Autore: erasuperba

  • Consorzio Sportivo Pianacci: concessione scaduta, attività a rischio

    Consorzio Sportivo Pianacci: concessione scaduta, attività a rischio

    Rischiano di fermarsi le attività del Consorzio Sportivo Pianacci di Genova Prà, attivo da molti anni e animato fino alla scorsa primavera da Carlo Besana, che si è dimesso a giugno in polemica con il Comune e con i cittadini del quartiere, in particolare dopo la bomba carta al Palacep dello scorso gennaio.

    «Noi gestiamo oltre 13 mila metri quadrati di area Pianacci in concessione dal Comune di Genova. Sarebbe normale, in un rapporto tra proprietario e concessionario, avere dei chiari punti di riferimento a cui rivolgersi anche nel caso di semplici problemi burocratici. (…) Noi svolgiamo una funzione come volontari e non possiamo impiegare le nostre energie per star dietro alle colpevoli carenze della burocrazia cittadina. Certo esistono alcune rare eccezioni, che mi fa piacere sottolineare, come quella dell’assessore Margini, sempre disponibile a darsi da fare, oppure l’assessore Vassallo che per la questione del supermercato è andato anche al di là delle sue competenze», aveva dichiarato l’ormai ex presidente del Consorzio nella nostra intervista.

    Ieri sul sito del Consorzio è stato pubblicato questo appello:

    Venerdì 31 agosto scade la concessione comunale, in uso al Circolo Pianacci, della cosiddetta Area Pianacci.

    Abbiamo sollecitato , via mail e con lettera raccomandata, la proroga della concessione , ma fino ad oggi, non ci è stato comunicato ancora nulla per iscritto.

    Siamo fiduciosi, ma se non riceveremo comunicazione scritta entro venerdì, dovremo necessariamente tenere chiusi i cancelli a partire da sabato 1 settembre, in quanto da quella data qualunque presenza e/o attività sarebbe considerata “abusiva”.

    La proroga della concessione e la stesura del successivo bando è in capo al Municipio VII Ponente.

    Stiamo parlandone con i soci per decidere le modalità di azione“.

    Entro domani, appunto venerdì 31 agosto, si conosceranno quindi le sorti definitive del Consorzio.

  • American o British english? Una questione di registro linguistico

    American o British english? Una questione di registro linguistico

    Tra il modello americano e quello britannico, per quanto concerne l’insegnamento della lingua inglese il nostro paese ha normalmente adottato come standard di riferimento il secondo, per ragioni di vicinanza politica, storica ed economica. La Gran Bretagna fa pur sempre parte della European Union nonostante non voglia abbandonare il British pound a favore dell’Euro e sebbene continui a mantenersi in una posizione di ‘ponte’ tra Europa e Stati Uniti.

    In regioni più vicine agli USA, quali il Giappone o l’America Latina, è invece normale che sia l’inglese americano a essere preso maggiormente in considerazione da insegnanti e studenti. A livello mondiale, tra l’altro, la potenza economica e militare statunitense ha avuto negli ultimi 60 anni un ruolo preponderante, con la conseguenza dal punto di vista linguistico di un crescente prestigio dell’American English rispetto alle altre varietà.

    In Italia, a scuola ascoltiamo dialoghi che fanno riferimento non solo alla pronuncia, ma più in generale alla cultura inglese. Quanti libri ancora presenteranno frasi di esempio molto British quali: “Would you like some tea?  Ci viene inoltre detto – perlomeno questa è stata la mia esperienza a scuola – che tra l’americano center e il britannico centre la seconda opzione è preferibile, oppure che “fare la doccia” si dice to have a shower e non to take a shower, come invece dicono nella terra di George Washington.

    La realtà è che attraverso i media e la Rete anche nell’inglese britannico stesso si stanno affermando molte forme americane: lo spelling del verbo equivalente al nostro “pubblicizzare” nel senso di “rendere pubblico”, ovvero to publicize, non farebbe più troppo scandalo in Inghilterra se preferito al più comune to publicise. Facendo un’analogia idrografica, potremmo paragonare l’American English all’Atlantico e il British English al Mediterraneo: per quanto entrambe impetuose, le acque dell’Oceano tendono ad avere la meglio ricacciando indietro quelle del nostro mare.

    La domanda tuttavia rimane: a quale modello dobbiamo fare riferimento? E se ne aggiunge un’altra: se noi siamo abituati al British saremo in grado di capire l’American? Come già accennato in altri articoli, per quanto ci riguarda dobbiamo scegliere uno dei due modelli ed essere coerenti. Se scriviamo utilizzando lo spelling britannico, dovremo farlo dal principio alla fine del nostro testo. Relativamente alla seconda questione, più il testo che leggiamo è di registro alto e meno evidenti sono le diversità tra British English e American English. Le differenze linguistiche tra un articolo del Washington Post e un editoriale del Guardian sono pressoché pari a zero. Diverso è invece il discorso se il registro è più basso, lasciando così spazio a espressioni gergali, colloquiali o tipiche di un determinato territorio o gruppo sociale. Per esempio, le diversità diventano certamente molto più marcate tra il testo di una canzone rap di Eminem e la popolare ballata irlandese The Irish Rover.

    Se da un lato si va comunque verso il modello di riferimento di uno World Standard English scritto specialmente in campi quali l’informazione, la politica, l’economia, la medicina e la scienza, dall’altro lo Spoken English, ovvero il parlato, presenta uno scenario molto più frammentato. Ne parleremo prossimamente. See you soon!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Amici della bicicletta Genova: la Mobility Week 2012

    Amici della bicicletta Genova: la Mobility Week 2012

    Bciciletta in cittàOgni anno a settembre Genova, attraverso il Circolo Amici della Bicicletta, aderisce alla Settimana Europea della mobilità sostenibile: una settimana dedicata a promuovere metodi più sostenibili per spostarsi in città.

    Il programma è ancora in via di definizione, mentre sono già aperte le iscrizioni per una nuova edizione dell’iniziativa Mai provato a farlo in bici?

    In cosa consiste? Chi desidera può provare l’abituale percorso
    casa-lavoro in bicicletta per una settimana, dal 16 al
    22 settembre, nei giorni in cui si svolge la Mobility Week. Il percorso verrà descritto, raccontato e fotografato per contribuire a formare, insieme al Comune di Genova, il piano della ciclabilità urbana.

    Chi vuole partecipare può inviare una mail all’indirizzo adbge@libero.it.

    Sono inoltre aperte fino al 10 settembre le iscrizioni al concorso fotografico Bicicletta è, in collaborazione con con libreria Finisterre e Biblioteca Berio.

  • Bordighera Art Festival 2013: bando di concorso artistico

    Bordighera Art Festival 2013: bando di concorso artistico

    Sono aperte le selezioni per la prima edizione del Bordighera Art Festival, un’estemporanea artistica dedicata alla valorizzazione dell’arte emergente che si terrà dal 19 al 23 giugno 2013.

    È possibile iscriversi in una o più delle seguenti sezioni: pittura, scultura, grafica e poesia.

    Le selezioni sono aperte dal 1 settembre 2012 al 4 marzo 2013 e sarà possibile inviare fino a tre opere.

    Per partecipare al concorso bisogna essere maggiorenni e presentare opere originali e libere da diritti. L’iscrizione avviene registrandosi al sito bordighera.art-festival.eu e caricando un’immagine per ciascuna opera, un’autobiografia lunga fino a 300 battute e una descrizione delle opere presentate in concorso ( massio 120 battute per ogni opera).

    Requisiti delle opere.

    Pittura: opere dipinte con tecnica ad olio, acrilico, tempera, tecniche miste e vari tipi di inserti; potranno misurare al massimo cm.70 x 100 e al minimo cm. 30x 40, escluse le cornici.

    Grafica: tutte le tecniche di grafica finalizzata alla stampa, quali calcografie tratte da matrici metalliche (bulini, puntesecche e acqueforti) e xilografie tratte da matrici lignee; potranno misurare al massimo cm.70 x 100 e al minimo cm. 30 x 40, escluse le cornici.

    Scultura: misura massima di cm. 50 su ciascuna delle tre dimensioni.

    Poesia: lunghezza massima di 36 righe, comprese le eventuali righe bianche tra una strofa e l’altra.

    Una giuria selezionerà gli artisti finalisti, che verranno contattati preventivamente: le opere finaliste saranno 100 dipinti, 50 sculture, 100 opere grafiche e 100 poesie, che saranno pubblicate in un catalogo in lingua italiana e inglese.

    Per ogni settore verranno scelte le tre opere vincitrici, che riceveranno premi in denaro.

    Premi Sezione Pittura
    Primo Premio: € 3.000 il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 2.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 1.000 e una copia del catalogo

    Premi Sezione Scultura
    Primo Premio: € 3.000, il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 2.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 1.000 e una copia del catalogo

    Premi Sezione Grafica
    Primo Premio: € 3.000, il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 2.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 1.000 e una copia del catalogo

    Premi Sezione Poesia
    Primo Premio: € 1.500, il Trofeo BordigherArtFestival e tre copie del catalogo
    Secondo Premio: € 1.000 e due copie del catalogo
    Terzo Premio: € 500 e una copia del catalogo

    Premi Estemporanea “Un angolo di Bordighera”
    Primo premio: € 1.500, il Trofeo BordigherArtFestival e una copia del catalogo
    Secondo premio: € 1.000 e una copia del catalogo
    Terzo premio: € 500 e una copia del catalogo

    Tutte le opere selezionate per l’Estemporanea , che si svolgerà nel corso del Festival, rimarranno all’Organizzazione che le devolverà alla “Croce Rossa Italiana” Sezione di Imperia.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Diritto alla casa: sgomberi e nuove occupazioni, un’estate calda

    Diritto alla casa: sgomberi e nuove occupazioni, un’estate calda

    Via dei Giustiniani casa occupataI caruggi genovesi, ormai da mesi, sono diventati l’epicentro della lotta per il diritto alla casa. L’azione di collettivi antagonisti e gruppi riconducibili all’area anarchica, resosi protagonisti dell’occupazione di alcuni edifici pubblici disabitati, ha permesso di evidenziare efficacemente la scandalosa gestione degli spazi abitativi nella nostra città, come d’altra parte sottolineano i numeri ufficiali. Genova risulta piena di case vuote, sono almeno 25 mila le abitazioni non occupate, secondo i sindacati degli inquilini, proprietà di enti pubblici, religiosi e privati. Eppure centinaia di persone sono senza un tetto o non possono permetterselo.

    Il blitz delle forze dell’ordine con relativo sgombero dello stabile di proprietà del Demanio al civico n. 19 di via dei Giustiniani, eseguito su ordine della Procura della Repubblica il 7 agosto scorso, è stato un fulmine a ciel sereno dopo un’occupazione che perdurava da quasi un anno senza creare particolari tensioni (vedi l’inchiesta di Era Superba) ed anzi, al contrario, suscitando l’apprezzamento di alcuni vicini di casa grazie allo svolgimento di una serie di attività autogestite completamente gratuite rivolte al quartiere, quali un corso di italiano per stranieri, una palestra, uno spazio dedicato ai bambini. La risposta non si è fatta attendere e nel giro di poche ore sono seguite due nuove occupazioni: un palazzo cinquecentesco di piazza delle Vigne, proprietà di Arte; sei appartamenti di proprietà comunale in vico Untoria nel Ghetto del centro storico (precedentemente occupati dal collettivo Aut Aut 357 e poi liberati quando è stato pubblicato il bando per l’assegnazione degli alloggi).

    Il palazzo al civico n. 4 di piazza delle Vigne, un edificio storico inserito nella lista dei Rolli, da anni risulta vuoto e abbandonato a se stesso. Una situazione simile a quella del civico n. 19 di via dei Giustiniani, dichiarato inagibile nel lontano 2006 per realizzare alcuni interventi di ristrutturazione, in concreto mai portati a termine ed infine, a partire dall’ottobre 2011, recuperato e messo in sicurezza dai nuovi occupanti. Oggi, per quanto riguarda la dimora cinquecentesca di piazza delle Vigne, si ipotizzano svariate destinazioni ed una futura fruibilità pubblica.
    «Tutti i progetti ipotizzati intorno al palazzo di piazza delle Vigne non hanno nessuna reale utilità sociale – sottolineano gli ex abitanti di via dei Giustiniani 19 – Risibile l’ipotesi ventilata dai giornali della costruzione al suo interno di un museo del cioccolato (!). Crediamo che siano più importanti le abitazioni per chi ne ha bisogno e la prosecuzione delle attività e dei laboratori attivi in via dei Giustiniani».
    Vladimiro Augusti, amministratore unico di Arte, dalle colonne de “La Repubblica” ha affermato «Si tratta di un patrimonio che intendiamo restituire alla città. A breve partirà il piano di ristrutturazione: è in corso la gara d’appalto ed entro settembre verranno assegnati i lavori, finanziati interamente dallo Stato. In ballo ci sono 5 milioni di euro per riportarlo ai fasti di un tempo – aggiunge Augusti – Siamo preoccupati per gli affreschi ed il patrimonio artistico da preservare. Lancio un appello agli occupanti affinché non provochino danni». Ma gli attivisti di via dei Giustiniani 19 non ci stanno e replicano «Strano che non l’abbiano preservato in questi ultimi quindici anni, in cui, come al solito, si sono preoccupati solo della facciata (500 mila euro per il restyling, secondo “La Repubblica”). Chiunque può venire a vedere lo stato di degrado e incuria in cui giace l’edificio, anche solo attraverso la mostra fotografica allestita ogni giorno in piazza delle Vigne. Non c’è nessun danneggiamento in atto, peggio di loro non possiamo fare».

    L’occupazione dei sei appartamenti al civico n. 3 di vico Untoria invece, ha generato un iniziale quanto comprensibile stupore, considerato che a stretto giro di posta si procederà all’assegnazione degli alloggi. Un bando contestato dagli occupanti, i quali spiegano le ragioni della loro azione «Abbiamo occupato perché siamo tutti senza una casa, da quando, Martedì 7 Agosto, le autorità genovesi hanno deciso di sgomberarci dalla casa occupata di via dei Giustiniani 19. Occupiamo perché non possiamo permetterci un affitto e perché riteniamo giusto e legittimo non pagarlo nel momento in cui decine di migliaia di spazi, abitativi e non, vengono lasciati vuoti e inutilizzati dalle amministrazioni pubbliche, dalla Chiesa e da ricchi privati di vario genere per mantenere alti i livelli del mercato immobiliare. La lotta per la casa non si esaurisce con le occupazioni di qualche antagonista: a breve in molti dovranno scegliere come organizzarsi di fronte alla crisi e alla miseria che avanza. Se condurre una vita di stenti e sacrifici o iniziare a non pagare, non pagare più per arricchire i soliti. Ci auguriamo di essere presto solo alcuni tra i tanti, al loro fianco».
    Gli ex abitanti di via dei Giustiniani 19 ribadiscono di essere perfettamente consapevoli dell’esistenza del bando di concorso per l’assegnazione degli alloggi «I proprietari, Ri.Genova ed il Comune, diranno che rubiamo le case ai poveri, che ostacoliamo un progetto sociale, un esempio concreto di sana gestione della “cosa pubblica”. Non è così. Abbiamo letto il bando e abbiamo capito le reali intenzioni del Comune e di Ri.Genova su questo edificio e sulla generale riqualificazione di questa fetta di centro storico. Abbiamo capito che per la giunta Doria, quella dell’amministrazione partecipata, la giunta vicina ai cittadini, per avere “diritto” ad una casa bisogna, sostanzialmente, non essere poveri. Di fatto bisogna avere tutte quelle garanzie sociali che da anni stanno venendo meno come un lavoro fisso e un reddito stabile. È necessario non avere debiti con Equitalia o enti affini, non aver subito sfratti per morosità (proprio nella città che ne presenta, con il 73%, la più alta percentuale d’Italia); meglio ancora essere una coppia etero e un nucleo familiare tradizionale».
    In effetti, come conferma Giovanni Giudice, amministratore delegato di Ri.Genova, al “Corriere Mercantile”«Queste case non sono destinate alle fasce sociali protette, ovvero i cittadini con redditi molto bassi bensì alle fasce sociali medio basse, cittadini che non hanno possibilità di accedere al libero mercato perché non guadagnano abbastanza ma allo stesso tempo non possono godere delle case destinate a chi ha reddito sotto i 18 mila euro». Di conseguenza, le condizioni per accedere al bando – che rimarrà aperto fino al 14 settembre – sono diverse da quelle previste per le case comunali e di Arte. Gli alloggi di vico Untoria, infatti, sono destinati a giovani coppie sotto i 38 anni, con un lavoro e senza sfratti per morosità alle spalle, non proprietari di appartamenti e con un reddito fra i 18 ed i 36 mila euro.

    Tali criteri di assegnazione, secondo gli ex abitanti di via dei Giustiniani 19 «Evidenziano uno scollamento dalla realtà sociale fatta di precarietà, disoccupazione, indigenza e la volontà di escludere una buona fetta di popolazione con bisogni e necessità urgenti, dettati proprio da quelle condizioni materiali e umane non considerate prioritarie dal Comune. Il quartiere del Ghetto, oggi presentato come una delle zone buie del centro storico, in mano al degrado, allo spaccio e alla criminalità, con un’altissima percentuale di immigrati, dovrebbe subire quella serie di interventi urbanistici tipici ormai di moltissimi centri cittadini d’Europa e nota come gentrification: rimessa a nuovo estetica, innalzamento dei prezzi immobiliari e commerciali, espulsione dei suoi storici abitanti e comunità popolari ed inserimento di nuove fasce di popolazione abbienti per rimodellarne il volto. Non vi sarà alcun posto, nel Ghetto del futuro, per chi lo vive, lo anima e lo valorizza con la sua presenza – aggiungono gli occupanti – Piuttosto diventerà una vetrina chic per i turisti, con la sua particolarità storica mantenuta solo di facciata, abitato da manager e ricchi con pruriti alternativi. Un processo di questa portata non si realizza da un giorno all’altro. Non sarebbe possibile, oggi, alzare di molto il valore immobiliare reale di questo quartiere. E soprattutto, nessun ricco vi si inserirebbe, ora. Ecco il perché di un bando simile. Inserire una fascia di popolazione intermedia che contribuisca a modificare a poco a poco la realtà sociale, spostando progressivamente i poveri lontano dal centro e ammassandoli nelle periferie. Noi rifiutiamo di accettare la completa distruzione della comunità umana, del carattere popolare dei quartieri che ancora la conservano – concludono gli ex abitanti di via dei Giustiniani 19 – Pensiamo che solo i rapporti reali e concreti della gente che li abita possano valorizzarli e renderli vivi».

     

    Matteo Quadrone

  • Val Polcevera, ex Mira Lanza: tra storia dell’industria e futuro dell’area

    Val Polcevera, ex Mira Lanza: tra storia dell’industria e futuro dell’area

    Tracce del glorioso passato industriale della Val Polcevera tuttora rimangono intatte e richiamano alla mente immagini di una città operosa e vitale che oggi stentiamo a riconoscere. A Rivarolo i segni dell’industrializzazione sono ancora evidenti ma le amministrazioni locali succedutesi nel tempo, purtroppo prive di una visione lungimirante, non sono state capaci di ipotizzare un futuro per le numerose aree produttive dismesse. Al contrario, queste sono spesso divenute dei buchi neri, simboli di incuria ed abbandono.

    Emblematico il caso dell’ex stabilimento Mira Lanza, i cui prodotti rappresentano un pezzo importante della storia dell’industria chimica dei detergenti nel nostro Paese.

    Tutto parte negli anni ‘70 dell’800 quando «La L. Bottaro e C., società per azioni con un capitale di ben 2 milioni di lire che ha tra i suoi soci fondatori esponenti del mondo armatoriale e commerciale genovese come Erasmo Piaggio e banche e finanziatori milanesi e di origine tedesca, decide di costruire uno stabilimento a Rivarolo (in zona Teglia, ndr) che produce candele steariche, acido solforico e sapone diventando negli anni ’80 la principale azienda del settore – spiegano Sara De Maestri e Roberto Tolaini nel libro “Storie e itinerari dell’industria ligure” (De Ferrari, 2011) – nel 1888 la Bottaro si trasforma in Stearineria Italiana con sede a Milano e con capitale prevalentemente nelle mani di azionisti milanesi ma la presidenza resta in mano a Piaggio».
    Da una superficie iniziale di 14 mila metri quadrati lo stabilimento cresce inglobando altre aree e fabbricati. Nel contempo anche l’occupazione aumenta passando dalle 30 unità del 1874 alle 600 del 1895. La produzione dei saponi viene incrementata orientandosi su quelli marmorati, bianchi e verdi, d’oleina, di palma e gialli uso inglese, mentre quella di acido solforico raggiunge 20 mila quintali annui.
    Nel 1903 un incendio colpisce il reparto di produzione candele steariche rendendo inutilizzabili anche i locali adibiti alle macchine e alla distillazione «La stearineria è posta in liquidazione e rilevata da una nuova società sempre controllata dai Piaggio, la Stearinerie Italiane, di cui sono amministratori delegati Giuseppe Piaggio e Giuseppe Bafico, che la ricostruisce ampliandone gli impianti e dotandola di macchinari moderni».
    In un contesto che vede l’espansione dell’economia italiana «I Piaggio organizzano la fusione con un’altra grande impresa del settore, la Società anonima Stearinerie e Oleifici Lanza di Torino le cui origini risalgono al 1832». Nasce così la Unione Stearinerie Lanza con stabilimenti a Rivarolo Torino e Roma «Quello di Rivarolo viene ulteriormente ampliato acquisendo un’area confinante di circa 3500 metri quadrati». Purtroppo nel 1912 un altro incendio distrugge quasi completamente i reparti stearineria, fabbricati, macchinari e scorte. Ma anche in questo caso la ricostruzione è rapida «Già nel 1913 con macchinari moderni lo stabilimento di Rivarolo supera i livelli di efficienza precedenti».
    Nel mercato sono presenti diversi operatori sia esteri che italiani e, dopo una fase di aspra concorrenza nel settore candele e saponi, nel 1924 la Unione Stearinerie Lanza e la veneta Fabbrica di candele di Mira (VE) si fondono in una nuova società, la Mira Lanza, con sede a Genova, 40 milioni di capitale e azionisti come la Banca Commerciale Italiana. Contestualmente oltre ai siti produttivi Mira Lanza si dota di depositi in tutta Italia per creare una rete di distribuzione nazionale dei propri prodotti. «Si producono saponi per tutte le esigenze, da quelli per il bucato a quelli per gli indumenti fini, alle paste per lavare e sgrassare, a quelli destinati all’industria meccanica e tintoria. Alla fine degli anni ’20 la Mira Lanza occupa nei suoi stabilimenti poco meno di 1400 addetti».

    Durante la seconda guerra mondiale vengono chiusi gli stabilimenti di Torino, Napoli e Cornigliano, mentre quello di Rivarolo insieme a quello di Mira vengono potenziati con la meccanizzazione delle tecniche di confezionamento del sapone. «È in questi anni caratterizzati dalle difficoltà di approvvigionamento che Mira Lanza investe maggiormente in ricerca avvicinandosi con il Miral al sapone sintetico in polvere. Gli anni successivi vedono la trasformazione del mercato dei detergenti con la comparsa della lavatrice e dei detersivi a base di tensioattivi frutto della ricerca di laboratorio, prodotti dalle grandi multinazionali. Mira Lanza si adegua al cambiamento tecnologico modernizzando la produzione adesso orientata verso saponi per toilette incluso il palmo live, dentifrici, creme e detergenti liquidi come Calinda e Lip».
    L’azienda si espande ed intorno a metà anni ’50 a Mira e Rivarolo sono occupati circa 2200 lavoratori. Grazie a brillanti campagne pubblicitarie che usano sistematicamente i nuovi mezzi di comunicazione, emblematico il cartone di Calimero, Mira Lanza riesce a competere con i grandi gruppi esteri e nel 1968 detiene il 26% del mercato nel comparto detersivi e saponi.
    Nel 1964 però, mentre vengono avviate nuove linee di prodotti come shampoo o crema da barba, lo stabilimento di Rivarolo viene chiuso a causa «Dell’esaurimento della falda freatica sottostante, risorsa fondamentale per i processi produttivi e soprattutto per l’impossibilità di un’ulteriore espansione in una zona fortemente urbanizzata in cui Mira Lanza è circondata da altri importanti insediamenti industriali e commerciali come l’Oleificio Gaslini (demolito nel 2005, l’area ancora spetta di essere recuperata, ndr) e i Magazzini del Caffè». Alla fine del decennio i Piaggio decidono di cedere la proprietà. Dopo vari passaggi di mano, nel 1999 lo stabilimento di Mira e i suoi marchi storici entrano a far parte del gruppo Reckitt Benckiser. Quando in Val Polcevera le attività cessano, la fabbrica è affittata a diverse imprese che successivamente la lasciano, in vista di un intervento di riconversione. Ma nonostante diversi progetti di recupero succedutesi nel tempo, il più significativo quello che prevedeva l’inserimento di una struttura ospedaliera (il famoso ospedale di vallata, ndr), l’area ex Mira Lanza è rimasta vuota per decenni. Molti edifici sono stati demoliti, mentre quelli rimasti in piedi versano in stato di grave degrado.

     

     

     

     

     

     

     

    Finalmente nel marzo 2012, sotto il mandato dell’ex sindaco Marta Vincenzi, il consiglio comunale ha dato il via libera alla riqualificazione dell’area, ben 38 mila metri quadrati, attualmente proprietà della milanese Tank sgr. Adesso, affinché le intenzioni si trasformino in interventi concreti, sarà necessario sottoscrivere un nuovo accordo di pianificazione con i soggetti interessati.
    L’ostacolo che fino ad oggi ha impedito di recuperare gli immensi spazi dell’ex fabbrica di detersivi era la sua destinazione ad uso sanitario decisa dalla Regione, in accordo con Comune ed Asl 3, in vista della futura realizzazione dell’ospedale di vallata per il Ponente e la Val Polcevera. Formalmente questo vincolo è stato conservato dal 2003 fino al 2009, ma in quest’arco di tempo nulla si è mosso e l’ex fabbrica Mira Lanza è rimasta abbandonata, tranne per un certo periodo caratterizzato dall’occupazione abusiva da parte di un gruppo di migranti costretti a vivere in condizioni disumane. Nel 2009 gli scenari sono mutati radicalmente: la Regione ha individuato Villa Bombrini a Cornigliano come sede del nuovo ospedale del Ponente ed il Comune ha iniziato ad immaginare come recuperare gli spazi dell’ex Mira Lanza. Contatti informali sono stati avviati con la proprietà e così è nato un primo progetto.
    A Teglia sorgeranno un palazzo della salute di tremila metri quadrati – una delle 4 piastre sanitarie previste dall’intesa raggiunta nel febbraio scorso tra Comune e Regione – una nuova fermata della ferrovia metropolitana, case e parcheggi. Ma si parla anche di volumi commerciali, probabilmente per rendere più allettante ed economicamente sostenibile l’investimento, in merito ai quali sono emerse le perplessità dei residenti che chiedono un’attenta verifica sull’opportunità di realizzare strutture di medie e grandi dimensioni, già ampiamente presenti in zona.
    Per quanto riguarda gli alloggi, una quota sarà destinata alle fasce sociali più deboli. C’è da sottolineare però che non si dovrebbe trattare di vera e propria Edilizia Residenziale Pubblica ma piuttosto di edilizia sociale a canone moderato. E probabilmente in questo senso si poteva fare qualcosa di più. Nel 2010, un concorso di giovani architetti, Europan 10, cofinanziato dall’amministrazione comunale, propose un progetto di recupero per i siti di Begato- Diamante e l’area ex Mira Lanza. Le adesioni furono moltissime da tutta Europa, 41 i lavori pervenuti e numerosi quelli menzionati come meritevoli. Un’esperienza dalla quale sarebbe utile recuperare alcuni spunti.
    La riqualificazione seguirà le linee tracciate dal nuovo Puc che per il distretto di trasformazione locale 3.03 prevede come condizione irrinunciabile la realizzazione di una piastra sanitaria con superficie agibile non inferiore a mq 3000. L’obiettivo della trasformazione è la riconversione dello stabilimento ex-Mira Lanza in via Rivarolo, per la realizzazione di un nuovo polo multifunzionale, servito dalla nuova fermata ferroviaria di Ge-Teglia. Tra le funzioni ammesse, le principali sono residenza, servizi pubblici, direzionale, esercizi di vicinato, connettivo urbano, parcheggi pubblici e privati. Le funzioni complementari, invece, sono terziario avanzato, servizi privati, infrastrutture di interesse locale. Infine il Puc aggiunge «L’organizzazione delle attività commerciali nel Distretto, laddove determini la costituzione di un polo integrato con i servizi pubblici e gli spazi pubblici, consente l’inserimento di medie strutture di vendita, tra le quali una sola di generi alimentari, quest’ultima esclusivamente se derivante da trasferimento di attività della stessa tipologia e merceologia esistente nell’ambito dello stesso Municipio».
    La Val Polcevera attende con impazienza soprattutto la piastra ambulatoriale, vista la carenza di servizi sanitari sul territorio. Ma anche la stazione metropolitana è un decisivo passo avanti per migliorare i collegamenti in una zona, quella di Teglia, da sempre tagliata fuori dal trasporto pubblico.

    Sul muro che circonda l’area sono comparsi dei cartelli che preannunciano la futura riqualificazione ad operà della società Aragorn real estate advisor, ma i tempi sono ancora lunghi, come conferma il vicesindaco Stefano Bernini «La proprietà deve ancora formalizzare la sua proposta. Finora le soluzioni ipotizzate, almeno a livello informale, non sono accettabili perché comprendono troppi spazi commerciali. Per il Comune è imprescindibile la presenza di una piastra ambulatoriale». Come ribadito dallo stesso Piano Urbanistico «A settembre si partirà con la discussione delle osservazioni al Puc – conclude Bernini – Questa sarà l’occasione per sciogliere i dubbi sul destino dell’area ex Mira Lanza».

     

    Matteo Quadrone

  • Terzo Valico: un primo bilancio tra espropri respinti e momenti di riflessione

    Terzo Valico: un primo bilancio tra espropri respinti e momenti di riflessione

    Oltre cento espropri respinti, una sempre più diffusa partecipazione e capacità organizzativa, questo il primo bilancio della lotta contro l’alta velocità ferroviaria a Genova ed in basso Piemonte.
    Tra la metà di luglio e ferragosto i tecnici del Cociv hanno provato ad entrare in possesso dei terreni che dovranno lasciare spazio a cantieri e mezzi pesanti ma ovunque le popolazioni locali si sono schierate in difesa dei propri territori«A Serravalle, Arquata, Gavi, Borgo Fornari, Pontedecimo, Trasta, Fegino, Campomorone e Isoverde nemmeno un lembo di terra è stato portato via – sottolinea il movimento No Tav-Terzo Valico – Si è messo in moto un meccanismo di solidarietà che va oltre il motivo per cui si stava in strada riscoprendo una socialità che alcuni avevano dimenticato, condividendo le proprie informazioni in un processo di crescita costante».
    È così che nasce un vero e proprio movimento popolare che, dal basso «Reclama il proprio diritto a difendere il territorio e la salute da chi vorrebbe monetizzarli come una qualsiasi risorsa economica».
    Almeno per il momento si tratta di una vittoria su tutta la linea ma la tregua non sarà lunga «Da oggi si riparte con la normale attività dei comitati, le iniziative sul territorio, le migliaia di volantini, le assemblee, nell’attesa di mostrare nuovamente in piazza quanto siamo cresciuti e determinati, finché questo progetto non sarà definitivamente richiuso in un cassetto».

    Stasera alle ore 21 presso il circolo ARCI – Casa del Popolo di Isoverde (Via Cavenna 68r) verrà proiettato il film “Fratelli di TAV” e a seguire dibattito.
    Parliamo di una video-inchiesta sull’impatto del “Treno ad Alta Velocità” lungo la penisola italiana.
 Il megaprogetto del treno che dovrebbe unire l’Italia all’Europa si è apparentemente fermato in Val di Susa, ma le tratte Roma/Napoli, Bologna/Firenze, Milano/Bologna sono state inaugurate o lo stanno per essere. Ma a caro prezzo.
    In Italia, ovviamente, in un affare da milioni di euro ci ha messo lo zampino la criminalità organizzata che, oltre ad aggiudicarsi i lavori, sfrutta il sistema di appalti e subappalti tipico dell’edilizia pubblica italiana degli ultimi quarant’anni. Lo stesso sistema utilizzato per la ricostruzione post terremoto del 1980 in Irpinia. L’operazione è stata ulteriormente facilitata da quando sono stati introdotti i famigerati “General Contractors”.

    Nel filmato, in cui si alternano contributi video raccolti in tutta Italia a interviste, spiccano le testimonianze di Claudio Cancelli (ingegnere, docente del Politecnico di Torino), Ferdinando Imposimato (ex giudice istruttore di molti processi importanti tra cui il delitto Moro, Presidente onorario della cassazione ed autore del libro “Corruzione ad Alta Velocità”), Ivan Cicconi (economista e scrittore, autore di “Storia futura di Tangentopoli” e “Le Grandi Opere del Cavaliere”), Lorenzo Diana (senatore, Commissione Antimafia Democratici di Sinistra), Andrea Cinquegrani (giornalista, direttore de “La Voce della Campania”), Simona Baldanzi (scrittrice, autrice del libro “Figlia di una vestaglia blu”), insieme ai racconti di decine di persone “comuni”, in vario modo toccate dal passaggio del T.A.V.

    Un’analisi scomoda che svela, senza fare sconti a nessuno, quali inquietanti “dettagli” siano sepolti tra cemento e binari sotto ogni tratto di ferrovia che viene – molto lentamente ed a costi esorbitanti – portato a termine.
 Sorprendente è lo scenario che si dipana analizzando l’impatto che questa “Grande Opera” esercita sui territori che attraversa, in termini ambientali, sociali ed economico/finanziari. Altrettanto sorprendenti – quanto esemplari – le proteste delle popolazioni che quell’impatto, inevitabilmente, subiscono. “Fratelli di TAV” combina l’ appassionato racconto di queste lotte ad una spinosa inchiesta sui rapporti stretti tra criminalità organizzata, imprese e corruzione politica – rapporti anch’essi ad “Alta Velocità” – che accompagnano la realizzazione del T.A.V. in Italia.

     

    Matteo Quadrone

  • Scuola di fotografia d’arte alla Galleria Satura

    Scuola di fotografia d’arte alla Galleria Satura

    Aprono da oggi le preiscrizioni alla Satura art GalleryScuola Nazionale Superiore di Fotografia che si terrà in autunno presso la sede dell’associazione culturale Satura in piazza Stella.

    La presentazione ufficiale dei corsi, che saranno tenuti da Roberto Villa, si terrà sabato 15 settembre alle 16.

    Il corso è suddiviso in cinque sessioni e una lezione introduttiva:
    – il lavoro del fotografo: lezione introduttiva alla Fotografia d’Arte
    – il fotografo sul set cinematografico (5 lezioni)
    – il fotografo in teatro (5 lezioni)
    – il fotografo e la fotografia di Still-Life (5 lezioni)
    – il fotografo e la fotografia di bellezza e di ritratto (5 lezioni)
    – il fotografo e la fotografia di nudo (5 lezioni)

    Le lezioni si terranno di sabato, e a seconda del numero di iscritti potranno essere ripetute anche in tre sessioni (mattutina – pomeridiana- serale).

    Per informazioni e iscrizioni telefonare allo 010 2468284 negli orari di segreteria (dal martedì al sabato dalle ore 15:30 alle ore 19:00) o scrivere a info@satura.it.

    Nel corso delle lezioni le realizzazioni fotografiche dei corsisti verranno selezionate e raccolte sia per esposizioni sia per l’invio a tutte le testate fotografiche on line e non.

  • La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    Nella scorsa uscita abbiamo riportato una rapida – e per forza di cose incompleta – panoramica, da cui emerge un dato certo: il modello socio-economico che vede negli Stati Uniti la potenza egemone, entra in crisi; dietro i sorrisi a denti bianchi, mostra un altro volto.

    Se la crisi del 1929 riguardò soprattutto il fattore economico (contribuendo indubbiamente a dare uno “scrollone” alle coscienze), ora – siamo nella prima metà degli anni ’60 – i giovani e gli ambienti intellettuali muovono al “sistema” una critica radicale: dal modo di produrre al modo di consumare, dalla sessualità alla religione, dall’economia alla sociologia, dall’organizzazione del lavoro alla politica, dal mondo della finanza ai “valori” ritenuti ipocritamente eterni come famiglia, patria, stato, lavoro, fede, educazione, onestà, scuola… tutto viene messo in discussione.

    Si inizia a dire dei “no”, dei “basta”, e non si tratta più di pochi intellettuali visionari e isolati. Si era arrivati al punto di rottura: se i padri pensavano che i figli avrebbero dato continuità al mondo da loro costruito…beh…si sbagliavano! Dopo aver incubato per circa 30 anni ed essersi alimentata di tutte le brutture, le ingiustizie e gli orrori del mondo capitalistico-borghese, ora l’urlo della protesta trova la bocca da cui uscire.

    Le università sono in fermento. Certo, a Berkeley la mobilitazione riguarda principalmente l’opposizione alla guerra in Vietnam, ma ben presto si toccherà tutto l’arco dei temi sopra citati, nella determinazione di voler essere testimonianza e azione politica per costruire un possibile futuro diverso. L’Europa si muoverà parallelamente, avendo soprattutto in Francoforte, Parigi, Berlino, centri propulsori del pensiero filosofico radicale. E la musica? La musica si nutrì e crebbe in questo clima di rottura creativa e presto divenne uno strumento straordinario delle nuove idee di cambiamento.

    Dalle periferie degradate delle principali metropoli americane, arrivò con il blues e il jazz, il suono carico di rabbia e di voglia di riscatto delle comunità nere. Dall’altra parte, Joe Hill, Woody Guthrie e poi Bob Dylan e la comunità di artisti del Geenwich village, quartiere bohèmien di New York, proponevano una canzone attenta ai temi sociali, legata alla tradizione popolare americana e in parte al blues rurale. Questi componenti incontrarono uno snodo fondamentale. Come spesso succede, i giovani sono attratti dalle novità, soprattutto tecnologiche. Ebbene, i giovani delle metropoli americane fecero proprie le nuove sonorità che – quasi in sordina – stavano uscendo: sto parlando della possibilità di suonare una chitarra elettrica e poi di amplificare il suono, e poi il suono “distorto” e la possibilità di elaborare/filtrare/manipolare il suono. E proprio la chitarra elettrica distorta – un suono quindi sgradevole, acido, brutto, “sbagliato” – riuscirà ad esprimere al meglio, con il suo “ruggito”, la rabbia dei giovani delle metropoli. Il rock e la chitarra divennero il simbolo, forse più significativo, di quella parte di gioventù che “era contro”.

    Gianni Martini 

  • Urto Music Contest 2012: bando di concorso per band emergenti

    Urto Music Contest 2012: bando di concorso per band emergenti

    Concerto musica liveSono aperte fino al 15 novembre 2012 le selezioni per il bando di concorso rivolto a band emergenti Urto Music Contest 2012, a cura dell’associazione SBS “Stanno Bene in Salute” in collaborazione con la Da-Records Snc.

    Il concorso è suddiviso in quattro categorie:
    – Band
    – Band con età media dai 16 anni in su che propongono pezzi propri
    – cantautori & interpreti
    – cantautori & interpreti dai 16 anni in su che propongono pezzi propri.

    Per partecipare è necessario compilare il modulo d’iscrizione (scaricabile dal sito www.urtomusicontest.com), versare una quota di iscrizione, 25 € per i cantautori & interpreti e 50 € per le band e caricare il proprio brano sul sito del contest. Il brano può essere edito, inedito, in lingua italiana, dialettale o straniera.

    Gli artisti partecipanti accederanno alla seconda fase, nella quale potranno esibirsi dal vivo davanti a una giuria, in audizioni che si terranno dal 19 al 21 dicembre presso lo Scalo Rock The Station Club a Forma (Latina). Quaranta artisti partecipanti saranno scelti per far parte della compilation del contest, che uscirà in digitale attraverso la LABEL.

    Coloro che nelle tre serate passeranno il turno si esibiranno nella finale del 22 dicembre: il vincitore avrà in premio un contratto discografico.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Imparare Sicuri: campagna per il diritto alla sicurezza nelle scuole

    Imparare Sicuri: campagna per il diritto alla sicurezza nelle scuole

    Quest’anno Cittadinanzattiva festeggia i dieci anni della campagna nazionale “Imparare Sicuri”, che si pone come obiettivo scuole più sicure ed una maggiore consapevolezza e conoscenza da parte dei cittadini sul tema della sicurezza e dei rischi naturali.
    A 10 anni di distanza è d’obbligo un bilancio dei risultati raggiunti e di quanto ancora resti da fare per garantire il diritto alla sicurezza ed alla salute nelle scuole italiane.

    Grazie alla presenza quotidiana nelle scuole e alle iniziative concrete che da dieci anni realizza, la Scuola di Cittadinanzattiva può contare su una rete di circa 2.000 scuole fidelizzate e attive sulla sicurezza; su 1.617 scuole monitorate da oltre 1.700 cittadini addestrati, su 1.000 scuole che hanno prodotto e concorso al Premio delle Buone Pratiche con 1.201 progetti, sulle oltre 5.000 scuole che ogni anno partecipano alla Giornata della sicurezza, sul coinvolgimento attivo di oltre un milione di studenti ogni anno e centinaia di migliaia tra personale della scuola e genitori, su più di 100 formatori/animatori.
    L’educazione al benessere e a corretti stili di vita, il contrasto al vandalismo e al bullismo, la prevenzione del tabagismo, il risparmio energetico, l’educazione stradale, la contraffazione dei farmaci, l’uso consapevole e sociale delle tecnologie, la conoscenza teorica e pratica dei rischi naturali, la prevenzione dei rischi a scuola, a casa, sulla strada, sono alcuni dei temi trattati in questi anni.

    In 10 anni sono state portate a termine altrettante Indagini annuali su scala nazionale: sulla sicurezza degli edifici scolastici, 4 sulla conoscenza e percezione del rischio sismico, 2 sui comportamenti violenti a scuola, 1 sul tabagismo a scuola.
    La Scuola di Cittadinanzattiva è ente accreditato dal 2005 presso il Ministero dell’Istruzione per la formazione al personale della scuola e agli studenti. Nel 2011 ha stipulato un Protocollo triennale con Il Ministero per la promozione della cultura della sicurezza, della salute, della cittadinanza attiva nelle scuole. Si avvale di decine formatori/animatori presenti sul territorio nazionale.

    «Celebrare i 10 anni della Campagna IMPARARESICURI aggregando intorno al tema della sicurezza gli attori del sistema, per noi vuol dire anche difendere il servizio scolastico pubblico, i principi sui quali si fonda e la centralità che esso rappresenta per le comunità locali e nazionale – spiegano i promotori sul sito www.cittadinanzattiva.it – Quest’anno l’appuntamento più importante è previsto il 20 settembre a Roma quando sarà presentato il X Rapporto su sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici».

  • Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    In questa rubrica si è cercato di indagare il senso di “mancanza di novità” che ha contraddistinto questi ultimi 15/20 anni. “Mancanza di novità” va qui inteso come assenza di un “suono”, una musica rappresentativa del periodo, “voce” del periodo storico. E per diventarlo non è sufficiente la personalità musicale di qualcuno. Piuttosto occorre che questo “qualcuno” dia voce ed emerga dalla vitalità storico-sociale del periodo considerato. Per cercare di suffragare questa tesi si è preso in considerazione l’arco di tempo anni ’60/’70, che invece ha avuto un suo “suono”… eccome!

    Ma ci sono volute vicende culturali/politiche/sociali che, segnando profondamente il tempo, hanno spinto molti a formare una voce che dicesse “basta” e l’arte penso che trovi il suo senso più autentico proprio nell’urgenza di esprimere la necessità di un cambiamento.

    Nel 1949 – a conclusione di un lungo periodo rivoluzionario- venne proclamata la nascita della Repubblica popolare cinese, guidata da Mao Tse Tung, evento che fece riaccendere in tutto il mondo nuove speranze per un mondo migliore (…e subito procurò nuove illusioni…). E poi non possiamo dimenticare fatti che suscitarono una grande emozione a livello internazionale, diventando immediatamente un simbolo di libertà, soprattutto per le giovani generazioni. All’inizio degli anni ’50 in tutti gli Stati Uniti venne imposto un clima da caccia alle streghe, il cui responsabile operativo fu J. McCarthy, incaricato di stanare ovunque oppositori e “nemici dell’America”. Era quindi sufficiente un minimo di apertura culturale e di impegno intellettuale per essere considerati “comunisti” e finire sotto processo. La vicenda dei coniugi Rosemberg, arrestati nel 1951, accusati, processati e giustiziati nel 1953 con l’accusa di essere spie dell’Unione Sovietica, suscitò internazionalmente grande sgomento. Nel 1963, a Saigon, un monaco buddista, per protestare contro la guerra, si bruciò in piazza. Nel 1965 ci fu a Washington la prima grande manifestazione (30000 persone) contro la guerra in Vietnam.

    Nel 1966 Mao Tse Tung, per conservare il potere, lanciò la “rivoluzione culturale”: almeno per un decennio, decine di migliaia di giovani in tutto il mondo mostreranno nelle manifestazioni di piazza il “libretto rosso” delle guardie rosse cinesi. Nel 1967 ci fu un colpo di stato militare in Grecia e l’uccisione in Bolivia di Ernesto “Che” Guevara, eroe rivoluzionario, amato da tutta la gioventù internazionale impegnata nelle lotte civili e politiche. Nel 1969 un altro giovane, Jan Palach, si arse vivo in Cecoslovacchia, per protestare contro l’invasione sovietica.

    Sempre in quegli anni suscitarono grande indignazione gli scandalosi governi filo-fascisti del Sudafrica e della Rhodesia, che imponevano un regime segregazionista (indicato con il termine “aparthaid”, figlio del colonialismo) contro chi quelle terre le aveva abitate da sempre. E poi ancora le violente rivolte scoppiate negli Stati Uniti, a seguito degli omicidi politici dei fratelli Kennedy, Martin Luther King e Malcom X; l’apprensione internazionale per il susseguirsi di esperimenti nucleari a fini bellici; la strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972; la prima crisi petrolifera del 1973 a seguito dei conflitti arabo-israeliani.

    Infine, il sanguinoso colpo di stato in Cile -guidato dal generale Pinochet– finanziato e pilotato dalle multinazionali americane con il placet del governo degli Stati Uniti, resosi “necessario” per il potere capitalistico, perché in Cile nel 1970, per la prima volta a livello internazionale, si era insediato un governo socialista, arrivato al potere con le elezioni democratiche e non con una rivoluzione armata!!! Questo fatto, intollerabile per i potentati industriali (e politici) americani, andava stroncato. E così fu. Ma lo sdegno e le proteste sul piano internazionale furono enormi.

    Ecco, tutti questi fatti, politicamente gravissimi (limitandomi a considerarne solo alcuni fra i più importanti), vennero, per così dire, contrappuntati da eventi culturali o di costume che da un lato riflettevano e dall’altro amplificavano il senso di disgusto nei confronti del (finto) “quieto vivere” della società borghese che, dietro la ricerca e l’ostentazione del benessere economico, nascondeva un vuoto interiore, coperto da comportamenti ipocriti e falsi e da un’educazione bigotta e repressiva. Vediamo, sempre in sintesi, questi eventi.

    Nel 1937 il quadro di P. Picasso “Guernica” esprimendo artisticamente l’orrore della guerra suscitò una grandissima emozione. Nel 1955 il poeta americano Allen Ginsberg lesse per la prima volta in pubblico “Urlo”, poesia di impatto emozionale devastante che costituì fonte d’ispirazione in tutto il mondo per altri testi di denuncia (val la pena di ricordare che “Dio è morto”, canzone-manifesto di Francesco Guccini cantata dai Nomadi nel cantagiro del 1967- e brutalmente censurata- iniziava dicendo: “Ho visto la gente della mia età andare via…” e che una poesia di Riccardo Mannerini, inserita dai New Trolls– con la revisione/elaborazione di F. De Andrè- nel loro album “Senza orario senza bandiera”, apriva dicendo: “Ho veduto….” (entrambi gli incipit devono evidentemente a Ginsberg qualcosa….).

    Nel 1957 uscì “On the road”, romanzo di Kerouac, esponente di punta con Ginsberg, Corso e Ferlinghetti della “Beat Generation”. Anche altri libri e film rivestirono un ruolo decisivo nell’alimentare e rendere culturalmente rilevante la critica radicale al “sistema” (per usare una parola in voga all’epoca). Vediamo alcuni titoli: nel 1955 e nel 1964 escono due libri fondamentali di Marcuse, “Eros e civiltà” e “L’uomo ha una dimensione”; nel 1967 il situazioni sta Guy Debord pubblica “La società dello spettacolo”; un altro situazioni sta Vanegham, pubblicherà “Manuale del saper vivere a uso delle nuove generazioni”. E poi i libri rivoluzionari di W. Reich, fondamentali per la liberazione sessuale. Importanti anche film come “Il laureato” (1967) e musical come “Hair” e “Jesus Christ Superstar” di cui usciranno successivamente anche i film.

    Vorrei ricordare anche due testi importanti per l’animata riflessione estetica e musicale che si conduceva in quegli anni. Si tratta de “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”di W. Benjamin e “Filosofia della musica moderna” di T. V Adorno, esponente di punta della scuola di Francoforte, di cui occorre almeno nominare un altro libro importante: “Minima moralia”.

    Gianni Martini

  • Torre Embriaci: il progetto di ristrutturazione del Fai ancora non parte

    Torre Embriaci: il progetto di ristrutturazione del Fai ancora non parte

    Un gioiello del centro storico che in altre realtà sarebbe valorizzato a dovere, nella nostra città rimane colpevolmente escluso dai circuiti turistici nonostante esista, ormai da anni, un ambizioso progetto di riqualificazione. Parliamo dell’ultima torre medioevale di Genova, Torre degli Embriaci che sovrasta la chiesa di Santa Maria di Castello dall’alto dei suoi 43 metri, costruita a metà del XII secolo, avrebbe tutte le carte in regola per diventare un simbolo della città, invece, da lungo tempo, è abbandonata al suo destino. Eppure sarebbe sufficiente un’adeguata ristrutturazione per restituire questo patrimonio comune ai cittadini genovesi e consentire ai visitatori foresti l’opportunità di ammirare la città vecchia dalla sommità dell’edifico.

    «La costruzione della torre è legata al nome del celebre Guglielmo Embriaco che, assieme alla flotta di Primo di Castello, si distinse nella conquista cristiana di Gerusalemme del 1099 – spiega il sito www.fosca.unige.it (fonti per la storia della critica d’arte) – Originariamente identificato come domus con torre della famiglia Embriaci, il palazzo venne ceduto ai Cattaneo (1514) quando il ceppo originario, mitico erede delle imprese crociate, non aveva più l’autorevolezza di Guglielmo Embriaci conquistatore di Gerusalemme. Nel 1583 fu acquistato da Giulio Sale che lo ristrutturò due anni dopo, secondo i canoni contemporanei (rolli del 1588/2 e 1599/3). Dopo il 1607 il palazzo passò a Gio. Francesco Brignole I (doge nel 1635 – 1637) che vi apportò le trasformazioni leggibili nella fisionomia attuale. Oltre ad una quadratura esterna, di cui rimangono pochi segni, vi sarebbero ancora affreschi attribuiti ad Andrea Ansaldo. Nel 1616 si verificò il primo intervento di sopraelevazione, a partire dal 1680 inizia il progressivo declino della costruzione che rimase proprietà dei Brignole Sale fino al 1869, anno in cui passò ai Melzi d’Eril».
    Dell’intero complesso, la cui leggibilità architettonica fu compromessa alla fine del XIX secolo con la suddivisione in unità abitative indipendenti, l’elemento più monumentale rimane la torre «La massiccia struttura in grossi blocchi di pietra bugnata, alta 41 metri, presenta sottili feritoie nelle cortine murarie per l’illuminazione e alla sommità è coronata da una triplice cornice di archetti pensili sempre più aggettanti».
    Torre Embriaci è l’unica sopravvissuta ad un’ordinanza del 1196 che impose la riduzione dell’altezza di tutte le torri cittadine. Il podestà Drudo Marcellino, infatti, ordinò che nessuna torre potesse superare l’altezza di 80 palmi (circa 20 metri) «Mentre le altre torri (ben 66 in tutta Genova fino al XIII secolo, 33 alla fine del XV secolo) vennero mozzate, una lapide posta alla sua base ricorda che la Torre degli Embriaci, alta 165 palmi, fu risparmiata, forse in ricordo delle gloriose imprese di Guglielmo Embriaco in Terrasanta».

    Il Fai (Fondo Ambiente Italiano) in tempi recenti ha manifestato il suo interesse ad investire nel recupero di un monumento che, senza i necessari interventi di ristrutturazione, rischia di scivolare nell’incuria, ma si è dovuto arrestare di fronte ad insormontabili intoppi burocratici e contenziosi tra i vari proprietari.

    Il problema principale è rappresentato dall’eccessiva frammentazione: la torre, infatti, è parte integrante del Palazzo Brignole Sale (al civico 5 di piazza degli Embriaci), suddiviso tra tanti inquilini privati ed una piccola porzione di proprietà comunale. Di conseguenza per salvarla, occorre che i proprietari – privati e Comune di Genova – decidano di donare la torre al Fondo Ambiente Italiano.

    «Purtroppo la situazione rimane in una fase di stallo e tuttora non sussistono le condizioni per poter intervenire – spiega il capo della delegazione genovese del Fai, Sonia Cevasco Asaro – Noi siamo sempre disponibili a portare avanti il progetto di riqualificazione a fini turistici di Torre degli Embriaci , un luogo storico, a pochi passi dall’area del Porto Antico e del Museo del Mare, che potrebbe essere aperto al pubblico diventando un museo fruibile a tutti».
    Il progetto del Fai parte da molto lontano, come ricorda Cevasco «A distanza di anni dalla presentazione della nostra proposta nessuno è stato in grado di fornirci delle risposte concrete. All’epoca avevamo calcolato anche un’ipotesi di spesa ma oggi, a distanza di tempo, le condizioni sono mutate».
    Nel 2008 si parlava di un investimento di circa 700 mila euro per affrontare il restauro e la messa a norma dell’immobile ai fini della sua fruibilità. Il progetto prevede il recupero delle parti degradate – soprattutto i conci delle facciate, in parte compromessi – l’allestimento di nuovi accessi diretti alla struttura, l’installazione di un ascensore, l’adeguamento degli impianti, la realizzazione di un’illuminazione esterna ed interna.
    Purtroppo non è stato possibile avviare nessuno di questi interventi a causa di un imbarazzante silenzio – da parte dell’amministrazione comunale e dei proprietari privati, i quali più volte, almeno a parole, hanno manifestato la loro disponibilità a donare la torre al Fai, ma non sono mai passati ai fatti – intorno all’unica opportunità per restituire alla città uno dei suoi monumenti più significativi. Attualmente è stato paventato il rischio di un ripensamento definitivo da parte del Fai, stufo di non trovare collaborazione, ma il Fondo Ambiente Italiano smentisce «Non abbiamo intenzione di rinunciare al progetto – conclude Sonia Cevasco – siamo infatti convinti si tratti di un investimento intelligente, in grado di generare un non trascurabile indotto per la città».

     

    Matteo Quadrone

  • Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Gianni Carrea,”Io e l’Africa”: incontro con il pittore naturalista

    Era Superba Genova, intervista Gianni CarreaFino al 30 settembre è possibile vedere, presso il Museo di Storia Naturale G.Doria, il documentario Io e l’Africa, realizzato da Gianni Carrea, pittore naturalista e fotografo, classe ‘42. Innamorato da sempre del continente africano e delle sue bellezze naturali, Carrea ha dedicato tutta la vita alla rappresentazione di queste attraverso la pittura; nei suoi continui viaggi inoltre ha realizzato videodocumentari e fotografie analogiche e digitali, passando a studiare sempre più a fondo il comportamento animale e tribale. Il filmato proiettato è stato realizzato nell’agosto 2011 durante uno dei suoi numerosi safari fotografici (ad oggi più di 260) e riporta scene di vita animale riprese in Kenya nelle zone dei Parchi Nazionali Lago Nakuru, Lago Bogoria, Lago Baringo, Santuario Sweetwaters e Samburu Park, Masai Mara.

    Come ti sei formato artisticamente e come svolgi la tua ricerca artistica?

    «Io ho sempre amato gli animali e fin da bambino sognavo l’Africa (conosciuta attraverso i film di Tarzan trasmessi in tv), che poi è diventata il soggetto unico del mio lavoro.  All’inizio della mia carriera ho fatto anche della pittura informale e figurativa, fino a quando non ho imparato l’iperrealismo a scuola dal maestro Aurelio Caminati. Erano gli anni settanta ed andava di moda il concettuale; io mi misi a fare concettuale usando gli animali. Nel luglio 1978 andai per la prima volta in Kenya, e lì rimasi letteralmente stregato dalla bellezza del continente africano: da allora ci sono sempre tornato, circa due volte l’anno, per lunghi safari fotografici: oltre al Kenya, ho visitato Tanzania, Congo, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia… trovo tuttavia che i luoghi migliori per osservare gli animali siano i grandi parchi naturali di Kenya e Tanzania. Adesso ormai personalizzo il viaggio, conosco i luoghi abbastanza bene da organizzare gli spostamenti e le zone da visitare come voglio io, in certi casi accompagnando anche altre persone; lì ormai mi sento come a casa. Vado, fotografo, studio il comportamento animale, e dopo trasferisco su tela le emozioni del momento, con pennello e colori ad olio oppure con l’aerografo. Amo in particolare gli occhi degli animali, così espressivi e profondi, e su quelli concentro maggiormente l’attenzione, ritraendo sempre il soggetto nel momento in cui li tiene bene aperti, spesso mentre guarda verso l’obiettivo».

    Hai iniziato un percorso di questo tipo in anni in cui non c’erano l’attenzione e la consapevolezza odierne riguardo l’importanza della salvaguardia degli ecosistemi né la coscienza dei danni che si stavano facendo e che si continuano a fare; in questo senso, se oggi un artista si mostra sensibile verso questi temi non c’è da restare sorpresi, ma all’epoca eri un outsider in mezzo a una valanga di concettuali…

    «In effetti adesso i documentari video e fotografici sugli animali non si contano, c’è un interesse costante verso questa realtà e un continuo aumento di amatori che approcciano direttamente queste esperienze fotografiche grazie alla semplificazione portata dal digitale. Pensa invece cosa significava verso la fine degli anni settanta, con l’attrezzatura analogica, seguire a piedi i gorilla nella giungla per ottenere lo scatto giusto che mi permettesse di realizzare il quadro che volevo…non c’era ovviamente la possibilità di controllare subito l’immagine sul display! Era tutto molto diverso, era un’avventura in cui io andavo a caccia di emozioni per poterle poi trasmettere agli altri. L’Africa era per pochi eletti, gente che aveva i soldi, oppure che aveva una passione incontenibile, e magari non mangiava per poter andare in Africa. Oggi, crisi a parte, è alla portata di quasi tutti, sia economicamente sia perché c’è molta più conoscenza, veicolata appunto dai documentari come anche dalle riviste specializzate in viaggi, e nei mesi delle migrazioni l’affluenza a parchi come il Masai Mara è davvero altissima. Devo dire che all’inizio mi divertivo di più, ora passi lungo la strada e alla vista di un rinoceronte si fermano cento macchine…il sogno di vedere l’Africa almeno una volta nella vita è diventato molto più accessibile. Solo che a me una volta non è bastata! (ride) Parto questo agosto per la novantaduesima volta, e conto poco più di 260 safari».

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

    Era Superba Genova, intervista Gianni Carrea

     

     

     

     

     

     

     

    È cambiata molto l’Africa in questi 35 anni?

    «Sì, moltissimo, soprattutto a causa del turismo. Prima c’erano pochissimi lodges (strutture ricettive all’interno dei parchi, n.d.r.) e di certo non si trovava la cocacola, ma nemmeno l’acqua minerale. Ora si trova tutto, compreso il lusso delle camere d’albergo, quasi hollywoodiano. D’altro canto però è cresciuta anche la tutela nei confronti del patrimonio naturale dei parchi: tieni presente che il ranger che accompagna i visitatori ha l’obbligo di mantenersi sulle strade e se lascia il tracciato per più di 15 metri per avvicinarsi all’animale gli viene revocato il patentino. Io in tanti anni di continue visite sono riuscito ad avere permessi speciali per avvicinarmi di più, ma altrimenti le regole sono molto precise. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta invece non c’era controllo, addirittura si facevano correre gli animali per fotografarli in movimento».

    Tutta la tua ricerca artistica ruota intorno a questo continente: animali e persone dell’Africa. Cosa ti ha spinto a questa scelta monografica?

    «Non sono stato solamente in Africa, ho girato abbastanza il mondo. Sono stato in Cina un mese, in America girando per diverse parti degli Stati Uniti, in Polinesia, alle Mauritius, alle Seychelles, in India…ma io sono nato per studiare gli animali e l’Africa in questo senso è perfetta. Osservare il comportamento degli animali ci insegna molto sulla vita. E un’altra cosa: noi qui abbiamo tutto tranne il sorriso; là è l’opposto. Questo mi riempie emotivamente e si riversa nel mio lavoro».

    E infatti gli occhi dei tuoi animali colpiscono per la loro profondità, sono umani… in una mostra hai anche accostato primi piani di persone a primi piani di animali, entrambi con gli sguardi rivolti allo spettatore.

    «Esatto. Inoltre viaggiando da solo, o al massimo con qualche amico, mi concentro per dare tutta l’espressività possibile alle immagini, cercando la luce e la posizione migliori che danno volume all’animale; mentre la luce del mezzogiorno appiattisce, il mattino e la sera hanno una luminosità eccezionale».    

    Nel documentario che presenti al museo non c’è voce narrante: questo fa riflettere di più sulle immagini e permette di godere appieno le emozioni che esse suscitano perché non c’è il filtro della spiegazione…

    «Infatti i miei ultimi due documentari si intitolano Io e l’Africa e Safari in poltrona. Questo perché voglio dare al fruitore la possibilità di godersi il safari come se fosse fisicamente presente alla scena, quindi sviluppando le proprie emozioni e i propri pensieri, senza essere “pilotato” dal narratore. Voglio che si senta come se fosse davvero sulla jeep! L’unica aggiunta è il sottofondo musicale, rilassante, ma in certi momenti si interrompe per lasciare posto ai rumori della savana, registrati durante le riprese. Io faccio iperrealismo, e questo vale anche nei video: voglio illustrare la realtà, senza truccare nulla, ciò che vedono i miei occhi vedrà anche lo spettatore».

    Che differenza c’è perciò tra l’artista che usa il video e la fotografia e il fotografo naturalista o il documentarista video?

    «Loro realizzano un prodotto diverso, fanno un video più tecnico, scientifico. Il mio è un approccio più naturale ed emotivo, quello che si vede sullo schermo è esattamente quello che ho fatto».

    Claudia Baghino 
    [foto di Daniele Orlandi]

    Il documentario ha una durata di 40 minuti circa, gli orari delle proiezioni sono:
    11.00; 13.00; 15.00; 17.00 (salvo conferenze). Per info tel. 010/564567

  • Rock contest 2012: bando di concorso per gruppi emergenti

    Rock contest 2012: bando di concorso per gruppi emergenti

    Concerto musica liveGiunto alla 24a edizione, Rock Contest è il concorso per cantanti e gruppi musicali ancora senza contratto discografico organizzato in Toscana da Controradio.

    La manifestazione è aperta a ogni lingua e genere musicale.

    Per iscriversi è necessario inviare entro il 12 settembre 2012 tramite raccomandata con ricevuta di ritorno a Controradio, in via del Rosso Fiorentino 2 b – 50142 Firenze:
    – il modulo di partecipazione (scaricabile dal sito www.rockcontest.it)
    – un CD contenente tre brani originali del concorrente (sono escluse le cover)
    – una scheda biografica con una o più foto di buona qualità.

    La partecipazione al concorso è gratuita. I gruppi e artisti provenienti da fuori Toscana avranno diritto a un rimborso delle spese di trasferta relative alle serate della loro esibizione.

    Una giuria nominata da Controradio sceglierà i concorrenti che suoneranno dal vivo nelle serate di selezione: per la serata finale verranno scelti 6 gruppi, che parteciperanno con due brani ciascuno alla compilation su CD “Rock Contest 2012”.

    Il primo classificato dopo la serata finale avrà la possibilità di esibirsi in prestigiose manifestazioni musicali e un tutoraggio musicale legato ad una produzione in uno studio professionale di registrazione.

    Per tutte le informazioni si può scrivere all’indirizzo contest@controradio.it.

    [foto di Constanza Rojas]