Mese: Gennaio 2013

  • Genova, semafori sonori: l’Unione Ciechi segnala 25 punti dove installarli

    Genova, semafori sonori: l’Unione Ciechi segnala 25 punti dove installarli

    Un non vedenteLe barriere architettoniche rappresentano un limite alla vita quotidiana di molte persone, un ostacolo non aggirabile che impedisce loro di compiere le azioni più comuni. Una società che si dichiara “civile” deve agire in ogni modo affiché tali impedimenti siano al più presto eliminati da strade, uffici, luoghi pubblici e non. In questo senso, l’installazione di semafori dotati di segnalazione sonora potrebbe rappresentare un passo avanti, consentendo ai cittadini genovesi afflitti da cecità di potersi muovere in maniera più agevole.

    Una mozione presentata dal consigliere comunale Stefano Balleari (Pdl) interroga il Sindaco e la Giunta per sollecitare l’amministrazione a fornire risposte concrete in merito. «Già nello scorso ciclo amministrativo avevo segnalato, in particolare, il caso di via Assarotti, dove vi sono pochi semafori e quei pochi, sono sprovvisti di semafori sonori – spiega Balleari – Questo è un grave problema per i ciechi che, dalla sede del Chiossone, devono scendere da Corso Armellini verso via Assarotti».

    «Mi risulta che l’Unione Italiana Ciechi abbia presentato presso il Comune di Genova un elenco di 25 punti della città in cui sarebbe importante installare i semafori dotati di segnale sonoro – sottolinea il consigliere – ma non mi risulta che i due assessori competenti, vale a dire Dagnino per la Viabilità e Fiorini per i Servizi sociali, abbiano fatto alcunché. Il Comune ha sempre sostenuto di essere molto attivo nei confronti del tema “abbattimento delle barriere architettoniche” ma i risultati quali sono?».

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Roberto Manzoli]

  • In Scia Stradda: il negozio confiscato alla mafia compie un anno

    In Scia Stradda: il negozio confiscato alla mafia compie un anno

    in scia straddaIL PRECEDENTE

    26 gennaio 2012: in vico Mele, nel quartiere Maddalena del Centro Storico di Genova, inaugura In Scia Stradda. Si tratta del primo e unico locale in Liguria ricavato da un bene confiscato alla mafia, ristrutturato dal Comune con una spesa di 22.000 € (fondi disponibili nell’ambito del Patto per lo Sviluppo della Maddalena) e dato in gestione tramite bando alla cooperativa sociale Il Pane e le Rose, nata nel 1987 dalla costola della Comunità San Benedetto al Porto di Don Andrea Gallo. La cooperativa è stato l’unico ente a presentarsi per questo bando e ha ottenuto gli spazi in comodato d’uso gratuito.

    All’interno di In Scia Stradda è possibile acquistare prodotti alimentari equosolidali, a km zero e provenienti dai territori confiscati alle mafie, ma anche libri e dvd, abbigliamento, manufatti prodotti all’interno della Comunità San Benedetto al Porto, e infine quelle che i gestori chiamano cianfru (da “cianfrusaglie”), oggetti portati da persone che non li utilizzano più, per favorire una cultura dello scambio e del riuso.

    Obiettivo di In Scia Stradda non è solo quello di essere un’attività commerciale per chi vuole acquistare in maniera consapevole, ma anche diventare un punto di riferimento per contrastare la criminalità e microcriminalità nel centro storico, riqualificare il quartiere e portare avanti le esperienze che a partire dalla Casa di Quartiere Ghettup stanno portando i cittadini della Maddalena ad attivarsi per migliorare la zona in cui vivono.

    La gestione del negozio, a cura della cooperativa, è in collaborazione con la sezione genovese di Libera Contro le Mafie e il presidio Francesca Morvillo, Banca Etica, Bottega Solidale e la Cooperativa Sociale Il Laboratorio.

    IL PRESENTE

    A un anno dall’inaugurazione, quali obiettivi sono stati portati a termine dai gestori di In Scia Stradda?

    Il bilancio del 2012 è nettamente positivo, come ci spiega Domenico Chionetti della Comunità San Benedetto al Porto: «Le vendite sono state molte, soprattutto nel periodo natalizio. Abbiamo chiuso l’anno in attivo, così da poter reinvestire i soldi nelle attività delle associazioni coinvolte: le uniche spese del negozio sono infatti le bollette della luce e della connessione Internet, i prodotti venduti arrivano dalle nostre cooperative e tutti coloro che lavorano a In Scia Stradda sono volontari non professionisti».

    L’obiettivo di questo anno è una maggiore sinergia con le istituzioni, per riconfermare ed espandere le attività in corso, soprattutto visto l’ottimo rapporto con le associazioni della Maddalena e con i suoi abitanti.

    Una sinergia fondamentale anche per garantire l’apertura di altre attività in locali confiscati alla mafia: come recentemente presentato in un rapporto di Libera Contro le Mafie e Legacoop Liguria, in Liguria ci sono 40 edifici confiscati alla mafia, di cui solo 12 all’interno del Comune di Genova. Il processo che porta a una loro ri-destinazione a uso sociale è tuttavia molto lungo, come ci illustra Simone Busi di Libera: «La normativa prevede che lo Stato valuti in primo luogo se ha necessità dei luoghi per propri fini: per esempio, il Centro di Giustizia Minorile di Genova ha alcuni locali proprio in edifici confiscati. In secondo luogo, se non vi è questa necessità, si procede all’assegnazione per fini sociali. Attualmente però non c’è alcun edificio con queste caratteristiche, sebbene vi siano processi in corso che – se si concluderanno con una sentenza definitiva di condanna – porteranno all’acquisizione di nuovi locali».

    L’auspicio di Libera (e anche il nostro) è proprio che nel tempo sia possibile ristrutturare e donare alla città altri locali, come avvenuto per quello di vico Mele, e che associazioni e cooperative sociali si impegnino a ridare loro vita.

    Marta Traverso

    [foto tratta dalla pagina Facebook In Scia Stradda]

  • Premio Andersen 2013: bando di concorso per fiabe inedite

    Premio Andersen 2013: bando di concorso per fiabe inedite

    premio andersenAGGIORNAMENTO! Il bando è stato prorogato fino a lunedì 29 aprile 2013

    Il Comune di Sestri Levante ha indetto il bando di concorso per fiabe inedite nell’ambito della 46^ edizione del Premio “Hans Christian Andersen – Baia delle Favole”, che si svolgerà dal 6 al 9 giugno 2013.

    Il concorso è suddiviso in quattro sezioni in base all’età dei partecipanti:
    1) Scuola materna, da 3 a 5 anni: in gruppo
    2) Bambini, da 6 a 10 anni: individuale o in gruppo
    3) Ragazzi, da 11 a 16 anni: individuale o in gruppo
    4) Adulti, dai 16 anni in su: individuale

    I partecipanti possono inviare una o più fiabe inedite a tema libero in sei copie, della lunghezza massima di tre facciate e con la possibilità di inserire immagini o illustrazioni. Possono partecipare opere in lingua italiana, inglese, francese, tedesca, spagnola.

    La partecipazione è gratuita per le prime tre sezioni, mentre per gli Adulti è previsto un contributo di 16 €.

    Le opere vanno presentate entro il 15 aprile 2013 attraverso il sito del Premio Andersen.

    Una giuria esaminerà le fiabe e decreterà i vincitori. Questi i premi in palio:
    1) Scuola maternadiploma e 1.000 €
    2) Bambini: diploma e 1.000 €
    3) Ragazzi: diploma e 1.000 €
    4) Adulti,: diploma e 3.000 €

    La Giuria assegnerà inoltre il Trofeo “Baia delle Favole” a un’opera particolarmente significativa nell’ambito della produzione per l’infanzia. L’autore della migliore fiaba in lingua straniera vincerà un fine settimana a Sestri Levante per due persone.

    La proclamazione ufficiale dei vincitori e la premiazione avverranno a Sestri Levante sabato 8 giugno 2013.

  • Pratozanino, ex ospedale psichiatrico: l’Asl 3 dovrà pagare multa e affitto

    Pratozanino, ex ospedale psichiatrico: l’Asl 3 dovrà pagare multa e affitto

    «Siamo certi che la sanità pubblica ligure sia in buone mani?», si domanda il segretario genovese del sindacato autonomo Fials, Mario Iannuzzi, dopo aver letto la recente delibera – la n. 35 del 21 gennaio 2013con la quale l’Asl 3 ha approvato l’accordo integrativo con Fintecna Immobiliare s.r.l., modificativo del contratto di comodato, sottoscritto il 18 settembre 2008 tra Valcomp Due s.r.l. e Asl 3, in merito agli immobili siti nell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino a Cogoleto.

    In sostanza, il documento sancisce che l’azienda sanitaria genovese dovrà corrispondere a Fintecna Immobiliare s.r.l. la somma di 220 mila euro a titolo di ristoro per il ritardato rilascio degli immobili di proprietà della stessa società di emanazione statale.

    Stiamo parlando di spazi ancor oggi utilizzati per attività sanitarie: i padiglioni 13, 34, 16, 10, l’area antistante a quest’ultimo occupata da unità abitative prefabbricate e la vasca a monte del compendio per l’approvvigionamento idrico-antincendio dei padiglioni 7 e 9.

    Inoltre, l’accordo integrativo prevede il pagamento di complessivi 18 mila euro al mese di affitto a carico dell’Asl 3, per i beni immobiliari sopracitati.

    «Mentre si attende l’esito della “trattativa” che definisca l’onere per l’affitto che lazienda sanitaria locale genovese dovrà pagare a Quarto sulle sue ex proprietà e mentre è ancora vivo il ricordo per la mega multa da 1.500.000 euro pagati dalla precedente amministrazione aziendale per i ritardi nella consegna degli immobili ceduti, confermiamo il dubbio: è tutto così “normale”?», aggiunge il segretario Fials, Mario Iannuzzi.

    Ma a destare sconcerto è l’intera gestione del patrimonio immobiliare. Con la delibera n. 36 del 21 gennaio 2013 «L’Asl 3 ci manda a dire che è andata dal notaio in compagnia della Regione Liguria, di ARTE, della Fintecna-Valcomp e di altri soggetti per sistemare faccende del 2007/08 relative alla “cartolarizzazione” ed ai “proventi derivati dalla dismissione del patrimonio immobiliare …” – spiega Iannuzzi – Si sono, infatti , rese necessarie alcune “integrazioni e precisazioni”».

    In pratica , nell’ambito dell’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare messa in atto da Regione Liguria e azienda sanitaria genovese tra 2007 e 2008, risultano trasferiti alcuni beni erroneamente indicati come di proprietà dell’Asl 3, ed in particolare: nel Comune di Cogoleto: il Padiglione 18 di Pratozanino, iscritto al Catasto Fabbricati del Comune di Cogoleto al foglio 14, mappale 173, sub.3); i reliquati di terreno iscritti al Catasto Terreni del Comune di Cogoleto al foglio 17; nel Comune di Genova: il piccolo appartamento uso portineria sito in Genova, Via Don Vincenzo Minetti civico numero 8 (otto), iscritto al Catasto Fabbricati del Comune di Genova.

    «In forza dei successivi atti di trasferimento sopra citati, i sopraelencati immobili sono stati trasferiti a cascata prima ad “A.R.T.E.”, poi ad “S.C. Liguria in liquidazione” ed, infine, a “Valcomp Due S.r.l.”, ora “Fintecna Immobiliare S.r.l.” – spiega il documento – Asl 3 non risultava essere legittimata al trasferimento dei suddetti beni immobili, in quanto non ne era proprietaria».Di conseguenza «Il Primo Atto di Provenienza e, a cascata, tutti quanti i successivi atti di trasferimento, limitatamente ai beni immobili sopra elencati, non hanno prodotto effetti reali», sottolinea la delibera.

    La Direzione Generale dell’Asl 3 conclude «…di prendere atto (…) di riservarsi di autorizzare con separato provvedimento le eventuali spese di redazione e registrazione dell’atto di cui trattasi, non quantificabili a priori».

    «Attendiamo fiduciosi di conoscere la conclusione e le spese di questa sconcertante vicenda – spiega il segretario Fials, Mario Ianuzzi – Correttamente sottolineiamo come la questione non si possa ascrivere all’attuale Direzione Generale della ASL 3. Di certo però qualche responsabilità ricade sull’Istituzione regionale, sulla sua Giunta e sul suo Assessorato. La Dirigenza della ASL 3 che in allora portò avanti questa operazione ci risulta comunque puntualmente riciclata in posti di grande responsabilità in altre Aziende del sistema sanitario cittadino e Ligure».

    «Questo “incidente immobiliare” sarà senz’altro tutto frutto del caso e della fatalità – conclude Iannuzzi – Ma come dare torto a chi afferma che la gestione della sanità pubblica a Genova e in Liguria non sembra esattamente in buone mani?».

     

    Matteo Quadrone

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Grimmland: Michela Murgia e Marcello Fois a Villa Bombrini

    Grimmland: Michela Murgia e Marcello Fois a Villa Bombrini

    grimm archivolto genovaMartedì 29 gennaio 2013 (ore 18) a Villa Bombrini, Genova Cornigliano, gli scrittori Michela Murgia e Marcello Fois sono protagonisti di C’era una volta… oggi!, un reading-incontro dedicato alla fiaba.

    L’evento è promosso da Goethe-Institut Genua, Teatro dell’Archivolto e Società per Cornigliano nell’ambito del progetto GrimmLand, che celebra il bicentenario della pubblicazione delle fiabe dei Fratelli Grimm.

    Con questo input Marcello Fois e Michela Murgia hanno scritto due racconti che ruotano attorno a silenzi, bugie e sensi di colpa: “Certe favole si capiscono troppo tardi” è il titolo del testo di Marcello Fois, “Volpish e Volpolina” quello di Michela Murgia. I due autori leggeranno i racconti e dialogheranno insieme alla giornalista Donatella Alfonso sull’importanza della dimensione fiabesca nel proprio lavoro di scrittori e in generale nella vita di ciascuno di noi.

    In occasione di questo reading / incontro, negli spazi di Villa Bombrini sarà inaugurata la mostra “C’era una volta… oggi”, che resterà visitabile sino al 28 marzo 2013: immagini forti, lontane dalla tradizionale e spesso consolatoria rappresentazione delle fiabe, a opera di alcuni giovani illustratori italiani e tedeschi. Accompagna la mostra il contributo audio di Grimm Remix: Matteo Caccia legge le nuove interpretazioni delle fiabe dei Grimm scaturite dall’interazione con gli utenti di twitter.

    Ingresso libero.

  • F-35, Rete Disarmo sfida la politica: quali sono le priorità del Paese?

    F-35, Rete Disarmo sfida la politica: quali sono le priorità del Paese?

    Caccia f35«Vogliamo parlare degli F-35, tornati al centro della discussione anche politica? Bene! Facciamolo allora seriamente con chi, come le organizzazioni che promuovono la campagna “Taglia le ali alle armi”, da tempo diffonde sulla partecipazione italiana al progetto di super-caccia dati ed analisi che puntualmente vengono poi confermate». Questa è la sfida lanciata dalla Rete Italiana per il Disarmo ai candidati premier e ai partiti delle coalizioni che si presentano alle elezioni politiche ormai prossime.

    Dopo gli interventi, le dichiarazioni di vari leader negli ultimi giorni e una continua crescita del fronte del no ai cacciabombardieri nell’opinione pubblica «Il disagio ed il nervosismo del Ministero della Difesa sono palesi – spiega il coordinatore della Rete, Francesco Vignarca –  Tanto che l’Aeronautica Militare ha convocato in fretta e furia nella FACO di Cameri stampa e televisioni, per cercare disperatamente di portare ragioni all’acquisto inutile e costoso degli F-35». Ma i dati diffusi e riportati dai media, soprattutto sulla parte occupazionale «Confermano in realtà quanto sostenuto dalle nostre campagnesottolinea Vignarca i sempre ricordati 10.000 posti di lavoro non saranno “nuovi” ma solo ricollocazioni dalle vecchie linee Eurofighter, quelli sicuri negli stabilimenti di Cameri non arrivano nemmeno alle 2000 unità mentre per i restanti si parla fumosamente di “indotto”».

    «Chi garantisce che i complessivi diecimila posti non siano a tempo e magari impieghino il personale non pienamente? Mai si definisce per quanto dureranno tali contratti: stiamo parlando di una spesa di acquisto di oltre 13 miliardi e più di 40 miliardi per il gestione e mantenimento in tutto il ciclo di vita degli aerei: sono soldi sensati per un ritorno così misero?», si domanda don Renato Sacco, parroco nel novarese, da sempre attivo nei movimenti locali che si oppongono al caccia JSF.

    Il punto, però, è soprattutto politico «La Difesa anche ieri ha ripetuto ancora come unica giustificazione all’acquisto il fatto che gli F-35 sarebbero indispensabili , senza approfondire il merito  – commenta Massimo Paolicelli di Rete Disarmo – Ma indispensabili per chi e per cosa? Nessuno si prende la briga di dire quale sia il modello di difesa di questo Paese e quali dovrebbero essere compiti che rendono così fondamentali questi cacciabombardieri d’attacco».

    Perché, allora «Indispensabili sono anche le pensioni degli esodati, indispensabili sono i fondi e i materiali per le scuole (invece i genitori devono portare persino la carta igienica), indispensabili dovrebbero essere i soldi che garantiscono la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (invece messo in discussione) – denuncia la Rete Disarmo – per molte famiglie indispensabili sono i fondi di sussidio e sussistenza per persone con disabilità ma su tutto questo, causa penuria di soldi pubblici, si taglia senza problemi e senza alcuna possibilità di replica. Cosa è dunque davvero indispensabile per i cittadini e le famiglie di questo Paese?».

    «In questi anni di campagna più di una volta abbiamo chiesto un confronto sui numeri e sui dati al Ministero della Difesa ed anche negli ultimi mesi al Ministro-Ammiraglio Di Paola, il quale ce lo ha sempre negato – conclude Francesco Vignarca – forse perché sanno che i dati da noi pubblicati sono più completi e realistici: lo si è visto ad esempio sui costi di acquisto, che il Segretariato Generale della Difesa ha dovuto ritoccare verso l’alto rispetto alle prime stime arrivando alle cifre da sempre riferite da noi. Lo si vede anche ora per quanto riguarda i posti di lavoro: ma è dunque possibile prendere una decisione così problematica per la spesa pubblica senza una discussione seria sugli obiettivi e senza partire da dati realistici?». 

    Per questo motivo la Rete Italiana per il Disarmo interroga la politica e chi entrerà nel prossimo Parlamento «Prima di decidere se dobbiamo davvero comprare gli F-35 è fondamentale domandarci come vogliamo che sia costruita la difesa di questo paese e ancora di più quali vogliamo che siano le priorità per l’Italia e per i suoi cittadini».

  • Liguria: nel 2012 inflazione record, imprese in ginocchio

    Liguria: nel 2012 inflazione record, imprese in ginocchio

    Prezzi alle stelle in Liguria, a confermarlo è l’ultima rilevazione dell’Osservatorio regionale dell’artigianato su dati Istat 2012. L’inflazione in Liguria nel 2012 è risultata più elevata della media italiana: lo scorso anno nella nostra regione è aumentata del 3,3% contro la media italiana del +3%. Se la passano peggio solo la Basilicata (+4,4%), la Calabria e il Trentino Alto Adige (entrambe +3,6%).

    «Dal 2007 a oggi abbiamo assistito a una parabola ascendente nei prezzi al consumo in Liguria – spiega Giancarlo Grasso, presidente di Confartigianato Liguria – Nonostante l’aumento sia diffuso a livello nazionale, nella nostra regione l’inflazione è progredita con un passo decisamente più sostenuto rispetto al resto d’Italia. Questo fattore ha avuto pesanti conseguenze sulla capacità di spesa delle famiglie con inevitabili ripercussioni sulle micro e piccole imprese, schiacciate tra l’incudine dell’aumento dei prezzi da parte dei fornitori e dal calo della richiesta del consumatore finale». I comparti di spesa dove i prezzi sono aumentati di più sono stati quello delle spese per l’abitazione, tra cui acqua, elettricità e combustibili (+7,1%), dei trasporti (+6,7%) specie per il caro carburanti.

    «Un’inflazione ridotta e stabile è la conditio sine qua non per la crescita delle imprese – spiega Grasso – Queste impennate dei tassi impediscono alle aziende una pianificazione precisa della propria attività, rendendo dubbi gli investimenti, per esempio in nuovi macchinari e impianti di produzione. Un’inflazione o una prospettiva di inflazione elevate contribuiscono a creare un clima di incertezza dato che le variazioni nel valore del denaro impediscono preventivi precisi di entrate e uscite. Di conseguenza, le aziende corrono ai ripari diventando molto più caute».

    Guardando i dati degli ultimi cinque anni, il tasso di inflazione in Liguria è risultato leggermente inferiore alla media italiana nel biennio 2007-2008 (in particolare nel 2008 si è riscontrato un +2,9% contro il 3,3%). «La mazzata è arrivata nel 2009 – commenta Grasso – quando, dopo una temporanea diminuzione del livello dei prezzi dovuta alla crisi, il processo inflattivo è ripreso».
    La Liguria nel 2009 si è attestata su tassi medio-alti (0,8%) per poi iniziare una parabola ascendente tra il 2010 e il 2012, quando l’inflazione è schizzata, in un paio d’anni, dall’1,4 al 3,3%.

     

    [Foto di Diego Arbore]

  • Socialab TTT: come usare i social media per promuovere un evento?

    Socialab TTT: come usare i social media per promuovere un evento?

    Il primo impatto nella partecipazione a un evento di questo tipo sta nell’interessante (e apparente) contrasto fra il tema – social network, web, nuove tecnologie e forme di comunicazione – e la location: i Saloni delle Feste di Palazzo Imperiale, un Rollo di classe AA, nelle stanze che fino all’anno scorso ospitavano la sede di Liguria Style.

    Un palazzo costruito nel XVI secolo ma ritenuto troppo moderno dai “contemporanei”, come mi racconta il proprietario Raul Bollani, che in questi giorni ospita anche la mostra FlatOopolis di Isadora Bucciarelli, bellissime opere ispirate al racconto Flatlandia di Edwin Abbott Abbot e al film Metropolis di Fritz Lang (visitabile fino a lunedì 4 febbraio).

    Il terzo appuntamento di Socialab TTT – che si è svolto sabato 26 gennaio in contemporanea a Genova, Lecce, Milano, Roma e Bologna – è l’occasione per discutere su come utilizzare i social network nell’organizzazione di un evento. Prima, per farlo conoscere e stimolare il più alto numero possibile di partecipanti interessati; durante, per raccontare quanto sta avvenendo a chi non è presente; dopo, per fare il punto su com’è andato l’evento e mettere ordine nei feedback di chi vi ha preso parte.

    Al dibattito hanno partecipato tre realtà genovesi: Promoest, azienda specializzata nell’organizzazione di eventi congressuali, che ha illustrato l’uso dei social network in un contesto professionale; Suq Genova, uno degli eventi più noti del panorama cittadino che quest’anno giungerà alla 15a edizione; Associazione Il Ce.Sto, che da pochi mesi si sta impegnando nella riqualificazione dei Giardini Luzzati.

    Un dibattito ricco di spunti e suggerimenti, a partire da alcune domande. Ha senso creare un “evento” su Facebook, se poi chi clicca su Partecipa non si presenta? Un evento gratuito è di qualità inferiore rispetto a un evento a pagamento? Quanto è importante la comunicazione sul web e i social network per un’azienda o associazione che organizza eventi?

    Il dibattito pone l’accento sulle difficoltà per aziende e associazione di dedicare risorse (soprattutto economiche) per formare e retribuire una o più persone che si occupino esclusivamente della comunicazione. Più in generale, la comunicazione è vista ancora come un bene accessorio, di cui si può fare a meno rispetto a necessità ritenute più urgenti. Se è vero che un evento ben comunicato ma poco interessante non “vale la candela”, è altrettanto vero che la capacità di organizzare iniziative che portino valore aggiunto al territorio e alle persone va di pari passo con la capacità di trasmettere e far conoscere questi valori. In che modo? Comunicandoli con ogni mezzo possibile, inclusi i social network.

    Il prossimo evento di Socialab TTT si svolgerà a marzo, poche settimane dopo le elezioni, e riguarderà il legame tra comunicazione e politica. Partecipare agli eventi e iscriversi all’associazione offre l’opportunità di conoscere persone che a Genova lavorano nell’ambito della comunicazione, o che utilizzano il web per creare valore intorno alle proprie attività offline: incontri che portano nuovi spunti e stimoli per affrontare meglio il nostro lavoro.

    Marta Traverso

  • Dispensa: concorso fotografico sulla cucina consapevole

    Dispensa: concorso fotografico sulla cucina consapevole

    cucina vegLa sezione di Genova di Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) – in collaborazione con i blog Ricette Veg e Cucina Consapevole e il negozio La Formica – ha indetto un bando di concorso fotografico in vista della XII Settimana per la Prevenzione Oncologica, in programma tra il 16 e il 24 marzo 2013.

    Tema del concorso è l’alimentazione consapevole, stimolare la conoscenza e la curiosità rispetto agli ingredienti e i prodotti che utilizziamo normalmente in cucina: i partecipanti sono chiamati a fotografare la dispensa, il frigo o il carrello della spesa, caratterizzati dalla presenza di almeno una varietà di cereali, per un confronto d’idee e di abitudini su quali ingredienti devono esserci in una sana alimentazione e secondo.

    Il concorso è aperto a chiunque e non è prevista quota di partecipazione. Per partecipare è necessario compilare la scheda di iscrizione (scaricabile dal sito di Lilt Genova) e inviarla con la foto all’indirizzo mail info@legatumori.genova.it entro venerdì 8 marzo 2013.

    Le immagini possono essere scattate con fotocamere professionali, semiprofessionali o tablet/cellulari, purché abbiano una risoluzione adeguata alla stampa.

    Una giuria valuterà le immagini e gli autori delle foto selezionate riceveranno in premio un buono spesa settimanale di prodotti biologici per la casa e dalla terra presso La Formica, da ritirarsi entro il mese di aprile 2013.

  • Gog Genova: concerto di Viktoria Mullova al Carlo Felice

    Gog Genova: concerto di Viktoria Mullova al Carlo Felice

    viktoria mullovaProseguono i concerti della stagione 2012/2013 della Gog, Giovine Orchestra Genovese.

    La serata di lunedì 28 gennaio 2013 vede esibirsi al Teatro Carlo Felice Viktoria Mullova, accompagnata dal Matthew Barley Ensemble, per un concerto dal titolo The Peasant Girl: il progetto musicale che punta a unire brani di diversa provenienza, dal repertorio classico al gypsy al jazz. Tra gli autori dei brani che verranno eseguiti, Béla Bartók, Weather Report, John Lewis/Bratsch, Zoltán Kodály e Youssou N’Dour.

    Viktoria Mullova non si esibiva in un concerto della Gog da otto anni.

    Biglietti acquistabili presso Uffici G.O.G. Galleria Mazzini, 1/1a dal lunedì al venerdì 10-16.

  • Greenpeace a Genova: ecco le bollette Enel sporche di carbone

    Greenpeace a Genova: ecco le bollette Enel sporche di carbone

    A Genova Greenpeace è entrata in azione: i volontari del gruppo locale hanno recapitato nelle case dei genovesi le “vere” bollette Enel, realizzate dall’associazione ambientalista, al fine di mostrare ai cittadini quanto costa realmente – in termini economici e sanitari – la produzione elettrica a carbone del principale gruppo energetico italiano. Centomila bollette in tutto, sporche di carbone, la fonte più dannosa per il clima e la salute dell’uomo, da Sabato 26 gennaio 2013 saranno recapitate presso le abitazioni di altrettante famiglie italiane.

    «Si parla molto della crisi economica che attanaglia il Paese, ma nessuno parla di un’azienda controllata in maggioranza dallo Stato, che con il carbone provoca all’Italia quasi due miliardi di danni ogni anno: soldi che ovviamente non compensa e non rifonde» dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

    «Il danno economico è solo un aspetto materiale, ancorché rilevante, della questionecontinua Boraschi – Le centrali a carbone Enel causano una morte prematura al giorno in Italia e danni enormi al clima e all’ambiente. È ora che la politica si assuma qualche responsabilità: è il Governo, a nominare il management. Noi chiediamo che il prossimo esecutivo azzeri i vertici attuali, già responsabili del piano nucleare, e cambi radicalmente la rotta dell’azienda».

    I dati pubblicati da Greenpeace sulle centomila “bollette sporche” sono estratti da uno studio commissionato dall’associazione all’istituto di ricerca indipendente SOMO. I dati principali – in riferimento alle emissioni del 2009stimano i danni della produzione termoelettrica a carbone di Enel in 1,8 miliardi di euro (circa 2,1 miliardi con la centrale di Civitavecchia a pieno regime); e misurano gli impatti sanitari, in termini di mortalità prematura, in 366 casi di morte attesi.

    Secondo lo studio di Greenpeace, inoltre, la realizzazione degli impianti a carbone Enel di Porto Tolle e Rossano Calabro – progetti che l’azienda porta avanti da anni – costerebbe fino a 95 ulteriori casi di morti premature l’anno e danni stimabili in ulteriori 700 milioni di euro l’anno.

    «Enel non è solo una bolletta che arriva nelle case di molti italiani – spiega l’associazione ambientalista – È una vera e propria tassa. Se si dividono i danni economici causati dalla produzione a carbone di Enel per il numero delle famiglie italiane, si scopre che la scelta di quella fonte energetica costa circa 75 euro l’anno a nucleo familiare. Molto più di quanto costino gli incentivi alle rinnovabili, che non uccidono il clima, non fanno ammalare le persone e sostengono invece occupazione, crescita e ambiente».
    Greenpeace chiede a Enel di «Dimezzare la produzione elettrica da carbone da qui al 2020 e di portarla a zero al 2030, investendo contemporaneamente in fonti rinnovabili per compensare la perdita di produzione».

    Le “bollette sporche” che Greenpeace distribuirà nel Paese sono parte della campagna IoNonViVoto.org, attraverso la quale l’associazione ha già raccolto la richiesta di 45 mila cittadini che si dichiarano indisponibili a dare mandato politico a chi non si impegnerà a contrastare le fonti energetiche fossili e a promuovere le fonti rinnovabili. Tra i politici che hanno risposto a Greenpeace e ai cittadini Vendola, Di Pietro, Maroni, Puppato e Bonelli si sono detti favorevoli a cambiare i vertici di Enel.

  • Giorno della memoria 2013: “La tregua”, reading a Palazzo Ducale

    Giorno della memoria 2013: “La tregua”, reading a Palazzo Ducale

    Palazzo Ducale, GenovaDomenica 27 gennaio 2013 è il Giorno della Memoria.

    Il Centro Culturale Primo Levi organizza insieme a Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura un reading pubblico e collettivo di La tregua di Primo Levi. Dalle 8 di oggi, chiunque può recarsi a Palazzo Ducale con una copia del libro e leggerne una parte: è sufficiente mettersi in coda e ognuno leggerà il passo seguente a quello di chi lo precede. L’evento si concluderà una volta terminata la lettura dell’intero romanzo. Non è necessaria la prenotazione.

    L’evento riprende l’iniziativa analoga svoltasi lo scorso anno, con la lettura collettiva di “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

    Un modo non soltanto per ricordare le tragiche vicende della Shoah e per riflettere sul passato, ma un’opportunità per progettare un futuro di tolleranza e di pace senza dimenticare gli orrori della nostra storia recente.

  • Perché l’Italia deve uscire dall’Euro: teoria economica e riflessioni

    Perché l’Italia deve uscire dall’Euro: teoria economica e riflessioni

    E’ un paio di settimane che questa rubrica gira intorno all’argomento, e forse, a questo punto, tanto vale fare coming out. Cari lettori, penso sia giunto il momento di dire chiaramente che bisogna uscire dell’euro.

    Ovviamente non posso motivare la presa di posizione in punta di teoria economica: non perché non mi sia informato quanto più approfonditamente mi fosse possibile, ma perché non ho alcuna autorità in materia; e quindi non sarei considerato credibile, né sarei capace di contrastare efficacemente eventuali obiezioni tecniche. Cercherò semplicemente di riportare quello che ho letto e che più mi convince, soffermandomi in questa prima parte sugli aspetti prettamente economici, la prossima settimana su quelli politici.

    PARTE I – L’ECONOMIA

    La teoria economica offre abbondanti analisi sul tema dell’Area Valutaria Ottimale (AVO), vale a dire quell’insieme di paesi che possono condividere con successo un regime di cambio fisso, oppure addirittura la stessa moneta. L’Italia è passata attraverso entrambi questi sistemi: siamo stati in un regime di parità di cambio, lo SME, dal 1979 al 1992; e siamo in un’unione monetaria, l’euro-zona, dal 1° gennaio del 1999. Queste esperienze, per molti economisti, sono la prova che:

    1. l’Europa non è un’Area Valutaria Ottimale;
    2. uscire da quest’area valutaria mal intesa sarà inevitabile;
    3. un’uscita “pilotata” sarebbe comunque preferibile, sarebbe relativamente gestibile e non provocherebbe danni incalcolabili.

    Critici dell’euro furono già in tempi assolutamente non sospetti economisti del calibro di Paul Krugman, Martin Feldstein e Nouriel Roubini: quindi, che nella costruzione dell’euro-zona ci fosse qualcosa che non andava, lo si sapeva già da tempo. Sulle paure legate ai rischi di un’uscita dell’Italia e di una dissoluzione della moneta unica, ho già citato qualche riferimento due settimane fa, da cui si dovrebbe aver realizzato che i costi del processo sono assolutamente sopportabili e che anche la psicologia e le ansie dei mercati sono del tutto gestibili.
    Un po’ meno scontato potrebbe essere capire perché “un’altra Europa” non è possibile, perché cioè non si possa riformare il sistema rimanendo al suo interno. Questo discorso si lega alle ragioni profonde di questa crisi, che – come ormai sa chi segue questa rubrica – non dipende dal fatto che per anni abbiamo speso troppo: perché questo semplicemente non è vero.

    1. Il segreto di pulcinella: come mai siamo in crisi?

    San Francisco, America Skyline
    La crisi nasce da uno shock esterno: la bolla dei mutui sub-prime, che è scoppiata negli USA e poi da lì si è ripercossa sui mercati globali. Giunta in Europa la bolla ha impattato contro un’ideologia economica ottusa e un sistema monetario troppo rigido e squilibrato, che ha impedito di contenere gli effetti negativi, e anzi li ha ampliati, creando una spirale recessiva perversa e senza uscita. E’ stato così che gli errori strutturali dell’euro-zona hanno trasformato una crisi finanziaria in una grave recessione continentale; recessione che a sua volta frena la ripartenza dell’intera economia globale. Cerchiamo di capire da cosa dipende l’inadeguatezza del nostro sistema…

    Ci sentiamo spesso ripetere il mantra della “competitività”: cioè che oggi bisogna competere, competere e ancora competere. Ed in effetti, a livello microeconomico, l’idea pare dare i suoi frutti: stimola l’innovazione e orienta l’offerta alle esigenze del consumatore. Ma c’è anche un lato negativo: se si accetta la competizione, si dà per scontato che ci saranno si dei vincitori, ma ci saranno anche dei vinti, cioè aziende che chiudono perché hanno perso la sfida.
    E’ logico – ed è d’altra parte confermato dalla teoria economica – che non si può essere tutti contemporaneamente i più competitivi, esattamente come non si può arrivare tutti contemporaneamente primi. Il problema, si dice, si potrà riassorbire, perché i lavoratori che perdono il posto potranno essere riassunti là dove la competizione è stata vinta. Tuttavia, se si traspone lo stesso scenario a livello macroeconomico, il risultato è affatto diverso: i vinti non sono più aziende, ma interi paesi che si impoveriscono, paesi che, con la stessa logica, per riassorbire la disoccupazione dovrebbero lasciar emigrare i loro abitanti. Cosa che in Europa non è successa.

    Quando sentiamo dire che “i giovani sono mammoni”, che “non si spostano da casa”, che “non hanno sfruttato le possibilità dell’Europa”, in realtà non si tratta solo di moralismo da quattro soldi: chi lo dice sta infatti sfogando la frustrazione per il fallimento annunciato di un presupposto centrale dell’Unione Europea: la mobilità intracomunitaria dei lavoratori. Che non si è mai realizzata non solo perché abbiamo differenti lingue, differenti culture, differenti storie, differenti sensibilità e differenti obiettivi; ma anche perché – più prosaicamente – all’interno dell’UE si trasferiscono pochissime risorse, non si condivide lo stesso debito, abbiamo un diverso mercato del lavoro, un diverso sistema giudiziario, un diverso apparato burocratico e una diversa fiscalità.

    L’euro non ha fatto altro che ampliare gli squilibri commerciali tra i paesi aderenti, grazie anche all’atteggiamento mercantilista della Germania, che ha praticato deliberatamente la scelta di contenere il suo tasso d’inflazione reale sotto la media europea per essere più competitiva con l’estero (se i prezzi degli altri crescono più velocemente, i miei diventano più convenienti e io vendo di più). Così la Germania ha accresciuto le esportazioni, realizzando un surplus strutturale. Per contenere il tasso d’inflazione è bastato comprimere i salari, impedendo ai consumi di decollare: un dato di fatto che – per inciso – smonta il mito della superiorità produttiva tedesca.

    Le valute, come qualsiasi altro bene sottoposto ad un regime di libero mercato, si apprezzano e si deprezzano non solo perché – come spesso si sente dire – “quando eravamo scorretti, praticavamo la famigerata svalutazione competitiva”, ma più frequentemente perché quando l’export di un paese si riduce, si riduce anche la domanda della sua moneta. I PIIGS, essendo in costante deficit, hanno finanziato il loro disavanzo importando capitali privati dal resto dell’Europa: sono diventati quindi importatori netti di capitali (avete presente il mantra degli “investimenti esteri”?). Ovviamente le banche del Nord erano ben felici di prestare ai loro partner dell’euro-zona, perché non c’era il rischio di svalutazione e si poteva godere degli alti tassi di interesse (attenzione a non fare confusione: siamo nel settore privato bancario, e lo spread, che all’epoca era praticamente a zero, non c’entra!). Quando è scoppiata la bolla finanziaria, le banche sono andate in sofferenza, l’epoca del credito facile è finita, lo Stato è dovuto intervenire per sostenere l’economia e il debito pubblico è cresciuto. Pertanto è evidente che è stato il credito privato a creare il problema, speculando sui prestiti a paesi in deficit commerciale e gonfiando così una bolla costruita sul mito dell’incrollabilità dell’euro.

    Le esportazioni tedesche sono partite non verso la Cina (come tutti i paesi, anche la Germania è in deficit rispetto alla Cina), ma in gran parte verso il resto dell’Unione Europea: si è creato così al suo interno un gruppo di paesi che, avendo perso la sfida dell’export a causa della minore inflazione tedesca, si sono ridotti al ruolo di importatori. E basta dare un’occhiata ai dati dell’Eurostat per scoprire che tra questi paesi importatori, quelli che non avevano l’euro non sono andati in crisi: mentre quelli che lo avevano…  sono diventati PIIGS.

    La crisi sta tutta qui: essa ha colpito i paesi in costante deficit commerciale che hanno la moneta unica. Chi non la ha adottata, infatti, ha svalutato la propria valuta e ha potuto così recuperare un po’ di competitività.

    Riassumendo: l’Unione di fatto non esiste (come ha capito anche chi recita il il mantra del “più Europa”) e il problema dell’euro-zona è un mix micidiale tra:

    1) rigidità del cambio, che esaspera gli squilibri commerciali e rende le varie economie incapaci di difendersi da shock esterni svalutando;

    2) politica mercantilista della Germania, che ha costruito la propria ricchezza sull’impoverimento delle economie dei paesi a cui vendeva le merci e prestava i capitali (lo scrisse persino il Sole 24 Ore l’anno scorso, sottolineando proprio la differenza dei saldi commerciali tra noi e i tedeschi prima e dopo l’euro).

    2. Cosa succederà e cosa dovremmo fare

    Ormai abbiamo capito, dunque, che non è certo lasciando il quadro immutato e con la sola austerità che usciremo dalla crisi: persino chi sostiene che dobbiamo restare a tutti i costi nell’Unione Europea capisce che il piano di salvataggio non salverà nessuno. E il motivo è semplice: se un paese è in crisi e lo Stato taglia la spesa, ci saranno ancora meno consumi e quindi ci sarà ulteriore recessione. Prima o poi, dunque, la frustrazione sociale per una ripresa che non si riesce ad intravvedere diventerà insostenibile. Oppure un altro paese debitore finora toccato solo marginalmente dalla crisi, ma che presto dovrà vedersela “con l’Europa”, vale a dire la Francia, potrebbe decidere autonomamente di uscire. O forse saranno altri a fare il primo passo: magari gli stessi Tedeschi. Una cosa è sicura: se un progetto è insostenibile, prima o poi perderà il sostegno e crollerà.

    D’altra parte modificare il quadro di regole che ci sta stritolando è impensabile, perché gli squilibri politici ed economici sono troppo accentuati e gli interessi dei vari paesi completamente divergenti. Nell’immediato, ad esempio, avremmo bisogno di maggiore inflazione in Germania: cioè di un aumentato potere d’acquisto dei salari tedeschi, che “tiri” i consumi e favorisca le importazioni da paesi esteri come il nostro: cioè quel ruolo di “locomotiva d’Europa” che finora la Germania ha avuto solo sulla carta. Poi avremmo bisogno di una forma di condivisione del debito per calmierare i tassi d’interesse; e naturalmente dovremmo abolire il fiscal compact, consentendo ai singoli Stati di finanziare con la spesa pubblica la loro ripresa. A quel punto potremmo cominciare a ricostruire l’Europa da capo, all’insegna di una vera integrazione. Se ci fosse la volontà, si potrebbe fare così: ma se ci fosse la volontà, lo si sarebbe già fatto.

    Sono passati cinque anni, abbiamo devastato un paese come la Grecia, aumentato la povertà e la disoccupazione in Spagna, Portogallo e Italia; e l’ultima volta che l’UE si è riunita per prendere una decisione sul bilancio comunitario – che corrisponde a circa l’1% del PIL – il risultato è stato l’ennesimo nulla di fatto. Dobbiamo concludere allora che per il Nord Europa la moneta unica è stata semplicemente un’occasione di guadagno e che non sono intenzionati a rimetterci soldi loro per salvarla. Se adesso la tirano tanto per le lunghe, è solo perché non sanno decidersi a rinunciare alla gallina dalle uova d’oro. E’ chiaro che il capitalista tedesco non vuole rinunciare ad un assetto su cui ha lucrato per lungo tempo: ed è altrettanto chiaro che il lavoratore tedesco non vuole fare sacrifici per noi, perché gli hanno detto che è tutta colpa del sud sprecone che non ha voglia di lavorare.

    Insomma, è nostro interesse non restare un minuto di più in un sistema destinato comunque a sicura fine, che nel frattempo penalizza le nostre industrie, i nostri redditi e la nostra residua autonomia politica.

    3. Conclusione

    Questa è, a mio giudizio, la teoria più convincente sulla crisi dell’euro che ci sia in circolazione, ed è sostenuta, tra gli altri, da economisti quali Fabrizio Tringale, Claudio Borghi, Alberto Bagnai. Se non altro è l’unica in base alla quale i manuali di economia, le opinioni dei grandi economisti, i dati macroeconomici e i comportamenti dei singoli attori in campo assumono un senso ed una coerenza. Va da sé che, non essendo io un economista, se un giorno dovessi essere convinto da una spiegazione di tipo diverso, non mancherò di riportarlo. Detto questo possiamo muovere verso il corollario più inquietante: le implicazioni politiche

    <CONTINUA>

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore e Daniele Orlandi]

  • Videogame Design Days 2013: creatori di videogiochi a Ingegneria

    Videogame Design Days 2013: creatori di videogiochi a Ingegneria

    videogiocoLa Facoltà di Ingegneria di Genova ospita una nuova edizione dei Videogame Design Days, manifestazione dedicata a incontri e conferenze sulla promozione dell’arte e progettazione dei videogiochi, con la collaborazione di professionisti del settore di Genova e in Italia.

    Tema di quest’anno sono i serious games: videogiochi ‘seri’ che non si limitano a intrattenere l’utente, ma hanno l’obiettivo di dargli qualcosa in più oltre al semplice divertimento: insegnargli qualcosa, stimolare o affinare certe competenze.

    Saranno presenti i titolari di due aziende di videogiochi a Genova, Daniele Benegiamo di UNAgames e Federico Fasce di Urustar, che si impegnano per portare il made in Italy sul mercato videoludico mondiale attraverso i canali di sviluppo indipendente, e lo scrittore ligure Marco Vallarino, che ha progettato e realizzato da solo un videogame sui vampiri.

    Momento principale dell’evento è il Global Game Jam, gara che si svolge in contemporanea in tutto il mondo sullo sviluppo di un videogame in 48 ore, che vede Genova come unica sede del nord Italia (le altre due nazionali sono a Roma e a Catania). Alla competizione partecipano giovani progettisti, sviluppatori e appassionati provenienti da ogni parte d’Italia, che si impegneranno per due giorni consecutivi, confrontandosi nella realizzazione di un videogioco su un tema comune.

  • Capire la crisi dell’Euro: la teoria delle aree valutarie ottimali

    Capire la crisi dell’Euro: la teoria delle aree valutarie ottimali

    Finanza, Economia e BancheCome salvare l’Euro da questa crisi? Unione politica? Unione bancaria? Stati Uniti d’Europa? Non ho mai avuto un’idea molto chiara di come queste proposte permettano di salvare la moneta unica e, soprattutto, di quale sia esattamente il nesso tra la l’unione monetaria e una più stretta integrazione dei paesi dell’eurozona. I mezzi di informazione, come al solito, non permettono di formarsi un’opinione anche grazie ai nostri politici che, invece di spiegare chiaramente le ragioni del progetto europeo, si riferiscono agli Stati Uniti d’Europa come a un sogno da lasciare ai propri figli. Ho potuto finalmente fugare i miei dubbi quando un giorno, girovagando per la rete, mi sono imbattuto in diversi articoli che parlavano della teoria delle aree valutarie ottimali. Questa teoria, nata nel 1961 dagli studi dell’economista canadese Robert Mundell, elenca le condizioni necessarie affinché due o più paesi possano scegliere di adottare con successo la stessa moneta. Prima di addentrarci in questa teoria vediamo però cosa succede quando due paesi non hanno la stessa moneta.

    ESEMPIO 1: PAESE A e PAESE B HANNO MONETA DIVERSA

    Immaginiamo un mondo dove ci siano solamente due paesi: il paese A e il paese B. Questi due paesi hanno le loro rispettive monete che utilizzano per avere degli scambi commerciali. Immaginiamo ora che il paese A esporti al paese B più merci di quanto importi e che, di conseguenza, il paese B importi più di quanto esporti trovandosi quindi ad avere un deficit nella bilancia commerciale. Per pagare le merci prodotte in A, gli abitanti di B devono cambiare i propri soldi vendendo moneta B per comprare moneta A. Questo causa un aumento della domanda per la moneta A e di conseguenza, secondo la legge della domanda e dell’offerta, una rivalutazione della moneta A e una svalutazione della moneta B. Questo rende le merci del paese B più convenienti e gli abitanti del paese A cominceranno a comprarle riequilibrando rapidamente la bilancia dei pagamenti dei due paesi. Questo meccanismo automatico di riequilibrio è il cosiddetto sistema dei “cambi flessibili” ed è in vigore dal 1971 anno in cui sono stati abbandonati gli accordi di Bretton Woods.

    ESEMPIO 2: PAESE A e PAESE B HANNO LA STESSA MONETA

    Immaginiamo ora che il paese A e il paese B vogliano adottare la stessa moneta. Perché dovrebbero volerlo? La ragione principale è che avere la stessa moneta azzera il rischio di cambio. Con monete diverse se una banca del paese A prestasse dei soldi a un’impresa del paese B rischierebbe di essere ripagata con una moneta che nel frattempo si potrebbe essere svalutata. Se invece si utilizza la stessa moneta questo non può accadere e ciò incoraggia gli scambi commerciali tra i paesi.

    Ma allora quando è possibile avere un’unione monetaria? Secondo la teoria delle aree valutarie ottimali si devono verificare alcune condizioni:

    • Flessibilità dei prezzi e dei salari: i salari e i prezzi devono poter variare per riequilibrare eventuali squilibri. Se un paese è in deficit nella bilancia commerciale i salari devono poter essere abbassati per ritrovare velocemente competitività e, specularmente, devono alzarsi in condizione di surplus.
    • Mobilità dei fattori di produzione: i lavoratori dei paesi in deficit devono poter emigrare nei paesi in surplus per trovare un’occupazione.
    • Apertura al commercio estero: tanto più un paese è aperto agli scambi con gli altri paesi tanto meno è soggetto alle variazioni del tasso di cambio nei confronti di quei paesi. Se un paese è dipendente da prodotti provenienti dall’estero, in caso di svalutazione della propria moneta i benefici sarebbero limitati dall’aumento dei prezzi delle merci importate.
    • Diversificazione produttiva: la crisi di un settore industriale può essere compensata da altri settori in espansione.
    • Integrazione fiscale: dovrebbero essere previsti dei trasferimenti dalle zone in espansione a quelle in recessione, così come avviene, ad esempio, tra le regioni italiane.
    • Convergenza dei tassi di inflazione: se il tasso di inflazione di un paese fosse minore di quello degli altri, le merci di quel paese sarebbero sempre più convenienti creando un surplus strutturale nella bilancia commerciale a discapito degli altri paesi.

    A questo punto alcuni di voi diranno: “Ma a me non sembra che all’interno dell’Unione Europea sussistano queste condizioni!”. Purtroppo avete ragione. A conferma di questo vi riporto l’analisi condotta dall’economista Alberto Bagnai che, nel suo libro “Il tramonto dell’Euro”, effettua un confronto tra l’area valutaria ottimale, così come descritta nella teoria economica, e l’Unione Europea, concludendo che nessuna delle condizioni necessarie per avere un’unione monetaria sono soddisfatte:

    • I salari, come abbiamo visto la scorsa settimana, tendono  a essere flessibili, ma solo verso il basso. La Germania, pur essendo in surplus commerciale, ha moderato i salari creando un enorme squilibrio nell’Eurozona.
    • Le barriere linguistiche, culturali e burocratiche tra i vari paesi dell’Unione sono ancora troppo grandi. Siamo lontani da quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti dove si parla la stessa lingua ed è facile trasferirsi da uno stato all’alto per cercare lavoro.
    • Paesi aperti al commercio, come l’Italia, non potendo ricorrere all’aggiustamento del cambio, hanno sofferto la crisi più di altri.
    • Per i paesi più piccoli è difficile attuare una diversificazione produttiva. Esempio ne è la Grecia che, fortemente in deficit nella bilancia commerciale, in caso di uscita dall’Euro si troverebbe a dover importare praticamente tutto con una moneta svalutata.
    • Non sono a oggi previsti trasferimenti dai paesi in surplus (Germania) a quelli in deficit (PIIGS).
    • L’inflazione dei paesi dei PIIGS, fin dall’introduzione dell’Euro, è sempre stata più alta di quella dei paesi della Germania a causa anche della moderazione salariale attuata dal governo tedesco.

    La logica avrebbe suggerito di completare prima tutti i passi descritti nella teoria delle aree valutarie ottimali e poi introdurre la moneta unica. Si è fatto esattamente il contrario perché si pensava, forse con troppo ottimismo, che sarebbe stata l’introduzione stessa dell’Euro a creare le condizioni affinché essa fosse sostenibile: gli inevitabili momenti di crisi come questo sarebbero serviti per convincere popoli così diversi a cedere parte della propria sovranità in nome del progetto europeo. Ad oggi sembra che questo non stia avvenendo e, anzi, il risentimento verso l’Unione Europea è sempre più forte, soprattutto nei paesi vittime delle politiche di austerità. È dunque compito dei paesi più forti, Germania in primis, ridare slancio al processo di unificazione europea, ma è proprio questa volontà politica a mancare. Di questo passo la prima grande crisi dell’Euro, più che rappresentare un’opportunità di integrazione, rischia di tramutarsi nella pietra tombale del progetto di Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino