Uno dei sostenitori della decrescita è il genovese Giovanni Siri, professore di psicologia della personalità all’Università di Genova e di psicologia dei consumi presso la libera Università IULM di Milano, che in questa intervista esclusiva spiega la teoria economica delle decrescita e i suoi possibili sviluppi.
Il suo libro “La psiche del consumo” fotografa una comunità “contaminata” dal consumo a tal punto da condizionare la percezione dell’io e della realtà. La “decrescita serena” teorizzata da Latouche parte proprio dall’autolimitazione dei consumi… Come può, in un sistema “psicologicamente corrotto”, affermarsi il desiderio di consumare meno?
L’orientamento consumista della personalità dipende dalla convergenza di due movimenti: da un lato la necessità da parte del nostro sistema economico “maturo” di fare appello non più al bisogno ma al desiderio, e dall’altra l’esigenza delle persone di trovare nuovi supporti alla costruzione e alla conferma della propria identità per sostituire in questa funzione le istituzioni classiche (famiglia, scuola, ideologie, religione). Il consumo si propone alla confluenza di queste due necessità, di sistema ed individuale, divenendo così la cultura dominante interiorizzata: ora la promessa di soddisfare i desideri di felicità e di affermazione narcisistica di sé passa attraverso il gioco del consumo. Questa convergenza non avviene però senza pagare un prezzo. Si tratta di una identità fluida e proteiforme che se in un primo tempo esalta l’edonismo e i nuovi giochi relazionali telematici, oggi comincia a far sentire il peso e l’ansia della incertezza e insicurezza che questo stato di fluidità comporta. Rinasce quindi il bisogno di appartenenza, di relazione, di valori-guida. D’altro canto il sistema economico-produttivo sta confrontandosi con i limiti sociale ed ecologici che un consumismo a qualunque costo impone, ed ha bisogno di ri-orientare il consumo stesso verso mete meno rischiose a medio-lungo termine. L’esito di questo secondo intreccio di motivi individuali e socioeconomici sta nell’emergere del consumo responsabile, dello sviluppo sostenibili, nella green economy, nel volontariato, nei gruppi di acquisto spontanei e così via. La filosofia della decrescita consapevole si propone oggi come un orizzonte di valore e di significato dell’esistere che ripropone l’umanesimo della persona al centro dell’orizzonte di senso, e il consumo come uno strumento secondario di questo centro valoriale. Non si tratta di anti-consumismo, ma di un ri-orientamento delle aree di consumo che premia la persona facendola sentire intelligente e piena di valori buoni, più consapevole della centralità della propria vicenda esistenziale. Credo quindi che la filosofia della decrescita sia uno degli aspetti della nuova sintesi tra bisogni personali e necessità del sistema socioeconomico, coerente con l’evoluzione della postmodernità. Una cosa buona e positiva, che si inserisce in un orizzonte ampio e di medio periodo, non una moda passeggera o una semplice reazione alla fase precedente.
Ci può aiutare a comprendere meglio la differenza fra il concetto di “decrescita” e quello di “sviluppo sostenibile” (quest’ultimo definito “un ossimoro” da Latouche)?
Dal mio punto di vista lo sviluppo sostenibile è la ricerca del modo di mantenere le (cattive) abitudini consumistiche senza dover pagare il dazio dei danni ambientali e delle asimmetrie sociali che questo sta generando. Per esempio ricorrendo a innovazioni tecniche (gli OGM nella agricoltura, per es.) o alla scoperta di fonti rinnovabili efficienti, e così via. Il concetto di “decrescita” è diverso in quanto invece mira a mettere in discussione il valore della ricerca – come fine principale degli individui e dei sistemi sociali – della crescita continua di benessere “materiale” ed economico, per proporre uno stile di vita che pone al primo posto di valore la capacità di godersi il tempo, di cercare un benessere psicofisico e armonico, di dare spazio alla relazione ed al rapporto con la natura. Anche per non sottrarre risorse ai più poveri o per non depauperare la Natura, ma in primis perché il senso della vita non può stare solo nell’inseguire mete di benessere materiale, edonistico e consumista.
Come uscire allora da questa logica del consumo spropositato?
Lo vediamo già in atto: mettendo al centro i sentimenti, la relazione, il senso di appartenenza ad un mondo che va oltre il proprio “io”. Uscendo dalla logica coattiva del consumo come unico modo di autorealizzazione, dalla idea di successo e di edonismo materialista come unico valore. Sta già accadendo, anche se manca qui il ruolo della politica, intesa come proposta di ideali unificanti che proiettino gli individui oltre sé stessi verso unità di insieme cui partecipare e di cui sentirsi responsabili. Manca anche il ruolo degli intellettuali, degli artisti, della religione: solo una ripresa delle tradizionali fonti di “produzione” di ideali può davvero far traghettare oltre il consumismo egocentrico e coatto in cui abbiamo rischiato di scivolare.
Mauro Pirovano, attore genovese noto al pubblico più giovane per personaggi come La Fata Madrina di Mai dire Goal o il dottor Giorgi di un “Medico in famiglia“, e amato dai più “datati” soprattutto per i “Broncovitz” gruppo di comici genovesi formato da Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris, Marcello Cesena e, ovviamente, dallo stesso Pirovano.
La sua carriera inizia negli anni ’80 al Teatro Stabile di Genova e si consolida con il programma “Avanzi” firmato appunto dal gruppo dei “Broncovitz”. Vincitore del premio Govi nel 2008 per le sue straordinarie interpretazioni in dialetto che indagano nella realtà storia e contemporanea. E’ andato in scena con una versione genovese del “Malato Immaginario” di Moliere, con la compagnia storica “I Caroggi”.
In questi giorni hai calcato il palcoscenico nei panni di Argante, il malato immaginario di Moliere in una trasposizione in dialetto genovese. Non e’ la prima volta che porti in scena il dialetto, quale pensi che sia la forza comunicativa del genovese, e dei dialetti in generale?
Il dialetto e’ immediato, rende i concetti con una parola. Il genovese, in particolare, e’ parsimonioso – quale termine piu’ adatto! – recupera la tradizione, ma penso che i dialetti vadano vissuti, debbano evolversi essere ad uso degli anziani come dei ragazzi. Sono per l’evoluzione della lingua locale, parlare di dialetto e’ riduttivo il genovese e’ una lingua, nei secoli passati era la lingua delle mercature, la lingua del mediterraneo, e’ infatti contaminato da tutte le influenze possibili, dal francese all’arabo, e dovrebbe continuare ad essere cosi’. In altre regioni italiane il dialetto e’ molto piu’ vissuto e costituisce una vera ricchezza, a Genova si usa meno e forse portarlo a teatro e’ un modo per renderlo piu’ familiare. Nel caso del “Malato immaginario” si e’ prestato in particolar modo, per le sue assonanze con il francese e per la sua melodia.
Questa tua passione e dedizione, ti ha portato a ricevere il premio Govi 2008. Nel tuo percorso artistico quanto ti sei ispirato a Govi, qual e’ stato il piu’ grande insegnamento?
Sono molto orgoglioso di questo premio, Govi e’ un maestro, in generale e in particolare per i genovesi. Credo che ogni attore ligure si ispiri a lui, la mimica, le pause…E’ la macaia, l’odore dei caruggi, chi non vive Genova non lo percepisce, ma sono fondamentali per una comicita’ raffinata, mai volgare. Non e’ la battuta a far ridere, sono situazioni, e’ l’intera scena ad essere comica, non si lavora per tormentoni ma per situazioni, e penso sia questa la caratteristica che contraddistingue il buon teatro genovese.
In questi giorni vediamo quanto sia “rischioso” ironizzare e criticare la societa’, per non parlare della politica. Nella tua carriera ti sei mai trovato in difficolta’ di questo tipo?
Eccome.. erano i tempi di Avanzi, con i Broncovitz, mandavamo in scena uno scatch satirico nei confronti di Craxi: “L’antica segreteria del corso” non piacque e fummo minacciati di una sospensione, ma erano tempi diversi, le persone stavano al posto giusto – sicuramente piu’ di adesso – il direttore era Guglielmi, assessore alla cultura di Bologna, che difese a spada tratta il programma, che ando’ giustamente in onda.
Il gruppo dei Broncovitz, con Dighiero, Crozza e Signoris… indimenticabile, come ricordi quel periodo?
Lo ricordo con malinconia e grande divertimento, abbiamo preso strade diverse, ma siamo sempre legati da grande amicizia.
Pensi che oggi la televisione sia cambiata?
Sicuramente, programmi come Avanzi erano studiati, avevano delle basi. Oggi facendo zapping vediamo una serie di programmi clone, la comicita’ e’ fatta di tormentoni!
Ti concedi allo schermo, ma il tuo ambiente e’ il palcoscenico. Secondo te quali sono limiti e potenzialita’ dei due mezzi?
Assolutamente non sono paragonabili, la televisione arriva a tutti, ma la si vive passivamente ed e’ difficile emozionarsi, mentre si guarda la televisione si fanno altre mille cose. Il teatro coinvolge ed emoziona, chiunque ci si avvicini, e a qualunque eta’, non puo’ che rimanerne affascinato. La televisione e’ divulgativa, il teatro emozionale.
Sei molto impegnato in una serie di progetti che coinvolgono i ragazzi. Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la tua carriera?
Amo i giovani, mi piace passare tempo con loro, hanno tanto da insegnare sono attratti dallo spettacolo, dal teatro, in molti cercano di accostarsi a questo mondo. E’ difficile, soprattutto oggi, c’e’ il rischio di imbattersi in scuole e corsi improvvisati, alla moda. Il consiglio che do e’ quello di trovare una buona scuola, e’ fondamentale, una formazione sbagliata te la porti dietro per sempre. Ma la cosa che consiglio maggiormente e’ il divertimento, il divertimento nel volersi mettere in gioco.
Abbiamo detto genovese doc… come vivi Genova? Quali pensi che siano le cose piu’ urgenti a cui metter mano?
Penso sia una citta’ bellissima, ho un bel rapporto, mi piace camminare per il centro storico. Ma Genova non e’ solo il centro storico, Genova e’ dove si vive, le periferie. Penso che la cosa piu’ urgente sia un’apertura alle periferie, non bisogna isolarle, bisogna inserirle nel tessuto cittadino, collegarle meglio e renderle protagoniste degli eventi, non si puo’ svolgere tutto in Piazza de Ferrari! Teatri, cinema, spazi e’ urgente eliminare il divario tra centro e periferia, ad esempio sto lavorando ad un festival per l’acquedotto storico, e’ un’opera grandiosa va qualificata… il problema sono gli sponsor!
Che cosa ti manca, Gianmaria? “Mi manca sapere cosa mi manca…. e mi manca Pasolini. Per fortuna sono amico di Erri de Luca, un grande poeta”.
Nativo della provincia di Cuneo, Gianmaria Testa era il capostazione dello scalo ferroviario della città piemontese. A 36 anni, dopo aver vinto il premio Recanati per due anni consecutivi, incontra la produttrice francese Nicole Courtois e l’anno successivo, il 1995, esce in Francia il suo primo album intitolato “Montgolfieres”.
Neanche un anno dopo Gianmaria pubblica il secondo lavoro “Extra-Muros”, ma è dopo la brillante esibizione all’Olympia di Parigi del 1996 che l’Italia si accorge del “suo” cantautore.
Nel 1999 l’album “Lampo” esce anche in Italia, ma Gianmaria non abbandona il posto di ferroviere e continua a dividersi fra binari e concerti in tutta Europa. La consacrazione nel Bel Paese arriva l’anno successivo con il “Valzer di un giorno“, il primo album di produzione italiana, un disco che ad oggi ha venduto oltre 80.000 copie. “Altre altitudini” (2003) e “Da questa parte del mare” (2006) sono il passato recente.
Quale è il tuo rapporto con la musica? “La canzone è un’arte minore rispetto alla purezza della poesia o della scrittura in genere, perché si appoggia e sfrutta le scorciatoie della musica che, diciamolo, è un po’ puttana…Ciò nonostante credo che meriterebbe più rispetto soprattutto da parte di chi la propone, a maggior ragione se si pensa a quante canzoni stupende rimangono chiuse nei cassetti…”
C’è un misto di pudore e sfrontatezza nel suo volto quando si parla di musica, della sua musica: “Quando scrivo una canzone cerco di autocensurare tutto ciò che in qualche modo riguarda solo me, così evito l’ansia da prestazione e la vergogna quando la faccio ascoltare a qualcuno per la prima volta.”
“Io al contrario di tanti altri colleghi non ho un rapporto quotidiano con la chitarra, talvolta la lascio appesa al muro per mesi e se quando la riprendo mi ricordo quello che avevo suonato l’ultima volta, allora quel qualcosa deve diventare canzone e inizio a lavorarci.”
Nella sala del teatro scende il silenzio quando testa suona alcune delle sue canzoni più belle, “Una lucciola d’agosto“, “Come al cielo gli aeroplani” e poi “Ritals” una canzone dedicata all’emigrazione… Quale è la posizione di Gianmaria sul tema?
“Io non mi aspettavo che l’immigrazione in Italia non creasse problemi, ma sinceramente mi aspettavo un po’ di memoria in più da parte nostra. La cosa che mi fa arrabbiare è che le pulsioni di ognuno di noi, stupide quanto normali, spesso vengono aizzate da media e politica e mai calmate”.
Attore e regista, Luigi Marangoni nasce a Rovigo nel 1972, muove i primi passi al Teatro Lemming di Massimo Munaro e si diploma alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassman
Oggi, genovese d’adozione, si definisce “in un vortice di vita che mi ha ingoiato completamente.” Quel vortice che si chiama teatro, un vortice fatto di testi, progetti, scene, costumi, luci e furgoni…
Dopo essersi cimentato anche nella regia, saprebbe tracciare un parallelo tra il regista e l’attore? In quale ruolo riesce a esprimersi meglio?
Penso che con il ruolo di interprete teatrale mi sia avvicinato sempre più alla concezione di attore come autore di se stesso e di conseguenza dello spettacolo di cui fa parte. La passione che mi lega al teatro è totale e racchiude la recitazione come la regia; credo pertanto di potermi meglio esprimere nel ruolo di “attore come regista di se stesso”.
Cosa significa essere attore oggi?
La ricerca della via alternativa per comunicare con la gente sostengo sia essenziale oggi per chi fa teatro; mediante la completa consapevolezza del lavoro artistico prodotto è possibile toccare le persone e, di conseguenza, riuscire a scuoterle.
Quali sono le principali caratteristiche che costituiscono le basi per essere o divenire attore? Saprebbe dare la sua definizione di “talento”?
Sostengo che entrambe le questioni possano essere esplicitate dalla descrizione del talento: la caratteristica principale è innata, ed è l’amore incondizionato per l’arte intesa come profonda ricerca di se stessi e degli altri, che sfocia, nel caso dell’attore, nell’imprinting dato ad una disciplina che richiede forza e impegno. Altrettanto importante è la fluidità con la quale l’attore o il potenziale attore riesce a conoscersi e a legare il suo ascolto interiore con quello esteriore equilibrato sempre dal pensiero e dalla coscienza di sé. Penso che il talento sia disegnato da queste parole e che colui che possiede naturalmente queste qualità possa giocarsi le sue carte!
“Ci sono stati e ci saranno decenni nella storia capaci di dare respiro all’intera umanità, decenni in cui accade qualcosa insomma… e non è certo il caso di questi ultimi anni…”
Così Franco Battiato apre l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone. Un bagno di folla all’interno e all’esterno del teatro, a dimostrazione di quanto in tanti anni di attività il cantautore catanese sia stato capace di toccare la sensibilità delle persone.
“Io sto bene, ma non posso fare finta di niente. Non c’è gioia di vivere intorno a me, in qualunque città io vada. Bisognerebbe iniziare dall’asilo, insegnare la musica, le lingue e la spiritualità, perchè tutti abbiamo le stesse possibilità e non esistono differenze fra gli uomini. Se si basasse l’educazione su questi punti la vita sarebbe migliore, sono queste lke cose che davvero contano…”
Eppure tali aspetti dell’esistere sono sempre più distanti dalla vita delle persone: “Il vero problema è che ogni uomo ha terrore di quello che non conosce e preferisce vivere nel dolore con quello che conosce piuttosto che nella gioia con ciò che non sa. Io sono riuscito a fuggire da questa triste legge umana raggiungendo il culmine del dolore. A quel punto trovi le forze per fare il salto nell’ignoto… e non posso fare altro che augurarlo a chiunque. Questo è il vero motivo per cui scrivo canzoni, non lo faccio per me stesso, personalmente potrei tranquillamente farne a meno.”
“Ho sempre preferito la nicchia al successo. Quando negli anni settanta ho iniziato a vendere milioni di dischi ho fatto una brusca marcia indietro, ho sempre creduto che il mio mestiere non fosse quello di vendere dischi. Ciò nonostante non ho mai avuto problemi con l’industria discografica, ho sempre fatto quello che ho voluto e nessuno mi ha mai detto qualcosa…”
La conversazione tocca poi altri argomenti, intervallata dall’ascolto di alcuni brani di musica classica cari al cantautore… “La scienza mi appassiona quando non è ottusa. Il misticismo e la scienza oggi sono molto più vicini di quanto si creda, ma il buon scienziato deve avere l’umiltà di definirsi come colui che cerca e mai e poi mai come colui che sa, perchè bisogna accettare che ci sono cose che non si possono sapere e che non hanno spiegazione…”
Con la sua “Oceano di silenzio” che risuona nella mente dei presenti, Franco Battiato dedica un pensiero al silenzio… “Fa paura a tante persone. I bit ossessivi dai locali dei centri cittadini, la musica nei supermercati, per tanta gente rappresenta un sollievo. Io considero il silenzio come assenza di pensiero, non solo di rumore. Va allevato come un figlio, così dovrebbe essere per tutti noi… Studiarlo e avvicinarlo significa vivere meglio, il silenzio apre le porte al sacro. Personalmente la meditazione è il percorso che ho seguito per comprendere il silenzio.”
Il sognante romanziere della provincia spezzina, il vincitore del “Premio Strega“, il grande oratore, la penna del Secolo XIX o più semplicemente, come dice lui stesso, “uno che sa raccontare…”
Maurizio Maggiani apre le porte della sua dimora sulle alture di La Spezia a “Era Superba” per un’intervista esclusiva, mentre sul fuoco, verdura dopo verdura, prende vita e forma quella che sarà la cena di un giorno qualunque.
Niente di più adatto per mettere a proprio agio l’ospite munito di carta e penna, e la conversazione nasce spontanea. “Se vai avanti a scrivere a mano farà in tempo a freddarsi la cena, non olo a cuocersi!”, mi fa notare con ironia dopo qualche minuto.
Tanti anni vissuti a Genova, un libro (“Mi sono perso a Genova“) che la dipinge affascinante e misteriosa… Come sta la vecchia Superba?
Con un po’ di catarro direi, no?! D’altronde mille anni sono tanti per tutti, anche per lei. Inoltre più della metà dei genovesi ha sessantanni e, tranne rari casi, gli anziani non sono certo progressisti, per cui chiunque governi la città non può non considerare questo aspetto.
Anche perchè poi la natura stessa di Genova è conservatrice, costruita sin dal Medioevo su grandi rendite finanziarie, un po’ come la Svizzera da questo punto di vista. Queste caratteristiche fanno di Genova una città che può decidere di concedersi al progresso e alla modernità, ma che ci metterà sempre un istante a ricredersi e tornare sui suoi passi. Prendi ad esempio la ripresa della città negli anni 90 dopo lo shock dell’acciaio, un investimento che doveva rappresentare il futuro della città e che invece ventanni dopo era già passato remoto. L’apice di questa ripresa nel 2011 con il G8 e poi i presupposti ancora migliori nel 2004 quando era Capitale della Cultura.
Poi, però, proprio sul più bello la brusca marcia indietro. Quel 2004 fu caratterizzato in gran parte da scelte antiprogressiste, una grande manifestazione di conformismo. Per carità, non che l’anticonformismo sia sempre un pregio, ma un motore potente si, quello sempre.
Tuttavia penso che si tratti davvero della città più bella d’Italia e penso che ogni famiglia genovese abbia almeno un figlio folle, quelli che nel 600 diventavano preti… esistono ancora e Genova deve esserne cosciente. Non dimentichiamo che stiamo parlando di una città che ha dato vita a movimenti artistici di avanguardia.
Scrivi da anni per i quotidiani… Oggi, mentre calano a picco le vendite e i portali web prendono il sopravvento, a chi pensi di rivolgerti mentre scrivi?
Scrivo per un’elite, chi compra il giornale oggi fa parte di un’elite. Persone di una certa età, dignitosi e conservatori, in alcuni casi anche radicalmente. Ma si tratta di una parte buona di Genova, lettori che apprezzano la buona scrittura. Io penso che se i quotidiani fossero fatti bene avrebbero ancora le carte in regola per muovere le masse e le opinioni. A Roma Repubblica riesce a muovere eccome… anche se si tratta di un giornale che personalmente non mi piace e non è precisamente quella la mia idea di “quotidiano fatto bene”…
Forse a Genova più che altrove, ma in tutta Italia se si parla di arte e cultura emergente, si nota sempre di più la paura di rischiare, di investire sul nuovo, sull’anticonvenzionale e si assiste a un preoccupante livellamento verso il basso. Come motivi questa tendenza?
Basta una parola, gerontocrazia, ovvero potere dei vecchi. In campo artistico è vero, ma anche politico. Tutto ciò sta già portando con sé i primi forti segnali di depressione e decadenza e non vedo soluzioni possibili dell’ultima ora.
Di cosa hai paura Maurizio?
L’unica cosa di cui ho davvero paura è di lasciarmi andare alla routine.
E in che cosa invece hai fiducia?
Ho fiducia nella durevolezza della storia, con i suoi cicli. le nuove generazioni vivranno un nuovo ciclo, io probabilmente non lo vedrò, tu forse…
Gian Piero Alloisio è nato ad Ovada nel 1956, ma ancora giovanissimo si trasferisce a Genova dove inizia la sua carriera artistica. Dall’Assemblea Musicale Teatrale alle collaborazioni con Giorgio Gaber e Francesco Guccini. Nel 2008 l’avventura a teatro insieme a Maurizio Maggiani con “Storia della Meraviglia” e nel 2010 il progetto ” La Musica Infinita” per recuperare le opere inedite di Umberto Bindi.
La tua carriera ha avuto inizio nella Genova dei primi anni settanta. Cosa è cambiato secondo te rispetto ad allora e cosa, invece, ritrovi sempre uguale in questa città?
Genova è migliorata dal punto di vista dell’aspetto estetico, personalmente la trovo molto più bella oggi rispetto a quarantanni fa. Dall’altro canto, invece, continua a non esistere spirito produttivo, i genovesi non pensano, soprattutto in campo artistico, a sviluppare la loro esperienza e il loro talento nella propria città, preferiscono andare altrove. Tenco, Lauzi, lo stesso Bindi… si vedevano a Milano, raramente a Genova. L’eccezione, in particolare nei primi anni, era rappresentata dalla stanza dei fratelli reverberi alla Foce.
Il discorso è semplice: siamo eccelsi produttori di musica e arte, perchè non iniziamo a produrre a casa nostra? E non vale solo per la musica, prendi anche gli spettacoli televisivi “Striscia la Notizia“, “Colorado“, “Le Iene“, gli spettacoli di Crozza… tutti esempi di arte genovese emigrata. Non esiste imprenditoria culturale a Genova e credo sia un suicidio per la città, oggi come allora. Eppure la mostra di De Andrè al Ducale aveva dimostrato per l’ennesima volta che il turista viene a Genova per i cantautori e non solo per il Salone Nautico.
Guccini, Gaber, Fossati… solo per citare tre dei grandi artisti con cui hai collaborato. Cosa ti hanno lasciato?
Guccini mi ha lasciato la scrittura etica, ovvero l’esigenza di scrivere per gli altri e non per sé stessi. Sembra banale dire “scrivo per gli altri”, in realtà non è così. Anzi personalmente credo sia proprio questo il limite di molti cantautori “moderni”, mi capita spesso di ascoltare brani in cui l’io riguarda sostanzialmente solo colui che canta e nessun altro.
A Gaber invece devo un aspetto non propriamente artistico, ma fondamentale giacchè è l’unica cosa che rende l’arte possibile: il mestiere. Tu sei il tuo discografico, il tuo editore, il tuo impresario… rifiutare gli intermediari significa non regalare soldi al “grande sistema”. Io questo l’ho capito grazie a lui e ho scelto l’autoproduzione, lui mi ha insegnato che sarebbe stato l’unico modo per restare liberi.
Con Fossati c’è stato un rapporto di pura simpatia dovuto più che altro alla casualità. lavoravo al Teatro della Tosse e abbiamo collaborato per la creazione di uno spettacolo. Mi è rimasta impressa una teoria di Fossati sulle armonizzazioni vocali, i cori: ricorda Gian Piero, due stonati insieme fanno uno intonato!
Ti senti fra coloro che sono riusciti a mantenere in vita la tradizione dei cantautori genovesi? Che rapporto hai con tutto ciò che in questo campo è nato o sta nascendo dopo di te, segui le nuove proposte? Credi che sia una tradizione in continua evoluzione o è ormai giunta ad un punto morto?
Si, confesso di si, mi sento fra coloro che hanno proseguito un cammino, soprattutto per quello che è l’apporto della canzone d’autore alla produzione teatrale. Cerco di seguire tutti coloro che fanno musica a Genova e se c’è la possibilità di collaborare con giovani cantautori genovesi non mi tiro mai indietro. Il mio è anche un ruolo di coordinamento, come è accaduto per gli inediti di Umberto Bindi. E non considero affatto morta la nostra tradizione, anzi.
Finchè ci saranno ragazze e ragazzi che scrivono canzoni la scuola genovese resterà in vita. Personalmente credo che ancora oggi Genova sia la patria della canzone d’autore, è nel dna di questa città. Come dice Gino Paoli, cosa posso consigliare ad un giovane genovese se non iscriversi al conservatorio e studiare lettere?
Mi piacerebbe tanto partire da questo aspetto per attirare gente dall’estero e da tutta Italia a studiare a Genova, un’enorme stanza con un pianoforte ed una chitarra, proprio come quella dei fratelli Reverberi per ripartire da dove ci siamo arenati qualche decina di anni fa.
I grandi esponenti di quel filone di cantautori erano cresciuti insieme, suonavano e si confrontavano ogni giorno… questo a parer mio fu il vero segreto di un così grande successo e il mio sogno è proprio quello di riuscire a ricreare quelle condizioni…
Per avere un quadro generale della situazione attuale nel settore delle piccole e medie imprese genovesi, abbiamo posto alcuni quesiti al presidente della Camera di Commercio di Genova, Paolo Odone, che ci ha fornito i dati statistici del 2010 relativi alle imprese che hanno aperto e quelle che invece hanno cessato l’attività.
In provincia di Genova i dati relativi alle imprese iscritte alla Camera di Commercio mostrano, per la prima volta dopo tre anni, un saldo positivo: + 270 imprese a fine anno. Un’inversione di tendenza, dunque, anche se non siamo ancora ritornati alla situazione pre-crisi.
L’inversione è iniziata con il secondo e terzo trimestre 2010, che hanno mostrato i saldi positivi più alti degli ultimi 5 anni, compensando così un inizio anno negativo. La situazione per settori economici vede in lieve discesa commercio (- 160 imprese, vale a dire lo 0,6%del comparto) e attività manifatturiere (-87 imprese=1,1%); in lieve ascesa costruzioni (+196 imprese=1,4%), alloggio e ristorazione (+113=1,6%), immobiliare (+57=1,1%), attività professionali (+55=1,6%), servizi alle imprese (+42=1,5%), comunicazione (+30=1,6%), servizi alla persona (+26= 0,5%).
Presidente, sarebbe interessante conoscere i dati relativi alla durata, in termini temporali, delle imprese di recente apertura. E quante invece, dopo poco tempo, chiudono i battenti. Qual’è la tipologia di impresa che in misura maggiore, attualmente, è richiesta dal mercato?E qual’è la durata media di un’impresa che oggi decide di avviare l’attività?
Le nuove imprese, se non ben strutturate e sostenute da una buona idea d’impresa, sono destinate a chiudere nel giro di 2 anni, vale a dire il tempo medio in cui un imprenditore esaurisce le risorse investite nel progetto. Per dare più forza alle nuove imprese, la Camera di Commercio ha lanciato nel 1994, attraverso la propria agenzia formativa CLP (Centro Ligure per la Produttività) il Servizio Nuove Imprese, sportello per cui si rivolgono ogni anno un migliaio di aspiranti o neo-imprenditori. Dal dicembre scorso è attivo anche il Circuito Crea Impresa, finanziato dalla Provincia, che comprende vari tipi di servizi: il cosiddetto tutoraggio, evoluzione del servizio nuove imprese, gestito sempre dal nostro CLP, e poi consulenze, seminari, elaborazione di business plan, gestiti dalle associazioni di categoria.
I dati più recenti degli utenti del tutoraggio, da dicembre ad oggi, ci dicono che le persone intenzionate ad aprire una nuova impresa sono state circa 200, per la maggior parte nel settore del commercio e dei servizi. La qualità dell’utenza è considerevolmente aumentata, e circa il 60% arriva al circuito con idee chiare e buone conoscenze di base (con un test gli chiediamo se sa cosa è la partita iva, se ha delle risorse economiche da investire, se ha professionalità per quell’idea d’impresa ecc.) mentre un buon 30% ha una laurea. Il 50% degli interessati arriva da una buona posizione lavorativa, e questo è un segno inequivocabile della crisi. Un altro segno è la riduzione degli extracomunitari che vogliono fare impresa, che oggi sono il 20%, mentre negli anni scorsi erano il 40%.
Inoltre un altro aspetto importante, mi sembra la questione relativa al “trasferimento d’impresa”. Il problema è la mancanza di informazione e di coordinazione, fra coloro i quali vogliono cessare l’attività e chi, magari un giovane artigiano, potrebbe rilevarla e continuarla nel tempo?
In Italia ci sono circa 5 milioni di imprenditori iscritti alla Camera di Commercio, di questi, il 43% supera i 60 anni di età. L’ 87% di questi è maschio. Nei prossimi 10 anni, quindi, dovremo trovare il modo per aiutare questi imprenditori a non chiudere la propria impresa, per evitare l’impoverimento del nostro tessuto economico. La strada che abbiamo scelto è quella di incentivare la cultura del trasferimento d’impresa e del passaggio generazionale. Per fare in modo che sul territorio genovese, mantenendo l’attenzione anche sulle aree periferiche, venga incentivata questa cultura, la Camera di Commercio ha sostenuto l’apertura di 12 sportelli informativi, da Sestri Levante a Voltri, presso le associazioni di categoria, che da un anno circa forniscono le necessarie informazioni sia a chi vuol cedere un’attività sia a chi la vuole rilevare. Questi sportelli permettono all’imprenditore di avere una buona conoscenza delle diverse possibilità del trasferimento d’impresa, dei vari passaggi legali e burocratici e delle modalità di passaggio. Qui il futuro imprenditore ha la possibilità di conoscere tutti i vantaggi che comporta la decisione di rilevare un’impresa già esistente. Inoltre, sempre il CLP sta progettando un percorso per accompagnare i nuovi imprenditori a rilevare un’impresa, soprattutto artigiana.
Per quanto concerne le opportunità di creazione d’impresa, offerte dalla Camera di commercio e dagli enti locali, secondo lei, sono sufficientemente conosciute dai cittadini? E quanto vengono sfruttate concretamente?
La nostra esperienza ci dice che il migliore dei veicoli per far conoscere alle imprese i servizi che le riguardano sono le associazioni di categoria, così come prevede il principio di sussidiarietà. E il fatto che il Circuito Crea Impresa sia arrivato quasi al livello di saturazione ne è la prova. Nei casi in cui è necessario creare una cultura ex novo e un humus positivo che favorisca iniziative innovative, come nel caso del trasferimento d’impresa e della responsabilità sociale d’impresa, abbiamo realizzato con buoni risultati delle campagne di informazione o delle iniziative promozionali, come il premio che abbiamo lanciato l’anno scorso per valorizzare le piccole imprese genovesi che perseguono il proprio profitto senza perdere di vista il carattere sociale e ambientale dell’attività produttiva.
Nell’ambito della rassegna START di ottobre, che vede l’apertura collettiva delle gallerie d’arte del centro genovese, abbiamo intervistato Maria Rebecca Ballestra, artista ligure che presenta un percorso espositivo intitolato “Changing perspectives” e articolato in cinque sedi (Villa Croce, Castello d’Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center).
Tu viaggi e hai viaggiato molto, e dal viaggio, dal contatto con altre culture e altri luoghi trai gli elementi per le tue opere. Il viaggio inteso come strumento di conoscenza e l’arte come strumento di espressione: può essere una sintesi della tua ricerca artistica?
Direi assolutamente di sì. Il viaggio è l’elemento fondamentale di tutto il mio lavoro e anche della mia vita personale in quanto è stato occasione per me di relativizzare la mia appartenenza culturale, la mia storia, per raggiungere una circolarità dello sguardo e spostare il mio punto di vista sulla realtà. L’arte è stato un mezzo di conoscenza e un mezzo per trasmettere, suggerire delle riflessioni. I miei lavori sono progetti site specific, quindi temporanei, e rappresentano l’intenzione di non presentare un prodotto che invada lo spazio e il tempo, ma di offrire un mezzo per suggerire appunto riflessioni su tematiche che ci riguardano tutti come cibo, energia, cambiamenti climatici e così via.
A volte c’è una percezione comune dell’arte come qualcosa di slegato dalla realtà. Invece i tuoi lavori sono strettamente connessi a temi sociali, alla realtà che viviamo, a situazioni di urgenza che ci riguardano, esempi: il consumo folle di risorse naturali, i cambiamenti climatici, le manipolazioni transgeniche, i diritti umani, le sperequazioni sociali…. sono tutti temi importantissimi e più che mai attuali. Sembra tuttavia che niente possa cambiare il trend negativo che va avanti basato su equilibri di potere dettati dal denaro: l’impressione è che sarà il pianeta stesso a fermarci prima o poi. In un quadro simile, la tua opera è una semplice testimonianza di un destino ineluttabile o c’è un germe di speranza che qualcosa cambi?
Nelle mie opere fino ad adesso la mia voleva essere solo un’osservazione. Nel momento in cui stanno avvenendo cose così gravi, spesso noi perdiamo tempo secondo me a parlare di tutt’altre cose, come politica o conflitti di religione, che per quanto siano importanti passano in secondo piano rispetto a urgenze come il cibo ad esempio. A breve tempo cibo, risorse energetiche e cambiamenti climatici saranno le problematiche principali di tutta l’umanità.
Fino a quest’ultimo progetto non c’era alcun germe di speranza né di soluzione, anche perché i miei lavori non vogliono esprimere giudizi morali, se l’uomo vuole autodistruggersi va bene, l’importante è che ne sia cosciente, e secondo me non lo siamo. Poi durante l’esperienza di “Changing Perspectives” ho iniziato una collaborazione con degli scienziati e questo ha portato le mie ultime opere a essere più positive e possibiliste, considerando la possibilità che l’uomo sia la soluzione all’uomo stesso, e guardando alla scienza e all’arte come possibili risposte ai danni che l’uomo sta creando all’ecosistema e a se stesso.
I tuoi lavori sono dislocati qui a Genova in 5 sedi espositive diverse: Villa Croce, Castello d’ Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center. Perché un percorso espositivo dinamico?
Per varie ragioni. Innanzitutto ho sempre avuto difficoltà nel mio lavoro derivanti dal fatto di non limitarmi a un’estetica e a un sistema precisi, e nel tentativo di capire a quale dei luoghi del sistema dell’arte volevo appartenere mi sono sempre chiesta “perché devo lavorare solo con la galleria o solo col museo, o perché devo comunicare solo al sistema dell’arte, perché non posso comunicare a tutti?”.
Il mio è stato un percorso sempre trasversale, a Parigi collaboro con una galleria che rappresenta il mio lavoro, però gran parte delle mie opere si sviluppa come interventi urbani site e contest specific, a volte in collaborazione per esempio con associazioni umanitarie, quindi trasversali al mondo dell’arte, o in collaborazione, come ultimamente è successo, con la scienza. Perciò volevo una mostra che illustrasse i vari luoghi e aspetti dell’arte, quindi: al Museo delle culture del mondo di Castello d’Albertis c’è l’opera fotografica realizzata durante i miei viaggi, che testimonia l’approccio alle culture diverse e il tentativo di comprenderle; in Sala Dogana c’è la documentazione dei progetti site specific, esauriti nel luogo e nel tempo in cui sono stati realizzati; la galleria Unimedia Modern rappresenta il luogo della vendita, che è tanto importante quanto i luoghi dove l’arte si fa e si conserva; Villa Croce è il luogo istituzionale, è il museo d’arte contemporanea; il Genoa Port Center è un altro luogo non legato all’arte ma rappresentativo di una realtà importante della città che è il porto, e qui ci sarà un’opera realizzata in collaborazione con uno scienziato, quindi di nuovo un’apertura diversa alla città, al di fuori del mondo dell’arte. Le tue opere sono “site specific projects“. Ci spieghi di cosa si tratta?
I site specific projects sono progetti pensati appositamente per i luoghi che li accolgono, quindi hanno senso all’interno di un contesto che può essere aperto, chiuso, urbano, museale, e così via. Possono essere anche contest specific projects, cioè legati al contesto, per esempio a una comunità, a un villaggio, a una città, e time specific quando sono legati al tempo, quindi a una durata definita che coincide con il percorso di realizzazione o di visibilità.
Per quanto riguarda il tuo pubblico, raccogli reazioni diverse a seconda del paese in cui esponi?
Assolutamente sì. È molto importante considerare il fatto che il senso dei site specific projects si esaurisce nel contesto per cui sono creati, quindi per esempio un lavoro che ho fatto in India, realizzato in un villaggio ai limiti del deserto del Rajasthan e ispirato alla desertificazione che ha tanto peso su agricoltura e allevamento del luogo, aveva un determinato senso in quel paese ma ne assume uno diverso in un altro. Le mie opere però cercano di toccare problematiche globali che riguardano l’uomo in quanto specie, con l’intento di arrivare a tutti, in qualsiasi contesto l’opera venga portata. Universalità della tematica, universalità di pubblico, questa è la visione. Da qui nasce anche il mio interesse di comunicare a tutti gli strati sociali e non solo agli addetti ai lavori del mondo artistico.
Il 12 novembre apre a Palazzo Ducale la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”, attesissima per il livello di eccellenza delle opere esposte, e soprattutto per il prestito epocale del celeberrimo “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, concesso dal Museo di Boston per la quarta volta soltanto nella sua storia, e solo per la seconda in Europa. Oltre a opere dei due grandi artisti cui la mostra dedica il titolo, saranno esposti nomi del calibro di Friedrich, Turner, Monet, Kandinsky, Hopper, Rothko. Abbiamo incontrato Marco Goldin, curatore della mostra.
Per quale motivo scegliere Genova per ospitare questa mostra?
Abbiamo firmato un primo contratto biennale con Palazzo Ducale e il programma biennale è stato dedicato a due temi centrali per Genova, il primo è il Mediterraneo (con la mostra fatta tra 2010 e 2011), il secondo è il tema del viaggio, e Genova è la città in Italia che meglio di ogni altra avrebbe potuto ospitare una rassegna dedicata all’idea del movimento, del viaggiare.
Siete riusciti a portare “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” di Gauguin, che non era quasi mai stato spostato dalla sua sede a Boston, fino a Genova. Come avete fatto? Come si dispiegano le forze per ottenere un pezzo così straordinario?
Un lavoro di rapporti, confidenze, fiducia nei miei confronti da parte del museo di Boston, col quale collaboro personalmente da diversi anni; loro hanno prestato e stanno continuando a prestare alle mostre che faccio molti quadri importanti. È stato un lavoro diplomatico ai fianchi, perché era già un azzardo anche solo pensare che questo prestito potesse andare a buon fine.
Quando ho messo in piedi questo progetto sul viaggio (oltre due anni fa) ho pensato subito a questo quadro, ho coltivato per qualche mese l’ambizione di chiederlo. Poi ho pensato di non farlo perché mi sembrava una cosa troppo complicata, l’avevano concesso in Europa una sola volta in un secolo -quindi questo dà già il senso dell’eccezionalità del prestito- ed era stato circa dieci anni fa in una mostra dedicata a Gauguin nella Polinesia, prodotta dal museo di Boston insieme al Grand Palais di Parigi e che poi è andata a Boston, quindi un’occasione molto speciale, poi non è stato più concesso in Europa e solo un paio di volte negli Usa.
Per molti mesi ho accantonato l’idea fino a che, un po’ più di un anno fa, ho detto “ci provo” e sono cominciati alcuni viaggi a Boston, anche per altri quadri che mi servivano (qui alla mostra di Palazzo Ducale ci saranno, del Museo di Boston, due quadri di Monet – un ponte giapponese e una versione delle ninfee – e un meraviglioso quadro di Van Gogh a Auvers, uno degli ultimissimi dipinti dell’artista olandese). Poi loro sono venuti in Italia all’inaugurazione della mostra “Mediterraneo”, e insomma, il mio proposito è diventato realtà.
Contano il rapporto di fiducia e naturalmente anche poter rischiare dal punto di vista economico per un prestito assolutamente oneroso: la sola assicurazione ci costa 300.000 euro, il quadro ha un valore di 300 milioni di euro, non ho mai avuto un quadro così costoso in tutta la mia attività, e ci costa circa 200.000 euro farlo venire qui, per il trasporto speciale, la scorta armata che lo seguirà da Boston all’aeroporto di New York, una cassa speciale di 6 metri per contenerlo. Ci ha aiutato uno dei due principali sponsor della mostra, Unicredit, che ha aderito alla mia richiesta di aiutarci a pagare le spese di trasporto e assicurazione.
Come prendono forma le vostre mostre? Viene prima l’idea, il tema, o può a volte essere un’opera a suggerire il dipanarsi del filo rosso su cui si imposta la mostra?
Le mostre che curo nascono sempre da un pensiero, molte volte da un’emozione. Alcune sono nate dentro di me viaggiando, molto spesso quando visito dei musei per dei prestiti specifici per una mostra che sto organizzando, guardando opere di altra natura che magari non c’entrano niente con la mostra, nascono emozioni diverse, nascono prime pagine di appunti. Ho quaderni che riempio, quando giro per il mondo, con piccoli pezzi di poesie, sensazioni davanti a un quadro, o davanti a paesaggi lontani da quelli della mia terra. Quindi ci sono tante cose che crescono anche così, improvvisamente, inaspettate e da queste nascono mostre. Progetti allo stato embrionale ne ho tanti in questi fogli sparsi, poi bisogna però rendere concreti questi progetti, certo l’idea è determinante, ma poi la concretizzazione avviene attraverso i prestiti delle opere, e questo è l’aspetto veramente complicato.
Il motivo conduttore dell’esposizione è il viaggio, naturalmente non solo materiale, spaziale, ma anche e soprattutto interiore. Il viaggio interiore è qualcosa che richiede coraggio e grande onestà con se stessi, qualcosa che oggi spesso si fugge. Si preferisce guardare fuori. La mostra culmina nel climax della stanza buia in cui campeggia “Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”: sono i quesiti assoluti, quelli che hanno accompagnato tutta la storia dell’uomo con la loro forza dirompente. Pensa che il tema della mostra riuscirà a portare lo spettatore, oltre la mera fruizione estetica, a guardarsi dentro?
Questa è sempre stata la mia ambizione come curatore – c’è chi anzi mi accusa di portare il visitatore troppo verso questo aspetto – anche con gli spettacoli che scrivo e che da tanti anni ormai portiamo in giro nei teatri italiani. Per me è importante, e vedo che la gente reagisce benissimo a questo tipo di approccio rispetto all’arte, portare lo spettatore in contatto con la propria anima più profonda.
Direi che questa mostra dedicata al tema del viaggio lo fa in misura straordinaria, forse tra tutte le mostre che ho fatto non ce n’è un’altra che più di questa possa arrivare a toccare quel punto segreto, profondo, lontano che mette in contatto la nostra quotidianità col tempo primo del mondo. Per me questa è veramente l’ambizione massima, anche perché mi piace molto lavorare su una sorta di grande intreccio, di grande armonizzazione tra la parola, l’immagine, la musica, anche il pensiero filosofico sicuramente. Io credo che la gente abbia molta voglia di questo, e che la semplice nozione di carattere accademico non sia sufficiente.
Gli storici dell’arte si possono forse accapigliare su un’unghia marrone o gialla di Veronese, di Tintoretto, di Rembrandt, sono però temi che possono interessare non dico nemmeno a tutti gli storici dell’arte, forse a una parte. Io credo invece che la pittura debba essere detta e raccontata in un modo che deve assolutamente essere comprensibile per le persone; chi fa il mio mestiere ha un compito straordinario che è quello di porgere la Bellezza alle persone che vengono a vedere le mostre, con un linguaggio piano, chiaro, semplice, fluente e questo si fa non soltanto parlando della tecnica dei pittori, dei movimenti artistici, delle successioni nella storia dell’arte, tutto importantissimo ovviamente, ma tutto ciò dev’essere mescolato per far sì che le persone vadano ad incontrare le cose e non se ne sentano respinte.
Nel 2010 la cultura (musei, teatri, musica, cinema) ha generato valore per 40 mld di euro in Italia, a fronte di un investimento da parte dello Stato di 1,5 mld (dati Repubblica). Sono più i biglietti venduti per il teatro che per il calcio. (Con la differenza che la cultura produce non solo ricavi ma anche valore sociale. I paesi del Nord Europa hanno moltiplicato gli investimenti nella cultura in risposta alla crisi, sapendo che a lungo termine tali investimenti pagheranno). Cosa pensa del fatto che qui ci si ostini a considerare istruzione e cultura come uno dei primi campi (un’opzione) cui tagliare fondi invece che come un bene imprescindibile?
Be’ la risposta è ovvia per chi fa il mio mestiere e per chi crede fermamente, anche mettendoci denaro proprio, in una visione della cultura aperta, libera, di confronto, di nuova conoscenza, quindi la posizione a me, come a tantissime persone, pare assurda. Come giustamente detto, la cultura non produce soltanto un valore che è sociale, che è arricchimento delle persone, che è incontro, che è conoscenza, ma produce anche ricchezza economica, quindi non arrivo a comprendere fino in fondo perché ci sia questa diabolica necessità di andare a tagliare sempre e soltanto questo aspetto della nostra vita.
Una miopia assoluta credo, i dati però sono sotto gli occhi di tutti, quindi è difficile immaginare -se non secondo l’antica logica per cui per la politica la cultura sia qualcosa che non interessa- perché ci sia questa situazione, perché in realtà ormai lo vediamo tutti, il teatro piace, la musica piace, i festival che si fanno ovunque, dalla filosofia, alla scienza, alla storia sono sempre pieni di decine di migliaia di persone, le mostre pur in un momento di difficoltà continuano a essere punti di attrazione, i musei pure, anche se in Italia forse avrebbero bisogno di una rilucidatina (però speriamo che prima o poi ci si possa arrivare).
Purtroppo non possiamo che constatare questa situazione con la speranza che presto si possa effettivamente cambiare registro. Non so nemmeno se si guardi al breve termine: tutte le ricerche delle università, Bocconi in testa, hanno dimostrato che la ricaduta economica di un avvenimento culturale sul territorio è molto importante, e in effetti sentiamo levarsi le voci delle varie associazioni di categoria che chiedono con forza che le città possano predisporre degli eventi culturali. Questi hanno una durata di quattro, cinque mesi, ciò vuol dire che quasi metà dell’anno è occupata da un evento che può richiamare tante persone che devono mangiare, dormire, acquistare… Quindi non è una visione miope solo in prospettiva, ma anche nell’immediatezza.
Certo senza programmazione non si fa assolutamente nulla. Una mostra come quella che apriremo fra poche settimane ha avuto bisogno di oltre due anni di lavoro, quindi non si può pensare di fare tutto nel giro di due mesi. Le mostre, soprattutto quando sono di questo livello, hanno bisogno di un tempo lungo di preparazione e bisognerebbe fare una cosa che purtroppo in Italia non si fa mai: programmare. Questa è una cosa che la stessa politica mostra di fare in modo piuttosto labile, è una tradizione italiana da sempre, non sto parlando di destra o sinistra. Non abbiamo proprio questa cultura.
Ricordo un aneddoto personale che si è ripetuto infinite volte quando una quindicina di anni fa iniziai a fare esposizioni di carattere internazionale, quindi a fare i primi giri nei musei europei e americani. Ero sconosciuto ovviamente, e venivo da una cittadina di provincia, insomma tutte le condizioni peggiori per iniziare a fare questo lavoro, e avevo l’aggravante di essere italiano, una cosa che tutti quelli che fanno il mio mestiere vivono sulla loro pelle: essere italiano vuol dire che non garantisci la necessaria serietà nel lavoro e soprattutto che ti trovavi a fare le richieste di prestito per un quadro anziché i due, tre anni prima canonici nel mondo internazionale, magari cinque, sei mesi prima, e ti dicevano “il solito italiano che non è capace di programmare”. Purtroppo è un aspetto che ci contraddistingue e mi pare che ancora adesso sia così.
Il quadro generale in Italia è desolante attualmente. Chi è giovane e guarda davanti a sé vede un futuro che definire incerto e aleatorio è un eufemismo. Molti ci consigliano di fuggire all’estero, ma è un consiglio che, nemmeno troppo implicitamente, racchiude la convinzione che non ci sia speranza alcuna. Lei cosa direbbe a proposito?
Credo di avere un buon osservatorio perché rappresentando una realtà abbastanza importante nel mondo dell’organizzazione delle mostre (anche se siamo una piccola azienda, quindici persone che lavorano con me) riceviamo decine di richieste ogni mese per venire a lavorare con noi. Effettivamente gli sbocchi per i giovani, penso anche al campo della cultura in senso generale, non sono molti. Servirebbe la possibilità di far aprire piccole cellule, piccole società, piccole realtà che possano fare questo tipo di lavoro. È difficile, però bisogna provarci.
Una lunga chiacchierata con Niccolò in viaggio da una città all’altra per il suo “Solo Tour 2011“. Grazie a “Palco sul Mare Festival” il cantautore romano torna a Genova, dove ha tanti estimatori che lo seguono dai primissimi anni della sua carriera. Abbiamo parlato di musica, ma anche della situazione attuale, del mondo che ci circonda…
Nella tua carriera hai sempre dato risalto alle liriche e alle immagini per cercare di raccontare qualcosa, per instaurare un colloquio con chi ti ascolta; questo mentre il mercato insegna che paga l’immediato, lo slogan… come se in questo mondo nessuno avesse tempo e voglia di ascoltare. Componendo cerchi o hai mai cercato un compromesso con questa “legge” per arrivare alle orecchie dei più?
In realtà poi questa “legge del mercato” è piena di eccezioni… Per questo sono convinto che inseguirla sia tempo perso. Non credo siano efficaci più di tanto i tentativi di plasmare i testi delle canzoni per trovare slogan e tormentoni, magari può riuscirti una volta in una canzone, casualmente… ma come principio è destinato a fallire: se ti sforzi a fare il ruffiano non duri a lungo. Per me il punto non è tanto la regola del mercato, quanto l’importanza che un autore dà ai suoi interlocutori. Quando scrivo una canzone voglio che chi mi ascolta capisca quello che dico, ma non significa scrivere cose che non penso per ottenere consensi, piuttosto cercare il modo migliore per farmi capire…
Mentre scrivi una canzone a che tipo di persona pensi di rivolgerti?
Non mi viene naturale pensare a qualcuno di preciso mentre scrivo, non l’ho mai fatto, non penso di rivolgermi a un tipo di persona piuttosto che a un’altra. Poi ovviamente i miei progetti possono essere interessanti per un gruppo di persone e non interessanti per un altro.
Ansia, insicurezza, inadeguatezza e difficoltà di inserimento nella vita sociale, “quando quello che c’è fuori fa così paura” per usare le tue parole… Sono caratteristiche del nostro tempo, si sente dire in giro… Ma perché è così semplice avere paura della vita e degli altri? Credi che il massiccio uso di droghe, niente moralismi per carità, negli ultimi 40 anni possa avere avuto il suo peso?
Le droghe sono sempre esistite come alternativa alla realtà, una fuga a pagamento; non credo siano una caratteristica degli ultimi quarant’anni e non credo siano causa di questo malessere sociale… La paura di cui parliamo riguarda il rapporto fra interno ed esterno, il rapporto di uno con tutti gli altri, tutto quello che c’è fra me e il resto… Questa paura naturale può essere tua nemica o tua alleata, ma non ha epoca e non ha generazioni secondo me… farà parte dell’uomo per sempre. Poi c’è un’altra forma di paura, intesa come modalità sociale, quella indotta dai media e dai governanti come forma di controllo.
Che rapporto hai con il palcoscenico, provi ancora tensione prima del concerto oppure ormai ci hai fatto il callo?
Sicuramente non ci ho fatto il callo! Salire sul palco significa misurarsi con il giudizio altrui, è un rapporto non paritario, sbilanciato… Tu sei rialzato e hai un occhio di bue che ti punta, tutti gli altri presenti no, non hanno luci addosso e non sono riconoscibili. Questo sicuramente suscita adrenalina e agitazione, ma non credo sia qualcosa da vincere o da superare… sarà sempre così’, vincere la tensione prima di salire sul palco credo sia controproducente.
Dal nord Africa alla Siria, dalla Grecia alla Spagna… Che idea ti sei fatto di questi mesi di rivolta?!
E’ un argomento talmente ampio che è impossibile racchiudere tutto in una risposta… si rischia di scivolare nelle banalità! Posso dire che la ventata di rivolta che ha investito l’Africa del nord e il clima di insoddisfazione dell’occidente sono secondo me processi collegabili per opposizione… Da noi, nell’occidente “panzone”, la noia ci ha portato a capire che la pancia piena e la sazietà altro non sono che illusione, non significa avere tutto. I popoli oppressi dalla dittatura, invece, sono stanchi di avere la pancia vuota e lottano per raggiungere la nostra noia, la nostra sazietà…
Sommersi dalle notizie mai troppo chiare circa quel che sta accadendo o è già accaduto aldilà del Mediterraneo, abbiamo discusso di questo tumultuoso periodo storico con Antonio Gibelli, professore di Storia Contemporanea dell’Università di Genova.
Le primavere arabe sono state assai brevi… a distanza di pochi mesi qual è il bilancio di queste esperienze dal punto di vista storico e quale lezione consegnano a noi occidentali?
C’è stato un momento iniziale di grande speranza mentre oggi il panorama è decisamente più cupo: nei paesi che sono riusciti a liberarsi dagli autocrati, come Egitto e Tunisia, in Siria dove il regime continua la sua opera di repressione del dissenso, per non parlare della Libia che attende ancora un’evoluzione positiva. Comprensibilmente si sono nutrite troppe speranze nei movimenti che si sono intravisti. Il motivo risiede nella loro novità: per la prima volta abbiamo visto le masse arabe muoversi con forza guidate da un’idea laica di libertà. Non c’è dubbio che vi sia stata distrazione e pigrizia nelle analisi delle società arabe del nuovo millennio.
Gli anni 2000 sono stati dominati dall’appiattimento totale sotto lo spettro confuso del terrorismo integralista di matrice islamica. Colpevolmente non si è capita la complessità di questi popoli, in particolare delle nuove generazioni cresciute con un estremo bisogno di libertà alimentato dal cortocircuito col mondo occidentale e grazie al fondamentale apporto dei nuovi mezzi di comunicazione. A distanza di alcuni mesi però queste forze non sembrano sufficienti a spazzare via il vecchio sistema e incontrano numerose difficoltà nella costruzione di un nuovo modello di coesione sociale.
Dopo molto tempo è stata rispolverata la parola rivoluzione… è un termine appropriato per descrivere i sommovimenti che stanno attraversando la sponda a sud del Mediterraneo e il vicino oriente?
Parlerei più correttamente di un germe rivoluzionario, di un’avvisaglia di rivoluzione che ha portato comunque alla rottura traumatica con i vecchi schemi. Sono eventi che hanno lasciato una traccia significativa e di cui in futuro si parlerà nei libri di storia.
Gli Usa stanno portando avanti una politica di disimpegno dal Nord africa e dal Mediterraneo… le potenze europee saranno in grado di sostenere la responsabilità lasciata dagli Usa?
Un certo pessimismo è ragionevole perché l’Europa in diverse circostanze, vedi il recente caso Libia, ha mancato di presentarsi come una forza omogenea e coerente. Gli stati che compongono la U.E. sono ancora mossi primariamente da logiche di tipo nazionale. Sembra difficile che l’Europa e l’Italia riescano o comunque siano intenzionati a giocare un ruolo decisivo sullo scenario mediterraneo.
Il fenomeno degli “Indignati” manifestatosi dapprima in Spagna, poi in Grecia, oggi sembra affiorare anche in Italia… ma se le rivolte a sud del Mediterraneo hanno ben chiaro il nemico da abbattere, in Europa quali sono i nemici e gli obiettivi da raggiungere? L’Europa e tutto il mondo occidentale stanno vivendo una fortissima crisi economico/sociale. Ad essa si contrappone l’intenso sviluppo che interessa aree come la Cina e l’India. Questa situazione si riflette sullo stato d’animo dei giovani: oggi un giovane cinese o indiano ha un carico incredibile di energia e di speranza perché intravede un futuro straordinario per il suo paese e si sente protagonista in prima persona. In Italia invece il massimo che può fare un trentenne culturalmente preparato è pensare di fuggire all’estero. Quindi il nemico che abbiamo di fronte non è attivo, bensì si tratta dell’assenza di futuro, di una visione positiva del futuro.
Molte sono le cose che accomunano il popolo italiano e quello greco.. il forte malumore per una politica al più basso valore assoluto, per la corruzione dilagante… la bassa fiducia nella politica e nei suoi esponenti è quello che accomuna gli “Indignati” europei?
In Italia si è creato un gap tremendo fra l’esistenza quotidiana dei cittadini e la rappresentazione della politica. Da oltre dieci anni siamo governati da una classe dirigente che si è mossa intorno al nostro autocrate con l’unico scopo di salvaguardarlo dai processi. Una fase che possiamo definire di dispotismo dolce moderno. Gli indignati sono il sintomo evidente di una malattia acuta che affligge il nostro paese.
Con gli “Indignati” nasce anche un nuovo modo di manifestare il dissenso… è evidente la volontà dei cittadini di riprendersi lo spazio pubblico e una dimensione collettiva.. quali scenari si aprono per la democrazia? Si va verso la direzione di una democrazia partecipata?O si tratta di fenomeni temporanei che svaniranno col passare di questo momento storico?
Indubbiamente assistiamo a fermenti che mirano alla riappropriazione dello spazio collettivo. La società civile manifesta sintomi di vitalità che potrebbero divenire la struttura portante di una democrazia partecipata e più ricca. Ma bisogna fare attenzione: se non si riesce a sbloccare la situazione politica odierna, se non si attua un profondo cambiamento della classe dirigente, non esiste la garanzia che questi movimenti possano durare nel tempo. In tutte le esperienze sociali che generano tensioni o queste si spengono oppure producono cambiamenti. Se perdurano e non si registra un’evoluzione non si può escludere che le tensioni prendano una piega violenta. Ma i nuovi mezzi di comunicazione e la potenza della rete rappresentano dei formidabili ammortizzatori della violenza.
In italia per ultimo c’è il caso Parma. Il Comune ha un debito creato nel corso degli anni di 630 milioni di euro.. gli “Indignati” emiliani chiedono le dimissioni della giunta e si radunano da settimane sotto il municipio… quanto è importante il controllo dal basso dei cittadini? Quanto è importante la partecipazione per sconfiggere il malgoverno? Quali scenari si aprono in Italia per questi movimenti apartitici e apolitici?
Se si procede nella direzione del controllo dal basso è possibile che in futuro si realizzi una vera democrazia partecipata. Oggi si pensa che il potere decisionale proveniente dall’alto non debba essere ostacolato dalle richieste particolari dei cittadini. Come nel caso della protesta anti Tav. Ma spesso e fortunatamente l’opposizione delle comunità locali è stata fondamentale per impedire la realizzazione di opere inutili come ad esempio il famigerato ponte di Messina.
Il cantautore veronese Marco Ongaro ha curato le liriche del disco "Gli occhi del mondo" di Vittorio De Scalzi
Marco Ongaro è un cantautore di Verona, ha adattato le poesie di Riccardo Mannerini per “Gli occhi del mondo“, l’ultimo album pubblicato da Vittorio De Scalzi.
Ongaro è stato vero e proprio tramite fra i versi di Mannerini e la musica di De Scalzi, proprio come accadde nel 1968, quando il disco dei New Trolls “Senza Orario Senza Bandiera” si avvallò della collaborazione di Fabrizio De Andrè.
Oggi, dopo oltre quarantanni, quel ruolo è stato di Marco. “Era la prima volta che lavoravamo insieme – racconta il cantautore – di lì in poi abbiamo scoperto il piacere di una sintonia fondata principalmente sulla stima reciproca, dunque sul massimo rispetto per la dimensione artistica dell’altro. Su indicazione dello storico della canzone Enrico De Angelis, Vittorio si è rivolto a me con la fiducia e il viso aperto che subito gli riconobbi come elementi fondamentali della sua indole. Avevo letto la raccolta di poesie di Riccardo Mannerini nei giorni precedenti il mio arrivo a Genova, cominciai a lavorare sui testi mentre viaggiavo in treno da Verona e arrivato a casa di Vittorio avevo già due testi pronti!”
“Nei giorni successivi lavorammo sempre, in ogni istante, ad ogni ora e in ogni occasione… un atelier in piena funzione! Fare il grosso del lavoro in più di dieci giorni avrebbe significato frenare l’ispirazione per la considerazione sciocca che serva molto tempo a creare qualcosa di buono. Non è così, nella storia della musica e della poesia ci sono opere scritte di getto ancora difficili da eguagliare, quando il tornado si leva, non si può che seguirne il vortice. Ho cercato di dare il mio apporto senza interferenze competitive, tutto all’insegna di una collaborazione lontana da impulsi ragionieristici. In seguito abbiamo applicato lo stesso metodo alla costruzione delle canzoni per il mio spettacolo teatrale sulla Costituzione, L’Alba delle libertà, con analoghi risultati. Le nostre rispettive sensibilità si sono calibrate l’una sull’altra in miracolosa armonia. Eravamo diretti a uno scopo, consapevoli che non esiste al mondo lavoro più bello che quello di creare”.
Cosa significa interpretare i versi di un poeta e tradurli in canto? Quanto c’è dei tuoi “occhi” in questi “occhi del mondo”?
“In alcuni brani, come ne L’ultimo altare, c’è molto di Mannerini e molto di me. Mai che ci sia poco di suo e tanto di mio, semmai viceversa. Come prima cosa ho cercato di assumere in me l’essenza del mondo che Mannerini trasmetteva nelle sue poesie. Poi, dando ad esse forma metrica e rime, ho aggiunto e levato in ordine al mio gusto in fatto di canzone, lasciando che l’immedesimazione prendesse il giusto sopravvento dando voce con immagini mie a sentimenti stimolati dal poeta. Esiste una zona grigia in ogni poesia che meriti tale qualifica, un’area ispirativa imprendibile e interpretabile in più modi, a più livelli. Ecco, l’orgoglio per il mio lavoro sta nel rispetto di quest’area e nella riproposizione, pur tra mille modifiche, del medesimo spirito imprendibile.
“Siamo gli occhi del mondo / ma tali / non dobbiamo rimanere”… scrive Mannerini…
“E smettiamola / di guardarci le mani”, così si conclude la breve poesia. Mani che rimangono inerti e non creano, occhi che non guardano altrove, che non cercano per il mondo ciò che il mondo dovrebbe vedere. “Siamo gli occhi del mondo” è l’esortazione a una testimonianza vigile, a una responsabilità attiva. Vittorio e io abbiamo chiuso la canzone con il pensiero estetizzante e ammirato sulle ragazze che escono nella bella stagione, nei loro abiti a fiori. Un tantino decadente, certo, ma almeno si è smesso di guardarsi le mani e, da questa bellezza che è vita, si può ricominciare a testimoniare. La canzone dà il titolo al cd perché rappresenta il vigore vitale della poesia di Mannerini, i suoi ritratti sono il risultato del frugare tra le pieghe del mondo per rappresentare ai sordi la necessità di non addormentarsi, di stare all’erta nell’universo delle ingiustizie e delle fatalità, di leggere almeno il labiale della realtà per cercare la verità sottostante.
La Corte dei Conti sul finire di maggio, presentando il rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, ha lanciato l’ultimo allarme: “L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di circa 46 miliardi ogni anno per raggiungere gli obiettivi indicati dall’Unione Europea”.
E ha aggiunto: “La fine della recessione economica non comporta il ritorno a una gestione ordinaria del bilancio pubblico”, bensì secondo la magistratura contabile occorre uno sforzo “paragonabile a quanto si dovette fare alla metà degli anni ’90 per poter essere ammessi nella moneta unica fin dal suo avvio”. Il debito pubblico rappresenta un problema endemico del nostro paese e il rapporto debito/Pil si avvia nel 2011 a toccare il 120%.
Abbiamo chiesto al professor Marco Doria, docente di Storia economica presso la facoltà di Economia dell’ateneo genovese, di chiarirci alcuni snodi fondamentali per comprendere come l’Italia nel corso degli anni ha affrontato la questione.
Quali sono i motivi dell’origine del debito italiano a partire dagli anni ’70?
“Sicuramente c’è stato un aumento della spesa pubblica, in particolare della spesa sociale, sulla scia delle rivendicazioni che un vasto movimento d’opinione aveva portato avanti negli anni immediatamente precedenti. I cittadini reclamano maggiori prestazioni da parte dello stato, in particolare per quanto riguarda la scolarizzazione, il sistema pensionistico e il Servizio Sanitario Nazionale.
Ma la spesa aumentava anche in altri paesi europei come Francia e Germania. Inoltre in rapporto al Pil la percentuale di spesa italiana risultava inferiore rispetto alla media europea. Qual è dunque la peculiarità dell’Italia?
Mentre negli altri paesi, a fronte dell’aumento della spesa pubblica, si aumentava contestualmente anche la pressione fiscale, in Italia ciò è avvenuto solo negli anni ’90. E adesso è inevitabile che la pressione fiscale si mantenga alta anche per gli anni a venire.
Altro che riduzione delle tasse come diversi esponenti politici ripetono ciclicamente… Ma come si è sviluppato l’andamento del debito nella nostra storia recente?
Nel 1980, secondo i dati ufficiali della Banca d’Italia, il debito pubblico italiano era al 57.7% del Pil, in linea con la media europea. Nel 1992 il Trattato di Maastricht stabilisce dei parametri in cui contenere il debito. La soglia fissata è il 60% del debito sul Pil.
Quando comincia a salire vertiginosamente?
Appena dieci anni dopo, nel 1990, il debito pubblico arriva al 98.5% del Pil. E nel 1994 raggiunge il 124.3%.
Quali sono le cause?
Il debito in continua salita è il risultato di bilanci che anno dopo anno presentano un deficit. I disavanzi di bilancio iniziano già negli anni ’70. Ma dal 1980 al 1994, possiamo parlare di un quindicennio devastante.
In seguito che cosa accade?
Dal 1995 al 2001 registriamo una discesa di 14 punti percentuali. Il debito nel 2001 scende infatti al 109.8% del Pil. Ma a partire dal 2001 il debito ricomincia a salire e oggi si aggira intorno al 120%.
Evidentemente dietro a questi dati si nascondono anche delle responsabilità politiche…
A partire dal 1995 e fino al 2001 si registra una riduzione del debito pubblico, grazie a delle politiche finanziarie che consentono un maggiore saldo primario. Vale a dire quando le entrate correnti superano le spese correnti al netto del pagamento degli interessi sul debito. Di conseguenza si sono potute accantonare le risorse per contenere il debito pubblico. Dal 2001 sino ad oggi registriamo una nuova inversione di tendenza, ma non c’è solo una responsabilità di governo. È una fase in cui i tassi di crescita dell’economia di molti paesi avanzati sono stati inferiori. L’errore del nostro paese è stato però far finta di non vedere la crisi, scansare il problema e infine accorgersene quando ormai era troppo tardi.
Bruno Rombi, genovese d’adozione, è appena rientrato dal suo ultimo viaggio in Francia, ospite della manifestazione “Poésie et Gastronomie“. Letteratura ed arte culinaria ai massimi livelli, con la forte partecipazione di un pubblico attento ed interessato.
Per una settimana i più noti ristoranti della zona (“Au Fil de l’O” a Vieille Chapelle, “Le Départ” a a Bethune, “La Chartreuse du Val St Esprit”, a Gosnay e “L’erge du Donjon” 2 a Fresnicourt le Dolmen) hanno proposto un Menù speciale in onore del poeta, che ha letto i suoi versi in italiano e in francese ed incontrato gli studenti di alcuni licei della Regione, dialogando sulla poesia.
Bruno Rombi, varie volte ospite d’onore in Festival e convegni, ha pubblicato 5 volumi in Francia in edizione bilingue e recentemente “Fragments de lumière”, una raccolta di 40 poesie scritte da lui direttamente in francese e presentate l’anno scorso, a maggio, al Mercato della Poesia di Bordeaux.
Rombi, come mai è tanto amato in Francia?
Forse per la coerenza con cui svolgo il mio lavoro di traduttore e di amante della poesia francese… In Francia mi è stato detto che ciò accade anche per una sorta di “contrasto indiretto” che viene avvertito, tra alcune mie caratteristiche letterarie e, perchè no, caratteriali ben precise e l’attuale “idea” del Belpaese in circolazione…
Lei porta, quindi, in un certo senso, un contributo di Italianità… “altra” in Francia?
É ciò che spero, nel senso migliore della parola, dato che anche in Francia giungono notizie sul nostro paese non troppo edificanti.
Che cosa l’ha colpita di più del suo tour transalpino?
Constatare con quanta cura i professori di due licei avevano preparato i loro allievi all’incontro con me e le domande poste dai ragazzi, realmente interessati ed interessanti. Ma anche il desiderio di alcuni avventori in vari locali, di leggere le mie poesie in pubblico.
Ha la sensazione di essere più apprezzato all’estero?
Sicuramente. Non a caso ricevo inviti continui dall’estero ed i miei libri vengono tradotti in mezzo mondo (in 16 lingue, ad oggi), cosa che peraltro mi dà una grande gioia e non finisce di sorprendermi. Ad esempio proprio ieri ho appreso che il mio poemetto “Tsunami” (del 2005), verrà tradotto in spagnolo.
Che cosa le ha lasciato questa esperienza?
Sicuramente m’ha impressionato la serietà con cui i francesi si occupano di una questione così “superflua”, com’è da noi considerata la poesia. Pensi, la struttura organizzativa, Maison de la Poesie, oltre alla Direttrice, ha quattro dipendenti stabili. Impensabile, dalle nostre parti.