Pino Petruzzelli, artista a tutto tondo, ha concentrato la propria produzione nello scrivere e rappresentare culture e realtà sociali sperimentate in prima persona: infatti gli spettacoli che interpreta nascono dalla condivisione della vita e delle difficoltà dell’umanità incontrata nei
viaggi in paesi delle coste mediterranee, non esclusa l’Italia.
Un giovane professore di lettere arriva in una scuola nostrana, scuola come tante, fatiscente nelle strutture e banale nelle convinzioni, ma intitolata a due eroi moderni, Falcone e Borsellino. Si imbatte in un alunno difficile e silenzioso, il marocchino Rachid, poco presente in apparenza che sembra voler solo dormire in pace: almeno in aula, che per lui rappresenta il dopolavoro, dopo aver faticato, fin dall’alba, al mercato del pesce e consegnato il guadagno al padre.
Non è interessato a brillare l’adolescente Rachid, non conosce il significato della competizione, ma un componimento sull’albero di Natale, da lui neppure consegnato direttamente, ne svela tutta l’originale capacità di osservazione e la vivace interiorità.Proveniente da una terra arida e spoglia, Rachid è attratto dagli alberi, vuole vivere tra gli alberi,si immedesima nei sentimenti che possono provare gli alberi morenti, tagliati per le utilità spesso effimere degli umani. E’ colpito dalla resistenza e dalla solitudine delle radici degli alberi tagliati, isolate dal fusto, alle quali nessuno bada più, tanto da venir lordate con distratta superficialità.
La gita scolastica che porta ad esplorare da vicino percorsi boschivi alimentail gioioso stupore dell’adolescente nello sperimentare dal vivo le conoscenze botaniche acquisite dalle letture propostegli dal professore; addirittura si perde e viene ritrovato abbracciato ad un abete, creatura senziente della terra che per lui rappresenta la stanzialità, la madre, la sicurezza, le salde ritrovate radici di casa. Già, la sua casa, diversa da quella in cui abita, tra povere masserizie e un grande televisore al plasma. Potrebbe diventare una guardia forestale Rachid, ma il corpo insegnante decide che non è idoneo alla licenza media, no, al titolo che gli avrebbe aperto le porte per un agognato mestiere, no e poi ancora no.
E così di Rachid si perdono le tracce: ha lasciato la terra bruciata e ne ha trovato un’altra, ha ripreso ad errare.
Un monologo pacato e recitato su una scena fissa di alberi verdi, con un unico movimento di fronde.
Elisa Prato
+ “Il ragazzo che amava gli alberi” di e con Pino Petruzzelli, al Teatro Duse fino al 18 dicembre.
Una dozzina di uomini, lavoravano sul ciglio di una vecchia ferrovia avvolti da rumore e polvere, la brace di una sigaretta brillava nel pulviscolo, tanto per accorciare quella faticosa sopravvivenza. Sotto il cavalcavia, una donna dormiva sul sedile di una macchina abbandonata, la notte, noiosamente lunga, aveva lasciato solo un velo di brina sulla carrozzeria e una scritta “Dio, sono qui” impressa sul parabrezza. Un corvo, appollaiato sul cartello arrugginito “benvenuti a Rochester”, si alzava in volo al passaggio di una vecchia utilitaria con la radio a tutto volume. Il legno della chiesa era segnato dagli inverni rigidi che piombano sull’Ontario, puntuali come un orologio, in quel luogo fermo da anni, sul piccolo campanile sopra di essa. Il sacerdote con un gesto della mano saluta la famiglia che gli aveva fatto visita, i loro occhi tristi erano pieni di speranza, si sono incamminati verso quella casa che avevano imparato a odiare, ma che rappresentava l’unico punto fermo della loro vita. Il padre prende in spalla la bambina, l’elastico che teneva ferma la testa della bambola cede, ma la piccina non piange, scende, la raccoglie con naturalezza e con un sorriso sale nuovamente sulle spalle del padre, l’arte dell’arrangiarsi per lei era appena cominciata.
A differenza di Dio e delle istituzioni, il sole non si era dimenticato di Rochester, era settembre e un fascio di luce cominciava a scaldare quella fredda mattina, il vento soffiava dal lago proveniente da nord, pungeva e ululava come un lupo solitario, come tanti che passeggiavano per il paese. Era quella l’America o era quella vista pochi giorni prima a Boston, dove tutto sembra un disegno perfetto o forse è realmente quella raccontata da Steinbeck e cantata da Dylan, Woody Guthrie e Springsteen? La situazione non era dei più amichevoli, ma sono sceso comunque dall’auto per acquistare dell’acqua nel piccolo market e fare carburante, sugli scaffali i prodotti erano impolverati dal tempo, sacchetti di carne essiccata, dolciumi, riviste e gadget di ogni tipo, ordinati senza il minimo criterio. Dietro il banco, una grassa donna di colore dormiva seduta con il mento appoggiato sull’abbondante seno e una tazza di caffè stretta nella mano, davanti a lei un monitor trasmetteva le immagini del locale, in uno dei riquadri ero ripreso io davanti alla cassa in attesa del suo risveglio. Con il classico colpo di tosse attiro la sua attenzione e le allungo una banconota da venti dollari, mi sorride e con il dito mi fa segno di avvicinarmi, con un po’ di timore appoggio i gomiti sul banco e tendo l’orecchio. «Ragazzo, non ti consiglio di girare da queste parti – dice a bassa voce – ci sono luoghi più interessanti nelle vicinanze…».
[quote]…tu sei a Buffalo, qui non c’è il centro, c’è solo Buffalo[/quote]
Nessun consiglio era stato mai così utile, alcune brutte facce giravano intorno alla mia macchina e mascherando la paura con una finta sicurezza ho messo in moto chiudendo le portiere dall’interno passando con il rosso al primo semaforo, solo cinque minuti dopo viaggiavo sull’highway 90 in direzione di Buffalo, una città affacciata sul lago Erie , famosa per la sua vivacità. Quella domenica mattina Buffalo aveva l’aspetto trasandato di una moglie infelice, mi sono fermato per chiedere indicazioni ai bordi di una grande rotatoria, dove un uomo con dei grossi baffoni e cappello da cow-boy fumava una sigaretta appoggiato sul cofano di una limousine, i suoi occhiali a specchio riflettevano le immagini di una coppia di sposi che si faceva fotografare vicino a una grande fontana, la sua attesa mi ha dato forza per avvicinarmi e chiedere indicazioni per il centro. Per qualche secondo sembrava non avere sentito, ma dopo aver lentamente ruotato il capo nell’altra direzione, tirando su con il naso la quantità ideale di catarro e sputandolo come una perfetta pistola ad aria compressa, mi guarda sorridendo dicendo «tu sei a Buffalo, qui non c’è il centro, c’è solo Buffalo».
Ho deciso che non avrei voluto passare la notte nell’ennesimo luogo pericoloso e con il passaporto alla mano mi sono diretto verso il Peace bridge che attraversa il fiume Niagara tra Stati Uniti e Canada. Il cielo azzurro era macchiato solo da qualche nube bianca come batuffoli di cotone, il sole era alto ma un vento fresco ne mitigava il calore, le acque del fiume scorrevano inesorabili rincorse da aironi e gabbiani che volavano a pelo d’acqua quasi per gioco. Il ponte essendo privo di grandi strutture dona quel piacevole senso di libertà e scatena l’emozione e la bellissima sensazione di volare fino a che, una fila di automobili ti riporta a terra bruscamente, un muro di bandiere canadesi ti sbarra la strada e capisci di essere arrivato alla dogana. Nonostante la severa poliziotta e un lungo interrogatorio, sono riuscito a farmi timbrare il passaporto dopo un controllo nel bagagliaio, sono entrato in Canada con un sospiro, non che avessi nulla da nascondere ma vivo sempre con una certa pressione questi momenti. Lo scenario canadese non è molto diverso da quello appena passato al confine, le grandi strade sembrano linee tracciate con un pennello in mezzo al verde, in fondo a una di esse una grande nube di vapore acqueo a forma di fungo saliva in cielo, come quello delle esplosioni nucleari, ero arrivato a Niagara Falls.
Principalmente il paese è un’attrazione turistica, una sorta di piccolo luna park situato lungo la via principale che porta nel bacino dove sfociano le tre cascate suddivise nei due versanti, canadese e statunitense. Il sole aveva cominciato la sua lenta discesa, i fumi diventati rosa sembravano zucchero filato, l’eco delle cascate superava il baccano delle giostre e una leggera pioggerellina di vapore portata dal vento mi bagnava il viso. Camminavo in direzione delle cascate quando un lampo, seguito da un forte boato, illuminava tutto a giorno, aprendo la strada a un improvviso acquazzone. Sono salito in macchina a tutta velocità, bagnato fradicio, stanco e infreddolito, era sera ormai e mi sono addormentato nel fastidioso odore di nicotina delle lenzuola, di quello sporco motel da quattro soldi. La mattina seguente il tempo era migliorato ma aveva portato il vento freddo della burrasca, il battello intanto aveva acceso i motori spaventando una coppia di gabbiani accucciati sul molo. Ero sulla prua per godere lo spettacolo in perfetta solitudine, l’acqua specchiava riflessi argentei, ricoperta da un tappeto di gabbiani, pellicani, aironi e decine di uccelli di ogni genere pronti a spiccare il volo con la puntuale cadenza di un aeroporto e passare attraverso gli arcobaleni bucando le dense nubi di vapore create dalle cascate.
[quote]il più piccolo, si è voltato con gli occhi rossi dalla commozione, asciugandosi una lacrima con il polsino della felpa si rivolge verso di me entusiasta, gridando «This is great»[/quote]
La mia posizione privilegiata permetteva una visione a grandangolo del panorama, come se stessi navigando a pelo d’acqua su una zattera di un film western. Siamo entrati nella gola della cascata principale avvicinandoci a pochi metri dal fragore delle acque che cadevano da ogni lato formando schizzi che solo grazie alla cerata ho potuto evitare. Mi sentivo minuscolo di fronte a tanta imponenza, avevo il viso bagnato quando ho sentito scendere qualcosa di più denso dagli occhi, attraversare le guance fino al mento e cadere fondendosi e perdendosi nel fiume. Tornato a terra, ho voluto guardare ancora una volta quello spettacolo salendo sul ponte dal quale si possono ammirare le cascate in tutto il loro splendore, vicino a me due ragazzini erano appoggiati al parapetto osservando il panorama in religioso silenzio, il più piccolo, si è voltato con gli occhi rossi dalla commozione, asciugandosi una lacrima con il polsino della felpa si rivolge verso di me entusiasta, gridando «This is great». Il mio ebete sorriso non deve essere stata la migliore risposta, lui piuttosto ha suscitato in me la consapevolezza che il rispetto dell’ambiente deve nascere dai più giovani, l’unica speranza per il futuro di un mondo che si sta dimenticando chi comanda sul nostro pianeta, madre natura.
Una tacchina, 100 gr. di pancetta, 200 gr. di salsiccia, alloro, olio extravergine d’oliva, vino bianco secco, sale.
Preparazione
Spennate la tacchina, togliete le interiora, le zampe, la testa con il collo; bruciacchiatela sulla fiamma, quindi lavatela con cura. Legate le cosce in modo che non si scomponga in cottura e mettetela in un tegame a bordo alto, dove si sarà versato un po’ d’olio.
Inserite all’interno della tacchina la salsiccia e 1-2 foglie d’alloro e ricoprite il petto con alcune fette di pancetta e altre foglie d’alloro, Salate e infornate.
Arrostite a fuoco moderato, avendo cura di bagnare a intervalli col fondo di cottura e dopo una ventina di minuti versate un bicchiere di vino bianco. La cottura sarà ultimata quando la carne avrà assunto una bella tinta bronzea e non opporrà alcuna resistenza alla forchetta.
Servite con le patate arrosto e delle verdure saltate in padella.
Nell’incontro di oggi con Maria Luisa Gutierrez Ruiz abbiamo una nuova occasione di approfondire la profonda relazione che esiste tra la cultura latinoamericana e la città di Genova. Maria Luisa è stata una delle promotrici del progetto Luoghi Comuni, una sorta di guida sentimentale della città raccontata dal punto di vista dei suoi abitanti. La sua esperienza è anche legata ai Giardini Luzzati, un luogo che si trova in una magnifica posizione nel cuore del centro storico, nato a nuova vita alcuni anni fa e diventato, grazie a un progetto con capofila l’associazione Il Ce.Sto, un punto di riferimento della vita sociale e culturale della città.
Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova? «In Italia sono arrivata nel 2002 con un visto turistico, assieme al mio gruppo di danza. Per fortuna ho avuto la possibilità di fare tutti i documenti in breve tempo, anche se ho perso un anno all’Università per i ritardi delle traduzioni e legalizzazioni provenienti dal Perù. Avevo frequentato 3 anni di psicologia, che però non mi convinceva più tanto una volta arrivata in Italia. Il primo anno ho fatto anche io i lavori che fanno quasi tutti i migranti, pulizie, assistenza anziani e bambini, ma nello stesso, ho iniziato a lavorare nell’ambito interculturale, prima come volontaria e poi come mediatrice educativa. Ho collaborato anche col Laboratorio Migrazioni del Comune di Genova. Mi sono indirizzata ad approfondire questi argomenti iscrivendomi a Lingue, indirizzo Comunicazione interculturale, e dopo la tesi triennale alla specialistica in Antropologia culturale e etnologia».
Dopo la laurea hai avuto occasione di collaborare con il mondo dell’Università? «In ambito universitario ho collaborato ad alcune ricerche e all’organizzazione di seminari. Con un gruppo di docenti e dottorandi nel settore socio-antropologico abbiamo fondato nel 2011 il laboratorio di studi urbani Incontri in Città. Il laboratorio ha curato il progetto che ha portato alla pubblicazione cartacea e online Luoghi Comuni per il quale abbiamo chiesto ai cittadini genovesi di raccontarci dal loro punto di vista i luoghi amati della città. Una guida in cui ognuno ha raccontato le sensazioni e i ricordi legati a un luogo particolare. Nel mio racconto ho parlato della nuova Genova, quella dell’immigrazione.
Attualmente per l’Università svolgo qualche piccola collaborazione e negli ultimi anni sono stata docente a contratto di spagnolo. La didattica mi piace molto e ho cercato di occuparmene in questo secondo lavoro, in Perù per un periodo ho fatto anche l’insegnante di danza.
Oggi lavoro presso l’associazione il Ce.Sto come addetta all’accoglienza dei rifugiati e in particolare delle famiglie».
Grazie al tuo attuale lavoro hai avuto occasione di vivere da vicino il recupero e la valorizzazione dell’area del centro storico dove attualmente si trovano i Giardini Luzzati. «I Giardini Luzzati sono rinati grazie a un bel gruppo specializzato all’interno del Ce.Sto, fortemente caratterizzato dalla presenza straniera (ragazzi arrivati da piccoli o figli di genitori immigrati). È importante che questo luogo, nato anche per risanare un quartiere, sia quello che è anche grazie a loro. È stato un grande investimento di recupero di un’area a lungo abbandonata e vista solo come un luogo di disagio. Ora è aperta alla cittadinanza, è un posto dove i bambini possono giocare tranquilli. Non è stato semplice, ci sono forze contrarie e problemi che emergono costantemente. Ora la zona è diventata più sana, allegra, gioiosa, ma il lavoro da fare è continuo».
Come nella guida Luoghi Comuni, ti chiedo di raccontarmi una tua esperienza personale significativa legata a questo luogo. «Per come li vivo io, i Giardini Luzzati sono un luogo di accoglienza, aperto. Un posto dove si accolgono le proposte della cittadinanza. Io lavoravo da poco qua, quando è mancato Eduardo Galeano, uno scrittore a cui tengo molto. Ho lavorato molto sui suoi racconti e politicamente mi sento vicina al suo pensiero. Quando è successo mi sono detta: dobbiamo fare qualcosa. Mi hanno dato subito carta bianca. Ho presentato la mia proposta e in pochi giorni abbiamo organizzato due eventi. Di giorno abbiamo organizzato dei laboratori per bambini, di sera letture e reading per adulti. Ti potevi fermare qua, magari davanti a un bicchiere di vino, e ascoltare. Non sai quante persone sono passate di qua, a prendersi un aperitivo ascoltando le sue storie e i suoi racconti. Il bello di questo posto è che è aperto a tutti, dal teatro ai concerti, dagli eventi culturali ai compleanni per bambini. A settembre, il Ce.Sto, in collaborazione con l’associazione Sarabanda e i Civ, organizza la grande festa di quartiere “Mura”, festival del Movimento Urbano Rete Artisti che anima questa parte di centro storico con musica, spettacoli, performance teatrali, mercatini».
Dal tuo arrivo in Italia sei sempre stata a Genova? Come ti sei trovata nei luoghi in cui hai vissuto? «La prima città italiana in cui sono arrivata è stata Milano. Non mi è piaciuta, sentivo il senso di concorrenza fra la gente, la tensione. Poi un mio amico, che era già qua, mi ha proposto di venire a Genova, e mi sono sentita subito meglio, ho conosciuto più gente.
Certo anche io ho sentito un po’ la proverbiale “chiusura” dei genovesi, soprattutto all’Università i compagni stavano molto fra di loro e tutte le mie amiche erano di altre città…per fortuna poi ho capito che i genovesi dopo un po’ si “aprono”.
Ora mi sento soddisfatta di quello che ho fatto, del mio percorso universitario e di aver fatto lavori che mi piacciono. Questa città mi rimarrà nel cuore. Non appartengo più a un solo posto. All’inizio sei fragile, impaurita, la migrazione è un momento di grande vulnerabilità. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo stranita, diversa, come quando sul pullman vedevo la signora a fianco che si teneva la borsa vedendo che ero straniera.
Queste cose mi facevano stare male. Ora le direi: ma come si permette? Che ne sa di come sono io, di chi sono? Ripensandoci ora, certi ricordi di quel periodo mi fanno anche ridere. Ma quando ti senti insicura e fragile, pensi che tutto sia contro di te, che tutti siano pronti a criticarti. L’ho provata anche io la sensazione di uscire e sentirmi osservata perché non conoscevo nessuno. E molte delle sensazioni che ho provato io, le rivedo oggi nelle famiglie di rifugiati con le quali lavoro».
Sei in Italia ormai da molti anni, hai vissuto di persona l’esperienza migratoria e ora lavori nell’ambito dell’accoglienza ai rifugiati. Secondo la tua esperienza personale, è cambiato in questi anni l’atteggiamento della società locale verso gli immigrati e i nuovi cittadini? «C’è sempre di tutto. Oggi come allora sento discorsi anche molto razzisti e discorsi di grande apertura. Con la crisi economica, forse ha prevalso l’atteggiamento negativo verso gli immigrati e gli stranieri. Ma la percezione è davvero molto soggettiva e dipende molto da chi frequenti. Se sei circondato da persone o ambienti negativi, sentirai molto questa ostilità. Se sei circondato da persone positive o da ambienti positivi, la sentirai molto meno anche se magari è un periodo in cui è diffusa a livello più generale».
Marco Paolini (Belluno, 1956) è un valido esponente del cosiddetto teatro di narrazione, un attore che, conservando la propria identità di persona e solo talvolta personaggio, sullo sfondo di una scenografia minimale, racconta e mischia eventi e trovate, accostandoli a tematiche anche complesse, senza badare a vincoli temporali, restituendo pertanto centralità alla parola. Lo abbiamo ascoltato in passato, accompagnandolo, divertiti e incantati, lungo il rimembrare di resoconti dell’infanzia e dell’adolescenza, che ci parevano talmente veri da non differenziarsi dai nostri ricordi personali.
Oggi si ripropone, da ironico e accattivante cantastorie, ma non privo di punte di tenerezza, con un nuovo viaggio fantastico che mescola tempi e luoghi, compiuto assieme a un bambino, un figlio impostogli da una donna misteriosa. Un viaggio colmo di incontri inquietanti ma anche di bambini svegli e genuini, di presenze animali, di furbi extracomunitari affabulatori e improvvisati imprenditori. Un bambino che, come il padre, è costretto a vivere svogliatamente tra l’obbligo/dirittodell’invasione tecnologica e della perpetua connessione quotidiana, restandone emotivamente al di fuori.
Gli attuali modelli di riferimento, quelli dell’essere umano che gestisce e controlla e-mail, chat, messaggini, post sui social network, che occupano gli spazi vitali, momenti di relax compresi, hanno mutato la nostra percezione del tempo e dello stacco tra lavoro e vita privata, trasformandosi in un vivere senza orario, “sempre connessi” e, al tempo stesso, sempre subdolamente controllati. Monitorati e gestiti persino da istituzioni che dovrebbero sovrintendere alla nostra maturazione, sicurezza, salute. Come proteggersi, uscirne senza compromettere salute fisica e mentale, questo pare domandarsi l’autore.
I momenti di stacco non possono essere ignorati e neppure gli interessi e gli svaghi, reali e non virtuali, che regalano valore aggiunto al nostro vivere da automi eterodiretti, con la testa reclinata, inchinata allo schermo. Ironico cantastorie, dicevamo, non staccato dalla realtà e dalla tenerezza, accompagnato oggi da una persistente soffusa malinconia, sconosciuta ai primi lavori sull’”Album”. Un lavoro che mantiene il fiato sospeso, forse un po’ da sfrondare nella seconda parte.
Elisa Prato
+ “Numero primo – Studio per un nuovo album” di Marco Paolini, al Teatro della Corte fino al 4 dicembre. Di e con Marco Paolini.
Ecco la ricetta del grande classico della cucina genovese, uno dei piatti più apprezzati da grandi e piccini.
Ingredienti per i Ravioli
Per la pasta: 600 grammi di farina, 2 uova, 1 pizzico di sale. Per il ripieno: 300 grammi di scarola, 200 grammi di borragine, 1 animella lessata, 30 grammi di filoni lessati 40 grammi di burro, 100 grammi di polpa di vitello, 100 grammi di magro di maiale 50 grammi di salsiccia sbriciolata, 4 uova, la mollica di un panino, 3 cucchiaiate di parmigiano grattuggiato, sale, pepe e maggiorana.
Preparazione
Lavate e lessate le foglie di scarola e borragine in pochissima acqua salata per 5 minuti; scolatele, strizzatele tritatele finemente.
In una casseruola rosolate con il burro la carne di vitello, maiale e salsiccia poi tritatele finemente con l’animella e i filoni privati della pellicina.
Unite le erbe tritate, le uova, la mollica di un panino inzuppata nel sugo di rosolatura della
carne (o nel brodo), tre cucchiaini di parmigiano, sale, pepe e maggiorana. Mescolate bene con un cucchiaio di legno.
Intanto impastare la farina con le uova, il sale e tanta acqua quanto basta per avere una
pasta di giusta consistenza. Tirate due sfoglie sottili e distribuite su una delle palline di ripieno, coprite con l’altra e tagliate i ravioli con l’apposita rotellina. Fate asciugare i ravioli all’aria per un paio d’ore e cuoceteli in acqua bollente per 3-4 minuti.
Scolateli, distendeteli in un piatto di portata e conditeli con il sugo di carne e parmigiano.
TOCCO
Ingredienti
50 grammi di grasso rognone., 60 grammi di burro, 500 grammi di carne tritata di manzo, 1 cipolla tritata, 1/2 costola di sedano, 1/2 carota, 1 spicchio d’aglio, rosmarino, 1 bicchiere di vino rosso, 3 grossi pomodori maturi, 1/2 litro di brodo di carne, sale e pepe.
Fate sciogliere in un tegame il grasso di rognone con il burro e unitevi la carne di manzo tritata. Quando la carne sarà ben rosolata aggiungete le verdure tritate, l’aglio e il rosmarino. Condite con sale e pepe e lasciate rosolare ancora qualche minuto e poi versate il bicchiere di vino. Intanto pulite e tagliate i pomodori, metteteli quando tutto il vino è evaporato e continuate la cottura a fuoco moderato per almeno un paio d’ore, bagnando di tanto in tanto
con un mestolo di brodo, fin quando la carne sarà ben cotta e il sugo addensato.
Apro gli occhi, la luce fioca filtra appena dietro la tenda, il sole ha mosso i primi passi, sono le 6:04. Domenica. Mi alzo lentamente, attento a non urtare nulla per non fare rumore. Non voglio accendere la luce, aspetterò che il sole faccia il suo corso. Scosto la tenda, non mi basta. Apro la finestra, l’aria fredda e umida mi investe e invade la stanza, si attacca alle pareti, odora di asfalto e foglie cadute, bagnate.
La prima lacrima arriva da molto lontano, riesco a farle spazio allargando la gola, abbasso le palpebre un attimo prima e le riapro bagnate, provo sollievo al contatto, caldo, con la pelle. Che bellezza l’aurora. Penso a tutte le albe a cui non ho assistito, quasi tutte le albe della mia vita, lasciate ad altri occhi, ad altre vite. Ma non è aspettando il sole tutti i santi giorni che si impara il segreto. Non è così che funziona, mi dico, è questione di attimi, nulla è in posa. Il cammino è costellato di doni che si schiudono per poi richiudersi immediatamente e fuggire altrove. Provare a coglierli è il nostro destino di uomini. È tutto molto semplice, vivere è semplice. E noi siamo infelici solo perché non sappiamo di essere felici. Sì, questo è il segreto. Aveva ragione Kirillov.
4 etti di castagne, una fetta di pancetta tesa alta un dito, quattro porcini piccoli o una manciata di finferli, cipolla, sedano, carota, prezzemolo tritato, olio e pepe
Fate soffriggere in una pentola, nell’olio, mezza cipolla e le fetta di pancetta tagliata a pezzettoni. Pulite i funghi (non vanno lavati) farli, nel caso dei porcini, a pezzi e unirli al soffritto facendoli cuocere appena salandoli.
Mettete nella pentola le castagne, un litro di acqua calda, la mezza cipolla rimasta, il sedano, una carotina, il sale.
Lasciate cuocere sino a quando le castagne non iniziano a disfarsi addensando la zuppa.
A fine cottura spolverate con del prezzemolo tritato. A chi piace peperoncino.
A Genova impazza la movida. E’ un dato di fatto. La recente ordinanza volta a regolamentarne modi e tempi ha creato scalpore, tanto che il sindaco Doria, di fronte alle proteste degli esercenti, s’è detto disponibile a rivedere la norma, in modo da tutelare sia i residenti, sia i commercianti, sia quella massa crescente di turisti che vediamo la domenica vagare tra serrande chiuse e strade deserte (ebbene sì: pare che qualcuno non abbia ancora compreso quale sarà il futuro di questa città). D’altronde, se decidi d’abitare in un luogo che possiede circa 2500 anni di storia, devi necessariamente fare i conti col passato. Ma la movida è un’altra cosa. Bere e fare chiasso paiono aver ben poco a che fare col manufatto storico-artistico, anche se vi sarà pur un motivo per cui un luogo come il nostro centro storico esercita un fascino crescente su giovani e meno giovani. D’altra parte, si tratta degli stessi luoghi dove, grossomodo seicento anni fa, si svolgeva ben altro tipo di movida. Le recenti ordinanze anti-gozzoviglio sono paragonabili – naturalmente mutatis mutandis – ad alcune norme rientranti nel complesso più generale delle cosiddette leggi suntuarie, volte a disciplinare l’ostentazione del lusso; e ciò, per evitare contrasti tra i ceti sociali (o, forse, per evitare un’eccessiva mescolanza tra ceti?). Tali norme, infatti, non erano rivolte soltanto alle vesti e agli ornamenti, bensì anche alla conduzione di banchetti, magari in occasione di battesimi e matrimoni.
Ordinanze e magistrature
Austerità e decoro erano le parole d’ordine, in particolare per il nuovo Ufficio delle virtù istituito a Genova nel 1466, volto a circoscrivere i vizi, consistenti essenzialmente nell’andare a donne, nell’abbandonarsi al gioco e nell’immergersi nelle crapule. A quanto pare, tuttavia, le ordinane dell’Ufficio non apportarono giovamento alcuno, sì che, nel 1482, fu necessario procedere nuovamente alla nomina di magistrati appositi: Lodisio Centurione, Giovanni Bigna, Pietro di Persio e Giovanni Francesco Fieschi, i quali istituirono un sistema che potremmo definire delatorio, basato su qualcosa di simile alla ronda. E’ in questo periodo che compare, infatti, nel giuramento dei gonfalonieri e dei rettori delle conestagerie cittadine (per semplificare, i quartieri), la seguente formula: “Se voi saverei che in le conestagie sean zoveni discoli e mal acostumé, o altre persone le quali fessen mangiaressi o altre cose excessive e dezoneste, voi le manifesterei a lo spectabile messer lo Vicario Ducà e a lo Officio deputao”.
Scontro generazionale
“Zoveni discoli e mal acostumé”, dunque. E il pensiero non può che ritornare all’oggi. D’altra parte, non si trattava unicamente di differenze cetuali, bensì – oggi come allora – d’uno scontro generazionale. Se l’uomo maturo era abituato a destreggiarsi tra l’amministrazione della casa, della bottega, degli affari, della cosa pubblica, degli uffici religiosi, i giovani, al contrario, ostentavano leggerezza, abbandonandosi agli ozi, agli amori, ai divertimenti e agli scherzi. E’ il caso, ad esempio – siamo in pieno Seicento – d’un gruppo di svogliati assiepati in Sottoripa, intenti a lanciare uova e bucce d’arancia ai mercanti indaffarati e a tendere cordicelle in modo da farli inciampare. Non di rado, l’obiettivo principale era la molestia: di giovani fanciulle, ovviamente. Gli esempi si sprecano. Racconta un certo Giuseppe Giovo, abitante alla Chiappella (e, cioè, nell’omonimo borgo, che si trovava ai piedi del colle di San Benigno, ora spianato; per intenderci, di fronte al Terminal Traghetti), di come quattro nobilissimi fratelli facessero “in essi contorni grossi disbaratti e spropositi, con gravi lamente di quel popolo”, impadronendosi sulla pubblica via d’una giovane donna con l’intento di sollazzarsene. La ragazza, tuttavia, riuscì a sfuggire loro di mano e, “tirando una savata, ne ferì uno di detti signori in testa”. La scena doveva essere piuttosto frequente. Secondo il nostro: “Tutto dipende dal commercio che essi signori hanno tutti quattro d’accordio con diverse cortigiane di bassa conditione habitanti ivi alla Chiappella in le case di Nicolò Vertema, con le quali tutta la notte loro signori e suoi servitori inquietano tutto quel vicinato; et ognuno dice che se da chi comanda fussero discacciate da quel luogo sarebbe cosa ottima”. Nome e cognome, dunque, e solo possiamo immaginare gli esisti dell’esposto recato ai magistrati. Insomma, eccessi a parte – ovviamente da sanzionare, e in maniera esemplare –, nulla di nuovo sotto il sole.
Marco Guidarini, direttore d’orchestra. Marco Guidarini nasce a Genova. Oltre agli studi in lettere classiche e filosofia, studia violoncello al Conservatorio della sua città natale. La sua carriera si sviluppa rapidamente nei maggiori centri europei e dirige a Stoccolma, Copenhagen, Oslo, Ginevra, Bilbao, Valencia, Roma. Debutta alla Deutsche Oper di Berlino e allo Staatsoper di Monaco dirigendo Il Barbiere di Siviglia in entrambi i teatri. E’ particolarmente apprezzato in Francia per la sua conoscenza e interpretazione della musica di Verdi.
[quote]Marco è un uomo elegante, dal sorriso sincero. E’ una di quelle persone che ascolteresti per ore perché ha tante cose da raccontare e ama raccontarle davanti a un bicchiere di vino bianco gelato. Raramente mi sono trovata a tavola con persone così piacevoli, interessanti e divertenti. Per il suo ritratto abbiamo scelto uno dei luoghi più belli del centro storico, il bar ristorante Cavo in vico Falamonica: un contesto perfetto per un grande direttore d’orchestra e che un po’ gli somiglia, un luogo elegante e raffinato nel cuore del centro storico più autentico.[/quote]
Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo? «Sognavo di volare. Poi è diventato un sogno ricorrente, una melodia che riaffiora dalla memoria. Mi sarebbe anche piaciuto avere poteri magici. E una bacchetta magica. Da grande ho avuto la mia bacchetta, in qualche modo magica. Faccio il direttore d’orchestra: la musica è magia. E permette di volare a chi ascolta. Sogno realizzato».
Che cosa ami e cosa odi di Genova? «Amo il colore del mare, quella sensazione blu dell’aria pulita quando il vento spazza via tutto. E il silenzio improvviso di certi luoghi, l’intimità misteriosa delle crêuze. Odio la mancanza di generosità, il suo fingersi vittima degli avvenimenti, il moralismo profondo. Genova è un gatto impossibile».
Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa? «A Parigi, dove ho anche vissuto a lungo. O forse a Barcellona, che somiglia a Genova ma è un gatto felice. Credo farei più o meno le stesse cose, ma con un po’ di nostalgia in più».
Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso? «Che sia una città aperta verso il Mediterraneo. Non c’è niente di più falso. Di Mediterraneo ha solo il mare».
Tu viaggi molto per lavoro, che cosa ti manca di più di Genova quando sei lontano? E che cosa credi che manchi a Genova relativamente al tuo lavoro? «Ho vissuto talmente a lungo lontano da Genova, da averne costruito un pezzo dentro di me. A me mancano soprattutto i volti delle persone, il suono delle loro voci. Relativamente al mio lavoro, credo che a Genova manchi il desiderio di scommettere su se stessa e sulle persone che la amano. Il desiderio di provare a volare, insomma».
Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti? «Credo che non potremmo sfuggire a una camminata tra via Garibaldi e il Porto Antico, alla Genova dei vicoli e della nostalgia, appunto. Poi acciughe o cappon magro, pesto obbligatorio e un bianco freddissimo. La Genova degli amici segreti».
Il teatro inglese, già “legalizzato” e protetto dalla regina Maria Tudor, giunge alla massima diffusione sotto la grande Elisabetta. Il primo teatro regolare si instaura a Londra nel 1576; nascono in breve i teatri del Globo, della Rosa, della Fortuna e, alla fine del regno elisabettiano, se ne contano undici. Sono teatri cortile, teatri taverna, dove le parti femminili sono ancora interpretate, come nel teatro antico, da giovani uomini: nel frattempo le produzioni sono intense nel numero e nelle elaborazioni.
In questo contesto, William Shakespeare (1564 – 1616) approda a Londra a ventidue anni, dalla cittadina natale di Stratford ed entra al Globo da attore secondario, con il compito aggiuntivo di copiare vecchi testi. E mentre li copia, li studia, li rielabora, fino a produrne di originali.
Da lui prende avvio un teatro contrapposto alle antiche strutture classiche, libero da regole, con un linguaggio che mescola poesia e prosa, cultura e popolare realismo.
Nonostante gli studiosi dividano la sua produzione in drammi storici (es. Enrico V), tragedie (es. Amleto) e commedie, con Shakespeare convivono nello stesso testo il tragico ed il comico, il positivo ed il negativo della complessità della natura umana, sempre osservata e mai giudicata.
Nello svolgimento de “La dodicesima notte“ prevale il tocco leggero e brillante del fantastico sognatore, moltiplicatore di ambiguità esistenziali e musico della parola, uno stile in cui la Germania dello Sturm und Drang riconoscerà parte dei propri ideali, l’impeto irrefrenabile, la supposta sregolatezza, ma soprattutto il gioco libero della fantasia, della passione giovane e vitale. “La dodicesima notte”, chiamata anche “La notte dell’Epifania” (ovvero, della manifestazione) perché dodici sono i giorni che la dividono dal Natale, fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall e forse anche un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania.
Ambientata nell’antica regione dell’Illiria, racconta una storia di amori e sotterfugi.
I gemelli Viola e Sebastian, salvatisi da un naufragio all’insaputa l’uno dell’altro, si imbattono nel duca Orsino e nella dama Olivia. Viola, che dopo la presunta perdita del fratello si è camuffata da uomo ed è al servizio del duca, porta a Olivia i messaggi d’amore del padrone, ma quest’ultima si innamora di lei, credendola un lui: dopo una tragicomica serie di eventi arriva una lietissima fine.
Trama parallela riguarda coloro che popolano la corte di Olivia: il giullare, il maggiordomo, la cameriera, lo zio sir Toby e sir Andrew Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cinque, che gli fanno credere di essere oggetto di tenere attenzioni da parte della padrona.
I sentimenti familiari sono esaltati ed accentuati: convivono, come succede nella vita reale, con qualche pregiudizio sul formarsi della coppia e con tipologie umane banali e risapute.
I giovani attori esibiscono tutta la loro bravura e la tecnica appresa nella scuola di recitazione del teatro stabile genovese: padronanza del corpo e dell’articolazione del linguaggio, mimica degna della miglior tradizione. Accanto ai costumi dell’epoca è inserita una musicalità in chiave decisamente moderna, che rende perplessi ma alla fine coinvolge gli stupiti spettatori. Elisa Prato
I pansoti di zucca rappresentano un’ alternativa ai classici tortelli di zucca emiliani. Molto delicati ma gustosi, sono adatti per il periodo autunnale. Ecco la ricetta per prepararli.
Ingredienti per 4-6 persone
Per la pasta: 450 gr di farina, mezzo bicchiere di vino bianco secco, 2 uova, sale.
Per il ripieno: 1,5 kg di zucca gialla, 3 uova, 120 di gr ricotta, 100 gr di parmigiano grattugiato, 20 gr di pangrattato, 60 gr di burro, foglie di salvia, olio extravergine di oliva, sale, pepe, maggiorana.
Preparazione
Impastate la farina con il vino, le uova, il sale, fino ad ottenere un impasto liscio e compatto (se non gradite il vino sostituitelo con dell’acqua o con un uovo). Lasciatelo riposare per almeno mezz’ora coperto da un canovaccio.
Nel frattempo mettete la zucca in forno ricoperta da un foglio di alluminio per non farla asciugare troppo e mantenerla morbida e saporita, fatela appena scottare, sbucciatela, togliete i semi e i filamenti interni e tritatela finemente.
A parte sbattete le uova, unitevi la maggiorana e il sale grosso precedentemente pestati nel mortaio, la polpa di zucca, la ricotta, il parmigiano, il pangrattato e l’olio e mescolate bene.
Tirate una sfoglia liscia e sottile di pasta, farcitela con il ripieno e ricopritela con un’altra sfoglia sottile ottenendo dei triangoli.
Lessate i pansoti in abbondante acqua salata: appena cotti, scolateli e conditeli con burro fuso e foglioline di salvia oppure con un ragù di carne.
Il viale era coperto da un voluminoso tappeto di foglie arancioni che, stanche di aspettare un inverno fino a quel momento vestito da primavera, cadevano sinuosamente come petali trasportati dal vento. Un uomo anziano sedeva su una panchina osservando la faticosa salita appena affrontata, con l’espressione e la stanchezza di chi sapeva di essere arrivato in cima senza possibilità di discesa. La vita passata davanti come i carretti dei dolci alla crema del suo quartiere, gli aveva lasciato solo un profumo ormai troppo lontano, come i ricordi.
Le piastrelle di ceramica delle palazzine, quelle che conosceva a memoria, avevano un aspetto diverso quel giorno, i colori apparivano sbiaditi e alcune crepe conferivano un aspetto decadente ai suoi occhi, gli stessi che avevano visto Lisbona quando i turisti erano solo marinai di passaggio.
Il sole tramontava con lui, doveva solo saper attendere il suo momento seduto al capolinea del tram numero ventotto che stava salendo trasbordante di gente ammassata come bestiame.
Decine di persone scendevano come automi con valigie da lavoro, zaini di scuola, mani in tasca e cuffie alle orecchie, alcuni si avviavano verso il centro città, altri rientravano a casa nel popolare quartiere del Baixa, sulle alture.
L’anziano signore era salito in piedi facendo leva sulla spalliera della panchina, seguiva eccitato gli ultimi passeggeri scendere quando una bambina con due splendide trecce castane si era materializzata al diradarsi della folla e si guardava attorno.
L’uomo adesso sorrideva, i pensieri tristi erano svaniti tra le lentiggini e gli occhi verdi di quella piccola ragione di vita che gli correva incontro, la fatica e l’affanno si erano tramutati nel vigore di un abbraccio, tirando su la bambina con la facilità di un ragazzo.
Dietro di loro, i ponti di Lisbona sembravano sorridere, il cielo sereno sopra i colli si fondeva con l’oceano come la tempera di una tela, i gabbiani cominciavano a volare vorticosamente come giocando a guardie e ladri sopra la vita delle persone che, come formiche frenetiche, si muovevano tra i vicoli e le trafficate strade che convogliano al mare.
La bambina prendendo per mano il nonno e adeguando il passo, cercava di smorzare la sua vivacità per sentirlo vicino, le loro figure sono poi sparite in una nuova e felice discesa.
Camminavo al Barrio Alto, i vicoli si inerpicano a monte, colorati da panni stesi, vespe e automobili vintage, ristoranti tipici e caratteristici appartamenti sulla strada dove le casalinghe si fermano a parlare e i bambini giocano a calcio tra un marciapiede e la porta di un garage e dove il tempo si è fermato.
Curiosando dentro un vicolo per scattare delle fotografie, ho notato un uomo seduto sulla porta di casa lanciare briciole a un pavone che, per niente intimorito, si avvicinava a lui con fiducia: sono rimasto in disparte a osservare quel momento insolito, poi sono salito nel mio appartamento per osservare gli ultimi scampoli di tramonto dall’alto del balcone.
I tetti rossi delle case e le cupole delle chiese sembravano dipinte, il cielo era un mare capovolto e le luci degli appartamenti centinaia di stelle, all’interno di una di queste la fiamma sinuosa di una candela rifletteva sul muro la figura di una donna anziana, ferma a contemplare il vuoto di un appartamento che sembrava abbandonato.
La finestra era priva di imposte e tapparelle, una tenda di plastica per le docce era l’unica copertura di un’atmosfera asettica e incolore.
L’ombra ha cominciato a muoversi, la fiamma con lei, la tenda si era aperta da un lato e una signora con i capelli colore dell’argento si era affacciata guardando verso di me, come se sentisse il mio sguardo. Mi ha regalato la sua ricchezza più grande, un sorriso.
La notte era passata velocemente, svegliato solo dai primi raggi di sole ho fatto colazione sul balcone e sono uscito, la tenda della finestra di fronte era chiusa senza alcun movimento al suo interno. Il mare era calmo, solo poche e temerarie onde cercavano invano di toccare la riva, dove i pescatori del mattino attendevano pazienti la preda da servire a cena. Le maestose vie del centro, dominate dal castello di Sao Jorge, erano addobbate per Natale, il carretto delle caldarroste fumava sul marciapiede mentre un cane randagio, attento alla segnaletica stradale, bighellonava davanti in cerca di avanzi, invisibile agli occhi dei passanti. I tram gialli si incrociavano, dai finestrini i volti ancora assonnati dei lavoratori sembravano vuoti e svogliati, guardavano al di là di quello che realmente avevano davanti, sognavano di viaggiare, come i loro avi per i mari di tutto il mondo.
Dalla piazza del teatro nazionale ho chiamato un taxi per raggiungere il quartiere di Sao Vicente che ogni sabato accoglie i mercanti e le canaglie più disparate di Lisbona nella “feira da Ladra”, un vero e proprio mercato del rubato.
Un tempo i marinai di passaggio vendevano gli oggetti recuperati durante i loro viaggi oppure semplicemente ne acquistavano altri da rivendere allo sbarco successivo, oggi il materiale venduto è al limite del grottesco, tuttavia il mercato ha mantenuto il suo fascino intatto nel tempo. Il rumore assordante delle radio a transistor e le urla dei mercanti si univano in un permanente e penetrante brusio, mendicanti e fachiri a ogni angolo chiedevano pochi spiccioli per nulla o per qualche gioco di prestigio mentre qualche ladro di borsellini si aggirava furtivo tra le tasche dei turisti. Vecchi abiti e scarpe spaiate si alternavano a mobili e cianfrusaglie di ogni genere, vinili di artisti sconosciuti, imitazioni di quadri famosi e libri impolverati facevano da cornice a un Guernica di oggetti dimenticati. Decine di persone spingevano per acquistare inutili monili, una coppia di ragazzi valutava un vecchio baule da mettere in camera da letto e un banco di abbigliamento creava la folla dei saldi migliori, attraverso la quale intravedevo una vecchia signora appoggiata a un muro, vendere sciarpe di lana adagiate sullo schienale di una sedia.
Quel giorno faceva particolarmente caldo, tuttavia mi sono avvicinato e dopo aver chiesto il prezzo ne ho acquistate due, non erano particolarmente belle ma avevano l’aspetto di essere calde e caserecce come quelle fatte dalla nonna, i colori non erano sgargianti ma si intonavano con tutto e poi quella signora, mi sembrava di conoscerla da sempre. Aveva dei buchi nelle calze, le mani screpolate e ferite dall’arsura e uno scialle che la copriva da un freddo percepito solo da lei, il suo volto rugoso era segnato dal tempo e dal lavoro ma il sorriso era quello di chi vive in solitudine e lo tiene per le giuste occasioni. Dopo aver pagato, mi sono chinato e avvicinandomi le ho regalato una delle due sciarpe, quella bianca, chiedendole di non venderla e di tenerla per se anche se probabilmente l’avrebbe venduta il prima possibile.
Quella notte il freddo era arrivato a Lisbona con un blitz rapido e silenzioso, una lieve pioggia conferiva brillantezza ai tetti e i camini cominciavano a fumare, la stanza era ancora fredda e mi sono avvolto nella sciarpa di lana acquistata in mattinata. Ho fatto un cerchio sul vetro appannato per sbirciare fuori, la fiamma nell’appartamento di fronte era più forte, ricordava il fuoco di un camino e sul muro si stagliava sempre la stessa figura. In quel momento la tenda si faceva da parte e dalla finestra era uscita la signora guardando subito nella mia direzione, sorridendo con una bellissima sciarpa bianca al collo.
Ecco gli ingredienti e la ricetta per preparare la torta di zucca: un piatto che può essere servito sia come stuzzichino nell’aperitivo che come piatto unico (vedi anche la ricetta per la farinata di zucca)
Ingredienti
Per la pasta: 1 chilo di farina, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale q.b.
Per la farcitura: 1,5 chili di zucca, 30 grammi di funghi secchi fatti rinvenire in acqua tiepida, 1 cipolla tritata, 100 grammi di parmigiano grattugiato, 5 uova, olio extravergine di oliva, noce moscata, sale e pepe.
Preparazione
Per la pasta: mettete sulla spianatoia la farina a cratere, versatevi l’olio, 2 pizzichi di sale, l’acqua tiepida e iniziate a impastare fino ad ottenere un composto morbido e liscio; fatelo riposare infarinandolo e coprendolo con un canovaccio per almeno un’ora.
Per la farcitura: prendete una zucca matura, tagliatela a pezzi e pulitela togliendo scorza, semi e filamenti, cospargetela abbondantemente di sale, chiudetela in una canovaccio e lasciate colare l’acqua contenuta al suo interno per almeno 3 ore. Poi versate la polpa della zucca ottenuta in una ciotola grande.
Mettete a soffriggere in una casseruola un trito di cipolla e funghi. Una volta cotto, fatelo raffreddare e unitelo alla polpa della zucca, aggiungendo formaggio, uova, pepe, una grattugiata di noce moscata e mescolate con cura per circa 10 minuti.
Tirate poi una sfoglia sottile di pasta e usatela per coprire il fondo e i bordi di una teglia da forno, versatevi l’impasto di zucca, ricoprite il tutto con una seconda sfoglia rimboccandola bene ai bordi del tegame per non fare uscire il ripieno durante la cottura.
Forate in più punti la superficie della sfoglia superiore per fare uscire l’umidità e cuocete a 180 gradi fino a che la torta non diventa ben dorata.
Se volete arricchire la ricetta, potete unire alla farcitura anche della scamorza o della provola tagliata a cubetti, oppure del gorgonzola e delle noci.
Luigi Pirandello (1867-1936) arrivò ai cinquant’anni di età scrivendo novelle e romanzi originali, accolti da pubblico e critica senza eccessivi entusiasmi in quanto non badava alla pagina elegante e ben scritta, cara ai contemporanei, quanto ad agitare e capovolgere certezze, ad installare inquietudini e riflessioni.
Per coinvolgere davvero ed arrivare alla fama, Pirandello ha dovuto riscrivere per il teatro le stesse storie proposte dalla sua novellistica, un teatro dove la parola è vigorosamente asservita all’espressione delle emozioni.
“Il berretto a sonagli” (1917) centra perfettamente questo passaggio: non a caso la prima versione in dialetto siciliano fu affidata alla dirompente espressività di Angelo Musco. Prendendo spunto da alcune novelle scritte nel passato, l’autore racconta la sofferenza di un uomo e di una donna traditi dai rispettivi coniugi.
Ciampa è un ossequioso scrivano al servizio della famiglia del cavalier Fiorica, con la quale lui e la giovane moglie convivono, in stanze attigue: da tempo è al corrente della relazione segreta tra la consorte Nina e il padrone di casa, che tollera in silenzio, tanto che quando la padrona, signora Beatrice, furibonda per la scoperta della tresca, lo convoca con l’intenzione di rivelargliela, le fa capire che già sa tutto ma che da una parte il suo rapporto coniugale è più importante (tanto che sarebbe disposto a lasciare la casa con Nina, perdendo il lavoro) e dall’altra…dall’altra la facciata della rispettabilità sociale deve essere salvata, ad ogni costo.
La facciata è più importante della sostanza, tanto che a volte i confini tra le due sfere sfuggono e sfumano.
Per condurre la signora Beatrice alla sensatezza, Ciampa si avvale della simbologia delle tre corde, che a suo dire tutti portiamo sulla fronte, quella civile e centrale del rispetto ed ossequio alle regole della società, quella seria del colloquio a quattr’occhi, quella pazza che fa perdere la vista e la ragione e va controllata: ma la corda civile deve prevalere e tutti, alla fine, ci guadagnano.
Beatrice sceglie di denunciare e la reazione della famiglia, supportata dall’autorità del delegato, che diligentemente occulta le prove, è immediata ed inesorabile: la maschera della “pace domestica” deve essere rispettata ed esibita, dentro e fuori casa.Alla legge della rispettabilità di facciata si inchina alla fine Beatrice, accettando di fingersi pazza e di farsi rinchiudere.
Ciampa e Beatrice portano entrambi, con reazioni diverse, il peso della loro sofferenza, ma mentre la donna si ripiega su se stessa, è lo sposo tradito, il collaboratore ossequioso, che ha la reazione più spietata e crudele verso quella che ha gridato la verità, esortandola a gridarla ancora e poi ancora, affinché tutti si convincano della sua pazzia e dell’inconsistenza dell’accusa.
Interpretazione eccellente fornita da attori di grande impatto, con una forte vis comica che accompagna, con celata amarezza, verso l’epilogo, assieme a una allegra e beffarda tarantella.