Gli anniversari delle tragedie sono cosa difficile. Da un lato presentano la necessità di presidiare il significato dell’evento, ricordandone le vittime e i danni, dall’altro offrono il rischio di disperderne la memoria stessa nel rincorrersi di fatti, opinioni, campane, strumentalizzazioni e banalità. Il crollo di Ponte Morandi, a cinque anni dai tragici fatti, racchiude oggi un valore e un significato ancora in evoluzione, nonostante la narrazione della ricostruzione abbia fatto di tutto per offuscarne il peso. Passato un lustro, oggi, è doveroso chiedersi se il viadotto caduto sulla testa dei genovesi, esigendo il tributo di sangue di 43 vite, abbia significato davvero un anno zero per la città di Genova e una svolta per lo Stato italiano.
Le premesse si complicano con l’inevitabile considerazione del contesto altrettanto dirompente dell’era post Covid. Passata la frenesia sanitaria, dell’emergenza sono rimasti i soldi, tantissimi, virtualmente in mano alle amministrazioni pubbliche ma vincolati a opere e interventi da farsi alla veloce. A scadenza rapida. L’Europa metterà in mano all’Italia una somma stimata in 122,6 miliardi di euro, di cui il 36% a fondo perduto, finanziato quindi con i contributi dei paesi membri, e il preponderante 64% a prestito, che pagheranno i contribuenti presenti e futuri. Il già pagato e il pagheranno. Anche la Liguria gode di questa pioggia di finanziamenti, con circa 7,2 miliardi di fondi, di cui almeno 4,9 per le infrastrutture. Praticamente tutte nuove opere spesso già almeno in parte progettate o comunque già interiorizzate dall’opinione pubblica. Una mole di denaro e una valanga di cantieri che di fatto hanno moltiplicato, in parte distorcendo, la quantificazione e la percezione di quel “risarcimento”, che, per quanto riguarda Genova, deriva dal susseguirsi di emergenze.
A Genova, a cinque anni dal crollo del Morandi, è rimasto un nuovo ponte, soldi e la promessa, anche qui, di nuove infrastrutture. Il 15 ottobre 2021 Autostrade per l’Italia ha sottoscritto l’accordo con il commissario e con il ministero per un rimborso alla città di 1,4 miliardi di euro, che si sono aggiunti ai circa 600 milioni versati dallo stato durante e dopo l’emergenza viaria. Il 7 aprile 2022 l’azienda è poi uscita definitivamente dai processi per il crollo e per i falsi report, grazie ai patteggiamenti accolti dai giudici a fronte del pagamenti di 30 milioni di euro. Oltre a ciò, su Genova e i genovesi aleggia un nuovo concetto, quasi un nuovo status, quello del ‘Modello Genova’, che un po’ inorgoglisce, un po’ assuefa e un po’ ipnotizza.
Zona rossa
[quote]Il nuovo ponte, che nell’aspetto risulta essere l’evoluzione del concept del giapponese Ushibuka, progettato dallo stesso Renzo Piano e completato nel 1995, oggi risulta essere l’infrastruttura autostradale genovese più moderna. Primato facile, con i viadotti più recenti risalenti al 1977.[/quote]
Certosa, dopo aver vissuto 51 anni sotto il Ponte e dopo esserne stata travolta, oggi è sorvolata dal viadotto Genova San Giorgio, costruito in due anni (meno 10 giorni) dal crollo. Il nuovo ponte, che nell’aspetto risulta essere l’evoluzione del concept del giapponese Ushibuka, progettato dallo stesso Renzo Piano e completato nel 1995, oggi risulta essere l’infrastruttura autostradale genovese più moderna. Primato facile, con i viadotti più recenti risalenti al 1977, anno del completamento della A26. E’ stato pagato interamente da Aspi, con 202 milioni di euro, soldi poi messi nel conto, e quindi stornati, che l’azienda ha concordato con il commissario-sindaco Bucci. Già pagati.
Sotto, appunto, i quartieri. Dopo due anni di macerie e cantieri, oggi c’è qualche palazzo in meno, tanti murales in più e il progetto-promessa di un grandissimo parco, il parco del Polcevera, il cui cerchio rosso, in acciaio, ancora una volta sorvolerà il quartiere. Recita la presentazione del progetto: “Il Cerchio Rosso sarà, prima di tutto, un dispositivo di relazione: un sistema ciclo-pedonale della lunghezza di 1570 metri, dell’ampiezza di 6 e del raggio di 250, e distribuzione di energia rinnovabile che si apre al quartiere in corrispondenza della nuova Stazione e con una Torre del Vento dell’altezza di 120 metri che ne conclude il percorso“. Neolingua a parte, (di cui abbiamo già ampiamente parlato qui) per i vivi, invece, resta l’allungamento della metro, che passerà sopraelevata tra le case, e la rifunzionalizzazione del parco ferroviario del Campasso. Parte di quest’area sarà occupata da impianti sportivi che saranno affiancati dai circa 40 treni merci al alta capacità che giornalmente usciranno dal porto per raggiungere il bivio del Terzo Valico.
Nodi e snodi
Con i soldi messi sul piatto da Autostrade saranno realizzate altre opere legate alla rete viaria genovese. Su tutto spicca il progetto del tunnel subportuale, opera vagheggiata da decenni e che oggi sembra essere veramente dietro l’angolo. Sono 700 i milioni stornati da Aspi nell’accordo necessari per la sua realizzazione, a cui si aggiungeranno almeno altri 200 ricavati infine dai pedaggi. L’idea è quella di creare l’alternativa alla strada sopraelevata, in un’ottica sostitutiva, anche se nei fatti l’eventuale demolizione della Aldo Moro non è compresa nel conto, anche se la realizzazione delle rampe sotterranee di collegamento al centro cittadino rendono le due opere incompatibili. Ma è soprattutto la realizzazione del Waterfront di Levante, che non è altro che il revamping del Blueprint ‘regalato’ da Renzo Piano nel 2016 alla Genova allora guidata dal sindaco Marco Doria a rendere necessario il tunnel: ricorderete la necessità di ‘atterrare’ il tracciato della sopraelevata da Cavour alla Foce per garantire la ‘riqualificazione’ dell’ex area fiera. In altre parole, per dare un valore immobiliare più robusto al progetto, quella specie di tangenziale che ogni giorno consente a Genova di sopravvivere a sé stessa deve sparire. E sparirà, sostituita da un tunnel il cui precipitato tecnico ha ancora diverse incognite sia strutturali, come il passaggio a pochi metri dal tracciato della metropolitana, e la gestione dei flussi viari.
Ci sono poi 100 milioni per il rifacimento del casello di Pegli, finalizzato a deviare il traffico, soprattutto pesante, dalla rete urbana di Multedo. Multedo che però potrebbe vedere prossimamente la realizzazione di un nuovo autoparco nell’area Fondega Sud, a pochi metri dal casello, con circa 200 posti per lo stazionamento di tir e mezzi pesanti in attesa di entrare in porto. Un progetto fortemente contestato dai residenti del quartiere che vedrebbero sfumare la possibilità di riappropriarsi un’area per decenni occupata dai depositi petroliferi di Eni.
Tra i finanziamenti messi sul piatto, anche 230 milioni per il Tunnel della Fontanabuona, vale a dire la bretella autostradale che nel suo intento collega la A12 all’omonima valle. Un progetto anche in questo caso in gestazione da decenni e che potrebbe sbloccare nuove aree da dedicare alla logistica ubicate nella verde vallata dietro il Tigullio. E che per il sindaco metropolitano Marco Bucci sarebbe il prologo, non si capisce in che termini dal punto di vista tecnico, della spettrale ‘Gronda di Levante’, l’idea monstre di costruire un passante autostradale di decine di chilometri che colleghi il Tigullio con l’A7, attraversando e devastando vallate fondamentali per l’approvvigionamento idrico della città.
Oltre a questi progetti, di soldi arrivati alla città a seguito del crollo, vanno ricordati i 30 milioni che il commissario per la ricostruzione, ancora ‘in carica’ tre anni dopo la ricostruzione, ha spostato per pagare lo spostamento dei depositi chimici da Multedo all’area portuale di fronte a Sampierdarena. Soldi pubblici per interessi privati, per un settore, quello petrolchimico, che a Genova occupa un centinaio di persone mal contate. E poi i circa 200 milioni che Autorità di Sistema portuale metterà per il ribaltamento a mare di Fincantieri, progetto che inizialmente era stato pensato per spostare da terra a mare gli impianti, ‘restituendo’ spazi urbani a Sestri Ponente, ma che negli anni si è ‘evoluto’ diventando di fatto un raddoppio delle aree industriali.
Ponti e gallerie che si sgretolano
[quote]… nel 2019 l’ispettore ministeriale Placido Migliorino, poi ‘promosso’ a provveditore dei lavori pubblici di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, aveva preventivato almeno dieci anni di cantieri, considerando che alcune opere, alcuni viadotti, sono stati trovati in condizioni talmente degradate che nei fatti potrebbe essere necessaria la definitiva demolizione e ricostruzione.[/quote]
Ma il lascito più ingombrante del crollo di Ponte Morandi è quello di aver ‘svelato’ la condizione drammatica di ponti e gallerie della nostra rete autostradale, in alcune tratte oramai quasi secolare. Il processo Morandi bis dedicato ai falsi report sullo stato di manutenzione dell’opere, oggi ancora in attesa delle prime udienze, ha portato alla luce l’abitudine consapevole di sottostimare il degrado fisiologico delle infrastrutture. Cosa che, crollato il velo, ha generato la corsa disperata alla messa in sicurezza, con decine di cantieri emergenziali che di fatto stanno obbligando i genovesi a infinite ore di code e disagi, strade horror dal punto di vista della sicurezza (pensate alle decine di scambi di carreggiata con traffico misti leggero e pesante diviso nelle due direzioni di marcia da pochi centimetri) e un non quantificabile danno economico diffuso per una regione divenuta praticamente irraggiungibile da lavoratori e aziende.
Per avere una rete autostradale degna di questo nome nel 2019 l’ispettore ministeriale Placido Migliorino, poi ‘promosso’ a provveditore dei lavori pubblici di Campania, Molise, Puglia e Basilicata, aveva preventivato almeno dieci anni di cantieri, considerando che alcune opere, alcuni viadotti, sono stati trovati in condizioni talmente degradate che nei fatti potrebbe essere necessaria la definitiva demolizione e ricostruzione. Di anni ne sono passati solo tre, siamo pronti per gli altri sette?
Compensazioni = nuove servitù
Questa lista un po’ sommaria è il conto di quello arrivato a Genova dopo il crollo. Per dovere di cronaca bisogna aggiungere i 64 milioni che Aspi ha stornato dal totale per lo sconto sui pedaggi in vigore in varie modalità dopo il crollo. Pedaggi che, in un accordo precedente a quello dell’ottobre del 2021, dovevano essere sospesi per dieci anni, ma che son tornati a pieno regime dal 1 gennaio 2022.
In altre parole, checché ne dica la retorica della ricostruzione e della rinascita, tutte le risorse arrivate in città a seguito del tragico crollo, non seguono una logica risarcitoria, ma un logica compensativa, con nuove opere concettualmente vecchie di decenni che di fatto saranno altre servitù per quartieri cittadini. La compensazione, a parte gli alberelli, i parchetti e luoghi dove piangere, è calcolata in base al tentativo di un nuovo sviluppo industriale e logistico che dovrebbe avere ricadute sul territorio in termini di un indotto non meglio quantificato. Ma di fatto sono ancora una volta soldi pubblici che oliano meccanismi e profitti privati. Una accelerazione con soldi freschi e sporchi di sangue di uno asservimento sempre più totalizzante della città ai grandi vettori economici cittadini, nazionali e internazionali.
A Genova – infine – è rimasto lo shock di essersi svegliata in un incubo di incuria e lassismo, dopo anni di devastazione e saccheggio. Il Morandi con il suo crollo, ha avuto l’unico merito di mostrarsi per quello che era, vale a dire come un arto devastato dalla cancrena in un corpo marcescente. Questa consapevolezza, parolone a parte, non è stata raccolta dalla classe dirigente cittadina che si sta spartendo la gigantesca torta dei ristori alimentando gli stessi meccanismi che negli ultimi decenni hanno portato a questi risultati. Mentre i genovesi, ipnotizzati dal dramma prima e dalla retorica della rinascita e della crescita meravigliosa dopo, restano ancora una volta sotto un ponte.
Nicola Giordanella





Dal punto di vista europeo, le lunghe concessioni ai balneari italiani impediscono ad aziende di altri Paesi europee di concorrere sul mercato dell’offerta di servizi sulle coste del nostro Paese, come sarebbe nello spirito del mercato comune europeo (che ovviamente prevede che le aziende italiane possano fare lo stesso negli altri Paesi europei). Chi contesta la Bolkestein dice che l’Italia ha più chilometri di costa utilizzabile per gli stabilimenti di ogni altro Paese europeo, e che crea posti di lavoro ed è formato da circa 30 mila aziende, spesso a gestione familiare.
La portacontainer Ever Given, della compagnia di trasporti marittimi taiwanese Evergreen Marine Corp., ha bloccato il canale di Suez dal 23 al 29 marzo. Sei giorni sono un tempo breve, ma in questo caso sono bastati per provocare danni ingenti. Innanzitutto, dal punto di vista economico. La rivista specializzata Lloyd’s List ha stimato che ogni giorno di blocco sia costato ai commerci marittimi 9,6 miliardi di dollari (8,18 miliardi di euro) e che il valore delle merci bloccate nelle più di 300 navi incolonnate nel canale 


Forse anche questi imprevisti hanno costretto al ridimensionamento degli annunci sui nuovi posti di lavoro, ad oggi ben meno trionfali di quelli iniziali. In un’intervista rilasciata sempre a Primocanale per i suoi 80 anni, l
La presenza di Amazon ha delle conseguenze anche molto dirette nei luoghi dove sceglie di far sorgere i suoi quartier generali. Il quartiere South Lake Union di Seattle, capitale dell’impero globale di Amazon, ha un rapporto stretto con l’azienda di Jeff Bezos, al punto da essere stato soprannominato Amazonia dai suoi stessi abitanti. «La città ha avuto una spinta senza precedenti dal punto di vista economico, con la creazione di 220mila nuovi posti di lavoro negli ultimi dieci anni – 
Doveva essere l’amministrazione dei cinque milioni per i municipi promessi tre anni fa,
I municipi attualmente retti dal centrosinistra sono i più netti nel denunciare la tendenza accentratrice della giunta Bucci, condotta, dicono, in totale contraddizione rispetto alle promesse di tre anni fa. Claudio Chiarotti, del municipio 7 Ponente, ne fa anche una questione di metodo: «Io sono per la più ampia forma di decentramento, ma se l’amministrazione comunale volesse riaccentrare alcune funzioni avrebbe tutto il diritto di farlo – chiarisce – se così fosse, però, dovrebbe farlo nella sede opportuna, che è il Consiglio comunale. Non si può andare avanti, com’è successo finora, con delibere di giunta o modifiche dei regolamenti imposte dall’alto». A differenza di Costa, che vede una continuità delle amministrazioni Bucci e Doria, Chiarotti vede un sostanziale cambiamento nei rapporti tra i diversi livelli amministrativi: «Il rapporto prima era più costante, pur tra le criticità e gli scontri – sottolinea – il tema è il rispetto del ruolo, anche politico, dei presidenti e dei consigli municipali, che non sono semplici parti dell’amministrazione. Come presidente, voglio partecipare alla discussione sul futuro della città, come municipi dobbiamo poter rendere chiari qual è la nostra visione ai cittadini. Se il Comune vuole tornare indietro è legittimo, ma lo faccia in modo chiaro. Spero che il consigliere Costa, nel suo nuovo ruolo, possa comprendere questa necessità».
Meno perentorie le posizioni dei presidenti di centrodestra che però non nascondono le criticità dell’assetto attuale: «Le funzioni dei municipi possono anche essere diluite – sostiene Carratù, del municipio del centro est – ma nel caso quelle che rimangono devono essere coerenti rispetto alle risorse economiche a disposizione. Come municipio abbiamo la responsabilità della manutenzione ordinaria su 17 istituti scolastici e sui musei, che in centro storico sono ovviamente molti. I 281 mila euro annuali per svolgere queste funzioni non sono sufficienti. O mi togli gli oneri o mi dai la possibilità di poterli mantenere». Un altro problema che Carratù elenca è quello dei servizi di anagrafe: «il direttore del municipio ha la responsabilità della gestione del personale – spiega – ma nei fatti ci manca il personale e non possiamo né assumere né fare trasferimenti, e la gente se la prende con noi perché la responsabilità è nostra».

La prima e più visibile conseguenza è che a Milano c’è sempre più gente, e a Genova ce n’è sempre meno. Naturalmente, non tutti i genovesi che emigrano vanno a Milano, e Milano non accoglie solo genovesi. I dati dell’istat (aggiornati a dicembre del 2018
Riferendosi alla crescita del capoluogo lombardo, il professore di economia urbana del politecnico Roberto Camagni, interpellato dal Guardian, dice che si aspettava “avrebbe raggiunto un picco” ma che invece “sta ancora andando avanti”. «Il problema – aggiunge – è che questo miracolo di Milano coinvolge solo il milione circa di persone che lo vive direttamente. La città si è liberata dell’hinterland industriale che ha fatto la sua fortuna nel ventesimo secolo. Alla fine questo genera un problema di dignità per gli altri posti».
Come ogni anno, Il Sole 24 Ore ha pubblicato
Siamo inoltre tra le province con il più alto livello di offerta culturale, con un ottimo 10° posto per densità culturale (372 spettacoli ogni 10 kmq) e per offerta di mostre ed esposizioni secondo la Siae e addirittura sesti per “indice di sportività” (dati Pts Clas).
Nel corso degli ultimi anni è stato un crescendo di giovani “emigrati” al di fuori dei confini liguri. Non più tardi del 2018, la ventottesima edizione del Dossier Statistico dell’Immigrazione – un rapporto presentato annualmente dal
A spostarsi a Milano sono per lo più laureati frustrati che – sperando di poter in qualche modo realizzare i propri sogni – scendono a compromessi col destino in maniera più graduale rispetto a chi subito prende e parte per l’estero. La frase che ci si sente ripetere più spesso da chi sceglie di trasferirsi è «Milano non è Genova, a Milano il lavoro lo trovi, c’è più richiesta»: ed effettivamente sì, le possibilità di trovare qualcosa di inerente i propri studi probabilmente sono più alte… Ma anche in questo caso – a seconda dell’ambito – buona parte di chi riesce si ritrova, poi, impelagato ulteriormente nel macchinoso “meccanismo degli stage”. Perché se tutti fanno lo stesso ragionamento – e questo è comprovato avvenga – il numero di candidati aumenta e, di conseguenza, il “gioco dello stage” va avanti in loop. Questo continuo ricambio di stagisti, insomma, allontana ancora di più la speranza del tanto agognato “posto fisso”: quale datore di lavoro – trovandosi davanti a un ricambio così alto di “manovalanza a basso costo” – può essere infatti interessato a prendere qualcuno dopo lo stage se sa che fuori dalla porta ha la fila di aspiranti tirocinanti pronti a farsi notare? Non importa quanto tu sia qualificato: la crisi c’è per tutti. E purtroppo fin troppo spesso sono i giovani – che, col passare del tempo, finiscono per non essere manco più tanto giovani – a farne le spese.
In questo scenario, però, forse per i laureati qualche possibilità in più c’è: entro e non oltre i 12 mesi dal conseguimento del titolo, infatti, l’Università e la Regione hanno previsto una serie di convenzioni per i novelli ex-studenti, che in questo modo possono attivare tirocini extracurricolari di massimo 6 mesi in aziende che – sul finire del periodo di stage – potrebbero forse concedere loro un vero contratto di lavoro. Esistono casi in cui questo succede, ma purtroppo sono ancora molto pochi rispetto al numero di richieste.
In vista dell’anniversario della tragedia di Ponte Morandi farò una riflessione che a molti suonerà provocatoria se non irrispettosa. Pace. Fermo restando il cordoglio sentito e necessario, penso sia importante richiamare l’attenzione anche su alcuni aspetti più scomodi che la realtà ci porta addosso, e che ci riguardano tutti.
Pensiamo al rumore, allo smog e alla bruttura che quel ponte ha imposto per decenni a decine di migliaia di persone residenti. Era necessario farlo così? Era impensabile costruire un tunnel di superficie molto più basso (come i ponti ferroviari vicini), dove possibile addirittura interrato, anche a costo di smontare un paio di palazzi? Sarebbe stato silenzioso, quasi invisibile, e col contenimento degli scarichi. Perché le cose brutte, se proprio necessarie, non le nascondiamo alla vita quotidiana di una città? Di questo progresso mi piacerebbe si parlasse.
Sabato 15 giugno 2019, a Genova, il sole è coperto da un leggero strato di nuvole, che risparmia dai raggi ma non dall’afa. Lungo la strada per il Pride mi rendo conto di indossare una molto poco colorata t-shirt total black, senza nemmeno un disegno; calandomi nella coloratissima marea umana, mi sento per un attimo inopportuno.
Anche Michele, che sfila con le famiglie arcobaleno insieme a suo marito, vede una società in grado di accettarli; ma non tutto è rosa e fiori: “la società civile non ci crea problemi, lo dimostra il fatto che in questo momento, insieme a noi, stanno sfilando insegnanti e genitori della scuola dei miei figli. Il problema si potrebbe, purtroppo, verificare nel momento in cui il genitore biologico diventi inabile o addirittura muoia: in quel caso i miei figli diventerebbero a tutti gli effetti orfani e il genitore non riconosciuto [dalla legge, n.d.r.] dovrebbe intraprendere una pratica di adozione in tribunale”. A stretto giro, anche circa il rapporto con la società mi arriva il primo pugno alla bocca dello stomaco della giornata; me lo dà, inconsciamente, Christian, col suo tono di voce pacato e gentile a dispetto di due braccia da boxeur che emergono da sotto la canotta nera: “sul rapporto con la società io onestamente ho schermato la mia persona e mi sento libero di potermi muovere tranquillamente, però comprendo che oggi in Italia e in Europa c’è bisogno del Pride e c’è bisogno di tanti Pride, perché purtroppo ci sono dei ragazzi, magari più giovani ma anche più grandi, che ancora vivono nell’anonimato, nell’ombra e hanno paura di mostrarsi così come sono. C’è stata un’evoluzione in positivo per fortuna, ho girato tanti Pride in Italia e in Europa, quello che sto notando qua a Genova è la presenza di tante persone eterosessuali, tanti bambini, tante persone che vogliono portare qua la loro approvazione e il fatto di non creare sdegno nei confronti di coppie diverse”. Nonostante lui mi abbia parlato più dei lati positivi della situazione, prendo commiato con l’amaro in bocca, pensando che, per poter essere semplicemente felice di essere se stesso, qualcuno si trovi di fronte a una società che lo obblighi a “schermarsi”. Un conto è parlare in termini generici e astratti di certe tematiche, un altro è incontrare le persone che vivono questi problemi sulla propria pelle, giorno dopo giorno.
Infine, arriva l’ora di andare. Mi stacco dalla folla mentre le grandi casse dei camion del corteo mi salutano con la loro musica da festa grande. Richiamo alla memoria i volti e i sorrisi di tutte quelle persone che hanno superato la naturale diffidenza di un registratore per parlare con me della loro voglia di lottare pacificamente perché tutti siano accettati.
Secondo un rapporto
Una volta diventato sindaco, però, lo stesso Bucci sembrava orientato a dare applicazione al piano ereditato dal predecessore. O almeno, così speravano le associazioni di consumatori come Adiconsum, che da tempo spingono per un aumento delle spiagge libere. Lo scorso aprile, però, l’amministrazione ha deciso che l’applicazione del Proud è rinviata a data da destinarsi. L’assessore all’urbanistica Simonetta Cenci ha giustificato il rinvio con la mareggiata dello scorso autunno, che ha travolto molta della costa ligure e costretto così l’amministrazione a modificare i progetti. Una giustificazione che non è bastata però a Stefano Salvetti, presidente ligure di Adiconsum: «La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mare – 
Genova è una città a forte rischio di declino commerciale. L’ha certificato
Durante la già citata “colazione con il Sindaco” insieme ai commercianti di San Benigno, Bucci l’ha detto chiaramente: l’avvento di Esselunga era stato annunciato sin dalla campagna elettorale che nel 2017 l’ha portato a Tursi. E del resto, proprio in campagna elettorale l’allora candidato del centrodestra sembrava, in un primo momento, molto favorevole alla grande distribuzione. In una prima versione del suo programma elettorale, infatti, annunciava il proprio impegno a rimuovere gli ostacoli posti dai regolamenti regionali alla diffusione di supermercati e altri grandi centri. Di più, Bucci, da candidato arrivava ad affermare che la Regione avesse “di fatto illegittimamente”
Sono argomenti che si sentono spesso, quando si parla degli svantaggi della grande distribuzione. Solo che poi, si scriva o meno nei programmi elettorali, in pochi sembrano trovare soluzioni alternative. Le amministrazioni locali hanno pochi soldi in cassa, e la tentazione di delegare la gestione di ampie aree ai privati con annessa la creazione di nuovi posti di lavoro è forte. Per l’Esselunga di San Benigno, per esempio, ci saranno circa 150 nuove assunzioni: «Si, ma quando si fanno questi calcoli bisognerebbe mettere nel conto anche i posti di lavoro persi a causa della chiusura delle attività circostanti – precisa Barbieri, che fa l’esempio del Bricoman aperto in Val Bisagno, che avrebbe messo in difficoltà molte attività della zona – senza contare la qualità dei posti di lavoro creati rispetto a quelli persi».



Sono passati circa sette mesi, ormai, dal “sine die” di Toti che rinviava l’entrata in vigore della legge regionale che regolava il gioco d’azzardo. La proposta era stata approvata nel 2012 e doveva entrare in vigore nel 2017, con cinque anni per lasciare il tempo alle società e alle sale da gioco di adeguarsi. L’ulteriore rinvio ha trascinato con sé polemiche e anche delle conseguenze non da poco. Infatti, oggi, il tema sulle dipendenze alcol e gioco d’azzardo torna a far discutere, specialmente a fronte delle statistiche.
L’emergenza alcol
Esistono delle azioni per contrastare la problematica? Al momento pare di no, almeno finché non verrà alla luce una legge vera e propria. Bruzzone ha riportato anche che “sono già state presentate interpellanze e mozioni, ma c’è sempre stata un’apatia istituzionale. Questo argomento -tra l’altro- è importante perché riguarda i giovani e le loro famiglie”.