Categoria: Inchieste

Inchieste condotte dalla redazione di Era Superba.

  • Adozioni internazionali, la Regione ci mette 20 mila euro

    Adozioni internazionali, la Regione ci mette 20 mila euro

    adozioni-internazionaliLa giunta regionale della Liguria ha approvato il rinnovo della convenzione con l’Agenzia regionale per le adozioni internazionali per il supporto delle famiglie liguri nel periodo adottivo, con un impegno di spesa di 20 mila euro. «Nonostante l’Italia resti il primo Paese al mondo per percentuali di adozioni rispetto alla popolazione – spiega la vicepresidente e  assessore regionale alle Politiche sociali, Sonia Viale – negli ultimi dieci anni il numero delle adozioni internazionali si è pressoché dimezzato».

    Secondo l’ultimo report della Commissione adozioni internazionali nel primo semestre del 2015 le adozioni internazionali in Liguria sono state 81, in progressivo calo rispetto agli anni precedenti: nel 2014 100, nel 2013 erano 119, nel 2012 147 e nel 2007 circa 213. «Sul territorio regionale – prosegue Viale – associazioni, consultori e Agenzia regionale hanno il ruolo di facilitare i passaggi burocratici di legge per le famiglie adottive ma anche di assistere le coppie prima e dopo l’adozione».

  • Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    iplom-petrolio-arpal-genovaEmergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom. Tutti ne parlano da domenica sera. Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Era Superba ha scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa.

    L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

    Il quadro normativo

    La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.

    La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
    Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

    Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

    iplom-petrolio-genova-polceveraNel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.

    In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.

    Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

    Foto da profilo Facebook EnpaRitardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.

    Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

    Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».

    iplom-petrolio-mareAnche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
    Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».

    Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.


    Nicola Giordanella

  • Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    alcoliciPresentate oggi ed entreranno in vigore nei prossimi giorni le tanto attese ordinanze sindacali per la limitazione della vendita di bevande alcoliche nel centro storico di Genova e in buona parte del quartiere di Sampierdarena. Due provvedimenti distinti ma in realtà quasi identici che, come spiega il sindaco Marco Doria e riporta l’agenzia Dire, fanno seguito a «un regolamento che abbiamo già approvato e, sull’esempio di quanto fatto da altre città come Parma, fissano il principio che in città c’è spazio per il divertimento ma ci deve essere spazio anche per la tutela dei diritti, il riposo e la convivenza tra locali e cittadinanza che abita, vive e lavora nei quartieri. C’è un filo che lega questo provvedimento a quello sulle sale da gioco: il Comune non vuole assistere passivamente al dilagare di fenomeni che oggettivamente impoveriscono la qualità della vita in città». Il messaggio che arriva dall’amministrazione non ha vocazione prettamente proibizionista ma si rivolge con fermezza soprattutto nei confronti dei cosiddetti minimarket che, se vendono bevande alcoliche, saranno costretti a chiudere alle ore 21 nei quartieri oggetto delle ordinanze. «In realtà – sostiene il sindaco – questi esercizi sono bar camuffati che somministrano alcol a tutte le ore del giorno e della notte e che, anzi, in alcuni casi aprono alle 18 per poter andare avanti fino al mattino». Secondo i dati riportati dall’assessore a Legalità e diritti, Elena Fiorini, nel centro storico di Genova esiste una concentrazione di 8,5 esercizi per ettaro che smerciano bevande alcoliche, a fronte di una media cittadina di 0,1 per ettaro. Un dato che va confrontato con la densità abitativa che nel centro storico è di 488 residenti per ettaro a fronte di una media complessiva di 25. «Nel corso dei monitoraggi per verificare il rispetto del limiti acustici – spiega Fiorini – in 10 punti collocati nei quartieri oggetto delle ordinanze abbiamo osservato sforamenti praticamente tutti i giorni della settimana».

    Diversa la disciplina per i bar veri e propri che potranno rimanere aperti fino all’1 del giorno successivo dalla domenica al giovedì e fino alle 2 il venerdì, sabato e in tutti i giorni prefestivi. Inoltre, a partire dalle 22, tutti i giorni sono vietate vendita e consumo di bevande alcoliche in vetro e lattina. Infine, regolamentazione dedicata per i numerosi circoli associativi di Sampierdarena: l’impatto acustico dovrà essere fortemente contenuto a partire dalle 24 mentre la somministrazione di bevande alcoliche dovrà terminare all’1. «Nel caso dei circoli – specifica l’assessore – bisogna fare molta attenzione perché l’attività è tutelata costituzionalmente dalla libertà di associazione: a differenza dei locali commerciali, possano solo vietare la somministrazione di bevande alcoliche ma non imporre la chiusura a orari prestabiliti».

    «Non sono orari da tramonto – chiosa il sindaco – ma cercano di trovare il giusto equilibrio tra le possibilità di svago e diritti inalienabili dei cittadini residenti, senza essere proibizionisti ma ponendosi anche il problema del fenomeno dell’abuso di bevande alcoliche. Non è solo una questione di vivibilità ma anche di diritto alla salute, inteso sia come necessità di riposare e dormire di notte sia come tentativo di arginare il fenomeno di abuso di bevande alcoliche. Non vogliamo essere proibizionisti ma il problema ce lo poniamo». Il rispetto delle ordinanze sarà verificato dalla Polizia Municipale che, da fine febbraio, data di entrata in vigore del nuovo regolamento che ha posto le basi per le ordinanze, su tutto il territorio comunale ha prodotto 42 sanzioni e 8 ordini di chiusura anticipata alle 20 per esercizi che non rispettavano le norme di vendita ai minori, di pubblicità e gli orari previsti, tanto che alcuni locali hanno deciso di non vendere più bevande alcoliche.

    «Cerchiamo di dare regole corrette a un qualcosa che è molto complicato – ragiona l’assessore Fiorini – perché su questo tema si scontrano la gran parte delle città europee. Non pensiamo di fornire soluzioni miracolistiche ma è un work in progress che necessità della collaborazione di tutti gli attori in campo».

    Confesercenti non ci sta: possibile ricorso al Tar

    Vicoli, Centro Storico di GenovaI provvedimenti hanno scatenato immediatamente la reazione degli esercenti. «Con le due ordinanze sulla movida annunciate questa mattina senza previo coinvolgimento delle associazioni – sostiene  Cesare Groppi, segretario di Fiepet Confesercenti Genova  ancora una volta, il Comune non solo dimostra di non avere capito come risolvere i problemi del centro storico e delle altre zone critiche della città, ma arreca un danno economico enorme agli esercenti in regola, molti dei quali a questo punto rischiano di dover chiudere i battenti». Per le categorie, infatti, quella proposta da Tursi è una drastica sforbiciata rispetto a quanto consentito dal Codice della Strada, che prevede anche l’apertura h24 e fissa come orario limite alla somministrazione di alcolici le 3 del mattino in ogni giorno della settimana e il divieto di vendita per asporto dalle 22 alle 6.

    Per porre un freno al crescente degrado della città e al crescere di fenomeni di violazione legati alla “movida alcolica” pochi mesi fa erano state le stesse associazioni di categoria a chiedere all’amministrazione un giro di vite contro l’abusivismo e a tutela delle attività regolari. «Ma un provvedimento che fissa lo stesso orario di chiusura per tutti – commenta Groppi – è penalizzante per la stragrande maggioranza dei bar che si attengono scrupolosamente al regolamento. Le leggi ci sono e basterebbe farle rispettare, punendo i trasgressori con le adeguate sanzioni, fra le quali già oggi è prevista la chiusura anticipata alle ore 20 per chi non si attiene alle disposizioni sulla vendita e somministrazione di alcolici. Se poi all’una le serrande dovranno già essere abbassate, questo significa che l’effettiva interruzione del servizio di somministrazione dovrà avvenire ancor prima, con evidenti danni economici che, per molte attività, rischiano di essere insostenibili».

    Per questi motivi, le associazioni di categoria stanno valutando la possibilità di ricorrere alle vie legali contro un provvedimento definito «iniquo e penalizzante, che il Comune peraltro ha annunciato cogliendoci di sorpresa e interrompendo unilaterlamente un percorso che, invece, fino a poche settimane fa era stato condiviso».

    Soddisfatti, invece, i presidenti dei due Municipi interessati dalle ordinanze. «Il centro storico di Genova – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I – Centro Est – è densamente urbanizzato. A differenza di altre realtà europee, qui i cittadini non solo si divertono ma ci vivono anche e hanno un vivace tessuto di realtà associative. Il problema cruciale che questi provvedimenti cercano di contrastare sono i minimarket che per paga parte si configurano come soggetti predatori e distruttivi e delle relazioni sul territorio. Invece, è importante che si crei un’alleanza sociale tra i cittadini residenti, la movida, i pubblici esercizi e l’amministrazione».

    «Avevamo una certa impazienza di vedere queste ordinanze arrivare alla firma del sindaco – prosegue Franco Marenco, presidente del Municipio II – Centro Ovest – ampiamente giustificata dai fatti di cronaca anche recenti. L’obiettivo è tutelare l’interesse dei cittadini rispetto a quello, deviato, di alcuni singoli. A Sampierdarena, infatti, i problemi oltre al rumore si trasformano spesso in questioni di ordine pubblico, senza dimenticare quanto l’alcol rappresenti una piaga sociale sempre più tristemente diffusa».

    Le vie interessate dalle ordinanze

    Per quanto riguarda il centro storico, l’ordinanza esclude l’area interna del Porto Antico e include invece piazza De Ferrari. L’area interessata è compresa nel perimetro delimitato dalle seguenti vie: via Bersaglieri d’Italia, Piazza della Commenda, Piazza Scalo, via Gramsci, piazza Caricamento, piazza Raibetta, via Turati, corso Quadrio, via della Marina, via Madre di Dio, via Ravasco, via del Colle, via di Porta Soprana, via Petrarca, piazza De Ferrari, via XXV Aprile, piazza Fontane Marose, via Garibaldi, piazza della Meridiana, via Cairoli, largo della Zecca, via Bensa, piazza della Annunziata, via Balbi, piazza Acquaverde, via A. Doria.

    Per Sampierdarena, l’ordinanza comprende il seguente perimetro (incluse le vie del perimetro): via Chiusone, via Argine Polcevera sino a via Capello, Via Capello, via Fillak , via del Campasso sino al voltino lapide Caduti del Campasso compresa via Anguissola (chiusa), via Vicenza,via Caveri sino a incr. via Bazzi, via Bazzi, piazza Ghiglione, via Currò (tra piazza Ghiglione e via C.Rolando), via C. Rolando, via G.B.Monti sino a via Alfieri, via Alfieri, via Cantore (tratto a monte tra via G.B. Monti e via Alfieri e a mare tra piazza Montano e via U. Rela), via Cantore da via U. Rela a via Pedemonte (tratto di confine esterno non rientrante nell’ordinanza), via Pedemonte sino a via Dottesio, Via Dottesio sino a via di Francia, via di Francia (proiezione su via Scarsellini), via Scarsellini, Lungomare Canepa, via Operai, via Pacinotti, via Pieragostini sino a Largo Jursè, Largo Jursè,via Spataro, via Orgiero, via Bezzecca, via Miani (chiusa).

  • Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    differenziata-mappa-genova-rifiutiLa notizia ormai è nota. Entro la fine dell’anno o, più probabilmente, dall’inizio del 2017 prenderà finalmente via il tanto attesto nuovo sistema di raccolta differenziata nel Comune di Genova. Non si tratta di una vera e propria e rivoluzione, come in molti si aspettavano, ma è comunque un cambio di passo notevole per riuscire a raggiungere le percentuali di differenziata imposte per legge regionale al 40% entro il 2016 e al 65% entro il 2020. Il nuovo piano di raccolta è stato presentato dal Conai, su commissione di Amiu e di Palazzo Tursi, e, seppure in modalità tra loro molto diverse, riguarderà tutti i genovesi. «Abbiamo suddiviso la città in quattro categorie per colore a seconda della predisposizione alla raccolta domiciliare – spiega Luca Piatto del Conai, come riportato dall’agenzia Dire – dalle verdi più adatte, alle rosse in cui è assolutamente sconsigliata la raccolta porta a porta. Ci sarebbero anche delle micro aree verdi e felici all’interno delle zone più difficoltose ma ci siamo organizzati per macro aree, cercando barriere naturali, per evitare fenomeni di migrazioni dei rifiuti da un quartiere all’altro».

    Come cambierà la raccolta differenziata, quartiere per quartiere

    differenziata-percentuali-genova-rifiutiI cambiamenti inizieranno con l’avvio della raccolta domiciliare nelle aree verdi e gialle, che interessano poco meno di 122 mila residenti (circa il 20% del totale), pari a quasi 59 mila utenze domestiche e 4500 utente non domestiche. Le zone interessate sono prevalentemente quelle collinari dei municipi di Ponente (a cui si aggiungono le abitazioni più vicini al mare dei quartieri più “esterni”), Medio Ponente, Valpolcevera, Media Val Bisagno, Levante (compresi ampi sconfinamenti “sul mare”), più qualche piccola enclave felice di Medio Levante e Bassa Val Bisagno.
    «Il quadro lascia un po’ l’amaro in bocca – ammette Piatto – e possiamo dire di aver scoperto un po’ l’acqua calda evidenziando che la raccolta domiciliare differenziata a Genova è complicata». 

    Per i restanti 470 mila genovesi, residenti nelle zone rosse e arancioni che corrispondono ai quartieri a più alta densità abitativa, la raccolta rimarrà stradale ma diventerà tracciabile attraverso i cosiddetti cassonetti intelligenti. Il sistema elettronico riguarderà solo l’indifferenziato e l’organico e consentirà di arrivare a una tariffazione Tari “puntuale”, basata sul principio “pago quanto produco”. I cambiamenti in questo caso inizieranno dalle zone arancioni (52% dei genovesi), che interessano oltre 306 mila cittadini per 148 mila utenze domestiche e 22 mila non domestiche, e saranno avviate progressivamente a partire dal 2017.

    Il processo dovrebbe terminare tra il 2019 e il 2020 con le zone rosse della città (28% degli abitanti), che riguardano 165 mila residenti, più di 77 mila utenze domestiche e oltre 5500 non domestiche, e sono prevalentemente concentrate nei municipi Centro Ovest, Centro Est e Bassa Val Bisagno, ovvero il cuore della città.

    Nuovi bidoncini per tutti

    RACCOLTA-DIFFERENZIATAPer tutti i genovesi, invece, è prevista la fornitura gratuita di un nuovo kit che aiuterà a differenziare i rifiuti a casa e consisterà in bidoncini dedicati per carta, vetro, organico e indifferenziato e sacchetti etichettati e tracciati per il multimateriale plastica-alluminio. La consegna avverrà progressivamente a seconda dell’avvio del nuovo piano di raccolta. Il costo dell’intera operazione di rinnovo dei contenitori con il sistema di tracciabilità si aggira attorno ai 15 milioni di euro per tutta la città, con un piano di ammortamento di almeno 5 anni. Mentre la cifra complessiva degli investimenti necessari per il radicale cambiamento di tutto il sistema sarà quantificata solo dopo l’estate, una volta terminata la redazione del piano di dettaglio che dovrebbe definire meglio anche in quali quartieri la raccolta domiciliare avverrà col sistema porta a porta e in quali attraverso cassonetti condominiali.

     «E’ stato fatto un ottimo lavoro – commenta l’assessore al Ciclo dei rifiuti, Italo Porcile – e dal momento che alla raccolta a domicilio non è interessata una fascia altissima della popolazione, ho chiesto un cronoprogramma molto ambizioso che ci consenta di essere operativi già negli ultimi mesi di quest’anno. La città è culturalmente pronta, con questo piano ora lo è un po’ di più anche l’amministrazione». L’assessore non si sottrae alle domande su chi si accollerà il finanziamento di questo piano e bussa alla porta della Regione: «Gli obiettivi così ambiziosi di riciclo – ricorda – sono stati imposti da una norma regionale. Sarebbe coerente che la stessa regione accompagnasse le richieste con risorse significative e non il grottesco milione di euro stanziato finora per tutto il territorio regionale».

    Intanto, il sistema di raccolta porta a porta inizierà in via sperimentale nei mesi di giugno e luglio nei quartieri collinari di Colle degli Ometti (1121 abitanti) e Quarto alta (3367 abitanti), mentre è in corso di studio una riprogettazione della raccolta dell’organico nelle utenze non domestiche e della carta e cartone per gli uffici pubblici.

  • Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    adozioni-africa-bambiniNon è solo una questione di termini. Quelle che per semplificazione sono conosciute come “adozioni a distanza” in realtà adozioni vere e proprie non sono. Certo, l’obiettivo è sempre aiutare uno o più bambini in difficoltà ma, in questo caso, a differenza di quanto abbiamo visto finora nel nostro speciale dedicato alle adozioni e agli affidi, cambiano decisamente i contesti e le procedure che rendono questa modalità di aiuto sociale molto più semplice e alla portata di tutti.

    Partiamo proprio dalle parole: il termine più adatto, come vedremo, è “sostegno a distanza”. Di questo, nei fatti, si tratta: sostenere economicamente il progetto di una comunità e dei suoi bambini, direttamente nel paese in cui vivono. L’uso del termine adozione è entrato nel linguaggio comune perché più facile da comprendere e più empatico. Un termine che “funziona” bene per far sentire i donatori più vicini ai destinatari del loro contributo. I progetti possono essere di diverso tipo: l’aiuto per garantire un ciclo scolastico, vaccinazioni o pasti. A svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, sono le molte associazioni che si comportano sostanzialmente da intermediari: seguono dall’Italia i progetti, gestiscono le elargizioni economiche e affiancando direttamente le comunità in loco. Ed è proprio qui la chiave di tutto: benché il legame che finisce per instaurarsi tra chi sostiene un progetto e il bambino che ne beneficia sia molto simile a quello che si può facilmente sintetizzare con il concetto di “adozione a distanza”, nella forma è molto più corretto parlare di sostegno perché ad essere sostenuto concretamente non è un singolo bambino ma, appunto, un progetto.

    Sottigliezze formali a parti, abbiamo cercato di entrare più dentro a questo sistema, parlando con associazioni e realtà, più o meno conosciute, che si occupano da tempo di “sostegno a distanza” a a partire da Genova. Dalla nostra città, ad esempio, è partita l’avventura di CCS Italia che opera su tutto il territorio italiano; poi c’è AfricaOn che opera dall’Italia ma che in realtà ha sostenitori in tutto il mondo, non solo in Liguria. Da segnalare anche che, purtroppo, anche in questo caso, soprattutto fra le associazioni più piccole, ci sono state realtà costrette a cedere il passo perché basate sull’impegno dei volontari che non sempre riescono a dare continuità ai progetti.

    Il sostegno a distanza in Liguria

    Tra il grande numero di realtà a ispirazione cattolica e associazioni prettamente “laiche” che si occupano del sostegno a distanza, non è facile riuscire ad avere un numero complessivo di quanti genovesi e liguri si rendano ogni anno disponibili a questo tipo di aiuto né per quale somma.

    Tuttavia, per avere un’idea di quanto possa essere incisivo il fenomeno di cui stiamo parlando, ci possono venire incontro le cifre di Save the children: i sostegni liguri sono circa il 3% del totale nazionale e ammontano a circa 1650, di cui solo 880 nella provincia di Genova. Il dato, va precisato, si riferisce ai sostegni avviati e in corso prima del 2015; nell’ultimo anno, invece, si sono aggiunti 310 sostenitori liguri, di cui 160 genovesi.

    Al di là dei numeri, comunque, il sostegno a distanza è una formula di aiuto destinata ad avere sempre un discreto successo. Vista la specifica programmazione dei progetti, coordinati spesso in remoto dall’Italia, l’obiettivo spesso viene portato a fondo anche se non tutti i bambini che aderiscono al progetto riescono ad avere un sostenitore specifico, ovvero un genitore a distanza.

    Sia le piccole associazioni, sia le maggiormente strutturate, infatti, confermano che il periodo di crisi economica ancora in atto non sembra aver influenzato in maniera eccessiva il settore: sicuramente il contesto attuale porta ad una maggior riflessione dei privati alla base di un impegno del genere ma si può affermare che “l’adozione a distanza” venga apprezzata stabilmente negli anni. Se, infatti, dal lato di chi lo riceve, l’aiuto economico è più visto in funzione globale dell’utilità del progetto complessivo, dal lato dell’erogatore risulta più facile avvicinarsi a questo tipo di sostengo che non a quello di un progetto generico perché, nei fatti, si sente come un “genitore a distanza” potendo creare progressivamente un rapporto personale e diretto con il destinatario del finanziamento, ricevendo informazioni, disegni e fotografie del bambino assistito.

    Si può concludere, quindi, che il sostegno a distanza funziona anche perché direttamente si può vedere con occhi e toccare con mano dove vanno a finire i propri soldi, a fronte di un impegno economico che in media è di circa 70/80 centesimi al giorno.

    Le regole delle associazioni

    Altro aspetto che aiuta non poco la durata nel tempo di questo aiuto sociale è il fatto che le associazioni che curano la regia dei sostegni a distanza non devono sottostare ad alcun particolare obbligo di legge. Grandi o piccole che siano, nella stragrande maggioranza dei casi si danno un’autoregolamentazione, scegliendo di aderire, ad esempio, alle linee guida dell’Agenzia per le onlus (benché la stessa non esista più, ndr) per la redazione del bilancio o iscrivendosi al registro nazionale delle onlus o, ancora, aderendo a network di associazioni che hanno uno scopo comune. Ecco, dunque, perché risulta pressoché impossibile tracciare un bilancio complessivo accurato ed esaustivo di questo settore in virtù dell’elevata diversificazione dei progetti, delle modalità di intervento e dei contesti geopolitici in cui si inseriscono.

    Claudia Dani

  • Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    famiglia-adozioniNell’ampio approfondimento che Era Superba sta dedicando al tema degli affidi e delle adozioni, abbiamo già cercato di raccontare quali siano le procedure e i contesti che possono portare alla creazione di una nuova famiglia. Ma in tutti questi percorsi, nulla può iniziare senza il vaglio della Procura e del Tribunale per i minorenni (in gergo, tribunale dei minori), a cui spetta il ruolo centrale di valutare e stabilire chi deve essere adottato e chi può adottare. Un lavoro delicato, svolto in coordinamento con altri attori, che ha come obiettivo quello del “superiore interesse del bambino”, frase citata oltre 20 volte nel testo della legge di riferimento la n°184 del 1983, e successive integrazioni.

    La sentenza di adottabilità

    Il requisito fondamentale di partenza è lo stato di abbandono morale e materiale del bambino o del ragazzo all’interno della famiglia, che deve essere accertato attraverso un percorso che tuteli il soggetto interessato, e che possa verificare eventuali strade alternative all’adozione. In altre parole, prima di arrivare a una sentenza così impattante sia per la famiglia ma soprattutto per la vita del minore, vengono valutate tutte le strade possibili di recupero.
    Le segnalazioni di un potenziale stato di abbandono possono essere fatte da chiunque, attraverso denuncia presso la procura per i minorenni. Esistono, tuttavia, dei soggetti che sono tenuti obbligatoriamente a segnalare i casi a rischio: la scuola, i servizi sociali, le forze dell’ordine e gli enti locali. La segnalazione è seguita da accertamenti svolti dalla procura, attraverso i servizi sociali e il personale di pubblica sicurezza, che può chiedere al tribunale di attivare la procedura di adottabilità. Viene quindi creato un fascicolo, affidato ad un giudice delegato (scelto secondo una previsione tabellare), il quale presenta il caso alla camera di consiglio, un organo collegiale composto dal presidente del tribunale, il giudice delegato, a cui è affidato il fascicolo, e due giudici onorari, un uomo e una donna. In questa sede, vengono presi i primi provvedimenti a tutela del minore, come l’affido al Comune o la collocazione del ragazzo in comunità se il caso presenta estremi di gravità e urgenza, oppure la nomina di un tutore e la convocazione dei genitori (cui viene affidato un difensore d’ufficio). Dopo questo passaggio, fondamentale per eventualmente mettere in sicurezza il bambino, partono le indagini, svolte dai servizi sociali e sanitari: si indaga fino al quarto grado di parentela, per verificare eventuali “risorse vicariali” che possono essere attivate all’interno della stessa famiglia. Durante questa fase istruttoria sono ascoltate le parti, compresi ovviamente i genitori (o chi ha tutela legale), secondo quanto stabilito dalla legge 173 del 2015; una volta terminate le indagini, gli atti vengono depositati alle parti, per eventuali osservazioni e conclusioni. In questa fase il pubblico ministero che ha attivato la pratica può esprimere il suo parere, anche se non vincolante: dopo una successiva camera di consiglio, il tribunale, sempre collegialmente, arriva a sentenza, che ovviamente può essere impugnabile in Corte d’Appello e eventualmente ricorribile in Cassazione. Nel fare le sue valutazioni, il collegio valuta in base all’interesse presente e futuro del minore e in base all’eventuale danno che determinate condizioni possono arrecargli; se le condizioni di pregiudizio (come la trascuratezza prolungata, l’incuria, il maltrattamento e l’abuso) sono accertate, ed è accertato che non siano recuperabili in tempo utile e compatibile per la salvaguardia della crescita e dello sviluppo del minore, e si ci trova in un contesto famigliare privo di risorse alternative, si arriva alla sentenza di adottabilità.

    In attesa che si esauriscano i tre eventuali gradi di giudizio, il tribunale può decidere per una “adozione a rischio giuridico”: il minore è affidato a una coppia avente i requisiti e che sia dichiarata disponibile anche per questo particolare tipo di collocamento famigliare, potenzialmente temporaneo, in attesa della sentenza definitiva. Questo istituto è stato pensato per garantire ancora una volta l’interesse del minore, non compatibile con i tempi lunghi della giustizia.

    L’abbinamento con la nuova famiglia

    adozioni-famiglia-bimboLe coppie che scelgono la via dell’adozione possono presentare domanda presso il Tribunale per i minorenni competente che, nei fatti, è una “dichiarazione di disponibilità” all’adozione; oltre ai requisiti che abbiamo già visto, da parte del tribunale e dei servizi sociali vengono valutate, attraverso diversi colloqui, alcune “predisposizioni”: il singolo, come la coppia, infatti, possono non avere elaborato differenti tipi di lutto, compresa l’impossibilità della filiazione biologica, oppure avere difficoltà ad accettare i potenziali cambiamenti e le novità, anche di dolore, che il minore adottato può portare con sé all’interno del nuovo nucleo famigliare; anche riuscire ad assimilare come simili la genitorialità adottiva e quella biologica viene presa in considerazione, il tutto sempre nella prospettiva di poter tutelare in primis il benessere del minore adottato. La mancata approvazione, stabilita con sentenza da parte del tribunale, può essere impugnata.

    Nel caso in cui ci sia una sentenza di adottabilità, e quindi ci sia un bambino da adottare, il tribunale convoca tutte le coppie disponibili: il giudice delegato illustra a tutti il quadro famigliare e la situazione sanitaria (ovviamente omettendo i dati sensibili), successivamente ogni coppia viene chiamata singolarmente a colloquio con la commissione, per parlare del caso, e dare la propria disponibilità per quella adozione; spetterà poi al tribunale, sempre attraverso decisione collegiale presa in camera di consiglio, decretare l’abbinamento. Il rifiuto da parte di una coppia sul singolo caso non preclude le future riconvocazioni.
    Nel caso di adozione internazionale, una volta accertata la presenza dei requisiti attraverso apposita sentenza, la coppia deve rivolgersi entro un anno ad una delle numerose onlus accreditate che l’accompagneranno nel percorso.

    I numeri liguri

    Come abbiamo visto, quindi, il lavoro del tribunale accompagna ogni passaggio che può portare a compimento l’adozione. Era Superba, grazie alla disponibilità del Tribunale per i Minorenni di Genova, nella persona della dottoressa Marina Besio e del giudice onorario Agostino Barletta, ha avuto accesso ai numeri relativi alla procura territoriale (che ha giurisdizione territoriale sulle quattro provincie liguri più quella di Massa).

    Nel 2015 sono state 308 le domande di adozione nazionale, mentre 88 quelle internazionale. I dati (che non concordano con quanto comunicato dagli uffici della Regione Liguria) sono in diminuzione rispetto al 2014 (rispettivamente 355 e 136): alla base di questo trend, che conferma quello degli ultimi anni, «probabilmente il miglioramento delle tecniche di fecondazione assistita – ci spiega la dottoressa Besio – e tutte quelle terapie che facilitano e favoriscono la genitorialità biologica». L’impatto della crisi economica degli ultimi anni non è verificabile, ma potrebbe essere un ulteriore fattore. La decrescita si riscontra anche nei numeri relativi alle sentenze di adottabilità, che sono passate da 25 nel 2014 a 17 nel 2015. «Questo può essere considerato un dato estremamente positivo – continua il presidente del tribunale – che è senza dubbio il risultato degli sforzi sia del tribunale sia dei servizi sociali per recuperare altrimenti situazioni di disagio, senza dover ricorre all’adozione».
    Per la cronaca nel 2015 sono stati registrati 7 casi di sentenze di adottabilità di figli di genitori ignoti (cioè che non riconoscono il figlio alla nascita), in leggero aumento rispetto all’anno precedente, quando ci furono 5 casi.

    Ma tutte le adozioni vanno a buon fine? Non tutte: in alcuni casi, infatti, il collocamento nella nuova famiglia deve essere interrotto, per diverse ragioni, sia relative alla coppia, sia alla specifica situazione del minore. L’incidenza di fallimento si assesta al 3%, in linea con quella nazionale: «Il giudice minorile lavora pensando al futuro, cioè pensando a quali modifiche siano necessarie rispetto alla situazione attuale. Va da sé che essendo molti i soggetti coinvolti, non sempre la decisione adottata è quella più funzionale a ottenere i cambiamenti sperati».

    La spada di Damocle della riforma

    tribunale-minoriIl 9 marzo scorso la Camera dei Deputati ha approvato un testo di legge delega che riforma il processo civile, intervenendo anche sui procedimenti della giustizia minorile, prevedendo la soppressione dei Tribunali peri Minorenni e dei relativi uffici di Procura. Le conseguenze, ovviamente, ricadranno su tutte le competenze del tribunale, e quindi anche sulla questione adozioni, e hanno provocato forti perplessità e preoccupazioni per gli addetti ai lavori e non solo. «Non è stata ascoltata la proposta di creare un Tribunale, con relativa procura, unico e autonomo per i minorenni e la famiglia – sottolinea Marina Besio – la materia minorile non può essere trattata alla stregua dei comuni affari civili o privati, il rischio è quello di far scomparire uffici altamente specializzati, impoverendo tutta la cultura della giurisdizione minorile». Decenni di lavoro ed esperienza, infatti, potrebbero finire schiacciati nel calderone dei grandi tribunali ordinari, notoriamente in affanno: «Stupisce che il legislatore abbia voluto intervenire in un settore che dà buoni risultati, tanto da essere preso a modello per istituti come la mediazione, la messa alla prova e l’irrilevanza del fatto». La grande differenza sta nella prospettiva: «Se per gli adulti prevale l’aspetto repressivo, in ambito minorile l’approccio è quello della riparazione e della rieducazione». Tutti quei passaggi necessari per fare la scelta migliore per il ragazzo o il bambino, anche in ambito di adozioni, quindi potrebbero essere a rischio.

    Un’ultima battuta sulla questione stepchild adoption e la relativa vorticosa polemica delle settimane scorse: «Noi ci basiamo sull’ordinamento giuridico, che è di competenza del legislatore; il nostro interesse rimane e rimarrà l’interesse supremo del minore». In qualsiasi caso.


    Nicola Giordanella

  • Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Logo concorso poesia sull'affidoIn queste settimane, su Era Superba vi stiamo parlando di adozione e affido. E lo stiamo facendo cercando di soppesare ogni termine, di misurare ogni parola perché quando si parla di sentimenti, leggi e istituzioni è molto facile perdere il filo portando il discorso da tutt’altra parte rispetto all’intenzione iniziale. Per questo motivo, certi argomenti sono più difficili di altri, perché il rischio di essere fraintesi o di giungere a conclusioni affrettate è più concreto e realistico quando in ballo ci sono emozioni e paure che tutti ci portiamo dentro.

    E mentre noi fatichiamo un po’ raccontarvi tutto questo…coincidenze. Il Comune di Genova lancia l’iniziativa “Versi d’incontro – Poesia dell’Affido” per dare voce a chi vive la realtà dell’affido, in occasione del 22° Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate”. L’iniziativa è organizzata dal Servizio Affido del Comune di Genova, in collaborazione con ASL3 Genovese, Affidamento.net e con le Associazioni Comunità Papa Giovanni XXIII, ALPIM, Batya, Famiglie per l’accoglienza e il Circolo dei Viaggiatori nel Tempo. Ed è un’iniziativa coraggiosa, oltre che bella, perché se è probabile che una poesia parli di sentimenti, non è scontato che tratti un argomento che è comunque delicato, se non spinoso.

    Potranno partecipare i ragazzi dai 10 ai 21 anni e gli adulti. E potranno presentare, entro il 1° maggio, una poesia, un’opera di prosa poetica o un disegno attorno al tema dell’affido familiare. Tutti i soggetti a qualche titolo coinvolti nell’affido, dai ragazzi affidati ai figli delle famiglie affidatarie, dagli operatori dei servizi ai volontari delle associazioni potranno partecipare, mettendo in versi un loro vissuto, un’esperienza, un ricordo. E assieme al concorso di poesia è stato anche lanciato il concorso internazionale di disegni sullo stesso tema per bambini e ragazzi dai 3 ai 16 anni.

    Un bel modo, originale e intelligente, di uscire dall’imbarazzo che è quasi sempre presente quando si trattano i sentimenti ed anche un’occasione per discutere, conoscere ed avvicinarsi ad un mondo che forse ancora non ha ottenuto i riconoscimenti e lo sviluppo che sarebbe giusto attendersi. A volte, rivolgendosi direttamente al cuore, si riesce a dire di più.

    Le modalità di partecipazione e selezione delle opere sono indicate nel bando-regolamento, che si trova sul sito ufficiale del concorso www.versidincontro.it. I partecipanti dovranno inviare l’opera via e-mail all’indirizzo concorso@versidincontro.it, indicando dati anagrafici e recapiti, entro e non oltre le ore 24 di domenica 1 maggio 2016.

    La premiazione si svolgerà domenica 12 giugno a Palazzo Ducale. Ai vincitori della categoria ragazzi e della categoria adulti sarà offerta da Costa Crociere una crociera nel Mediterraneo.

    Bruna Taravello

  • Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Foto adozione internazionaleTutto è iniziato nel 2003: quando ci siamo sposati avevamo già l’idea di aspettare i due anni necessari per poter chiedere l’adozione, ma proprio quell’anno, le norme sono cambiate e si è iniziato a considerare come periodo valido anche la convivenza.

    Il nostro percorso, quindi, è iniziato subito. Davanti a noi due possibilità: adozione nazionale, ti iscrivi nel registro del Tribunale e stai 5 anni e più in lista di attesa, oppure l’adozione internazionale, attraverso associazioni dedicate, religiose o “laiche”. Questa scelta, più rapida, è decisamente più onerosa e bisogna essere disposti a spendere parecchio tra viaggi, permessi, visite, tasse varie. Noi abbiamo fatto questa seconda scelta perché, comunque, un bambino lo avremmo voluto subito. E’ una strada molto onerosa, bisogna essere disposti a spendere parecchio: tra viaggi, permessi e tasse varie, avremo speso almeno tra i 15 e i 20 mila euro. Oggi ritengo che sia stata la miglior spesa della mia vita.

    Ci siamo indirizzati sulla Russia, dove sappiamo che i minori adottabili solitamente sono ospiti di strutture adeguate, in cui ricevono, oltre al normale accudimento, anche l’affetto e la socialità necessarie per saper dare e ricevere amore.

    Inizialmente avevamo dato disponibilità per un bambino, due al massimo, ma, dopo aver superato i vari colloqui psicologici, sia singoli che in coppia, il controllo di casa nostra e dell’ambiente familiare, ci hanno avvisati che i bimbi per cui potevamo essere adatti erano tre, due femmine ed un maschietto di San Pietroburgo.
    Tutti gli interlocutori che per qualche motivo sono entrati in questa vicenda, dal personale del Tribunale ai servizi sociali, si sono rivelati affidabili e disponibili; tutti quanti sembravano credere nel nostro progetto, nessuno si è mai mostrato dubbioso o ha provato a scoraggiarci, anzi ci hanno spesso dato delle dritte per superare le difficoltà facendoci sempre sentire seguiti e protetti.

    Quando abbiamo saputo che i nostri bambini erano là e che sarebbero entrati nella nostra vita, abbiamo vissuto una fase frenetica e meravigliosa; abbiamo fatto un primo viaggio per farci conoscere dall’ente russo preposto alle adozioni per portare i nostri documenti e sottoporci alle visite psicologiche. Solo dopo aver superato questo passaggio, ci hanno richiamato per incontrare i bambini, che nel frattempo erano stati informati e preparati al grande cambiamento che stavano per vivere. Erano ospiti di strutture diverse perché la bimba più piccola non aveva ancora l’età per la casa famiglia in cui vivevano i due fratellini e si trovava in un istituto – nido assieme a un altro centinaio di bimbi come lei.
    L’incontro, il primo, è stato emozionante e coinvolgente, ma breve purtroppo.

    Dopo un mese però siamo tornati, abbiamo passato lì le nostre vacanze, in una casa che l’ente russo ci ha assegnato: abbiamo incontrato i bambini ogni giorno, cercando di comunicare e di conoscerci un po’ meglio; non abbiamo mai avuto problemi, loro erano felicissimi di noi, di venire in Italia, di essere di nuovo tutti e tre insieme; hanno iniziato prestissimo a dire le prime parole in italiano e dopo poco non hanno avuto più problemi. Visitavamo San Pietroburgo, ci incontravamo con gli educatori e con gli assistenti, anche loro sempre disponibili, gentili e collaborativi. E ci tengo a precisare che nessuno mai ha chiesto mazzette, bustarelle o “regalini”.

    So che non sempre va così e so che forse ora anche la Russia ha allungato i tempi per le adozioni: esistono stati che non hanno un sistema educativo adeguato, che non trattano bene i bimbi, che li traumatizzano chiudendoli in istituti lager con educatori totalmente inadatti, tutte realtà che non devono essere assolutamente incoraggiate. L’argomento è molto spinoso, ovviamente, in realtà chi è disposto ad occuparsi di bambini con gravi deficit psicofisici ha tutta la mia ammirazione ma occorre essere davvero preparati e motivati per farlo con successo. (Pur in mancanza di una Banca Dati Nazionale, si calcola che i fallimenti adottivi siano stati un centinaio ogni anno, negli ultimi 10 anni, fonte ARAI, ndr).

    Il momento più bello è stato quando sono venuti con noi a Genova. Il più difficile, invece, quando gli altri bimbi dell’istituto dove viveva la piccolina ci sono venuti a chiedere perché non avessimo scelto loro: avevamo portato un regalino per tutti, per lasciare un ricordo di loro tre che se ne andavano, ma non avevamo nessuna buona risposta per questa domanda.

    Noi ora siamo una famiglia affiatata e felice, i ragazzi “vengono su” bene e i problemi che possono avere sono gli stessi di qualunque altro ragazzo loro coetaneo.

    Personalmente, sentendo tutte le polemiche di questi giorni sulle adozioni da parte di single o coppie omogenitoriali, penso che una visita a questi istituti pieni di bimbi soli potrebbe far cadere parecchie certezze: è evidente che questi bimbi starebbero meglio con una qualunque famiglia che fosse in grado di garantire affetto e accudimento. Tutti partono da prese di posizione pregresse ma dell’interesse vero dei bambini importa sempre poco o niente.

    Paolo, professionista genovese, 42 anni
    *la storia di Paolo è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Foto adozione internazionaleSono una ragazza single e, quasi sempre, penso che mi va benissimo così. L’idea, però, che per motivi di età, ad un certo punto, dovrò rinunciare al desiderio di avere un figlio, non è piacevole. Durante una serata in cui con le amiche ci si lamentava delle sempre più scarse probabilità di diventare mamme, una di loro mi parlò di una signora, ligure, mamma di 5 figli, tutti adottati o in affido; una figura che mi colpì molto e che decisi di conoscere.
    Incontrandola ho scoperto una persona molto speciale, per la quale non esistono rinunce ma scelte, e che mi ha parlato di tanti modi diversi di essere madre, incoraggiandomi ad iscrivermi ai seminari che periodicamente vengono organizzati per spiegare, sotto i vari aspetti, l’istituto dell’affido.

    Partecipando a questa serie di incontri, ho conosciuto casi concreti di persone affidatarie, e avuto informazioni e notizie di cui ero completamente all’oscuro. Ho imparato, ad esempio, che esiste l’affido near limitato al tempo in cui ci si prende cura di un minore in stato di abbandono mentre i servizi sociali completano le formalità per renderlo adottabile. C’è l’affido omoculturale quando una famiglia straniera, con figli che non riescono ad integrarsi, viene affidata ad altra famiglia culturalmente omogenea ma già inserita nel nostro contesto. L’affido può essere “d’appoggio” , in aiuto a un minore che ha almeno un genitore e una casa, oppure residenziale, quando il bambino entra per un periodo anche molto lungo in una famiglia; quest’ultima tipologia è concessa a nuclei in cui preferibilmente ci siano già dei figli naturali.
    Va detto, comunque, che lo strumento dell’affido è molto elastico, può essere adattato alle varie situazioni che via via si presentano, sempre ovviamente con l’obiettivo di tutelare il minore, mentre l’adozione è un istituto molto più rigido, definito e circoscritto nei tempi e nelle formalità.

    Passato qualche mese, sono andata in vacanza, senza pensare molto a questa possibile scelta e sarebbe forse rimasto tutto così se non avessi ricevuto una chiamata dai servizi sociali del Comune: avevano capito che ero interessata, non ero in lista ma sembravo adatta per dare il mio aiuto a una situazione di difficoltà che si era venuta a creare. Davvero non volevo saperne di più? Mi hanno spiegato che, con l’aiuto della mia famiglia, avrei potuto partecipare ad un affido “di appoggio”: sarebbe arrivato un minore, la cui situazione del momento richiedeva un sostegno, anche pratico, abitativo, ma forse limitato nel tempo.
    Senza rifletterci troppo sopra, lo devo ammettere, mi sono buttata in questa avventura che mi ha cambiato profondamente la vita; mi sono sottoposta ai controlli, colloqui e visite domiciliari (anche i “nonni”, i miei genitori, sono stati ovviamente coinvolti) e alla fine è arrivata questa bimba con la sua mamma. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro: la mamma seduta sulla scalinata di San Lorenzo con la testolina di lei, della “mia” bimba allora piccolissima, che faceva capolino dietro la sua spalla. E’ stato amore a prima vista.

    Il mio è un affido consensuale, ottenuto cioè con il consenso del papà e della mamma, in questo caso non si passa attraverso il Tribunale perché c’è appunto questa doppia approvazione. Inizialmente, la mia disponibilità era di due weekend al mese, per aiutare la madre quando lavora nel fine settimana, ma ora ,dopo due anni, i rapporti sono molto più semplici, le diamo una mano ogni volta che serve: ora per esempio sono 10 giorni che la bimba è da me perché la madre aveva problemi. Siamo come due nuclei familiari fusi in uno solo: passiamo le feste assieme, guardiamo le partite in tv e ci organizziamo insieme per le vacanze. Le differenze culturali ci sono, a volte bisogna stare attenti a non urtare sensibilità che a noi sono estranee ma, con l’affetto e la voglia di stare insieme, le differenze si riescono sempre a superare.
    Ci sono stati anche momenti difficili: inutile negare che, a volte, mi sono trovata in mezzo a questioni che forse non mi competevano strettamente, ma ho cercato di affrontarle con i mezzi che avevo a disposizione, sempre con l’obiettivo di proteggere la bambina. Qualche volta certamente mi sono esposta troppo, ho rischiato ma per fortuna è andata bene; ho imparato a non sottovalutare le differenze di formazione e di cultura perché mi sono resa conto che il negarle ne evidenzia la profondità. Certo, a volte il pensiero che la mamma potrebbe tornare nel suo paese con la bimba (che non sarà cittadina italiana fino ai 18 anni, perché da noi vale lo ius sanguinis e non lo ius soli) mi procura un’ansia che però devo controllare, sapendo che si tratta di una persona che in ogni caso mette in primo piano il bene della figlia.

    La mia vita è cambiata molto ed ora è molto più impegnativa ma più ricca. Vedere la bambina che cresce bene, la sua mamma che è serena perché sa di poter contare anche sul nostro appoggio e tutto il surplus di affetto che questa situazione nuova ha creato è il miglior regalo che potevo farmi.


    Francesca, funzionario pubblico, 39 anni, single
    *la storia di Francesca è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    IMG_3542La nostra esperienza di affido familiare è iniziata con un pizzico di spavalderia e parecchia improvvisazione. Siamo in quattro in famiglia, abbiamo due ragazzi ormai grandi: una volta, parlando dell’argomento a tavola, ci siamo detti che avremmo, perché no, potuto farcela, eccome.
    Ho continuato a pensarci su e alla fine ho deciso di provarci: andando in Comune e consegnando la domanda, sono scattate tutte le incombenze burocratiche necessarie; ho dato la disponibilità per l’accoglienza in casa. A questo punto eravamo coinvolti tutti e quattro: abbiamo sostenuto dei colloqui psicologici, noi adulti prima singolarmente poi come coppia, e i ragazzi sia da soli, sia assieme a noi.
    Una volta superati i colloqui, ci sono stati gli incontri a domicilio: gli assistenti sociali, visitando l’abitazione, hanno visto che non avevamo ancora una cameretta pronta per il nuovo arrivato. Fermi tutti, come mai non avete previsto una camera? Semplice, credevamo di essere noi l’offerta, non la cameretta. Ci guardano colpiti e…«ok, un bambino arriverà da voi, siete idonei».

    Felicità, stupore, ansia: sono passati solo 5 mesi dalla domanda e ci comunicano che il bimbo è già stato individuato. Ha qualche problema e ci convocano nell’ufficio competente per darci le istruzioni del caso. In quel momento ci invitano a ripensarci, a prenderci del tempo se ne abbiamo bisogno, ma noi siamo ormai decisi e ansiosi di averlo con noi.

    Quando ci avvisano della data in cui lo avremmo conosciuto, ci comunicano anche che verrà direttamente a vivere con noi senza passare dalla Casa Famiglia e per questo siamo felici. Non sappiamo però nulla se non l’età, approssimativamente, nessuna foto, niente. Prepariamo un corredino di varie taglie, pappe ciucciotti e biberon, prendiamo tutti vacanza per essere presenti in questa giornata fatidica.
    Non dimenticheremo mai il momento in cui hanno suonato alla porta ed è entrato l’educatore con lui in braccio: piccino, piccino, silenzioso e tranquillo, tutto “mangiare e dormire”. Solo più tardi mi avrebbero spiegato che i bambini provenienti da storie di disagio, non reagiscono al distacco con pianti e urla, ma imparano a stare in silenzio.

    Oggi, i suoi problemi di salute ci impegnano molto, ma vediamo anche dei rapidi progressi: i primi passi, le prime parole, gli abbracci infiniti, che non sono scontati come quelli dei figli biologici, ma conquiste da meritarsi giorno dopo giorno.
    Sono passati ormai cinque anni da quel giorno, che sembra ieri e un secolo fa nello stesso momento; cinque anni, fatti di passeggini, biciclette, braccioli e piscina, pappe asilo e cartoni animati. Sia io che mio marito ci siamo tuffati nuovamente in questo mondo che pensavamo superato e, anche se a volte faticosamente, non abbiamo mai nemmeno immaginato di poterci risparmiare in qualche modo. I nostri figli più grandi hanno messo in campo un entusiasmo e una partecipazione che, lo ammetto, neanche io avrei creduto.

    Una volta al mese ci incontriamo con l’educatore, nello spazio famiglia, con i suoi genitori. Noi non ne siamo gelosi, non abbiamo nessun timore e il bambino percepisce questa tranquillità, non gli diamo “istruzioni” su che cosa dire o fare, né interrogatori su quello che è stato fatto o detto. Dopo qualche mese che il piccolo era con noi abbiamo anche conosciuto la nonna, una bella signora, molto gentile e dignitosa, ovviamente ferita da quello che era successo nella vita del bambino, ma sempre gentile ed estremamente disponibile con noi. Tuttora ha un bel rapporto con il nipote, si vogliono bene, si vedono e si sentono spesso, lei ha sempre cercato di colmare il vuoto affettivo che il bimbo ha provato; ricordo quando mi chiese se sentirmi chiamare mamma da lui mi emozionava, le risposi che io mi sento la sua mamma e ciò mi sembra normale.

    Ci siamo commossi molto la prima volta che, arrivando sotto casa, ha detto «finalmente a casa mia!», e quando all’asilo ha preparato il regalino di Natale per i suoi genitori, pensavo lo portasse all’incontro nello spazio famiglia e, invece, lo ha portato in casa nostra e ha detto «questo l’ho fatto per voi!».

    Quando abbiamo annunciato a parenti e amici che saremmo diventati nuovamente genitori, tutti hanno reagito ricordandoci l’età non proprio giovanissima, il rischio insito nel mettersi in gioco nuovamente e il dolore che ci avrebbe causato il rientro del bambino in famiglia. Oggi, invece, con l’affetto così palese che viceversa intercorre tra noi, più nessuno si mette a discutere sull’opportunità di quello che è stato, e quando ci viene prospettata la possibilità che il bambino un domani ci lasci per tornare dai genitori, rispondiamo sempre dicendo che anche lui, come tutti i figli, percorrerà la sua vita, perché l’amore è un legame ma non una catena. Il fatto di averlo aiutato a crescere, ad andare avanti con le sue gambe sarà stato, proprio come con i figli biologici, un grande successo.

    In questi giorni di grandi polemiche sulle adozioni, personalmente penso che si dovrebbe spingere di più sugli affidi: nessun figlio, neanche quello adottato, diventa nostro e a diciotto anni andrà dove la sua storia lo porterà. Stiamo comunque parlando di bambini con vissuti difficili, che, altrimenti sarebbero con la propria famiglia, per cui in realtà il ritorno a casa è spesso improbabile, talvolta escluso.
    La burocrazia degli affidi, molto più semplice e rapida rispetto all’adozione, la sua accuratezza e l’assistenza post affido, rendono questo istituto uno strumento molto valido e tempestivo, che può intervenire prima che i minori abbiano subito danni importanti.

    Noi possiamo solo dire di essere felici di aver fatto questa scelta, non tanto o non solo per quello che abbiamo potuto fare per lui, ma per quello che lui, senza saperlo, ogni giorno ci regala.

    Elisabetta, casalinga genovese, 48 anni, mamma di 3 figli
    *la storia di Elisabetta è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Foto affido d'appoggioPrima tutti ti vogliono raccontare, presentare, far conoscere. Poi è più difficile. Per raccogliere queste testimonianze su affidi e adozioni non siamo volutamente passati attraverso le organizzazioni e le associazioni che di questo si occupano proprio per timore di ascoltare solo belle storie. Abbiamo invece raccolto comunque solo quelle perché parlare dei successi è molto più facile che raccontare i fallimenti. Di questi, sono mancati gli interlocutori perché certi insuccessi fanno molto più male di altri.

    Così, abbiamo perso i racconti di chi, nel corso di un’adozione internazionale, si è sentito talmente solo da aver concretamente paura di non farcela, di dover lasciare il proprio bimbo lì dove era stato chiamato a conoscerlo. Non abbiamo potuto parlare di come si arrivi a riportare indietro un bambino, disperati e con la sensazione di essere intimamente falliti come individui, né di come ci si possa trovare, a vent’anni da un’adozione “felicemente” arrivata, costretti ad ammettere che averla testardamente proseguita sia stato rovinoso per la vita di tutta la famiglia.

    Nessuno ne ha voluto parlare davvero. Eppure è un dramma che capita e coinvolge tutti, i servizi sociali che non hanno capito, i genitori che non si sono resi conto dei propri limiti, le organizzazioni di appoggio a volte distratte da altri obiettivi.

    Noi vi raccontiamo invece tre storie felici, come nella maggioranza capita che siano, e come quasi sempre avviene, se tutti sono onesti rispetto alle proprie capacità, possibilità, limiti.

    Leggetele con noi:

    > Il racconto di Paolo e della sua adozione internazionale

    > Il racconto di Francesca e del suo affido di appoggio

    > La storia di Elisabetta e del suo affido familiare


    Bruna Taravello

  • Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    Adozioni e affidi a Genova, i numeri non bastano per raccontare la situazione in città e dintorni

    immagine-adozioni-bambinoDare una dimensione numerica ad adozioni e affidi a Genova non è facile. Le richieste per l’adozione di minori stranieri sono in diminuzione, le famiglie disponibili ad adottare rimangono tante mentre i minori dichiarati adottabili sono pochi. I dati che ci arrivano dalla Regione dicono che i minori che hanno trovato una famiglia a Genova nel 2015 sono 44, 11 italiani e 33 stranieri. Ci rendiamo conto che un unico dato, peraltro non confrontabile con gli anni precedenti, di certo non aiuta a chiarire la reale situazione di affidi e adozioni nella città. Ma le informazioni fin qui fornite da Asl 3, ente di riferimento sul tema, sono piuttosto carenti a riguardo.

    Il percorso che porta all’adozione è lungo e inizia un anno, per finire, nel caso di procedimenti “veloci”, dopo quasi due; tre sono gli anni minimi per le adozioni internazionali. Le indagini che portano a sentenza di adottabilità e quelle che riguardano le famiglie che hanno fatto domanda di adozione, invece, richiedono alcuni mesi mentre l’affido pre-adottivo dura almeno un anno prima di diventare adozione. Ecco perché è impossibile considerare realmente rappresentativi i dati annuali di adozioni e affidi.

    I numeri genovesi, quando abbiamo iniziato questa inchiesta, pareva fossero disponibili: come detto, è la Struttura Semplice Tutela Affido e Adozioni dell’Asl 3 genovese ad occuparsi della questione e ad avere, di conseguenza, i dati più aggiornati. Il servizio prende in carico il procedimento e segue minori e coppie nel percorso adottivo dal momento in cui il minore è dichiarato adottabile. Le stesse informazioni, però, sono diventate “misteriosamente” indisponibili in corso d’opera per “colpa” di un trasferimento di sede e di un’inaugurazione imminente (che onestamente non capiamo come possa avere direttamente a che fare con la reperibilità dei numeri) del servizio dell’ente. Ci ripromettiamo di tornare sui dati (e su questo pezzo), appena gli stessi saranno nuovamente disponibili.

    Adozioni e affidi Tribunale Minori GenovaProviamo a raccontare comunque, con i numeri del Tribunale per i minorenni di Genova, quale sia la situazione regionale, o meglio ligure e in piccola parte toscana visto che il territorio di competenza del Tribunale genovese comprende le provincie di Genova, Imperia, Savona, La Spezia e Massa.

    Le domande di adozione, nel 2014, sono state 492; le adozioni perfezionate di minori italiani sono state 35, mentre arrivano a 88 quelle di ragazzi stranieri. In 24 casi, i minori sono stati adottati dal coniuge; 4 famiglie hanno accolto minori stranieri per un affido finalizzato all’adozione, mentre risultano 30 le famiglie che hanno in affido un minore nato in Italia. I minori dichiarati adottabili, con genitori noti, sono in maggioranza rispetto a quelli senza genitori: 24 nel primo caso, 5 nel secondo.

    Percorrendo i dati che il Dipartimento per la giustizia minorile del Ministero della Giustizia mette a disposizione, negli ultimi 4 anni si è registrata una diminuzione delle domande da parte delle famiglie alla disponibilità ad adottare, scendendo dalle 641 del 2010 alle 492 del 2014, mentre sono più costanti i dati degli affidi, che rimangono fra i 30 e 40 nei 4 anni presi a riferimento. Le adozioni, infine, si aggirano fra i 200 e i 170 circa per lo stesso periodo.

    Ci sono, poi, i numeri dell’affido familiare (affido temporaneo di un minore presso una famiglia, finalizzato al reinserimento nella famiglia di origine una volta superate le criticità): il Comune ogni anno si occupa in media di 300 affidi temporanei di minori che riguardano casi particolarmente problematici di orfani o bambini con genitori alle prese con difficoltà non estemporanee, tra cui la tossicodipendenza, e che sono destinati a diventare successivamente adottati a tutti gli effetti.


    Claudia Dani

  • Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    Adozioni, stepchild e affidi, ecco come ci si può prendere cura di un bambino e accoglierlo nella propria famiglia

    AdozioniIl decreto legge Cirinnà, apparentemente, non ha fatto felice nessuno, perlomeno nessuno che non si accontentasse. Un suo merito, però, è stato quello di riaprire il dibattito sulla situazione generale delle adozioni in Italia. La questione, infatti, è decisamente complessa e non è semplice fare chiarezza, vista anche la scarsità di dati aggiornati e dettagliati e la loro non omogeneità. Cercheremo di farlo rispondendo alle domande che noi per primi ci siamo posti, grazie anche al prezioso aiuto della professoressa Gilda Ferrando, ordinaria di Diritto di Famiglia all’Università di Genova, autrice di diversi libri sulla materia, la cui collaborazione è stata molto preziosa per tentare di ricostruire un quadro più completo possibile.

    L’evoluzione delle norme sull’adozione e il diritto del bambino alla propria famiglia

    Partiamo dalla norma. Così recita l’articolo 1 comma 1 della vigente legge n. 184/1983: “Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia”. La legge n. 149/2001 ha in parte modificato il testo, introducendo un capitolo specifico sul “Diritto del minore ad una famiglia”.

    Capire e conoscere l’evoluzione dell’istituto “adozione” è importante per pesare le parole che sono state spese da molti per dire che il bambino deve stare al centro del dibattito sulle adozioni. L’argomento è tornato all’attenzione di tutti con gli scontri sulla stepchild adoption (o, in italiano, adozione del configlio) proposta dal ddl Cirinnà sulle unioni civili, poi stralciata. Solo dal 1967, infatti, il bambino viene considerato un soggetto di diritti con la legge che introduce l’adozione speciale. Questa, nello specifico così chiamata per distinguerla dall’adozione ordinaria a cui si ricorreva per una questione di successione ereditaria del patrimonio e del cognome – vuole dare al minore il diritto a una famiglia.

    Con la legge del 1983 si scinde nettamente l’adozione del maggiorenne dall’adozione del minore. Si introduce anche l’affidamento familiare, visto come uno strumento di sostegno per la famiglia d’origine. Questo dovrebbe idealmente arrivare dopo altre forme di sostegno, per esempio quello economico (art. 2). È una premessa di cui tenere conto quando si considerano le difficoltà che riscontrano le coppie che sono in lista d’attesa per l’adozione.

    L’affidamento, la strada per l’adozione e i “casi particolari”

    Il presupposto per l’intero processo di adozione è che il bambino sia in uno “stato di abbandono morale e materiale”. Prima di decidere che la natura dell’abbandono sia definitiva, lo Stato, tramite gli enti locali come i servizi sociali, deve assistere la famiglia di origine nell’interesse del bambino: in un mondo ideale la povertà non dovrebbe essere una discriminante per condurre una vita degna con la propria famiglia.

    Mentre l’adozione è intesa a dare una nuova famiglia, in maniera irreversibile, a un bambino in stato di abbandono, l’affidamento è inteso come un supporto temporaneo al bambino e alla famiglia di origine, a cui dovrebbe fare ritorno. La distinzione mira a tutelare ancora una volta il diritto del minore “alla propria famiglia”.
    Ma chi può prendere in affidamento un minore? Abbiamo due possibilità: una famiglia (preferibilmente con figli minori) o una persona singola in grado di assicurarne il mantenimento, l’istruzione, l’educazione e le relazioni affettive. Da sottolineare anche che, giudicando esclusivamente l’interesse del minorenne, ci sono alcune sentenze che hanno concesso l’affidamento anche a coppie omosessuali. Nei casi in cui l’affido familiare non sembra possibile, inoltre, il minore può essere affidato a una comunità.

    Quando i problemi della famiglia d’origine sono considerati non risolvibili, cioè quando si è concretizzato lo stato di abbandono morale e materiale, il minore viene dichiarato adottabile. Anche in questo caso, le strade da percorrere possono essere due. L’interpretazione più rigida della legge porta a cercare una coppia di coniugi disponibili all’adozione e compatibili con quel bambino, per poi procedere all’affidamento preadottivo, della durata di un anno con possibilità di proroga per altri 12 mesi e al cui termine si può procedere all’adozione vera e propria, in genere in una famiglia terza rispetto a quella naturale e quella affidataria. La seconda strada è quella dell’adozione in casi considerati particolari: se durante l’affidamento prolungato il minore è dichiarato adottabile e la famiglia affidataria chiede di adottarlo, il tribunale ne tiene conto, sempre nell’interesse del bambino e può concedere l’adozione senza interrompere il rapporto con la famiglia d’origine.

    Una riforma dell’affido familiare è stata fatta con la legge n. 173/2015 “Sul diritto delle bambine e dei bambini alla continuità delle relazioni affettive”. Rimane la valutazione del giudice caso per caso, a sottolineare che l’affidamento prolungato non determina a priori la scelta dell’adottante, ma l’interesse di quel bambino. La giurisprudenza racconta anche di alcuni casi in cui i giudici non hanno tenuto conto dell’affidamento familiare, per i quali l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo. La recente riforma ha introdotto l’obbligo di sentire gli affidatari nel procedimento di adozione, che devono comunque avere i requisiti per l’adozione piena o possono tentare di ricorrere all’adozione in casi particolari.

    Sono interessanti i dati del Rapporto del 2014 del Gruppo CRC (gruppo di lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) sugli affidamenti in Italia: “Il 56,7% dei minorenni – si legge – è affidato da più di due anni, confermando che la pratica dell’affido “a lungo termine” è ancora una realtà sulla quale è urgente un serio confronto; per avere un quadro più chiaro a questo riguardo, sarebbe necessario anche rilevare gli affidamenti familiari che partono come consensuali e che dopo due anni proseguono come giudiziari”. Al 31 dicembre 2012, il 74,2% degli affidamenti era giudiziale, cioè non richiesto dai genitori ma disposto dalla magistratura preposta; in testa la Liguria con il 94,8%. Il Rapporto lamenta invece la mancanza di dati sui tempi di permanenza in comunità. Lo strumento dell’affido, cioè l’allontanamento dalle famiglie d’origine, è concepito come ultima risorsa, preceduta da altri interventi.

    Adozioni nazionali: chi può adottare?

    Quando parliamo di adozioni, abbiamo un’ulteriore distinzione da fare, in base all’origine del minore. Per quanto riguardo quelle nazionali, possono adottare i coniugi (va da sé che per la legge debba essere una coppia sposata, dunque, per il nostro ordinamento, eterosessuale) che abbiano richiesto ed ottenuto il decreto di idoneità dal tribunale dei minori. I requisiti per presentare domanda di disponibilità all’adozione sono quelli di essere sposati da almeno 3 anni (può essere considerato anche un periodo di convivenza prima del matrimonio, se dimostrabile), di non essere separati, di poter provvedere economicamente al mantenimento del figlio, di avere una differenza di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 45 per uno e 55 per l’altro coniuge rispetto al bambino (requisiti che possono variare in presenza di un figlio minore e per chi intende adottare due o più fratelli).
    I requisiti per ottenere l’idoneità all’adozione sono valutati dai giudici analizzando la documentazione presentata e tramite colloqui con gli aspiranti genitori e relative indagini finalizzate ad accertare la loro capacità a mantenere, crescere ed educare il minore. Questi ultimi due passaggi sono affidati ai servizi sociali presenti nella zona di residenza dei coniugi che invieranno una relazione dettagliata al giudice. Qualora fossero considerati idonei all’adozione, si guarda tra i minorenni in stato di adottabilità quello adatto alla coppia e viceversa. Dopo un anno di affidamento preadottivo (ossia quell’affidamento inteso a concludersi con l’adozione vera e propria e non come periodo di passaggio per sostenere difficoltà temporanee della famiglia d’origine) e sentiti i diretti interessati, il tribunale pronuncia la sentenza di adozione.

    Adozioni internazionali

    adozioni-internazionaliPer adozioni internazionali si intendono tutte quelle in cui il minore non sia cittadino italiano e ancora più genericamente quelle in cui adottante (la coppia di coniugi) e adottando (il minore) abbiano nazionalità diverse. Il caso più frequente e dibattuto è l’adozione da parte di italiani di un minore che risiede all’estero. La Convenzione dell’Aja, a cui la legge 183 si richiama nell’articolo 29, demarca le responsabilità dei due paesi eventualmente coinvolti nell’adozione. Al paese d’origine spetta decidere dell’adottabilità del bambino, mentre il paese di accoglienza decide dell’idoneità degli aspiranti genitori. Il raccordo è dato dalle autorità centrali e dagli enti autorizzati, che fungono da tramite per i due paesi.
    In Italia si svolge la prima fase con la dichiarazione di disponibilità all’adozione e l’idoneità. La seconda parte del lungo processo inizia nel paese d’origine del minorenne, con la sentenza di adozione disposta delle autorità, e si conclude con il trasferimento. Prima della sentenza di adozione si può ricorrere a un periodo di affidamento preadottivo, come nel caso dell’adozione nazionale. In Italia l’adozione piena prevede che non ci siano più contatti con la famiglia e deve esserci il consenso dei genitori naturali del minorenne, previa, ovviamente, omogeneità della giurisdizione in materia tra i due paesi.

    Un’altra possibilità sussiste quando una coppia o una persona singola residente all’estero abbia adottato un minore in questo paese. Una volta in Italia si presenta l’esigenza di riconoscere il provvedimento del paese di origine: adozione a tutti gli effetti o adozione ”particolare”, secondo l’articolo 44 della legge 184? In queste situazioni, la magistratura decide caso per caso.

    L’adozione in casi particolari: da dove arriva la stepchild adoption?

    L’adozione in casi particolari è disciplinata dall’articolo 44 della legge 184 e, come sottolinea la professoressa Ferrando, «si è prestata a garantire la formalizzazione di situazioni familiari di fatto nell’interesse del bambino».
    Le situazioni particolari si presentano quando non ci sono tutte le condizioni proprie viste in precedenza ma il minorenne ha comunque bisogno di un’altra famiglia che lo accolga. I casi eventuali sono indicati nello stesso articolo, come l’adozione da parte del coniuge di un genitore, previo consenso dell’altro genitore del bambino: si aggiunge, infatti, un adottante alla precedente situazione famigliare e si formalizza una cogenitorialità già esistente. Altra situazione è quella del bambino orfano di entrambi i genitori ma con parenti disposti a occuparsi di lui o persone con cui è già legato significativamente come amici di famiglia, insegnanti o il convivente di uno dei genitori defunti. Con un’adozione piena, il minore perderebbe ogni legame anche con i restanti membri della famiglia di origine, come i nonni, che invece l’adozione speciale conserva. C’è, infine, l’ipotesi in cui “vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo”: è la situazione più flessibile, ideata per poter formalizzare situazioni familiari di fatto, in cui il bambino è già legato ad altre persone.

    Come ricorda la professoressa Ferrando, prima che ci fosse la legge 40 del 2003 sulla procreazione assistita, la gestazione per altri, o maternità surrogata, non era vietata in Italia. Era proprio l’istituto dell’adozione in casi particolari a dare una formalizzazione giuridica a queste situazioni, con il marito, padre genetico, che riconosceva il figlio, e la moglie con la quale aveva condiviso il progetto di genitorialità. Questo strumento è stato usato anche per coppie omosessuali dalle Corti di Appello di Milano e Roma con sentenze motivate sempre dall’interesse del bambino, come prescritto dalla legge.

    La futura riforma della legge sulle adozioni

    Di che cosa non si occupa la nuova legge? Degli affidatari che non hanno i requisiti per l’adozione piena, vedi le persone single o non coniugate. La riforma dovrebbe andare in questa direzione rendendo la legge adatta ad una realtà più fluida e particolareggiata. La flessibilità richiesta potrebbe trovare il suo perno proprio nell’articolo 44 della legge vigente, quello sulle adozioni particolari. Un eventuale intervento dovrebbe certamente rispondere alle richieste della Convenzione Europea che l’Italia ha sottoscritto, normando le adozioni da parte di singoli e da parte di coppie omosessuali (anche se a livello comunitario questo aspetto è lasciato alla discrezionalità dei singoli Stati). Cirinnà o meno, quello che il legislatore dovrebbe tutelare, sono tutte le situazioni particolari che sono subentrate in questi anni, come quelli che di fatto saranno nuovi nuclei familiari.


    Kamela Toska

  • Amiu, il futuro è adesso. Giorni caldi per decidere la riapertura di Scarpino e l’ingresso di Iren

    Amiu, il futuro è adesso. Giorni caldi per decidere la riapertura di Scarpino e l’ingresso di Iren

    rifiuti-amiuE’ già iniziata la primavera per il ciclo dei rifiuti genovesi che in questi giorni si gioca una fetta decisiva del proprio futuro. Mentre il mese scorso Amiu aveva annunciato l’avvio in autotutela delle opere preparatorie alla copertura (in gergo, capping) e messa definitivamente in sicurezza delle aree di Scarpino 1 e 2, il 2 marzo si è riunita la prima seduta della Conferenza dei servizi che dovrebbe dare il via libera anche alla riapertura della discarica genovese e ai lavori per la preparazione della nuova area di Scarpino 3 che sarà una cosiddetta “discarica di servizio”. Qui verrà costruita parte degli impianti per una gestione avanzata del ciclo dei rifiuti prevista dal nuovo piano industriale Amiu, redatto già a partire dal 2014, e verrà abbancata quella parte dei rifiuti residui a fine ciclo che dovrebbe essere sempre più marginale.
    E’ noto che sul per dare vita a tutte queste innovazioni la partecipata al 100% di Tursi abbia bisogno di un partner industriale che investa il necessario per realizzare gli impianti, il cui carico non può ricadere sulle bollette dei genovesi che già dovranno affrontare nei prossimi anni i maggiori costi dovuti al trasporto dei rifiuti fuori Regione nell’ultimo anno e mezzo di chiusura di Scarpino. Ed è qui che arriva il grande interesse di Iren che, nelle forme di un aumento di capitale, potrebbe rilevare anche la maggioranza di Amiu. Ma, nelle ultime settimane, benché il Comune di Genova prosegua deciso verso questa ipotesi che potrebbe anche concretizzarsi senza una vera e propria gara, si sono fatti avanti altri soggetti interessati all’operazione, come l’imprenditore Giovanni Calabrò (già noto in città per possibili operazioni calcistiche e imprenditorial-commerciali) e, soprattutto, una società sarda, Mefin, con due misteriose multinazionali alle spalle.

    Il punto sul nuovo piano industriale

    RifiutiSono tre le principali linee impiantistiche di sviluppo su cui Amiu sta lavorando: la prima riguarda la separazione della frazione secca da quella umida di tutto ciò che gettiamo nei cassonetti dell’indifferenziata, attraverso un progetto depositato ad aprile scorso presso le istituzioni e di cui l’azienda è in attesa di approvazione. Un passo fondamentale per non conferire più in discarica la parte putrescibile dell’indifferenziato che dovrà invece essere inviata ad appositi impianti di biodigestione (da non confondere con il biodigestore per l’umido di qualità, ovvero quello ottenuto dalla raccolta differenziata dei cassonetti marroni), al momento anch’essi fuori regione.

    Il secondo filone riguarda quella che nel gergo viene definita “fabbrica della materia”, ossia un impianto che andrà a recuperare dalla frazione secca residua, elementi di carta, plastica, vetro e metalli che possono ancora essere valorizzati: questo impianto dovrebbe sorgere nell’ex area Amt di Genova Campi, per cui a breve dovrebbe concludersi il passaggio di proprietà tra le partecipate dell’amministrazione comunale della Lanterna.

    Il terzo filone riguarda una sensibile accelerata sul sistema di raccolta differenziata: «A Genova – spiegava il mese scorso alla ‘Dire’ il presidente di Amiu, Marco Castagna – attualmente veleggiamo attorno al 39% ma entro marzo vedrà la luce un nuovo piano studiato anche grazie al contributo del Conai (Consorzio nazionale imballaggi)». Legato a questo tema, c’è anche la realizzazione del biodigestore per l’umido di qualità del Comune capoluogo: qui i ritardi sono più elevati e riguardano sia la scelta tecnica dell’impianto più adeguato sia la sua futura collocazione. «Stiamo cercando di superare il ritardo impiantistico nel più breve tempo possibile – commenta Castagna – ma scontiamo un’arretratezza di diversi anni. L’obiettivo è far presto sperando anche che i cittadini superino la classica ‘sindrome nimby’ (‘not in my backyard’, letteralmente ‘non nel mio cortile’, ndr) e comprendano che questi impianti sono fondamentali anche per pagare meno tasse sui rifiuti. Gli attuali costi elevati dipendono in massima parte dal fatto che non avendo le strutture adeguate dobbiamo smaltire il materiale fuori regione».

    Ma, secondo le associazioni ambientaliste, oltre all’umido non si deve dimenticare neppure la raccolta dei materiali che già vengono conferiti in maniera differenziata, come carta, plastica e lattine il cui processo di trattamento al momento risulterebbe saturo, e come il vetro, che deve essere conferito fuori regione al pari dell’umido.
    Nel frattempo si dovrà anche pensare a come impiegare il biogas prodotto dai biodigestori e, soprattutto, che cosa fare del materiale residuato dai processi di riciclo e riuso. Ma quando si arriverà a discutere nel concreto di questo, la realizzazione del piano industriale sarà già a buon punto.

    Il punto sul riassetto di Amiu e l’arrivo di Iren

    percolato-scarpinoCome si diceva, per realizzare i nuovi impianti servono denari freschi. Denari che, secondo quanto previsto da una delibera approvata con fuoco e fiamme dal Comune di Genova, dovrebbero essere garantiti da un partener industriale di Amiu. Negli ultimi mesi, questo partner sta sempre più prendendo le fattezze di Iren (la multiutility con quote possedute tra l’altro dai Comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia, Parma e Piacenza), nonostante l’opposizione della sinistra genovese (in parte anche “di governo” con Sel e Lista Doria) preoccupata per una possibile privatizzazione mascherata anche della gestione dei rifiuti in città. Un timore confermato anche dal fatto che da una partecipazione di minoranza, l’ingresso della multiutility si sta trasformando, almeno secondo le voci dei soliti bene informati, in un forte aumento di capitale che consentirebbe a Iren di entrare in possesso della maggioranza di Amiu, proprio per le ingenti necessità di liquidità della partecipata.

    Secondo i fautori dell’ingresso di Iren, l’operazione potrebbe avvenire senza gara ma più semplicemente con “procedure di trasparenza a evidenza pubblica” seguendo la strada già imboccata da A2A, multiutility bresciana, sfruttando la possibilità data dai decreti governativi di aggregare società riferite allo stesso azionista. Certo, l’aggregazione dovrebbe rispettare alcuni requisiti fondamentali che, a detta del Comune, potrebbero essere garantiti ad esempio dalla necessità di non separare Scarpino dal processo di gestione del ciclo delle acque, già di competenza di Mediterranea delle Acque, controllata proprio da Iren.

    Iren o non Iren, il Comune deve decidere in fretta perché, una volta trovati i fondi, gli impianti non si realizzano certo con la bacchetta magica.

    Simone D’Ambrosio

  • La misteriosa proposta arrivata dalla Sardegna per “soffiare” Amiu ad Iren e gestire i rifiuti di Genova

    La misteriosa proposta arrivata dalla Sardegna per “soffiare” Amiu ad Iren e gestire i rifiuti di Genova

    raccolta-rifiutiQualcuno sta provando a mettere i “bastoni tra le ruote” nel processo di “privatizzazione” di Amiu che dovrebbe vedere l’ingresso come socio di maggioranza da parte di Iren. Dopo le voci di un possibile interesse dell’imprenditore Giovanni Calabrò, noto alle cronache per il suo avvicinamento al Genoa e alla Giochi Preziosi nonché per il possibile interesse ad arrivare in città con operazioni legate al commercio e alla grande distribuzione, negli ultimi giorni della settimana è circolata una curiosa manifestazione di interesse per l’acquisto di Amiu, protocollata dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria, arrivata da Mefin (Management environment finance srl), società con sede a Cagliari e a Oristano.

    Anche i sardi vogliono Amiu

    Come raccontato giovedì in esclusiva dall’agenzia Dire, la proposta riguarda un investimento da 150 milioni di euro, resi disponibili grazie all’accordo con due multinazionali (che per ragioni di riservatezza non possono ancora venire allo scoperto ma di cui si sa che una delle due ha fatturato 134 miliardi di dollari nell’ultimo anno, controlla società anche in Italia e lavora anche nel settore dell’ambiente), e la volontà di entrare in Amiu, rilevandola al 100% ma con la disponibilità anche a trovare un accordo con il Comune per eventuali partecipazioni strumentali di minoranza.

    Qualsiasi sia la strada, i vertici di Mefin tengono a ribadire che non è a rischio alcun posto di lavoro: «La nostra proposta – spiegano alla Dire – non è altro che un piano industriale completo, dalla raccolta allo smaltimento, che permette di sanare la situazione genovese senza operare alcun licenziamento o mobilità o cassa integrazione, con pieno mantenimento dell’attuale livello occupazionale. Questa ristrutturazione ci permetterebbe di rendere solvibile l’Amiu, azzerando perdite e debiti dato che la partecipata del Comune di Genova al momento non sembra più affidabile neppure per il sistema bancario e rischia il fallimento. Ci risultano circa 60 milioni di debiti ed esuberi di personale per oltre 500 addetti». Affermazioni pesanti che non sono destinate a lasciare il tempo che trovano visto che Amiu ha manifestato l’intenzione di rivolgersi agli avvocati per tutelare la propria immagine e dimostrare la non fondatezza dei conti sardi.

    Raccolta differenziata, la rivoluzione di Mefin

    Rifiuti raccolta differenziataTornando alla proposta di Mefin, si diceva, mantenimento degli attuali livelli occupazionali ma parte del personale dovrebbe probabilmente cambiare mansione e sarebbe coinvolta all’interno di quello che potrebbe diventare un nuovo ciclo di rifiuti che si ispira a una tecnologia impiegata a Sidney e unifica le operazioni di riciclo delle diverse filiere di trattamento per singolo materiale. «L’investimento interamente con capitali privati di 150 milioni di euro – precisa alla ‘Dire’ il portavoce della società, Gonario Cugis – riguarda la realizzazione di un impianto integrato per operare il riciclo di tutte le frazioni raccolte, il recupero energetico da biogas dalla frazione umida biodegradabile, attraverso una prima fase di digestione anaerobica e il successivo compostaggio, e l’assorbimento nel sistema di trattamento di rifiuti finale di una parte degli esuberi. Questo permette di ridurre i costi nel settore raccolta e avere dei ricavi dalla vendita di materie prime nel settore trattamento e, quindi, coprire l’esposizione finanziaria». Escluso qualsiasi collegamento con l’imprenditore Giovanni Calabrò, l’obiettivo della Mefin sarebbe l’ottimizzazione del sistema di raccolta differenziata genovese: «Il Comune, e quindi le tasche dei cittadini – sostiene la presidente Melas – soffrono sanzioni per non aver raggiunto una percentuale adeguata. Ma la colpa non è dei genovesi perché, in tutto il mondo, dove si utilizza il classico sistema a cassonetto non si raggiungono i risultati sperati». Due, dunque, gli interventi che verrebbero fatti in questo senso. «Il primo – entra nel dettaglio il portavoce della società sarda – riguarda il potenziamento del porta a porta che in alcuni casi consente di raggiungere anche il 75% di differenziata: in questo modo si evitano sanzioni e si riesce a ridurre la tariffa per i cittadini perché si andrebbe a dover smaltire meno indifferenziato e si annullerebbero i costi di trasporto per lo smaltimento fuori Regione». Più innovativo il secondo elemento: «Stiamo studiando – annuncia la presidente Melas – la possibilità di ridurre e semplificare le frazioni raccolte passando dalle classiche cinque (vetro-allumino, carta-cartone, plastica, umido, secco indifferenziata) a due, umido e secco. Il secco verrebbe poi frazionato in un apposito impianto che seleziona il multimateriale, già sperimentato a Buenos Aires». In realtà, a Genova le frazioni raccolte potrebbero essere tre, tenendo da parte il vetro un po’ più complicato da separare con questa tipologia di impianto multimateriale. Ma il progetto, per quanto interessante, stando a quanto riferito da Amiu, non sembra essere accoglibile nel rispetto dell’attuale normativa nazionale e locale.

    Il pedigree di Mefin

    Secondo ciò che i rappresenti della Mefin hanno raccontato alla ‘Dire’, anche la delicata questione delle aree in cui realizzare gli impianti, che tanto sta creando difficoltà ad Amiu per la messa in pratica del nuovo piano industriale, non sarebbe un problema: «Il nostro impianto integrato – spiegano – dovrebbe idealmente trovare collocazione tra i 20 e i 50 chilometri di distanza dal centro della città. E i genovesi possono stare tranquilli perché non verrebbe prodotto alcun odore nocivo o fastidioso: la digestione anaerobica dell’umido si svolgerebbe in ambiente ermeticamente chiuso necessario per estrarre il biogas. Abbiamo già individuato diverse aree e opzionato alcune zone industriali, il cui reperimento comunque rientrerebbe nel nostro investimento iniziale». Anche le aree sono naturalmente coperte da riserbo ma i rappresentati della Mefin non escludono che l’operazione possa essere realizzata anche a Scarpino. «Tutti gli impianti che compongono il nostro sistema integrato – dicono – sono già funzionanti, anche in Italia, ma in maniera disgiunta. Nel nostro Paese è stata fatta un’operazione a macchia di leopardo sulla raccolta differenziata ma in realtà la normativa europea prevede che ogni bacino arrivi almeno al 60% di differenziata. Il nostro sistema che fa riferimento alla tecnologia Rienerg System, brevettata nel 2010 dal World International Patent Protection Inventory Organization di Ginevra, è la migliore soluzione sia dal punto vista economico che ambientale ed è anche l’unica che ci risulti tecnicamente realizzabile seguendo i dettami dell’ultima conferenza mondiale sull’ambiente e sul clima che ha decretato la fine del sistema delle discariche e degli inceneritori».

    Per rispondere a chi solleva dubbi sulle competenze dell’azienda sarda, la presidente Melas spiega che Mefin ha già vinto gare internazionali a Dacca, (capitale del Bangladesh) per 300 milioni e due impianti in corso di realizzazione, assimilabili a quello che vorrebbero realizzare a Genova, a Khartoum (Sudan) per il trattamento di 700 mila tonnellate di rifiuti, in Nigeria per due impianti da complessivo 1 milione di tonnellate e ha superato la prima selezione a Dubai per un impianto da 200 milioni di dollari e 700 mila tonnellate l’anno. Insomma, il pacchetto presentato a Genova sembrerebbe, almeno apparentemente, completo. «Ora – confermano i sardi – la palla passa alla politica».

    Simone D’Ambrosio