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  • Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Tre anni da Ponte Morandi, ma è come se fosse domani

    Sono passati tre anni dal crollo di Ponte Morandi. Di già tre anni: un tempo oramai congruo per far bilanci e osservare cosa è cambiato dopo un evento così catastrofico, ma, soprattutto, provare a decifrare che cosa non è cambiato. In questi tre anni abbiamo visto di tutto, commemorazioni, decine di inaugurazioni, fiocchi e polvere, lacrime e risate, chiacchiere e silenzi. Poi la pandemia ha rimodulato le priorità e la gerarchia delle emergenze, scalzando, senza troppi rammarichi da parte della classe dirigente, il problema della sicurezza delle infrastrutture svelatosi davanti ai nostri occhi in tutta la sua potenza il 14 agosto 2018.

    La ricostruzione del nuovo viadotto, nonostante la stucchevole retorica che l’ha accompagnata esaltandone una presunta grandiosità che il tempo per fortuna parrebbe aver già disciolto e annacquato nella memoria collettiva, oggi ci pone sotto gli occhi un contrasto evidente: nuovo contro vecchio. E di questo vecchio, che forse sarebbe meglio definire decrepito, abbiamo imparato a scoprire dettagli agghiaccianti solo grazie alle inchieste e indagini post crollo: non solo decenni di manutenzioni non fatte o fatte male, ma anche decenni di mancati controlli. Con l’inquietante dettaglio che il tutto è stato scoperto in via incidentale: sei per i viadotti il vaso di pandora si è aperto il 14 agosto, per le gallerie si è dovuti arrivare al crollo della volta della galleria Bertè, il 29 dicembre 2019.

    Interno del viadotto ad arco Portigliolo, sulla A10

    In altre parole abbiamo scoperto di non sapere nulla o poco di più, sulle grandi infrastrutture del paese. Da lì il delirio che tutti i genovesi e i liguri vivono ogni giorno: la grande corsa alla manutenzione straordinaria per provare a mettere in sicurezza una rete autostrade fatta da oltre 500 opere tra ponti e gallerie che il Morandi e la Bertè ci hanno svelato essere in condizioni pietose. E il fatto che i grandi agglomerati di potere economico che attraversano la nostra città, come il mondo della portualità, non abbiano il peso di spostare una virgola del contesto caotico dell’emergenza cantieri per conservare le proprie posizioni e i propri interessi, limitandosi al gioco delle tre carte, è la cartina tornasole della gravità della questione: qua o si cantierizza o si muore.

    E qui sta il nodo vero della questione: questa grande stagione di manutenzioni, destinata a durare ancora anni, a cosa serve, a parte, forse, a non farci morire ammazzati tra calcestruzzo, fango e ferraglia arrugginita? Cosa succederà dopo che tutti i viadotti e le gallerie saranno state messe in sicurezza? Soprattutto, questo condizione è realmente avverabile? In altre parole quello su cui la politica e la società dovrebbe interrogarsi è sul fine vita di centinaia di opere la cui età è drammaticamente sopra i limiti per cui furono costruite. E parliamo di opere gigantesche, viadotti di centinaia di metri, gallerie di chilometri, tra cui le più “moderne”, ovvero quelle della A26, hanno oggi 50 anni.

    In un verbale del tavolo Pris aperto con fatica e resistenze politiche di ogni sorta per la gestione dei cantieri del viadotto Bisagno, operativo del 1967, viene riportata questa frase: “L’Ing. Cavalletti (il tecnico incaricato dai comitati dei cittadini, ndr) tiene a precisare che al momento dell’ultima audizione con ASPI, era stato messo sul tavolo il fatto che i ponti come il viadotto Bisagno hanno una vita utile finita che attualmente è prossima al suo termine naturale; a precisa domanda posta da lui ad ASPI, su quanta vita residua ritengano di poter estendere con l’intervento in oggetto, riferisce che la risposta è stata ‘ci basta che arrivi al termine della concessione”. Una affermazione ad oggi mai smentita o approfondita, che svela la ratio con cui le manutenzioni di questi mesi sono state affrontate: tenere insieme i cocci finche si può. Finchè conviene. Fino al prossimo incidente, verrebbe da aggiungere.

    Secondo le stime del Cnr, pubblicate poche ore dopo il crollo del Morandi e finite nel vortice bulimico della narrazione della dramma, in Italia ci sono circa 10 mila opere che hanno superato la soglia della vita utile, la cui manutenzione conservativa dovrebbe impiegare risorse per circa 2,5 miliardi di euro l’anno, come minimo. Il Pnrr con cui il governo intende affrontare i prossimi dieci anni parla di circa 62 miliardi per le infrastrutture, (di cui una quarantina destinata alle nuove opere ferroviarie legate all’alta velocità) di cui solo poco più di 4 miliardi sono stati destinati alle manutenzioni del costruito.Un sesto del necessario calcolato solo per tenerle in piedi. Tutto il resto sarà spremuto dai pedaggi o raccolto cammin facendo. Se si troverà il modo di farlo.

    Nel frattempo decine di migliaia di auto e tir continuano a viaggiare su viadotti degli anni 60 costruiti con centine di legno, cazzuole e secchi di cemento. Sulla A10, il tratto più antico, vale a dire quello che oggi collega in direzione Genova Albisola con Pra’, è stato costruito negli anni 50, comprende decine di ponti ad arco (di cui molti progettati dallo stesso Morandi) sulla cui vita residua si sa pochissimo. O almeno pubblicamente si sa pochissimo. E fa fresco parlare di Gronda (che nei fatti si affiancherebbe al tratto urbano della A10, ovvero paradossalmente il più giovane), quando ogni giorno che passa è un giorno in meno che manca al fine vita di qualche viadotto o galleria.

    A destra il Lupara, progettato dal Morandi: all’epoca della sua costruzione, fine anni 50, era il più lungo d’Europa costruito con la tecnica ad arco. A sinistra il raddoppio fine anni 60 costruito con sistema Dywidag

    “Quando leggo sul ponte Valle Ragone, in A12, di segnalazioni fatte a ottobre e di interventi ancora non eseguiti ad aprile, resto perplesso. Non va bene. Perché le cose succedono quando meno te lo aspetti. Ci sono viadotti come il Nervi, il Veilino e il Bisagno, in Liguria, che devono essere monitorati di contino e con grande attenzione”. Parole di Fracesco Cozzi, ex capo della procura genovese, in un’intervista pubblicata in occasione del suo congedo. Questi tre viadotti, insieme al Sori, sono chiamati i “quattro fratelli” per via della loro modalità di costruzione: all’epoca, parliamo degli anni 60, essendo necessario costruire a quote eccezionali e in posti impervi o abitati, è stato necessario sviluppare una modalità di costruzione conosciuta come sistema Dywidag, mediante centinatura a sbalzo autoportante ad avanzamento bilanciato. Le travi, in calcestruzzo precompresso, sono state assemblate pezzo per pezzo a partire dall’appoggio sulla pila, mantenendo l’equilibrio statico grazie alla progressione parallela dei due lati. Una tecnica oggi abbandonata per le grandi costruzioni ma che ebbe grande successo in quegli anni, con decine di repliche in altri contesti, soprattutto autostradali. Ma che secondo una buona parte della letterature ingegneristica ha margini molti limitati di conservazione. Cosa succederà quando questi limiti saranno raggiunti?

    Dal crollo di ponte Morandi sono passati tre anni, ma da questa prospettiva non sembra essere passata nemmeno un’ora. Quello che è successo il 14 agosto 2018 è un evento sicuramente irripetibile, tale era la peculiarità dell’opera crollata sotto il peso di se stessa, ma tutto intorno ci sono strutture già pronte per il trapasso, a cui manca solamente la data del decesso. Che potrebbe essere anche domani.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

     

     

  • Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    20k 01Ventimiglia è una realtà sospesa, in bilico su un baratro che potrebbe rivelarsi più tragico della realtà oramai cristallizzata da anni. La crisi umanitaria legata alla presenza di centinaia di migranti, è sempre più un’emergenza politica. Dopo i fatti di Macerata e Firenze, un’ombra inquietante ha raggiunto il comune frontaliero, sospeso tra l’inadeguatezza istituzionale e legale di un paese in perenne campagna elettorale.

    Il sindaco Ioculano ha ricevuto una lettera minatoria, con all’interno un messaggio inequivocabile: “Basta negri! (…) l’Italia agli italiani! L’eroe di Macerata insegna. Anche Ventimiglia avrà la sua strage con te in testa e una decina di sporchi negri. Contaci!”. Firmato “Eroe Vendicatore”. Chiarissimo. Un sottile filo nero, quindi, che attraversa il paese, dal cuore fino ai suoi confini. E se a Macerata la strage non si è compiuta, a Firenze un “negro” è divenuto bersaglio, tra tanti, della follia.

    Tensione

    Ma qual è oggi la situazione nel capoluogo frontaliero? Ne abbiamo parlato con gli attivisti di Progetto 20K, il collettivo che da alcuni mesi sta provando ad arginare la tragedia umanitaria, attraverso assistenza sanitaria, legale e logistica per le persone in viaggio che attraversano Ventimiglia. “Oggi assistiamo ad una situazione di completo disagio e abbandono da parte delle istituzioni locali – ci raccontano – che è culminato con l’emergenza neve e gelo, che ha spinto molte persone a trovare rifugio ammassati sotto il ponte, visto che il campo della Croce Rossa è in sovraffollamento”.

    Ma il clima che si respira è peggio del freddo: “La tensione post elettorale si sente anche qua”, e coinvolge anche i cittadini italiani, costretti ad una convivenza col disagio cavalcata dalle forze politiche che propongono il pugno duro verso i clandestini, il “prima gli italiani”. Non è un caso che a Ventimiglia la Lega sia il primo partito con quasi il 30% e che Casapound abbia conquistato l’1,22%, tra i risultati migliori su scala nazionale.

    C’è tensione anche tra migranti stessi – ci spiegano – oggi sono circa 150 a vivere nell’alveo del Roja”. Qualche giorno fa una pesante discussione all’interno del gruppo ha esacerbato gli animi, portando in strada una rissa: “Sono volate anche delle pietre, che hanno danneggiato qualche macchina. La reazione delle popolazione è stata immediata: mobilitazioni, incontri con sindaco e richieste di sgombero del campo informale“.

    [quote]La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie[/quote]

    Secondo gli attivisti questo ha giustificato un giro di vite da parte della Questura: “Sono stati fatti diversi arresti, in città come davanti al nostro info-point, plateali. La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie”.

    Paura

    C’è paura. Ma questa volta è la paura dell’uomo bianco. “Temiamo azioni vere, ispirate a Macerata e Firenze. A Ventimiglia il terreno è fertilissimo per certe dinamiche – continuano i 20Ks – Abbiamo dovuto chiudere lo sportello, addesso andiamo direttamente sul Roja a distribuire vestiti, prestare assistenza sanitaria, supporto legale e logistico”.

    Davanti a questo fallimento sociale e politico non possiamo non sottolineare ancora una volta la necessità di soluzioni ragionate e strutturali – si legge nel comunicato diffuso dal collettivo – la migrazione stessa è un fenomeno strutturale, per cui è necessario dare risposte lungimiranti”.

    [quote]Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà,[/quote]

    E’ nell’aria uno sgombero. Non sarebbe il primo, e non sarebbe l’ultimo, probabilmente. Non esistono numeri ufficiali, ma il flusso delle persone “in attesa” è costante da anni oramai. Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà, che sta barcollando verso una strada politica evidente.

    Ma è il contesto nazionale costellato da episodi inquietanti ad aver aumentato il potenziale di criticità che in questi anni è stato lasciato radicarsi nel comune frontaliero. Ventimiglia è ancora una volta, quindi, confine. Un confine da riconoscere prima di ritrovarsi ad averlo già attraversato.

     

    Nicola Giordanella

    (Foto 20K)

  • Petrolchimico e “Ipotesi Zero”. Ecco quanto ci costerebbe rinunciare agli impianti di Multedo, per sempre

    Petrolchimico e “Ipotesi Zero”. Ecco quanto ci costerebbe rinunciare agli impianti di Multedo, per sempre

    carmagnaniSalute e lavoro, un binomio che mai come in questi anni sta diventando bivio. Una contrapposizione che si verifica soprattutto in quei territori dove l’economia post-industriale stenta a decollare e gli “assett ” del passato sembrano l’unica alternativa da riproporre e a cui aggrapparsi.

    In questi contesti la convivenza tra siti industriali e popolazione è sempre più difficile: migliaia di persone sono costrette, più o meno consapevolmente, a vivere con un “rischio di incidente rilevante” a pochi metri dalle proprie abitazioni, con conseguente abbassamento della qualità della vita e svalutazione dei patrimoni immobiliari.

    L’esempio più evidente di queste dinamiche lo troviamo a Multedo, il quartiere ponentino che vede convivere quasi 5 mila persone con tre impianti industriali che trattano petrolio e derivati, e che sono classificati come impianti a rischio incidente rilevante: l’hub del Porto Petroli e i depositi costieri di Carmagnani A.C. spa e Superba srl.

    Di questi ultimi due da anni si sta valutando lo spostamento, ma il dibattito politico genovese è in fase di stallo: difficile trovare, infatti, una location che risponda alle diverse esigenze sul tavolo, tra fattibilità logistica, vincoli di sicurezza previsti dalla normativa oggi vigente e difesa dei posti di lavoro. Nessuno però ha affrontato la terza via, cioè l’ipotesi zero: spegnere definitivamente quei due impianti, accompagnando in qualche modo il riassorbimento delle posizioni lavorative e liberando la città da due impianti “a rischio”. Per sempre. Ma quale sarebbe il peso e la dimensione di questa operazione? Quale sarebbe l’impatto sulla collettività con cui la Politica dovrebbe confrontarsi?

    Il prezzo

    Stando al bilancio depositato presso la Camera di Commercio di Genova, Carmagnani Spa, nel 2016 ha totalizzato un valore della produzione di 18,4 milioni di euro a fronte di 17,9 milioni di costi. Un utile quindi di mezzo milione di euro circa, in leggero calo rispetto al 2015, quando i ricavi furono di poco o meno di 21 milioni e i costi 20,4 milioni. Nella conta delle spese sono 1,6 milioni i costi relativi al personale, tra stipendi, trattamenti di fine rapporto e oneri sociali. Questa cifra è quanto finisce nelle tasche di lavoratori genovesi, che per Carmagnani sono 24 (2 dirigenti, 2 quadri, 8 impiegati e 12 operai). Le spese per servizi, il classico indotto diretto, ammonta a 1,1 milioni.

    Superba srl nel 2016 ha totalizzato un valore di produzione di 2,8 milioni a fronte di 3 milioni spesa, chiudendo quindi l’esercizio con una perdita di quasi 200 mila euro, in aumento rispetto ai -80 mila del 2015. Il costo del personale ammonta a 1,6 milioni per 27 dipendenti (3 quadri, 7 impiegati e 17 operai), mentre l’indotto diretto è di circa 1,2 milioni di costi per servizi.

    Insieme, quindi, Carmagnani e Superba producono un utile di 300 mila euro, dando lavoro a 51 persone, con un monte-stipendi di 3,2 milioni lordi e un indotto di 2,3 milioni. In altre parole sul territorio lasciano 5,5 milioni, dando sussistenza economica a 51 famiglie.

    Questione di prospettiva

    Schermata 11-2458086 alle 01.47.52Per meglio dare una dimensione a queste cifre, potrebbe essere utile rapportarle con altre “industrie” del territorio: abbiamo preso come campione l’Istituto Comprensivo Sestri, che annovera tre scuole dell’infanzia, tre primarie e una secondaria di primo grado. Questo “gruppo”, stando al bilancio 2015, annovera nel personale 23 unità per le materna, 58 maestri elementari e 21 cattedre complete per la scuola media, a cui si aggiungono 14 spezzoni. Oltre a questo c’è il personale Ata, composto da 30 unità. Per un totale di 159 persone, più il dirigente.

    Difficile calcolare la quota stipendi, essendo questi diversificati in base al grado di insegnamento, anzianità e ore settimanali; utilizzando, però, i valori intermedi per ogni categoria (rispettivamente 19 mila, 21 mila e 23 mila euro annui lordi per un’anzianità di servizio compresa tra 9 e 14 anni) abbiamo un valore sicuramente approssimato ma che restituisce la dimensione economica: sono circa 2,3 milioni di stipendi lordi per il corpo docenti e 450 mila euro per il personale Ata. Un totale quindi di 2,75 milioni che finiscono nelle tasche dei lavoratori dell’Istituto.

    L’indotto generato dalla scuola, oltre al dare istruzione per i 1136 alunni iscritti alle varie classi, si realizza con le 40 persone che gravitano nei servizi (ristorazione, accompagnamento disabili, mediatori culturali, addetti al trasporto, medici e operatori dipendenti o di enti pubblici o di privati). In altre parole la scuola a Sestri-Multedo da lavoro diretto a 160 persone, producendo 2,7 milioni di stipendi, garantendo occupazione per altri 40 persone e istruzione per 1136 ragazzi.

    Il polo scolastico e quello petrolchimico, quindi, hanno dimensioni economiche paragonabili sia dal punto di vista dei soldi che arrivano ai lavoratori (in proporzione rispettivamente 2 a 3), sia dal punto di vista occupazionale (rispettivamente 4 a 1). Gli indotti non sono paragonabili perché è difficile quantificare il valore dell’istruzione di un migliaio di ragazzi, ma tale quantità potrebbe bastare per avere una dimensione della ricaduta sul territorio dell’ “impianto didattico”. A rischio zero.

    Per cosa siamo disposti a rischiare?

    CarmagnaniIl confronto con la scuola è evidentemente un esercizio contabile che restituisce però una scala per la misurazione dell’impatto economico degli impianti petrolchimici. A questo punto sappiamo quale è il prezzo del rischio e la sua dimensione comparata nel contesto cittadino, ma l’ultimo dato che ci manca è la quantificazione di chi vive nel rischio. Come abbiamo visto Multedo conta poco meno di 5 mila anime, mentre i quartieri limitrofi, Sestri Ponente e Pegli contano rispettivamente 45 mila e 27 abitanti. Oggi siamo in attesa dei nuovi Piani di Emergenza Esterna, in fase di redazione da parte della Prefettura, e quindi non sappiamo con certezza i limiti “geografici” di un potenziale incidente; è però certo che i suddetti quartieri non hanno soluzione di continuità urbana e la loro vicinanza è tale da dover trattare certe questioni con estrema cautela e prudenza. In “eccesso”, perlomeno.

    Una delle ipotesi più gettonate per lo spostamento degli impianti è l’area ex Enel sotto la Lanterna: un’area dove sono già presenti degli impianti a rischio (da cui un potenziale effetto domino, come a Multedo) e che è esattamente nel centro geografico del porto di Genova e quindi nel centro della città; nel raggio di due chilometri abbiamo Sampiedarena, San Teodoro, tutto il Centro Storico, parte di Righi e Granarolo, Castelletto e Carignano. Praticamente mezza città: a spanne tra le 200 e le 300 mila persone residenti. Una cura che appare essere peggio del male, peraltro difficilmente compatibile con le prescrizione della legge che regola gli impianti di questo tipo, la “Seveso III”

    La svolta

    Con ogni evidenza questi sono solo numeri, ma forse, visti i “montepremi” in gioco, sarebbe il caso di prenderli in considerazione tutti, con una prospettiva di lungo periodo e una assunzione di responsabilità politica verso la collettività, presente e futura. Chiudere una porta può avere un prezzo, ma aprire un portone può essere un vero affare. Per tutti.

    Nicola Giordanella

  • Incendi, il Liguria i pompieri sotto organico di 130 unità. Cgil: «L’Italia brucia ma nessuno dichiara lo stato di emergenza»

    Incendi, il Liguria i pompieri sotto organico di 130 unità. Cgil: «L’Italia brucia ma nessuno dichiara lo stato di emergenza»

    Elisoccorso Vigili de FuocoSotto organico di 130 unità, pari al 12% a fronte di una media nazionale del 7%, su tutte le figure professionali ed in particolare del personale specialista nautico che costringe alla chiusura dei distaccamenti di Savona e Genova Multedo. E’ anche per questi motivi che mercoledì prossimo una delegazione dei Vigili del fuoco della Liguria parteciperà alla mobilitazione nazionale organizzata davanti a Montecitorio. «Anche se fossimo a pieno organico– spiega alla agenzia Dire Luca Infantino, coordinatore regionale dei Vigili del Fuoco FP Cgil e membro dell’esecutivo nazionale- i numeri non sarebbero comunque sufficienti a garantire un servizio tranquillo».
    Colpa soprattutto delle promesse non mantenute da parte del governo che nel “decreto terremoto” aveva previsto 23 milioni di euro per mille nuove assunzioni a livello nazionale ma che a settembre arriveranno solo a 352. Le rivendicazioni dei pompieri sono molteplici. «Siamo veramente in ginocchio– afferma Infantino- l’età media del personale in servizio è di 46-47 anni e non sempre l’esperienza può sopperire alle carenze del fisico, tanto che stiamo assistendo a un continuo aumento delle esposizioni agli infortuni. Siamo stanchi».
    Poi ci sono le nuove mansioni ereditate dallo smistamento della Forestale. «In Liguria una nuova convezione ci ha dato 400.000 euro in più. Ma non bastano e sono comunque destinati a pagare straordinari che non fanno altro che aumentare la stanchezza, facendo turni di lavoro interminabili, senza sosta e aumentando il rischio infortuni». Secondo il sindacalista, «l’Italia è un Paese poco democratico perché non investe in safety e security. La sicurezza non è solo risolvere qualche problematica di illegalità nel centro storico. Sicurezza sarebbe anche avere almeno 40.000 pompieri sul suolo nazionale e, invece, siamo molto meno di 30.000». La sottovalutazione del problema, secondo Infantino, è dimostrata anche dal fatto che «mentre praticamente sta bruciando tutta l’Italia, nessuno dichiara lo stato di emergenza, né le singole Regioni né il ministero dell’Interno, anche se questo consentirebbe di attingere a risorse economiche straordinarie».
  • Scolmatore, arriva il via libera per la progettazione definitiva. Gara vinta dalla Rocksoil spa, dell’ex ministro Lunardi

    Scolmatore, arriva il via libera per la progettazione definitiva. Gara vinta dalla Rocksoil spa, dell’ex ministro Lunardi

    scolmatore-fereggiano07Via libera alla progettazione esecutiva dello scolmatore del Bisagno a Genova. Ad annunciarlo questa mattina il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, che è anche commissario di straordinario di governo contro il dissesto idrogeologico per la Liguria, a margine dell’inaugurazione della nuova “Sala News 24” della Protezione civile regionale. «Una buona notizia per la sicurezza strutturale dei liguri– commenta il governatore- Invitalia, su mandato della struttura commissariale che mi onoro di presiedere, ha dato il via libera alla progettazione esecutiva dello scolmatore del Bisagno. Il progetto sarà completato, ci auguriamo, entro fine anno dopodiché potrà aprire il cantiere. Questa, ovviamente, è una delle grandi soluzioni strutturali che dovranno mettere in sicurezza una parte importante della città di Genova».
    La gara è stata aggiudicata al gruppo facente riferimento all’azienda Rocksoil s.p.a. fondata dall’ex ministro delle Infrastrutture e trasporti del governo Berlusconi, Pietro Lunardi. L’importo complessivo è di 3.792,114,51 oltre oneri previdenziali ed iva, con un ribasso d’asta del 61,8%. La gara riguardava anche l’opzione per la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione delle opere. In particolare, la fase progettuale avrà un costo di 1.492.921,53 euro mentre la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza di 2.299.192,98 euro. La realizzazione dell’opera è già finanziata da Italia Sicura con 165 milioni di euro.
    Escludendo ricorsi, il contratto tra con il raggruppamento di imprese vincente dovrebbe essere stipulato entro il mese di luglio. Per arrivare all’approvazione della progettazione esecutiva e all’avvio delle procedure di gara per l’affidamento dei lavori bisognerà attendere i 100 giorni a disposizione dei progettisti per l’elaborazione nonché i tempi per acquisire il parere obbligatorio del Consiglio superiore dei lavori pubblici e per la procedura di Valutazione di impatto ambientale regionale. «Ci auguriamo che i progettisti lavorino al meglio garantendo la sicurezza dei cittadini e anche la sensibilità dei molti interferiti che ci saranno rispetto a questo grande cantiere– conclude l’assessore regionale alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone- è l’opera più importante di difesa del suolo che verrà realizzata in tutto il territorio della Liguria: credo che sia un’opera fondamentale per la sicurezza di tutti».
  • Liguria, regione a “rischio di incidente rilevante”. Di 20 impianti solo uno oggi ha un Piano Emergenza Esterna regolare e pubblico

    Liguria, regione a “rischio di incidente rilevante”. Di 20 impianti solo uno oggi ha un Piano Emergenza Esterna regolare e pubblico

    Snampanigaglia-panigaglia-gnlPoco più di un anno fa, Era Superba aveva lanciato l’allarme: i documenti relativi alla gestione dell’emergenza esterna in caso di incidente rilevante dei grandi impianti industriali della provincia di Genova erano scaduti (all’epoca, a parte uno), e fuori norma. Allargando la ricerca al territorio regionale, però, la situazione sembra ancora peggiore. Secondo il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in Liguria sono presenti 20 impianti industriali considerati a “rischio di incidente rilevante”, cioè che “trattano” prodotti e sostanze in una quantità tale da mettere a repentaglio, in caso di incidente appunto, anche il territorio e le persone prossime agli impianti. Questa classificazione è stata redatta in base al decreto legislativo 344 del 17 agosto 1999, in recepimento delle normative comunitarie, modificato successivamente dal decreto legislativo 48 del 14 marzo 2014, e successivamente dal decreto Legislativo 105 26 giugno 2015, per l’“Attuazione della Direttiva 2012/18/UE relativa al controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose.

    Oggi di questi impianti solo uno ha un PEE regolare, aggiornato al 2016: per gli altri la documentazione è in fase di aggiornamento o addirittura non è pubblica. Vediamo il dettaglio

    Genova

    Come più volte scritto su queste pagine, i dieci impianti genovesi fino a pochi mesi fa avevano PEE scaduti. Nei mesi successivi alla nostra inchiesta, Prefettura di Genova ha attivato le procedure per l’aggiornamento dei documenti, organizzando le consultazioni pubbliche previste dalla normativa, a cui hanno fatto seguito le assemblea aperte in cui sono state presentate le bozze dei nuovi piani, non senza qualche imbarazzo: per l’impianto di Fegino, infatti, la bozza del piano di emergenza è stata redatta basandosi su un rapporto di sicurezza scaduto da due anni, come denunciato dagli stessi cittadini. Nel frattempo i lavori dei tecnici continuano, staremo a vedere il risultato.

    La Spezia

    In provincia di La Spezia sono tre gli impianti a rischi di incidente rilevante: il deposito di oli minerali di Arcola, il rigassificatore GNL della Baia di Panigagli e la centrale termoelettrica Enel di Spezia. Per quanto riguarda i primi due impianti, il 14 aprile scorso erano presenti sul sito web della Prefettura di La Spezia due PEE risalenti al 2008, e quindi scaduti, fuori legge. Alla richiesta di chiarimenti, gli uffici hanno risposto ringraziandoci della segnalazione, e assicurandoci che in breve tempo avrebbero pubblicato gli aggiornamenti. Detto, fatto: dopo poche ore ecco i nuovi documenti. Qualcosa, però, non torna. Dopo la telefonata, infatti, per quanto riguarda Arcola compare un documento in sostituzione di quello “scaduto” intitolato: “Piano di Emergenza Esterna allo Stabilimento “Deposito di Arcola S.r.l.” aggiornato a seguito dell’esercitazione denominata “Deposito di Arcola2013” svoltasi il 18 settembre 2013” e “Notifica” ai sensi del Decreto Legislativo 105/2015. Il primo documento lascia qualche dubbio, perché, anche se tra le prime pagine si legge che “sostituisce l’edizione 2008, ed è immediatamente operativo”, i riferimenti normativi all’interno del piano si fermano al 2007, quando sappiamo che negli anni successivi la normativa è cambiata, e di molto. Anche la notifica di seguito riportata (che non un PEE ma una descrizione delle caratteristiche dell’impianto) ha riferimenti normativi non aggiornati, cioè che si fermano al 2012. Cosa è successo? Può essere considerata attendibile questa documentazione?

    Per quanto riguarda l’impianto di Panigaglia, dopo la nostra telefonata, viene cambiato il titolo al file del PEE, con l’aggiunta di un “in corso di aggiornamento a seguito di esercitazione dicembre 2016”. Una buona notizia, anche se nel decreto legislativo 105 del 2015 si legge che il PEE deve essere aggiornato al massimo ogni tre anni e che “La revisione tiene conto dei cambiamenti avvenuti negli stabilimenti e nei servizi di emergenza, dei progressi tecnici e delle nuove conoscenze in merito alle misure da adottare in caso di incidenti rilevanti”. Visto che dal 2008 sono passati un po’ di anni, un’esercitazione può bastare?

    L’impianto Enel, invece, come dicevamo, è l’unico in tutta la regione che ad oggi ha un PEE in regola, essendo stato redatto nel 2016. Tutto sommato, un bel primato.

    Savona

    Vado_Ligure-IMG_1570I PEE dei sette impianti savonesi sono un mistero. Sul sito della Prefettura competente non vi è traccia alcuna: abbiamo provato a chiedere direttamente agli uffici, ma abbiamo ricevuto dei “richiamerò” che da più di un mese stiamo ancora aspettando. Di questi documenti non abbiamo trovato traccia. Gli impianti sono per lo più concentrati a Vado Ligure con il Deposito di oli minerali Petrolig srl, lo stabilimento petrolchimico Infineum Italia srl e l’acciaieria Zinox spa. Due sono a Quigliano (il deposito di oli minerali Sarpom srl e la Tirreno Power spa), uno a Legino (deposito di Oli minerali TotalErg spa) e uno ad Albenga (deposito gas liquefatti Liquigas spa). Industrie che almeno in due casi sono concentrate in modo da poter generare un “effetto domino”, come descritto dalla normativa, per cui la pubblicazione dei relativi PEE potrebbe essere fondamentale in caso di incidente. A Vado Ligure vivono circa 8 mila persone, a Quigliano poco più di 7mila: Savona è ha cinque chilometri in linea d’aria, e conta oltre 60mila persone.

    La misura del rischio

    In Liguria, quindi, si convive con il rischio, ma spesso a nostra insaputa: gli impianti industriali sono una necessità per la nostra società e il nostro mondo economico, ma lo dovrebbe essere anche la tutela delle persone e dell’ambiente. Occorre fare al più presto chiarezza su questa situazione che potrebbe risultare abbastanza “imbarazzante”: cosa succederebbe in caso di incidente? Oggi è meglio non saperlo.

    Nicola Giordanella

  • Legittima difesa, tra offesa ingiusta e necessità della reazione. Quando l’omicidio è “scriminato”

    Legittima difesa, tra offesa ingiusta e necessità della reazione. Quando l’omicidio è “scriminato”

    pistola-legittima-difesaA Lodi un uomo è stato ucciso con un colpo alla schiena a seguito di una rapina in un ristorante. Questo è l’ultimo caso di cronaca a tema legittima difesa che viene riportato dai mass media al fine di veicolare l’attenzione su questo istituto giuridico, già oggetto di riforma ad opera del governo con la legge del 13 febbraio 2006, n. 59.

    Non è intenzione di chi scrive prendere una posizione di natura politica (scelta che spetta al legislatore), ma piuttosto fornire strumenti nozionistici necessari alla comprensione di quando la scriminante della legittima difesa può essere invocata nelle ipotesi di omicidio. In altre parole, nella nota vicenda del lodigiano, è giusto invocare la legittima difesa? Nell’analisi che segue ci soffermeremo unicamente sulla cd. legittima difesa domiciliare prevista dal comma 2 dell’art. 52 c.p., in quanto oggetto sicuramente di maggior interesse proprio per la sua attualità e applicazione dei casi riportati dalla cronaca.

    Legittima difesa

    La legittima difesa prevista dal comma secondo dell’art 52 c.p. scrimina (ovvero il soggetto non è punibile con una sanzione penale) colui che, ad esempio, uccide un ladro che si introduce nella propria abitazione, qualora vi siano alcune condizioni oggettive, che di seguito si spiegano. L’azione difensiva, innanzitutto, deve essere rivolta contro un soggetto che ha commesso una violazione di domicilio. Ciò significa che il ladro si è introdotto nell’abitazione altrui ovvero nel luogo dove viene svolta un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale, senza che vi fosse il consenso del soggetto che ha il diritto di escluderlo (l’imprenditore, il commerciante, il professionista).

    Il secondo requisito per applicare la scriminante in oggetto è che l’autore della difesa, rectius l’aggredito, abbia posto in essere l’offesa con un arma legittimamente detenuta. A sommesso avviso di chi scrive, questo requisito viene sempre poco evidenziato dalla cronaca giudiziaria, nonostante sia un elemento fondamentale per riconoscere la legittima difesa. È necessario infatti che il soggetto che pone in essere una difesa, ad esempio con una pistola, abbia ottenuto il porto d’armi regolarmente ai fini della difesa personale. Inoltre la norma in esame, a differenza della “legittima difesa classica” prevista dal primo comma dell’art 52 c.p. (ovvero quando l’azione difensiva non avvenga nelle circostanze indicate nell’art. 614 c.p.), non richiede che vi sia un rapporto di proporzione tra difesa e offesa, in quanto ciò si ritiene presunto (elemento che era stato oggetto di forte scontro a seguito dell’introduzione del comma secondo nel 2006, sollevando anche dubbi di natura costituzionale, ad oggi superati).

    Pericolo e reazione

    Sono due gli ulteriori requisiti previsti dalla norma: il pericolo di un offesa ingiusta e la necessità della reazionePer quanto concerne il primo requisito, appare pacifico, sempre nel caso del ladro che entra in un esercizio commerciale ovvero in un abitazione, che vi sia il requisito del pericolo di un offesa ingiusta in quanto l’offesa si identifica con l’aggressione all’appartamento o al negozio della vittima assalito dal ladro.

    La necessità invece dell’intervento comporta qualche valutazione ulteriore, in quanto deve essere valutata l’inevitabilità della condotta e dell’uso dell’arma, come unica condotta possibile, non essendovi un altra condotta alternativa lecita o comunque meno lesiva. Sempre per riportare queste nozioni al caso concreto, bisogna verificare se il proprietario del negozio o dell’appartamento assalito dal ladro, ha usato l’arma in quanto unica condotta possibile.

    Ma non è tutto, affinché venga riconosciuta la legittima difesa in ipotesi di omicidio dalla Corte d’Assise (organo competente a giudicare tale reato), è necessario altresì che l’aggressore persista nella propria condotta (tecnicamente, non vi sia desistenza) e che vi sia un pericolo di aggressione per  l’aggredito. Se per la desistenza non vi sono problemi interpretativi, sul pericolo di aggressione, è bene fare una precisazione. Il pericolo di aggressione deve essere identificato in una probabilità che vi sia un evento lesivo, quale evento morte ovvero lesioni nei confronti dell’aggredito. L’aggredito pertanto deve valutare se vi sia un pericolo per la propria incolumità (pericolo imminente) e a quella dei suoi familiari.

    Giustizia

    Orbene, il ladro, introdotto nell’esercizio commerciale o in casa, avrebbe con ogni probabilità, con rilevante possibilità, aggredito beni quali incolumità fisica e la vita dell’aggredito e dei suoi familiari? Ed è su questo elemento che si gioca la partita nelle aule di giustizia.

    Perché non è sufficiente la mera convinzione dell’aggredito di trovarsi in una situazione di pericolo, ma è necessario che vi siano degli elementi oggettivi e concreti che lo hanno portato a ritenere con rilevante possibilità che ci sarebbe stata un aggressione all’incolumità fisica. Ad esempio, il numero dei ladri o le armi in loro possessoNoi avvocati, nel difendere i nostri clienti abbiamo sempre il paracadute dell’eccesso colposo nella causa di giustificazione ex art 55 c.p., che in buona sostanza trasforma l’omicidio volontario in omicidio colposo, con la conseguente e consistente diminuzione di pena.

    Ma qui la questione è un’altra: capire se scriminare la condotta dell’aggredito per la sussistenza della legittima difesa, che verrà riconosciuta solo se vi sono tutti i requisiti prima elencati. Non è dato sapere se vi saranno nuove modifiche legislative alla legittima difesa, tali da ampliare le maglie dell’art 52 c.p., anche in seguito all’incontro del 25 aprile scorso promosso dalla Lega nord a Verona, al quale ha partecipato anche l’assessore allo sviluppo economico della giunta Toti, Edoardo Rixi.

    Sara Garaventa

  • Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    Fegino, la lettera aperta dei cittadini ad un anno dal disastro. La debolezza della Politica e la misura del rischio

    iplom-petrolio-inquinamentoIl 17 aprile 2016, esattamente un anno fa, una delle tubature dell’oleodotto Iplom che collega i depositi di Fegino con la raffineria di Busalla si rompeva, sversando centinaia di migliaia di litri di greggio nei rio Pianego. Un disastro ambientale che ha “travolto” gli abitanti della delegazione della Val Polcevera, che da decenni convivo con il “rischio” di un incidente “rilevante”: un rischio divenuto realtà.

    Il primo anniversario cade nel giorno di Pasquetta, ricorrenza festosa, durante la quale, per tradizione, la comunità popolare si riversa su prati e colline, per godere del sole primaverile e della natura. Una coincidenza che impone una riflessione su quanto è stato fatto per arginare il disastro di Fegino, e quanto si sta facendo per evitarne di nuovi.

    Bonifica

    Era Superba sta documentando la lenta opera di bonifica ambientale, ad oggi ancora al palo. Come abbiamo visto, infatti, dopo una prima fase emergenziale sono state eseguite delle perizie per quantificare il danno e misurare le necessità dell’intervento; il famoso Piano di Caratterizzazione. La prima versione di questo documento, presentata ad agosto, però non ha chiarito alcuni aspetti, per cui l’amministrazione comunale ha richiesto delle integrazioni. Qui è nata una querelle squisitamente burocratica che ha visto rimbalzare la palla tra Genova e Roma, per determinare chi avesse l’ultima parola sulla questione. Dopo nove mesi è stato stabilito che la regia dei lavori doveva rimanere a Genova, è solo a marzo Comune, Regione e Arpal si sono riuniti per “deliberare” ulteriori prescrizioni da consegnare all’azienda, per avviare la bonifica. Il tutto, ovviamente, stando nei termini di legge. Dodici mesi, però, in cui centinaia di persone sono rimaste esposte alle esalazioni chimiche, solo perché lì vivono e lì lavorano. Veramente la politica non poteva fare, o pretendere, di più?

    La misura del rischio

    fegino.iplom3Nelle ore successive al disastro Era Superba ha denunciato l’irregolarità dei Piani di Emergenza Esterna degli impianti industriali a rischio di incidente rilevante situati nell’area metropolitana genovese. Tra questi ricade anche il deposito di Fegino. In questi giorni la Prefettura è al lavoro per la redazione dei nuovi documenti, non senza qualche difficoltà. La normativa, però, esclude le tubature degli oleodotti da questa procedura, non vincolando queste invasive infrastrutture ad un protocollo di intervento emergenziale rafforzato. Il 14 marzo scorso il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità una impegnativa che da mandato alla amministrazione di “lavorare” affinché questa lacuna venga colmata. Una determinazione che rischia di rimanere lettera morta: la Prefettura, infatti, nel presentare la prima bozza del PEE dell’impianto di Fegino, pare non abbia tenuto conto di questa richiesta, attenendosi scrupolosamente alle prescrizioni di legge. Oggi, quindi, i territori attraversati da oleodotti sono esposti al medesimo rischio di un anno fa. Siamo sicuri che non si può fare di più? Le Istituzioni davvero non possono agire in maniera migliorativa rispetto alle leggi?

    Rabbia degna

    In tutto questo, nel mezzo di questo mare di codici e cavilli, ci stanno le persone, la cui tutela dovrebbe essere uno degli scopi ultimi di normative, politica e istituzioni. Nel caso di Fegino, i cittadini si sono organizzati, e dopo un anno di “battaglie” continuano a monitorare e ad aggiornare la loro mobilitazione e le loro iniziative, anche legali. Nella loro lettera aperta, scritta in occasione del “primo” anniversario del disastro e che pubblichiamo integralmente, oltre alla rabbia per una emergenza che sembra non finire, si legge la speranza che qualcosa possa ancora cambiare: chi ha orecchie per intendere…

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    TRISTE ANNIVERSARIO 17 APRILE 2016 – 17 APRILE 2017

    Lo avevamo definito “Atto finale” quello che intorno alle 19.30 del 17 aprile 2016 ha riversato nel rio Pianego, rio Fegino, torrente Polcevera e infine in mare , oltre 600 mila litri di petrolio fuoriuscito a seguito della rottura della tubatura di IPLOM spa che, dal Porto Petroli di Multedo , trasporta il greggio verso la raffineria di Busalla .

    Il 17 aprile 2016 , per ironia della sorte , era il giorno del referendum sulle trivelle , andato vano per il mancato raggiungimento del quorum , una scelta che avrebbe potuto determinare la volontà dei cittadini ad iniziare un percorso di cambiamento verso fonti energetiche alternative e meno inquinanti.

    Così non è stato per molte ragioni, la più importante e decisiva la scelta del governo di non accorpare il referendum alla tornata delle elezioni.

    A Fegino ci siamo ritrovati in un incubo, una marea nera scorreva nei rivi ed ha segnato nel profondo anche le nostre vite.

    Come cittadini ci siamo visti catapultare in un mondo di burocrazia, interessi economici contrapposti ma comunque opposti al nostro diritto alla salute e sicurezza, difficoltà ad avere momenti di vera partecipazione, in cui le nostre richieste venissero ascoltate ed accolte .

    Per mesi a contatto con le esalazioni degli idrocarburi, che vediamo riaffiorare ad ogni pioggia, con la preoccupazione per i danni che, nel tempo, potremmo dover contare per essere stati esposti a tali esalazioni.

    E, dopo un anno, manifestazioni, presidi, commissioni, interrogazioni, mozioni, tavoli tecnici, un tentativo di allontanare dal controllo dell’amministrazione locale la regia delle operazioni di bonifica sperando magari di non doverla fare , la bonifica non è ancora iniziata .

    E’ stata aperta la conferenza dei servizi, della quale per altro non abbiamo ancora avuto relazioni ed i tempi continuano ad allungarsi e aumenta la preoccupazione.

    Avremmo pensato che quanto accaduto, potesse essere motivo di riflessione sulla normativa a livello nazionale che, evidentemente, ha ancora notevoli lacune perchè possa essere efficace per la tutela della salute e della sicurezza delle persone .

    Avremmo pensato che le persone dovessero venire prima dell’appellarsi al rispetto delle normative e ai limiti di legge, prima di numeri e tabelle, perché nessuno dovrebbe essere costretto a subire percentuali di rischio per la propria salute, sicurezza, per la tutela del territorio, a vantaggio del profitto di pochi.

    Noi però continueremo a lottare, nonostante la stanchezza, nonostante i tentativi di dipingerci allarmisti, autosuggestionabili e forse anche un po’ fastidiosi, perché il faro che ci guida è la volontà di far rispettare i nostri diritti di persone che amano e vivono il proprio quartiere e che, qui, vogliono continuare a vivere, in salute , in sicurezza e nel rispetto di ambiente e territorio.

    Comitato spontaneo cittadini Borzoli e Fegino.

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    Nicola Giordanella

  • Fegino, bozza del nuovo PEE elaborato su rapporto di sicurezza non aggiornato. Esplode la rabbia dei cittadini

    Fegino, bozza del nuovo PEE elaborato su rapporto di sicurezza non aggiornato. Esplode la rabbia dei cittadini

    fegino.iplom2Durante l’assemblea pubblica di consultazione della popolazione riguardo la stesura dei Piani di Emergenza Esterna esplode la protesta dei cittadini di Fegino. A seguito della presentazione dei risultati dell’analisi di rischio, infatti, è emerso che le analisi fin qui effettuate per tratteggiare la bozza di PEE presentato alla popolazione si sono basate sul rapporto di rischio redatto nel 2010, quindi non aggiornato, scaduto dal 2015.

    Questo documento è la relazione che l’azienda o il gestore dell’impianto a rischio di incidente rilevante deve presentare, secondo la legge, alle autorità competenti, e deve essere aggiornato ogni volta vengano apportante modifiche all’impianto stesso, e comunque al massimo ogni cinque anni. Per quanto riguarda l’impianto Iplom di Fegino, stando a quanto riportato dai cittadini presenti all’assemblea, l’ultimo rapporto di sicurezza è stato redatto nel 2010, oggi quindi scaduto. La cosa non è stata smentita dai tecnici del tavolo di lavoro, coordinato da Prefettura, che sta lavorando sulle bozze dei PEE. A giustificazione di ciò la mancanza di cambiamenti della struttura. Le perplessità, però nascono dal fatto che rispetto al vecchio PEE, la bozza del nuovo sembra aver “diminuito” i rischi. A parità, quindi, di impianto, i pericoli sembrerebbero diminuiti.

    La cosa, ovviamente, ha generato forte critiche: nella documentazione presentata, per esempio, solo per un deposito dei 12 presenti è stata considerata l’eventualità di danni esterni, mentre nel precedente PEE erano presi in considerazione tutti. Inoltre tra le ipotesi di incidente, non sono state considerate le esplosioni e la diffusione di fumi e gas derivanti da combustione. Le motivazioni di queste scelte di metodo sono state motivate dai responsabili dello studio in base ai dati ricavati dalle specifiche degli impianti e dalle perizie effettuate in loco, oltre che dai calcoli di rischio ricavati dalla letteratura tecnica sul tema.

    La risposta però non ha “soddisfatto” le domande dei cittadini: tante, infatti, sono le persone che abitano a pochissimi metri dall’impianto; circa 288 persone entro i 150 metri, e 446 entro i 250 metri. Vicinissima è anche una scuola, come vicino sono anche il tracciato della ferrovia, strade e altri impianti industriali di varie dimensioni.

    Tante le domande: «L’impianto è sicuro?», «è stato considerato l’effetto domino con altre insediamenti industriali della zona?», «è stato considerato un eventuale attacco terroristico?», «quanto il personale è preparato?», «chiuderci in casa basta in caso di incendi?», «Le nostre case reggerebbero? Chi, eventualmente, ce le mette in sicurezza?», e molte altre sulla qualità dell’aria, la sicurezza della scuola, e ovviamente sulla questione oleodotto, il cui tracciato è secretato per questioni di sicurezza strategica.

    Inoltre, pare che non siano state recepite le richieste di Comune di Genova, che nei giorni scorsi si era impegnato, su scelta del Consiglio Comunale, a predisporre un sistema di allarmi esterni, cosa non prevista nella bozza del nuovo Piano di emergenza.

    Insomma, l’impressione a caldo è che il lavoro fatto fino ad oggi per la bozza del nuovo PEE non sia sufficiente per garantire la totale sicurezza della vita e la salute degli abitanti. «Il rischio zero non esiste» è la risposta che arriva dal tavolo della Prefettura; ed è proprio questo forse il punto cardine della questione: è tollerabile che centinaia di cittadini vivano nel rischio? Un impianto del genere è compatibile con il tessuto urbano? Nel frattempo il lavoro da fare è ancora molto, senza dubbio.

    Nicola Giordanella

  • Piani di Emergenza Esterna, Comune in pressing per comprendere oleodotti. Piano per predisporre allarmi esterni

    Piani di Emergenza Esterna, Comune in pressing per comprendere oleodotti. Piano per predisporre allarmi esterni

    fegino.iplom2Un Piano di Emergenza per gli oleodotti che attraversano il territorio comunale, e predisporre un sistema di allarme per avvertire la popolazione in caso di incidenti industriali con possibili ricadute sull’esterno. Questo è l’impegno che Comune di Genova ha preso, votando la mozione presentata da Antonio Bruno e Gian Piero Pastorino, di Federazione della Sinistra.

    Inchiesta: i Piani di Emergenza Esterna scaduti

    Il documento, votato all’unanimità dal Consiglio comunale, risponde a quelle che sono le principali esigenze di sicurezza emerse dopo l’incidente di Fegino dell’aprile scorso, quando la rottura di una tubazione dell’oleodotto Iplom riverso migliaia di litri di greggio nel Polcevera. Stando al testo, il Comune di Genova dovrà attivarsi affinchè sia emesso un Piano di Emergenza per gli oleodotti, soprattutto nelle zone vicine agli abitati. Ma non solo: il testo prevede che venga predisposto un piano per “far conoscere alla popolazione gli allarmi esterni”.

    L’impianto di Fegino, come evidenziato dai documenti resi pubblici dalla Prefettura, è circondato da case, pre-esistenti all’impianto stesso: molte case sono all’interno della cosiddetta “zona rossa”, cioè quella area potenzialmente ad alto rischio in caso di incidente. La mozione approvata oggi vincola l’amministrazione comunale ad effettuare controlli per verificare le condizioni di sicurezza all’interno di queste abitazioni.

    Il documento arriva mentre Prefettura, enti locali e organi di sicurezza sono al lavoro per predisporre i Piani di Emergenza Esterna aggiornati, colmando quindi una grossa lacuna della sicurezza cittadina.

    Nicola Giordanella

  • Cinghiali, protocollo tra Comune di Genova e Regione Liguria. Assessore Porcile: «Chiarite le rispettive competenze»

    Cinghiali, protocollo tra Comune di Genova e Regione Liguria. Assessore Porcile: «Chiarite le rispettive competenze»

    cinghialiContenimento e controllo della presenza di ungulati nelle aree urbane. È questo l’obiettivo del Protocollo che verrà firmato da Comune di Genova e Regione Liguria per adottare misure adeguate ad affrontare la diffusione di cinghiali in zone ad alta intensità abitativa. La Giunta comunale ha approvato nella seduta di ieri lo schema del documento di intesa, su proposta dell’assessore all’Ambiente Italo Porcile, di concerto con l’assessora alla Legalità e Diritti Elena Fiorini e dell’assessore ai Lavori pubblici e Manutenzioni Giovanni Crivello.

    Le azioni previste dal Protocollo sono molte e articolate. Si va da misure di prevenzione, quali la realizzazione di recinzioni metalliche o elettriche, al monitoraggio sistematico della gestione dei rifiuti soprattutto nelle aree in prossimità di zone boschive, fino a interventi per allontanare gli animali da zone ad alta densità abitativa.

    Il documento impegna la Regione – cui compete la gestione della fauna selvatica – a programmare, coordinare e curare l’organizzazione degli interventi di contenimento e rimozione. Compito della Regione – si legge nello schema di Protocollo – è anche assicurare consulenza e assistenza tecnica al Comune per l’impiego degli strumenti di prevenzione, quali appunto recinzioni, gabbie e dissuasori. Verrà istituito inoltre un apposito numero telefonico regionale che raccoglierà tutte le segnalazioni relative alla presenza di cinghiali negli ambiti urbani.

    Tra gli impegni del Comune c’è la realizzazione delle misure di prevenzione, d’intesa con gli agenti incaricati dalla Regione, nei punti critici dove si è riscontrato più frequentemente il passaggio dei cinghiali. Palazzo Tursi dovrà assicurare, attraverso Amiu, la rimozione dei rifiuti che rappresentano un facile richiamo per la presenza dei cinghiali. Sempre al Comune compete il compito di sanzionare tutti coloro che daranno cibo agli animali.

    Regione e Comune inoltre promuoveranno congiuntamente campagne periodiche di sensibilizzazione della cittadinanza relative sia al divieto di foraggiare i cinghiali sul territorio comunale, che alla necessità di provvedere alla pulizia delle aree incolte di proprietà privata nelle zone di confine tra bosco e territorio urbano.

    «Con l’istituzione della Città metropolitana – sottolinea l’assessore all’ambiente Italo Porcilela Regione ha avocato a sé la competenza per il controllo della fauna selvatica che prima veniva assicurato dalla ex Provincia e ha assorbito sette agenti specializzati della Polizia provinciale di Genova per svolgere tale compito. Il fenomeno della presenza di cinghiali in aree urbane ha assunto nel frattempo dimensioni preoccupanti e quella che doveva essere una normale attività di contenimento ha assunto veri e propri caratteri d’urgenza. La Regione si è sottratta negli ultimi mesi a compiti e attività che le competono. L’Amministrazione comunale ha fronteggiato la situazione evitando danni a persone e cose. Con questo protocollo si chiariscono finalmente i rispettivi ruoli».

  • Scolmatore Fereggiano, ad aprile lo scavo sotto ospedale San Martino. Crivello: «I lavori stanno seguendo la tabella di marcia»

    Scolmatore Fereggiano, ad aprile lo scavo sotto ospedale San Martino. Crivello: «I lavori stanno seguendo la tabella di marcia»

    scolmatore-fereggiano07Proseguono i lavori di scavo per lo Scolmatore del Fereggiano, parte importante per la messa in sicurezza del bacino del Bisagno; nei primi giorni di aprile il tunnel dovrebbe iniziare il suo passaggio sotto il complesso ospedaliero del San Martino. Data la delicatezza di questo passaggio, Comune di Genova ha predisposto controlli e verifiche rafforzate per le strutture interessate. Crivello: «Se non ci saranno intoppi, il lo Scolmatore sarà terminato a novembre 2018».

    Approfondimento: Scolmatore Fereggiano, i dettagli dell’opera

    L’amministrazione comunale fa sapere che, a partire da aprile, sono state programmate, giornalmente e per quattro mesi, una serie di attività di scavo mediante piccole cariche di esplosivo nel tunnel in corrispondenza dell’attuale fronte, sotto le aree del padiglione Specialità, Pronto soccorso e Monoblocco dell’Ospedale San Martino. I “brillamenti” saranno eseguiti nelle fasce orarie dalle 6 alle 8, dalle 12 alle 14 e dalle 20 alle 22, non dovrebbero interferire con le normali attività dell’ospedale: a questo scopo, nelle settimane scorse sono stati effettuati alcuni incontri tra i tecnici del Comune, dell’Ospedale e della ditta che esegue i lavori per definire in via preventiva sia le modalità di monitoraggio strumentale del livello di vibrazioni sia le modalità di informazione, generale e di preavviso specifico di effettuazione delle singole “volate”, del personale ospedaliero, delle persone ricoverate e di tutti i visitatori dell’Ospedale.

    Inoltre, nelle strutture coinvolte, è in programma l’installazione di particolari sensori per misurare e registrare eventuali vibrazioni del suolo. I referenti dei blocchi operatori verranno forniti di telefoni cellulari dedicati per ricevere in tempo reale informazioni sui “brillamenti”. Un accelerometro verrà posizionato per monitorare la condotta idrica situata in prossimità del Padiglione Specialità. Saranno effettuati sopralluoghi periodici da parte degli specialisti delle imprese coinvolte, guidati dai responsabili del settore tecnico del San Martino e del Comune di Genova. Inoltre, l’Unità operativa Ingegneria clinica dell’Istituto analizzerà l’impatto delle possibili vibrazioni sullo strumentario dei laboratori e sulle apparecchiature utili per eseguire Tac e risonanza magnetica.

    «Comune di Genova, anche attraverso il Municipio VIII Medio Levante, rimane a disposizione per ogni informazione e precisazione – ha sottolineato l’assessore ai Lavori Pubblici Giovanni Crivello In Corso Italia abbiamo istallato un grand info-poit, aggiornato in tempo reale, per garantire la massima comunicazione sui lavori di questa opera, e da mesi è attivo il sito web dedicato». I lavori, quindi, procedono senza intoppi: «Ovviamente dipende da che tipologia di roccia andremo ad incontrare continuando lo scavo – spiega l’assessore – ma entro novembre 2018 l’opera dovrebbe essere terminata».

  • Piani di emergenza esterna, incominciano le consultazioni popolari. Si parte con gli impianti del Municipio II – Centro Ovest

    Piani di emergenza esterna, incominciano le consultazioni popolari. Si parte con gli impianti del Municipio II – Centro Ovest

    silomar-pee-prefettura-portoTerminata la prima fase, con la quale è stata data evidenza pubblica delle tipologie dei vari impianti a rischio d’incidente rilevante, può incominciare il secondo passaggio previsto dalla legge per la revisione dei Piani di Emergenza Esterna, ovvero le consultazioni popolari. In questi incontri le autorità preposte alla sicurezza si confronteranno con la popolazione al fine di acquisire ulteriori elementi per la stesura dei piani. Un altro passo, quindi, verso l’aggiornamento dei PEE, che, come denunciato da Era Superba l’anno scorso, per quanto riguarda la provincia di Genova, sono tutti “scaduti”, obsoleti, in altre parole “fuori legge”. Oramai da più di un anno.

    L’inchiesta: I Piani di Emergenza scaduti

    La comunicazione arriva direttamente dalla Prefettura, ente responsabile della stesura (e dell’aggiornamento) dei piani: il primo incontro è previsto per mercoledì 8 marzo, alle ore 17, presso l’Auditorium del Centro Civico Buranello, a Sampiedarena. Oggetto dell’assemblea pubblica, cinque impianti, collocati nell’area portuale all’interno del municipio di riferimento: Eni S.p.A. Refining & Marketing and Chemicals, Esso Italiana, Silomar s.p.a., Aoc Antipollution Operative Centre s.r.l., Getoil s.r.l. Tutti questi impianti, per lo più di deposito, sono ubicati nell’area portuale tra la Lanterna e Sampierdarena, creando la più grande concentrazione industriale di questo genere del nord Italia. Nel cuore della città.

    Alla assemblea parteciperanno i responsabili di Prefettura, Regione Liguria, Comune di Genova, Forze dell’Ordine, Vigili del Fuoco, Arpal, Asl3, Servizio Emergenza Sanitaria, Capitaneria di Porto, Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale. Durante l’incontro verranno illustrati i dettagli tecnici degli impianti e delle normative a riguardo, per poi dare spazio agli interventi dei cittadini. Un’occasione per capire meglio la materia e discutere di un tema che riguarda tutti, cioè la sicurezza della città.

    Nelle prossime settimane saranno calendarizzati gli altri incontri relativi ai rimanenti impianti: dopo questa fase è prevista una prima stesura delle dei PEE, bozze che saranno poi esaminate dagli enti locali interessati e dal CTR (Comitato Tecnico Regionale) ed eventualmente modificate. Successivamente è prevista una nuova fase di consultazione della popolazione con relativa eventuale rielaborazione della bozza con enti locali, per arrivare, infine, all’ approvazione finale. I PEE, una volta “perfetti”, saranno resi pubblici. Nella speranza di non dover essere mai utilizzati.

     

     

  • Voltri, pronta la riqualificazione per l’ex Verrina e il trasloco Pam. Ecco tutti i dettagli del progetto

    Voltri, pronta la riqualificazione per l’ex Verrina e il trasloco Pam. Ecco tutti i dettagli del progetto

    verrina-voltriRiqualificazione dell’area industriale ex Verrina e contestuale trasferimento del supermercato Pam. Questa la “grande opera” che interesserà nei prossimi anni il quartiere di Voltri. Un intervento di cui si parla ormai da anni. Contestato prima, poi fermato dalla crisi economica nel 2011 e oggi riproposto in una nuova versione, più “verde” e più vicina alle istanze della cittadinanza, almeno a giudicare dall’accoglienza riservata al progetto, presentato ufficialmente dall’architetto Fabio Pontiggia lo scorso 6 febbraio, in occasione di una Commissione urbanistica del Municipio 7 Ponente. «Il nuovo progetto – spiega il presidente della commissione Matteo Fruliorispetta le indicazioni recepite dalla Pubblica amministrazione in occasione del percorso partecipato di qualche anno fa». Il riferimento è al processo di coinvolgimento dei cittadini che culminò, nel 2009, con una sorta di referendum che chiedeva di scegliere tra una costruzione “verticale” (una torre dell’altezza di 90 metri) e una “orizzontale”. Un processo che il presidente del Municipio Mauro Avvenente paragonò al debat publique di vincenziana memoria sulla gronda di Ponente, ma che vide diversi oppositori, scontenti da entrambe le soluzioni. Tra questi, Carlo Calcagno, storico volto dei comitati del ponente e attualmente consigliere municipale e assessore all’ambiente in quota Sel, che oggi accoglie positivamente la nuova versione del progetto: «Come comitati abbiamo sempre contestato l’altezza del grattacielo – spiega – che non ci sembrava opportuna in quel contesto urbano. Eravamo contrari anche alla “barriera”, cioè di fatto lo stesso grattacielo abbattuto ma con la stessa volumetria. Il nuovo progetto, con più verde e meno cemento, viene incontro alle esigenze di tutti». Gradita anche la cancellazione dei riferimenti all’asilo e alla residenza per anziani ipotizzati nella vecchia versione.

    I dettagli

    L’area ex Verrina affaccia sul lato “voltrese” del rettilineo che segna il confine tra Voltri e Prà si estende per una superficie di circa 19 mila metri quadrati. Di questi, circa 4.500 mq saranno dedicati a nuove residenze, e 5.400 mq alla parte commerciale, per un totale di 10 mila mq di costruito. Un calo considerevole rispetto alla vecchia versione del progetto, che ne prevedeva invece 16 mila. E se c’è chi storce il naso di fronte allo spazio maggiore che verrà concesso al supermercato Pam (che occuperà una superficie di 2.500 mq che arrivano a 4.075 se si considerano i magazzini), il vicesindaco e assessore all’urbanistica del Comune di Genova Stefano Bernini, invitato alla presentazione, rivendica la bontà del progetto, nato da un compromesso tra esigenze diverse: «Questo risultato – ha affermato – è frutto di un lavoro faticoso portato avanti con la proprietà, che voleva costruire il più possibile. Poteva essere migliore? Forse si, ma quando si amministra bisogna mediare tra proprietà che vogliono cemento e cittadini che vogliono verde. Credo che questo sia un accordo buono perché recupera spazi e razionalizza un’area un tempo produttiva ma che oggi non avrebbe le caratteristiche per esserlo».

    Nel nuovo progetto, sparisce la torre di 90 metri prevista in precedenza, per far spazio a un edificio di altezza non superiore a quella dei caseggiati della zona. Il piano terra ospiterà l’attività commerciale, mentre sopra di esso un piano sarà occupato dai parcheggi. Sul tetto, infine, previsto un giardino pubblico attrezzato, che occuperà 2/3 della copertura, completata da un impianto fotovoltaico. Questa la parte commerciale, che affaccerà direttamente sull’Aurelia, e avrà alle spalle gli edifici residenziali, in cui saranno inclusi anche 6 esercizi di vicinato non più grandi di 250 mq ciascuno. L’intera area sarà attraversata da una nuova strada pubblica che collegherà l’Aurelia a via Ventimiglia (un intervento, questo, pensato per decongestionare il traffico) e verrà separata dall’autostrada da un ulteriore zona verde che potrebbe essere dedicata a orti urbani, in linea con la sua tradizione agricola. Previsti anche nuovi parcheggi pubblici per un totale di 1.100 mq. Complessivamente, la zona sarà occupata al 60% da spazi pubblici e al 40% da privati.

    Nel corso della presentazione, Pontiggia ha posto grande importanza all’espansione del verde che, oltre a offrire nuovi spazi di socialità alla cittadinanza, consente di migliorare la permeabilità del terreno: «Oggi – ha infatti sottolineato l’architetto – la zona in questione è del tutto impermeabile, se si esclude la parte occupata dalle serre. Con la realizzazione del progetto, si raggiungerebbe un coefficiente di permeabilità del 70%». Un elemento da non sottovalutare in un’area che, ad ovest, è bagnata dal Rio San Giuliano, la cui messa in sicurezza è la conditio sine qua non per l’inizio dei lavori: «La regimazione delle acque – ha spiegato durante la presentazione il dirigente dell’urbanistica del Comune di Genova Ferdinando De Fornarinon solo rimarrà invariata, che è la condizione minima richiesta a ogni nuovo progetto, ma andrà a migliorare». Gli interventi sul rivo si completano con l’allargamento di alcune sue sezioni per garantire il massimo flusso possibile dell’acqua e l’inserimento di una fascia di verde nei 10 metri che lo circondano. Oltre alla messa in sicurezza del corso d’acqua la prima parte dei lavori prevede l’abbattimento dei volumi esistenti.

    Lo spostamento della Pam

    verrina-voltri-progetto-07-pamL’aspetto che più degli altri andrà a impattare sulla conformazione del quartiere è però lo spostamento della Pam dall’attuale posizione in via Don Giovanni Verità. La collocazione attuale del supermercato (la cui concessione per lo spazio scade nel 2020) è da sempre oggetto di riflessioni e polemiche, sia per gli intralci che porterebbe al traffico già critico del quartiere sia per il parcheggio auto, che va ad occupare parte della spiaggia, dove avvengono anche le operazioni di carico e scarico delle merci. Il suo trasferimento, inoltre, risponde a esigenze di carattere strategico nella progettazione del litorale: «Il nuovo Puc – ha spiegato Pontiggia – individua nell’area che va dal Leira fino al confine dell’area Verrina un distretto di trasformazione per interventi che riguardano l’affaccio a mare di Voltri. Il trasferimento della Pam è strategico per poter mettere mano a questo progetto. La presenza lì di un supermercato di quelle dimensioni di fatto è ostacolo a ogni ipotesi di trasformazione di quell’area».

    Alla prossima amministrazione spetterà decidere cosa sarà dell’area (di proprietà di Autorità Portuale) dopo il trasloco del supermercato. Quel che è certo è che, in virtù della convenzione urbanistica che verrà sottoscritta anche da Pam, gli spazi non potranno essere occupati da una nuova attività commerciale, ma solo da “servizi”. La parte in legno degli edifici (l’ex Costaguta) è tutelata dalla sovrintendenza in quanto “archeologia industriale”, mentre la parte più nuova (in lamiera) potrebbe anche essere abbattuta. Tra le ipotesi sul nuovo utilizzo, la realizzazione di un nuovo polo scolastico.

    I tempi lunghi per l’approvazione

    L’iter per l’approvazione del progetto comincerà il prossimo 22 febbraio, con il passaggio in Commissione consigliare a Tursi. Il Progetto Urbanistico Operativo (PUO) dovrà poi essere adottato contestualmente a una delibera del Consiglio Comunale, che dovrà poi approvare la modifica al piano urbanistico vigente. Il progetto dovrà poi essere trasmesso alla Regione Liguria, che svolgerà le verifiche di assoggettabilità. Solo a quel punto si saprà se il nuovo progetto comporta un aggiornamento o una variante al piano originario. Quella che sembra una formalità nasconde in realtà una differenza sostanziale: nel primo caso, infatti, i tempi sarebbero più ristretti rispetto al secondo. Completa l’iter l’ormai nota VAS, la Valutazione Ambientale Strategica, da parte del Ministero dell’Ambiente. «Prevediamo l’arrivo in Consiglio Comunale entro la fine di questo ciclo amministrativo – ha spiegato De Fornari – mentre la Regione ha 120 giorni di tempo per le verifiche di assoggettabilità, e la procedura di approvazione del PUO prevede altri 90 giorni».

    È un attimo perdersi nella selva di sigle ed enti che faranno tutte le valutazioni del caso, e se già è complicato indicare una scadenza precisa per l’approvazione del progetto, del tutto impossibile è immaginare la data di inizio dei lavori. Quel che è certo è che i tempi non saranno brevi. «Ammesso che vada tutto bene – ha azzardato De Fornari – il procedimento amministrativo per l’approvazione del progetto, che non significa il rilascio del titolo edilizio, potrebbe finire tra 7-8 mesi».

    Luca Lottero

  • Sestri e Borzoli, inaugurata la nuova viabilità tra autostrada e Chiaravagna. Entro 10 giorni al via lavori in via Giotto

    Sestri e Borzoli, inaugurata la nuova viabilità tra autostrada e Chiaravagna. Entro 10 giorni al via lavori in via Giotto

    tunnel-terzo-valico-sestri-borzoli-chiaravagnaAperta al traffico la nuova viabilità ChiaravagnaBorzoliErzelli, che da oggi collegherà il casello autostradale di Genova-Aeroporto e la val Chiaravagna. La strada, considerata opera accessoria ai lavori del Terzo Valico, si articola per quasi 2 chilometri, attraversando tre tunnel: la sua apertura permetterà di deviare il traffico pesante, alleggerendo la congestione dei quartieri di Sestri e Borzoli.

    Approfondimento: Borzoli e Fegino, due quartieri assediati dai camion

    Oggi l’inaugurazione ma al 31 marzo, dalle ore 22 alle ore 6, il traffico sarà interdetto per consentire alcuni lavori di rifinitura sugli impianti. Il costo dell’opera è stato di 53 milioni, è i lavori sono durati 40 mesi: particolari criticità sono stare riscontrare nella realizzazione del terzo tunnel, quello che da via Borzoli arriva al casello, perché si è dovuto scavare sopra le gallerie della Genova-Ventimiglia e sotto una zona fortemente urbanizzata. Stando a quanto comunicato da Comune di Genova, per far fronte a questa situazione sono state adottate soluzioni “ingegneristiche di eccellenza”, monitorando il tratto autostradale interessato in maniera costante.

    Entro dieci giorni da oggi, sarà quindi interdetto il “traffico pesante” (cioè dei mezzi con massa superiore alle 7,5 tonnellate) su tutta via Borzoli, in entrambi i versanti: in questo modo la viabilità di Sestri dovrebbe risultare decisamente alleggerita, e soprattutto le strade del quartiere potranno essere più sicure. Contestualmente partiranno anche i lavori in via Giotto, necessari per la sistemazione idrica del torrente Chiaravagna: sarà demolito il ponte che lo attraversa e quindi verrà predisposta una viabilità temporanea con la riapertura al traffico di via Manara in direzione ponente, e mentre via Giotto sarà regolata a doppio senso di marcia per permettere la salir in via Borzoli e la discesa da via Chiaravagna.

    tunnel-terzo-valico-sestri-borzoli-chiaravagna-inaugurazione«Un’opera molto attesa dalla popolazione – assicura Stefano Bernini, vicesindaco di Genovache permetterà di alleggerire il traffico, ridando vita alle attività del quartiere. Aver deviato i mezzi pesanti, inoltre, permetterà di partire con quei lavori di messa in sicurezza del Chiaravagna che sono fondamentali per tutta la zona». Sulla questione sicurezza torna l’assessore alla Viabilità Anna Maria Dagnino: «Grande cura è stata prestata all’allestimento del percorso pedonale lungo la rotatoria posta all’uscita della galleria di via Borzoli – conclude l’assessore – e il nuovo percorso avrà positive ricadute ambientali e di sicurezza stradale».