In questi ultimi giorni la notizia delle condanne per lo scandalo degli appalti truccati di Mensopoli trova un inquietante continuità nell’ indagine avviata dalla magistratura.
Per Mensopoli le condanne hanno confermato l’impianto accusatorio che aveva portato nel maggio 2008 ad arresti eccellenti anche fra esponenti vicini alla giunta comunale accusati di aver creato un comitato del malaffare per gestire arbitrariamente gli appalti per le mense scolastiche e ospedaliere della regione. La dimostrata corruttibilità dei dirigenti pubblici e il tentativo di trasformare in sistema una pratica consueta di favori e mazzette è stata fermata in tempo e le condanne, se pure simboliche, perché sappiamo che gli imputati non passeranno un giorno in cella, sono comunque significative anche se forse non saranno un deterrente sufficiente per altri amministratori disonesti.
La nuova inchiesta che chiama in causa l’agenzia per la protezione dell’ambiente è invece appena agli inizi ma se si confermassero i sospetti calerebbe un’ ombra sinistra sulla gestione della sicurezza ambientale nella nostra regione.
Si presume infatti che l’Arpal che fornisce consulenze a vari enti pubblici sulla cui base vengono date concezioni edilizie e di altra natura, avrebbe emesso pareri addomesticati per favorire alcuni soggetti coinvolti.
Si tratta di controlli che riguardano le acciaierie di Cornigliano, la Stoppani di Cogoleto, l’Acna di Cengio, la discarica di Scarpino.
L’indagine sull’Arpal suscita pesanti interrogativi perché se fosse vero quanto ipotizzato sarebbe a rischio l’effettiva sicurezza dei siti prima nominati e soprattutto potrebbero esistere rischi per la salute delle persone.
Non resta che confidare nel buon lavoro della magistratura e sperare bene, augurandosi che l’onestà di un organismo pubblico così importante per il benessere e la vivibilità della Liguria, sia ancora integra e non ritrovarsi un’altra volta immersi nel torbido mondo del malaffare a tutti i costi, anche sulla pelle dei cittadini.
Matteo Quadrone
Una sera, in una piccola piazzetta dei vicoli, ho fatto un incontro bizzarro: un signore, all’apparenza un giovane ragazzo, scarmigliato e mingherlino, porta con sè un blocco di fogli e una matita.
Ugo, per chi lo conosce, non è una novità, è un fumettista, pittore, regista, giornalista e scrittore. Ha esposto i suoi quadri alla Biennale di Venezia, è stato regista di spot pubblicitari per la Mattel e la Penguin, ha ideato diari scolastici per la Pigna. E’ il più giovane del celebre gruppo della rivista Frigidaire, su cui disegnava anche l’ormai mitico Andrea Pazienza.
Ugo inizia ad esser pubblicato nel ’73 con “Il Lavoro” e lascia al quarto anno il liceo scientifico per dedicarsi al mestiere dell’arte e per affinare i suoi talenti.
Lavori per Frigidaire, hai fatto delle vignette per sostenere La Sinistra Arcobaleno: ti consideri un artista militante? Come ti definisci?
Sì, lavoro per Frigidaire da sempre, prima veniva pubblicato con “L’Unità”, da due anni ormai esce l’ultimo sabato di ogni mese con “Liberazione”. Io artista militante? Sì, sì! Hai detto bene, e per dirla tutta mi definirei un anarchico del fumetto!
Sei tra i primi artisti italiani ad aver creato figure animali e mutanti. Cosa pensi della nuova generazione di artisti?
Innanzitutto l’arte si può anche imitare ma mai copiare. Io e Andrea Pazienza, e ancor prima Magnus, non abbiamo avuto maestri, siamo cresciuti da soli. Non ho mai imitato, il mio mestiere è nato spontaneamente: a 4 anni già disegnavo e a 14 avevo uno stile mio. Oggi tutti vogliono 5 minuti di celebrità, spesso senza vedere i propri limiti. Esiste una corrente chiamata dilettantismo che si nutre dei giovani e ne fa polpette. Ho trovato alcuni ragazzi con talento ma sono ancora indietro, devono sudare sulle tavole e non è una loro priorità.
Sei mai stato imitato o copiato?
Qualche anno fa c’era un giovane ragazzo dell’Accademia che ci teneva molto a dirmi quanto mi ammirasse, e conosceva a memoria le mie vignette. Beh, è finito a disegnare i miei personaggi per la Ceres.
Quali progetti hai in futuro?
Al momento lavoro per il prossimo numero di “Frigidaire”, e poi ho in ballo due personali a Milano e a Roma per febbraio, una a Berlino e una collettiva a Tokyo in primavera.
In bocca al lupo a Ugo allora, un bicchiere alla tua salute e a presto sulla cresta dell’onda!
Roberto Maini, pittore genovese, conosciuto ai più come “la voce” che da anni risuona nell’atrio della stazione Principe o in Galleria Mazzini, le sue urla e i suoi rimproveri interrompono il movimento frenetico di centinaia di passanti che transitano ogni giorno da quei luoghi, cerca di risvegliarli dal loro torpore e dall’indifferenza verso gli altri…
Alla sua figura, al suo essere al di fuori della cosiddetta “normalità”, sono stati dedicati anche dei gruppi di fan sul popolare Facebook. Ma del personaggio si conosce solo il suo lato per così dire irregolare, ma nessuno o quasi è al corrente delle sue notevoli qualità artistiche. Ci si può chiedere come sia possibile che questi nuovi mezzi di comunicazione, indubbiamente portatori di maggiore libertà di espressione, riescano a creare veri e propri miti, basandosi spesso esclusivamente su valutazioni superficiali ed estemporanee, senza nessun tentativo di approfondimento nei confronti della realtà delle cose. Ma questo non è il luogo dove affrontare la questione.
La cosa che mi preme sottolineare è possibile conoscere l’attività artistica di Roberto Maini attraverso un’esposizione permanente allestita al Centro Solidarietà di Genova, in via Asilo Garbarino, con alcune riproduzioni ingrandite su tela di piccoli lavori pittorici originali, realizzati in acrilico e conservati da Eugenio Costa nella sua omonima galleria d’arte in Salita S. Caterina.
La prima serie di opere, realizzata a metà degli anni ’90 su commissione di Eugenio Costa, hanno come temi principali il cielo, il cosmo, gli alberi. Sono opere che l’autore dichiara ispirate alle teorie di Wilhelm Reich, in particolare quella sull’energia orgonica, l’energia cosmica primordiale presente ovunque nell’universo.
La sua è una pittura espressiva dai tratti decisi, esprime potenza, un’energia superiore, è la forza della natura che si manifesta all’uomo. Sono cieli blu e viola, rotti da scie luminose, da sprazzi di luce nel buio, atmosfere cosmiche in cui compaiono sfere lucenti simili a dischi volanti.
Risalgono invece al 2009 una serie di lavori, sempre in piccolo formato, in cui il tema paesaggistico prende il sopravvento, scompaiono alcuni riferimenti cosmici, abbiamo la raffigurazione di mare, monti, paesaggi al limite fra cielo e terra. I colori variano, le tonalità del giallo e del verde sono predominanti, le atmosfere si fanno più rarefatte, i colori più tenui.
Dimostra sempre un’incredibile abilità nell’accostamento dei toni ed un rigore compositivo che contrasta con la sua poetica visionaria, le sue immagini trasmettono un’energia primitiva, trasudano semplicità e concretezza, l’essenzialità della natura al cospetto dell’uomo.
Silvano se dovessi racchiudere oggi in poche righe il tuo “discorso tipico dello schiavo”, come un messaggio sul telefonino a milioni di persone nello stesso istante… cosa scriveresti?
Nessuna somma al mondo vale un giorno della tua vita vissuta in libertà, vale a dire sulla scia silenziosa dei desideri e non nel chiasso degli obblighi.
Tu hai girato l’Oriente in sacco a pelo, come sopravvivevi, come ti sei mantenuto?
Un vero miracolo. A partire dalla Grecia e poi in Turchia e in Siria e in Giordania e nel Libano e in tutto il nord Africa, avevo con me un biglietto di due dollari e non ho mai avuto bisogno di cambiarlo perche’ ovunque mi svegliassi c’era un essere umano, uomo o donna che mi porgeva del cibo con infinita tenerezza. Puo’ sembrare incredibile ma e’ stato cosi’.
Il lettore si stara’ domandando: Bene… Ma oltre ai sogni da rock star, da attore hollywoodiano e alla vita da eremita, quali sono le vie alternative ai mille euro al mese del mio principale? Proviamo a dar loro qualche spunto… qualche esempio da cui partire, qualche riferimento… qualche cosa ben precisa su cui riflettere… Oltre il lavoro subordinato, quali strade pensi possa intraprendere un giovane oggi per sopravvivere in questo mondo?
Innanzitutto va ripristinato il meccanismo dei desideri naturali, quelli che in genere ha un bimbo di 4 anni che non desidera ne’ soldi ne’ ragazze, ne’ carriere ma, se ha dormito e mangiato, desidera solo giocare. Si tratta di giocare col mondo e con gli eventi come se fossero a disposizione della nostra fantasia. Non esiste Essere al mondo che non abbia voglia di giocare e il gioco di un bimbo cresciuto si chiama creativita’, in qualsiasi forma o quantita’. Il lavoro subordinato e’ in genere un crimine, ma per tre ore al giorno a pieno stipendio si puo’ anche accettare. Al limite va cercato un padrone con un minimo di cervello, gli va chiesto quali sono i compiti da svolgere e tali compiti ci si organizza per svolgerli in tre ore, tempo interminabile per una persona serena e che sta pensando alle rimanenti 21 ore di liberta’. Ma meglio e’ se ognuno si inventa la possibilita’ di vivere della propria creativita’. Inoltre sconsiglio a chiunque di sopravvivere, si tratta invece di vivere e vivere, lo ripeto, significa ritrovare i desideri naturali e dare loro una risposta.
Cantautori, poeti, pittori, cineasti… Il mondo e’ pieno di talenti. Ma per pubblicare libri viene richiesto denaro, per incidere dischi serve denaro, se suoni dal vivo non guadagni piu’ di trenta euro a serata e se vuoi fare del cinema nessuno ti da i soldi per iniziare a girare il tuo primo film. Quale strada deve seguire secondo te un artista emergente per riuscire a vivere della sua attivita’?
L’arte fatta con i soldi somiglia all’amore fatto con i soldi, ovvero non e’ altro che un nulla travestito da evento. Ho scritto un manuale intitolato “Come produrre un film senza denaro o, per capirci meglio, senza spendere neppure un euro”. Io di film lungometraggi ne ho prodotti 12 senza denaro e una sessantina di documentari. Naturalmente per prima cosa ho eliminato la troupe e mi sono assunto la responsabilita’ di scrivere la sceneggiatura, fare la fotografia, il montaggio, la produzione e anche la distribuzione. Insomma “Comanda e fai da te, sarai servito come un re…”
Infine non credo esista il Cantautore o il Poeta, ma un essere umano che si e’ ridotto a identificarsi in un ruolo, sia pur giocoso. In realta’ tu Cantautore o tu Poeta, come essere umano, appunto, sei una infinita’ di altre cose…
Le cascate Iguazu sono un sistema di 300 cascate, per una lunghezza di circa 3 km, con altezze anche di 150m, al confine fra Argentina e Brasile. La cascata più importante e profonda è chiamata la ‘garganta del diablo‘ profonda150m. e lunga 700 m.
E’ da tener presente che, la maggioranza delle cascate si trova in territorio argentino. Ma una migliore visuale ed in particolare quella della ‘garganta del diablo’ la si può avere solamente dalla parte brasiliana.
La maestosità e la potenza che questo continuo riversarsi di acque, dal colore leggermente marrone dovuto alla terra dell’alveo del fiume, agisce su chi le osserva, come un qualcosa di magico da ritenersi quasi sovrannaturale.
L’assordante mormorio della caduta delle acque che a volte, per attimi di tempo, pare scomparire all’udito come se tutto stesse per rifiatare per poi riprendere con immutato assordante rumore, il levarsi continuo della nebbia che tutto avvolge e molto nasconde, i continui arcobaleni che nascono e muoiono a secondo il cambiamento, umanamente impercepibile, delle correnti d’aria, danno al visitatore una sensazione di sovranaturalità di tutto l’insieme.
Solo un Dio, può aver creato e puo’ continuare a gestire il tutto, con normalità e quasi con indifferenza. Come se far arrivare e sprofondare sempre egualmente, sempre con la stessa cadenza, nel più semplice dei modi, miliardi di m3 di acqua, sia del tutto normale. Mi riesce difficile descrivere quello che ho potuto vedere ed ho provato, avvicinandomi a Loro. Dico loro e lo scrivo in maiuscolo, perché personalmente sento che debbo assolutamente portarle riverenza. Ancora oggi mi accade, malgrado il tempo trascorso da allora, che scrivendone il vissuto, ne rivivo, in parte, i momenti.
Il turista, può scegliere più modi per ammirare questo spettacolo. Quello classico è di costeggiare, a piedi, per un po’il fiume fino a Puerto Canoas e di li prendere la passerella che conduce al salto detto Garganta del Diablo. Mi ripeto: uno spettacolo indescrivibile.
Oppure quello di prendere il battello e raggiungere la piccola isola di San Martin e la relativa fossa. Anche perché i colori dell’acqua, sono diversi a seconda di dove il visitatore si trovi. Di norma ogni visitatore percorre, tutti i così detti sentieri, che permettono la visuale di tutte le cascate/fosse. C’è la possibilità di sorvolarle anche in elicottero con l’opportunità della visuale ampliata di buona parte del parco.
Pensate che il fiume Yguazu, porta quest’acqua da una distanza di 700 km dopo essere disceso, in Brasile, dalla sorgente della Sierra do Mar, attraversando quindi buona parte dell’America del Sud e riversando, durante il suo passaggio, linfa vitale alle popolazioni delle sponde.
All’origine il colore è quello che ha l’acqua di tutti i fiumi del mondo. Poi, man mano che il fiume si addentra nella foresta sub-tropicale inzia ad assumere un colore più scuro. Fino a raggiungere, prima delle cascate un colore rosso/marrone. Questo dovuto alla presenza di numerosi minerali. Come il ferro e la ferrite.
Lungo il suo defluire, è un continuo sorgere di una vegetazione sub-tropicale bellissima. Come la presenza di alberi che possono raggiungere anche i 20/30 metri di altezza. Ed ancora, le sue acque sono ricche di pesci e/o crostacei commestibili e prelibati. I suoi acquitrini sono il regno degli Anaconda e di altri predatori.
L’umidità intensa, fà crescere tutto in fretta ed in gran quantità. E’ un giardino incredibile,una foresta esuberante e popolata di svariate qualità di uccelli. In particolare la zona è famosa per le farfalle. E’, per me in sintesi, il sogno dell’ecologia. Così come si riscontra tutt’intorno alle cascate dove uccelli di tutte le dimensioni, razze e colori, pare che sfidano le cascate, scomparendo dentro esse e riapparendo poco dopo, come se nulla fosse stato.
Nei secoli scorsi, nell’area oggi parco dell’Umanità, sorsero importanti missioni cattoliche gesiute. Famosa quella di San Ignacio (con riferimento a S.Ignazio di Loyola fondatore dell’ordine dei Gesuiti). Gli abitanti indigeni Guaranì, il popolo meno guerriero della regione, si raccolsero ed accettando la sottomissione religiosa e di popolo, si convertirono al cattolicesimo spagnolo.
Nella zona delle cascate, fu girato anche un famoso film ‘Mission’ che raccontava gli eventi religiosi di quegli anni: fine 1600 a metà del 1700. Oggi la San Ignacio, è visitabile come splendida testimonianza di quel periodo storico religioso che ebbe, in quelle regioni, un forte peso politico.
Credo che l’umanità tutta, presente in una qualsiasi parte del globo, debba da subito (molto tempo è già stato perduto a mio giudizio) individuare il modo con cui poter gestire la poca acqua rimasta sul pianeta. Le scarse pioggie (l’effetto serra?), la siccità avanzante nei continenti, l’annullamento continuo di immense zone boschive cause le pioggie acide, lo sciogliersi dei ghiacci nei due poli etc. sono, indiscutibilmente, avvertimenti incisivi che la natura ci manda. Siamo e saremo noi esseri umani, in grado di capirli? Di porre rimedio al secolore nostro mal fatto? Ai posteri l’ardua sentenza.
Il progetto della nuova scuola in piazza delle Erbe
I lavori per la costruzione della nuova scuola di Piazza delle Erbe partiranno a breve. Oggi sono stati compiuti passi avanti, e’ stato ottenuto il finanziamento e lunedì 12 aprile il progetto e’ andato in gara.
Le procedure, insomma, sono avviate e alla nostra precisa domanda “Che questo non sia l’anno buono per l’apertura del cantiere?” da palazzo Tursi rispondono: “Si, i lavori inizieranno presto.”
Il nuovo edificio sostituira’ la scuola elementare Garaventa e la scuola media Baliano attualmente in via San Giorgio comportando la razionalizzazione del servizio scolastico e portando a una rivalutazione dell’offerta scolastica del centro storico (23 aule, per un complesso scolastico con capacita’ di 418 unita’).
Salvo colpi di scena, fra tre anni la scuola sarà in piedi per la gioia dei tanti sostenitori che la attendono (soprattutto le sempre crescenti famiglie del centro storico con bambini piccoli…) e per il disappunto di chi sin dalle prime bozze pubblicate ha sempre considerato questo nuovo edificio di forte impatto ambientale.
Il progetto della scuola era l’unico rimasto “non realizzato” fra quelli approvati nel 2002 dalla giunta Pericu per la riqualificazione della zona compresa fra piazza delle Erbe, via Ravecca, stradone Sant’Agostino e via San Donato.
“Genova La Superba” è il titolo dell’ultimo album di Antonella Ruggiero, un omaggio alla sua città natale e al grande fervore artistico che animò Genova neglianni sessanta. Fabrizio De Andrè, i New Trolls, Ivano Fossati, Gino Paoli, umberto Bindi, Luigi Tenco, il poeta Riccardo Mannerini: quattordici splendide interpretazioni di Antonella, l’ennesimo gioiello partorito da un’artista che a Genova in quegli anni cresceva e si formava. Esordì nel 1974 con il fortunato pseudonimo “Matia”, per poi unirsi l’anno successivo allo storico gruppo al quale diede il nome: i Matia Bazar.
Un matrimonio durato ben quindici anni, fino alla decisione di Antonella nel 1989 di lasciare il gruppo per “riappropriarmi di una vita normale”, disse. L’abbandono delle scene, la maternità e soprattutto lunghi viaggi per tutto il mondo. Proprio durante uno di questi viaggi, in India, Antonella decide di tornare a cantare e nel 1996 esce “Libera”, la nuova pagina della carriera di Antonella Ruggiero, una pagina fatta di sperimentazioni e ricerche, successi e riconoscimenti (fra cui il secondo posto nel 1998 e la terza posizione nel 2005 al Festival di Sanremo). La sua voce è considerata una delle più grandi di sempre e, fra cori sacri e culture lontane, Antonella oggi continua a riempire i teatri di tutta Italia con un repertorio che spazia dal pop al jazz sino alla musica classica.
Metropoli o dormitorio, fra grande città e realtà di provincia…
Io credo che questo sia uno degli aspetti più caratteristici di Genova: il suo essere una grande città pur avendo mantenuto i ritmi della “provincia”. Io lo considero un elemento di ricchezza… Genova deve però senz’altro affrontare e superare le tante contraddizioni che derivano dal muoversi tra questi due opposti, questo è indispensabile.
“Superba”… si tratta solo di un antico aggettivo coniato secoli or sono dal Petrarca o c’è qualcosa di più dietro questa denominazione? Cosa ha ancora di “superbo” secondo te questa città?
Innanzitutto la sua storia, la sua tradizione e la sua arte… inoltre Genova è un crogiolo di culture e popoli diversi. Sono davvero tanti gli elementi che rendono “superba” questa città.
De Andrè, Tenco, New Trolls, il tuo disco è un omaggio ai grandi cantautori della recente tradizione genovese. Tu vivevi a Genova in quegli anni e facevi parte di quel mondo profondamente ispirato.. cosa ricordi de “La Superba” in quel magnifico periodo? Cosa è cambiato secondo te rispetto a quegli anni?
Non si può negare che quello sia stato un periodo straordinario, che ha offerto alla musica e all’arte delle perle uniche. Ho cercato di raccoglierne alcune nel mio ultimo album, rispettandone la versione originale ma offrendo anche una mia interpretazione e rivisitazione grazie anche agli arrangiamenti straordinari di Roberto Colombo. E’ difficile pensare che un periodo così magico possa ripetersi. Però Genova è ancora oggi una città ricca e stimolante: vedremo se ci regalerà delle belle sorprese in futuro…!!
Pensi che il fatto di essere nata a Genova abbia influito su alcuni lati del tuo carattere? Sia in bene che in male, cosa ti ha dato Genova?
R: Pur avendo viaggiato molto e vissuto in varie città, non posso negare che la mia infanzia genovese è una parte fondamentale del mio carattere e del mio modo di essere. Mi porto dentro il mare, con tutto ciò che questo comporta: lo spirito d’avventura, il desiderio di viaggiare, e in parte quella sottile malinconia che talvolta pervade le città marinare e le menti dei loro abitanti.
Tantissimi anni di carriera e esperienza di vita alle spalle… cosa ti aspetti dal futuro? Hai fiducia nelle nuove generazioni?
Assolutamente si! I giovani sono ricchi di energie e di risorse, di questo sono convinta. Purtroppo i tempi sono sempre più difficili per chi vuole fare musica o misurarsi con altre forme artistiche. Le condizioni non facilitano gli autentici talenti, e privilegiano l’apparenza piuttosto che l’impegno e lo studio. Vorrei ricordare a tutti i giovani che non serve avere un successo improvviso e legato all’apparenza: contano molto di più lo studio e l’impegno, che consentono di avere dei risultati effettivi e non effimeri.
Tu hai anche un’etichetta discografica. Cosa pensi sinceramente della musica italiana contemporanea? Soprattutto per quanto riguarda il mondo del pop che a te ha dato così tanta fortuna… vedi buone prospettive e autori interessanti o pensi che si siano fatti dei passi indietro dopo la splendida fioritura degli anni dei Matia Bazar?
Non parlerei di passi indietro o avanti: sono i tempi che sono diversi. Credo sia necessario interpretare i tempi per capire quali risorse ci sono. Sento delle voci interessanti e anche alcuni autori meritano una certa attenzione. Anche se, in effetti, è difficile incontrare oggi un musicista che veramente stupisca.
Abbiamo consigliato ai nostri lettori il libro di David Linch sul rapporto fra ispirazione artistica e meditazione. Tu sei stata in India e ti sei ispirata molto a quelle sonorità… Che rapporto hai con la spiritualità?
Negli anni ho avuto modo di visitare diverse volte l’India, venendo a contatto con una profonda spiritualità. Ho capito che si può avere un rapporto meditativo con qualsiasi evento della giornata. Trovo sia piu giusto avere consapevolezza nelle proprie azioni quotidiane piuttosto che concentrarsi unicamente su alcuni momenti. Da anni porto avanti un percorso di ricerca rivolto alla musica sacra. Il mio repertorio “sacrarmonia” è la testimonianza di questo mio viaggio dentro la musica ispirata al sacro. Personalmente sono credente e trovo straordinario il modo in cui la musica possa farsi da tramite tra gli uomini e la Divinità. In questo cerco di dare il mio piccolo contributo: mettendo la mia voce al servizio di brani intensi ed emozionanti.
Una domada un pò marzulliana… Cosa non faresti mai, cosa non rifaresti mai e cosa invece oggi sogni di fare…
Non farei mai del male a qualcuno: trovo inconcepibile ogni forma di violenza, sia fisica che psicologica. Cosa non rifarei…? Mi reputo soddisfatta di ciò che sono oggi, e ciò che sono è frutto del mio percorso esistenziale, compresi i miei errori: quindi credo che rifarei tutto ciò che ho fatto. Cosa sogno di fare…? Ancora tanta musica, tante scoperte e tante emozioni, senza le quali non riuscirei prorpio a immaginare la mia vita.
Giovanni Allevi è il pianista dei grandi palcoscenici teatrali e delle platee dei concerti rock. Di lui si dice abbia rielaborato la tradizione classica europea aprendola alle nuove tendenze pop e contemporanee, il che non è proprio cosa da poco. Questo omino dai capelli crespi e lo sguardo sveglio è un compositore di musica classica e i suoi brani sono presenti nella maggior parte degli i-pod dei giovani e dei giovanissimi, un risultato sorprendente che ha spiazzato tutti, a partire da lui.
Originario di Ascoli Piceno, Giovanni decide di trasferirsi a milano dopo aver conosciuto Saturnino, arrangiatore bassista di Jovanotti. Sono proprio Saturnino e Jovanotti i primi a scommettere sulle potenzialità di questi brani molto semplici per pianoforte caratterizzati da melodie orecchiabili e fortemente comunicative.
Così nel 1997 con la sua etichetta “SoleLuna”, Jova pubblica il primo album di Allevi dal titolo “13dita” e la musicista giapponese Nanae Mimura propone alcuni brani dell’album alla Carnegie Hall di New York. Da quel momento Giovanni inizia a farsi un nome e il suo talento viene lentamente riconosciuto da tutti.
Nel 2004 inizia un tour internazionale dal palco dell’HKAPA Concert Hall di Hong Kong per arrivare il 6 marzo dell’anno successivo ad esibirsi sul palco del tempio mondiale del Jazz: il “Blue Note” di New York, dove registra due strepitosi sold-out. Oggi sono quattro in totale gli album pubblicati, con una bacheca già ricca di importanti onoreficenze e grandi esibizioni.
Giovanni è venuto a Genova a presentare il suo libro, non una biografia, ma un omaggio a quella forma d’arte che lui chiama “strega capricciosa”, la musica che ha plasmato ogni sua energia pretendendo sempre dedizione assoluta.
Nel tuo libro descrivi la musica come la tua “strega capricciosa” e non dimentichi mai di scriverla con la”M” maiuscola…
Si, lei è la mia strega capricciosa, la mia ossessione, il mio grande amore. Una strega dalla quale non potrei liberarmi neanche se lo volessi, lei mi comanda, mi obbliga a fare salti mortali ed è sempre con me. Avevo cinque anni la prima volta che ho suonato un pianoforte, lo avevamo in casa ma i miei non volevano che lo suonassi. Così iniziai di nascosto, studiavo quando loro non erano a casa e me ne innamoravo giorno dopo giorno. Pensate che i miei scoprirono che sapevo suonare cinque anni più tardi, durante una recita in quinta elementare! Ricordo che suonai un preludio di Chopin…
Dieci anni di pianoforte e dieci di composizione fra i conservatori di Perugia e Milano, poi l’esperienza all’Accademia Internazionale di Alto Perfezionamento di Arezzo. Oggi però le tue composizioni sfuggono dalla rigidita’ delle regole classiche…
Sento fortissima la necessità di cambiamento, ma per rompere con le regole bisogna conoscerle profondamente, questo ci tengo a dirlo! Credo sia necessario passare attraverso l’accademia per poter provare a guardare oltre.
I gusti musicali dei giovani stanno davvero cambiando? Ti senti in qualche modo un simbolo di questo cambiamento?
Non la vivo come un’evoluzione celebrale di chi ascolta musica, ma come un grande ed inaspettato abbraccio della gente, un’evoluzione emotiva se vogliamo… quello si! Non riesco proprio a considerarmi emblema di questo possibile cambiamento, anche perché detta così sembra roba da extraterrestri! Senza dubbio i giovani sono la mia principale fonte d’ispirazione e nei loro occhi vedo ancora tanta luce a dimostrazione del fatto che questi tempi non sono morti e immobili come ce li vogliono dipingere. Una società che ama e segue la propria arte contemporanea è una società ricca e proiettata verso il futuro. Questo deve darci fiducia, altro che Italia fanalino di coda!
Che musica ascolta Giovanni Allevi? E c’è un brano in particolare al quale ti senti maggiormente legato?
Ascolto musica classica, ma non per snobbismo sia chiaro. Il fatto è che voglio puntare in alto e per migliorarmi costantemente devo rubare i segreti ai miei colleghi! Ad esser sincero però non ho un brano o una canzone preferita, ogni brano racchiude un momento, un’immagine, un gesto, un oggetto della nostra vita, che so.. anche una scatoletta di tonno! Per questo la lista è lunga e non esiste un pezzo più significativo di altri.
Un capitolo del tuo libro è interamente dedicato alla paura di esibirsi, alla famosa ansia da palcoscenico.. Ancora oggi hai paura di sbagliare quando sali sul palco?
Certo che si! E più si va avanti più si ha paura! Ricordo una serata in cui ero talmente agitato che, una volta seduto al pianoforte, non riuscivo a ricordare minimamente come iniziasse il brano che mi ero preparato!! Però non si tratta di paura di suonare, è più che altro paura del giudizio di chi ascolta e il giudizio degli altri spaventa chiunque non solo chi suona. Quando salgo sul palco mi rendo conto subito se la gente è venuta per emozionarsi o se hanno tutti il fucile puntato per giudicare se suono bene o male… Nel primo caso mi apro immediatamente, non sento nessuna ansia e vado liscio, nel caso contrario mi irrigidisco.
Sei venuto spesso a suonare nella nostra città, che idea ti sei fatto di Genova e dei suoi abitanti?
Ti rispondo così di getto… i colori. Genova è per me la città dei colori, colori unici che rimangono nella testa. E io trovo la gente colorata di conseguenza, la fama del genovese chiuso per quanto mi riguarda possiamo pure gettarla nel dimenticatoio!
“Prima di girare il film non conoscevo la vostra città unica memoria erano i racconti di mio padre, un marittimo meridionale. Lui si imbarcava e Genova era la sua città ideale, mi raccontava del fermento nei vicoli, delle tripperie, e del suo cielo, dei suoi colori, una città del nord che guarda a sud, diceva”.
“Io ho conosciuto un’altra città rispetto ai racconti di mio padre. Silenziosa e unica nella sua diversità, ho vissuto nella zona dell’angiporto, dove la memoria è impressa nelle pietre di Sottoripa… A differenza di Napoli, a Genova è difficile riconoscere un tessuto sociale, questo mi ha fatto sentire disorientato al mio arrivo…”
Il regista venne contattato più di un anno fa dall’Associazione San Marcellino perchè venisse nella nostra città a realizzare un film che riuscisse a fotografare una parte di città… quella dei vicoli, del ghetto e della comunità transessuale, dei tanti senza tetto assistiti dai volontari di San Marcellino. L’Associazione genovese, fondata nel dopoguerra per aiutare chi era rimasto senza casa dopo i bombardamenti, voleva raccontare attraverso un film, non tanto la propria attività, quanto il mondo a cui essa si rivolge.
Nasce così La Bocca del Lupo, dal titolo del romanzo di Remigio Zena del 1892 ambientato nel centro storico, nell’antico sestiere di Prè.
Il film ha attirato migliaia e migliaia di persone al cinema; una storia d’amore, la vera storia di Enzo e Mary, lei in strada, lui in carcere. Si sono aspettati e voluti sin dal tempo del loro incontro in galera, quando ancora si mandavano messaggi registrati su cassette nascoste.
Mary, romana, raggiunge Genova negli anni sessanta per poter finalmente esprimere la propria sessualità, perchè nei nostri vicoli erano nate in quegli anni le prime comunità trans d’Italia. Enzo, figlio di un contrabbandiere, ha passato metà della sua vita dietro le sbarre a causa di diversi scontri a fuoco con la polizia.
Un film documentario di un’ora, fra scene girate oggi e filmini per lo più amatoriali ripescati negli archivi e capaci di raccontare una Genova lontana, ricca di fascino per chi non l’ha vissuta, ricolma di rimembranze per chi in quegli anni era un ragazzo.
Malinconico e “pasoliniano”, questo film racconta la storia dei vinti, in cui la vera vittima è lo spettatore, che improvvisamente si scopre miope e superficiale mentre sale in macchina per rientrare al proprio nido.
E poi Lei, la città di confine, la scorbutica signora che invecchia… “unica nella sua diversità”.
C’è chi lo definisce il più grande bassista del mondo. Di sicuro il genovese Gianni Serino è uno dei più quotati geni del basso al mondo.
Pensate che stia esagerando? Allora facciamo così. Invece che starvi ad annoiare con il suo lungo curriculum, con le collaborazioni, le pubblicazioni, la didattica, le tecniche innovative, eccetera, eccetera, vi do un semplice consiglio: andate su YouTube, digitate “Gianni Serino” e scegliete uno a caso tra i video che compaiono. Poi mi saprete dire. Ora, a uno così, uno che ci è spuntato gratis proprio nel giardino di casa, abbiamo noi offerto spazi, riconoscimenti, opportunità? State a sentire…
Allora Gianni, cosa pensi della scena musicale genovese di questi ultimi tempi?
Beh, è molto ricca di band valide, belle idee e serietà. I ragazzi ultimamente si sono fatti molto più furbi rispetto alle proposte infami delle case discografiche pronte solo a spillare soldi… e non vado oltre! Ma la cosa più piacevole è constatare che hanno un soggetto, un’idea, e sono pieni di carica. Io non sono uno di quelli che dice: questo è brutto o questo è bello. Ho solo piacere ad osservare la passione. Naturalmente esistono anche tante band che devono ancora trovare la loro strada… fa parte del gioco! Ma tutti meritano incoraggiamenti.
Veniamo al tuo rapporto con Genova: cosa ti ha dato la città e la sua gente?
E’ una gran bella città, sia chiaro, con idee musicali valide, come ho detto prima, ma è stata rovinata dalla politica e dalla grande indifferenza artistica. La ritengo povera di interessi, povera di idee, povera di tutto… peccato! Un posto così… cosa vuoi che mi abbia dato? Non mi ha dato nulla di nulla: solo una gran spesa di soldi!! Riesco a sentirmi valorizzato quando sono altrove, dove il livello mentale delle persone è più elastico. Ho già escluso Genova dalla mia testa: le cose che faccio, le presento altrove.
E’ triste, in effetti… Meglio tornare al discorso musicale: che consiglio ti senti di dare ai tanti giovani che suonano uno strumento?
Rispondo con poche parole: semplicemente, lavorare, lavorare, lavorare sempre, sempre, sempre. Non perdete un secondo della vostra vita con cose nulle: chi vuole una cosa, se la vuole veramente, la ottiene.
Uffici di produzione per uso temporaneo arredati e dotati di collegamento Internet veloce, una sola di posa, 4 camerini (10 postazioni) con servizi e docce, sala casting con sala attesa, 8 stanze, 15 posti letto e una foresteria, internet wi-fi ad alta velocità a disposizione degli ospiti, tutto questo è il Cineporto di Genova, in via Muratori a Cornigliano.
Se il set di tutte queste meraviglie cinematografiche si trovasse nell’ormai super ovattata Holliwood, saremmo di fronte a normale routine; ma il fatto che questa fetta di celluloide sia apparsa quasi magicamente in una ex area industriale dismessa, proprio nella zona dell’ex Italsider, di fronte all’altoforno dell’Ilva, rende il tutto degno di nota e senza dubbio affascinante.
Il Cineporto di Genova oltre a rappresentare un ottimo centro servizi per la produzione audiovisiva, è la dimostrazione di come una delle zone più depresse della città, ormai condannata alla desolazione e all’abbandono, sia stata non solo recuperata ma anche trasformata in un importante e prestigioso polo artistico e culturale. Le produzioni audiovisive, quelle liguri e quelle in arrivo da altre città o dall’estero, troveranno finalmente casa a Genova.
Bastrebbe citare alcuni nomi del calibro di William Dafoe e Omar Sharif, probabili ospiti della struttura per due diverse produzioni cinematografiche (l’inglese “Jumping Rocks” e un film scritto da Morando Morandini, entrambi ancora in via di definizione) per confermarlo. La realizzazione dell’intera opera è stata possibile grazie a Genova-Liguria Film Commission e Società per Cornigliano. L’intero spazio oltre a diventare la naturale cornice di produzione cinematografiche italiane ed estere potrà essere utilizzato anche per le produzioni pubblicitarie e più in generale da fotografi e dai teatri.
Le ambizioni e la voglia di grande schermo per Genova non si fermano qui: è partito in Liguria il workshop “Maya”, primo corso europeo di alto livello per formare produttori indipendenti di documentari e di fiction, co-finanziato da Genova-Liguria Film Commission e dal Programma Media dell’Unione Europea. Uniche location di questo evento: due paesi dell’est europeo e Sestri Levante.
Sotto il sole di mezzogiorno incontro Irene Fornaciari, classe 1983, cantante, figlia del famoso Zucchero. Lei da qualche anno vive a Genova con il compagno, musicista anch’egli.
Ciao Irene, partirei con una domanda sulla tua recente partecipazione al Festival di Sanremo, sei soddisfatta?
“Sono contenta, ho provato vibrazioni positive sul palco. L’importante era suonare il pezzo più volte e direi che ci siamo riusciti arrivando in semifinale”.
La collaborazione con I Nomadi come la giudichi?
“Collaborare con I Nomadi è stata un’esperienza indimenticabile e non solo dal punto di vista artistico, ma anche umanamente, sono stati dei compagni di viaggio fantastici, ogni sera li ringraziavo”.
Cosa ne pensi della manifestazione sanremese, la consideri un’esperienza importante per un artista?
“Io sono sempre stata pro festival. Per me rappresenta ancora oggi, nonostante le critiche, la storia della musica italiana. Per affrontare il palco dell’Ariston ci vuole preparazione. Le emozioni che ho vissuto all’Ariston sono le più forti, nemmeno all’Olimpia di Parigi le ho provate”.
Che rapporto hai con la nostra città?
” Vivo a Genova da qualche anno, sulle alture del Righi, un posto con un panorama splendido, ho un solo rammarico vivo poco la città perché sono sempre in giro per lavoro. Esco raramente anche per via del mio carattere, spesso quando torno preferisco stare a casa e rilassarmi guardando il mare dalla mia finestra”.
Quali luoghi della città apprezzi in particolare?
“Il porto antico è bellissimo, poi in generale amo stare in mezzo alla natura, passeggiare nel parco del Righi con il mio cane e soprattutto avere il mare vicino è per me fonte di ispirazione”.
Per concludere vorrei un giudizio sui genovesi…
“E’ incredibile come nella mia esperienza abbia riscontrato il contrario dei luoghi comuni che vi descrivono come chiusi, scontrosi e diffidenti. In realtà quando aprite il cuore ad una persona siete generosissimi, ho conosciuto sempre persone disponibili”.
Quindi è un ritratto più che positivo, hai invece qualche critica?
“Un consiglio: dare più spazio alla musica live a Genova. Uno spazio come il porto antico andrebbe sfruttato maggiormente, si potrebbero organizzare più concerti”.
Il Parco Avvrentura di Genova, a Righi nel parco del Peralto, è un insieme di percorsi sospesi a diverse quote da terra, installati su alberi ad alto fusto o, in loro mancanza, su pali di legno o pareti di roccia.
Spostamenti con corde, piattaforme installate ad altezze differenti, salite e discese tra i rami appesi a carrucole, tutto nella massima sicurezza, garantita da un’istruzione teorica impartita agli utenti al loro ingresso nel parco, e dall’uso di un’attrezzatura simile a quella per alpinismo (imbragatura, moschettoni, casco, guanti).
Le caratteristiche principali sono ovviamente il contatto con la natura, ma anche il basso impatto ambientale: nessun mezzo motorizzato, nessun rumore, nessuna emissione di gas, un modo intelligente per divertirsi rispettando il territorio.
Il progetto di Romolo Benvenuto, ex deputato Ulivo – PD, a capo della società “Righi outdoor” che gestirà il parco, prevede la riqualificazione di due ettari di area boschiva attraverso la pulitura e lo sgombero delle discariche abusive che si estendono in zona. L’idea trova il favore della Rete Puin che si occupa della valorizzazione del parco del Peralto e di Legambiente Liguria.
La speranza è che diventi un’occasione per restituire alla città una porzione di parco non più fruibile e mantenere costante nel tempo il monitoraggio e la difesa di questo patrimonio verde.
L’apertura è prevista a maggio con cinque percorsi di difficoltà variabili, ma già si pianifica un ampliamento graduale di servizi e percorsi. La riqualificazione porterà posti di lavoro per istruttori preparati che si occuperanno della teoria e delle esercitazioni pratiche, e dopo una breve formazione gli utenti potranno cominciare ad arrampicarsi e a saltare da un albero all’altro, ammirando da posizioni privilegiate il profilo della città vecchia.