Anno: 2019

  • Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Come ogni anno, Il Sole 24 Ore ha pubblicato la classifica della qualità della vita nelle province italiane. In cima, per il secondo anno consecutivo, la provincia di Milano, mentre nel 2019 Genova si piazza al 45° posto. Un risultato migliore rispetto al 56° posto del 2018 e al 74° del 1990 (anno in cui Il Sole ha iniziato a stilare la sua classifica) ma lontano dagli anni migliori come il 2016, il 2009 o il 2004 quando la provincia di Genova si piazzava intorno alla ventesima posizione.

    Al di là della posizione in classifica (che dipende anche dalle performance delle altre province) è interessante approfondire i criteri scelti e analizzati dal Sole 24 Ore per stabilire cosa si intenda per qualità della vita. Per stilare la classifica del 2019 il quotidiano finanziario ha preso in considerazione 90 indicatori (più del doppio dei 42 del 2018), suddivisi nelle categorie “Ricchezza e consumi”, “Ambiente e servizi”, “Giustizia e sicurezza”, “Affari e lavoro”, “Demografia e società” e “Cultura e tempo libero”.

    Indicatori che restituiscono il quadro di una delle province migliori d’Italia in alcune categorie e tra le peggiori in altri. Da qui la posizione di metà classifica, per usare una metafora sportiva. Cominciamo con le buone notizie.

    Genovesi “imprenditori”, amanti del trasporto pubblico e della cultura

    “Affari e lavoro” (10° posto), “Ambiente e servizi” (11°) e “Cultura e tempo libero” (13°) sono le categorie in cui Genova occupa le posizioni più alte, a ridosso della top ten tra le province italiane.

    Scendendo nel dettaglio, tra le singole voci che compongono la categoria “Affari e lavoro”, Genova riporta punteggi alti su molti aspetti che riguardano l’imprenditorialità: è la dodicesima provincia italiana per imprenditorialità di giovani under 35 e l’ottava per quel che riguarda la percentuale di imprese straniere (il 13,8% delle attività totali, dati Infocamere). Piazzamento dignitoso anche rispetto alla differenza tra occupazione maschile e femminile (12%, secondo l’Istat) e per il numero di startup innovative, che sono 8,2 ogni mille (dati Infocamere). Si sorride meno a guardare i dati sull’occupazione (9,7% di disoccupazione complessiva e 24,2% di disoccupazione giovanile secondo l’Istat), che vedono Genova al 59° e al 61° posto tra le province italiane. Più in basso le posizioni che riguardano l’uso di internet. Nonostante Genova sia la quindicesima provincia italiana per diffusione della banda larga (dati Istituto Tagliacarne), solo 4,3 imprese ogni mille sono in rete (sessantatreesima posizione) e solo lo 0,2% è attivo nell’e-commerce (novantacinquesima) secondo Infocamere.

    In “Ambiente e servizi” spicca il terzo posto della provincia di Genova per uso del mezzo pubblico in rapporto alla popolazione. Del resto, il trasporto pubblico locale è il nono in Italia per offerta (dati Legambiente – Ecosistema urbano). Male, in questa categoria, i dati sull’emigrazione ospedaliera, con il 12,5 di dimissioni di residenti avvenute fuori regione (78° posto, Istat) e raccolta differenziata (91° posto secondo Legambiente – Ecosistema urbano).

    teatro akropolisSiamo inoltre tra le province con il più alto livello di offerta culturale, con un ottimo 10° posto per densità culturale (372 spettacoli ogni 10 kmq) e per offerta di mostre ed esposizioni secondo la Siae e addirittura sesti per “indice di sportività” (dati Pts Clas).

    Nella categoria “Ricchezza e consumi” Genova si piazza al 36° posto tra le province italiane, frutto di un posizionamento positivo su punti come il “valore aggiunto per abitante” (11° posto, Prometeia) o il reddito medio per contribuente (23.498,3 euro annui che valgono il 14° posto, dati del ministero delle Finanze) e altri molto negativi sui canoni medi di locazione (895 euro al mese di media, 90° posto secondo Scenari immobiliari) o il rischio dei finanziamenti, per cui Genova è al 96° posto tra le province italiane con il 3,9% di decadimento dei tassi di finanziamento per cassa (Istat).

    Genovesi sempre più vecchi, malati e insicuri

    Le dolenti arrivano alle categorie “Giustizia e sicurezza” (dove Genova si trova al 95° posto) e “Demografia e società”, dove Genova è addirittura al 105° posto su 107 province analizzate (l’ultima in questa categoria è Savona).

    Se nella prima categoria siamo quasi in fondo alla classifica per quel che riguarda gli incidenti stradali (9,4 morti e feriti ogni mille abitanti, dice Legambiente) o i reati legati agli stupefacenti (116,3 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) molto basso è anche il piazzamento per quel che riguarda le violenze sessuali 11,5 denunce ogni 100 mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat), rapine (47,9 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) e per il numero complessivo di delitti denunciati (4.732,5 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat).

    Ancora peggio facciamo in “Demografia e società”, dove la classifica del 2019 ci regala l’immagine di una Genova con un indice di vecchiaia molto elevato (257,2 è il rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 14 moltiplicato per 100, secondo l’Istat, cioè ogni 14enne e accompagnato da 2,5 ultra sessantacinquenni ) e bassi tassi di natalità. La nostra provincia è inoltre quasi la più dipendente d’Italia dagli anziani, e la famiglia genovese è in media composta da solo due elementi (dati Istat). Una composizione demografica che ha come ovvia conseguenza elevati tassi di mortalità (102° posto, Istat), di mortalità per infarto (2,6 morti ogni mille abitanti in cinque anni, 88° posto, Istat) e di mortalità per tumore (20,1 morti ogni mille abitanti in cinque anni, Istat).

     

    Luca Lottero

  • Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Rischio idrogeologico, tutto il sistema dei fondi per la prevenzione è “a pezzi”. Lo dice la Corte dei Conti

    Nei giorni scorsi il Codacons ha minacciato di denunciare la Regione Liguria per non aver speso i 10 milioni di euro ricevuti quest’anno dal Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico. “Belinate” ha risposto Giovanni Toti in conferenza stampa, la sera del 27 novembre. Non solo – dice il presidente – Regione Liguria ha impiegato tutti i fondi ricevuti quest’anno ma, dall’inizio dell’amministrazione Toti (quindi dal 2015) il governo regionale ha messo a bilancio circa 552 milioni per la tutela del territorio. Una cifra che include tutte le opere in corso d’appalto, da quelle per cui sono ancora in corso le gare fino a quelle effettivamente concluse. Per il programma triennale 2019-2021, inoltre, la Regione ha già mandato al Ministero dell’ambiente un piano di progetti per un totale di 268 milioni di euro.

    “Belinate” e beghe della politica locale a parte, però, è tutto il sistema della progettazione delle opere necessarie e quindi della prevenzione a non funzionare. L’ha scritto la Corte dei Conti nel report di analisi sul Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico 2016-2018, pubblicato lo scorso 31 ottobre. Il documento passa in rassegna i vari piani nazionali che si sono alternate negli ultimi anni, dall’Italia Sicura del governo Renzi al Proteggi Italia del Conte 1. Il giudizio complessivo è severo. “Nonostante i tentativi intrapresi dai vari governi che si sono succeduti – si legge infatti nelle valutazioni conclusive – non sembra ancora essere compiutamente definita una vera e propria politica nazionale di contrasto al dissesto idrogeologico, di natura preventiva e non emergenziale, coerente anche con una politica urbanistica e paesaggistica, rispettosa dei vincoli ambientali, con interventi di breve, medio e lungo periodo”. Le conseguenze le avremmo viste tutte poche settimane dopo la pubblicazione dello studio.

    Il fondo per la progettazione

    La legge n.221 del 2015 stanzia 100 milioni di euro per la progettazione delle opere necessarie a mitigare il rischio idrogeologico e per accelerare l’attuazione dei piani nazionali contro il rischio idrogeologico. Con questi soldi, quindi, non si finanziano direttamente le opere, ma si punta a favorire le attività di progettazione necessarie, da sempre un problema per le amministrazioni regionali. A ricevere i fondi sono direttamente i presidenti di Regione, che Italia Sicura aveva in precedenza reso commissari straordinari per il rischio idrogeologico, sempre nell’ottica di accelerare i tempi.

    I finanziamenti, però, non sono stati distribuiti a scatola chiusa. Per ottenerli, le Regioni dovevano inserire nel database del ReNDiS (il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) progetti con requisiti tecnici minimi di ammissibilità, che includessero per esempio una valutazione dell’impatto dell’opera. E poche, a quanto pare, sono state in grado di farlo. Tra l’inizio del 2017 e la fine del 2018, infatti, alle Regioni è effettivamente arrivato solo il 19,9% dei 100 milioni complessivi. A circa due anni dall’istituzione del fondo, la stessa Italia Sicura evidenziava la criticità in un comunicato stampa: “Il vero ritardo – si legge nel passaggio riportato nel report della Corte dei Conti – a dimostrazione di un lavoro di prevenzione mai realizzato finora, sta nelle progettazioni. Delle 9.397 opere richieste dalle regioni solo l’11% dei progetti pervenuti sono esecutivi e pronti per gare e finanziamenti”. Anche il Ministero dell’Ambiente, poco prima, aveva segnalato “problemi di spesa da parte dei soggetti attuatori (Presidenti di Regione) dovuti in parte a problemi di ordine burocratico e amministrativo e in parte alla cronica mancanza di progettazione di livello adeguato”.
    Tutti i tentativi di accelerare, semplificare e snellire le procedure sono andati a sbattere contro alcuni storici problemi delle amministrazioni locali, che spesso non possono o non sono capaci di spendere i fondi che pure avrebbero a disposizione. E la Liguria non fa eccezione.

    Il caso ligure: a maggio del 2019 arrivati solo 41 milioni dei 275 previsti per le opere più urgenti

    Nel 2015, il Ministero dell’Ambiente e Italia Sicura, basandosi sulle richieste provenienti dalle Regioni, stanziano circa 20 miliardi di euro per il Piano operativo nazionale degli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico (quello che ha fatto litigare Toti e il Codacons) per il periodo 2014-2020. Tutti gli interventi relativi al dissesto idrogeologico sono finanziati dalla delibera CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) n. 32 del 2015. Per gli interventi più urgenti, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 15 settembre 2015 stila un “piano stralcio” per le aree molto popolose e a forte rischio idrogeologico, del valore complessivo di 13,05 miliardi. Il piano stralcio si divide più o meno a metà tra gli interventi già finanziati (654 milioni) e interventi ancora da programmare (648 milioni).

    Tra gli interventi già finanziati ce ne sono anche quattro da realizzare in Liguria, la Regione che, in questa prima tranche di finanziamenti, riceve più soldi di tutte: 275 milioni. Ma al 21 maggio del 2019 (data della ultima rilevazione della Corte dei Conti) dei quattro progetti in questione due risultano “in progettazione” e due “in esecuzione” e dei 275 milioni complessivi solo 41 sono effettivamente arrivati nelle casse regionali, mentre 233 risultano ancora da erogare. In percentuale, equivale al 15% del totale, ovvero la quota prevista per il primo lotto di finanziamenti, erogati a giugno 2018, per le regioni che sono state in grado di presentare progetti finanziabili (Liguria, Toscana, Lombardia, Abruzzo, Veneto e Sardegna ed Emilia Romagna). In effetti, come rileva la Corte, solo all’Emilia Romagna sono state versate tutte e cinque le tranches di finanziamento previste, mentre tutte le altre nell’elenco si sono dovute limitare alla prima.

    Un’opera ligure compare anche nell’elenco delle opere ancora ferme alla fase progettuale (almeno a maggio di quest’anno): il Canale scolmatore T. S. Siro e Magistrato di Santa Margherita Ligure, 33 milioni di cui 621 mila ancora da finanziare.

    Le cause di un’inefficienza che pagheremo sempre più cara

    I motivi di questa enorme differenza tra le risorse impiegate e quelle che poi arrivano effettivamente sui territori sono sempre gli stessi: troppa burocrazia e troppa poca capacità progettuale. Di Italia Sicura, la struttura renziana che nelle intenzioni degli ideatori doveva accelerare il sistema, la Corte dei Conti boccia però anche il metodo di fondo.Italia sicura si è configurato come una mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, – si legge infatti nel report – senza addivenire ad una vera e propria programmazione strategica del settore”. Non solo quindi agli enti locali manca la capacità progettuale. È anche lo Stato che, negli anni, si è mostrato carente di visione strategica, forse vittima di governi che hanno preferito accogliere tutte le richieste delle regioni e annunciare finanziamenti esorbitanti anziché coordinare risorse dove ce n’era più bisogno, con un lavoro di analisi mirato.

    Certo non sarebbe semplice stabilire quali aree abbiano effettivamente più bisogno di risorse e quali meno. Il dissesto idrogeologico interessa infatti tutto il territorio nazionale, colpito con sempre maggior intensità e frequenza da eventi estremi causati anche dal cambiamento climatico globale.

    Non che le cose siano migliorate con i piani dei governi Conte, che (nella versione 1, quella Lega-5 Stelle) aboliscono la struttura di Italia sicura e tolgono il controllo della lotta al cambiamento climatico dalla presidenza del Consiglio per trasferirla interamente nelle mani del Ministero dell’Ambiente. I problemi di fondo restano tutti lì. Oltre alle carenze burocratiche e progettuali, il report della Corte dei Conti menziona anche l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi, una comunicazione complicata tra Stato e Regioni, la frammentazione e la disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto (che complica ulteriormente il lavoro di progettazione delle Regioni) e il ricorso a una gestione sempre emergenziale e non ordinaria.

    Leggendo il rapporto della Corte, sia ha l’impressione che poco, del sistema complessivo, rimanga da salvare e che agli enti locali non resti che provare a mettere “tapulli” a una situazione che a ogni alluvione e frana sembra sorprenderci.

    In compenso, nel 2017 e nel 2018 è tornato a crescere il consumo di suolo (rispettivamente dello 0,21 e dello 0,22% a livello nazionale), dopo una decrescita di alcuni anni, nonostante sia ormai riconosciuto come uno dei fattori che rende i nostri territori più fragili. In barba, oltre a varie leggi e disposizioni italiane ed europee, all’agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che nel 2015 fissava l’obiettivo, per il 2030, di un land degradation neutral world, cioè un mondo in cui il consumo di suolo rimanga stabile o aumenti all’interno di sistemi specificati e mai comunque a un ritmo più elevato della crescita della popolazione.

    Non è di sicuro il caso della Liguria, una terra in decrescita demografica. Eppure, il consumo di suolo interessa anche la nostra regione anche se, come sottolinea l’ultimo report dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra), meno rispetto ad altri territori come il nord-est o il sud. Nel 2018, infatti, sono stati consumati solo 350mila metri quadrati di terreno, in percentuale lo 0,08% del territorio. Una percentuale, dunque, ben al di sotto della media nazionale. Lo stesso rapporto però ci dice anche che la Liguria è la Regione più cementificata di tutte in aree ad alta “pericolosità idraulica”, quindi più fragili. È consumato, infatti, il 22,7% del terreno in aree che l’Ispra definisce a pericolosità “elevata” (solo le Marche, in questo settore, fanno peggio, con il 37,8%), il 29,3% di quelle a pericolosità “media” e il 33,4% di quelle a pericolosità “bassa”.

    Percentuali da un lato spiegate dalla fragilità generale del nostro territorio, che ci dicono anche come il conto di ogni metro quadrato cementificato per la Liguria rischi di essere molto più salato che per altre regioni.

    Luca Lottero

     

  • Partire per non tornare: quando la fuga di cervelli si tocca con mano. Genova è davvero una città per vecchi?

    Partire per non tornare: quando la fuga di cervelli si tocca con mano. Genova è davvero una città per vecchi?

    Nel corso degli ultimi anni è stato un crescendo di giovani “emigrati” al di fuori dei confini liguri. Non più tardi del 2018, la ventottesima edizione del Dossier Statistico dell’Immigrazione – un rapporto presentato annualmente dal Centro Studi e Ricerche IDOS in merito al fenomeno migratorio in Italia – ha permesso una lettura oltremodo chiara della situazione. E, oltre che chiara, anche particolarmente preoccupante.

    All’interno dello studio in questione viene, infatti, evidenziato come il maggior numero di espatri italiani riguardi proprio la nostra regione. Nel 2017 si è arrivati a 18.520 liguri emigrati all’estero, fra i quali ben 15.375 solo genovesi. Il fenomeno ha certamente radici ben più lontane e radicate, che fanno capo alla crisi economica in cui l’intero Paese versa ormai da diversi anni, ma purtroppo – nonostante i numerosi sforzi – il dato non sembra in alcun modo accennare miglioramenti. E in tutto ciò – come facilmente intuibile – i primi liguri a emigrare sono gli under 35. Ma la questione non finisce qui: sulla base di alcuni dati raccolti non molti mesi fa da “Genova Che Osa”, la nostra città «è tra le città più vecchie d’Italia. Ogni 10 bambini ci sono 25 anziani. In quarant’anni Genova ha perso 185 mila under 35». Stando alle stime, inoltre, nel prossimo futuro «sarà sempre più numerosa la popolazione inattiva, in particolare anziana, dipendente da una popolazione attiva che farà sempre più fatica ad assicurare la sopravvivenza della città». Un dato davvero preoccupante anche per chi resta, insomma.

    Che la si voglia chiamare “fuga di cervelli” o che si associ questo fenomeno a una più generale mancanza di stabilità economica e di fiducia dei giovani in un mercato del lavoro sempre meno rassicurante, poco importa. Che si tratti di laureati che, una volta finiti gli studi, si ritrovano a barcamenarsi tra uno stage e l’altro – portando sempre con sé il proprio aggiornatissimo curriculum vitae e quel tanto sudato “pezzo di carta” su cui hanno investito tempo, impegno, soldi e fatica – o di ragazzi con titoli di studio diversi che inseguono i propri sogni o, semplicemente, tentano di trovare qualcosa per sbarcare il lunario, tantomeno. I giovani liguri si spostano, lasciano tutto e se ne vanno, è un dato di fatto: saltano sul primo aereo o sul primo treno e lasciano Genova e la Liguria, portando in valigia sogni e la speranza di un futuro migliore, accompagnate dall’incertezza di quello che effettivamente potranno trovare una volta arrivati. Preferiscono un futuro incerto alla certezza di non avere un futuro.

     

    Un viaggio “a tappe”

    Il dato forse più interessante, però, riguarda il fatto che il “primo step” di questo viaggio verso l’ignoto non vede necessariamente una fuga dei giovani genovesi e liguri verso l’estero: molto spesso si fermano prima di varcare il confine. Stando ad alcune testimonianze raccolte, infatti, i giovani genovesi – prima di decidersi davvero a lasciare l’Italia – tendono spesso ad affacciarsi verso altre realtà nostrane, inizialmente identificate come più “rassicuranti”. Inutile dire che la prima tappa del loro viaggio nella maggior parte dei casi finisce per essere Milano.

    Vicina ma non troppo la capitale economica italiana nell’immaginario di molti fra i giovani emigranti zeneizi e liguri continua a essere una sorta di “terra promessa”, un luogo pseudo-idilliaco in cui anche i giovani possono trovare lavoro. Sì, ma che tipo lavoro? E a che prezzo?

    metropolitanaA spostarsi a Milano sono per lo più laureati frustrati che – sperando di poter in qualche modo realizzare i propri sogni – scendono a compromessi col destino in maniera più graduale rispetto a chi subito prende e parte per l’estero. La frase che ci si sente ripetere più spesso da chi sceglie di trasferirsi è «Milano non è Genova, a Milano il lavoro lo trovi, c’è più richiesta»: ed effettivamente sì, le possibilità di trovare qualcosa di inerente i propri studi probabilmente sono più alte… Ma anche in questo caso – a seconda dell’ambito – buona parte di chi riesce si ritrova, poi, impelagato ulteriormente nel macchinoso “meccanismo degli stage”. Perché se tutti fanno lo stesso ragionamento – e questo è comprovato avvenga – il numero di candidati aumenta e, di conseguenza, il “gioco dello stage” va avanti in loop. Questo continuo ricambio di stagisti, insomma, allontana ancora di più la speranza del tanto agognato “posto fisso”: quale datore di lavoro – trovandosi davanti a un ricambio così alto di “manovalanza a basso costo” – può essere infatti interessato a prendere qualcuno dopo lo stage se sa che fuori dalla porta ha la fila di aspiranti tirocinanti pronti a farsi notare? Non importa quanto tu sia qualificato: la crisi c’è per tutti. E purtroppo fin troppo spesso sono i giovani – che, col passare del tempo, finiscono per non essere manco più tanto giovani – a farne le spese.

    È un meccanismo malato, insomma, quello che ormai da anni si è innescato nel mondo del lavoro italiano. E allora accanto a chi, pieno di coraggio e di ambizione, punta subito al mercato estero, vediamo giovani genovesi prendere, partire, andare a Milano e – una volta presa l’ennesima facciata – imbarcarsi sul primo aereo e varcare i confini del Bel Paese: perché «se non ho trovato lavoro manco qui, a casa la situazione sarà anche peggio. Devo andare più lontano». E allora eccoli lì i nostri giovani che – dopo la loro ennesima fallimentare esperienza nostrana – si uniscono alle file di coraggiosi che nel corso degli anni sono partiti alla volta dell’ignoto. La Brexit non fa paura (per ora), e l’Inghilterra, la Germania, il Belgio, la Svizzera, la Spagna e la Francia continuano a essere mete più che gettonate (con oltre il 50% delle preferenze tra gli emigrati italiani). Ma i nostri millennials spesso non si fermano neppure in Europa: non di rado la loro meta è il Sudamerica, con l’Argentina – località preferita anche a livello nazionale – che svetta in cima alla lista di destinazioni prescelte, seguita da Uruguay, Perù e Cile, quest’ultimo particolarmente gradito soprattutto ai liguri. Solo gli USA, forse, rimangono un sogno ancora troppo lontano.

    I dati sono preoccupanti, questo è evidente: e davvero, chiamatela pure “fuga di cervelli” se volete, ma a questo punto l’unica definizione che sembri davvero calzante a mio parere è solo “viaggio della speranza”.

     

    Piccole isole felici in un mare sempre più in tempesta

    I giovani se ne vanno, Genova invecchia e nessuno sembra poterci fare nulla. O, meglio, spesso anche gli sforzi fatti finiscono per risultare – sul lungo periodo – poco producenti.

    futuroIn questo scenario, però, forse per i laureati qualche possibilità in più c’è: entro e non oltre i 12 mesi dal conseguimento del titolo, infatti, l’Università e la Regione hanno previsto una serie di convenzioni per i novelli ex-studenti, che in questo modo possono attivare tirocini extracurricolari di massimo 6 mesi in aziende che – sul finire del periodo di stage – potrebbero forse concedere loro un vero contratto di lavoro. Esistono casi in cui questo succede, ma purtroppo sono ancora molto pochi rispetto al numero di richieste.

    È fuor di dubbio che tra i laureati quelli che se la passano peggio siano i cosiddetti “umanisti”, ma non si creda che basti un titolo di laurea conseguito presso una facoltà scientifica per far migliorare drasticamente la situazione. Che tu voglia fare l’insegnante, lo psicologo, l’architetto, il biologo, il chimico o quant’altro, le possibilità di restare a lavorare a Genova sono comunque poche: chiaramente più impegno ci metti e più ti fai “le ossa” e più possibilità avrai di riuscire nel tuo intento, ma purtroppo spesso neanche questo basta. La meritocrazia può poco contro una situazione lavorativa globale in cui per essere assunto devi avere meno di 30 anni, due lauree, aver superato l’eventuale esame di Stato – se previsto – e almeno 10 di esperienza nel settore. Perché no, non è una leggenda: purtroppo non è raro che te lo dicano davvero. E quando succede, stare dall’altra parte è davvero svilente.

     

    Si può tornare indietro?

    Fortunatamente, a far da contrappeso al sempre più crescente numero di giovani genovesi in fuga c’è quello dei cosiddetti “cittadini acquisiti”: gli stranieri residenti, infatti, nel bilancio globale aiutano ad abbassare l’età media della popolazione locale, e questo – in una situazione come quella attuale – è davvero un bene, se vogliamo anche solo dal punto di vista statistico. Basti pensare che nel 2016 a Genova gli immigrati erano circa 50 mila – quasi il 10% della popolazione totale, contro un 6,2% di giovani emigrati – mentre oggi sono 56mila su 580mila abitanti. Tutto questo probabilmente può essere visto come un modo per “recuperare” almeno in parte quello che Genova – e con lei la Liguria intera – sta inesorabilmente perdendo negli ultimi anni. Ma non basta. Il saldo migratorio può anche essere positivo per quel che concerne la fascia under 35 della popolazione, ma le prospettive demografiche della città non traggono certo beneficio da questa proiezione. E neppure i suoi giovani.

    Vista la situazione, chi se ne è andato e ha fatto fortuna lontano ormai difficilmente tornerà: non è pessimismo, è un dato di fatto. Bisogna agire, far qualcosa al più presto: è necessario lavorare su chi è ancora qua, non su chi è partito. Perché se qualcuno sceglie di tornare va certamente accolto a braccia aperte, ma ora il problema principale è non lasciar partire chi ha già l’idea di farlo: tenerli qui, convincerli e incentivarli a restare, far vedere loro che – per quanto spesso possa non sembrare – un futuro a Genova c’è ancora. Ne sono la prova iniziative come quelle organizzate periodicamente dall’Università di Genova, i bandi di concorso uscenti ed eventi come “We’re back – Genova 2019”, il primo appuntamento dedicato ai giovani italiani per invertire la rotta di questa “fuga di cervelli”, tenutosi lo scorso 8 giugno a Palazzo Ducale e in cui le storie di chi ha fatto successo in Italia o vi ha fatto ritorno dopo essere stato all’estero sono state di grande incoraggiamento per tutti i ragazzi presenti. Un buon modo per iniziare, questo è certo: ma non basta.

    Tornare indietro è ancora possibile, ma bisogna agire in fretta: perché i giovani se ne stanno andando davvero, e in numero sempre crescente. Non siamo ancora arrivati al punto di non ritorno, ma resta il fatto che – se la situazione non dovesse migliorare – Genova sarà davvero sempre più “una città per vecchi”.

     

    Guendalina Liberato

  • Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    Vecchia stazione di Pra’, la riconversione è su un binario morto? Lo scontro sui progetti tra comune e municipio

    In una manciata d’anni, il vecchio fabbricato dell’ex stazione di Pra’ ha visto trasformarsi tutto ciò che gli stava intorno. A lato mare, dove prima c’erano i binari della ferrovia, ora c’è l’Aurelia. A monte, la strada dove passavano le automobili è stata a sua volta sostituita da una zona pedonale su cui affacciano case e negozi. Una trasformazione cominciata nel 2006, con la costruzione più a sud della nuova stazione, e proseguita in anni più recenti con i Por, finanziamenti dal valore di 20 milioni di euro targati Unione europea e Comune di Genova, che hanno cambiato in modo consistente il volto del quartiere.

    A rimanere sempre uguale, in mezzo a tutto questo cambiamento, è stata proprio la ex stazione. Solo recentemente liberata dalle transenne che la circondavano ormai da tempo, la struttura oggi espone le sue pareti esterne ripitturate di fresco al centro della strada. Vuota. Perché cosa ce ne faremo, di questa palazzina che cominciò la sua carriera di stazione ferroviaria nel 1856, ancora non è chiaro. E dire che le idee, negli ultimi mesi e negli ultimi anni, non sono mancate. Solo che le idee del Comune di Genova, che ci mette i soldi, sono diversi da quelle del Municipio 7 Ponente, che accusa Tursi di non tenere abbastanza in considerazione le esigenze della cittadinanza e di voler imporre dall’alto il proprio progetto. L’idea originale del Municipio, approvata all’unanimità, era quella di dividere il prima piano della struttura tra un mercato per prodotti alimentari a chilometro zero e un museo del pesto mentre al piano superiore l’idea era realizzare una biblioteca multimediale che fosse anche uno spazio aperto per mostre e incontri. «Una piccola città dei bambini – la definisce Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio, che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico e sta seguendo il progetto – richiesta anche dal civ, dall’associazione La giostra della fantasia e dalla comunità praese». Lo scorso aprile, invece, il Comune di Genova ha approvato una mozione perché negli spazi venga realizzato un centro per la prevenzione dei disturbi alimentari.

    Lo scontro tra Municipio e Comune

    Lo scorso 23 settembre, la commissione che si occupa di assetto del territorio e sviluppo economico del Municipio 7 ha votato contro il progetto presentato in quell’occasione dalla direzione progettazione del Comune, rappresentata dagli architetti Tartaglino e Bartolini e dall’ingegnere Piro. «Il progetto presentato si riferiva solo al primo piano della struttura, ma noi avremmo dovuto votarlo in toto – spiega Ferrando – come si fa a votare un progetto se non ci sono ancora i fondi e senza sapere in cosa consiste? Al momento ci sono i 400 mila euro per il piano di sotto che potrebbero diventare 600 mila per il progetto complessivo, ma ad oggi, di certo, per il piano di sopra non è stato stanziato un soldo». Il consigliere municipale di A Sinistra Filippo Bruzzone ha invece giustificato il suo no con un post su Facebook, in cui ha lamentato soprattutto uno scarso ascolto del territorio: «Ho votato no perché il Comune ha redatto un progetto senza coinvolgere la cittadinanza ma nelle stanze del matitone – ha scritto – Come Municipio abbiamo “costretto” a presentare un progetto a marzo (bocciato già quello): dopo 6 mesi hanno presentato lo stesso identico progetto, una presa in giro».

    Solo che a tirar troppo per le lunghe il dialogo tra sordi tra Comune e Municipio rischiano di venir meno i 400 mila euro messi a disposizione da Tursi. «Se ci troviamo in questa situazione – commenta Roberto Ferrando, presidente della Commissione 2 del Municipio – è a causa della presa di posizione dell’ex assessore ai lavori pubblici, che aveva imposto una destinazione d’uso dei locali senza curarsi della decisione presa all’unanimità dal Consiglio Municipale e della volontà della delegazione». Il riferimento, neanche troppo velato, è all’ex assessore Paolo Fanghella, di recente uscito dalla giunta Bucci. I rapporti tra Fanghella (che del municipio ponente è stato consigliere e ha provato a diventare presidente alle elezioni del 2017) e la maggioranza di centrosinistra che appoggia il presidente del Municipio 7 Chiarotti, del resto, non sono mai stati semplici. Per tutta l’estate tra le due parti sono volate accuse – via social o interviste sui media – sul ripascimento della spiaggia di Voltri e i lavori di sistemazione della passeggiata, con l’assessore che rivendicava di aver rispettato i tempi e la maggioranza del 7° che invece oltre a criticare i tempi lunghi per i lavori di riparazione della passeggiata (non ancora conclusi) e avanzava dubbi sulla qualità dei materiali usati per il ripascimento della spiaggia (una polemica che va avanti ancora adesso). Visto l’orientamento opposto, poi, entrambi accusavano la controparte di agire per calcolo politico.

    La ricerca di un compromesso

    Con Pietro Piciocchi, che dallo scorso 7 settembre ha preso il posto di Fanghella, il settimo municipio spera di avere rapporti meno tempestosi: «Il nuovo assessore sembrerebbe di idee più aperte – chiosa Ferrando – speriamo sia più disponibile a venire incontro alle esigenze del territorio». La riprova delle parole di Ferrando arriverà molto presto. La riunione di commissione del 23 settembre, infatti, si è chiusa con l’incarico al presidente Chiarotti di trovare in tempi rapidi una quadra insieme al nuovo responsabile ai lavori pubblici: «Se Chiarotti riesce a bloccare il discorso del mutuo e possiamo allungare i tempi – spiega Ferrando – possiamo definire un progetto nuovo e nel caso votarlo, possibilmente già nel giro di due o tre settimane». L’idea sarebbe insomma quella di trovare un compromesso tra il piano del Municipio e quello del Comune, nella speranza che il nuovo assessore abbia un approccio meno rigido. Compromesso per cui Ferrando vede spazi, visto che l’idea della “città dei bambini” al piano superiore è già di fatto stata abbandonata per caratteristiche tecniche della struttura, che al piano superiore è poco adatta perché si è rilevato non fattibile abbattere i muri per creare lo spazio necessario: «Se invece la mettessimo al piano di sotto, lato ponente – ragiona il consigliere – avremmo comunque uno spazio di nove metri per quattro, quindi un buon spazio. Sul lato levante ci sarebbe invece spazio per il mercato a chilometro zero. Al piano di sopra potremmo avere tre stanze più piccole a disposizione, in cui fare anche la stanza per i disturbi alimentari voluta dal Comune e le altre assegnarle a rotazione alle associazioni del territorio». Sull’idea del centro per i disturbi alimentari, però, mantiene molte riserve Bruzzone, che da consigliere ha seguito da vicino l’evoluzione del progetto e su Facebook elenca così i motivi del dissenso: «a) non è stato concordato col territorio; b) il territorio non lo vuole ; c) il servizio è garantito da asl3 sia al martinez sia a Voltri; d) non ho documentazione che attesti chiaramente che il suddetto servizio sia totalmente pubblico e gratuito; e) un centro per i disturbi alimentari sopra ad un mercato (?); f) immagino che chi affronta questa difficile battaglia voglia più discrezione possibile, e questo lo garantisce la struttura asl3 non certo il secondo piano della vecchia stazione di Pra dove tutti sanno chi va a fare cosa».

    Luca Lottero

  • Gronda, previsioni sbagliate: in dieci anni meno 17% di traffico. Rivedere il progetto è necessario

    Gronda, previsioni sbagliate: in dieci anni meno 17% di traffico. Rivedere il progetto è necessario

    Mentre la strutturazione viaria del nodo di Genova è in una fase di profonda trasformazione, mentre aspettiamo quel 15 agosto che non è mai sorto, prepotente sul tavolo del dibattito politico è il tema della Gronda, scosso oggi dal  progetto alternativo della cosiddetta mini gronda, che potrebbe rimescolare le carte del mazzo. Lo scontro politico nazionale sulle concessioni ha aggiunto una variabile emotiva e comprensibilmente rivendicativa verso il progetto, il cui peggior nemico, però, rimane essere sé stesso, e le sue contraddizioni fondative.

    Numeri che non tornano

    Ma andiamo con ordine, e facciamo qualche passo indietro, tornando al 2009, quando dopo un acceso dibatto pubblico si arrivò alla scelta del progetto, poi divenuto esecutivo e oggi fermo al Mit in attesa del via libera definitivo. Alla base delle cinque proposte di Autostrade per l’Italia c’era la necessità di intervenire con nuove infrastrutture per evitare il collasso del nodo genovese. Un collasso generato da aumento del traffico, la cui crescita veniva calcolata attraverso diversi panorami temporali di breve, medio e lungo periodo. Nella presentazione del progetto era tracciato un generico aumento del 30% di traffico in trent’anni, mentre nei documenti di supporto le cifre erano meglio specificate: entro il 2015 un aumento del 16,6% del traffico leggero, e un 35,6% di quello pesante, nel 2025 rispettivamente +32% e +73,5% e nel 2035 previsioni di crescita di 42% e 101%.

    Oggi siamo nel 2019 e abbiamo quindi valicato la prima soglia, quella del breve periodo, e confrontando i dati ufficiali raccolti e pubblicati da Aiscat possiamo dire che ad oggi quelle previsioni, per qualsivoglia motivo, si sono rivelate sbagliate. E non di poco.

    Nel 2009 i veicoli medi giornalieri per l’A10, nel tratto Genova-Savona, erano 127.474 quelli leggeri e 23.539 quelli pesanti; per il 2018, stando all’ultimo report pubblicato, le cifre sono rispettivamente 101.466 e 22.708 con un calo quindi del 20% e del 3,5%. Dati su cui pesa senza dubbio la tragedia del Morandi: per avere un confronto quindi in situazione di normalità prendiamo anche i dati registrati al primo semestre 2018: 105.255 la media giornaliera dei veicoli leggeri e 24.055 per i pesanti, con quindi un delta percentuale di -17,4% e +2,2%. Numeri decisamente lontani da quelli previsti: con 21.160 veicoli leggeri e circa 7.700 pesanti “fantasma” che mancano all’appello rispetto ai calcoli modellistici di Aspi.

    Una situazione che non è solo peculiare per l’A10, tratta che sarebbe “doppiata” dalla Gronda, ma che è simile anche per le altre tre autostrade genovesi. Per l’A7, nel tratto Genova-Serravalle, nel 2009 si contavano 118.598 veicoli leggeri al giorno e 22.017 pesanti, mentre nel 2018 i numeri registrati sono stati 95.417 e 20.077, con un calo rispettivamente del 19,5% e 8,8%. Per l’A12, nel tratto Genova – Sestri Levante nel 2009 i veicoli medi giornalieri erano 89.692 quelli leggeri e 13.686 quelli pesanti, mentre nel 2018 rispettivamente 83.373 e 12.497, cioè il 7% e il 8,7% in meno. Stesso andazzo anche per l’A26, che nel 2009 registrava nel tratto Pra’ – Alessandria 49.765 mezzi leggeri e 13.490 pesanti, mentre nel 2018 il conto si è fermato a 44.188 e 13.950, avendo in parte assorbito il traffico dell’A10 interrotta, con differenze di -11.2% e un +3,4%.

    Sommando tutti i valori assoluti nel 2009 sul tronco di Genova circolavano mediamente al giorno 385.529 mezzi leggeri e 72.732 mezzi pesanti, mentre nel 2018 i numeri registrati sono stati 328.233 per il traffico leggero e 70.579, con un calo quindi rispettivamente di 57.296 e 2153 unità, cioè -14,8% e -2,9%. La diminuzione del traffico non ha risolto ovviamente tutti i problemi dei tracciati che attraversano Genova e che essenzialmente sembrano derivare dalla arretratezza degli svincoli, vero tallone d’Achille delle nostre autostrade: le code ci sono lo stesso, praticamente quotidiane. Ma il sistema non è collassato: l’unico collasso che abbiamo visto è quello del Morandi.

    La sicurezza non è mai troppa, come i pedaggi

    I dati di cui sopra ci restituiscono, quindi, una previsione errata, totalmente smentita dai fatti. Ma i dati sul traffico non sono gli unici ad essere stati ‘sbagliati’: anche le considerazioni sulla sicurezza stradale in questi dieci anni hanno visto la realtà superare la ‘fantasia’, per fortuna. In dieci anni gli incidenti sono fortemente diminuiti, arrivando quasi ad essere dimezzati. Per l’A10, nel 2009 si contavano un totale di 227 sinistri nella tratta Genova – Savona, mentre nel 2018 il conto si è fermato a 146. Sulla A12, tra Genova e Sestri Levante, dai 153 del 2009 si è passati ai 141 del 2018, sulla A7 (Fino a Serravalle) dai 166 a 98 e sulla A26, tra Voltri e Alessandria da 135 a 71. Statistiche che sconfessano quindi l’altra “necessità” alla base del progetto presentato nel 2009 come soluzione necessaria anche dal punto di vista della sicurezza di chi viaggia sulle nostre autostrade: durante la recente visita del neo ministro, Camera di Commercio di Genova ha consegnato alla De Micheli un ‘dossier’ da toni allarmanti sulla pericolosità delle nostre autostrade, che sono tra le più alte in classifica in termini di incidenti (dato vero), dipingendo uno scenario in peggioramento (dato non verificato, anzi smentito), cosa che renderebbe, secondo questa lettura, la costruzione della Gronda, come sempre più necessaria e impellente.

    Guardando ai report di Aiscat, però emergono altri due dati decisamente interessanti, che aggiungono una prospettiva ulteriore alla lettura del contesto: nel 2009 sulle tratte gestite da Autostrade per l’Italia, quasi tremila chilometri di tracciati, hanno viaggiato un totale di 48.729.713.463 veicoli, mentre nel 2018 un totale di 48.002.477.881 unità, con un calo di oltre 727 milioni di unità, ovvero un -1,4% in termini percentuali. Nonostante ciò, però, i ricavi di Aspi (dati scorporati da tasse e accise varie) sono aumentati passando da 2,4 miliardi a 3 miliardi, cioè un +20%. Non male, soprattutto in virtù del fatto che gli aumenti di pedaggi sono concertati con il concedente, cioè lo Stato. In un recente dossier, Anac (Autorità nazionale anti corruzione) ha stimato che per le autostrade italiane i concessionari hanno speso solo il 2,2% di quello preventivato per le manutenzioni: in particolare Aspi, dal 2008 al 2017 ha speso 249.131.000 milioni su oltre dieci miliardi previsti. Dieci miliardi che sarebbero comunque stati ammortizzati ampiamente dai ricavi di esercizio.

    E se sul nuovo ponte non ci passasse nessuno?

    Un altro punto delicato del progetto del 2009, e presentato definitivamente nel maggio del 2018, è la liberalizzazione della tratta urbana della A10, che diventerebbe una sorta di “tangenziale” gratuita. Ma c’è un nodo che non è ancora stato sciolto: stando al progetto di Aspi, il tratto interessato a questo declassamento è quello compreso tra Genova Pra’ e Genova Aeroporto, con il casello di Cornigliano/Sestri Ponente che quindi diventerebbe casello di testa. E il tratto fino a Genova Ovest? Mistero. Lo stesso Bucci si era detto contrario (e un po’ spiazzato) rispetto a questa ipotesi; in un’intervista aveva infatti dichiarato: “No way, assolutamente impossibile, questo non lo concederò mai altrimenti il Ponte Morandi non lo percorrerà più nessuno”. Poi è arrivato il 14 agosto, e il Morandi non lo ha percorso più nessuno per davvero, ma il progetto di Autostrade per l’Italia, che in molti vorrebbero partisse immediatamente, tra cui anche lo stesso Bucci, non è cambiato: stando così le cose il ponte “dell’orgoglio” e del “riscatto” di Genova sarebbe destinato ad una vita di solitudine. Per la precisione, mille anni di solitudine.

    Un progetto superato

    Alla luce di questi dati, l’attuale progetto della Gronda sembra quanto meno superato: le premesse di scenario sono state smentite largamente, e nel frattempo sono state costruite e aperte nuove strade “concorrenti”. Una buona condotta amministrativa, quindi, fermerebbe un attimo la macchina, prima di buttarsi a capofitto in una mega opera dalle pesanti ricadute economico-ambientali per i territori che attraversa. Forse sarebbe il caso di aspettare e vedere cosa succede: quando sarà operativo il nuovo ponte, oltre a riavere il vecchio assetto autostradale, avremo a disposizione una nuova viabilità a mare, per la quale si dovrà intervenire per tutelare le persone che vi vivono attorno. Per questo motivo il progetto presentato in questi mesi dal Mit (versione Cinque Stelle) mette sul tavolo una alternativa, anche se un buona parte ancora non progettata (metà però lo è, visto che riprenderebbe il raddoppio del tratto di A7 fino a Bolzaneto, come previsto, disegnato, progettato e approvato per il progetto di Aspi), prendendosi il merito di mettere in discussione il faraonico progetto del 2009. Non è quindi un caso che si sia alzata immediatamente una cortina fumogena contro questa eventuale ipotesi, tra interpretazioni non corrette, come la fantomatica distruzione del lungomare di Pegli, e critiche di metodo prima che di merito: l’argomentazione del tempo che si perderebbe a riprogettare, non regge perché appunto, metà del lavoro è già fatto, e soprattutto proviene da coloro che paradossalmente hanno dimostrato che, con la gestione bis-commissariale dell’emergenza Morandi, se si vuole, si può fare presto e bene. E’ il mantra che ci accompagna da mesi, ma vale per tutto però. E poi, in ultimo ma non per importanza, l’alternativa permetterebbe di “risparmiarci” lo scavo di due mega tunnel da 20 chilometri l’uno, che ci obbligherebbero a gestire diverse milionate di metri cubi di detriti ad alto contenuto amiantifero, e che sono la voce di spesa più importante del progetto della Gronda, che vale 5,4 miliardi di euro, finanziati con anni di aumenti dei pedaggi, quindi da noi. Ma forse il vero business sta proprio lì.

    Nicola Giordanella

  • Ne demolissero altri cento

    Ne demolissero altri cento

    Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione “ad alta voce”, che partendo da un personale punto di vista pone sul tavolo interessanti e forse inevitabili spunti di riflessione sul vaso di Pandora scoperchiato dalla tragedia del Morandi. Quanti “ponti” sono stati costruiti seguendo un progetto di progresso rivelatosi fallimentare nella restituzione allargata del benessere? Qual è il prezzo che Genova sta pagando? Era possibile fare diversamente e meglio? Ma soprattutto è possibile oggi fare diversamente e meglio? Tra “il comando dei mediocri” e “l’abitudine al brutto” quanti futuri abbiamo perso e stiamo ancora oggi perdendo?

    di Giacomo D’Alessandro *

    In vista dell’anniversario della tragedia di Ponte Morandi farò una riflessione che a molti suonerà provocatoria se non irrispettosa. Pace. Fermo restando il cordoglio sentito e necessario, penso sia importante richiamare l’attenzione anche su alcuni aspetti più scomodi che la realtà ci porta addosso, e che ci riguardano tutti.

    Il Ponte Morandi, quel che ne restava, è stato disintegrato in 6 secondi ormai un mese fa. Chi vi ha assistito da vicino si è reso forse conto di cosa deve provare chi subisce oggi una guerra. Deve aver intuito lo sgomento di quando un’esplosione come quella, che pure era prevedibile e concentrata in un punto a distanza di sicurezza, ti incombe addosso ogni minuto del giorno e della notte. Quale dev’essere il trauma psicologico di bambini, donne, uomini, anziani costretti a vivere per mesi in un posto dove quello squarcio devastante può accadere senza alcun controllo, piombare sulla tua impotenza.

    Pausa. Cosa c’entra questo con noi, Genova? Apparentemente niente. Suggestione. E invece, anche se non ci pensiamo mai, siamo tra i primi paesi al mondo ad esportare armi e bombe. Potremmo boicottare da anni questa industria di morte, col nostro voto politico, col consumo critico, abbandonando le banche armate a favore di banche etiche. Non lo abbiamo fatto. Non ci pensiamo. Che la nostra città abbia intrapreso una lotta contro le navi armate saudite è novità degli ultimi mesi, e si deve al collettivo dei portuali e a quelle associazioni di nicchia da sempre impegnate sul tema, con scarsa eco mediatica.

    Riflettiamo. Non fermiamo lo sguardo al nostro cortile e al nostro ponte. Perché dice molto di più, questa esperienza anche emotiva, fisica, simbolica che le circostanze ci fanno subire.

    A scomparire da Genova non è solo una via di comunicazione. È un “mostro” della cosiddetta civiltà moderna. Abbiamo l’onestà di dire che il Ponte Morandi era un “pugno nell’occhio” di cemento e metallo, che ha tranciato via l’orizzonte (e che orizzonte: il mar ligure rinomato in tutto il mondo) a decine di migliaia di persone per decenni? O siamo talmente assuefatti alle “necessità del progresso” da aver assunto come normale persino un’estetica – che è stata tutto fuorché a misura d’uomo? Ho ascoltato rispettosamente quegli abitanti scossi dai singhiozzi per un travolgimento emotivo, per un simbolo che ha accompagnato la loro rappresentazione della realtà quotidiana, e che adesso tragicamente è andato giù. Sia chiaro: non mi sfiora neanche l’idea di giudicare quel dolore. Non lo posso capire e non ho la pretesa di giudicarlo. Ho passato tanto tempo ospite di amici che vivono a Certosa, col ponte in faccia. Ho sperimentato quella quotidianità. Ma se ci fermiamo attoniti a quel dolore istintivo, alla retorica della città ferita, rinunciamo a chiederci che umanità siamo diventati.

    Perché percepiamo bellezza, rassicurazione e famigliarità davanti ad un mostro? Peppino Impastato spese una bellissima riflessione sull’urgenza di insegnare la bellezza alla gente. Noi a che idea di bellezza ci siamo abituati? Come è successo? Cosa ha a che fare questa estetica pesante e violenta con la Genova dei caruggi, dei forti, dei palazzi mercantili e delle creuze? Del mare e dei monti, del vento e delle valli?

    Almeno in questo, dovrebbe esserci un certo sollievo nell’aver “rimosso” un emblema della cementificazione selvaggia che ha aggredito il nostro territorio. Al di là del dolore umano e sociale che non si tocca (giova ripeterlo, perché già me li vedo i commenti di accusa), oggi potremmo avere la maturità di riflettere che un ponte del genere non avrebbe mai dovuto essere costruito. Si potevano studiare ben altre alternative, più umili, meno ambiziose, per rispondere alle necessità di un popolo. È lo stesso ragionamento che vale per tutti i palazzi-mostro delle nostre periferie, tirati su come carnai disumanizzanti sull’onda della necessità, e di cui oggi a livello sociale paghiamo lo scotto.

    Abbruttire una valle e una parte di città – che nascerebbe per favorire la vita e la serena crescita delle persone – è qualcosa di cui abbiamo ancora necessità? Va bene, è stato considerato necessario e avanguardista in un certo momento storico; ma possiamo dirci oggi che il Ponte Morandi ha svolto una funzione sbagliata? Ovvero unire la città di ponente con il centro. Consentire di bypassare ad alta velocità la città, passandoci in mezzo. Ma che idea è? Come è possibile – ce ne siamo resi conto solo con questa tragedia – che una intera città si percepisca unità grazie ad un ponte autostradale? È normale? Che umanità siamo diventati? Che ne è stato delle naturali vie di collegamento costiero?

    [quote]Scopriamo solo oggi che si potevano aprire strade alternative lato porto? Scopriamo solo oggi che si poteva tenere aperta la metro anche di notte? [/quote]

    Nessuno nega le esigenze e i compromessi del realismo; ma perché guardare ancora col para-occhi e come soluzione ripetere gli errori fatti? Scopriamo solo oggi che si potevano aprire strade alternative lato porto? Scopriamo solo oggi che si poteva tenere aperta la metro anche di notte? Sicuramente scopriamo solo oggi possibilità aggiuntive, come le biciclette elettriche e il monopattino elettrico, ai quali basterebbe una pista protetta che percorresse tutta la città costiera e le direttrici delle valli (più uno sharing efficace) per consentire la mobilità sostenibile “traffic-free” che in tante città europee è ormai il presente evoluto, e che sgraverebbe anche Genova di tanti problemi e tanto stress. Va bene, non è una soluzione per tutti. Certo che non lo è: non esistono soluzioni per tutti, è finita l’epoca del generalismo, delle realtà di massa. Le esigenze sono frammentate, la popolazione è frammentata, il territorio è spaccato. Per questo aggrapparsi ad un ponte non ha senso né verso il passato né verso il futuro: perché abbiamo da investire in micro-soluzioni molto più efficaci, umane e differenziate. Treni urbani, metro di superficie, piste ciclabili, bike e car sharing, impianti di risalita, zone di interscambio, navibus, sentieri urbani… E non state tutti lì a dire: “certo, certo, ma come si fa…” Si fa se si vuole. Se si investe lì e non altrove. Decenni fa si doveva fare.

    Pensiamo al rumore, allo smog e alla bruttura che quel ponte ha imposto per decenni a decine di migliaia di persone residenti. Era necessario farlo così? Era impensabile costruire un tunnel di superficie molto più basso (come i ponti ferroviari vicini), dove possibile addirittura interrato, anche a costo di smontare un paio di palazzi? Sarebbe stato silenzioso, quasi invisibile, e col contenimento degli scarichi. Perché le cose brutte, se proprio necessarie, non le nascondiamo alla vita quotidiana di una città? Di questo progresso mi piacerebbe si parlasse.

    [quote]l’inerzia dei vecchi e di personaggi mediocri al comando sempre e comunque, che tappano spazi e visioni, assecondando invece che guidando la popolazione[/quote]

    Di cominciare a demolire quegli eccessi di sovrastrutture pachidermiche, inefficaci, insicure, tristi e brutte con cui abbiamo soffocato la nostra vita quotidiana. E c’è poco da dare colpe alla politica, che è nostra espressione (o espressione del caso, visti gli ultimi dati di astensione). Genova non cresce, non cresce nel senso autentico di qualità, non di quantità, perché la sua gente non vuole vedere, non vuole capire, non vuole cambiare. E su questo c’è poco da fare, se non sbattere la faccia sulle continue tragedie e frustrazioni che in questi anni si susseguono. Ma c’è una tragedia più silenziosa che diventerà assordante: la fuga dei giovani e degli adulti più talentuosi, in cerca di spazi espressivi; l’inerzia dei vecchi e di personaggi mediocri al comando sempre e comunque, che tappano spazi e visioni, assecondando invece che guidando la popolazione. La sproporzione tra le due correnti è tale e tanta che parecchi giovani vivono e lavorano già da “vecchi dentro”, per potersi inserire nei gangli genovesi, e ritagliarsi un ruolo.

    Ecco, non so se ho condiviso qualcosa di utile, probabilmente no. Ma la sensazione ad un anno da quel ponte che crolla, davanti a chi si ferma soltanto al dolore dell’imprevedibile, è un po’ questa. Di chi non sa più distinguere ad alta voce tra un ponte che non doveva cadere (e non doveva uccidere), ed una città che non doveva affidarsi ad un affare del genere, lasciandosi ferire e deturpare ben prima nella sua socialità, facendosi incapace persino oggi di immaginare alternative per una vita più umana, una vita più bella.

    *Coordinatore Centro Banchi – Genova

  • Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica, correnti salvano (per ora) la Liguria, ma il nostro mare è una zuppa. E dovremmo preoccuparcene

    Isola di plastica nel Tirreno, @Francesco Alesi/ Greenpeace

    Nelle scorse settimane, l’Istituto francese di ricerca sull’inquinamento del mare (Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer – Ifmer, di Bastia) ha rilevato una concentrazione altissima di plastiche e microplastiche nel tratto di Mar Tirreno tra la Corsica e l’Isola d’Elba. Un’“isola di plastica”, come si sono affrettati a battezzarla i giornali francesi e i pochi giornali italiani che ne hanno dato notizia, con chiaro riferimento al più famoso Great Pacific Garbage Patch (o Pacific Trash Vortex) dell’Oceano Pacifico settentrionale. Una notizia che sulla sponda ligure del Tirreno non ha avuto molto seguito, passata praticamente rapidamente in archivio: eppure quello che oramai è dato empirico dovrebbe preoccuparci molto. Oggi.

    L’isola scoperta nel Tirreno non ha la stessa estensione di quella oceanica e a differenza di questa, come ha spiegato il direttore dell’Ifmer François Galgani non è permanente, ma generata periodicamente dal particolare gioco delle correnti del Mediterraneo nord-occidentale, che tendono a risalire la costa italiana e poi, ostacolate dall’isola Elba e dalle altre isole dell’arcipelago toscano, ad accumulare in quell’area il materiale trasportato, con le concentrazioni maggiori lungo le coste della Corsica.

    Occhio non vede…

    Questo però non vuol dire che il problema della plastica nel Mar Mediterraneo sia meno grave che quello nel Pacifico. Anzi. «Il Mediterraneo è un mare chiuso – spiega Stefano Pedone, dell’associazione Worldrisee questo fa si che le concentrazioni di plastiche siano molto più elevate di quanto non accada nell’Oceano, che ha la possibilità di diluire maggiormente la concentrazione di microplastiche. Tanto che, nell’intero Mediterraneo, la concentrazione di plastica è quasi pari a quella delle isole, o “zuppe” oceaniche. Per la zona tra l’Isola d’Elba e la Corsica parliamo quindi di concentrazioni assolutamente straordinarie».

    Plastica raccolta sulla spiaggia di Santa Margherita – Dicembre 2018, foto Worldrise

    Isola di plastica è un termine mediaticamente efficace ma in realtà improprio: «Dà l’idea di una vera e propria isola su cui si possa camminare – spiega Pedone, che è laureato in Scienze Naturali all’Università di Genova e in questo momento sta studiando per ottenere la seconda magistrale in biologia marina – in realtà le plastiche che finiscono in mare si riducono progressivamente di dimensioni per effetto del sole, del sale e del moto ondoso, fino a diventare microplastiche e a mischiarsi con l’acqua marina. Passando con la barca in aree che chiamiamo “isole di plastica” quasi non ci se ne accorge, perché la superficie è uguale a quella di una zona normale. Le microplastiche sono invisibili a occhio nudo, in realtà, senza accorgersene, si naviga in una sorta di zuppa di acqua e plastica».

    Grazie correnti, ma ci pensa il porto

    E Genova? Nel golfo ligure il particolare gioco delle correnti rende in teoria poco probabile una concentrazione in stile “isola di plastica” al largo delle nostre coste, ci racconta Pedone nel corso della nostra chiacchierata. Ciò non vuol dire, però, che nel mar ligure la plastica non ci sia: «I porti sono grandi produttori di microplastiche – spiega infatti Pedone – come confermato di recente da forti concentrazioni di microplastiche rilevate al largo del porto di Napoli». A noi, in un certo senso, non serve una sfortunata combinazione di correnti marine come quella che interessa il mare tra l’Elba e la Corsica. Basta la principale attività economica cittadina. Un’attività che, tra l’altro, ci rende di fatto esportatori netti di microplastiche che, prodotte dal nostro porto, si ritrovano poi a viaggiare per tutto il Mediterraneo: «Ovviamente non sono gli abitanti dell’Elba o delle Tremiti a produrre tutta quella plastica – sottolinea Pedone – sono in generale le città di riviera, e in particolare quelle portuali come Genova, o altri fattori come, per quel che riguarda le isole Tremiti, nell’Adriatico, il fiume Po, che riversa in mare tutte le plastiche raccolte lungo la Pianura Padana, che vengono trasportate verso sud dalle correnti superficiali finché non vengono bloccate delle Tremiti».

    Il Mediterraneo che cambia

    Se le correnti, ad oggi, ci stanno tenendo lontani dalla parte più visibile del problema, è anche vero che il contesto del Mediterraneo è soggetto a forti mutamenti, dovuti alla attività antropica e a cambiamenti microclimatici in atto da diversi decenni.

    Foto di Kevin Krejci

    Diversi sono gli studi scientifici che hanno certificato un aumento della temperatura media del nostro mare registrata negli ultimi decenni: un dato che può arrivare ad incidere sulle correnti e sulle quantità e qualità delle precipitazioni e dei fenomeni atmosferici. Un mare sempre più “tropicale” favorisce fenomeni altrettanto “tropicali”, con estremi inediti per le nostre coste. Fenomeni a cui non siamo preparati.

    Il dibattito sui cambiamenti climatici è molto ampio e discusso, talvolta anche “tifato”ma gli eventi degli ultimi mesi ci portano sul piatto alcune evidenze, che se diventassero “strutturali” ad un rinnovato contesto appunto climatico, potrebbero non essere troppo da sottovalutare, anche nel breve periodo: la mareggiata dello scorso ottobre ne è un esempio lampante, con una altezza di onde registrata fuori dalla media. Il day after, lo ricordiamo, fu caratterizzato, oltre che dalla conta dei danni, dalla necessità di ripulire le coste da decine di quintali di rifiuti plastici spiaggiati, che il mare conservava da qualche parte e che ci ha restituito. Con gli interessi, visto la difficoltà di una bonifica quasi impossibile, se si parla di microplastiche, oramai presenza fissa e invisibile sulle nostre spiagge. 

    La nostra zuppa di plastica

    Sulla immediata costa di questo “quasi lago”, che è il Mediterraneo, vivono almeno 150 milioni di persone, ma i fiumi portano il fall-out di un bacino umano molto più ampio. Il Wwf, in uno studio del 2018 ha calcolato che la concentrazione di frammenti per chilometro quadrato è pari a 1,25 milioni, circa quattro volte quella registrata presso l’isola di plastica trovata nel nord del pacifico. Numeri estremamente sensibili alle attività umane: durante il periodo estivo, infatti, il numero di persone sulla costa praticamente raddoppia, con un aumento di immissione di plastica in mare che sale, durante i “mesi delle vacanze” del 40%. Milioni di rifiuti plastici giacciono da qualche parte sui fondali marini, in balia degli eventi, e rilasciano costantemente piccoli frammenti: una miniera ad estrazione continua che ha trasformato il nostro mare in una vera zuppa di plastica.

    Sempre il Wwf ha riportato in un recente studio che nel Santuario dei Cetacei Pelagos, che comprende tutto il mar ligure fino alla Sardegna, cioè tutto il nostro mare, il 56% del plankton è contaminato da microplastiche, avendo trovato nei fanoni delle balene abituate a vivere in questa acque quantità 4 o 5 volte superiori ai livelli considerati normali. E forse, quindi, non è un caso che gli spiaggiamenti di balene e delfini morti siano sempre più frequenti nel Tirreno, spesso con le viscere piene di plastica. Un santuario che sta diventando un sepolcro.

    L’inquinamento del Mediterraneo, uno dei più “abitati” e trafficati del pianeta è, quindi, per lo più invisibile, ma inequivocabile. L’isola di plastica della Corsica e dell’Elba sono solo una versione tangibile e ingombrante di un problema molto esteso, che ci coinvolge in prima persona. Anche se ad oggi le correnti ci hanno fatto da scudo di quella parte del problema maggiormente impressionante, forse dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente della salute del nostro mare. E della nostra.

    Luca Lottero, Nicola Giordanella

     

     

     

  • Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Spiagge liberate: tra mareggiate, sequestri e un castello di sabbia che sta per crollare

    Quella che stiamo vivendo è un’estate diversa, con una stagione balneare particolarmente complicata, che convive con le profonde cicatrici della mareggiata di ottobre, e in ultimo, con vicende giudiziarie quanto meno dirompenti. Due situazioni in apparenza negative, ma che in realtà hanno dischiuso un possibile nuovo assetto dei nostri litorali, che potrebbe rappresentare una svolta per il nostro mare e la sua fruibilità. Con la restituzione del maltolto.

    La notizia più interessante è che questa estate Genova ha una spiaggia libera in più: si tratta del piccolo arenile di quelli che erano i Bagni Monumento, devastati dalle onde fuori misura dello scorso autunno. I lavori di ristrutturazione non sono stati completati, e i gestori hanno tenuto chiuso. Risultato? Decine di persone, ogni giorno, accedono liberamente al piccolo lido, posizionando asciugamani e zaini la dove erano fissi gli inamovibili e danarosi ombrelloni dello stabilimento. Una spiaggia liberata.

    Il concessionario aveva quantificato in oltre 110 mila euro i danni subiti, che secondo le prime stime avrebbero ridotto del 20% la fruibilità, ma nei fatti oltre alla messa in sicurezza di quelli che il mare ha ridotto come ruderi, poco si è riuscito a fare in tempo utile, per cui oggi gli stabilimenti sono chiusi. L’unica presenza è quella del bagnino, come previsto dal contratto di concessione.

    Questo ha portato degli inevitabili problemi per chi ci lavorava e per l’indotto del settore, come accade nelle molteplici situazioni in qualche modo simili che troviamo su tutto il litorale ligure. Ma come abbiamo visto anche in altri articoli, il caso singolo si inserisce in una prassi decisamente in debito verso la collettività, visto il contesto normativo regionale e comunitario disatteso da anni.

    E proprio su questo si innesta la seconda notizia dell’estate, cioè quella del sequestro delle aree oggetto di concessione demaniale sulla spiaggia dei Bagni Liggia, andata in scena pochi giorni fa. Un episodio circoscritto, ma che potrebbe essere la prima pietra di una valanga molto più ingente di quanto i pochi metri di transenne potrebbero lasciare intendere.

    [quote]La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo[/quote]

    Causa dell’azione giudiziaria il mancato rispetto della Bolkestein, attraverso un rinnovo automatico della concessione, non previsto dall’ordinamento comunitario, e che invece in tutto il paese è continua prassi. La coesistenza dicotomica tra norme europee vigenti ma non recepite e condotta de facto ha retto fino a due giorni fa, quando i giudici genovesi hanno creato il precedente esplosivo: a dirlo lo stesso gestore di Liggia, che in tutte le interviste rilasciate alla stampa ha dichiarato che presenterà “un esposto alla Procura –per dire che esistono oltre 10 mila concessioni in Italia che sono nella mia situazione. Sono elencate nel database del ministero delle infrastrutture e del ministero del turismo e vi elenco le 453 autorità concedenti che vi chiedo di indagare”. Saltato il tappo, la questione balneare potrebbe degenerare in un tutti contro tutti la cui responsabilità è esclusivamente politica.

    Il castello di sabbia che rischia di crollare è, infatti, il risultato di un continuo nicchiare da parte della classe dirigente del paese, che negli ultimi anni, (la Bolkestein è del 2006, tanto per dire) ha cullato la categoria nell’illusione che tutto sarebbe rimasto uguale per sempre, senza fare altro che normative transitorie “tappullo” puntualmente impugnate perché incompatibili con l’ordinamento comunitario. Ora il tempo sembra essere scaduto.

    La cosa che rimane poco comprensibile è la paura atavica per la Bolkestein, che di per sé prevede la gara per le concessioni ogni dieci anni, senza che venga esclusa la eventuale riconferma di chi che sia. Se uno fa bene, investe (principale argomento contro) e ha la proposta più conveniente per lo Stato vince. Punto. Il problema è che come abbiamo visto l’attuale gestione non è il meglio per lo Stato e la collettività che lo compone, ma una generosa pratica che da anni sostiene un florido mercato che restituisce pochissimo all’erario, garantendo un indotto considerevole e un bacino elettorale prezioso.

    Il crollo di questo castello di sabbia potrebbe essere, invece, una buona occasione per rimettere mano alla decennale cannibalizzazione delle spiagge libere della nostra regione, che, come abbiamo visto più volte, è ferma ad un 14% fortemente sotto la soglia del 40% posta dalla stessa Regione Liguria, in mancanza di una normativa nazionale.

    Insomma, in attesa di avere dati più completi della stagione in corso, le cui avvisaglie non sono molto confortanti, è necessario iniziare a ragionare su come ripensare il nostro approccio alla questione. La forza della natura e l’italico e furbesco pressapochismo culturale e politico hanno mescolato prepotentemente il mazzo di carte. Non tutto il mare viene per nuocere.

     

    Nicola Giordanella

     

  • “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    “Italiani, non sapete quello che state facendo”. Quando l’inferno è sulla terraferma, a pochi passi da noi

    In questi giorni di scontro politico, aspro e a tratti disarmante, sui soccorsi in mare, abbiamo raccolto una storia “di terraferma”, dove la nostra democrazia e la nostra civiltà da tempo “sta facendo naufragio”. Una piccola e breve testimonianza che riporta prepotente la riflessione su un sistema, quello della gestione dello straniero senza diritti e documenti, fuori legge in quanto tale, che prosegue la lunga catena del sangue e della tragedia, che parte da lontano ma che arriva a pochi metri da noi.

     

    E il terzo giorno più uno resuscitò, uscendo con le sue gambe dall’inferno in cui era stato scaraventato. Prese la sua vita, raggiunse la stazione, e dopo più di dieci ore era di nuovo a Genova. Sopravvissuto. Incredulo. “Italiani, non sapete quello che state facendo”.

    Questa storia la raccontiamo partendo dalla fine, dal sedimento indelebile che ha lasciato nella vita difficile di un uomo, in Italia da quindici anni, che per una serie di errori e legali efficienze è stato scaraventato nel fondo melmoso della nostra democrazia. “Quando sono uscito ho dato quello che potevo a chi rimaneva, ma non ho preso contatti, non ho tenuto nomi nella mia testa, l’unica cosa che voglio è dimenticare quello che ho visto”. Ma noi non possiamo permettercelo, perché quello che ha visto è quello che succede ai margini delle nostre città, adesso, in Italia. Anno del Signore 2019. E in qualche modo ne siamo responsabili.

    Povero Cristo, nome di fantasia, è un uomo arrivato dall’altra sponda del Mediterrano ad inizio degli anni duemila, con una laurea breve in tasca, insieme al sogno di una vita migliore. Ma l’integrazione non è facile: “Ho scelto di frequentare il meno possibile i miei conterranei – racconta – certo sarebbe stato più semplice, ma in questo modo si rimane stranieri”. Arriva un corso professionale, arriva il lavoro, ma anche l’alcool e i problemi. E una condanna, per rapina: “Un fatto che non ho commesso – tiene a sottolineare – ma che ho pagato con un anno di carcere”.

    Ma il carcere, in questa storia, è solo un passaggio, un termine di confronto, uno strumento: “Io sono grato all’Italia, perché mi ha dato un’altra possibilità, con dottori e assistenti sociali che mi hanno aiutato”. Sì perché una volta uscito dal carcere arriva anche un decreto di espulsione. “Ho fatto ricorso, ottenendo la sospensiva e mi sono mosso per ottenere i documenti necessari per rimettere a posto la mia vita”. Ha un appuntamento in questura, a quale si presenta puntualmente, senza sapere che quella stessa sera avrebbe visto quello che non dovrebbe esistere.

    In questura, infatti, non risulta il ricorso, le carte dei tribunali, non sono condivise con le questure, anche se il calendario segna 2019: “Ho sbagliato, non mi sono portato il documento dietro – ammette – e i poliziotti hanno fatto quello dovevano fare”. Il tempo di avvertire a casa, e poi l’attesa del trasferimento: “Sono stato accompagnato in aeroporto, e tra due poliziotti in borghese ho volato fino a Roma, e poi Bari, su aerei di linea”. Il tutto a spese nostre. Destinazione finale il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Bari Palese, situato a poche decine di metri dallo scalo Karol Wojtyla del capoluogo pugliese. “Durante il viaggio mi hanno trattato bene – vuole precisare – e io che mi vergognavo della mia situazione, ho cercato di far vedere ai passeggeri che ero tra amici”.

    [quote]Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”[/quote]

    Un centro, quello del capoluogo pugliese, finito agli onori della cronaca per una recente rivolta dei suoi ospiti, lo scorso dicembre, le cui motivazioni, grazie a questa testimonianza sono chiare e lampanti, come riconosciuto anche da una recente visita del Garante nazionale delle persone private delle libertà, passata praticamente inosservata nel trambusto mediatico sull’argomento. Il Cpr di Bari Palese, inoltre, è stato il primo ad essere allestito nel 2017, in base alla normativa Minniti-Orlando, esponenti di quel Partito Democratico oggi in prima fila nelle manifestazioni contro la gestione dell’immigrazione di quel Salvini che non è altro che un “nano seduto sulla spalla di un gigante”.

    Ma la “gita”, dicevamo, finisce presto, e dietro le porte del Cpr si dischiude un inferno fatto di follia, sangue e chimica. Dopo la registrazione di rito, arriva la visita medica: “Un infermiere, non un dottore, mi ha guardato, ha visto che stavo in piedi, mi ha chiesto se avevo qualche malattia e mi ha fatto andare”. Un minuto, scarso. “E poi mi hanno fatto entrare nel centro vero e proprio”.

    La struttura è composta da capannoni, con dentro stanze, e dei cortili. Le telecamere sono solo fuori, come gli agenti e i militari, che non entrano mai, se non per prelevare chi è di turno per il rimpatrio.

    Nessuno gli ha comunicato dove andare: “Vai e arrangiati, mi hanno detto”. Ma la freddezza dell’accoglienza viene subito dimenticata: “La prima cosa appena entrato che ho visto, praticamente sulla soglia, è stato un ragazzo nigeriano, che nudo si dimenava, sanguinante perché si era appena tagliato con qualcosa”. Questa scena si ripeterà molte volte in quei quattro lunghissimi giorni. “Ci ho messo poco a capirlo: lo dentro non esiste la legge, se non quella del più forte. Fortunatamente sono riuscito a trovare un letto, e qualcheduno mi ha dato una coperta e sono riuscito a sistemarmi”. Mettersi comodo per uno spettacolo che non voleva vedere. “L’igiene non esiste, nessuno pulisce i bagni, nessuno entra nelle stanze. Il cibo è scarso, con un bicchiere di latte al mattino, e un etto di pasta e un pezzo di pollo sia a pranzo che a cena”. Quello che non manca mai sono gli psicofarmaci: “Te li danno a richiesta e in quantità. Forse per calmare le persone, ma spesso il risultato è che la gente esce di testa”.

    La notte fa freddo e il letto senza lenzuola non fa dormire: “Quasi tutti i vetri delle finestre sono rotti – racconta – perché in tanti hanno usano i cocci per tagliare e tagliarsi”. In teoria all’ingresso dovrebbe essere consegnato un kit, con una tuta, biancheria, lenzuola, sapone e asciugamani “ma spesso, quasi sempre, non viene consegnato”. Ma gestito: “Grazie ad un mio compaesano, che sapeva fare la voce più grossa di altri, ho avuto al terzo giorno questo sacco, ma tutto era ovviamente fuori misura”. È previsto un servizio di lavanderia, ma con tempistiche vaghe e “i vestiti te li ridanno ancora bagnati”.

    E così passano i giorni, tre più uno per P.C., ma settimane e mesi per altri: e nelle stanze e nei corridoio sono in molti a tentare la via del ricovero per uscire da lì. Numerose le risse e le violenze tra “ospiti”: “Nessuno interviene, se non quando tutto è finito, per raccogliere i feriti, ma solo se succede nei cortili esterni e nei corridoi, nelle stanze non entra nessuno”. Solo la pietà di chi è altrettanto ospite spesso salva uomini moribondi. Talvolta.

    Ma i momenti più difficili sono quando arriva il giorno del rimpatrio: “Quando arriva il turno, e arriva senza preavviso, entrano i poliziotti, accompagnati dal personale delle cooperativa che gestisce il centro”. Viene chiamato il nome; sono quelli gli attimi più drammatici: “le persone impazziscono e iniziano a tagliarsi, ferirsi per non essere presi, o per sperare in un ricovero”. E le scene a cui assiste P.C. sono indelebili: “Un ragazzo, avrà avuto vent’anni, aveva un pezzo di vetro, e davanti ai poliziotti si è tagliato la gola, da solo”. Sangue misto a terrore. “Non l’ho più visto”.

    Poi per Povero Cristo, arriva un colloquio con un giudice di pace, i documenti che attestano il ricorso sono saltati fuori, può uscire. Per cui le porte del Cpr si riaprono, questa volta nel senso giusto. “Avevo ancora un po’ di soldi con me, e sono riuscito a prendere un treno e a tornare a casa”. A casa, la sua Genova, che gli ha saputo dare una possibilità, doppia, per tirar su una vita difficile ma dignitosa. “Il carcere in confronto a quello che ho visto è un albergo, non potrò mai dimenticare, quei giorni per me sono un incubo, tutti dovrebbero sapere e vedere cosa succede, cambierebbero molte cose“. Forse.

    Spesso si sente dire che i lager in Libia non dovrebbero esistere, si parla di porti e soccorsi – riflette P.C. prima di congedarsi – ma forse gli italiani dovrebbero anche preoccuparsi di quello che succede in Italia”. Perché l’inferno è anche sulla terraferma, a pochi metri dalle nostre case, fuori dai titoli di giornale e dalle tendenze dei social. E ne siamo responsabili.

     

    Nicola Giordanella

    Illustrazioni di Emanuele Giacopetti

     

     

  • Addio Ponte Morandi, ora Genova ha bisogno di giustizia

    Addio Ponte Morandi, ora Genova ha bisogno di giustizia

    La demolizione delle iconiche pile 10 e 11 di Ponte Morandi è stata senza dubbio una grande opera di ingegneria e di capacità tecnica: un impresa senza precedenti, per una tragedia senza precedenti. Diciamocelo, quello di ieri è stato uno spettacolo intimamente atroce, ultimo atto del fallimento di uno stato, che ha vilipeso il contratto sociale alla base del suo essere, non essendo stato in grado di difendere la vita delle persone, avendo rinunciato alla cura dei suoi patrimoni. Questa demolizione non si sarebbe mai dovuta fare, perché i ponti non devono essere lasciati cadere. Il gaudio di ieri nel vedere esplodere il simbolo di questo tradimento è simile al sollievo che segue la buona riuscita dell’amputazione dell’arto divorato dalla cancrena. C’è poco, insomma, da festeggiare.

    E come prevedibile l’appuntamento con la storia è stato nuova occasione per rilanciare il disco rotto della Genova meravigliosa, della Genova città più grande del Mediterraneo, della Genova che non si ferma. Ma Genova non ha bisogno di slogan e di passerelle, Genova ha bisogno di giustizia.

    Giustizia per quello che è successo il 14 agosto, di cui oggi ancora poco sappiamo, e per le responsabilità politiche e istituzionali alla base di questa strage. Giustizia per quanto nell’ultimo secolo è stato sacrificato sull’altare di uno sviluppo dai profitti divenuti privati ma dai costi rimasti pubblici, che oggi, nel suo aftermath ha lasciato un fardello di criticità e rischio incalcolabile. Un fardello collettivo la cui gestione, come il Morandi insegna, è sempre al ribasso ed emergenziale.

    Giustizia per chi vive oggi questa città, ipnotizzata dall’orgoglio e dalla rivendicazione di una supposta età dell’oro che fu, ma che nel quotidiano vive carenze in tutti i settori della vita pubblica, dai servizi alle manutenzioni, dalla fruizione culturale di qualità al lavoro di qualità, dal riconoscimento e cura dei beni comuni alle politiche sociali di tutela degli ultimi. E dei penultimi, e dei terzultimi, oramai.

    Giustizia per chi la vivrà, per chi avrà il coraggio di restarci e per chi, nel caso, non potrà scapparne: in questi ultimi decenni chi ha promesso il cambiamento in realtà ha sempre venduto fumo, accodando la nostra città a modelli altrui, spesso già palesemente in crisi e fallimentari (non per chi ne fa profitto, con tutta evidenza) come ad esempio il turismo di quantità, la portualità di transito, l’urbanistica dei grandi poli di qualcosa, la mobilità privata di massa. Il rincorrere e propagandare la classifica della qualunque, inseguendo o inneggiando ad un supposto posizionamento della città è solo un sintomo di una provinciale mancanza di identità autonoma: è un definirsi in base alla performance degli altri. Scoraggiante e avvilente. E sintomo anche di mancanza di conoscenza della storia e consapevolezza del mondo che ci circonda, con i suoi gigantismi e le sue criticità sempre più esplosive, di cui forse sarebbe furbo farsi alternativa ragionata e di lungo periodo.

    E poi giustizia per la Val Polcevera e per tutto il ponente genovese, assediato e divorato dalle servitù della città, il cui futuro è ancora una volta “disegnato” con i colori della polvere e dei camion dei grandi cantieri senza fine certa, dell’imposizione di progetti calati dall’alto, dell’inquinamento e del rumore veicolati dalle grandi infrastrutture e dalla precarietà del diritto alla salute assicurata dagli impianti industriali.

    La nube di polvere e acqua che ha cancellato Ponte Morandi è solo una cartolina triste di una arida e desertificante stagione della storia di questa città. Non c’è niente da festeggiare.

     

    Nicola Giordanella

  • Stoppani e la bonifica senza fine della Cernobyl genovese. Storia di una bomba ambientale ancora innescata

    Stoppani e la bonifica senza fine della Cernobyl genovese. Storia di una bomba ambientale ancora innescata

    StoppaniNell’elenco dei più di 12 mila siti inquinati sparsi in tutta Italia realizzato a inizio maggio di quest’anno dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), 41 tra quelli considerati a elevato rischio sanitario sono classificati come “Siti di interesse nazionale” (Sin) per la particolare gravità della loro situazione e sono sotto la diretta responsabilità del Ministero dell’Ambiente. Di questi, due si trovano in Liguria. Il più esteso è il sito di Cengio e Saliceto, in provincia di Savona, che per più di un secolo ha ospitato uno spazio industriale divenuto col tempo il più grosso polo della chimica italiana (l’Acna) ed è ancora alle prese con un lungo processo di bonifica che, se tutti i tempi saranno rispettati, si concluderà nel 2020. Al sito di Cengio e Saliceto Era Superba ha recentemente dedicato un lungo approfondimento, che potete leggere cliccando qui.

    L’altro sito ligure nell’elenco è invece l’area intorno alla ex Stoppani tra i Comuni di Arenzano e Cogoleto, nell’estremo ovest della Provincia di Genova. La storia della Stoppani è simile a quella dell’ex Acna, nei suoi tratti fondamentali. È quella di una grossa realtà industriale che per decenni ha portato posti di lavoro che hanno arricchito la comunità locale, lasciando però in eredità gravi problemi ambientali che forse non verranno mai del tutto risolti. Negli anni 70 e 80 del secolo scorso, tra dipendenti diretti e di ditte esterne la Stoppani dava lavoro a più di 400 persone. Al momento della chiusura, nel 2003, i lavoratori dell’azienda erano ancora 140. Alla Stoppani si producevano composti di cromo esavalente, una sostanza dalle molte applicazioni, dalla metallurgia alla produzione di nastri magnetici. Una sostanza che, però, è anche molto tossica e cancerogena. La legge italiana consente una concentrazione massima di 5 microgrammi di cromo in ogni litro d’acqua, nella falda acquifera nel sottosuolo dell’area Stoppani, prima dell’inizio dei lavori di bonifica, per ogni litro d’acqua ce n’erano in media 250mila, poi scesi a 15mila. Nel 2010, l’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, in visita allo stabilimento, parlò di “scenario post Chernobyl”.

    Bonifica a colpi di emergenze

    Quel giorno Bertolaso si trovava a Cogoleto, insieme al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando e il vicecommissario alla bonifica Cecilia Bressanini, per sostenere la necessità di andare avanti con le operazioni di messa in sicurezza del sito. L’area della ex Stoppani è in stato d’emergenza dal 2006, quando la Regione Liguria chiese e ottenne dal Governo la gestione emergenziale del sito. Poche settimane dopo, il Governo nominò un commissario per il superamento della situazione d’emergenza. Da allora, la gestione emergenziale è stata rinnovata con cadenza annuale e diversi commissari si sono alternati senza soluzione di continuità.

    Negli scorsi mesi, il mancato rinnovo del commissariamento dell’area entro il 14 febbraio (giorno in cui scadeva la gestione precedente) ha causato uno scontro tra Regione e Governo, con il presidente Giovanni Toti che ha mandato una lettera di diffida al Ministero dell’Ambiente. Scaduto il termine, è stato il Prefetto di Genova Fiamma Spena a intervenire con un’ordinanza tampone per non fermare i lavori di messa in sicurezza e garantire che non venissero interrotte le attività fondamentali per la salute pubblica come il trattamento delle acque di falda. L’ordinanza del Prefetto è rimasta in vigore fino al 6 marzo e il 7 marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto per il rinnovo del Commissariamento. Esprimendo la soddisfazione sua e dell’amministrazione regionale per il decreto, quel giorno l’assessore alla Protezione Civile della Regione Liguria Giacomo Giampedrone sottolineò l’urgenza di concludere i lavori di un sito che ha raggiunto il 90% della messa in sicurezza, ma per cui mancano ancora passi importanti per la bonifica completa.

    Cosa è stato fatto, cosa resta da fare

    L’area inquinata dalla ex Stoppani occupa circa 2 chilometri quadrati, di cui circa 1,6 a mare e 0,4 a terra (dati Ispra). Passando con la macchina dalla tangenziale, fino a qualche anno fa si scorgevano le carcasse dei vecchi forni che incombevano sulle rive del torrente Lerone, che nasce a un’altitudine di circa 1000 metri sul Passo della Gava e arriva fino al mare. Oggi, di quei monumenti di archeologia industriale non è rimasto quasi più nulla, se non le poche strutture ancora presenti nell’area nord. Tutte le altre sono state abbattute tra il 2008 e il 2016. L’ultima è stata la vecchia portineria, detta “il fungo”, per la sua forma particolare, abbattuta a gennaio del 2016. Pochi mesi prima era stato il turno del forno 70 (il numero indica l’anno di costruzione), rimasto in funzione fino al 2003. Il forno 70 era tra i più grandi di tutta l’azienda, insieme al forno 58, ed è rimasto in funzione fino alla chiusura nel 2003. La sua figura imponente svettava proprio a fianco alla strada provinciale di Lerca.

    Negli anni precedenti erano stati demoliti il magazzino scorte, la palazzina uffici e tutti gli altri forni, ed erano stati trasferiti e smaltiti i rifiuti di solfato di sodio anidro (più comunemente detto solfato giallo) impacchettati nel magazzino V che, per le loro caratteristiche, non potevano essere smaltiti in discarica.

    Tra il 2010 e il 2012, inoltre, sono state bonificate le spiagge di Cogoleto e Arenzano, con la rimozione dei cosiddetti crostoni di cromo presenti sottoterra e il ripascimento della battigia con materiali puliti. L’unico tratto di spiaggia ancora da bonificare è la cosiddetta area Envireg, dove i crostoni raggiungevano una profondità di 9 metri sottoterra. I crostoni presenti nei fondali marini, invece, potrebbero rimanere lì per sempre. Quando una violenta mareggiata, a febbraio del 2014, ne fece emergere alcuni l’Associazione Amici di Arenzano lo fece notare al Ministero dell’Ambiente, ma la conferenza dei servizi convocata per l’occasione dal Commissario delegato arrivò alla conclusione che la rimozione dei crostoni sommersi avrebbe liberato quantità eccessive di cromo in mare e, in definitiva, peggiorato la situazione. I monitoraggi annuali che Arpal, insieme ad altri soggetti, conduce sulle acque marine della zona, d’altronde, evidenziano livelli di inquinamento accettabili, sicuramente inferiori rispetto a quando quelle acque accoglievano direttamente le scorie della Stoppani trasportate a mare dal Lerone.

    Gli interventi ancora da realizzare, secondo quanto si legge in un documento del Parlamento del marzo 2018 dovrebbero costare allo Stato italiano ancora 20 milioni di euro, da aggiungere ai 40 milioni stanziati nel 2006 e alle varie aggiunte che si sono alternate negli anni. Una spesa ricaduta interamente sulle spalle dello Stato italiano, dal momento che l’Immobiliare Val Lerone, l’azienda erede della Stoppani, dichiarò fallimento ad aprile del 2007, non potendo così ripagare gli obblighi che pochi mesi prima le aveva imposto il Consiglio dei Ministri, ma continuando la produzione all’estero.

    I rifiuti e le scorie nel sottosuolo, l’eredità della Stoppani più pesante da gestire

    Tra i vari interventi condotti negli anni della bonifica, c’è anche una barriera fisica, costruita sottoterra, per separare l’area di Pian Masino da quella del torrente Lerone. Sulla parete esterna di quella muraglia, però, negli anni scorsi sono state trovate macchie giallastre visibili a occhio nudo, segno inequivocabile che nella parte interna erano ancora ammassate grandi quantità di cromo esavalente e che quei rifiuti, frutto di più di un secolo di sversamento di materiali nocivi nel sottosuolo, erano ancora potenzialmente in grado di strabordare fuori dai confini delimitati. La scoperta divenne di dominio pubblico a seguito dell’ispezione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti, promossa dal parlamentare del Pd Alessandro Bratti. Il deputato del Movimento Cinque Stelle Alberto Zolezzi, anche lui membro della Commissione, commentò che quella scoperta rendeva necessaria una nuova bonifica, e che i lavori avrebbero potuto prolungarsi per altri quattro o cinque decenni.

    Non era bastato, evidentemente, oltre ai tanti soldi spesi fino a quel momento, il trasferimento di 500mila metri cubi di rifiuti tossici nella discarica di Molinetto, al confine tra Cogoleto e Varazze. La gestione della discarica, adibita al trattamento di rifiuti pericolosi, era stata attribuita dalla Provincia di Genova alla Immobiliare Val Lerone. Dopo il fallimento dell’azienda, la discarica è stata sostanzialmente abbandonata al suo destino, con sversamenti illegali di rifiuti (anche contenenti amianto) che hanno generato un’ulteriore emergenza ambientale. Le istituzioni hanno messo una pezza sulla situazione con un protocollo d’intesa per la gestione della discarica, firmato a novembre del 2007 dalla Regione Liguria, la Provincia di Genova, i Comuni di Cogoleto e Arenzano e il Commissario delegato. La discarica è comunque rimasta oggetto di una procedura di infrazione da parte dell’Unione europea per il mancato rispetto delle direttive sulle discariche. La procedura è stata annullata nel 2014, quando con una gara si è affidata la gestione e la messa in sicurezza di Molinetto alla Riccoboni Spa. Anche quel passaggio, però, non fu indolore. La Riccoboni fu l’unico partecipante alla gara, e questo fattore attirò l’attenzione della Guardia di Finanza, che sospettava la gara fosse stata cucita su misura della società poi emersa vincitrice. A seguito di quell’indagine, a settembre del 2016 la discarica è stata sequestrata e poi dissequestrata e restituita al Prefetto di Genova a marzo di quest’anno.

     

    Luca Lottero

     

     

  • Diritti, perché c’è ancora bisogno di ‘Pride’, soprattutto per il mondo etero

    Diritti, perché c’è ancora bisogno di ‘Pride’, soprattutto per il mondo etero

    Sabato 15 giugno 2019, a Genova, il sole è coperto da un leggero strato di nuvole, che risparmia dai raggi ma non dall’afa. Lungo la strada per il Pride mi rendo conto di indossare una molto poco colorata t-shirt total black, senza nemmeno un disegno; calandomi nella coloratissima marea umana, mi sento per un attimo inopportuno.

    Ma dura poco. La musica, la massa, i sorrisi; specialmente i sorrisi, di tutti. In breve, l’atmosfera gioiosa ti sommerge. Inizio a intuire, prima ancora di capire, quale sia il significato del Pride.

    Mi muovo su e giù per il corteo, per raccogliere le voci e le parole di chi partecipa. Rompo il ghiaccio partendo da tre giovanissime, Viola, Erica e Giulia, 40 anni in tre (nello specifico, 14 la prima, “ancora 13” le altre due). Un po’ titubanti si avvicinano al registratore, ma la risposta è quella di chi non è lì per caso e ha già parlato spesso di queste tematiche: “sosteniamo i diritti della comunità lgbt, ognuno deve essere accettato per quello che è”. È il vostro primo Pride?sì, è bellissimo”.

    Scelgo di cambiare target e mi avvicino a Enrica e Paola, di 57 e 50 anni, commentando con loro qualcosa che salta all’occhio, ossia l’eterogeneità delle età che si vedono al corteo: “dovrebbero esserci tutti, indipendentemente dagli anni”.

    In effetti, al Pride di Genova incontri davvero tutti, di qualunque età, etnia o estrazione sociale. Attempati professionisti in polo e giovani che ballano a torso nudo coi volti dipinti, coppie di anziani e studenti dei primi anni delle superiori. Giulio, 37 anni e una bambina piccola sulle spalle, cammina accanto alla moglie e ha il tono controllato e la dialettica di chi è abituato a parlare per lavoro: “mi sembra ci sia una bellissima atmosfera, di questi tempi penso ce ne sia bisogno. Da una parte penso che la risonanza mediatica di certe notizie possa far ritenere che si stia andando indietro, in realtà la mia convinzione personale, basata sulla mia esperienza e sulle mie conoscenze, è che ci sia una coscienza collettiva che si sta muovendo; quindi, a dispetto di quello che sentiamo e leggiamo, penso che stiamo facendo dei passi in avanti”.

    In effetti, uno dei grandi segnali positivi è un diffuso ottimismo: di coloro con cui parlo in molti ritengono che, contrariamente a quanto si possa pensare leggendo di inquietanti rigurgiti del passato nella politica di tutto l’Occidente, la società civile stia facendo progressi nella sua accettazione del diverso. Ne parlo con Roberto, 65 anni, che si adombra il volto e la curata barba brizzolata sotto un cappello di paglia: “per quanto concerne lo sviluppo della capacità di accettare queste differenze, che non sono neanche più delle diversità ma dei modi di vivere e di esistere, legittimi come quelli di chiunque altro, direi che in questo caso c’è una certa tendenza al miglioramento, anche se timido: più persone accettano queste espressioni, in queste circostanze ma soprattutto nella normalità, nella vita di tutti i giorni, e questa è una cosa positiva che bisogna accogliere di buon grado e salutarla”.

    Anche Michele, che sfila con le famiglie arcobaleno insieme a suo marito, vede una società in grado di accettarli; ma non tutto è rosa e fiori: “la società civile non ci crea problemi, lo dimostra il fatto che in questo momento, insieme a noi, stanno sfilando insegnanti e genitori della scuola dei miei figli. Il problema si potrebbe, purtroppo, verificare nel momento in cui il genitore biologico diventi inabile o addirittura muoia: in quel caso i miei figli diventerebbero a tutti gli effetti orfani e il genitore non riconosciuto [dalla legge, n.d.r.] dovrebbe intraprendere una pratica di adozione in tribunale”. A stretto giro, anche circa il rapporto con la società mi arriva il primo pugno alla bocca dello stomaco della giornata; me lo dà, inconsciamente, Christian, col suo tono di voce pacato e gentile a dispetto di due braccia da boxeur che emergono da sotto la canotta nera: “sul rapporto con la società io onestamente ho schermato la mia persona e mi sento libero di potermi muovere tranquillamente, però comprendo che oggi in Italia e in Europa c’è bisogno del Pride e c’è bisogno di tanti Pride, perché purtroppo ci sono dei ragazzi, magari più giovani ma anche più grandi, che ancora vivono nell’anonimato, nell’ombra e hanno paura di mostrarsi così come sono. C’è stata un’evoluzione in positivo per fortuna, ho girato tanti Pride in Italia e in Europa, quello che sto notando qua a Genova è la presenza di tante persone eterosessuali, tanti bambini, tante persone che vogliono portare qua la loro approvazione e il fatto di non creare sdegno nei confronti di coppie diverse”. Nonostante lui mi abbia parlato più dei lati positivi della situazione, prendo commiato con l’amaro in bocca, pensando che, per poter essere semplicemente felice di essere se stesso, qualcuno si trovi di fronte a una società che lo obblighi a “schermarsi”. Un conto è parlare in termini generici e astratti di certe tematiche, un altro è incontrare le persone che vivono questi problemi sulla propria pelle, giorno dopo giorno.

    Tuttavia, i colori della manifestazione, la musica, la semplice allegria di tutti mi aiutano a scrollarmi di dosso questa amarezza, anche se un pezzetto è bene che venga conservata. Risalgo il lungo corteo, secondo alcuni 15.000 persone, altre fonti diranno 25.000 i giorni dopo. Mi immergo nella foresta di bandiere di tante associazioni diverse, parlo con Maria Grazia, 60 anni, che tiene alta una bandiera di Emergency, e Viola, 16 anni, che regge uno striscione degli scout del Cengei di La Spezia vestendo orgogliosamente, insieme ai suoi compagni, la propria uniforme. Oltrepasso una delegazione della comunità ecuadoriana e una ragazza di colore che regge alto un cartello con la scritta, che campeggia sulla bandiera arcobaleno, “Allah loves equality”; saluto un paio di amici e chiacchiero un po’ con Sofia, di 27 anni, membro dello staff e che viene dall’Argentina, qui per un progetto del Servizio Civile Internazionale.

    Infine, arriva l’ora di andare. Mi stacco dalla folla mentre le grandi casse dei camion del corteo mi salutano con la loro musica da festa grande. Richiamo alla memoria i volti e i sorrisi di tutte quelle persone che hanno superato la naturale diffidenza di un registratore per parlare con me della loro voglia di lottare pacificamente perché tutti siano accettati.

    Mentre mi allontano, noto una coppia che, come me, sta lasciando il corteo: Simone e Valentina, sposi trentenni. Lei è al telefono, lui guarda allontanarsi la folla con l’aria felice di chi è stato contento di partecipare. “È importante che anche gli etero partecipino a questa manifestazione, sono diritti fondamentali di tutte le persone, quindi che tu sia etero o gay o di qualsiasi altro orientamento sessuale devi partecipare e garantire la libertà a queste persone di essere se stesse”. Condivido con lui le mie incertezze, perché la serenità con cui Christian mi ha detto di essersi dovuto schermare dalla cattiveria della gente per poter vivere liberamente se stesso continua a pesarmi dentro; gli chiedo, così, se ha più paura o più speranze sul futuro circa questi temi: “domanda difficile per il periodo. Paura ce n’è, viste le ultime cose che si vedono in giro; speranza sempre, non si può perdere la speranza”.

     

    Alessandro Magrassi

  • Ex Acna di Cengio e Saliceto e la bonifica attesa da 20 anni. La storia di un impianto industriale che inquina ancora

    Ex Acna di Cengio e Saliceto e la bonifica attesa da 20 anni. La storia di un impianto industriale che inquina ancora

    Foto Eni.com

    A inizio maggio di quest’anno, l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) ha stilato un elenco di tutti i luoghi contaminati in Italia. Sono in totale 12.482, di cui 58 classificati come gravemente inquinati e a elevato rischio sanitario. Di questi 58, 41 sono classificati come “Siti di interesse nazionale” (Sin), sotto la diretta responsabilità del Ministero dell’Ambiente, e di questi due si trovano in Liguria: un’area di più di 220 chilometri quadrati nei Comuni di Cengio e Saliceto (in provincia di Savona) e la zona intorno alla Stoppani di Cogoleto (provincia di Genova) per un totale di più di due chilometri quadrati, di cui 1,67 a mare e 0,45 a terra. Il sito di Pitelli, in provincia di La Spezia, è stato invece cancellato dall’elenco dei Sin nel 2013, quando la responsabilità dell’area venne trasferita alla Regione Liguria provocando le polemiche di associazioni ambientaliste come Legambiente.

    Due siti possono sembrare pochi rispetto, per esempio, ai cinque della Lombardia, ma bastano a fare della Liguria la quinta regione italiana per estensione delle proprie zone Sin, alle spalle di Piemonte, Sardegna, Sicilia e Puglia. Inoltre, non sono conteggiati come liguri due Sin appena fuori i confini della nostra Regione, come quello di Serravalle Scrivia e quello di Massa Carrara.

    L’Italia iniziò a interessarsi seriamente della gestione dei propri siti inquinati nella seconda metà degli anni 80. Nel 1986 venne istituito il Ministero dell’Ambiente, a cui le leggi degli anni successivi attribuirono la responsabilità della gestione dei siti ritenuti inquinati secondo criteri come la quantità e la pericolosità degli agenti inquinanti presenti nel terreno e nelle acque sotterranee e l’impatto di tali sostanze sull’ambiente circostante.

    Da allora, i lavori di bonifica si sono conclusi solo sul 15% della superficie dei Sin individuati e il 12% delle acque sotterranee, e nonostante la caratterizzazione (cioè la definizione dei fenomeni inquinanti) sia già stata fatta su più del 60% dei terreni e delle acque, ad oggi sono approvati interventi solo per il 12% dei suoli e il 17% delle acque. A rallentare le operazioni di bonifica sono, oltre alle difficoltà tecniche, anche la frammentazione o la mancanza di chiarezza nella proprietà di diverse aree, che rende difficile comprendere di chi sia la responsabilità operativa delle opere di bonifica richieste, oltre a una selva di regolamenti farraginosi.

    Il Sin di Cengio e Saliceto

    La storia del sito di Cengio e Saliceto inizia nel 1882, quando nella valle del fiume Bormida si installa il Dinamitificio Barbieri. La fabbrica, a poca distanza dal porto di Savona che la rifornisce in modo efficiente di materie prime, fiorisce nei primi decenni del 900, quando è già diventata la Sipe (Società italiana prodotti esplodenti) e occupa un’area di mezzo milione di metri quadrati. Le numerose guerre del Regno d’Italia nella prima parte del secolo assicurano una dose costante di lavoro allo stabilimento, ma i danni ambientali sono già evidenti al punto che nel 1909 il pretore di Mondovì vieta qualsiasi utilizzo dell’acqua contenuta nei pozzi a valle dello stabilimento. Nel libro Un giorno di fuoco, del 1963, lo scrittore Beppe Fenoglio descriverà così il fiume che raccoglieva gli scarti dell’industria: “Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”.

    Nel 1925 l’Italgas rileva l’impianto per renderlo una fabbrica di coloranti, nel 1929 il regime fascista rende lo stabilimento uno dei centri dell’immensa Acna (Aziende Chimiche Nazionali Associate), ma nonostante l’intervento del Governo il progetto è un fallimento e nel 1931 l’Acna viene svenduta alla Montecatini. L’Acna mantiene lo stesso acronimo, ma diventa “Società anonima colori nazionali affini” e poi “Aziende Colori Nazionali e Affini”. A parte la parentesi della Seconda Guerra Mondiale, che vede l’Acna tornare alla produzione bellica, il centro di Cengio diventa un importante polo chimico dell’Italia repubblicana, con una storia che nei decenni successivi vede contrapposte da un lato le proteste degli abitanti della valle per i livelli insostenibili di inquinamento e dall’altra un fronte compatto di politica, industria e sindacati, più attenti alla tutela dei posti di lavoro.

    Negli anni 60 l’Acna acquisisce quasi tutte le fabbriche di coloranti in Italia, per chiuderle e trasferire tutta la produzione nello stabilimento di Cengio, che nel 1979 ha più di 4.000 dipendenti. Le proteste popolari per i livelli di inquinamento ormai insostenibili raggiungono l’apice nel 1987, quando i cittadini si organizzano nell’Associazione per la Rinascita della Val Bormida. L’anno dopo, il 23 luglio, un’enorme nube bianca fuoriesce dallo stabilimento. Quel giorno, come riportano le cronache dell’epoca, un odore acre raggiunse tutti i comuni limitrofi e gli abitanti di Saliceto denunciarono irritazione agli occhi e alle vie respiratorie e attacchi di nausea. Solo l’anno prima il Consiglio dei Ministri aveva dichiarato la Val Bormida “area ad elevato rischio ambientale”.

    Persino in quell’occasione, alla proposta del ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo di chiudere a turno i vari comparti dello stabilimento per poterli risanare, i sindacati risposero con un’assemblea per presidiare lo stabilimento, invitando a non farsi prendere dall’emotività del momento e ricordando che l’azienda dava da mangiare a quattromila famiglie. Il ministro dell’industria Adolfo Battaglia la pensava allo stesso modo.

    [quote]“Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata, che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna”.[/quote]

    Il passaggio a Eni e il piano di bonifica

    Lo stesso anno in cui esplodeva la nube tossica, la Montedison (azienda erede della Montecatini proprietaria dello stabilimento) conferì le attività di Acna alla Enimont, una società nata dalla fusione di Enichem (all’epoca interamente pubblica) e, appunto, Montedison. Enimont doveva essere un enorme polo della chimica, nato dalla fusione tra pubblico e privato. La sua storia, però, dura pochi anni e finisce per disaccordi tra le parti che porta all’uscita di scena del socio privato. L’accordo per la fusione, inoltre, è accompagnato da un giro di tangenti pagati a politici di tutto l’arco parlamentare, che fecero dello “scandalo Enimont” uno degli eventi centrali della stagione di mani pulite. Finita la breve parentesi Enimont, nel 1991 il controllo del sito di Cengio passa interamente alla Enichem, in un momento in cui il gruppo Eni si sta già orientando al mercato del petrolio e dell’energia, più che su quello della chimica. La Enichem (che oggi si chiama Syndial, ed è la controllata di Eni che si occupa delle attività di bonifica dei siti Eni dismessi) negli anni successivi riduce progressivamente la produzione, fino alla chiusura definitiva dello stabilimento, nel 1999.

    L’anno successivo viene siglato un accordo di programma tra l’Acna, i ministeri dell’Ambiente, della Salute e dell’Industria, le Regioni Liguria e Piemonte e il Commissario Delegato alla bonifica, che prevede la divisione del sito in quattro aree e un piano di bonifica. «Le attività di bonifica dovrebbero formalmente concludersi nel 2020» racconta a Era Superba Andrea Melis, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle. Melis è primo firmatario di una mozione presentata lo scorso 10 giugno in Commissione Ambiente per tirare le somme di un ciclo di audizioni tenuto la settimana prima con tutti gli attori istituzionali coinvolti nel piano di bonifica, durante il quale si è discusso di eventuali modifiche e integrazioni al piano di bonifica.

    «L’ultima attività – prosegue Melis – dovrebbe essere il cosiddetto capping, si prevede cioè che in un’area del sito vengano raccolti tutti i materiali inquinanti raccolti nelle altre aree e messi in sicurezza. Per le altre aree del sito, invece, è prevista la bonifica. Non si parla infatti di un sito per cui è prevista la bonifica completa, ma in parte la bonifica e in parte la messa in sicurezza».

    Secondo quanto scritto sul sito di Eni, l’area dedicata al capping dovrebbe essere la zona nominata A1. Sempre sul sito della compagnia, leggiamo che al 31 dicembre 2018 Syndial ha investito 340 milioni di euro per la bonifica del sito, e che conta di investirne altri 15 per concludere i lavori. L’accordo di programma iniziale prevedeva una spesa di 300 miliardi di lire, vale a dire qualcosa in più di 150 milioni di euro.

    Foto Eni.com

    Un piano che ha bisogno di modifiche?

    «Dal ciclo di audizioni – racconta Melis – è emerso che ci sono attività di bonifica ancora da concludere, e che alcune attività di bonifica hanno dimostrato che ci sono ancora lacune o mancanze che ci ripromettiamo di analizzare e discutere meglio». In particolare, sarebbero state le alluvioni che nel 2016 hanno colpito la Val Bormida a far emergere le lacune di cui parla Melis. In quell’occasione l’acqua era entrata nell’area del sito, portandosi dietro tutte le sue sostanze inquinanti, per questo ora gli attori coinvolti ritengono si debba includere nel piano di messa in sicurezza anche un rafforzamento di alcune parti degli argini del Bormida.

    «Per questo – sottolinea il consigliere – riteniamo di debba valutare, anche in relazione al progetto iniziale di messa in sicurezza, se tutto è stato fatto correttamente e se è necessario prevedere ulteriori integrazioni al progetto in modo che quelle criticità che si sono presentate siano definitivamente risolte e non si presentino più». Negli anni, inoltre, è emersa la necessità di bonificare aree inizialmente non incluse nel piano di bonifica, come la cosiddetta area Merlo.

    La bonifica del sito industriale di Cengio ha attirato anche l’attenzione dell’Unione europea, perché violerebbe una direttiva del 1999 sulle discariche di rifiuti. «In particolare – spiega Melis – allora il commissario governativo non aveva fatto la procedura d’impatto ambientale perché non era previsto per il tipo di intervento, dal momento che non trattandosi di una discarica non aveva seguito la procedura tecnica necessaria per quel tipo di sito».

    Le 52 discariche non ancora bonificate – tra cui anche quella di Cengio, dove sono radunati i rifiuti industriali dell’impianto – costano all’Italia ogni anno 21.200 milioni di euro. Per uscire dalla procedura di infrazione europea, il ministero dell’ambiente che dovrebbe fare una procedura d’impatto ambientale ex-post. «In questo frangente – spiega Melis – sarà importante attenzionare il ministero dell’ambiente perché sia tutto analizzato, anche le aree che al tempo non erano ricomprese e che il progetto iniziale sia aggiornato a tutte le variabili che negli anni sono emerse e che in qualche modo ne preveda la totale bonifica e messa in sicurezza».

    Dopo la conclusione dei lavori di bonifica, prevista nel 2020, Syndial avrebbe l’onere di un presidio costante sul sito per i successivi 30 anni. Ma non c’è il rischio che le modifiche e le integrazioni necessarie che stanno emergendo facciano allungare i tempi per la conclusione dei lavori? «Per noi – risponde Melis – è importante che verifichi la congruenza del progetto e che se necessario si facciano ulteriori interventi, per essere certi che le aree bonificate lo siano davvero e possano essere adatte a ospitare nuovi stabilimenti industriali».

    Luca Lottero

     

     

  • Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria

    Spiagge libere, il diritto negato e le (nostre) leggi che non rispettiamo. Benvenuti in Liguria

    Secondo un rapporto pubblicato lo scorso agosto da Legambiente, circa il 60% della costa sabbiosa italiana (che a sua volta è il 50% del totale) è occupato da stabilimenti balneari. Il litorale è di proprietà demaniale, quindi pubblica, ma lo Stato può concederne l’utilizzo a privati per la realizzazione di strutture turistiche a pagamento, tramite concessione. A differenza che in altri Paesi europei, in Italia non esiste una legge che fissi la percentuale massima di costa che può essere usata per costruirvi attività private. In Francia, per esempio, l’80% della costa deve rimanere pubblico. In Italia, invece, ogni Regione costiera decide autonomamente quanta parte del proprio litorale concedere ai privati e quanta riservare a uso pubblico. Si passa dal massimo di Puglia e Sardegna (dove il 60% della costa deve rimanere ad accesso libero) al minimo di Friuli, Veneto, Basilicata, Sicilia e Toscana, dove la legge non pone alcuna quota minima di spiaggia da lasciare libera dagli stabilimenti.

    In Liguria, la legge regionale prevede che in ogni Comune rivierasco il 40% del litorale debba rimanere pubblico. In realtà, però, secondo la stima di Legambiente solo il 14% della nostra costa è accessibile liberamente. Il resto, dove non c’è il porto, è occupato da lettini e ombrelloni, con un 26% di litorale, quindi, fuori legge. Il rapporto dell’associazione ambientalista cita esplicitamente la Liguria come uno dei casi in cui la teoria della legge più si discosta dalla pratica della realtà. «Il problema principale – si legge – è che la Legge ad anni di distanza dalla sua emanazione non viene rispettata perché non prevede sanzioni per chi non la applica. Il paradosso è che i Comuni che non rispettano il limite del 40% perdono il finanziamento regionale per la pulizia delle spiagge (con conseguente minore attrattività per le poche spiagge libere rimaste) mentre esistono incentivi proprio per la pulizia e la sistemazione del litorale per i Comuni che la fanno rispettare». L’anno scorso scrivevamo che dei 63 Comuni rivieraschi liguri, solo 12 rispettavano la legge regionale del 40% e da allora poco sembra essere cambiato.

    Genova fa i regolamenti, ma poi non li applica

    Uno degli ultimi atti dell’amministrazione guidata da Marco Doria fu l’approvazione di un nuovo Pro.U.D. (Progetto Comunale di Utilizzo del Demanio Marittimo), che prevedeva la creazione di nuove spiagge libere a Levante, a Ponente e in Corso Italia, dove alcune concessioni demaniali erano in scadenza. Il Proud venne approvato dal Consiglio comunale a fine aprile 2017, in piena campagna elettorale per eleggere il nuovo sindaco. Marco Bucci, allora candidato per il centrodestra, commentò duramente il provvedimento, sostenendo che il mancato rinnovo di molte concessioni avrebbe voluto dire meno occasioni per fare impresa e creare posti di lavoro, e nuovi tratti di battigia abbandonati al degrado.

    [quote]La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mareEra l’occasione per spazzare via tutto e realizzare strutture facilmente amovibili. Invece si prende l’occasione per fermare tutto[/quote]

    MareggiataUna volta diventato sindaco, però, lo stesso Bucci sembrava orientato a dare applicazione al piano ereditato dal predecessore. O almeno, così speravano le associazioni di consumatori come Adiconsum, che da tempo spingono per un aumento delle spiagge libere. Lo scorso aprile, però, l’amministrazione ha deciso che l’applicazione del Proud è rinviata a data da destinarsi. L’assessore all’urbanistica Simonetta Cenci ha giustificato il rinvio con la mareggiata dello scorso autunno, che ha travolto molta della costa ligure e costretto così l’amministrazione a modificare i progetti. Una giustificazione che non è bastata però a Stefano Salvetti, presidente ligure di Adiconsum: «La mareggiata aveva messo finalmente il dito nella piaga, evidenziando costruzioni incongrue in prossimità del mareaveva detto a Telenord commentando la retromarcia dell’amministrazione –. Era l’occasione per spazzare via tutto e realizzare strutture facilmente amovibili. Invece si prende l’occasione per fermare tutto».

    Molto contenti della decisione sono stati invece, com’è facile immaginare, i gestori degli stabilimenti balneari, che confermano un feeling particolare con le attuali amministrazioni comunali e regionali. A fine 2017 la Giunta Toti aveva emanato due leggi regionali per il rinnovo automatico delle concessioni, poi bocciate dal Governo Gentiloni perché contrarie al principio della libera concorrenza stabilito dalla direttiva europea Bolkestein.

    La Bolkestein che non arriva mai

    La direttiva Bolkestein, approvata nel 2006 quando presidente della Commissione europea era Romano Prodi, prevederebbe la fine dei rinnovi automatici delle concessioni demaniali, in nome della libera concorrenza in un mercato comune europeo. In Italia applicare questo principio vorrebbe dire rompere una prassi molto consolidata di rinnovi praticamente automatici. I nostri stabilimenti, al pari di molte delle nostre piccole e medie imprese, sono molto spesso realtà familiari trasmesse di padre in figlio da anni, a volte persino da decenni, poco abituate alla concorrenza. Per questo la categoria dei balneari (insieme ad altre, come quella dei venditori ambulanti) negli anni ha protestato molto vivamente contro la direttiva. E le loro richieste, oltre che a livello locale, hanno trovato orecchie attente anche a Roma. Già i precedenti governi di centrosinistra, infatti, avevano rinviato l’entrata in vigore della direttiva a fine 2020, provocando qualche nervosismo alle istituzioni europee. La sfida a Bruxelles è diventata ancora più esplicita con il governo formato da Lega e Movimento Cinque Stelle, che a dicembre dell’anno scorso ha approvato una proroga di ben 15 anni all’applicazione della direttiva per le imprese balneari, nonostante questo significhi quasi certamente incorrere in una procedura di infrazione, come riconosciuto dallo stesso ministro del turismo, il leghista Gian Marco Centinaio.

    In questo contesto è difficile cambiare le cose, sia che questo voglia dire sottoporre le concessioni a una normale concorrenza, sia che voglia dire restituire tratti di costa all’uso pubblico e gratuito. Perché entrambe le opzioni vorrebbero dire andare contro agli interessi dei balneari. Lo Stato, inoltre, dalle concessioni guadagna 103 milioni all’anno (dato 2016), che sono briciole rispetto al giro d’affari degli stabilimenti privati, che secondo la società di consulenza Nomisba ammonta a 15 miliardi all’anno, ma sono comunque un incasso fisso. Se consideriamo che la Regione Liguria è insieme alla Toscana quella che frutta di più allo Stato in termini di concessioni (11 milioni nel 2016), capiamo perché nella nostra regione le resistenze al cambiamento sono così forti.

    Un diritto negato?

    Nel suo rapporto, Legambiente evidenzia come il problema delle spiagge libere non sia solo quantitativo, ma anche qualitativo. Oltre che essere poche, le libere occupano spesso aree “di serie b”, poco appetibili ai privati. Chi non può permettersi di pagare l’accesso agli stabilimenti, che hanno costi spesso tutt’altro che popolari, si ritrova spesso in spiagge in prossimità di fiumi, fossi o fognature, e a fare il bagno in acque inquinate. La recente perdita della balneabilità del mare che bagna le spiagge libere di Boccadasse e Voltri (la più estesa di Genova) ne è una triste conferma.

    Luca Lottero

  • Dal tram alla monorotaia, il voltafaccia del Comune che non piace alla Val Bisagno. Un progetto “pericoloso”

    Dal tram alla monorotaia, il voltafaccia del Comune che non piace alla Val Bisagno. Un progetto “pericoloso”

    Elaborazione grafica Amici di Pontecarrega

    Il candidato sindaco Marco Bucci, nel 2017, prometteva che con la sua amministrazione la Val Bisagno avrebbe finalmente avuto una propria linea tranviaria, un mezzo di trasporto che avrebbe mitigato lo storico isolamento di quella parte di città con una soluzione largamente apprezzata dai residenti. Il sindaco Marco Bucci, però, nel 2019 ha cambiato idea e propone qualcosa di diverso. «Qualcosa di ancora più bello del tram – aveva detto con un sorriso rispondendo alla stampa lo scorso aprile, in occasione della presentazione del Pums, il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile – un supertram».

    Solo che la bellezza è un concetto relativo. Del cambio di programma non sembrano infatti essere particolarmente contenti gli Amici del Ponte Carrega, un’associazione di quartiere tra le più attente e documentate su questi temi. L’associazione, pochi giorni dopo la presentazione, ha infatti pubblicato sul proprio sito un lungo e documentato articolo in cui ribadisce le proprie posizioni storiche e contesta, punto per punto, il nuovo piano della Città Metropolitana. Svelando sin dalle prime righe il trucco lessicale dell’amministrazione: «Per la Val Bisagno oltre al filobus è stata prevista una monorotaia sospesa lungo il greto del torrente Bisagno, chiamata dal sindaco Bucci il “Super Tram”, come se bastasse la parola per far passare una infrastruttura con caratteristiche completamente diverse dal tram come il tram promesso in campagna elettorale». Chiamare le cose col proprio nome è un primo passo per capire di cosa stiamo parlando.

    Tram addio

    Gli interventi per la Val Bisagno sono inseriti nel più ampio Pums, adottato lo scorso 9 aprile dal Consiglio Metropolitano di Genova (l’organo dell’ente Città Metropolitana) e poi presentato a Tursi il 17 aprile. Oltre ai progetti sulla Val Bisagno, sono inclusi nel piano anche una monorotaia per il collegamento tra l’aeroporto e il parco tecnologico degli Erzelli, 51 chilometri di rete filoviaria lungo gli assi Centro, Levante e Ponente e il prolungamento della linea metropolitana, con il completamento della linea Pallavicini – Terralba e una nuova diramazione verso la Fiumara, a Sampierdarena. Per quel che riguarda i fondi, l’unica parte già finanziata dal Ministero dei Trasporti è il rafforzamento della metropolitana, per cui ha stanziato 152 milioni di euro, mentre per la Val Bisagno Bucci si dice fiducioso di poter ottenere i 350 milioni necessari dopo la presentazione ufficiale del progetto al Ministero, fissata per il prossimo 30 settembre.

    Rendering ufficiale del progetto

    Progetto che, al posto del tram, prevede fondamentalmente due punti: i filobus da 18 metri e il cosiddetto sky tram, cioè sostanzialmente una linea metropolitana di superficie che, anziché a terra, poggia su una struttura sopraelevata. «È la mobilità del futuro», ha assicurato Bucci, che ha anche spiegato il cambio di idea sul tram sostenendo che nel mondo si starebbe andando in quella direzione, abbandonando la mobilità su ferro. Secondo Enrico Musso, direttore del Cieli, Centro italiano di eccellenza sulla logistica, trasporti e infrastrutture, e principale ideatore del piano, la soluzione proposta sarebbe inoltre meno invasiva del tram «sia dal punto di vista dei cantieri sia in termini di occupazione di spazio» e inoltre «garantirebbe un collegamento più rapido». Anche Bucci ha sottolineato che a suo avviso i cantieri per il tram avrebbero completamente bloccato il traffico della valle. Con lo sky tram, invece, il problema non si porrebbe, visto che i piloni verrebbero costruiti nell’alveo del Bisagno o, in alternativa, sui marciapiedi che lo circondano. «Si tratterebbe di piloni di una dimensione assolutamente minima – aveva precisato il vicesindaco e assessore alla mobilità del Comune di Genova Stefano Balleari – si parla di un metro, un metro e mezzo, niente di particolarmente invasivo».

    Autostrada Bisagno

    Tutto questo, però, non basta a convincere gli Amici del Ponte Carrega. Le prime perplessità riguardano la sostenibilità ambientale dell’opera prevista, in una zona dove il fiume è già esondato in passato, e dove la necessità di non soffocarlo più con il cemento sembrava ormai una lezione acquisita. E neanche costruire sui marciapiedi sarebbe una soluzione: «Per realizzare i piloni si deve scavare ad una profondità di almeno 5 metri, per realizzare una piastra di fondazione molto importante a sostegno dell’infrastruttura – spiega a Era Superba Fabrizio Spiniello, presidente dell’associazione – Gli attuali marciapiedi sono molto vicini all’abitato e sarebbe come realizzare una sorta sopraelevata per tutta la sponda destra del Bisagno. La soluzione della monorotaia è quindi molto impattante per il paesaggio della vallata».

    La sensazione è anche che, nel presentare l’opera, il Comune abbia messo da parte alcune difficoltà logistiche: «Le fermate previste – sottolinea infatti Spiniello – non sono semplici pensiline ma importanti stazioni dotate di ascensori per disabili e scale mobili. Questo limiterebbe il numero di fermate a poche decine e sostanzialmente si limiterebbe anche l’utenza complessiva. Inoltre l’infrastruttura dovrebbe sorvolare tutti i ponti e pensiline ad almeno 3,5 metri dal punto più alto, questo implica che i piloni non potranno essere più bassi di 8-10 metri e quindi anche le stazioni dovranno essere realizzate a tale quota con imponenti strutture di sostegno».

    Non dobbiamo immaginarci gli Amici del Ponte Carrega come il classico comitato di quartiere che non vuole i cantieri nel giardino di casa, o credere che l’opposizione allo sky tram sia la questione di principio di un gruppo di bastian contrari. In realtà, alla soluzione del tram si era arrivati al termine di un lungo percorso partecipativo, che tra il 2010 e il 2011 aveva visto gli abitanti della Val Bisagno collaborare con le istituzioni per trovare una soluzione allo storico isolamento dell’area. «Dal processo partecipativo – si legge nelle linee guida conclusive – emerge l’apprezzamento unanime per la scelta del tram considerato come un elemento di riconnessione della vallata con il resto della città, come strumento di forte riqualificazione urbana, ambientale e viabilistica per una migliore qualità della vita degli abitanti».

    Il tram non rappresenta dunque la volontà di un’associazione, ma quella – definita persino “unanime” – di un’intera vallata, coinvolta in un processo di partecipazione che il nuovo Pums rinnega completamente. I motivi della scelta del tram sono elencati nelle stesse linee guida. «Un asse tranviario – si legge – riqualifica gli spazi urbani, rappresentando l’occasione per il rifacimento delle strade, dei marciapiedi e per la creazione di zone di verdi ed inoltre, dopo il suo inserimento, garantisce la riduzione dei flussi di traffico privato limitando gli effetti negativi dell’inquinamento gassoso ed acustico».

    A questi benefici, però, la nuova amministrazione non sembra credere molto e preferisce puntare sulla monorotaia, ponendosi in questo anche controcorrente rispetto ad altre amministrazioni italiane come quella di Bergamo, che ha recentemente festeggiato i dieci anni del proprio tram. Come sottolineano gli Amici del Ponte Carrega, solo recentemente Brescia, Torino, Milano, Firenze, Palermo, Padova e Roma hanno fatto richiesta di fondi per il potenziamento della linea tranviaria locale, mentre Genova punta su un’infrastruttura che in Italia conta solo tre esemplari, di cui due nei parchi divertimenti di Gardaland e Mirabilandia. Non va meglio nel resto d’Europa, dove le monorotaie usate per il trasporto di massa sono in tutto quattro.

    «Il punto – conclude Spiniello – è che si continua a vedere il Bisagno non come un fiume ma come un’autostrada di servizio su cui si può costruire ogni cosa. Si pensa che una volta realizzato lo scolmatore si potrà ricominciare con coperture per fare parcheggi, piloni, restringimenti. La nostra visione di vallata vuole valorizzare la presenza del fiume come elemento caratteristico, come spazio e presenza della natura in città, come luogo di bellezza, e riteniamo sbagliata ogni altra forma di sfruttamento».

     

    Luca Lottero