Anno: 2016

  • Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Voltri, la nuova passeggiata progettata dai giovani architetti. I cittadini: “Farla sopra il livello del mare”

    Passeggiata VoltriGli architetti di domani alle prese con il secondo lotto della passeggiata di Voltri che, una volta completato, collegherà la promenade a mare della delegazione ponentina con la Fascia di rispetto di Prà. Un’opera a cui Comune e Municipio pensano ormai da tempo e che consentirebbe di unire il ponente genovese con Arenzano, già collegata a Voltri tramite un lungomare che costeggia l’Aurelia e passa davanti allo studio di Vesima di Renzo Piano. Un progetto atteso ma non privo di difficoltà tecniche. Proprio su queste difficoltà hanno lavorato 12 studenti del corso di laurea magistrale in “Progettazione delle Aree Verdi e del Paesaggio”, che la facoltà di Architettura di Genova realizza in collaborazione con gli atenei di Milano e Torino.

    Dal 13 al 17 giugno scorsi, gli studenti sono stati ospiti della foresteria di Villa Duchessa di Galliera e hanno partecipato a un corso intensivo con le docenti Antida Gazzola (sociologia urbana), Ilda Vagge (botanica ambientale e applicata), Adriana Ghersi (architettura del paesaggio) e Francesca Mazzino (architettura del paesaggio contemporanea). Oltre alle fasi teoriche, gli architetti in erba (divisi in quattro gruppi) si sono confrontati con le realtà associative che animano la zona interessata e con le istituzioni locali.

    «La professoressa Gazzola, che si occupa di sociologia, ci ha aiutato a impostare il lavoro con i soggetti interessati – spiega la docente dell’ateneo genovese Adriana Ghersi, che ha seguito i gruppi di studenti – si tratta di un cammino interessante, e di un bel modo per sviluppare determinate tematiche». La collaborazione tra Università, realtà del territorio e istituzioni viene indicata come la strada maestra per l’analisi e la realizzazione partecipata di progetti di interesse pubblico, avvalendosi della professionalità e delle idee di chi studia quotidianamente la materia. Lo conferma il consigliere del Municipio 7 Ponente e architetto di professione, Matteo Frulio, per il quale la collaborazione con l’ateneo consente, inoltre, di sviluppare idee prive di qualsiasi “input” di tipo politico.

    Il lavoro “sul campo” è una tappa obbligatoria nel piano di studi del corso in Progettazione delle aree verdi e del paesaggio. Quello di Voltri è solo uno dei workshop organizzati dalla facoltà. Oltre al Ponente genovese, quest’anno altri studenti (in tutto circa 60) hanno lavorato sul quartiere di Sant’Ilario e altre realtà della Liguria. Due studentesse che hanno lavorato a Voltri hanno deciso di sviluppare l’argomento nella propria tesi di laurea. Le 4 proposte di progetto verranno presentate ufficialmente al Teatro del Ponente di Genova il prossimo 16 settembre e resteranno esposte per le successive 2 settimane negli spazi del Municipio.

    Passeggiata nuova, sembra avere già 10 anni

    voltri-passeggiataUna presentazione intermedia dei lavori si è già tenuta a giugno assieme alle istituzioni e alle realtà con cui gli studenti si sono confrontati. «L’importante per noi – sottolinea Nunzio Di Natale, presidente dell’Associazione di pesca dilettantistica Sant’Ambrogio – è che non vengano ripetuti gli errori fatti sulla passeggiata esistente». Il riferimento è alla passeggiata in legno che costeggia il litorale voltrese dal capolinea dell’1 fino quasi al supermercato Pam. Un’opera che ha il pregioo, secondo Di Natale, di essere un punto d’aggregazione importante per gli anziani e per tutto il quartiere, ma che ad ogni mareggiata si ritrova con danni importanti. «I massi che hanno messo a difesa della struttura in legno non sono sufficienti – sostiene – non è possibile che dopo un anno la passeggiata già sembrasse averne dieci».

    Per questo, per il secondo lotto di lavori, la richiesta della S. Ambrogio (e presumibilmente anche delle altre realtà della zona) è che la passeggiata venga sopraelevata rispetto al livello del mare. «Due dei progetti presentati secondo noi da questo punto di vista non sono adatti sostiene il presidente in relazione alle proposte degli studenti – gli altri due ci sembravano più indicati, in particolare uno, che prevede una passeggiata rialzata».

    L’opportunità di sopraelevare o meno la passeggiata è appunto uno degli interrogativi principali intorno all’opera e lo è stato anche per il lavoro degli studenti che hanno lavorato al workshop: «Ogni soluzione genera persone più contente e altre meno entusiaste – ammette la professoressa Ghersi – ma, in ogni modo, questo lavoro è utile per mostrare la fattibilità o meno di determinate opzioni».


    Luca Lottero

  • Buridda, l’Università vende l’ex magistero anche su Subito.it. L’ateneo: “Iniziativa per dare visibilità”

    Buridda, l’Università vende l’ex magistero anche su Subito.it. L’ateneo: “Iniziativa per dare visibilità”

    buridda-genovaL’ Università degli studi di Genova si affida anche ai siti di annunci gratuiti per cercare di vendere una parte del proprio patrimonio immobiliare. Su alcune delle piattaforme web più note del settore, come Subito.it e Kijiji.it, sono infatti comparse, il 3 agosto, due proposte di vendita da parte dell”Ateneo genovese riguardanti l’ex Magistero di corso Montegrappa, attualmente occupato dal laboratorio sociale autogestito “Buridda”, e la cosiddetta “ex saiwetta” di corso Gastaldi. Gli annunci fanno seguito ai bandi emanati ufficialmente sul sito dell’Università per l’alienazione dei due immobili. Ma se per l’ex Magistero l’avviso con base d’asta di 2,873 milioni di euro scadrà il prossimo 21 settembre, per cui tutti gli eventuali interessati (si è parlato, ad esempio, della comunità locale dei Mormoni alla ricerca di un ampio spazio di culto) possono ancora presentare le proprie offerte attraverso i canali più classici, per quanto riguarda l’edificio “ex saiwetta” i portali di annunci telematici sembrerebbero al momento rimanere l’unica soluzione possibile dato che l’asta con base di 1,967 milioni di euro è andata deserta lo scorso 22 agosto.

    «In realtà – spiega all’agenzia Dire Luca Sabatini, portavoce del rettore – attraverso questi strumenti espletiamo l’obbligo di massima visibilità pubblica dell’asta di vendita così come previsto dalla legge. Un tempo si mettevano inserzioni onerose sulla carta stampata ma, in questo modo, raggiungiamo un pubblico più ampio e risparmiamo un po’ di soldi visto che gli annunci sono gratuiti». Sabatini tiene poi a precisare che «non esiste alcuna possibilità di procedere concretamente all’acquisto degli immobili attraverso i portali internet», bypassando le burocrazie della procedura pubblica ma, ribadisce, «si tratta solo di una questione di visibilità». Non è la prima volta che l’ateneo genovese affida ai siti di annunci la necessità di vendere parte del proprio patrimonio. Sul portale Subito.it, ad esempio, l’account dell’Università di Genova risulta attivo da febbraio 2014 con altri 11 annunci pubblicati (e scaduti) oltre ai due già citati: nel complesso, si tratta di 12 inserzioni nella categoria appartamenti e una in quella di uffici e locali commerciali.

    Il futuro dell’ex magistero e del Buridda

    opiemme-buriddaSembrerebbe, dunque, inevitabile un nuovo sgombero o, comunque, un nuovo trasloco per il centro sociale, dopo l’addio all’edificio di via Bertani, ad oggi ancora deserto.

    Ma chi potrebbe essere interessato ad acquistare e ristrutturare l’ex magistero? Il compendio in vendita è costituto non solo dai 3280 metri quadrati dell’edificio principale ma anche da ulteriori 2.099 metri quadrati definiti di “ruderi”. L’autorizzazione alla vendita da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ammette esclusivamente destinazioni d’uso a fini sociali, socio-educativi, culturali e a luogo di culto. Ammessa anche la destinazione socio-sanitaria purché l’inserimento di nuovi impianti e servizi risulti compatibile con le caratteristiche spaziali e distributive del bene, mentre la realizzazione di residenze pubbliche o sociali è ritenuta compatibile se limitata, e non prevalente, e comunque connessa alle funzioni ad uso pubblico della struttura. Inoltre, tutte le operazioni di ristrutturazione dovranno essere sottoposti al placet della Soprintendenza alle Belle Arti e al Paesaggio della Liguria. Infine, occhio al Piano urbanistico comunale che prevede al momento esclusivamente servizi e parcheggi pubblici in via principale, servizi privati, connettivo urbano ed esercizi di vicinato come funzioni complementari, oltre a parcheggi privati pertinenziali o liberi da asservimento. Sono pronti i Mormoni genovesi e sborsare oltre 3 milioni di euro tra acquisto e ristrutturazione? La risposta, forse, a fine settembre.

    Il futuro dell’ex Saiwetta

    ex-saiwettaAncora più incerto il destino dell’ex Saiwetta attualmente abbandonata. L’edificio fa parte dell’ex biscottificio ed è collegato al corpo principale dell’immobile, non in vendita e oggetto di un intervento di riqualificazione proprio a cura dell’Università che ne è proprietaria. Per quanto riguarda la parte da dismettere, invece, non ci sono vincoli imposti dalla Sovrintendenza né particolari restrizioni imposte dal Piano urbanistico comunale dal momento che l’ex Saiwetta è situata in ambito di conservazione dell’impianto urbanistico in cui è possibile instaurare servizi servizi di uso pubblico, residenze, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, uffici, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita, parcheggi pertinenziali e parcheggi liberi da asservimento e in diritto di superficie.

  • Tomaxelle, ingredienti e ricetta del piatto genovese a base di carne

    Tomaxelle, ingredienti e ricetta del piatto genovese a base di carne

    TomaxelleL’estate sta finendo, forse, ma ogni stagione ha il suo perchè. In autunno, la tavola si arricchisce di sapori straordinari, regalandoci piatti che sapranno consolarci dalla crisi del rientro. Prepariamoci con le tomaxelle ripiene, una ricetta facile e di resa, che ci farà tornare il sorriso.

    Ingredienti (4 persone)

    8 fettine di carne tagliate molto sottili, 200 gr di piselli, olio d’oliva, una gamba di sedano, una cipolla piccola, una carota, un bicchiere di vino bianco secco, brodo vegetale.

    Per il ripieno:  200 gr di bietole, 200 gr di spinaci, 20 gr di grana, 20 gr di funghi secchi ammollati in acqua tiepida, 10 gr di pinoli appena tostati con un goccio di olio d’oliva, 2 uova, foglie di prezzemolo, un rametto di maggiorana, uno spicchio di aglio, sale q.b.

    Preparazione delle tomaxelle

    Preparate del brodo vegetale. Nel frattempo tritate e amalgamate i vari componenti del ripieno, che potete variare a seconda dei vostri gusti. Battete bene le fettine di carne e farcitele con il ripieno preparato, arrotolatele e fermatele con degli stecchini. Mettete in una casseruola un po’ di olio d’oliva e un trito di sedano, carota e una piccola cipolla; fate rosolare il tutto con gli involtini di carne. Aggiungere il vino bianco secco, i piselli (a piacere) e continuate la cottura versando via via il brodo vegetale caldo che avete preparato a inizio ricetta. Cuocete a fuoco lento per circa mezz’ora. Servite tiepido.

  • Coltivare cannabis contro il dissesto idrogeologico. La proposta di Rete a Sinistra

    Coltivare cannabis contro il dissesto idrogeologico. La proposta di Rete a Sinistra

    cannabis-marjiuana-terapeutica-coltivazione (4)La Liguria come Regione apripista della legalizzazione della coltivazione e del consumo della cannabis. E’ l’obiettivo presentato da Rete a Sinistra e dai Radicali questa mattina a Genova attraverso due proposte di legge regionale che saranno presto discusse dall’assemblea legislativa ligure. La prima, più innovativa, riguarda la promozione della coltivazione di cannabis attiva, la cosiddetta “canapa utile”, anche a fini di contrasto al dissesto idrogeologico. «In questo modo – ha spiegato il capogruppo in Regione di Rete a Sinistra, Gianni Pastorino, all’agenzia Dire – si possono recuperare e bonificare i terreni attraverso una pianta che è particolarmente appetibile per il nostro territorio dal punto di vista dei terreni e del clima, nonché del mercato anche dal punto di vista dell’impiego della canapa nel settore della bioingegneria». Per il consigliere regionale è «necessario superare una serie di pregiudizi perché parliamo di canapa utile, con un tenore thc (ovvero di principio attivo) praticamente inesistente, che vale invece come nuove possibilità per l’industria italiana attraverso un’attività particolarmente pregiata e semplice».

    Nel testo è prevista anche una copertura finanziaria di 300 mila euro all’anno a partire dal 2017 e fino al 2019.

    cannabis_terapeuticaLa seconda proposta di legge, invece, riprende l’attuazione della legge vigente 26/2012 che fa della Liguria una delle 11 Regioni italiane che autorizza l’uso della cannabis a fini terapeutici. «Dalla precedente giunta di centrosinistra, purtroppo, non è partito l’impulso per l’attuazione – ammette Pastorino che, in passato, è dovuto ricorrere in prima persona a cure mediche a base di cannabinoidi – cosa che, invece, va riconosciuto, è stato fatto dall’attuale giunta Toti. Tuttavia, mancano tutti i processi di formazione da parte dei medici e dei farmacisti galenici e le informazioni per l’utenza rispetto alla modalità terapeutiche».

    «È arrivato il momento di dire che il proibizionismo ha fallito sotto tutti i punti di vista – commenta la consigliera comunale di Lista Doria, Marianna Pederzolli – e di sottrarre un enorme profitto alle narcomafie. La presentazione delle due proposte di legge in Regione è la prosecuzione di quel percorso iniziato a marzo dello scorso anno in Comune con una mozione che chiedeva al governo un cambio di passo sulla legalizzazione delle droghe leggere».

    Legalizziamo! La proposta di legge di iniziativa popolare

    cannabis terapeuticaL’occasione della presentazione alla stampa delle due proposte di legge regionale è stata utile ai rappresenti di Rete a sinistra per manifestare il proprio appoggio alla campagna “Legalizziamo!” che punta a presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare contro il proibizionismo, proprio mentre a Roma un folto intergruppo sta lavorando sul tema con un testo che potrebbe arrivare in Commissione entro fine settembre. «La Liguria – spiega il coordinatore di legalizziamo.it, Marco Perduca – potrebbe essere una delle regioni apripista. La nostra proposta di legge è più ampia e meno restrittiva di quella del Parlamento e vuole lanciare un messaggio chiaro, cioè che gli italiani sono pronti da più di 20 anni a comprare e consumare legalmente un prodotto che è anche una medicina e non è pericoloso come invece altre droghe legali».

    Secondo la relazione 2015 al Parlamento sulle dipendenze del dipartimento delle politiche antidroga, il 32% degli italiani ha consumato cannabis e ben 4 milioni nell’ultimo anno, mentre il 73% degli italiani sarebbe pronto a considerare la legalizzazione secondo un sondaggio Ipsos 2015.  Inoltre, si stima che i rivenditori illegali siano almeno 120 mila per un mercato complessivo che vale oltre 7 miliardi di euro.

    La proposta di legge popolare, tra le altre cose, prevede: l’auto-coltivazione libera per i maggiorenni fino a 5 piante e la necessità di comunicazione senza però attendere alcuna autorizzazione per la coltivazione da 6 a 10 piante; la possibilità di associarsi in “cannabis social club” di massimo 100 persone per la coltivazione e il consumo senza fini di lucro; la coltivazione a fine commerciali previa comunicazione; l’indicazione del livello di thc (principio attivo) presente e la dicitura “un consumo non consapevole può danneggiare la salute”; il divieto di pubblicizzazione dei prodotti nelle vicinanze delle scuole; il controllo della qualità di produzione da parte del ministero della Salute; l’agevolazione dell’accesso alla cannabis medica per le malattie che oggi non la prevedono; l’investimento degli introiti della tassazione per campagne informative e sociali a sostegno dell’economia e per la riduzione del debito pubblico; la depenalizzazione totale dell’uso personale di tutte le sostanze nonché la liberazione per detenuti per condotte non più penalmente sanzionabili.

    La raccolta delle 50 mila firme necessarie a presentare la proposta di legge, e per cui Rete a Sinistra si sta spendendo in questi giorni anche a Genova e in Liguria, dovrà avvenire entro fine ottobre. «Siamo a metà del cammino sia dal punto di vista del tempo, sia dal punto di vista delle firme – prosegue Perduca – e riteniamo che, se 50 mila o più cittadini daranno un messaggio chiaro al nostro Parlamento dicendo che si può fare ancora meglio, sicuramente l’intergruppo può accelerare e mantenere la barra ferma sulla legalizzazione. L’importante è che il governo si faccia sentire sostenendo in pieno quello che i parlamentari stanno facendo e prendendo qualche suggerimento da quello che stiamo raccogliendo noi».

  • Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Hb birraAncora un’edizione extralarge dell’Oktoberfest, ancora una levata di scudi delle associazioni dei commercianti che lamentano l’eccessiva lunghezza della festa della birra bavarese in programma in piazza della Vittoria dall’8 al 25 settembre prossimi. A sollevare il problema è il presidente di Fiepet Confesercenti Genova, Antonio Fasone, che punta il dito anche contro la consueta Festa dell’Unità, in piazza Caricamento dal 25 agosto al 10 settembre. «Si tratta, in entrambi i casi, di manifestazioni che, in virtù della loro lunga durata, hanno un impatto pesante sui pubblici esercizi in sede fissa e per questo motivo dovrebbero essere regolamentate. Per quanto riguarda l’Oktoberfest, fra l’altro, fino al 2014 avevamo concordato con il Comune una durata massima di nove giorni. Ma già l’anno scorso l’amministrazione non ha tenuto conto in alcun modo di tale intesa e, senza nemmeno consultarci, ha autorizzato gli organizzatori a raddoppiare i giorni, da nove a diciotto».

    Dodici mesi dopo, il problema si è riproposto, identico. «Ancora una volta l’Oktoberfest durerà due settimane abbondanti e, nel frattempo, anche la Festa dell’Unità continua a snodarsi su tre settimane senza limitazioni sull’orario di somministrazione degli stand, che da anni chiediamo possa essere limitato alla sera», aggiunge Fasone. Per la verità, a fronte della nuova sollecitazione di Confesercenti, l’assessore allo sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, ha aperto la porta a un confronto per le manifestazioni a venire, dicendosi pronto a incontrare le associazioni a settembre «nell’obiettivo di avviare un percorso di analisi della situazione esistente su tale tipologia di manifestazioni e stabilire, quindi, idonee regole condivise e trasparenti». Ma le date di Oktoberfest e Festa dell’Unità 2016, ormai, non si possono più toccare.

    «Anche noi – spiega Alessandro Cavo, Ascom-Confcommercio – abbiamo chiesto alla Regione, da mesi, di adottare un regolamento sulle sagre sulla falsariga di quello in vigore in Lombardia, perché tali manifestazioni vanno normate in maniera da portare valore aggiunto al territorio mentre oggi, spesso, si limitano a fare razzia nei confronti di chi fa ristorazione in maniera professionale e deve già sottostare a tutta una serie di controlli ulteriori. Per fare un esempio, una sagra dell’asado a Genova o nell’entroterra non ha nessun senso; ben vengano, invece, iniziative capaci di generare indotto come Slow Fish, a cui infatti partecipano anche i ristoratori genovesi tramite lo stand di Genova Gourmet».

    Il distinguo tra Ascom e Confesercenti sorge, invece, proprio quando si parla di Oktoberfest. Contrarissimi i secondi, decisamente più concilianti i primi. «Nel momento in cui non arreca danni economici alle attività della zona, non abbiamo nulla in contrario alla sua organizzazione. Fra l’altro, nel corso degli anni l’Oktoberfest ha fatto anche dei passi avanti dal punto di vista della comunicazione con il territorio» spiega Cavo, che non ravvisa neppure contraddizioni nella scelta del Civ di Piazza della Vittoria di partecipare all’organizzazione: «È una scelta che il consorzio ha fatto in maniera assolutamente autonoma e indipendente».

    Confesercenti, invece, non ci sta. «L’apertura del Comune è sicuramente positiva, ma arriva comunque troppo tardi e non capiamo perché si sia lasciato passare un intero anno senza prendere provvedimenti, dato che avevamo sottoposto il problema fin dall’anno scorso e che, quindi, la questione era ben nota» riflette il direttore provinciale, Andrea Dameri. «Non capiamo, poi, come l’amministrazione autorizzi e addirittura incentivi manifestazioni temporanee che prevedono la somministrazione di bevande alcoliche, ma allo stesso tempo pregiudichi il lavoro di migliaia di esercenti in sede fissa costretti ad anticipare l’orario di chisura delle proprie attività, pur avendo sempre agito nel rispetto delle regole».

    Il riferimento, naturalmente, è alla contestatissima ordinanza anti-movida con la quale, nei mesi scorsi, il Comune di Genova ha imposto la chiusura anticipata all’una di notte, con proroga alle due il venerdì, sabato e nei prefestivi, a tutti i bar del centro storico e di Sampierdarena, indipendentemente dal fatto che questi abbiano violato o meno le norme in materia di somministrazione di alcolici a minori o in contenitori di vetro oltre l’orario consentito. Un provvedimento che la stessa Confesercenti, insieme ad Ascom, ha impugnato di fronte al Tar e che quindi, nei prossimi mesi, potrebbe anche essere clamorosamente sconfessato dal tribunale amministrativo.

    moretti-movida-centro-storico-DIIntanto, però, quell’ordinanza è in vigore e se, da un lato, aiuta i residenti a dormire sonni tranquilli, dall’altro il sonno finisce per toglierlo agli esercenti. «Mentre noi del centro storico dobbiamo chiudere all’una, i bar del Porto Antico possono andare avanti fino alle tre, e questa è una situazione di evidente disparità: anche perché se la ragione è la tutela della quiete pubblica, come mai non si pensa pure agli abitanti di via del Molo?» si domanda Giancarlo Sgrazzuti, gestore dello storico Bar Moretti di via San Bernardo. «Davvero, non capisco quale sia il senso di certe decisioni, se non la volontà di incanalare la movida in certe zone della città e non in altre. Poi, mi tocca pure vedere lo stemma del Comune sugli striscioni dell’Oktoberfest, una manifestazione che sostanzialmente consiste nel bere birra a fiumi, e allora penso che davvero esistano delle situazioni assurde. È chiaro che durante la festa della birra tutti noi lavoriamo molto meno, ma il punto non è nemmeno questo. Il punto – attacca Sgrazzuti – è capire se il Comune intenda davvero contrastare l’abuso di alcol, o se invece non faccia semplicemente figli e figliastri, favorendo sempre gli stessi. Ad esempio, pensate solo a chi ha potuto allestire un maxitendone in piazza Piccapietra per tutto il mese degli Europei: gli stessi che oggi organizzano l’Oktoberfest».

    D’altra parte, aggiunge “mister Moretti” «fare abbassare a tutti le saracinesche una o due ore prima la sera, non serve nemmeno a contenere il consumo di alcol fra i giovanissimi: i ragazzini di 14-15 anni sono i primi a uscire la sera, ben prima di mezzanotte, per cui è ovvio che anticipare la chiusura dei locali non serve a nulla e le chupiterie della zona di San Donato continuano a lavorare a pieno regime, con i loro colpi a 1 euro o poco più. Meglio sarebbe controllare gli abusivi e punire solo quelli. Senza contare che attività come la nostra forniscono anche un servizio ai cittadini: banalmente penso ai bagni che il Moretti ha sempre messo a disposizione di tutti, clienti e non. Insomma, chiudendo i bar viene meno un presidio ma non si risolve assolutamente il problema dell’alcol, anzi, forse lo si aggrava pure, perché chi vuole continua a bere per strada, senza alcun controllo. E ditemi voi cosa è peggio».

  • In tuo nome, coerenza

    In tuo nome, coerenza

    lettere-luna-coerenzaNon ho paura di perderti, ho paura di non cercarti più.
    Quando giunge il tempo stanco, l’insofferenza, l’irrisolutezza, diventi un progetto ambizioso la cui realizzazione è sempre più distante, come una calotta che si scioglie e si ritrae davanti alla prua.

    Come è difficile avere fede, la fede è fiducia prima che devozione, è seguire un uomo di spalle senza averlo mai visto in faccia.

    In tuo nome, coerenza, amore lontano, ragione di vita, senso vacuo e profondo, in tuo nome, tutto questo procedere.

    In tuo nome correggersi, rileggersi, consapevoli che esistere è un’equazione che non ha risultato, che non ha soluzione. Coscienti che è dentro prima che fuori, sentire prima che fare. In tuo nome, coerenza, carta velina, il fuori sopra il dentro, in tuo nome, ricalcare.

     

    Gabriele Serpe

  • Zona Franca in porto al posto della centrale Enel. Dopo un dibattito di decenni, oggi il rilancio dell’idea

    Zona Franca in porto al posto della centrale Enel. Dopo un dibattito di decenni, oggi il rilancio dell’idea

    l’area di SpinelliUna zona franca nel porto di Genova per fare decollare l’economia della Liguria, magari proprio al posto della centrale Enel, in via di smantellamento. E’ la proposta rilanciata da A.L.C.E – Associazione Ligure Commercio Estero, il 22 giugno scorso durante la 71esima assemblea annuale. «Se ci fosse la volontà si potrebbe istituire la zona franca entro fine anno – dice il presidente di A.L.C.E, Riccardo Braggio – abbiamo il via libera dalla Unione Europea, l’approvazione della Regione, il consenso dall’Agenzia delle Dogane. Addirittura venticinque anni fa è stata emanata una legge per mettere in atto questo progetto, che però è sempre stato ostacolato». Le carte in regola ci sono tutte, a confermarlo è l’articolo 2 della legge 202 del lontano 1991 che prevede la possibilità di istituire una zona franca nel ponente del porto genovese, oltre Calata Sanità. Una legge che potrebbe cambiare le sorti dell’economia del capoluogo ligure e di tutta la regione, ma che nonostante abbia superato il quarto di secolo, non è mai stata messa in atto.
    «Il porto per definizione ha effetti positivi sul territorio – continua Braggio – genera occupazione e crea ricchezza, ma ad oggi in Liguria solo una parte di questa ricchezza rimane all’interno della regione. I porti rappresentano una grande opportunità di crescita per il territorio solo se vengono attuati piani di sviluppo».
    Genova dal 2014 ha perso il primato nazionale in termini di merci movimentate, sorpassata da Trieste che è l’unico porto in Italia a possedere una zona franca. «L’iniziativa porta benefici, lo dimostrano le città che hanno già sviluppato questo progetto – aggiunge Braggio – Con la semplificazione burocratica e la sospensione da dazi e Iva, la zona franca a Genova aumenterebbe il traffico delle merci e agirebbe da traino per lo sviluppo della Liguria e di tutto il Nord Ovest, coniugando le attività del porto con quelle produttive maggiormente capaci di creare occupazione».

    Cos’è la zona Franca, benefici e svantaggi

    La zona franca è un’area del porto delimitata e videosorvegliata nella quale arrivano le merci dall’estero, prima di essere smistate per il commercio. In questa area vigono benefici sia di tipo amministrativo come la semplificazione burocratica, sia di tipo fiscale come la sospensione da dazi e dall’Iva. «Significa semplificazione legislativa e agevolazioni economiche – aggiunge Braggio – fattori che incrementano il traffico regionale e di conseguenza portano occupazione». Nella zona franca le merci che arrivano in una prima fase vengono trasformate (applicazione delle agevolazioni economiche e delle semplificazione legislativa) e poi trasferite fuori dal territorio regionale. In un porto commerciale come quello di Genova oggi (senza zona franca), le navi scaricano le merci che, una volta caricate sui camion, lasciano subito il territorio e poi vengono trasformate senza godere dei benefici fiscali e legislativi.
    Secondo il presidente di A.L.C.E. portare a termine il progetto in Liguria potrebbe dire anche canalizzare a Genova il traffico cinese per l’Europa: «la nostra città potrebbe condizionare positivamente il traffico cinese per l’Europa, come è successo ad Amburgo che da quando è stata creata una zona franca è diventata la città preferenziale per i cinesi. Addirittura nel porto tedesco, per facilitare l’importazione cinese, è stato istituito un ufficio che si occupa dell’etichettatura delle merci. Un passaggio che evita le problematiche della lingua che ci sarebbero se l’etichettatura avvenisse in Cina e velocizza le procedure burocratiche d’importazione».

    il porto di SampierdarenaZona franca diffusa, tempi e costi

    «Se ci fosse la volontà si potrebbe già istituire una zona franca nel porto di Genova, la legge c’è e lo spazio pure. Non costerebbe niente a nessuno. Basterebbe delimitare alcune aree senza costruire muri o recinsione e renderle videosorvegliate per controllare l’ingresso e l’uscita della merce. Abbiamo l’appoggio anche dell’Unione Europea e dell’Agenzia delle Dogane, ma non della città – dice Braggio – Se volessimo entro dicembre potremmo già essere operativi».
    Oggi la proposta di A.L.C.E. è di istituire una zona franca diffusa, ovvero non un’unica area ma diverse zone delimitate e videosorvegliate nelle quali applicare benefici di dazi e burocratici. «In questo modo non si toglierebbe spazio e nessuno, tanto meno ai terminalisti. – dice Braggio – Si stanno liberando alcune aree del porto che potrebbero benissimo essere riadattate per la zona franca, come l’area della centrale elettrica di Enel». La legge 202 non pone nessun limite né sulla grandezza della zona franca, né su come deve essere suddivisa, specifica solamente che deve essere creata a ponente di Calata Sanità. All’idea non sono del tutto convinti i terminalisti che alla proposta di A.L.C.E. antepongono progetti considerati più urgenti da realizzare, come la messa a punto della Gronda. «Una cosa non esclude l’altra. Vorrei avere modo di poter spiegare ai terminalisti i dettagli del nostro progetto». Dice Braggio. Manca ancora il benestare dell’autorità portuale, che ha un ruolo fondamentale per mettere in atto la legge, peccato, però, che non esista ancora il nome definitivo del responsabile dell’Autorità Portuale. «Non abbiamo ancora coinvolto l’ammiraglio Pettorino, oggi commissario straordinario dell’Autorità Portualeconclude Braggio – Bisognerebbe prima ricordare al governo che sulla cartina dell’Italia esiste anche quel piccolo puntino che si chiama Genova. Non possiamo rimanere ancora a lungo senza un responsabile definitivo dell’Autorità Portuale».

    Le proposte di zona franca a Genova negli ultimi 50 anni

    L’idea di una zona franca nel porto di Genova non è certo una novità, piuttosto è un tema molto caldo, dibattuto da più di cinquant’anni nel capoluogo ligure. Una proposta lanciata per la prima volta nel dopoguerra dal giurista e avvocato Victor Uckmar, fermata dall’allora ministro delle Finanze Bruno Visentini per paura che le industrie del Nord Italia si delocalizzassero a Genova. «La prima proposta – racconta il presidente di A.L.C.E. – non è passata forse anche perché comprendeva sia i benefici doganali e sia quelli fiscali in maniera totale, ovvero si voleva creare un luogo in cui non veniva applicata alcuna tassa». La tenacia dell’avvocato non si è fermata e per una seconda volta rilancia la proposta. Fonda la società Zona Franca Spa, di cui lui era Presidente e nel 1991 riesce a far approvare la legge n 202 che prevede la nascita di una zona franca a ponente del porto genovese. Una norma però che non è mai stata messa in atto perché senza il benestare dell’Autorità Portuale né di Confindustria. Il risultato è che in 25 anni non è ancora stato fatto niente, salvo lamentarsi della crisi del porto e della città.

    Elisabetta Cantalini

  • Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Schermata 2016-06-08 alle 22.15.22Come è noto il Laboratorio Buridda è nuovamente sotto sgombero, poiché l’Università degli Studi di Genova ha deciso di provare a vendere l’edificio dell’Ex Magistero, divenuto una voce di spesa non più sostenibile. In questi mesi però i ragazzi del collettivo non si sono fermati, e anzi, hanno premuto l’acceleratore su molti progetti già in essere; tra questi il Fab Lab: recentemente è stata portata a termine la messa in funzione di un laser cutter auto costruito, dopo aver inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di dare luce ai locali interni. Uno dei cambiamenti più evidenti e visibili alla città, però, è senza dubbio la nuova “veste” dell’edificio, terminata poco più che un mese fa. Autore di questo lavoro l’artista internazionale noto al mondo come Opiemme, che con i suoi apprezzati lavori è divenuto negli anni uno tra i maggiori esponenti di quella che genericamente è chiamata Street Art.

    Un’occasione ghiotta per cercare di entrare in questo mondo, troppo spesso considerato frontiera ambigua rispetto alla fruizione dell’arte classica e massificata; un’intervista che ci ha permesso di conoscere un artista complesso, esponente di un movimento non più di nicchia come un tempo, ma ancora in bilico tra pregiudizi e censure.

    Il nuovo volto del Buridda

    Opiemme, partiamo dal tuo lavoro “genovese”, la facciata del LSAO Buridda… un lavoro sicuramente importante, viste le dimensioni, e, forse soprattutto, la portata simbolica di dare una veste nuova ad un edificio degli anni 30, al momento sede di un’occupazione da più di un mese sotto la minaccia di uno sgombero. Come hai preparato il tuo intervento, su cosa hai lavorato e da cosa ti sei lasciato ispirare?

    E’ stata una riflessione lunga, che mi ha portato a studiare la cifra stilistica del Razionalismo, fino ad una progettazione minimalista fatta di sottrazioni. Volevo riscrivere la facciata in modo che il Buridda potesse presentarsi con eleganza ai passanti, e che fosse fuori dai canoni estetici di un “csoa“. Ho cercato di allontanarmi da certi modi operandi tipici dell’urban, del muralismo e della street art, con un’attenzione all’impatto urbanistico del lavoro, senza sconvolgerne o nasconderne i tratti architettonici.

     … e che significato può avere fare un’opera del genere, per una realtà come quella del Buridda, ad oggi sotto rischio sgombero? 

    Credo possa essere un messaggio importante davanti allo sgombero. “Non ci fermiamo, qui si fa, si sperimenta. Riusciamo”. Un modo inusuale per farlo. Lontano dai motti e modalità della “tradizione” antagonista. Sono per cambiare e ricercare nuove dinamiche, per l’apertura, il dialogo, gli esperimenti. Stare seduti a un tavolo a ripetere le stesse cose serve solo a imbastire i più giovani. L’esempio di impegno dato dal Laboratorio è propositivo. La poíesis del fare. Ho parlato con molti signori del vicinato, soprattutto alla bocciofila dello Zerbino che, una volta raccontate le attività del Laboratorio e il perchè dell’intervento, vedevano positivamente il tutto e si meravigliavano della riuscita, così in poco tempo e con poche risorse. Soprattutto si chiedevano cosa fosse avvenuto nell’edificio dell’ex facoltà di Economia prima occupato poi sgomberato. La risposta è niente.

    Opiemme 02Immagini da leggere, parole da guardare

    Attivo dal 1998, definito “poeta della Street Art”, sul tuo sito scrivi “Immagini da leggere, parole da guardare”… come sei arrivato a questa sintesi? qual è stato il percorso artistico che ti ha portato a mescolare parole, immagini, lettere e poesie?

    Fin dall’inizio ho ricercato nuovi modi con cui proporre poesia. Non sono mai stato un writer, non ho mai fato i graffiti, ma queste realtà mi hanno influenzato. E’ stato l’epoca che ho vissuto, gli amici, le crew (adc, dw, ots, alkazar, screw, bdm) che mi hanno portato a questo. Ho fatto studi fra il letterario e l’antropologia sociale, e avevo dalle superiori una passione per lo scrivere poesie e racconti. La domanda che fece iniziare tutto fu: «Come mai l’ambiente poetico è così aulico, distante dalle persone e non fa nessun tentativo di svecchiare i suoi modi?». Quei nuovi modi di proporre la poesia nacquero poco prima del 2000, per “svecchiarla”, portala incontro alle persone. Il resto è arrivato conseguente, influenzato dall’era. Fino alla poesia di strada, fino al decomporre immagini a parole.
    Ricorderò sempre le parole di un grande poeta italiano che mi esortò: «combattere combattere combattere per la poesia». Lui è Valentino Zeichen, mancato questo 5 luglio 2016 dopo un ictus. Avrei sempre voluto dipingere per lui qualcosa su muro, e con lui a fianco.
    Lo farò senza, alla memoria della sua poesia e spirito.

    Caso Blu: Quando la “street art” va nei musei, cose ne resta? Qual è la tua opinione in merito al fatto che l’artista abbia deciso di coprire i suoi graffiti?

    Blu è stato immenso come sempre. Simbolico, performativo, coraggioso, lontano da convenienze e compromessi. La qualità del suo lavoro li travalica. Ha cancellato tutto quello che restava dai muri di Bologna e non gli avrà fatto piacere. Immagino il dolore.
    Scelta sua, sua libertà e non sono lui. Eppure in molti giudicano il giusto e sbagliato di un’azione che non ci appartiene.
    Con quel gesto mi ha ricordato l’emozione di quando da piccolo guardavo i film coi buoni che lottavano e vincevano contro i “cattivi”. Non avrebbe voluto essere staccato. Così come Dem e Erica il Cane e altri. Preferiva svanire con l’effimero che contraddistingue questi interventi?
    Forse qualcun altro ha visto più convenienze nel prendere alcuni dipinti suoi che, se non si trovano a Bologna dove è “cresciuto artisticamente”, non so dove potrebbero trovarli, e offrire al mercato qualcosa che mancava nella follia collezionistica street. Chi ha un elenco di quanto sia stato staccato, oltre che esposto? Quale organo ha supervisionato l’associazione no profit di Roversi-Monaco rivolta a questa azione?
    Per quanto riguarda il discorso street art nei musei è complesso. Un conto è staccare o strappare, se c’è l’accordo dell’artista e i complessi “bla bla” connessi. Sono per non trasportate le mie cose in un museo, ma le situazioni vanno analizzate di caso in caso, artista per artista. Se un domani mi chiedessero di portare un muro e murales in un parco, mi farebbe piacere.
    Esiste land art senza land, e street art senza street e le sue “libere e spontanee” modalità?
    Su interventi con gallerie e musei sono pro, anche perchè sono molto vicino e nell’arte contemporanea, e penso che le derivazioni che l’arte di un artista possa prendere non debbano essere limitate da categorizzazioni, né da “fondamentalismi” a cui spesso è difficile restare coerenti.

    Opiemme 01Arte e Libertà

    In tutte le grandi città, i muri spesso sono la tela di parole di popolo, dalle più banali a quelle più di concetto, dal graffito calcistico all’aforisma alcolico, dal messaggio personale al proclama politico. La cosa genera ovviamente periodiche ondate di perbenismo che porta a derubricare queste pratiche come vandalismo. Secondo te, cosa possono rappresentare le scritte sui muri, dove finisce un eventuale “vandalismo” e dove incomincia la poesia?

    Quando lo smog sui muri sarà considerato vandalismo alla salute, parlerò di vandalismo anche per le scritte. Spesso c’è molta poesia nel vandalismo, dipende da quali sono le ragioni e gli intenti che lo stimolano. “Vandalism is beautiful as a rock in a cop face“, aveva scritto su una delle sue fender Kurt Cobain. Gli intonaci non sono eterni e sono un termometro dei pensieri dei luoghi e dei popoli. “Muri puliti, popoli muti”. Detto questo è “giusto” ci siano conseguenze legali per libertà che alcune persone (fra cui io) si arrogano su proprietà altrui, altrimenti salta un equilibrio etico-giuridico. Non sono per le giustificazioni artistiche, che vedo cercano alcuni colleghi, perchè non sono un esempio di etica, se non per il proprio interesse. Ragionamento di convenienza tipicamente italiano, direi. Inoltre tengo a sottolineare questo: senza i graffiti, i writers e i trainbombers, quelle incomprensibili tag che la gente odia, senza i pezzi lungo linea e lungo i fiumi, senza quell’evoluzione delle lettere, a spigoli o bombolose, non si sarebbe sviluppato e diffuso tanto il movimento della street art odierno o sia esso muralismo, o postgraffitismoPer cui lunga vita ai graffiti, e al vandalismo a fin di bene e per rivolta.

    Hai lavorato in moltissimi paesi del mondo; un mondo che mai come oggi appare diviso da frontiere, politiche, culturali, economiche. Nella nostra Europa, confini che credevamo sepolti e inutili, sono risorti, per fermare, dividere, “proteggere” persone. Un esempio incredibilmente vicino è Ventimiglia… quali suggestioni ti muove questo contesto?

    Viviamo in una succursale degli Usa. I Bad Religion in American Jesus del ’93 cantavano «potete venirci a trovare, ma non potete fermarmi». Il modello era già esistente, doveva essere esportato. Paura e individualismo dividono la forza che le persone possono trovare insieme, e si sfogano in magre frustrazioni sui social. E la vita vera? Ventimiglia mette in luce questo problema, il movimento No Borders è fondamentale ma molto frammentato, c’è difficoltà fra le diverse realtà, da quanto ho capito, nel coordinarsi, e questi sono segni di quanto ho premesso. La comodità e il debito sono le catene odierne del controllo. La gente se ne frega di migranti e confini e lo farà fino a quando non si troverà nella stessa situazione. E’ preoccupante vedere tanta indifferenza e pensare che molti ignorino il fatto che questi flussi siano conseguenze di un colonialismo e guerre firmate Europa. Cosa mi spaventa? I parallelismi storici con i periodi precedenti alla prima e seconda Guerra Mondiale.
    Nel 2003 durante i primi giorni di occupazione dell’Iraq, per quelle armi di distruzione mai trovate, come riportò l’Indipendent, scrissi una poesia che in parte dice:
    “Piovono le stelle,
    pioggia senza nuvole.
    Cadono le stelle,
    con gocce impoverite.”

    Nicola Giordanella

  • L’anfiteatro romano di Genova presto visitabile. La nuova vita del tesoro nascosto della città

    L’anfiteatro romano di Genova presto visitabile. La nuova vita del tesoro nascosto della città

    Il più grande sito archeologico di Genova a breve sarà aperto al pubblico: l’ anfiteatro romano del primo secolo dopo Cristo, situato in centro storico, infatti, il 23 e il 24 settembre sarà la scenografia di una performance artistica all’interno della rassegna M.U.R.A. (Movimento Urbano Rete Artisti), mentre ad ottobre ospiterà un allestimento del Festival della Scienza 2016. Ma non solo aperture spot: i lavori di scavo dovrebbero proseguire, come anche l’allestimento per accogliere visitatori stabilmente, al fine di rendere questa incredibile testimonianza storica parte integrante del patrimonio culturale di Genova.

    Il sito archeologico più grande di Genova

    Un sito forse non troppo noto, sconosciuto anche a moltissimi genovesi stessi, nascosto dal cemento della ricostruzione urbana che ha toccato il Centro Storico nei decenni scorsi, che però racchiude una grande testimonianza della storia millenaria della Superba. Scoperto per caso nel 1992, come spesso accade, durante i lavori dei cantieri allestiti per la costruzione dei soliti box auto interrati, tra piazza delle Erbe, salita Re Magi e vico del Fico: gli scavi, durati fino al 1996, portarono alla luce una ventina di metri del muraglione che cingeva il campo dell’arena, e poco distante un pozzo in pietra, risalente al quarto secolo dopo Cristo, oltre a numerose opere murarie medievali. Il sito fu inglobato e coperto dalle strutture che portarono alla nascita dei Giardini Luzzati (e di qualche imprescindibile box), a due passi da Piazza delle Erbe, ma mai aperto definitivamente al pubblico. «Grazie a Piera Melli, l’archeologa che curò gli scavi per la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Liguria – racconta Ferdinando Bonora, responsabile dell’area archeologica per l’associazione Giardini Luzzati e Coopertiva Archeologia – questo sito è stato salvato e in parte predisposto per l’apertura al pubblico: un anfiteatro non grande, costruito con terrapieni e strutture in legno, ubicato in quella che allora era una zona esterna alla città, ma decisamente importante perché testimonia una parte importante della storia di Genova». Poche, infatti, sono le vestigia romane ancora riconoscibili in città, inglobate in altri edifici o demolite per costruire nuove strutture.

    Il piccolo anfiteatro (che vantava di un’ellisse con gli assi di 60 e 40 metri), secondo le ricostruzioni, doveva servire ad intrattenere o allenare le guarnigioni in servizio in loco, e venne ricavato sfruttando la naturale pendenza del terreno. Già nel quarto secolo, però, cadde in disuso, come testimonia la presenza del pozzo in pietra, collocato proprio sul perimetro dell’arena, e probabilmente costruito per approvvigionare i campi o abitazioni che nel frattempo avevano preso il posto dell’edificio romano. Alcuni rilievi hanno trovato traccia di vegetali “acquatici”, cosa che probabilmente testimonia la presenza di acquitrini o paludi.

    Il futuro dell’area

    Fu l’acqua, quindi, che probabilmente mise sotto pressione la struttura romana, danneggiandola; ed la stessa acqua che oggi minaccia il sito archeologico: «Le strutture di cemento che circondano questa area non sono mai state rifinite – sottolinea Bonora, che ha guidato Era Superba alla scoperta di questo luogo – e sono molte le infiltrazioni e le perdite, anche fognarie, che talvolta allagano parte del terreno. Stiamo lavorando per rendere visitabile e fruibile questo sito, ma il Comune di Genova deve fare la sua parte». Oggi tutta l’area, di proprietà del Comune di Genova, è in gestione all’Associazione Giardini Luzzati, che, in collaborazione con l’associazione Ce.Sto, la Cooperativa Archeologia Genova e il Teatro della Tosse, recentemente ha visto riassegnarsi la concessione per il prossimo triennio: «In questo arco di tempo vorremmo aprire definitivamente questo spazio, rendendolo parte integrante del tessuto urbano e scenografico della città – conclude Ferdinando Bonora – e nel frattempo ospiteremo eventi ad hoc, che ci aiuteranno a far conoscere questo prezioso reperto, rendendolo di interesse pubblico».

    Anima genovese

    Oggi si parla spesso di “costruire sul costruito”, ma la cosa non è una novità: Genova, avara di spazi ma non di ambizioni, ha da sempre visto sovrapporre uno sull’altro i diversi strati urbani che si succedevano nei secoli, spesso nell’ottica del progresso cittadino, e altrettanto spesso sotto la spinta demolitrice della speculazione o dell’interesse privato. L’anfiteatro genovese, oltre a testimoniare il passato romano della città, ne rappresenta l’immagine intima: un prezioso tesoro, salvo per miracolo ma circondato dal cemento e degrado, che giace nascosto, e che molti di noi non sapevano neanche di “avere”.

    Nicola Giordanella

    Foto di Simone D’Ambrosio, video di Nicola Giordanella

  • Villa Gentile e i giardini pubblici chiusi “per ferie”. Lucchetti al parco comunale di via Era

    Villa Gentile e i giardini pubblici chiusi “per ferie”. Lucchetti al parco comunale di via Era

    villa gentile 01La saga dei giardini comunali di via Era a Sturla si arricchisce di un altro capitolo. Dopo la denuncia da parte dei cittadini della annessione “de facto” dello spazio pubblico, documentata da Era Superba nei mesi scorsi, arriva la beffa; l’area verde pubblica, infatti, è chiusa “per ferie”: l’impianto sportivo di Villa Gentile ha chiuso i battenti lo scorso 6 agosto, per la consueta pausa estiva (che terminerà domenica 21), e di “conseguenza” anche il parco pubblico risulta inaccessibile ai cittadini.

    Cancelli chiusi

    E così, dopo gli accessi di via dei Mille, chiusi oramai da anni per inagibilità, anche l’ingresso di via Era, il solo utilizzabile dai cittadini per accedere al piccolo, e unico, spazio verde di Sturla, in questi giorni estivi è sbarrato, rendendo impossibile la fruizione dell’area comunale. Sul cancello non è presente alcuna informazione a riguardo: l’unico modo per intuire il perché di questa situazione è quello di collegarsi al sito web dell’Associazione Culturale Sportiva Quadrifoglio, dove in homepage è presente l’avviso della chiusura della struttura. Un’altra dimostrazione che nei fatti i giardini pubblici sono stati inglobati dall’impianto sportivo, in barba al contratto che ne prevedeva la “gestione e la manutenzione” da parte del concessionario.

    Un’altra brutta tegola, quindi, per gli abitanti del quartiere, che da tempo chiedono un chiarimento sulla questione, e il ripristino della normalità. L’unica buona notizia è che nel frattempo sono stati tolti gli attrezzi ginnici che in precedenza erano stati collocati all’interno dell’area pubblica, e che costituivano un problema di sicurezza, vista la loro condizione visibilmente precaria. A confermarlo è Giovanni Crivello, assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, intervenuto nell’ambito delle sue competenze: «Abbiamo fatto rimuovere le istallazioni pericolose – dichiara – e personalmente sto cercando di fare chiarezza su tutta la questione relativa alla concessione del parco pubblico di Sturla, anche se la cosa non dipende direttamente dal mio assessorato».

    Estate calda, settembre bollente

    villa-gentile-03Il “peccato originale”, però, rimane la poca chiarezza del contratto di concessione, e la sua relativa applicazione; sull’argomento Stefano De Pietro, consigliere comunale del Movimento Cinque Stelle, promette battaglia: «Come abbiamo richiesto, a settembre è prevista una seduta di commissione dedicata interamente a Villa Gentile – rileva il consigliere pentastellato – e porteremo in Sala Rossa una delibera per mettere la giunta di fronte al fatto che in passato si è permesso a Sportingenova (l’ente comunale che gestiva gli impianti sportivi, ndr) di stipulare un contratto di concessione in questi termini».

    Tutto l’affaire Villa Gentile, come abbiamo visto, è costellato di elementi poco chiari e interpretazioni altrettanto dubbie: se in questi giorni i giardini pubblici di via Era stanno osservando due settimane di pausa estiva, primo caso in Italia, il 5 agosto scorso erano invece aperti, nonostante la chiusura imposta a tutti i parchi pubblici genovesi per via dello stato di allerta meteo predisposto per quel giorno. «Si potrebbe figurare addirittura l’ipotesi di un illecito amministrativo – conclude De Pietro – e una mancanza di controllo clamorosa da parte di Comune di Genova».

    In questi giorni estivi, l’afa spesso diventa insopportabile, e un ombreggiato parco pubblico può essere una buona opzione per i cittadini a caccia di frescura. A Sturla, però, questo non è possibile. Sicuramente ci sarà qualcuno che, sportivamente, approfitterà di queste “ferie forzate” per godersi le Olimpiadi, ma lo spettacolo delle piste d’atletica di Rio, ad ogni goccia di sudore, ricorderà amaramente quanto sia difficile sopportare il caldo agostano di Genova senza poter contare sull’ombra preziosa dei “nostri” alberi.

    Nicola Giordanella

  • Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    Tra Genova ed Ecuador, con parole, sogni e poesie. La storia di Viviana Barres

    viviana-barres-01La storia della nuova genovese di oggi, Viviana Barres, ci racconta una storia di migrazione come naturale inclinazione dell’essere umano al cambiamento, alla ricerca di opportunità per migliorare la propria vita e realizzare le proprie inclinazioni, non determinata da necessità immediate di carattere politico o economico. Nella nostra città Viviana si è fermata quasi per caso, incerta fra l’inseguire il “sogno nel cassetto” di ragazza, a un passo dalla realizzazione – recitare come attrice in una telenovela in onda sull’emittente televisiva Ecuavisa- e le possibilità più incerte offerte dalla vita in Italia. Lei ha scelto, non senza qualche rimpianto, l’incerto e negli anni in cui ha abitato a Genova ha cambiato numerosi lavori, in parte per necessità, in parte per un’inclinazione personale alla ricerca della novità e del cambiamento. Anche nella storia di Viviana troviamo un tema ricorrente: la difficoltà, talora la totale impossibilità, di vedere riconosciuti in Italia titoli scolastici e accademici acquisiti nel paese di origine.

    Il mondo cinematografico e televisivo non è mai scomparso dal suo orizzonte e, oltre alla conduzione del Tg Latinos di TeleGenova alcuni anni fa, Viviana è stata la protagonista di due delle puntate di Radici, una dedicata al suo paese d’origine e una a Genova. Un programma in onda su Rai3 nazionale che racconta appunto l’altra migrazione, quella che non arriva con i barconi e che è inserita con successo nel tessuto sociale e economico italiano, mediaticamente meno notiziabile, ma maggioritaria dal punto di vista numerico. Radici ha offerto al pubblico italiano la possibilità di conoscere i paesi d’origine dei nuovi cittadini attraverso gli occhi dei protagonisti dei documentari.

    Come afferma Viviana, quando la migrazione è ben radicata nel territorio di arrivo, è all’origine di quella che potremmo definire una doppia appartenenza, sentimentale e culturale. Le persone sentono come propria la città in cui risiedono, senza per questo recidere i legami affettivi e linguistici con la terra d’origine. Un aspetto che emerge con decisione dall’antologia poetica “Dove le parole sono sogni. Un viaggio poetico tra Ecuador e Genova”, pubblicata nel 2013 da Liberodiscrivere edizioni e realizzato grazie alla collaborazione tra il Consolato dell’Ecuador, il Festival Internazionale della Poesia e il Comune di Genova.

    Il libro in una delle sue sezioni raccoglie le opere poetiche e narrative dei partecipanti a tre concorsi letterari e artistici, in prevalenza giovani under 30 di origine straniera, arrivati in età prescolare o scolare o nati in Italia da genitori immigrati. Nei testi c’è una forte presenza dei temi legati alla propria esperienza migratoria: il viaggio, la diaspora, la nostalgia per il paese d’origine, il senso di appartenenza, la percezione della nuova città e l’esperienza del dialogo sociale e interculturale. Alcune opere poetiche e testi musicali affrontano in maniera esplicita il sentimento della doppia appartenenza affettiva e culturale. Nelle opere pervenute al concorso c’è però anche una linea personale e intimista e un’altra che affronta i temi sociali in maniera più generale.

    Dove le parole sono sogni è il risultato di una bella iniziativa nata in ambito latinoamericano e che in itinere si è rivelata realmente “interculturale”, raccogliendo l’interesse e la partecipazione di molte altre persone, sia di origine straniera che italiane. Come abbiamo già evidenziato parlando di letteratura della migrazione, le opere artistiche e letterarie degli autori stranieri in Italia possono essere utilissime per comprendere e ricostruire la storia del complesso rapporto fra la società italiana e i suoi nuovi cittadini, per mettere in discussione punti di vista etnocentrici, certezze e stereotipi.

    Tuttavia, la poesia, la letteratura e le altre arti restano prima di tutto un’espressione creativa personale, in fondo irriducibile a qualsiasi categorizzazione legata all’origine degli autori: di fatto non esistono scrittori o poeti migranti, esistono scrittori e poeti la cui opera è influenzata, come avviene per tutti, dalla propria esperienza di vita.

    viviana-barres-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivata più di venti anni fa. In Ecuador stavo frequentando la facoltà di economia e nel frattempo avevo cambiato già alcuni lavori temporanei. Credo che cambiare spesso sia nel mio spirito, perché lo sto facendo anche ora. Mia madre, che già abitava in Italia, a Genova, mi diceva: vieni qua, prova cambiare vita, magari guadagnerai di più. E quando mia sorella, che nel frattempo si era innamorata di un ragazzo italiano, ha deciso di sposarsi e mi ha invitata al suo matrimonio, sono venuta in Italia per partecipare alla cerimonia. All’inizio è stato uno shock, soprattutto per la lingua, io non parlavo l’italiano, ma sono stata aiutata dalla presenza di parenti, amici e conoscenti che già da alcuni anni erano in città. Mia madre mi ha detto: prova a fermarti ancora qualche settimana, vedi se ce la fai, c’è una signora che sta cercando una ragazza che le tenga i bambini al mare».

    «È stata un’esperienza utile perché i bambini non ti criticano per gli errori di grammatica e con loro mi sentivo a mio agio. Quando sono arrivata a Genova, era maggio. Vicino al tempo dell’estate, della spiaggia e del mare, delle feste e così mi sono decisa a restare qualche mese. E ora, sono sono qua da più di venti anni».

    Come ti sei trovata nel tuo nuovo ambiente di vita? Ci sono differenze tra i tuoi primi anni in Italia e oggi?
    «All’inizio, quando stai vivendo una situazione nuova, vedi tutto diversamente, vedi tutto più bello. A parte lo shock iniziale della lingua, mi sono trovata molto bene nei primi anni a Genova. Mi sembra che in Italia l’ambiente fosse in generale molto più rilassato, accogliente. Ora i nervi sono tesi ovunque, non solo a Genova. Per uno straniero che arriva oggi, credo che sia tutto più difficile. Oggi è molto più frequente sentire in giro, soprattutto sull’autobus, persone che attaccano gli stranieri e per quello che ha fatto uno, vorrebbero far pagare tutti. A me non è mai capitato personalmente, ma sono situazioni che ho visto spesso negli ultimi anni. La città comunque mi piace, metà della mia vita è qua, metà in Ecuador. A volte penso che, se tornassi in Ecuador, l’Italia mi mancherebbe, degli amici che avevo allora, non so quanti ne ritroverei, forse uno o due. C’è stato solo un periodo in cui stavo molto male e desideravo tornare. Quando ti senti giù di morale e di spirito, ti viene voglia di ritrovare le tue origini».

    Prima di partire, avevi un “sogno nel cassetto” o un’aspirazione particolare?
    «In Ecuador, prima di partire, avevo risposto a un annuncio in cui cercavano attrici per una telenovela. Ho mandato il curriculum, ho fatto il provino e sono stata presa per recitare una parte. Era già tutto pronto, stavo già studiando il copione. Venendo in Italia per partecipare al matrimonio, ho perso la mia possibilità di lavorare nello spettacolo in Ecuador. Praticamente è come se avessi chiuso i miei sogni nel cassetto. Ogni tanto mi faccio delle domande: come sarebbe stata la mia vita se avessi continuato a recitare nella mia telenovela? E, invece, non sono neppure riuscita a sapere come è andata a finire la storia. Un’altra mia passione è la poesia, a me piace molto scrivere e negli ultimi anni ho partecipato ad alcuni concorsi, tutti a livello italiano. Per ora non ho nulla di pubblicato, anche le mie poesie sono tutte nel cassetto».

    In Italia hai cercato di inserirti nel mondo della televisione e dello spettacolo o ti sei concentrata su altre cose?
    «All’inizio non so neanche io perché, ma non ci ho provato, mi sono concentrata sugli studi e su altre attività. Ora invece sto pensando di riprovarci! Nel 2011 c’è stata la mia prima esperienza televisiva in Italia, il Tg Latinos di TeleGenova, un notiziario in lingua spagnola rivolto ai latinoamericani di Genova. Io mi occupavo degli eventi, di cosa succedeva nella città, e un’altra ragazza delle notizie di cronaca e politica dei paesi latinoamericani. Il Tg Latinos è durato due anni, poi ha chiuso per la crisi dell’emittente televisiva che lo aveva ideato. In seguito, sono stata contattata da Davide De Michelis, giornalista di Torino che stava lavorando a Radici, un programma che vuole far conoscere come uno straniero ha vissuto nel suo paese e come vive in Italia, le differenze che ci sono, come se l’è cavata nel nuovo ambiente. Nella prima parte, sono stata la protagonista di un documentario girato in Ecuador, nel quale racconto la storia della città in cui sono nata, Guayaquil, e la storia dei miei parenti, da Quito alle Isole Galapagos! Infatti, mentre io sono emigrata in Italia, loro si sono spesso spostati all’interno dell’Ecuador in migrazioni interne. Quando c’è stato il terremoto, che ha distrutto intere famiglie e danneggiato pesantemente varie zone dell’Ecuador, è stato molto duro pensare a come sarebbero stati ridotti molti luoghi del mio paese che ho avuto occasione di rivedere o vedere per la prima volta grazie a Radici. Questa primavera è stata girata la seconda puntata, ambientata a Genova, nella quale racconto la mia esperienza in città e in Italia. Lavorando per il Tg, ho conosciuto molte persone nell’ambito del cinema e dello spettacolo, e forse per questo mi hanno contattato per prendere parte a una produzione filmica cinese ambientata nel centro storico di Genova, che andrà in onda sulla televisione nazionale. Sul set ho conosciuto molte persone che mi hanno invitato a riprovare la carriera nell’ambito della televisione e dello spettacolo».

    viviana-barres-03Quali altre esperienze significative di studio e lavoro hai avuto a Genova?
    «Appena arrivata avrei voluto riprendere l’Università, quando ho scoperto che c’era da ricominciare tutto a capo. Per prima cosa ho fatto un corso di alfabetizzazione linguistica per imparare bene l’italiano a livello di grammatica e di sintassi, e in seguito mi sono iscritta alla scuola superiore. Inizialmente ragioneria, che avevo già frequentato in Ecuador. Era davvero pesante riprendere in mano cose già studiate anni prima, e per questo sono passata al corso dell’Istituto Bergese per tecnico di cucina, che era una delle mie passioni. Con il diploma mi sono potuta riscrivere all’Università e ho lavorato due anni come cuoca. Un’esperienza davvero faticosa, ma anche meravigliosa, come tutte le esperienze che ci arricchiscono. Negli anni successivi, grazie a un corso che prevedeva un tirocinio in un ente, sono entrata a lavorare come insegnante nel settore del doposcuola, dove mi occupavo di assistenza per i compiti in varie materie: matematica, spagnolo, italiano. Ho lavorato 5 anni, poi ne sono uscita per la crisi, ero una delle ultime assunte, il mio era il contratto più recente».

    «Un’altra esperienza interessante è stata il corso di Migrantour. Noi non siamo guide turistiche, siamo stranieri che fanno conoscere la parte della città (nel mio caso Genova anche se Migrantour ha sede a Torino ed è attivo in molte altre città) più simile ai nostri paesi!».

    Nel 2013 hai curato un’antologia poetica dedicata agli autori ecuadoriani e a poeti e artisti delle nuove generazioni. Ci puoi raccontare questa esperienza?
    «Nel 2009, tramite il consolato ecuadoriano, è stato organizzato il primo concorso di poesia dedicato agli artisti ecuadoriani, nell’ambito del Festival della Poesia di Genova, intitolato al poeta Jorge Enrique Adoum, aperto sia a opere in lingua italiana che in lingua spagnola.In questo primo concorso, molte delle poesie pervenute erano incentrate proprio sul tema della terra di origine, della mancanza, della nostalgia per il proprio paese. Io mi sono occupata dell’organizzazione della seconda edizione, che a differenza della prima è stata aperta anche a concorrenti non latinoamericani. A questo concorso hanno partecipato anche italiani e autori di altre nazionalità, fra le vincitrici c’è stata anche una ragazza albanese. Molte poesie erano sulle esperienze personali e in generale sul vissuto in Italia, a Genova, alcune sulle donne, sulla condizione femminile, alcune sull’amore o sui sentimenti. Nel 2012 è stato indetto il terzo concorso. A voce alta era un concorso di musica, poesia e danza riservato a giovani artisti under 30, sempre aperto anche ad autori non latinoamericani».

    «Dove le parole sono sogni, il libro che ho curato nel 2013 per le edizioni Liberodiscrivere, è un’antologia poetica che raccoglie i lavori dei vincitori dei tre concorsi letterari, le opere di poeti e artisti ecuadoriani che hanno partecipato alle varie edizioni del Festival della Poesia e alcuni testi di detenuti/e che hanno partecipato ad alcuni laboratori di scrittura tenuti nel periodo del Festival dai poeti ecuadoriani. Io non ho partecipato ai concorso perché ero coinvolta nella giuria…però è un periodo in cui ho scritto io stessa molte poesie! Ricordo che nei primi giorni non arrivava quasi nulla, iniziavo a essere ansiosa per questo, e ho iniziato a scrivere moltissimo. Per fortuna, poco prima della chiusura, sono arrivate moltissime poesie».

    I ragazzi e le ragazze che hanno partecipato al concorso si sono espressi in prevalenza in spagnolo o nella loro lingua madre o in italiano? Quali temi erano affrontati?
    «Alcuni dei ragazzi latinoamericani hanno scritto in spagnolo, altri in italiano. In generale penso che tutti scrivano del loro stato d’animo, di come si sentono nel momento e, come ti dicevo, molte poesie erano legate all’esperienza della migrazione e della nostalgia per il paese di origine. La necessità di scrivere si sente di più quando ti senti stressato, o giù di morale. Se tutto è lineare, è più difficile sentire la spinta alla scrittura. Però molte delle poesie arrivate, soprattutto delle ragazze più giovani, erano legate a questioni più private, al proprio stato d’animo in una storia d’amore, a esperienze e sentimenti personali».

    Andrea Macciò

  • Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    campo-rojaL’ultima settimana a Ventimiglia è stata bollente, senza dubbio, ma la contrapposizione alimentata dai media mainstream tra istituzioni e attivisti No Borders ha messo in qualche modo in secondo piano il vero dramma che continua a consumarsi nel comune frontaliero da più di un anno: il disastro umanitario che coinvolge centinaia di migranti sta peggiorando e sembra non avere fine. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un progressivo, quanto previsto, peggioramento della situazione; oggi l’attenzione pubblica è incentrata sul problema “ordine pubblico”, ma nei fatti siamo di fronte a una crisi politico-umanitaria, nazionale e comunitaria, le cui dimensioni sembrano crescere di giorno in giorno.

    Da gennaio sono arrivate in Italia 88 mila persone: secondo stime Ansa sono 138.312 i migranti presenti nel sistema di accoglienza, 30 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2015. 103 mila sono ospitati in strutture temporanee, tra cui oltre 12 mila minori non accompagnati. Dall’inizio del 2016, sono oltre 3 mila le persone che sono morte in mare, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Non è solo Ventimiglia che sta scoppiando, ma tutto il “sistema Europa”.

    Il campo del Parco Roja

    L’evento che ha dato il via al “caos” dei giorni scorsi è stata la marcia dei migranti dal campo della Croce Rossa verso il confine. Per capire le ragioni di questa scelta, siamo andati direttamente in loco, verificando qual è la situazione all’interno della struttura che da qualche settimana ospita, in maniera temporanea, oltre 600 persone (stando al numero di colazioni che Caritas ha distribuito il 10 agosto). La prima impressione è che all’interno del campo siano molte le cose a non funzionare. I servizi e il cibo sono insufficienti: nelle docce non c’è acqua per tutti, come ci riporta un uomo sudanese che incontriamo all’interno. «Il cibo è troppo poco – ci racconta – due scatolette di tonno, un pugno di pasta, una mela e due biscotti divisi in due pasti. Spesso la gente è costretta a fare la fila due volte per prendere da mangiare a sufficienza, quando ne rimane». Anche i letti non bastano. Ci fa vedere le brandine all’interno del container dove ci troviamo: i prefabbricati hanno una capienza di quattro posti, ma spesso gli ospiti per ogni singola unità sono il doppio. Decine di persone sono costrette a dormire all’aperto, su delle brandine da campo senza materasso. Non ricevono cure mediche adeguate e spesso sono costretti ad aspettare ore o giorni per essere assistiti. Dopo migliaia di chilometri di fuga da guerre, miseria e morte, si sentono in trappola: vogliono lasciare l’Italia ma non sanno come fare. «Siamo bloccati qui e non sappiamo per quanto» conclude il nostro contatto. Alcuni ragazzi lamentano la mancanza di interpreti, cosa per la quale sono stati costretti a firmare documenti senza averli potuti leggere e tanto meno capire. Le carenze organizzative da parte delle istituzioni italiane sono piuttosto evidenti: una situazione che ricorda più le carceri nostrane che un campo di accoglienza.

    campo 02Le carenze del campo della Croce Rossa

    A peggiorare la situazione, il recente sgombero del campo informale, ricavato da una stalla in disuso presso il fiume Roja. A fine luglio, le utenze di acqua e gas erano state tagliate da personale tecnico accompagnato da funzionari della Digos, a quanto pare nonostante il parere del sindaco Ioculano che in precedenza aveva “garantito” la fornitura essenziale dell’acqua. Dopo pochi giorni, il 31 luglio, lo sgombero. Molti degli oltre trecento migranti che lì avevano trovato rifugio sono stati portati nel campo della Croce Rossa: il livello di sovraffollamento è quindi diventato insostenibile, mettendo in luce tutta l’inadeguatezza della logistica. Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto, due medici dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA), ci riportano la loro esperienza dentro il campo in cerca di strumenti medici per intervenire sul alcune ferite presentate da alcuni ragazzi: «Alla nostra richiesta ci è stato risposto che l’ambulatorio mobile è chiuso e che, comunque, non hanno materiale medico – spiega la dottoressa – perché ad uso esclusivo del personale ASL e loro (il personale della Croce Rossa, ndr) non possono assolutamente accedervi. Ci è stato riferito che per un’analoga situazione di rimozione punti, avevano dovuto aspettare per due giorni l’arrivo di un medico autorizzato».

    Quello che non si dice…

    Fuori dal campo, sono ancora molte le persone prive di ogni assistenza. Numerosi gli accampamenti spontanei che sorgono e scompaiono nel giro di una notte, al fine di evitare i controlli della polizia: continuano, infatti, i trasferimenti coatti da Ventimiglia verso altri centri di accoglienza sparsi per il paese; centri da cui, come abbiamo visto, ripartono puntualmente i viaggi della speranza verso i confini, come in un incessante gioco dell’oca, alimentato da un corto circuito giuridico sempre più imbarazzante tra diritti delle persone, convenienze diplomatiche e strategie politiche. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella sua recente visita in Liguria ha dichiarato che i migranti devono essere spostati da Ventimiglia, per alleggerire la tensione nella città: la cosa probabilmente non risolverà il problema, forse posticiperà il precipitare della situazione. Quello che in questi giorni sembra essere diventato un problema di ordine pubblico, pare essere un problema di volontà politica, sia a livello nazionale che a livello europeo: possiamo spostare le persone ma continueranno ad esistere, possiamo arrovellarci sulle cause delle migrazioni ma la realtà è che esistono e continueranno a esistere finché esisteranno guerre, sfruttamenti e sperequazioni. Chiudere le porte e i confini non risolve nulla: ieri Idomeni e Calais, oggi Ventimiglia e Como. E domani?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • I Figli di Eracle, l’analisi psicologica dello sport da combattimento per prevenire la violenza

    I Figli di Eracle, l’analisi psicologica dello sport da combattimento per prevenire la violenza

    basile-garozzo“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una volontà, una visione”. Firmato Muhammad Ali, alias Cassius Clay. Quale miglior modo per festeggiare le medaglie d’oro numero 200 e 201 della storia delle Olimpiadi estive italiane, arrivate da Rio 2016 nella sera di domenica 7 agosto dagli ippon di Fabio Basile e dal fioretto di Daniele Garozzo?

    Ma che cos’hanno in Comune uno dei più grandi pugili della storia e i due giovani campioni italiani? Semplice: boxe, judo e scherma, assieme a molti altri, sono tre sport da combattimento. E che cosa c’entra tutto questo con Genova ed Era Superba? Scopriamolo insieme.

    I figli di Eracle, lo sport da combattimento per prevenire la violenza

    imageAll’ombra della Lanterna, nel 2015, grazie alla passione e all’intuizione di tre amici, nasce I Figli di Eracle un progetto per diffondere la cultura dello sport da combattimento e per prevenire atteggiamenti violenti e antisociali, attraverso l’analisi psicologica delle discipline da combattimento. Un’idea che fa del motto di Muhammad Ali il proprio modus vivendi.

    L’idea nasce dall’interesse per la psicologia analitica degli sport da combattimento e le risonanze che queste attività possono avere sull’individuo e sul mondo sociale. Secondo i fondatori del progetto, gli atleti quando combattono, lottano contro i propri limiti – nell’intervista post medaglia, Fabio Basile ha dichiarato di aver imparato il «piacere di soffrire» – entrano nei “ring”, sui tatami e sulle  pedane dove l’altro è uno specchio di se stessi. Il coraggio, il dolore, il sacrificio, la determinazione raccontano la storia di un atleta e di uno sport e, allo stesso tempo, parlano della possibilità dell’ uomo di andare oltre i propri limiti e oltre le proprie paure per diventare simbolo di un uomo migliore.

    «In nostro obiettivo è quello di dare una giusta visione degli sport da combattimento come attività che possa aiutare l’atleta ad acquisire consapevolezza di sé e dei propri limiti» racconta a “Era Superba” Mario Ganz, psicologo clinico, esperto in psicologia dello sport e uno dei fondatori dell’iniziativa. «Attraverso queste discipline – prosegue –  lo sportivo tira fuori quella rabbia che è insita in ognuno di noi. Chi lascia uscire e sfoga questa rabbia, non corre il rischio di diventare elemento violento nella società». Secondo gli ideatori dei Figli di Eracle, attraverso queste discipline sportive è possibile prevenire la violenza. Il progetto vuole abbattere lo stereotipo dello sport da combattimento come manifestazione di violenza ma identificarlo come aiuto di crescita personale dell’atleta. «Con i Figli di Eracle vogliamo creare una cultura dello sport da combattimento, offrire formazione psicologica a tutti gli atleti e amatori di queste discipline e diffondere consulenza psicologica nello sport» conclude Ganz.

    Perché il nome “I Figli di Eracle”

    i figli di eracle«La nostra società oggi più che mai ha bisogno di esempi positivi, di persone autentiche che rappresentino la voglia di cambiare, la voglia di farcela». E’ quanto sostengono i fondatori del progetto, una teoria che non vale solo per gli atleti ma per ognuno di noi e che, del resto, riprende uno dei pensieri della mitolgia greca. Il nome “I Figli di Eracle” infatti, non nasce dal caso: «Se l’atleta si muove sulle orme di Ercole, sarà più di un semplice sportivo, sarà un esempio, un modello di successo e di forza psicologica e fisica. Se inserito in un contesto sociale dove può esprimere la propria capacità per aiutare qualcun’altro a vincere le sfide quotidiane, non sarà solo un atleta, ma un eroe come lo fu Eracle». Fino a oggi, secondo gli ideatori del progetto, al fianco dei tanti “atleti da combattimento” si vedono solo preparatori atletici o motivatori, mai una figura psicologica che possa accompagnare gli sportivi in un percorso di crescita personale. «Cerchiamo di capire il perché esista un interesse verso questi sport – ci raccontano gli ideatori – se sia un bisogno psicologico di tornare a conflitti leali ed espliciti dove lo scontro diventa un incontro reale con regole precise o se si voglia mettere in atto un duello contro se stessi e conoscere i propri limiti».

    Obiettivi raggiunti e da raggiungere

    I Figli di Eracle nasce nel 2015 da tre amici, Andrea Vianello, psicoterapeuta di Mestre, Marco Rigon, appassionato e esperto di sport da ring, e Mario Ganz, psicologo clinico genovese, esperto in psicologia dello sport che collabora con lo staff medico del team Leone Petrosyan, fondato dal chirurgo genovese Loris Pegoli. «Il progetto è nato da un interesse comune, un’idea condivisa. Il tutto si è concretizzato dopo avere incontrato Alessio Sakara e Samuele Sanna, due grandi atleti negli sport da combattimento. Grazie a loro ci siamo convinti a fondare il progetto e andare avanti».

    Dai Figli di Eracle, lo scorso hanno in Veneto è nata una conferenza durante la quale sono intervenute tre atlete – Jleana Valentino, campionessa europea di Muay Thai, Imane Kaabour, ex pugile Gleason’s Gym di New York, insegnante di Boxe presso la palestra KBC a Genova e Adriana Riccio, campionessa europea di Taekwondo e istruttrice e coach della nazionale italiana – che hanno rappresentato l’essenza del progetto: hanno raccontato la loro esperienza di atlete e di donne in sport che spesso vengono declinati al maschile, hanno detto al pubblico di come hanno raggiunto traguardi internazionali e di come la disciplina sportiva abbia forgiato la loro esperienza di vita e una crescita interiore. «Ci piacerebbe organizzare l’incontro fatto a Mestre anche in Liguria – dice il nostro interlocutore – non solo perché sono genovese, ma anche perché la nostra è una regione che sta avendo ottimi successi nel mondo del fighting». Per ora, Genova e la Liguria in generale, secondo i fondatori del progetto, hanno risposto positivamente all’iniziativa di I figli di Eracle. Il primo successo è stato la collaborazione con la palestra di boxe americana KBC nel centro storico genovese, «ora siamo in contatto per le prossime stagioni con alcuni team liguri che hanno dimostrato molto interesse: andremo avanti con determinazine».

     Elisabetta Cantalini

  • Genova alla conquista di Costantinopoli, il capolavoro politico di Guglielmo Boccanegra

    Genova alla conquista di Costantinopoli, il capolavoro politico di Guglielmo Boccanegra

    santa-sofia-istanbulIn tempi di golpe, golpini e golpetti, per giunta in quel d’Istànbul, che di mutamenti di governo ne conobbe, e tanti – da imperatori mutilati a sultani assassinati (e, mi vien da dire, qualcuno se l’era pure meritato: Ibrahim I, ad esempio, è rimasto noto per aver ordinato l’uccisione di tutte le 280 donne del suo harem, chiuse in un sacco e gettate in un fiume, in modo da punire l’unica colpevole d’essere stata sedotta da un estraneo) – non parrà affatto strano soffermarci sul rapporto tra Genova e le rive del Bosforo. Costantinopoli ospitò, infatti, per diverso tempo, un intero quartiere genovese; anzi, una vera e propria cittadina autonoma: Pera, situata oltre il Corno d’Oro, inglobata nella capitale soltanto dopo la conquista ottomana.

    La storia dei rapporti tra Genova e Costantinopoli è costellata da numerosi episodi. Se vogliamo attenerci alla sfera del “politico”, forse quello più eclatante ebbe luogo nel 1261, allorché la città conobbe un improvviso mutamento di governo. Ma andiamo con ordine.

    La “guerra di San Saba”

    Dalla seconda metà del XII secolo, parte dei traffici genovesi, pisani e veneziani erano andati concentrandosi sulla costa siro-palestinese, in particolare ad Acri, la ricca capitale del regno latino di Gerusalemme. Nel 1256 (o 1257), tra le strette viuzze della cittadina siro-palestinese si verificarono ampi scontri, che portarono all’espulsione dei Genovesi dal proprio quartiere, con conseguenze perdita di beni, merci e vite umane. Si tratta della cosiddetta “guerra di San Saba”, che segnò l’inizio d’oltre un quarantennio di scontri quasi ininterrotti tra le tre potenze marittime italiane. Il conflitto costrinse i comuni a un ingente sforzo armatoriale. Nel 1257, una flotta veneziana si scontrò con alcune imbarcazioni genovesi che ebbero la peggio. Il governo della Superba allestì una seconda flotta, forte di venticinque galee e quattro navi minori, che il 24 giugno del 1258 incrociò al largo di Acri gli odiati nemici. Lo scontro fu violento ma alla fine Venezia ebbe ancora la meglio. I Genovesi perdettero quasi metà delle proprie imbarcazioni e circa 1700 uomini fra morti e prigionieri. Soprattutto, furono estromessi dal mercato acritano.

    Il capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, allora a capo del Comune genovese, scelse d’appoggiare l’imperatore di Nicea, Michele VIII Paleologo, il quale, da qualche tempo, reclamava per sé il trono di Costantinopoli. La città, infatti, era in mano ai Veneziani dal 1202-1204; da quando, cioè, era stata conquistata dalle armate occidentali nel corso della cosiddetta “quarta crociata”. Da allora, aveva conosciuto l’instaurarsi d’un più o meno fragile Impero latino d’Oriente, che recava con sé lo spiacevole corollario di tarpare i traffici genovesi tra il Mediterraneo e il Mar Nero. Ebbene, la scelta di collegarsi con Michele VIII Paleologo rappresentava per Genova, esclusa dal maggiore porto della costa siro-palestinese, forse l’unico modo per uscire dall’impasse.

    Il trattato di Ninfeo

    torre-galata-istanbulIl trattato stipulato a Ninfeo il 13 marzo del 1261, ratificato a Genova il 10 luglio – che non mancò d’attirare sui Genovesi gli strali di papa Urbano IV, vista la divisione in corso tra la Chiesa latina e quella greca – rappresenta a tutti gli effetti il capolavoro politico del Boccanegra. La convenzione si apriva affermando la cooperazione militare tra Genova e l’impero di Nicea nella guerra «cum Veneticis». L’imperatore concedeva ai Genovesi il diritto di frequentare tutte le terre e i porti in suo possesso o che avrebbe acquisito in futuro. Il commercio genovese sarebbe stato libero da ogni gravame e da qualsiasi norma riduttiva. I Genovesi avrebbero potuto installare una loggia, un palazzo, una chiesa, un bagno, un forno e un numero sufficiente di case nelle città di Adramitto, Ania, Chio e Lesbo e, una volta conquistate, a Costantinopoli, a Salonicco, a Creta e a Negroponte. Smirne sarebbe stata ceduta loro in perpetuo. Il Paleologo, inoltre, rinnovava la consuetudine di donare un pallio all’arcivescovo di Genova (si tratta di quello conservato presso il Museo di Sant’Agostino, attualmente in fase di restauro). A fronte di tali concessioni, gli impegni presi dai Genovesi si riducevano a ben poca cosa: i mercanti greci avrebbero dovuto essere accolti a Genova senza essere sottoposti a tasse o dazi di sorta; soprattutto, il Comune avrebbe dovuto fornire al Paleologo, a spese di quest’ultimo, sino a cinquanta galee da impiegare contro i suoi nemici.

    La presa di Costantinopoli

    Fu così che, verso la metà di luglio del 1261, dieci galee e sei navi al comando di Marino Boccanegra, fratello del capitano, salparono per la Romània. Anche Venezia, ad ogni modo, inviò una flotta di diciotto galee che non riuscì a intercettare quella genovese. Le cose, a ogni modo, presero una piega diversa. Né gli uni né gli altri giunsero in tempo sulle rive del Bosforo: la città fu, infatti, presa da Alessio Strategopulo, luogotenente del Paleologo, nella notte tra il 24 e il 25 luglio, approfittando dell’assenza della guarnigione veneziana.

    Benché i Genovesi non avessero partecipato all’operazione, l’imperatore mantenne comunque i propri impegni: a suon di trombe, buccine e strumenti a corda, essi procedettero alla distruzione del palazzo dei Veneziani, trasportandone in patria alcune pietre, destinate ad adornare il nuovo palazzo della ripa (oggi Palazzo San Giorgio), edificato per ordine del Boccanegra a partire dal 1260 per ospitare la sede del governo (e, se il lettore osserva bene, potrà ancora scorgere sulla porta principale e su un lato del palazzo alcune teste leonine provenienti direttamente da Costantinopoli). La vittoria avrebbe contribuito a ridisegnare l’intera carta politica del Mediterraneo orientale. Tuttavia, di lì a poco, il Boccanegra, sarebbe stato cacciato dal governo: un golpe – questo sì – sostenuto da buona parte della cittadinanza, avrebbe riportato i nobili al potere.

    Antonio Musarra

  • Cani abbandonati, per il 30% dei casi è colpa delle vacanze. Ma attenzione a neonati e periodo di caccia

    Cani abbandonati, per il 30% dei casi è colpa delle vacanze. Ma attenzione a neonati e periodo di caccia

    bacco-caneL’estate è arrivata e il fedele amico dell’uomo per molti si trasforma in un problema o un intralcio in vista delle ferie. Ed ecco, puntuale come ogni anno, ripresentarsi il triste fenomeno degli abbandoni.
    Giugno, luglio e agosto per molti sono sinonimo di vacanze e relax lontano da casa, per tanti animali sono sinonimo di abbandono. In Italia, ogni anno vengono lasciati a un destino incerto, di stenti e privazioni, circa 150 mila cani, di cui ben 60 mila nei soli mesi estivi. Una media di quasi 600 cani al giorno lasciati sotto il solleone per strada, davanti ai canili o in prossimità di luoghi di villeggiatura. Il dato più allarmante è che l’80% di questi incolpevoli malcapitati non sopravvive.

    A Genova, dove sono 62 mila i cani registrati all’anagrafe canina, nel primo semestre del 2016 sono stati prelevati e portati al canile municipale 86 cani. «Tra questi animali non tutti sono stati abbandonati volontariamente – spiega Roberto Parodi, direttore della struttura complessa sanità animale della Asl 3 genovese – alcuni, per fortuna, sono stati poi riconosciuti e ripresi dai proprietari». Secondo l’Asl 3, il fenomeno dell’abbandono dei cani a Genova e dintorni, nell’ultimo anno sta leggermente diminuendo. «Nel 2015 sono stati trovati 227 cani abbandonati – continua Parodi – 110 nei primi sei mesi, 24 in più rispetto a quest’anno». Attenzione però all’estate. «Negli anni passati nel secondo semestre che comprende i mesi estivi si registrava un aumento di cani vaganti – conclude Parodi – e in questo caso gli abbandoni di proposito sono in netta prevalenza».

    L’abbandono è un reato penale

    enzo-cane«L’abbandono degli animali è un reato». A ricordarlo è l’avvocato penalista Sara Garaventa dello Studio legale Ispodamia. La norma è prevista dall’articolo 727 del Codice penale che punisce la condotta di chi abbandona un animale domestico con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda dai 1.000 ai 10 mila euro. «La Cassazione – continua Garaventa – stabilisce che l’abbandono non consiste solo nel lasciare l’animale domestico in autostrada o al canile: il reato si commette anche se il padrone lascia il proprio animale in giardino o in terrazzo per giorni». L’abbandono di animali, come spiega l’avvocato, è procedibile d’ufficio, ovvero l’autorità giudiziaria non appena viene a conoscenza del fatto iscrive nel registro degli indagati il proprietario, senza necessità di una denuncia preventiva.

    Esiste un’altra norma per la tutela per gli amici a quattro zampe: è l’articolo 544 ter che disciplina il “delitto contro il sentimento per gli animali”. «Anche in questo caso si tratta di reato penale – conclude l’avvocato – ed è quello che una volta veniva identificato come maltrattamento verso gli animali». La pena, in questo caso, è la reclusione dai 3 ai 18 mesi o una multa che va dai 5 mila ai 30 mila euro.

    Perché i cani vengono abbandonati

    enzo-caneSecondo gli esperti in campo della cinofilia, le punte massime di cani abbandonati si registrano sì nel periodo estivo, con una percentuale del 30% del totale in tre mesi, ma non solo. «Moltissimi cani – spiega Simona Boschi, educatrice cinofila e vicepresidente dell’associazione Una che ha in gestione il canile municipale di Genova – vengono portati direttamente in canile dai padroni per problemi comportamentali».

    Un fenomeno che si ripete ogni anno e in ogni mese. Senza alcuna stagionalità, esiste anche la “sostituzione” del cane con un bebè. Spesso accade che l’amico a quattro zampe venga abbandonato quando in famiglia arriva un bambino e la coppia di neo genitori non riesce a gestire entrambi. E poi arriva l’estate: «In questi giorni – dice Boschi – la Croce Gialla ci sta portando moltissimi cani cosiddetti vaganti. Si presume che siano stati lasciati perché d’intralcio per le ferie».

    Secondo la legge, ogni cane dovrebbe essere munito di microchip e, una volta identificato, venire restituito al proprietario. «Purtroppo non è sempre così – spiega l’educatrice cinofila – spesso ci portano cani senza microchip, questo significa che non ci sono stati controlli in origine». In questi casi il canile non può far altro che ospitare gli amici a quattro zampe e sperare in un’adozione repentina. «Quando possiedono il microchip – conclude Boschi – ricontattiamo il proprietario che è tenuto a riprendersi il cane con sé».

    Un altro problema è la caccia: subito dopo l’apertura della stagione venatoria, infatti, oltre al 30% dei cani viene abbandonato perché non bravo a cacciare.

    Che cosa fare se si trova un cane abbandonato

    bacco-caneSul sito dell’Enpa, ente nazionale protezione animali viene descritto come approcciare con un animale ritrovato: “Avvicinarsi all’animale con calma. Non camminare in maniera diretta verso di lui: il cane potrebbe interpretare questo gesto come una minaccia, spaventarsi e scappare o diventare aggressivo. Stai accucciato e presta attenzione ai suoi segnali: denti scoperti, ringhi, pelo irto devono metterti in guardia. Nei casi più difficili, se il cane è molto impaurito e diffidente, è meglio non avvicinarsi e far intervenire degli esperti. Se invece si lascia avvicinare puoi rifocillarlo con un poco di acqua e di cibo. Il cibo, spesso, è anche un ottimo modo per fare ‘amicizia’ e per far capire all’animale che non vogliamo fargli del male”.

    «Nel caso in cui si incontri un cane vagante per le strade della città o si veda un animale visibilmente maltrattato all’interno di giardini e terrazzi privati – racconta un responsabile dell’enea – quello che bisogna fare è chiamare le autorità competenti, polizia o carabinieri». Le autorità contatteranno la Croce Gialla, onlus che si occupa del recupero e del trasporto al canile.

    In questi giorni, periodo clou delle vacanze estive e momento di maggior abbandono, tra le bacheche dei social network compaiono anche i suggerimenti su come comportarsi se si trova un cane solo e vagante in autostrada. Tuttavia, il post condiviso su moltissime bacheche di Facebook che dice “non dovete fare altro che inviare un sms specificando località, ora di avvistamento, razza (se possibile) e direzione di marcia al 334.1051030….1000 volontari sono pronti ad intervenire in tutta Italia fino al 4 settembre” purtroppo è un fake, una falsa informazione tipica del web. La Croce Gialla, infatti, non è al corrente dell’iniziativa del recupero animali in autostrada.

    «Quello che chiediamo a chi ci contatta direttamente – ci spiega Stefano Menti, uno dei responsabili della croce gialla Onlus, illustrando quale comportamento sia meglio adottare nel caso si trovasse in città un cane abbandonato – è, se possibile, di non perdere di vista l’animale ritrovato, addirittura di tenerlo con sé fino al nostro arrivo». Il servizio di soccorso animali si occupa di prelevare l’animale, di leggere il microchip, obbligatorio su ogni cane, e di portarlo al canile municipale. «Nel caso si avvistasse un animale che cammina sul ciglio dell’autostrada chiamate la polizia, non fermatevi» afferma l’esperto.

    In media, la Croce Gialla fa 4 o 5 interventi al giorno, con picchi massimi di 15 interventi in 24 ore. Gli interventi aumentano in primavera e in estate «con la bella stagione – conclude Menti – la gente porta più volte fuori casa i propri animali, spesso lasciandoli liberi, quindi è più facile che si perdano. Non si tratta sempre di abbandono volontario».


    Elisabetta Cantalini