Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Rifiuti, solo Iren risponde al Comune. Entro fine anno il matrimonio con Amiu

    Rifiuti, solo Iren risponde al Comune. Entro fine anno il matrimonio con Amiu

    amiuScaduti alle 12 di oggi i termini per aderire alla manifestazione di interesse indetta dal Comune di Genova per trovare un partner industriale privato ad Amiu. Come riporta l’agenzia Dire, negli uffici di Palazzo Tursi è arrivata una sola offerta, firmata Iren. Si concretizza così lo scenario temuto dai fautori di un gara pubblica e detrattori della multinazionale: il Comune non dovrà procedere con un bando di gara pubblico per concludere l’accordo ma potrà affidarsi a una più rapida e semplice trattativa privata.

    E’ in corso di definizione la commissione che dovrà valutare l’ammissibilità dell’interesse di Iren e la corrispondenza della multiutility ai requisiti tecnici chiesti dal Comune. Tra questi: un patrimonio netto non inferiore a 15 milioni di euro, un bilancio annuale non inferiore ai 120 milioni di euro riferito alla media degli ultimi tre anni esclusivamente per attività di igiene urbana e gestione dei rifiuti, la possibilità realizzare l’aumento di capitale di Amiu per almeno il 49% attraverso impianti, aree, attrezzature, mezzi, diritti e altre dotazioni patrimoniali funzionali alla realizzazione del piano industriale e impiantistico di Amiu, anche in province diverse da quella di Genova. Inoltre, è prevista la possibilità di candidarsi in formazione collettiva, a patto che i requisiti di idoneità siano soddisfatti per almeno il 60% dal capofila e per non meno del 20% da ciascuno degli altri membri.

    L’apertura delle buste potrebbe avvenire già la prossima settimana per dare poi il via libera alla trattativa privata e segnare, di fatto, l’ingresso di Iren in Amiu entro l’obiettivo fissato dalla giunta Doria della fine dell’anno. Possibile anche un nuovo passaggio in Consiglio comunale per indicare le linee guida da seguire prima di chiudere formalmente l’accordo.

    Resta da capire come mai altri colossi del settore del calibro di A2A, Hera e Veolia, che si erano detti potenzialmente interessati a partecipare al bando, non abbiano risposto alla manifestazione del Comune.
    Nella fase di trattativa privata, il Comune dovrà poi garantire l’affermazione di Amiu quale veicolo societario esclusivo per l’erogazione del servizio, la tutela dei livelli occupazionali e della territorialità genovese, la configurazione di un modello di governance che garantisca al socio pubblico la partecipazione in maniera qualificata alle decisioni strategiche di carattere straordinario. Nelle prossime settimane, Palazzo Tursi e Amiu dovrebbero tornare a incontrarsi con i sindacati e i lavoratori della partecipata così come sancito dall’accordo firmato quest’estate.

  • Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    fegino.iplom2La raffineria di Busalla a brevissimo rientrerà in funzione: in queste ore, infatti, stanno ricominciando i pompaggi attraverso le tubature che dal Porto Petroli di Multedo portano il greggio ai depositi di Fegino, e da lì poi fino in Valle Scrivia. Dopo il dissequestro, nei giorni scorsi le condotte sono state sottoposte ai collaudi Mise previsti dalla legge, supervisionati da Guardia Costiera e Vigili del Fuoco: da qui il via libera per il riavvio degli impianti; in primo luogo verranno riempiti i depositi di Fegino, e solo successivamente il petrolio sarà pompato fino alla raffineria Iplom di Busalla, che entro un paio di settimane dovrebbe tornare a pieno regime, secondo quanto dichiarato dall’azienda.

    Una buona notizia per gli operai dell’azienda, da mesi in cassa integrazione: da qualche giorno molti sono già stati richiamati per le prime operazioni di riaccensione dell’impianto. Entro poche settimane la situazione dovrebbe tornare alla normalità pre-incidente. Dal canto suo Iplom ha accantonato 3 milioni di euro per le manutenzioni dei prossimi anni, che per ogni condotta dovranno avere luogo con ciclo triennale.

    I tempi lunghi della bonifica

    Tempi lunghi, invece, per la bonifica definitiva, come spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Italo Porcile: «La legge prescrive dei tempi tecnici che non possiamo scavalcare – spiega – la cui ragione sta nel fatto che certe operazioni devono essere approfondite. Comunque ogni sforzo è teso per fare tutto con rapidità ed efficacia». Il Piano di Caratterizzazione (il documento che riporta lo stato dell’arte del sito, una sorta di diagnosi, ndr) proposto da Iplom nei giorni scorsi, infatti, secondo Arpal deve essere approfondito in alcune sue parti (soprattutto quelle riguardanti l’alveo del Polcevera) ed è lo stesso Porcile a spronare Iplom per: «completare il documento secondo le richieste fatte entro pochi giorni, per poter così partire con i lavori di bonifica».

    Di pari passo procederanno le operazioni di messa in sicurezza idraulica del rio Fegino, che presenta diverse criticità. Su questo, però, non c’è ancora l’accordo tra Comune e azienda: secondo l’assessore Crivello, infatti, la sistemazione del bacino idrico del torrente dovrà seguire la bonifica, mentre per Iplom, le operazioni di pulizia del suolo potranno essere svolte compiutamente solo dopo i lavori di messa in sicurezza. Un nodo che dovrà essere sciolto nei prossimi giorni, per evitare ulteriori lungaggini.

    La Prefettura al lavoro

    Durante le ore che seguirono l’incidente, Era Superba aveva denunciato la mancanza di Piani di Emergenza Esterni aggiornati. Nel frattempo gli uffici della Prefettura di Genova hanno incominciato a lavorate sulla stesura dei nuovi piani: on-line si possono trovare oggi le relazioni preliminari di alcuni siti, e fino al 3 di ottobre potranno essere presentate osservazioni, richieste e chiarimenti. Al momento sono sei i PEE in fase di lavorazione: la speranza è che l’iter si concluda al più presto per tutti i siti a rischio di incidente rilevante, per evitare ulteriori rischi alle persone che abitano, lavorano o transitano nelle vicinanze di questi impianti.

    Se negli oleodotti il petrolio è tornato a scorrere, l’emergenza ambientale non è finita: i danni provocati dalla fuoriuscita di circa 700 mila litri di greggio non sono ancora stati quantificati con certezza, e i territori colpiti sono ancora in attesa di risposte certe riguardo la bonifica. Per centinaia di persone, il ritorno ad una normalità vivibile è ancora un miraggio.

    Nicola Giordanella

     

     

  • Movida, parte l’osservatorio per valutare gli effetti dell’ordinanza. Un passo indietro è possibile

    Movida, parte l’osservatorio per valutare gli effetti dell’ordinanza. Un passo indietro è possibile

    Vicoli, Centro Storico di GenovaNonostante il respingimento da parte del Tar della Liguria della sospensiva contenuta nel ricorso contro l’ordinanza anti movida, presentato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti, qualcosa sembra muoversi e la direzione potrebbe essere quella di una parziale revisione dell’ordinanza da parte del Comune di Genova.

    «Nelle prossime ore si riunirà per la prima volta un osservatorio dedicato alla movida, formato da cittadini, esercenti, circoli, e associazioni di categoria, per fare il punto sull’ordinanza dopo quattro mesi dalla sua entrata in vigore», ha dichiarato l’assessore comunale allo Sviluppo Economico, Emanuele Piazza. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio tra le esigenze della cittadinanza e quella dei titolari dei locali notturni, che dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza hanno registrato diverse sofferenze a causa delle chiusure anticipate: all’una di notte nei giorni feriali e alle 2 nel weekend. «Nessuno vuole ammazzare il centro storico, ne impedirne il godimento notturno da parte della popolazione – continua Piazza – per questo cercheremo di trovare un equilibrio capace di mettere d’accordo cittadini ed esercenti, dopo aver analizzato i pro e i contro dell’ordinanza oggi in vigore. Sicuramente cercheremo di premiare i locali che operano nel rispetto delle regole».

    Queste parole ancora una volta sottolineano il fatto che questo provvedimento sulla movida fu pensato anche per contenere il dilagante fenomeno dei minimarket, spuntati come funghi nel cuore del centro storico genovese nel corso degli ultimi anni. Il ricorso presentato al Tar da parte delle Associazioni di categoria escludeva, infatti, questi esercizi commerciali, che spesso vivono in quella sottile zona d’ombra che separa la legalità dall’illegalità, complice una legislazione impreparata al fenomeno (diffusissimo in molte città europee) e la crisi economica che ha fortemente minato gli esercizi commerciali tradizionali, esponendoli ad una concorrenza inedita.

    Come si apre un minimarket? 

    Sono proprio le procedure, maggiormente liberalizzate negli ultimi anni, ad aver creato questo contesto così esplosivo: se nel quadro economico odierno aprire e mantenere un’attività commerciale rappresenta un’impresa non priva di costi e di rischi, per gestire un esercizio di vicinato (così come sono catalogati iminimarket) la questione è un po’ diversa in quanto non sono necessarie particolari qualifiche o permessi per poterne avviare uno. Per una superficie sotto i 250 metri quadrati, infatti, è sufficiente comunicare al comune l’inizio dell’attività e renderla operativa entro i 30 giorni dalla consegna della comunicazione scritta. Il titolare dell’attività è tenuto ad essere in possesso di una Licenza per alimenti che viene rilasciata dall’ufficio Igiene del Comune dopo l’ispezione e il parere dell’Asl che verifica che siano state rispettate le norme vigenti. Il titolare del minimarket deve avere lavorato per due anni (negli ultimi cinque) nel settore alimentare, come dipendente o coadiutore, oppure deve seguire un corso specifico presso la Camera di Commercio o un ente di formazione abilitato. Nei fatti è evidente come l’apertura di un esercizio di vicinato non richieda particolari esborsi economici, ne particolari abilitazioni a differenza di altre tipologie di locali notturni; basta pensare che per acquistare una licenza di un bar sono necessari circa 70 mila euro, con tutte le certificazioni del caso relative alla preparazione e alla somministrazione di cibo e bevande, che permettono i “coperti”, di avere un vano adibito a cucina e tutto quello che un semplice minimarket non ha.

    Mal di pancia

    Nel frattempo, però, i nuovi orari di chiusura imposti dal Comune stanno creando non pochi mal di pancia agli esercenti del centro storico genovese: «La chiusura anticipata imposta da questa ordinanza influisce negativamente sui nostri incassi – racconta il titolare di uno storico locale delle Vigne – se il Comune intende mantenere questa rotta dovrebbe estendere questo regolamento anche fuori dal centro storico, perché facendo così non fa altro che spostare il lavoro in altre aree della città e non mi sembra corretto». La discussa ordinanza è nata dalla lettura emotiva di un contesto complicato: da un lato quello che per alcuni rappresenta il degrado (consumo di alcool, gente in strada fino a tardi, sporcizia), e dall’altro il voler vedere il centro storico ordinato, lucido e perfetto. La soluzione è stata una legge rigida, che ha provato a regolare la fluidità dell’economia della “Città Vecchia”: il risultato è una cura peggiore del male, che rischia di mettere in ginocchio chi ci lavora, svuotando i vicoli della loro anima commerciale.

    Andrea Carozzi

  • Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    fegino.iplom3L’oleodotto Iplom, la cui rottura il 17 aprile scorso aveva portato a un ingente sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti a Genova, può riprendere a funzionare dopo 5 mesi di fermo. Lo riporta l’agenzia Dire informando che l’azienda ha ricevuto il via libera dalla magistratura e la rimessa in esercizio avverrà entro la fine di settembre. Di conseguenza, anche la cassa integrazione che riguardava 240 lavoratori verrà interrotta a breve per riportare l’azienda al regime produttivo.

    “Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.

    In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.

    Una buona notizia per i lavoratori e, speriamo, anche per il territorio se i lavori di miglioramento dell’oleodotto daranno i frutti sperati.

  • Ordinanza Movida, vince il Comune. Il Tar respinge la richiesta di sospensiva: invariati gli orari per gli alcolici

    Ordinanza Movida, vince il Comune. Il Tar respinge la richiesta di sospensiva: invariati gli orari per gli alcolici

    movidaIl Tar della Liguria ha respinto la richiesta di sospensiva contenuta nel ricorso avanzato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti contro l’ordinanza “anti-movida” del Comune di Genova. In attesa che il Tribunale si pronunci nel merito, dunque, restano in vigore le restrizioni agli orari di apertura dei pubblici esercizi del centro storico e di Sampierdarena, costretti ad abbassare le saracinesche all’una di notte nei giorni infrasettiminali e alle due il venerdì e sabato e nei prefestivi.

    Le associazioni di categoria, autrici anche di un esposto all’Antitrust, contestano un provvedimento a loro giudizio lesivo della libera concorrenza perché vincolante per tutte le attività economiche indipendentemente dal fatto che queste rispettino o meno le normative in materia di somministrazione delle bevande alcoliche.

    Diverso il parere del Tribunale amministrativo, secondo il quale “il provvedimento del Comune di Genova è stato fatto precedere da un’accurata istruttoria e realizza un equo contemperamento degli interessi in conflitto. Nel bilanciamento degli interessi proprio della fase cautelare, risulta sicuramente prevalente quello della tutela della quiete pubblica e del decoro urbano”.

    «Abbiamo vissuto come una sconfitta per la città il fatto che non si sia trovata una mediazione ragionevole con l’amministrazione, quando bastava un’ora in più di apertura per non penalizzare gravemente le attività regolari» replica Andrea Dameri, direttore di Confesercenti Genova. «La bocciatura della richiesta di sospensiva, che non abbiamo ancora potuto leggere, va analizzata e non significa il rigetto del ricorso, rimanendo comunque sul tavolo la penalizzazione delle attività regolari e l’insufficiente incidenza su chi viola sistematicamente le regole. Questo è un problema della città e che, come tale, spetta al Comune risolvere, non al Tar».

    «Devo ancora leggere nel dettaglio il provvedimento del Tar ma è la conferma che il Comune di Genova ha fatto un lavoro serio e approfondito per contemperare i bisogni dei cittadini con quelli dei locali notturni» è il commento, a caldo, dell’assessore alla Legalità, Elena Fiorini. «Le motivazioni del ricorso si sono dimostrate poco consistenti e pretestuose, ora si tratta di andare avanti con un dialogo con le associazioni di categoria che come amministrazione confermiamo, così come con i cittadini e con i giovani e tutti coloro che amano la nostra città e la vogliono vivere divertendosi nel rispetto delle regole».

    Per l’assessore Fiorini (e per il sindaco Marco Doria) la sentenza del Tar rappresenta una vera e propria vittoria anche all’interno della giunta. E’ noto, infatti, che l’attuale ordinanza sia molto più sostenuta dalla parte “arancione” dell’amministrazione genovese piuttosto che da altri esponenti come l’assessore allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, che aveva più volte annunciato la propria volontà di rivedere il documento andando incontro alle richieste degli esercenti. Difficile ora che l’assessore filo-renziano possa avere la meglio.

    E a vedere di buon occhio l’espressione del Tar sono anche gli abitanti del centro storico che fanno parte dell’associazione Asset. «Il Tar ha effettuato un giusto bilanciamento degli interessi tenuto conto che l’ordinanza comunale si limita a ridurre di un’ora soltanto l’orario di somministrazione di alcolici nelle giornate prefestive (alle 2, anziché alle 3 di notte). I pubblici esercenti potranno dunque rimodulare l’orario, effettuando un orario maggiormente prolungato durante il giorno (infatti, attualmente, molti pubblici esercizi sono chiusi durante il giorno ed aprono la sera) e, se vogliono contribuire allo sviluppo turistico, dovranno offrire servizi più qualificati, rispetto alla semplice mescita notturna di prodotti alcolici». A dirlo è l’avvocato Andrea Pinto, portavoce di Asset. L’associazione si era già spesa in passato a sostegno del provvedimento, sottolineando come mirasse a tutelare la quiete pubblica e il decoro urbano, «valori prevalenti rispetto all’esercizio incondizionato dell’attività di impresa». L’associazione evidenzia inoltre che «la limitazione di orario e l’aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine hanno dato un segnale forte di sostegno agli abitanti e di fermezza nei confronti di chi vìola le norme di convivenza incivile». Per i cittadini del centro storico, inoltre, «la chiusura dei minimarket alle 21 ha arginato, almeno in parte, il fenomeno della diffusione di alcol (di pessima qualità) a basso prezzo e pone un argine al facile alcolismo tra i giovani. Per converso, la riduzione di orario non è tale da ostacolare lo svolgimento dell’attività di impresa».

  • Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    ConcertoDall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).

    Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.

    «Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.

    «Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggono sempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».

    moretti-movida-centro-storico-DIIl principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.

    L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».

    A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».

    Andrea Carozzi

  • Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Hb birraAncora un’edizione extralarge dell’Oktoberfest, ancora una levata di scudi delle associazioni dei commercianti che lamentano l’eccessiva lunghezza della festa della birra bavarese in programma in piazza della Vittoria dall’8 al 25 settembre prossimi. A sollevare il problema è il presidente di Fiepet Confesercenti Genova, Antonio Fasone, che punta il dito anche contro la consueta Festa dell’Unità, in piazza Caricamento dal 25 agosto al 10 settembre. «Si tratta, in entrambi i casi, di manifestazioni che, in virtù della loro lunga durata, hanno un impatto pesante sui pubblici esercizi in sede fissa e per questo motivo dovrebbero essere regolamentate. Per quanto riguarda l’Oktoberfest, fra l’altro, fino al 2014 avevamo concordato con il Comune una durata massima di nove giorni. Ma già l’anno scorso l’amministrazione non ha tenuto conto in alcun modo di tale intesa e, senza nemmeno consultarci, ha autorizzato gli organizzatori a raddoppiare i giorni, da nove a diciotto».

    Dodici mesi dopo, il problema si è riproposto, identico. «Ancora una volta l’Oktoberfest durerà due settimane abbondanti e, nel frattempo, anche la Festa dell’Unità continua a snodarsi su tre settimane senza limitazioni sull’orario di somministrazione degli stand, che da anni chiediamo possa essere limitato alla sera», aggiunge Fasone. Per la verità, a fronte della nuova sollecitazione di Confesercenti, l’assessore allo sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, ha aperto la porta a un confronto per le manifestazioni a venire, dicendosi pronto a incontrare le associazioni a settembre «nell’obiettivo di avviare un percorso di analisi della situazione esistente su tale tipologia di manifestazioni e stabilire, quindi, idonee regole condivise e trasparenti». Ma le date di Oktoberfest e Festa dell’Unità 2016, ormai, non si possono più toccare.

    «Anche noi – spiega Alessandro Cavo, Ascom-Confcommercio – abbiamo chiesto alla Regione, da mesi, di adottare un regolamento sulle sagre sulla falsariga di quello in vigore in Lombardia, perché tali manifestazioni vanno normate in maniera da portare valore aggiunto al territorio mentre oggi, spesso, si limitano a fare razzia nei confronti di chi fa ristorazione in maniera professionale e deve già sottostare a tutta una serie di controlli ulteriori. Per fare un esempio, una sagra dell’asado a Genova o nell’entroterra non ha nessun senso; ben vengano, invece, iniziative capaci di generare indotto come Slow Fish, a cui infatti partecipano anche i ristoratori genovesi tramite lo stand di Genova Gourmet».

    Il distinguo tra Ascom e Confesercenti sorge, invece, proprio quando si parla di Oktoberfest. Contrarissimi i secondi, decisamente più concilianti i primi. «Nel momento in cui non arreca danni economici alle attività della zona, non abbiamo nulla in contrario alla sua organizzazione. Fra l’altro, nel corso degli anni l’Oktoberfest ha fatto anche dei passi avanti dal punto di vista della comunicazione con il territorio» spiega Cavo, che non ravvisa neppure contraddizioni nella scelta del Civ di Piazza della Vittoria di partecipare all’organizzazione: «È una scelta che il consorzio ha fatto in maniera assolutamente autonoma e indipendente».

    Confesercenti, invece, non ci sta. «L’apertura del Comune è sicuramente positiva, ma arriva comunque troppo tardi e non capiamo perché si sia lasciato passare un intero anno senza prendere provvedimenti, dato che avevamo sottoposto il problema fin dall’anno scorso e che, quindi, la questione era ben nota» riflette il direttore provinciale, Andrea Dameri. «Non capiamo, poi, come l’amministrazione autorizzi e addirittura incentivi manifestazioni temporanee che prevedono la somministrazione di bevande alcoliche, ma allo stesso tempo pregiudichi il lavoro di migliaia di esercenti in sede fissa costretti ad anticipare l’orario di chisura delle proprie attività, pur avendo sempre agito nel rispetto delle regole».

    Il riferimento, naturalmente, è alla contestatissima ordinanza anti-movida con la quale, nei mesi scorsi, il Comune di Genova ha imposto la chiusura anticipata all’una di notte, con proroga alle due il venerdì, sabato e nei prefestivi, a tutti i bar del centro storico e di Sampierdarena, indipendentemente dal fatto che questi abbiano violato o meno le norme in materia di somministrazione di alcolici a minori o in contenitori di vetro oltre l’orario consentito. Un provvedimento che la stessa Confesercenti, insieme ad Ascom, ha impugnato di fronte al Tar e che quindi, nei prossimi mesi, potrebbe anche essere clamorosamente sconfessato dal tribunale amministrativo.

    moretti-movida-centro-storico-DIIntanto, però, quell’ordinanza è in vigore e se, da un lato, aiuta i residenti a dormire sonni tranquilli, dall’altro il sonno finisce per toglierlo agli esercenti. «Mentre noi del centro storico dobbiamo chiudere all’una, i bar del Porto Antico possono andare avanti fino alle tre, e questa è una situazione di evidente disparità: anche perché se la ragione è la tutela della quiete pubblica, come mai non si pensa pure agli abitanti di via del Molo?» si domanda Giancarlo Sgrazzuti, gestore dello storico Bar Moretti di via San Bernardo. «Davvero, non capisco quale sia il senso di certe decisioni, se non la volontà di incanalare la movida in certe zone della città e non in altre. Poi, mi tocca pure vedere lo stemma del Comune sugli striscioni dell’Oktoberfest, una manifestazione che sostanzialmente consiste nel bere birra a fiumi, e allora penso che davvero esistano delle situazioni assurde. È chiaro che durante la festa della birra tutti noi lavoriamo molto meno, ma il punto non è nemmeno questo. Il punto – attacca Sgrazzuti – è capire se il Comune intenda davvero contrastare l’abuso di alcol, o se invece non faccia semplicemente figli e figliastri, favorendo sempre gli stessi. Ad esempio, pensate solo a chi ha potuto allestire un maxitendone in piazza Piccapietra per tutto il mese degli Europei: gli stessi che oggi organizzano l’Oktoberfest».

    D’altra parte, aggiunge “mister Moretti” «fare abbassare a tutti le saracinesche una o due ore prima la sera, non serve nemmeno a contenere il consumo di alcol fra i giovanissimi: i ragazzini di 14-15 anni sono i primi a uscire la sera, ben prima di mezzanotte, per cui è ovvio che anticipare la chiusura dei locali non serve a nulla e le chupiterie della zona di San Donato continuano a lavorare a pieno regime, con i loro colpi a 1 euro o poco più. Meglio sarebbe controllare gli abusivi e punire solo quelli. Senza contare che attività come la nostra forniscono anche un servizio ai cittadini: banalmente penso ai bagni che il Moretti ha sempre messo a disposizione di tutti, clienti e non. Insomma, chiudendo i bar viene meno un presidio ma non si risolve assolutamente il problema dell’alcol, anzi, forse lo si aggrava pure, perché chi vuole continua a bere per strada, senza alcun controllo. E ditemi voi cosa è peggio».

  • Amiu, via al bando per i privati. Iren potrebbe arrivare già entro fine settembre

    Amiu, via al bando per i privati. Iren potrebbe arrivare già entro fine settembre

    RifiutiSe fosse solo Iren a manifestare il proprio interesse per l’ingresso come partner privato in Amiu, la partita potrebbe chiudersi già entro fine settembre. E’ stata, infatti, approvata ieri dalla giunta del Comune di Genova la delibera che fornisce le linee guida per il bando che dovrebbe essere pubblicato ufficialmente nei prossimi giorni e concludersi, appunto, entro la fine di settembre. Tecnicamente, si tratta di un’indagine di mercato al termine della quale verrà attivato un confronto tra gli interessati ritenuti idonei, a meno che la domanda esplorativa non sia pervenuta da un solo soggetto, nel qual caso si passerebbe a trattativa diretta.

    «Si è avviato un percorso decisivo per la ricerca di un partner industriale per Amiu – commenta il sindaco Marco Doria – l’obiettivo è rendere l’azienda più forte e dotata degli impianti necessari, in un quadro di garanzie per i lavoratori dell’azienda. Viene così rispettato un altro degli importanti impegni che la giunta si era assunta».

    I contenuti della delibera

    La delibera approvata dalla giunta elenca i requisiti richiesti ai soggetti industriali che aderiranno alla manifestazione d’interesse e le caratteristiche qualificanti cui dovranno attenersi nella loro proposta. Come ampiamente anticipato, sono previsti parametri di idoneità patrimoniale (almeno 15 milioni di euro netti), di idoneità economica (una media di almeno 120 milioni di euro negli ultimi tre anni per attività riferite all’igiene urbana e alla produzione di rifiuti) e di idoneità tecnica, tra cui la dotazione di impianti, aree, attrezzature, mezzi, diritti idonei alla copertura dell’intera filiera del ciclo integrato dei rifiuti. E’ prevista anche la partecipazione in forme collettive tra più soggetti: in questo caso, i requisiti di idoneità patrimoniale ed economica devono essere soddisfatti per almeno il 60% dall’operatore capofila e per almeno il 20% da ciascuno degli altri operatori.

    Come ampiamente anticipato, viene anche esplicitata la strada per garantire ad Amiu la prosecuzione del contratto del servizio oltre la naturale scadenza del 2020, derogando almeno fino al 2030 quanto previsto dalla legge regionale e nazionale che imporrebbe una gara pubblica per la gestione della raccolta dei rifiuti.

    L’aumento di capitale di Amiu da parte del soggetto privato potrà essere realizzato attraverso dotazioni patrimoniali-impiantistiche (impianti, aree, attrezzature, mezzi, diritti ed altre dotazioni patrimoniali) utili alla chiusura del ciclo rifiuti e coerenti con la realizzazione del piano industriale di Amiu, L’azienda attualmente in house al Comune di Genova dovrà essere il veicolo societario esclusivo per l’erogazione del servizio di gestione integrata dei rifiuti del Comune di Genova e, in prospettiva, dell’intera Città metropolitana.

    La governance della nuova società mista pubblica-privata (nella delibera non sono esplicitate percentuali massime o minime per l’ingresso dei nuovi capitali) dovrà garantire al Comune di Genova la partecipazione in maniera qualificata alle decisioni strategiche di carattere straordinario. In particolare, Palazzo Tursi manterrà potere di veto su: autorizzazione al Consiglio di amministrazione alla modifica del piano industriale ed impiantistico, autorizzazione al compimento di operazioni non comprese nel piano industriale eccedenti un determinato importo o di particolare importanza al momento non meglio precisato, autorizzazione al compimento di operazioni di carattere puramente finanziario, con parti correlate, e operazioni straordinarie sul capitale. Inoltre, nel contratto saranno poi previste clausole a garanzia dell’ l’intrasferibilità della partecipazione acquisita dall’operatore socio per “un congruo periodo di tempo”, il riconoscimento del “diritto di gradimento, non mero, del Comune nei confronti di terzi trasferitari, a qualunque titolo, di tutta o parte la partecipazione societaria” e il “riconoscimento al Comune del diritto di prelazione con facoltà di determinazione in contraddittorio del valore delle partecipazioni oggetto di trasferimento”.

    Il nuovo assetto aziendale dovrà prevedere il mantenimento nel capoluogo ligure della sede legale, amministrativa e della parte più rilevante della struttura operativa di Amiu.

    Viene, infine, messa nero su bianco la tutela dei livelli occupazionali.

    L’accordo tra Comune di Genova e sindacati

    consiglio-comunale-protesta-amiuSempre ieri, prima dell’approvazione del provvedimento da parte del sindaco Marco Doria e degli assessori, era arrivata finalmente la fumata bianca nella complessa trattativa tra l’amministrazione, Amiu e i sindacati. Benché con diversi gradi di soddisfazione, tutte le sigle hanno sottoscritto l’accordo che prevede, tra l’altro, il mantenimento dei livelli occupazionali e degli impegni relativi alle assunzioni future, il mantenimento dei livelli salariali e normativi compresi gli accordi di secondo livello, la rinuncia all’applicazione del jobs act per tutti i lavoratori per la durata del contratto di servizi. Dal punto di vista industriale, nell’accordo viene anche esplicitato il mantenimento dell’unitarietà del ciclo integrale dei rifiuti e di Amiu come unico operatore di Genova e in prospettiva della Città metropolitana, il prolungamento del contratto di servizio almeno sino al 2030, l’impegno a realizzare gli impianti previsti dal piano industriale di Amiu sul territorio genovese o metropolitano (realizzazione della discarica di servizio di Scarpino 3 entro gennaio 2017; Fabbrica della materia a Scarpino 3 con impianto di selezione e biostabilizzazione del rifiuto indifferenziato residuo entro gennaio 2018 e impianto di trattamento del residuo secco entro gennaio 2019; biodigestore per il trattamento dell’organico da raccolta differenziata in area Cerjac, esterna a Scarpino 3 entro gennaio 2022), l’effettivo controllo del Comune di Genova su tutti gli atti riguardanti gli assetti societari. Inoltre, le parti si sono impegnate a rivedersi entro i 15 giorni successivi alla conclusione della manifestazione di interesse.

  • Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    AGGIORNAMENTO – 9 agosto 2016 – In risposta alla nostra inchiesta, in data 3 agosto 2016 riceviamo dagli uffici della Prefettura la seguente comunicazione: “In merito a quanto richiesto, si comunica che dal 2 maggio scorso è stato costituito presso questa Prefettura un gruppo tecnico di lavoro incaricato di procedere, ai sensi del d. lgs. 105/2015, alla revisione dei piani di emergenza esterna delle industrie a rischio presenti sul territorio provinciale. Il sito della Prefettura, pertanto, verrà aggiornato all’esito della revisione”. 

    La redazione di Era Superba ringrazia per la collaborazione e la comunicazione. Lasciamo ai lettori il giudizio sulla vicenda, rimanendo in attesa della pubblicazione dei nuovi PEE.


    iplom-petrolio-inquinamentoA cento giorni dal disastro, nulla sembra essere cambiato. Ad aprile, su queste pagine, avevamo denunciato come i Piani di Emergenza Esterna per gli impianti a rischio rilevante della provincia di Genova fossero scaduti, e quindi fuori norma; oggi nessuno di questi documenti risulta essere stato aggiornato. Come se nulla fosse successo.

    I PEE sono tutti irregolari, quando ci sono

    Come avevamo visto, sul territorio provinciale genovese sono collocati dieci impianti industriali, che, in base alla normativa vigente, sono considerati a “rischio rilevante”; secondo la legge, per ogni impianto del genere deve essere redatto e reso pubblico il cosiddetto Piano di Emergenza Esterno (PEE): un documento di evidenza pubblica dove sono affrontati tutti gli scenari di eventuali incidenti, e le probabili ripercussioni sul territorio limitrofo all’impianto. Un documento che secondo le normative comunitarie, assorbite dal nostro ordinamento, deve essere aggiornato ogni qualvolta siano introdotti fattori di novità sostanziale (nuove attrezzature, nuova impiantistica, nuovi depositi ma anche cambiamenti urbanistici e viari correlati di rilievo), o comunque al massimo ogni tre anni.

    Dieci impianti a cui corrispondono dieci PEE; solo in teoria però: nella pratica, infatti, sul sito web della Prefettura di Genova, responsabile della stesura di questi documenti, sono consultabili solo cinque di questi, e tutti sono scaduti, quindi non a norma. Cento giorni fa, quando per la prima volta ci imbattemmo in questa irregolarità, solo uno risultava ancora valido, quello relativo all’impianto di A-Esse s.p.a. di Cravasco: nel frattempo però è “scaduto” pure quello, esattamente il 7 luglio scorso.

    Degli altri cinque PEE non si sa nulla; sappiamo solamente che quello relativo all’impianto Iplom di Busalla risale al 2006 (quindi scaduto dal 2009) ed è in fase di aggiornamento, secondo quanto riferitoci dalla Prefettura, dalla quale siamo in attesa di risposte in merito.

    Il disastro continua

    Nel frattempo a Fegino procede la bonifica, non senza disagi per la popolazione della zona, che continua a documentare affioramenti di liquami contaminati e miasmi insopportabili, accentuati dal caldo estivo. A questa situazione si aggiunge la notizia della proroga per altri tre mesi della cassa integrazione per gli operai degli impianti Iplom, che continuano ad essere fermi: un altro “disatro” che coinvolge 240 lavoratori e le loro famiglie. Poche settimane fa è stato depositato in Procura un esposto, a nome del Comitato Spontaneo di Fegino, per indagare sul disastro; tra le potenziali anomalie sotto accusa anche gli interventi eseguiti subito dopo l’incidente. In questo caso, è lecito pensare che anche l’irregolarità del PEE possa avere un peso.

    Un disastro, quello di aprile, che continua quindi ad essere tale anche oggi, a distanza di oltre tre mesi. Molte cose sono state fatte, ma non tutte; rimaniamo in attesa di capire il perché di certi ritardi, e di vedere regolarizzate certe disposizioni, nella speranza che queste mancanze non debbano ricadere sulla pelle di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Amiu, delibera per l’ingresso di Iren pubblicata entro i primi di agosto. Si và verso la proroga del servizio

    Amiu, delibera per l’ingresso di Iren pubblicata entro i primi di agosto. Si và verso la proroga del servizio

    Arriverà tra giovedì e venerdì in giunta comunale il provvedimento che dà il via libera alla tanto attesa manifestazione di interesse per la ricerca di un partner privato per Amiu. I contenuti saranno discussi nel dettaglio nel corso di una riunione di maggioranza, convocata per questa sera. L’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, ha incontrato questa mattina i sindacati per presentare i capisaldi della delibera incassando, a suo dire, una sostanziale approvazione dal punto di vista contenutistico ma forti critiche sullo scarso percorso di condivisione degli ultimi mesi.

    Confermata l’indiscrezione raccolta dalla “Dire” la scorsa settimana e riportata su “Era Superba” per cui all’interno della delibera, nelle condizioni di ingresso del partner privato all’interno del capitale delle società in house del Comune di Genova, sarà fatto esplicito richiamo all’impegno di Palazzo Tursi per allungare la concessione del contratto di servizio della raccolta dei rifiuti, attualmente in scadenza 2020. Strada che, secondo l’avvocatura di Palazzo Tursi, sarebbe prevista nelle pieghe del decreto di stabilità del 2015, essendo Amiu società attualmente partecipata al 100% dal Comune di Genova.
    Prosegue anche il percorso condiviso da Comune, Città Metropolitana e Regione Liguria per formalizzare una proposta da inoltrare al ministero per ottenere il via libera alla proroga per il contratto di servizio, in deroga alla normativa nazionale e regionale che obbligherebbe a effettuare una gara a evidenza europea nel 2020. Ma i tempi non saranno certo rapidissimi e il Comune di Genova deve muoversi autonomamente.

    La delibera, in realtà potrebbe arrivare in giunta anche nei primi giorni della prossima settimana, qualora i sindacati chiedessero ancora qualche ora di tempo per siglare con il Comune un accordo preventivo. L’obiettivo dell’amministrazione comunale è, comunque, quello di avere la delibera pubblicata ufficialmente entro i primi giorni di agosto e procedere poi al bando per la manifestazione di interesse. Nel frattempo, lunedì prossimo dovrebbe anche essere approvato il bilancio di Amiu.

    Tutto pronto, dunque, per l’ingresso di Iren anche se il Comune di Genova non può naturalmente fare nome e cognome dell’azienda che verrà scelta dopo la procedura a evidenza pubblica. «Non siamo di fronte a una clamorosa distorsione delle procedure di gara e di trasparenza chiede retoricamente il capogruppo di Federazione della Sinistra in Consiglio comunale, Antonio Bruno. «L’unico modo di evitare il conflitto di interessi – sostiene provocatoriamente – è che Iren non partecipi alla gara».

  • Amiu, il Comune prepara la strada per la proroga del contratto. Richiesta al ministero e delibera “fai-da-te”

    Amiu, il Comune prepara la strada per la proroga del contratto. Richiesta al ministero e delibera “fai-da-te”

    Rifiuti raccolta differenziataSono due i percorsi che il Comune di Genova sta tentando per poter prorogare il contratto di servizio di Amiu, la partecipata che gestisce il ciclo dei rifiuti nel capoluogo ligure, in scadenza nel 2020 e, in questa situazione, non così appetibile agli investimenti dei privati indispensabili per dare attuazione all’ambizioso piano industriale dell’azienda. Secondo quanto raccolto dalla ”Dire”, è questo il frutto di due confronti avvenuti questa mattina: il primo tra Comune di Genova, Città metropolitana, Regione Liguria e rappresentanti sindacali dell’azienda; il secondo solamente tra Comune di Genova e sindacati. Dall’incontro a cui hanno partecipato gli esponenti di tutte le istituzioni locali, è emersa la volontà di avviare un tavolo tecnico che porti alla formalizzazione di una proposta da inoltrare al ministero per ottenere il via libera alla proroga per il contratto di servizio, in deroga alla normativa nazionale, in primis, e regionale, in secundis, che obbligherebbe a effettuare una gara a evidenza europea nel 2020. Si tratterebbe, in pratica, dell’avvio di quel percorso che potrebbe portare a una sorta di “decreto salva Genova” che l”assessore regionale all”Ambiente, Giacomo Giampedrone, aveva lontanamente ipotizzato nelle scorse settimane. A tal proposito, le parti torneranno a incontrarsi venerdì 22 luglio.

    Tuttavia, dal momento che i tempi potrebbero non essere rapidissimi e gli esiti non così certi, più interessante è’ il percorso scaturito dall’incontro ristretto tra Comune di Genova e rappresentanti dei lavoratori. L’amministrazione comunale, infatti, sarebbe pronta a inserire una clausola vincolante per il rinnovo del contratto di servizio, probabilmente al 2035, nella delibera di giunta che darebbe il via libera alla tanto attesa manifestazione di interesse per la ricerca di un partner privato per Amiu. Strada che, secondo l’avvocatura di Palazzo Tursi, sarebbe prevista nelle pieghe del decreto di stabilità del 2015, essendo Amiu società in house del Comune di Genova. Non è ancora detto che la delibera passi attraverso il Consiglio comunale, dove comunque non dovrebbe avere particolari problemi ad essere approvata, dal momento nelle scorse riunioni di commissione la richiesta al Comune di “fare da sé’” sulla proroga del contratto di servizio era stata caldeggiata non solo dalle forze di maggioranza. Una prima bozza di questa delibera, che dovrebbe contenere anche tutte le garanzie richieste sul futuro lavorativo e salariale per gli attuali dipendenti di Amiu, sarà presentata dal Comune ai sindacati martedì 19 luglio.

  • Amiu, proroga del contratto di servizio? La Regione frena: “Non è come Spezia”

    Amiu, proroga del contratto di servizio? La Regione frena: “Non è come Spezia”

    rifiuti-amiuPer dare maggior peso alla quota pubblica di Amiu e un potere contrattuale più forte al Comune di Genova nel percorso di ingresso del partner privato (sempre più vicino il matrimonio con Iren), azienda e amministrazioni sono concordi nel sottolineare che sia imprescindibile una proroga del contratto di servizio in scadenza nel 2020. Il direttore generale di Amiu, Franco Giampaoletti, spiega che l’opzione potrebbe essere percorribile «utilizzando una norma della legge finanziaria del 2015, nel momento in cui siano previste operazioni straordinarie come un’aggregazione di aziende». La richiesta dovrebbe essere quella di una proroga fino al 2035 anche e soprattutto per garantire più tempo al nuovo privato per ammortizzare gli investimenti e fare anche un po’ di cassa.

    Il sindaco, Marco Doria, bussa alle porte della Regione: «Il nostro problema – dice il primo cittadino – è verificare la fattibilità e la sostenibilità giuridica di quanto seguito da altre parti. E, in questo, è fondamentale l’apporto della Regione Liguria che deve dimostrare, affrontando la situazione della Città metropolitana di Genova, la stessa premura dedicata alla provincia della Spezia». Esplicito il riferimento alla proroga concessa ad Acam.

    Ma, secondo quanto spiegato all’agenzia Dire dall’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, la situazione spezzina sarebbe molto diversa rispetto a quanto chiede il Comune di Genova. «Il contratto di servizio del Comune di Genova con Amiu per la raccolta dei rifiuti – spiega – non c’entra nulla con la concessione di un’eventuale proroga a garanzia dell’investimento di chi gestirà l’impianto, come ad esempio è stata concessa alla Spezia».

    Se, da un lato, il termine del 2020 è sancito dalla nuova legge regionale sulla gestione dei rifiuti, dall’altro l’assessore spiega che si tratta del recepimento di una norma nazionale che prevede la definizione dei bacini di raccolta e l’affidamento del servizio con gara entro il 2017. «Già l’inserimento del termine del 2020, fortemente voluto dal Cal (Consiglio delle autonomie locali, ndr) – dice Giampedrone – è di per sé una proroga rispetto alla legge nazionale ed è stato frutto di una serrata trattava con il ministero per evitare l’impugnazione della legge regionale da parte del governo».

    Per quanto riguarda la situazione genovese, l’assessore sostiene che «condizionare il piano futuro di gestione dei rifiuti al contratto di servizio Amiu è una cosa che sta poco in piedi ed è piuttosto allineata alla logica del non fare che è stata imperante negli ultimi anni. Capisco che per Genova sia una questione preminente ma non è una scelta che spetta alla Regione. A noi, che siamo ente di programmazione, non interessano gli affidamenti del contratto di servizio per la raccolta: le norme regionali a riguardo altro non sono che il recepimento di quelle nazionali». Per Giampedrone, invece, «le politiche di raccolta differenziata sono indipendenti da chi svolge il servizio di raccolta che non è detto debba essere lo stesso soggetto che gestisce gli impianti, su cui la legge, invece, non dà alcun limite».

    La Regione al Comune: “Presentataci un progetto”

    giampedrone-totiIl vero problema di Genova, attacca l’assessore, «è che chiede modifiche di una legge regionale, che sta rivoluzionando il campo della raccolta differenziata, senza avere un progetto in campo». Giampedrone, infatti, sostiene di non aver mai ricevuto ufficialmente il progetto del Conai su cui si basa la riorganizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti, incentrato sul porta a porta, né di aver avuto indicazioni precise sull’impiantistica inserita nel nuovo piano industriale di Amiu, indispensabile per far fare un salto di qualità a Genova.

    Perché Tursi non ha presentato il progetto alla Regione? «Perché – sostiene Giampedrone – non ha il coraggio di dire al proprio elettorato che è indispensabile aprirsi agli investimenti dei privati. E, invece, tutto potrebbe diventare più semplice se la smettessero di fare delle chiacchiere e mettessero in campo un progetto integrato di raccolta differenziata dei rifiuti e di investimenti sull’impiantistica, su cui lanciare un project financing come successo alla Spezia».

    Qualcosa non quadra. Da un lato, Doria sostiene che Amiu non riesca ad attuare con le proprie gambe il piano industriale e sancisce, di fatto, l’ingresso di un capitale privato, probabilmente Iren, con quote di maggioranza. Dall’altro, la Regione denuncia che questo percorso non sia mai stato presentato ufficialmente. E’ solo normale scontro politico tra due amministrazione di colore decisamente diverso o c’è dell’altro?

    Nel corso dell’ultima interlocuzione ufficiale avvenuta marterdì tra Regione, Comune di Genova e Amiu, l’assessore Giampedrone si sarebbe aspettato proprio la presentazione di questo piano e, invece, è arrivata nuovamente la richiesta della deroga. «Basta continuare a discutere la legge regionale senza fare progettualità facendo come Calimero – attacca il membro della giunta Toti – il Comune di Genova è come una squadra che gioca di tacco quando è sotto cinque a zero. La Regione non può certo stare ferma perché se no crea difficoltà a Genova: io devo muovermi perché siamo già ben oltre il tempo massimo e non credo neppure che il Comune di Genova, di cui la legge regionale ha riconosciuto la specificità inserendo obiettivi di raccolta differenzia più bassi rispetto alle altre realtà liguri, riuscirà a rispettare i limiti entro la fine del 2016».

    Nessuna speranza dunque di ottenere una proroga per Amiu? «La gestione della raccolta dei rifiuti di Genova è un problema di Genova – conclude Giampedrone – noi non dobbiamo concedere proprio nulla. Poi, se il Comune dovesse presentare un progetto e il governo – cosa che credo molto difficile – concedesse una proroga nell’ambito di un decreto ‘salva Genova’, io sono pronto a far approvare la richiesta il giorno dopo in Consiglio regionale».

  • Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Rifiuti«Il nostro obiettivo è avere entro la fine di luglio a nostra disposizione un’offerta vincolante» per la definizione del partner industriale di Amiu. Lo ha detto ieri mattina in Commissione comunale il direttore generale dell’azienda interamente partecipata dal Comune di Genova per la gestione del ciclo dei rifiuti, Franco Giampaoletti. Il primo passo di questo percorso sarà la pubblicazione «nel più breve tempo possibile» di un bando per la manifestazione di interesse all’ingresso di un nuovo partner «all’interno di un perimetro pubblico, con la definizione delle condizioni affinché l’offerta possa essere accettabile e con la totale sicurezza del Comune di mantenere la capacità di gestione della società in futuro». Nel caso arrivasse più di una manifestazione di interesse, dovrà iniziare un percorso di valutazione per scegliere il soggetto migliore; se, invece, l’offerta fosse solo una e fosse ritenuta coerente, si passerebbe direttamente alla negoziazione di dettaglio tra le parti per concludere l’accordo.

    Una risposta, certamente e celermente, arriverà da Iren con cui Giampaoletti non nasconde essere già iniziato un percorso di confronto «finalizzato all’analisi di elementi di sinergia nei rispettivi piani industriali». Tanto che il prossimo 4 luglio è previsto un incontro tra azienda e sindacati. Tra un mese, dunque, si dovrebbe finalmente celebrare il tanto chiacchierato matrimonio tra Iren e Amiu. D’altronde, anche l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, qualche settimana fa aveva risposto per iscritto a un’interrogazione di Antonio Bruno, capogruppo di Federazione della Sinistra, confermando che “il Comune di Genova ha dato mandato ad Amiu di avviare un dialogo con Iren su base tecnica finalizzato alla verifica di elementi di potenziale sinergia fra i rispettivi piani industriali. Conseguentemente Amiu ha attivato un tavolo tecnico con Iren nel quale sono tuttora in corso discussioni finalizzate ad un esame dei reciproci programmi di sviluppo”.

    Eppure, il sindaco Marco Doria prova, non senza imbarazzi piuttosto evidenti e con risultati poco convincenti, a smentire che tutto sia, di fatto, già scritto. «Dell’interesse di Iren sappiamo soprattutto dai giornali – sostiene il primo cittadino – ma noi dovremo andare a vedere chi risponderà alla manifestazione di interesse e procedere con una comparazione pubblica e trasparente: non c’è già un soggetto designato». Un percorso che per il sindaco deve essere compiuto rapidamente «per evitare situazioni disastrose per tutti come quella di Livorno in cui un’azienda totalmente comunale è in procedura pre-fallimentare». Doria sottolinea ancora una volta che il Comune «non può avere preferenze che influenzino la procedura in cui siamo chiamati a scegliere un soggetto qualificato, non il primo che capita, perché in questo settore le presenze inquietanti sono numerose». I soggetti interessati «dovranno dare piena attuazione al piano industriale che l’azienda ha elaborato, per dare all’azienda stessa e alla città impianti che oggi Amiu non ha e non è in condizioni di farsi da sola».

    Duro l’attacco proprio di Antonio Bruno che, un tempo, faceva parte di quella maggioranza che aveva portato all’elezione di Doria: «Rimane il forte sospetto di una possibile turbativa d’asta», tuona il capogruppo di Federazione della Sinistra.

    Verso una maggioranza privata

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaIl sindaco fissa poi i paletti di questa aggregazione pubblico-privato, affermando che «l’azienda dovrà continuare a chiamarsi Amiu, dovrà continuare a essere genovese, con il comune azionista e in grado di dire la propria sulle scelte essenziali della vita dell’impresa».

    Già, ma con quale percentuale il Comune di Genova resterà dentro Amiu? Il sindaco non si sbilancia, anche se dalle sue parole risulta ormai evidente che il nuovo socio privato rileverà la maggioranza dell’azienda, con buona pace di chi vorrebbe mantenere il controllo di pubblico di quella che attualmente è un’azienda di proprietà al 100% di Palazzo Tursi.

    Doria sostiene che la percentuale di ingresso di un partner privato in Amiu non possa essere predeterminata a tavolino e la nuova suddivisione delle quote tra pubblico e privato dipenderà dal valore di Amiu, in base all’eventuale prolungamento del contratto di servizio attualmente in scadenza nel 2020 e da quanto il soggetto privato, la cui manifestazione di interesse sarà ritenuta più convincente, sarà disposto a investire economicamente e in nuovi impianti per realizzare il piano industriale dell’azienda. Sarà «la combinazione di questi due fattori – ribadisce il primo cittadino – a dare il valore delle quote di chi entrerà e di quelle che resteranno al Comune. Ma, indipendentemente dalle quote, il Comune azionista dovrà rimanere in grado di dire la propria sulle scelte essenziali e strategiche della vita dell’azienda».
    Anche in questo caso la teoria del sindaco non appare del tutto convincente. Com’è possibile che sia il privato a decidere quanto capitale rilevare della società pubblica in base alle disponibilità di investimento? In base a questo criterio, iperbolicamente, Amiu potrebbe allora teoricamente anche essere venduta al 100%.

    Più sicuro, invece, il sindaco sulla tutela dei lavoratori in questo processo di aggregazione. «Non ci dovranno essere licenziamenti e dovrà essere garantita la piena occupazione» sottolinea Doria. Il tutto sarà suggellato da uno statuto che detterà le regole interne e assicurerà il mantenimento della “genovesità” dell’azienda.

  • Stepchild adoption e unioni civili, a mancare è stata la chiarezza: le adozioni per coppie gay esistono già

    Stepchild adoption e unioni civili, a mancare è stata la chiarezza: le adozioni per coppie gay esistono già

    unioni-civili-gay-prideUnioni civili, stepchild adoption, e ddl Cirinnà sono stati gli argomenti che hanno caratterizzato per mesi l’agenda politica italiana. E hanno rappresentato anche lo spunto da cui siamo partiti per il nostro viaggio alla scoperta di come funziona il sistema di adozioni e affidi, con particolare riferimento alla nostra città e alla nostra Regione. Tra favorevoli e contrari, il dibattito sulle unioni civili è stato un tema caldo, attorno al quale sono state montate campagne mediatiche importanti, non prive di strumentalizzazioni.

    Stepchild adoption: facciamo il punto

    È bene sottolineare che la stepchild adoption (in italiano adozione del figliastro o, più elegantemente, del “configlio”) è già prevista nell’ordinamento legislativo italiano dalla legge 184 del 4 maggio 1983, il cui art 44 “adozione in casi particolari”, riconosce al genitore non biologico il diritto di adottare il figlio, naturale o adottivo, del coniuge dopo tre anni di matrimonio. Nel 2007 questo diritto è stato esteso anche alle coppie eterosessuali non sposate, in grado di dimostrare di aver vissuto more uxorio (“secondo il costume matrimoniale”, ossia convivendo) per almeno tre anni. Nonostante questo, le coppie etero in questione, al momento della richiesta, devono risultare sposate.

    Con lo stralcio dell’articolo 5 del ddl Cirinnà si è sostanzialmente impedito che questo diritto fosse esteso anche alle coppie composte da due individui dello stesso sesso e non la possibilità che queste ultime potessero adottare un minore esterno alla coppia. L’adozione in casi particolari non è stata esclusa del tutto da quello che è stato definito il Cirinnà bis (approvato in Senato), ovvero l’ultima frase dell’art. 20 del maxi emendamento. Con il testo “resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti” si mira di fatto alla conservazione della giurisprudenza in materia, che in alcuni casi ha riconosciuto la stepchild adoption a membri di coppie omosessuali.

    Il commento di Arcigay Liguria

    Illustrazione di Nicoletta MIgnone
    Illustrazione di Nicoletta MIgnone

    «La stepchild adoption esisteva prima del disegno di legge Cirinnà e continuerà ad esistere anche dopo – sottolinea Damiano Fiorato, Dirigente Nazionale e responsabile sportello legale Arcigay Genova in Italia qualche adozione da parte di un genitore omosessuale è già stata concessa. Quello che oggi non è previsto dall’ordinamento italiano è che una coppia eterosessuale non sposata o una coppia omosessuale possa adottare dei minori non legati biologicamente a un componente della coppia. Attualmente la legislazione per l’adozione è a un punto morto – continua Fiorato – è anche vero che una sempre maggiore applicazione dell’articolo 44 fa sì che venga sempre di più concesso l’affido del minore al cosiddetto genitore sociale, vale a dire al partner del genitore naturale anche se dello stesso sesso».

    
«La stucchevole strumentalizzazione della stepchild adoption, che in breve tempo ha tramutato il dibattito intorno al ddl Cirinà in una specie di sondaggio pro o contro gay – continua Fiorato è servita innanzitutto a edulcorare la proposta di legge originale e secondariamente, a impedire che si arrivasse a dimostrare, come accade in altre parti del mondo, che i figli delle famiglie gay sono in tutto e per tutto identici a quelli delle coppie eterosessuali. Questo, e lo dico in maniera provocatoria, ha creato anche un po’ di paura a chi oggi gestisce il business degli “orfanotrofi” perché porterebbe a una diminuzione degli ospiti e, di conseguenza, delle sovvenzioni, in un futuro non troppo lontano».

    Stando ai dati di Arcigay, il 5 % della popolazione italiana è dichiaratamente omosessuale. Questo dato può essere applicato anche alla popolazione ligure. Raccogliendo i nominativi degli iscritti a club culturali e ricreativi si può stimare che in Liguria sono circa 4600 le persone che orbitano nel mondo lgbt, con l’eccezione del capoluogo: «A Genova siamo forse un po’ sopra la media, intorno al dieci per cento – sottolinea Claudio Tosi presidente di Approdo Arcigay Genova – mentre gli iscritti direttamente ad Arcigay sono all’incirca 170, un dato comunque interessante, soprattutto se consideriamo il momento di sofferenza che sta vivendo l’associazionismo».

    
Conseguenze del dibattito sulla stepchild adoption in Liguria

    Le conseguenze del dibattito sulla stepchild adoption non sono state positive per le attività di Arcigay Liguria come racconta sempre Tosi: «La campagna diffamatoria fatta sulla legge Cirinnà, di fatto presentata come quella che avrebbe dato il via libera alle adozioni gay, ci ha creato diversi problemi con uno dei progetti a cui stiamo lavorando da tempo: creare delle campagne informative all’interno delle scuole».
    Le resistenze da parte degli istituti scolastici ad aprire le porte alle associazioni appartenenti al mondo lgbt sono già molte e il dibattito sul ddl Cirinnà non ha fatto altro che aumentarle, come sottolinea sempre il presidente di Arcigay: «Creando un’ampia disinformazione sulla legge in questione, non riusciamo più a fare attività di informazione nelle scuole perché diversi professori pensano che sia nostro obiettivo portare tra gli studenti elementi preoccupanti, mentre noi vogliamo far vedere che ci siamo e che siamo disposti ad ascoltare e ad aiutare chi ritiene di doversi rivolgere ad associazioni come la nostra».

    Le nuove sfide di arcigay: la questione profughi

    Molte nuove adesioni ad arcigy Liguria provengono, invece, da profughi che vogliono farsi riconoscere lo status di rifugiato come omosessuale: «In questo momento è l’emergenza numero uno – sottolinea Tosi – perché senza aver fatto la minima pubblicità veniamo contattati in media una volta a settimana per questo motivo. I profughi che si rivolgono a noi lo fanno per conoscerci e spesso portano con loro storie agghiaccianti. Come associazione ci stiamo muovendo per far sì che lo status di rifugiato come omosessuale venga applicato con maggiore intensità dalle commissioni d’esame».


    Andrea Carozzi

  • Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    iplom-petrolio-inquinamentoNel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.

    Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

    Era Superba vi ha già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.

     Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

    I Piano di Emergenza Esterna scaduti

    IMG_3722Come abbiamo visto nel precedente articolo, ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni.
    L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.

    Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

    I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

    iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.

    Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

    Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

    iplom-petrolio-inquinamentoLa questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».

    La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
    A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».

    Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.


    Nicola Giordanella