Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus Faber, storia e curiosità della birra genovese

    Maltus FaberMaltus Faber è un microbirrificio artigianale con sede a Genova Fegino, nato dalla volontà di due ragazzi di promuovere la cultura della birra e di produrre una birra tutta genovese.


    “Abbiamo cominciato l’avventura a livello di semplice hobby circa dieci anni fa – racconta Massimo Versaci, uno dei due titolari di Maltus Faber, colleghi di lavoro nella vicina Centrale del latte  – Io nasco come collezionista di lattine di birra e girando l’Europa per raduni, comincio a scoprire le birre più disparate”.

    Nel 2004 i due amici promuovono la nascita dell’associazione culturale “La compagnia della birra” con l’intento di riscoprire la cultura della birra, anche in Italia. “Con la compagnia promuoviamo l’organizzazione di viaggi in Belgio, Baviera e Vallonia, per accostare il prodotto al suo territorio, corsi per imparare ad auto prodursi la birra in casa, degustazioni, fra cui le prime nel nostro paese di birre trappiste prodotte dai monaci cistercensi in Belgio, assaporate nell’abbazia quattrocentesca del Boschetto accompagnate da prodotti tipici liguri  – dice Versaci –  L’associazione assume una rilevanza nazionale, è uno stimolo per creare altre realtà e oggi siamo arrivati ad avere una newsletter di oltre 4000 persone”.

    Nel frattempo, il suo futuro socio, Fausto Marenco, inizia una piccola produzione di birra in casa, ma la cucina in breve tempo gli sta stretta ed è in basso Piemonte che trova gli spazi adatti e crea un piccolo impianto artigianale. “Dopo la partecipazione a un concorso nazionale, con 40 giudici provenienti da tutto il mondo, in cui la nostra risultò la seconda birra italiana di categoria, decidemmo di fare il grande passo e realizzare un micro birrificio”, continua Versaci.

    Il primo problema che si trovano ad affrontare è quello relativo all’impianto per la produzione. “Le aziende che commercializzano questo tipo di impianti lavorano dal macro al micro – spiega Versaci – Da impianti standard, attraverso successivi adattamenti, producono impianti di dimensioni ridotte”. Ma le esigenze cambiano a seconda della qualità del prodotto che si intende realizzare. I due soci decidono così di progettare un impianto unico ed esclusivo, in sinergia con un’azienda artigiana specializzata nella lavorazione di acciaio inox alimentare.

    Il 5 giugno 2008 nasce ufficialmente Maltus Faber. E già dall’inizio ottiene buoni risultati. La guida Slowfood 2009 li cita fra le 22 migliori birre d’Italia; nella guida 2011 due delle birre prodotte da Maltus Faber risultano fra le 55 migliori d’Italia, le uniche della Liguria. Parliamo di una birra artigianale quindi non pastorizzata né filtrata, ad alta fermentazione, una birra viva e sana, ottenuta con un processo produttivo naturale che, partendo dalle materie prime (malti, luppoli e lievito) elaborate in una ricetta, permette di ottenere un prodotto di alta qualità.

    Maltus Faber e’ un micro birrificio, non un pub e quindi non ha un suo locale di mescita.  Attualmente sono quasi 400 i micro birrifici in Italia. C’è però un’importante distinzione da fare all’interno della categoria.  “I veri micro birrifici sono quelli che si occupano esclusivamente di produzione e vendita, poi ci sono i brew pub, locali dotati di mescita e dove i clienti consumano, ed è tale la quantità smerciata, che logicamente cambia anche la metodologia di produzione – chiarisce Versaci – È un business diverso rispetto a chi come noi immobilizza il capitale. La nostra birra infatti esce in commercio dopo 3 mesi dalla produzione. Secondo me sono un 25% le aziende mosse principalmente dalla passione e che mettono al centro del loro progetto la qualità della birra. Mentre Il restante 75% si avvicina a questo mondo più per ragioni legate alla presunta facilità del business”. Negli anni ’90 le multinazionali hanno acquisito tutti i marchi per uniformare la produzione in grandi siti produttivi. Ma negli stessi anni nascono i primi pionieristici birrifici e si avvia quello che diverrà un vero e proprio rinascimento della birra.

    “Negli anni 2000 l’Italia è al 5° posto in Europa come qualità della birra – continua Versaci – Il made in Italy ha creato un business mondiale. Bisogna tenere conto però che i 400 microbirrifici rappresentano oggi solo l’1% dei consumi. C’è un’autostrada di fronte da percorrere per contrastare il monopolio della birra industriale”.

    Maltus Faber nel 2010 ha registrato un aumento del 34,9% di fatturato rispetto all’anno precedente. “Produciamo circa 50.000 bottiglie all’anno ma c’è una previsione di incremento del 20% – afferma Versaci – Nel gennaio 2011 rispetto all’anno precedente abbiamo registrato un +26%. Il trend positivo indubbiamente c’è. Il problema è che l’autostrada va gestita. Puntando sulla qualità”.

    “La nostra filosofia è ridare dignità alla birra come accompagnamento nei pasti – conclude Versaci – Crediamo molto nella trasversalità della birra come bevanda socializzante.  Ed è importante anche l’aspetto della presentazione della birra. Attraverso la degustazione e l’abbinamento con i prodotti tipici del territorio. Iniziative che proponiamo in ogni ambito dal centro sociale, al club esclusivo, senza distinzioni”. 


    Matteo Quadrone 

  • Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Federico Sirianni

    Federico Sirianni, cantautore genovese emigrato a Torino per amore e poi stabilitosi nel capoluogo piemontese. Racconta di essere nato in un taxi e di aver sfruttato il cuore spezzato del tassametro per farsi portare nella città vecchia…E racconta di aver raggiunto Torino con un battello a vapore disincagliato nelle paludi del Mississipi.

    Il cantautore è ancora un mestiere praticabile, una strada perseguibile per le generazioni che ti succedono, o pensi sia ormai quasi una velleità, una chimera?

    E’ un mestiere difficile, soprattutto in un periodo storico come questo. Però chi decide di scrivere per professione lo fa spinto da una sorta di “malocchio” che non gli permette di dedicarsi ad altre attività. Voglio dire, se non hai un sacro fuoco che ti muove testa, stomaco e ventricoli, non esiste alcun motivo per buttarsi in questo crepaccio, si desiste in fretta.

    Quando muovevi i primi passi fra la fine degli ’80 e i primi 90 collaboravi con Luca e Paolo, Casalino, Maifredi… Artisti genovesi che come te sgomitavano per far sentire la propria voce. Sembra che oggi in città quello spirito collaborativo tra artisti emergenti si sia un po’ perso, tanti cani sciolti distanti l’uno dall’altro… Perchè secondo te?

    Sono diversi anni ormai che non vivo più a Genova e non ho più il polso della situazione artistica. Però quel periodo lo ricordo con grande affetto, ci si trovava a casa di Marco Spiccio, medico-pianista e padre putativo di almeno un paio di generazioni di cantautori genovesi, oppure nei locali dei vicoli, dove suonare dal vivo non era una bestemmia e dove, se c’era qualcuno che si azzardava a fare una cover, veniva gettato sui bidoni dell’immondizia antistanti. Eravamo tanti, con più o meno talento, ci si confrontava a colpi di canzoni, si beveva molto. Forse i giovani cantautori genovesi bevono meno? chissà…

    Ti sei stabilito a Torino. Cosa ti ha spinto a lasciare Genova? 

    Sono andato a vivere a Torino per amore. Poi l’amore è finito ma sono rimasto perchè ho trovato una città accogliente e culturalmente viva, che ti permette di lavorare (non parliamo di New York, eh…) e, soprattutto, a differenza di Genova, non ti odia.

    Il cammino professionale di tuo padre (Vittorio Sirianni n.d.r.) credi per te sia stato un aiuto o un ostacolo nella tua crescita come cantautore?

    Mio padre fa un lavoro completamente differente. Avessi seguito le sue orme, come doveva essere nei progetti iniziali, questo aspetto avrebbe potuto forse rappresentare un problema. Devo dire che lui, come mia madre, m’è stato sempre vicino e non ha mai ostacolato il mio percorso. E, come dice il mio amico poeta Guido Catalano, “avere un figliolo che fa il cantautore o il poeta è una roba che un genitore non glielo augurerebbe al suo peggior nemico”…

    Immagina di osservarla dal mare… Genova sembra sporgersi assorta dai monti… Cosa osserva secondo te? A cosa starà mai pensando Genova?

    Pensa: “Vedi come son strani i genovesi? Più sono stronza più questi non si tolgono dal belino”.

    Gabriele Serpe

  • Luca Borzani “Questi anni sono decisivi per il futuro di Genova”

    Luca Borzani “Questi anni sono decisivi per il futuro di Genova”

    Luca BorzaniSi parla sempre di Genova come la città delle tante potenzialità inespresse. Ma quali sono queste benedette potenzialità che la città dovrebbe palesare, è perchè non vi riesce’ E’ così un azzardo pensare che genova sia oggi semplicemente una città priva di potenzialità?

    Abbiamo posto questa domanda a Luca Borzani, presidente della fondazione per la cultura di Palazzo Ducale.

    “Non credo sia possibile fare una riflessione su Genova senza allargarla al contesto nazionale. Oggi l’Italia non è tanto un paese con molte potenzialità inespresse, ma un paese segnato dall’incapacità di disegnare una credibile strategia per il suo futuro.

    Si è ridotta la competitività del sistema produttivo, scuola e università sono sempre più lontane dagli standard europei, le risorse ambientali e paesaggistiche sono prive di effettiva tutela, la disoccupazione giovanile tocca indici storici, l’economia criminale tende al controllo di intere regioni. Ci sono ovviamente grandi responsabilità delle classi dirigenti ma è l’insieme della società italiana che è malata, vecchia, senza coesione.

    Genova, come tante altre città, ha scommesso sul superamento del suo antico modello di sviluppo fondato sulla grande industria meccanico-siderurgica e il porto, investendo nell’innovazione, nella riqualificazione urbana, nei grandi contenitori culturali. Ma è pesantemente condizionata da una carenza di risorse, dall’invecchiamento della popolazione, dalla ridotta offerta di lavoro.

    Tuttavia sono convinto che Genova abbia non solo delle potenzialità, ma soprattutto specifici risultati nella ricerca, nel porto e nella cultura. E c’è la grande scommessa del Mediterraneo, la messa in relazione della città con la crescita dei paesi della sponda sud che, come dimostrano anche i drammatici avvenimenti di questi giorni, sono attraversati da un formidabile mutamento e da una crescita economica mal distribuita ma considerevole.

    Nel ruolo di cerniera tra nord e sud Genova può vivere una nuova stagione di sviluppo, e quindi veder trasformare le potenzialità in realtà. In questo senso gli anni che stiamo vivendo sono decisivi. E decisiva è la capacità o meno di rompere l’isolamento della città modernizzando il proprio impianto logistico, di aumentare l’attrattività dell’università, di perseguire le trasformazioni necessarie al porto.

    Le carte sono tutte sul tavolo. Molto spetta ai genovesi: a quanto decidono di investire, non solo finanziariamente ma anche culturalmente, per il futuro. Se permane la logica dei veti incrociati, della difesa delle rendite di posizione, degli interessi particolari è evidente che si pencolerà più verso il declino.

    Chiudersi in una realtà provinciale attenta solo al presente non permetterà di salvarci e tantomeno salverà le generazioni future. La sfida non riguarda però, anche in questo caso solo le classi dirigenti o la politica della città, riguarda tutti. Quando si capirà che il ” maniman” è l’altra faccia del non-crescere, che l’oscillare tra misteriosi eventi salvifici e l’autodenigrazione un po’ masochistica non produce nulla se non ulteriore depressione emotiva, un piccolo passo in avanti verso il domani sarà fatto da tutti. Insomma, io sono convinto che le risorse della città siano tante, si tratterà di vedere se riusciranno a entrare in gioco.”

    Matteo Quadrone

  • Incontro con Cristiano Angelini, cantautore

    Incontro con Cristiano Angelini, cantautore

    Cristiano-Angelini

    Cristiano Angelini, cantautore nato a La Spezia e genovese di adozione. E’ appena uscito il suo primo album “L’Ombra della Mosca” che ha vinto la Targa Tenco 2011 come miglior opera prima e vanta le collaborazioni di Vittorio De Scalzi e Max Manfredi.
    Neurobiologo ricercatore presso l’Ospedale San Martino e cantautore. Quando nasce questa “seconda vita”? Mah…a dire il vero la seconda vita è quela del ricercatore presso l’Univeristà di Genova, visto che canzoni ne scrivo da quando ho 15 anni, mentre la Laurea è venuta molto dopo. La ricerca non è così dissimile dalla composizione artistica: entrambe le discipline tendono a definire qualcosa che in realtà esiste già. Una sotto forma di comprensione l’altra sotto forma di estensione. Quando facevo Rock prog in italiano (1988 circa) la ricerca sonora e la ricerca lessicale di scrivere rigorosamente in italiano un genere che era notoriamente anglofono, mi ha indirizzato a lungo termine ad avvicinarmi alla canzone d’autore.

    Perchè hai fatto il cd? In quanto tempo? E’ stata una cosa improvvisa o maturata in un tempo più dilatato? Ho fatto un cd perchè ora era tempo di fermare alcune cose su un supporto. Perchè Bruno Cimenti e Nives Agostinis ci hanno creduto e perchè tutti i musicisti che ci hanno suonato hanno sposato il progetto con entusiamo. In particolare Matteo Nahum, che ha realizzato tutti gli arrangiamenti (a parte la Juta di Kalus che è stata arrangiata da Federico Bagnasco) e la direzione artistica del lavoro. Il tempo è stato relativamente breve, i brani si suonavano da tempi nei concerti. Quindi l’opera è stata realizzata velocemente, ma maturata in anni di concerti

    Cosa canti? A chi ti rivolgi? Canto le mie canzoni e mi rivolgo a chi ha voglia di ascoltarle. Se mi ponessi il problema di cosa cantare e per chi sarei ancora a scrivere le prime quartine! Canto le sensazioni che alcune storie mi danno ed a volte lo faccio con una dinamica cinematografica, nel senso dei flash visivi, mentre altre volte sono vere e proprie storie narrate. Non ho un tema preferenziale. Solo quello che mi colpisce e mi attira affrontare. Non scrivo canzoni d’amore perchè quello preferisco viverlo.

    La tua passione musicale quando nasce? Vengo da una famiglia di musicisti in qualche modo. Mio cugino è Tony Parisi, jazzista professionista che lavorò nella band di Joe Venuti, fece il Capolinea a Milano per anni ed è nell’Enciclopedia del jazz. Anche un mio zio è musicista ed iniziò a La Spezia nela band di Toto Cotugno (Toto e i tati) negli anni 60. Quindi la mia passione per la musica nasce in culla, progredisce attacato ad un manico di scopa a canatre Morandi da infante per il parentado in estatsi, prosegue con le dita sulla chitarra fino all’Ombra della Mosca, per ora almeno.

    Manuel Garibaldi

     

  • Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Intervista ad Alessandro Repetto, presidente Provincia di Genova

    Alessandro RepettoCiclicamente, soprattutto quando il paese affronta congiunture economiche negative ed è necessario approvare provvedimenti finanziari che taglino drasticamente le spese, si ripresenta puntualmente nel dibattito politico la questione dell’abolizione delle Province, considerate da alcuni commentatori degli enti superflui, se non del tutto inutili, che contribuiscono a gonfiare ulteriormente i costi di un sistema già al collasso.  Ne abbiamo discusso con Alessandro Repetto, Presidente della Provincia di Genova.

    Quale è il suo punto di vista sulla questione?

    Il mio è un giudizio disinteressato visto che sono al mio secondo mandato come Presidente e non potrò più ripresentarmi. Il tema dell’abolizione è spesso trattato con leggerezza da chi dimostra di non conoscere neppure le competenze della Provincia. E l’abolizione viene immaginata come la panacea di tutti i provvedimenti finanziari. Ma i finanziamenti che le province erogano per conto di regioni e stato, in loro assenza dovrebbero necessariamente essere erogati da altri soggetti e si avrebbero costi maggiori a causa del frazionamento delle spese. E le cito un esempio concreto: l’inverno scorso la Provincia di Genova ha acquistato, per conto di numerosi piccoli comuni, diverse tonnellate di sale per affrontare il problema del ghiaccio sulle strade. Il prezzo per i comuni interessati si è rivelato sicuramente vantaggioso rispetto a quanto avrebbero speso singolarmente. A mio parere se si vuole effettivamente ridurre le spese va drasticamente diminuito il numero dei parlamentari. Per le province si dovrebbe invece ragionare in direzione di una progressiva razionalizzazione.

    Molti cittadini non hanno nemmeno idea di quali competenze rientrino nell’ambito delle Province. Ci può indicare tre buoni motivi per mantenerle in vita? 

    Le province sono le istituzioni in grado di far dialogare tutti i soggetti del territorio su un piano di uguaglianza e rappresentano una forma di tutela per le realtà più piccole. Inoltre giocano un ruolo importante nella promozione di iniziative in rete. Ad esempio la Provincia di Genova presenterà in questi giorni il centro servizi territoriali: un progetto nato per aiutare nel processo di informatizzazione i 39 piccoli comuni che aderiscono all’iniziativa. Per quanto riguarda i tre buoni motivi a favore del mantenimento della provincia le cito alcuni nostri interventi. Nell’ambito della viabilità sulle strade provinciali abbiamo ridotto del 50% i costi della manutenzione grazie all’osservazione diretta sul territorio; la programmazione e pianificazione urbanistica sovra comunale che stiamo realizzando in valle Stura; le politiche di formazione-lavoro: la provincia interviene affinché non si creino situazioni di disparità fra diverse realtà del territorio con un ruolo di garanzia per i comuni meno attrezzati.

    Secondo lei è condivisibile la proposta di far lavorare di più le Province, aumentarne le competenze, invece di sopprimerle?

    Il disegno delega di Calderoli prevede nuove competenze per le province. Io sono perfettamente d’accordo. Le competenze devono essere chiare in modo da garantire un informazione corretta al cittadino. E stop all’eccessivo frazionamento delle competenze fra i diversi enti. Se ci sono 7 enti competenti in materia è difficile per il cittadino sapere a quale rivolgersi.

    Oliviero Toscani ha proposto dalle colonne de “La Stampa” di aggiungere i beni culturali alle competenze delle Province. La Provincia potrebbe diventare un ente mediatore fra i diversi livelli, nazionale e territoriali, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali?

    Questi obiettivi li stiamo già perseguendo: attraverso i nostri finanziamenti e quelli regionali abbiamo recuperato le badie di Tiglieto e di Borzone (entroterra di Chiavari). E con i fondi europei siamo intervenuti per conservare i numerosi beni culturali sparsi nei nostri comuni e sconosciuti ai più.

    Legambiente immagina anche altre priorità per le Province. Ad esempio la cura del territorio e delle acque. Gli ambientalisti auspicano anche un nuovo ruolo per l’espansione dell’uso di energie rinnovabili. Lei cosa ne pensa?

    La nostra provincia sta mettendo in campo diverse iniziative a tutela dell’ambiente. Siamo una delle poche ad avere un bilancio energetico (in cui indichiamo i percorsi da seguire, gli aspetti da migliorare, dove intervenire). La provincia non avendo un interesse politico diretto sul territorio, come succede invece ai comuni, ha una visione di secondo livello ed è facilitata nel denunciare situazioni di degrado ambientale. Fra i nostri progetti mi fa piacere ricordare la fondazione Muvita, una fondazione partecipata nata per seguire le iniziative a favore delle energie rinnovabili. E in collaborazione con l’Autorità Portuale siamo impegnati nella realizzazione di un importante progetto che prevede un nuovo modello di porto che permetta di diminuire l’inquinamento delle navi sfruttando le energie verdi.

    Matteo Quadrone

     

  • A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    Max ManfrediMax Manfredi, classe 1956, cantautore genovese amato anche oltre i confini nazionali, ha presentato il 5 gennaio 2011 al Teatro della Tosse “la luna nel ghetto”, uno spettacolo di musica e poesia in cui l’incasso sarà devoluto al progetto “Oltre il ghetto” della comunità di San Benedetto.

    Max, c’è chi ha affermato: “i cantautori sono la voce del futuro”. Tu che futuro racconti?

    Non prendo per buona la premessa. Dire che i cantautori sono la voce del futuro è altrettanto ottuso che retrocederne l’importanza al passato remoto.Certo, quest’ultima posizione è più malevola. Entrambe non tengono conto della realtà, e soprattutto non chiedono il parere degli agonisti, di coloro che le canzoni le cantano e le fanno, ma anche degli ascoltatori, che ne determinano l’esistenza. Io penso che una canzone non abiti il tempo cronologico. Si trova presa in rete fra passato e futuro, fra la realtà e il sogno. La canzone è obliqua rispetto al tempo. Io ricevo richiami dal passato e dal futuro, qualcosa mi segno, qualcosa commento da questa postazione precaria ma ingombrante che è il presente. Quello mio, quello che condivido con gli altri e quello che non condivido. La canzone “fa presente”, ma da dove viene e dove va rimane nascosto fra le sue  pieghe.

    Cosa pensi dell’ascesa dei talent show musicali, xFactor in testa?

    Sono una forma di calmiere che il mercato impone e si impone per recuperare stralci di sopravvivenza. E’ come la scoperta dell’acqua calda: determiniamo alcuni fenomeni attraverso i media, così non hanno bisogno di tanta pubblicità, ci sono, per così dire, già di casa. Rispetto ad una offerta di artisti che corrisponde ormai alla quasi totalità della popolazione, ne inventiamo un numero chiuso. A questo punto, essendo benedetti dal riconoscimento mediatico, non trovano nemmeno difficoltà ad avere i concerti. Il tutto funziona il tempo di vendere qualche suoneria.

    Di per sé non è un fenomeno disprezzabile. E’ la situazione del mercato discografico che è insostenibile. Se poi qualcuno pensa che sia un modo per salvare capra e cavoli, qualità e vendite, non tiene conto di tutti i fenomeni di vera qualità che, non benedetti dall’intercessione mediatica, si trovano ad essere sottoesposti e quindi danneggiati.

    Al calmiere  dei talent show dovrebbero corrispondere altre iniziative, volte a conclamare e difendere il valore degli artisti più interessanti, dato che il mercato, da solo, non basta a salvarli e nemmeno a salvarsi. Fra l’altro si tratta di un “libero” mercato che libero non è affatto, composto da multinazionali e una nebulosa di indipendenti e indipendentine.

    Nel 66 Lennon dichiarò provocatoriamente che “i Beatles sono diventati più famosi di Cristo”. Un’affermazione quanto mai lungimirante visto il sempre più debole appeal della religione sulle nuove generazioni occidentali… Quale è il tuo rapporto con la religione?

    Non mi pare che Cristo abbia perso il suo appeal mediatico. Ma credo che la religione sia una faccenda segreta, intima, dell’individuo. Se fossi un religioso, magari cattolico, mi preoccuperei della mia chiesa e del suo asservimento agli strumenti mediatici (del demonio) così come se fossi uno di sinistra che insegue l’utopia dell’ortodossia (e non un bastardo come sono) mi preoccuperei della stessa cosa, parlando non più di un’entità mitologica come il demonio, ma di un’altra entità altrettanto mitologica che è il potere…

    Gabriele Serpe

  • Islam a Genova: intervista al responsabile del centro islamico di Genova

    Islam a Genova: intervista al responsabile del centro islamico di Genova

    husein salahL’Italia è un paese nel quale il pluralismo religioso è un fenomeno molto recente, che ha iniziato ad assumere un profilo socialmente rilevante solo intorno agli anni novanta, quando l’immigrazione inizia a profilarsi come un fenomeno diffuso. Parlare del senso della religione nel mondo contemporaneo significa di fatto affrontare due temi diversi: l’aspetto privato, quello della ricerca spirituale personale e del senso dell’esistenza da parte degli individui, e l’aspetto pubblico e sociale: in questi termini ci si chiede quanto nel mondo contemporaneo la pratica religiosa abiti o meno lo spazio sociale e influisca sulla vita di relazione e i comportamenti sociali, politici, economici delle persone.  Nel dibattito pubblico italiano prevale una rappresentazione rigidamente “polarizzata” tra credenti cattolici e non credenti, che non rende giustizia alla realtà sempre più diffusa delle minoranze religiose (che in molti casi, ma non sempre, hanno un legame con le migrazioni) ai percorsi di ricerca spirituale personale, sia all’interno del cattolicesimo che di altri confessioni, al fenomeno ormai piuttosto diffuso delle conversioni di italiani autoctoni a culti professati in maggioranza da immigrati. I giovani figli di immigrati, le “seconde generazioni”, quale approccio possono avere alla religione in un paese nel quale è fortemente presente l’impronta culturale cattolica, ma che, nello stesso tempo, sembra situare la pratica religiosa in uno spazio fondamentalmente personale e privato, e nel quale il dichiararsi seguaci di un culto non sempre sembra determinare in maniera chiara gli stili di vita? Abbiamo approfondito la questione del senso della religione fra i giovani musulmani italiani, “seconde generazioni” parte di una delle minoranze religiose numericamente più consistenti, contando oltre due milioni di persone in Italia, e più presenti nello spazio pubblico, anche in occasione dell’apertura della sezione genovese dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, avvenuta il 28 Novembre. Per questo abbiamo raccolto la testimonianza di un testimone privilegiato come Husein Salah, responsabile del Centro Islamico di Genova.

    Secondo la sua esperienza, quanti figli di famiglie di religione musulmana in Italia si possono considerare realmente praticanti?
    E’ molto difficile rispondere a questa domanda, perché è un fatto personale che non viene censito scientificamente. La maggioranza delle famiglie musulmane cercano di dare un’educazione islamica ai loro figli, ma l’esito dipende molto dallo stile educativo: a volte prevale nei genitori un atteggiamento di dialogo e rispetto, altre uno di imposizione influenzato dallo stile educativo nei contesti d’origini. Nell’infanzia non c’è quasi mai conflittualità, i bambini tendono a seguire ciò che gli viene detto, ma, nell’adolescenza, facilmente avviene il contrario. Quando c’è un dialogo positivo con la famiglia, magari anche scontrandosi su alcuni aspetti, i ragazzi di solito intraprendono un percorso di fede tipico della “seconda generazione”: di fatto, l’adesione all’Islam diventa una loro scelta, come succede per i ragazzi dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, che pochi giorni fa, il 28 Novembre, ha aperto una sezione a Genova. Invece, quando da parte dei genitori c’è un atteggiamento di imposizione autoritaria, nascono molti problemi. Alcune persone sono abituate a considerare la trasmissione dell’educazione e dei valori religiosi di generazione in generazione qualcosa di naturale, scontato, come nei paesi d’origine, senza tenere conto che qua, il contesto sociale è profondamente diverso, che i minori hanno un’esperienza di vita completamente differente da quella dei genitori. E cosi, ci sono degli episodi di ribellione alle famiglie e all’educazione impartita. A Genova e in Liguria, per fortuna, non ci sono stati casi di conflittualità fra genitori e figli gravi come quelli che abbiamo visto diverse volte nella cronaca nazionale, però siamo a conoscenza di numerosi casi di allontanamento volontario dalla famiglia. Alcune volte questo succede al compimento della maggiore età, altre volte ad andarsene sono dei minori, a partire dai 14 anni, sempre da famiglie che sono in difficoltà e non sono riuscite ad instaurare un dialogo educativo con i loro figli. Per questo, il nostro Centro Islamico organizza degli incontri periodici per genitori, perché abbiano consapevolezza delle difficoltà che si incontrano nell’educare i propri figli per scambio di esperienze e suggerire stili educativi adeguati. L’educazione dialogante e non impositiva a volte risulta difficile anche perché spesso i padri lavorano dal mattino alla sera e le madri che restano a casa, interagendo poco con quel mondo esterno con il quale invece i giovani sono costantemente in contatto.

    Ci sono invece casi di “ritorno” alla religione da parte di figli di famiglie immigrate da paesi musulmani, ma non praticanti?
    L’immigrazione in Liguria è troppo recente perché si possano vedere questi casi in numero significativo. Ci sono giovanissimi che frequentano i luoghi di culto, ma non sempre siamo a conoscenza del percorso che hanno fatto. Conosco invece alcuni giovani che si sono allontanati dal luogo di culto durante l’adolescenza e alcuni di loro sono rientrati, verso i 25-26 anni. Ciò che temo, è il ritorno rivendicativo all’identità di origine, quello che è accaduto in Inghilterra e nelle periferie francesi: molti giovani, delusi dalla loro occidentalità, soggetti a discriminazioni, chiamati spregiativamente “marocchini” da chi di certo non conosce il Marocco, in momenti di difficoltà e di conflitto, possono fare una scelta di ritorno non consapevole, motivata da rifiuto e rabbia più che da effettiva convinzione, e che può essere facilmente strumentalizzata tanto dall’estremismo politico quanto da quello religioso. Noi stiamo lavorando perché questo non avvenga mai in Italia:non a caso, l’associazione si chiama Giovani Musulmani d’Italia, per sottolinearne l’appartenenza italiana, affermarne anche l’appartenenza della fede religiosa all’islam e mostrare che questi due aspetti dell’identità possano convivere pacificamente nel giovani.

    Prima mi ha accennato che molti ragazzi compiono un percorso di fede “da seconda generazione”. In che cosa la loro religiosità si differenzia da quella degli immigrati e dei convertiti italiani?
    Rispetto agli immigrati, i giovani nati in Italia si differenziano per non seguire alcune pratiche consuetudinarie legate ai paesi d’origine dei genitori. Ad esempio, se in alcuni paesi c’è una netta separazione fra aspetto maschile e aspetto femminile, i nostri gruppi giovanili hanno assemblee miste, pur nel pieno rispetto dei precetti religiosi. Nei giovani musulmani ritroviamo spesso aspetti della cultura occidentale adattati a quella cultura: durante un convegno nazionale la GMI terrà a fine anno a Lignano Sabbiadoro, ci sarà anche un concorso di rap islamico; poi c’è l’aspetto dell’abbigliamento: in particolare, le ragazze fanno un continuo mixaggio culturale: indossano il velo, ma spesso mettono anche i jeans, e cosi via.: questi giovani saranno i mediatori del futuro, coloro che potranno assicurare il dialogo fra i nuovi immigrati musulmani e la società italiana e occidentale. Diverso è l’atteggiamento della seconda generazione rispetto a quello dei convertiti italiani: sono accomunati dall’assenza di riferimenti alle pratiche non religiose divenute consuetudini nei paesi musulmani, ma nei convertiti c’è di base un’insoddisfazione e talora un rifiuto della cultura occidentale o almeno di alcuni suoi aspetti, che li differenzia dai giovani nati in Italia da famiglie immigrate che, appunto, tendono a mixare elementi della cultura islamica e di quella occidentale, adattandoli alle loro convinzioni. Io penso che il musulmano consapevole non deve rifiutare ciò che esiste, ma cercare di adattarlo “se possibile” ai suoi valori. Influenzare e contemporaneamente essere influenzato, perché il rifiuto netto non porta a nulla.

    Nello stile di vita, in che cosa i giovani musulmani si differenziano dai ragazzi che non seguono nessun credo religioso in particolare e dai giovani praticanti cattolici?
    I giovani musulmani si differenziano dai ragazzi non religiosi in molti aspetti della vita quotidiana, dove cercano di seguire i precetti della religione musulmana: non bere alcolici, non usare sostanze, non mangiare carne di maiale, nell’ambito della coppia, astenersi dai rapporti prematrimoniali: norme di comportamento che nei paesi dei genitori sono molto sentite anche a livello sociale, oltre che religioso, tanto che quasi tutti i non musulmani tendono egualmente a seguirle. Per le ragazze, c’è anche l’elemento di distinzione estetica del velo. C’è anche però fra i giovani una forte sete di assimilazione, che spinge a imitare gli stili di vita caratteristici del paese dove sono nati. In una società come quella occidentale, dove l’immagine è tutto, assimilazione per un giovane vuol dire soprattutto cercare di avere le stesse cose degli altri, seguire le stesse mode, vestire con gli stessi marchi,per non essere emarginati: c’è il rischio di essere trascinati da un consumismo sfrenato, che mette ancora più in difficoltà il loro rapporto con i genitori:  e’ un aspetto che vale non solo per i musulmani, ma per tutti gli immigrati: molti cercano di farsi accettare per quello che hanno, o per quello che mostrano di avere, e non per quello che sono. Lo stile di vita dei ragazzi musulmani è forse più vicino a quello dei giovani cattolici praticanti che a quello di tutti gli altri, perché, in fondo, i principi sono simili; la differenza è che i musulmani tendono a essere rispetto a loro più praticanti e a applicare di più i principi nella vita quotidiana. Per quanto riguarda i rapporti esterni dell’associazione GMI, sono buoni sia con gruppi cattolici che con gruppi laici.

    Da che cosa dipende secondo lei il fatto che i giovani musulmani siano tendenzialmente più praticanti e osservanti rispetto ai cattolici? Può dipendere dal fatto che essendo in Italia una minoranza tendono a una maggiore coesione? 
    Penso di no, perché i praticanti di solito seguono i precetti anche nei paesi d’origine, dove i musulmani sono maggioranza. Credo dipenda dal fatto che il musulmano tende a riferirsi molto di più ai testi, alle scritture. Le cose vietate nel Corano sono pochissime, ma sono sempre le stesse: se l’alcool era vietato quattordici secoli fa lo è anche adesso, non c’è un’autorità religiosa generale che possa riammetterlo. Nell’Islam, a differenza che nel Cattolicesimo, non c’è un clero o un’organizzazione centrale che può decidere di modificare alcuni precetti per adattarli alla modernità. Questo, secondo me, facilita un rapporto più diretto delle persone con i testi  sacri e il rispetto dei precetti essenziali, perché una persona che vuole essere praticante sa che nessuno ha l’autorità di abolirli o modificarli. Sugli aspetti della vita quotidiana non trattati nel Corano, i musulmani si riferiscono alle tradizioni interpretative e alle opinioni dei sapienti, che possono avere opinioni diverse. Un sapiente può dire che una cosa è fattibile, se non è corretta troverà cento che diranno no, infatti nell’islam sunnita ci sono 4 scuole di diritto islamico con tanti ramificazioni, per fortuna, non esiste un’unica interpretazione. Alla fine è una scelta della singola persona, a questo punto, da chi essere convinta.Il compito dei religiosi musulmani consapevoli secondo me è anche quello di distinguere chiaramente i precetti religiosi dalle tradizioni locali.In certi paesi, alcuni hanno tentato di immettere usanze di origine tribale come l’infibulazione o l’idea del potere assoluto dell’uomo sulla donna, nel novero dei precetti religiosi. I religiosi sapienti e consapevole da sempre cercano di combattere tutto questo.

    Andrea Macciò

  • Intervista a Enrico Musso, un’esclusiva di Era Superba

    Intervista a Enrico Musso, un’esclusiva di Era Superba

    Enrico MussoUna lunga intervista con il parlamentare genovese Enrico Musso, candidato sindaco per il Pdl alle scorse elezioni amministrative.

    Che rapporto ha con Genova?

    Genova è la città nella quale sono nato, in cui ho abitato, trascorrendo periodi anche abbastanza lunghi e significativi fuori. Ma la mia città era sempre Genova anche quando ero a Parigi, a Cambridge, anche adesso che sto a Roma. E questa è una cosa che la vita la segna. Si è visto anche quando tre anni fa in modo assolutamente inaspettato un insieme di partiti mi ha chiesto di rappresentarli facendo il candidato sindaco nella mia città. Questo ha segnato profondamente la mia vita e ha limitato le attività che con molta passione stavo svolgendo. Nel momento in cui accetti una cosa del genere, naturalmente le scadenze scompaiono dal tuo orizzonte, ed è abbastanza doloroso. In tutto questo, il fatto che fosse per Genova è stato decisivo.

    Lei ha un’attività intensa, e spazia tra la docenza universitaria, la ricerca scientifica, e anche l’attività concertistica (è organista, nda). Se dovesse descrivere Enrico Musso, come lo descriverebbe?

    Intanto sfumerei un attimo sull’attività intensa, perché da quando sono parlamentare sono in aspettativa all’università perché c’è il divieto di cumulare queste due funzioni. Detto questo, evidentemente l’aver fatto molte cose cercando di farle non dico bene, ma al meglio delle mie possibilità, rappresenta l’indice di una certa curiosità. In molte delle cose che ho cercato di fare, certamente nell’università e nella politica, ho cercato di dedicare il mio tempo ad un’attività che fosse utile ad un certo numero di persone. Nello stesso spirito ho accettato di fare il candidato sindaco e poi il parlamentare, addirittura sospendendo. L’attività di parlamentare consente di essere utili a molte più persone; certamente con un apporto personale molto più limitato.

    Che ruolo ha la musica nella Sua vita?

    Le mie qualità da musicista sono assolutamente trascurabili e quindi il ruolo è quello amatoriale. Ha avuto effetti molto positivi per me, perché ti mette direttamente in comunicazione con un’idea di bellezza, che in fondo è quello a cui tutti tendiamo e rispetto a cui la nostra vita diventa troppo tortuosa. Quando hai la fortuna o la possibilità di metterti a suonare  allora riprende la presa diretta con la bellezza. Mi sono specializzato sul periodo barocco, e in particolare sulla musica organistica di Bach e dei suoi predecessori. Questa musica ha la caratteristica di stabilire un ordine sulla realtà dei suoni; può quindi aiutarti a stabilire un ordine sulla realtà delle cose che ti circondano, ossia una certa geometria nella lettura delle sensazioni che ti hai intorno, persino nella politica; ti aiuta a leggere l’intorno in un modo più ordinato e anche essenziale. In una fuga di Bach non c’è una nota fuori posto. E invece in politica ci sono tante note fuori posto, ma ci si rende conto più facilmente di quali sono.

    D – Ho letto una Sua dichiarazione sul Pdl, in cui Lei afferma “Basta zoccole e scandali”. Allargando l’obiettivo, e guardando alla nostra società, quanto pensa che la società sia specchio della politica e quanto la politica sia specchio della società?

    R – Io ho detto quella frase su Facebook, che ha un linguaggio fra scritto e parlato. La frase esatta diceva “Vorrei un partito serio dove non ci siano scandali e zoccole”. Io facevo riferimento al partito che rappresenta oggi “casa mia”, quindi voglio prima di tutto che casa mia sia un posto pulito. Ma il punto non è il Pdl: la sensazione è che in qualche modo i partiti rappresentino i difetti della società; gli eletti, nei loro difetti, sembrano evocare i difetti degli elettori. L’Italia è il paese della raccomandazione, per esempio, così tanto che è addirittura stata un po’ sdoganata, un po’ assolta: oggi, se una persona mi chiede, come professore, di dare una mano al figlio o al figlio dell’amico non ha la sensazione di fare qualcosa di dannoso per la società, e invece sì, perché cominciamo a stabilire un sistema di regole deviate per cui vince non quello che ha più merito ma quello che ha più conoscenze. Tutto questo si trasferisce poi nel lavoro e poi nella politica, e tutto il paese viene permeato dal sistema della raccomandazione. Io faccio fatica a definirmi di destra, ma se ci sono delle parole chiave di una destra moderna queste dovrebbero essere: una società basata di nuovo sull’individuo, sul merito, sulle capacità individuali, su un sistema di regole rispettate e condivise.

    Marco Topini

    Intervista integrale disponibile sul canale video di EraSuperba

  • Intervista al Dr Burton-Chellew: i media e le “ricerche stupide”

    Intervista al Dr Burton-Chellew: i media e le “ricerche stupide”

    Dr Burton Chellew
    Dr Burton Chellew, Università di Oxford

    Dr. Burton-Chellew, Lei è stato citato da Repubblica per uno studio che dimostra come si perdano degli amici quando si entra in una relazione sentimentale. Tuttavia sono sicuro che molti, leggendo l’articolo, avranno pensato che si tratti di un argomento di ricerca un po’ sciocco e frivolo: alcuni si chiederanno come mai i ricercatori di Oxford sprechino il loro tempo per trarre conclusioni così inutili…

    Prima di tutto, devo dire che sono sorpreso della quantità di riscontri che questo lavoro ha ricevuto. Tuttavia credo che l’estesa copertura mediatica riveli come questo sia un argomento di interesse per molte persone in tutto il mondo e dunque non sia “sciocco” né “frivolo”. Aggiungo che è una reazione comune nei confronti dei risultati della biologia evolutiva il dire che si tratti di “conclusioni ovvie” e “inutili”; ma ciò è dovuto in parte al fatto che tali risultati sono in consonanza con le vera vita della gente e che le spiegazioni sono ingannevolmente semplici. Per esempio, se il nostro risultato fosse stato che le persone coinvolte nelle relazioni sentimentali hanno lo stesso numero di amici, o anche di più, allora sono certo che molta gente avrebbe commentato che un simile risultato era ovvio. Se tu chiedessi a 100 persone di predire il risultato, non sarei sorpreso se un terzo prevedesse un aumento, un terzo una sostanziale equità e un terzo invece una diminuzione. Il risultato della ricerca proverà dunque l’ovvio a quel terzo di persone a cui capiti di essere nel giusto.

    Lei quindi è uno “studioso” di relazioni sentimentali…?

    Beh, si e no. Questo era solo un piccolo studio nella mia carriera; e ogni studio fornisce le risposte a una parte di un puzzle. Molti studi messi insieme nel corso del tempo servono a fornire un corpo di prove a sostegno di particolari teorie. Per questo nel frattempo ho tralasciato quella ricerca e ora sono concentrato sull’economia comportamentale: ma potrei ritornarci sopra un giorno. Se non lo farò, allora magari qualcun altro continuerà la mia ricerca.

    Ci spieghi allora il fine scientifico di questi studi.

    Nella fattispecie il lavoro era parte di un più vasto corpo di lavori che servono ad approfondire i costi e i benefici di ogni relazione, di come la gente si senta a riguardo, di quanto sia cooperativa e verso chi lo sia. L’idea che ogni relazione comporti dei costi è contestata da alcuni ricercatori e richiede test empirici. In senso lato, stiamo comprendendo sempre meglio come gli individui non siano degli isolati “produttori di decisioni” che agiscono razionalmente,  ma siano radicati piuttosto all’interno di contesti sociali, che cercano di modificare e dai quali, a loro volta, sono modificati. Ciò ha delle ripercussioni in molti aspetti della nostra vita, da quella individuale su su fino a quella sociale: il diffondersi di malattie, i comportamenti come il fumo o l’obesità, i network economici e i contesti decisionali. Da un punto di vista ancora più generale, analizziamo gli esseri umani all’interno di un contesto evolutivo e li compariamo e li mettiamo a confronto con altri animali sociali come i nostri cugini primati.
    Per entrare nel dettaglio, questo lavoro stava verificando l’ipotesi che le persone, in situazioni che sottraggono tempo alla loro vita sociale, possano avere minori relazioni strette in grado di fornire loro aiuto. Lo studio si proponeva di osservare la gente nei processi educativi o nelle relazioni sentimentali, come due tra le molte possibili forme di limitazione del tempo a nostra disposizione. Abbiamo comprovato la sussistenza di costi sociali in entrambi i casi, ma i media si sono interessati solo al caso delle relazioni sentimentali. Questo lavoro analizzava anche il ruolo dei famigliari all’interno del contesto sociale su cui gli individui possono contare in caso di bisogno e abbiamo scoperto che le persone che avevano più fratelli e sorelle non per questo avevano più membri nel loro “contesto di supporto”, dimostrando così che non è la disponibilità concreta di relazioni percorribili a determinare la grandezza del nostro gruppo sociale di riferimento. Questa classificazione dei famigliari era anche in accordo con la teoria della Fitness Inclusiva (più comunemente conosciuta come “Selezione Parentale”), che è una teoria che  ha avuto un vasto successo e una larga influenza dalla biologia evolutiva alla zoologia.
    Personalmente penso che valga sempre la pena conoscere meglio la natura umana, per meglio capire noi stessi, le nostre azioni e i nostri sentimenti. Inoltre comprendendo gli altri diventiamo forse anche più tolleranti nei loro confronti. Le persone che ora conoscono questo lavoro possono essere potenzialmente più attente a non sviluppare sentimenti di risentimento nei confronti degli amici del loro nuovo partner, capendo che questi hanno già un’ inclinazione naturale, in qualche caso, a comportarsi così. Le persone che costruiscono una nuova relazione, dal canto loro, possono stare potenzialmente più attente a non dare i loro amici per scontati e ad assumere comportamenti atti a mantenere queste relazioni. E ciò mi sembra evidentemente utile.

    Ma qual’è esattamente il suo ramo di studi? Di cosa si occupa? Antropologia evolutiva o come la vogliamo chiamare?

    E’ meglio fare una descrizione del mio lavoro piuttosto che ragionare per nomi di istituto o di dipartimento. Io sono un biologo evolutivo specializzato in “evoluzione sociale”. Ciò significa che uso la teoria evolutiva per predire il comportamento e le decisioni degli organismi sociali. Attualmente mi occupo degli esseri umani, ma in precedenza mi occupavo delle vespe parassite. La mia carriera è cominciata all’Istituto di Biologia Evolutiva dell’università di Edimburgo dove ho completato un rigoroso corso di studi sulla teoria evolutiva per il mio dottorato. Quindi mi sono spostato all’Istituto di Antropologia Cognitiva ed Evolutiva (ICEA) di Oxford, anche se ora lavoro al dipartimento di Zoologia. Questi nomi riflettono la storia delle differenti divisioni filosofiche, dei differenti modi di suddividere il mondo. Storicamente Oxford suddivide la biologia in zoologia, scienze delle piante e antropologia, anche se questo non è un modo molto moderno di vedere il mondo; ragion per cui a Edimburgo si usa una ripartizione diversa. Ovviamente, usando la vecchia divisione, i miei interessi spaziano dalla zoologia all’antropologia.

    Per rispondere alla tua domanda l’ICEA è in effetti l’insieme di due dipartimenti (quello dell’antropologia evolutiva e quello della cognitiva) ma è anche un modo di separare questi stessi dalla più comune  antropologia. L’antropologia evolutiva studia come gli umani si evolsero, da quali antenati, dove, quando e su che cosa i nostri comportamenti ancestrali furono simili ai nostri comportamenti moderni. Questioni centrali possono essere: “Quando la monogamia si evolse nella nostra stirpe?”, oppure “Quale era la dimensione tipo dei gruppi dei nostri avi?”, “Quando sviluppammo cervelli così grandi?”, o ancora “Cosa è esattamente un amico?”. Di nuovo, l’amicizia sembra un dato ovvio: eppure allo stato attuale delle cose è molto difficile definirla ed è senza dubbio molto rara negli animali, e pertanto richiede una spiegazione. Gli umani sono spesso spacciati per una specie straordinariamente cooperativa, e siccome la cooperazione è difficile da spiegare in termini darwiniani, ciò pone un problema. Il dipartimento di antropologia cognitiva è più psicologico e meccanicistico e prova a spiegare le inclinazioni processuali che i nostri cervelli hanno ereditato a causa del nostro passato. Una questione su cui lavorano spesso è: perché così tante persone hanno un’inclinazione religiosa? Ma non sono ben informato sul loro lavoro, per cui non posso commentarlo a dovere.

    Lei è a conoscenza di come il suo lavoro, così complesso e vario, viene magari un po’ banalizzato dai media all’estero, come ad esempio è successo con la Repubblica in Italia?

    No, non ne ero affatto a conoscenza. La Repubblica mi ha scritto un’e-mail e io ho risposto: ho visto l’articolo ma non so leggere l’Italiano. Non ho idea di quante persone l’abbiano letto, né se qualche altro giornale si sia occupato della cosa. Le lenti dei media semplificano e distorcono sempre i resoconti scientifici, anche se ciò è in parte necessario, dato che fanno un “riassunto” degli articoli scientifici. Spero che i lettori interessati siano spinti a cercare oltre, ma sono sicuro che la gente, se legge l’intero articolo (anziché solo il titolo), possa scoprire che la verità è di norma in qualche modo più sottile e complessa. Noi siamo creature complicate con spiegazioni complicate, ma i media hanno bisogno di storie semplici. Allo stesso modo vorrei che la gente potesse credere che gli scienziati sanno di quali ricerche c’è bisogno. Un esempio recente nel Regno Unito è stato quello di un lavoro molto ben fatto dove si metteva in luce come le anatre preferissero la “doccia” al “bagno” e come le docce fossero migliori per la loro salute (o qualcosa del genere). Tuttavia i media criticarono aspramente l’utilità di un tale lavoro, sostenendo che fosse ovvio. Ma non lo era. Anzi, la ricerca ebbe grosse implicazioni finanziarie per l’industria dell’allevamento delle anatre e per il benessere degli animali.
    I lettori dei nuovi resoconti scientifici dovrebbero realizzare due cose: i media ridurranno all’osso l’articolo scientifico per includere solamente gli elementi dal titolo più accattivante (ed infatti, nel mio caso, gli effetti sulla grandezza del network sociale causati dalle perdita del tempo dedicato all’educazione è stata ignorata dai media); non sono gli scienziati a proporre il loro lavoro all’attenzione dei media o a spacciarlo come un articolo che fa notizia, come poi i media lo presentano.
    Se le prove vi sembrano poco convincenti e le conclusioni ingiustificate, allora imputate l’esagerazione ai media, prima che agli scienziati. Il lavoro più significativo che ho fatto era sulle vespe parassite, in cui ho verificato teorie chiave sulle vespe selvatiche sul campo. I media non hanno dimostrato alcun interesse in questo pur prezioso lavoro; pertanto, per cortesia, non giudicate uno scienziato dall’attenzione che i media gli riservano: questo non è il modo in cui noi scienziati ci giudichiamo a vicenda.

    Intervista e traduzione a cura di Andrea Giannini

  • Horacio Ferrer, il poeta del tango e di Astor Piazzolla

    Horacio Ferrer, il poeta del tango e di Astor Piazzolla

    Horacio FerrerHoracio Ferrer e’ un uomo che colpisce al primo sguardo: la sua voce sinuosa, la sua risata goduta e contagiosa, i suoi occhi vispi e vissuti, i suoi modi gentili e spontanei, e l’empatia quasi inimmaginabile con la pittrice Lulu’, la sua splendida ed eccentrica moglie.

    Nato a Montevideo nel 1933, ma trasferitosi in tenera eta’ a Buenos Aires, manifesto’ il suo talento gia’ da piccolo’, scrivendo poesie, milonghe, giochi di marionette, per intrattenere i suoi amici del quartiere. Fu uno zio materno a trasmettergli la passione per il tango e a fargli conoscere il fermento artistico della capitale Argentina. Negli anni 50 pubblico’ il suo primo libro di poesie e la sua prima opera teatrale, ma la svolta arrivo’ con l’opera “La ultima grela”, un tango che ebbe grandissimo successo e che rappresento’ l’inizio della sua parabola di scrittore.

    Da quel momento, infatti, la sua attivita’ compositiva non conobbe soste, grazie al sodalizio artistico che instauro’ con Astor Piazzolla, grande musichiere. Piazzolla, che in quel periodo cercava qualcuno che condividesse la sua voglia di rivoluzionare le chiuse e ormai logore tradizioni tanguere, per approdare a una forma di tango piu’ innovativa e vivace, trovo’ in Ferrer un eccentrico paroliere, e insieme diedero vita a una nuova estetica del tango, basata su opere con poche concessioni melodiche a favore delle parole, brani nei quali la musica fosse concepita come una preziosa cornice alla poesia.

    Negli anni successivi collaboro’ con altri grandi artisti internazionali, continuo’ a regalare ai milongari grandi opere e scrisse il “Libro del Tango”, che divenne oggetto di studio all’Universita’ di Parigi.

    Nel 1989 ha fondato la “Academia Nacional de Tango della Repubblica Argentina” a Buenos Aires e negli anni successivi la stessa accademia e’ nata anche in Francia, Spagna, Belgio, Italia, Olanda, Germania, Svezia, Cile, Cuba, Messico, Brasile. Persino una strada a Buenos Aires e’ intitolata a lui…

    Lo abbiamo incontrato in occasione del Festival Internazionale di Poesia di Genova, una chiacchierata emozionante, un incontro di quelli che rimangono impressi.

    Horacio, che cos’e’ il tango e cosa rappresenta per lei?

    Il tango scorre nelle mie vene fin dalla nascita, definirei la mia vita come una specie di festival permanente. Credo di essere un uomo modesto, ma con una grande virtu’: l’armonia nel suo destino. E questa armonia si e’ materializzata con il tango. Uno dei valori fondamentali della mia vita e’ la liberta’, e per me il tango e’ un esercizio di liberta’ straordinario: e’ il profumo, il sapore, l’odore, e’ l’arte della sensualita’; il suo destino e’ quello di esprimere il lato confidenziale dell’esistenza e di ricondurci all’ istinto primordiale, che e’ la parte piu’ libera di noi stessi.

    Danza e poesia, due elementi predominanti nella sua vita, molto piu’ simili e vicini di quanto la gente creda. Quali sono i punti di unione che legano queste due forme d’arte?

    Simonide di Ceos, poeta dell’antica Grecia, disse “La poesia e’ musica che parla, un insieme di suoni che arrivano e si trasformano in parole, la danza e’ il corpo stregato dalla musica.” Nel tango sono due realta’ che convivono perfettamente, mosse dall’estetica e dal cuore.

    Quale e’ il suo rapporto con l’Italia e quale impressioni le ha suscitato Genova?

    Il mio bisnonno aveva origini italiane, come la mia compagna Lulu’, per cui il richiamo del vostro paese e’ sempre forte. Venni per la prima volta nel 1971, a Roma. In quegli anni molti artisti italiani recitavano le mie opere o volevano collaborare con me: Milva, Mina, Domenico Modugno. In passato ho firmato il documento per la nascita a Roma dell’Accademia nazionale italiana di Tango, un luogo in cui convivono arte e cultura, creazione e studio, artisti e professori. A Genova e’ la prima volta che vengo, mi ricorda un po’ Napoli. Il mare fa risplendere la terra di un luccichio inebriante.

    Manuela Stella

     

    Tratto da “LiberTango”, Horacio Ferrer:

    Mi libertad es tango que baila en diezmil puertos

    y es rock, mambo, es ópera y flamenco.

    Mi libertango es libre, poeta y callejero,

    tan viejo como el mundo, tan simple como un credo.

    De niño la adore’, deseándola crecí,

    mi libertad, mujer de tiempo y luz,

    la quiero hasta el dolor y hasta la soledad.

     

    La mia liberta’ e’ tango che balla in diecimila porti

    e’ rock, mambo, e’ opera e flamenco

    Il mio liberotango e’ libero, poeta e vagabondo,

    Cosi’ vecchio come il mondo, cosi’ semplice come un credo.

    Da bambino la adorai, crebbi desiderandola,

    la mia liberta’, madre di tempo e luce,

    la voglio fino al dolore e fino alla solitudine.

  • Gil David, la pittrice dell’eros famosa in tutta Europa

    Gil David, la pittrice dell’eros famosa in tutta Europa

    Gil David Gil David, un’artista poliedrica: pittrice di tele e di corpi, poetessa, narratrice di racconti erotici, organizzatrice di eventi, “opinion maker” in televisione.

    Tutte attivita’ intrecciate da un unico denominatore: esprimere la poetica del corpo, dipingere la seduzione come qualita’ suprema della relazione uomodonna, parlare di eros come la piu’ naturale delle attivita’ umane e tradurre tutto questo nell’arte.

    Gil nasce a Bologna, dove frequenta liceo artistico e Accademia, ma successivamente si trasferisce a Parigi, per frequentare l’ Ecole des Beaux Arts, fucina di grandi talenti.

    L’ esperienza parigina le infonde inizialmente un approccio all’eros ironico e velato, ma la sua natura e la sua ricerca la portano ben presto ad esprimerlo in modo sempre piu’ diretto e carnale, trasgressivo ma mai volgare o pornografico.

    Da allora Gil David, pioniera nell’espressione poliedrica del pianeta sesso e tuttora artista sempreverde, non si e’ piu’ fermata. Ha organizzato mostre delle sue opere fra Parigi, Praga e Bologna e ha pubblicato vari libri di racconti erotici (“Raso nero e desiderio”, “Erostorie a Bologna” e “Rosso praghese” sono i principali…) Per la sua verve e il suo stile non convenzionale ha attirato l’attenzione della tv, riuscendo a sedurre anche il pubblico dell’etere con il suo intrigante candore e con la sua “sensualita’ spirituale” che le ha fatto acquisire il titolo di “sacerdotessa dell’eros”.

    Se il mondo culturale le ha spocchiosamente voltato le spalle in varie circostanze e le istituzioni, dopo averla corteggiata, l’ hanno poi guardata con fastidio ed imbarazzo, Gil David resta un’artista capace di rappresentare l’eros in maniera sempre creativa ed accattivante, fondendo armoniosamente, nell’intreccio dei corpi, il rosso della passione e il nero delle tenebre…

    Gil, cosa resta oggi della tua opera?
    Il tema dell’eros motore della vita e’ rimasto come pulsione, ma l’artista segue un sogno: nell’abbraccio, nell‘amore, carnale e spirituale, c’e’ sempre la realizzazione dell’Io profondo. Forse ora, con il passare degli anni, sono diventata l’icona di me stessa, della mia parte irrazionale di magia, pulsione erotica, trasporto. Ora posso viverla solo attraverso l’energia del mio vissuto: il ricordo ha un potere infinito che non si perde mai. Bisogna vivere le esperienze in maniera sempre diversa, la passione si esprime diversamente a seconda dell’eta’ e deve rappresentare un appagamento dei sensi e dello spirito. Il coinvolgimento erotico ti porta all’estasi, ma non per tutti e’ la stessa cosa: molti intendono l’eros solo come sessualita’, per me e’ anche poesia.

    Quale e’ per te il rapporto fra erotismo e pornografia?
    L’erotismo e’ il viaggio di due persone attraverso le emozioni del corpo, un viaggio che puo’ anche essere senza ritorno, con abbandono totale… La pornografia e’ parlare solo di sesso: il sesso a se’ stante e’ la morte dell’erotismo. Sono difficili da trovare le parole giuste per esprimere un vero trasporto erotico ed una relazione autentica, ma bisogna sempre provarci…

    Come pensi che i giovani oggi vivano il rapporto con il sesso?
    Molte volte oggi il sesso diventa un linguaggio obbligato, compulsivo e si e’ spesso “costretti” a consumarlo. L’erotismo e’ il linguaggio che permette piu’ di ogni altro di entrare in comunicazione con l’ Io profondo e di conseguenza con l’amore e l’attrazione. Anche i novantenni lo comprendono…

    Nella tua Bologna, ma soprattutto nell’Italia del 2008, quali sono i punti di rifermento di Gil David?
    La Bologna e l’Italia politica degli anni 80 gia’ cominciavano a diffidare delle mie opere, per mancanza di coraggio e di apertura culturale. Tuttavia credo che qualcosa sia rimasto e forse c’e’ chi potra’ raccogliere questo patrimonio. Oggi, nel mio lavoro, i punti di riferimento sono pochi eletti. Penso che la vera natura dell’uomo quasi mai corrisponda al politico o all’uomo di potere, perche’ questi “maschi” non usano l’energia vitale e creativa che costituisce l’erotismo. Il sesso vissuto con gioia e con pienezza e’ un formidabile antidoto alla stupidita’, al fondamentalismo clericale e alla violenza. Per dirla con le parole di Georges Bataille, “nell’erotismo, l’essere aperto alla morte, al tormento, alla gioia, l’essere morbido e dolorante, si profila nella sua luce crepuscolare. Il grido che emette a labbra contratte e’ un immenso alleluja che affonda nel silenzio sconfinato…”

    Filippo Boriani

  • Joumana Haddad, intervista alla poetessa libanese

    Joumana Haddad, intervista alla poetessa libanese

    Joumana HaddadJoumana Haddad è una cittadina del mondo, poetessa del corpo, della provocazione, giornalista e scrittrice. Questa 38enne libanese dal fascino dirompente negli ultimi anni ha fatto parlare di sé. Per i suoi libri tradotti e pubblicati in tantissimi paesi (parla sette lingue, fra cui un perfetto italiano, e ha tradotto tanti autori arabi introducendoli nel mercato occidentale…) e per il suo periodico “Jasad“, trimestrale in lingua araba specializzato nel linguaggio del corpo, un atto coraggioso e rivoluzionario, un punto forte di rottura con i tanti tabu’ che oggi incatenano la cultura medio-orientale.

    E’ stata uno degli ospiti d’onore della 15esima edizione del Festival Internazionale di Poesia di Genova, un soggiorno breve nella nostra citta’ e poi nuovamente in viaggio…

    La tua arte e la tua vita hanno come comune denominatore proprio il viaggio. In apertura abbiamo provato a trattare questo tema da piu’ punti di vista, giacche’ oggi scoprire e conoscere il mondo non e’ piu’ un privilegio per pochi e nuovi flussi migratori trasformeranno molte zone del Pianeta. Come viene vissuto tutto cio’ nel “distante” Medio Oriente?

    Eh si, io sono perennemente in viaggio e non mi stanco mai, viaggiare e vivere per me sono sinonimi…  E’ vero che la voglia di conoscere ed esplorare oggi e’ fortemente radicata nell’essere umano, molto piu’ che in passato, in Oriente come in Occidente, ma a prescindere dal desiderio, nel mondo arabo e’ inevitabile scontrarsi con quelle che sono le concrete possibilita’, ovvero la realta’ dei fatti. In Libano le frontiere sono aperte, ma nel resto del Medio Oriente la situazione e’ diversa. Partire significa quasi sempre non poter piu’ tornare, perche’ la pena e’ il carcere. A voi puo’ sembrare assurdo, lo so, ma e’ la realta’. Quindi quello che per molti occidentali e’ desiderio di una nuova esperienza, esplorazione di se’ e ricerca di stimoli diversi, per la gente che nasce e vive magari in Siria, Palestina, Iran o Iraq si chiama sogno di una vita migliore, dal punto di vista economico, sociale e politico.

    Sei rimasta solo qualche giorno a Genova… Che impressione ti ha fatto la citta’?

    Sono rimasta troppo poco per farmi un’idea, avrei voluto visitare il centro storico ma alla fine non ce l’ho fatta. Credo pero’ di aver ben compreso l’animo dei genovesi… Gli occhi sono quelli della gente di mare, gli stessi che trovo ad esempio a Beirut, la mia citta’, anche lei bagnata dal Mediterraneo. Io penso che il mare segni nel profondo e allo stesso identico modo l’animo di tutti i popoli che su di esso affacciano.

    Veniamo alla tua rivista… “Jasad”, che significa “corpo”. Scrittori e artisti per lo piu’ arabi, senza pseudonimi, trattano con disinvoltura tematiche legate al sesso e alla poetica del corpo, un’impresa a dir poco coraggiosa in Medio-Oriente…

    Jasad e’ un progetto che sentivo di dover realizzare. Le polemiche e le grida allo scandalo sono ovviamente state tantissime, ma ho ricevuto anche molti segnali di approvazione. Il tema di rilievo della rivista e’ la dimensione sessuale del corpo, ma non c’e’ ovviamente solo questo. Arti, letteratura e scienze del corpo… un territorio vastissimo profondamente radicato nella cultura araba, ancora piu’ che in quella occidentale, eppure in molti se lo sono dimenticati. Oggi nelle nostre regioni il corpo umano, il sesso e l’erotismo sono diventati tabu’. “Jasad”, semplicemente, questo non lo vuole accettare.

    I corpi nudi femminili e i racconti erotici di “Jasad”, contrapposti ad una cultura che relega le donne in secondo piano, in alcune regioni costrette a condizioni di schiavitu’ per tutta la vita… Quante di loro pensi siano consapevoli della violenza che subiscono e quante, invece, considerano tutto cio’ la “normalita’”?

    In Libano ci sono donne con il velo e donne che non lo indossano, la scelta e’ fortunatamente, nella maggior parte dei casi, libera. E’ intorno ai confini del Libano, invece, che la situazione diventa tragica. Io, e in questo momento parlo in quanto essere umano, non solo come donna araba, vivo questa realta’ come un insulto, un’umiliazione. Ci sono donne arabe ben consapevoli dei soprusi subiti, ma pur potendo farlo, non muovono un dito per cambiare la propria situazione. Ci sono quelle consapevoli che pero’ non possono fare nulla per cambiare le cose, perche’ minacciate o controllate e infine quelle che non si rendono conto di vivere in condizioni atroci. Queste sono coloro che hanno subito veri e propri lavaggi del cervello fino ad autoconvincersi che si tratti di una loro scelta. E’ in queste donne che si nasconde il vero rischio di non vedere mai un cambiamento. Ma di una cosa, piu’ di ogni altra, proprio non riesco a capacitarmi: le donne arabe consapevoli di quello che subiscono non si rendono conto di avere fra le mani l’arma piu’ potente di tutte, ovvero la maternita’. Queste madri di futuri uomini arabi, fanno crescere i propri bimbi con i “valori” distorti del padre o del fratello, pur sapendo che si tratta di un errore madornale. Mi sento di dire, tuttavia, che di soprusi nei confronti delle donne io ne ho visti anche qui in Italia, e non meno gravi. Mi riferisco ai pezzi di carne vestiti da donna della vostra televisione, io credo che la differenza sia sottile, e cio’ dovrebbe farvi riflettere…

    Come ha reagito il mondo arabo alla vittoria elettorale di Obama?
    Obama ha rappresentato e rappresenta per la maggior parte del mondo arabo una speranza che prima era totalmente scomparsa. Ovvero quella di trovare finalmente un contatto con l’occidente, un punto d’incontro. Io sono ottimista su un progressivo riavvicinamento dei due mondi, oggi ancora cosi’ distanti, e come me sono ottimisti tantissimi arabi, gli estremisti sono davvero una minoranza. Credo che ci vorra’ molto tempo, indubbio, ma le possibilita’ esistono, ne sono convinta.

    Gabriele Serpe

  • I Baustelle presentano “I Mistici dell’Occidente” alla Fnac di Genova

    I Baustelle presentano “I Mistici dell’Occidente” alla Fnac di Genova

    BaustelleArrivano quasi avvolti da un alone leggendario. I Baustelle. Una folla variegata li attende alla Fnac di Genova, dove presentano il loro ultimo disco, i Mistici dell’Occidente, uscito il 26 marzo.

    L’album prende il titolo dall’omonimo libro di Elemire Zolla, noto filosofo delle religioni. Dopo la denuncia del malessere sociale e culturale esposta in Amen, nel nuovo album troviamo la reazione positiva: attraverso la reinterpretazione della figura del mistico, i Baustelle ci offrono gli spunti per una rivoluzione intesa come riflessione critica sulla monocultura occidentale.

    Trascorsa la presentazione “fnacchiana”, si dedicano al pubblico con genuinita’ e disponibilita’.

    Iniziamo dal vostro singolo,
    Gli Spietati: chi sono?
    Coloro che tentano di raggiungere la felicita’ eliminando le passioni. Tuttavia la fine della canzone segna la vittoria dei sensi, attraverso una voce straziata che canta “C’e’ un amore che mi brucia nelle vene e che non si spegne mai”; voce straziata perche’ la passione spaventa chi la subisce: l’estremita’ dei sentimenti spesso porta con se’ il rischio di provare dolore.

    Essere mistici ed essere ribelli. C’e’ un filo conduttore? Il nostro “mistico” e’ inteso a livello metaforico. Questa figura e’ ribelle in quanto, distaccandosi dal modello impostole, si rende conto che esso non e’ l’unica realta’ possibile.

    Cosa significa per voi essere ribelli oggi? La ribellione oggi e’ meno facile perche’ istituzionalizzata. Viviamo in un mondo in cui ribellarsi e’ quasi un dovere, ma questa rivolta e’ solo apparente e gia’ inclusa dal sistema.

    Parliamo della vostra coerenza: non avete paura che le vostre musiche orecchiabili e il nuovo contratto stipulato con la Warner rischino di “prostituire” la vostra arte? Noi siamo pop in senso positivo. Crediamo che la canzone vada rivolta a tutti; non si puo’ dire: “Ah, questa e’ cosi’ arte che la tengo per me”. No! Altrimenti si finisce a fare i solipsisti. Le canzoni sono di tutti e tutti devono poterle ascoltare.

    Nel vostro album ci sono evidenti echi morriconiani e riferimenti al cinema spaghetti – western. Il mondo attuale puo’ essere paragonato al “vecchio west”? No. Il mondo attuale e’ un campo di battaglia in cui purtroppo non accade alcuna battaglia.

    Tra le vostre canzoni ce n’e’ una intitolata San Francesco. Che modello offre per la rivoluzione di cui parlate? San Francesco e’ da noi rivisitato in chiave laica. L’esempio che ci offre e’ il coraggio di vedere la realta’ attraverso un’altra prospettiva, liberandoci dai canoni imposti dalla nostra epoca.

    In un’altra canzone parlate, criticandolo, di un presidente. Questo presidente ha un volto? Si’ e no. Certamente dicendo la parola presidente (con la p minuscola nei testi N.d.A.) immagino Berlusconi. Tuttavia, essendo anarchico, vedo negativa ogni forma di potere; quindi spero che il riferimento rimanga universale.

    Anarchia. Una parola che pronunciata a Genova rimanda inesorabilmente a Fabrizio De Andre’. Quanto vi ha influenzato il cantautore nostrano? Molto. In particolare il brano I Mistici dell’Occidente risente parecchio della sua influenza; essendo composto in forma di ballata popolare ( che De Andre’ adoperava spesso) ed avendo io (Francesco Bianconi N.d.A) un timbro vocale molto simile, il rimando e’ inevitabile.

    Germano Monetti – Veronica Campailla

  • Incontro con Paolo Rossi: la commedia è finita

    Incontro con Paolo Rossi: la commedia è finita

    Paolo RossiLuogo: Feltrinelli di Genova. Motivo: presentazione de La commedia e’ finita, conversazione surreale di e tra Carolina de la Calle, regista spagnola (che dal 2008 lavora con Rossi nella compagnia teatrale BabyGang), e l’attore borderline Paolo Rossi su riflessioni e migliorie da apportare ad un teatro in bilico come un funambulo, perennemente in crisi e sull’orlo del fallimento. Ma queste avversita’ lo portano a dover essere vitale, eclettico, innovativo… Attributi perfetti anche per i nostri due eroi!

    La commedia e’ finita. Perche’ questo titolo? Ha molti significati, tra cui: basta, non prendiamoci in giro e iniziamo a fare sul serio.

    Come vedi il futuro del teatro? Io confido nel teatro. Ha piu’ speranze il teatro, nel suo continuo rinnovarsi, che le sei/sette vecchie reti televisive. Sono un mezzo immobile, morto, destinato a finire.

    Nel libro parlate di teatro pop: in cosa consiste davvero? (P) E’ un genere che ruba un po’ da tutto. Io ho seguito il metodo di Dario Fo: “rubare, in teatro, e’ cosa buona. Copiare e’ da coglioni”. L’importante nell’essere pop e’ mischiare bene le carte. L’artista-ladro ruba ai falsi colti per regalare agli ignoranti incoscienti come lui. (C) Inoltre per noi significa riuscire a rivolgersi al popolo e non a quello che sta a casa con il telecomando. (P) Anche se qualcuno e’ riuscito a togliere il potere al popolo trasformandolo in pubblico, avendo capito che la gente perdona molto di piu’ agli attori che ai primi ministri.. Cosi’ i primi ministri sono diventati ottimi attori!

    E qui arriviamo a un tema che ti e’ caro: l’attacco al potere; come credi che si possa combattere il potere attraverso l’arte? (P) Se io facessi un monologo sui precari guadagnerei molto, riceverei molti complimenti ma non cambierebbe niente. E’ lavorando con i precari che io provo a modificare le cose. I cambiamenti avvengono se fatti collettivamente, non attraverso il televoto.

    (C) Io non so se il problema sia il potere, ma so che ogni giorno perdi un sacco di tempo a informarti sui tagli all’ente dello spettacolo, ti ricoglionisci e perdi talento. La nostra generazione di artisti si sta perdendo nelle anticamere dei ministeri. Non bisogna scendere nelle piazze ma salire negli uffici e discutere insieme i bilanci.

    (P) Questa si chiama insurrezione… (ride)

    Nel libro parlate di giovani. Paolo, com’e’ lavorare con loro? La verita’ e’ che loro sono piu’ rigorosi. E sono cosi’ perche’ hanno fame. Questo e’ uno dei tanti motivi per cui preferisco lavorare con loro.

    Che maestro sei? Io mi definisco un ancie’n prodige (ride), non un maestro. Per un periodo della mia vita ho fatto il genio e sregolatezza. Ma poi, se sopravvivi, per rimanere te stesso devi cambiare tutto. E rifare meglio quello che facevi agli inizi. Se sono un maestro e’ solo perche’ mi piace condividere quello che so; mi diverte.

    Carolina tu dici che i ragazzi non vogliono rubare il posto ai piu’ anziani, ma sedersi a tavola con loro. Ma se questa tavola sembra essere stretta gia’ senza di loro, come possono fare i giovani per farsi posto? Le idee scarseggiano. I giovani che hanno un’idea devono tenersela stretta in maniera tale da rendersi indispensabili. Non c’e’ altra soluzione.

    Capito ragazzi? Non prendiamoci in giro. La commedia e’ finita. Andate in pace. Amen…

    Germano Monetti

  • Intervista ad Antonio Albanese, il comico racconta i suoi personaggi

    Intervista ad Antonio Albanese, il comico racconta i suoi personaggi

    Antonio AlbaneseComico, attore, lettore e appassionato di pittura. Una comicità innata, ben educata con anni di studio presso la Civica Scuola di Arte Drammatica di Milano sino al raggiungimento del diploma nel 1991. Solo due anni dopo Antonio è già punta di diamante della trasmissione “Mai dire Goal“, il personaggio in questione è il foggiano Frengo, l’uomo del “terzo temBo” per intenderci.

    Da quel momento la carriera di questo ragazzo ormai grandicello della provincia di Lecco è tutta un successo.  Antonio si dedica da ormai molti anni con grande disinvoltura fra cinema, teatro e televisione e a guardarlo oggi sembra che per lui tutto ciò sia terribilmente naturale.

    L’occasione è l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone al teatro Modena di Sampierdarena, l’irriverente Antonio parla della sua carriera, dell’amore per l’arte e per i libri che lo hanno formato. Poi arriva il momento delle domande e lui si mette comodo, orecchie tese e risposte pronte.

    Quale tuo personaggio assomiglia di più ad Antonio Albanese?

    E’ una domanda molto interessante, me lo hanno chiesto spesso e non sono mai riuscito a trovare una risposta soddisfacente! In realtà non c’è un personaggio in particolare che mi assomiglia, forse Epifanio per alcuni lati…

    Cinema, TV, libri… la comicità è una ed unica o deve adeguarsi alle diverse tipologie di comunicazione?
    La comicità deve adeguarsi al tempo in cui vive, alle sfumature, ai colori, non alle tipologie di comunicazione. Certo, se dovessi ad esempio intepretare Cettola Qualunque al cinema dovrei creare l’intera famiglia… vi immaginate la moglie?! Ma è il contorno che cambia non il personaggio in sè. A me piace molto dare vita ai miei personaggi in tutti e tre i campi.

    Se Cettola Qualunque si candidasse tu pensi che prenderebbe dei voti?
    Un casino!! Pensate che ci sono persone che mi hanno spinto a farlo sul serio e c’è chi ha fatto persino un sondaggio, siamo sugli 850.000 voti!!! Lui poi sarebbe chiaro… case aperte, chiuse… basta che ci siano!!

    Tu sei un grande appassionato di pittura, che rapporto hai con l’arte?
    Adoro la pittura, sono uno di quei cretini che prima di comprarsi la macchina si è comprato un quadro! Sono molto affascinato dal futurismo italiano, ma in particolare amo l’arte contemporanea, è anarchica e soprattutto libera a 360 gradi! Vi dirò che preferisco le bozze alle opere finite, primo perchè i quadri non me li posso permettere e secondo perchè trovo che in una bozza si percepisca molto di più l’anima e l’intenzione dell’artista. Il mio sogno è quello di aprire un giorno una galleria d’arte a Milano, lo so è da pazzi! A dire il vero conosco già qualche grande pittore, l’unico problema è che di me non si fideranno mai!!

    Qualche aneddoto sui tuoi personaggi più famosi…
    Beh ad esempio posso raccontare come è nato Cettola Qualunque… mi trovavo in Calabria su un traghetto e poco più in là un bambino disse qualcosa al padre del tipo “Papaaà, papaaà.. guarda che bello!” e il vecchio senza pensarci tanto lo gelò con un bel “Fatti i cazzi tua!”, un poeta direi. Poi qualche tempo dopo, sempre in Calabria, riscontrai dei problemi per l’organizzazione di uno spettacolo, al che mi chiamò un politico del posto e mi disse: “Tu non puoi non fare lo spettacolo perchè qui tutti sanno che vieni… Tu non sai chi sono io!!”…Immediatamente unii le due cose e decisi che Cettola doveva essere un politico!
    Fu molto strana anche la nascita di Frengo, il foggiano di Mai dire Gol. Innanzittutto premetto che io sto al calcio come Bondi al kamasutra! Non ne sapevo nulla! Mi dissero di guardare novantesimo minuto e così feci. Rimasi colpito da uno strano personaggio: “Perchè avete perso?” gli chiesero.. “Perchè loro hanno segnato un gol e noi no!” rispose. Quel tipo era Zeman, che ai tempi allenava il Foggia, me ne innamorai e decisi che dovevo fare assolutamente qualcosa sulla sua squadra. Così incontrai Zeman, ma lui è un vero capo indiano e non fu un grande incontro… Lui non ha amici, perchè qualunque domanda gli fai non ti risponde!

    Hai già in mente il tuo prossimo personaggio?
    Ogni mio personaggio nasce dal desiderio di dire o denunciare qualcosa. Oggi viviamo l’epoca delle nevrosi e della diffidenza che ognuno di noi ha verso gli altri, il mio prossimo personaggio rispecchierà proprio questo aspetto della società, sto pensando ad un intellettuale pieno di pillole e psicofarmaci! In fondo noi non ce ne rendiamo conto, ma stiamo tutti un pò sclerando! Basta vedere come camminiamo e come ci muoviamo, gesticoliamo come dei nevrotici. Poi non ho mai fatto una donna… eppure io sono molto donna!

    Gabriele Serpe