligure fu coinvolta nella rivolta di Sisige, governatore delle Alpes Cottiae, che pose la provincia sotto il proprio personale controllo senza, tuttavia, separarla dall’impero; stipulando, anzi, un’alleanza con i bizantini. La mossa dovette interessare anche Genova, secondo il Catalogus provinciarum Italiae, parte della medesima provincia. Senza dubbio, la città rappresentava allora il principale presidio bizantino del Tirreno, oltre che il primo riparo contro le imminenti invasioni longobarde. Nel 569, lo stesso metropolita milanese, Onorato, abbandonò Milano, occupata da Alboino, per rifugiarsi presso il porto genovese, ritenuto più sicuro, ospitando, molto probabilmente, risorse di natura militare. Tale fatto ha portato a ritenere che la città abbia svolto in quel frangente un qualche ruolo come centro politico-amministrativo della regione – una regione che l’Anonimo ravennate chiama Provincia maritima Italorum –, come parrebbe dimostrare la notizia della presenza, nel 599, del vir magnificus Giovanni, vicario del prefetto del pretorio, oltre che di Vigilio, prefetto dell’Urbicaria, destinatario di una lettera di papa Gregorio Magno.
Da Genova bizantina a Genova longobarda
L’evento maggiore di quella che possiamo definire la “Genova bizantina” fu, a ogni modo, lo spostamento temporaneo della sede del metropolita milanese tra le sue mura.La comunità ambrosiana occupò l’area dell’attuale piazza Matteotti (i dati archeologici ne confermano la frequentazione sino al VII secolo), convivendo con l’ecclesia locale; per un certo periodo, anzi – dal 629 al 638 –, pare che le due cattedre fossero occupate dalla medesima persona: il vescovo Asterio. L’avanzata longobarda, a ogni modo, procedeva senza sosta, stringendo progressivamente l’arco ligure in una morsa. In questo periodo la città risulta sempre militarizzata. O, almeno, questo pare arguirsi dal rinvenimento fortuito d’un epitaffio d’un soldato di nome Magno, membro d’un contingente di truppe illiriche, morto a Genova nel 590. Tale situazione, però, non durerà a lungo. Secondo lo Pseudo-Fredegario, a seguito delle devastazioni operate dal longobardo Rotari attorno al 643, il capoluogo ligure, degradato da «civitas» a «vicus» – al pari di altre città costiere quali Albenga, Varigotti e Savona –, si sarebbe ridotto a null’altro che a un piccolo centro di pescatori e agricoltori dalla semplice economia di scambio o di sussistenza. In realtà, è difficile stimare l’effettiva estensione delle conquiste longobarde sul litorale. L’indagine archeologica, anzi, ne ha alquanto ridimensionato la portata: la maggior parte dei siti costieri continua a essere frequentata ben oltre la metà del VII secolo; i manufatti longobardi, inoltre, sono estremamente rari. Piuttosto, ciò che si nota è un progressivo ritrarsi dell’elemento bizantino entro gli attuali confini regionali sino al definitivo abbandono del territorio attorno alla metà del secolo VII, cui seguì, con tutta probabilità, la perdita da parte di Genova d’ogni funzione amministrativa.
La diminuzione del traffico marittimo, benché non ascrivibile a interventi traumatici, è, comunque, un dato di fatto. Importanti indizi in questo senso provengono dagli scavi effettuati nei nel Porto Antico di Genova nel 1995, nel corso dei quali è stata messa in luce una sequenza stratigrafica di 3,5 metri di spessore, sottostante il livello medio attuale del mare, rivelatrice dei progressivi mutamenti subiti dall’area portuale nell’arco di circa due millenni: al principio del VII secolo, la zona pare essere andata incontro a un significativo insabbiamento, dovuto all’aumento degli apporti torbidi dei torrenti Bisagno e Polcevera. Ebbene: l’importazione di ceramiche di pregio di provenienza mediterranea, per lo più nord-africana, subì una diminuzione sensibile proprio in questo periodo; dopodiché si segnala, invece, una maggiore presenza di ceramiche locali o a diffusione regionale, per lo più tosco-settentrionali. È probabile che tale spiegazione di tale regressione sia da ricercarsi, più che nei capricci del clima, nel più generale moto di disfacimento dell’unità mediterranea, conseguente al venir meno dell’influenza culturale bizantina, cui fece seguito una diminuzione degli scambi di lunga distanza in favore d’una regionalizzazione dei circuiti economici. Ciò non significa, a ogni modo, che la regione abbia perso del tutto d’importanza nell’ambito delle reti transmarine di trasporto, anche se la persistenza del principale scalo ligure quale centro d’appoggio e di transito per la navigazione tirrenica è senza dubbio meglio documentata per il periodo precedente. Quel che è certo è che, con l’avvento longobardo, la breve storia della Liguria bizantina – circa la quale vorremmo saperne di più – termina la propria corsa. Bisognerà attendere altri quattro/cinque secoli perché siano i Genovesi a tornare a Bisanzio. Questa volta in forze e con l’obiettivo di restarvi.
Antonio Musarra
Bibliografia
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Christie, N. Byzantine Liguria: An Imperial Province Against the Lombards, AD 568-643, «Papers of the British School at Rome», 58 (1990), pp. 229-271.
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Formentini, U., Genova nel basso impero e nell’alto medioevo, in Storia di Genova. Dalle origini al tempo nostro, vol. 2, Milano 1941-1942, pp. 7-278.
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Musarra, A., Genova e il mare nell’Alto Medioevo: una rilettura delle fonti, in «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo» (in corso di stampa: 2017).
Origone, S., Liguria bizantina, 538-643, in Polypleuros nous. Miscellanea für Peter Schreiner zu seinem 60. Geburtstag, a cura di C. Scholz e G. Makris, München 2000 («Byzantinisches Archiv», 19), pp. 272-289.
Pavoni, R., Liguria medievale. Da provincia romana a stato regionale, Genova 1995.
Schreiner, P., Bisanzio e la Liguria, in Oriente e Occidente tra Medioevo ed Età moderna. Studi in onore di Geo Pistarino, a cura di L. Balletto, vol. 2, Genova 1997, pp. 1097-1108.
“Uno dei più famosi crooner italiani” (Il Secolo XIX, dicembre 2016), “Voce accattivante” (La Stampa, gennaio 2017), “L’uomo-palco più travolgente di Genova, e non solo” (Era Superba, aprile 2017), Naim è showman e songwriter che passa con disinvoltura dallo swing al soul, dalla musica klezmer, allo ska, al pop. Vanta concerti in Italia e all’estero, dai blasonati festival nazionali ad eventi internazionali. Attualmente in studio sotto la direzione del famoso produttore Claudio Dentes a.k.a. “Otar Bolivecic” (Elio e le Storie Tese) con la sua band “Tuamadre”, Naim riesce a creare spettacoli sempre nuovi e coinvolgenti, grazie alla miscela unica di esperienza, talento ed estro, sostenuti da studi classici, una rigorosa formazione accademia e da un dottorato di ricerca in diritti umani. Dopo anni di attività, ha recentemente ripreso in mano le proprie composizioni originali: canzoni dal sapore pop, in bilico fra tematiche spirituali, giocose e personali, in un bislacco equilibrio fra contrasti apparenti. Artista completo e imprevedibile, con un incredibile e a mai celata showman e songwriter
[quote]Con Naim ci siamo fatti una camminata per quasi tutto il centro storico, ha fatto lo scemo tutto il tempo, e ho mille sue fotoin cui salta e balla e ride, alla fine ho scelto l’unica foto in cui è serio[/quote]
Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
«Da bambino volevo fare l’archeologo. Qualche anno fa ho concluso un Dottorato di ricerca in Diritti umani e ne sono uscito come “storico”. Non è affatto come fare l’archeologo ma rimane nell’ambito della storia. Da adolescente ho scoperto la musica e quello è diventato il mio sogno. Oggi faccio il musicista e cantante a tempo pieno, dopo essermi domandato ogni giorno, per 16 anni, che ruolo avrebbe avuto la musica nella mia vita. Quindi sto vivendo il mio sogno. Non è stata una scelta facile, ma ora sono determinato a portarla avanti».
Cosa ami e cosa odi di Genova?
«Ciò che amo è ciò che odio di Genova. Viviamo in una città dal grandissimo potenziale culturale e umano, eppure, vi è una scarsissima capacità e voglia di spingere sull’acceleratore della crescita. Genova è ricca di risorse, di luoghi meravigliosi e di talenti. Forse per un problema demografico, forse per una scarsa propensione culturale o forse per l’atteggiamento delle scorse generazioni, non c’è modo di fare di questa città un faro ed un polo della cultura in Italia. Genova è la città del grande potenziale sprecato. Lavorare qua (e spesso in giro per l’Italia) è come correre nell’acqua: si fa tantissima fatica, per muoversi pochi centimetri. Non sorprende, allora, la fuga dei cervelli. Il dato incoraggiante, però, è che negli ultimi 2 anni sono sorte diverse iniziative spontanee o coordinate, che puntano a cambiare la situazione, partendo dal basso. Vi sono in diversi ambiti e sono per lo più azionate da giovani. Questa cosa la amo e spero sia efficace, perché stiamo lottando contro un dato demografico sfavorevole, sotto questo punto di vista. E posso dire una cosa (che pare non c’entrare, ma c’entra)? A me il motto “Genova, more than this” piace. Lo trovo centrato».
Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
«Un anno e mezzo fa ho fatto un viaggio di “ricerca musicale” fra Toronto e NYC. E’ stata un’esperienza incredibilmente formativa, dei cui frutti godo ancora adesso. Non escludo che potrei essere li, se non fossi a Genova. Cosa farei? Quello che già faccio: musica, canto e spettacolo. Ho avuto modo di crearmi dei contatti concreti e non escludo nulla per il futuro. Ma il mio desiderio è poter avere un percorso significativo a Genova e in Italia coi Tuamadre, il mio gruppo di punta. Siamo prodotti da Claudio Dentes (produttore di Elio e le storie tese) e da due anni stiamo lavorando al nuovo disco al Nadir Music di Sestri Ponente, coordinati dal nostro manager Federico Gasperi. Sarà una bomba e speriamo possa farci fare il salto di qualità che cerchiamo da tempo. Quindi, ad oggi, sono qua e lavoro per questo».
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
«Si dovrebbe aprire una premessa: i luoghi comuni nascono in un contesto storico e possono essere validi per un certo periodo. Molti dei detti hanno centinaia di anni ma, dalla metà dell’800 tutto sta cambiando molto velocemente. E negli ultimi 50 anni le cose sono cambiate ancor di più. Quindi, ad esempio, un detto come “I genovesi sono tirchi” è opinabile oggi come oggi. I genovesi sono stati inventori del sistema bancario moderno, ma questo è datato XVI secolo. E’ normale che in un contesto del genere possa essere venuto fuori un luogo comune sulla tirchieria, ma oggi mi sembra un po’ superato, soprattutto in relazione alle nuove generazioni».
Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
«Sicuramente, per il cibo, la porterei nei luoghi più spartani, dove si trova un po’ l’anima della Superba. Andremo a mangiare il fritto d’asporto in sottoripa e la focaccia coi grani di sale in zona vigne. Il gelato lo prenderemmo a Priaruggia e il tramonto sarebbe a Boccadasse. Vedremmo le botteghe dei mestieri ai Macelli e qualche sapore al Mercato orientale. Se facessimo notte, la porterei anche al mercato del pesce. E poi, da musicista, la porterei a vedere i locali e i teatri dove accade la magia del live, sicuramente. This is Genova for me».
Tu sei un musicista, se scrivessi una canzone sulla tua città come inizierebbe?
«Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi…. ah no! L’hanno già fatta :D».
È sotto gli occhi di tutti. Quest’anno, sarà una Pasqua grassa per le nostre strutture ricettive. I “Rolli days” – ci dicono dall’alto – hanno funzionato, trainando le prenotazioni e regalando, in un anno e mezzo, e soltanto 8 giorni di apertura, qualcosa come 360.000 ingressi. Anche la Storia in Piazza è stata un successo, e Modigliani ha fatto il resto. In questi giorni, oltre 70.000 persone invaderanno la città. Quid plura? Cosa volete di più? I Genovesi escono di casa.
I turisti (i foresti) rimangono ammaliati. Eppure… eppure qualcosa manca (e non parlo soltanto di parcheggi e mezzi pubblici). Il punto – e perdonatemi se sono polemico – è che siamo ben lungi dal fare di tutto ciò qualcosa di consolidato. Passati questi giorni, cosa resterà? (oltre a Modigliani, intendo). Genova è una città d’arte a intermittenza. Questo penso sia sotto gli occhi di tutti. E il motivo è presto detto. Coloro che hanno la responsabilità degli eventi culturali continuano a ragionare per episodi, come in una serie televisiva. Prima questo; poi facciamo quello; poi chiamiamo quell’altro. A noi, invece, serve il film. Serve, cioè, una continua narrazione, che può nascere esclusivamente dall’approfondimento della storia cittadina – che è anche, in gran parte, storia mediterranea –, dall’apertura d’una grande Museo dedicato alla storia della città (tra Sant’Agostino e l’anfiteatro romano: questa la mia proposta), dalla compartecipazione delle giovani professionalità (e non ho problemi a mettermici in mezzo), semplicemente più aggiornate perché fresche di studi (così la si smetterà di ritenere che Guglielmo Embriaco sia stato un eroe), dal richiamo dall’esilio dei nostri pezzi d’arte (aridatece Margherita, dispersa non so dove in quel di Praga!). In una parola: dal “fare sistema” per valorizzare quanto è presente sul territorio (oltre al basilico). È necessario un cambio di mentalità, che può avere luogo se e qualora si deciderà di lasciare campo libero a chi, sperso per il mondo, un po’ ha capito come fanno altrove. Genova necessita, oggi, di prendere coscienza del proprio patrimonio storico, artistico e culturale.
Nel mio piccolo, cerco di dare il mio contributo favorendo la discussione. Mi piace, dunque, iniziare questo dialogo da ciò è stato il vero motore trainante di questo rinascimento genovese: i Palazzi dei Rolli. E non poteva essere altrimenti, costituendo la principale attrattiva culturale degli ultimi anni. Ma quanti di noi hanno coscienza di cosa siano? Quanti si sono interrogati sul significato di questa parola? Insomma, siamo davvero sicuri d’essere consapevoli del motivo del nostro vagabondare e del nostro metterci in coda di un paio di settimane fa? Ho chiesto a Fiorenzo Toso (*), linguista e dialettologo, di partire dai fondamentali e di svelarcene i segreti.
Antonio Musarra
L’invenzione dei Rolli
Con palazzi dei Rolli (alle volte, semplicemente e impropriamente, Rolli) si intendono le dimore del patriziato genovese utilizzate al tempo della Repubblica come alloggi di rappresentanza per gli ospiti stranieri illustri: la recente fortuna di questa denominazione è legata all’inclusione nel 2006 di una quarantina di tali residenze tra i “patrimoni dell’umanità” censiti dall’UNESCO in quanto primo esempio in Europa di un progetto di sviluppo urbano concepito con struttura unitaria dal potere pubblico, ma attuato da privati secondo criteri di eccellenza artistica e architettonica. Secondo un decreto del Senato genovese risalente al 1576, i proprietari di questi palazzi, iscritti in una serie di elenchi (i “rolli” appunto), erano tenuti a ospitare a proprie spese i visitatori stranieri di alto rango, essendo la Repubblica, in quanto tale, priva di un “palazzo regio” di rappresentanza confacente a tale scopo: questa caratteristica funzionale contribuì a determinare e a divulgare la fama mondiale dell’architettura privata genovese come modello architettonico e residenziale di prestigio, consacrato tra gli altri da una celebre raccolta di disegni (1622) di P.P. Rubens.
La denominazione accolta dall’organizzazione internazionale (“Palazzi dei Rolli”, dunque, o più in esteso “Palazzi dei Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova”) altro non fa che attualizzare una terminologia appartenente al linguaggio burocratico-amministrativo cinquecentesco, utilizzata nel 1576 (e poi, con successive revisioni, nel 1588, 1599, 1614 e 1644), per determinare la classificazione dei palazzi deputati a tale scopo: le dimore erano iscritte in tre “rolli” corrispondenti ad altrettante categorie in rapporto alle loro dimensioni e qualità artistica, e in base a tali criteri erano destinate, mediante estrazione a sorte annuale, a ospitare principi e cardinali, viceré, ambasciatori, governatori e così via; solo tre di esse erano riservate ai papi e imperatori, re e loro diretti rappresentati.
Rollo, dunque, non è altro che la forma genovese e italiana antica (senza dittongazione toscana), del termine moderno “ruolo”, dal francese rôle, derivato a sua volta da ROTŬLUS nel senso di “manoscritto, documento arrotolato”. La voce appare in questa forma, in italiano, a partire dal 1528 col significato originario di “catalogo, registro, elenco di persone facenti parte di un impiego, di un’organizzazione, di una corte”, dal quale derivano gli altri in uso attualmente, di “registro di pratiche”, “parte sostenuta da un personaggio in opere di finzione”, “compito, atteggiamento sociale” ecc.
Nell’italiano regionale ligure, la voce rollo era già in uso nel 1576, anno in cui venne emesso il decreto concernente l’utilizzo pubblico delle dimore del patriziato, ma col suo valore generico di “catalogo, elenco” la si incontra frequentemente nella documentazione burocratica e amministrativa locale, ad esempio nel 1590 (“saranno tutti iscritti nel Rollo de la militia thodesca”), nel 1610 (“rolli di portar armi”) o nel 1630 (“mando a V.S. il rollo della giornata d’oggi. Li segnati con la croce sono absenti”, riferito agli operai impegnati nella costruzione delle Mura Nuove).
Direttamente dal francese più che dall’italiano, la voce passò anche in genovese nella forma ròllo, dove è documentata almeno dal 1625 in una poesia di G.M. Zoagli che fa riferimento all’impiego dell’amico G.G. Cavalli presso l’amministrazione delle truppe stanziate a difesa dei confini settentrionali durante l’invasione piemontese (“fâ ròlli e artaggiarie strascinâ”); il termine è poi registrato nei repertori liguri ottocenteschi col valore di “catalogo, lista, registro de’ nomi d’uomini propriamente descritti per uso delle milizie, e della marineria, co’ loro gradi, e occupazioni di dovere, o per altro servizio de’ principi: e si dice d’ogni altro catalogo somigliante, registro. […] È anche term[ine] legale, e vale stato o lista delle cause che si devono discutere nanti i Tribunali” (Casaccia); è molto interessante osservare, a margine, che la documentazione genovese anticipa di quasi un secolo quella italiana per quanto riguarda il termine derivato rollin, “lista o catalogo de’ nomi, gradi, officii gli uomini impiegati sopra un bastimento” (1851), corrispondente a ruolino (1935).
Invenzione fortunata
Come si vede, il recupero attuale del termine Rolli non riguarda insomma una voce specialistica, particolarmente legata all’istituzione degli “alloggiamenti pubblici” della Repubblica, ma un termine generico, appartenente al linguaggio burocratico dell’epoca: agli artefici di tale reimpiego, che non pare anteriore alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, va in ogni caso riconosciuto il merito di avere appunto “inventato” una definizione di indubbia valenza evocativa per un insieme di beni architettonici e urbanistici dei quali si era ormai da tempo perduta una percezione unitaria, una denominazione ormai entrata stabilmente nell’uso comune non meno che nella letteratura e nella pubblicistica specializzata.
Se rollo come variante arcaica e desueta di “ruolo” non rappresenta di per sé un regionalismo, dunque, l’uso attuale con riferimento a un “fenomeno” tipicamente locale accentua e al tempo stesso giustifica la marcatura regionale della voce, generando una percezione di tipicità che diventa addirittura spendibile a livello di promozione internazionale dell’eccezionale contesto artistico-architettonico del centro storico genovese: da questo punto di vista, l’“invenzione dei Rolli” è anche felice manifestazione di creatività linguistica, in tutto e per tutto coerente col rilancio (o a sua volta creazione?) dell’immagine turistica della capitale ligure.
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(*) Fiorenzo Toso, docente di linguistica generale presso l’Università degli Studi di Sassari, si occupa di isole linguistiche ed è specialista dell’area linguistica ligure. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino, 2012) e, sull’area ligure, Il tabarchino. Struttura, evoluzione storica, aspetti sociolinguistici (Milano, FrancoAngeli, 2004); Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon, 2014); Piccolo dizionario etimologico ligure. L’origine, la storia e il significato di quattrocento parole a Genova e in Liguria (Lavagna, Zona, 2015). Un ampio studio sul tema lo si trova in F. Toso, Le parole dell’architettura e i paradossi della diatopia. Su alcuni regionalismi veri e presunti di area ligure, in Dall’architettura della lingua italiana all’architettura linguistica dell’Italia. Saggi in omaggio a H. Siller-Runggaldier, a cura di P. Danler e C. Konecny, Frankfurt am Main et al., Peter Lang, 2014, pp. 255-271.
Con la sua facciata anonima e il suo portale marmoreo – certo non grandioso –, Palazzo De Franchi rischia di mimetizzarsi tra i caseggiati che lo circondano nell’intrico dei vicoli del quartiere della Maddalena. Difficile costruire qui, nel fitto tessuto urbano della Genova medievale. Eppure, Giuseppe e Bernardo De Franchi vi si adattano, e nel 1563 iniziano a edificare la propria lussuosa dimora su terreni di proprietà Spinola e Grimaldi. Sono membri di una delle famiglie più in vista della Repubblica, che deriva la propria influenza dal denaro, accumulato con i traffici in terra di Spagna, e dagli incarichi ricoperti ai vari livelli dell’amministrazione pubblica. Nel giro di alcuni decenni, i De Franchi forniscono alla Repubblica ben due dogi, Girolamo e Federico, padre e figlio, che consolidano una fortuna fatta di denaro contante, investimenti, ma soprattutto proprietà immobiliari sparse dentro e fuori le mura.
Il loro è il tipico palazzo genovese organizzato intorno al cortile centrale porticato che si apre all’esterno verso l’alto per far penetrare nelle sale luce e aria fresca. Il fascino risiede nella decorazione ad affresco degli interni, che Federico De Franchi affida, nei primi decenni del Seicento, con una scelta singolare, a pittori di stile assai diverso come Bernardo Castello e Domenico Fiasella. In realtà, i due, qualcosa in comune ce l’hanno: conoscono bene la scuola genovese dell’affresco ma vogliono andare oltre la tradizione, e, cercando il salto di qualità, arrivano a proposte autonome.
Bernardo Castello
@Foto G. Cavalieri
Bernardo viaggia molto per le corti italiane. Si propone come pittore intellettuale in stretti rapporti con i maggiori letterati del suo tempo: da Ansaldo Cebà a Gabriello Chiabrera, da Giovanni Battista Marino a Torquato Tasso. Chiede a loro suggerimenti e accetta consigli che trasformano spesso i suoi cicli di affreschi in trasposizioni figurate dei temi prediletti da questi intellettuali.
Così accade a Palazzo De Franchi, nel grande salone al secondo piano nobile, dove Bernardo dipinge alcuni episodi della Gerusalemme Liberata del Tasso: il celebre poema che narra la conquista di Gerusalemme durante la prima crociata. Egli rilegge la vicenda in chiave decisamente patriottica, glorificando il contingente genovese in Terra Santa e il suo comandante, Guglielmo Embriaco. La volta è il teatro del racconto. Impaginata in maniera razionale, suddivisa in riquadri che ospitano un episodio dopo l’altro permettendo all’osservatore di seguire il filo della storia fino a giungere al grande quadro centrale, culmine della vicenda. Castelli e accampamenti di gusto scenografico fanno da quinte ai protagonisti, che dialogano tra loro come attori su un palcoscenico, vestiti con armature alla romana poco adatte alla battaglia, sottilissime e dai colori acidi; un tripudio di violetto, rosso slavato, giallo acceso e verdognolo.
Guglielmo Embriaco è il protagonista, perfettamente riconoscibile con la sua barba aguzza e il suo elmo piumato. Ora ordina ai Genovesi di dare fuoco alle navi per evitare che cadano in mano nemica, ora si inginocchia a capo scoperto di fronte a Gerusalemme e prega, ora dirige i carpentieri che costruiscono la torre d’assedio che ribalterà le sorti della battaglia. Al centro della volta, il pittore inscena l’ultimo assalto alla città. In primo piano, le schiere cristiane avanzano come in parata al suono dei tamburi, dietro i loro vessilli, verso le mura gremite dai difensori turchi che lanciano frecce e sassi sugli assalitori. A destra, la torre mobile è già appoggiata alle fortificazioni; i soldati si apprestano a salire sulla passerella per piombare addosso ai difensori. A guidarli è proprio Guglielmo Embriaco, che per il suo valore si era meritato il soprannome di Testa di Maglio. Infine, lo vediamo a cavallo che scaccia gli ultimi nemici dalle strade di una Gerusalemme tutta particolare, che con i suoi palazzi e le sue vie ricorda, più che una città orientale, la Genova di Bernardo Castello.
Diverso, il percorso di Domenico Fiasella. È originario di Sarzana ma a undici anni è già a Genova per imparare il mestiere del pittore. Dopo i primi insegnamenti si mette sulla via di Roma, il centro propulsivo della pittura italiana dell’epoca. Qui vede e impara dalle opere dei Carracci e soprattutto di Caravaggio, tornando in patria con un pacchetto di competenze estremamente aggiornate. A Roma acquisisce anche una certa fama tanto che le sue opere sono molto apprezzate sia dai suoi colleghi pittori – Guido Reni aveva per il Fiasella solo parole di lode –, sia dalla grande committenza e dallo stesso papa Paolo V Borghese, che teneva in gran conto una Fuga in Egitto del nostro che gli era stata regalata.
Nel salotto a fianco al grande salone, Domenico invade la volta con un solo riquadro in cui rappresenta un tema tratto dalla Bibbia, dalla storia di Sansone, il mitico eroe ebreo che traeva la sua forza smisurata dai lunghi capelli. Scelto da Dio per guidare la ribellione del popolo eletto contro i Filistei, aveva condotto una serie di azioni di guerriglia sempre più incisive tanto che gli ebrei, temendo ritorsioni, lo avevano catturato e avevano deciso di consegnarlo al nemico. Ma proprio nel momento della consegna, Sansone è invaso dallo spirito di Dio, che gli conferisce un’immensa forza, spezza le corde che lo tengono prigioniero e, raccolta una mascella d’asino trovata nei pressi, comincia a massacrare i Filistei. Fiasella lo rappresenta in questo momento di furia a dominare l’intero spazio figurato. Indossa un’armatura all’antica, alza la mascella d’asino e sta per vibrare un violento colpo sul guerriero che giace ai suoi piedi con lo scudo alzato per proteggersi. Intorno a lui, con straordinario virtuosismo, il pittore rappresenta numerosi corpi sdraiati in scorcio: morti dal colore livido, figure tramortite o accasciate che urlano di dolore. Un bambino e un ragazzo scappano dalla furia di Sansone, spariscono parzialmente nascosti dalla cornice dipinta, e nella foga finiscono per inciampare su uno dei cadaveri. Dietro Sansone, in mezzo a un paesaggio campestre illuminato dalle luci del tramonto, altri soldati: alcuni fuggono con gli scudi sulla schiena, altri serrano lo schieramento per tentare l’assalto. Su una collina, gli ebrei osservano la scena e forse capiscono in quell’istante che Sansone è veramente l’inviato da Dio che potrà liberarli dalla schiavitù.
Allegoria della Repubblica
Sansone è un’eroe positivo che, grazie all’aiuto dell’Onnipotente, riesce a vincere su nemici molto più numerosi perché la sua causa è giusta. Insieme ad altri protagonisti dei racconti biblici come Esther, diventa, in quel torno di anni, una delle allegorie della Repubblica di Genova, piccolo Stato ma sempre in grado di opporsi ai suoi avversari. Proprio pochi anni prima che Fiasella salisse sui ponteggi di Palazzo De Franchi, i genovesi si erano trovati a fronteggiare l’invasione del Duca di Savoia, Carlo Emanuele. Dopo un iniziale momento di sconforto, grazie all’unione tra il popolo e l’aristocrazia cittadina, la Repubblica aveva reagito sconfiggendo il duca così come Sansone aveva sconfitto i Filistei. Condottieri del passato e imprese del presente, glorie dello Stato che si riflettono sulla famiglia, questo avevano voluto i De Franchi per il loro palazzo. La decorazione delle pareti, oggi perduta, non poteva che rafforzare il potere di coinvolgimento di queste sale.
Matteo Capurro
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Matteo Capurro è laureando del corso di laurea magistrale in Storia dell’Arte e Valorizzazione del Patrimonio Artistico presso l’Università degli Studi di Genova. Si occupa di pittura italiana del Quattrocento, con particolare attenzione a Piero della Francesca, e di scultura in legno del Settecento, con particolare riguardo alla scuola genovese del Maragliano. Nel corso dell’ultima edizione dei Rolli days ha fatto da guida a centinaia di persone in visita a Palazzo De Franchi, per la prima volta aperto al pubblico, suscitando ampio consenso per la sua particolare verve espositiva. Gli abbiamo chiesto di mettere su carta quanto proferito dal suo verbo.
Ascoltavo il rumore della pioggia battere sul tetto , era una notte dove ogni luce veniva assorbita da un manto di nuvole minacciose, in quella porzione di Irlanda del Nord che molti chiamano Ulster. Il vento muoveva le fronde degli alberi, sibilanti come serpenti a sonagli, mentre dal mare echeggiava il rimbombare di un temporale lontano. In Irlanda il meteo è superfluo, si prende quello che viene, così aprendo la finestra la mattina seguente sono rimasto piacevolmente sorpreso da un cielo limpido e totalmente privo di nuvole.
Una manciata di pecore brucava il campo sulla collina, la loro silhouette si stagliava sulla linea che divideva l’ombra dal paesaggio verde dei prati e blu dell’oceano. Una leggera e fredda brezza accarezzava gli steli cresciuti tra le antiche tombe del cimitero posto sulla sommità della collina dove si può riposare in pace e godere uno splendido panorama. Il profumo del mare, increspato come carta stagnola, viaggiava nel vento, giungendo sulle colline verdi smeraldo ricoperte di salino e rugiada. I corvi, tra i primi ad arrivare sui campi per la colazione, spulciavano il terreno alla ricerca di una vittima ancora assonnata, i gabbiani lasciavano il campo libero, preferendo le carcasse di crostacei nella spiaggia sottostante. Il sole si affacciava timidamente dietro le scogliere, il suo calore piacevole non bastava per levare dalle ossa quel freddo pungente mattutino.
Spinto da un incontrollabile richiamo, ho disceso una strada che portava in un punto morto, dove tra le insenature naturali della roccia, sorgeva una piccola banchina adibita alla pesca con un casottino per ristorarsi. La testa di una foca seguiva i miei spostamenti, forse abituata a ricevere pesce dai pescatori del mattino o solo per mera curiosità, si immergeva per poi avvicinarsi senza timore. Un uomo, seduto su un seggiolino, pescava avvolto dal silenzio interrotto dallo sciabordio delle onde e il suono stridulo dei gabbiani affamati. Era rivolto verso il sole che lentamente saliva verso il cielo azzurro, la sua sagoma in controluce disegnava una piccola ombra tra le pozze di acqua formatasi dagli schizzi del moto ondoso.
Un senso di pace regnava nel mio animo, sentivo la sensazione di varcare un portale magico dove quell’uomo si rifugiava ogni giorno, non sarei stato io a interromperlo e mi sono limitato a scattare una fotografia senza invadere il suo religioso silenzio. Pochi minuti più tardi ero seduto davanti alla tipica colazione dei B&B irlandesi, un gustoso piatto di uova, bacon e fagioli con toast e marmellata di arance, succo di frutta e caffè. Dalla finestra seguivo un gregge di mucche pascolare in ordine sparso, le loro macchie bianche e marroni sembravano tasselli di un puzzle impossibile da decifrare. Dopo la colazione, seduto davanti al fuoco del camino, sorseggiavo una tazza di caffè fumante e contemporaneamente tracciavo l’itinerario sulla guida. La tappa successiva era Derry o Londonderry per i sostenitori del Regno Unito, una città che delimita il confine irlandese tra Europa e Regno Unito, luogo di numerose controversie e scontri, tra cui il celebre Bloody Sunday.
I coloni britannici costruirono questa città, una delle più antiche d’ Irlanda, a immagine e somiglianza (con tanto di Big Ben) della capitale inglese, coniando il nome Londonderry, tutt’ora motivo di proteste nonostante un tribunale abbia definitivamente sancito in Derry il nome della città. Sulla riva occidentale del fiume Foyle, dove sorgono le mura dell’antica città, tutto era pronto per la festa di Halloween che si sarebbe svolta la sera stessa lungo le vie del centro. Nella riva opposta raggiungibile con il moderno Peace Bridge, un ponte pedonale che collega le due sponde, sorge un colle sul quale era piazzato un grosso luna park con musica alta e luci stroboscopiche. Il cielo si era tinto di bianco, la temperatura era scesa improvvisamente ma il calore della festa iniziava a scaldare gli animi delle persone che affollavano le vie del centro vestiti con i più improbabili e terrificanti costumi.
Fiumi di birra e musica folk fuoriuscivano dai locali, uomini, donne e bambini danzavano per strada rievocando antichi riti ancestrali, il profumo delle frittelle di mela varcava le mura penetrando tra le viuzze del centro storico. Il confine tra notte e mattina era stato varcato quando le ultime bancarelle chiudevano i battenti, pochi zombie vagavano ancora tra le umide strade ricoperte di cartacce e bicchieri vuoti, gli operatori ecologici erano già all’opera per riordinare tutto in poche ore. La luna nel frattempo si era fatta largo tra le nuvole stagliandosi dietro il fratello irlandese del Big Ben, osservava curiosa gli ultimi preparativi in attesa dell’arrivo del sole.
Camminavo senza nessuna fretta tra le mura deserte che dominano la parte popolare della città, dall’alto si vedono i tetti con le scritte dedicate all’Ulster e i murales degli indipendentisti dell’Ira, mentre sui torrioni sventola la potenza storica della Union Jack in tutto i suoi colori. Le luci dell’alba lentamente illuminavano il Foyle, una leggera foschia conferiva un aspetto magico al panorama etra la nebbia, le ombre dei primi passanti cominciavano a dare vita a un nuovo giorno. Non avevo dormito ma poco importava, volevo proseguire e visitare la costa nord e arrivare il giorno dopo nei pressi di Belfast. Ho attraversato verdi campi e greggi di pecore, enormi distese di sabbia e piccoli porticcioli di pescatori arrivando al Selciato del Gigante, le scogliere di origine vulcanica che secondo la leggenda irlandese sarebbe stata costruita dal gigante Fin Mc Cool per raggiungere le coste della Scozia e combattere il rivale Angus.
Ho chiuso il collo della maglia costretto da un gelido vento proveniente da nord, stormi di gabbiani si lasciavano trasportare dalle correnti volando in cerchio come avvoltoi, la presenza del sole era solo visibile. e l’oceano davanti a me sembrava avvertire aria di burrasca. Mi sono guardato intorno, circondato da un paesaggio naturale e privo di costruzioni artificiali, senza vessilli o bandiere, scritte e murales che ne attribuiscono la territorialità di ciò che dovrebbe essere di tutti. Anche il gigante Mc Cool aveva provato invano a conquistare la Scozia,ma si è fermato all’isola di Mann, probabilmente aveva capito che andare oltre sarebbe stato un danno per le tradizioni irlandesi ma queste, forse, sono solo leggende.
Non ti sogno e non ti canto. Non mi viene niente da dirti. Se potessi disegnarti saresti un punto e tanti scarabocchi uno sopra l’altro, indecifrabili, a coprirlo. Non devi avere senso.
Non ti cerco, so che ti trovi ovunque. E so che non servirebbe fissarti perché tu possa voltarti e accorgerti di me. Hai occhi troppo grandi per un uomo, ti confondi, vedi solo gente.
Ma come mi piace attendere i tuoi segnali, per sospirare del tuo stesso fiato, sorprenderti agitare quel corpo umido di serpente, le squame variopinte brillare inutili al sole, il tuo corpo vuoto dove galleggia il silenzio.
Quanta illusione mia cara, quanta energia. A tracciare mappe, percorsi, puntare cime, fissare partenze e arrivi. È come voler ricordare tutto, non si può. Picchiare i punti deboli e masturbare quelli più sensibili per non perdere il passo, per non cedere. Si cerca di fare in tempo, ecco che si cerca di fare. E non si capisce mai bene se si è riusciti. Come rincorrere qualcuno per poi fermarsi di colpo e trovarselo immobile, accanto, girato dall’altra parte, a farsi gli affari suoi.
Non mi aspetto niente. Tu colpiscimi, io sarò facile bersaglio. Dal mio sasso lascio i pedi a mollo, non conosco la sorgente, non so dove sia la foce. Tutto molto semplice. Quello che viene oggi è il tempo dell’accettazione, finalmente, dell’abbandonarsi e dell’abbandonare. L’assurdità di esistere senza motivo, senza che un dio diventi il nonno e uno stato il padre, senza promesse e senza missioni. Non è il male, non è la fine, non è rassegnazione. Il tempo dell’accettazione, dicevo. Con fierezza e distacco, con la serenità del bambino a cui non è stato ancora insegnato niente. Capirà da solo. Se avrà tenacia e fortuna, giorni e notti d’avanzo. Se sarà abbastanza incosciente, abbastanza attento, capirà.