Anno: 2016

  • Beni confiscati alla mafia, parte la riqualificazione degli immobili Canfarotta

    Beni confiscati alla mafia, parte la riqualificazione degli immobili Canfarotta

    unknown-8-225x300Tracciare un “percorso sinergicoper disegnare un progetto di recupero dei “beni Canfarotta” confiscati definitivamente alla mafia nel febbraio 2014 nell’ambito dell’operazione “Terra di Nessuno” della Dia (Direzione investigativa antimafia) balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009. E’ quanto emerso ieri in Prefettura a Genova durante la riunione del Nucleo di Supporto dell’Agenzia Nazionale beni sequestrati alla criminalità organizzata. Gli immobili che compongono il patrimonio sottratto dalle mani mafiose sono più di 100, quasi tutti dislocati nel centro storico genovese. Si tratta della più grande confisca del nord Italia, per un valore complessivo di quasi 4 milioni di euro, suddiviso in 115 beni immobiliari, di cui 96 nel territorio genovese, attualmente di proprietà dello Stato nell’ambito dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati.

    Viene dunque ufficializzata l’opportunità alla cittadinanza di riappropriarsi di spazi e luoghi a lungo utilizzati per finalità illecite, nonché l’occasione per favorire il recupero di un contesto territoriale connotato da elementi di disagio e degrado. E dopo più di due anni di attesa è stata messa in atto la legge 109/96, che stabilisce che “i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati”. Saranno, infatti, cittadini e associazioni le parti attive del progetto di recupero del centro storico genovese.

    Per accorciare i tempi e rendere rapida l’attuazione dell’utilizzo del patrimonio confiscato, verrà a breve convocato un tavolo tra Prefettura, Regione, Città Metropolitana e Comune di Genova dove sarà redatto il progetto di recupero. Si comincerà dallo studio di fattibilità tecnica su circa la metà dei beni per poi attribuire una destinazione diversificata a ogni unità immobiliare. Alcune saranno a uso commerciale, altre per fini socio-abitative e culturali, tutte imprescindibilmente idonee a promuovere la riqualificazione dell’area interessata. Un progetto che costituirà la base per accedere ai fondi di finanziamento comunitario.

    centro-storico-vicoli-finestra-d4-300x200A luglio scorso si era anche parlato di trasformare alcuni immobili in un albergo diffuso tra vico Rosa, vico Pepe e vico Portanuova, nel sestiere della Maddalena, per un investimento complessivo di 1,7 milioni di euro. Secondo le prime ipotesi la realizzazione di questo progetto include: la riqualificazione di 7 locali a piano terra per un costo di 350 mila euro; 3 appartamenti più un magazzino in vico Gattagà 5, per 410 mila euro; 4 appartamenti in vico Angeli 7, per 404 mila euro; 3 appartamenti in vico Chiuso degli Eroi per 215 mila euro; altri due lotti rispettivamente di 8 e 6 alloggi sparsi in centro storico per un totale di 14 beni immobiliari e un investimento complessivo di oltre 1 milioni di euro. Non solo, il Comune di Genova aveva già manifestato l’intenzione di acquisire 46 immobili tra la Maddalena e piazza delle Erbe.

    Durante la riunione in Prefettura è stata anche decisa una collaborazione tra l’amministrazione genovese e le iniziative già in atto nel centro storico per privilegiare la messa a punto dei progetti esecutivi di più immediata realizzazione. In questa fase saranno coinvolte anche le realtà che operano nei settori della lotta alla criminalità organizzata e della promozione della legalità, del contrasto al degrado e della promozione della riqualificazione urbana, nonché del sostegno alle categorie disagiate.

    E.C.

  • No alla proroga della fidejussione per il 105 Stadium, la giunta Doria va “sotto” in Sala Rossa

    No alla proroga della fidejussione per il 105 Stadium, la giunta Doria va “sotto” in Sala Rossa

    105-stadiumCon 17 voti contrari, 16 a favore e 4 astenuti il Consiglio Comunale respinge la delibera che avrebbe prorogato di un anno i termini della fidejussione a carico dell’amministrazione per la gestione del 105 Stadium. Una fideiussione posta a garanzia del mutuo acceso nel 2002 dalla General Productions srl per la realizzazione e la gestione dell’impianto polifunzionale della Fiumara. In questo modo, la giunta Doria (il sindaco non era presente in aula) subisce ancora una volta veti incrociati della Sala Rossa. Al rientro dalle ferie, quindi, si torna alla “normale” battaglia politica che ad oggi ha accompagnato tutto il ciclo amministrativo.

    Numeri e dubbi

    Lo scontro nasce dalla richiesta, da parte di General Production srl all’Istituto del Credito Sportivo, di traslare di 12 mesi il piano originario di ammortamento del credito, allungando quindi la necessità di copertura della garanzia messa in campo dal Comune di Genova. Non è la prima volta che questa società fa una simile richiesta: nel 2013 venne già concessa una proroga che posticipò la data di estinzione del mutuo al 31 marzo 2020.

    Il Consiglio Comunale ha però respinto la nuova richiesta tra le polemiche. L’argomento è stato oggetto di una recente commissione che non ha portato i chiarimenti richiesti da alcuni consiglieri: i bilanci della azienda, infatti, non sono conosciuti e non sono stati portati in aula per lo studio della situazione. Un caso che ha molti lati “oscuri”: se da un lato, infatti, la scelta fatta nel 2001 ha permesso alla città di avere una struttura polivalente che prima non aveva, in un’area della città all’epoca da riqualificare, dall’altro lato la gestione della concessione non sembra essere ad oggi così vantaggiosa per le casse del Comune, che dalla concessionaria incassa un canone annuale simbolico di 500 €, contro i 900.000 € di affitto che vengono richiesti dalla General Productions alla Virgin per la locazione dei locali della palestra. «Se la società non potesse pagare il mutuo, ad oggi il Comune dovrebbe garantire quanto ancora non pagato – ha affermato il consigliere Andrea Boccaccio del  M5S, prima del voto – cioè circa 2 milioni di euro, tornando però in possesso del bene 13 anni prima del previsto, potendo subito incassare gli affitti che oggi vengono versati per l’uso dell’impianto». Cioè circa 11 milioni, con il canone attuale, spalmati da qua al 2031, anno di scadenza della concessione. Senza contare che gli oltre 7 milioni della fidejussione sarebbero sbloccati anzitempo.

    I conti non tornano

    Il contratto di concessione fu stipulato nel 2001, sotto la giunta Pericu, con validità trentennale. Per la realizzazione dell’opera le casse del Comune di Genova sborsarono 18 miliardi di lire a fondo perduto, più 14 miliardi di lire a titolo di garanzia. Ad oggi non sappiamo quanto la General Productions abbia guadagnato dalla gestione dell’ infrastruttura polifunzione della Fiumara, l’unica a Genova di questo tipo.

    A votare contro la delibera i consiglieri Balleari e Campora del Pdl; Putti, Boccaccio, De Pietro, Muscarà e Burlando del M5S; Baroni, De Benedictis e Mazzei del Gruppo Misto; Musso Enrico, Musso Vittoria per Lista Musso; Bruno e Pastorino per Federazione della Sinistra; Gioia e Repetto per Udc; Piana per Lega Nord. A favore invece Farello, Canepa, Guerello, Lodi, Pandolfo e Veardo del Partito Democratico; Pignone, Comparini, Gibelli, Nicolella, Padovani e Pederzolli di Lista Doria; Grillo per il Pdl, Chessa di Sel, Malatesta e Anzalone del Gruppo Misto. Astenuti: Caratozzolo e Gozzi di Percorso Comune e Salemi di Lista Musso. Per la cronaca, questo risultato è arrivato con la seconda votazione, poiché la prima, che aveva visto vincere il sì 14 a 13 (con 6 astenuti) è stata annullata in seguito alla confusione generata da diversi cambi di voto in itinere. Dopo le proteste di alcuni consiglieri, si è proceduto con il secondo conteggio che ha ribaltato il risultato.

    Con questo voto per il Comune non cambia molto: la palla adesso passa all’Istituto del Credito Sportivo che dovrà valutare cosa fare. Con la mancata approvazione della delibera i termini della fidejussione rimangono al 2020, e quindi anche il mutuo potrebbe rimanere invariato. Saprà la General Productions srl fare a meno di questa proroga? Staremo a vedere. Rimane il dato politico: ancora una volta la giunta Doria non ha i numeri in Sala Rossa. Gli ultimi mesi di questo ciclo amministrativo saranno senza dubbio intensi: la battaglia politica per le amministrative del 2017 è appena incominciata.

    Nicola Giordanella

  • Rifiuti, il “Patto per la Bellezza” di Amiu e Comune per ripulire la città

    Rifiuti, il “Patto per la Bellezza” di Amiu e Comune per ripulire la città

    AmiuPassata la tempesta (giudiziaria), Amiu e Comune si attrezzano per ripulire Genova, chiamando a raccolta anche la cittadinanza attiva. L’obiettivo è avviare fin da subito un’attività straordinaria per la rimozione dei rifiuti ingombranti in attesa che, entro la fine dell’anno, si concluda la gara per l’assegnazione del servizio ad una nuova ditta appaltatrice. Come è noto, infatti, in seguito all’inchiesta che in primavera ha travolto la principale ditta subappaltante, la Switch 1988 spa, il ritiro degli ingombranti porta a porta è sospeso dallo scorso mese di marzo e chi deve disfarsi di un mobile o di un qualsiasi altro rifiuto voluminoso è costretto a portarlo in una delle quattro isole ecologiche della città. Oppure ad affidarsi al camioncino EcoVan che da solo, tuttavia, non può minimamente fare fronte alla richiesta, come d’altra parte ammette lo stesso assessore all’Ambiente, Italo Porcile: «Nel bando di gara degli ingombranti si parla di 5250 pezzi da ritirare al mese, vale a dire circa 250 al giorno. Impossibile per un solo furgone».

    Contestualmente al lancio del piano di pulizia straordinaria che coinvolgerà tre cooperative – una per il Ponente, una per il Centro ed una per il Levante – incaricate di intervenire in tutta la città in coordinamento con Amiu e in base alle priorità indicate da ciascun Municipio, lo stesso Porcile ha anticipato i contenuti di una delibera che prevede un sostegno economico concreto a supporto dei progetti di cittadinanza attiva per il decoro urbano: «In questa fase è per noi di vitale importanza l’apporto che viene dai comitati e dalle associazioni di cittadini. Oltre che ringraziarle, dobbiamo garantire a queste persone i servizi di supporto necessari, assicurando loro il ritiro dei materiali raccolti nella pulizia di strade, parchi, giardini e spiagge». Concretamente, le organizzazioni di privati cittadini interessate a dare una mano dovranno rivolgersi al proprio Municipio di riferimento il quale, di concerto con il Comune, individuerà le iniziative più meritorie. «Le risorse che andremo a destinare a questo servizio dipenderanno dalle segnalazioni che ci arriveranno dal territorio, ma immagino che complessivamente la cifra ammonterà a circa 100mila euro da qui alla metà del prossimo anno», prevede Porcile.

    Il coinvolgimento dei cittadini, infatti, andrà avanti anche dopo il superamento dell’attuale fase di emergenza e porterà all’istituzione di un “Patto per la Bellezza” che dovrebbe prevedere, oltre ad una definizione strutturale della collaborazione tra Comune e privati, anche una serie di iniziative sul piano della comunicazione e della sensibilizzazione. «Anche da questo punto di vista – conferma l’assessore all’Ambiente – c’è ancora molto da fare. Al di là di chi viola consapevolmente le regole in materia di smaltimento dei rifiuti e per i quali servono solo adeguate sanzioni, infatti, molti non hanno ancora la piena coscienza del fatto che la raccolta differenziata non è solo un comportamento virtuoso, ma anche un obbligo di legge». La delibera anticipata oggi da Porcile sarà portata in giunta giovedì, assieme a quella per l’avvio del piano di differenziata spinta, che questa volta include anche il porta a porta. Secondo quanto riferisce lo stesso assessore, infatti, la sperimentazione avviata nelle alture del Levante sta dando gli esiti sperati e, in un quadro di riforma complessiva del sistema di raccolta, sarà implementata ad altre aree della città.

    Il presidente di Amiu, Marco Castagna, traccia invece la road map per il ripristino del servizio di ritiro degli ingombranti: «La gara partirà entro la fine di questa settimana e prevediamo che si concluda entro la fine dell’anno, in modo da rendere il servizio operativo già da gennaio 2017. Il nuovo appalto durerà due anni e recupererà i diciotto addetti utilizzati dalla ditta precedente, altri sedici saranno invece reimpiegati tramite la gara per il ritiro della carta conferita nei bidoncini da 240 a mille litri: anche questa partirà a breve e avrà durata di sei mesi più altri sei rinnovabili. Complessivamente, quindi, saranno nuovamente impiegate 34 persone che già erano impegnate nel precedente appalto, applicando così la clausola sociale di salvaguardia dei lavoratori ex Switch e Giglio».

    Sempre a proposito della carta, Comieco, vale a dire il consorzio incaricato del riciclo, ha annunciato che per i prossimi tre mesi destinerà alle popolazioni terremotate 70 euro per ogni tonnellata di materiale raccolto: «Una ragione in più per incentivare i cittadini ad un comportamento virtuoso, perché facendo una buona raccolta differenziata sarà possibile accantonare qualche milione di euro per le popolazioni colpite dal sisma», è l’appello di Castagna, che in generale invita i genovesi a proseguire con le loro segnalazioni delle principali criticità esistenti nei quartieri. L’ultimo punto toccato dal presidente di Amiu, riguarda il rapporto con le attività economiche. «Per contrastare l’abbandono dei rifiuti ingombranti, organizzeremo a breve un vertice in Camera di Commercio in cui sensibilizzare le imprese ad avvalersi delle isole ecologiche dove, è bene ribadirlo, è possibile conferire in maniera assolutamente gratuita. Basta essere in possesso del necessario patentino».

    Marco Gaviglio

  • Corsetti, una ricetta genovese che ha origini antiche

    Corsetti, una ricetta genovese che ha origini antiche

    CorsettiI corsetti, detti in dialetto genovese curzetti, sono una pasta tipica della cucina ligure e possono avere due formati diversi: quelli alla polceverasca, hanno una tipica forma piccolo otto, quelli del Levante sono piccoli medaglioni di pasta decorati in modo particolare, e per questo si definiscono anche corsetti stampati.

    La decorazione viene fatta con uno stampino in legno e le loro origini risalgono al Rinascimento, dove i nobili personalizzavano la pasta con lo stemma della propria famiglia per affermare il loro potere sul territorio. Il nome deriva dall’immagine di una piccola croce (cruxetta) con la quale veniva originariamente decorato un lato dai corsetti. Nel levante ligure, con la parola “corzetto” s’intende sia lo stampo di legno, che la pasta così incisa.

    Ingredienti

    Mezzo chilo di farina di grano duro, 3 rossi d’uovo, sale.

    Preparazione

    Preparate l’impasto con la farina di grano duro, unitevi i rossi d’uovo (la proporzione è sei rossi per ogni chilodi farina) e il sale. Dall’impasto prendetene poco più di un fagiolo) e date loro la forma di 8 comprimendo entrambe le parti con i due indici ( destra e sinista contemporaneamente) nel caso li vogliate alla polceversarca. Se invece vli volete di forma tradizionale, create una sfoglia con l’impasto e tagliatela a cerchiatti, su cui imprimte il disegno del tipico stampino in legno utilizzato nella tradizione (ovviamente questo è facoltativo).

    Lasciate essiccare i corsetti coprendoli con carta straccia. Potete condirli con il sugo di carne o funghi, con il pesto, con la salsa di noci o con una salsina composta da burro, pinoli tritati, maggiorana o salvia.

    Stampini dei corsetti

  • Ex Caserma Gavoglio, i bandi di Tursi alla prova della progettazione partecipata e trasparente

    Ex Caserma Gavoglio, i bandi di Tursi alla prova della progettazione partecipata e trasparente

    gavoglio-puc 2La chiave di volta per la riqualificazione dell’ex caserma Gavoglio nel quartiere del Lagaccio, sta nella scrittura dei bandi. «Se non sono condivisi, si rischia il flop»: il monito è di Enrico Testino, membro di “Progettare la città”, una delle numerose associazioni che si occupano di promuovere i percorsi di valorizzazione della Gavoglio. Se da una parte finalmente si è partiti con i progetti per restituire l’area del Lagaccio alla cittadinanza, lo scivolone potrebbe essere dietro l’angolo. Scenario da evitare, è evidente, ma che può essere arginato proprio con la condivisione di tutte le realtà nel mettere insieme quelle parole che porteranno a un progetto complessivo vero e proprio.

    Andiamo con ordine: intorno a metà luglio il Comune di Genova ha depositato presso Soprintendenza e Demanio il programma di valorizzazione, necessario per avere il via libera per consegnare l’area a titolo gratuito a Tursi. La strada per la riqualificazione della Gavoglio è molto lunga, e non a caso il programma è un corposo documento da oltre cinquecento pagine. Per questo motivo da “Progettare la città” arriva un messaggio forte e chiaro: se il Piano Urbanistico Operativo e i bandi non saranno scritti in modo condiviso e trasparente, il rischio è che proprio quei bandi cadono nel vuoto. Tornando al programma di valorizzazione, gli scenari che si prospettano sono due e con due diversi impegni economici. Il primo vale 69 milioni di euro e prevede più spazi liberi, mentre il secondo, che vale circa 78 milioni, prevede più volumi relativi a costruzioni. Quello che ad oggi appare sicuro, è lo spazio dedicato ad un parco pubblico, che tutto il quartiere ha chiesto con forza sin dall’inizio. Sarà il Consiglio comunale a decidere quale sarà l’opzione da seguire; l’obiettivo, naturalmente, sono i finanziamenti europei da intercettare.

    Gli elementi del progetto

    Secondo il progetto di valorizzazione dell’ex caserma, ci sono alcuni elementi certi che restano uguali in tutti e due gli scenari previsti: un parco urbano nella parte centrale dell’area e nella valletta del rio Cinque Santi, il recupero degli edifici sottoposti a vincolo, la riqualificazione dei percorsi e degli spazi storici interni al compendio, il recupero delle cortine murarie storiche che delimitano l’area, il mantenimento e la riqualificazione di una parte degli edifici, il potenziamento dei percorsi pedonali interni e di raccordo con l’area del parco del Peralto e la demolizione dei due capannoni in uso all’istituto idrografico della Marina Militare. Nel frattempo qualcosa si muove: nei giorni scorsi il Comune di Genova ha promosso due eventi aperti alla cittadinanza proprio all’interno del compendio. Non tutti, però, sono contenti di come sono andate le cose: «In uno dei due eventi è stato invitato a parlare un esperto di condivisione – spiega Testino – ma Tursi ha invitato solo le dodici associazioni di Rete Casa Gavoglio. Questa non è vera condivisione, anzi siamo di fronte a un paradosso”.

    Una lacerazione tra realtà territoriali che potenzialmente potrebbe danneggiare il percorso di condivisione con tutta la città fatto fino ad oggi: «Non credo che questo sia uno stop finale alla partecipazione – conclude Enrico Testino – piuttosto penso che si sia solo arenata». Le speranze che si torni a essere uniti ci sono ancora, l’occasione è proprio la scrittura dei bandi: «Potrebbe essere questa una nuova, entusiasmante esperienza».

    Michela Serra

  • Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    Tutti a bordo! Il viaggio diplomatico di una galea genovese del XIV secolo

    galea-galata«A chi giunge dal mare, il seno di Giano offre uno spettacolo d’ineguagliabile bellezza. Nel sole meridiano, Genova si staglia all’orizzonte, immobile, sospesa ai contrafforti che la sovrastano». Capita spesso di auto-citarsi, anche se l’auto-citazione può apparire un segno di civetteria. In questo caso non è così. Non v’è modo migliore di parlare d’una città che attraverso parole a lungo meditate. E vi assicuro che è quanto accaduto con l’introduzione al mio Genova e il mare nel Medioevo, recentemente edito da “il Mulino”. Per questo, mi auto-assolvo dall’auto-citazione, e proseguo: «E’ questa l’immagine fornita da molti viaggiatori medievali, colpiti dalle possenti strutture del suo porto, dalle mura imponenti, dai suoi palazzi ricoperti da marmi splendenti, dai suoi dintorni cosparsi di residenze di campagna, immerse in una vegetazione rigogliosa. E’ vero, Genova la si capisce meglio dal mare. E’ il mare a costituire, nel lungo millennio medievale, il primo ed essenziale richiamo per i suoi abitanti, i quali prosperano grazie al commercio e alle attività finanziarie, viaggiano da un capo all’altro del mondo conosciuto, si stabiliscono fuori patria, fondando qua e là non nuove città ma “atre Zenoe”, e nonostante ciò avvertono sempre e comunque il richiamo della madrepatria, eletta da tempo a “porta” d’Europa e del Mediterraneo».

    Ora, che cosa succederebbe se provassimo a calarci per un momento nella realtà dei viaggi per mare del tempo? Se salissimo a bordo di una galea genovese per compiere un viaggio alla volta di Alessandria d’Egitto?  L’Archivio di Stato di Genova conserva oltre 120 registri di bordo di galee genovesi, per la quasi totalità inediti, redatti tra il 1350 e il 1450 circa, densi d’informazioni sulla realtà dei viaggi per mare del tempo, ma concentrerò la mia attenzione su un singolo registro, a suo modo rappresentativo dell’insieme. Si tratta del libro mastro della galea Sant’Antonio, conservato sotto il numero 724, noto agli studiosi perché utilizzato negli anni Sessanta del secolo scorso da John Day per uno studio sui prezzi delle derrate alimentari alla fine del Trecento. Il manoscritto si presenta in discrete condizioni di conservazione. Si tratta d’un volume di carta filigranata – il soggetto è quello della freccia in scocca nell’arco rivolta verso l’alto – rilegato da un foglio di pergamena di cm. 15 x 40,4, composto da 5 fascicoli legati assieme di 12 fogli l’uno piegati a metà, per un totale di 60 fogli e 120 pagine. Sul «recto» di ciascuna carta, in alto a destra, è presente una numerazione romana progressiva, da c. I a c. CXVI, certamente originale, la quale s’interrompe (pur conteggiandole) in corrispondenza delle numerose carte bianche e di diverse altre carte senza una logica precisa. La cartulazione originaria è integralmente visibile.

    Destinazione Egitto

    L’identità dello scriba, Iacopo di Compagnono, emerge dalla c. I, che funge da intestazione per l’intero manoscritto: «Cartularium in quo continentur raciones gallee domini Silvestris de Marinis, scriptis [sic] et compoxite in Ianua per me Iacobum de Compagnono scribam dicte gallee, et in dicto volo quod detur fides et ad mayolem cautellam pono signum meum talle». Di grande interesse è il contenuto. La galea Sant’Antonio – per la precisione una galea da mercato a due alberi – prende il mare dal porto di Genova nella primavera del 1382 alla volta di Alessandria d’Egitto. Il Comune è appena uscito da un’aspra guerra navale combattuta contro Venezia, che ha creato dissapori col sultanato egiziano. Le continue vessazioni subite dai mercanti genovesi, ma anche veneziani e catalani, da parte delle autorità egiziane avevano già portato, nel 1369, a una sospensione del commercio genovese e veneziano con l’Egitto e la Siria e a una dimostrazione navale congiunta davanti al porto d’Alessandria. Ma tutto s’era risolto con un nulla di fatto. Nel 1383, i Genovesi dichiararono guerra all’Egitto, ufficializzando una situazione che si trascinava da troppo tempo. Non mancarono i tentativi di mediazione: un documento conservato nel fondo Diversorum dell’Archivio di Stato di Genova informa di come, il 9 gennaio del 1382, il doge Nicolò Guarco e il Consiglio degli Anziani stabilissero l’invio di due ambasciatori – un nobile, Cosma Italia, e un popolare, Marchione Petrarossa – presso la corte sultaniale (retta, a causa della minore età del legittimo titolare, dall’emiro Barquq) per trattare delle condizioni dei mercanti genovesi nelle terre nilotiche e siriane. Ebbene: il 20 marzo, i due ambasciatori furono accolti a bordo della Sant’Antonio dal patrono, Silvestro de Marini, in procinto di salpare per l’Oltremare. Il verbo utilizzato, “accogliere”, non deve stupire: l’imbarcazione non è di proprietà del Comune che, com’è noto, a differenza di Venezia, non aveva una flotta in pianta stabile, riservandosi di armare o noleggiare galee all’abbisogna. La Sant’Antonio è armata specificamente per un viaggio commerciale. Gli ambasciatori, dunque, vi salgono come normali passeggeri (ovviamente paganti).

    Il viaggio è organizzato nei minimi dettagli. Dalla metà di gennaio alla metà di marzo del 1382 sono effettuate numerose spese, definite dallo scriba «pro aconcio galee», destinate, cioè, alla messa a punto della galea. In particolare, si acquistano 4 cantari e 52 rotoli di stoppa (pari a circa 2 quintali e mezzo), 5 cantari di pece di Romània, pece di fiandra, legname, chiodi, 6 cantari di sego di Caffa «pro ungendo galeam», e poi un numero elevatissimo d’attrezzature di bordo, obbligatorie secondo gli statuti (bandiere, remi, pennoni, sacchi, recipienti di vario tipo) e provviste durevoli: pesci salati, tonno, sardine, carne affumicata, lenticchie, fave, ceci, zucchero, spezie, riso, aceto, acqua. Particolare attenzione è dedicata, inoltre, al riattamento dello scandolaro, la camera di poppa destinato ad ospitare i mercanti e gli ambasciatori.

    Il Mediteranneo a bordo

    Il registro non specifica le misure dell’imbarcazione; tuttavia, secondo il Liber Gazarie, elencante le caratteristiche tecniche che una galea doveva possedere per recarsi «ultra Sciciliam, ad partes Romanie et Syrie», possiamo ipotizzare che la Sant’Antonio fosse lunga da ruota a ruota circa 40 metri, larga al ponte 6 metri ed alta al puntale 3 metri e mezzo. Insomma, v’era parecchio spazio per ospitare, oltre ai mercanti e agli ambasciatori, tutti i 194 uomini dell’equipaggio, comprendenti il patrono, il comito, il subcomito, lo scriba, un cambusiere, 16 balestrieri, 4 cordai, 2 sarti, un calafato, un macellaio e ben 174 rematori: grossomodo la cifra indicata dagli statuti per le galee in partenza per il Levante. Lo scriba fornisce un elenco dettagliato di tutto il personale di bordo, la cui origine etnica è quanto mai varia: 38 uomini si dichiarano genovesi, 36 provengono dalla riviera di Levante, 16 da quella di Ponente, ma vi sono anche 19 uomini provenienti dall’Appennino ligure, 4 dalla Corsica (in particolare da Bonifacio), 2 dalla Sicilia, singoli personaggi da Parma, Asti e Padova; e poi dal Levante: 15 da Pera, 7 da Caffa (ma sono in totale 29 coloro che provengono dal Mar Nero), 5 da Chio, 2 da Cipro, e poi altri ancora da Cordova, Maiorca, Trapani, Trebisonda, Simisso, Zara, i quali s’imbarcano tutti da Genova, secondo una prassi che non deve stupire. Non sempre lo scriba ne riporta la specifica mansione, anche se sappiamo che tra di essi v’era un «barberio» (una sorta di chirurgo), un cuoco, un «senescalco», un trombettiere, un maestro d’ascia. In molti casi egli annota, però, la professione esercitata a terra, la quale poteva risultare di qualche utilità nel corso della permanenza in mare.

    faro-dalessandriaLa rotta e le soste

    Di grande interesse è l’itinerario compiuto dalla galea. La partenza avviene da Genova il 20 di marzo. Inizialmente si naviga «per costeriam», lungo la costa, per brevi tragitti, fermandosi quasi ogni giorno. A fronte di 104 giorni di navigazione, l’imbarcazione è ferma ben 143 giorni: il viaggio di andata dura 44 giorni; quello di ritorno 60. Tuttavia, i giorni effettivi di navigazione sono quasi identici: 40 all’andata e 42 al ritorno. La galea, a ogni modo, percorre in tutto oltre 5100 miglia marine (circa 9400 km) in 123 giorni di viaggio, a una velocità media di circa 41, 5 miglia (76,9 km) al giorno. Tra Castelfranco (Kastelli) e Sfakion, probabilmente perché spinta dai venti del Nord Ovest, essa compie in via eccezionale un giro di 85 miglia in un giorno; tra Gaeta e Genova copre, invece, una distanza di 300 miglia in 4 giorni.

    Le numerose soste permettono all’equipaggio di scendere a terra piuttosto spesso per mangiare cibi freschi. Ciò non esime, naturalmente, dal dotarsi di vettovaglie abbondanti già al momento della partenza. Il 20 marzo si comprano, infatti, 100 cantari di biscotto (pari a circa 50 quintali), l’alimentazione di base del marinaio. Lo stesso giorno è corrisposta ai marinai anche la prima rata del salario. La prima tappa è La Spezia, dove si compra del pane, dei pesci e due barili di vino. Un più ampio rifornimento di vino è compiuto a Lerici, tradizionale luogo di rifornimento (al pari dell’intera riviera di Levante) del principale porto ligure. Il 23 marzo la nave è a Livorno; il 26 a Civitavecchia dove si compra dell’«erbagio»: verdure fresche ed erbe aromatiche; il 28 raggiunge Gaeta; il 30 è a Napoli, dove sosta sino al 2 aprile. Tre giorni dopo tocca San Lucido, sulla costa, quindi, in successione, Tropea, Messina, Reggio e nuovamente Messina. Dopodiché, abbandona le coste italiche: il 14 aprile la Sant’Antonio guadagna Corfù; il 22 Modone; poi effettua tre soste a Creta, a Castrofranco (oggi Francocastello), il 24 aprile, a Sfakion il 25, a Samarias il 26, località che si trovano in sequenza da Levante ad Ponente: si tratta verosimilmente di soste programmate per l’approvvigionamento dell’acqua. Dopo Samarias, infatti, si prosegue sino ad Alessandria, raggiunta il 3 di maggio. A questo punto inizia un lungo periodo di navigazione di cabotaggio nell’area del Mediterraneo sud-orientale della durata di quattro mesi e mezzo. L’itinerario compiuto dalla galea ha un ché di frenetico: ripartita l’8 maggio dal porto egiziano, la Sant’Antonio tocca in sequenza Beirut, il 14 maggio, Famagosta, il 20, ancora Beirut, il 22, Tripoli di Siria, tra il 23 ed il 28, ancora Famagosta, tra l’1 ed il 10 giugno, Alaya, sulla costa turca, il 14 di giugno, nuovamente Famagosta, tra il 20 giugno ed il 3 luglio, e poi di nuovo Beirut, il 5 luglio, Famagosta, tra il 7 luglio ed il 1 agosto, e infine Alessandria, il 10 agosto, dove si ferma sino al 22 settembre.

    Non sappiamo quanto questo continuo andirivieni tra un porto e l’altro del Mediterraneo orientale dipenda dalla missione degli ambasciatori piuttosto che dalle necessità dei mercanti. Purtroppo, il registro non fornisce alcuna notizia sul tipo di merce presente a bordo. Le uniche notazioni circa l’attività mercantile esercitata dai passeggeri della Sant’Antonio, concentrate nell’ultimo fascicolo del manoscritto, riguardano lo scriba: lungo il viaggio, egli commercia grosse qualità di tessuti inglesi, irlandesi e fiorentini (due balle di lana inglese; cinquantacinque pezzi di Sayes d’Irlanda; ottocentotrenta pelli di ermellino; due pezzi di stoffa in lana fiorentina; cinque fasci di filo di velata acquistato a Napoli) e acquista pesce e carne salata, il tutto per un valore complessivo di 980 fiorini. A Famagosta, Beirut ed Alessandria compra, invece, ventotto pelli di cammello, 27 once di perle di Damasco (circa 990 grammi), e poi gioielli e stoffe di vari colori. E’ probabile che i mercanti presenti a bordo facessero altrettanto, ed è forse questo il motivo per cui il vitto del viaggio di ritorno risulta più consistente e vario. Il 10 agosto si compra, infatti, una notevole quantità di cibo: quaranta quaglie, cavoli, carne, pesce, uva, olio, pollastri, limoni, ecc. La rotta seguita è leggermente diversa da quella di andata. Si riparte il 22 settembre, passando sopra Creta, toccando Rodi, Zante, Corfù. Quindi si passa in Italia all’altezza di Otranto, dove si arriva il 29 ottobre. Dopodiché ci si dirige verso la Calabria, toccando Reggio e Messina, poi Gaeta; infine, si guadagna Genova il 21 novembre.

    Non mi soffermo sui molti altri dati forniti dal registro, riguardanti i prezzi delle merci acquistate, i pesi, le misure, i cambi monetari: elementi tutti annotati dallo scriba, che utilizza monetazioni differenti a seconda del luogo, segnalando di volta in volta il relativo tasso di cambio. Quel che ho voluto mostrare è come sia possibile leggere dentro un registro del genere tutta la complessità della vita marinara del tempo. Il registro della Sant’Antonio è un esempio eloquente della quotidiana frequentazione marinara genovese, fatta di commercio e diplomazia, guerre ed esplorazioni. Elementi, questi, d’una storia che ha nel mare la sua sintesi più efficace.

    Antonio Musarra


    Post scriptum.
    E gli ambasciatori? La loro missione non avrà successo. L’anno successivo il Comune si vedrà costretto a interrompere del tutto i traffici con l’Egitto, dando avvio a un conflitto che si concluderà con una pace precaria soltanto due anni dopo. Le ostilità, tuttavia, dureranno per decenni, influendo negativamente sulla bilancia commerciale.

     

  • Blockbuster torna a Genova. E trova casa alla sala Sivori

    Blockbuster torna a Genova. E trova casa alla sala Sivori

    bb_sivori1Torna a Genova il marchio americano Blockbuster, un brand che ha segnato la cultura cinematografica “home video” delle generazioni passate.

    L’idea nasce da Academy Two, la società madre di Circuito Cinema Genova che da tempo gestisce la distribuzione di film di qualità in tutta Italia. «Quando abbiamo scoperto che esisteva il progetto di riaprire negozi Blockbuster in Italia – dice Alessandro Giacobbe, amministratore di Academy Two e Circuito Cinema Genova – abbiamo subito aderito». Il “re del noleggio film” americano non è tornato solo a Genova ma in diverse città italiane; nonostante questo, la Superba ha ottenuto un primato: «Siamo gli unici ad aver riaperto Blockbuster all’interno di un cinema» spiega con orgoglio l’amministratore. A fine agosto, nei locali del cinema Sivori, nel pieno centro del capoluogo ligure, è stato infatti allestito e aperto al pubblico il nuovo Blockbuster Village, un archivio di film del passato e di quelli recenti. L’inaugurazione ufficiale non c’è ancora stata ma l’organizzazione garantisce che è in programma a metà settembre: «Queste settimane sono per noi allenamento e rodaggio».

    La crisi del colosso americano

    Alla domanda più critica, su come si possa far fonte alla crisi del dvd a noleggio che in passato ha travolto il colosso Blockbuster, scopriamo che il problema ha colpito le radici dell’azienda e non le foglie. «I punti vendita di Blockbuster in Italia andavamo molto bene, soprattutto a Genova dove c’erano addirittura tre negozi». La multinazionale in America ha preso una “cantonata”, ha accusato il colpo tanto da chiudere i battenti in tutto il mondo. «Noi continuiamo a credere in Blockbuster, visto come andavano i negozi nella nostra città e visto il numero di clienti affezionati al marchio» conclude Giacobbe.

    Blockbuster Village

    Oggi, il nuovo village di film offre agli amanti del cinema un catalogo di migliaia di titoli, in noleggio o in vendita, dagli evergreen ai più recenti. «Ne abbiamo di ogni genere – ci racconta Giacobbe – da quelli di nicchia ai film che non sono mai stati proiettati a Genova, dai classici a quelli recentissimi, usciti nelle sale due o tre mesi fa. Puntiamo sulla ricchezza del catalogo, sulla possibilità di vedere i film in altissima qualità a casa, in tutta comodità». Circuito Cinema Genova si è adeguato alle nuove tecnologie, dopo aver dato l’addio ai vecchi vhs, con il nuovo Blockbuster offre dvd e blu ray, il disc ritenuto dagli esperti migliore nell’alta definizione.

    «Con la nostra esperienza cinematografica possiamo consigliare e indirizzare i nostri nuovi clienti – dice l’amministratore – addirittura possiamo reperire un titolo particolare o di repertorio che ci viene chiesto specificatamente». I fruitori di questo nuovo servizio, secondo Circuito Cinema Genova, saranno di sicuro gli appassionati che vogliono colmare alcune lacune di film non visti nelle sale o rivedere comodamente i “classiconi”. Ma non saranno gli unici a girare tra i corrodioi gremiti di dvd e brd: ci saranno anche gli amanti delle serie tv. «Affittiamo e vendiamo interi cofanetti per chi volesse guardare le serie tutte d’un fiato o solo alcuni episodi per chi volesse rivedere qualche passaggio saliente che si era perso» conclude Giacobbe.

    Il sodalizio tra Circuito Cinema Genova e il colosso americano prevede, oltre al noleggio e alla vendita di titoli di qualità, convenzioni per tutti i clienti delle sale cinematografiche del circuito. Blockbuster Village sarà aperto tutti i giorni, dalle 12 alle 23 dal lunedì al venerdì e dalle 15 alle 23 durante il week end.

    Elisabetta Cantalini

  • Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    fegino.iplom3L’oleodotto Iplom, la cui rottura il 17 aprile scorso aveva portato a un ingente sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti a Genova, può riprendere a funzionare dopo 5 mesi di fermo. Lo riporta l’agenzia Dire informando che l’azienda ha ricevuto il via libera dalla magistratura e la rimessa in esercizio avverrà entro la fine di settembre. Di conseguenza, anche la cassa integrazione che riguardava 240 lavoratori verrà interrotta a breve per riportare l’azienda al regime produttivo.

    “Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.

    In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.

    Una buona notizia per i lavoratori e, speriamo, anche per il territorio se i lavori di miglioramento dell’oleodotto daranno i frutti sperati.

  • Legittima difesa, il governo impugna la legge regionale che copre le spese legali agli imputati

    Legittima difesa, il governo impugna la legge regionale che copre le spese legali agli imputati

    Sentenza del Tribunale“La norma in tema di patrocinio legale a spese della Regione invade le competenze legislative statali nelle materie dell’ordinamento penale, delle norme processuali, nonché dell’ordine pubblico e della sicurezza, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere h e l della Costituzione”. Così il Consiglio dei ministri, venerdì 9 settembre, ha impugnato la legge sul patrocinio legale gratuito, a spese della Regione Liguria, delle vittime di reato, indagati nell’ambito di procedimenti penali per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa. Il provvedimento, approvato lo scorso 28 giugno, era stato fortemente voluto dalla Lega nord e dalla vicepresidente della Regione Liguria, Sonia Viale che ora attacca duramente il governo: «La legge che abbiamo approvato in Liguria è la stessa della Regione Lombardia, che non è stata oggetto di impugnative e aveva incassato a suo tempo anche il voto favorevole in aula del Pd. La bocciatura da parte del Consiglio dei ministri è pertanto immotivata e denota un fatto gravissimo, quello dell’utilizzo della valutazione politica della Costituzione da parte del governo».

    Anche il presidente Giovanni Toti è intervenuto sull’impugnativa, dicendosi «stupito ed amareggiato per un governo incapace di comprendere le ragioni dei suoi cittadini, anzi di non ascoltarle proprio e che sa solo penalizzare chi, come Regione Liguria, cerca di aiutarli». E punta il dito contro il guardasigilli spezzino Andrea Orlando che, dice, «in perfetto stile Pd è distante dalla gente e questo provvedimento ne è l’ennesima dimostrazione». 

    Terreno fertile per le opposizioni per scagliarsi contro la giunta regionale di centrodestra. Pd e M5S sono concordi nel sottolineare come fosse ampiamente pre-annunciata l’impugnativa. «Si tratta di una decisione ovvia, che dimostra come la Regione Liguria perda tempo, sempre più spesso, in questioni che non le competono, invece di occuparsi dei temi che riguardano direttamente i cittadini del suo territorio» affermano Raffaella Paita e Luca Garibaldi. Per i rappresentati del Pd la legge «contiene anche un messaggio sbagliato in materia di sicurezza: è pura propaganda politica e non fornisce risposte alle vittime dei reati. Misure come queste sono semplici spot elettorali, come avevamo ribadito in aula in sede di discussione». Quella dell’esecutivo viene, dunque, ritenuta una «scelta giusta, non solo perché la Regione ha violato le competenze statali in materia di giustizia, ma anche perché si tratta di una misura culturalmente sbagliata, che non serve a nulla». 

    «Non parliamo mai a caso quando solleviamo in Consiglio regionale vizi di incostituzionalità e oggi ne abbiamo l’ennesima riprova – rivendicano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle – è ora di smetterla di sprecare tempo e denaro per approvare leggi da far west per pura propaganda elettorale»«Ieri il Piano casa e la legge venatoria, oggi la legittima difesa – proseguono i pentastellati – domani potrebbe toccare ad Alisa. Sordi a ogni critica, Toti e la sua giunta tirano dritti per la propria strada, ignorando i più elementari principi costituzionali e facendo perdere tempo e denaro ai liguri, che ancora oggi attendono invano di vedere i frutti di questo governo regionale pressappochista e impreparato».

    Che cosa prevede la legge regionale impugnata

    La legge regionale prevede un patrocinio da parte della Regione per sostenere le spese legali “nei procedimenti penali per la difesa dei cittadini che, vittime di un delitto contro il patrimonio o contro la persona, siano indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo in legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa”. Nella legge è anche previsto da parte della Regione un intervento di assistenza legale e di contributi utili ad affrontare emergenze economiche per “i familiari degli esercenti un’attività imprenditoriale, commerciale e artigianale o comunque economica, deceduti, vittime della criminalità. Per il 2016 la dotazione finanziaria resta al momento limitata a 20 mila euro. La legge prevede che la giunta definisca con apposita delibera “i criteri e le modalità per l’applicazione” del provvedimento “dando priorità ai soggetti di età superiore ai 65 anni”.

    Ma Era Superba aveva già analizzato il provvedimento nel corso del suo iter consiliare. Qui il nostro approfondimento.

  • Ordinanza Movida, vince il Comune. Il Tar respinge la richiesta di sospensiva: invariati gli orari per gli alcolici

    Ordinanza Movida, vince il Comune. Il Tar respinge la richiesta di sospensiva: invariati gli orari per gli alcolici

    movidaIl Tar della Liguria ha respinto la richiesta di sospensiva contenuta nel ricorso avanzato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti contro l’ordinanza “anti-movida” del Comune di Genova. In attesa che il Tribunale si pronunci nel merito, dunque, restano in vigore le restrizioni agli orari di apertura dei pubblici esercizi del centro storico e di Sampierdarena, costretti ad abbassare le saracinesche all’una di notte nei giorni infrasettiminali e alle due il venerdì e sabato e nei prefestivi.

    Le associazioni di categoria, autrici anche di un esposto all’Antitrust, contestano un provvedimento a loro giudizio lesivo della libera concorrenza perché vincolante per tutte le attività economiche indipendentemente dal fatto che queste rispettino o meno le normative in materia di somministrazione delle bevande alcoliche.

    Diverso il parere del Tribunale amministrativo, secondo il quale “il provvedimento del Comune di Genova è stato fatto precedere da un’accurata istruttoria e realizza un equo contemperamento degli interessi in conflitto. Nel bilanciamento degli interessi proprio della fase cautelare, risulta sicuramente prevalente quello della tutela della quiete pubblica e del decoro urbano”.

    «Abbiamo vissuto come una sconfitta per la città il fatto che non si sia trovata una mediazione ragionevole con l’amministrazione, quando bastava un’ora in più di apertura per non penalizzare gravemente le attività regolari» replica Andrea Dameri, direttore di Confesercenti Genova. «La bocciatura della richiesta di sospensiva, che non abbiamo ancora potuto leggere, va analizzata e non significa il rigetto del ricorso, rimanendo comunque sul tavolo la penalizzazione delle attività regolari e l’insufficiente incidenza su chi viola sistematicamente le regole. Questo è un problema della città e che, come tale, spetta al Comune risolvere, non al Tar».

    «Devo ancora leggere nel dettaglio il provvedimento del Tar ma è la conferma che il Comune di Genova ha fatto un lavoro serio e approfondito per contemperare i bisogni dei cittadini con quelli dei locali notturni» è il commento, a caldo, dell’assessore alla Legalità, Elena Fiorini. «Le motivazioni del ricorso si sono dimostrate poco consistenti e pretestuose, ora si tratta di andare avanti con un dialogo con le associazioni di categoria che come amministrazione confermiamo, così come con i cittadini e con i giovani e tutti coloro che amano la nostra città e la vogliono vivere divertendosi nel rispetto delle regole».

    Per l’assessore Fiorini (e per il sindaco Marco Doria) la sentenza del Tar rappresenta una vera e propria vittoria anche all’interno della giunta. E’ noto, infatti, che l’attuale ordinanza sia molto più sostenuta dalla parte “arancione” dell’amministrazione genovese piuttosto che da altri esponenti come l’assessore allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, che aveva più volte annunciato la propria volontà di rivedere il documento andando incontro alle richieste degli esercenti. Difficile ora che l’assessore filo-renziano possa avere la meglio.

    E a vedere di buon occhio l’espressione del Tar sono anche gli abitanti del centro storico che fanno parte dell’associazione Asset. «Il Tar ha effettuato un giusto bilanciamento degli interessi tenuto conto che l’ordinanza comunale si limita a ridurre di un’ora soltanto l’orario di somministrazione di alcolici nelle giornate prefestive (alle 2, anziché alle 3 di notte). I pubblici esercenti potranno dunque rimodulare l’orario, effettuando un orario maggiormente prolungato durante il giorno (infatti, attualmente, molti pubblici esercizi sono chiusi durante il giorno ed aprono la sera) e, se vogliono contribuire allo sviluppo turistico, dovranno offrire servizi più qualificati, rispetto alla semplice mescita notturna di prodotti alcolici». A dirlo è l’avvocato Andrea Pinto, portavoce di Asset. L’associazione si era già spesa in passato a sostegno del provvedimento, sottolineando come mirasse a tutelare la quiete pubblica e il decoro urbano, «valori prevalenti rispetto all’esercizio incondizionato dell’attività di impresa». L’associazione evidenzia inoltre che «la limitazione di orario e l’aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine hanno dato un segnale forte di sostegno agli abitanti e di fermezza nei confronti di chi vìola le norme di convivenza incivile». Per i cittadini del centro storico, inoltre, «la chiusura dei minimarket alle 21 ha arginato, almeno in parte, il fenomeno della diffusione di alcol (di pessima qualità) a basso prezzo e pone un argine al facile alcolismo tra i giovani. Per converso, la riduzione di orario non è tale da ostacolare lo svolgimento dell’attività di impresa».

  • Buridda di seppie, una squisita ricetta tipicamente genovese

    Buridda di seppie, una squisita ricetta tipicamente genovese

    Buridda di seppieIngredienti

    800 gr di seppie, 1 ciuffo di prezzemolo, 1 spicchio d’aglio, 15 gr di funghi secchi, 2 acciughe salate, mezzo bicchiere di vino bianco secco, olio extravergine di oliva, 1 cucchiaio di estratto di pomodoro, 1 manciata di pinoli, 2oo gr di piselli.

     Preparazione

    Lavate, pulite e tagliate a listarelle le seppie. Mettete a bagno i funghi in acqua tiepida, strizzateli e tritateli.

    Tagliate l’aglio e il prezzemolo, diliscate le acciughe e sciogliete i filetti nell’olio.

    Disponete le seppie in un tegame, possibilmente di terracotta, quini unitevi il trito di aglio e prezzemolo e fate rosolare il tutto. Insaporite e bagnate col vino.

    Una volta evaporato l’alcool, aggiugete i funghi tritati e l’estratto di pomodoro diluito in acqua calda. Salate e fate cuocere per circa mezz’ora. Verso fine cottura, aggiungete i piselli e i pinoli.

    Un’ottima variante della ricetta della buridda, prevede l’utilizzo delle patate o dei carciofi al posto dei piselli.

     

  • Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    ConcertoDall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).

    Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.

    «Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.

    «Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggono sempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».

    moretti-movida-centro-storico-DIIl principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.

    L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».

    A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».

    Andrea Carozzi

  • New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    New York, da Ellis Island a Brooklyn: viaggio nel passato, sulle tracce del vecchio zio

    newyork-diegoarboreEra una tiepida mattina di maggio, il sole aveva fatto un cammeo durante le prime ore per poi non presentarsi più, lasciando il posto a una grigia foschia.
    Leggevo La Baia di H.J.Michener, un capolavoro semisconosciuto della letteratura del Novecento ricevuto in regalo da mia zia (era un’edizione risalente al 1980 perfettamente conservata, dal valore umano inestimabile): racconta quattro secoli di storia nordamericana romanzata ad arte, dall’arrivo dei primi europei nelle Americhe fino quasi ai giorni nostri.
    Al suo interno, tra due pagine ingiallite e incollate dal tempo ho trovato una busta, conteneva una fotografia in bianco e nero ritraente un uomo di bell’aspetto, magro ed elegante, che indossava un abbondante abito grigio e scarpe in cuoio con la punta consumata, teneva in mano un cappello e al suo fianco una valigia legata solo da uno spago, dietro di lui, oltre la prua di una nave si stagliava il ponte di Brooklyn.
    L’uomo nella fotografia era Luigi Barretta, il prozio di mio padre, partito nel 1904 con destinazione New York. Aveva la mano veloce, ma a differenza dei suoi compaesani cuciva e non sparava, tagliava le stoffe più pregiate componendo abiti su misura come nessuno nel suo paese natio, Stilo, un piccolo borgo medioevale, pigramente adagiato ai piedi del monte Consolino in provincia di Reggio Calabria.
    Agli inizi del Novecento la vita era polverosa come le strade del paese, la fame si incontrava per strada e ti guardava negli occhi, come un vecchio sporco cane randagio, fino a farti morire.
    Era apprezzato per la qualità dei suoi abiti, tuttavia i guadagni si riducevano al lumicino, i lavori più onerosi scarseggiavano e nell’ultimo anno si limitava a rammendare indumenti lisi e sgualciti di chi non se ne poteva permettere di nuovi.
    Decise così di intraprendere il primo viaggio verso l’America con l’intento futuro di portare tutta la famiglia nella terra dei sogni, trasferendosi a Brooklyn.

    Svolse i lavori più umili prima di essere assunto come sarto dentro un magazzino di abbigliamento, dove il suo talento fu finalmente riconosciuto e, grazie alla parsimonia e alle cospicue mance, in breve tempo riuscì ad aprire una bottega tutta sua.
    In due anni la piccola bottega divenne una catena precorritrice dei moderni supermercati, dove era possibile acquistare generi alimentari, abbigliamento e articoli per la casa.
    Cedette le sue attività a un facoltoso magnate e fece perdere le sue tracce in circostanze ignote, forse avido dei soldi guadagnati o semplicemente perché li doveva a qualcuno. In Italia lo aspettarono invano, di lui è arrivata solo quella fotografia e delle cartoline spedite a parenti ormai scomparsi.
    Ho riposto la busta nel libro e dopo un’ultima occhiata alla fotografia sentivo ardere una missione dentro di me, ripercorrere la strada di Luigi Barretta e, contrariamente a lui, ritornare a casa.
    Esattamente dopo quattro mesi ero in fila ai lunghi controlli del JFK di New York. Diversamente dal mio antenato, vestivo pantaloni corti e t-shirt, in mano tenevo ben salda la reflex pronta a scattare non appena avessi ricevuto il via libera per entrare negli States.

    Il taxi viaggiava oltre i limiti consentiti, il conducente era un loquace ragazzo afroamericano improvvisato cicerone che spacciava luoghi apparentemente anonimi come scenari di alcuni dei film più famosi. Dal finestrino passavano le immagini delle case a schiera e i campetti da basket del Queens fino a sfociare nell’East river per poi entrare nel muro di grattacieli proprio quando il sole, calando, disegnava l’inconfondibile silhouette di Manhattan nel cielo serale.
    L’appartamento era piccolo e confortevole nella tranquilla ed elegante Chelsea, la proprietaria, una ragazza con cui non ho avuto modo di parlare se non tramite email, aveva lasciato tutto a mia disposizione, compresa una collezione dei suoi personali oggetti di piacere.
    Il Chelsea Market era il luogo adatto dove trovare una vasta scelta di ristoranti, distava pochi isolati. Dopo una doccia rinfrescante, mi sono incamminato lungo i viali alberati illuminati dalle insegne al neon dei locali, come nei migliori quadri di Hopper. Dopo la cena a base di aragosta e sushi, sono rientrato per riposare: la mattina seguente dovevo affrontare la prima tappa del viaggio di Luigi Barretta, la piccola Ellis Island.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Una leggera coperta di nubi conferiva al mare un aspetto non diverso da una colata di piombo fuso, un peschereccio rientrava dalla notte accompagnato dalla danza dei gabbiani sulla cresta dell’onda e una frotta di turisti era assiepata sul molo, in attesa del battello.
    Questo isolotto, ormai adibito a museo, in passato aveva accolto 12 milioni d’immigrati, tra i suoi muri si respira ancora l’odore dei corpi ammassati in attesa delle visite mediche e delle valigie di pelle accatastate.
    Vecchie stampe sulle pareti ritraevano i volti provati ma felici delle famiglie appena sbarcate, gli occhi inconsapevoli dei bambini e quelli pieni di speranza e illusione delle famiglie, come quelli di Luigi ai piedi del ponte di Brooklyn.
    L’emozione è diventata ancora più grande quando negli archivi pubblici ho trovato un documento attestante che il 17 maggio del 1904 all’età di diciannove anni Luigi Barretta era sbarcato negli Stati Uniti d’America sulla nave Palatia partita da Palermo.
    Mia zia, che nel frattempo seguiva le mie gesta oltre Atlantico, era riuscita a reperire un indirizzo grazie ad una vecchia cartolina: al 1430 di Coney Island Avenue di Brooklyn, Luigi aveva aperto la sua prima bottega, la meta adesso era concreta, ma prima c’era da visitare la Grande Mela.

    © Diego Arbore
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    In estate a New York fa caldo, per usare un blando eufemismo, un umido vento torrido soffiava e si fermava come il mantice di un camino, l’asfalto si scioglieva e dalle viscere saliva un nauseabondo vapore, un odore acre come di verdure avariate.
    I graffiti sui muri appaiono senza preavviso, inerpicandosi in alto come edere abbandonate. Lo sguardo si perde nello zigzagare delle scale antincendio delle palazzine fino ad arrivare sui tetti dove grosse cisterne d’acqua ricordano razzi pronti a partire.
    La città è un serpente che cambia pelle. È sufficiente cambiare strada per trovarsi dalla sporca e caotica Chinatown ai colori allegri e la musica di Little Italy, dalle pericolose facce di canal street all’eleganza del Tribeca e del Financial district.
    L’aria vintage del Greenwich village e dei negozi di abiti e vinili usati, lo stile british di Chelsea e quello artistico di Soho e delle gallerie d’arte mentre tutto ruota attorno a un centro, dove il tempo non esiste, si ferma e ti accoglie in qualsiasi veste tu sia, quel luogo si chiama Times square.
    Camminando tra le insegne luminose dei teatri e delle pubblicità, s’incontrano cespugli di capelli e pantaloni a zampa, predicatori e mendicanti, artisti di strada, suonatori improvvisati e narcolettici sdraiati negli antri più impensabili distesi come fachiri e vagabondi che camminano senza meta con la sola anima come fissa dimora.
    Il fumo dei carretti ambulanti e quell’aroma speziato del Kebab si aggrappa ai rivoli di vento arrivando fino a Central Park per poi svanire disperso tra le fronde dei rami di quercia rossa e le fragranze acerbe dell’erba fresca.
    Le foglie, mosse da una lieve brezza, ballano al ritmo di una fisarmonica gitana, altre si staccano come lacrime a ogni accordo di chitarra dedicato a John Lennon, le più intraprendenti si sono spinte fino al lago per galleggiare insieme alle barche a remi circondate da una corona di grattacieli, ormai diventati un uniforme ombra nera.
    Una ragazza, capelli castani al vento e il volto coperto dalla sua fotocamera, tenta di scattare un’immagine di un papà che tiene in braccio il suo bambino: era la sua foto e così ho lasciato che fosse, un’immagine bellissima di chi l’aveva vista e inseguita con tanto amore da non voltarsi nemmeno un secondo per svelare un viso che resta un mistero.

    Brooklyn intanto scalpitava, ed io con lei. Sentivo un fuoco scoppiettare dentro di me, solo la notte ci divideva, aspettavo quieto e pensante come un cowboy di fronte a un falò in una notte stellata, soltanto il sole avrebbe svelato la strada.
    Le sue popolose strade sono un groviglio di etnie e stili differenti, lunghissimi viali alberati s’incrociano con le interminabili file di negozi e ristoranti per poi svanire nel nulla in perfetto stile americano.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    L’indirizzo era quello giusto, l’insegna gialla riportava caratteri orientali in quella che un tempo era la bottega di Luigi, ora sorgeva un pessimo ristorante cinese.
    Mi sono guardato allo specchio, dove era riflesso quell’orribile gatto che mi salutava con la zampa e che pareva sbeffeggiarsi di me. Il mio viso deluso era un libro aperto, ma non potevo aspettarmi altro dopo un secolo dalla sua chiusura.
    Chinandomi per andare via, un uomo con un abito grigio mi scontra: due scarpe in cuoio consumate sulla punta si avvicinano a me, la sua mano raccoglie il mio zaino e me lo porge, pronunciando con una voce calda e familiare un semplice “chiedo scusa”. Poi, si allontana e, prima di voltare l’angolo, calza il cappello per sparire con la sua valigia mischiandosi tra folla.


    Diego Arbore

  • Emergenza casa, i primi passi del social housing. Fondi pubblici insufficienti, si spera nei privati

    Emergenza casa, i primi passi del social housing. Fondi pubblici insufficienti, si spera nei privati

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    Possiamo parlare di casa, possiamo raccontare, ancora una volta, i problemi che a Genova incontrano migliaia di persone, senza ripetere il già detto? Difficile, indubbiamente, ma comunque utile. Perché la casa che non c’è, che si deve abbandonare, che non si riesce a pagare, è un dramma, non un contrattempo. Ed occorre vigilare affinché tutto il possibile sia fatto da chi ne è incaricato e perché nuove soluzioni e nuove possibilità abbiano modo di affacciarsi ed essere sperimentate. Recentemente il Comune di Genova ha licenziato il nuovo regolamento di assegnazione delle case Erp (edilizia residenziale pubblica), introducendo tra le novità il social housing: un piccolo passo, ma che va incontro ad alcune particolari situazioni.

    La grande espansione abitativa

    A partire dal secondo dopoguerra, il varo del piano nazionale “Ina Casa” emanato fra il 1949 ed il 1963 cambiò l’aspetto dell’Italia e, nella nostra città, in quell’arco di tempo furono rese edificabili importanti porzioni di territorio collinare attraverso il Piano Regolatore del 1959. Come sappiamo, i nuovi alloggi erano necessari per ospitare il flusso migratorio di operai in arrivo dall’entroterra e dal Sud, attratti dal lavoro offerto nelle grandi fabbriche e nei cantieri del ponente genovese.

    Queste opere furono e sono tuttora duramente criticate poiché realizzate senza la contemporanea creazione (in verità spesso prevista dal progetto ma disattesa) di punti di aggregazione, locali commerciali, spazi pubblici che ne favorissero la caratterizzazione come nucleo abitativo. Negli anni successivi, l’edilizia popolare ha poi esaurito la sua spinta e le costruzioni più recenti sono state realizzate solo su base cooperativa e privata in convenzione (Quarto Alto, Sant’Eusebio o Granarolo). Per fortuna, possiamo dire adesso, sia per l’impatto ambientale che allora fu abbondantemente trascurato, sia perché negli ultimi anni il problema dell’edilizia pubblica sembra essere quello di vendere quanto già di proprietà o, al limite, riuscirne a fare la manutenzione minima necessaria.

    Social housing: i primi passi

    E’ su queste premesse che in Italia, e a Genova, arriva nel 2011 il social housing, preceduto dalla costituzione del Fia, Fondo Investimenti per l’Abitare, un vero e proprio Fondo d’Investimenti finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti che si propone di coniugare l’iniziativa dei privati con le finalità sociali degli enti. Se il mercato immobiliare, lasciato libero, non è in grado di andare incontro alle richieste di una gran parte della popolazione, occorre contemperare le opposte esigenze. Il fondo dovrebbe investire principalmente in quote di fondi locali (massimo 80%) sollecitando contemporaneamente la partecipazione di soggetti terzi (investitori qualificati) come banche, fondazioni, associazioni fra privati operanti nel campo dell’edilizia o del sociale. Quindi il cambio di rotta rispetto ai precedenti (e tuttora necessari, almeno in Liguria) finanziamenti a fondo perduto è evidente: qui si tratta di investimenti in grado di attrarre l’iniziativa dei privati poiché possono  generare utile innescando, si spera, un circolo virtuoso.

    Alla base del progetto c’è l’esigenza di rispondere alla nuova richiesta di abitazioni da parte di soggetti che non rientrano nei parametri dell’assistenza sociale, ma che, per vari motivi (lavori con contratto a termine, separazione coniugale, giovani coppie e immigrati a basso reddito) non riescono ad ottenere una locazione o comunque non riuscirebbero a sostenerla, se basata unicamente sulla legge del libero mercato. Per questa fascia di utenza, denominata “fascia grigia” e potenzialmente molto estesa, è stata anche istituita l’Agenzia Sociale per la Casa, una vera e propria agenzia immobiliare gestita dal Comune per far incontrare chi cerca casa e chi decide di metterla a disposizione.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaIl 4 agosto scorso, la giunta Doria ha comunicato l’approvazione della proposta dell’assessore alle Politiche della casa, Emanuela Fracassi, e dell’assessore alle Manutenzioni, Gianni Crivello per i progetti definitivi per gli interventi di manutenzione straordinaria ad alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica) sfitti e in disuso in varie zone della città. «A questo si aggiungono 70 alloggi a Begato – sottolinea l’assessore Fracassi – abbiamo lavorato bene, mi permetta di dirlo, perché lo Stato mette a disposizione questi finanziamenti solo su progetti molto specifici, dove la capacità di spesa sia minuziosamente dettagliata e quantificata. Sia chiaro, so benissimo che, se non è una goccia nel mare, è comunque solo una piccola parte di quanto occorre per aiutare le persone che hanno bisogni molto concreti: le liste di attesa sono sempre molto lunghe, e non aumentano non perché non ci sia necessità di alloggio ma solo per una sorta di disaffezione che scoraggia le persone dal  rivolgersi all’ente pubblico. Stiamo cercando di facilitarne l’accesso con la possibilità di istituire delle coabitazioni fra persone che, non appartenenti allo stesso nucleo familiare ma con fragilità simili, si uniscano per dividersi il disbrigo della gestione domestica, il canone di affitto e le altre spese fisse. Questo ovviamente deve essere fatto in costante coordinamento con i servizi socio sanitari del territorio che meglio conoscono la situazione».

    A fare da contraltare, il peggioramento della situazione economico-finanziaria di Arte (l’azienda regionale territoriale per l’edilizia) «che ha dovuto sobbarcarsi il carico degli immobili precedentemente delle Asl, mutui compresi – puntualizza l’assessore – ma le case di proprietà del Comune di Genova ce le teniamo strette, facendo solo vendite indispensabili, cercando di ottimizzare al massimo. Non possiamo pensare però che questa sia l’unica risposta al fabbisogno abitativo, specialmente se consideriamo le nuove emergenze che vanno a sommarsi alle precedenti: il social housing potrebbe essere qualcosa di più dinamico e rispondere meglio ai bisogni che, talvolta, facciamo fatica anche ad intercettare. Per questo abbiamo lavori in corso per una cinquantina di nuovi alloggi nella zona di via Maritano, dove abbiamo costruito sul già costruito: nel 2012 Spim (società del Comune per la gestione del patrimonio immobiliare, ndr) aveva abbattuto un vecchio edificio, e noi oltre alle abitazioni realizzeremo anche un parco pubblico, delle infrastrutture ecologiche e dei parcheggi. Questi appartamenti avranno un affitto certamente superiore a quello dell’edilizia pubblica, anche questo sarà calcolato in base all’Isee che non dovrà essere maggiore del doppio di quello necessario per accedere all’Erp. Le persone interessate dovranno rivolgersi all’Agenzia sociale per la Casa, che è il tramite istituzionale anche per chi fosse interessato ad affittare la propria abitazione ad un canone moderato».

    Tuttavia, lo stesso assessore ammette che «finora questa iniziativa non è stata un successo, abbiamo assegnato alcune case a genitori separati e poco altro. Addirittura avevamo più case che richieste: prima pensavo che non fosse adeguatamente pubblicizzata,  abbiamo contattato le associazioni dei genitori separati e i servizi sociali, ma alla fine la sensazione è stata che ci fosse più una lamentela generalizzata che non la reale esigenza da soddisfare. Ora mi chiedo se non è proprio che non piace agli inquilini, la reputano poco conveniente o forse troppo limitata  e preferiscono aspettare un alloggio Erp, se ne hanno i titoli, o rivolgersi al privato».

    Una domanda specifica all’assessore però non possiamo non farla: questa giunta sta finendo il suo mandato, lei rispetto agli impegni che si era ripromessa, come si posiziona? «Bella domanda…ho ancora parecchio lavoro da fare, ci siamo mossi, ecco, ci siamo mossi in una situazione molto difficile, abbiamo usato tutti gli strumenti che avevamo a disposizione per ottenere qualcosa. Abbiamo vissuto una fase molto critica con Arte, loro hanno deciso di vendere molta parte del patrimonio immobiliare ma alla fine il bilancio non è negativo, anche se prima del termine del mandato la mia sfida è realizzare qualcosa di concreto nell’ambito del co-housing, progetto in cui credo molto e che stiamo provando a concretizzare, con l’aiuto di tutti, associazioni di privati, singoli cittadini, enti».

    Le difficoltà dei Servizi sociali

    A proposito di co-housing, ad aiutare la diffusione nella nostra regione di politiche virtuose sul tema dell’abitare nel 2012 è nata l’associazione Ge-Coh che cerca di coniugare in chiave locale le esperienze positive nate nei paesi del nord Europa. Uno dei settori di intervento, come ci spiega Elisa Lidonnici, membro esterno della Commissione Welfare che ha lo scopo di coordinare i lavori delle varie commissioni sul tema delle Politiche sociali, e collaboratrice della Regione Liguria per le politiche socio sanitarie riguardanti anziani e disabili, è quello dei «genitori anziani – figli con disabilità, per creare una rete che tranquillizzi i genitori che vivono costantemente con il pensiero del dopo. I Servizi sociali, però, sono sempre oberati e la politica taglia sempre di più i fondi a loro destinati: ci troviamo sempre a gestire l’emergenza, ma dare alle persone in difficoltà una casa in cui non essere abbandonati a sé stessi è un progresso enorme sulla strada del recupero»Ed esiste già qualche esempio positivo a Genova. «Mi viene in mente, ad esempio, vico Biscotti – prosegue Lidonnici  dove è stato realizzato una sorta di hotel sociale, con badante in comune, custode, o altri (pochi) casi in cui si sono portati a coabitare degli over-65 con fragilità sociali diverse e che riescono a gestirsi come da soli non saprebbero fare. Per ora si stanno concretizzando due gruppi di lavoro: uno finalizzato a creare una cohousing di tipo agricolo-rurale, dove scambiarsi esperienze e capacità di lavoro agricolo mentre si porta avanti la stessa cascina e si condivide la stessa terra, recuperando tra l’altro territori abbandonati e improduttivi, l’altro in contesto urbano, anche se la difficoltà di trovare gli alloggi adatti è notevole, in quanto occorrono o grandi appartamenti, normalmente non presenti nel patrimonio pubblico, oppure bisogna ristrutturare edifici precedentemente adibiti ad altro, ma anche qui con un impegno per stanziare fondi e reperire risorse che non è facile in questo momento».

    «Mi fa piacere sentire che l’assessore Fracassi si proponga  il cohousing come sfida – prosegue la presidente dell’Associazione Ge-Coh, Paola Balbi – noi stiamo lavorando ad alcune opportunità che si sono prospettate, ma essendo quella del co-housing una prospettiva del tutto inedita manca proprio uno schema normativo per risolvere anche questioni molto pratiche, magari piccole ma che, sommate tutte insieme, ne rendono complicata la realizzazione concreta. Siamo dei volontari, in sostanza, e un sostegno occorre: non solo finanziario, quello si può anche ottenere, ma ci vogliono normative specifiche».

    palazzo-tursi-D5La mancanza dei fondi pubblici e le convergenze con i privati

    Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della casa ed housing sociale della giunta Vincenzi, invece dei fondi che mancano ne parla chiaramente, ricordando che Arte in questi ultimi due anni si è concentrata a vendere una consistente porzione del proprio patrimonio immobiliare per poter far fronte ai meri costi di gestione degli immobili, limitandosi a ristrutturare gli appartamenti che via via si rendevano liberi. Se un appartamento ha bisogno di lavori più costosi, o si pensa possa essere appetibile sul mercato, spesso viene messo in vendita, ci conferma. Nei confronti del progetto di far eseguire piccoli lavori all’inquilino, è piuttosto perplesso: «Il 20-25% degli affittuari di edilizia popolare ha il problema di riuscire a pagare persino il costo base di una casa, bollette, piccole spese – sottolinea – figuriamoci se riescono a pagarne la ristrutturazione, pur se finanziata in qualche modo, o restituita attraverso lo sconto sul canone. Sia chiaro, questa è una mia valutazione personale, ma ci sono anche queste situazioni»

    Poi aggiunge: «Riguardo al social housing vero e proprio, quello per il quale sarebbe interessata la cosiddetta “fascia grigia” che, lasciatemelo dire, è davvero una definizione infelice, vi posso dire che si tratta di un progetto molto interessante, che coinvolge privati e pubblico e che dobbiamo portare avanti con decisione. Un privato infatti può avere convenienza perchè se deve ristrutturare una porzione ampia dello stabile, o anche singoli appartamenti ma non ha la liquidità necessaria può accettare di affittare per un minimo di 15 anni a canone moderato, ottiene una contribuzione da parte dell’ente che arriva fino al 40% del costo dell’alloggio; maggiore il numero di anni per cui mette a disposizione l’immobile, maggiore è il contributo».

    Questo, unito agli altri incentivi fiscali di cui godono le ristrutturazioni e a una parziale detassazione fa sì che lo strumento del social housing possa diventare facilmente appetibili per i privati proprietari di immobili sfitti.

    Le risposte della Regione Liguria

    Il percorso del social housing è visto di buon occhio anche dalla Regione Liguria e dalla giunta Toti. E’ dell’8 agosto la delibera con cui vengono stanziati 1,83 milioni di euro per 10 progetti di social housing aperti a tutti i Comuni liguri. Quasi contemporaneamente, la Regione però batte cassa presso il Comune di Genova che dovrebbe ad Arte 5 milioni di euro per la cattiva gestione delle morosità e dei mancati controlli anche nei confronti degli inquilini che avrebbero potuto pagare. Qui, però, si innesta una turbinoso scontro sulle responsabilità tra istituzioni presenti e passate, anche a prescindere dal colore politico. E qui, preferiamo fermarci, almeno per il momento, evitando di dare visibilità a scambi di accuse, pretese di correttezza ed esibizioni di colpevoli utili solo a cercare consenso politico e trarre compensi: perché quelli vengono via con poco, mentre chi sta lavorando davvero per concretizzare grandi sogni attraverso piccoli progetti, lì resta, ostinato e consapevole che, anche oggi, avrà ragione domani.


    Bruna Taravello

  • La Lanterna si connette al wi-fi. Dalla città arrivano più di 5 mila euro grazie al crowdfunding

    La Lanterna si connette al wi-fi. Dalla città arrivano più di 5 mila euro grazie al crowdfunding

    yoga-lanternaGenova città spilorcia e chiusa alle novità? Pare proprio che l’associazione OpenGenova sia riuscita a spazzare via in un colpo solo due dei più triti luoghi comuni affibbiati alla Superba. Come? Lanciando, in collaborazione con i Giovani Urbanisti, un crowdfunding per portare la connessione wi-fi alla Lanterna e riuscendo addirittura a raccogliere una cifra superiore all’obiettivo: 5.210 euro l’importo finanziato, il 104% rispetto a quanto necessario. I 210 euro in eccedenza serviranno al monitoraggio dei lavori, che saranno affidati all’azienda partner Guglielmo e che anche i singoli cittadini potranno tenere sotto controllo tramite gli aggiornamenti pubblicati sul sito www.opengenova.org

    C’è chi ha partecipato al crowdfunding con 10 euro, chi s’è spinto addirittura fino a 500: in totale, sono una novantina i donatori che hanno contribuito al progetto Lanterna 2.0, che prevede l’installazione di un impianto wi-fi all’interno della sala conferenze, della biglietteria e nel parco di oltre mille metri quadrati circostante il faro. Chi ha partecipato alla colletta è stato premiato, a sua volta, con una cena per due persone alla Trattoria dell’Acciughetta e con un giro turistico del centro di Genova offerto dalle guide di Explora. Al progetto hanno poi contribuito con una donazione da 500 euro a testa ETT Solution, Finsea Spa, Netalia, Shenker Genova e Gioielleria Natoli.

    «Terminata la prima fase con il reperimento dei fondi, al più presto ci attiveremo per iniziare la fase operativa con l’installazione degli apparati e dell’infrastruttura tecnologica che permetterà l’erogazione del wi-fi gratuito alla Lanterna» assicura Pietro Biase, coordinatore del progetto Lanterna 2.0 per OpenGenova. «Sarà nostra cura tenere informati i donatori e chi ci ha supportato in questi mesi tramite aggiornamenti sull’avanzamento dei lavori e, in un’ottica di assoluta trasparenza, sulle modalità con cui verranno impiegati i fondi raccolti».

    «Per la prima volta si è riusciti a mettere insieme il simbolo della nostra città con l’innovazione digitale, sensibilizzando cittadini ed aziende che ci hanno dato credito: un risultato che per noi rappresenta un passaggio importante» aggiunge Enrico Alletto, presidente di OpenGenova. «Adesso questa fiducia va ripagata realizzando il progetto il prima possibile e nel migliore dei modi. Open Genova seguirà tutta l’operazione ed attiverà un sistema di monitoraggio online sullo stato di avanzamento lavori. Inoltre, a breve chiederemo al Comune di Genova un’azione di potenziamento della banda larga nella zona del Faro. Il mio ringraziamento personale va a Pietro Biase e a tutto il gruppo di OpenGenova che si alterna con cuore e professionalità per realizzare progetti che alla vigilia sembrano quasi sempre impossibili. Un altro pezzo di storia digitale della nostra città è stato scritto. Non è il primo e non sarà l’ultimo».

    «Come già evidenziato nel corso dell’Open talk organizzato lo scorso mese di maggio al Mercato del Carmine – conclude Alletto – crediamo che il free wi-fi rappresenti un’opportunità per il commercio e per il turismo della nostra città e proprio attraverso l’operazione Lanterna 2.0 OpenGenova vuole rilanciare la diffusione di questo progetto tra i commercianti genovesi, pensando anche al profetto Liguria Wifi messo in campo dalla Regione».
    Marco Gaviglio