Anno: 2011

  • Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    Storia di Genova: il quartiere di Carignano

    "Il Ponte di Carignano" di Luigi Garibbo (1800)
    Dipinto di Luigi Garibbo, fine ‘700: “Il Ponte di Carignano”

    La Storia di Genova, Carignano – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Vi sono cinquanta giardini, ossia ville di cittadini, molto dilettevoli, ornate di magnifici edifici e superbe case…” Così scrivevano del “Colle di Carignano” agli inizi del ‘500.

    Nel Medioevo la zona era denominata Caliniano o Calignano, una collina coltivata ove gli orti si estendevano per lunghe distanze intorno alle ville. Fino al XIX secolo Carignano rimase poco più di un sobborgo (venne inclusa nelle mura dal 1320), a tal punto che gli abitanti dicevano “ana’ a Zena” per dire “scendere in centro”…

    Testimonianza di quel passato alcune strade come via delle Bernardine (detta “creuza da Gianetta” dal nome della proprietaria di una rinomata osteria) o vico Fasce (quella zona della collina era coltivata a fasce) che si distende fra le case più datate del quartiere. In vico Fasce si riunivano i popolani per esercitarsi a “batte a moesca” (ballare la moresca), una danza in voga all’epoca, importata dalla Spagna dai Saraceni.

    La cima della collina era ed è occupata dalla basilica di Carignano fatta costruire dalla famiglia Sauli la cui prima pietra fu posta il 10 marzo del 1552.

    La parte esterna fu completata nel 1890 e da allora sono in corso i lavori di restauro… proprio per questo motivo si usa dire a Genova “…a l’è comme a Fabbrica de Caignan” per indicare una cosa lunga, che non finisce mai. La famiglia Sauli nel 1718 finanziò anche la costruzione del ponte di Carignano, pensato come via d’accesso alla grande chiesa. Il ponte fu inaugurato nel 1724, unisce il colle di Sarzano con quello di Carignano, un’opera notevole per i tempi, tanto che i disegni e i dipinti del “grande ponte” fecero il giro dell’Europa. Curiosità: a causa dell’elevato numero di suicidi, il mercante genovese Giulio Cesare Drago fece sbarrare i parapetti del ponte alla fine dell’800, gli stessi che si vedono oggi, come ricorda una lapide posta nel 1880 che recita “perchè non passi consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dal ponte di Carignano…”

    Il quartiere è profondamente cambiato nell’800: piazza Carignano, villa Figari (fatta costruire nel 1875 da Federico Mylius e ben visibile da corso Aurelio Saffi, un imponente loggiato sull’orlo del muraglione), via Fieschi, corso Andrea Podestà e via Corsica sono del XIX secolo.

    Gli orti e le ville hanno ceduto il passo ai lavori di modernizzazione della città voluti da Carlo Barabino. Fu lui nel 1825 a progettare il parco dell’Acquasola, pensato come passeggiata diurna fra gli ippocastani, impreziosito da un lago artificiale e un teatro.

    Per comprendere la trasformazione che subì il quartiere è sufficiente riportare un testo del 1887 dove via Corsica viene definita “la nuova arteria, la più ampia e spaziosa della città”.

    In quegli anni venne costruita anche villa Croce, oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea di genova, a breve distanza dal bellissimo complesso del Sacro Cuore. Lo splendido parco della villa è da sempre aperto al pubblico e offre una suggestiva apertura sulla città.

  • Spesa sanitaria 2010, oltre 10 milioni di euro per la casta dei politici

    Spesa sanitaria 2010, oltre 10 milioni di euro per la casta dei politici

    L’insofferenza dei cittadini verso la “casta” cresce giorno dopo giorno. Presi tra la morsa della crisi economica e la difficoltà di arrivare alla fine del mese con stipendi da fame, fa impressione come la distanza tra il mondo reale e quello artificiale che risiede solo nella mente di alcuni uomini politici, continui ad aumentare inesorabilmente.

    Ancora pochi giorni fa il premier Silvio Berlusconi al vertice del G20 di Cannes ha sentenziato convinto :

    “La crisi in Italia non si sente. I ristoranti sono pieni e non si trova posto a bordo degli aerei”.

    Purtroppo la situazione non è così rosea e le tasche degli italiani sono sempre più vuote.
    Oggi ci chiedono sacrifici ma tutti si attendono che l’esempio venga dall’alto. L’eliminazione dei privilegi della casta è una misura necessaria affinché i cittadini possano ricominciare a guardare alla politica come a una pratica vitale per il nostro sistema democratico.

    Ma le informazioni che giungono dai palazzi del potere oggi viaggiano veloci grazie alla rete internet e permettono di scoprire come in questo senso gli sprechi non si arrestino, anzi.

    I DATI OCSE 2009 sui differenti livelli di spesa sanitaria pro-capite (pubblica più privata, che include anche la spesa di eventuali assicurazioni integrative) di USA, media dei paesi OCSE e Italia, se confrontati con la spesa sanitaria pro-capite dei deputati italiani (inclusi i familiari/conviventi) calcolata dalla somma della spesa per l’assistenza integrativa (pagata con i soldi dei cittadini) e la spesa sanitaria pubblica, sono emblematici.

    I 630 deputati e i loro 1.109 familiari/conviventi spendono 10.269 dollari pro-capite, una cifra di gran lunga superiore a quella di un cittadino USA (7.961 $), della media dei cittadini OCSE (3.223 $) e dei cittadini italiani comuni (3.137 $).

    I 630 deputati e 1109 familiari, compresi anche i conviventi di fatto (come hanno deciso su proposta dell’onorevole Casini, l’uomo da sempre contrario alle unioni di fatto!) nel 2010 hanno speso per assistenza integrativa oltre 10 milioni di euro: pagati dai cittadini!

    Tra questi la spesa più folle è quella per le cure odontoiatriche dei deputati italiani: 3 milioni e 92mila euro in un anno in un settore che, come scrive Salute internazionale.info, è da sempre sottodimensionato, in termini di offerta e servizi per il cittadino; ma non mancano 976 mila euro per la fisioterapia, 480 mila per la fornitura di occhiali, 257 mila per la psicoterapia

    Inoltre il Parlamento (con responsabilità diverse visto che la maggioranza ha approvato la manovra e ha posto la fiducia) ha imposto o aumentato i ticket per far fronte al crescente indebitamento del paese. Per fortuna ha mantenuto qualche esenzione per reddito e patologia e ovviamente ha esentato dal ticket gli onorevoli e i loro familiari/conviventi. E con l’assistenza integrativa sono i cittadini a rimborsare una spesa che nel 2010 ha raggiunto i 153 mila euro.

    I deputati italiani sono chiamati ad un moto d’orgoglio. Bisogna urgentemente cambiare direzione e rinunciare a un privilegio simile per riacquistare un minimo di credibilità.
    L’assistenza sanitaria integrativa è un pugno nello stomaco diretto ai cittadini che oggi non possono permettersi visite specialistiche necessarie in strutture che, in misura sempre maggiore, sono gestite da soggetti privati, con costi insostenibili per una larga fetta di popolazione.

     

    Matteo Quadrone

  • Alluvione: i numeri per i volontari e per le donazioni

    Alluvione: i numeri per i volontari e per le donazioni

    AlluvionePer chi intendesse partecipare attivamente alla pulizia dei luoghi colpiti dall’alluvione, sono attivi i numeri dei municipi

    – MUNICIPIO III – BASSA VAL BISAGNO, p.zza Manzoni 1. Telefoni: 010.5579778, 010.5579779, 010.5579717. Indirizzo e-mail (comunicare dati anagrafici, indirizzo e recapito telefonico): municipio3segreteria@comune.genova.it

    – MUNICIPIO IV – MEDIA VAL BISAGNO, via Molassana 71. Telefoni: 010.5578345. Indirizzo e-mail (comunicare dati anagrafici, indirizzo e recapito telefonico): municipio4segreteria@comune.genova.it

    – MUNICIPIO IX – LEVANTE, via Domenico Pinasco 7. Telefoni: 010.5579808, 010.5579809, 010.5579811. Indirizzo e-mail (comunicare dati anagrafici, indirizzo e recapito telefonico): municipio9areatecnica@comune.genova.it

    E’ necessario presentarsi con un documento d’identità, abbigliamento adeguato e se possibile con paleo attrezzi utili a spalare il fango. So

    Per chi,volesse effettuare una donazione a favore delle persone alluvionate è possibile:

    – inviare un sms al 45500 per donare 2 Eu o chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Tiscali e Tele Tu.

    – effettuare una  donazione su conto corrente aperto da Sky – Repubblica: IBAN IT 07 U 02008 09432 000101739561 (Banca Unicredit). Il Comitato è denominato: Alluvione: un aiuto per ricostruire e va indicato come beneficiario da indicare nel versamento (causale: contributo).

    – effettuare una donazione su conto corrente aperto dal Corriere della Sera e La7CODICE IBAN  IT80O0306905061100000000567 indicando come beneficiario “Un aiuto subito. Alluvione Ligure”.

    – effettuare una donazione su conto corrente presso Banca Etica aperto da ARCI Liguria: IT16B0501801400000000140234 intestato ad ARCI Liguria

    -versamento c/c disposto dalla Tifoseria Organizzata del Genoa, lo stesso che era stato messo a disposizione la settimana scorsa per l’alluvione delle Cinque Terre Banca Popolare di Lodi, agenzia n.2467 Genova 18 via Della Libertà 36 R con le seguenti coordinate: n.conto corrente   433; Codice IBAN IT97A0516401418000000000433

    -donazioni tramite l’associazione Janua: Banca Prossima | Via Fieschi 4 Genova | IBAN: IT 15 R 0335 9676 8451 0300 015366 Causale: Donazione Alluvionati.

    -versamento disposto dalla Regione Liguria . Il conto corrente è il 7464/80 presso l’agenzia 41 di Banca Carige (Intestato a Regine Liguria – raccolta fondi alluvione La Spezia 2011” codice iban IT 53 I 06175 01472 000000746480).

     

  • Underbelly Project a New York city: la mostra per nessuno

    Underbelly Project a New York city: la mostra per nessuno

    Underbelly ProjectPoteva accadere solo nella più sorprendente città del mondo. In una stazione abbandonata della subway di New York City ha preso vita l’Underbelly Project, un progetto artistico nato su iniziativa di due street artists, PAC e Workhorse.

    Di che cosa si tratta? Per un anno e mezzo 103 artisti provenienti da tutto il mondo si sono introdotti illegalmente sotto la pelle di Gotham City per trasformare un luogo abbandonato in una galleria d’arte. Ma nessuno, al di fuori degli autori stessi, sa come raggiungere il luogo dell’esposizione. Gli artisti non vogliono far vedere al pubblico le loro opere, vogliono solo che la gente sappia che esistono, là sotto, da qualche parte… Gli unici che forse avranno la fortuna di vedere questa mostra sono i dipendenti della Metropolitan Transportation Authority!

    “Uno show eterno senza la folla” – lo ha definito Workhorse – la cui idea è quella di ritrovare il senso dell’arte in se stessa al di fuori delle logiche di mercato. Sul sito dell’iniziativa sono scritti in modo volutamente sfocato i nomi di coloro che hanno partecipato; gran parte di questi artisti sono personaggi molto conosciuti, tra i nomi spiccano Ron English, le cui opere sono state vendute a cifre fino a 200.000 dollari, ma anche Swoon, Revok, Gaia, Faile.

    La realizzazione della mostra si è rivelata più difficile di quanto avessero immaginato in un primo momento Pac e Workhorse, l’ambiente è chiaramente molto buio e umido, e ciò ha pesato non poco sulle condizioni di lavoro, senza dimenticare la difficoltà per raggiungerlo, senza farsi vedere o riconoscere, ciò’ ha comportato non pochi rischi.

    Per quanto riguarda le opere non si tratta solo di graffiti ma anche di installazioni; ne è un esempio il tavolo apparecchiato per la cena con due sedie di Jeff Stark, ma anche la macchina delle ombre che crea una proiezione di due fabbri al lavoro.

    Tuttavia l’opera simbolo del progetto è sicuramente il dipinto su un muro che recita “We own the night”, la notte è nostra. In un mondo dove tutto viene esibito per poter poi essere comprato, l’Underbelly Project è l’essenza di uno spazio fascinosamente estraneo alle logiche dei nostri tempi, un tentativo coraggioso che ha come fine quella disperata ricerca di “un senso dell’arte” che da sempre tormenta e tormenterà gli artisti. Lo stesso Workhorse ha dichiarato “la street art inizialmente veniva creata con urgenza, per se stessi, non per le gallerie d’arte, ed è proprio questo significato che abbiamo voluto recuperare.”

    Deepa Scarrà

  • Alluvione, Confesercenti e Ordine degli Ingegneri assistono le imprese coinvolte

    Alluvione, Confesercenti e Ordine degli Ingegneri assistono le imprese coinvolte

     

    Confesercenti ha dato un’immediata assistenza alle imprese coinvolte nell’alluvione.
    Nelle giornate di sabato e domenica l’apertura continua degli uffici in via Cairoli ha dato la possibilità a decine di aziende di conoscere immediatamente quali procedure seguire nell’immediato post–alluvione.

    I funzionari dell’associazione sono costantemente a disposizione degli esercenti che abbiano riportato danni alle proprie attività.

    L’impegno dell’associazione continuerà, naturalmente, nei prossimi giorni attraverso il costante lavoro di informazione ai numeri 348-2722489 e 010-2485120 e nelle sedi confesercenti del territorio, per la raccolta e la diffusione in tempo reale delle informazioni più urgenti, la ricezione e l’inoltro alla Camera di Commercio delle richieste di segnalazione danni, la richiesta alle autorità competente di agevolazioni, sospensioni fiscali, finanziamenti e tutte le altre misure necessarie al ripristino delle attività economiche.

    Anche l’Ordine degli Ingegneri di Liguria, nell’esprimere cordoglio per le vittime dell’alluvione, mette a disposizione le proprie competenze per tutti coloro che dovessero necessitare di un supporto tecnico professionale nella perizia dei danni subiti, con prestazione gratuita nell’immediato e, solo una volta ottenuto il risarcimento, un onorario calcolato al minimo e subordinato appunto all’ottenimento del risarcimento stesso.

    Le richieste dovranno essere inviate a alluvione2011@gmail.com o ingegneri.genova.alluvione2011@gmail.com, indicando nome, cognome, telefono, indirizzo e motivo della richiesta di supporto. Per informazioni, ing. Maurizio Michelini, cel. 335-8098459.

    A tal proposito Confesercenti, tramite i propri uffici, si rende disponibile a raccogliere ed inoltrare all’Ordine degli Ingegneri le segnalazioni di tutti coloro che non abbiano la possibilità di farlo direttamente via email.

  • Giovanni Siri, il professore genovese sostenitore della decrescita

    Giovanni Siri, il professore genovese sostenitore della decrescita

    Giovanni SiriUno dei sostenitori della decrescita è il genovese Giovanni Siri, professore di psicologia della personalità all’Università di Genova e di psicologia dei consumi presso la libera Università IULM di Milano, che in questa intervista esclusiva spiega la teoria economica delle decrescita e i suoi possibili sviluppi.

    Il suo libro “La psiche del consumo” fotografa una comunità “contaminata” dal consumo a tal punto da condizionare la percezione dell’io e della realtà. La “decrescita serena” teorizzata da Latouche parte proprio dall’autolimitazione dei consumi… Come può, in un sistema “psicologicamente corrotto”, affermarsi il desiderio di consumare meno?

    L’orientamento consumista della personalità dipende dalla convergenza di due movimenti: da un lato la necessità da parte del nostro sistema economico “maturo” di fare appello non più al bisogno ma al desiderio, e dall’altra l’esigenza delle persone di trovare nuovi supporti alla costruzione e alla conferma della propria identità per sostituire in questa funzione le istituzioni classiche (famiglia, scuola, ideologie, religione). Il consumo si propone alla confluenza di queste due necessità, di sistema ed individuale, divenendo così la cultura dominante interiorizzata: ora la promessa di soddisfare i desideri di felicità e di affermazione narcisistica di sé passa attraverso il gioco del consumo. Questa convergenza non avviene però senza pagare un prezzo. Si tratta di una identità fluida e proteiforme che se in un primo tempo esalta l’edonismo e i nuovi giochi relazionali telematici, oggi comincia a far sentire il peso e l’ansia della incertezza e insicurezza che questo stato di fluidità comporta. Rinasce quindi il bisogno di appartenenza, di relazione, di valori-guida. D’altro canto il sistema economico-produttivo sta confrontandosi con i limiti sociale ed ecologici che un consumismo a qualunque costo impone, ed ha bisogno di ri-orientare il consumo stesso verso mete meno rischiose a medio-lungo termine. L’esito di questo secondo intreccio di motivi individuali e socioeconomici sta nell’emergere del consumo responsabile, dello sviluppo sostenibili, nella green economy, nel volontariato, nei gruppi di acquisto spontanei e così via. La filosofia della decrescita consapevole si propone oggi come un orizzonte di valore e di significato dell’esistere che ripropone l’umanesimo della persona al centro dell’orizzonte di senso, e il consumo come uno strumento secondario di questo centro valoriale. Non si tratta di anti-consumismo, ma di un ri-orientamento delle aree di consumo che premia la persona facendola sentire intelligente e piena di valori buoni, più consapevole della centralità della propria vicenda esistenziale. Credo quindi che la filosofia della decrescita sia uno degli aspetti della nuova sintesi tra bisogni personali e necessità del sistema socioeconomico, coerente con l’evoluzione della postmodernità. Una cosa buona e positiva, che si inserisce in un orizzonte ampio e di medio periodo, non una moda passeggera o una semplice reazione alla fase precedente.

    Ci può aiutare a comprendere meglio la differenza fra il concetto di “decrescita” e quello di “sviluppo sostenibile” (quest’ultimo definito “un ossimoro” da Latouche)?

    Dal mio punto di vista lo sviluppo sostenibile è la ricerca del modo di mantenere le (cattive) abitudini consumistiche senza dover pagare il dazio dei danni ambientali e delle asimmetrie sociali che questo sta generando. Per esempio ricorrendo a innovazioni tecniche (gli OGM nella agricoltura, per es.) o alla scoperta di fonti rinnovabili efficienti, e così via.  Il concetto di “decrescita” è diverso in quanto invece mira a mettere in discussione il valore della ricerca – come fine principale degli individui e dei sistemi sociali – della crescita continua di benessere “materiale” ed economico, per proporre uno stile di vita che pone al primo posto di valore la capacità di godersi il tempo, di cercare un benessere psicofisico e armonico, di dare spazio alla relazione ed al rapporto con la natura. Anche per non sottrarre risorse ai più poveri o per non depauperare la Natura, ma in primis perché il senso della vita non può stare solo nell’inseguire mete di benessere materiale, edonistico e consumista.

    Come uscire allora da questa logica del consumo spropositato?

    Lo vediamo già in atto: mettendo al centro i sentimenti, la relazione, il senso di appartenenza ad un mondo che va oltre il proprio “io”. Uscendo dalla logica coattiva del consumo come unico modo di autorealizzazione, dalla idea di successo e di edonismo materialista come unico valore. Sta già accadendo, anche se manca qui il ruolo della politica, intesa come proposta di ideali unificanti che proiettino gli individui oltre sé stessi verso unità di insieme cui partecipare e di cui sentirsi responsabili. Manca anche il ruolo degli intellettuali, degli artisti, della religione: solo una ripresa delle tradizionali fonti di “produzione” di ideali può davvero far traghettare oltre il consumismo egocentrico e coatto in cui abbiamo rischiato di scivolare.

    Gabriele Serpe

  • La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    La decrescita, il nuovo sistema economico di Serge Latouche

    decrescitaAlle nostre orecchie “decrescita” suona come una parolaccia. La nostra civiltà è cresciuta sotto la splendida palma del consumo e della crescita economica, e il segno meno è difficile da digerire come indicazione positiva.

    Eppure, già negli anni settanta, il professore rumeno Georgescu-Roegen gettava le basi di un nuovo sistema economico in contrapposizione alla crescita del PIL come indicatore positivo. Egli dimostrò quanto la teoria dei consumi potesse facilmente condurre la società occidentale all’entropia, alla paralisi.

    Nel 1979 i suoi studi vennero pubblicati in Francia attirando l’attenzione degli economisti di tutto il mondo, e si iniziò a parlare di “decrescita” come nuova opportunità, di esaurimento delle risorse non rinnovabili… temi in completo contrasto con il senso comune di quegli anni, che guardava al futuro come a una crescita infinita, fuorviato dall’aumento delle ricchezze e dalla vita comoda.

    Oggi questo senso comune non dico sia mutato, ma senza ombra di dubbio le crepe del sistema sono visibili a chiunque e l’insofferenza generale inizia ad avvertirsi nitidamente. E affermare che il miglioramento delle condizioni di vita deve essere ottenuto senza aumentare il consumo, non è più scomunicante ed eretico.

    Serge Latouche, economista e filosofo francese, è fra i principali sostenitori della decrescita, ma in Italia anche gli studiosi Maurizio Pallante e il genovese Giovanni Siri, in ambiti diversi, si occupano della materia. Lo scopo è quello di dimostrare concretamente l’alternativa al corrente sistema economico: il “nuovo mondo”. Un’economia fondata sull’autolimitazione volontaria dei consumi a favore di un miglioramento della qualità della vita, da non confondersi con la “crescita negativa” della quale sentiamo parlare nei vari talk show politici.

    Un nuovo paradigma sociale quindi, lontano anni luce dal concetto di utopia e basato su alcuni principi portanti: non si può separare la crescita economica dalla crescita del suo impatto ecologico, la limitatezza delle risorse contraddice il principio della crescita del PIL, la ricchezza prodotta dagli attuali sistemi economici consiste soltanto in beni e servizi e non tiene conto di altre forme di ricchezza indispensabili per la qualità della vita.

    Letture consigliate: Serge Latouche, “Come si esce dalla società dei consumi” / Giovanni Siri, “La psiche del consumo”

    Gabriele Serpe

     

    Ecco l’intervista di Giorgio Avanzino per Era Superba all’economista Serge Latouche

     

    IL MITO DELLA TORTA

    Siamo dentro alla teologia della crescita e non ne vediamo la stupidità. Dobbiamo ritrovare il senso della misura, restituire il suo significato alla parola lavoro. I tempi sono maturi per un cambiamento radicale del nostro stile di vita…” Serge Latouche

    Nel pieno di una crisi economica, sociale, culturale, della quale si fatica a vedere l’uscita, fra cambiamenti climatici, inquinamento, disoccupazione e peggioramento delle condizioni di lavoro, qual è la soluzione proposta da politici di ogni schieramento, economisti, giornalisti, industriali, sindacati, insomma da tutti? La parola magica: crescita, alias lavorare, produrre e consumare di più, nell’attesa che una tecnologia verde arrivi a salvarci dai suoi effetti collaterali. La via maestra passa per l’obsolescenza programmata di mercati saturi, come l’automobile e la telefonia, per la produzione di nuovi bisogni, per il concetto di povertà relativa, tutto con l’obbiettivo di rilanciare la produzione/consumo.

    Ma la crescita illimitata è auspicabile in un pianeta dalle risorse finite? Lavorare e consumare di più è davvero il fine dell’esistenza? Oggi, finita la sbornia del boom, dentro lo scenario peggiore, la società della crescita senza crescita , il segno meno del Pil, incubo evocato in ogni talk show, iniziamo a chiedercelo.  Per rifiutare il dogma che la crescita è buona, sempre e per tutti bisogna decolonizzare l’immaginario e uscire dalla cultura che la considera una verità rivelata, quasi religiosa: questa è la provocazione della decrescita serena proposta dal professore francese Serge Latouche.

    Nel suo ultimo libro, Latouche sfata il mito della torta che lievita all’infinito producendo più fette per tutti; è ora di chiedersi non quanto la torta della crescita potrà lievitare, ma quale sia la lista degli ingredienti: buoni o tossici?  Ma se l’economia è una religione, chi pratica la decrescita deve essere il suo ateo, e vivere come se non esistesse! Solo sospendendo la fede acritica nella crescita, potremo percepire la tossicità della torta, e non mangiarla più! I movimenti che si ispirano alla decrescita propongono un’autoriduzione volontaria, serena, della produzione e del consumo all’insegna del meno, ma meglio: non abolire il mercato, ma ricondurlo a semplice spazio sociale dello scambio impersonale; ristabilire un equilibrio tra uomo e ambiente; rilocalizzare la produzione di cibo; riscoprire la qualità della vita  La decrescita è una rivoluzione culturale, da non confondere con l’ambigua retorica della crescita verde, un’opulenza frugale che deriva dalla presa di coscienza che l’aumento dei consumi non può essere l’unico nostro orizzonte, a scapito dell’esistenza del nostro stesso pianeta.

    Andrea Macciò

  • Alluvione: milioni di danni, non ci sono soldi per ricostruire

    Alluvione: milioni di danni, non ci sono soldi per ricostruire

    Il Bisagno in pienaThe day after. La prima riflessione del giorno è amara: nonostante l’ordinanza del Comune che ha vietato l’utilizzo di mezzi privati per tutta la giornata di oggi, Genova è regolarmente trafficata dalle auto. Incoscienza? Menefreghismo? Difficile comprendere le motivazioni di chi questa mattina, come se niente fosse, ha acceso la propria auto e si è messo in viaggio per le vie della città.

    Ieri la tragedia, che ha riportato i genovesi a quei drammatici giorni del 1970, in cui i morti furono tre volte quelli che abbiamo perso ieri sotto la furia dell’acqua del Fereggiano. L’allerta 2 durerà sino alle 12 di domani, sulla città continua a piovere e l’anima di Genova è stracciata, infangata.

    Alle ore 12 con allerta 2 macchine in doppia fila si recano al panificio e al supermercato come se nulla fosse…

    Allerta 2… Livello 2… cosa significa?: Il livello  di allarme  meteo 2 è una cosa, stato di Allerta 2 è l’allerta massima… Insomma Genova tutta aveva sottovolatuto o frainteso il messaggio di pericolo. Il giorno 2 novembre l’amministrazione aveva chiesto di limitare l’uso delle auto, ieri come oggi nessuno ha dato ascolto. Vero anche che è stato commesso un errore di valutazione, evidentemente l’ira del cielo che si stava per riversare su Genova avrebbe meritato un coprifuoco, ma chiaro a dirlo dopo sono buoni tutti.

    La stessa Marta Vincenzi in questo senso ha fatto autocritica: “Sono stata criticata nei giorni scorsi e in altre occasioni simili per aver chiesto di evitare spostamenti e utilizzo delle auto, mi hanno additato di “terrorismo”, purtroppo il mio rimpianto è quello di non aver fatto abbastanza terrorismo“.

    Perché emettere solo oggi l’ordinanza (non rispettata) di divieto assoluto  di circolazione? Se era stato consigliato ai cittadini di restare a casa, come facevano a rispettare l’ordine i genitori dei bambini a scuola? Per carità, considerando il fatto che ieri intorno alle 13 la zona della Fiumara era trafficatissima con la gente intenta a fare shopping, è necessaria un’operazione di autocritica anche da parte nostra in qualità di cittadini.

    La tanto discussa decisione di tenere aperte le scuole è forse emblema di quanto una simile tragedia non fosse in previsione, e rispecchia anche la paura dei politici di prendere decisioni, timorosi degli attacchi di una popolazione, la nostra, che da sempre è abituata prima a criticare e poi a riflettere.. Questo ovviamente è un’aggravante e non una scusante per i nostri politici, purtroppo il dato di fatto dice che la ragazza deceduta era andata a prendere il fratello a scuola e la donna di 40 anni è stata sorpresa dall’acqua dopo essere andata a prendere il figlio a scuola. Questo, ripeto, è un dato di fatto e non vuole essere una critica o una colpevolizzazione gratuita, vero anche che le scuole sono un fondamentale punto di raccolta e di protezione, per cui… Detto ciò, proviamo a guardare avanti.

    Lunedì Genova alzerà la testa e riprenderà a vivere, ma lo farà con oltre 300 milioni di danni sulle spalle. Una cifra spaventosa che al momento nessuno può pagare. E quindi?

    Il presidente della Camera di Commercio Paolo Odone: “In ginocchio tanti piccoli imprenditori che avevano investito in un  momento di crisi come questo. Noto con piacere la solidarietà di alcune banche, noi come Camera di Commercio abbiamo pochi soldi ma interverremo almeno per rimediare alle emergenze più difficili.” Da lunedì gli uffici Ascom sono a disposizione dei commercianti alluvionati.

    L’assessore al bilancio della Regione Pippo Rossetti: “Non servirà aumentare la tassa regionale sui carburanti, è necessaria una manovra urgente del governo”.

    Anche tralasciando le prime stime di danno a tanti zeri per il ripristino degli argini dei torrenti, per i danni ai singoli privati/appartamenti e a tutte le attività commerciali della città e limitandoci alle sole strade ed edifici pubblici, il “succo” non cambia: cinque milioni di danni per le strade, 20 scuole danneggiate (ma non inagibili) con un ulteriore danno di un milione di euro. Questi interventi, pari a circa 6 milioni, saranno a carico del Comune e alla domanda secca posta questo primo pomeriggio all’assessore Mario Margini “ci sono questi soldi?” lui ha risposto in modo chiaro e conciso: “No”.

    Tutto ciò mentre a Roma si parla di governo tecnico, le condizioni per assumere il controllo della situazione non ci sono, e non ci sono i soldi, neanche la metà di quelli che servirebbero. Soltanto gli interventi per una nuova messa in sicurezza degli affluenti del Bisagno raggiungono cifre impensabili in una simile situazione economica italiana e europea, questo fa paura, questo è l’ennesimo segnale di un mondo che sta cambiando in tutti i suoi aspetti, non solo climatici.

    La soluzione al momento non c’è, bisognerà aspettare di quantificare i danni causati dall’alluvione con maggiore certezza, ma certo è che sarebbe quantomeno anacronistico pensare che in una cassa segreta del Ministero del Tesoro esista un fondo miracoloso per le emergenze pronto all’uso per rimettere in piedi la città di Genova. Serviranno tasse speciali, manovre finanziarie, serviranno quindi decisioni importanti e veloci per restituire dignità alla nostra città.

    Non si tratta di demagogia avere la certezza matematica della totale assenza in questo momento a Roma di cervelli in grado di prendere in mano la situazione.

    Gabriele Serpe

    Foto di Daniele Orlandi e Giacomo Manca

  • Alluvione: la fragilità del territorio e le responsabilità dell’uomo

    Alluvione: la fragilità del territorio e le responsabilità dell’uomo

    Alluvione del 4 novembreIl bilancio ufficiale della devastante allluvione che ieri si è abbattuta sulla nostra città conta 6 morti, 4 donne e due bambini, i cui corpi senza vita sono stati tutti ritrovati nella medesima strada, via Fereggiano.

    E’ difficile il giorno dopo commentare una tragedia di queste dimensioni ma è necessario, senza entrare in polemiche pretestuose, fare alcune considerazioni.

    Eventi del genere accadono perchè concorrono almeno quattro fattori: la forza della natura, la mano dell’uomo, la responsabilità degli amministratori, il buonsenso e l’autoprotezione dei cittadini.

    Il territorio italiano, per morfologia e clima è storicamente da sempre soggetto a frequenti eventi idrogeologici intensi.

    La Liguria è una delle regioni più esposte: il 98% dei Comuni è infatti a rischio secondo il dossier Legambiente-Protezione Civile.

    Le ragioni, spiegano i geologi, sono la particolare conformazione geomorfologica, la cementificazione selvaggia che amplifica la fragilità di fondo e la mancata cura del territorio. Ma nonostante questo, denuncia il presidente dei geologi liguri Giovanni Scottoni, la Regione Liguria non dispone di un vero servizio geologico.

    Genova è una città cresciuta sopra diversi rii e torrenti, la cui criticità, sottolinea il WWF, deriva dal fatto di essere stati tutti “Cementificati, canalizzati e tombati”.

    Il rio Fereggiano, che ha causato una strage di innocenti, è da tempo considerato un torrente a rischio. Almeno dal 2006, all’epoca dell’ex responsabile della Protezione Civile, Guido Bertolaso.

    Nel piano provinciale di difesa idrogeologica si legge “Il rio Fereggiano presenta un’elevata criticità idraulica nel tratto terminale tombinato a causa della grave insufficienza della sezione di deflusso“.

    Non si poteva intervenire di più a livello idreogeologico per evitare che straripasse ?

    Il Sindaco Marta Vincenzi, visibilmente scossa, durante la conferenza stampa di ieri ha spiegato “Per il Fereggiano abbiamo inaugurato a giugno la messa in sicurezza di un primo tratto del torrente che ha comportato la demolizione di quattro edifici che sorgevano sugli argini. Interventi che hanno evitato di aggiungere tragedia a tragedia”.

    Mentre per quanto riguarda il fiume Bisagno, sempre nel piano provinciale di difesa idrogeologica, si legge “La maggior criticità idraulica risulta essere il tratto compreso fra lo sbocco a mare e la confluenza con il rio Fereggiano, a causa della grave insufficienza del tratto terminale canalizzato e coperto”.

    E qui si comprende bene come il problema sia la mancanza di risorse finanziarie.

    Come ha spiegato il Sindaco infatti non è stata ancora realizzata un’opera fondamentale: lo scolmatore del Bisagno, una galleria di 6 Km in grado di intercettare le acque in piena e condurle fino al mare, perche la spesa da sostenere, circa 300 milioni, oggi non è disponibile.

    Soldi prima stanziati e poi ritirati dal Governo. Come ha ammesso un paio di giorni fa lo stesso Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo.

     

    Indubbiamente però i cambiamenti climatici hanno un peso preponderante: da alcuni anni le precipitazioni stanno assumendo un carattere “monsonico“, delle vere e proprie “bombe d’acqua”, come ormai le chiamano gli esperti, che si abbattono con un’intensità fortissima su una zona circoscritta, che purtroppo è impossibile individuare in anticipo.

    Ieri il pluviometro dell’Università ha rilevato 386 millimetri d’acqua tra la mezzanotte e il tardo pomeriggio, ma in gran parte concentrati tra le 10 e le 15.

    Non un record assoluto per l’area genovese (nell’ottobre del 1970 furono 948 millimetri in 24 ore; nel settembre del 1992 se ne rilevarono 429), ma pur sempre un fenomeno di una violenza impressionante.

    Su “La Stampa” Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, oggi scrive “Se quantità d’acqua di questo tipo si riversano in poche ore su una città fatta come Genova, collocata alla base di versanti apenninici da cui l’acqua si riversa improvvisa senza dare tempo di mettere in pratica efficaci piani di evacuazione in corso di evento, i disastri sono pressochè inevitabili“.

    Ma è stato fatto davvero tutto il possibile ?

    Marta Vincenzi ha dichiarato “E’ stato come uno tsunami, non potevamo fare di più“.

    E ha ricordato come tra le ore 12:00 e le ore 12:17 il livello del rio Fereggiano ha raggiunto i tre metri d’altezza arrivando così ad esondare prepotentemente gli argini.

    Poi ha aggiunto “Siamo di fronte a una modificazione del clima che non si era mai vista in precedenza (…) precipitazioni che ci devono far ripensare a tutto quello che sappiamo anche a livello di prevenzione. Comincio a credere che anche gli stessi piani di bacino siano da rivedere: dovremo ripensare a tutto, a cosa fare in caso di allerta, a come valutare le portate dei fiumi e le conseguenze di precipitazioni di una violenza impensabile fino a pochi anni fa“.

    Ma bisogna ribadire che non è da ieri che si verificano sul territorio italiano precipitazioni circoscritte di questa intensità.

    Probabilmente è un’urgenza non rinviabile mettere al più presto mano ai piani di bacino e occuparsi della manutenzione costante e puntuale dei corsi d’acqua cittadini.

    Perchè la soluzione per salvare vite umane dai cataclismi della natura, nell’anno 2011, non può essere solo la coscienza dei singoli cittadini, l’autoprotezione e un livello di allerta massimo che imponga il coprifuoco a una città intera.

    Matteo Quadrone

     

  • Sampierdarena, nell’ex area Enel nascerà un nuovo quartiere

    Sampierdarena, nell’ex area Enel nascerà un nuovo quartiere

     

    Un progetto di riqualificazione a Sampierdarena, un’area dismessa da tempo rinascerà infatti in tre anni, regalando anche un po’ di verde agli abitanti della delegazione.

    Parliamo dell’ex area Enel di via Pacinotti (vicino alla Fiumara), che si estende per 13.500 metri quadrati e dove sorgerà una nuova scuola materna, residenze, uffici, attività commerciali non gastronomiche, e una piazza pubblica.

    La nuova scuola ospiterà circa settanta bambini e prevederà strutture all’avanguardia sia dal punto di vista edilizio che da quello energetico.

    L’area è privata quindi l’operazione sarà realizzata con fondi privati.

    Ma grazie agli oneri di urbanizzazione, in parte reinvestiti sul territorio, sarà possibile la realizzazione dell’edificio scolastico, la riqualificazione del mercato rionale di via Dondero- via Salucci che oggi versa in stato di abbandono e l’allargamento della sezione stradale di via Salucci.

    All’interno del mercato sarà presente un compattatore per la spazzatura che renderà la struttura completamente autonoma nella gestione dei rifiuti e consentirà di eliminare i cassonetti dalla strada.

    Inoltre verranno rinnovati e incrementati i parcheggi della zona.

    Il progetto deve ancora passare al vaglio del Consiglio Comunale e quindi saranno possibili alcune modifiche. Una volta approvato, forse entro l’anno, dovrà essere portato a termine nel tempo massimo di 3 anni.

    Il Municipio Centro Ovest sottolinea come questa operazione sia stata ampiamente discussa con i cittadini.

    Ma non mancano alcune critiche, espresse dagli stessi abitanti: per esempio per quanto riguarda l’ulteriore modifica della viabilità, che potrebbe peggiorare la già caotica situazione di Sampierdarena; la possibilità di allagamento dei parcheggi che, essendo sotterranei, potrebbero finire come quelli della Fiumara, allagati non molto tempo fa; e infine un problema assolutamente non trascurabile, vale a dire quello dello smaltimento dell’amianto durante lo smantellamento delle costruzioni esistenti.

    Matteo Quadrone

  • Voci, il Festival Nazionale del Doppiaggio sbarca a Genova

    Voci, il Festival Nazionale del Doppiaggio sbarca a Genova

    Voci Festival doppiaggioLa più importante manifestazione nazionale dedicata al mondo del doppiaggio sbarca a Genova il 4 e 5 novembre, per un weekend ricco di appuntamenti tra musica, arte e spettacolo.

    Si parte venerdì 4 alle ore 16,  con la presentazione del film “Il profeta” di Jacques Audriad, spiegato e tradotto da Micaela Rossi e Anne Giaufret della Facoltà di Lingue di Genova e da dal direttore del doppiaggio italiano Rodolfo Bianchi, presso Cambi Caffè in vico Falamonica.

    Si continua poi con la presentazione del libro di Enrico Lancia, Massimo Gilardi e Fabio Melelli “Il doppiaggio nel cinema italiano”, che detta i momenti cruciali nella storia di questa arte spesso dimenticata.

    Gli eventi proseguono alle 18 alla Galleria Immagine e Colore, di vico del Fieno con l’inaugurazione della mostra che rimarrà in esposizione fino al 26 novembre: una raccolta di opere figurative in cui gli artisti (primi quindici classificati tra i partecipanti del concorso Io Doppio), danno la propria personale e creativa interpretazione del concetto del doppiare, non necessariamente legato al momento cinematografico e televisivo.

    Sabato 5 novembre alle 21 presso Casa Paganini in Piazza Santa Maria in Passione 34 nel Centro Storico di Genova, si tiene la serata di onore del Festival, il momento della premiazione dei tre artisti migliori del concorso Io Doppio che prevede anche la consegna della Targa Renato Castellani al ligure che si è contraddisto nel mondo dello spettacolo e della comunicazione; durante la serata momenti di spettacolo con il cabaret di Rino Giannini e Max Manfredi.

  • Musica per non udenti: il progetto “Zero Volume” è italiano

    Musica per non udenti: il progetto “Zero Volume” è italiano

    Musica per sordiOggi più che mai musica e immagini sono una cosa sola, nessun artista si sognerebbe di fare un disco senza l’ausilio di un videoclip, questo perchè una canzone abbinata a una piccola storia acquista una carica comunicativa travolgente.

    Quando parliamo di videoclip intendiamo un’opera filmica breve che traduce in immagini un brano musicale, possiamo quindi affermare che si tratta di un’opera d’arte concepita per la trasmissione televisiva; video-clip, dove video sta per tv e clip sta per tagliare (dal verbo inglese to clip) proprio come un patchwork che unisce in unico prodotto cinema, fotografica, musical, tv pop art e danza.

    Non è soltanto immagine che accompagna la musica, può essere molto di più. Spesso si tende a dimenticare la valenza sociale che effettivamente ha ricoperto e ricopre tuttora il videoclip, che non di rado si fa tramite di messaggi socialmente importanti non solo per gli argomenti trattati nei testi delle canzoni, ma per le nuove sfide in cui si lancia.

    Pensare, ad esempio, ad un video-clip per persone sorde puo’ sembrare un ossimoro, una follia, ma non lo è; il primo progetto in tal senso è stato tutto “made in italy”, nel 2000 Subsonica e Bluvertigo avevano dato vita grazie al regista Luca Pastore e alla collaborazione con l‘Istituto dei sordomuti di Torino-Pienza, al progetto Zerovolume; primo esperimento di videoclip senza suoni che sfidando il media di supporto ossia la tv, cercava di travasare tutto il suono nell’immagine, come per un radiosceneggiato al contrario.

    “Non è una traduzione di un brano musicale in lingua dei gesti, ma una composizione ex-novo per non udenti che, per il totale del pubblico, acquista una nuova dimensione.” (dalla conferenza stampa di presentazione).

    Il videoclip è un gioco, un sogno, un incubo, una favola. Raramente è qualcosa di razionale, di evidente; è comunicazione di segni, per gesti, per simboli che appartengono a chiunque sia in grado di riconoscerli; quindi pur esistendo un mondo senza suoni, non esiste nessuno con cui non sia possibile cercare di comunicare.

    Certo, la sfida è senz’altro ardua, tanto che per ora quello di Subsonica e Bluvertigo è rimasto un esempio isolato, ma l’impegno e lo studio per comunicare la musica ai non udenti continua su più fronti. Dalle traduzioni simultanee dei concerti in immagini, sino alle nuove scoperte, come ad esempio “Vibrato”, il dispositivo che trasmette la vibrazione degli strumenti su cinque differenti pad: in questo modo le persone con problemi di udito possono rivivere la sensazione dell’ascolto musicale tramite il tatto. Questo perchè i sordi, specialmente quelli dalla nascita, sviluppano capacità uditive in altre parti del corpo, come appunto nei polpastrelli. E in effetti i polpastrelli sono membrane di pelle, né più né meno dei timpani. Un neonato probabilmente sente il mondo anche attraverso di essi, dovendo ancora imparare a codificare gli stimoli che gli arrivano, e solo successivamente i polpastrelli perdono questa loro capacità per lo sviluppo di altri organi uditivi.

    Serena Wich

  • ANNULLATO Hijackers on the Hip in concerto sabato 5 novembre al Checkmate

    ANNULLATO Hijackers on the Hip in concerto sabato 5 novembre al Checkmate

    Hijakers on the HipSabato 5 novembre al Checkmate Rock club di via Trebisonda, il concerto del gruppo Hijackers on the Hip.

    Da Piacenza con furore, la band si è formata nel 2007 e, dopo un valido e ben accolto demo, I Don’t Care, ha siglato un accordo con Alkemist Fanatix Europe che l’ ha portata ad incidere e pubblicare l’ album di debutto per la fiorentina Incipit Recordings.

    The Worst of raccoglie 10 tracce in cui i nostri si inchinano ai numi del rock ‘n’ roll – con varie “contaminazioni” garage, punk e blues – del passato e del presente: così, Rolling Stones, The Hives, Gluecifer, The Fuzztones, The Stooges, The Morlocks ecc. vengono triturati e shakerati ben bene in un mix al vetriolo. Musica senza tempo, dal sapore “antico” ma sempre attuale perché lontana da qualsivoglia tendenza modaiola.

  • Gibilterra, la penisola che non c’è

    Gibilterra, la penisola che non c’è

    GibilterraFinalmente si è fatta mattina, il peggio è passato, e ben presto rientreremo nel Mediterraneo. La calma dopo la mareggiata, una notte passata a fronteggiare un Oceano Atlantico un po’ arrabbiato (giravano voci fosse addirittura forza 9).

    Sono proprio curioso di visitare Gibilterra, mi ha sempre affascinato quel luogo oltre cui “il mondo finisce”, quella strisciolina di terra che si protrae verso l’Africa, quell’ultima punta d’Europa verso un’altra parte di mondo.

    Se il buon giorno si vede dal mattino, mi aspetto una meravigliosa giornata. Cielo limpido e sole caldo, seduti a poppa guardavamo lo spumeggiare del mare dietro di noi. Forse suggestionati dall’atmosfera, ci è sembrato di vedere anche qualche delfino saltare in lontananza, ma meglio non fidarsi troppo degli scherzi che può fare il cervello umano. Poco distanti, navi e navi di container ancorate in mezzo al mare, ferme ad aspettare chissà quale segnale… Una volta scesi un simpatico taxista ci ha fatto fare il giro di Gibilterra raccontandoci, in un inglese/italiano tutto suo, che in quella stretta e rocciosa lingua di terra convivono diverse razze (un paio di centinaia) e vengono professate innumerevoli religioni.

    Come prima cosa siamo passati sulla pista dell’aeroporto, che delimita la frontiera tra Spagna e Gran Bretagna. Già già, proprio sulla pista, che quando non ci sono atterraggi o decolli, viene attraversata da una strada divisa in tre parti, per i pedoni, per gli scooter e per le macchine… Credo proprio sarà una magnifica giornata. Dopo aver girato un po’ per il centro cittadino ci siamo diretti verso Punta Europa, il punto più meridionale di Gibilterra. Si tratta dell’unico faro gestito dall’Inghilterra al di fuori dal territorio britannico, dal quale, nonostante la compagnia poco piacevole di un vento fortissimo, si ha la possibilità di vedere Spagna e Africa lì, fianco a fianco.

    Poco dopo, saliti di qualche metro sopra il livello del mare, ecco apparire i primi macachi, scimmie bruttine… ma tutto sommato simpatiche! Secondo la credenza popolare il Regno Unito manterrà il possesso di Gibilterra sin quando continueranno ad essere presenti questi curiosi animali, fu proprio per questo motivo che nel 1942 Churchill ne ordinò il ripopolamento. Oggi sono stati addirittura  creati dei piccoli pozzi dove viene portato loro il cibo, che altrimenti non saprebbero come nutrirsi nella brulla Gibilterra.

    Consiglio vivamente la visita delle grotte scavate nella Rocca (l’unica montagna di Gibilterra) e sconsiglio ai deboli di cuore la conquista della cima (426 m). Il panorama è di quelli che gelano il fiato, la città di Gibilterra ad ovest, la costa africana a sud, la penisola iberica a nord ed il Mediterraneo ad est… ma è raggiungibile solo tramite funicolare e la piattaforma panoramica è posizionata sul “cucuzzolo della montagna”.

    Andrea Vagni

  • Homeless in Italia, una ricerca sul fenomeno dei senza dimora

    Homeless in Italia, una ricerca sul fenomeno dei senza dimora

    Una persona è considerata senza dimora quando versa in uno stato di povertà materiale e immateriale, connotata dal forte disagio abitativo, cioè dall’impossibilità e/o incapacità di provvedere autonomamente al reperimento e al mantenimento di un’abitazione in senso proprio.

    Il fenomeno, che costituisce un elemento ricorrente di marginalità sociale nei paesi economicamente avanzati, è difficile da misurare ed è poco indagato.

    Per colmare tale lacuna informativa l’Istat, insieme al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, alla Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) e alla Caritas Italiana, ha aperto un nuovo fronte di ricerca finalizzato a delineare un quadro approfondito del fenomeno delle persone senza dimora e del sistema di servizi formali e informali ad esse destinati sul territorio italiano.

    E proprio oggi a Roma sono stati presentati i dati prodotti dalla prima fase della ricerca.

    Sono 727 gli enti e le organizzazioni che, nel 2010, hanno erogato servizi alle persone senza dimora nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta la rilevazione. Essi operano in 1.187 sedi ed ognuno eroga, in media, 2,6 servizi, per un totale di 3.125 servizi.

    Un terzo dei servizi riguarda bisogni primari (cibo, vestiario, igiene personale), il 17% fornisce un alloggio notturno, mentre il 4% offre accoglienza diurna.

    Molto diffusi sul territorio sono i servizi di segretariato sociale (informativi, di orientamento all’uso dei servizi e di espletamento di pratiche amministrative, inclusa la residenza anagrafica fittizia) e di presa in carico e accompagnamento (rispettivamente, 24% e 21%).

    I servizi di supporto ai bisogni primari hanno un’utenza annuale quasi venti volte superiore a quella dei servizi di accoglienza notturna e più che doppia rispetto a quelli di segretariato sociale e di presa in carico e accompagnamento.

    Gli enti pubblici erogano direttamente il 14% dei servizi, raggiungendo il 18% dell’utenza. Se ad essi si aggiungono i servizi erogati da organizzazioni private che godono di finanziamenti pubblici, si raggiungono i due terzi sia dei servizi sia dell’utenza.

    “I dati presentati oggi da ISTAT- commenta Paolo Pezzana, presidente della Fio.PSD – ci ricordano che nel Paese c’è una fascia importante e secondo la nostra esperienza crescente, di persone che non riescono a soddisfare con le loro risorse e capacità neppure i propri bisogni primari e che dunque dipendono letteralmente per la sopravvivenza dalle risorse della comunità in cui si trovano (per la Fio.PSD sono 60 mila). Sapremo quante e chi queste persone siano completando l’indagine nei prossimi mesi, ma sappiamo sin d’ora che la soddisfazione di tali bisogni assorbe la maggior parte delle energie dei servizi che alla grave emarginazione si dedicano. Il dato ci dice anche che nel nostro Paese la risposta pubblica, diretta o indiretta, arriva a coprire circa la metà del fabbisogno che tali servizi vanno ad integrare, il resto lasciato alla spontanea azione di enti ed organizzazioni private che agiscono la loro missione, senz’altro di pubblica utilità, senza legame con le pubbliche autorità.”

    La maggior parte delle realtà del nostro Paese sembra essere appiattita su un intervento di mero contenimento del fenomeno, legato all’emergenza ed all’assistenza primaria e non alla promozione di un effettivo tentativo di reinclusione sociale – aggiunge Pezzana – Quali risorse hanno a disposizione gli operatori, in larga parte professionali, impegnati in tali servizi, per dare un seguito ai percorsi che propongono alle persone, se i servizi di cui i loro sistemi sono dotati non offrono loro che risorse di “bassa soglia” o “primo livello” ? Come connotare la dimensione promozionale ed educativa dei percorsi che si propongono alle persone se il sistema non è configurato per questo?”

    L’impegno di Fio.PSD prosegue nella seconda fase della ricerca (www.ricercasenzadimora.it), che si svolgerà in tutta Italia a partire dal 20 Novembre e consisterà nello svolgimento di oltre 5000 interviste che mirano a definire numeri e profilo delle PSD presenti su territorio nazionale.

     

    Matteo Quadrone