Anno: 2017

  • Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    Slow Fish, il ministro Martina inaugura la kermesse dedicata alla cultura del mare. Firmata la “Carta di Genova”. Hennebique sede fissa?

    slow-fish-2017Con la promessa di trovare una casa permanente a Slow Fish a Genova, si inaugura l’ottava edizione della manifestazione internazionale dedicata al pesce e alle risorse del mare, ospitata al Porto antico del capoluogo ligure fino al prossimo 21 maggio. «E’ un appuntamento ormai di riferimento per noi – afferma il ministro Maurizio Martina – il messaggio di quest’anno è la consapevolezza che sulla risorsa mare dobbiamo fare ancora tantissimo: c’e’ una pesca artigianale da tutelare di più rispetto a quanto fatto in passato». Tra gli altri temi citati dal vicesegretario del Pd, quello «della sostenibilità dei nostri mari. Dobbiamo lavorare bene e dobbiamo fare meglio sull’utilizzo delle risorse europee che abbiamo a disposizione per la nostra pesca e dobbiamo porci il tema di un maggiore coordinamento delle attività nel Mediterraneo».
    Presenti all’inaugurazione, tra gli altri, il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, il sindaco di Genova, Marco Doria, il presidente di Slow Food, Carlo Petrini, i candidati sindaco a Genova di centrosinistra e centrodestra, Gianni Crivello e Marco Bucci. «La testimonianza di Slow Fish – sottolinea Petrini – è di portare avanti caparbiamente la volontà di coniugare il lavoro di pescatori e chef con la responsabilità di mantenere un ambiente sano e una giustizia sociale per chi lavora. È nostro dovere lavorare perché la Liguria divenga il fulcro di un dialogo tra le sponde del nostro mare, per superare le difficoltà comuni e creare un’economia virtuosa”.
    Alla manifestazione partecipa anche la Regione Liguria con un proprio stand, caratterizzato dall’ormai immancabile hashtag di promozione turistica #lamialiguria, che nei quattro giorni coinvolgerà realtà del mondo della pesca, del turismo, dell’enogastronomia, dell’artigianato, delle imprese. «Il cibo è oggi uno dei più importanti crocevia su cui si deciderà il futuro del pianeta – spiega Giovanni Toti all’agenzia Dire – i problemi connessi a un pianeta che produce cibo per tutti ma che è diviso tra chi muore di fame e chi mangia troppo. Da questo dipenderà non solo la sussistenza e la salute  di miliardi di persone, ma anche la possibilità di creare condizioni di pace e di sviluppo equilibrate per tutto il mondo».
    La “Carta di Genova”
    Sempre in occasione dell’inaugurazione di Slow Fish, questa mattina nella Sala dorata della Camera di Commercio del capoluogo ligure, è stata firmata la “Carta di Genova”, un documento sulle politiche della pesca e dell’acquacultura, scaturito dalla commissione Politiche agricole e condiviso da tutte le Regioni che sarà sottoposto ai governatori nel corso della prossima Conferenza delle Regioni. «Come Regione Liguria – spiega l’assessore regionale alla Pesca Stefano Maisiamo stati i promotori di questo documento che contiene una sintesi delle principali azioni che riteniamo siano indispensabili per il rilancio e la valorizzazione del settore della pesca; abbiamo raccolto gli intenti dei territori su punti che riteniamo strategici per il futuro del comparto, come le lacune da colmare sulle attività di pescaturismo e ittiturismo, sugli impianti per l’acquacoltura o la tracciabilità del pescato».

    Hennebique sede permanente?

    slow-fish-2017-bisDurante l’inaugurazione Toti lancia la proposta: all’Hennebique, dove nelle intenzioni del centrodestra dovrebbe sorgere il nuovo Palazzo del mare di Genova, potrebbe trovare spazio anche un centro di ricerca permanente sulle tematiche di Slow Fish aperto a tutto il Mediterraneo. «Mi sono confrontato con Carlo Petrini per fare della Liguria un centro di eccellenza permanente di Slow Fish – spiega il governatore – per il confronto culturale all’interno del Mediterraneo, così come il porto di Genova è la capitale dei porti d’Italia».

    Petrini conferma: “Lavoriamo perché Genova e la Liguria siano sede permanente del dialogo del Mediterraneo – dice il presidente di Slow Fish – con sede fisica e una nave di ricerca pronte per la prossima edizione del 2019».
    Nei prossimi giorni diverse iniziative legate alla cultura del mare in chiave gastronomica: al via domani a Slow Fish 2017, dalle 17 alle 19, nello stand della Regione Liguria, la “Milano Sanremo del gusto”, la famosa corsa ciclistica in chiave gourmet. Per il lancio sono state scelte due apecar da streetfood, personalizzate col logo del progetto, a bordo delle quali si sfideranno, su ricette inedite, chef delle tre regioni con tre food blogger.
    Sabato, invece, dalle 10,00 alle 11,00 nell’ambito della manifestazione Slow Fish presso l’Acquario di Genova il WWF presenta lo studio “Da dove viene il pesce che metti in tavola?”, lo studio che chiarisce le interdipendenze tra la domanda europea, i flussi di mercato globali e le implicazioni sociali che questi comportano nelle comunità dei Paesi in via di sviluppo. Tra i relatori Giulia Prato – Marine Officer WWF Italia, Cinzia Scaffidi – Vice Presidente Slow Food Italia, Simone Niedermuller – WWF Austria, Abdoulaye Papa Ndiaye – pescatore rete Slow Food Senegal e Segretario generale del Comité Local des Pêcheurs (Clp) de Ngaparou (Senegal) (TBC).
  • Turismo, oltre 150 comuni aderiscono a patto con Regione. Ok tassa di soggiorno, stretta su affitti in nero

    Turismo, oltre 150 comuni aderiscono a patto con Regione. Ok tassa di soggiorno, stretta su affitti in nero

    roberto-merlo-fotografia-liguria«Una pietra miliare per il turismo della Liguria, un patto di governance in cui il pubblico mette risorse, il privato si impegna a investire per riqualificare la nostra offerta e sfruttare l’onda lunga dei flussi in arrivo e i Comuni fanno la propria parte fino in fondo, sia con strumenti urbanistici che di investimento». Così il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, definisce il “Patto per il turismo” approvato oggi in giunta e presentato al palazzo della Borsa di Genova ai Comuni che hanno già manifestato l’intenzione di aderirvi.
    Gli enti locali che sigleranno l’intesa si impegneranno a mettere in campo una serie di iniziative coordinate: utilizzare la campagna di promozione #lamialiguria lanciata dalla Regione e implementare l’app dedicata fornendo dettagli su eventi e informazioni utili al richiamo turistico; partecipare al progetto Wifi Liguria; gestire anche in forma associata uffici di informazione e accoglienza turistica; impegnarsi in una serrata lotta all’evasione ed elusione fiscale e al fenomeno dell’affitto in nero che porta via risorse al turismo legale e posti di lavoro.
    Inoltre, nel caso in cui il governo sbloccasse la possibilità di istituire nuovi tributi locali, chi aderisce al Patto potrà introdurre la tassa di soggiorno -al momento in Liguria prevista solo nei Comuni di Genova, Savona, La Spezia, Framura, Riomaggiore e Sarzana- ma dovrà destinare il 60% dei proventi a interventi di promozione e servizi da concertare con le associazioni di categoria e il restante 40% per azioni comunque legate al turismo e al miglioramento delle infrastrutture del settore. «E’ un lungo red carpet che parte da Sarzana e arriva a Ventimiglia – spiega Toti – e vuole essere simbolico della necessità-capacità che devono avere gli enti locali di dialogare tra di loro e con i privati per creare una grande, competitiva offerta turistica. La Regione Liguria ha tutto per poterlo fare, troppe chance sono state perse: è l’ora di rimediare e cercare di accelerare il passo».
    La Regione, attraverso il Fondo strategico regionale, mette anche a disposizione oltre 10 milioni di euro per il 2017 in tutto il comparto turistico: di questi, 2 milioni saranno esclusivamente dedicati ai Comuni aderenti al Patto. «Credo sia un modo corretto di utilizzare i soldi di chi ci viene a trovare, quelli del fondo strategico e gli investimenti privati che devono ritrovare slancio. Siamo in una congiuntura favorevole, dobbiamo cogliere questo momento e saperlo capitalizzare per il futuro», chiosa Toti. «L’obiettivo è fornire finanze e quattrini a chi ha voglia di investire sul turismo – conclude l’assessore regionale al Turismo, Gianni Berrino – una parte del fondo strategico regionale per il turismo è destinato agli enti locali attraverso il Patto per il turismo, un’altra parte di circa 8,5 milioni è riservata agli imprenditori privati del turismo che dovranno apportare migliorie alle loro strutture, nel tentativo di far crescere la qualità dell’offerta già comunque elevata». I Comuni che hanno manifestato la propria intenzione di aderire al Patto al momento coprono circa il 91% di tutte le presenze turistiche in Regione.
  • Scuola, Regione Liguria aderisce al programma governativo sull’edilizia. Assessore Scajola: «Tema prioritario»

    Scuola, Regione Liguria aderisce al programma governativo sull’edilizia. Assessore Scajola: «Tema prioritario»

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (6)C’è anche la Liguria tra le Regioni che aderiscono alla “task force” sull’edilizia scolastica che scaturisce dal programma di collaborazione istituzionale che consentirà di attuare interventi di messa in sicurezza negli edifici più a rischio. Ad annunciarlo è l’assessore regionale all’Edilizia, Marco Scajola, dopo aver aderito al Protocollo d’intesa proposto dall’agenzia per la Coesione territoriale della presidenza del Consiglio dei ministri sul tema della scuola: «L’attuazione degli interventi di edilizia scolastica sul territorio ligure e nazionale – spiega Scajolaè un tema prioritario per le regioni che stanno facendo fronte comune per chiedere finanziamenti nazionali che consentano di intervenire. Il prossimo passo sarà la verifica dello stato dell’arte delle scuole e una relazione alla presidenza del Consiglio per ottenere le risorse».

    L’assessore ricorda anche che la  «Regione Liguria, in un anno e mezzo, ha già investito oltre 215.000 euro di risorse regionali per interventi di edilizia scolastica urgenti. In questi anni come Regione abbiamo fatto sforzi importanti ma serve che il governo faccia la sua parte, consentendoci di andare avanti con il lavoro di messa in sicurezza».

  • Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    Mustafa Sabbagh, il fotografo “fedifrago” e la magia delle immagini. L’incontro a Palazzo Ducale per la Settimanale di Fotografia

    © Mustafa Sabbagh
    © Mustafa Sabbagh

    Il terzo incontro de “La Settimanale di Fotografia” porta a Genova un gigante della fotografia internazionale, che è al contempo un artista imprevedibile e provocatore. Nato in Giordania, da famiglia italo-palestinese, la sua fotografia è diventata fin da subito patrimonio mondiale per la moda e l’arte figurativa. La sua ricerca lo ha portato a stabilire che «La vera bellezza ferisce».

    Come è iniziata questa storia d’amore con la Fotografia?
    «È difficile dirlo, perché ognuno ha un suo linguaggio per parlare di certe cose. Forse la fotografia è stata sempre il linguaggio che mi apparteneva di più per parlare dei miei sentimenti verso il mondo. Certo, non sempre ci sono riuscito, ma per me ha la stessa valenza della parola. Quando ero piccolo, fotografavo per gioco, e quello che all’epoca avevamo a disposizione erano nelle polaroid, che sembravano per noi cose magiche: mi piaceva questa magia dell’immagine che appariva dopo una specie di pressione con il ditino. In realtà come tutti gli amori è difficile raccontarli e razionalizzarli».

     

    Ma c’è stato un momento in cui ti sei accorto che era diventata la tua vita
    «Ti dico la verità, non lo so neanche adesso, lo metto in dubbio sempre… come ogni storia d’amore, forse ha una data di scadenza, ma è scritta troppo piccola e non riesco a leggerla. Forse durerà all’infinito, o forse no, ma non vorrei darmi limiti, solo quando inizierò ad annoiarmi la lascerò, anche per rispetto della fotografia».

     

    Durante il percorso, fonte ispirazione particolare
    «Sono onnivoro, credo che un fotografo prima di tutto sia un accumulatore seriale, di cultura, immagini, film, suoni, sensazioni, incontro. Di questo ognuno fa la sua sintesi, lo spazio è quello che è, e si scarta quello che si ritiene superfluo. Prima o poi vengono fuori queste cose. Poi va detto che a me non piace razionalizzare, mi piace progettare, che vuol dire portare a termine delle idee. Ma devo dire che non mi piacciano neanche troppo gli obiettivi, perché potrebbero creare dei limiti, quando uno dovrebbe andare oltre ai suoi limiti».

     

    Esiste una scelta sbagliata che credi di aver fatto e che non riferisti?
    «Forse la mia troppa generosità: di fronte alla società io mi spoglio completamente, mi metto a nudo, e credo che sia un atto di generosità, e non di vanità. Questo mi è costato molta energia, ma ogni scelta che ho fatto la rifarei. Anche quelle sbagliate, perché ti lasciano qualcosa, costruiscono. Mi piace cambiare, e spesso quando vedo che i miei progetti stanno andando bene, mi viene da lasciarli li, perché credo che il peggior nemico di un creativo sia la noia. Per me è fondamentale trovare sempre tracce nuove, strade nuove. Per far capire agli altri che comunque puntare sempre sui punti migliori di se stesso, rischia di farti diventare come una fotocopiatrice».

     

    Come definiresti la tua fotografia, se si può definire ….
    «Forse sono egoista nel senso che io faccio sempre degli autoritratti anche quando “scatto gli altri”, forse in maniera onanistica, per un appagamento personale. Non penso che il mio dovere sia cambiare il mondo, il mio dovere è verso me stesso, cioè vedere il mondo attraverso di me. Mi piace il mondo com’è, anche con tutti i suoi problemi…».

     

    sabbagh-wpcf_390x500Parliamo della fotografia degli altri allora… oggi siamo bombardati da immagini..
    «Esatto, hai usato la parola giusta, siamo bombardati di immagini, non di fotografia. All’immagine manca il processo finale, rispetto alla fotografia che è un processo compiuto, dal pensarla fino a stamparla. Quelle che noi vediamo sono spesso immagini, che si fermano all’immateriale. A me interessa il processo finale, quello chimico… siamo bombardati di immagini ma conosciamo poco la fotografia».

     

    E cosa si potrebbe fare?
    «La quantità di informazione non è mai un difetto, dobbiamo solo allenarci a selezionare attraverso il nostro cervello qual è la parte più sana di quello che ci arriva. La fotografia è un processo democratico, tutti possono fotografare, ma come per le automobili, in molti hanno la patente ma in pochi finiscono a fare i piloti di formula uno. In realtà non cambia molto per il mondo della fotografia, e non credo sia pericoloso. L’unico pericolo che vedo è che chi si occupa di fotografia non sappia quello che sta facendo, il proprio ruolo e la profondità della materia».

     

    Sei un fotografo di fama internazionale, ma perché hai scelto proprio l’Italia da cui tutti scappano?
    «In questo momento storico credo che il mondo sia molto piccolo, non è importante dove hai il tuo armadio. Io posso spostarmi, e per una storia d’amore sono arrivato a Ferrara… il lato della vita privata è molto importante, e non voglio trascurarlo. In questo modo posso considerarmi fedifrago nei confronti della fotografia: io la tradisco sempre e lei non mi tradisce mai».

     

    Cosa porterai nel tuo workshop?
    «Farò lavorare loro, come ho sempre fatto. Non mi piace il fotografo vanitoso, che parla di sé, mi piacerebbe tirar fuori il meglio delle persone che ci saranno: sarà come una riunione di alcolisti anonimi, sarà un’orgia creativa. Ovviamente ho una specie di traccia nella mente, ma dopo poco, parlando con i ragazzi, avrà preso un’altra strada. Se non fosse così sarebbe falso. I cloni mi annoiano, e ce ne sono fin troppi in questa società, e non servono».

     

    Che consiglio vorresti dare ai chi vorrebbe diventare fotografo
    «Fammi questa domanda alla Settimanale, e vediamo cosa esce fuori…»

     

    Nicola Giordanella

  • Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Ferdinando Scianna e il valore dell’esperienza. Le scelte che cambiano la vita e la narrazione di un mondo che non c’è più

    Monica Bellucci @ Ferdinando SciannaNel secondo appuntamento de “La Settimanale di Fotografia” l’ospite è una colonna del fotogiornalismo, italiano e non. Parliamo di Ferdinando Scianna, classe 1943, che con le sue intuizioni, pratiche quanto istintive, ha segnato per sempre il modo di documentare la realtà, partendo da quella popolare a quella più legata alla cronaca.

    Ferdinando, la sua lunga carriera è partita quasi per caso, seguendo la passione e l’intuito, raccontando la realtà che lo circondava. Quando ha capito che la fotografia era diventata la sua professione, la sua vita?
    «Che fosse diventata una professione, l’ho capito con un certo ritardo. Quando ho incominciato, a 17 anni in Sicilia, senza nessun tipo di tradizione culturale che avesse a che fare con la fotografia; era più che altro un gioco, una passione, che non sapevo nemmeno potesse diventare un mestiere. Poi questa passione l’ho fatta diventare un metodo, una strada per trovare un sistema per fuggire dal destino preconfezionato che mi aspettava. Quindi ho iniziato a scattare in maniera più sistematica, guardandomi intorno… Dico sempre che ho incominciato a fotografare la Sicilia, perché la Sicilia era lì e io la potevo fotografare, e non il contrario, cioè era una realtà perché io la fotografavo. Da li è uscito il mio primo libro, che è servito come passaporto per emigrare come tanti dalla Sicilia, ma nel mio caso non sfuggendo dalla miseria ma inseguendo un sogno».

    Ma la sua tecnica, che ha influenzato e continua ad influenzare molti fotografi, avrà avuto uno spunto…
    «Ho molte domande inevase su questa faccenda, è difficile spiegarlo, ma quando ho incominciato non c’erano libri e poche riviste. Quando sono uscito con il primo libro, mi è stato detto che avevo forti influenze bressioniane: in realtà praticamente non lo conoscevo neanche; le prime stampe che ho visto, sapendo che fossero le sue, le ho viste anni dopo in casa del mio amico Sciascia. Leggevo quello che si poteva trovare nei pochi studi fotografici della regione. Quando ho preso il diploma liceale mi sono fatto regale una delle prime reflex in circolazione, con un solo obiettivo e il primo libro l’ho fatto così, sperimentando facendo. Non so se fu talento, io il talento non so cosa diavolo sia, e ho imparato le cose facendole… poi ho fatto il fotoreporter per l’Europeo, poi sono stato a Parigi come inviato, e nei 17 anni successivi ha sviluppato il mio stile».

    Uno stile che ha conquistato, e influenzato, anche il mondo della moda…
    «Negli anni 80, lasciando Parigi per tornare in Italia, è arrivata la richiesta imprevista e bizzarra di fare un catalogo di moda. Il mio approccio è stato quello del fotoreporter, perché era quello che sapevo fare, e la cosa ha incontrato i gusti del momento, ed ha funzionato».

    Si è trovato a disagio?
    «In precedenza avevo fatto delle prove, presentando dei provini per giornali di moda, ma erano talmente mediocri che la mia carriera di fotografo di moda sembrava finita li. Poi dopo tempo, avendo capito altre cose, sono stato capace di rispondere con un approccio diverso, istintivo, che ha funzionato».

    © Ferdinando SciannaLa sua fotografia, soprattutto quella che raccontato l’espressione popolare della religiosità siciliana, è diventata iconica. Tanto iconica che forse oggi certe realtà sono perfino “schiave” di questa narrazione. Cosa ne pensa?
    «Un pochino sento questa responsabilità, perché forse ho contribuito a trasformare quel tipo di indagine fotografica in una specie di luogo comune diffuso, soprattutto sulla tipologia “festa popolare”. Questa cosa, però, avveniva oltre 50 anni fa, cioè un’era geologica fa. Oggi è molto difficile oggi spiegare che il mondo di cinquant’ani fa, la passione per quello che mi circondava era maggiore della consapevolezza formale, una passione istintiva che poi ho dovuto digerire per farla diventare un linguaggio»

    Di quel mondo, oggi cosa è rimasto?
    «Il mondo di allora è diventato un luogo comune. La gente continua a fotografare quel mondo li escludendo quanto è successo nel frattempo, ricercando un passato che non c’è più, e la cosa rende tutto artefatto. In certe occasioni oggi ci sono più fotografi che processionanti».

    E secondo lei ha senso?
    «Rifarlo allo stesso modo non ha più senso, ci ho provato anche io anni dopo, ma andrebbe fatto contestualizzando nuovamente le cose che succedo, facendo capire che i riti sono diventati rappresentazioni: prima le processioni venivano fatteper se stessi, per ci si credeva, oggi si fanno più per turismo, per le foto, per promozione… ».

    Per chi ci prova ancora cosa potrebbe suggerire?
    «La professione di fotoreporter è in una crisi quasi mortale, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero. Non ci sono consigli che si possano dare se non di fare quello che veramente ci appassiona, di cercare di fotografare la realtà intorno, perché se sarà difficile camparci per lo meno starai facendo una cosa che ti piace».

    E allora un consiglio su cosa non fare?
    «Spesso me lo chiedono, ma dovrebbero essere loro a spiegarlo a me, a spiegare come muoversi oggi, nel mondo di internet, telefonini… nel senso che oggi il mondo è talmente diverso al mondo in cui mi sono mosso e ho fatto la mia storia, che non c’è più. Bisogna trovare altri strumenti, altri interlocutori, altre modalità».

    Scusi la domanda, ma nella sua carriera ha scattato migliaia di fotografie, ha una preferita?
    «Scattare la foto è schiacciare un bottoncino che apre una finestra sul mondo di una frazione di secondo; quindi, nella maggior parte dei casi, non funziona, perché quello che vedi non coincide con quello che hai visto in quell’istante. Con il passare degli anni si impara a riconoscere quell’istante ma comunque non può esistere una solo fotografia è come domandare alla madre quale figlio preferisce, che probabilmente c’è ma non lo dirà mai…».

    E allora le chiedo se secondo lei ci sono delle sue foto che sono state sopravalutate…
    «Una quantità enorme! Credo che tutto la mia notorietà nasca da una sopravalutazione, e io credo di intendermi di fotografia (ride, ndr)… Ognuno fa quello che può fare, e se lo fa ha già compiuto il suo dovere».

    A cosa sta lavorando oggi?
    Oggi di tanto in tanfo faccio lavori che implicano un approccio più riflessivo, faccio ritratti e paesaggi. Inoltre, avendo fatto moltissime fotografie, molte per lavoro e innumerevoli per necessità personale, oggi lavoro molto sugli archivi, selezionando, relazionando, aggiungendo storie e parole. Come diceva Gassman “abbiamo un grande avvenire alle nostre spalle”…».

    Nicola Giordanella

  • Nicolas Vigliotta, e una Genova che non sa di essere grande e (quasi) perfetta

    Nicolas Vigliotta, e una Genova che non sa di essere grande e (quasi) perfetta

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    ©Veronica Onofri

    Nicolas Vigliotta

    Nicolas Vigliotta è nato a Genova il 9 Maggio del 1982. Imprenditore, autore e conduttore televisivo ho collaborato dal 2011 ad oggi con alcune emittenti regionali  fra cui: TELEGENOVA, TELELIGURIA e TELENORD; ha ideato, scritto e condotto diversi format televisivi fra cui Zena Car and Restaurant attualmente in onda la domenica sera alle 22:30 su TELENORD canale 13 e SKY canale 845 con ospiti vip della tv come Serena Garitta o personaggi della musica italiana come Francesco Baccini, Vittorio De Scalzi, Zibba ed Ex- Otago.
    Nel 2014 è stato selezionato per partecipare a RDS ACADEMY in onda su sky in collaborazione con RDS Radio Dimensione Suono. Sempre nel 2014 ha collaborato col quartetto comico Ligure formato da Enrique Balbontin Andrea Ceccon Fabrizio Casalino ed Alessandro Bianchi i Pirati dei Caruggi con lo spettacolo Sotto a chi Ciocca. Oltre alla tv è sempre viva la passione per la musica infatti  oltre ad aver studiato batteria e percussioni, che è il suo strumento principale Nicolas fa “da spalla” a diverse band e suona la chitarra e Canta in un trio acustico.
    [quote]Con Nicolas ci siamo fatti un giro nel centro storico. E’ una persona molto simpatica, sembra molto sulle sue ma quando meno te lo aspetti con una battuta o un’osservazione ti fa morire dal ridere.[/quote]
    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? e quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Quando ero bambino non avevo sogni, mi preoccupavo di più delle mie passioni  dell’epoca. Studiavo batteria e passavo molto tempo ad ascoltare musica. Inoltre uscivo spesso e interagivo e mi confrontavo parecchio coi miei coetanei, cosa da non sottovalutare, visto che la mia è stata l’ultima generazione a vivere l’adolescenza senza il telefono cellulare; posso assicurare ai lettori più giovani che stare in una piazza tra amici a parlare senza messaggiare con chi non è presente, senza selfie o aggiornamenti di stato.. era davvero accrescitivo. In relazione ai sogni.. diciamo che cammin facendo, anno dopo anno, sto realizzando tutte le mete che durante la vita mi vien voglia di raggiungere. Sono felice»
    Cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Genova è una città di cui mi sono innamorato fin da subito. Più ne scopro angoli nascosti e più la amo. Ogni sestiere ogni palazzo ha così tanta storia su ogni mattone che non di rado mi trovo a passeggiare nel centro storico con gli occhi di un turista; sono particolarmente legato inoltre alla zona di levante. Mi emoziono ancora ogni volta che guardo il mare a Vernazzola o il lungomare di Quarto… Vivo bene a Genova. È una città a misura d’uomo. Vivo Lavoro in centro e mi sposto a piedi o al massimo in scooter. È un perfetto compromesso fra la grande città e una cittadina di provincia.  Spesso dimentichiamo che Genova è la 5ª/6ª cittá d’Italia con un’area metropolitana di circa 1 milione e mezzo di abitanti ma allo stesso tempo non servono 2 ore di coda in tangenziale per raggiungere il centro e in 10 min sei in spiaggia. Purtroppo come ogni luogo ha i suoi lati negativi e anche Genova ha i suoi. A mio avviso “Genova”  ha una mentalità molto provinciale a cospetto di un patrimonio artistico (parlo di risorse umane) enorme. Come dico spesso: POTENZIALMENTE SIAMO MIAMI, UFFICIALMENTE SIAMO BAGHDAD».
    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Bella domanda. Spesso mi pongo lo stesso quesito. Se dovessi andar via, dove andrei? Di certo una città di mare. Magari più piccola. A fare cosa? Davvero non saprei. Non ho in mente un posto o un lavoro in particolare. Se dovessi attuare un cambiamento beh lo farei radicale; cambierei regione, lavoro e vita».
    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Si esiste. Più che un luogo comune è una “sottovalutazione” della Superba. Spesso quando parlo con persone in giro per l’Italia non considerano minimamente la città. Capita non di rado che io posti delle foto sui miei profili social di scorci e spiagge del centro o del levante genovese e amici sparsi per l’italia che non hanno mai visto (o poco) la città mi scrivano: “ma quella è Genova?” Oppure “ma a Genova avete il mare cosi bello?”
    Ovviamente io rispondo NO cosi non vengono a intasarci le autostrade (scherzo) RISPONDO un po’  SECCATO: “CERTO!» Oppure viaggiando molto negli Stati Uniti mi dà molto fastidio dover dire: Genova.. 2 hours from Milan and 30 minutes from Portofino.

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti? 
    «Dipende dalla stagione. Dipende da chi viene a trovarmi. Avere a disposizione una città cosi eclettica sotto l aspetto morfologico e artistico ti dà modo di poter scegliere un percorso ad hoc.  Potrei portare la persona nel centro storico e per musei, sul mare a Boccadasse per un pranzo, a vedere il panorama dalla Spianata di Castelletto per un gelato, a Nervi in passeggiata, al Porto Antico, potrei andare avanti per molte righe… dipende».
    Tu hai a che fare con molti personaggi genovesi, chi è il genovese che stimi o hai stimato di più?
    «Negli ultimi 7 anni soprattutto, e per collaborazioni a spettacoli e per trasmissioni televisive, credo d’aver parlato e trascorso momenti interessanti con scambio di opinioni e vedute diverse con quasi tutti i principali e famosi artisti genovesi. Non c’è n’è uno che stimo particolarmente di più di altri. Li stimo tutti. Diciamo che per una serie di circostanze ce ne sono alcuni che sento e vedo più spesso perché si è creato un rapporto d’amicizia. Altri con il quale difficilmente farei una vacanza»
    Veronica Onofri
  • Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio. Beppe Gambetta e i suoi amici

    Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio. Beppe Gambetta e i suoi amici

    Beppe-Gambetta-AN17Torna al Teatro della Corte Beppe Gambetta con uno degli appuntamenti musicali più attesi della stagione, tutto dedicato quest’anno alla chitarra acustica. Il concerto guadagna il tutto esaurito, con prenotazioni dalla Grecia, dagli Usa, dall’Australia, confermandosi come uno spettacolo di importanza ormai a livello mondiale. Aiuta a confermarne il successo il fatto che il Teatro della Corte,a detta dello stesso artista, offre una visione perfetta ed una perfetta acustica da qualsiasi angolo del teatro, elementi fondamentali per uno strumento musicale che non abbisogna di altri supporti per fare arrivare il proprio affascinante messaggio. Una chitarra acustica, infatti (termine anche usato per indicare la chitarra folk ), è uno strumento in cui il suono è prodotto dalla vibrazione delle corde e si propaga attraverso la risonanza della cassa armonica, senza la necessità di amplificazione elettrica. Il termine “chitarra acustica” è coniato dopo l’avvento della chitarra elettrica , che utilizza l’amplificazione elettronica per essere ascoltata in un vasto ambiente.

    Beppe, grande esperto e maestro di chitarra, collaboratore anche singolarmente dei propri ospiti, presenta e coordina, da perfetto anfitrione, con uno stile affabile, a braccio, che comunica vicinanza sia al pubblico che agli artisti, facendoli interagire in un crescendo di commossa partecipazione. Si assisterà,come sempre, ad eccezionali prestazioni di artisti di straordinario talento, per la prima volta insieme, che hanno saputo affinare e porgere le loro doti in particolari mix che partono dalla tradizione per arrivare al rinnovamento, capaci di esibirsi da soli o di fare squadra. The fathers, i padri, a pieno diritto.

    Gli ospiti che condividono il palco sono PAT FLYNN, BRYAN SUTTON e DAVID GRIER, padri della chitarra acustica moderna ed artisti dal livello tecnico superlativo. Lo stile di Pat Flynn combina elementi tradizionali con le forme più eclatanti del rock e del country. Bryan Sutton ha raggiunto un successo clamoroso e costante in America coniugando la musica dei precursori con le moderne tendenze. David Grier ha uno stile duttile e una notevole capacità di improvvisazione, sui quali si fonda la sua affermazione anche da solista.

    Elisa Prato

    + Acoustic Night 17 al Teatro della Corte dall’11 al 14 maggio

  • La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

    La Settimanale di Fotografia riparte con Martina Bacigalupo e la solitudine del fotografo, tra narrazione, militanza e umanità

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    Umumalayika © Martina Bacigalupo

    Un percorso di ricerca continuo ma circolare, una storia fatta di passione e riflessione, militanza e sconforto, un alternarsi di azione e riflessione; fermarsi per poi ripartire. Questa è la produzione di Martina Bacigalupo, fotografa genovese oggi primo ospite degli incontri di Palazzo Ducale organizzati dalla “Settimanale di Fotografia”, quest’anno giunta alla terza edizione.

    Un viaggio che inizia da lontano: «Ho studiato letteratura e filosofia, per poi trasferirmi a Londra, dove ho iniziato a lavorare nell’ambito della fotografia creativa, con progetti molti intimisti, crescendo sotto la guida di Giorgia Fiorio, in un contesto un po’ fuori dal tempo, che consentiva spazi di riflessione molto ampi». Una quiete artistica che però presto subisce un’accelerazione improvvisa, quando Martina, nel 2007, raggiunge il Burundi, per documentare la realtà di quel paese prendendo parta alla missione di Mantenimento di Pace delle Nazioni Unite: «Un campo di lavoro con richieste e tempistiche molto diverse da quello a cui era abituata». Un salto scelto in base ad una necessità intima di fare di partecipare ad una battaglia fatta di testimonianza e documentazione «Laggiù mi sono riscoperta, lavorando per portare avanti la difesa dei Diritti dell’Uomo, della Donna, tra Burundi, Uganda e Congo, e l’ho fatto per dieci anni».

    Anni di grande militanza «anni in cui credevo fortemente che la fotografia avesse comunque un ruolo importante in questa lotta di civiltà». Una certezza che, negli anni, è erosa dalle domande. E già dall’inizio, durante l’esposizione di Umumalayika, reportage fatto nel 2009 sulla storia di una giovane donna burundese privata delle braccia dalla follia armata del marito, il velo si squarcia. «Mi sono resa conto che le foto che facevo – naïvement – con l’intento di denunciare crimini e, quindi, per aiutare in qualche modo delle persone, nei fatti, invece, rafforzavano l’idea dell’Africa costruita da noi negli ultimi 300 anni, per cui l’Africa è un continente di miseria e conflitto – senza spiegare cos’ha portato quella miseria e conflitto e chi io controlla ». Una situazione di grande disagio, che ha imposto a Martina la necessità di fermarsi, per riflettere sul senso e le finalità del proprio operato: «Oggi devo sciogliere quel nodo, e per farlo sono alla ricerca di un nuovo linguaggio, di una nuova narrazione, come molti di noi».

    I limiti che non ci sono più

    Una riflessione che non si ferma alla fotografia, ma che si allarga a tutto il mondo della comunicazione, anche giornalistica: «Il problema oggi è la stampa, che si è dimenticata di dover essere libera e indipendente, strumentalizzando la propria missione per arrivare all’unico obbiettivo della diffusione, della pubblicazione, del riconoscimento». Tanti sono gli esempi famosi e recenti: tra i più eclatanti c’è quello di Souvid Datta, il fotografo divenuto famoso per il suo reportage sui bordelli indiani (e per aver ammesso pochi giorni fa di aver manipolato ad arte alcune foto, inserendo immagini rubate ad altri) la cui determinazione nel fare clamore non lo ha fermato di fronte al crimine di uno stupro perpetuato da un uomo nei confronti di una bambina: «oggi non ci sono limiti per vendersi, per essere considerati, per vincere premi, lo scatto di Datta vale più del soggetto, vittima di un crimine atroce».

    Ma quali sono, quindi, i nuovi parametri del fotogiornalismo? Cosa è cambiato e cosa ancora può fare la differenza? «L’accesso alla tecnologia ha reso sempre più sfumata la differenza qualitativa dello scatto tra un amatore e un professionista, è un mondo che corre, e noi gli stiamo andando dietro, ma per fortuna c’è ancora qualcosa di più…». La differenza sta tra la potenzialità della documentazione in senso stretto, oggi allargata a dismisura grazie alle tecnologia mobile, e la capacità di intervenire con una narrazione, con una elaborazione: l’esempio che riporta Martina è una foto di James Nachtwey scattata durante l’11 settembre, nella quale una delle Twin Towers crolla immortalata dietro alla croce di una chiesetta di Manhattan: «Nachtwey ha intrecciato dei significati che vanno al di là della documentazione di quello che sta accadendo. Dietro a questo scatto ci sta un uomo che vede quello che accade, che sa che cosa sta accadendo, che conosce il senso di quello che accade e lo racconta. In questi termini il mezzo, lo strumento (che sia macchina, telefono o latro) è irrilevante».

    Ricerca

    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo
    Gulu Real Art Studio © Martina Bacigalupo

    Il lavoro di ricerca sulla narrazione e sulle sue modalità può avere esiti inaspettati: «La storia del mio ultimo progetto è fatta di raccolta, recupero e selezione di scatti fatti da altri». Parliamo di Gulu Real Art Studio, pubblicato nel 2013, «un progetto nato per caso quando ho scoperto un “archivio” di scarti fotografici di uno studio del nord dell’Uganda, su cui ho lavorato per tre anni». Una “storia” raccontata attraverso ciò che rimaneva delle centinaia di foto scattate per avere il ritaglio del volto nella dimensione della classica fototessera. «Ho recuperato tutto quello che “non c’è nella foto”, tutto quello che è stato tagliato dal motivo pratico di quegli scatti, trovando una narrazione nuova e inaspettata di quello che c’è al di là della posa e dell’intenzione del fotografo».

    Un passaggio che però non può eludere ancora il dubbio “dietro allo scatto”: «Vengo da tanto lavoro sul campo, e vorrei fare una pausa per capire che fotografia voglio fare e quale posso fare. Sto cercando un nuovo linguaggio, che sia giusto e sia giusto anche per me». Una ricerca, una lotta interiore che non fa prigionieri: «Essendo onesta con me stessa, e conoscendo il rapporto di potere che esiste tra il fotografo e il fotografato, non so se ce un modo di uscirne, mi rendo conto di fare parte di una dinamica per cui io che scatto sono quello che controlla; un controllo che, soprattutto nei paesi dove ho lavorato, deriva da un rapporto di forza squilibrato tra Europa e Africa che dura da secoli, una rapporto che la fotografia ha corroborato, almeno fino ad oggi».

     

    Non ci sono sconti, per nessuno, tanto meno per se stessi: «Non posso tornare a fare fotografia finché non avrò risolto questo nodo, mi sono fermata per capire cosa ci sarà dopo, per me e per la Fotografia».

    La solitudine del fotografo

    Ma se chi da tanti anni fa questo lavoro, e con risultati riconosciuti a livello internazionale, come Martina Bacigalupo, ha queste incertezze, intime quanto esplosive, come può l’aspirante fotografo approcciare a questa professione? «Se dovessi dare un suggerimento a chi volesse intraprendere questo “viaggio”, direi di chiedersi per prima cosa perché vuole farlo; e se la ragione è profonda e “tiene”, allora aggiungerei di stare attento, di cercare con ogni mezzo di mantenere la lucidità, imponendosi il senso dell’umano». Una missione difficile quanto preziosa, che restituisce l’importanza di questa potentissima arte: «Il fotografo è solo davanti a queste scelte; l’umanità bisogna tenersela stretta, perché è l’unica cosa che conta».

    Nicola Giordanella

     

  • Liguria, il Lago del Brugneto diventa parco sportivo. Una nuova vita per il bacino potabile di Genova e Piacenza

    Liguria, il Lago del Brugneto diventa parco sportivo. Una nuova vita per il bacino potabile di Genova e Piacenza

    Lago del Brugneto LiguriaLa Val Trebbia, “valle più bella del mondo” come l’aveva definita Ernest Hemingway, avrà anche un parco sportivo acquatico naturale all’interno del lago artificiale del Brugneto, in cui oltre alla pesca e ai barbecue nelle sue zone limitrofe, si potrà scendere in acqua con canoe, kayak e vele. È l’ambizioso obiettivo del progetto Aquaworld presentato questa mattina nella sede della Regione Liguria dalla presidente del Parco dell’Antola e del Gal Verdemare, Daniela Segale, e dagli assessori regionali ai Parchi e Sviluppo dell’entroterra, Stefano Mai, e al Turismo, Gianni Berrino. «L’idea nasce dall’esperienza del lago artificiale di Ridracoli, in provincia di Forlì, dove da 12 anni si praticano sport acquatici che attraggono 40.000 visitatori ogni anno – spiega Segale – il nostro Brugneto è un bacino artificiale molto simile in cui è stata avviata un’importante azione di integrazione tra offerta turistica e potabilità delle acque».
    Il lago del Brugneto, gestito da Iren-Mediterranea delle Acque, si trova a circa 800 metri sul livello del mare, nel Parco naturale regionale dell’Antola nell’alta Val Trebbia, tra i Comuni di Propata, Torriglia e Rondanina, all’interno della Città metropolitana di Genova. Con un perimetro di 13,5 chilometri e una capienza massima di 25 milioni di metri cubi di acqua, costituisce la principale riserva idrica del capoluogo ligure e di Piacenza. «L’intenzione – spiega ancora Segale – è quella di dare sviluppo economico al territorio partendo dalla valorizzazione dei beni naturali e ambientali e dalla tutela dell’acqua potabile del lago che è tra le migliori d’Italia. Ma è la punta dell’iceberg: abbiamo intenzione di coinvolgere tutto il territorio della Val Trebbia in una sorta di marketing turistico che porti con sé la creazione di posti di lavoro. Entro un anno vorremmo che almeno una parte del progetto fosse in piedi».
    Costi non eccessivi, quantomeno per l’avvio: si punta a circa 50.000 euro che dovrebbero essere recuperati da fondi del Programma di sviluppo rurale e da altri bandi europei. L’idea nasce anche dal successo delle due ultime edizioni della Giornata nazionale dello sport che ha visto il bacino del Brugneto popolarsi di giovani appassionati di canottaggio e vela. «Nell’entroterra abbiamo potenzialità inespresse meravigliose – afferma l’assessore regionale Stefano Mai – i tre Comuni che danno vita a questo progetto non raggiungono neanche i 2.500 abitanti ma la dimensione del progetto è nettamente superiore. E’ la sintesi perfetta di come creare presupposti per valorizzare ulteriormente il territorio: lavorare in squadra e prendere esempio da altre località virtuose». Per l’assessore al Turismo, Gianni Berrino, «come terra di mare ci aspetteremo che un Aquaworld si facesse in una delle nostre tante spiagge sui nostri 300 chilometri di costa, invece si fa in un lago, nell’entroterra: un connubio particolare che testimonia come la Liguria sia varia e ricca di possibilità di divertimento e di vita all’aria aperta». Il progetto Aquaworld ha come capofila il Parco dell’Antola e vede coinvolti i Comuni di Torriglia, Rondanina e Propata, il Coni regionale, le federazioni sportive di canoa e kayak, canottaggio, pesca sportiva e vela, oltre all’istituto comprensivo Val Trebbia.
  • Anche Genova al G7 di Taormina con l’Ecce Homo di Caravaggio ambasciatore dei Musei di Strada Nuova

    Anche Genova al G7 di Taormina con l’Ecce Homo di Caravaggio ambasciatore dei Musei di Strada Nuova

    Caravaggio, Ecce HomoLa città di Genova ha aderito alla richiesta di prestito del suo Caravaggio, il prestigioso Ecce Homo custodito a Palazzo Bianco, per l’esposizione alla mostra «Unescosites Italian Heritage and Arts» appena inaugurata a Taormina.

    Il trasferimento in Sicilia permetterà di mostrare il quadro ai grandi della terra in occasione del G7, il 26 e 27 maggio, promuovendo così in un’importante vetrina internazionale la ricchezza culturale della nostra città.

    L’opera è partita sotto scorta, accompagnata dal direttore dei Musei di Strada Nuova, e sarà esposta a Palazzo Corvaja a Taormina fino a fine luglio, insieme alle opere di Antonello da Messina provenienti da Cefalù e Palermo.

    Il quadro rientrerà a fine luglio a Palazzo Bianco, dove sarà oggetto di speciali iniziative di valorizzazione e promozione: nei mesi di agosto e settembre i volontari del servizio civile proporranno delle speciali visite guidate per far conoscere la storia di quest’opera così importante per la storia dell’arte italiana e mondiale.

     

  • Liguria, regione a “rischio di incidente rilevante”. Di 20 impianti solo uno oggi ha un Piano Emergenza Esterna regolare e pubblico

    Liguria, regione a “rischio di incidente rilevante”. Di 20 impianti solo uno oggi ha un Piano Emergenza Esterna regolare e pubblico

    Snampanigaglia-panigaglia-gnlPoco più di un anno fa, Era Superba aveva lanciato l’allarme: i documenti relativi alla gestione dell’emergenza esterna in caso di incidente rilevante dei grandi impianti industriali della provincia di Genova erano scaduti (all’epoca, a parte uno), e fuori norma. Allargando la ricerca al territorio regionale, però, la situazione sembra ancora peggiore. Secondo il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in Liguria sono presenti 20 impianti industriali considerati a “rischio di incidente rilevante”, cioè che “trattano” prodotti e sostanze in una quantità tale da mettere a repentaglio, in caso di incidente appunto, anche il territorio e le persone prossime agli impianti. Questa classificazione è stata redatta in base al decreto legislativo 344 del 17 agosto 1999, in recepimento delle normative comunitarie, modificato successivamente dal decreto legislativo 48 del 14 marzo 2014, e successivamente dal decreto Legislativo 105 26 giugno 2015, per l’“Attuazione della Direttiva 2012/18/UE relativa al controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con sostanze pericolose.

    Oggi di questi impianti solo uno ha un PEE regolare, aggiornato al 2016: per gli altri la documentazione è in fase di aggiornamento o addirittura non è pubblica. Vediamo il dettaglio

    Genova

    Come più volte scritto su queste pagine, i dieci impianti genovesi fino a pochi mesi fa avevano PEE scaduti. Nei mesi successivi alla nostra inchiesta, Prefettura di Genova ha attivato le procedure per l’aggiornamento dei documenti, organizzando le consultazioni pubbliche previste dalla normativa, a cui hanno fatto seguito le assemblea aperte in cui sono state presentate le bozze dei nuovi piani, non senza qualche imbarazzo: per l’impianto di Fegino, infatti, la bozza del piano di emergenza è stata redatta basandosi su un rapporto di sicurezza scaduto da due anni, come denunciato dagli stessi cittadini. Nel frattempo i lavori dei tecnici continuano, staremo a vedere il risultato.

    La Spezia

    In provincia di La Spezia sono tre gli impianti a rischi di incidente rilevante: il deposito di oli minerali di Arcola, il rigassificatore GNL della Baia di Panigagli e la centrale termoelettrica Enel di Spezia. Per quanto riguarda i primi due impianti, il 14 aprile scorso erano presenti sul sito web della Prefettura di La Spezia due PEE risalenti al 2008, e quindi scaduti, fuori legge. Alla richiesta di chiarimenti, gli uffici hanno risposto ringraziandoci della segnalazione, e assicurandoci che in breve tempo avrebbero pubblicato gli aggiornamenti. Detto, fatto: dopo poche ore ecco i nuovi documenti. Qualcosa, però, non torna. Dopo la telefonata, infatti, per quanto riguarda Arcola compare un documento in sostituzione di quello “scaduto” intitolato: “Piano di Emergenza Esterna allo Stabilimento “Deposito di Arcola S.r.l.” aggiornato a seguito dell’esercitazione denominata “Deposito di Arcola2013” svoltasi il 18 settembre 2013” e “Notifica” ai sensi del Decreto Legislativo 105/2015. Il primo documento lascia qualche dubbio, perché, anche se tra le prime pagine si legge che “sostituisce l’edizione 2008, ed è immediatamente operativo”, i riferimenti normativi all’interno del piano si fermano al 2007, quando sappiamo che negli anni successivi la normativa è cambiata, e di molto. Anche la notifica di seguito riportata (che non un PEE ma una descrizione delle caratteristiche dell’impianto) ha riferimenti normativi non aggiornati, cioè che si fermano al 2012. Cosa è successo? Può essere considerata attendibile questa documentazione?

    Per quanto riguarda l’impianto di Panigaglia, dopo la nostra telefonata, viene cambiato il titolo al file del PEE, con l’aggiunta di un “in corso di aggiornamento a seguito di esercitazione dicembre 2016”. Una buona notizia, anche se nel decreto legislativo 105 del 2015 si legge che il PEE deve essere aggiornato al massimo ogni tre anni e che “La revisione tiene conto dei cambiamenti avvenuti negli stabilimenti e nei servizi di emergenza, dei progressi tecnici e delle nuove conoscenze in merito alle misure da adottare in caso di incidenti rilevanti”. Visto che dal 2008 sono passati un po’ di anni, un’esercitazione può bastare?

    L’impianto Enel, invece, come dicevamo, è l’unico in tutta la regione che ad oggi ha un PEE in regola, essendo stato redatto nel 2016. Tutto sommato, un bel primato.

    Savona

    Vado_Ligure-IMG_1570I PEE dei sette impianti savonesi sono un mistero. Sul sito della Prefettura competente non vi è traccia alcuna: abbiamo provato a chiedere direttamente agli uffici, ma abbiamo ricevuto dei “richiamerò” che da più di un mese stiamo ancora aspettando. Di questi documenti non abbiamo trovato traccia. Gli impianti sono per lo più concentrati a Vado Ligure con il Deposito di oli minerali Petrolig srl, lo stabilimento petrolchimico Infineum Italia srl e l’acciaieria Zinox spa. Due sono a Quigliano (il deposito di oli minerali Sarpom srl e la Tirreno Power spa), uno a Legino (deposito di Oli minerali TotalErg spa) e uno ad Albenga (deposito gas liquefatti Liquigas spa). Industrie che almeno in due casi sono concentrate in modo da poter generare un “effetto domino”, come descritto dalla normativa, per cui la pubblicazione dei relativi PEE potrebbe essere fondamentale in caso di incidente. A Vado Ligure vivono circa 8 mila persone, a Quigliano poco più di 7mila: Savona è ha cinque chilometri in linea d’aria, e conta oltre 60mila persone.

    La misura del rischio

    In Liguria, quindi, si convive con il rischio, ma spesso a nostra insaputa: gli impianti industriali sono una necessità per la nostra società e il nostro mondo economico, ma lo dovrebbe essere anche la tutela delle persone e dell’ambiente. Occorre fare al più presto chiarezza su questa situazione che potrebbe risultare abbastanza “imbarazzante”: cosa succederebbe in caso di incidente? Oggi è meglio non saperlo.

    Nicola Giordanella

  • Sport, siglato patto con il Coni per fondo da 2 milioni di euro. Fondi rotativi e di garanzia per società dilettantistiche

    Sport, siglato patto con il Coni per fondo da 2 milioni di euro. Fondi rotativi e di garanzia per società dilettantistiche

    sportDue milioni di euro a favore di associazioni e società sportive dilettantistiche attraverso un fondo rotativo e uno di garanzia. E’ il contenuto del Patto per lo sport siglato oggi pomeriggio dalla Regione Liguria, dal Coni e dal Comitato italiano paralimpico. «Troppo spesso il mondo dello sport, soprattutto quello dilettantistico, è stato maltrattato con pochissime attenzioni dalle istituzioni locali in passato – commenta il governatore ligure, Giovanni Toti – questo patto serve proprio per ovviare a ciò, sbloccando piccoli e grandi lavori, dall’acqua calda negli spogliatoi alla riqualificazione di un campo da basket. Un’azione dovuta perché lo sport non è solo un momento di benessere fisico ma anche di aggregazione molto importante».
    Due le misure che saranno attivate. La prima, con una disponibilità di 500.000 euro derivanti dal Fondo strategico regionale, sarà gestita direttamente da Filse, la finanziaria della Regione Liguria, attraverso un fondo rotativo. Il finanziamento, con un importo minimo di 10.000 euro e massimo di 40.000 euro, verrà concesso fino all’80% del valore dell’intervento, senza necessità di garanzie da parte delle associazioni sportive al di là di una preventiva valutazione dei requisiti di ammissibilità e di quanto sarà previsto dal bando. Gli importi dovranno essere restituiti entro 5 anni ma, grazie alla natura rotativa, sarà possibile attivare successivamente nuovi finanziamenti.
    Il secondo intervento, per un importo di 1,5 milioni di euro derivanti dai fondi Por-Fesr, è destinato alle associazioni e società sportive dilettantistiche che svolgono anche attività economica e prevede l’attivazione di garanzie pubbliche pari all’80% dei finanziamenti concessi da banche convenzionate. In questo caso, la soglia massima finanziabile è di 400.000 euro con un piano di restituzione da concordare a seconda della sommaPer la prima volta – commenta l’assessore regionale allo Sport, Ilaria Cavo – rispondiamo alle esigenze delle società sportive per cui questi strumenti sono un’importante boccata di ossigeno: proprio per la natura rotativa, i due fondi sono destinati a soddisfare negli anni le esigenze delle società, consentendo loro di accedere ai mutui per i vari interventi con una garanzia a monte, senza che debbano rispondere in prima persona con fideiussioni o ipoteche sui beni personali».
  • Mare, il record italiano di bandiere blu va alla Liguria. Nove le spiagge genovesi, Camogli new entry

    Mare, il record italiano di bandiere blu va alla Liguria. Nove le spiagge genovesi, Camogli new entry

    San fruttuoso di CamogliRecord italiano di bandiere blu per la Regione Liguira nel 2017. Sono 27 i vessilli ottenuti, 2 in più dello scorso anno. «Questo importante riconoscimento dimostra che la Liguria è sempre più da record – commenta il governatore Giovanni Toti protagonista del turismo italiano e internazionale. I segnali di crescita ci sono tutti: oltre alle bandiere blu e alle bellezze naturalistiche della costa e dell’entroterra, anche l’offerta turistica e i numeri che si sono registrati nel corso dei passati ponti primaverili». Per il presidente della Regione Liguria, «questo riconoscimento testimonia anche l’ottimo lavoro compiuto dalle nostre imprese balneari, segno della necessità di trovare una soluzione alla direttiva Bolkestein».
     La Liguria stacca in classifica Toscana, ferma a 19 bandiere, e Sardegna con 11 vessilli. A fare incetta di bandiere, la provincia di Savona con ben 13 riconoscimenti. «Siamo orgogliosi che la Liguria si confermi anche quest’anno al primo posto nell’assegnazione delle bandiere blu – commenta l’assessore regionale al Turismo, Gianni Berrino – un’attestazione che riconosce la qualità del nostro mare e dei servizi di accoglienza dei nostri operatori turistici, fiore all’occhiello del comparto balneare a livello nazionale». Per l’assessore all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, inoltre, «il prestigioso riconoscimento ricevuto dalla Foundation for Environmental Education, è frutto anche di una qualità ambientale e delle acque di cui il turismo può usufruire e ribadisce il nostro ruolo di regione centrale nel promuovere e sostenere l’avanzamento degli interventi nell’ambito della depurazione delle acque».

    Le Spiagge

    Le spiagge liguri sulle quali sventola quest’anno la Bandiera Blu sono in provincia di Imperia: Bordighera (Capo Sant’Ampelio Zona Ovest e Capo Sant’Ampelio Zona Est), Taggia (Arma di Taggia), Santo Stefano al Mare (Baia Azzurra, Il Vascello), e San Lorenzo al Mare (U Nostromu – Prima Punta, Baia delle Vele; in provincia di Savona:  Ceriale (Litorale), Borghetto Santo Spirito (Litorale), Loano (Spiaggia Levante Porto, Spiaggia di Ponente), Pietra Ligure (Ponente), Finale Ligure (Spiaggia di Malpasso-Baia dei Saraceni, Finalmarina, Finalpia, Spiaggia del Porto, Varigotti, Castelletto San Donato), Noli (Capo Noli-Zona Vittoria-Zona Anita-Chiariventi), Spotorno (Lido), Bergeggi (Il Faro, Villaggio del Sole), Savona (Fornaci), Albissola Marina (Lido), Albisola Superiore (Lido), Celle Ligure (Levante e Ponente) e Varazze (Arrestra, Ponente Teiro, Levante Teiro, Piani D’Invrea); in provincia di Genova: Camogli, new entry (Spiaggia Camogli Centro – Levante, San Fruttuoso), Santa Margherita Ligure (Scogliera Pagana, Punta Pedale, Paraggi, Zona Milite Ignoto), Chiavari (Zona Gli Scogli), Lavagna (Lungomare) e Moneglia (Centrale/La Secca/Levante); in Provincia della Spezia: Framura (Fornaci), Bonassola (new entry), Levanto (Ghiararo, Spiaggia Est La Pietra), Lerici (Venere Azzurra, Lido, San Giorgio, Eco del Mare, Fiascherino, Baia Blu, Colombo) e Ameglia (Fiumaretta).
  • Rifiuti, ripartito il servizio di ritiro degli ingombranti a domicilio. Lavoratori ex Switch e Giglio assunti grazie a clausola sociale

    Rifiuti, ripartito il servizio di ritiro degli ingombranti a domicilio. Lavoratori ex Switch e Giglio assunti grazie a clausola sociale

    Degrado e rifiuti a RighiTorna operativo il servizio di ritiro dei rifiuti ingombranti a domicilio, sospeso mesi fa in seguito alla crisi legata alla vicende giudiziarie della società appaltante. Il nuovo contratto di affidamento del servizio, grazie ad una clausola sociale, ha permesso ad una quindicina di lavoratori finiti senza impiego, di tornare a lavorare. Da oggi, quindi, per disfarsi di un rifiuto ingombrate basta una telefonata.

    «Finalmente! La città attendeva da mesi la riattivazione di un servizio – commenta l’assessore all’ambiente del Comune di Genova Italo Porcile – così prezioso per i cittadini e per l’ambiente. In un momento di grande difficoltà Comune ed Amiu restituiscono ai genovesi la possibilità di smaltire i rifiuti ingombranti con una semplice telefonata. Ora occorre uno sforzo maggiore in termini di informazione e sensibilizzazione, unitamente a controlli e sanzioni più frequenti e più pesanti per chi continua ad abbandonare mobili e materassi sulle nostre strade. Insieme alle nuove isole ecologiche, all’allargamento della raccolta dell’organico, e alle raccolte domiciliari e condominiali, il ripristino del servizio di ritiro degli ingombranti, consente di mantenere la città più pulita, aumentare la differenziata e favorire riuso e riciclo dei materiali. Con il valore aggiunto, in questo caso, di restituire il lavoro a chi lo aveva perduto».

    Il lavoro operativo sarà svolto dalla cooperativa sociale onlus Archimede di Scarperia e San Pietro (Firenze), che si è aggiudicata la gara per la durata di due anni (valore 1,5 milioni di euro). Il nuovo affidamento del servizio prevede l’assunzione dei lavoratori ex Switch e Giglio, già impegnati nel precedente appalto (c.d. “clausola sociale” di salvaguardia). Si tratta di una quindicina di persone, che in questo modo ritrovano il lavoro e un reddito famigliare.

    «L’obiettivo in generale è una città più vivibile, pulita e accogliente – spiega Marco Castagna, presidente Amiu – attraverso il ritiro e lo smaltimento dei diversi rifiuti si offre un servizio puntuale contribuendo ad arginare il fenomeno degli abbandoni e delle mini discariche abusive. Un ulteriore motivo di soddisfazione è quello di aver ricollocato i lavoratori che erano occupati nell’appalto precedente e rimasti per molti mesi senza stipendio».

    Le modalità di attivazione del servizio sono le medesime: la trafila prevede un appuntamento per fissare una data e un orario preciso. Dopo aver prenotato, il rifiuto viene ritirato a casa secondo un costo stabilito per ogni pezzo. Riprende nello stesso tempo anche il ritiro nel portone, sempre di oggetti voluminosi e ingombranti (massimo tre pezzi). Si tratta di un servizio gratuito attivo in via sperimentale in alcune zone della città: Valpolcevera, Sampierdarena, San Teodoro, Centro Storico, e nelle aree della città coinvolte in progetti di raccolta differenziata Quarto Alto, Colle degli Ometti e Sestri Ponente.

    Tutti gli arredi ancora in buono stato saranno recuperati e riciclati alla Fabbrica del Riciclo che Amiu gestisce con la Comunità di San Benedetto al Porto, fondata da Don Gallo. Per le famiglie restano disponibili e gratuiti pure i servizi delle Isole Ecologiche o del camioncino EcoVan, a cui è possibile conferire i propri rifiuti in orari e giorni prestabiliti.

  • Sanità, la Valpolcevera chiede “soccorso”. Casa della Salute ancora al palo, servizi al limite del collasso. La preoccupazione dei cittadini

    Sanità, la Valpolcevera chiede “soccorso”. Casa della Salute ancora al palo, servizi al limite del collasso. La preoccupazione dei cittadini

    valpolceveraLa “vallata” genovese torna a chiedere a gran voce la costituzione del presidio socio-sanitario più volte promesso ma mai realizzato. «I soldi per il Galliera si sono trovati, come anche quelli per acquistare il palazzo di De Ferrari – lamenta Iole Murruni, presidente uscente del Municipio Valpolcevera ma per la salute di chi vive questo quartiere non ci sono mai».

    L’appello arriva durante l’assemblea pubblica organizzata dalla triade sindacale Cgil-Cisl-Uil per chiedere chiarimenti alle istituzioni sulle cose e non fatte, e su quelle che devono essere fatte. L’ospedale Gallino di Pontedecimo, infatti, sembra non bastare per assicurare il servizio sanitario alla vallata: «Deve essere garantita la continuità sanitaria a tutta la popolazione» spiega Maria Pia Scandolo (Cgil) in apertura del dibattito. Tante le proteste e le proposte dei cittadini presenti: vicinanza delle strutture (come un pronto-soccorso h24), nuovi servizi legati alle nuove esigenze socio-sanitarie di una popolazione con tanti anziani, e tante servitù e un livello di povertà dovuta alla crisi e alla emarginazione sociale sempre più allarmante. «Non possiamo subire soltanto» gridano dalla platea, mentre chi prende la parola ricorda come il dibattito sul presidio sanitario in valle sia oramai decennale. «L’uniche cose che sono state aperte sono stati i cantieri, con centinaia di camion che transitano su e giù, di nuovo abbiamo solo i lavori del Terzo Valico e poi della Gronda».

    Interviene l’assessore alle politiche sociali del Comune di Genova Emanuela Fracassi: «Bisogna aumentare i momenti di concertazione sia con la popolazione, ma anche tra enti, per unire le energie tra sanità e sociale, tra comuni e Regione». Secondo molti, però, il problema è la tendenza “in auge” negli ultimi anni di accorpare grandi strutture sanitarie, per risparmiare risorse: la cosa ha due precipitati, da un lato si creano gli spazi per delle specializzazioni, ma dall’altro si fa “esplodere” il servizio alla persone, relegando nei territori solo alcuni servizi, accentrando il resto nelle grandi strutture.

    «Penso che la Valpolcevera abbia bisogno di una casa della salute che garantisca un’offerta più ampia possibile – conferma la vicepresidente e assessore regionale alla Sanità, Sonia Viale nel frattempo, il mio compito è rispondere ai bisogni di salute di oggi: per questo abbiamo razionalizzato l’esistente, Celesia e ex Pastorino. Il mio impegno però non termina con la conclusione dei lavori del Pastorino, nella consapevolezza che i bisogni di salute dei cittadini della Valpocevera devono avere risposte più articolate».

    L’incontro termina con la firma da parte dell’assessore Viale di un impegno sottoscritto con i sindacati per tornare a confrontarsi sulla questione “Casa della Salute”: in altre parole l’ennesimo rinvio. Può bastare questo per i cittadini della Valpolcevera?