Anno: 2010

  • Crevari: il Palio del Gallinaccio, esempio di partecipazione

    Crevari: il Palio del Gallinaccio, esempio di partecipazione

    Il “Palio del Gallinaccio” è un’esilarante corsa di pennuti che ha dato il “La”, nelle sue 14 edizioni, a percorsi imprevisti e positivi di vita in comune. I dodici rioni, gruppetti di case di Crevari (tra essi gli “stranieri” di Vesima) rispolverano stemmi, colori ed abiti che li rappresentano, cuciti dagli stessi abitanti; faranno bella mostra durante l’evento, indossati da circa 400 figuranti.

    Una cinquantina di persone, scelte nell’ambito degli stessi rioni, cucinano nelle loro case la cena collettiva prevista prima della gara, che si tiene nel Campo sportivo; si occupano dei tavoli (che ospiteranno circa 500 commensali), dell’allestimento del percorso di gara, della logistica.

    La gara è un pretesto azzeccato e divertente per stare insieme; con le raccomandazioni al microfono contro il doping, i conciliaboli tra i giudici di gara per acconsentire la partecipazione di un bipede “anomalo”, gli stessi pennuti che saltano di corsia o ignorano il traguardo. A vincere quest’anno è la borgata del Rian, che detiene anche il record di successi, 4, davanti al Vessuo con 3. L’evento, completamente autogestito, senza contributi pubblici o o sponsor, è gemellato con il Palio delle Oche (Lago di Sori) e realizzato esclusivamente con il volontariato.

    Per i “foresti” è a disposizione la gradinata e viene offerta loro una fetta d’anguria. Ciò che colpisce è l’atmosfera rilassata e soprattutto l’impegno di tutto un paese, che discute, prepara abiti, li indossa, cucina, condivide quel cibo con allegria. Uno spirito antico che mescola tradizione contadina e storica, senza impedire lo scorrere della modernità e del presente: l’arbitro di gara è il nuovo parroco… argentino, la “contestazione” rispetto ad una galletto… cinese, il ronzio delle Vuvuzelas con le quali gioca qualche bambino. Resta l’esempio di un “gioco di memoria” per stare insieme, per fare comunità, per guardare al futuro con un po’ meno apprensione, sentendosi parte di una collettività. Che collabora, sta insieme fuori dalle case, spegnendo il televisore, con il pretesto di… una corsa di galline. Scusate se è poco.

    Stefano Bruzzone

  • Joumana Haddad, intervista alla poetessa libanese

    Joumana Haddad, intervista alla poetessa libanese

    Joumana HaddadJoumana Haddad è una cittadina del mondo, poetessa del corpo, della provocazione, giornalista e scrittrice. Questa 38enne libanese dal fascino dirompente negli ultimi anni ha fatto parlare di sé. Per i suoi libri tradotti e pubblicati in tantissimi paesi (parla sette lingue, fra cui un perfetto italiano, e ha tradotto tanti autori arabi introducendoli nel mercato occidentale…) e per il suo periodico “Jasad“, trimestrale in lingua araba specializzato nel linguaggio del corpo, un atto coraggioso e rivoluzionario, un punto forte di rottura con i tanti tabu’ che oggi incatenano la cultura medio-orientale.

    E’ stata uno degli ospiti d’onore della 15esima edizione del Festival Internazionale di Poesia di Genova, un soggiorno breve nella nostra citta’ e poi nuovamente in viaggio…

    La tua arte e la tua vita hanno come comune denominatore proprio il viaggio. In apertura abbiamo provato a trattare questo tema da piu’ punti di vista, giacche’ oggi scoprire e conoscere il mondo non e’ piu’ un privilegio per pochi e nuovi flussi migratori trasformeranno molte zone del Pianeta. Come viene vissuto tutto cio’ nel “distante” Medio Oriente?

    Eh si, io sono perennemente in viaggio e non mi stanco mai, viaggiare e vivere per me sono sinonimi…  E’ vero che la voglia di conoscere ed esplorare oggi e’ fortemente radicata nell’essere umano, molto piu’ che in passato, in Oriente come in Occidente, ma a prescindere dal desiderio, nel mondo arabo e’ inevitabile scontrarsi con quelle che sono le concrete possibilita’, ovvero la realta’ dei fatti. In Libano le frontiere sono aperte, ma nel resto del Medio Oriente la situazione e’ diversa. Partire significa quasi sempre non poter piu’ tornare, perche’ la pena e’ il carcere. A voi puo’ sembrare assurdo, lo so, ma e’ la realta’. Quindi quello che per molti occidentali e’ desiderio di una nuova esperienza, esplorazione di se’ e ricerca di stimoli diversi, per la gente che nasce e vive magari in Siria, Palestina, Iran o Iraq si chiama sogno di una vita migliore, dal punto di vista economico, sociale e politico.

    Sei rimasta solo qualche giorno a Genova… Che impressione ti ha fatto la citta’?

    Sono rimasta troppo poco per farmi un’idea, avrei voluto visitare il centro storico ma alla fine non ce l’ho fatta. Credo pero’ di aver ben compreso l’animo dei genovesi… Gli occhi sono quelli della gente di mare, gli stessi che trovo ad esempio a Beirut, la mia citta’, anche lei bagnata dal Mediterraneo. Io penso che il mare segni nel profondo e allo stesso identico modo l’animo di tutti i popoli che su di esso affacciano.

    Veniamo alla tua rivista… “Jasad”, che significa “corpo”. Scrittori e artisti per lo piu’ arabi, senza pseudonimi, trattano con disinvoltura tematiche legate al sesso e alla poetica del corpo, un’impresa a dir poco coraggiosa in Medio-Oriente…

    Jasad e’ un progetto che sentivo di dover realizzare. Le polemiche e le grida allo scandalo sono ovviamente state tantissime, ma ho ricevuto anche molti segnali di approvazione. Il tema di rilievo della rivista e’ la dimensione sessuale del corpo, ma non c’e’ ovviamente solo questo. Arti, letteratura e scienze del corpo… un territorio vastissimo profondamente radicato nella cultura araba, ancora piu’ che in quella occidentale, eppure in molti se lo sono dimenticati. Oggi nelle nostre regioni il corpo umano, il sesso e l’erotismo sono diventati tabu’. “Jasad”, semplicemente, questo non lo vuole accettare.

    I corpi nudi femminili e i racconti erotici di “Jasad”, contrapposti ad una cultura che relega le donne in secondo piano, in alcune regioni costrette a condizioni di schiavitu’ per tutta la vita… Quante di loro pensi siano consapevoli della violenza che subiscono e quante, invece, considerano tutto cio’ la “normalita’”?

    In Libano ci sono donne con il velo e donne che non lo indossano, la scelta e’ fortunatamente, nella maggior parte dei casi, libera. E’ intorno ai confini del Libano, invece, che la situazione diventa tragica. Io, e in questo momento parlo in quanto essere umano, non solo come donna araba, vivo questa realta’ come un insulto, un’umiliazione. Ci sono donne arabe ben consapevoli dei soprusi subiti, ma pur potendo farlo, non muovono un dito per cambiare la propria situazione. Ci sono quelle consapevoli che pero’ non possono fare nulla per cambiare le cose, perche’ minacciate o controllate e infine quelle che non si rendono conto di vivere in condizioni atroci. Queste sono coloro che hanno subito veri e propri lavaggi del cervello fino ad autoconvincersi che si tratti di una loro scelta. E’ in queste donne che si nasconde il vero rischio di non vedere mai un cambiamento. Ma di una cosa, piu’ di ogni altra, proprio non riesco a capacitarmi: le donne arabe consapevoli di quello che subiscono non si rendono conto di avere fra le mani l’arma piu’ potente di tutte, ovvero la maternita’. Queste madri di futuri uomini arabi, fanno crescere i propri bimbi con i “valori” distorti del padre o del fratello, pur sapendo che si tratta di un errore madornale. Mi sento di dire, tuttavia, che di soprusi nei confronti delle donne io ne ho visti anche qui in Italia, e non meno gravi. Mi riferisco ai pezzi di carne vestiti da donna della vostra televisione, io credo che la differenza sia sottile, e cio’ dovrebbe farvi riflettere…

    Come ha reagito il mondo arabo alla vittoria elettorale di Obama?
    Obama ha rappresentato e rappresenta per la maggior parte del mondo arabo una speranza che prima era totalmente scomparsa. Ovvero quella di trovare finalmente un contatto con l’occidente, un punto d’incontro. Io sono ottimista su un progressivo riavvicinamento dei due mondi, oggi ancora cosi’ distanti, e come me sono ottimisti tantissimi arabi, gli estremisti sono davvero una minoranza. Credo che ci vorra’ molto tempo, indubbio, ma le possibilita’ esistono, ne sono convinta.

    Gabriele Serpe

  • Concorso fotografico “It Looks Good”, vince un genovese

    Concorso fotografico “It Looks Good”, vince un genovese

    Davide BarberisIl Concorso Fotografico nazionale “ItLooksGood” curato da Artegiovane e dall’azianda Toschi e’ stato vinto da Davide Barberis, classe 1983, genovese residente a Castelletto. Il giovane fotografo genovese si e’ aggiudicato il primo premio, scegliendo la fragola come soggetto ideale per centrare il tema del concorso: “Gustosa è la vita”.

  • Voltri: le riparazioni e i problemi della passeggiata a mare

    Voltri: le riparazioni e i problemi della passeggiata a mare

    Passeggiata VoltriIl 3 giugno 2011 è stato effettuato un sopralluogo nella passeggiata a mare di Voltri, al quale hanno partecipato il presidente della Regione Burlando, il presidente dell’Autorità portuale Merlo, gli assessori Margini (Comune), Briano (Regione) e Dagnino (Provincia), per definire le possibili opere di difesa dell’arenile e di conseguenza della passeggiata, dopo che violente mareggiate l’hanno pesantemente danneggiata.

    Attualmente gli uffici tecnici delle diverse amministrazioni, stanno lavorando congiuntamente, ognuno con le proprie competenze, per trovare delle soluzioni adeguate.

    Il presidente del Municipio VII Ponente, Mauro Avvenente dice “Noi ci auguriamo che si riescano a trovare le risorse necessarie per le opere di protezione, perché la passeggiata ha riscosso il gradimento dei cittadini, così come il riordino del litorale”.

    A dire il vero qualche perplessità iniziale era stata espressa da alcuni pescatori della zona, che suggerirono differenti soluzioni di carattere tecnico, ma che evidentemente, non vennero ascoltati a sufficienza.

    Il Presidente del Municipio ammette comunque un certo rammarico perché “Cinque anni fa non siamo riusciti a cogliere la palla al balzo, quando fu presentato un progetto dell’Autorità portuale, mai realizzato per mancanza delle risorse economiche necessarie, ma che avrebbe rappresentato la difesa definitiva del litorale”. La direzione tecnica dell’Autorità portuale propose allora un’opera faraonica, dal costo complessivo di oltre 15 milioni di euro, che prevedeva la realizzazione di due dighe soffolte: una nel tratto di litorale tra il torrente Leira e il torrente Cerusa, l’altra dal Leira fino al San Giuliano. “Oggi il progetto è più accessibile economicamente, – continua Avvenente, – ma allo stesso tempo, ci hanno garantito, ugualmente efficace”. Abbiamo chiesto all’ingegnere Andrea Pieracci, responsabile della direzione tecnica dell’Autorità portuale, maggiori dettagli “Stiamo lavorando d’intesa con Regione, Provincia e Comune. Abbiamo proposto un nostro piano progettuale che prevede degli interventi disgiunti da compiersi in diversi periodi“.

    In sostanza si tratta di tre operazioni: il prolungamento di circa 50 metri del pennello esistente a levante della passeggiata, di fronte a Piazza Gaggero; la creazione di un secondo pennello dalla parte opposta, all’altezza del capolinea della linea 1 dell’AMT ; la realizzazione di un ripascimento verso mare: 10 metri di superficie emersa e 20 metri di superficie sommersa.

    L’ingegnere Pieracci, spiega “Tecnicamente si chiama spiaggia sospesa. La spiaggia sarà allungata di 10 metri fruibili dai bagnanti e di 20 metri sommersi. Si verrà a formare una nuova linea di battigia, al piede della quale creeremo un muretto artificiale, per raccordarci con il fondale. Questa barriera avrà funzioni di contenimento e di ritenuta rispetto all’azione corrosiva del mare”.

    L’intenzione è di realizzare le opere di difesa dell’arenile in tempi brevi, per essere pronti a fronteggiare le eventuali mareggiate autunnali.

    “La Regione ha valutato positivamente la nostra proposta progettuale, – continua Pieracci, – l’intendimento tecnico sarebbe di partire con il prolungamento del pennello esistente e con la realizzazione di quello nuovo, prima della fine dell’estate. Per poi occuparci dell’allungamento della spiaggia e del ripascimento. Attendiamo che venga attivato il tavolo tecnico e non appena avremo l’assenso di tutti gli enti coinvolti, partiremo con i lavori”.

    Matteo Quadrone

  • I Baustelle presentano “I Mistici dell’Occidente” alla Fnac di Genova

    I Baustelle presentano “I Mistici dell’Occidente” alla Fnac di Genova

    BaustelleArrivano quasi avvolti da un alone leggendario. I Baustelle. Una folla variegata li attende alla Fnac di Genova, dove presentano il loro ultimo disco, i Mistici dell’Occidente, uscito il 26 marzo.

    L’album prende il titolo dall’omonimo libro di Elemire Zolla, noto filosofo delle religioni. Dopo la denuncia del malessere sociale e culturale esposta in Amen, nel nuovo album troviamo la reazione positiva: attraverso la reinterpretazione della figura del mistico, i Baustelle ci offrono gli spunti per una rivoluzione intesa come riflessione critica sulla monocultura occidentale.

    Trascorsa la presentazione “fnacchiana”, si dedicano al pubblico con genuinita’ e disponibilita’.

    Iniziamo dal vostro singolo,
    Gli Spietati: chi sono?
    Coloro che tentano di raggiungere la felicita’ eliminando le passioni. Tuttavia la fine della canzone segna la vittoria dei sensi, attraverso una voce straziata che canta “C’e’ un amore che mi brucia nelle vene e che non si spegne mai”; voce straziata perche’ la passione spaventa chi la subisce: l’estremita’ dei sentimenti spesso porta con se’ il rischio di provare dolore.

    Essere mistici ed essere ribelli. C’e’ un filo conduttore? Il nostro “mistico” e’ inteso a livello metaforico. Questa figura e’ ribelle in quanto, distaccandosi dal modello impostole, si rende conto che esso non e’ l’unica realta’ possibile.

    Cosa significa per voi essere ribelli oggi? La ribellione oggi e’ meno facile perche’ istituzionalizzata. Viviamo in un mondo in cui ribellarsi e’ quasi un dovere, ma questa rivolta e’ solo apparente e gia’ inclusa dal sistema.

    Parliamo della vostra coerenza: non avete paura che le vostre musiche orecchiabili e il nuovo contratto stipulato con la Warner rischino di “prostituire” la vostra arte? Noi siamo pop in senso positivo. Crediamo che la canzone vada rivolta a tutti; non si puo’ dire: “Ah, questa e’ cosi’ arte che la tengo per me”. No! Altrimenti si finisce a fare i solipsisti. Le canzoni sono di tutti e tutti devono poterle ascoltare.

    Nel vostro album ci sono evidenti echi morriconiani e riferimenti al cinema spaghetti – western. Il mondo attuale puo’ essere paragonato al “vecchio west”? No. Il mondo attuale e’ un campo di battaglia in cui purtroppo non accade alcuna battaglia.

    Tra le vostre canzoni ce n’e’ una intitolata San Francesco. Che modello offre per la rivoluzione di cui parlate? San Francesco e’ da noi rivisitato in chiave laica. L’esempio che ci offre e’ il coraggio di vedere la realta’ attraverso un’altra prospettiva, liberandoci dai canoni imposti dalla nostra epoca.

    In un’altra canzone parlate, criticandolo, di un presidente. Questo presidente ha un volto? Si’ e no. Certamente dicendo la parola presidente (con la p minuscola nei testi N.d.A.) immagino Berlusconi. Tuttavia, essendo anarchico, vedo negativa ogni forma di potere; quindi spero che il riferimento rimanga universale.

    Anarchia. Una parola che pronunciata a Genova rimanda inesorabilmente a Fabrizio De Andre’. Quanto vi ha influenzato il cantautore nostrano? Molto. In particolare il brano I Mistici dell’Occidente risente parecchio della sua influenza; essendo composto in forma di ballata popolare ( che De Andre’ adoperava spesso) ed avendo io (Francesco Bianconi N.d.A) un timbro vocale molto simile, il rimando e’ inevitabile.

    Germano Monetti – Veronica Campailla

  • Suq 2010 e il progetto del festival permanente

    Come nasce l’idea del “Suq permanente” e quale forma avrebbe?

    L’idea parte dal successo del Festival, dai messaggi che riceviamo costantemente dai genovesi e dal fatto che non esiste a Genova un centro multiculturale che possa fungere da catalizzatore di esperienze internazionali, mediterranee. L’idea è quella di un centro con lo spirito e l’impianto del Suq, in cui vengano mantenute alcune ristorazioni fisse e che preveda però una rotazione di ristoratori e commercianti in modo che possa essere una vetrina per tutti, ovviamente anche per gli artigiani liguri. Poi ci sarebbe un calendario di eventi e di attività ed un collegamento con i Consolati.

    Come e dove pensate di realizzare il progetto? Avevate proposto due luoghi, la Loggia e il Carmine…

    Il Suq ha la particolarità, a differenza di altre manifestazioni, di essere un luogo pubblico e privato insieme. Poiché, anche se c’è bisogno di un aiuto da parte delle istituzioni, potrebbe reggersi con le quote pagate dagli artigiani e dai commercianti. Sicuramente occorre che sia centrale, inserito nel tessuto della città, poiché deve essere una piazza dell’incontro. Noi avevamo proposto due luoghi con queste caratteristiche, la Loggia Banchi, dove è nato il Suq, e il Carmine. Tuttavia a questi luoghi sono stati destinati altri progetti .

    Abbiamo poi aderito al “Progetto Cimento” per l’Hennebique , però è una cosa ancora lunga. Infine è stata da poco avanzata l’ipotesi dall’Amministrazione Comunale del Mercato del Pesce, ma anche questa è solo un’ipotesi.

    Noi crediamo nel progetto del Suq permanente ma è necessario che venga accompagnato dalle Istituzioni, che dovrebbero intuire la portata di questo progetto, che è un “museo dell’esistente”, di quello che è, non di ciò che è stato.

    In che modo il Suq può diventare un’opportunità per Genova?

    Perché c’è ancora tanta strada da fare nel vivere il rapporto con l’altro in maniera più matura. Ci sono ancora delle difficoltà sia da parte dei genovesi che da parte degli immigrati e il Suq può accompagnare la reciproca accoglienza poiché c’è la necessità di un luogo di incontro. Sono convinta che la reciproca accoglienza debba essere giocata non solo nei luoghi del dovere, come la scuola o il posto di lavoro, ma soprattutto nei luoghi del tempo libero.

    Il Suq è il momento in cui si curiosa l’altro, lo si avvicina, ci si siede alla stessa tavola. Questo avviene anche perché la forma del luogo, i profumi e i sapori aiutano ad incontrarsi. Quest’anno ho visto molte persone anziane che sono venute al Suq con le loro badanti, spesso straniere, ed entrambi si sentivano a proprio agio in un luogo che consideravano comune.

    Infine il Suq ha la particolarità di attraversare tanti linguaggi diversi: la musica, il teatro, la danza, e quindi tutti ci si possono riconoscere.

    Cosa pensi della tua città?

    Genova è una città ricca, con punti di grande fascino ed è stata attraversata da momenti di splendore che rimangono. Tuttavia l’impressione è che non si sappia valorizzare, occorre trovare un’identità, dei punti di forza sui quali puntare. Il problema è che c’è poca strategia e poca relazione, si fa fatica ad uscire da certi meccanismi di chiusura. Il Suq rappresenta invece un punto di apertura, una dimensione mista ed anche per questo motivo bisognerebbe lavorarci.

    Deepa Scarrà

  • Incontro con Paolo Rossi: la commedia è finita

    Incontro con Paolo Rossi: la commedia è finita

    Paolo RossiLuogo: Feltrinelli di Genova. Motivo: presentazione de La commedia e’ finita, conversazione surreale di e tra Carolina de la Calle, regista spagnola (che dal 2008 lavora con Rossi nella compagnia teatrale BabyGang), e l’attore borderline Paolo Rossi su riflessioni e migliorie da apportare ad un teatro in bilico come un funambulo, perennemente in crisi e sull’orlo del fallimento. Ma queste avversita’ lo portano a dover essere vitale, eclettico, innovativo… Attributi perfetti anche per i nostri due eroi!

    La commedia e’ finita. Perche’ questo titolo? Ha molti significati, tra cui: basta, non prendiamoci in giro e iniziamo a fare sul serio.

    Come vedi il futuro del teatro? Io confido nel teatro. Ha piu’ speranze il teatro, nel suo continuo rinnovarsi, che le sei/sette vecchie reti televisive. Sono un mezzo immobile, morto, destinato a finire.

    Nel libro parlate di teatro pop: in cosa consiste davvero? (P) E’ un genere che ruba un po’ da tutto. Io ho seguito il metodo di Dario Fo: “rubare, in teatro, e’ cosa buona. Copiare e’ da coglioni”. L’importante nell’essere pop e’ mischiare bene le carte. L’artista-ladro ruba ai falsi colti per regalare agli ignoranti incoscienti come lui. (C) Inoltre per noi significa riuscire a rivolgersi al popolo e non a quello che sta a casa con il telecomando. (P) Anche se qualcuno e’ riuscito a togliere il potere al popolo trasformandolo in pubblico, avendo capito che la gente perdona molto di piu’ agli attori che ai primi ministri.. Cosi’ i primi ministri sono diventati ottimi attori!

    E qui arriviamo a un tema che ti e’ caro: l’attacco al potere; come credi che si possa combattere il potere attraverso l’arte? (P) Se io facessi un monologo sui precari guadagnerei molto, riceverei molti complimenti ma non cambierebbe niente. E’ lavorando con i precari che io provo a modificare le cose. I cambiamenti avvengono se fatti collettivamente, non attraverso il televoto.

    (C) Io non so se il problema sia il potere, ma so che ogni giorno perdi un sacco di tempo a informarti sui tagli all’ente dello spettacolo, ti ricoglionisci e perdi talento. La nostra generazione di artisti si sta perdendo nelle anticamere dei ministeri. Non bisogna scendere nelle piazze ma salire negli uffici e discutere insieme i bilanci.

    (P) Questa si chiama insurrezione… (ride)

    Nel libro parlate di giovani. Paolo, com’e’ lavorare con loro? La verita’ e’ che loro sono piu’ rigorosi. E sono cosi’ perche’ hanno fame. Questo e’ uno dei tanti motivi per cui preferisco lavorare con loro.

    Che maestro sei? Io mi definisco un ancie’n prodige (ride), non un maestro. Per un periodo della mia vita ho fatto il genio e sregolatezza. Ma poi, se sopravvivi, per rimanere te stesso devi cambiare tutto. E rifare meglio quello che facevi agli inizi. Se sono un maestro e’ solo perche’ mi piace condividere quello che so; mi diverte.

    Carolina tu dici che i ragazzi non vogliono rubare il posto ai piu’ anziani, ma sedersi a tavola con loro. Ma se questa tavola sembra essere stretta gia’ senza di loro, come possono fare i giovani per farsi posto? Le idee scarseggiano. I giovani che hanno un’idea devono tenersela stretta in maniera tale da rendersi indispensabili. Non c’e’ altra soluzione.

    Capito ragazzi? Non prendiamoci in giro. La commedia e’ finita. Andate in pace. Amen…

    Germano Monetti

  • Intervista ad Antonio Albanese, il comico racconta i suoi personaggi

    Intervista ad Antonio Albanese, il comico racconta i suoi personaggi

    Antonio AlbaneseComico, attore, lettore e appassionato di pittura. Una comicità innata, ben educata con anni di studio presso la Civica Scuola di Arte Drammatica di Milano sino al raggiungimento del diploma nel 1991. Solo due anni dopo Antonio è già punta di diamante della trasmissione “Mai dire Goal“, il personaggio in questione è il foggiano Frengo, l’uomo del “terzo temBo” per intenderci.

    Da quel momento la carriera di questo ragazzo ormai grandicello della provincia di Lecco è tutta un successo.  Antonio si dedica da ormai molti anni con grande disinvoltura fra cinema, teatro e televisione e a guardarlo oggi sembra che per lui tutto ciò sia terribilmente naturale.

    L’occasione è l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone al teatro Modena di Sampierdarena, l’irriverente Antonio parla della sua carriera, dell’amore per l’arte e per i libri che lo hanno formato. Poi arriva il momento delle domande e lui si mette comodo, orecchie tese e risposte pronte.

    Quale tuo personaggio assomiglia di più ad Antonio Albanese?

    E’ una domanda molto interessante, me lo hanno chiesto spesso e non sono mai riuscito a trovare una risposta soddisfacente! In realtà non c’è un personaggio in particolare che mi assomiglia, forse Epifanio per alcuni lati…

    Cinema, TV, libri… la comicità è una ed unica o deve adeguarsi alle diverse tipologie di comunicazione?
    La comicità deve adeguarsi al tempo in cui vive, alle sfumature, ai colori, non alle tipologie di comunicazione. Certo, se dovessi ad esempio intepretare Cettola Qualunque al cinema dovrei creare l’intera famiglia… vi immaginate la moglie?! Ma è il contorno che cambia non il personaggio in sè. A me piace molto dare vita ai miei personaggi in tutti e tre i campi.

    Se Cettola Qualunque si candidasse tu pensi che prenderebbe dei voti?
    Un casino!! Pensate che ci sono persone che mi hanno spinto a farlo sul serio e c’è chi ha fatto persino un sondaggio, siamo sugli 850.000 voti!!! Lui poi sarebbe chiaro… case aperte, chiuse… basta che ci siano!!

    Tu sei un grande appassionato di pittura, che rapporto hai con l’arte?
    Adoro la pittura, sono uno di quei cretini che prima di comprarsi la macchina si è comprato un quadro! Sono molto affascinato dal futurismo italiano, ma in particolare amo l’arte contemporanea, è anarchica e soprattutto libera a 360 gradi! Vi dirò che preferisco le bozze alle opere finite, primo perchè i quadri non me li posso permettere e secondo perchè trovo che in una bozza si percepisca molto di più l’anima e l’intenzione dell’artista. Il mio sogno è quello di aprire un giorno una galleria d’arte a Milano, lo so è da pazzi! A dire il vero conosco già qualche grande pittore, l’unico problema è che di me non si fideranno mai!!

    Qualche aneddoto sui tuoi personaggi più famosi…
    Beh ad esempio posso raccontare come è nato Cettola Qualunque… mi trovavo in Calabria su un traghetto e poco più in là un bambino disse qualcosa al padre del tipo “Papaaà, papaaà.. guarda che bello!” e il vecchio senza pensarci tanto lo gelò con un bel “Fatti i cazzi tua!”, un poeta direi. Poi qualche tempo dopo, sempre in Calabria, riscontrai dei problemi per l’organizzazione di uno spettacolo, al che mi chiamò un politico del posto e mi disse: “Tu non puoi non fare lo spettacolo perchè qui tutti sanno che vieni… Tu non sai chi sono io!!”…Immediatamente unii le due cose e decisi che Cettola doveva essere un politico!
    Fu molto strana anche la nascita di Frengo, il foggiano di Mai dire Gol. Innanzittutto premetto che io sto al calcio come Bondi al kamasutra! Non ne sapevo nulla! Mi dissero di guardare novantesimo minuto e così feci. Rimasi colpito da uno strano personaggio: “Perchè avete perso?” gli chiesero.. “Perchè loro hanno segnato un gol e noi no!” rispose. Quel tipo era Zeman, che ai tempi allenava il Foggia, me ne innamorai e decisi che dovevo fare assolutamente qualcosa sulla sua squadra. Così incontrai Zeman, ma lui è un vero capo indiano e non fu un grande incontro… Lui non ha amici, perchè qualunque domanda gli fai non ti risponde!

    Hai già in mente il tuo prossimo personaggio?
    Ogni mio personaggio nasce dal desiderio di dire o denunciare qualcosa. Oggi viviamo l’epoca delle nevrosi e della diffidenza che ognuno di noi ha verso gli altri, il mio prossimo personaggio rispecchierà proprio questo aspetto della società, sto pensando ad un intellettuale pieno di pillole e psicofarmaci! In fondo noi non ce ne rendiamo conto, ma stiamo tutti un pò sclerando! Basta vedere come camminiamo e come ci muoviamo, gesticoliamo come dei nevrotici. Poi non ho mai fatto una donna… eppure io sono molto donna!

    Gabriele Serpe

  • Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia Pastorino, intervista con la cantautrice genovese

    Claudia PastorinoPer tanti anni ha affiancato il piano-bar ai suoi sogni da chansonnier. Oggi e’ un’artista ricca di impegni, fra poesia, musica, libri e teatro. Cinque album pubblicati (il primo “I gatti di Baudelaire” nel 1995), diversi saggi (fra cui “SAMAN SUTTAN Il canone del Jainismo” nel 2001 per Mondadori) e romanzi noir.

    Ogni incontro di Era Superba che si rispetti non puo’ che partire da lei: Genova è…

    …La mia Genova e’ un bel “maniman”, una citta’ diffidente e bloccata. Io lo so e l’ho sempre saputo, ma cio’ nonostante non sono mai riuscita a lasciarla. Ho avuto per vent’anni questo blocco e ho sempre deciso di rimanere. Eppure essere genovesi e restare a Genova per fare musica e’ una scelta coraggiosa e un po’ masochista… Mentre altrove mi sento maggiormente apprezzata, per la mia citta’ sono l’eterna artista emergente, ed e’ paradossale perche’ io non vorrei vivere in nessun altro posto al mondo. In questo senso il premio “Via del Campo” che ho ricevuto due anni fa e’ stato per me un riconoscimento importante e molto sentito.

    Dovessi prendere per mano il lettore e portarlo attraverso la citta’ di Claudia Pastorino, quella delle immagini, dei ricordi… Dove lo porteresti? E… chi gli presenteresti durante il cammino??

    Partirei sicuramente da Pegli, la mia casa, il posto in cui vorrei vivere e in cui vivo. Poi una piccola piazza nella zona del Carmine… Piazzetta della Giuggiola. Ho abitato li’ dieci anni e li’ ho scritto praticamente tutte le mie canzoni. Ricordo un inverno con venti centimetri di neve tutti raccolti in quel minuscolo quadrato di case… uno scenario surreale. D’obbligo una sosta alla Stanza della Poesia di Claudio Pozzani in piazza Matteotti e poi due zone del centro storico che dagli anni novanta ad oggi sono cambiate moltissimo: Santa Brigida e Maddalena. Santa Brigida negli anni ottanta era davvero in ginocchio, ricordo la piazza dei Truogoli come un tappeto di siringhe, era chiusa e abbandonata. Oggi il quartiere e’ rinato e la zona e’ tornata ad essere splendida come tantissimi anni prima. La Maddalena, invece, fino ai primi novanta la ricordo come una strada magica, odori indimenticabili, l’atmosfera di una vecchia Genova che non ne voleva sapere di morire… e invece nel giro di pochi anni e’ cambiato tutto, e’ stato un attimo. E, per completare, presenterei sicuramente il grande Max Manfredi obbligandolo a suonare Luna Persa. La canzone da’ il titolo al suo ultimo album, ma io la conosco da almeno dieci anni perche’ lui l’ha sempre suonata. E’ un capolavoro, una canzone che si puo’ guardare…

    Hai citato gli anni ottanta, i primi novanta… Tu stavi muovendo i primi passi come artista…

    Si.. e in quegli anni feci anche scelte che non consiglierei a nessuno di fare. Soffrivo di una timidezza quasi paralizzante che mi portava ad essere molto rigida, facevo di testa mia e andavo avanti per la mia strada. Ho incontrato durante il cammino grandi artisti e persone che avrebbero potuto arricchirmi tantissimo, ma mi bloccavo, m’irrigidivo e alla fine mi perdevo… Ai tempi quella solitudine mi sembrava magica, oggi non la penso piu’ cosi’. Quando facevo piano-bar la sera per guadagnarmi da vivere mi rifiutavo di cantare canzoni che non mi piacessero, la gente magari mi chiedeva un pezzo e io rispondevo semplicemente che mi rifiutavo di cantare canzoni di quel genere. Insomma, riassumo tutto con due parole: che fatica!

    “Voglio mettermi sola ad aspettare: a stare sola ho gia’ imparato … e sara’ anche bello! Non so questa attesa di te cosa mi portera’ e non so se tu esisti davvero o nella fantasia…” Questa canzone l’hai scritta dodici anni fa, quando molti tuoi testi cercavano quell’amore perfetto che prima o poi arrivera’… La Claudia di oggi, una splendida quarantenne, cosa pensa a proposito di quel sogno d’amore tanto cantato?

    Che e’ un’illusione, quel “tu” della canzone che hai citato per me non esiste piu’. Mi sono congedata da quella idea di amore da diverso tempo, oggi la risposta e’ sicuramente che si trattava di fantasia!

    Hai scritto alcuni libri sul Jainismo, la piu’ antica dottrina della nonviolenza, un argomento che ti ha sempre influenzato molto, seppur poco conosciuto in Occidente…

    E’ un ambito spirituale magico quello della non violenza… In Italia non esisteva nulla di tradotto sul Jainismo prima del mio tentativo, per cui si tratta sicuramente di un mondo per molti nuovo che consiglio di esplorare. Considero lo Jainismo la possibilita’ piu’ alta per avvicinarsi al sacro… Ma non si tratta di una pratica spirituale, i rigori da rispettare sarebbero assolutamente eccessivi per la nostra cultura.

    A 17 anni hai anche fondato la prima Lega Antivivisezionista in Liguria, che diede ai tempi grande impulso ai movimenti animalisti. Una causa per la quale ancora oggi combatti…

    Ancora prima ed indipendentemente dall’arte, per me l’animalismo e’ sempre stata una priorita’. Finche’ gli uomini continueranno a parlare di liberazione e liberta’ considerando solo la propria specie non ci sara’ mai progresso morale. Il musicista filosofo Wagner, a proposito della vivisezione, un giorno disse: “Si tratta di un crimine contro la vita, qualunque sia la specie.” Questo e’ secondo me il concetto… e anche i vari vegetarismi di moda dovrebbero entrare in questa ben piu’ ampia visione delle cose.

    Gabriele Serpe

  • Massimo Morini, intervista al leader dei Buio Pesto

    Massimo Morini, intervista al leader dei Buio Pesto

    Massimo MoriniDirettore d’orchestra (detiene il record di partecipazioni al Festival di Sanremo fra orchestra e direzione tecnica), attore, sceneggiatore, cantante… Per i “soci” dei Buio Pesto semplicemente “o cappo”. Un artista eclettico, profondamente legato alla sua terra, apre le porte del set di “Capitan Basilico 2” a Era Superba per un’intervista esclusiva.

    Massimo… Genova è…

    Beh soprattutto è il centro dell’attività dialettale dei Buio Pesto, perchè quando si parla di dialetto si intende ovviamente quello genovese. Adoro questa città, ma amo più che altro definirmi ligure… Genova è come un grande capo, il punto di riferimento per gli altri 234 comuni ed è questo connubio che rende la Liguria la più bella regione d’Italia.

    Pensiamo ad esempio ai giorni di pioggia… da noi è bello comunque!! Potrebbero dire lo stesso, che so, a Pavia? Affatto… poi magari da quelle parti non hanno problemi di parcheggio, ma quello che abbiamo davanti agli occhi noi ogni giorno vale più di ogni altra cosa! Sin dal primo film “Invaxion” ci siamo fatti guidare dalla città… abbiamo girato giorni interi in lungo e in largo per trovare le location giuste e ogni volta abbiamo scoperto qualcosa di nuovo… angoli, piazze, scorci… E’ incredibile!!

    Nessun lamento quindi… è una notizia!! E se per un giorno Massimo Morini diventasse sindaco?

    Eh eh… Promuoverei un’ordinanza per l’obbligo dell’insegnamento del dialetto nelle scuole, firmerei le carte poi il giorno dopo consegnerei immediatamente le dimissioni! Il dialetto dovrebbe avere più spazio, esistono ad esempio più di cento compagnie teatrali dialettali in Liguria, e molti neanche lo sanno. Se io gestissi un teatro non rinuncerei a una serata, anche una volta al mese, dedicata al dialetto.

    Veniamo alla musica, il tuo campo principale. Cosa consigli ai giovani musicisti di questa città… E’ indispensabile fare le valigie per provare a giocarsi le proprie carte?

    Si è indispensabile guardare altrove, a Genova un management musicale non esiste più. In generale, comunque, il mercato si è ridotto, la musica è gratuita e non si vendono più cd. Ogni cosa è figlia del suo tempo, non esistono più le dogane e i doganieri oggi fanno le pizze… lo stesso è accaduto nella musica. E chi ha la fortuna di essere riuscito e di riuscire a vivere con questo mestiere oggi non può fare altro che pensare al proprio culo, non può permettersi di curarsi di altro e di nessuno. Io ho fatto il discografico per sei/sette anni, poi ho dovuto rinunciare. L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di girare la videocamera verso di sè e mettere le proprie cose su internet. Così si sono accorti di Mika ad esempio, o de “Il Genio“, quelli di “pop porno”

    Gabriele Serpe

  • Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno, la canzone dialettale della scuola genovese

    Sergio Alemanno“Io non so quale è la Genova nella quale sono cresciuto e mi sono formato, a dire il vero, non la ricordo come una città diversa da quella in cui viviamo oggi, semplicemente il mondo stava cambiando e dall’America arrivava il rock’n roll… Noi eravamo abituati a Sono tutte belle le mamme del mondo e all’improvviso ci siamo ritrovati fra le mani dischi di Fast Domino, Little Richard… Mi sono detto: belin, cosa succede??”

    Abbiamo incontrato Sergio Alemanno prima del suo concerto al Berio Cafè di Genova. Lui, considerato da tutti, capostipite della canzone dialettale genovese…

    “Poi sono arrivati i cantautori e anche loro mi hanno fatto capire che si poteva parlare d’amore nella canzone come nella vita, utlizzando lo stesso linguaggio. L’inizio di qualcosa e’ sempre un momento unico e speciale, tutto quello che ne consegue e’ per forza un ripetersi. Questa e’ l’unica differenza fra quella Genova e la citta’ dei nostri giorni…”

    Come hai mosso i primi passi nella musica in un periodo storico ancora molto difficile?

    Io da ragazzo volevo cantare il rock ‘n roll in italiano anche se i miei genitori volevano che facessi il ragioniere. Poi ho iniziato a scrivere le prime cose in dialetto quando ancora per la gente esisteva solo “ma se ghe pensu“… Scelsi di raccontare la Genova di tutti i giorni, utilizzando espressioni e immagini comuni a molti genovesi, fui il primo e fu la mia fortuna. Mi emozionava quello che facevo, e mi resi subito conto che quello era il segreto: se tu provi emozione cantando inevitabilmente la trasferisci a chi ascolta. Si accorsero di me per primi Gino Paoli e Umberto Bindi e decisero di incidere le mie canzoni. Poi con il tempo ho inziato a scrivere anche qualcosa in italiano, ma ancora oggi, quando canto un pezzo in italiano, l’ispirazione e l’emozione mi vengono in genovese.

    Poi l’idea della bottega… dove il fabbricante di canzoni si metteva a disposizione della città per le serenate…

    Eh si… la cosa fece scalpore, tanto che alla fine mi rubarono l’idea e ne fecero una trasmissione televisiva! Quando nacque la bottega il Secolo XIX mi diede la prima pagina, mi invitarono al Maurizio Costanzo Show.. Non me lo sarei mai aspettato, perche’ in realta’ la mia idea era molto semplice e instintiva. Io mi sento un fabbricatore di canzoni, il mio sogno e’ ancora oggi quello di avere una bottega, stare lì tutto il giorno, mettere le canzoni sul banco e fabbricarle una ad una… da’ molto piu’ idea di lavoro… e’ affascinante. Così mi venne l’idea di aprire la “bottega delle serenate” presso il teatro di Campo Pisano, la gente mi chiamava e io portavo musica a domicilio, sotto i balconi o ai citofoni. Solo che dopo un anno mi sono rotto le balle e, non contento, mi sono anche fatto fregare l’idea come un allocco!!

    Manuela Stella

  • Luca Bizzarri: “Genova e’ ferma” e la Vincenzi: “Dici sempre le stesse cose”

    Luca Bizzarri: “Genova e’ ferma” e la Vincenzi: “Dici sempre le stesse cose”

    Luca BizzarriMarta Vincenzi e Luca Bizzarri, comico e presentatore delle Iene, si sono punzecchiati a distanza sulle pagine dei giornali: “Il Centro Storico e’ peggiorato rispetto agli anni passati – ha dichiarato Bizzarri –  quando era la camorra a fare da padrone le cose funzionavano meglio, oggi la criminalita’ non e’ sparita, semplicemente da “organizzata” e’ diventata “disorganizzata” e credo che sia molto peggio...”

    La sindaco si e’ limitata a sottolineare che “Bizzarri dice sempre le stesse cose, comunque parlero’ con lui di persona…” mentre Claudio Burlando non ci sta: “Il comico di casa nostra dovrebbe approfondire maggiormente le informazioni in suo possesso, Genova e’ una citta’ in netta ripresa, e lo dimostrano i sempre crescenti dati del turismo…”

    Io penso – continua Bizzarri – che chi amministra questa citta’ dovrebbe fare molto di piu’, Genova ha bisogno di una spinta. Io la amo, e mi piange il cuore se penso che oltre appennino non sanno manco che esista, vista da fuori non conta nulla, zero totale. Eppure quando porto con me gli amici e faccio loro da guida se ne innamorano...”

     

  • Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi: intervista con il cantautore genovese leader dei New Trolls

    Vittorio De Scalzi dal vivoPartiamo da “Mandilli“, un album in dialetto genovese. Per te, tra l’altro, non e’ la prima esperienza con i testi dialettali, gia’ agli inizi della carriera avevi collaborato e scritto per i “Trilli”… In un contesto in cui il dialetto fa sempre piu’ fatica a conservarsi fra le nuove generazioni, che significato pensi possa avere la tua nuova avventura musicale?

    Eh gia’, ma ancora prima dei Trilli scrissi “Come sei bella Zena“, una canzone che oggi viene spesso considerata senza autore e fatta risalire alla tradizione popolare genovese… Per carita’ ormai ha quarantanni quel pezzo, pero’ l’ho scritto io!!! Scherzi a parte… Ho intrapreso l’avventura musicale di “Mandilli” innanzitutto per amore, un amore fortissimo per la mia citta’. Poi, come dici bene te, il dialetto e’ una scelta importante… Perche’ considero la nostra lingua l’arma piu’ preziosa che abbiamo per combattere l’omologazione generale verso cui il mondo di oggi ci spinge. I giovani che non conoscono il genovese purtroppo perdono contatto con la loro terra, perche’ le parole sono l’espressione dei nostri pensieri ed e’ un po’ triste che oggi, davanti alla tv, un marchigiano, un valdostano ed un ligure possano avere gli stessi identici pensieri…

    Amore per la tua citta’… Quanto ricambiato secondo te?

    Beh, devo dire che percepisco e ho percepito in tutti questi anni davvero tanto amore dalla mia citta’. Quando giro per Genova la citta’ sembra piccolissima, un paese… Perche’ tutti mi salutano e mi parlano e a me sembra di conoscere tutti… e’ bellissimo, magico. Non avendo mai nascosto la mia fede blucerchiata, inoltre, i tifosi si fermano e mi parlano spesso di calcio, genoani e sampdoriani. Si sa quanto sentiamo la fede calcistica noi liguri…

    La scelta del dialetto genovese fu anche di Fabrizio De Andre’ in occasione dell’album Creuza de ma. Forse, considerando soprattutto il tuo lungo rapporto professionale e di amicizia con Fabrizio, quell’album puo’ essere considerato “il padre” del tuo “Mandilli”?

    Il padre non credo… sicuramente, pero’, la strada che percorre il mio disco e’ la stessa che Fabrizio spiano’ a tutti noi cantautori genovesi nel 1984 con “Creuza de ma”. La lingua genovese grazie a lui varco’ nuovamente i confini del porto, per tornare ad insinuarsi in tutto il mediterraneo.

    Stiamo vivendo giorni “furibondi”, come probabilmente lui stesso avrebbe scritto. Tutta Italia parla di lui, ahime’, tante volte anche a sproposito. Tu che insieme a lui hai trascorso tantissimi momenti chitarra alla mano, cosa pensi di questa “De Andre’ mania”?

    Sono d’accordo con te, io penso con tutta sincerita’ che Fabrizio si stia facendo tante grasse risate da lassu’. In molti casi ho assistito ad una vera e propria mercificazione della sua poesia e non credo ce ne fosse bisogno. Lui per me era un magnifico mosaicista e cesellatore di parole, scriveva sempre la parola giusta al momento giusto e questo era un grande dono. Ricordo che avevo sedici anni quando gli davo la caccia le rare volte che veniva ai bagni Lido. Lo cercavo e quando lo trovavo facevo tanto che riuscivo a entrare con lui nella sua cabina. Gli facevo ascoltare le mie primissime cose, con una chitarra di plastica, un suono orribile. Era il 64 se non ricordo male, Fabrizio era gia’ Fabrizio De Andre’, ma non diceva nulla e mi ascoltava paziente… Io avevo l’abitudine di cantare parole a caso in inglese senza significato perche’ non avevo dei veri e propri testi: “Evita di dire ste stronzate in inglese – mi disse una volta – scrivi subito i testi quando hai la musica, esprimi quello che senti in italiano…” Qualche anno dopo lui si occupo’ di tutti i testi di “Senza Orario Senza Bandiera”, il primo album dei New Trolls, adattando le poesie del poeta genovese Riccardo Mannerini che tanto lo aveva ispirato. Fu l’inizio di una bellissima amicizia e di tante collaborazioni…

    Vittorio De ScalziVeniamo ai “New Trolls“, una delle pagine piu’ importanti della storia del rock italiano. Dal Giappone alle Americhe, un successo planetario. Dal primo album con testi di Mannerini e De Andre’, passando per il celebre “Concerto Grosso“… Ripensando a quegli anni e’ piu’ la malinconia o l’orgoglio? Quale e’, se c’e’, il rimpianto di Vittorio De Scalzi? E la chiave di tanti successi?

    La chiave del successo se uno sapesse trovarla sarebbe tutto piu’ semplice… Non lo so, non ne ho idea. Sicuramente sono una persona molto caparbia e questo mi ha aiutato molto, poi credo serva anche un po’ di presunzione… Bisogna andare controcorrente senza aver paura di farlo, cercare il “nuovo” che ovviamente all’inizio non piacera’ a nessuno… Ma se pensi che siano loro a non capirci nulla e tu ad avere fra le mani qualcosa di forte, allora continui ad andare dritto per la tua strada e da qualche parte arriverai. Malinconia nessuna, davvero, un po’ di orgoglio invece si, sono sincero, soprattutto quando vado all’estero… in Giappone mi dimostrano sempre moltissimo affetto. Un rimpianto… ti diro’, a dirla tutta un rimpianto c’e’: non aver iniziato prima a fare il cantautore. Da bambino volevo una band a tutti i costi, i Beatles e i Rolling Stones erano un mito per me. Poi con Nico Di Palo fondammo i New Trolls e i miei sogni si realizzarono… Ci ritrovammo ad aprire i concerti degli stessi Stones e a conoscerli di persona, facevamo rock progressivo, che era quello che ci piaceva fare, e guadagnavamo molti soldi… I tempi pero’ cambiarono e, desiderosi di mantenere il successo che avevamo raggiunto, ci buttammo nella musica piu’ leggera, il pop. Ebbene, quella scelta oggi la soffro un po’, avrei preferito forse concentrarmi subito su una strada simile a quella che sto percorrendo ora…  

    I fan della vostra generazione spesso affermano che se i New Trolls non avessero avuto problemi di convivenza all’interno del gruppo, caratteriali ed artistici, avrebbero potuto dare ancora molto di piu’ di quello che hanno dato alla musica italiana. Quanto c’e’ di vero in tutto questo? O forse furono proprio queste divergenze la forza del vostro sound…

    Non lo so cosa avrebbero potuto dare i New Trolls senza i problemi che ci sono stati… So pero’ che eravamo quattro ragazzini sostanzialmente molto diversi, come estrazione sociale, studi e soprattutto preparazione musicale. Piano piano, crescendo e maturando, certi problemi era normale che uscissero. Abbiamo avuto la fortuna di non fare gavetta, il che significa che a ventanni avevamo soldi, successo e a quell’eta’ certe cose ti danno alla testa. Tanti manager ci hanno poi mangiato sopra e noi, da parte nostra, abbiamo sperperato tanto… Diciamo che in un certo senso i problemi ce li siamo anche un po’ cercati, ma suonavamo bene, eravamo forti e questo veniva prima di ogni altra cosa.

    Te e Nico Di Palo (i “Lennon-McCartney” di casa nostra…), avete avuto la fortuna di muovere i primi passi in un terreno gia’ incredibilmente fertile. In quegli anni erano emersi e stavano emergendo dai nostri vicoli grandi talenti… Che ricordi hai di quegli anni?

    Negli anni sessanta a Genova e in Liguria c’era un fermento creativo oggi impensabile. Prendiamo ad esempio il Festival di Sanremo… Noi suonavamo in un locale a Sanremo in quel periodo, il Club 64. Gli artisti in gara al Festival venivano a sentire noi dopo essersi esibiti, noi che eravamo agli inizi. Si passava la notte a suonare, ricordo una lunga jam session con Stevie Wonder… oggi queste cose non accadono piu’. Alla Foce, in fondo a via Cecchi, c’era un bar frequentato da tutti gli artisti della citta’. C’era il poeta Riccardo Mannerini, lo stesso Fabrizio, poi Tenco, Lauzi, i fratelli Reverberi… io ero ancora un ragazzino. Poi mio padre apri’ un ristorante a Sturla sul mare, nella zona di via del Tritone, da “Gianni”, si chiamava… e li’ iniziarono a venire tutti loro. Avevo allestito nel retro una sala con gli strumenti e li’ rimanevamo la notte ore e ore a suonare, provare, parlare… Tutti gli artisti genovesi, ma ricordo ad esempio anche la P.F.M. e i Rokes di Shel Shapiro. C’era un’atmosfera davvero fantastica. Ricordo la prima volta che mi presentarono Tenco, lui era un appassionato di baseball e venne a mangiare da mio padre con tutta la squadra. Mi fece l’autografo su una pallina da baseball…

    Una domanda un po’ particolare… Dal rock progressivo al pop passando per la musica classica con i New Trolls, poi la tua vasta produzione cantautorale sino all’ odierno “Mandilli” e infine le canzoni scritte per la Sampdoria… Insomma, una carriera lunghissima che ha saputo toccare con maestria tanti generi cosi’ diversi fra loro. Se Vittorio De Scalzi non fosse gia’ conosciuto… e dovesse farsi conoscere con una canzone per ognuno di questi mondi musicali che poi rappresentano probabilmente anche stagioni diverse della tua vita… cosa farebbe ascoltare di se’??

    Signore io sono Irish“, con il testo di Fabrizio De Andre’… quelli erano i primi New Trolls. Poi “La nuova predica di padre O’Brian”, per quanto riguarda il rock progressivo… La stagione del pop e’ invece caratterizzata senza dubbio da “Quella carezza della sera“, mentre “Lettera da Amsterdam” credo sia la piu’ significativa fra le canzoni che ho scritto per la mia Samp. Infine, dall’ultimo album, “Aia da respia” e’ un brano che mi piace moltissimo…

    Abbiamo accennato alle tante canzoni che hai scritto con tuo fratello a cavallo fra gli anni ottanta e novanta per la Sampdoria. La particolarita’ e’ che oggi, molti giovanissimi, iniziano a sentire il nome di De Scalzi proprio per quella “Lettera da Amsterdam” che la gradinata sud intona a gran voce ogni domenica… Che effetto ti fa??

    Beh, e’ semplice risponderti… fa godere! Ogni domenica e’ un’emozione meravigliosa e credo che un artista come me non potrebbe chiedere di meglio…

    A Genova sono tanti i giovani artisti, in tutti i campi, che sognano di emergere e cercano di far sentire la propria voce in tutti i modi… Quale strada consiglieresti loro di percorrere nella realta’ di questi tempi per farsi conoscere al grande pubblico?

    Sicuramente direi loro che non esiste una strada da percorrere, ma non sono io la persona giusta per dare consigli di questo tipo. A volte le strade che portano al successo sono davvero misteriose e non rintracciabili…

    Capita spesso che il primo scoglio da superare per un ragazzo che sogna di vivere della propria arte sia la famiglia stessa, la quale impaurita per un futuro incerto del proprio figlio, lo scoraggia per indirizzarlo verso altri orizzonti.. Che ruolo ha avuto la tua famiglia per la realizzazione dei tuoi sogni?

    E’ vero quel che dici ed e’ altrettanto vero che per me la famiglia e’ stata fondamentale. Mio padre lo ringraziero’ sempre, con me fu incredibile. Lui credeva fortemente nelle mie qualita’ e faceva di tutto per incitarmi ad andare avanti. A forza di cene corrompeva i discografici per far avere un contratto ai New Trolls e alla fine ci riusci’… Anche la possibilita’ di aprire i concerti dei Rolling Stones arrivo’ grazie all’intraprendenza di mio padre…

    Gabriele Serpe

  • Il velo integrale delle donne islamiche: è giusto proibirlo in Italia?

    Il velo integrale delle donne islamiche: è giusto proibirlo in Italia?

    Proibire il velo integrale è necessario o siamo di fronte a un caso di strumentalizzazione politica, tra l’altro su un tema delicato che ha molteplici risvolti e chiama in causa la condizione della donna, la libertà di culto e i rapporti con culture diverse dalla nostra?
    È la domanda che mi sono posto leggendo negli ultimi giorni la notizia della multa da 500 euro comminata ad Amel, 26 anni, tunisina, residente nella zona popolare di Novara.
    La sua colpa è aver indossato il niquab, il velo che copre il volto a eccezione degli occhi. Non si tratta del famigerato burqa, il mantello che copre integralmente testa, viso e corpo ma è bastato per applicare l’ordinanza firmata a gennaio dal sindaco leghista Massimo Giordano, che prevede “in tutto il territorio comunale, nella aree pubbliche e aperte al pubblico, nelle vicinanze di scuole, asili, università, uffici pubblici e all’interno degli stabili che sono sede di dette istituzioni, il divieto di indossare abbigliamento atto a mascherare o travisare il volto delle persone in modo che possa impedire o rendere difficoltoso il riconoscimento delle stesse”.
    La ragazza con il marito è stata fermata davanti a un ufficio postale da una pattuglia di carabinieri per un controllo di routine. Il marito ha fornito senza problemi i documenti di entrambi. I militari per effettuare il riconoscimento di Amel hanno chiesto di confrontarne il volto con la foto sul documento. L’uomo però si è opposto fermamente e ha chiesto, per rispetto della sua religione, che a verificare l’identità di sua moglie, fosse una donna.
    Grazie all’aiuto di una vigilessa si è proceduto all’identificazione in un luogo appartato, lontano dagli sguardi di curiosi. I carabinieri hanno riferito che il tutto si è svolto in un clima di massima civiltà. L’epilogo, inevitabile, è stato la consegna del verbale con la sanzione da 500 euro e 90 giorni per pagarla.
    “Ho firmato il provvedimento per ragioni di sicurezza ma anche per far sì che chi viene a vivere nelle nostre città rispetti le nostre tradizioni”, sostiene Giordano. La Stampa il giorno dopo ha intervistato la giovane tunisina che così ha rivendicato l’autonomia della sua scelta “Mi velo per l’Islam ma l’ho scelto io. Non ho mai dato fastidio a nessuno. Esco una volta alla settimana per andare in moschea”.
    Questi i fatti raccontati dai maggiori organi d’informazione. È una questione quella della proibizione del burqa che stanno affrontando anche in altri paesi europei. Il Belgio in questi giorni è stato il primo a bandirlo. La norma proposta dai liberali sia fiamminghi sia francofoni ha avuto il sostegno di tutti i partiti e di tutti i gruppi linguistici. Per la definitiva approvazione manca soltanto il sì del Senato che viene dato per scontato. Anche la Francia a maggio dovrebbe approvare una legge simile su proposta del governo. Quasi tutti i deputati belgi hanno evidenziato che la nuova legge vuole essere un passo in difesa della dignità della donna contro le prigioni mobili rappresentate da burqa e niquab.
    Tornando alla vicenda italiana questo il commento del vicepresidente del centro islamico novarese, Salah Hirate “Non c’è nulla da dire davanti alla legge se questo è il volere del Comune”.

    Il presidente dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), Izzedin Elzir, intervistato da La Repubblica ha ricordato invece che “L’Ucoii si è più volte espressa a favore del viso scoperto della donna e per il rispetto della legge italiana che esige la riconoscibilità di ogni persona. Contro il velo integrale basta rifarsi alla legge italiana sull’ordine pubblico del 1975”.

    In effetti la nostra legislazione impone la riconoscibilità delle fattezze del viso in caso vi possano essere risvolti di ordine pubblico. Il presidente dell’Ucoii ribadisce “Non si sente il bisogno di nuovi interventi ad hoc. Non vanno infatti creati problemi dove non ce ne sono. E guai poi a confondere burqa, niquab e hijab. I primi due nascondono il volto della donna, il terzo è il semplice velo che copre i capelli. Questo nessuno potrà mai impedirlo perché la nostra Costituzione garantisce la libertà religiosa di tutti”.

    Matteo Quadrone

  • Andrea De Carlo, intervista all’autore di “Due di Due” e “Treno di panna”

    Andrea De Carlo, intervista all’autore di “Due di Due” e “Treno di panna”

    Andrea De CarloEntra in teatro leggermente nervoso. Fa subito pensare a uno dei personaggi dei suoi romanzi. Si presenta con la sua consueta tenuta da rock star anni 70, pantalone nero, stivale nero, maglia nera. Lui è Andrea De Carlo lo scrittore milanese autore fra gli altri di “Due di Due“, “Treno di panna“, “Di noi tre“.

    L’atmosfera del teatro Modena è intima, pochi i presenti, forse a causa della pioggia. Le luci sono soffuse, basse. Il palco è allestito con stile minimale, colori caldi, gradevoli. Atmosfera decisamente informale consona allo stile dell’autore.

    Le pagine di De Carlo sono figlie degli anni 60, pagine piene di speranze, di idealismo, manifestazioni studentesche, centri sociali, scandaglio psicologico. Un minimalismo di impronta americana quello del suo stile di scrittura, influenzato dalla letteratura americana del ventesimo secolo. Pagine capaci di emozionare, ma anche cariche di minuziose analisi psicologiche. E’ uno degli autori italiani piu’ letti all’estero, Fellini era un suo grande ammiratore. “Il lettore e’ importante quasi quanto lo scrittore perche’ il lettore completa la storia con le proprie esperienze personali, con il proprio vissuto, con le proprie storie, leggere e’ un attivita’ creativa e il lettore e’ un creatore”.

    E lo scrittore ideale di Andrea De Carlo? “Quello che ti lascia entrare nel suo territorio” risponde. La conversazione prosegue alternandosi all’ascolto di pezzi storici del rock anni 60’ e 70’, quelli che formano le colonne sonore delle sue storie gli Stones, i Beatles, i Dire Straits e immancabile l’eroe di De Carlo, Bob Dylan, quello che ha dichiarato essere la sua principale in    fluenza letteraria. Proprio riguardo a Dylan…“C’e’ qualcosa di imperscrutabile in lui, e’ come leggere un geroglifico, c’e’ qualcosa di criptico. Da Dylan in poi la poesia scritta ha perso senso ed e’ diventata canzone...“Lo abbiamo raggiunto telefonicamente il giorno seguente. Lei ha citato l’autore francese Michel Houellebecq che definisce la nostra come una societa’ ad indirizzo erotico commerciale. Secondo lei esistono alternative concrete a questa corrente? E dove si possono trovare? Assolutamente si. Occorre partire da scelte individuali, soprattutto avere la forza di non essere consumatori ideali. In una societa’ in cui ci si chiede di essere dei sudditi senza giudizio e’ importante scegliere per se stessi e trovare altre persone che seguano lo stesso percorso. Tutto deve partire da una volonta’ personale.Nel suo romanzo “Uto” descrive la vita di una comunita’ spirituale guidata da un Guru, da un maestro. Oggi queste realta’ sono sempre piu’ numerose, attive e visibili. A suo parere la scelta di vivere all’interno di una di queste comuni si puo’ considerare come una fuga o come una scelta consapevole, magari solo un po’ in anticipo sui tempi? Dipende da ciascuno, il rischio e’ quello di trovarsi in una trappola. Il loro limite e’ che sono centrate su un capo che rischia di tenerli in una situazione di sudditanza, l’ideale sarebbe una comunita’ senza un capo, la storia e’ piena di esempi di questo tipo. Il rischio quasi sempre e’ che un uomo usi il suo potere per prevalere sugli altri.Alcuni suoi lettori sostengono che i suoi ultimi lavori manchino di freschezza e originalita’, riproponendo temi gia’ sviluppati nelle sue prime opere…Credo che ogni scrittore abbia alcune ossessioni, ricorrenti, come ogni persona, ha temi che gli appartengono, qualcuno (fra i tanti Bret Easton Ellis ndr) ha detto che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, credo che ci sia una grande verita’ in questo.

    J.D. Salinger, Emily Dickinson, scrittori reclusi per scelta, eremiti consacrati alla letteratura. Cosa ne pensa di una scelta cosi’ estrema come quella di tagliare tutti i ponti con la societa’ per dedicarsi unicamente alla propria arte? Ne sarebbe capace?

    E’ una tentazione che viene perche’ lo scrittore e’ l’unica attivita’ che ti permette di vivere tagliando i ponti con il mondo, pero’ e’ una scelta pericolosa. Una persona per vivere ha bisogno di contatti, altrimenti occorre attingere sempre da se stessi con il rischio di alienarsi.

    Igor Sartoni