Mese: Giugno 2016

  • Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    Sostegno economico per l’eccesso di legittima difesa, tutti i dubbi sul disegno di legge regionale

    diritto-difesaÈ in discussione in queste settimane al Consiglio regionale una nuova legge, mutuata da interventi normativi simili in altre regioni come la Lombardia, il cui impatto sulla vita civile potrebbe non essere insignificante. Si tratta di un testo breve, il cui obiettivo (come specificato nella relazione che accompagna il disegno di legge 30) è “fornire assistenza e aiuto alle vittime dei reati della criminalità”. E, in effetti, al primo comma dell’articolo 1 è previsto che la Regione Liguria assista i familiari di vittime della criminalità, fornendo contributi economici per il danno causato dalla perdita del proprio parente. Un intendimento chiaro e generalmente encomiabile: si tratta di una norma di welfare tesa al sostegno di famiglie colpite da un grave lutto, in una condizione di difficoltà economica (oltre che naturalmente emotiva), venendo a mancare uno stipendio in casa e contando che non sempre i criminali hanno le risorse finanziarie necessarie a rifondere i danni economici che hanno causato.

    I dubbi sulla priorità agli anziani

    Qualche dubbio in più arriva quando si analizza il principio-guida per l’assistenza economica che indica la priorità alle persone di età superiore ai sessantacinque anni. Come evidenzia il professor Paolo Pisa, docente di Diritto penale alla già facoltà di Giurisprudenza di Genova nonché uno dei giuristi sentiti in commissione regionale per un parere su questa legge, il rischio è che «la vedova al di sotto dei sessantacinque anni e i figli finiscano per essere indebitamente superati dal genitore ultrasessantacinquenne della vittima». Inoltre, il parametro dell’età fa riferimento anche ai successivi privilegi (che tra poco analizzeremo) garantiti dalla legge, rispetto ai quali sono dunque poste in condizione di subordine altre categorie di cittadini esposti a più rischi della media, come ad esempio le donne. Ragiona in questi termini l’avvocato Sara Garaventa dello studio Ispodamia, presidente della sezione genovese delle “Donne giuriste italiane”: «Mi chiedevo se potesse essere uno spunto di riflessione non limitare questo eventuale aiuto solo ai soggetti over sessantacinque ma anche a tutte le donne che vivono da sole, anche giovani, e che sono comunque soggetti deboli, possono essere prese di mira ad esempio nel classico furto notturno in appartamento».

    I dubbi sull’eccesso di legittima difesa

    forte-begato-vandali-telecamereIn effetti, la seconda parte dell’articolo 1 del ddl si rivolge a chi subisce “un delitto contro il patrimonio o la persona” e reagisce. L’obiettivo della legge, nei fatti, è quello di aiutare chi subisce un processo per eccesso di legittima difesa. In particolare, al secondo comma è previsto che vengano pagate dalla Regione le spese legali (avvocati, consulenti tecnici che curino gli interessi della parte nella raccolta delle prove, etc.) per quei cittadini che, vittime di un reato diretto contro di loro o contro le loro ricchezze, siano “indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa.

    Proviamo a “tradurre” dal giuridichese. La seconda parte si riferisce a chi commette un reato, viene posto sotto processo ed è poi assolto perché ha agito nei limiti della legittima difesa. Una scelta politica con cui si vuole dare un sostegno a chi ha tenuto un comportamento considerabile lecito (e tale ritenuto dopo gli accertamenti di un processo) per salvaguardare i propri diritti.

    I dubbi arrivano con la prima parte che, in sostanza, riguarda chi è indagato per aver reagito oltre i limiti della legittima difesa (ad esempio, sparare a un ladro disarmato) in maniera colposa, ossia commettendo un errore di valutazione, non per precisa volontà di tenere quel tipo di condotta.
    Per il nostro sistema penale, questo errore è comunque un reato e va pagato. Il disegno di legge regionale, però, offre aiuto a chi lo commette, almeno nella fase delle indagini (preliminare al processo vero e proprio), a prescindere che poi la persona venga assolta o condannata. Tutti i tecnici da noi intervistati si sono espressi univocamente contro questa norma. Il professor Franco Della Casa, docente di diritto processuale penale all’ex facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova, ha evidenziato come sia umanamente concepibile la vicinanza a chi commette un reato perché provocato da un fattore esterno (l’essere vittima di un crimine), ma, come ben sa chiunque studia il diritto, «le leggi vanno al di là delle buone intenzioni». Questa previsione è «l’unico esempio di tutela giudiziaria di un soggetto che viene riconosciuto pienamente colpevole di un reato colposo», sottolinea il professor Pisa. «È legittimo – prosegue – che per una categoria di soggetti che vengono riconosciuti responsabili per colpa di un reato scatti una tutela giudiziaria a spese della collettività?». Già, perché il fondo regionale, che per il primo anno verrebbe coperto con l’esiguo stanziamento di 20 mila euro, è costituito con soldi pubblici, i soldi delle nostre tasse per intenderci. Se è umanamente comprensibile provare un senso di vicinanza verso chi delinque in un momento di panico perché si sente sotto minaccia, è decisamente discutibile dare un simile messaggio di legittimazione della condotta: richiamando le parole dell’avvocato Garaventa, «un conto è aiutare chi è poi assolto e quindi esiste una scriminante, viene meno l’antigiuridicità del fatto, un conto invece è quasi legittimare dei comportamenti che non sono leciti, che vanno al di là dei limiti concessi per difendersi; è un reato colposo, esiste la colpa nel nostro ordinamento». Il rischio è una legge regionale che contrasti con i principi dell’ordinamento: decisamente un controsenso, oltreché un provvedimento facilmente impugnabile.

    Le risposte della vicepresidente della Regione

    A tutti questi dubbi e critiche prova a rispondere direttamente la promotrice di questa legge, la vicepresidente e assessore regionale alla Sicurezza, Sonia Viale, in quota Lega Nord. «Questa legge chiaramente non va a incidere sulla prerogativa dello Stato in materia di diritto e procedura penale, va a incidere sul welfare della sicurezza e delle politiche sociali. Ritengo che una persona vittima di un reato contro il patrimonio o la persona viva un momento di fragilità o di bisogno e quando reagisce in eccesso di legittima difesa, se lo stesso ordinamento giuridico lo individua come colposo, penso a come fare per aiutare questa persona, lo sostengo in un momento di sconforto per affrontare le spese legali».

    Ha dichiarato, come riportato dal sito della regione, che è un “gesto di civiltà tutelare chi si difende da un reato”: anche se facendolo commette a sua volta un reato? Facendo un esempio, se un ladruncolo entra in una villa disarmato per impadronirsi di qualche argenteria e il padrone di casa, armato, seppur non assolutamente in pericolo di vita ma che erroneamente ritiene di esserlo, lo crivella di colpi, nella fase delle indagini le sue spese legali sarebbero a spese della Regione, anche se poi venisse condannato…
    «Ritorniamo a quanto detto prima, se il giudice ravvisa un dolo, la Regione non interviene, se uno entra di notte in un’abitazione e il padrone di casa ha la moglie e il figlio e reagisce con un eccesso di legittima difesa ritengo che sia un momento di fragilità, di panico, quindi il sostegno viene in un momento di grande difficoltà, anche se sconterà la sua pena, avrà il risarcimento del danno da pagare, e via dicendo».

    Il fondo annuo messo a disposizione è di 20.000 euro; per tutti i buoni propositi di questa legge (assistenza economica alle famiglie delle vittime e a indagati e assolti) non le sembrano pochi?
    «Intanto è un inizio, non ci risulta ci siano stati casi eclatanti o di richiesta, la procedura di richiesta sarà stabilita con una delibera di giunta che prevedrà un regolamento con delle priorità ma, intanto, una volta che sarà legge, siamo già stati contattati da avvocati che hanno dato la loro disponibilità per un’assistenza legale gratuita. È un segnale politico, di politica legislativa, che avrà anche il conforto del mondo dei professionisti».

    L’impressione è che sia più una mossa politica per portare avanti la battaglia cara alla Lega di tutela della legittima difesa in ambito domestico, più che una risposta a un’effettiva esigenza urgente…
    «Anzitutto la formulazione di questo disegno di legge non ha rallentato in alcun modo l’iter degli altri lavori della Regione. Poi, ormai questo paese sembra sia dalla parte di Caino e mai di Abele, il cittadino si sente indifeso, c’è un dibattito anche a livello parlamentare su questo tema. La Lega ha presentato anche delle proposte di legge, ci deve essere una presunzione: se uno entra in casa per rubare è il cittadino che deve dimostrare di aver agito con proporzione, se uno entra in casa di notte rompendo una finestra è lo Stato che deve dimostrare che il cittadino ha esagerato. È un momento di panico. Non dico che faccia bene, dico che un welfare deve tenerne conto prendendo spunto dall’aumento di furti in abitazione in Liguria. Lo Stato su questo tema non fa abbastanza, c’è un vulnus per la persona e lo Stato non è in grado di agire su questo».

    Tutti i dubbi che restano

    A questo punto, la vicepresidente è stata richiamata dai suoi impegni e non ha avuto il tempo di rispondere ad altre domande che sorgono spontanee, come i dubbi sopra riportati circa l’effettiva opportunità di destinare questo intervento prima di tutto agli ultrasessantacinquenni trascurando altri criteri-guida influenti come il reddito. Avremmo anche voluto capire la reale necessità di una legge così controversa se casi di questo genere, per parole della stessa Viale, non sono poi così diffusi nella Regione. Ci sarebbero poi altre questioni più prettamente tecniche, come il dubbio sollevato dal professor Pisa circa il fatto che sia stata trascurata la fattispecie della supposizione erronea colposa, i cui effetti sarebbero gli stessi dell’eccesso di legittima difesa eppure non vi sarebbe supporto economico per questi casi.

    In definitiva, allineandoci anche al parere dei tre professionisti che ci hanno aiutato ad analizzare questo disegno di legge, sicuramente è un passo avanti la previsione dell’assistenza economica alle vittime, ma altrettanto indubbi sono i profili criticabili della parte in cui si pagherebbe con soldi pubblici la difesa di chi, a conti fatti, è indagato per aver commesso un reato. Su questo punto la sensazione è che ci sia molto di politico e poco di giuridicamente e tecnicamente ragionato.
    La legge è stata più volte posta all’ordine del giorno delle sedute del Consiglio regionale ma non ancora completamente discussa e votata, complice l’ostruzionismo delle opposizioni. Resta, dunque, ancora aperta la porta a eventuali emendamenti ma l’approvazione, salvo clamorosi colpi di scena, non dovrebbe essere messa in discussa. Certo, come accennato dalla stessa Viale, bisognerà poi anche attendere il regolamento attuativo che verrà redatto in seguito dalla giunta per capire quanto questa legge sarà in grado di corrispondere a concrete esigenze dei cittadini o rimarrà una dichiarazione di intenti di facile presa sulla “pancia” ma non realmente in grado di apportare migliorie significative alla nostra Regione.


    Alessandro Magrassi

  • Siamo soli e ci piace: “Alla gente manca la gente”

    Siamo soli e ci piace: “Alla gente manca la gente”

    letteredallaluna-quadernoSarà che la vita altrui interessa poco, e allora tanto vale parlare di rado e ascoltare con un solo orecchio. Oratori non praticanti, ascoltatori fuori esercizio. Abbiamo i fatti nostri e sembrano bastarci, a tal punto che capita di sentirci oberati e in affanno, ripieni come ravioli, di fatti nostri.

    Circondati da centinaia di migliaia di persone sconosciute, sprecate. Per strada, sull’autobus, siamo soli. E ci piace. Ci guardiamo intorno, ogni tanto, quando distogliamo lo sguardo dai piedi, e parliamo, sì lo facciamo, in silenzio, da soli, dentro, dove nessuno può mettere orecchio. Chissà che sguardo furbo, non ce ne accorgiamo e non ce lo dice nessuno.

    Sarà che ci sfugge il verbo della gente perché la gente non ha nulla da dire. Eh sì, facile così. E poi cosa ne sai della gente? Come “gli alberi”, “le piante”, “gli animali”.

    (La gente non sa nulla della gente).

    Sarà che siamo impauriti. Sotto gli occhi di tutti, a portata di giudizio. Come se la vita fosse un’audizione e chi ci sta intorno la giuria, uscire di casa la mattina, il portone come un sipario e la città il palcoscenico. È forse questo timore ancestrale a tenerci distanti?

    (Alla gente manca la gente).

    Ci sono supereroi, uomini e donne, che ancora oggi a qualsiasi età conoscono e frequentano continuamente persone nuove. Spinti dalla curiosità di parlare ed ascoltare, studiosi della nostra specie, esseri attivi e partecipanti; loro migliorano il mondo, concretamente, tutti i giorni.
    Noi no, noi e la nostra cerchia. Noi non siamo supereroi. Costumati e silenziosi, noi abbiamo i fatti nostri.

    P.S. Eppure le rare volte in cui ci capita di parlarne non riusciamo a rendere l’idea. Quando escono dalla bocca, i fatti nostri, prendono sembianze amorfe, brutte copie, perdono peso, si sgonfiano. Sembrano quasi fatti degli altri.
    Quale è la vera faccia dei fatti nostri? Quella che esce dalla bocca o quella che alberga nelle mente?

    Gabriele Serpe

  • FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    FuoriFormato, una tre giorni genovese tra danza, videodanza e performance

    fuoriformato-logo-quadratoUltimi preparativi per FuoriFormato, la rassegna di danza, videodanza e performance in programma tra il 28 e il 30 giugno prossimi a Palazzo Ducale, Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, nell’ambito del festival Genova Outside(R) Dance(R), già avviato da alcune settimane con appuntamenti in tutta la città. Organizzato da Comune di Genova, in collaborazione con Teatro Akropolis, Rete Danzacontempoligure, Augenblick Associazione Culturale e Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, FuoriFormato si propone come una tre giorni di approfondimento e ricerca interamente focalizzata sulla danza contemporanea, con un ricco ventaglio di eventi, tra ricerca e sperimentazione, che mettano in dialogo la proposta locale con una sempre crescente curiosità verso quanto accade su scala internazionale. L’ingresso alla rassegna sarà gratuito e aperto a tutta la cittadinanza ed Era Superba, media partner ufficiale della rassegna, accompagnerà questi giorni di attesa con curiosità e approfondimenti sugli eventi in calendario.

    La danza è un oggetto duttile, al centro di una verifica incessante che passa attraverso linguaggi e generi differenti. La sezione dal vivo di FuoriFormato, diretta da Teatro Akropolis e Rete Danzacontempoligure, vedrà il costituirsi di un programma di spettacoli con oltre trenta artisti coinvolti, un grande contenitore dove troveranno spazio e sintesi alcune delle più interessanti realtà nel campo della danza contemporanea ligure. L’occasione è unica per assistere, in forma organica, ai risultati delle ricerche dei danzatori più importanti attivi sul territorio, nel tentativo di rispondere alla domanda sul senso e le prospettive della danza oggi, a Genova, in Italia e non solo. La selezione degli artisti coinvolti evidenzia immediatamente la pluralità delle proposte e delle visioni che animano la comunità artistica della nostra regione, declinandosi secondo stili, percorsi e anche generazioni differenti, accomunati dal confronto con le tendenze nazionali e internazionali. Se nel merito dei singoli spettacoli potremo certamente tornare nel corso dei prossimi giorni, i nomi delle realtà coinvolte parlano già chiaro: alla danza urbana di KoinéGenova (Tra_Passato_Remoto) si affiancheranno l’assolo di Roberto Orlacchio (Un canto costante), le ricerche di Once Danzateatro (Soggezione), di Cristiano Fabbri (Tracciati), di Nicoletta Bernardini e Matteo Alfonso (Mamihlapinatapai – Un’indagine sulla relazione), il work in progress di Francesca Pedullà e Sabrina Marzagalli (Soliloqui a due #1), le performance di Maria Francesca Guerra (Sinfonia per corpo solo), Davide Francesca e Olivia Giovannini (BodyCaking®[Belladonna]) e Nicola Marrapodi (Ecce puer).

    Alla sezione dal vivo si affiancherà – novità pressoché assoluta per Genova – il contest di videodanza internazionale Stories We Dance, a cura di Augenblick Associazione Culturale. Inseguendo un principio di trasversalità dei linguaggi, il focus sulla videodanza, genere al centro di una sempre più fertile discussione ed evoluzione nel panorama contemporaneo, ha portato al lancio di una call internazionale, cui hanno aderito 98 candidature da tutto il mondo. Tra queste, solo 14 e quasi tutti in anteprima italiana sono stati i film selezionati per la serata di proiezione finale, giovedì 30 giugno a partire dalle ore 21 a Palazzo Ducale. Alla proiezione dei film seguirà il giudizio di una giuria di esperti, composta da Lucia Carolina De Rienzo, project manager di COORPI – Coordinamento Danza Piemonte, Emilia Marasco, docente di Storia dell’Arte Contemporanea e scrittrice, Gaia Clotilde Chernetich, critica e studiosa di danza e teatro, Gaia Formenti, scrittrice, sceneggiatrice e filmmaker, e Simone Magnani, danzatore, coreografo e insegnante. A loro spetterà l’assegnazione di un primo premio in denaro (500 Euro) e delle menzioni alla miglior regia, alla miglior coreografia, al miglior performer e al miglior story-concept. Anche il pubblico presente alla serata finale sarà chiamato a esprimere la propria preferenza, determinando il film vincitore di un premio ad hoc. Ad anticipare la serata finale, una tavola rotonda – mercoledì 29 giugno alle 18 a Palazzo Ducale – composta da Augenblick e dagli stessi membri della giuria, il cui obiettivo sarà un confronto sui diversi approcci alla videodanza attraverso gli sguardi eterogenei di chi programma i festival, di chi fa critica, di chi studia e lavora con il linguaggio e la comunicazione legata agli audiovisivi. Una tappa importante nella discussione attorno a un’arte in contatto con il proprio tempo, della quale Genova potrà conoscere alcuni dei risultati più sorprendenti nel panorama internazionale contemporaneo.

    Marco Longo

  • Ventimiglia, emergenza umanitaria senza fine. Sul tavolo l’ipotesi di aprire un centro Sprar

    Ventimiglia, emergenza umanitaria senza fine. Sul tavolo l’ipotesi di aprire un centro Sprar

    pullman-ventimiglia-migrantiA Ventimiglia l’emergenza migranti non ha fine. Dopo le convulse giornate della settimana scorsa, a riflettori spenti, il flusso di persone dirette verso la frontiera con la Francia è ricominciato, alimentato dal continuo e crescente numero di sbarchi sulle coste italiane. Le quasi 700 presenze della scorsa settimana nel comune frontaliero, ben più del doppio rispetto all’esordio del cosiddetto “Piano Alfano”, sono leggermente diminuite negli ultimi giorni. Le forze dell’ordine trattengono gli stranieri irregolari che si trovano in città o che arrivano in stazione e, insieme con quanti vengono respinti dalla polizia francese alla frontiera, li caricano su pullman per trasferirli in centri di accoglienza o identificazione nel sud Italia. Dopo l’ordinanza di sgombero del campo sotto al ponte dell’autostrada, la nottata nella chiesa di San Nicola e infine la sistemazione provvisoria nella chiesa di Sant’Antonio, dal 4 giugno a oggi, i migranti potrebbero essere spostati nuovamente. Nonostante istituzioni locali e associazioni avessero intavolato delle trattative per aprire un centro di accoglienza per migranti in transito, il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha annunciato il trasferimento dei migranti al Palaroja, il palazzetto dello sport di Roverino, quartiere di Ventimiglia. La decisione, che ha messo in luce il livello di emergenza istituzionale sull’argomento, ha provocato l’immediata reazione degli abitanti del quartiere, che hanno protestato vivacemente contro la presenza di migranti vicino all’asilo, arrivando a bloccare la strada di accesso all’impianto. Una situazione difficile, nonostante il numero non troppo corposo dei manifestanti; tra le tante parole di quelle ore, ne abbiamo raccolto alcune che ben evidenziano la situazione di tensione, alimentata da un evidente affanno istituzionale e dalla dialettica politica nazionale sul tema: «Non possiamo lasciare i neri vicino alle donne e ai bambini» oppure «Non possono stare nel parcheggio?». L’esasperazione, si sa, può giocare brutti scherzi, come accaduto a un signore di origini sudanesi, in Italia da oltre 20 anni e quindi con regolare carta di identità, che con la sua presenza ha spaventato tutti i manifestanti: «Eccoli, arrivano uno a uno!» è stato il grido, spaventato, di un’abitante della zona.

    Nelle ultime ore è stata messa sul piatto anche l’ipotesi di costituire un centro Sprar (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), che però richiederebbe fondi ministeriali e sicuramente tempi non proprio immediati. Questa opzione è scaturita a seguito del sopralluogo di due senatori, Donatella Albano ed Enrico Buoemi, e del presidente della provincia di Imperia, Fabio Natta. Al momento, però, si sta cercando di tamponare l’emergenza: il Palaroja, quindi, rimane una soluzione per l’immediato, benché considerata temporanea.

    Caccia all’uomo (senza documenti)

    migranti-ventimiglia-striscioneSe le istituzioni sono all’empasse, nelle strade e nelle stazioni della Liguria, in questi giorni si sta concretizzando una vera e propria caccia all’uomo (senza documenti). Da diversi giorni, infatti, in tutte le grandi stazioni della regione e su tutti i treni diretti al confine, pattuglie della polizia effettuano controlli tra i passeggeri; il discrimine sembra essere è il colore delle pelle. Questo, mentre da Ventimiglia ogni giorno partono uno o due pullman da 50 posti diretti verso l’aeroporto di Genova, per trasferire i migranti nelle strutture di accoglienza del Meridione. Da lì ricomincerà il loro viaggio verso la Francia o altre mete, rincorrendo una legalità che forse non verrà loro mai riconosciuta.

    Questo sistema, oltre a non risolvere il problema, rappresenta sicuramente un costo collettivo: ogni migrante è accompagnato durante questi trasferimenti forzati da personale delle forze di polizia, con un rapporto di uno a uno. Mettendo in conto i costi di un simile dispiegamento di forze, viene naturale chiedersi se tutto ciò abbia senso dal punto di vista economico, oltre che da quello umanitario. Dietro, rimane il dramma umano di centinaia di persone in fuga da guerra e povertà, che si trovano sospese in un limbo politico-istituzionale. R., pakistano, 30 anni è stato fermato dalla polizia mentre si aggirava in stazione ed è rimasto ore chiuso per ore nella sala di attesa della stazione di Ventimiglia; I., dal Sudan, ha provato a passare il confine otto volte, ma è stato sempre respinto. La sua fidanzata è incinta di tre mesi. Diversi gli episodi di violenza riportati dai migranti ad opera degli agenti della polizia francese: pare, addirittura, che un ragazzo sia stato spinto giù dagli scogli, subendo la frattura di una vertebra. Lo testimonia il medico Antonio Curotto, dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta, che riferisce di aver personalmente prescritto un busto ortopedico al ragazzo, respinto dal Pronto Soccorso per mancanza di posti.

    L’Europa dei Diritti e della Memoria

    I riflettori mediatici si accendono e si spengono molto velocemente ma la situazione umanitaria si fa sempre più grave e pressante. Una situazione paradossale che pone in evidenza tutte le contraddizioni e le inefficienze di un sistema di accoglienza che semplicemente non esiste.
    La situazione di Ventimiglia è sintomatica di quanto stia succedendo nel Mondo: popoli africani e asiatici, oppressi da guerre, dittature e povertà che si mettono in cammino nella speranza di trovare l’Europa dei Diritti e della Memoria e che, invece, si trovano a essere illegali, clandestini, vessati da un dispiegamento burocratico e normativo caotico e contraddittorio, quanto disumanizzante e discriminatorio. Ancora una volta, quindi, dovremmo interrogarci sull’ampiezza e le radici di certi fenomeni e su quanto piccola e corta sia la nostra memoria collettiva.

    Ilaria Bucca

  • Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Il Suq diventa “maggiorenne” ma Regione Liguria e Comune di Genova disinvestono sull’intercultura

    Festival-Suq-a-Genova-il-mercato-foto-S.Losso_Giovedì 16 giugno parte la diciottesima edizione del Suq Festival. Quella di quest’anno sarà una manifestazione che dimostra la maturità dell’evento, la maggiore età. “Generazioni memoria e futuro” è il tema su cui si basa il festival 2016. Era Superba, collaboratore ufficiale della kermesse, ha incontrato Carla Peirolero, ideatrice e direttrice artistica dell’evento, che ha raccontato le idee alla base di questa edizione e le non poche difficoltà a portare avanti un progetto del genere: «Il Suq rappresenta un momento d’incontro e di confronto tra quello che è stato e quello che accade oggi. E’ un punto da cui partire per riflettere su quello che sarà. Cominciando dalla storia, analizzando gli avvenimenti di attualità cerchiamo di costruire un futuro migliore».

    Non a caso il Suq è il teatro del dialogo, patrocinato dall’Unesco, Commissione nazionale Italiana, dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sostenuto dal MiBACT e best practice d’Europa, l’unico festival del genere in Italia, capace di unire lingue, culture, provenienze.

    Quest’anno sono 35 i paesi che portano all’interno del gran bazar scenografico parte della propria cultura, chi con l’arte, chi con la gastronomia, chi con l’artigianato. In programma in questa edizione, la stagione teatrale più ricca e interessante che mai: musica, arte e spettacoli per un totale di 100 eventi. Moltissimi palcoscenici, con la novità della Terrazza del Museo Luzzati, poi tavolate conviviali, meticciati sonori, testimoni illustri, laboratori, buone pratiche per l’ambiente, il bazar dei popoli, con una rete eccezionale di ristoratori, artigiani, associazioni che fanno vivere il Suq ogni giorno.

    L’obiettivo comune a tutti gli eventi di quest’anno è di far riflettere sull’attualità: «Parleremo dei temi moderni – aggiunge Peirolero – come l’immigrazione, ricordando quando eravamo noi a emigrare e a inserirci in altri paesi, approfondiremo il tema della figura della donna, di come è cambiata negli anni, in molti, ma non in tutte le parti del mondo».

    Il festival, anche quest’anno, rappresenterà l’inizio dell’estate e sarà un momento di festa e divertimento per Genova, ma soprattutto il teatro del dialogo tra le differenze. «Il Suq è stato spesso etichettato come la festa del folklore, che è sicuramente una parte importante della cultura – conclude Peirolero – ma quest’anno vogliamo che cambi aspetto. Sarà cresciuto e maturo».

    I tagli e le non risposte delle istituzioni

    Integrazione delle fasce più deboli, dialogo tra le diversità, più cultura accessibile a tutti per un segnale forte verso l’inclusione sociale, sono alcuni degli obiettivi che il Suq vuole raggiungere e sono anche gli slogan ripetuti più volte dalle istituzioni. Eppure i due punti di vista sembrano non convergere nei fatti. La Regione Liguria quest’anno ha tagliato 20 mila euro per le attività formative, portate avanti da sette anni con successo dagli artisti del Suq. Il finanziamento al progetto “Intercultura va a Scuola” quest’anno è stato sospeso. «I laboratori teatrali, gli incontri e le lezioni in Istituti con classi problematiche, le conferenze-spettacolo – sostiene Peirolero – che rappresentano solo una parte del programma “Intercultura va a Scuola”, hanno dimostrato che le differenze in arte sono un valore e che l’ascolto e la relazione si possono imparare con il teatro e la musica. In alcuni casi, un antidoto alla dispersione scolastica, di cui ci si cruccia senza però salvare quelle attività che è dimostrato possono offrire un aiuto». Da gennaio a giugno, dal 2009 a oggi, più di 5.000 studenti sono stati coinvolti su tutto il territorio ligure, dalla Spezia a Imperia. «E’ stato compromesso un patrimonio di esperienze, che educava nella pratica, grazie alla multietnicità della Compagnia del Suq, all’incontro tra i popoli e al rifiuto delle discriminazioni».

    Le divergenze tra istituzioni e Suq non finiscono qui. Anche per la manifestazione estiva, la Regione ha tirato la cinghia, o meglio, alle soglie della festa d’inaugurazione non ha ancora fatto sapere nulla riguardo i finanziamenti: «Non abbiamo avuto nessuna risposta dei 30 mila euro richiesti per l’evento» «Il silenzio – prosegue – rischia di mettere i bastoni tra le ruote a una realtà che funziona. Un evento che è riconosciuto a livello europeo e ministeriale dovrebbe avere più certezze». Per ottenere i finanziamenti regionali, il 10% del costo complessivo, il Suq, quest’anno, ha partecipato al bando “Grandi Eventi”, bando in cui convergono tutte le attività della Liguria.

    Anche il Comune in tema di sponsorizzazioni non si pronuncia. Nonostante il Suq sia una grande opportunità per Genova, portando 70 mila visitatori in 10 giorni, l’assessorato alla cultura non ha messo a disposizione nemmeno un euro. «Lo sponsor quest’anno è direttamente Iren – ricorda la direttrice – ed è curioso che il Suq non venga messo a bilancio in Comune. Non siamo così importanti?».

    I numeri del Suq

    Il Festival Suq è una manifestazione complessa, articolata, un evento organizzato, reso fattibile, coordinato e seguito da un team che, sotto data, conta fino a 53 persone. Dietro le quinte, o meglio dietro tendoni del gran bazar, lavorano tutto l’anno 3 soci fondatori, 11 ordinari e 600 soci sostenitori, il cuore che anima il Suq da 18 anni. «Lavoriamo costantemente tutto l’anno – racconta Peirolero – chi a tempo pieno, chi mezza giornata, ma tutti mettiamo passione e dedizione per questo progetto». Il costo complessivo del Suq, valutato dagli esperti in 700 mila euro, il triplo di quello sostenuto in questa edizione, è coperto per l’80% dagli sponsor, dalle quote associative, eppure la manifestazione continua a essere quasi totalmente gratuita, solo gli spettacoli hanno un costo di 5 euro, oltre naturalmente ai banchetti.

    Un patrimonio per la città e un presidio di quell’interculturalità vivace e festosa di cui mai come oggi abbiamo bisogno. Forse, varrebbe la pena considerare meglio quello che è stato e quello che accade, quello che sarà e quello che potrebbe non essere più.

    Elisabetta Cantalini

  • Piscina di Voltri, ecco il progetto da 4 milioni. Ma i soldi di Regione Liguria non ci sono più

    Piscina di Voltri, ecco il progetto da 4 milioni. Ma i soldi di Regione Liguria non ci sono più

    mameli-voltri-piscinaUn grande progetto, che potrebbe riqualificare e rilanciare un intero quartiere, quello di Voltri, da anni in attesa di vedere la propria piscina tornare a vita nuova. Era Superba ha intervistato l’architetto Marco Pesce, incaricato dal Comune di Genova di realizzare il nuovo progetto della struttura, per farsi raccontare nel dettaglio il futuro dell’impianto. Pesce è vicepresidente dell’Associazione “Utri Mare”, al cui interno ha trovato spazio la società “Mameli” (che ancora formalmente esiste, ma al momento senza tesserati).

    A vederla oggi non si direbbe, ma per la Piscina Comunale di Voltri esiste un grande disegno di riqualificazione; scopriamo insieme i dettagli: dove oggi c’è la ghiaia a dividere la struttura dalla passeggiata a mare voltrese, in futuro potrebbe sorgere un solarium e un bar. Nel “lato nord” della struttura (dove prima c’era il circolo della “Mameli”) sorgeranno gli uffici del futuro gestore dell’impianto e, sopra di essi, una palestra affacciata sulla vasca. Al posto del cantiere che occupa ormai da tempo il lato di levante troveranno posto invece i locali del magazzino, della caldaia e di tutto ciò che serve al funzionamento dell’impianto, mentre a ponente saranno rimessi in piedi gli spogliatoi per gli atleti, costruiti secondo le più recenti norme di sicurezza. La vasca (allargata di 2 metri e mezzo per andare incontro alle direttive del Fim e del Coni) sarà inoltre coperta da una chiusura completa, apribile nella sua parte centrale nella bella stagione. Nell’ottica di un maggior risparmio, il fondale (che attualmente è profondo 2 metri nella prima metà della vasca e poi scende a 4 metri e mezzo nella seconda) verrà uniformato a 2 metri per avere meno acqua da scaldare.

    Un’opportunità di rilancio per tutto il quartiere

    L’Associazione “Utri Mare” raccoglie al suo interno diverse associazioni che si occupano del lungomare voltrese, dalle baracche di pescatori che si affacciano sulla passeggiata, alla stessa “Mameli”. Uno degli obiettivi dell’associazione è la riqualificazione del litorale della delegazione, che in estate accoglie centinaia di persone ma che offre servizi spesso non all’altezza. A titolo d’esempio, il vicepresidente Pesce cita che in tutta la passeggiata c’è un solo bar e un solo bagno, una biblioteca momentaneamente chiusa e la carcassa dell’ex Coproma. Uno scenario che non invoglia certo a investire, mentre una riqualificazione dell’area comporterebbe un potenziale ritorno economico. In questo progetto di rilancio è compresa a pieno titolo la rinascita della piscina e, nel tratto di spiaggia di fronte, Pesce immagina una spiaggia libera attrezzata, gestita da chi prenderà in consegna l’impianto.

    L’idea era già venuta alla stessa “Mameli”, che contava di raccogliere da questa attività almeno parte dei soldi con cui finanziare la ristrutturazione dell’edificio: «L’ultimo direttivo e l’allora presidente Cola fecero di tutto per raggiungere questo risultato – ricorda Pesce – ma mancarono i presupposti di legge o, comunque, la burocrazia al riguardo era troppo complessa. Un peccato, perché oggi, nel 2016, ci ritroviamo senza spiaggia attrezzata, senza società e senza impianto». Importante il ruolo giocato dall’ultimo direttivo della “Mameli” che traghettò la società all’interno di “Utri Mare”: «Un passaggio burocratico fondamentale per arrivare al punto in cui siamo oggi».

    La messa in sicurezza dell’impianto

    Ricordando le “tappe d’avvicinamento” alla situazione attuale, Pesce parla dell’abbattimento dei vecchi spogliatoi (avvenuto nel 2012) come di una “mazzata” per una società che già navigava in pessime acque. La Mameli si trovò infatti privata di spazi di cui aveva fino ad allora usufruito, senza la possibilità di costruirne nuovi. La misura (pagata coi soldi dell’Autorità Portuale, proprietaria della zona) si era resa necessaria dopo l’intervento dell’Asl, che aveva rilevato la presenza di amianto negli spogliatoi. Inoltre, la copertura degli spogliatoi realizzata con carpiate metalliche non era a norma, e andava sostituita. «Ci tengo a precisare – sottolinea Pesce anche in risposta al nostro precedente articolo – che oggi non c’è più amianto nella struttura, se non nella canna fumaria, che non è considerabile pericolosa». I prossimi interventi sulla struttura, naturalmente, terranno conto di tutti i requisiti di sicurezza richiesti dalle normative. La copertura e i soffitti saranno “coibentati”, ovvero rivestiti con pannelli isolanti che vengono interposti alla copertura vera e propria, per permettere la regolazione tra temperatura esterna e temperatura interna. In questo modo viene risparmiata una gran quantità di energia.

    Il balletto sui costi

    L’impegno di spesa generale dell’appalto è intorno ai 4 milioni di euro, mentre l’importo dei lavori si avvicina ai 3 milioni e 500 mila euro. Di questi, circa 500 mila sono stati impegnati dal Comune di Genova in collaborazione con “Utri Mare”. Palazzo Tursi si sta inoltre impegnando per trovare finanziamenti da ulteriori enti come la Regione Liguria o il Coni. Non cita, Pesce, il co-finanziamento da parte della Regione, di cui pure anche Era Superba aveva parlato su queste pagine. «Al momento – chiarisce – non mi risulta che la Regione abbia indirizzato dei fondi verso questo progetto». La precedente giunta regionale aveva detto al Comune di essere disposta a investire circa 1 milione di euro, a patto che venisse presentato un progetto preliminare. Il progetto venne approvato ma, prima che diventasse definitivo, i fondi regionali vennero a mancare. «Io sono un tecnico – sottolinea l’architetto – quindi non so dire perché la disponibilità sia venuta meno. So che ad oggi non c’è nulla che attesti una volontà della Regione di intervenire. L’ultimo documento al riguardo, stilato nel 2015, dice che i fondi per la piscina di Voltri mancano, e io mi attengo a quello».

    Attualmente, il progetto è stato valutato “immediatamente eseguibile”, quindi una volta arrivati i fondi mancanti i lavori potrebbero partire immediatamente. La proprietà dell’impianto resterebbe al Comune, mentre per la gestione sarà emanato un bando. A vincerlo potrebbe essere un soggetto interno a “Utri Mare” ma anche esterno. Chiediamo all’architetto Pesce se a vincere potrebbe essere la Mameli, che a Voltri ha legato il proprio nome al punto che è la piscina stessa a essere spesso chiamata semplicemente “la Mameli”. Lui scuote la testa:  «Non credo – ammette con onestà – in questo momento non ne vedo la possibilità».

    Luca Lottero

  • Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Lo scorso 26 aprile Autostrade S.p.A ha consegnato al ministero delle Infrastrutture il progetto definitivo sulla realizzazione della gronda autostradale di ponente: inizio dei cantieri previsto entro il novembre del 2017. Dalla Genova “che conta”, i favorevoli alla grande opera provano a fare quadrato, e hanno iniziato a farlo con un convegno dal titolo eloquente: “Liberiamo Genova dalla paralisi”, andato in scena lo scorso 9 giugno, e che ha visto risfoderati gli argomenti “cavallo di battaglia” finalizzati a convincere l’opinione pubblica sulla necessarietà dell’opera. Compito senza dubbio arduo visto che “più dell’onor, potè il denaro”, volendo parafrasare, storpiando, qualcuno di noto. Il conto, infatti, lo ha presentato Autostrade s.p.a., con previsioni di spesa importanti. I miliardi di euro necessari sono 3,26, e al momento l’unica soluzione sul piatto per racimolare tale cifra è un aumento dei pedaggi autostradali; due le opzioni: un aumento secco del 15% sulle tariffe di tutta la rete viaria di Autostrade s.p.a., o un allungamento delle concessioni fino al 2045 (ad oggi dovrebbero scadere nel 2038) con “solo” un piccolo ritocco in positivo dei costi al casello del 4%. In altre parole, la Gronda, la pagheranno i soliti cittadini, volenti o nolenti.

    Ma la Gronda “s’ha da fare”. L’appello è stato lanciato dalla Camera di Commercio di Genova e da diverse associazioni di categoria: Ance, Confitarma, Federagenti e Confesercenti. «Tutti quanti parlano della crisi dell’economia ligure, noi lo facciamo mostrando i motivi per cui siamo arrivati a questa fase di stallo e dichiariamo apertamente che il nostro territorio paga da anni il prezzo dell’isolamento stradale, ferroviario e aereo», ha dichiarato Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova.

    I dati sulle autostrade liguri: traffico “negativo” su A7 e A10

    Secondo questa lettura, quindi, la Gronda potrebbe essere l’opera capace di risolvere tutti i problemi della nostra terra; ma i dati sull’utilizzo delle infrastrutture viarie dicono altro. Come Era Superba aveva già evidenziato in un precedente speciale, da anni ormai i tassi di crescita del traffico autostradale sono in forte contenimento: su base nazionale, dal 1970 al 1985, i numeri sono cresciuti per un +140%, mentre nel quindicennio successivo per un +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Una tendenza a decrescere confermata dagli ultimi dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), riferiti al primo semestre 2015. Se guardiamo al dettaglio della rete ligure, inoltre, i numeri in alcuni casi hanno addirittura un segno meno davanti: per la A7, nella tratta da Genova a Serravalle, nel primo trimestre 2015 si è verificato un calo di veicoli medi giornalieri dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2014, per l’ A10 (Genova – Ventimiglia) un altro calo, dello 0,4%; timidi aumenti per le restanti tratte di casa nostra: +1,6% per l’ A12 (Genova – Livorno), +1,7% per l’ A6 (Savona – Torino) e +1,1% per l’A26 (nel tratto tra Voltri e Alessandria). In definitiva su due delle tre autostrade che saranno direttamente interessate dalla costruzione della Gronda, il traffico sta diminuendo.

    I dubbi dell’amministrazione

    no-gronda-consiglio-comunaleRecentemente, il sindaco di Genova, Marco Doria, ha espresso più di qualche perplessità sull’opera, tornando alle sue posizioni di campagna elettorale, derubricandola a infrastruttura inutile e già “vecchia”, probabilmente con una qualche ragione, visto che la prima idea di Gronda risale al 1984. Le parole di Doria, che si riferiscono direttamente all’opera benché la stessa non sia mai stata esplicitamente citata, ancora una volta rimescolano le carte a Tursi: «Un ulteriore slittamento nell’apertura dei cantieri sarebbe deleterio – precisa però Odone l’allora sindaco Vincenzi aveva firmato il progetto nel 2009. La Liguria ha bisogno di lavoro, le sue aziende devono rilanciarsi e ricominciare a creare occupazione, bisogna rispettare i tempi». Un altro punto su cui i “Sì Gronda” fanno leva è quello del turismo: «La nostra regione registra un aumento del numero di turisti e questo è un dato positivo – sottolinea il presidente della Camera di Commercio – ma il flusso turistico deve essere supportato da infrastrutture adeguate e da collegamenti che funzionano. Oggi la maggior parte dei transiti avvengono su Ponte Morandi, una struttura che comincia a mostrare la corda. Se non si agisce in fretta rischiamo la paralisi». Anche in questo caso, però, sorge un dubbio: probabilmente, il turista che arriverà a Genova in macchina non utilizzerà la Gronda, visto che questa serve proprio a “saltare” il nodo del capoluogo che, nei fatti, è il vero problema.

    Espropri e dintorni

    Al momento la palla è nelle mani del ministero delle Infrastrutture che, se approverà il progetto di questa opera, darà di fatto il via all’iter di inizio lavori con, al primo punto dell’ordine del giorno, la il delicato tema degli espropri, di cui è stato pubblicato l’elenco delle proprietà interessate«In questo periodo di globalizzazione i mercati sono in continua evoluzione, per essere competitivi bisogna dotarsi di infrastrutture adeguate. Non si può guardare esclusivamente al proprio orticello o alla propria casetta» ha detto Marco Novella, rappresentante di Confintarma nonché consigliere e componente di giunta della Camera di Commercio di Genova, rispondendo a chi solleva dubbi sul rapporto costi-benefici della Gronda. Certo, per chi, dalle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della CCIAA, risulta possedere abitazioni in corso Italia e a Bogliasco, è più facile parlare con l’orticello decisamente più al sicuro.


    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    Home restaurant, Thérèse Theodor da Haiti a Genova per aprire le porte della sua cucina: «Ospito chi mi ospita»

    home-restaurant-therese-theodorL’incontro con la nuova genovese di oggi, Thérèse Theodor, nata ad Haiti e residente in Italia dal 1978, ci porta nel mondo dell’home restaurant. Per home restaurant si intende un servizio di ristorazione svolto all’interno della propria abitazione, una pratica nata nel 2006 a New York, estesa negli anni successivi in Europa e che grazie alle possibilità offerte dal web e dai social network si è estesa negli ultimi anni anche in Italia.
    L’home restaurant ha permesso a molte persone appassionate di arti culinarie di trasformare la propria cucina in un ristorante aperto occasionalmente alle altre persone, non solo amici e conoscenti, ma anche turisti e viaggiatori che possono così sperimentare la cucina originale dei luoghi visitati e ricette frutto dell’inventiva personale o delle tradizioni familiari.
    Al centro del nostro incontro con Thérèse Theodor c’è la cucina haitiana, non molto conosciuta nel nostro paese: scopriremo le affinità tra la cucina haitiana e molte tradizioni regionali e che oggi in Italia si può cucinare “haitiano” usando prodotti locali italiani.
    La ricchezza e la varietà delle tradizioni regionali in cucina, d’altra parte, è il piacevole risultato di secoli di contaminazioni e incroci culinari, che ci hanno regalato delle tradizioni naturalmente fusion, come la cucina siciliana della quale ci parlerà Thérèse.

    Attualmente in Italia l’home restaurant non ha ancora una propria disciplina specifica e viene esercitato come attività occasionale. Ci sono due proposte di legge in Parlamento, una del 2014 e una del 2015, per disciplinare lo svolgimento di questa attività, non ancora discusse e approvate. Può essere di sicuro una grande opportunità per tutte le persone con ottime abilità culinarie frenate nell’esprimere la propria creatività dai costi richiesti per l’apertura di un’attività di ristorazione tradizionale.
    Per i nuovi cittadini abili nel cucinare c’è un’opportunità in più: rovesciare il punto di vista del senso comune “ospitando chi li ospita”, come afferma Thérèse, e contribuire a diffondere la conoscenza reciproca e ad abbattere stereotipi. Quella culinaria resta un’area di diffidenza “interculturale”; una delle prime cose che si pensano rispetto a un paese che si conosce poco è: ma là, che cosa mangeranno?

    L’home restaurant fa parte di tutta quella serie di attività definite sharing economy, un nuovo stile di fare impresa basato sulla condivisione sociale e sull’incontro fra produttore e consumatore attraverso i servizi offerti dalla rete e dai social network, diffuso soprattutto nella gastronomia, nel turismo e nei trasporti. La sharing economy è un interessante ibrido fra l’esperienza gratuita della condivisione sociale e l’attività economica.

    La relazione fra il passeggero dei servizi di trasporto e il guidatore, ad uno sguardo immediato, ha le caratteristiche del passaggio gratuito fra amici e conoscenti pur configurando una transazione economica formalizzata. Qualcosa di simile accade nell’home restaurant: un’esperienza che fonde le caratteristiche dell’invito a cena in casa e del mangiare fuori, al ristorante.
    La convivenza con i servizi tradizionali di trasporti, ristorazione e turismo è piuttosto difficile per la concorrenza che si è creata a fronte di diversi inquadramenti legali e fiscali: per questo, molti auspicano una più precisa regolamentazione legale dell’home restaurant e di altre attività di sharing economy.
    Il vantaggio sarebbe una maggiore chiarezza e la possibilità di lavorare in modo non occasionale; c’è però il rischio che un’eccessiva regolamentazione possa ridurre l’aura di informalità che contribuisce ad accrescerne il fascino rendendo l’offerta della sharing economy sempre più simile a quella tradizionale. La discussione è aperta.

    home-restaurant-therese-theodorCome definiresti il tuo rapporto con la cucina?
    «La cucina è una passione che ho avuto fin da bambina. Una passione che ho cercato a volte di soffocare per fare altro….ma che, alla fine, si è sempre ripresentata!
    Io sono una persona molto curiosa, non mi piace solo la mia cucina, mi piace “la” cucina. Quella italiana è così diversa da regione a regione!
    Quando sento qualcuno che deve andare ad Haiti, la prima cosa che si chiede è: cosa mangeranno? Ognuno mangia più o meno quello che produce, non ci si può portare dietro tutto il bagaglio! C’è però un trait d’union tra la cucina haitiana e molti piatti regionali italiani. Alcune ricette siciliane, molto saporite, sono simili alle nostre; in Liguria, come ad Haiti, si usa molto lo stoccafisso, dalle frittelle all’accomodato e il pandolce genovese ricorda alcuni dolci haitiani; in Abruzzo, ci sono fagiolane simili alle nostre cucinate in modo quasi uguale; in Lombardia c’è la cassoeula che è molto simile ad un piatto haitiano che si serve proprio con la polenta! Quello che trovo sbagliato è che un francese vada a cercare all’estero piatti francesi, o un italiano la pasta o la pizza. Quando si viaggia è bello provare ad assaggiare ciò che non si conosce.
    Ad Haiti ho iniziato a lavorare nel catering a casa. Si lavorava soprattutto nei giorni di festa, o si preparavano matrimoni, cresime, comunioni in casa, e la persona veniva a ritirare l’ordinazione quando era pronta.
    A me piaceva soprattutto preparare le cose salate. Ho sempre pensato che ci sono tre cose che si condividono molto volentieri con gli altri: il cibo, la musica e lo sport. Davanti a una partita di pallone, non c’è colore della pelle che tenga! Il cibo, uguale! La musica, uguale!».

    Dopo il tuo arrivo in Italia, hai subito iniziato a lavorare nel settore della ristorazione?
    «In Italia sono arrivata nel 1978, con un contratto internazionale, quando gli italiani non sapevano neanche cosa fosse l’immigrazione. Per tre anni ho lavorato sempre in cucina in una casa privata, poi non mi trovavo bene e sono andata via. Ho abitato per un periodo a Torino, ho preso il diploma di parrucchiera ed estetista, mi sono fatta un famiglia; alla fine ho preferito tornare a lavorare nelle case.
    Da molti anni lavoro nella stessa, e cucinando anche per ospiti e amici, ora a Genova grazie al passaparola sono abbastanza conosciuta e mi sono chiesta: perché non inserire anche qualche piatto haitiano?
    Dentro una parte del mio cuore, c’è sempre stato il desiderio di esprimermi culinariamente. Così, dal gennaio del 2016, ho iniziato una mia attività di home restaurant».

    Ti piacerebbe che l’home restaurant diventasse la tua professione principale?
    «Vorrei che fosse cosi, forse presto lo sarà. E’ un sogno che vorrei portare avanti. Per ora è un’attività di tipo occasionale e per me ancora molto sporadica. Ora faccio home restaurant due volte alla settimana, e solo su ordinazione. Se dovesse concretizzarsi, diventerà la mia posizione professionale, e allora mi occuperò solo delle mie padelle, dei miei commensali».

    Attraverso quali canali i clienti sono venuti a conoscenza della tua attività?
    «Arrivano col passaparola. Il primo grande impatto è stato grazie ai media, ho anche cucinato in diretta tv per il Festival Suq. Molte persone si sono avvicinate alla mia attività dicendomi, ti ho visto sul giornale, ti ho visto in tv. Un gruppo è tornato di nuovo, e ha portato altre persone.
    Per essere a Genova è una cosa che stupisce, ma che non mi stupisce. So che il genovese si conquista col contagocce, ma una volta che ti conosce, diventi un’amica per la pelle. Qua mi sento accolta, e poi c’è il mare che mi aiuta a vivere!
    A tutti quelli che vengono al mio home restaurant chiedo di scrivere un pensiero, che sia una critica, che sia una lode, per vedere se posso migliorare, se ci sono dei cambiamenti da fare. Le persone che sono venute, almeno le prime, non le conoscevo nemmeno, credo che fossero di un livello sociale abbastanza alto, perché, quando gli ho chiesto di valutare con un prezzo menù, servizio, cortesia, hanno indicato un prezzo molto alto, non tutti possono permettersi di spendere così tanto per andare a mangiare fuori. Come età sono tutti dai 20 anni in su, ho avuto anche bambini accompagnati dai genitori».

    home-restaurant-therese-theodorChi ti contatta per una cena concorda già prima il prezzo e il menù o viene definito nel corso della serata?
    «Il prezzo è già definito, vieni e sai già quanto spendi! Il menù invece no, è al buio! L’unica cosa che chiedo è se ci sono intolleranze e allergie. Nella mia clientela ci sono anche diversi vegetariani e vegani. Non è vero che se uno non mangia carne, non mangia bene, il segreto è saper abbinare i piatti. Tutto quello che è stato creato di commestibile può essere piacevole al palato e allo spirito, basta solo saperlo cucinare».

    Negli ultimi anni, le cosiddette“cucine etniche” sono diventate piuttosto di moda in Italia. L’home restaurant può essere un’opportunità in più rispetto alla ristorazione tradizionale per far conoscere e condividere altre tradizioni e specialità culinarie e le culture che le accompagnano?
    «Per me è una grande opportunità. Tramite il cibo, tramite l’accoglienza casalinga, tu, ospite di un paese, ospiti chi ti ospita. Chi vede il tuo vissuto, chi varca la porta di casa tua, se aveva un’opinione negativa di te, si rende conto che era sbagliata. Avvicinarsi a una persona nel suo ambiente casalingo ti permette di capire che tipo di persona è, quali sono i suoi sentimenti, che cosa pensa. Per ogni immigrato sarebbe un’opportunità ospitare qualcuno a casa e avere la possibilità di parlargli di quello che ama!
    L’approccio casalingo, per me nato ad Haiti, in Europa e in America c’è già da molti anni. In Italia arriviamo sempre in ritardo, e quasi sempre si comincia da Milano e Roma. A Genova tanti hanno iniziato, non so quanti abbiano continuato. Io mi sono detta: voglio vedere se Haiti riesce a dire: ci sono, venite, ritornate».


    Andrea Macciò

  • Lanterna: entro giugno sarà parte del patrimonio artistico del Comune di Genova

    Lanterna: entro giugno sarà parte del patrimonio artistico del Comune di Genova

    lanterna-DIL’avvio della stagione estiva per le iniziative culturali sotto la Lanterna di Genova anticipa di poco un passo, che si spera fondamentale, per pensare al futuro di questa incredibile opera architettonica. Entro fine giugno, se non ci saranno intoppi, si definirà finalmente la situazione per quanto riguarda la proprietà dell’antico faro, fino a poco tempo fa in parte nelle disponibilità della Provincia di Genova e in parte di proprietà demaniale. Il Comune di Genova, che ne prenderà possesso a tutti gli effetti, ha un ruolo di primaria importanza, perchè da quel momento in poi l’attenzione si potranno (e dovranno) pensare tutti gli interventi di valorizzazione necessari, per far rinascere a nuova vita il secolare simbolo dei genovesi. Autorità Portuale e Soprintendenza saranno coinvolte nei progetti e potranno portare un aiuto maggiore sul fronte gestionale e delle manutenzioni. Non solo: secondo l’assessore al Turismo e alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla, questo scenario potrebbe aprire le porte a un piano triennale di interventi specifici.

    Si accende la stagione estiva sotto la Lanterna

    In attesa che tutto questo si verifichi i Giovani Urbanisti-Fondazione LabÚ hanno gettato le basi innestare la reazione a catena che dovrebbe portare all’opera finale, ovvero rendere la Lanterna il simbolo di Genova in tutto il suo splendore. L’hanno fatto attraverso un programma ricco che inizierà con la festa dei Camalli, altra istituzione genovese: «Finalmente domani si parte – dice Andrea De Caro, dei Giovani Urbanisti-Fondazione LabÚ – dietro ai Camalli ci sono volti e persone che svolgono un lavoro importantissimo per Genova. Il porto è sempre stato il cuore della città e quello che ci rende felici è vedere che anche loro si riconoscono nella Lanterna». Dopo questo evento, andrà in scena “Luci sul Forte” che per questa edizione torna sotto il faro; in seguito sarà la volta del Teatro dell’Archivolto con “Il racconto della Sirena”, il pic nic di ferragosto, e a Settembre sbarcherà, ed è il caso di dirlo, “Zones Portuaries”, il festival cinematografico itinerante, nato a Marsiglia, con proiezione di film sulle città portuali di tutto il mondo. «Si tratta di un network tra diverse realtà che si incontrano e che trovano il loro riferimento ideale nella Lanterna – continua De Caro – questa è la miccia che farà brillare il faro per l’estate, ma bisogna fare in modo che questa luce resti accesa tutto l’anno. Per farlo, però, è indispensabile il supporto di Tursi: «Ci vorrebbero campagne un po’ più massive – continua Andrea De Caro – se la questione della proprietà andrà in porto, potremo anche parlare di risorse necessarie per la gesione. È l’aspetto che più ci preme, perché, per quanto si possa fare, il volontariato e l’amore per questo incredibile manufatto non saranno mai sufficienti”.

    Il Crowdfounding

    Certo, i sostenitori non mancano e ultimamente sembra che l’attenzione sulla Lanterna, la sua passeggiata e il suo museo sia aumentata. Sponsor privati e associazioni di categoria forniscono un valido aiuto, e in questo contesto trova spazio anche il crowdfunding: è alle porte il progetto per portare il WiFi alla Lanterna ed è in cantiere un’applicazione sperimentale per conoscerne tutti i segreti del monumento; i fondi necessari per questo progetto sono 5000 euro, e la raccolta sta partendo. «Per un turista è monumento fondamentale – conclude De Caro – siamo nel 2016, e dovrebbe essere scontato anche per noi», noi che sotto la Lanterna ci viviamo, da secoli.

    Un altro problema cronico, quello della segnaletica turistica praticamente inesistente, potrà essere risolto solo dopo la conclusione del cantiere sulla passeggiata. Il dispiegamento di forze, quindi, appare notevole; chissà se questa volta il simbolo dei genovesi torni davvero a essere tale.

    Michela Serra

  • L’Universo di Greenaway: dal cinema alla pittura, passando attraverso la poesia

    L’Universo di Greenaway: dal cinema alla pittura, passando attraverso la poesia

    greenway-peter-festival-poesiaL’edizione 2016 del Festival Internazionale della Poesia “Parole Spalancate”, organizzato dal Circolo dei Viaggiatori nel Tempo, incomincia con un affollato prologo, presagio di un’edizione scoppiettante quanto suggestiva. Alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi si è infatti svolta la presentazione della prima parte di “Greenaway’s Universe” mostra composta da 55 opere del regista e pittore gallese che sarà esposta dal 10 giugno al 2 ottobre. Conosciuto più per i suoi film, amati dalla critica e sempre molto discussi, il 74enne Peter Greenaway ebbe un primo amore proprio con la pittura, e solo in seguito si trovò a lavorare nel cinema, dove ha comunque mantenuto l’ approccio visivo che tuttora lo caratterizza.

    Greenway, giunto in città come ospite di punta della rassegna poetica, deve essersi comunque sentito a casa, poiché è stato accolto dal classico “british weather” che ha lucidato di pioggia i prati dei parchi ma non ha allontanato un pubblico numeroso e attento.

    Il 18 giugno, al termine del Festival, sarà aperta presso la sede delle Raccolte Frugone (Villa Grimaldi Fassio, Capolungo) la seconda parte della mostra, con 44 inchiostri su carta ispirati al regista russo Eisenstein, figura centrale dell’ultimo film di Greenaway, “Eisenstein in Messico”.

    Il Festival Internazionale di Poesia

    In totale le iniziative del festival Parole Spalancate sono oltre 100 e vedono coinvolte varie zone della città con installazioni artistiche, reading all’aperto, escursioni guidate e concerti. Non mancano i tradizionali appuntamenti fissi che si svolgono nel centro storico di Genova: i percorsi poetici e il Bloomsday il 16 giugno (una lettura integrale, itinerante e collettiva dell’Ulisse di Joyce). Ma quest’anno tutte le attività sono state precedute dalle proiezioni dei principali film del regista in varie sale di Genova e Savona, e si chiuderanno con “I misteri del giardino di Compton House” nell’Arena Estiva di Nervi.

    Contemporaneamente con la seconda parte della Mostra, verranno messi in visione i cortometraggi dell’autore, girati dal 1967 al 2015, cortometraggi di cui ieri, in occasione della presentazione alla Gam, è stato dato un assaggio con “The European showerbath” accompagnato dalla colonna sonora eseguita live dal quintetto Architorti, che è risultato singolarmente suggestivo.

    Il Festival Internazionale di Poesia si conferma essere rassegna di punta, anche se ogni anno sfida la carenza di mezzi finanziari: qualche anno fa un organizzatore disse ironicamente, ma non troppo, che l’aggettivo spalancate «voleva dire senza palanche»: nella realtà, invece, è un appuntamento che si sa aprire al mondo, con idee sempre fresche e dal sapore cosmopolita. Genova ricambia, partecipa e ringrazia: la poesia è un lusso che tutti si possono permettere.


    Bruna Taravello

  • Referendum costituzionale, ecco per cosa si vota a ottobre. Folla al confronto organizzato da Libera

    Referendum costituzionale, ecco per cosa si vota a ottobre. Folla al confronto organizzato da Libera

    Nonostante all’appuntamento manchino ancora 4 mesi, la campagna elettorale per il referendum confermativo della riforma costituzionale varata dal governo Renzi riempie quotidianamente pagine di giornali e ore di talk show televisivi. In un confronto molto duro tra governo e opposizioni, a volte a perdersi è il contenuto stesso della riforma, che andrà a incidere in modo significativo sul testo costituzionale. E’ proprio per provare a recuperare i contenuti che Libera Liguria ha organizzato giovedì pomeriggio un incontro pubblico per mettere a confronto le ragioni del Sì con quelle del No al referendum.

    I genovesi hanno risposto all’appello anche oltre le aspettative, tanto che la sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale non è stata sufficiente a ospitare tutti, costringendo gli organizzatori a sportare tutto nella più spaziosa, e alla fine comunque riempita, sala del Maggior Consiglio. «Non ci aspettavamo questo successo – ammette il referente di Libera Liguria, Stefano Busi – ma questo è un segnale che c’è bisogno di un incontro come questo e siamo felici della nostra intuizione».

    A confrontarsi sul palco gli ex sindaci di Genova, Adriano Sansa (portavoce genovese per il No) e Stefano Pericu (schierato invece per il Sì) insieme con la docente di diritto costituzionale dell’Università di Genova Lara Trucco, il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile (Sì) e il deputato ligure di Sel, Stefano Quaranta (No). Assente per motivi di salute la professoressa Lorenza Carlassare, dell’Università di Padova. A moderare l’incontro l’ex magistrato Carlo Brusco.

    La riforma costituzionale

    Il prossimo ottobre saremo chiamati a votare per il referendum confermativo della legge n. 88/2016, ovvero la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi e approvata a maggioranza assoluta dal Senato, lo scorso 20 gennaio, e dalla Camera lo scorso 12 aprile.

    Punto centrale del testo è la riforma del Senato, che da organo eletto direttamente dai cittadini con funzioni identiche a quelle della Camera, diventerebbe un organo rappresentativo delle realtà territoriali. A comporre il nuovo Senato, infatti, sarebbero 95 rappresentanti eletti con metodo proporzionale dai Consigli regionali, che scelgono tra i membri stessi del Consiglio e i sindaci del territorio di riferimento (uno per ogni regione).

    La riforma, tra le altre cose, andrebbe anche a modificare il rapporto tra lo Stato e le Regioni nella direzione di un maggior accentramento di poteri e funzioni nelle mani di Roma, abolirebbe il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e introdurrebbe nuovi meccanismi per l’elezione del presidente della Repubblica.

    Se a ottobre vincerà il “Sì”, il testo sarà confermato, mentre se vincerà il “No” la riforma verrà annullata.

    Il primo, vero dibattito genovese

    referendum-costituzionale-dibattito-liberaAd aprire il confronto è stata la professoressa Trucco. «La riforma interviene su aspetti che vanno sicuramente modificati – ha esordito – come il superamento del bicameralismo perfetto, la modifica alla riforma del Titolo V del 2001 e le modifiche alla modalità di elezione del presidente della Repubblica, per evitare situazioni di difficoltà come quella del 2013 (quando Napolitano venne eletto per la seconda volta, ndr)». La professoressa ha però dato il là alla danze aggiungendo che «in combinazione con la legge elettorale Italicum, questa riforma tende a diminuire il controllo degli elettori sul Parlamento, spostando ‘verso l’alto’ gli equilibri di potere».

    Una prospettiva rifiutata dall’ex sindaco di Genova, Giuseppe Pericu, sostenitore del Sì. «L’Italicum non c’entra niente – ha detto con chiarezza – e poi se si fosse voluto davvero dare più potere al governo non sarebbe servita una riforma costituzionale, sarebbe bastato applicare l’Italicum anche al Senato, senza modificare nulla». L’Italicum è il nome con cui è nota la nuova legge elettorale, approvata nel maggio del 2015, e attualmente al vaglio della Corte Costituzionale. La legge prevede un forte premio di maggioranza (alla Camera) per la lista che raggiunge il 40% dei voti. Chi raggiunge quella soglia avrà una maggioranza del 54%. Nel caso nessuna lista raggiungesse il 40%, si procederebbe a un ballottaggio tra le 2 liste più votate. Obiettivo dichiarato della legge è garantire la maggioranza a chi vince, ma molti temono un eccessiva concentrazione di poteri nelle mani del governo.

    «Non bisogna pensare all’Italicum – ha, invece, suggerito Pericu nel suo intervento – né al governo Renzi. Non bisogna votare sulla Costituzione in base alla simpatia o meno verso il governo attuale». Pericu ha poi motivato il suo “Si” dicendo che, nel 1948, quando l’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale scrisse la Costituzione nella forma in cui la conosciamo oggi, «l’ambiente culturale, politico e sociale era molto diverso da oggi».

    Di parere opposto il suo predecessore al vertice di Palazzo Tursi, Adriano Sansa: «La Costituzione attuale non impedisce di affrontare i problemi – ha affermato – questa riforma sembra piuttosto una fuga dalle reali problematiche del nostro paese, quali il fisco e i servizi offerti ai cittadini».

    «Per una riforma così importante sarebbe servito un maggior consenso e un maggior dibattito – ha aggiunto Sansa – e non ritengo sia giusto che un parlamento eletto con una legge elettorale fortemente maggioritaria e definita incostituzionale dalla Corte (il cosiddetto Porcellum, ndr) faccia da assemblea costituente. Inoltre, la Costituzione dev’essere facilmente leggibile, questo testo è stato scritto come un cattivo regolamento condominiale». L’intervento di Sansa è stato più volte interrotto dagli applausi, e l’applauso finale del pubblico è stato decisamente più convinto di quello riservato a Pericu.

    Dai politici di ieri a quelli di oggi. Se per Alessandro Terrile la riforma renderà «più efficiente il processo legislativo», Stefano Quaranta sostiene che quelle che sembrano modifiche “tecniche” andrebbero in realtà a incidere anche sui diritti fondamentali, quelli formalmente non toccati dalla riforma. «Se ai cittadini non verrà più consentito di votare per il Senato – ha detto il deputato – di fatto si va a limitare il principio della sovranità popolare contenuto nell’articolo 1». Secondo Quaranta, che ha lavorato a lungo in Commissione Affari Costituzionali, ci sarebbero state delle alternative migliori di fatto ignorate dal governo, mentre la riforma in questione non semplificherebbe né accelererebbe il processo legislativo.

    Come ormai accade sempre più di rado, il confronto è stato sereno e si è lontano dai toni della polemica politica che spesso sta caratterizzando questo argomento. «Non possiamo ricondurre tutto a un referendum sul presidente del Consiglio o sul governo – sostiene Stefano Busi – e comunque Libera non prenderà posizione, per rispettare le sensibilità di tutti, perché siamo una rete ampia e plurale. Il nostro impegno ha come principale obiettivo la lotta alla mafia e la corruzione, ma don Ciotti (presidente di Libera, ndr) dice spesso che la Costituzione è il primo testo antimafia della storia della Repubblica».


    Luca Lottero

  • Caricamento, ecco come cambierà. Il progetto del Comune per razionalizzare la piazza

    Caricamento, ecco come cambierà. Il progetto del Comune per razionalizzare la piazza

    Sopraelevata da Piazza CaricamentoUn tempo straripante di carri, animali da soma, merci e mercanti, oggi, piazza Caricamento è quotidianamente affollata di persone, soprattutto turisti, caricati e scaricati dai pullman che raggiungono la nostra città. Un brulicante flusso umano che, spesso, deve fare i conti con la follia del traffico moderno, fatto di ingorghi, soste selvagge, rumore, manovre azzardate e smog. Per restituire una maggiore vivibilità a una delle piazze più belle di Genova, l’amministrazione comunale sta lavorando a un intervento di razionalizzazione degli spazi della parte carrabile, lato ponente.

    Ad anticipare a “Era Superba” il progetto, operativo nei prossimi mesi, è l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino: «L’intento principale è quello di fare un po’ di ordine in una delle piazze più trafficate della nostra città: un progetto che stiamo finendo di mettere a punto con la collaborazione di Amiu, presente in loco con un’area importante di raccolta rifiuti».

    Come sarà la “nuova” piazza Caricamento: spariscono i vespasiani

    Il primo nodo da sciogliere per partire con la sistemazione della piazza è legato alla presenza, lato ponente, dei “vespasiani”: «Spesso sono il primo scorcio genovese che si presenta davanti allo sguardo del turista appena sceso dal pullman – sottolinea l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile – la nostra idea è quella di eliminare dalla piazza questo impianto e, per fare ciò, stiamo cercando una locazione alternativa». L’intento sarebbe quello di conservare il servizio, utilizzato e “apprezzato” da moltissimi cittadini e, in quanto gratuito e aperto a tutti, considerabile alla stregua di un presidio di civiltà pubblica: tra le alternative papabili, una struttura di Amiu all’interno della poco distante area del Porto Antico.
    A proposito di nettezza urbana, anche l’area adiacente ai servizi igienici, che attualmente ospita dodici cassonetti, verrà riconfigurata: «Con Amiu stiamo lavorando a un mutamento della logistica per la raccolta dei rifiuti in loco – spiega Porcile – e, probabilmente, i bidoni standard oggi in uso saranno sostituiti da altri più capienti, in modo da mantenere i volumi di raccolta, permettendo una diversa razionalizzazione degli spazi della piazza».

    Statua di RubattinoUna volta messa a punto la logistica della nettezza urbana, saranno definiti i dettagli del progetto che prevede essenzialmente una diversa organizzazione della sosta dei pullman: i bestioni d’acciaio, che stazionano ogni giorno sotto lo sguardo severo e immobile dell’effige di Raffaele Rubattino, saranno solo un ricordo rumoroso e disordinato: «Predisporremo un’area dedicata davanti al Galata, dove i pullman potranno sostare dopo aver “scaricato” i passeggeri in piazza». Una mezza dozzina di posti che si aggiungeranno ai 14 stalli recentemente predisposti in via di Francia. L’accesso carrabile, quindi, sarà mantenuto, come anche l’assetto logistico del servizio pubblico di trasporto, che non sarà modificato. Nel nuovo disegno, inoltre, l’area riservata ai taxi sarà spostata al centro del piazzale, forse separata dal resto con un nuovo marciapiede, e al posto della collocazione attuale saranno tracciati alcuni stalli merci, preziosissimi per la zona.

    In definitiva, al posto del piazzale così come lo vediamo oggi, sarà predisposta una carreggiata che attraverserà ad arco la zona carrabile, abbastanza grande e larga da permettere la percorribilità dei mezzi oversize per il trasporto persone e degli autobus snodati. All’interno di questa “curva” l’area taxi, in parte al posto dello spazio attualmente occupato dai vespasiani. I posteggi moto, argomento scivoloso per l’amministrazione, soprattutto se si pensa alla prossima riorganizzazione della sosta nella zona di piazza Dante, non saranno toccati: «Conosciamo la loro importanza per la zona e, quindi, le aree di sosta dedicate alle due ruote non saranno ridotte» assicura l’amministrazione.

    Un’anima da preservare

    Un progetto, quindi, che sulla carta potrebbe migliorare la vivibilità degli spazi, mantenendo intatta l’anima della piazza e la sua “missione” storica di arrivo e partenza di cose e persone. C’è ovviamente da augurarsi che il disegno che sarà messo a punto sappia tener conto anche di quel margine di elasticità che la vita di una città come Genova necessita e che non è tracciabile a tavolino: bastano pochi minuti trascorsi a Caricamento per capire quanto un certo tipo di caos sia strutturale all’equilibrio mutevole di questo importantissimo spazio urbano. Il fascino autentico di una città come Genova è anche questo.


    Nicola Giordanella

  • Villa Gentile, crescono i finanziamenti del Comune ma il parco pubblico non c’è più

    Villa Gentile, crescono i finanziamenti del Comune ma il parco pubblico non c’è più

    villa-gentile-targa-menneaSturla è stata privata del suo giardino e, dal punto di vista delle ricadute pubbliche, la gestione attraverso concessione dell’impianto sportivo di Villa Gentile si sta rivelando praticamente fallimentare. Così si potrebbe riassumere il complicato rebus di uno degli impianti sportivi più importanti di Genova, dove, a fronte dei 40 mila euro di finanziamento versati ogni anno dal Comune, la cittadinanza ha visto ridursi sensibilmente la possibilità di usufruire di un parco pubblico, l’unico agibile del quartiere. Un’area di tutti, inglobata, di fatto, nelle disponibilità di un’associazione di privati. Una gestione che, inoltre, sembra non essere in grado di alleviare il bilancio comunale: lo scorso maggio, infatti, la giunta ha approvato un aumento di debito (attraverso mutuo) per 900 mila euro per finanziare ulteriormente alcuni impianti sportivi della città, tra cui il campo di atletica di Sturla, a cui sono stati destinati ulteriori 109 mila euro.

    Era Superba aveva già documentato gli intoppi di questo progetto: un impianto sportivo, quello di Villa Gentile, la cui gestione comunale era in perdita, che veniva dato in concessione all’associazione temporanea di scopo “Quadrifoglio”, secondo un contratto per cui, a fronte dei ricavi relativi alle attività sportive ivi condotte, rimpinguati da un finanziamento pubblico annuale, erano previsti alcuni oneri di manutenzione e adeguamento strutturale. Nello “scambio” veniva compreso il parco pubblico limitrofo, del quale lo stesso Comune non era stato in grado di garantire il decoro per i consueti limiti di budget. Un’idea semplice per tener vivo un impianto sportivo unico per la città e permettere ai cittadini di Sturla di godersi un po’ di verde. Nei fatti, però, le cose sono andate in maniera molto differente.

    Attività private su suolo pubblico

    villa-gentile-attrezziRispetto al nostro sopralluogo di due anni fa, la situazione pare addirittura peggiorata. Dal punto di vista della fruizione pubblica, l’accesso al giardino è vincolato agli orari e alle attività dell’impianto: l’ingresso di via del Mille non è stato messo in sicurezza e, quindi, risulta ancora inagibile, mentre quello di via Era viene “gestito” secondo gli orari dell’impianto (dalle 8 alle 16 nei giorni feriali). Durante i giorni festivi e durante manifestazioni sportive il parco però è inaccessibile, come denunciano i cittadini. Ma anche seguendo i suddetti orari, chi volesse approfittare di questo angolo verde dovrebbe convivere, volente o nolente, con le attività della pista e non solo. Dopo lo smantellamento della barriera che un tempo separava le corsie dai giardini (lavoro eseguito su iniziativa di “Quadrifoglio” ma non totalmente previsto dal progetto), recentemente è stata predisposta una rampa che permette agli atleti di accedere agevolmente all’area pubblica, inglobando di fatto il giardino nel circuito di atletica. In una piccola piazzetta al centro del parco, inoltre, sono stati installati blocchi di cemento utilizzati dagli sportivi per fare esercizi e stretching, mentre sono scomparsi alcuni elementi di arredo urbano collocati in precedenza dal Comune, come i cestini in metallo per la spazzatura. Ma non è finita. Nei mesi scorsi sono state posizionate delle attrezzature ginniche al centro del parco, all’interno di una improvvisata recinzione, “riservate” agli atleti. Queste macchine appaiono vetuste, arrugginite e precarie: pericolose, quindi, oltre che inutili.

    Agli occhi dei cittadini di Sturla, quindi, si tratterebbe di una vera e propria occupazione di suolo pubblico, in virtù di una concessione che sulla carta prevedeva tutt’altro. In ultimo, il 12 settembre 2015 è stata inaugurata una targa dedicata a Pietro Mennea, “piantata” in mezzo al prato del parco e presentata in pompa magna all’interno di un evento sportivo dedicato al leggendario velocista: un manufatto inizialmente non previsto nel progetto. Presente, invece, come opera perno per la riqualificazione dell’impianto, una nuova copertura della tribuna, che però ad oggi non è stata ancora predisposta.

    La diffida dei cittadini e la risposta dell’amministrazione

    L’utilizzo del parco pubblico come dependance dell’impianto sportivo non è l’unica criticità dell’affaire “Villa Gentile”. Il 30 settembre 2015 il Comitato per la difesa di Sturla ha presentato all’amministrazione, attraverso un legale, un’articolata diffida, avente come oggetto anche la gestione di altre aree inserite nel contratto; la prima è quella del parcheggio di via Era, da sempre di pertinenza dell’impianto sportivo: già nel 2014 era stato verificato che l’area era affittata annualmente a privati, cosa che la sottraeva di fatto ad un utilizzo pubblico legato alle manifestazioni sportive; una situazione che perdura anche oggi. Altro oggetto della diffida è la palestra limitrofa alla pista: un edificio compreso nella contratto di concessione e che doveva essere ristrutturato al fine di essere utilizzato anche dalle scuole della zona, in orario scolastico, e da altre associazioni sportive di quartiere, come un vero e proprio impianto pubblico. Una perizia dell’Asl 3, risalente al marzo 2015, decretava l’immobile ancora inagibile non avendo i requisiti igenico-sanitari e di sicurezza necessari per un utilizzo scolastico. La diffida invitava il Comune di Genova a predisporre perentori controlli sul rispetto degli obblighi contrattuali sottoscritti dal concessionario.

    A gennaio la risposta del Comune. Secondo le perizie effettuate dalla Polizia Municipale, non sono state riscontrate irregolarità per quanto riguarda l’apertura e la gestione degli spazi del giardino pubblico, mentre per la palestra, terminati i lavori predisposti da “Quadrifoglio”, secondo un nuovo sopralluogo dell’Asl, le normative in materia risultano ora rispettate. Anche per quanto riguarda la gestione del parcheggio non sono state riscontrate irregolarità.

    Una risposta che però non sembra essere aderente alla realtà dei fatti: il Comitato per la difesa di Sturla, oggi denuncia continue limitazioni agli orari del giardino e la tendenza a utilizzare l’area come se fosse parte integrante dell’impianto sportivo. La palestra, inoltre, non è ancora nelle disponibilità delle scuole e di altre associazioni sportive, essendo di fatto esclusivamente utilizzabile dal concessionario.

    Un traguardo che non arriva mai

    Stando alle carte e alle testimonianze dirette ci sono, dunque, due diverse realtà contrapposte: la prima, condivisa da amministrazione e concessionaria, secondo cui tutto procede nel rispetto del contratto e del progetto alla base di questa operazione. La seconda realtà, vissuta e documentata quotidianamente dai cittadini di Sturla, vede, invece, un patrimonio pubblico divenuto oggetto di “lucro privato”, a discapito del quartiere, ma non solo.

    L’unica cosa certa è che, ancora una volta, Villa Gentile può essere considerata una zona grigia, in cui non si riesce a capire dove finisca l’interesse pubblico e dove incominci quello privato. Una situazione che, oggi come ieri, richiede molti chiarimenti e dovrebbe far riflettere sulle scelte fatte per la gestione degli impianti sportivi della città: una corsa ad ostacoli che sembra non finire mai.


    Nicola Giordanella

  • Quelle strane crociate dei Genovesi

    Quelle strane crociate dei Genovesi

    genova-crociata-bambiniIl legame tra Genova e le crociate è, in certo qual modo, strutturale. Caffaro, il decano dell’annalistica genovese, non esita a coniugare il sorgere della “compagna” – e, cioè, di quell’organismo dai labili tratti pattizi e istituzionali dal quale sarebbe scaturito il comune di Genova – alla partecipazione dei propri concittadini alla prima crociata, consumatasi nel decennio a cavallo tra XI e XII secolo. La crociata – si può dire – fu un fatto nuovo e per molti versi totalizzante, che avrebbe impregnato la mentalità collettiva per secoli. E di ciò i Genovesi sarebbero stati testimoni e partecipi. La stessa storiografia genovese avrebbe fondato sulla crociata la rappresentazione dei propri concittadini, affatto tratteggiati nelle vesti di mercanti – con buona pace della nota equivalenza Ianuensis ergo mercator – bensì di combattenti, anzi, di milites Christi, a dimostrazione di quanto quell’esperienza fosse penetrata nel profondo.

    Ciò nonostante, grande fu lo stupore, a Genova, quando, nel 1212, giunse in città una nutrita massa di pellegrini – giovani, poveri, vagabondi e senza radici, o più semplicemente esclusi –, che diede vita a quella che è passata alle cronache come la “crociata dei fanciulli”. L’episodio – su cui si è scritto molto, spesso a sproposito – si inserisce nel quadro delle cosiddette “crociate popolari”: movimenti spontanei di uomini e donne, talvolta armati, speso usi alla violenza (in alcuni casi si parla perfino di cannibalismo, come nel caso dei Tafur della prima crociata), pienamente rientranti nel contesto più generale del movimento crociato, essendone sostanzialmente una delle variabili possibili e storicamente realizzate.

    A incidere sull’immaginario dei cosiddetti pueri – i semplici – del 1212 furono le aspettative di rinnovamento della chiesa e le inquietudini mistico-religiose del tempo, corroborate dall’inizio delle campagne di predicazione volte a contrastare manu militari (ma col sostegno della croce) gli albigesi della Linguadoca – meglio conosciuti come catarie i saraceni della penisola iberica, il cui messaggio conteneva pressanti appelli alla semplicità apostolica e alla penitenza. La volontà di liberare il Santo Sepolcro senza armi – vista anche l’ingloriosa fine della spedizione del 1202-1204, che era giunta a conquistare nientemeno che Costantinopoli – guidava quella turba di disperati, parte della quale, partita dai Paesi Bassi, dalla Renania e dalla Francia settentrionale tra la primavera e l’estate, era giunta a valicare le Alpi, alla ricerca di un modo per recarsi nel levante.

    L’arrivo di un gruppo consistente di pellegrini a Genova è testimoniato dall’annalistica locale, che costituisce, a tutti gli effetti, una delle poche fonti riguardanti l’episodio. Secondo l’annalista Ogerio Pane, nel corso dell’estate giunsero in città, guidati da un certo Nicola – che sappiamo da altre fonti essere originario dei dintorni di Colonia – circa settemila persone tra uomini, donne e bambini:

    [quote]Nel mese di agosto, di sabato, otto giorni prima delle calende di settembre, un certo fanciullo tedesco di nome Nicola entrò nella città di Genova, poiché era in pellegrinaggio, e con lui un’enorme moltitudine di pellegrini che portavano croci, bordoni e scarselle, oltre settemila tra uomini, donne, fanciulli e fanciulle, a giudizio di un uomo di senno. E la domenica seguente uscirono dalla città; ma molti uomini, donne, fanciulli e fanciulle di quella schiera rimasero a Genova.[/quote]

    La turba, dunque, avrebbe sostato per qualche tempo in città, o, più verosimilmente, al di fuori delle mura, probabilmente nei pressi della commenda ospitaliera di San Giovanni di Pré, che segnava allora il limite occidentale dell’abitato.

    Qualche particolare è aggiunto da Iacopo da Varagine nella sua Chronica civitatis Ianuensis, composta alla fine del secolo (nonostante egli collochi erroneamente l’episodio nel 1222). A quanto pare, Nicola aveva promesso ai propri seguaci l’apertura del mare e l’agevole accesso alla Terrasanta. Ma, sfortuna volle, che il miracolo tardasse a manifestarsi. Ciò deluse le speranze collettive, sì che, dopo qualche tempo, la maggior parte dei presenti decise di abbandonare l’impresa e di fare ritorno alle proprie case. Iacopo, anzi, afferma che i Genovesi avrebbero insistito perché i pellegrini se ne andassero, sia perché diffidavano della loro giovane guida, sia perché avevano paura che il gran numero di persone presenti in città provocasse una carestia o, più in generale, problemi di natura igienica, sia, infine, per motivi di natura politica: il giovane Federico II Hohenstaufem aveva abbandonato la città da poco tempo, il 25 luglio; la presenza di una gran massa di tedeschi, ancorché pellegrini, avrebbe potuto dare adito a fraintendimenti, visti i contrasti in corso tra il sovrano e Ottone di Brunswick per il controllo della corona imperiale. L’impegno crociato dei pueri tedeschi, dunque, pareva del tutto fuori luogo.

    La crociata delle donne

    genova-crociata-donneQualche decennio dopo, in pieno 1300, un altro episodio avrebbe fatto parlare di sé. In quell’anno, i mongoli, provenienti dalle steppe, calarono in Siria, sconfiggendo alcune armate mamelucche che controllavano la regione. La notizia – squisitamente falsa – della riconquista di Gerusalemme, contribuì a risvegliare gli animi, afflitti da quando, nel 1291, con la caduta di Acri, tutta la Terrasanta era stata perduta. Nell’estate del 1301, un francescano savonese, un certo Filippo Busserio, si fece latore presso papa Bonifacio VIII dei voleri di alcune nobildonne genovesi, appartenenti a famiglie dai nomi altisonanti – per citarne alcune: Carmadino, Ghizolfi, Grimaldi, Doria, Spinola, Cibo… –, le quali, «mente viros in corpore fragili», desideravano vestire lorica e corazza e partire alla riconquista dei Luoghi Santi. Inizialmente, Bonifacio accolse con soddisfazione i loro propositi, tanto più che a guidare la spedizione (definita significativamente «passagium quasi particolare» e, cioè, non proprio una crociata ma qualcosa di simile) sarebbe stato Benedetto Zaccaria, l’ammiraglio genovese che aveva trionfato sui Pisani alla Meloria nel 1284.

    Il 9 agosto, il papa diramò alcune lettere nelle quali esaltava l’ardimento delle donne genovesi e denigrava l’atteggiamento di principi e dei potenti nei confronti della Terrasanta:

    [quote]O miracoli, o prodigi! Le donne prevengono gli uomini nel soccorso della Terrasanta![/quote]

    Al contempo, ordinava al frate minore Porchetto Spinola, amministratore dell’arcivescovado genovese, di predicare la croce in città, ingiungendo ai membri dell’ordine francescano di accompagnare la spedizione. Bonifacio si spinse sino a chiedere allo Zaccaria d’informarlo dei piani d’azione. Tuttavia, poco dopo, tornò sui propri passi, vietando alle dame genovesi di partire.

    Perché? Difficile dirlo. Il sospetto è che il problema fosse rappresentato dallo stesso Zaccaria – un personaggio scaltro e facoltoso, dalla biografia degna d’un romanzo – che desiderava probabilmente ritagliarsi un dominio personale lungo la costa siro-palestinese. Il tutto, dunque, finì in una bolla di sapone.

    E di quelle ardite femmine non si seppe più nulla.

    Antonio Musarra

  • Amt, trasporto pubblico a rischio collasso. Il 42% dei bus di Genova ha più di 17 anni

    Amt, trasporto pubblico a rischio collasso. Il 42% dei bus di Genova ha più di 17 anni

    amt-bus-trasporto-pubblicoOgni giorno a Genova circa 700 autobus escono dalle rimesse per trasportare su e giù per la città i genovesi; o perlomeno ci provano. Con una media di circa 5 mila guasti all’anno (secondo le stime dei sindacati di settore), non passa giorno senza qualche intoppo, dai più banali a quelli più distruttivi. La causa di questa “strage” è l’anzianità dei mezzi, tra i più vecchi d’Europa, e la continua riduzione delle risorse pubbliche investite nel settore: se questa congiuntura non cambierà, il servizio di trasporto pubblico nella nostra città rischia di collassare in tempi brevi.

    Questo è quanto si ricava dalla relazione di Stefano Pesci, direttore generale di Amt Genova, pubblicata sul primo numero di Omnibus, il periodico di Amt tornato alle pubblicazioni pochi giorni fa, dopo alcuni anni di stop.

    I numeri, come spesso accade, parlano chiaro: l’anzianità del parco mezzi dell’azienda di trasporto pubblico genovese si attesta sui 14 anni di media, contro i 12 anni calcolati su base nazionale. Il confronto diventa schiacciante se si guarda al di là delle Alpi: la media europea, si ferma, infatti, a 7 anni; esattamente la metà dei bus di casa nostra. Entrando nel dettaglio, scopriamo che circa il 6,5% dei bus, cioè una quarantina di mezzi, ha più di 25 anni, mentre il 36% (vale a dire 250 unità) è antecedente alla normativa Euro 3, entrata in vigore nel lontano 1999. «Una tale vetustà ha inevitabilmente prodotto l’aumento del numero dei guasti in linea e dei fermi bus in rimessa per riparazioni» spiega Pesce, sottolineando che questo «incrementa progressivamente l’incidenza dei costi di manutenzione sul bilancio aziendale, ma conduce anche a preconizzare un possibile collasso del sistema di trasporto locale su gomma, stante l’impossibilità di far circolare mezzi sempre più difficilmente riparabili, anche per la problematicità di reperire sul mercato i pezzi di ricambio per veicoli così arcaici».

    Nel 2013, a seguito dello sciopero del personale Amt che bloccò la città per diversi giorni, Regione Liguria siglò un accordo per l’acquisto di 400 nuovi bus, di cui 200 destinati all’azienda genovese. Ad oggi, però, le gare bandite da Ire s.p.a., la società designata dalla Regione come appaltante, hanno portato all’assegnazione di 62 mezzi, di cui solo 48 sono stati già ordinati, sulla base delle risorse regionali messe effettivamente a disposizione. Uno stallo che potrebbe portare nei prossimi 3 anni a un ridimensionamento considerevole del servizio offerto, già pesantemente ridotto in questi anni di vacche magre.

    Per tamponare la situazione, nel il 2016 Amt ha previsto un investimento di 8 milioni di euro per l’acquisto di nuovi mezzi, attingendo a risorse interne; una spesa che troverà l’eventuale copertura finanziaria solo a seguito di una corposa vendita degli asset immobiliari dell’azienda, a cui comunque dovrebbe aggiungersi una considerevole iniezione di liquidità da parte di Comune di Genova. Uno scenario tutt’altro che sicuro.

    La situazione italiana

    grafico-anfia-busNella sua relazione, Stefano Pesci definisce la situazione genovese come paradigmatica per tutto il panorama italiano. I dati sul sistema del trasporto pubblico a livello nazione, infatti, non sono rassicuranti: in un solo anno, l’anzianità media del parco autobus è aumentata del 10%, arrivando alla soglia dei 12,21 anni, cifra che catapulta l’Italia tra i primi posti in questa poco virtuosa classifica. Questa situazione ha le sue radici nei mancati investimenti in questo settore: se nel quadriennio 1997-2001, infatti, furono spesi oltre 2,3 miliardi di euro, nel periodo 2012-2015 le risorse messe a disposizione sono crollate a 110 milioni di euro. Circa un ventesimo. Questa situazione ha spinto il governo ad accantonare per il settore nuove risorse: per il periodo 2015-2022 un totale di 1,2 miliardi, distribuiti su base annuale secondo quote evidenziato nel grafico elaborato da Omnibus (qui a fianco). Secondo Pesci, però, questo non sarebbe sufficiente a garantire il rientro negli standard europei: «I 485 milioni previsti per il quadriennio 2015- 2018 non sono bastevoli neanche per sostituire tutti i bus Euro 0 che in base alla Legge di Stabilità 2015 non potranno più circolare a far data dal 1 gennaio 2019». Per rottamare i circa 8500 mezzi che ricadono in questa categoria sarebbero necessari, secondo le stime di Anfia (Associazione nazionale fra industrie automobilistiche), nei prossimi 4 anni, circa 1,9 miliardi di euro.

    Secondo il direttore Amt, inoltre, il mancato investimento in questo settore sta facendo da volano negativo per tutto l’indotto industriale a cui è legato: la produzione nazionale di settore ha subito una contrazione del 91,64% rispetto al 2005, con tutte le relative ricadute occupazionali e sociali.

    Il futuro del trasporto pubblico locale

    Nello studio Anfia sono ipotizzati tre scenari futuribili: il primo, quello tendenziale, cioè che segue il mantenimento dei livelli attuali di investimento, prevede il collasso del sistema di trasporto pubblico quando il parco mezzi raggiungerà l’età media di 20 anni, cioè fra 8 anni su base nazionale. A Genova, come abbiamo visto, questo potrebbe succedere molto prima. Il secondo scenario, quello conservativo, prevede un investimento statale di 3,8 miliardi nei prossimi 8 anni per mantenere l’età media dei bus sui 10 anni; il terzo, che farebbe rientrare l’Italia negli standard europei, stima per lo stesso periodo un investimento di 7,2 miliari di euro, per l’acquisto di 34 mila nuovi mezzi. Cifre molto lontane da quelle messe sul piatto da Roma.

    Il grido di allarme di Amt, quindi, deve essere preso sul serio dagli enti locali e dal governo: la sopravvivenza stessa del servizio di trasporto pubblico locale è appesa a un filo e dovrebbe essere studiato e realizzato un piano di intervento massiccio e il più possibilmente rapido. Ogni giorno che passa è un giorno di ritardo: domani i nostri autobus potrebbero essere arrivati davvero al capolinea.


    Nicola Giordanella