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  • Droghe leggere e pesanti: quando la Cannabis non è reato

    Droghe leggere e pesanti: quando la Cannabis non è reato

    marijuana-dorghe-leggereLa materia delle sostanze stupefacenti è sempre stata oggetto di forte interesse da parte dell’opinione pubblica e materia di dibattito della politica: è di pochi giorni fa la notizia che il disegno di legge n. 3235, proposto da Roberto Giacchetti, PD, “Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”, sia stato “rispedito” al mittente. L’iniziativa parlamentare era stata presentata il 16 luglio 2016, poi passata all’esame dell’assemblea della Camera e infine in data 6 ottobre u.s. è stata rinviata dall’assemblea in Commissione  riunite II Giustizia e XII Affari Sociali, essendo stati presentati addirittura 1555 emendamenti. Questa tematica d’altronde è sempre stata oggetto di scontri parlamentari; sono infatti vivi nella mente di ognuno di noi le posizioni del partito radicale sulla liberalizzazione delle cd. droghe leggere che hanno poi portato nella primavera del 1993 gli elettori italiani a pronunciarsi sul referendum abrogativo proposto dal questo partito. Fallito questo tentativo – non era stato raggiunto il quorum – il legislatore è intervenuto sulla materia, introducendo numerose modifiche della disciplina regolatrice. Un importante cambiamento normativo è avvenuto nel 2006 con la legge Fini-Giovanardi – che ha modificato la legge precedente – cd. Iervolino-Vassalli, facendo venir meno, sotto il profilo sanzionatorio, la differenza tra droghe leggere e pesanti.

    Nello specifico, per tutte le condotte descritte dall’art. 73 Testo unico stupefacenti (T.U. 309/90), ad esempio la vendita, la cessione, la distribuzione, la detenzione di sostanza stupefacente, la norma prevedeva una pena della reclusione tra un minimo di 6 anni ad un massimo di 20 anni, oltre un’ingente pena pecuniaria, sia che si trattasse di cannabis o cocaina. Le piazze si sono riempite, i partiti schierati, e i giornali hanno riportato per mesi la notizia Il lungo dibattito sociologico e politico ha portato ad un secondo e rivoluzionario, cambiamento della materia, questa volta ad opera del massimo Giudice, la Corte Costituzionale che, con una storica sentenza, ha fatto rivivere la disciplina precedente al 2006, con la differenziazione tra droghe leggere e pesanti. Pertanto, chi frequenta le aule di giustizia si è trovato improvvisamente, con buona pace degli imputati, a difendere i propri clienti (a titolo esemplificativo per la detenzione di sostanza stupefacente di tipo cannabis), non più da una pena tra i 6 anni e i 20 anni, ma una pena ben più mite, compresa tra i 2 e i 6 anni. Una precisazione è d’obbligo. Nelle ipotesi in cui la qualità (da riferirsi al principio attivo della sostanza drogante) o la quantità di sostanza stupefacente sia di lieve quantità, la pena della reclusione è ricompresa tra i 6 mesi e i 4 anni.

    Senza entrare nel tecnicismo della materia, è chiaro che questo cambiamento abbia generato delle conseguenze, specialmente per tutti quei soggetti che, ormai condannati, furono sanzionati in maniera decisamente più severa. Inevitabili sono state diverse le richieste al Giudice dell’Esecuzione di “riapertura” dei procedimenti, al fine di ottenere un giudizio in base alla nuova pena, non più compresa tra 6 e 20 anni. Ad oggi, pertanto, secondo la disciplina vigente, la cannabis, o tutte le droghe ad essa equiparate, purché ricomprese tra le droghe cd. leggere (il T.U. fa rinvio a tabelle ministeriali che stabiliscono le differenze tra droga leggera o pesante) rientra nella fattispecie per cui sono previste le nuove pene.

    Quando il consumo di cannabis non è reato

    Un aspetto giuridicamente rilevante, oggetto anche di interesse dell’opinione pubblica, anche per le ovvie ricadute pratiche, è se esistano casi in cui il consumo di sostanza stupefacente non costituisca reato. La risposta è affermativa e si configura in due diverse tipologie di utilizzo, differenti tra loro: l’uso personale e l’uso di gruppo. Partiamo da questa ultima ipotesi, di creazione giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione, utilizzando un classico esempio di scuola. Un gruppo di amici decide il sabato sera, durante una festa, di fare uso di sostanze stupefacenti tipo marijuana, ma solo uno di questi si reca a comprare la sostanza stupefacente. Durante il trasferimento verso il luogo della festa viene fermato per un controllo e le autorità di polizia scoprono la detenzione di sostanza stupefacente, che, come detto, integra un ipotesi di reato (droga leggera ex art 73 comma 1 punita con la pena da 2 a 6 anni, ovvero da 6 mesi a 4 anni nelle ipotesi di lieve quantità).

    Sul punto la Corte di Cassazione nel 2013 si è pronunciata con una sentenza, che potremmo definire storica, con ha sancito che la condotta non è penalmente rilevante, ma diversamente integra l’illecito amministrativo sanzionato dall’art. 75, stesso D.P.R., sempre che vi siano alcuni condizioni, ed in particolare che: l’acquirente sia uno degli assuntori, che l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti del gruppo, che sia certa sin dall’inizio l’identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all’acquisto. Pertanto, ritornando all’esempio, è necessario che ci sia non solo un accordo precedente tra gli  amici in merito all’assunzione della marijuana, ma altresì sull’acquisto della sostanza drogante. Non solo. Tutti gli amici devono aver versato la loro somma di denaro volta all’acquisto della sostanza stupefacente. In caso contrario, l’amico che si è recato a comprare la droga sarà sottoposto a procedimento penale.

    Passiamo all’ultima ipotesi: l’uso personale. Anche in tale circostanza è esclusa la rilevanza penale in quanto non è considerato fattispecie di reato ma illecito amministrativo: la legge ammette questa possibilità (cfr. art 75 comma 1 bis ai fini dell’accertamento se l’uso sia da considerarsi esclusivamente personale). Attenzione però: a questa condotta seguono alcune sanzioni amministrative di rilevante impatto per il soggetto, quali la sospensione della patente di guida, la sospensione della licenza di porto d’armi ovvero del passaporto.

    Sara Garaventa

  • Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    EroinaDella realtà degli istituti di assistenza ai tossicodipendenti il cittadino comune conosce poco o niente. Eppure, sono centri di importanza primaria nel tessuto del nostro welfare, sia perché svolgono un ruolo di assistenza sociale fondamentale per una categoria di cittadini affetti da una patologia particolarmente grave, sia perché il loro buon funzionamento ha ripercussioni positive sul sistema economico della sanità: parlando in termini decisamente pragmatici, le comunità costano meno degli ospedali e, se funzionano, garantiscono cura e reinserimento sociale di un tossicodipendente, evitando ulteriori spese mediche e altri possibili “danni collaterali” come la deriva verso la delinquenza di chi è escluso dal circuito lavorativo.

    Recentemente, tuttavia, un professionista del settore quale Paolo Merello, direttore generale del Ceis (Centro di solidarietà) di Genova – onlus che da tempo lavora nel campo della cura delle tossicodipendenze – ha lanciato un allarme circa la situazione genovese. «Ci sono molti utenti ristretti in carcere privati della possibilità di accedere alle misure alternative come dispone la legge italiana» ha denunciato. Sarebbero, infatti, circa 400 i tossicodipendenti che non trovano posto nelle strutture di cura.

    La risorse della Regione

    Ogni anno, la Regione Liguria stanzia 12 milioni di euro per le dipendenze. Di questi, 5 milioni sono destinati alle strutture di Genova ma solo 3 milioni arrivano effettivamente alle comunità, mentre il resto finisce fuori provincia e fuori regione. Un’uscita motivata dal fatto che circa il 10-12% degli assistiti vengono curati fuori Genova o fuori Liguria ma restano comunque a carico del nostro sistema sanitario ed economico, che ha un costo medio di 80 euro al giorno per paziente, come ci spiega Giorgio Schiappacasse, medico specialista in psichiatria e direttore dei Sert della Asl 3 genovese. Due le ragioni principali di questa “delocalizzazione”: da un lato, mancano in Liguria alcune strutture specifiche, ad esempio una per nuclei madre-figlio e una per i minorenni, categorie che non possono essere inserite all’interno di un centro che accoglie anche uomini adulti; dall’altro, alcune terapie possono essere maggiormente efficaci per il tossicodipendente se viene allontanato dalla propria realtà cittadina, nella quale può subire il richiamo delle frequentazioni e dei luoghi che condividono con lui la maledizione della droga.

    Non proprio sulla stessa linea il Ceis. «Noi non vogliamo entrare nel merito delle scelte medicali – spiega Michele Serrano, responsabile delle relazioni esterne – se il medico ritiene che il paziente abbia necessità di essere allontanato dal suo territorio, per fruire meglio della cura, affidandolo ad esempio al Ceis di Sanremo invece che a quello di Genova, è un discorso che ha una logica e sul quale noi non solleviamo obiezioni. Ci domandiamo soltanto, come mai dai Sert di Sanremo, Savona, La Spezia, non viene nessuno a Genova. Come mai soltanto Genova manda al di fuori delle persone a fare il periodo in comunità terapeutica? E desidereremmo delle risposte, solo delle risposte. Non vogliamo imporre il nostro giudizio o la nostra opinione, vogliamo semplicemente che a una domanda che ha una sua logica ci venga risposto qualcosa che abbia delle motivazioni che siano logiche».

    Un problema di distribuzione

    eroina-drogaMa per Schiappacasse i dati genovesi sono assolutamente fisiologici, tanto che il problema, a suo dire, non risiederebbe nella mancanza di risorse spesso chiamata in causa in queste situazioni. «Il budget della Regione è sufficiente, anche se ovviamente per problematiche così gravi e diffuse non è mai abbastanza», spiega lo psichiatra. «È logico che poi, come non avremo possibilità di avere 50 pazienti psicologici ad esempio, così anche le comunità non possono pensare di avere 500 posti per tossicodipendenti: essendoci un budget c’è un limite. Però questo ci deve impegnare a lavorare meglio per tutti, a lavorare meglio su come prepariamo la persona alla comunità, il dopo comunità, su come può essere ottimizzato in tempi e qualità del lavoro» aggiunge riferendosi a tutta la rete di comunità che lottano contro le tossicodipendenze e a nuovi metodi a costo zero come i gruppi di autoaiuto. «In questi anni abbiamo incrementato l’utilizzo delle strutture genovesi. Basti pensare che 5 anni fa i Sert erano utilizzati, rispetto al budget complessivo, al 30-35% e adesso saranno al 65-70%» commenta Schiappacasse circa alcuni dubbi mossi nell’ambiente nei confronti della gestione del Sert.

    Più che nell’entità delle risorse, dunque, il problema potrebbe essere individuato nella loro distribuzione: «La ASL 3 copre da Camogli fino a Cogoleto – ricorda il direttore – quindi tutta la Città metropolitana; siamo sui 780.000 abitanti. In Liguria ci sono cinque Asl (La Spezia, Chiavari, Savona, Imperia e Genova) e la quota del budget dovrebbe essere proporzionata al numero di abitanti. Se in regione siamo 1,5 milioni e la ASL 3 ha 780.000 individui come bacino di utenza, forse non ci arriva quello che dovrebbe in proporzione».

    Su questo punto concorda anche Serrano: «Perché – si chiede – Genova che ha molti più assistiti in carico al Sert, agli istituti detentivi, eccetera eccetera, ha una fetta così esigua rispetto a qualsiasi altra realtà regionale?». Una domanda che, al momento, resta inevasa.


    Alessandro Magrassi

  • Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    Sert, allarme accorpamenti solo temporaneo. Asl: “Entro un anno tornano presidi Sampierdarena e Valbisagno”

    sanita-lavoratori-mediciDopo l’accorpamento del Sert (servizio per le tossicodipendenze) in Valbisagno con quello di Quarto, anche la struttura di Sampierdarena è stata chiusa, spostando i servizi nei locali di Rivarolo. Ma dopo l’allarme lanciato dai sindacati, Asl3 rassicura che entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata.

    La notizia risale a qualche giorno fa: lo stabile che ospitava il Sert di Sampiedarena, già da anni in condizioni precarie, è divenuto inagibile, rendendo impossibile il proseguimento delle attività al suo interno. La struttura è di proprietà di Autorità Portuale, che dovrebbe restaurarla; al momento, però, questo intervento non è ancora stato programmato. Di conseguenza, l’Asl è stata costretta a spostare i suoi uffici territoriali, che al momento sono stati ricollocati nei locali dell’ospedale Celesia.

    Questo accorpamento però si aggiunge ad un’altra situazione critica: dal 2014, causa alluvione, il Sert Valbisagno di corso De Stefanis è stato spostato e temporaneamente unito con quello di Quarto. Tutti gli uffici, quindi, sono rimasti attivi; sono stati “solamente” spostati, cosa che comunque potrebbe rappresentare un problema per quanto riguarda l’utenza. In un percorso già difficile come quello della lotta contro la dipendenza, un elemento di ulteriore difficoltà, in questo caso, “geografica”, potrebbe inficiare il delicato lavoro di recupero. Non bisogna dimenticare, inoltre, l’importanza del presidio territoriale di strutture del genere, che ospitano decine di gruppi di auto-aiuto e sono al centro di reti formative che lavorano sulla prevenzione diffusa.

    A questa notizia si sono mossi anche i sindacati di categoria, pronti ad intervenire perché questa criticità si innesta sulla mancanza cronica di risorse: «Il disagio sociale si allarga, ma il personale non è più sufficiente a soccorrere l’emergenza crescente – ha spiegato Mario Iannuzzi, Fials le scuole ci chiamano per fare attività di prevenzione, ma non possiamo più andare».

    «Questa amministrazione (al cui vertice risiede il commissario straordinario di Asl3, Luciano Grasso, ndr) conosce l’importanza dei Sert – commenta ad “Era Superba” Giorgio Schiappacasse, direttore dei Sert di Asl3e vuole assolutamente investire il più possibile in questo settore. Il discorso degli accorpamenti è, infatti, solo momentaneo: siamo in un’emergenza logistica che non dipende dall’azienda sanitaria, ma stiamo già lavorando per assicurare entro un anno il ripristino delle unità territoriali».
    Dal punto di vista dei servizi, Asl rassicura che il momentaneo accorpamento delle strutture non sta creando problematiche sostanziali: «Non esistono particolarità e diversità territoriali così marcate – sostiene Schiappacasse – le dipendenze sono presenti, purtroppo, in maniera omogenea su tutto il territorio cittadino, cosa che la dice lunga sulla riflessione che deve essere fatta sull’argomento».

    La questione del Sert di corso De Stefanis si è complicata per via di una causa legale in corso, ma, secondo Asl, dovrebbe risolversi a breve. L’azienda, inoltre, ha assicurato che sono già al vaglio ipotesi alternative, sia per la Valbisagno che per Sampierdarena. Proprio per quest’ultima, Schiappacasse sottolinea che si sta lavorando per arrivare allo storico scorporo dei servizi distrettuali: da sempre, infatti, i Sert di Medio-Ponente e Val Polcevera sono uniti in una sola unità logistica, ma in un prossimo futuro «arriveremo ad avere un Sert per ogni distretto».

    EroinaSul tema della carenza di personale e risorse sollevata dal sindacato, Schiappacasse risponde che «purtroppo è un problema diffuso su tutto il settore pubblico, e che quindi colpisce anche noi. Bisogna però ricordarsi che la qualità dei servizi è altrettanto importante, e su questo l’azienda da anni sta lavorando, facendosi carico della costruzione di una “rete” sul territorio finalizzata ad ottimizzare gli interventi, rendendoli più efficaci e duraturi». La lotta alle dipendenze, infatti, non si ferma agli uffici e agli ambulatori dei Sert, ma inizia e prosegue anche fuori: dalle scuole alla strada. «Passata l’emergenza Aids degli anni ottanta e novanta – sottolinea il direttore dei Sert – l’attenzione della società su certi problemi è calata sensibilmente, lasciando spazi ai messaggi ambigui della pubblicità e del consumismo. Oggi dobbiamo confrontarci con dipendenze emergenti, come la ludopatia e quelle legate all’abuso tecnologico, e con le vecchie dipendenze che stanno risalendo la china, come l’alcolismo e l’uso di sostanze stupefacenti di ogni tipo, come l’eroina, tornata di moda tra i giovani e i giovanissimi». A colpire, infatti, è la tendenza degli ultimi anni che vede l’età di approdo all’utilizzo di sostanze sempre più precoce: «È necessario fare rete – conclude Schiappacasse – lavorando sulla prevenzione diffusa, ma non solo: anche l’informazione sull’argomento deve essere efficace e indipendente». Asl3 vuole implementare questo fondamentale lavoro, e, se tutto va bene, entro un anno la presenza sul territorio sarà ripristinata e rafforzata. Nel frattempo, resta focale l’appello alla società civile a non sottovalutare il rischio di dipendenza: i problemi di oggi potrebbero essere le tragedie di domani.


    Nicola Giordanella

  • Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    Cannabis, Genova dice sì alla legalizzazione: approvata mozione in Consiglio comunale

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)Il Consiglio comunale dice sì alla legalizzazione della marijuana. E lo fa approvando a maggioranza assoluta una mozione presentata dalle sinistre della Sala Rossa (Lista Doria, Sel, Fds e il civatiano Gianpaolo Malatesta) che impegna sindaco e giunta ad attivare un percorso di legalizzazione dei derivati della cannabis contrastando il narcotraffico e favorendo iniziative di informazione e prevenzione sugli effetti nocivi dell’abuso di sostanze stupefacenti.

    Visibile la soddisfazione di Marianna Pederzolli – la più giovane in Sala Rossa e vero e proprio deus ex machina del documento – per l’esito di una votazione per nulla scontata. «Il dibattito sulle droghe – ha sostenuto la consigliera – va liberato dalle solite tensioni moralistiche e dialogiche: è giunto il momento che il confronto molto avanzato nella società civile trovi spazio anche nelle aule istituzionali. Ed è giusto farlo partendo proprio da Genova, ultima città ad aver ospitato una vera Conferenza governativa sulle droghe in Italia nel 2000 e capoluogo di una della prime Regioni ad aver approvato una legge sull’uso terapeutico di medicinali a base di cannabinoidi».

    Oggi, di fatto, la cannabis è già “libera” (ed è legale a tutti gli effetti per quanto riguarda l’uso terapeutico, qui l’approfondimento): l’uso è particolarmente diffuso ma circola in maniera sommersa, senza controlli di qualità. Ma se venisse tolto il fascino del proibito, probabilmente, oltre ad avere un maggiore controllo si riuscirebbe anche a ridurne il consumo, lavorando in maniera seria su politiche di informazione circa gli effetti dell’uso e abuso delle droghe leggere (qui l’approfondimento). «Quello che proponiamo – prosegue la consigliera di Lista Doria – non è nulla di rivoluzionario o eversivo: ci sono esperienze diffuse di legalizzazione in Europa e oltre Oceano. Da noi, invece, la discussione rimane ferma perché non fa breccia nei luoghi istituzionali».

    Qualcosa, in realtà, si sta muovendo anche a livello nazionale, attraverso incontri e condivisioni bipartisan ma soprattutto la nascita di un intergruppo parlamentare che lavorerà ad una proposta di legge per regolamentare l’uso della marijuana anche in Italia, con un nuovo impianto antiproibizionista come già tentato da alcuni disegni di legge che giacciono inascoltati in Camera e Senato. Un passo non più procrastinabile di fronte a dati che stimano un possibile ricavo di 5,5 miliardi di euro all’anno dalle imposte derivanti dalla vendita legale di marijuana. Senza considerare il fatturato annuo di circa 10 miliardi che deriva alle mafie dal traffico illecito delle sostanze stupefacenti, terza voce di guadagno per la criminalità organizzata.

    «Un’altra conseguenza delle norme proibizioniste con cui finora si è affrontato il tema in Italia – ha sostenuto Pederzolli – è stato il sovraffollamento delle carceri per cui il nostro Paese è stato più volte richiamato dalla Corte Europea di Strasburgo: al 31 dicembre 2013 erano 24,273 i detenuti per reati previsti dalla legge in materia di stupefacenti, circa la metà della popolazione carceraria totale, di cui il 40% implicato in reati connessi alle droghe leggere».

    È stato lo stesso sindaco ad esprimere il consenso della giunta al documento presentato dai consiglieri. «Nessuno mette in dubbio che le droghe leggere e pesanti facciano male – ha detto il primo cittadino – ma il punto è capire quali siano le norme, i comportamenti e le scelte per contrastare la diffusione di qualcosa che fa male. Il proibizionismo ha fallito e l’impianto normativo esistente (la famosa legge Fini-Giovanardi, ndr) è stato dichiarato incostituzionale, ha alimentato la crescita dell’illegalità e ha creato un dispendio di energie eccessivo e infruttuoso da parte delle forze dell’ordine. Un bilancio che rende evidente come la linea politica vada cambiata, senza naturalmente attenuare il nostro impegno nella lotta alla criminalità organizzata».

    Voti contrari sono arrivati solo da Rixi (Lega Nord), Balleari e Campora (Pdl). Da registrare qualche assenza più o meno strategica al momento del voto di alcuni consiglieri del Pd (Caratozzolo, Lodi, Vassallo e Veardo su tutti), dell’Udc e del Gruppo Misto. Astenuto solo Claudio Villa (Pd) mentre al raggiungimento dei 23 voti favorevoli hanno contribuito i sì compatti del M5S, di Enrico Musso e di Guido Grillo (Pdl).

    La mozione che, come spesso accade quando in Consiglio comunale vengono trattate tematiche a più ampio respiro, rischia di essere soprattutto una mossa politica ma lascia sostanzialmente il tempo che trova sul piano nazionale, contiene alcuni riflessi concreti per quanto riguarda il contesto genovese. Nel dispositivo, infatti, si prevede la costituzione a livello cittadino di una Consulta, sull’esempio di quella esistente dedicata al gioco d’azzardo, che elabori strategie di prevenzione, campagne di sensibilizzazione e informazione sull’uso problematico e abuso di sostanze stupefacenti.
    «Parallelamente al percorso di legalizzazione – commenta Pederzolli – è necessario promuovere investimenti volti all’educazione, rafforzando l’intervento delle agenzie educative, sociali e sanitarie rispetto ai fenomeni di consumo problematico e abuso, soprattutto nella popolazione giovanile, coinvolgendo gli operatori sociali che da anni sono impegnati sul territorio e raccogliendo l’eredità delle battaglie politiche, sociali e culturali portate avanti da don Andrea Gallo, dalla Comunità di San Benedetto e dal Sert».

    «Su questo il Comune può fare qualcosa – ammette il sindaco Doria – e, anzi, lo sta già facendo. La mozione ci esorta a essere più incisivi nell’informare i cittadini, gli studenti in particolare, sui rischi derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti attraverso percorsi di formazione che coinvolgano le scuole, il sistema sanitario, le agenzie educative. Questo è qualcosa che può essere fatto a prescindere dalla legislazione nazionale: troveremo i modi più corretti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    Cannabis terapeutica, incontro con malati e produttori genovesi: le immagini e le testimonianze

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (8)Il tema dell’uso terapeutico della cannabis è stato approfondito in più di un’occasione su queste pagine. Durante l’ultima puntata di #EraOnTheRoad, siamo tornati sulla questione pubblicando senza censura la testimonianza di malati e produttori con l’intento di comprendere se il diritto di curarsi con la cannabis, riconosciuto dalla legge italiana almeno in teoria, sia di fatto inibito a chi ne dovrebbe poter fruire.

    Nonostante la voglia di rivendicare apertamente ed a gran voce il diritto di ottenere per sé le migliori terapie disponibili, le persone intervistate devono celare la propria identità dietro a pseudonimi; infatti gli alti costi della cannabis importata legalmente a scopi medici dall’Olanda costringono spesso i malati a pratiche al limite della legalità, e a volte oltre, come l’autoproduzione.

    La testimonianza di Alberto, produce cannabis per combattere la malattia

    [quote]Se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare[/quote]

    «Ho 30 anni,  sono un lavoratore precario – racconta Alberto –  e tre anni fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla; grazie all’utilizzo della canapa sono riuscito a combattere in maniera efficace la mia malattia. Tre anni fa ero in sedia a rotelle, a causa degli spasmi muscolari che mi causavano forti tremiti alle gambe. Ai tempi, tra l’altro la legge regionale non era ancora stata approvata; mi sono attivato subito per capire se la marjuana avrebbe potuto aiutarmi, come avevo letto da più parti. Attraverso degli amici mi sono procurato uno spinello con relativa facilità, come  credo possa fare anche oggi chiunque ne abbia la necessità o solo la voglia. Già precedentemente alla diagnosi mi era capitato di fumare in maniera saltuaria, ma non immaginavo assolutamente quali potessero essere gli effetti della sostanza sulla patologia che adesso ho: nel giro di cinque minuti infatti la mia gamba aveva smesso del tutto di tremare, e non solo, anche i dolori muscolari erano molto migliorati. Nella mia condizione ti senti come se il muscolo lavorasse sempre, non riesci a rilassarlo, e ti sembra che  i tessuti si strappino da dentro: una sensazione simile a quella che prova chi ha un muscolo sotto sforzo da tanto tempo. Questo tipo di dolori ha cominciato a sparire, con l’uso della marjuana, sostanzialmente senza effetti collaterali, salvo una gran fame».

    Alberto mi parla poi delle note dolenti della situazione: infatti  ha seri problemi economici che non gli consentono di curarsi come dovrebbe: «Ho approfondito molto le mie ricerche sui benefici che questa pianta produce per decine di malattie, studiando gli effetti dei numerosi principi attivi presenti nella cannabis, fino ad arrivare alla conclusione che avrei tranquillamente potuto coltivarla da me. Per il farmaco Bedrocan importato dall’Olanda (si tratta di cime di una varietà di cannabis appositamente selezionata sulla base dell’alta concentrazione di principi attivi) bisogna spendere circa quattordici euro al grammo, con tempi d’attesa di almeno tre mesi, ammesso che tu riesca a trovare un medico preparato in materia e disposto ad effettuare la prescrizione».

    «Ottenere la prescrizione è stato difficile: in ospedale non sono riuscito a trovare un medico che mi prescrivesse il Bedrocan; venivo ignorato oppure mi si rispondeva di aspettare il Sativex che sarebbe uscito sul mercato a breve (si tratta di un prodotto sintetico, che dovrebbe essere utilizzato in sostituzione del Bedrocan, ndr). So che può sembrare assurdo, ma nessuno per ignoranza o per paura mi voleva prescrivere il farmaco che su di me aveva l’effetto migliore. Addirittura mi veniva somministrato un medicinale miorilassante che, oltre ad avere una scarsa efficacia, mi provocava incontinenza. Alla fine sono riuscito ad ottenere una prescrizione da un neurologo. Io ho una cosiddetta ricetta bianca, con la quale posso acquistare marjuana dalle farmacie completamente a mio carico, a fronte di una pensione di invalidità di duecentonovanta euro riconosciutami per la mia patologia. Tieni presente che consumo circa un grammo di cannabis al giorno, e quindi per me l’acquisto in farmacia è una soluzione impraticabile: non potevo, né posso tuttora, permettermelo. Ho anche provato dei preparati sostitutivi come lo spruzzino, che però per me, come per diverse altre persone con le quali ne ho parlato, si è rivelato poco efficace a combattere alcuni disturbi tra cui il dolore. Mi sono dunque chiesto come fare a procurarmi regolarmente la marijuana di cui necessito per stare meglio».

    La risposta– mi spiega Alberto- l’ho trovata quando ho scoperto che esistono delle aziende olandesi, inglesi, americane e spagnole che vendono semi di qualità e genetiche selezionate appositamente per alcune patologie. Allora ho acquistato per modica cifra questi semi, ed in breve ho ottenuto la mia prima piantina. Nel frattempo però mi rifornivo dal mercato clandestino, con tutti i problemi del caso, ed inoltre non ero tanto contento di regalare soldi alle mafie; poi anche il solo uscire di casa nelle mie precarie condizioni fisiche, per di più entrando a volte in contatto con certe realtà, non era proprio confortevole. Mi ritrovavo spesso per le mani cannabis di scarsa qualità, tagliata con sostanze dannose, come ho compreso soprattutto da quando ho consumato le inflorescenze coltivate ed essiccate da me: gli effetti benefici, rispetto a prima, erano ancora più sorprendenti. Ancora oggi vado avanti in questa maniera, perché è l’unica modo di non dare un mare di soldi a mani sbagliate, e di avere il meglio per me. Ormai poi ho anche individuato le diverse varietà che si associano meglio ai momenti ed ai disturbi di cui soffro, per cui in questo senso riesco completamente ad autogestirmi.

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (16)
    L’assunzione di cannabis a scopo terapeutico con il vaporizzatore

    Alberto mi spiega e mi fa vedere come consuma la sua medicina: «Il miglior modo di assunzione, che io sfrutto grazie ad un regalo che mi ha fatto un’amica, è quello della vaporizzazione della pianta: in questa maniera si assumono tutti i principi attivi del vegetale senza che si verifichi combustione, cosa che sprigionerebbe anche sostanze nocive. La vaporizzazione estrae dalla pianta tutti i principi attivi e gli oli essenziali che vengono quindi assunti per inalazione. Si tratta di una metodologia ottimale di consumo  per i non fumatori, anche se il vaporizzatore ha un costo piuttosto elevato; per questo alcune farmacie addirittura li affittano. Il problema ora è quello di uscire un po’ allo scoperto per reclamare il diritto alla cura, perché nel frattempo i malati continuano a rifornirsi sul mercato nero; chi sta male non può aspettare la marjuana legale italiana per  la quale saranno necessari anni. E poi, perché pagare caro qualcosa che quasi chiunque può prodursi da solo?».

    Chiedo a questo punto ad Alberto se non tema le possibili conseguenze legali che derivano dalla sua attività di autoproduzione, e questa è la risposta: «Ma guarda, visto che io non spaccio, penso che se facessero un’indagine sul mio conto non dovrei avere molti problemi. Poi, se l’alternativa è quella di andare dallo spacciatore, io mi sento più tranquillo così. Certamente però la legislazione non prevede la possibilità dell’autoproduzione, nemmeno per i malati, e credo che questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Mi sembra un’ ingiustizia costringere gente che prende 290 euro di pensione di invalidità al mese ad arricchire le case farmaceutiche quando potrebbe prodursi il suo farmaco autonomamente. Poi, quando uno ha certe patologie invalidanti, non può nemmeno più fare certi lavori, infatti non è raro che i malati si trovino in ristrettezze economiche: magari la tua vita era scaricare camion, e ti trovi da un giorno all’altro a non poter più lavorare».

    Chiedo dunque ad Alberto quali fossero i medicinali che in precedenza gli venivano somministrati: «Flebo da 1000 mg di cortisone, poi mi riempivano di oppiacei contro il dolore come il Toradol, per me assolutamente inefficace. Inoltre mi somministravano psicofarmaci per riuscire a farmi dormire: il cortisone è uno steroide e quindi ti agita, sudi, non è una bella sensazione. Con la cannabis, a parte il cortisone, ho eliminato tutto il resto, e non mi fiderei più ad usare Lexotan, Tavor o altri psicofarmaci: per me hanno effetti collaterali molto più pesanti della cannabis che mi produco con il solo ausilio della cacca di gallina. Molti malati vivono nella paura  perché si curano grazie ad una pianta, è assurdo. Il Bedrocan non è altro che erba, molto forte e passata sotto ai raggi gamma per garantire la non contaminazione di funghi o muffe. In Italia per gran parte del mondo scientifico questa materia è un tabù, legato anche a notevoli interessi economici».

    La testimonianza di Rosa: un calvario fra ospedali e farmacie

    [quote]Ero ricoverata al San Martino e sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere cannabis tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno che poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda[/quote]

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (2)Nel corso della nostra indagine, abbiamo incontrato Rosa, che ci ha raccontato la sua storia: «Ho cinquant’anni, e dall’età di un anno soffro di epilessia a seguito di un accesso di febbre, anche se i medici non sono mai riusciti esattamente ad identificarne la causa. Per gran parte della mia vita sono stata bombardata di medicinali, soprattutto benzodiazepine, con pesanti effetti collaterali come l’impossibilità di guidare, una costante sonnolenza ed enormi problemi sul lavoro, ad esempio non potevo fare alcuna attività notturna. Ho inoltre nel tempo sviluppato una farmaco-resistenza notevole ed una neuropatia. Al compimento del quarantesimo anno di età, a seguito di un lavoro di documentazione che ho portato avanti negli anni, ho deciso di provare a rivolgermi alle strutture sanitarie per provare qualche terapia alternativa a quelle che avevo in corso, ed in particolare di provare con la cannabis in via sperimentale. La risposta è stata di fermo rifiuto, ed allora, del tutto autonomamente, ho cominciato a scalare fino ad eliminare i vecchi farmaci e ad assumere regolarmente marijuana. Ho sperimentato da sola i dosaggi dei vari cannabinoidi, e il risultato è stato notevole: riesco con la cannabis ad evitare la maggior parte delle crisi che mi colpivano anche tre o quattro volte l’anno, e ho scoperto che per me l’ideale è un alto tasso di thc. Queste crisi sono eventi molto intensi e pericolosi, mi hanno causato nel corso della vita diverse fratture, e in un caso il coma: la canapa insomma ha migliorato nettamente la qualità della mia vita».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (12)Rosa poi racconta come è arrivata ad importare legalmente il medicinale di cui ha bisogno, e dei problemi che ha dovuto e deve affrontare: «Successivamente sono entrata in contatto con una serie di movimenti per il diritto alla libertà di cura, con il mondo antiproibizionista, e ho quindi deciso di provare insieme al mio compagno, anche lui affetto da serie patologie, di giocare la carta dell’importazione tramite il servizio sanitario nazionale, mai sostenuta veramente dal reparto di neurologia. Grazie ad un provvedimento dell’allora ministro Livia Turco, e ad un medico che aveva capito la nostra situazione grazie alla documentazione che gli avevo sottoposto, sono riuscita ad iniziare l’avventura dell’importazione del Bedrocan dall’Olanda. I costi sono elevatissimi, fra me ed il mio compagno arriviamo a spendere 1200 euro ogni due o tre mesi. L’ultima importazione che dovevo effettuare infatti non me la sono più potuta permettere, semplicemente non ho più il denaro per pagare, ho anche diversi debiti contratti per pagarmi le cure. Trovo questa cosa scandalosa, mi è stato riconosciuto il 67% di invalidità e un sacco di cure visto il mio reddito basso mi sono riconosciute gratuitamente o quasi, ma così non è per il Bedrocan, mentre la morfina e le benzodiazepine te le tirano letteralmente dietro».

    Rosa mi racconta come durante i suoi numerosi ricoveri, dovuti alle crisi e alle conseguenti cadute, spesso le strutture ospedaliere le abbiano somministrato farmaci che le provocavano forti effetti collaterali, oppure come non si riuscisse a trovare una maniera adeguata per farle assumere la propria terapia: «Una volta sono caduta a seguito di una crisi fortissima come non mi succedeva più da anni e ho riportato delle fratture facciali; in ospedale sulla cartella clinica era correttamente riportato che dovevo assumere in Bedrocan tre volte al giorno, ma in tutto l’ospedale non c’era un vaporizzatore, né qualcuno poteva farmi infusi. Gli infermieri arrivavano quindi tre volte al giorno e mi portavano sul terrazzo perché potessi farmi una canna, una cosa che per me nel 2014 è assurda».

    Infine Rosa mi spiega che ora non riesce più a permettersi il Bedrocan di importazione: «Allo stato attuale io non riesco più a pagare, non assumo nessun farmaco sostitutivo, e allo stesso tempo per questioni di spazio e lavoro non riesco a fare coltivazioni di canapa, quindi mi riferisco a chi la coltiva, coltivatori o malati che cercano di sopravvivere come me, magari partecipando alle spese di produzione. Non posso fare diversamente anche perché non voglio rivolgermi al mercato nero: ho bisogno di una sostanza pura, che sia trattata adeguatamente, adatta alla patologia e poi non voglio incentivare chi ne fa commercio quando ne avrei diritto gratuitamente. Se io chiedessi la morfina come terapia del dolore me la darebbero, mentre se chiedi il Bedrocan in molti ospedali, come al San Martino di Genova, nicchiano, di fatto inibendo un tuo diritto. Il mio appello è quello che si sblocchi questa situazione che non permette ai malati di curarsi liberamente scegliendo le terapie più opportune, pensa che siamo arrivati al punto che ci sono dei malati oncologici ai quali danno la morfina che non viene assunta ma scambiata con la cannabis sul mercato nero, per via o di una maggiore efficacia, o semplicemente dei minori effetti collaterali ai quali espone il consumatore». 

    Riccardo, il produttore sano che condivide con i malati senza scopo di lucro

    [quote]Su internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi[/quote]

    Per ultimo abbiamo intervistato Riccardo; lui non è malato, ma è un consumatore di cannabis a “scopo ricreativo” che da lungo tempo autoproduce le sostanze che consuma: «Si comincia a coltivare, nel mio caso come in molti altri,  da ragazzi, quando si fuma per le prime volte qualche spinello; si trattava di un passatempo, di una passione, che era mossa dalla curiosità e dalla necessità di evitare i costi esosi e la scarsa qualità della marijuana reperibile attraverso il mercato nero».

    Negli anni Riccardo è venuto a conoscenza delle proprietà mediche della pianta, così come dei problemi che molti malati hanno nel reperire quella che per loro è una medicina spesso insostituibile: «Visto che coltivo per me stesso, ho cercato di entrare in contatto con persone che abbiano esigenza medica di questa sostanza per condividere i frutti del raccolto, senza alcun fine lucrativo o commerciale. Date le leggi di questo paese vigenti in materia, i contatti ed i rapporti legati a questo mondo sono tendenzialmente personali, confidenziali, e i metodi di approccio più frequenti sono l’incontro, il passaparola. Si tratta di una questione di consapevolezza e passione comune a molte persone, che cercano di coordinarsi organizzando assemblee su tutto il territorio nazionale per identificare buone pratiche da portare avanti per affrontare il problema».

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (3)«Questa attività è portata avanti sostanzialmente senza una struttura organizzativa che raduni produttori e malati, perché una simile modalità operativa non consentirebbe la necessaria discrezione, o l’altrettanto importante agilità delle comunicazioni. Ci si basa dunque principalmente sulla conoscenza diretta, anche se può succedere che all’interno di queste reti di rapporti qualcuno abbia la possibilità di mettere a disposizione uno spazio adatto alla coltivazione: allora è possibile che le risorse di più persone vengano messe in comune nel portare avanti un’unica attività. Quello che si verifica più spesso è però che un singolo preveda, o si trovi ad avere, un raccolto abbondante, e decida così di condividere il proprio prodotto con chi ne ha bisogno. Generalmente il coltivatore di cannabis ha piacere di condividere con gli altri il proprio prodotto, la consapevolezza di fornire un valido aiuto a persone afflitte dalla malattia non fa altro che aumentare il piacere della condivisione».

    «Grazie al passaparola – spiega Riccardo in relazione alla realtà che conosce direttamente – si cerca di entrare in contatto con sempre più malati, perché penso che nonostante i rischi di cui sopra il mettersi in rete e l’essere numerosi siano delle soluzioni concrete al problema, o se non altro una delle vie da provare a percorrereSu internet ad esempio, dove il contatto è mediato da avatar virtuali, è possibile rendersi conto, attraverso comunità e forum dedicati, che le persone e le reti dedite questo tipo di attività sono diverse, anche limitatamente alla nostra città. Si sanno nascondere molto bene, ma sono parecchi; negli anni purtroppo è facile conoscere malati che necessitano di cannabis per stare meglio, ed è così che generalmente si instaurano queste dinamiche». 

    Il know-how e il materiale per mettere in piedi una piccola o media autoproduzione sono paradossalmente a disposizione di chiunque abbia i mezzi economici per procurarseli, perché si tratta nella media di materiali piuttosto costosi come lampade e sostanze fertilizzanti: oltre che su internet, sono di facile reperibilità nei sempre più numerosi negozi dedicati, facili da trovare in qualunque grande città del paese. «È un mercato più che florido, che va di pari passo con un fenomeno di netto cambiamento a livello mondiale dei paradigmi culturali rispetto alla cannabis. Non dimentichiamo che in tanti altri stati nel mondo la coltivazione e l’autoproduzione di marijuana hanno conosciuto un vero e proprio boom, legato anche al cambio di rotta delle politiche statunitensi sulla droga leggera che hanno aperto a questi prodotti un mercato enorme».

    Per concludere chiedo a Riccardo se secondo lui con la recente bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge cosiddetta “Fini-Giovanardi” si sono aperti secondo lui spiragli per l’autoproduzione, soprattutto in riferimento ai malati. La risposta di getto è negativa, ecco le argomentazioni: «Si è passati dai governi Berlusconi che hanno portato avanti per anni una politica ghettizzante e repressiva nei confronti del fenomeno, ai governi Monti e Letta che non si sono minimamente preoccupati di affrontare la questione, fino ad arrivare a Renzi, che prende provvedimenti slegati l’uno dall’altro, più utili a fare propaganda e a dipingersi come liberale piuttosto che a cambiare realmente qualcosa. Basti dire che il provvedimento che autorizza la produzione su suolo italiano di cannabis- presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare (Scfm) di Firenze–non affronta in nessun modo la questione della distribuzione della sostanza, se non altro ai malati».

    Le testimonianze di questi tre genovesi danno un quadro di quanto l’Italia, come in molti altri settori della scienza e della cultura in forte mutamento, sia molto indietro rispetto alle realtà dei paesi più avanzate. Il dibattito sulla cannabis medica, e sull’efficacia complessiva delle politiche proibizioniste rispetto alla canapa, langue da anni, anche vittima di anacronistiche posizioni dogmatiche e demonizzanti. Nonostante il momento storico sia difficile, e le priorità politiche del governo sembrino essere praticamente tutte legate all’economia, sicuramente c’è la necessità di procedere speditamente nell’approfondire il dibattito, mettendo di conseguenza in atto soluzioni concrete che tutelino la salute pubblica, in particolare per i malati. È una questione di giustizia e di libertà.

    Carlo Ramoino

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  • Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    Eroina, ancora tu. Consumo in aumento, oltre 3000 i pazienti del Sert genovese

    eroina-papavero-oppioL’abuso di eroina e droghe pesanti da parte di giovani e meno giovani era una piaga che in molti pensavamo ingenuamente sconfitta. I nati negli anni ’60 e ’70 ricordano i danni causati dall’eroina perché li hanno vissuti sulla loro pelle, magari tramite l’esperienza di un amico o di un famigliare. Quelli della mia generazione, i nati negli anni ’80, anche se più giovani, sono stati influenzati da film, canzoni, letteratura e racconti di amici più grandi. Erano anni in cui si sentiva parlare di tossicodipendenze, si potevano vedere con i propri occhi i volti stremati dei “tossici” e se ne viveva l’emarginazione a livello sociale. Poi qualcosa si è rotto, o forse semplicemente tutto è rimasto uguale ma non ce ne siamo resi conto: riaprendo gli occhi nel 2014, dopo un buon decennio in cui ci eravamo assopiti, ci siamo accorti che no, la piaga della tossicodipendenza non è stata sconfitta, e che sì, i giovani fanno ancora uso di eroina (anche se nel frattempo si sono fatte strada una serie di altre droghe, dalla cocaina alle sintetiche, tutto molto più accessibili e a buon mercato).

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Abbiamo cercato di scoprire di più, interpellando esperti del settore che operano nella città di Genova da oltre due decenni e che hanno vissuto le metamorfosi della droga e i cambiamenti della scena giovanile. Infatti, il capoluogo ligure non è immune da questa problematica: vi siete mai accorti, passeggiando, tra centro e periferia, della quantità allarmante di siringhe buttate per strada e nei parchi? Dal Carmine all’Hennebique, passando per il centro storico e Castelletto, spesso capita di trovare i resti di quello che è il perfetto kit del tossicodipendente. Come mai è tornata la moda del “buco”, e dove ci sta portando?

    eroinaNon si tratta di un fenomeno nostrano, piuttosto del riflesso di una tendenza globale, in cui gli USA fanno da apripista: dopo la liberalizzazione delle droghe leggere in molti Stati, nel giro degli ultimi anni pare sia andato formandosi un mercato nero di spaccio di droghe pesanti a prezzi sempre più vantaggiosi. I trafficanti non avevano intenzione di mollare le redini e andare in pensione anticipata: così i campi di marijuana sono stati riconvertiti a coltivazioni di papavero, si è iniziato a produrre più oppiacei (e quindi più eroina) e il prezzo è calato drasticamente (si parla di 4 dollari per dose). Lo stesso vale per la “droga dei ricchi” per antonomasia, la cocaina. Per non parlare poi della moda dell’abuso di antidolorifici e affini, le cui recenti restrizioni hanno finito anch’esse per spianare la strada all’ero. E poi, le metanfetamine che, ancora meno comuni nel nostro Paese, sono state rese celebri dalla fortunata serie tv Breaking Bad. In breve, tra 2007 e 2012 i fruitori negli USA sono quasi raddoppiati, arrivando a quota 670 mila, e ogni anno – stando al Daily Beast – si registrano 38mila decessi per overdose, di cui il 75 % sono overdose da oppioidi.

    Nel vecchio continente, abbiamo cominciato a porci il problema più di recente, quando la morte di alcune celebrities hollywoodiane – una sua tutte, Philip Seymour Hoffman a febbraio 2014 – ha fatto da cassa di risonanza. Così si è venuto a sapere che in Europa nel 2011 sono stati segnalati circa 6.500 decessi per overdose (18 per milione di abitanti), in particolare da eroina, con punte in Norvegia ed Estonia.

    In Italia, secondo il Rapporto riferito al 2013 del Dipartimento per le politiche antidroga, il 95,04 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni (indagini campionarie) non ha assunto stupefacenti e il consumo di eroina risulta in calo costante dal 2004. Tuttavia, aldilà dei rapporti ufficiali, ci sono dei segnali palesi che dicono il contrario.

    Per quanto riguarda nello specifico Genova, i numeri sono poco rassicuranti. Ce lo spiegano i medici del Sert di Via Sampierdarena: i dati relativi al primo semestre 2014 dicono che i pazienti in carico in tutta la città sono 3723, di cui 3110 tossicodipendenti, 518 alcolisti e 95 giocatori d’azzardo. Di questi, 322 sono nuovi casi.

    Per quanto riguarda il territorio di Sampierdarena, San Teodoro, Sestri Ponente e Cornigliano, è coperto da due soli servizi ambulatoriali, che fanno capo del Dipartimento di Salute Mentale: insufficienti, ci dicono, a coprire un territorio spesso problematico come questo. Qui a Ponente, sempre nel primo semestre 2014, i pazienti registrati sono stati 903, con 86 nuovi casi, con altri 691 (di cui 43 nuovi) che gravitano su questa sede dalla Valle Scrivia. Sempre per restare in zona, i pazienti del Sert di Voltri sono, ad esempio, 551 e sulle stesse cifre si aggirano gli altri servizi. In generale, rispetto agli precedenti, l’incremento è del 15%.

    Elettra Antognetti

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Cannabis, dibattito sulla legalizzazione e sulla legge Fini-Giovanardi

    Cannabis, dibattito sulla legalizzazione e sulla legge Fini-Giovanardi

    Cannabis, Marijuana, HashishL’eco del dibattito politico sulla legalizzazione della cannabis che in questi giorni – sull’onda della tendenza legislativa inaugurata da Stati quali Uruguay, Colorado e Washington (U.S.A.) – sta riempiendo pagine di giornali e siti internet, spazi televisivi e quant’alto, arriva anche in Liguria. Da sinistra (o per meglio dire da quel che ne rimane) a destra, in Italia, è tutto uno scoprirsi improvvisamente antiproibizionisti. Esponenti di Lega, Sel, Forza Italia, Pd, solo per citarne alcuni, si sono espressi – chi sbilanciandosi in misura maggiore e chi meno – a favore di una rivisitazione delle politiche sulle droghe leggere, ammettendo implicitamente il fallimento della famigerata Legge Fini/Giovanardi.

    Tornando alla Liguria, a dar fuoco alle polveri è stato l’assessore regionale allo Sport e consigliere di Sinistra Ecologia e Libertà, Matteo Rossi, che addirittura immagina un territorio ligure riconvertito alla coltivazione di canapa, in particolare per usi medici ma pure a fini agricoli e produttivi. «Legalizzare significa creare economia pulita e togliere ossigeno alla criminalità – spiega Rossi – Significa fare formazione e informazione, rendendo accessibili terapie mediche dai risultati scientificamente provati». Nasce così l’idea di proporre una cosiddetta “legge-voto” da sottoporre ad un ramo del Parlamento sul tema della legalizzazione delle droghe leggere, che parta dalla Liguria, una delle poche Regioni ad avere adottato (nell’agosto 2013), proprio su iniziativa dei consiglieri Rossi e Alessandro Benzi (capogruppo Sel), una legge sull’utilizzo terapeutico di farmaci a base di cannabinoidi (norma sulla cui effettiva operatività ci riserviamo di approfondire in seguito).

    La “legge-voto” dovrà essere approvata dal consiglio regionale per poi essere vagliata dalle Camere, affinché possa trasformarsi in una legge dello Stato. Legge che, secondo Rossi, dovrebbe affrontare tutti gli aspetti: distinzione tra droghe pesanti e leggere (quindi con l’abolizione dei meccanismi penali scaturiti dalla Fini/Giovanardi); linee guida per la lotta al narcotraffico e per la tassazione della produzione e dell’utilizzo; regolamentazione e controllo dell’uso a fine personale, comunicazione sul consumo consapevole, con limitazioni, divieti e controlli sulla qualità del prodotto; infine, incentivi per chi sia intenzionato a riqualificare terreni incolti attraverso la coltivazione di canapa. «In tal senso la Liguria, per clima, spazi utilizzabili e tradizione vivaistica, potrebbe essere un polo sperimentale – sottolinea Rossi – e potrebbe vedere lo sviluppo di una attività di ricerca già portata avanti, ad esempio, da alcuni studiosi dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Erzelli, nello specifico, potrebbe essere il luogo ideale per lo sviluppo di attività di ricerca avanzate e interdisciplinare sull’uso medico della cannabis».

    «Entro la fine di gennaio porteremo la nostra proposta all’attenzione del Consiglio regionale – conclude il consigliere (Sel) Alessandro Benzi – Auspichiamo che una discussione laica possa far sì che la Liguria diventi capofila di un processo di innovazione sociale e culturale».
    «La Liguria ha problemi ben più seri, a causa della crisi, e la Giunta dovrebbe occuparsene – osserva Marco Scajola, vice presidente del gruppo regionale di Forza Italia – a cominciare dalla disoccupazione giovanile, dalla sanità e dai danni del maltempo. Fa sorridere che sia l’assessore allo Sport, che dovrebbe trasmettere valori come la salute fisica e mentale, a concentrarsi sulla legalizzazione della droga».
    «Legalizzare significa generare un’entrata nelle casse dello Stato che, secondo uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, è ipotizzabile possa essere intorno ai 10 miliardi di euro annui – ribatte Rossi – Legalizzare è sinonimo di controllo: controllo della produzione, della distribuzione e del consumo.Pensiamo alle ricadute positive nell’ambito della ricerca sull’uso medico, ma anche alle opportunità tangibili nel settore agricolo, tessile ed in generale produttivo».

    Nel frattempo, mentre la classe politica è impegnata a discutere su un tema – quello in generale delle sostanze stupefacenti e psicoattive – spesso e volentieri colpevolmente affrontato soltanto sotto il profilo etico, la società civile che – notoriamente – dimostra di essere un passo avanti rispetto a chi è chiamato a governarla, lancia una mobilitazione per chiedere la cancellazione della Legge Fini/Giovanardi.

    «Apprendiamo con soddisfazione che finalmente anche la politica si è accorta, dalla Lega a Sel, fino al Pd di Renzi, che la Fini/Giovanardi è una legge vergogna da cancellare – scrivono i promotori sul sito web www.leggeillegale.org – Otto anni di Fini/Giovanardi hanno prodotto decine di migliaia di arresti, millenni di galera per la somma delle condanne, sovraffollamento delle carceri, costi esorbitanti per la macchina repressiva e giudiziaria, crescita dei profitti delle narcomafie. Le due leggi, sulle droghe e sull’immigrazione (la famosa Bossi/Fini, ndr), hanno provocato una serie di procedimenti che hanno fatto diventare la condizione carceraria Italiana un’emergenza che ci pone fuori dagli standard europei. Nessun altro Paese in Europa ha così tanti detenuti per reati connessi alle sostanze illegali: la pesante criminalizzazione dei consumatori stride di fatto con l’impunità riservata dal nostro sistema giudiziario ad autori di reati di ben altra natura».

    Secondo il vasto ed eterogeneo movimento – una miriade di soggetti (per Genova il csoa TDN e la Comunità di San Benedetto al Porto) dai centri sociali agli operatori di riduzione del danno, dalle associazioni ai gruppi di pazienti (come Pazienti Impazienti Cannabis), ecc. – che si riconosce nella Rete “Fine del Mondo Proibizionista” «Tutto questo avviene da anni con la copertura compiacente, mistificante e costosa del Dipartimento Politiche Antidroga (DPA), organo della Presidenza del Consiglio anziché dei dicasteri più direttamente competenti in materia (in particolare Salute, Giustizia, Politiche sociali). Il DPA sostiene, contro ogni evidenza, che i consumatori di sostanze non sono puniti ma curati; ostacola, anche nelle sedi internazionali, le politiche di riduzione del danno. E promuove un modello bio – medico – patologico dell’uso di droghe che assimila tutte le sostanze e tutti gli stili di consumo».

    Ma la colpa principale ricade sull’intero l’arco politico italiano che oggi, nonostante le distinte sfumature, si scopre in gran parte strumentalmente antiproibizionista «Dopo la caduta del governo di centro – destra che ha imposto la Legge Fini/Giovanardi nessuno dei successivi governi ha mosso un dito per rimediare a tale drammatica situazione. Adesso, finalmente, sembra muoversi qualcosa. Da gennaio ad oggi numerosi tribunali, tra cui la corte di Cassazione, hanno sospeso i processi e mandato la Fini\Giovanardi all’esame della Consulta per la sua evidente incostituzionalità. La Corte Costituzionale discuterà la questione l’11 febbraio prossimo. Le principali contestazioni riguardano l’iter della legge che, invece di essere discussa in Parlamento, è stata approvata tramite un decreto che riguardava un altro argomento (le Olimpiadi invernali di Torino 2006) e senza che ce ne fosse motivo d’urgenza. Inoltre, l’equiparazione delle sanzioni per droghe pesanti e leggere, viola la normativa europea in proposito».

    La possibilità che la Corte Costituzionale cancelli la Fini/Giovanardi, dunque, è un’occasione irripetibile che potrebbe aprire scenari completamente nuovi. «Per questo è necessario unire tutte le forze, mobilitare soggetti, gruppi, attivisti, pazienti, strutture ed organizzazioni, che da anni si battono per l’abrogazione di questa infausta legge, in una grande manifestazione che si terrà a Roma l’8 febbraio 2014. Vogliamo costruire un percorso dal basso e condiviso che focalizzi l’attenzione sui danni causati dalla Fini/Giovanardi e che sia da propulsore alle decisioni della Corte Costituzionale. Non siamo più disposti a pagare con le nostre vite e con i nostri diritti il prezzo di leggi ideologiche e repressive finalizzate a rafforzare il miliardario monopolio del commercio delle narcomafie; non siamo più disposti a veder riempire le galere di consumatori. Non siamo più disposti a vedere perseguitare perfino i pazienti che usano la cannabis a scopo terapeutico. È arrivato il momento di avanzare verso la completa depenalizzazione dell’uso personale di sostanze, iniziando dalla cannabis e dalla sua autoproduzione, come d’altronde sta già avvenendo in molti paesi del mondo. L’8 febbraio saremo in piazza perché giusto o sbagliato, non può essere reato».

     

    Matteo Quadrone

  • Cannabis e droghe chimiche: prevenzione rischi e riduzione danni

    Cannabis e droghe chimiche: prevenzione rischi e riduzione danni

    Cannabis, Marijuana, HashishIl collettivo TDN da tempo rappresenta una realtà consolidata del Lagaccio che collabora attivamente con le associazioni di quartiere in tutti i progetti di partecipazione dei cittadini, vedi il recente “Voglio la Gavoglio”. Talvolta, però, la sola presenza del TDN suscita fastidio, probabilmente dovuto al fatto che il collettivo rivendica apertamente il proprio percorso politico antiproibizionista, non improvvisato e neppure volto ad un semplice uso personale delle sostanze psicoattive, bensì con l’intento di contribuire a scardinare la legislatura repressiva e criminogena che affligge il Paese.

    La mattina del 24 ottobre scorso al centro sociale Terra Di Nessuno hanno fatto visita i reparti Digos e Antidroga, muniti di mandato di perquisizione per accertare l’esistenza di piante di canapa, trovandone e sequestrandone alcune. «La segnalazione viene da chi, troppo ottuso per comprendere o almeno discutere faccia a faccia, preferisce gridare insulti da lontano e diffondere odio – replicano i componenti del TDN – Noi comunque siamo tranquilli e ribadiamo la nostra posizione: sono anni che auto-produciamo canapa allo scopo di informare i consumatori e soprattutto di sostenere concretamente i pazienti che hanno necessità di curarsi con questa pianta ma spesso si vedono negare il diritto a questa possibilità (cancro, sclerosi multipla, epilessia e HIV, solo per citare qualche patologia). Siamo in contatto con dei malati e intendiamo offrire loro un’opportunità alternativa a costo zero – spiegano – Inoltre, portiamo avanti progetti contro lo spaccio e l’abuso di sostanze stupefacenti tra i giovani, essendo tra le poche realtà in Italia che si pongono il problema dell’informazione, prevenzione e riduzione del danno e non esclusivamente della repressione cieca».

    Un processo di autoconsapevolezza dal basso, così lo chiamano, che ha portato il centro sociale TDN a confrontarsi periodicamente con riconosciute realtà italiane (Sert, comunità di S. Benedetto al Porto) e internazionali – istituzionali e non – di Spagna, Belgio, Francia, Austria, ecc., per ampliare riflessione e consapevolezza. «Abbiamo organizzato numerosi incontri culturali e informativi per contribuire allo sviluppo di un vero dibattito su questi temi anche a Genova – raccontano – in risposta all’interpretazione colpevolmente superficiale che tutti i giorni giornali e tv propagandano a gran voce, peggiorando di fatto la realtà del consumo di droghe».

    Insomma, è arrivato il momento di diffondere ad ampio raggio le esperienze antiproibizioniste e le pratiche di prevenzione dei rischi e riduzione del danno: «Chiediamo a tutte le persone che a vario titolo, come consumatori abituali o meno, pazienti, frequentatori di luoghi in cui si fa uso di sostanze psicoattive, di impegnarsi in tal senso – afferma Giovanni del TDN – Noi siamo partiti ponendoci delle semplici domande, ad esempio cosa succede quando un/a ragazzo/a usa le droghe? E come incide questo uso sulle loro vite? Così da un anno a questa parte stiamo provando, sulla scia degli esempi italiani più virtuosi, ovvero Bologna (Lab Alchemica-Livello 57) e Torino (infoshock-csoa Gabrio), a sviluppare interventi di informazione e riduzione del danno che riguardano in particolare le droghe chimiche, oggi quelle maggiormente utilizzate dai consumatori, spesso giovanissimi/e».

    L’esperienza di Genova

    Panoramica di Lagaccio e OreginaNegli ultimi tempi – anche a seguito della grande diffusione di free party e raves auto-organizzati – il principale fenomeno a cui occorre dare risposte è relativo al consumo e all’abuso di sostanze psicoattive sintetiche. «Ci siamo accorti che tra i giovani frequentatori del centro sociale sono in aumento i consumatori occasionali di droghe chimiche – racconta Giovanni – Di conseguenza, durante le serate di musica elettronica che abitualmente organizziamo, abbiamo pensato di realizzare un servizio di informazione e prevenzione».
    Al TDN, infatti, è possibile trovare un info-point – sempre aperto in occasione di eventi – che distribuisce materiali informativi sulle sostanze stupefacenti e psicotrope (redatti dall’Osservatorio Antipro di Pisa) e fornisce consigli ai frequentatori del centro. Ma la novità più importante, almeno per quanto riguarda Genova, è stata la creazione delle zone Chill-out, ovvero degli spazi di decompressione destinati al relax delle persone, oltre ad un punto di primo soccorso.

    Oggi, tra le problematiche più evidenti emerge sicuramente il poli-consumo irresponsabile «La causa principale è proprio la comune ignoranza in merito all’effetto delle sostanze e alle loro controindicazioni quando vengono utilizzate simultaneamente – spiega Giovanni – L’abuso, invece, è probabilmente legato alla sempre minore età dei consumatori».

    Il progetto del centro sociale TDN procede da circa un anno e finora, pur tra molte difficoltà «Possiamo affermare che un primo positivo passaggio di comunicazione e informazione si è verificato – continua Giovanni – Noi pensiamo che sia fondamentale mettere a disposizione un luogo dove si possa svolgere un evento in totale sicurezza. È una questione di responsabilità che vogliamo trasmettere a tutti i frequentatori. Seppur lentamente il pubblico inizia a recepire la nostra azione. Certo, è particolarmente arduo confrontarsi con giovanissimi, talvolta in stato di alterazione. Ma questa è una pratica orizzontale che dunque ci avvicina l’uno all’altro. Noi non siamo operatori specializzati e stiamo facendo formazione proprio per imparare al meglio le metodologie di intervento. L’obiettivo è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di utenti in un processo di crescita collettivo. L’assunto di base è che le droghe esistono ed è inutile demonizzarle o addirittura non parlare di esse, lasciandole avvolte in un alone di mistero. Secondo noi, invece, è molto più utile provare a conoscerle nel dettaglio. Ciò significa diventare consumatori critici e consapevoli, senza esporsi ad ulteriori pericolosi rischi sanitari. Sotto questo aspetto la nostra cultura, soprattutto per colpa del proibizionismo imperante, è sotto zero».

    Un “lavoro sporco”, si potrebbe definire, che qualcuno deve pur fare. «Adesso pensiamo di sviluppare l’analisi delle sostanze psicoattive – spiega Giovanni – allo scopo di testarne la qualità e tutelare la salute dei consumatori di fronte alla presenza di eventuali adulterazioni. Si tratta di una pratica di prevenzione dei rischi che in Italia è al limite della legalità».
    Nonostante ciò, la longeva esperienza del Lab57-Alchemica di Bologna – riconosciuta positivamente dalle istituzioni almeno nella sua fase iniziale – incoraggia il TDN nel provare ad intraprendere questa strada.

    L’esperienza di Bologna

    imageAlchemica è un’Associazione di Promozione Sociale nata nel novembre 2007 dall’esperienza ultradecennale del progetto Lab57 che a sua volta è scaturito dal lavoro svolto dallo storico centro sociale bolognese Livello57, uno spazio di incontro, informazione, studio e ricerca sulle nuove droghe, attività culturali, luogo di divertimento e di impegno politico – al pari di tante altre realtà simili in Italia – chiuso nel 2006 per accuse di incoraggiamento all’uso di sostanze psicoattive e favoreggiamento dello spaccio. «Accuse in seguito rivelatesi infondate – racconta Max del Lab57-Alchemica – il procedimento giudiziario ha chiarito i fatti ed ha stabilito la nostra completa estraneità». Comunque sia, l’eredità culturale del Livello57 è stata raccolta da Alchemica-Laboratorio Antiproibizionistico Bolognese, consentendo così la sopravvivenza del progetto Lab57-Alchemica che tuttora continua a fornire supporto informativo, ascolto psicologico e punto di primo soccorso per evitare le conseguenze provocate dall’abuso di sostanze psicoattive, legali e non, o più in generale causate da comportamenti di vita a rischio.
    Lab57 non condanna né incoraggia in nessun modo l’ uso di sostanze psicoattive, ma si impegna da sempre nella libera ricerca di informazioni affidabili e non pregiudiziali in quanto ritiene che solo un uso consapevole possa prevenire i rischi, ridurre i danni e contenere gli abusi, stimolando lo sviluppo di una coscienza critica rispetto alle scelte di vita e di gestione del proprio tempo.

    Le attività principali del progetto sono: creazione e distribuzione di materiali informativi specifici e dettagliati sulle sostanze psicoattive – legali e illegali – di più largo consumo nei contesti giovanili (descrizione, effetti, controindicazioni, indicazioni legali); costruzione di zone Chill-out, vale a dire zone di decompressione e allestimenti multimediali per rilassarsi dopo ore di ballo sfrenato e consumo di sostanze, dove è possibile godere dell’assistenza diretta degli operatori presenti nell’area del free party e sono disponibili gratuitamente bevande analcoliche e cibi energetici. Tutto ciò denota una particolare attenzione al benessere di corpi e menti con la consapevolezza che – al di là delle libere scelte dei singoli – il consumo di sostanze psicoattive deve essere comunque auto-regolato.
    Altro elemento significativo è il monitoraggio delle sostanze tramite test rapido, con la creazione di un database statistico-relazionale.
    Ma la caratteristica peculiare che connota il personale del Lab57-Alchemica è la preparazione nel primo soccorso e negli interventi sul campo specializzati nel trattamento di overdose, mix pericolosi e abusi di sostanze psicotrope durante grandi eventi, festival legali, street parades, free party e raves auto-organizzati.
    Infine, risulta fondamentale l’opera di informazione, prevenzione e riduzione del danno, svolta dal Punto di ascolto e presso scuole, centri giovanili, conferenze pubbliche istituzionali e momenti di formazione per operatori specifici.

    imageInizialmente il progetto ha goduto del sostegno della Regione Emilia Romagna e di un primo finanziamento dell’Asl bolognese nel 2000-2001. Nel frattempo – grazie alla fertile collaborazione quasi sempre gratuita di medici, tossicologi, psicologi, etnobotanici, chimici, storici, ecc. – il Lab57 ha contribuito alla creazione del Coordinamento Regionale delle Unità di Strada, istituito dalla Regione per intervenire negli eventi giovanili con massiccia affluenza di pubblico come la Street rave parade di Bologna 2004, 2005 e 2006, Street rave parade di Reggio Emilia, Mtv Day a Bologna, ecc.
    Nel 2004-2005 il Lab57 ha ricevuto il secondo e ultimo finanziamento dall’Asl. Poi i rubinetti si sono definitivamente chiusi e da allora, il nuovo Lab57-Alchemica va avanti soltanto con le proprie gambe, attraverso il lavoro semi-volontario dei suoi operatori e le iniziative di autofinanziamento con eventi benefit organizzati in spazi sociali autogestiti.

    «Noi ormai da lungo tempo cerchiamo di lavorare sui consumatori e la loro consapevolezza – spiega Max del Lab57 – Le sostanze per noi appartengono agli stili di vita, alle esperienze, insomma fanno totalmente parte del nostro sistema culturale. L’approccio alle droghe come problema sociale, di cui pure riconosciamo l’importanza, a nostro parere isola un solo aspetto del fenomeno, ne riduce il significato ed il valore complessivi, circoscrivendoli ad un ambito d’intervento specifico per i saperi e le pratiche socio-sanitarie. In tal modo, però, si rischia fortemente di non capire nulla di realistico sul consumo e su come comunicare efficacemente ai consumatori».

    Oggi il campo di intervento principale è quello dei free party che, come afferma Max «Presenta diverse criticità. Ultimamente ci sono stati degli episodi preoccupanti che hanno coinvolto alcuni ragazzi finiti all’ospedale, anche in condizioni gravi. Questo accade quando all’interno delle feste, legali o auto-organizzate, i consumatori di sostanze psicoattive sono totalmente abbandonati a loro stessi. Invece, laddove esiste un presidio informativo e delle Zone Chill-out, con operatori pronti ad accogliere e consigliare i frequentatori, situazioni simili di solito non si verificano o comunque c’è la possibilità di intervenire prima che sia troppo tardi».
    L’obiettivo odierno è la creazione di una vasta rete di intervento nei free party per costruire degli eventi in totale sicurezza. «La rete per ora è sviluppata soprattutto al centro e nord Italia – continua Max – Ma stiamo coinvolgendo le realtà territoriali interessate a partecipare. C’è bisogno di gruppi stabili di persone che credano nel progetto. Noi facciamo formazione per tutti coloro che operano nei contesti di consumo di sostanze psicoattive, come organizzatori di free party, gestori di locali notturni, militanti dei centri sociali, operatori di comunità terapeutiche, personale delle unità mobili, ecc

    droga_11114Inoltre, da una decina d’anni a questa parte, il Lab57-Alchemica pratica l’analisi delle sostanze tramite il test rapido. Parliamo di uno strumento di prevenzione dei rischi – sviluppato in Olanda sin dai primi anni ’90 – particolarmente efficace per rilevare la presenza di sostanze dannose, inaspettate o in elevata concentrazione.
    «Si tratta del più diretto canale comunicativo per raggiungere i consumatori, offrendo loro informazioni individuali e personalizzate proprio mentre è in atto l’uso di sostanze illegali di dubbia composizione e quantità – spiega il Lab57-Alchemica – Solo in questo modo si possono dare indicazioni visive sulle quantità limite delle varie sostanze da non superare per evitare overdose acute e danni cronici, sui più pericolosi mix di principi attivi da evitare, sulle interazioni più critiche con farmaci o patologie particolari, ecc. Il test rapido consente, da un lato di sapere in tempo reale quali sostanze circolano, con quale concentrazione, adulterazione o tossicità, attingendo a specifici database locali e internazionali e dall’altro lato permette di interagire direttamente con gli utenti, facendo emergere abitudini o stili di vita sommersi o assolutamente nuovi e imprevisti». Senza dimenticare che tale strumento «Può orientare positivamente il mercato illegale – continua il Lab57-Alchemica – in quanto la semplice comunicazione di informazioni su sostanze adulterate, sconosciute e potenzialmente pericolose, ne riduce spesso il consumo e la diffusione attraverso un virtuoso passaparola che tende a isolare e smascherare i “mercanti” più disonesti».

    Considerando i costi ridotti e la relativa semplicità del suo utilizzo «Ci si domanda perché il test rapido sia ancora così poco diffuso in Italia – sottolinea il Lab57-Alchemica – Infatti, esso è usato legalmente in Svizzera, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Belgio, Repubblica Ceca, in Olanda viene utilizzato solo in un apposito ufficio e non più negli eventi, mentre in Francia è divenuto illegale nel 2005 in seguito alle leggi speciali anti-rave, tuttavia alcuni progetti come Medicine Du Monde, dal 2009 hanno ripreso a utilizzarlo stabilmente durante gli eventi. Comunque sia, negli Stati che non permettono il test rapido, è attiva una rete di allarme rapido che passa alle Unità di strada, ai Sert, ai presidi di Pronto soccorso, ecc., i risultati delle analisi delle sostanze pericolose sequestrate dalle forze dell’ordine, o che hanno provocato gravi intossicazioni. In Italia, invece, questo sistema di allarme rapido funziona poco e male, non esiste neppure un database uniforme tra una Prefettura e l’altra, tra un ospedale e l’altro».

    Il nostro Paese sconta l’assenza di una specifica normativa sul test rapido, come racconta ancora Max «Da oltre 10 anni noi operatori del Lab57–Alchemica pratichiamo gratuitamente il test rapido (a reazione colorata) in rave illegali, teknival, spazi sociali autogestiti, street parades antiproibizioniste, party e festival legali, cercando di tutelare al massimo la privacy degli utenti. Ebbene, nessuno di noi ha mai avuto problemi legali a causa del test rapido, forse perché è evidente a tutti, anche alle forze dell’ordine che si tratta di tutelare la salute e la “famosa sicurezza” dei cittadini, prima di ogni altra cosa».

    Tuttavia, anche in questo settore l’evoluzione è rapida e la nuova ONG TLConscious sta attualmente lavorando ad un progetto per rendere disponibili in tutto il mondo dei kits economici per l’analisi delle sostanze allo scopo di diminuire i rischi legati al consumo (vedi all’indirizzo web http://www.tlconscious.me/).

    L’esperienza di Torino

    L’Infoshock del centro sociale Gabrio di Torino è uno spazio aperto alle persone che intendono approfondire questioni e concetti inerenti le sostanze, attraverso un metodo di confronto ed ascolto. «Il nostro è uno sportello a “bassa soglia” nato circa sei anni fa – racconta Frenkie dell’Infoshock – Operiamo all’interno di un luogo di consumo, cioè il centro sociale Gabrio e pure in contesti esterni, in particolare nei free party. L’obiettivo è la promozione di una maggiore consapevolezza nei consumatori di sostanze psicoattive. Facciamo parte della rete “Fine del mondo proibizionista”, ci confrontiamo quotidianamente con importanti realtà italiane come il Lab57-Alchemica e promuoviamo la crescita di altri processi di partecipazione dal basso».

    imageParliamo di un servizio che« Ci consente di avvicinare persone che hanno bisogno di consulenza – continua Frenkie – ma che non intendono rivolgersi ad servizio ad “alta soglia”, come ad esempio i Sert che, per altro, oggi sono probabilmente inadeguati a fornire risposte sul fronte delle nuove droghe».
    Il percorso è partito con un questionario distribuito ai frequentatori del centro sociale, per comprendere gli stili e le modalità di consumo «Poi abbiamo organizzato degli incontri tematici sulle varie sostanze, grazie ai quali siamo riusciti a realizzare degli specifici materiali informativi. In seguito, ci siamo formati sulle modalità di intervento: quindi creazione di Zone Chill-out, distribuzione di materiali sterili per evitare ulteriori rischi sanitari, riconoscimento dei segni di intossicazione per sostenere interventi di primo soccorso, ecc.».

    Anche gli operatori dell’Infoshock praticano il test rapido delle sostanze, come spiega Frenkie «È uno strumento davvero efficace per agganciare i più giovani e metterli in guardia dai pericoli dovuti al poli-consumo o all’abuso. Ma soprattutto, il test rapido permette di monitorare le droghe che girano nel mercato illegale, individuando eventuali sostanze dannose. Questa è una necessità primaria, visto che in Italia non esiste un efficace sistema di controllo e neppure di allerta rapida. Noi lavoriamo proprio sulla prevenzione, in modo tale che sia possibile intervenire prima dell’insorgere di un’intossicazione».

    Le istituzioni italiane non riconoscono l’efficacia di simili progetti che di conseguenza non sono economicamente sostenuti. «Noi ci autofinanziamo con serate benefit e altre iniziative – sottolinea Frenkie – I miglioramenti sono desumibili dalla semplice osservazione dei luoghi di consumo: rileviamo, infatti, una maggiore attenzione da parte degli utenti. Per noi è fondamentale aver creato un contenitore aperto dove tutti possono confrontarsi liberamente su queste tematiche, evitando che i consumatori di sostanze siano costretti a nascondersi. È importante che queste pratiche si diffondano in tutta Italia, coinvolgendo sempre più consumatori».

    È paradossale, però, che tali esperienze siano sviluppate solamente in contesti spesso demonizzati dall’opinione pubblica, come spazi sociali autogestiti, free party, raves, ecc. Nei locali commerciali ufficialmente riconosciuti, invece, è assai difficile vedere operatori impegnati in azioni di informazione e prevenzione. «I responsabili di questi spazi, con disarmante semplicità, negano la presenza dei consumatori di sostanze psicoattive – continua Frenkie – E così escludono qualsiasi tipo di assistenza, abbandonando i consumatori al loro destino».

    Il modus operandi dell’Infoshock di Torino fa leva in particolare sull’autoregolazione. «Nei free party, quando le persone ci vedono e capiscono il motivo per cui siamo lì, solitamente le reazioni sono positive. Ad esempio, ci vengono segnalati casi di malore o altre situazioni di rischio. Insomma, siamo degli interlocutori affidabili ai quali chiedere consigli o aiuto. Oggi, anche grazie alla fiducia che ci siamo conquistati, stiamo sviluppando una rete italiana che si pone l’ambizioso obiettivo di sostenere soltanto gli organizzatori di feste sensibili alle tematiche di prevenzione dei rischi e riduzione del danno».

    Matteo Quadrone

  • Liguria, cannabis terapeutica: nuova proposta di legge regionale

    Liguria, cannabis terapeutica: nuova proposta di legge regionale

    cannabis terapeutica marijuanaIl 3 agosto 2012 la Regione Liguria approvava la Legge n. 26 “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche” con il dichiarato intento di favorire l’erogazione ai pazienti di terapie all’avanguardia, da tempo riconosciute dalla scienza medica. Peccato che a distanza di un anno la normativa non sia mai entrata effettivamente in funzione perché la medesima è stata impugnata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri innanzi la Corte Costituzionale la quale – con la sentenza n. 141 del 20 giugno 2013 – ha sancito la sua parziale illegittimità.

    Oggi i consiglieri regionali di Sel (Sinistra ecologia e libertà) e Fds (Federazione della sinistra), promotori della precedente iniziativa, ci riprovano presentando una nuova proposta di legge in materia “Disposizioni organizzative relative all’uso di farmaci e preparati magistrali a base di cannabinoidi”, riformulata a seguito della recente dichiarazione della Corte Costituzionale.

    In pratica si tratta di un riassunto riveduto e corretto della Legge 26/2012 che, tuttavia, suscita diverse perplessità nelle associazioni dei pazienti, neppure consultate in occasione della stesura. Ma, come rivela il consigliere di Sel (nonché medico anestesista) Stefano Quaini, la fase decisiva per la costruzione dell’impianto normativo si svolgerà prossimamente in Commissione Salute (di cui è presidente lo stesso Quaini) con l’obiettivo di portare il testo finale in consiglio regionale entro il mese di agosto. Perché di tempo se né è perso fin troppo. Almeno un anno in cui nulla si è mosso, mentre l’uso terapeutico della cannabis in Liguria (e nel resto del Paese) rimane un percorso ad ostacoli per migliaia di malati affetti da gravi patologie e costretti ad affrontare procedure burocratiche lunghe ed economicamente spesso insostenibili.

     

    L’INCOSTITUZIONALITA’ DELLA LEGGE N. 26/2012

    Palazzo della RegioneLa legge della Regione Liguria n. 26 del 3 agosto 2012 in materia di farmaci a basi di cannabinoidi ad uso terapeutico è parzialmente illegittima: lo ha sancito la Corte Costituzionale, accogliendo alcuni rilievi sollevati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, con la sentenza n.141 del 20 giugno 2013. La Consulta ha bocciato alcuni punti della legge impugnata, per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, inerente le competenze di Stato e Regioni.

    In particolare – rilevano i giudici delle leggi – la norma in questione è illegittima perché «indicando i medici specialisti abilitati a prescrivere i farmaci cannabinoidi e definendo le relative indicazioni terapeutiche, interferisce con la competenza dello Stato a individuare, con norme di principio tese a garantire l’uniformità delle modalità di prescrizione dei medicinali nel territorio nazionale, gli specialisti abilitati alla prescrizione del farmaco o principio attivo, nonché i relativi impieghi terapeutici».

    Tale «interferenza determina in concreto un contrasto», sottolinea la Corte, tra la legge impugnata «e le indicazioni contenute nell’atto, la determinazione n. 387 del 9 aprile 2013, successiva alla proposizione del ricorso, con il quale l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha autorizzato l’immissione in commercio dell’unico medicinale cannabinoide presente nel mercato italiano».

    Mentre, in base all’art. 2 della legge regionale ligure, i sanitari abilitati alla prescrizione sono i medici specialisti delle discipline «anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia» e gli stessi medici sono abilitati a stabilire «la durata del piano terapeutico e la sua ripetibilità», la richiamata determinazione dell’AIFA, invece, classifica il medicinale – stiamo parlando del Sativex, un estratto a base alcolica sotto forma di spray – ai fini della fornitura, come «medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, da rinnovare volta per volta, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti – neurologo» e ne definisce le indicazioni terapeutiche, stabilendo che il medicinale medesimo «è indicato come trattamento per alleviare i sintomi in pazienti adulti affetti da spasticità da moderata a grave dovuta alla sclerosi multipla (SM) che non hanno manifestato una risposta adeguata ad altri medicinali antispastici e che hanno mostrato un miglioramento clinicamente significativo dei sintomi associati alla spasticità nel corso di un periodo di prova iniziale della terapia».

    Inoltre, la legge della Regione Liguria viola il dettato costituzionale sulla suddivisione dei poteri tra Stato e Regioni, nella parte in cui consente l’attivazione di una convenzione con lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o «con altro soggetto dotato delle medesime autorizzazioni alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici», poiché il predetto istituto di Firenze – rilevano i giudici costituzionali – non risulta avere acquisito le autorizzazioni che, in base alla legislazione statale, sono necessarie alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici, essendo l’istituto attualmente autorizzato, come sottolinea la difesa dello Stato, soltanto alla «produzione di alcune forme farmaceutiche e non di principi attivi», il riferimento alle «medesime» autorizzazioni, letteralmente inteso, induce ad ammettere che la Regione possa stipulare convenzioni per la produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici con istituti sprovvisti della specifica autorizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco prevista per legge. «La disposizione regionale si pone così in contrasto – conclude la Consulta – con la disciplina autorizzatoria statale, che rientra tra i principi fondamentali in materia di tutela della salute, essendo posta a garanzia di un diritto fondamentale della persona».

     

    IL PUNTO DI VISTA DEI PAZIENTI

    cannabis_terapeuticaA stupire sono i tempi.Il 20 giugno arriva la sentenza della Consulta (anche se a dire il vero già si pronosticava la probabile bocciatura) e una manciata di giorni dopo, il 26 giugno, il gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà presenta la nuova proposta di legge in conferenza stampa.Adesso il consigliere Quaini ammette che forse è necessaria un’ulteriore fase di studio al fine di recuperare gli spunti positivi contenuti nella precedente proposta normativa.

    Pazienti Impazienti Cannabis (PIC), una delle associazioni in prima linea per promuovere il diritto di cura con la cannabis terapeutica, coinvolta almeno parzialmente nella realizzazione della legge n. 26/2012, questa volta non è stata neppure contattata. «Hanno impostato la nuova legge senza dire nulla ai pazienti – racconta il presidente nazionale di PIC, la genovese Alessandra ViazziDa una prima lettura emergono dei nuovi errori. L’anno scorso non ci avevano ascoltato, eppure segnalavamo proprio i punti che la Corte Costituzionale ha contestato. E abbiamo visto come è andata a finire (con la bocciatura della legge, ndr). Speriamo che ora si decidano ad accogliere i nostri suggerimenti onde evitare altri pasticci. In sede di Commissione Salute è ancora possibile intervenire per migliorare l’impianto anche attraverso degli emendamenti».

    Il presidente dell’associazione ricorda che in altre Regioni – dove sono state recepite le osservazioni dei pazienti – le norme non hanno subito contestazioni. Comunque sia, le criticità non riguardano soltanto la Liguria. «Noi associazioni dobbiamo seguire passo a passo tutte le iniziative regionali se vogliamo che davvero le leggi siano utili ai pazienti e non siano, invece, un mero strumento di propaganda politica – spiega Viazzi – Attualmente la norma migliore è quella della Regione Veneto. Ma pure lì stiamo lavorando per ottenere degli aggiustamenti. In Toscana abbiamo suggerito delle correzioni che i consiglieri hanno tramutato in delibere attuative. Insomma, la nostra esperienza di pazienti è fondamentale nell’affrontare un tema ancora sconosciuto ai più».

    Per quanto riguarda i rilievi costituzionali alla legge n. 26/2012, Viazzi sottolinea «La bocciatura si poteva evitare. Se solo ci avessero dato ascolto non avremmo perso un altro anno». Uno dei punti contestati è la prevista convenzione con l’istituto di Firenze. «In Liguria hanno scritto “La Regione attiva una convenzione…” mentre in Veneto hanno correttamente usato il condizionale “La Regione può attuare una convenzione…” – spiega Viazzi – sono sottigliezze che, però, risultano decisive. L’altro punto è quello dei medici specialisti con la puntuale elencazione dei medici specialisti a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi. Ovviamente questa non è una potestà della Regione, come avevamo rimarcato a suo tempo».

     

    LA NUOVA PROPOSTA DI LEGGE

    cannabis farmaco flosL’impianto della proposta di legge del giugno 2013 – da un primo esame del testo attualmente disponibile che, come preannunciato dal consigliere Quaini, probabilmente subirà una sostanziale rivisitazione – appare ancora più “vuoto” rispetto alla legge approvata dalla Regione Liguria nell’agosto 2012. Ma la critica è estendibile anche alle altre leggi regionali «Sono tutte “vuote” – spiega Viazzi – perché hanno bisogno di delibere attuative che le rendano funzionali. In Italia purtroppo è questo il modus operandi: i politici presentano una legge, la approvano strombazzandolo ai quattro venti, poi, prima che essa sia realmente operativa, possono trascorrere anche degli anni». È questo il destino della legislazione sulla cannabis terapeutica, modalità di cura consentita dalle norme nazionali, ma inapplicata nella realtà di fatto.

    Vediamo nel dettaglio i punti controversi della nuova proposta di legge.

    Partiamo dall’art. 3 “Modalità di somministrazione e acquisto”, il quale prevede la possibilità di erogazione dei farmaci in ambito ospedaliero e in ambito domiciliare, rinviando alle disposizioni statali per quanto attiene ai farmaci importati dall’estero. Non vengono nominate – come del resto in tutto il documento ad eccezione del preambolo – le formule magistrali, ovvero le preparazioni realizzate dalle farmacie dotate di laboratorio galenico a cui è consentito reperire i derivati della cannabis tramite distribuotore-grossista autorizzato dal Ministero della Salute.

    Inoltre, non viene mai citata la possibilità di accedere al Sativex, l’unico farmaco cannabinoide di cui l’AIFA ha recentemente (aprile 2013) autorizzato l’immissione in commercio e che prossimamente dovrebbe essere disponibile nelle farmacie italiane.

    Ma soprattutto non convince la reiterata distinzione tra ambito ospedaliero e ambito domiciliare. L’art. 4 “Trattamento domiciliare”, comma 1, dispone «Nel caso di inizio del trattamento in ambito ospedaliero il paziente in condizioni di cronicità può proseguire il trattamento domiciliare senza spese presentando alla farmacia ospedaliera ogni mese, o ogni 3 mesi se utilizza farmaci importati, una nuova ricetta redatta dal medico ospedaliero che lo ha in cura».
    Viazzi sottolinea «La definizione “trattamento domiciliare” non ha alcun senso. La norma non cambia nulla rispetto ad oggi: se il farmaco è stato prescritto da un medico ospedaliero il paziente può continuare la terapia gratuitamente. Non si può parlare di trattamento domiciliare, bensì di continuità terapeutica». Al comma 2 la legge recita «Nel caso di trattamento avviato in ambito domiciliare la terapia inizia o continua presentando ogni 3 mesi la prescrizione redatta dal medico di medicina generale o dallo specialista alla farmacia della Azienda Sanitaria Locale». Però, in tal caso, i farmaci sono a carico del paziente. Il nodo ancora da sciogliere è proprio questo. «Chi inizia il trattamento in ambito ospedaliero (o ambulatoriale o day-hospital) può continuare ad usufruirne gratuitamente solo tramite la prescrizione del medico ospedaliero – Viazzi – Non rimuovendo alcun ostacolo al paziente che è costretto a ripetere ogni volta la trafila burocratica. Invece, la versione precedente della legge (quella approvata nell’agosto 2012) prevedeva per il medico di base, con l’avallo iniziale di un medico ospedaliero, la potestà di far ottenere gratis i medicinali cannabinoidi al paziente, tramite la farmacia della Asl. Questo era un elemento positivo che secondo noi oggi è necessario recuperare».

    cannabis terapeuticaIn definitiva, a distanza di un anno, il panorama è pressoché immutato. «Se la legge viene approvata così come abbiamo potuto leggerla, è una norma inutile – sottolinea Viazzi – Eppure sarebbe sufficiente correggere la vecchia proposta per ottenere un testo accettabile, in grado di evitare qualunque rilievo di natura costituzionale».

    Nel frattempo, i pazienti si confrontano quotidianamente con l’enorme difficoltà di accesso alle cure a causa di una scarsa conoscenza della materia, anche fra gli addetti ai lavori. «A Genova le persone che riescono ad accedere gratuitamente ai farmaci si contano sulle dita di una mano – Viazzi – Ultimamente ho ascoltato delle storie allucinanti: pazienti ai quali è stato calato il dosaggio mensile senza valutazione del singolo caso ma semplicemente per esigenze di uniformità del trattamento. Mentre chi acquista i farmaci a spese proprie riferisce di alcuni aumenti esorbitanti».

    Per quanto riguarda la normativa «In realtà le leggi regionali neppure servirebbero – Viazzi – Già le leggi nazionali parlano chiaro. Il vero problema è che i medici non se la sentono di prescrivere i farmaci cannabinoidi; non c’è ancora apertura verso tale modalità di cura nonostante tutte le evidenze scientifiche».

    L’unico scopo delle leggi regionali dovrebbe essere quello di facilitare l’accesso ai farmaci. «Le Regioni non devono entrare in campi che non sono di loro competenza, ossia specificare patologie (in Toscana) oppure specialità (in Liguria) – Viazzi – Le normative regionali sono utili se spiegano nel dettaglio come accedere gratuitamente alle modalità di cura con la cannabis previste dalle leggi nazionali, riducendo al minimo gli ostacoli reali per i pazienti».
    Ad esempio cercando di far sì che le operazioni avvengano in tempi più brevi «Senza dover aspettare mesi per ottenere i medicinali – Viazzi – Quindi disponendo di adeguate scorte nelle farmacie ospedaliere. E mettendo a disposizione dei pazienti diversi prodotti: quelli che rientrano nelle preparazioni galeniche magistrali, come estratti, tinture, creme, ecc. Sono tante le tipologie e le possibilità di utilizzo che dovrebbero essere liberamente accessibili».

    Infine «C’è la grande esigenza di diffondere una capillare informazione rivolta ai medici di base, specialisti, ospedalieri e non, magari gestita da figure competenti del Ministero della Salute Olandese e, per quanto riguarda le preparazioni magistrali, con il supporto della società dei farmacisti preparatori», sottolinea Viazzi. L’elemento dell’informazione viene citato, seppure in maniera troppo generica, nella nuova proposta di legge regionale della Liguria all’art. 5 “informazione sanitaria”. Tuttavia «Bisogna insistere di più in questo senso», ribadisce l’associazione dei pazienti.

     

    IL DISEGNO DI LEGGE IN COMMISSIONE SALUTE

    Cannabis terapeuticaIl luogo idoneo in cui la proposta di legge assumerà la sua veste definitiva è la Commissione Salute. «Stiamo valutando cosa fare in tale sede – conferma Quaini Stefano, consigliere di Sel – A dire il vero noi ci attendevamo maggiori contestazioni da parte della Corte Costituzionale. Invece, i punti che configurano la parziale illegittimità sono sostanzialmente due: l’indicazione dei medici specialisti e l’attivazione della convenzione con l’istituto di Firenze. Considerando che la legge n. 26 del 3 agosto 2012 conteneva dei buoni spunti, stiamo ragionando con gli uffici tecnici la maniera adeguata per recuperarli. In parole semplici cercheremo di realizzare una sorta di fusione tra le due proposte di legge, conservando gli aspetti positivi di entrambe. Anche perché presentando una proposta completamente nuova potremmo rischiare di incappare in un’altra bocciatura della Corte Costituzionale».

    Quindi, dopo un repentino accantonamento della vecchia proposta di legge, i consiglieri tornano sui loro passi «Ragionandoci sopra – spiega Quaini che la settimana scorsa ha annunciato il suo ritiro dalla vita politica, a partire da settembre, per tornare al lavoro di medico  – Crediamo sia meglio riadattare parzialmente il disegno di legge originario. Secondo me ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro con la certezza che questa volta la legge non subisca contestazioni».

    Il parere dell’associazione Pazienti Impazienti Cannabis troverà spazio nella discussione? «Il problema è che, se vogliamo arrivare con il testo in aula entro il mese di agosto, i tempi stringono e non possiamo fare molte audizioni in Commissione – risponde Quaini – Le associazioni le avevamo ascoltate all’epoca della presentazione della prima proposta. Adesso cercheremo di ascoltarle nuovamente». Il consigliere regionale aggiunge «L’ultima volta che ci siamo incontrati l’associazione ha presentato una marea di osservazioni. Il punto è che i pazienti hanno un approccio all’argomento fin troppo estensivo, come ho già spiegato loro. Se noi realizzassimo una legge con maggiori aperture essa correrebbe il rischio di non essere approvata in consiglio regionale».

    «Io personalmente ho una visione ampia – continua Quaini – Sono un medico e nella mia esperienza ho visto molte persone trarre beneficio dall’uso terapeutico della cannabis che io stesso ho prescritto in alcune occasioni ai miei pazienti. Da consigliere regionale, però, devo confrontarmi con un sistema legislativo che non è così aperto in questo campo. Bisogna prenderne atto. In Italia manca un’adeguata informazione sul tema cannabis terapeutica. Per sbloccare le cose, secondo me, è necessario un fronte trasversale a livello nazionale, con iniziative di carattere parlamentare. Come è stato fatto sul tema degli oppiacei».

    Le leggi regionali non dovrebbero servire a rendere funzionali le norme nazionali che già esistono? E a rimuovere gli ostacoli che, di fatto, impediscono ai pazienti l’accesso ai farmaci?
    «Sì, ma ribadisco, bisogna intervenire a livello nazionale – conclude Quaini – Occorre una regia centrale perché il problema ha rilevanza nazionale. Comunque sia, se riusciremo a far passare la nuova normativa, questo sarà un discreto passo avanti per la Liguria».

     

    Matteo Quadrone

  • Tortura, carceri e droghe: via alla raccolta firme per tre leggi popolari

    Tortura, carceri e droghe: via alla raccolta firme per tre leggi popolari

    coda-personeIntrodurre il delitto di tortura nel codice penale, cambiare la legge Fini-Giovanardi sul consumo di droghe, restituire dignità ai detenuti ripristinando la legalità nelle carceri superaffollate: tre punti cardine per il presente e il futuro della giustizia democratica nel nostro Paese che un “cartello” di oltre venti associazioni (www.3leggi.it), impegnate a vario titolo nel sociale, ha tradotto in progetti di legge di iniziativa popolare.
    Affinché le proposte vengano prese in esame dal Parlamento, come previsto dall’art. 71 della Costituzione, sono necessarie le firme di almeno 50 mila elettori, entro il 31 luglio. Un traguardo tutt’altro che impossibile a giudicare dalla costante affluenza di firmatari, in prevalenza under 30, che ieri pomeriggio (martedì 9 aprile ndr) hanno affollato l’apertura della campagna di raccolta a Genova, nello Spazio Aperto di Regione Liguria, in piazza De Ferrari, affiancati da volti molto noti in città come don Gallo, Luca Borzani e i coniugi Giuliani.
    In giorni cui va tanto di moda parlare di programmi di governo, ecco una proposta concreta, dal basso.

    I tre progetti di legge sono assolutamente autonomi ma interconnessi tra loro, come spiega Patrizia Bellotto di Cgil Liguria, tra le organizzatrici della raccolta firme: «Il filo comune della nostra iniziativa è il rispetto della dignità delle persone. Le carceri sono strapiene anche perché c’è chi paga un prezzo assurdo per qualcosa che non può essere un reato, come la clandestinità che punisce una condizione dell’individuo e non il compimento di un’azione illegale. Discorso simile si può fare per le pene derivanti da consumo di droghe leggere, che si sono trasformate in un sovraffollamento degli istituti penitenziari, senza alcuna possibilità di recupero per gli individui».

    Ma vediamo nel dettaglio di cosa parlano i tre progetti di legge.

    DELITTO DI TORTURA

    La prima proposta è immediata e mira a introdurre nel Codice penale un articolo 608-bis dedicato al reato di tortura, colmando così una grave lacuna come imposto dal diritto internazionale. In questo caso, il testo ricalca la definizione di tortura codificata dalla Convenzione delle Nazioni Unite: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che infligge ad una persona, con qualsiasi atto, lesioni o sofferenze, fisiche o mentali, al fine di ottenere segnatamente da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su di una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su ragioni di discriminazione, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La pena è aumentata se ne deriva una lesione personale. È raddoppiata se ne deriva la morte. Alla stessa pena soggiace il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che istiga altri alla commissione del fatto, o che si sottrae volontariamente all’impedimento del fatto, o che vi acconsente tacitamente”. Inoltre, si vieta al governo italiano di garantire l’immunità diplomatica a stranieri condannati per questo reato in un altro Paese e se ne impone l’estradizione.

    «L’introduzione del reato di tortura è un punto fondamentale per il nostro ordinamento – ha commentato l’avvocato Alessandra Ballerini – basti ricordare la sentenza sul processo del G8 in cui viene ribadito che se tale reato fosse stato previsto, alcuni poliziotti e alcuni medici avrebbero dovuto risponderne».

    Secondo Stella Acerno di Amnesty International Liguria la questione è, inoltre, «strettamente legata alla formazione delle forze dell’ordine, che devono essere attori chiave del sistema di tutela e garanzia dei diritti, temi su cui ci interrogano, ad esempio, le sentenze sui casi Sandri, Aldrovandi e Cucchi».

    coda-persone-2CARCERI

    Più complessi i 26 articoli che puntano a una riforma del sistema detentivo italiano per ridurre il sovraffollamento delle carceri. «C’è una riscoperta sensibilità sul tema delle carceri, forse anche grazie alla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che l’8 gennaio ha condannato l’Italia per tortura» sottolinea Ballerini, che prosegue: «In Italia ci sono attualmente 66mila detenuti a fronte di una capienza massima di 44mila. In questo momento, se una persona finisce in carcere, sa che sarà sottoposta a tortura: vogliamo evitare che chi deve scontare una pena detentiva, entri in carcere finché non sia garantita la tutela della propria dignità».

    Tra i principali obiettivi di questo progetto di legge vi sono la conversione della pena in caso di mancanza di posti disponibili nelle case circondariali, la modifica delle disposizioni della legge ex Cirielli sulla recidiva, l’abrogazione del reato di clandestinità previsto dalla legge Turco-Napolitano, l’istituzione di sanzioni alternative per i reati che al momento prevedono una detenzione fino a sei anni e l’introduzione di un Garante nazionale dei detenuti che vigili sullo stato delle carceri italiane.

    DROGHE

    La terza proposta, infine, vuole modificare l’attuale impianto legislativo sul consumo di droghe, superando il sistema punitivo introdotto dalla legge Fini-Giovanardi, per giungere a una radicale depenalizzazione del consumo e a una netta differenziazione tra assunzione di droghe leggere e pesanti. «Con questa terza legge – conclude l’avvocato Ballerini – puntiamo a una profonda riforma delle azioni che dovrebbero garantire l’accesso ai programmi di recupero per i detenuti tossicodipendenti in contrapposizione agli inutili percorsi punitivi».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Liguria, cannabis terapeutica: la proposta di legge arriva in consiglio regionale

    Liguria, cannabis terapeutica: la proposta di legge arriva in consiglio regionale

    Oggi in consiglio regionale sarà discussa la proposta di legge n. 125 “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata dai consiglieri Matteo Rossi (Sinistra Ecologia e Libertà), Alessandro Benzi e Giacomo Conti (Federazione della Sinistra), già approvata in Commissione Sanità lo scorso 23 luglio.
    Parliamo della legge regionale sulla cannabis terapeutica, tassello fondamentale in via di approvazione in altre regioni italiane affinché l’uso medico dei farmaci cannabinoidi possa finalmente diventare una pratica consueta anche in Italia.
    Come abbiamo scritto la scorsa settimana l’attuale proposta di legge presenta degli evidenti limiti sottolineati dalle associazioni dei pazienti che si battono per il diritto alla cura, per altro non adeguatamente coinvolte nel processo che ha portato alla stesura finale del documento.

    La discussione di oggi è l’ultima occasione per fare chiarezza ed approvare una legge all’avanguardia, capace davvero di imprimere una svolta in merito ad una modalità di cura, consentita dalla legge ma nella realtà dei fatti quasi inaccessibile per i malati.
    Sel e Fds, dopo le pressioni delle associazioni dei pazienti, presenteranno un emendamento che, se sarà approvato, migliorerà l’impianto della legge.
    «Ci auguriamo che i nostri suggerimenti  vengano accolti dal consiglio regionale – spiega il presidente di Pazienti Impazienti Cannabis, Alessandra Viazzi – In caso contrario chiediamo a Sel e Fds di votare contro perché la legge da loro proposta, nonostante i buoni propositi, rischia di essere un passo indietro».

    Il principale nodo critico presente nella prima versione del documento approvato dalla Commissione Sanità è l’articolo 2 in cui si stabilisce che i derivati della Cannabis, sotto forma di specialità medicinali o di preparati galenici magistrali, possono essere prescritti dai medici di medicina generale previa prescrizione di specialisti in anestesia e rianimazione, oncologia, neurologia e medici in attività di centri e servizi di cure palliative, restando a carico del servizio sanitario regionale.

    In realtà già da alcuni anni i farmaci cannabinoidi possono essere prescritti dal medico di base, senza dover passare preliminarmente dalla prescrizione di uno specialista, ma in questo caso sono a carico del paziente. L’unico accesso gratuito ai farmaci avviene se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata.
    L’emendamento migliorativo prevede che «I farmaci a base di cannabis sono a carico del servizio sanitario anche quando sono prescritti dai medici di medicina generale, previa indicazione terapeutica formulata dai medici specialisti ospedalieri».

    «In questo modo creiamo una continuità tra struttura ospedaliera e medico di base, garantendo gratuitamente l’accesso alla cura per tutto il percorso terapeutico – spiega Viazzi –  Inoltre, cancellando l’indicazione dei medici specialisti a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi, eliminiamo una forte limitazione che impedisce ad una moltitudine di malati il diritto a curarsi con la cannabis».

    La discussione della legge arriva nel bel mezzo delle polemiche suscitate dalle nuove “raccomandazioni” del Dipartimento Politiche Antidroga (Dpa), guidato dal dott. Giovanni Serpelloni, pubblicate in forma di “Statement” ufficiale il 16 luglio e intitolato “Cannabis e suoi derivati: alcuni elementi di chiarezza su danni alla salute, l’uso medico dei farmaci a base di THC, la coltivazione domestica e l’uso voluttuario”.
    «Attendiamo che il Capo del Dipartimento Politiche Antidroga risponda con chiarezza alle legittime richieste di trasparenza dei malati, citando con completezza le fonti legislative alla base delle sue affermazioni – scrive l’associazione Pazienti Impazienti Cannabis in un contro documento http://www.pazienticannabis.org/richiesta-al-dott.-Serpelloni-di-chiarimenti-sullo-Statement-Cannabis.htm – Ci auguriamo che non saremo i soli ad esigerlo. In caso contrario, se non lo facesse, si esporrà alla inevitabile accusa di diffusione, tramite documento ufficiale con intestazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di notizie falsificate riguardo più aspetti della prescrivibilità dei farmaci cannabinoidi, punto di particolare importanza per l’indebito danno causato con continuità in questi anni ai malati ed ai loro medici, non trattandosi di un episodio isolato».

    Ma vediamo quali indicazioni fornisce il Dipartimento Politiche Antidroga per quanto concerne l’uso terapeutico della cannabis e le contro osservazioni di Pazienti Impazienti Cannabis.

    «I farmaci a base di THC sono disponibili anche nel nostro Paese e il loro impiego è disciplinato da specifiche leggi che ne regolamentano giustamente il campo di applicazione clinica, la prescrizione e l’uso esclusivamente per finalità mediche», si legge nello Statement del 16 luglio.
    «Se “sono disponibili” significasse la possibilità del malato di andare presso un ospedale e trovare il farmaco disponibile sarebbe corretto, ma in quasi tutte le Asl il tempo eventualmente richiesto sono mesi, e quasi sempre sono non disponibili a priori, nonostante la legge ne preveda la reperibilità – contesta Pazienti Impazienti Cannabis –  Sulla prescrizione ed uso medico dei farmaci siamo tutti d’accordo, ma potrebbe cortesemente indicarci quali sono queste “specifiche leggi che ne regolamentano il campo di applicazione”, dott. Serpelloni?»

    «Va sottolineato che questi farmaci trovano corretta applicazione solo sulla base di una precisa diagnosi e prescrizione medica specialistica», afferma il dott. Serpelloni.
    «In altre parole, secondo il Dpa un medico generico non è in grado di diagnosticare la nausea da chemioterapia e la sindrome debilitante di un malato di AIDS, o lo stato di sofferenza di un malato di glaucoma o epilessia o di Sclerosi multipla: tutte patologie per cui vi è evidenza di efficacia per i farmaci a base di cannabinoidi», sottolinea l’associazione dei pazienti.

    Inoltre «Non vi è alcuna disposizione normativa riguardo la necessità che siano esclusivamente medici specialisti ad effettuare le prescrizioni – continuano i pazienti – Al contrario, già anni addietro, un’interrogazione parlamentare in proposito aveva ottenuto dal Ministero della Sanità la risposta “bastano i medici generici” a smentita di tale voce senza fondamento, che purtroppo circola ancora, diffusa anche da chi si trova a rivestire ruoli di primo piano e teoricamente dovrebbe contribuire a chiarire questi aspetti normativi».

    «Tutti i pazienti che potrebbero beneficiare di questi farmaci su giudizio del medico specialista e per le patologie previste ed autorizzate, dovrebbero poterne avere accesso e, sulla base delle singole programmazioni e decisioni regionali (competenti della spesa sanitaria) e della sostenibilità finanziaria, poterne disporre gratuitamente al pari di altri farmaci analoghi», spiega il Dpa.
    Ma secondo Pazienti Impazienti Cannabis, il Dipartimento Politiche Antidroga deve chiarire «Quale legge o decreto nazionale stabilisca le patologie “previste e autorizzate”. Se mai avvenisse una simile interferenza, al medico verrebbe concesso di curare i suoi pazienti sulla base di “autorizzazioni” dei politici».

    Il dott. Serpelloni aggiunge «I farmaci a base di cannabinoidi sono per lo più farmaci di seconda scelta, di solito proposti come terapia complementare a quella fondata su farmaci di efficacia comprovata in studi clinici controllati e il cui profilo di tollerabilità è ampiamente definito nell’uso corrente».
    «Non esistono farmaci bollati come di seconda scelta “in linea di principio”, al di là ovviamente di ogni pregiudizio politico religioso o ideologico che, secondo la Carta di Vienna, è da tenere rigorosamente fuori dalla porta in quanto estraneo ai principi della ricerca – precisa l’associazione dei pazienti – La seconda affermazione farebbe nuovamente dedurre che gli studi clinici effettuati per i farmaci a base di cannabinoidi non siano adeguatamente suffragati da trial clinici, accusa non di poco conto di cui il Capo del Dpa si assume in prima persona tutte la responsabilità».

    Infine il Dipartimento Politiche Antidroga si rivolge a organizzazioni sanitarie e medici, raccomandando loro «Estrema prudenza ed attenzione nell’utilizzo di questi farmaci anche relativamente al non creare false aspettative di cura o false credenze su analoghi effetti benefici ottenibili anche dall’uso delle “droghe di strada” a base di THC».

    «Tradotto significa che se tuttora non si utilizzano questi farmaci (benché ciò sia possibile fin dal 1997!) è stato per assecondare le campagne contro la cannabis “di strada”? – conclude Pazienti Impazienti Cannabis – Abbiamo capito bene? Possiamo solo far notare che, anche a causa di tale chiusura, la maggior parte dei pazienti hanno scoperto l’efficacia terapeutica dei cannabinoidi proprio partendo dalla cannabis “di strada” ed autocoltivata».

    «Se in Liguria fosse approvata la proposta di legge senza le nostre correzioni, in pratica passerebbe la linea del dott. Serpelloni – conclude Alessandra Viazzi – Il Dipartimento Politiche Antidroga non è contrario alla cannabis terapeutica ma a determinate condizioni. Il dott. Serpelloni pretende che siano i medici specialisti a prescrivere i farmaci cannabinoidi. Queste indicazioni però, a livello legislativo, non sono presenti da nessuna parte».
    L’associazione Pazienti Impazienti Cannabis si augura che questa volta i consiglieri regionali comprendano l’importanza delle modifiche da apportare alla proposta di legge, in caso contrario il rischio è quello di approvare una norma che non sarà in grado di garantire il diritto alla cura  di migliaia di persone sofferenti.

     

    Aggiornamento 01/08/2012

    Come volevasi dimostrare, ieri il consiglio regionale ha approvato all’unanimità la proposta di legge senza apportare le modifiche richieste dalle associazioni dei pazienti. Resta l’indicazione dei medici specialisti (in anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia, medici operanti nei centri di cure palliative pubblici e convenzionati ) a cui è consentito prescrivere i farmaci cannabinoidi. L’unica novità è l’inserimento di un’ulteriore disciplina specialistica, l’oculistica, probabilmente perchè il consiglio regionale si è accorto che, in caso contrario, i malati di glaucoma – una delle malattie per cui è conclamata l’utilità della cannabis terapeutica – sarebbero stati esclusi dall’accesso alla cura.

    «La legge regionale approvata in Liguria ha senz’altro alcuni meriti specifici, rispetto a come sono andate le cose sino ad oggi – spiega in un comunicato l’associazione Pazienti Impazienti Cannabis –  il medico di base potrà, con l’avallo iniziale di un medico ospedaliero, far ottenere i farmaci a base di cannabinoidi senza spese al suo paziente, tramite la farmacia della Asl».

    La legge (D.M. 11-2-97), infatti, stabilisce che qualunque farmaco estero possa venir erogato a carico del servizio sanitario solo nel caso di “ambito ospedaliero” «I margini di manovra su questo punto sono dunque ristretti», sottolinea l’associazione.

    Nel documento approvato dal consiglio regionale però «Non si citano  le modalità ed il percorso per le preparazioni galeniche, per le quali non è richiesto alcun ambito specifico essendo già disponibili in Italia senza doverle importare e già prescrivibili sin da quando nel 2007 il Ministero si è espresso riguardo il THC ed il suo utilizzo come terapia inserendolo nella tabella II B – ricordano i pazienti – Questa sostanza, per la legge italiana da ben 5 anni può essere prescritta da un medico sul proprio ricettario semplice».

    «Del resto, neanche i rappresentanti di Solmag-Artha (del gruppo Fidia, distributori alle farmacie italiane delle infiorescenze olandesi titolate per le preparazioni galeniche) e della Sifap (Società Farmacisti Preparatori), da noi per tempo segnalati per la convocazione, erano stati ascoltati in fase di audizioni in commissione sanità, per un grosso problema di comunicazione che ha di fatto parimenti escluso le nostre 3 associazioni (Pazienti Impazienti Cannabis, Associazione Cannabis Terapeutica, Associazione Luca Coscioni) dalle fasi finali del dibattito in quella sede –  si legge nel comunicato  – I molteplici aspetti di queste terapie, anche e soprattutto quelli normativi, prescrittivi, e medico-legali, sono pressochè sconosciuti perfino agli addetti ed alla gran parte dei malati, motivo cui attribuiamo la carenza di risultati dopo le audizioni, ed anzi la modifica stessa in senso limitativo del testo originale».

    Per quanto riguarda invece i farmaci esteri «L’aspetto della legge che non condividiamo è quello relativo alla creazione di un “elenco” di medici specialisti che verrebbero “autorizzati” per via politica a prescrivere questi farmaci, escludendo tutti gli altri specialisti – sottolinea l’associazione – Sono valutazioni che andrebbero lasciate al medico sulla base di evidenze che vanno via via accumulandosi e della conoscenza clinica del proprio paziente, e non imposte loro per legge. Specie se il fine della L. 125 è quello di aiutare i malati ad avere accesso a quei farmaci su prescrizione del loro medico».

    La legge richiede solo che vengano prescritti da un medico ospedaliero e ciò solo per essere forniti senza spese, nient’altro.

    «Grazie alla mediazione dei firmatari della legge e del presidente della Commissione Sanità, abbiamo concordato la seguente opzione: chiedere di essere finalmente ascoltati dalla commissione, insieme a Solmag e Sifap, per esporre le nostre considerazioni e richieste di aggiustamenti – conclude l’associazione – Dopo di ciò, il Consiglio Regionale potrebbe essere chiamato a votare su di un emendamento che modifica il punto che ci sta particolarmente a cuore, indicato sopra, ed eventualmente altri. Ogni legge approvata in una Regione fungerà da modello per le successive, ecco perché in Liguria non possiamo tirarci indietro, neanche a legge approvata: è necessario per tutti i pazienti italiani».

     

    Matteo Quadrone

     

  • Liguria, cannabis terapeutica: quando la disinformazione la fa da padrona

    Liguria, cannabis terapeutica: quando la disinformazione la fa da padrona

    Oggi su tutti gli organi di informazione di qualsiasi natura essi siano (carta stampata, media online, tv e quant’altro) sono usciti roboanti articoli in merito all’approvazione in Commissione Sanità della proposta di legge regionale (che peraltro giaceva dimenticata da un anno e mezzo in qualche cassetto) sulla cannabis terapeutica “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”, presentata dai consiglieri di Sel e Fds.
    Ebbene, trattandosi di una materia assai spinosa che chiama in causa leggi nazionali e relative leggi regionali (chi vuole approfondire è invitato a leggere l’approfondimento di Era Superba), in via di approvazione in tutta Italia grazie alla spinta decisiva delle associazione di pazienti che da anni si battono per il diritto alla cura con la cannabis, la confusione regna sovrana. A questo punto è necessario fare un po’ di chiarezza perché non è possibile giocare irresponsabilmente sulla pelle dei malati.

    Innanzitutto la proposta di legge è stata approvata all’unanimità in III Commissione ma dovrà essere discussa, nel mese di agosto (salvo probabili slittamenti perché sappiamo bene quanto i nostri politici tengano alle ferie,ndr), in Consiglio regionale. Inoltre ieri, contestualmente alla proposta di legge, è stato approvato anche un relativo emendamento che, secondo i consiglieri, migliora l’impianto complessivo della legge.
    Premesso che finché non sarà possibile leggere integralmente l’emendamento è difficile farsi un’idea sufficientemente chiara delle presunte novità introdotte, alcune incongruenze saltano immediatamente agli occhi.
    «La proposta di legge prevede di inserire i farmaci a base di cannabonidi all’interno del servizio regionale sanitario e renderli così, accessibili economicamente a tutti i pazienti che ne necessitano», scrive Sel in un comunicato stampa diffuso ieri. «Con questa legge si daranno importanti risposte sia dal punto di vista della salute dei malati perché la cura è all’avanguardia, sia dal punto di vista economico perché riduciamo le spese ai pazienti», aggiunge il consigliere di Sel, Matteo Rossi.
    «L’emendamento migliorativo prevede che i farmaci a base di cannabis possano essere prescritti da medici di medicina generale previa prescrizione di specialisti in oncologia, anestesia, rianimazione, neurologia e medici in attività di centri e servizi di cure palliative, restando a carico delle servizio sanitario regionale», spiega il comunicato.

    Titoloni di giornale annunciano che da oggi la cannabis terapeutica potrà essere prescritta anche dai medici di base, ma in realtà già da alcuni anni esiste questa opportunità, tra l’altro senza dover passare preliminarmente dalla prescrizione di uno specialista. Il problema semmai è trovare medici disponibili a prescrivere medicinali derivati dalla cannabis perché tutto dipende dall’esclusiva valutazione discrezionale del professionista in questione ed inoltre lo stesso Ordine dei medici non incentiva questa pratica.
    Attualmente simili prodotti non sono disponibili nelle farmacie del nostro Paese ed i medici che ritengono di dover sottoporre i propri pazienti a terapia farmacologica con derivati della cannabis devono richiederne l’importazione dall’estero all’Ufficio Centrale Stupefacenti del Ministero della Salute. La normativa nazionale di riferimento è il Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all‘importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico, per utilizzo in ambito ospedaliero ed extra-ospedaliero.
    Inoltre dal 2007 si è aperta anche una seconda opportunità per i pazienti. I medicinali a base di cannabinoidi possono infatti essere commercializzati come preparazioni galeniche magistrali. Qualunque medico può prescrivere su semplice ricetta bianca non ripetibile tali preparazioni e qualsiasi farmacia – dotata di un laboratorio galenico – può richiederli ad una ditta di Milano, la Solmag-Artha, che nel 2009 ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione per importare i derivati naturali, ovvero le cosiddette infiorescenze femminili, dall’Olanda.
    Oggi i farmaci a base di cannabis sono a carico del paziente se prescritti dal medico di base, a carico del servizio sanitario se prescritti in ambito ospedaliero, non solo ospedalizzati ma anche pazienti soggetti a day-hospital, ad un percorso ambulatoriale o in regime di assistenza domiciliare integrata.
    «Se la presunta novità consiste nella possibilità, dopo aver ottenuto la prescrizione di uno specialista, di poter continuare la terapia ottenendo i farmaci gratuitamente su prescrizione del medico di base, questo sarebbe un fatto positivo spiega Alessandra Viazzi, presidente dell’associazione Pazienti Impazienti Cannabis – al contrario, se l’accesso gratuito ai derivati della cannabis è consentito esclusivamente grazie alla prescrizione di un medico specialista, si tratta di un passo indietro. Inoltre l’aver limitato le specialità (oncologia, anestesia, rianimazione, neurologia e medici in attività in centri e servizi di cure palliative) è un errore perché in questo modo si limita l’accesso alla cura ad una moltitudine di malati».
    Il presidente della commissione Sanità, Stefano Quaini, prova a spiegare meglio le novità introdotte «Facendo riferimento alla legge n.38/2010, che disciplina le cure palliative e la cura del dolore in Italia, ho proposto alcuni emendamenti che sono stati recepiti e che danno la possibilità di prescrizione ai medici specialisti di anestesia e rianimazione, oncologia e neurologia, oltre ai medici operanti nei centri e servizi di cure palliative, tenendo fermo il principio secondo cui l’approvvigionamento del farmaco in questione debba effettuarsi presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, mentre ad oggi l’unica possibilità era quella di fare riferimento a livello sovranazionale».
    L’associazione Pazienti Impazienti Cannabis contesta con forza queste affermazioni «Il riferimento alla legge n. 38/2010 è negativo perché così passa un messaggio errato – spiega Viazzi – viene messa in evidenza l’utilità di questi farmaci esclusivamente per quanto concerne le cure palliative del dolore, ad esempio nei casi di malati di Aids o per malati sottoposto a cicli di chemioterapia. Ma questa è solo una delle indicazioni e non certamente la principale, come abbiamo sottolineato più volte. In questa maniera vengono esclusi numerosi pazienti affetti da patologie che nulla hanno a che vedere con le cure palliative. Inoltre lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze è solo l’ultimo tassello di un processo che prevede, prima l’indicazione di un ente produttore di cannabis a fini terapeutici e successivamente, tramite un bando della regione, l’individuazione di una struttura dove realizzare la preparazione dei farmaci. Oggi, infatti, è possibile rivolgersi alle farmacie dotate di un laboratorio galenico che però sono costrette ad importare il prodotto dall’Olanda, con i conseguenti notevoli costi per i pazienti».

    Ma l’aspetto più grave rimane l’aver escluso le associazioni dei pazienti – la cui esperienza è stata fondamentale nella fase di preparazione della proposta di legge – dalle recenti audizioni della Commissione Sanità, nonostante i consiglieri sbandierino ai quattro venti il loro coinvolgimento «E’ stato condotto un ciclo di audizioni esaustivo e molto utile che ha dato la possibilità ai commissari di essere edotti al meglio sulla materia, peraltro molto complessa e non priva di tecnicismi – afferma Quaini – La Liguria sarebbe la seconda regione italiana, dopo la Toscana, a dotarsi di una legge ad hoc su un tema così spinoso e spesso trattato in maniera superficiale e pregiudiziale, mentre i consiglieri della nostra Regione hanno dimostrato una notevole maturità e l’interesse fattivo nel voler offrire risposte concrete a malati sofferenti di patologie croniche molto insidiose».
    «Noi non siamo stati ascoltati dalla Commissione – conferma il presidente di Pazienti Impazienti Cannabis – Per quanto ne sappiamo i  consiglieri regionali hanno incontrato in audizione l’associazione Gigi Ghirotti, presieduta dal professor Franco Henriquet ed il primario di medicina d’urgenza del San Martino. Eppure senza il nostro contributo la proposta di legge non sarebbe mai stata realizzata».

    Pazienti Impazienti Cannabis, Associazione Luca Coscioni e Associazione per la Cannabis Terapeutica, infatti, erano stati convocati per l’11 giugno, poi l’incontro è stato rinviato al 18 giugno. «In vista di questo importante appuntamento abbiamo coinvolto anche la Società Italiana Farmacisti Preparatori, i rappresentanti della Solmag-Artha che si occupa dell’importazione dei derivati naturali dell’Olanda ed il medico che ormai da molti anni segue 4 pazienti genovesi e conosce molto bene le attuali procedure – conclude Viazzi – sarebbe stato utile ascoltare le nostre istanze invece l’audizione è slittata nuovamente, questa volta al 25 giugno. Noi abbiamo comunicato che quel giorno non saremmo riusciti ad essere presenti, causa altri impegni, ma nonostante le nostre richieste di fissare un nuovo appuntamento, non siamo più stati convocati. Con grande sorpresa ieri sera sono venuta a conoscenza dell’approvazione della proposta di legge. Prima di dare un giudizio definitivo sulla legge vogliamo studiarla approfonditamente con i relativi emendamenti».
    Certamente l’aver diffuso entusiastici comunicati stampa sull’approvazione di una proposta di legge che ancora deve essere discussa dal consiglio regionale e, senza ombra di dubbio, necessita di opportuni aggiustamenti, resta una leggerezza incomprensibile su una materia assai delicata che chiama in causa il diritto alla cura di migliaia di malati.

     

    Matteo Quadrone

  • Cannabis terapeutica: informazione e formazione per abbattere l’ignoranza

    Cannabis terapeutica: informazione e formazione per abbattere l’ignoranza

    Informazione, formazione, condivisione sono i tre elementi cruciali con cui provare a scardinare il muro di ignoranza che si trovano di fronte i pazienti che intendono curarsi con la cannabis terapeutica.

    Un’opportunità consentita dalla Legge italiana a partire dal 2007, quando il principio attivo (THC) della cannabis è stato inserito nella tabella II B, l’elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope di riconosciuto valore terapeutico, ovvero farmaci prescrivibili con semplice ricetta bianca non ripetibile. Con il decreto ministeriale del 18 aprile 2007 i cannabinoidi delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e trans-delta-9-tetraidrocannabinolo (Dronabinol) entrano nella tabella II B «Considerato che costituiscono principi attivi di medicinali utilizzati come adiuvanti nella terapia del dolore anche al fine di contenere i dosaggi dei farmaci oppiacei ed inoltre si sono rivelati efficaci nel trattamento di patologie neurodegenerative quali la sclerosi multipla». Il Ministero della salute, a partire da quella data, rende possibile utilizzarli nella terapia farmacologica.

    Peccato però che questa norma non sia mai stata pubblicizzata adeguatamente e chi voglia accedere a questa modalità di cura deve combattere contro mille ostacoli burocratici, resistenze da parte di medici ed Asl, risposte diverse a seconda della regione di residenza (tutta la trafila a cui sono sottoposti i pazienti è dettagliatamente descritta nella precedente inchiesta di Era Superba).
    Ieri, al centro sociale Terra di Nessuno del Lagaccio, si è svolto un incontro informativo alla presenza di realtà antagoniste provenienti da Torino (csoa Gabrio), Pisa (Osservatorio AntiPro), Bologna (Laboratorio AntiPro del Livello 57), Milano, Roma e Genova (associazione Pazienti Impazienti Cannabis). L’obiettivo è parlarne, far circolare l’informazione, mettere il sistema davanti all’evidenza del paradosso italiano – una cura consentita dalla legge ma praticamente inaccessibile alla maggior parte dei malati – per provare ad aprire uno spiraglio nell’opinione pubblica.

    Innanzitutto è stata sottolineata la differenza tra i farmaci derivanti dai cannabinoidi sintetici (in particolare il Nabilone), prodotti dall’industria farmaceutica, rispetto alle cosiddette infiorescenze femminili di cannabis, fiori coltivati in laboratorio, sterilizzati e sottoposti ad un minuzioso controllo per quanto riguarda qualità e sicurezza, realizzati appositamente per il Ministero della salute olandese. Entrambe le tipologie sono importabili grazie al Decreto Ministeriale dell’11 febbraio 1997, relativo all’importazione di farmaci esteri direttamente dal produttore da parte delle Farmacie del servizio sanitario pubblico.

    I derivati sintetici sembrano mostrare minore efficacia e maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai derivati naturali, oggi preferiti da molti pazienti. Nonostante ciò finora in Italia la maggioranza delle importazioni ha riguardato soprattutto un principio attivo sintetico, il Nabilone, in pratica thc puro ed il Sativex, uno spray sublinguale a base alcolica, prodotto dalla Bayern che negli ultimi tempi è stato approvato in molti paesi europei.
    La pianta di cannabis contiene al suo interno una settantina di principi attivi, l’unico stupefacente è il THC. Le ricerche portate avanti in questi anni hanno consentito di comprendere che l’azione degli altri cannabinoidi modulano l’effetto del THC e riducono gli effetti collaterali. Inoltre anche altri principi attivi, ad esempio il CDB, hanno interessanti proprietà terapeutiche. In paesi più tolleranti come l’Olanda, oggi si ragiona in direzione di una specializzazione delle coltivazioni dedicate all’uso medico: esistono, infatti, semi di canapa che garantiscono determinate percentuali di alcuni principi attivi che possono risultare utili per differenti patologie.

    Ma qual è l’ostacolo principale in Italia?
    Il problema è trovare medici disponibili a prescrivere la cannabis terapeutica. In tutta Italia sono solo poche decine i professionisti che decidono di farlo. Uno dei motivi per cui non prescrivono i derivati naturali è perché nel momento in cui un medico prescrive una cura simile, di conseguenza svaluta la sperimentazione sui farmaci cannabinoidi sintetici sviluppata anche dai ricercatori italiani. Oltre ad una motivazione  strettamente legata a notevoli interessi economici, ne troviamo un’altra, probabilmente più grave, perché riguarda la carenza di informazione in merito alle infiorescenze femminili di cannabis. Purtroppo in Italia la formazione rivolta ai medici è appannaggio esclusivamente delle case farmaceutiche e di enti autorizzati che non hanno alcun interesse nel veicolare le conoscenze sui prodotti naturali. Dall’altro lato non va dimenticato che spesso a livello regionale, i medici delle singole aziende sanitarie locali, non informati adeguatamente dai direttori sanitari, ignorano questa opportunità di cura.
    Le associazioni che si battono per il libero accesso alla cannabis terapeutica  – in prima fila Pazienti Impazienti Cannabis – hanno contattato medici e ricercatori olandesi per chiedere supporto, trovando subito disponibilità. Le ipotesi allo studio sono sostanzialmente due: stampare in lingua italiana il materiale informativo sui derivati naturali; promuovere seminari in Italia, alla presenza di esperti olandesi, affinché anche nel nostro Paese si possa parlare consapevolmente di cannabis terapeutica. L’obiettivo è quello di creare un nucleo di medici disponibili a condividere le informazioni con altri colleghi, in maniera tale da stimolare un circolo virtuoso puntando ad allargare progressivamente il numero dei professionisti coinvolti.

    I pazienti intendono rivendicare il fondamentale legame tra la pianta e la cura, al contrario delle case farmaceutiche che mirano ad isolare il principio attivo per produrre farmaci sintetici.
    Nelle varie proposte di legge regionali presentate in Italia, uno dei punti principali è proprio la richiesta di avviare una produzione italiana di cannabis a fini medici, sul modello olandese. Oggi è già tutto pronto perché nel nostro Paese esiste una coltivazione autorizzata, con alta concentrazione di THC, ai fini della ricerca. Sarebbe sufficiente individuare un laboratorio farmaceutico centrale, ad esempio lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, che grazie alle sue competenze potrebbe occuparsi della sterilizzazione e del controllo qualitativo del prodotto destinato alla fornitura per il Servizio Sanitario pubblico. Il percorso però deve essere necessariamente avviato da una regione che richieda un ordinativo di principio attivo per le esigenze dei suoi pazienti.

    E qui arriviamo ad un altro snodo centrale, ovvero l’attuale situazione delle leggi regionali. Oggi in due regioni, Puglia e Marche, una delibera sul tema cannabis terapeutica è già stata approvata ma anche qui si dovrà passare da una legge regionale. Purtroppo però, secondo Pazienti Impazienti Cannabis, le nuove norme invece di favorire, limitano l’accesso alla cura: la lista delle patologie interessate è assai scarna e comprende solo la sclerosi multipla e la terapia del dolore in ambito oncologico.
    Ma finalmente, pochi giorni fa, in Toscana, prima regione italiana, è stata approvata una vera e propria legge in merito. La legge regionale toscana è limitata – sottolinea Pazienti Impazienti Cannabis – ma comunque accettabile. Questo grazie all’intervento dell’associazione che ha convinto i consiglieri toscani a modificarne l’impostazione, precedentemente incentrata esclusivamente sulla terapia dolore. Il 2 Maggio è stata approvata però affinché non rimanga una legge vuota, puramente di indirizzo, sono previste delle delibere attuative. La Giunta ha garantito di impegnarsi con delibere che vadano in un senso di maggiore apertura, ma staremo a vedere quale sarà il risultato finale.

    In Liguria, dopo oltre un anno in naftalina, la proposta di legge regionale “Modalità di erogazione dei farmaci e delle preparazioni galeniche a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche” – presentata per la prima volta il 7 marzo 2011 da Federazione della sinistra e Sinistra ecologia e libertà –  in questi giorni è stata nuovamente illustrata ed ora è pronta ad approdare in commissione sanità. Un passaggio fondamentale perché se davvero si riuscirà a trovare una formula ideale, questa legge potrebbe diventare il modello di riferimento per le altre regioni italiane.

    Quali sono le prospettive future ed i metodi di lotta possibili?
    In alcuni paesi europei (in particolare Spagna e Belgio) in questi ultimi anni, nonostante non siano mancate denunce ed arresti, è stato avviato il progetto dei Cannabis Social Club. Un modello che ha lo scopo di evitare che i consumatori di cannabis siano coinvolti in attività illegali e assicura che siano soddisfatti certi requisiti riguardanti la sicurezza e la salute pubblica. I Cannabis Social Club (CSC) sono delle associazioni registrate e senza fini di lucro, formate da persone adulte che consumano cannabis. I club possono essere istituiti legalmente in tutti i paesi dove la coltivazione per uso personale di quantitativi di cannabis è stata decriminalizzata. I Cannabis Social Club organizzano la coltivazione collettiva di un quantitativo di cannabis che è esclusivamente inteso per il consumo privato dei propri membri. I CSC si pongono un obiettivo politico, ovvero il cambiamento delle politiche sulle droghe, proponendo un alternativa al mercato nero. Ma non solo l’obiettivo è anche ragionare sul consumo consapevole e sull’abuso. Alla ricerca non di una liberalizzazione, bensì di una regolamentazione che consenta ai consumatori di usare la cannabis consapevolmente.

    In Italia, dal punto di vista legislativo, non esistono spiragli per avviare esperienze del genere. E però la presenza di numerosi pazienti che intendono curarsi con la cannabis – e già in passato lo hanno fatto assumendosi il rischio di auto prodursi la pianta medica – apre nuovi possibili scenari. Quindi nel nostro paese si profila la possibilità della nascita di associazioni simili rivolte però esclusivamente al livello medico. E la giurisprudenza potrebbe dare una mano, considerato che alcuni procedimenti giudiziari a carico di malati accusati di coltivazione illegale di cannabis, sono stati archiviati quando, prima del processo, sono riusciti a presentare le adeguate documentazioni mediche a sostegno dell’utilizzo terapeutico della pianta.
    La strada giudiziaria dunque appare una scorciatoia da percorrere per il riconoscimento dei propri diritti. E partendo da qui si potrà provare ad esercitare la necessaria pressione sulla politica affinché anche il Parlamento si occupi della questione. In Italia i pazienti sono gli unici pronti a rischiare. A seguire una linea di disobbedienza civile ove vi sia un principio certo: la coltivazione personale di un malato non è perseguibile dalla legge.

     

    Matteo Quadrone

  • Regione, cannabis terapeutica: illustrata la legge presentata 14 mesi fa

    Regione, cannabis terapeutica: illustrata la legge presentata 14 mesi fa

    Questa mattina in Consiglio regionale, Matteo Rossi, capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà ha illustrato la proposta di legge, presentata con Alessandro Benzi e Giacomo Conti (Federazione della Sinistra), fondamentale integrazione della Legge nazionale, necessaria per dare finalmente il via libera all’utilizzo terapeutico della cannabis.

    Una proposta di legge depositata agli atti da ben 14 mesi (7 marzo 2011).

    Dopo anni di attese, forse, pazienti affetti da diverse patologie potranno usufruire di una legge sull’utilizzo terapeutico di alcuni principi cannabinoidi. «L’impiego di queste sostanze avverrebbe su diverse patologie – spiega Matteo Rossi – da palliativo del dolore a lenitivo degli effetti collaterali delle chemio e radio-terapie, di patologie come il glaucoma, l’epilessia, le patologie neurologiche e psichiatriche».

    La legge regionale regolamenterà l’utilizzo della terapia sia in ambito ospedaliero che in quello casalingo: il paziente in condizione di cronicità potrà proseguire il trattamento domiciliare senza spese, presentando alla farmacia ospedaliera ogni mese una nuova ricetta, o ogni tre mesi se utilizza farmaci importati, redatta da uno dei medici ospedalieri che lo hanno in cura.

    «Quello che proponiamo continua Rossiè creare convenzioni con stabilimenti nazionali affinché sia possibile la fornitura al servizio sanitario pubblico in modo che la Giunta regionale attivi una convenzione con lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze per la produzione e lavorazione di Cannabis medicinale coltivata in Italia o con altro soggetto dotato delle medesime autorizzazioni alla produzione di principi attivi stupefacenti a fini medici, ai fini della fornitura al servizio sanitario pubblico regionale».

    Inoltre la Giunta regionale annualmente effettuerà una relazione sulla legge per verificarne il rapporto costi – benefici, sia per il profilo sanitario, sia per il profilo socio assistenziale. In ogni modo questa verifica è necessaria in quanto, per provvedere alla relativa copertura della terapia, i finanziamenti arriveranno dalle risorse del Fondo Sanitario Regionale, sottolinea Sinistra Ecologia e Libertà.

  • Coffee Shop vietati ai turisti nel sud dell’Olanda, dal 2013 anche ad Amsterdam?

    Coffee Shop vietati ai turisti nel sud dell’Olanda, dal 2013 anche ad Amsterdam?

    Cannabis, Marijuana, HashishIl primo maggio 2012, in Olanda, sarà ricordato come una data storica. Nelle province meridionali dei Paesi Bassi, infatti, è ufficialmente vietata la vendita di marijuana alle persone non residenti in Olanda (in pratica ai turisti) per effetto di una legge fortemente voluta dal governo conservatore del premier Rutte.

    Da martedì, quindi, per acquistare marijuana nei Coffee Shop del sud è necessario essere soci degli stessi club, e per potersi iscrivere (e ottenere una carta speciale, il WeedPass) bisogna obbligatoriamente dimostrare di essere residenti. Il programma di Rutte prevede l’estensione del provvedimento a tutta l’Olanda (Amsterdam compresa) a partire dal primo gennaio 2013.

    Intendiamoci, in Olanda non sono tutti d’accordo. Oltre, ovviamente, alle accese proteste e manifestazioni di consumatori e titolari di Coffee Shop, lo stesso sindaco di Amsterdam Eberhard van der Laan si è dichiarato contrario all’estensione del provvedimento anche alla capitale: «Questo divieto, oltre a produrre una pesantissima ricaduta sul turismo, andrà anche a incentivare l’attività degli spacciatori che acquisteranno legalmente la cannabis dai Coffee Shop, per poi rivenderla ai turisti a prezzi maggiorati». Il sindaco ha aggiunto di voler negoziare un compromesso accettabile con il ministro della giustizia Ivo Opstelten.

    Insomma, che la “città dei balocchi” si trasformi fra sette mesi in una città normale è ancora da vedere. I titolari dei Coffee Shop di Amsterdam (e non solo) si sono uniti e hanno affidato la pratica a un team di avvocati che mira a ostacolare l’entrata in vigore della norma ad Amsterdam. Per ora le carte della “discriminazione nei confronti degli stranieri” e della “privacy” (per iscriversi ai Coffee Shop è necessario fornire i dati personali) non hanno sortito alcun effetto, entrambi i ricorsi sono infatti stati respinti dal Tribunale.

    In questa vicenda, non dimentichiamo, ci sono in ballo anche tanti tanti soldi… Le perdite economiche che l’Olanda subirebbe se il provvedimento venisse applicato anche ad Amsterdam sono il motivo principale che spinge una parte della politica olandese a frenare l’iniziativa di Rutte. Secondo le stime, infatti, ogni anno circa 4 milioni di turisti si recano in Olanda, di cui il 30% spinti dalla possibilità di comprare cannabis liberamente. In parole povere quasi un milione e mezzo di persone il prossimo anno rinuncerebbe alle vacanze nella “Venezia” del nord Europa causando un buco di bilancio stimato in 900 milioni di euro (fra tasse pagate dai Coffee shop e diminuzione di entrate di alberghi, ostelli, ristoranti…)

    Coffee Shop, AmsterdamLa politica olandese sulle droghe leggere  (in lingua olandese denominata “Gedoogbeleid” che tradotto letteralmente significa “tolleranza”) è in vigore dal lontano 1975. Una linea unica al mondo che, pur non legalizzando la sostanza (lo stato olandese, al contrario di quanto spesso si pensa in Italia, vieta la produzione, la detenzione, la vendita e l’acquisto di marijuana…), tollera la produzione per uso medico, la detenzione fino a 5 grammi (uso personale) e la vendita o l’acquisto solo all’interno dei locali adibiti e solo fino a 5 gr al giorno per persona. Persona che, secondo il volere di Rutte, deve essere olandese.

     

    Gabriele Serpe