Autore: erasuperba

  • Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Non solo giovani: intellettuali e politica al servizio del “cambiamento”

    Nella precedente uscita ci siamo soffermati sui giovani come nuova categoria sociale e abbiamo ricordato che intorno alla metà degli anni ’60 era diffuso presso i giovani contestatori di tutto il mondo uno slogan attribuito agli hippies americani: “non fidarsi di chiunque abbia più di 30 anni”.

    Oggi, questa frase potrebbe anche farci sorridere, ma allora era da intendersi molto seriamente: esprimeva l’intenzione di tagliare in modo netto con il mondo costruito dalle generazioni dei padri. Molti scapparono di casa (ma attenzione, non si trattava di fughe per capriccio) lasciandosi, spesso alle spalle, una posizione sociale benestante, ma divenuta esistenzialmente insopportabile; altri rifiutarono, in maniera più o meno radicale, la logica del lavoro, ma non perché non avessero la voglia di lavorare, piuttosto perché non volevano farsi prosciugare l’esistenza e oscurare i sogni sotto la scansione quotidiana di un lavoro alienante; tanti si rifiutarono di fare il militare o disertarono, esponendosi a pene molto severe. Negli Stati Uniti un certo numero di ragazzi, per sfuggire all’arruolamento che li avrebbe portati a combattere e a morire in Vietnam si tagliò l’indice della mano destra, come estrema, fisica, diretta protesta contro la guerra.

    Ebbene, contro tutti questi giovani (tantissimi, ed oggi, a rievocare quei fatti, mi salgono contemporaneamente commozione e una tristezza infinita) la stampa ben pensante e anche certa stampa di sinistra si scagliò contro violentemente, indicandoli come “legere”/fannulloni/delinquenti/capelloni/sporchi… Tuttavia, come già si è detto, la violenza di questo attacco obbediva ad un copione: isolare la protesta giovanile da altri settori della società civile, intellettuale e produttiva che già esprimevano un’intenzione critica, cercando di comprimerla/circoscriverla entro i limiti del conflitto generazionale, come si trattasse di una roba da “scapestrati”. Ma come si è sottolineato, la posta in gioco andava ben oltre.

    E poi non tutti erano giovani. Esisteva infatti un’area di intellettuali, persone di cultura e settori più avanzati e politicizzati della classe operaia (possiamo ipotizzarla come composta da “fratelli maggiori”, professori che si avevano all’università, poeti, scrittori, filosofi, artisti) che, attraverso scioperi e altri tipi di manifestazioni, esprimeva inequivocabilmente il proprio dissenso e/o antagonismo nei confronti della società capitalistica e del modo di vivere borghese. Ebbene tra questa area di pensiero e d’azione e le nuove generazioni ci fu un proficuo scambio, esattamente quello che si voleva impedire.

    Ma altri due aspetti fondamentali penso vadano considerati:

    1) la diretta sensibilità proprio delle giovani generazioni che ora avevano gli strumenti culturali adatti a leggere/interpretare la storia da un punto di vista non conformista

    2) la scansione degli eventi storici: ogni qual volta succedeva qualcosa di storicamente rilevante, il fiume della protesta s’ingrossava sempre più.

    Ecco, proviamo a saldare questi ultimi aspetti, cercando di identificare -sapendo già di risultare irrimediabilmente incompleti- il filo rosso che stimolò e spinse i giovani di tutto il mondo a lottare per un futuro diverso. Innanzitutto, va ricordata l’area di artisti, intellettuali che viveva nella Parigi della seconda metà dell’800: quel modo di vivere, ribelle, trasgressivo e anticonformista, indubbiamente fu un simbolo di libertà per le generazioni future. Non dimentichiamo che in quegli anni soffiava un vento rivoluzionario piuttosto forte. Molti musicisti (Listz, ad esempio) parteciparono alle rivolte che nel 1848 divamparono in Europa. Sempre nel 1848 uscì a Londra il manifesto del partito comunista, scritto da Marx ed Engels. Nel 1871 ci fu la comune di Parigi, primo tentativo- represso nel sangue- di inaugurare un diverso modo di vivere e di produrre. La lotta contro la tirannia, per le carte costituzionali, diventava anche lotta per abbattere le ingiustizie sociali e tentare di costruire un mondo migliore, più giusto. La rivoluzione in Russia, nel 1917, fece sperare che tutto questo fosse possibile, ed i poeti futuristi come Majakovski misero la loro poesia al servizio della rivoluzione. Le atrocità della prima guerra mondiale, il delirio criminale del nazifascismo, il rovesciamento delle speranze rivoluzionarie in una dittatura, quella sovietica, ideologica e repressiva, contribuirono a diffondere fra la parte più attiva della gioventù di allora, un sentimento di opposizione alla guerra e ai regimi totalitari. Anche la vicenda della Repubblica di Weimar, con l’implicito messaggio di speranza che conteneva, rimase impresso nella memoria.

    Gianni Martini

  • Paesaggi sensibili 2012, Italia Nostra: campagna in difesa di parchi e aree protette

    Paesaggi sensibili 2012, Italia Nostra: campagna in difesa di parchi e aree protette

    I parchi e le aree protette sono i “Paesaggi sensibili” della campagna 2012/13 promossa dall’associazione Italia Nostra che presenta un dossier sulle aree più pregiate e più insidiate e lancia un appello agli italiani:

    «Questa estate andate a visitare i parchi e segnalateci degrado, disfunzioni e criticità. Difendiamo insieme l’Italia, grande parco e giardino d’Europa. Dopo i “centri storici”, le “coste” e i “paesaggi agrari”, quest’anno il nostro impegno si concentrerà sui paesaggi “verdi”: parchi e aree naturali protette. L’attenzione quindi andrà ai parchi di città e di periferia, di collina, di pianura e di montagna, di lago, di palude e di fiume, di costa e di mare (le riserve marine), ai parchi naturali e ai parchi storici, ai parchi geo-minerari e ai parchi archeologici, ai “parchi della rimembranza”».

    Alcuni dei parchi italiani più importanti sono in grave pericolo. Italia Nostra, nella prima ricognizione avviata attraverso le sue sezioni, ha elaborato un dossier con i 10 casi più gravi: Parco delle Alpi Apuane, Parco dello Stelvio, Parco Sud Milano e Parco del Ticino, Parco archeologico dell’Appia Antica, Parchi della Calabria (Sila e Pollino), Parchi del Delta del Po, Parco delle Cinque Terre, Parco geo-minerario della Sardegna, Riserva Naturale di Niscemi – Sicilia, Parco della Collina di Torino.

    PARCHI DA SALVARE: MODALITA’ DI SEGNALAZIONE
    «Segnalaci il “paesaggio sensibile” prescelto a paesaggisensibili@italianostra.org oppure telefona allo 06 85372736 (Dott.ssa Irene Ortis)».
    E ITALIA NOSTRA LANCIA ANCHE UN FORTE APPELLO
    «Invitiamo i cittadini a visitare i parchi e a segnalarci quelli che vogliono proteggere trasmettendo le loro osservazioni al Ministro dell’Ambiente a segreteria.capogab@minambiente.it (e al Ministero dei Beni Culturali per le presenze storico-archeologiche nelle aree protette a sg@beniculturali.it) e a paesaggisensibili@italianostra.org. Italia Nostra si adopererà in tutte le sedi opportune per dare voce alle segnalazioni e difendere uno dei più grandi patrimoni del nostro Paese».

    Oltre il 20% del territorio nazionale è coperto da aree protette, ma mai come adesso i “polmoni” del nostro Paese sono minacciati. Da cosa? Cemento, asfalto, installazioni militari, impianti di fotovoltaico a terra, centrali eoliche e a biomasse, cave, deforestazione, trivellazioni petrolifere, erosione continua del territorio, mancata tutela delle presenze storiche contenute. Tutto illegale. E sono le istituzioni a violare le leggi. Dove? Nel parco dello Stelvio, del Ticino, delle Cinque Terre, dell’Appia Antica, della Sila, del Pollino, delle Alpi Apuane, nel Parco Sud Milano, della Sughereta a Niscemi…

    «L’intreccio di patrimonio naturale, paesistico, storico e artistico è un tutt’uno che deve essere tutelato – dichiara Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra – Le continue interferenze dell’uomo, con insediamenti di ogni tipo, dalle GRANDI OPERE che rompono le reti e i corridoi ecologici, alle INFRASTRUTTURE INVASIVE, impongono un’inversione di tendenza. Il futuro dell’Italia è di tornare a essere il “giardino d’Europa”. Per questo con l’avvio della nostra campagna invitiamo da subito tutti i cittadini a segnalare i parchi e le aree insidiate che vogliono proteggere – sottolinea la presidente –Ci rivolgiamo anche a tutte le scuole dove nell’anno scolastico 2012-2013 il progetto di Italia Nostra “Educazione al patrimonio culturale” sarà dedicato ai paesaggi sensibili dei parchi. Infine, nel corso della campagna che durerà fino a maggio 2013, promuoveremo accordi locali con il Corpo Forestale, con il Nucleo dei Carabinieri per la tutela del Paesaggio, con la Guardia Costiera per le aree marine protette».


  • Il buono che avanza: ristoranti uniti contro lo spreco

    Il buono che avanza: ristoranti uniti contro lo spreco

    Ristorante Da LinaPortare a casa gli avanzi dopo una cena al ristorante? Una ricetta molto interessante per fronteggiare la crisi e combattere gli sprechi, per non negarsi una cena fuori casa e al tempo stesso risparmiare. L’associazione milanese Cena dell’Amicizia, che da quarant’anni si occupa di aiutare persone senza dimora, ha attivato una rete nazionale di ristoranti ad avanzi zero nell’ambito del progetto Il Buono che avanza.

    Come funziona? I ristoranti che aderiscono al progetto propongono ai propri clienti di portar via, in una doggy bag, il cibo e il vino avanzati. Scopo del progetto è sensibilizzare i cittadini sull’importanza di combattere – anche con un piccolo gesto – la “società dello spreco”.

    Questi i ristoranti della Liguria che hanno già aderito al progetto:
    Antica Osteria della Foce (via Ruspoli, Genova)
    Antica Trattoria della Posta (via De Negri, Casella)
    Perbacco Vineria Enoteca (via San Nazario, Varazze)
    Il Cenobio (lungomare G. D’Albertis, Santo Stefano al Mare (- Im)
    Il Caminetto (Località Nenno, Valbrevenna).

    Chi vuole prendere parte al progetto può aderire gratuitamente inviando una mail a info@ilbuonocheavanza.it.

  • Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Intervista al direttore dello scavo archeologico di Montessoro in Valle Scrivia

    Archeologi al lavoro a MontessoroChi era presente? Quando? Perché si trovava lì? Quali testimonianze si hanno a disposizione? Queste non sono le domande di un detective sulla scena del delitto, bensì di un archeologo… «Un libro di introduzione all’archeologia che studiai all’università paragonava la nostra professione a quella di Sherlock Holmes…» afferma Giovanni Battista Parodi, dottorato in Archeologia Medievale all’Università di Siena, ma residente in Valle Scrivia e direttore di uno scavo di oltre ottocento metri quadrati a Montessoro, paesino sulle alture dell’entroterra ligure a venti minuti di strada da Isola del Cantone. Siamo andati sul posto ad incontrare il direttore per un’intervista.

    «Si tratta – prosegue Parodi – del primo scavo in estensione dell’Appennino Ligure di età romana imperiale tardo-antica. Abbiamo scoperto un sito rurale, verosimilmente una fattoria, abitato in fasi alterne tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C. Sorgeva lungo la fittissima rete di mulattiere che collegavano Genova alla Pianura Padana, anche se è probabile che il centro sul quale tutta questa zona gravitava fosse in realtà quello di Libarna (nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia, ndr), distante circa venti chilometri.»

    Quali elementi di interesse storico sono emersi?
    «E’ uno scavo molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto permetterà di avere un quadro completo con ipotesi cronologiche e socio-economiche inedite su questo periodo e questa zona. L’archeologia medievale ligure è infatti una materia relativamente giovane, in quanto nel passato l’interesse era più che altro rivolto alla parte artistico-monumentale e la ricerca privilegiava le classi sociali più alte e agiate. Anche per questa ragione gli scavi relativi al periodo tardo-antico (IV-V secolo d.C.) e alto-medievale (VI-VIII secolo) sono stati sempre molto ridotti. Mi sembra comunque giusto sottolineare che il quadro che ci siamo fatti è ancora provvisorio, in quanto lo scavo, che è iniziato nell’estate del 2009 e finirà quest’anno, è tuttora in evoluzione. La planimetria del sito è comunque stata  identificata nella sua completezza e i dati raccolti saranno analizzati in seguito con un’analisi dei materiali e dei reperti venuti alla luce. Tra essi, abbiamo ceramica da fuoco, anfore e piatti da mensa e altri oggetti particolari, per esempio un colino in bronzo. Dal punto di vista edilizio, i tetti erano in tegole mentre le case avevano pianta quadrangolare, presentando poche finestre al fine di mantenere quanto più possibile il calore. I muri eretti tra V e VI secolo, tra l’altro, non sono lavori banali, ma opera di muratori specializzati. Lo studio dei semi rinvenuti indicherà invece i tipi di cereali presenti, così come le ossa animali che abbiamo trovato riveleranno quali bestie venivano allevate dal nucleo famigliare – nel IV e V secolo forse i nuclei erano due – che abitava il sito».

    Ma chi erano gli abitanti del sito e come mai si trovavano lì?
    «Probabilmente si trattava di contadini che tuttavia non finalizzavano la loro attività alla vendita di prodotti agricoli e si dedicavano anche alla pastorizia e all’allevamento. E’ anche probabile che usassero il bosco per ottenere legname. Mi tocca purtroppo ripetermi dicendo che dovremo comunque aspettare la fine dello scavo e dell’analisi dei dati per avere un quadro più chiaro. Sicuramente, l’obiettivo è proprio quello di illuminare alcuni punti oscuri riguardo alla storia della Valle Scrivia. Riguardo ai documenti scritti abbiamo infatti un buco nero di circa seicento anni che arriva fino al 1200».

     

     

     

     

     

     

     

    Non è solo ciò che lo scavo sta facendo emergere, ma la storia stessa di come è nato a essere affascinante…
    «Stavo iniziando a scrivere la tesi di Dottorato sull’archeologia medievale della Valle Scrivia e i dati che avevo a disposizione erano ridotti, per usare un eufemismo. Proprio in quel periodo, un contadino di Montessoro aveva trovato delle tegole in questa zona, facendo partire una segnalazione. Venutone a conoscenza, chiesi subito l’autorizzazione a fare un piccolo saggio per vedere se potesse emergere qualcosa di interessante. Il campo che mi si presentava davanti era di ben milleduecento metri quadrati e i tentativi che avevo a disposizione erano limitati. Bisogna tra l’altro considerare che il sito, nei pressi del Castello Spinola del XIV secolo, era stato spianato e raso al suolo nel XVIII secolo. Individuai un punto preciso e decisi di scavare lì. Non avrei potuto davvero scegliere un punto migliore, in quanto scoprii l’intersezione di tre edifici che abbiamo poi portato alla luce! A quel punto ho subito contattato la Cattedra di Archeologia Medievale all’Università di Torino, che ha immediatamente mostrato grande interesse. Il sito offre infatti la possibilità di avere dei dati sulla zona appenninica ligure-piemontese e far svolgere degli stage agli studenti di Torino al fine di accumulare crediti formativi.»

    Proprio il concetto di condivisione è fondamentale nell’archeologia, giusto?
    «Non per fare i soliti vuoti discorsi retorici, ma non è davvero possibile fare uno scavo di questo genere da soli. Le circostanze e gli studi a priori mi hanno portato a individuare questo sito, ma non sarei arrivato da nessuna parte senza il lavoro di gruppo con gli altri responsabili dello scavo, tutti laureati e dottorati, Daniela De Conca, Valeria Fravega, Marco Ippolito, Alessandro Panetta e Paolo De Vingo, quest’ultimo proveniente dall’Università di Torino e Direttore scientifico dei lavori. L’aiuto dei ragazzi in stage – circa quindici – dell’Università di Torino è altrettanto importante. Fare l’archeologo è un mestiere duro, anche dal punto di vista fisico e c’è bisogno del lavoro di tutti. Questa, oltre ovviamente agli aspetti più strettamente legati alla ricerca, è la parte di questo lavoro che più ho imparato ad apprezzare.»

    Quali sono gli scenari futuri che si apriranno in seguito a questo scavo?
    «Come dicevo in precedenza, si aprirà un quadro storico, economico e sociale più definito, che verrà sintetizzato nella pubblicazione di un volume con il cappello accademico dell’Università di Torino. Rimarranno comunque tante cose da capire, perché l’archeologia offre tanti elementi per ragionare, ma lascia sempre anche dei punti oscuri. Come già accennato, dal punto di vista archeologico e documentario esiste davvero pochissimo sulla Valle Scrivia dell’età tardo-imperiale e medievale, ma questo non significa che l’area fosse stata spopolata, per quanto sicuramente la popolazione dell’Alto Medioevo si fosse contratta. Per esempio, abbiamo dei castelli risalenti al XII e XIII secolo, ma in molte parti d’Italia ne abbiamo di precedenti. Sarebbe interessante scavare per trovare altri castelli, perché attraverso di essi possiamo capire gli insediamenti circostanti. Vale la pena inoltre approfondire ciò che riguarda la cristianizzazione della zona, altro punto molto oscuro.»

    In quale modo l’archeologia è una disciplina arricchente a livello personale?
    «Sicuramente, il fascino dell’archeologia va aldilà dell’aspetto di ricerca finalizzata a una pubblicazione accademica. L’archeologia permette di sviluppare la capacità logica e un atteggiamento mentale aperto, dato che un errore che un archeologo deve assolutamente evitare è quello di fissarsi su preconcetti sempre suscettibili a essere smentiti da successive scoperte. Inoltre, per quanto mi riguarda, il bello di scavare nelle zone dove sono nato è quello di scoprire la storia della mia terra e capire meglio le mie origini. Tra l’altro, il modello che uno scavo di questo tipo riesce a creare non è ristretto a un’area geograficamente circoscritta, come magari si potrebbe pensare. A dimostrazione di ciò, un docente dell’università spagnola di Vitoria ha mostrato grande interesse per il nostro sito, trovando delle analogie con lavori che la sua équipe sta svolgendo nella sua zona. In questo modo, il nostro lavoro ha una portata locale e internazionale allo stesso tempo.»

    Un punto di riferimento da imitare tra gli archeologi italiani?
    «Sicuramente il Professor Tiziano Mannoni, mancato purtroppo due anni fa, una figura fondamentale nell’archeologia medievale italiana. Insegnava alla Facoltà di Architettura a Genova. Oltre alle sue notevoli competenze e alla sua grande esperienza, ti sapeva coinvolgere con il suo modo di fare accogliente e umano. Per me e per molti miei colleghi è senz’altro un modello da imitare.»

    Daniele Canepa

     

  • I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    I giovani come nuova categoria sociale: studenti, lettori e ascoltatori

    Figli dei FioriPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) si lamenta la mancanza di una espressione musicale che riesca a risultare effettivamente rappresentativa di questi ultimi anni. In questa rubrica si cerca di ragionare intorno alle profonde motivazioni che rendono una forma musicale epocalmente rappresentativa. Per far questo occorre abbandonare il terreno specificamente musicale. Prendendo come esempio gli anni ‘60/’70, nel tentativo di comprenderne il grande slancio ricreativo e innovativo musicale, abbiamo indagato le vicende, i contesti storico-sociali in cui quelle energie creative hanno iniziato a muoversi. E d’altra parte la comprensione dei fatti musicali (e culturali) la si coglie pienamente solo se si inseriscono quelle particolari modalità del “fare musica” nel vivo delle relazioni storiche.

    Nella precedente uscita abbiamo visto come sul finire degli anni 50 iniziasse a serpeggiare un sentimento di ribellione. Ciò che immediatamente salta agli occhi è il soggetto sociale protagonista di questi fermenti e “disturbi” sociali: i giovani.

    “Giovani”, una categoria, una componente della società che fino alla prima metà del ‘900 non esisteva, dal punto di vista sociologico. La condizione di “essere giovani” esprimeva, nella concreta presenza corporea, un semplice dato anagrafico. Certo, è sempre esistita tutta una letteratura, anche poetica, sugli anni della gioventù, sulla spensieratezza, i palpiti e gli slanci amorosi ecc… ma nulla di tutto questo assomiglierà a ciò di cui si inizierà a parlare, diffusamente, soprattutto a partire dall’inizio degli anni ’60 (almeno in Italia). Fino ad allora i giovani non erano protagonisti, in senso sociale, non facevano sentire la loro voce e non erano considerati interlocutori. Semplicemente erano a carico della società e/o della famiglia e, in linea di massima, ne seguivano/subivano la tradizione, praticamente immobilizzati nel contesto/classe sociale a cui appartenevano.

    Questo secolare modello  (che già con le rivoluzioni borghesi dei secoli scorsi aveva allargato le proprie maglie) saltò sotto le spinte di profondi cambiamenti e sconvolgimenti sociali: da un lato le classi lavoratrici che chiedevano pane e lavoro- ma anche istruzioni e diritti- mosse dalla speranza di un futuro migliore che la rivoluzione russa aveva reso possibile; dall’altro, le innovazioni tecnologiche e le esigenze dei nuovi processi produttivi che richiedevano una manodopera non più analfabeta.

    I programmi di ricostruzione post bellica portarono ad un ridimensionamento del mondo contadino a favore di uno sviluppo esponenziale delle fabbriche e, conseguentemente, delle città, con grandi fenomeni migratori dal sud verso il nord e dalle campagne (che venivano abbandonate) verso le città (che venivano sovraffollate). Gli aumenti salariali di quel periodo, in parte dovuti al successo di grandi lotte sindacali, resero possibile una famiglia in cui, in linea di massima, i figli potevano frequentare la scuola anziché andare a lavorare. A partire dagli inizi degli anni ’50, la scuola pubblica – in tutta Europa e in particolar modo in Italia – registrò un incremento crescente che “esplose” negli anni ‘60, in cui si parlò esplicitamente di “scolarizzazione di massa”, fenomeno indubbiamente positivo che accompagnava il nostro paese verso una condizione di “capitalismo avanzato” (ed anzi ne era l’effetto).

    Per la prima volta nella storia, in tutto il mondo occidentale (prima in America e successivamente negli altri paesi, con l’Italia in posizione di maggior arretratezza) milioni di giovani, terminati i doveri scolastici quotidiani, si trovavano nell’inedita condizione di pensare a loro stessi: leggere libri, incontrarsi liberamente, andare al cinema, teatro, socializzare, scambiarsi idee/opinioni sulla vita, sul mondo, sulle proprie esperienze, amori, preferenze musicali, politica ecc… Quanta differenza rispetto ai giovani di poche generazioni precedenti, costretti ad andare in guerra o a lavorare spesso all’età di 8/10 anni!

    Ecco, è in questa inedita “condizione giovanile” che si farà strada pian piano, diffondendosi a macchia d’olio, una sensibilità e un pensiero critici, nei confronti del “mondo dei padri”. Val la pena di ricordare che intorno alla metà degli anni ’60 era diffusa presso gli hippies americani questa parola d’ordine, chiara e significativa: non fidatevi di chiunque abbia più di trent’anni. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare i profondi contrasti in atto in tutto il mondo occidentale (e non solo) esclusivamente entro i limiti di uno scontro generazionale. Certo, i giovani furono per molti aspetti i protagonisti principali di quegli scontri ma le rivendicazioni, i temi delle proteste andavano ben oltre. Ciò che veniva attaccato e rifiutato era il modello dell’ “american way of life”, perno della politica espansionistica e imperialistica americana.

    I giovani capelloni, contestatori, hyppie, beat, intendevano vivere la loro vita in maniera diversa, fuori dalle logiche mercificatrici del mercato capitalistico. E molti volevano realizzare questa utopia subito, “qui e ora”, senza attese di futuri “momenti opportuni”. In California, poi in gran parte dell’America e successivamente in tutto l’occidente, i figli dei fiori costituirono delle comuni, alcune anche molto grandi, dove si viveva liberamente -spesso abolendo quasi totalmente il denaro come strumento di mediazione – praticando il libero scambio. Queste rivendicazioni radicali, come si può facilmente capire, impensierirono molto i centri del potere politico ed economico, proprio perché, arrivate ad essere un fenomeno di massa, si temeva che le parole d’ordine libertarie e contrarie al sistema (war is over, peace and love ecc…) potessero arrivare a “contaminare “ anche altri settori della società.

    Gianni Martini

  • Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Quarto, ex istituto ortopedico Bruzzone: nuove residenze entro il 2014

    Istituto BruzzoneUna struttura sanitaria finita nelle mani di privati, nuove residenze e box probabilmente destinati a rimanere invenduti nel cuore di Quarto, nell’antica via Priaruggia, questo l’ennesimo risultato prodotto dall’operazione di dismissione del patrimonio immobiliare messa in atto in questi anni dalla Regione Liguria.
    Parliamo dell’ex istituto ortopedico Bruzzone, un edificio che esternamente appare in buone condizioni, praticamente intonso da almeno 4 anni, ma al suo interno sicuramente necessita di interventi di ristrutturazione per trasformarlo in residenze e posti auto coperti.

    La struttura è circondata da un ampio giardino dove la vegetazione cresce rigogliosa e nessuno si è preoccupato di contrastarla, tutto tace in via Priaruggia 21 e le prospettive future, almeno per ora, sono affidate esclusivamente ad un cartello affisso dalla società immobiliare proprietà, Bagliani srl (la stessa che realizzerà residenze, parcheggi e piscina presso Villa Raggio in Albaro, ndr), dove si promuove la prenotazione di bilocali, trilocali e box di prossima realizzazione.

    L’ex istituto ortopedico Bruzzone rientra nell’elenco di immobili messi in vendita nel gennaio 2008 dalla Regione Liguria per fare cassa – tra i quali il cespito più importante è quello dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, da mesi al centro di discussioni per quanto riguarda il destino dei malati ancora ospitati nel complesso e la futura destinazione d’uso dell’area– ed acquistati da Valcomp due, società interamente controllata da Fintecna Immobiliare, a sua volta controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.

    Successivamente Valcomp due ha messo in vendita l’edifico che è stato acquistato da Bagliani srl.
    Raggiunta telefonicamente la società immobiliare spiega che i lavori per la realizzazione di trilocali, bilocali e box, dovrebbero partire nel settembre 2012 e concludersi entro 2 anni. Il prezzo delle residenze è di 6 mila euro al metro quadro.
    Quindi almeno fino al 2014, escludendo eventuali ritardi nell’avvio degli interventi di ristrutturazione, l’ex istituto Bruzzone rimarrà abbandonato a se stesso.

     

    Matteo Quadrone
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Quartiere Diamante, casa ambientale: in autunno partiranno le attività didattiche

    Quartiere Diamante, casa ambientale: in autunno partiranno le attività didattiche

    Nel febbraio di quest’anno in Val Polcevera, presso il quartiere Diamante in via Martitano a due passi dalla “diga”, veniva inaugurato in pompa magna il nuovo Centro di educazione ambientale, un piccolo gioiello inserito in un contesto difficile, con l’ambizione di trasformarsi in un punto d’eccellenza capace di attirare gli abitanti di altre zone, proponendo corsi per giovani e meno giovani e soprattutto progetti in grado di coinvolgere le scuole ed i bambini di tutta la città, attraverso attività che ruotino intorno all’educazione ambientale ma non solo.

    A distanza di alcuni mesi, dobbiamo constatare che la casa ambientale è ancora un contenitore vuoto, nonostante le sue notevoli potenzialità. Finora, infatti, all’interno della splendida struttura di via Maritano si sono svolti alcuni laboratori di riciclo e attività socio educative rivolte a persone seguite dal centro servizi del Municipio Val Polcevera, mentre gli abitanti del Diamante hanno partecipato attivamente all’organizzazione di momenti conviviali, ad esempio in occasione della festa della donna.

    Purtroppo però non è stato possibile coinvolgere adeguatamente le scuole, visto che ad anno scolastico inoltrato, era difficile modificare i programmi dei vari istituti scolastici, i quali avevano già individuato tempi e modi per lo svolgimento delle attività esterne.

    Con l’avvicinarsi dell’autunno l’obiettivo è contattare le scuole genovesi e promuovere adeguatamente le opportunità offerte dagli spazi della casa ambientale. Fondamentale sarà la collaborazione del Municipio Val Polcevera e del Comune di Genova. La speranza è che tra settembre ed ottobre 2012 le attività didattiche possano finalmente partire.

    Nel prossimo futuro l’idea è quella di far vivere la casa ambientale anche oltre l’orario diurno, magari attraverso l’organizzazione di corsi ed altre iniziative culturali, come ad esempio la presentazione di libri, capaci di attirare anche un pubblico adulto.

     

    Matteo Quadrone

    Foto di Daniele Orlandi

     

     

     

  • Scatti dall’Africa: bando di concorso fotografico

    Scatti dall’Africa: bando di concorso fotografico

    La rivista Africa ha indetto la seconda edizione del concorso fotografico estivo ispirato a questo continente. La partecipazione è gratuita e aperta a fotografi professionisti e non, senza limiti di età e di provenienza geografica.

    Questi i requisiti di partecipazione:
    – Ogni candidato può partecipare con un massimo di 5 scatti.
    – Le immagini devono essere in formato digitale (base minima 2000 pixel, a 72 dpi), a colori o in bianco e nero.
    – Le immagini devono essere accompagnate da, titolo, luogo e data dello scatto, oltre a una presentazione scritta dell’autore.
    Gli scatti devono essere inediti e originali, non premiati da altri concorsi e scattati da non più di cinque anni.

    I candidati devono inviare i propri scatti fotografici entro il 31 agosto 2012 via e-mail a: concorso@padribianchi.it o via posta a: Redazione Africa, Cas. Post 61 – 24047 Treviglio (BG).

    Saranno premiate quattro fotografie, che verranno pubblicate sul numero 6/2012 (novembre-dicembre) di Africa e sul sito web della rivista. Verrà inoltre assegnato un Premio del Pubblico tramite i voti espressi sulla pagina Facebook della rivista: il vincitore sarà invitato a partecipare gratuitamente a un workshop che si terrà l’1-2 dicembre.

    [foto di Diego Arbore]

  • Scozia: Glasgow, Edimburgo, le Orcadi e le Highlands

    Scozia: Glasgow, Edimburgo, le Orcadi e le Highlands

    Un’antica leggenda narra di un castello scozzese che durante una notte stellata venne circondato da alcuni Vichinghi intenti ad assediarlo e occuparlo. Alcuni di essi erano scalzi e per essere sicuri di dove poggiavano i piedi videro un campo pieno di fiori colorati; quei bellissimi fiori erano dei cardi, costituiti da petali colorati di un viola molto acceso e costituiti da un gambo spinosissimo tanto da non poter neanche coglierlo a mani nude. Nel momento in cui i piedi dei Vichinghi vennero a contatto con le spine si alzò un urlo che echeggiò fino al castello svegliando gli abitanti che riuscirono a sventare l’assedio e a scacciare il nemico. Da quel momento il cardo divenne il simbolo della Scozia e venne chiamato Guardian Thistle, ovvero il Cardo Guardiano.

    Questa storia mi colpì a tal punto da fare mio il simbolo e portarlo nel cuore per tutta la vita grazie anche all’esperienza che vi racconterò, tre settimane in giro per uno dei posti più belli della terra, uno dei più incontaminati e ricco di tradizioni, la Scozia.

    Decidemmo di partire per questo viaggio io e il mi amico Matteo, muniti di macchina fotografica, qualche soldino in tasca e una auto presa a noleggio. Atterrammo a Glasgow, una mattina piovosa di agosto ma il tempo non diminuiva le mie emozioni, un sogno si era appena realizzato e non vedevo l’ora di iniziare l’avventura. Ci recammo subito a Glasgow con un bus, l’aeroporto dista pochi km dal centro e cercammo subito un alloggio poiché eravamo sprovvisti di un letto per la notte. Inaspettatamente non si trovava nulla poiché il centro non è ricco di B&B e non avevamo ancora la macchina per poter cercare fuori dalla città. Grazie a un ufficio del turismo trovammo il Manor Park Hotel, un alberghetto molto ben curato con caminetto in camera e letto a baldacchino con coperte e tende in tipico tessuto scozzese.

    La città ricorda molto quelle Inglesi, sia come aspetto che come accento degli abitanti, l’aria  fresca e il tempo piovoso.  Glasgow è sempre in movimento, è una città giovane e ospitale, ricca di locali e disco pub che permettono di ballare e divertirsi con dell’ottima musica anni 70 e del sano rock and roll. Il mattino seguente, una domenica, ci alzammo presto per recarci a visitare la città. Quella mattina Glasgow era casualmente luogo di una commemorazione di ex-militari che sfilavano per le vie del centro. Quasi tutti per l’occasione indossavano il tipico Kilt, il famoso gonnellino che tutti conosciamo e con il quale identifichiamo lo scozzese, visto dal vivo e sul posto però lascia un segno indelebile nella memoria.

    Il giorno dopo, noleggiammo l’auto, prendemmo subito una multa per sosta vietata e ci spostammo a Edimburgo. Raccontare cosa si prova appena vedi Edimburgo non è semplice, l’emozione è difficile da spiegare, una città vecchia ma perfettamente tenuta, arroccata ai piedi di un castello che sovrasta la città circondata da antiche mura con dei vecchi fossati un tempo pieni d’acqua, diventati lunghi ed enormi prati sui quali leggere libri al sole o fare picnic con la famiglia.

    Decidemmo di trovare un alloggio fuori dal centro storico (la via principale taglia affascinanti vicoli in pietra con illuminazioni in ferro battuto che ricordano i vecchi lumi di inizio novecento…) poiché anche qui scarseggiavano e quei pochi hotel erano fuori dalla nostra portata. Una volta sistemati ci recammo in centro per visitare la città e il castello che per giungervi era necessario seguire la via reale, segnata da piccole coroncine incastonate nel porfido e popolata da turisti e numerosi saltimbanco artisti di strada e musicisti.

    Ci spiegarono che di lì a poco nella spianata di fronte all’entrata principale del castello si sarebbe svolto il Military Tattoo, una parata militare delle nazioni affiliate al regno unito che per l’occasione preparavano balli, rappresentazioni e suonate delle bande militari. Ci dissero anche che era impossibile trovare i biglietti poiché essendo un evento importantissimo sia a livello nazionale che a livello mondiale, le prenotazioni venivano chiuse mesi prima e che potevamo anche tornare indietro. Si dice che la fortuna aiuta gli audaci, decidemmo di restare nei dintorni dell’entrata per sperare nel colpo di fortuna che puntualmente arrivò. Una scolaresca con due defezioni per indisposizione ci chiese se avevamo bisogno di due biglietti che ovviamente accettammo senza neanche dover pagare nulla. Ci accomodammo sugli spalti ignari di quello dovevamo vedere.

    Alla nostra destra avevamo il castello, illuminato quanto bastava per renderlo spettacolare, di fronte a noi la spianata dell’esibizione mentre a sinistra un palco reale nel quale arrivò il principe Filippo Duca di Edimburgo tra gli applausi e la standing ovation del pubblico. Lo splendido tramonto e il cielo stranamente terso rendeva ancora più emozionanti le esibizioni che si susseguivano tra balli e suonate classiche e contemporanee, tra le più affascinanti “Sailor” di Rod Stewart suonata dall’orchestra scozzese e le esibizioni delle compagnie norvegesi e australiane.
    Il bello però doveva ancora venire, la rappresentazione finale della battaglia di Scozia contro gli Inglesi fu indimenticabile, giochi di luce , fuochi d’artificio e esibizioni di guerra fino al gran finale… improvvisamente si accese una luce sulla torre del castello e in mezzo alla quale si stagliava la sagoma di un uomo in kilt con la cornamusa che iniziò a suonare “Scotland the brave” , uno degli inni non ufficiali della Scozia.
    La commozione mi pervase, fu uno degli spettacoli più belli a cui abbia mai assistito.

     

    Dopo aver visitato la città per tre giorni, proseguimmo verso la tappa successiva, Stirling, un piccolo paesino a nord di Edimburgo, noto per una famosa battaglia e per essere stato l’avamposto di William Wallace, per chi non lo ricorda, il mitico protagonista di Braveheart interpretato da Mel Gibson, il quale fece costruire una torre di vedetta alta 67 metri e costituita da 266 gradini dalla quale si può vedere un panorama a 360 gradi per diversi km di distanza, utile un tempo per avvistare i nemici in arrivo. Alla base della torre una statua raffigurante William Wallace , sicuramente poco affascinante visto che in pratica anziché Wallace è rappresentato Mel Gibson.

    In Scozia, quantomeno fuori dalle grandi città, è semplicissimo trovare alloggio in comodi e confortevoli Bed & Breakfast che offrono un letto pulito con servizi e una colazione comprensiva di bacon, uova, fagioli, salsiccia e in alcuni si può trovare anche il black o il white pudding, un rotolino di carne che solo tornato in Italia scoprii essere a base di sangue raffermo di maiale, comunque molto gustoso.
    A Stirling trovammo un B&B solo in tarda serata ma comunque in tempo per mangiare qualcosa nel deserto pub del paese. Mentre gustavamo la nostra birra in mezzo a neanche una decina di persone compresi i proprietari arrivò un tizio con una chitarra e si sedette su un tavolo a strimpellare. Dieci minuti dopo entrarono due signore sulla mezza età con due violini e si sedettero vicino al chitarrista e dopo un breve cenno iniziarono a suonare. Entrarono poco dopo altri strumenti con le relative persone e ognuno di essi si univa alla musica, gli abitanti del paese suonavano e ballavano canzoni folkloristiche Scozzesi, si riunivano alla sera senza darsi appuntamento e creavano un ambiente magico, per loro e per i fortunati visitatori.

    Il giorno seguente visitammo il castello di Stirling e proseguimmo vero nord, lungo la strada incontrammo fabbriche di whisky, prati verdi, strane mucche dalla frangia sopra gli occhi e un curioso caprone da guardia legato all’interno di un giardino come un cane.
    Ci fermammo a Perth, nulla a che vedere con l’Australia, una città situata sulle rive del fiume Tay e un tempo importante sede politica del parlamento Scozzese. Anche qui si trova un bellissimo castello da visitare insieme ad alcune rovine in un bellissimo contesto naturale.

    Nei giorni successivi salimmo verso nord passando dai paesi di Laggan e Fort William, quest’ultimo situato in prossimità del Ben Nevis, il monte più alto della Gran Breatgna. Fort William è anche uno snodo importante perche si trova nel mezzo della Scozia e nelle sue vicinanze si trova Fort August, il paese che è alla base sud del mitico Lago di Lochness. Il Lago è lungo circa 37 km e si estende nella valle del Great Glen da Fort August alla città di Inverness, la cosa che colpisce è la natura incontaminata che lo circonda e le sue dimensioni, soprattutto la lunghezza, tanto che ci si chiede davvero se nelle sue acque non si nasconda il leggendario mostro.

    Inverness si trova all’estremità nord del lago e ci arrivammo dopo averlo percorso in tutta la sua lunghezza. La città è considerata la capitale del Nord delle Highlands per la sua grandezza e mostra tratti somatici decisamente più nordici, al suo interno scorre il fiume Ness che gli conferisce quel tocco in più per le cartoline e le foto di rito. Molti viaggiatori si fermano a Inverness e ritornano indietro passando per la costa ovest, ma per fortuna noi non eravamo sazi e continuammo a salire verso le Highlands più selvagge, dove si fatica a trovare una casa nel raggio di km e le verdi distese di prati e foreste si intervallano accompagnate da piogge a tratti più o meno intense.
    Quando cessava di piovere e il sole si faceva largo tra le nuvole , i colori si accendevano magicamente come se qualcuno colorasse con pennelli a olio un quadro in bianco e nero. Guidammo lungo la costa est sopra Inverness per diverse ore, e nel tragitto incontrammo lunghe terrazze di prati verdi a picco sul mare con mucche e pecore al pascolo, e qualche piccolo paese.

    Superato il borgo di Dornoch ci trovammo di fronte una collinetta con una spianata sulla sua sommità dove un nutrito gruppo di persone e famiglie con banchetti con cibi caldi stavano assistendo ad alcuni giochi e incuriositi ci fermammo a guardare cosa stava succedendo. La fortuna volle che quelli erano gli Highland game, una sorta di olimpiade locale con giochi e prove di ogni genere in ricordo dell’orgoglio scozzese. Le famiglie stendevano la coperta in Tartan, ognuna di colori diversi, creando un tappeto variopinto in perfetto scottish style. Le prove andavano dalle gare di cornamusa o di balli folkloristici mentre le prove di forza andavano dal lancio del tronco d’albero al lancio del peso per finire con il tiro al piattello, ovviamente i partecipanti indossavano l’inconfondibile Kilt in tartan del colore della famiglia o clan di provenienza.

    Un tempo il tartan distingueva i vari Clan scozzesi e ancora oggi alcune zone della Scozia possiedono il loro colore ufficiale di questo tipico tessuto. Rimanemmo colpiti da questi giochi, ci rendemmo conto di quanto questa gente tiene alle tradizioni, gli Highland game risalgono al XI secolo e non sono cambiati nel tempo, continuano a svolgersi in svariati luoghi nel mondo in onore della Scozia.

    Proseguimmo in direzione di Thurso, il paese più a Nord della Scozia, nel tragitto non trovammo abitazioni, solo verde, pioggia e capre in libertà. Giunti in paese trovammo uno splendido B&B proprio davanti alla spiaggia, una distesa di sabbia talmente fine da far invidiare alcuni posti tropicali dove alcuni bambini giocavano con l’aquilone e una coppia raccoglieva conchiglie. Ci recammo prima nel porticciolo per cercare gli orari dei traghetti per le Isole Orcadi, e poi in centro poiché fino al mattino seguente non c’erano imbarcazioni disponibili. Il centro di Thurso pareva vuoto, calmo, pochi pub, un negozio di dischi e qualche attività aperta, a mio modo di vedere molto rilassante e piacevole. Trovammo una splendida giornata di sole e ce la godemmo fino a tarda sera, passeggiando, fotografando particolari e giocando a pallone in spiaggia, fino a quando il giorno volse al termine e il sole abbandonò la scena lasciando il posto ad uno splendido tramonto. La sera mangiammo in un pub e verso mezzanotte tutto il paese si popolò di gente, feste in maschera, addii al celibato e gruppi di ragazze che vagano per le vie in cerca di qualcosa da bere.
    Poi finimmo in un enorme discoteca che quella sera prevedeva una cover band dei Texas, il gruppo pop Scozzese, la cantante era praticamente una sosia e alcuni esagitati sotto il palco sembravano assistere realmente a un loro concerto.

    Il mattino ci alzammo presto e ci recammo con largo anticipo nel piccolo porto e aspettammo il traghetto seduti sulla banchina del porto. Vedemmo arrivare qualcosa che non era una nave, era molto più piccola e dolce, era una foca che lentamente stava venendo verso di noi con la testa fuori dall’acqua.
    Ci imbarcammo al mattino presto per affrontare tre ore di navigazione attraversando scogli giganti , piccole isolette e un mare piuttosto agitato. Arrivammo al porto di Stromness intorno alle 8, tutto era ancora chiuso e camminammo per le vie deserte in mezzo a muri di pietre e piccoli vicoletti tutti sfocianti verso il mare. In questi luoghi incantevoli ogni casa dà sul mare e ognuno ha a disposizione la sua barchetta posteggiata sotto la finestra.

    Qualche anziana signora faceva la maglia fuori dalla finestra con dei gatti che gironzolavano in cerca di qualcosa da mangiare. Il centro di Stromness è molto grazioso ed è anche visitato da turisti poiché resta comunque a poche ore di navigazione dalla Scozia, si possono trovare negozi di artigianato e ristoranti di pesce appena pescato. Uno di questi ristoranti si trovava vicino al porto, osservammo dei marinai in un classico maglione a righe bianche e azzurre, scaricare pesce e crostacei al gestore della cucina e incuriositi e affamati decidemmo di fermarci a mangiare proprio li. Mi abbuffai di cozze e presi una terrina di salmone e pesce bianco gratinato che era la fine del mondo, indubbiamente mangiai un pesce di alta qualità riuscendo anche a non alleggerire troppo il portafoglio. Per aiutare la digestione camminammo lungo una strada sterrata che percorreva il profilo della costa in mezzo a scogli, foche e pulcinelle di mare. Nel tragitto incontrammo un vecchio marinaio che passeggiava senza nulla da fare godendosi la brezza marina e il panorama, ci raccontò di essere stato a Genova durante la guerra e di ricordarsi bene alcune vie e quartieri, tra le quali ovviamente Via Prè.

    Ci imbattemmo poi in uno splendido campo da golf a picco sul mare e andammo a prendere il bus per poter andare nell’altro porto , quello di Kirkwall, dove avremmo dovuto prendere la nave per le isole Shetland. Il viaggio fu difatti più impegnativo, otto ore di navigazione notturna in questa imbarcazione composta da una decina di passeggeri e altrettanti membri dell’equipaggio.

    Sbarcammo anche a Lerwick molto presto, nel porto erano presenti oltre a normali imbarcazioni, anche alcune navi in stile vichingo, probabilmente per qualche manifestazione. Mi sarei aspettato un luogo più incontaminato e invece le Isole Shetland sono molto più autonome rispetto alle Orcadi, forse proprio per la distanza dalla Scozia che le ha rese più intraprendenti… Decidemmo di prendere un bus di linea per visitarla tutta e salimmo sul primo che passava senza badare alla destinazione, pensavamo che non sarebbe andato poi così lontano. Fece il giro dell’isola, vedemmo abitazioni isolate su piccoli lembi di terra sul mare, anche qui tutte case indipendenti con la barchetta legata fuori e distanti alcuni km dal cento abitato più vicino. Lo scenario era mozzafiato, il verde deil’erba, il blu del mare, il bianco delle nuvole e l’azzurro del cielo si mischiavano ai miei occhi come la tavolozza dei colori di un pittore.
    Al capolinea del bus salì una famiglia al completo, due persone anziane e due più giovani con una bambina in braccio avvolta in una coperta. Nel tragitto del ritorno chiedemmo se vivevano li e ci risposero che la loro casa era proprio vicino al capolinea e che stavano portando la bambina dal pediatra e che quel giorno siccome non era disponibile il loro dottore dovevano andare fino alle isole Orcadi. Mi colpì molto questa storia e mi resi conto che non è tutto oro quel che luccica, nonostante lo spettacolo naturale non sarebbe semplice per noi, abituati alle comodità sotto casa, vivere in una realtà così diversa.

    Dopo aver visitato l’isola tornammo verso il traghetto, lo prendemmo nel primo pomeriggio e arrivammo alle Orcadi in tarda nottata, fortunatamente trovammo prima un taxi che ci portò nella zona del porto e poi un letto per dormire, il mattino seguente saremmo dovuti partire di nuovo presto.
    Una volta ritornati in Scozia iniziammo il viaggio di ritorno passando dalla costa ovest attraverso Ullapool, il lago di Kyle of Lochalsh e per altri territori completamente disabitati.
    Finalmente arrivammo all’Isola di Skye dove trovammo subito un B&B sul bellissimo porticciolo caratterizzato da case colorate e ristoranti di pesce. L’isola di Skye presenta un paesaggio molto vario nonostante le modeste dimensioni si possono trovare alte montagne e splendidi prati, abitati da una particolare fauna.

    La strada del ritorno cominciò ripassando da Fort William ma passando per la costa del sud Ovest, dove trovammo oltre che i soliti B&B anche uno splendido cottage, una casetta costruita in pietra con il caratteristico tetto in paglia. Ritornammo a Glasgow per passare l’ultima notte e riprendere l’aereo che ci riportava a casa il mattino seguente, felici di raccontare ciò che avevamo visto ma tristi al pensiero di lasciare quella terra magica.
    Non è facile rendere alcune emozioni scrivendo qualche riga, ci sono posti come la Scozia che devono essere vissuti, visitati e esplorati in ogni angolo, per lasciarsi abbracciare dalla loro cultura e tradizione e da una bellezza naturale fuori dal comune.

    Diego Arbore

     

     

  • Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Rock around the clock, la “musica nuova” e l’ industria discografica

    Gioventù BruciataTuttavia questo rifiuto dell’American Way of Life non riguardò solamente artisti ed intellettuali. Infatti, anche molti “giovani qualunque” avvertirono questo disagio e, benché sprovvisti degli strumenti culturali per individuarne le cause profonde, iniziarono a dare chiari segni di non accettazione di uno stile di vita freneticamente proteso all’accumulo di denaro, al “farsi una posizione” e, in definitiva,  ai loro occhi, senza senso.

    Certo, si parlerà di “gioventù bruciata” (di cui l’attore americano James Dean diventerà esempio e simbolo) protagonista di un ribellismo autodistruttivo, violento, senza sbocchi, senza “progettualità sociale” o voglia di riscatto: autoreferenzialmente proteso a “vivere l’oggi”, indifferente a tutto il resto. Può essere utile ricordare che il titolo originale di “Gioventù bruciata” – il film di N. Ray del 1955 con, appunto, James Dean, nel ruolo di protagonista – era “Rebel without cause” (ossia: “Ribelle senza causa”, titolo del libro di R. Lindner a cui il film si ispirava). E aggiungo che questo seguiva di soli due anni un altro film che illustrava un analogo tipo di “ribellismo perdente”: si tratta de “Il selvaggio” del 1953, con Marlon Brando, che a sua volta era contemporaneo de “Il seme della violenza” (1955), uno dei primi film sul disagio giovanile.

    In questo clima nasceranno le “bande”, le “gang”, fenomeno – almeno inizialmente – tipicamente metropolitano, tentativo di affermare, anche violentemente, un’identità con propri valori, leggi, comportamenti, linguaggi, in contrapposizione ad un mondo “esterno” che viene rifiutato, da cui ci si deve difendere e che tutt’al più, all’occorrenza si “usa” (ad esempio rifiutando radicalmente il modo di vivere “borghese” ma rivendicando fieramente la capacità di sapersi inserire, opportunisticamente, nelle pieghe della stessa opulenza borghese, usufruendo, ad esempio, dei sussidi sociali, vivendo di espedienti ecc…).

    A questo punto vorrei soffermarmi a rimarcare l’enorme importanza svolta da questi primi film, ambientati nel “mondo giovanile”. Tali film, infatti, vennero ad esercitare una duplice funzione: da un lato servirono da catalizzatori, da “riferimenti identitari”, per i giovani che già vivevano quei conflitti, dall’altro svolsero un ruolo amplificativo, mostrando certi atteggiamenti, mode, umori giovanili, nel loro svolgersi quotidiano. Ma c’è di più, non furono solo uno specchio dei comportamenti ribelli di una parte di quella generazione, con quei film, iniziò ad acquistare importanza la colonna sonora. Ebbero quindi un ruolo decisivo nella formazione e diffusione di un costume musicale in sintonia con i comportamenti sociali.

    Ad esempio, nella colonna sonora de “Il seme della violenza” c’era “Rock around the clock”, sconvolgente rock’n’ roll di Bill Halley, uscito nel 1954. E questa si che era una “musica nuova”: dissacrante, violenta, fisica (il corpo veniva messo in gioco liberamente, lontano da tutti i cliché dei balli correnti) sentita dai giovani americani (…e poi da tutti i giovani) come espressione sonora della loro rabbia e come affermazione di una diversa identità rispetto al quieto vivere borghese. Percepita come genuina perché – almeno nella fase iniziale – non fu un frutto delle “strategie discografiche” ma proveniva dai giovani stessi, dall’ambiente dei locali, finché qualche dj intraprendente, non iniziò di sua iniziativa a programmarla in qualche radio. Possiamo dire che “arrivò” alle case discografiche. Alcune addirittura, inizialmente, snobbarono queste nuove musiche ritenendole “roba da negri”. Tutte, ben presto, fiutarono l’enorme business internazionale e, in un certo senso, possiamo affermare che la moderna industria discografica nasce proprio in quegli anni, con il “rhythm & blues” e il “rock’n’ roll”.

    Gianni Martini

  • Ri-crea: bando di concorso per artisti del riciclo creativo

    Ri-crea: bando di concorso per artisti del riciclo creativo

    Rifiuti raccolta differenziataRi-crea festival è un evento che si tiene ogni anno in Lazio e Puglia e promuove nuove forme d’arte attraverso il riciclo creativo.

    Nell’ambito della prossima edizione gli organizzatori hanno indetto il concorso artistico nazionale “Ri-crea, il concorso” dedicato ad arte (pittura e scultura), design e arredamento, audio/video, musica e moda attraverso la reinterpretazione in chiave creativa e/o la ri-creazione di oggetti, materiali e prodotti già usati: le opere selezionate confluiranno nel primo nucleo del Museo del Riuso di Puglia.

    Il concorso è aperto a tutti gli artisti di età compresa fra i 18 e i 35 anni. Gli artisti possono partecipare al concorso singolarmente o in gruppo purchè il 50% dei componenti abbia età inferiore ai 35 anni. Non è prevista alcuna quota di partecipazione.

    L’iscrizione al concorso dovrà avvenire tramite l’indirizzo info@ricreafestival.it, mentre le proposte delle opere dovranno pervenire entro il 30 agosto 2012 all’indirizzo Ulixes scs, Largo Gramsci, 7 – 70032 Bitonto (Ba). Saranno selezionate 50 opere finaliste, 10 per ogni sezione.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Pegli, Villa Pallavicini: ristrutturazioni da finire, scarsa manutenzione

    Pegli, Villa Pallavicini: ristrutturazioni da finire, scarsa manutenzione

    Due anni fa, l’ultima volta che ho avuto occasione di visitare Villa Pallavicini – lo splendido parco romantico ottocentesco di Pegli che, insieme a Villa Duchessa di Galliera di Voltri, dovrebbe essere un fiore all’occhiello del Ponente – la situazione del complesso era a dir poco disastrosa: vittima di atti vandalici e furti a danno del patrimonio (in particolare antichi reperti appartenenti all’arredo originario della villa), ma anche di un’attività di manutenzione assai carente, mentre gli interventi di ristrutturazione erano ancora completamente assenti.
    All’epoca, la Giunta guidata dall’ex sindaco Marta Vincenzi, discuteva della possibile sperimentazione di nuovi modelli di gestione dei parchi storici cittadini, ad esempio prevedendone l’affidamento ad associazioni di cittadini, in grado di tutelare e gestire responsabilmente le preziose aree verdi genovesi, valorizzandone al contempo le notevoli potenzialità a fini turistici, anche attraverso il coinvolgimento di sponsor privati. L’idea è rimasta tale senza mai tradursi in realtà, anche se tuttora sono diverse le associazioni che si prendono cura di ville e parchi da Ponente a Levante. Recentemente la sezione genovese di Italia Nostra ha denunciato quella che definisce una «Disastrosa gestione del verde pubblico» e ha proposto, come prima azione da intraprendere «La nomina di curatori dei parchi come già avviene per i musei» e «L’istituzione di specifiche fondazioni che si occupino della gestione economica dei parchi».

    Poco più di un mese fa sono tornato nella villa di Peglil’unica nel Comune di Genova con ingresso a pagamento – per constatare, a due anni di distanza, com’è la situazione. Ad una prima occhiata indubbiamente la situazione appare in netto miglioramento, ma le cose da fare sono ancora molte, soprattutto sul piano della manutenzione ordinaria del verde, in modo tale da non essere costretti ad intervenire una volta raggiunte le criticità, di conseguenza spendendo maggiori risorse economiche.

    Innanzitutto per giustificare un ticket d’ingresso – come avviene a Villa Serra di Comago (gestita dai Comuni di Genova, Sant’Olcese e Serra Riccò, tramite il Consorzio Villa Serra ) che ai visitatori si mostra in splendida forma sotto tutti i punti di vista – sono necessari alcuni interventi: in primis il rafforzamento della sorveglianza, se davvero vogliamo salvaguardare il patrimonio storico-ambientale del complesso, poi l’intensificazione delle attività di cura del verde, oggi, come negli altri parchi cittadini, affidate ad Aster, società partecipata dal Comune che probabilmente non dispone delle necessarie competenze per gestire un bene così articolato; il medesimo discorso vale per l’antico orto botanico (fondato nel 1794), parzialmente recuperato dopo anni di incuria, ma che avrebbe bisogno del lavoro di giardinieri specializzati per tornare al suo antico splendore.
    Inoltre occorre completare il restauro dei manufatti artistico-architettoni originali e ripristinare l’accessibilità di alcune aree (a dire il vero qualche percorso, rispetto a due anni fa, è stato riaperto, ma rimane ancora inaccessibile la parte del Castello, chiusa al pubblico ormai da decenni).

    I lavori avviati dalla precedente amministrazione comunale procedono ormai da tempo e si sono concentrati sulla parte monumentale. E se la ristrutturazione della Tribuna gotica è conclusa, il cosiddetto Coffe House, un elegante edificio in stile neoclassico, versa nelle medesime condizioni del 2010 e necessita anch’esso di urgenti interventi di recupero.
    Due anni fa la situazione più critica era quella del Tempio di Flora. All’epoca la costruzione si trovava in una situazione di estrema precarietà: le decorazioni scultoree apparivano ampiamente rovinate, così come gli affreschi che coprivano il soffitto, le nicchie del tempietto erano state trasformate in ripostigli, mentre i giardini di Flora, una piccola serra adiacente al tempio, erano desolatamente vuoti.
    Oggi il cantiere si è spostato proprio in quest’area. Secondo il cartello di autorizzazione dei lavori l’intervento di ristrutturazione doveva essere concluso nella primavera del 2011 ma evidentemente, come di consueto, si sono verificati dei ritardi.
    E così nell’estate 2012 il Tempio di Flora rimane ancora inaccessibile, circondato da impalcature e transenne che nascondono gli operai dalla vista dei visitatori.

     

    Matteo Quadrone
    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Le parole inglesi incomprensibili agli inglesi

    Le parole inglesi incomprensibili agli inglesi

    Alcune delle parole di provenienza inglese che utilizziamo correntemente in italiano hanno sviluppato un significato diverso da quello originario. In un certo senso, il concetto è complementare a quello introdotto nello scorso articolo sui false friends.

    E’ il caso per esempio di “zapping“. In italiano, significa “saltellare nervosamente da un canale televisivo all’altro”. Se tuttavia usate questo stesso termine con un interlocutore di lingua inglese, molto probabilmente non verrete compresi. Il significato più comune del verbo to zap è infatti quello di “uccidere“. Wikipedia fornisce una breve storia delle ragioni per le quali presumibilmente il termine si è evoluto in italiano fino ad avere il significato corrente. In questo contesto To flick through channels oppure to hop channels risulterebbero di comprensione più immediata a un nostro ipotetico interlocutore anglosassone.

    Apro una parentesi a questo proposito. Da buon “pigiatore” di telecomandi, per anni ho passato ore e giornate a schiacciare nervosamente i tasti alla ricerca – sempre più vana con il passare del tempo – di qualche programma degno di essere visto. Da oltre un anno ho invece deciso di fare a meno della tv e dopo un periodo di disintossicazione la qualità del mio umore e del mio ottimismo è aumentata decisamente. Per informazioni, documentari, interviste e  film esistono internet, YouTube, dvd, ecc e sono io a scegliere che cosa cercare e che cosa vedere oppure no. Chiusa parentesi.

    Altro caso interessante è quello di slip“, dal verbo che in inglese significa “scivolare”. Con slip in inglese si indica una sottoveste femminile, mentre in italiano il termine è stato esteso anche all’intimo maschile. Underwear è invece la parola inglese che indica in modo generico l’abbigliamento intimo da donna e da uomo.

    Passando a un campo forse meno interessante quale l’economia, business si usa nella nostra lingua per parlare di “affari” legati normalmente al denaro, mentre in inglese viene usato anche in altri contesti. Può generalmente indicare delle “faccende da sbrigare” come in: “I have business to do“, il che è coerente con l’etimologia della parola, derivante dall’aggettivo busy, “occupato”, “pieno di cose da fare”. Business può invece essere un sinonimo di company, “azienda”. Molto frequente è per esempio l’espressione: “Mind your own business”, ovvero “Bada agli affari tuoi”, della quale esiste una versione anche ben più esplicita, comprendente una certa parola che inizia con “f-” e finisce in “-king”, ma non mi sembra il caso di andare oltre …

    Curioso è poi il caso di parole erroneamente ritenute inglesi, come per esempio camion, proveniente dai nostri cugini d’Oltralpe (i termini inglesi equivalenti sono lorry o truck). Francese è anche stage, pronunciato in modo analogo a garage, inteso come “periodo di lavoro/tirocinio in un’azienda”. La parola stage inglese, che esiste e si pronuncia in modo simile a age (“età”, “era”), può significare “fase” o anche “palcoscenico”.

    Se così non fosse i celebri versi di As You Like It di Shakespeare: “All the world’s a stage, and all the men and women merely players” suonerebbe più o meno così: “Tutto il mondo è un tirocinio e tutti gli uomini e le donne non sono che attori”. Beh, d’altra parte, l’Italia è il paese degli stagisti – laureati – non pagati…

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Bando di concorso View Grimm Animated Contest 2012

    Bando di concorso View Grimm Animated Contest 2012

    regiaIl Goethe-Institut Turin ha indetto un un concorso per cortometraggi animati per celebrare i 200 anni di “Children and Household Tales” dei fratelli Grimm.

    Scopo del concorso è realizzare un corto di durata fino a 5 minuti e ispirato alle fiabe dei fratelli Grimm, rivisitati in chiave contemporanea. Il concorso è rivolto a studenti, tirocinanti e laureandi di scuole di cinema d’animazione, Accademie di Belle Arti e altri enti di formazione, e a giovani autori di film d’animazione, residenti in Italia e in Germania, di età inferiore ai 30 anni.

    Il filmato dovrà essere caricato su www.goethe.de/grimmland in formato .avi, .mov e .mpeg2 entro il 24 agosto 2012. Non è prevista alcuna quota di iscrizione.

    Questi i premi in palio:
    1500 € al miglior cortometraggio tedesco e al miglior cortometraggio italiano selezionati dal pubblico.
    – rimborso spese di 400 € per i dieci migliori cortometraggi selezionati dalla giuria, che saranno proiettati al Viewfest – Digital Movie Festival che si svolgerà a Torino dal 19 al 21 ottobre 2012.

    La premiazione avrà luogo a metà dicembre 2012.

  • La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La generazione post conflitto mondiale e l’American Way of Life

    La Bandiera AmericanaPartendo dalla constatazione che negli ultimi 15 anni (almeno) raramente sarà capitato di ascoltare una produzione musicale realmente “nuova”, ho avviato una riflessione sul significato della parola “nuovo/novità”. Argomento piuttosto impegnativo ma al tempo stesso centrale rispetto alla riflessione musicale ed estetica contemporanea…

    Cessato il rombo dei cannoni, iniziò la “guerra fredda”, fatta di spionaggi, ricatti ed eventi  politicamente gravissimi che lasciarono il mondo, più volte, con il fiato sospeso per l’implicita minaccia di una nuova e più devastante guerra che contenevano. Basti ricordare nel 1956 e nel 1968, l’occupazione da parte sovietica, rispettivamente della Cecoslovacchia e dell’Ungheria e la “crisi cubana” del 1962. L’equilibrio del terrore- così venne definito – iniziò a scricchiolare con la venuta di Gorbaciov, alla guida dell’Unione sovietica. Il movimento di Solidarnosk in Polonia e il successivo abbattimento del muro di Berlino nel 1989, ne sancirono il crollo “definitivo” (che, bene intesi, non ha  significato fine di soprusi, ruberie, ingiustizie…).

    Ecco, questo nelle linee estremamente generali, sia chiaro,  è lo scenario storico di riferimento, almeno  per l’occidente. Bene. E noi? Bèh, noi giovani, nati dopo la fine della guerra  nel “mondo libero” (il sottoscritto è del 1952), siamo cresciuti secondo il modello “libero” americano, espressione dell’ “American way of  life” e del concetto di “nuova frontiera”, introdotto da J.F. Kennedy  (che fu presidente degli USA dal 1960) in un celebre discorso. Gli americani, infatti, intervennero corposamente, finanziando con diversi milioni di dollari, attraverso il “piano Marshall”, la ricostruzione del nostro paese. Non si trattava di un aiuto disinteressato, tutt’altro. Il problema, per gli americani, era quello di evitare che l’Italia – segmento di terra proteso nel mar mediterraneo, verso l’Africa, e quindi d’importanza strategica –  entrasse nell’area di influenza sovietica (non dimentichiamo che l’Italia già confinava con quella che allora era la Jugoslavia, paese satellite della Russia). Dunque, gli aiuti del “piano Marshall”, assicuravano che l’Italia entrasse a far parte, attraverso la Nato e il Patto Atlantico, dell’area di influenza americana.

    Con la ricostruzione, arriverà il consumismo (il mito dell’automobile, gli elettrodomestici ecc…) reso “piacevole” dalla pubblicità e contrappuntato dai film americani, dalla “musica giovane” – di cui il 45 giri fu l’emblema – e sostenuto in maniera sempre più melliflua e invasiva da lei… si…: la televisione!

    Ed è innegabile che noi giovani occidentali avessimo maggiore libertà rispetto ai nostri coetanei russi, cinesi o cubani. Tuttavia, questo mondo fatto di consumo, dove il “valore” (ipotetico) di una persona veniva misurato dalla somma degli oggetti che possedeva (e più erano di lusso più uno era ritenuto importante, ossia V.I.P. – very important person), cominciò ben presto a non convincere molti giovani, intellettuali, persone sensibili.

    Si iniziò a sospettare di questo “futuro libero”, bello, pronto e impacchettato, a disposizione di tutti (…coloro che potevano comprarselo…!!). E piano piano, il fascino del neon delle insegne delle metropoli, la forma slanciata della statua della libertà, lo sfavillio delle luci dei teatri di Broadway, il sorriso a denti bianchi dei finali dei film e telefilm americani, non riuscì più a coprire le ipocrisie di sempre, gli omicidi politici (i fratelli Kennedy, M. L. King, Malcom X), la segregazione razziale, la rovina dell’ambiente con un inquinamento crescente, la distruzione dell’economia e delle tradizioni contadine in nome del “progresso industriale” (nel film “Il laureato”, c’è una battuta che dice: “…ricorda ragazzo, il futuro è nella plastica…”), l’incubo nucleare e prima di tutto la guerra in Vietnam, una guerra – oltretutto – nemmeno mai dichiarata. In realtà già dalla seconda metà degli anni ’50, diversi giovani artisti e intellettuali iniziarono a non riconoscersi più in questa “libertà” che ritenevano, appunto, ipocrita e finta. Il loro disagio prendeva il connotato del “male di vivere”, della crisi esistenziale, consapevole espressione di un rifiuto dei valori dominanti.

    Gianni Martini