Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Ghettup Tv, futuro incerto per la casa di quartiere del centro storico

    Ghettup Tv, futuro incerto per la casa di quartiere del centro storico

    vicoli-tetti-cielo-centro-d1.jpg

    Inaugurata ufficialmente il 24 febbraio 2011 e già attiva dal 2010, la casa di quartiere GhettUp di Vico Croce Bianca 7-11r, è ormai vicina al quarto compleanno. Nata come progetto sociale in aiuto degli immigrati e dei soggetti che vivono disagi, la casa di quartiere è stata fondata grazie alla sinergia di vari soggetti, capofila la Comunità di San Benedetto al Porto: non a caso, la casa di quartiere era stata inaugurata e fortemente voluta dallo stesso Don Gallo. Insediatasi nel cuore del ghetto, tra Vico della Croce Bianca e ghettup2Via del Campo, la casa era una delle cinque azioni previste da un “contratto di quartiere” messo a punto dalla Civica Amministrazione e poi affidata a seguito di promulgazione di bando pubblico, a una rete di associazioni virtuose e attive sul territorio. Il tutto, con la durata prevista di 4 anni. L’idea di inserire la casa nella zona del ghetto non era affatto casuale: A.R.R.E.D. Spa (agenzia per il recupero edilizio a partecipazione comunale e dell’immobialiare Ri.GeNova per il supporto a interventi nel settore del recupero edilizio) aveva individuato l’area urbana densa di problematiche e l’aveva proposta per il recupero mediante realizzazione di interventi urbanistici e architettonici.

    Per l’avvio del progetto, all’epoca vari soggetti si erano attivati per elargire sovvenzioni: nel 2010 erano stati stanziati 7 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture, mentre i locali di Vico della Croce Bianca erano stati concessi in locazione dall’immobiliare pubblica Ri.GeNova srl con servizi, sviluppati soprattutto a favore degli immigrati. Non erano mancati anche aiuti dall’Amministrazione, che sin dal primo momento ha creduto molto nel progetto: come da accordi, sono arrivati finanziamenti per i primi due anni, mentre gli altri due sarebbero dovuti essere a carico delle associazioni e di altri eventuali finanziatori privati. Restava valido lo sgravio del canone di locazione.

    Trattandosi di un bando a scadenza quadriennale, il progetto GhettUp sta per volgere al termine. Nella primavera 2014 scadrà il mandato delle associazioni che oggi hanno in gestione la casa di quartiere e, nonostante le sollecitazioni, non si sa ancora quale sia la volontà dell’Amministrazione: rifinanziare il progetto, emettere un nuovo bando, ripensare in qualche modo il futuro di GhettUp, o lasciare cadere tutto nel nulla. Da parte delle associazioni, la speranza è quella di poter proseguire con un progetto che è costato impegno e fatica e che ha visto i volontari investire anima e corpo. Siamo andati nel ghetto e abbiamo intervistato Gianfranco Pangrazio dell’Associazione Leonardi V-Idea e coordinatore del comitato di redazione di GhettUp Tv.

    Che cos’è GhettUp e cosa ha fatto in questi anni per il ghetto?

    «È una casa di quartiere, un luogo aperto a chiunque: migranti, profughi, persone di ogni età che vivono disagi legati all’emigrazione o all’emarginazione di ogni tipo si rivolgono a noi per risolvere problemi burocratici e legali, o anche solo per una chiacchierata, per momenti di gioco e doposcuola. È come un contenitore con dentro varie cose: sono cinque i progetti totali cui abbiamo dato vita in questi anni e di cui possono fruire non solo gli abitanti del ghetto ma tutta la città, anche allo scopo di aprire il quartiere verso l’esterno e farlo conoscere alla gente. In primis, abbiamo creato GhettUp Tv, esperienza autogestita che parte dal basso che per ora trasmette via web: un modo per mettere il mezzo a disposizione delle persone, insegnando i linguaggi e le tecniche di utilizzo degli strumenti di ripresa e organizzando vari laboratori per la documentazione. In questo modo, vogliamo che la città (di tutti) si racconti in tutte le sue forme.

    Inoltre, è attivo anche un corso di alfabetizzazione per immigrati, organizzato dall’Associazione Il Ce.Sto; un punto per la consulenza legale attivato dalla Comunità di San Benedetto; corsi di pittura dell’Ass. San Marcellino. Inoltre, in questi locali si riuniscono anche un comitato di quartiere e un centro ecologico per la messa a punto degli interventi da attuare nella zona, come lavori di pulizia e misure igieniche contro la proliferazione di topi e piccioni: si potrebbe pensare che si tratta di un problema comune a molte aree del centro storico, ma qui la situazione è aggravata dal fatto che anni fa erano stati condotti dall’Amministrazione dei lavori di scavo e ristrutturazione del manto stradale, che hanno portato in luce tane di topi. Non da ultimo, GhettUp ospita anche l’Associazione Princesa per i diritti dei transgender e contro l’omofobia, fondata nel 2009 da Don Gallo e dalla Comunità di San Benedetto: il tutto, per favorire la sensibilità sotto il profilo socio-politico, oltre che umano, e per creare momenti di incontro, conviviali e di confronto, nel quartiere. Le trans che lavorano qui sono solite riunirsi nella piazza senza nome del quartiere e che è conosciuta da tutti come Piazza Princesa, ma che presto verrà intitolata a Don Andrea Gallo».

    Piazza Don Andrea Gallo, Genova Piazza Don Gallo, Ghetto

     

     

     

     

     

    Il ghetto: che quartiere era e come è cambiato con l’arrivo di GhettUp?

    «Il ghetto è una zona particolare, come un’”enclave” esclusa dai normali transiti del centro. È una casa a cielo aperto, in cui tutti si conoscono: non immune da problematiche e conflitti, è anche un luogo di scambio di idee e di confronto. Non a caso, proprio nel 1600 l’antico ghetto ebraico è venuto a costituirsi qui e non a caso qui da decenni lavorano le trans (di cui solo una, Ulla, abita nel ghetto, mentre le altre non vogliono vivere qui). Esemplare, a tale proposito, il caso di Princesa: da quando siamo qui nel ghetto, le stesse trans collaborano con GhettUp, dando una mano agli immigrati, creando contatti, portando da noi persone in difficoltà (da ultimo un 15enne senegalese scappato da Bergamo): da parte loro non si tratta di “tolleranza” o  filantropia imposte, ma di un esempio di solidarietà vera e pregnante, che deriva da una condizione di vita vissuta. Prima quartiere tristemente famoso per il degrado, la delinquenza e l’attività di spaccio di droga, oggi le condizioni di salute del ghetto sembrano notevolmente migliorate: grazie a GhettUp, che con le sue attività ha creato aggregazione e occupazione per le persone con varie problematiche, e ha svolto attività di presidio sul territorio contro la delinquenza, troppo lontana dagli occhi dell’Amministrazione, spesso non curante. Il tutto è stato possibile anche grazie alla sinergia con altri soggetti del quartiere, come la moschea Khald Ibn Alwalid, sensibile e operativa, e con l’introduzione di negozi vari, come il centro stampa di “Piazza Princesa”».

    Quali sono le previsioni per il futuro di GhettUp e nello specifico di GhettUp Tv?

    vico croce bianca

    «Nel 2014 scadrà il mandato della rete di associazioni, così come previsto dal bando promulgato dal Comune di Genova. GhettUp è nata nell’ambito del “contratto di quartiere”, che ora non esiste più, allo scopo di mettere a punto 5 progetti di recupero della zona. All’inizio, erano state avviate più iniziative rispetto a quelle che ci sono ora: anche uno sportello del cittadino (oggi solo a livello informale e di accoglienza), corsi per minori, ecc. Il progetto ha generato grandi entusiasmi, tanto che altre associazioni, oltre a quelle della rete originaria, si sono accodate e sono diventate partner. Oggi è venuto a crearsi un circolo virtuoso tra singole persone, con contributi significativi per la rinascita del ghetto: vogliamo che il quartiere torni ad alzare la testa. Tuttavia, adesso sembra si sia giunti a uno stop inderogabile: abbiamo provato a contattare l’Amministrazione per sapere se il nostro mandato verrà prolungato o se ci sono proposte per il ripensamento di GhettUp in altre forme, in modo da farlo proseguire, ma non abbiamo risposte. Noi di GhettUp Tv ci siamo confrontati con una giunta “autistica”, incapace di comunicare, evasiva e non in grado di ripensare le cose. Per quanto riguarda la nostra tv, in particolare, il Comune ha messo a disposizione i primi due anni 12mila euro totali  per l’acquisto di attrezzature varie, mentre non siamo stati sovvenzionati in seguito, come da accordi. Tuttavia, siamo riusciti ad andare avanti, e bene: testimonianza del fatto che per sopravvivere non abbiamo bisogno di molto. Come tv, siamo molto radicati: siamo in circa 6/7 persone e nessuno di noi riesce a portare a casa uno stipendio a fine mese, ma abbiamo messo il cuore in questo progetto e non intendiamo abbandonarlo, tanto che prima di arrenderci all’inevitabile siamo disposti a mettere in atto una “occupazione pacifica”. Lavoriamo sotto le soglie del volontariato, speriamo che la scadenza del mandato sarà l’occasione per l’afflusso di finanziamenti privati che ci permettano di proseguire in questo lavoro, che per noi è soprattutto un “impegno morale”».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The Road

    Questo articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

    Il giorno 21/10 sono state revisionate dalla redazione alcune parti del testo. Per qualunque chiarimento in merito: redazione@erasuperba.it

  • Valletta San Nicola: una mostra fotografica per un futuro sostenibile

    Valletta San Nicola: una mostra fotografica per un futuro sostenibile

    Valetta San Nicola, di Antonietta Preziuso
    da “La Valletta in Piazza” di Antonietta Preziuso

    A brevissimo giro di posta dal nostro ultimo aggiornamento sulla situazione della Valletta dell’Albergo dei Poveri (meglio conosciuta come Valletta Carbonara o San Nicola) e sulle iniziative portate avanti dall’associazione Le Serre di S.Nicola – che si batte per un futuro sostenibile e condiviso di questa area verde – arriva una mostra fotografica, “La Valletta in piazza”, a tenere ulteriormente viva l’attenzione su questo luogo. Le fotografie sono state realizzate da un gruppo di lavoro guidato dai fotografi Federica De Angeli e Sandro Ariu, ideatori del progetto e della mostra. L’esposizione, realizzata con il patrocinio e il sostegno economico del Municipio I Centro Est, è diffusa ed itinerante: inaugurata ieri (14 ottobre) presso il ristorante Maniman, si estende per tutte le vetrine degli esercizi commerciali di S.Nicola fino al 27 ottobre per poi trasferirsi a Palazzo Tursi, dove resterà in allestimento dal 4 al 17 novembre. Ecco la nostra intervista a De Angeli e Ariu.

    Quando e perché avete cominciato a interessarvi a questo argomento e avete deciso di occuparvene?

    «La scelta di fotografare lo spazio della Valletta di San Nicola fa parte di uno dei nostri progetti fotografici rivolti alla ricerca di luoghi della città in via di riconversione, di posti che possono e/o potrebbero nel tempo cambiare destinazione d’uso. Orientiamo ormai da una decina di anni i lavori finali della scuola di fotografia in buona sostanza alla memoria dei luoghi, in maniera tale da avere un archivio storico della città di Genova. Ci siamo occupati del Mercato della frutta di Corso Sardegna, del mercato del pesce di piazza Cavour, il Parco dell’Acquasola, del Trenino di Casella, di Calata Gadda, di Ponte Parodi e ultimo lavoro ancora in mostra al Museo del Centro Basaglia: l’Ex Manicomio di Quarto. Nel caso delle fotografie della Valletta, si tratta di un workshop che abbiamo condotto con un gruppo di allievi scelti che in passato hanno frequentato i nostri corsi di fotografia , quindi non alle prime armi» .

    Come è stato svolto il lavoro di documentazione, secondo quali criteri? Cosa avete cercato di mettere in luce?

    «Ecco, proprio  lavoro di documentazione si tratta! Il criterio è stato  quello di documentare, di raccontare lo stato attuale di quello che abbiamo visto, senza troppe interpretazioni, cercando di riportare all’esterno quello che abbiamo visto. L’intento è proprio di far conoscere un luogo che non è accessibile a tutti e che è oggetto di cambiamento.  L’area ha un valore estetico singolare, direi unico non solo a Genova ma forse in Italia».

    Perché una mostra fotografica può dare un contributo effettivo a una gestione sostenibile dell’area?

    «L’incontro e la conoscenza con L’Associazione Le Serre è stato perfetto:  loro avevano bisogno della forza di buone immagini (l’Associazione in questi anni  ha usato  prevalentemente parole, scritti e atti amministrativi per la sua battaglia) noi di dare giusta destinazione al lavoro fotografico per non lasciarlo fine a se stesso».

    Lo stato in cui versa attualmente la valletta non è affatto dei migliori, non temete l’effetto opposto? Che la gente pensi che se tanto è stata così trascurata finora, sarà così anche in futuro (come spesso purtroppo accade negli spazi verdi pubblici, ridotti a latrine e abbandonati a se stessi) e tanto vale farci dei parcheggi?

    «No, le foto non denunciano, ma attraverso la nostalgia invitano la gente a sognare nella valletta, a due passi dal centro storico, un’oasi di buone pratiche. Il futuro non è indicato dalle foto (che danno testimonianza attuale) ma dagli atti concreti che Le Serre sta portando avanti».

    In che modo l’associazione Le Serre è stata coinvolta in questo progetto?

    «Noi abbiamo svolto il lavoro in autonomia perché l’argomento ci interessava parecchio e successivamente siamo venuti in contatto con l’associazione e ci è sembrata perfetta la collaborazione».

    Scopo principale è stimolare la partecipazione della cittadinanza, quindi chi volesse impegnarsi attivamente cosa può fare e a chi si può rivolgere?

    «Si può rivolgere a Le Serre, che ha operato come comitato fino al 4 settembre u.s. quando è diventata un’associazione di volontariato. La mostra è l’occasione per stimolare la partecipazione e l’adesione all’associazione».

    Questo lavoro fotografico avrà un seguito?

    «Certo, ora più che mai, si possono progettare tante altre iniziative di collaborazione!».

    Le fotografie esposte sono di Ettore U. Chernetich, Danilo Ciscardi, Ornella Corradi, Stella Ingrassia, Vittoriana Mobili, Fabio Parodi, Lucia Pinetti, Antonietta Preziuso, Chiara Saitta.

     

    Claudia Baghino

  • Museo Luzzati, incontro con il direttore Sergio Noberini

    Museo Luzzati, incontro con il direttore Sergio Noberini

    museo-luzzati-porta-siberia-porto-anticoDopo il successo della mostra dedicata al fumettista Andrea Pazienza, siamo andati al Porto Antico a fare quattro chiacchiere con il direttore di uno dei musei più attivi e stimolanti della città, nato dal genio dell’artista ligure Emanuele Luzzati.
    Sergio Noberini, direttore del Museo Internazionale Luzzati, ci ha accolti calorosamente, insieme al collega Ing. Andrea Rossi della Porto Antico S.p.A., società che museo-luzzatigestisce e ospita tutte le attività del Porto, dall’Acquario al Museo dell’Antartide allo stesso Luzzati.

    “Andrea Pazienza”, una mostra dedicata al fumetto che porta a Genova le opere di un grande artista di fama internazionale. Iniziata il 25 luglio scorso, si sarebbe dovuta concludere il 7 ottobre, ma è stata prolungata fino al 14. Un bilancio alla fine di questa avventura?

    «Con questa mostra abbiamo portato a Genova le opere (100 tavole originali) di uno degli artisti più amati e controversi del secolo scorso. Pazienza è l’artista che ha ritratto e accompagnato la generazione complicata e appassionata degli anni ’70-‘80. Con la selezione antologica che abbiamo presentato, la più grande nel nord Italia da 15 anni a questa parte, abbiamo voluto rendere omaggio alla sua produzione: le storie in slang di Pentothal, quelle “ribelli” di Zanardi, la poesia di Pompeo, le bellissime illustrazioni di Campofame, senza dimenticare l’ironico Pert, dedicato al Presidente Pertini, in cui la dimensione intimistico-tormentata lascia spazio all’impegno politico. È stata l’occasione per ripercorrere un pezzo di storia recente dal punto di vista di “Paz” e per ammirare la qualità artistica di un disegnatore diventato mito. Pazienza ha stravolto i canoni del fumetto e ha creato un nuovo linguaggio, fatto di cambiamenti continui di registro, di stile, di grafia. “Paz” distrugge la sintassi, le tecniche e la grammatica: dopo 25 anni dalla scomparsa, la sua produzione è ancora attuale, basta pensare a al personaggio di Pert e all’Italia che descriveva con lungimiranza. La scelta di ospitare questa mostra è stata una rottura rispetto ai linguaggi percorsi fino ad oggi (illustrazioni, foto, cinema d’animazione) e si è rivelata una scelta audace ma vincente, che  ha portato tante gente e tanti giovani e che si inserisce nel solco già tracciato con le esposizioni di Mordillo e Altan».

    Progetti per il futuro?

    «Conclusa l’esperienza di Pazienza, ci sono nuovi progetti in serbo: vogliamo che il nostro museo sia un cantiere, un laboratorio, un’officina delle arti. Non un museo in senso tradizionale e statico, ma un’agorà di sperimentazione, come avrebbe voluto Emanuele Luzzati, che si definiva un “artigiano”. Per cominciare, a breve il Museo diventerà una delle sedi del Festival della Scienza. Anche quest’anno continua la consueta collaborazione con la Scuola di Robotica: il Museo ospiterà laboratori, workshop, progetti. Inoltre, sempre nell’ambito del Festival, in collaborazione con Fondazione AMGA e Gruppo Iren, dal 23 ottobre sarà visitabile nel salone centrale del Museo la mostra “Le fonti, la vita, il lavoro. Tecnologia e bellezza nel patrimonio artistico del Gruppo Iren”, in cui verrà valorizzato lo storico patrimonio dell’azienda Olivetti. All’esterno del salone, inoltre, saranno esposti pannelli stampati su fondo rosso scuro con graffiti realizzati da Luzzati e Dario Bernazzoli negli anni ’50 per la storica sede di AMGA di Via delle Gavette. Il tema centrale saranno i mestieri, le tecnologie, l’attenzione dell’azienda per il territorio. Inoltre, anche un’installazione luminosa “La Fenice” sarà visibile all’esterno del Museo per tutta la durata del Festival, e non mancheranno conferenze (“Le stagioni dell’impegno” e “Dal disegno al segno e ritorno: nuovi percorsi d’arte nel Novecento italiano”) e laboratori di creatività per bambini. A tale proposito, abbiamo già dato avvio a programmi di formazione con Cesare Moreno e i Maestri di Strada di Napoli: crediamo che l’arte possa creare un momento di riflessione contro la dispersione scolastica, con iniziative sparse sul territorio. Per Genova è una bella scommessa».

     

    Genova e la cultura: qual è il ruolo del Museo Luzzati nella valorizzazione del patrimonio artistico della città?

    «Il Museo Luzzati prova a combattere la staticità e la scarsa valorizzazione del patrimonio culturale cittadino -e non solo- attraverso un approccio sperimentale e dinamico alle arti applicate. Per questo, nel tempo abbiamo cercato di aprire a esperienze insolite e meno tradizionali, se paragonate ad altri musei più “istituzionali” e tradizionali. Cerchiamo di aprirci a nuovi temi, anche sociali: ad esempio, anni fa la mostra provocatoria di Letizia Battaglia dedicata alla Sicilia, per rendere il territorio più vivo, e oggi stiamo lavorando per portare a Genova un’esposizione sul tema dei diritti umani. Si tratta di un progetto “in itinere” realizzato da vari grafici mondiali basato solo su immagini, senza parole. Vorremmo portare al Museo alcuni di loro e organizzare workshop, aprirci a professionisti nuovi, ma spesso quel che vorremmo fare si scontra con i limiti di sovvenzioni a disposizione di un Museo privato come il nostro. Per fortuna collaboriamo con Porto Antico S.p.A., che ci ospita e che rappresenta un partner privilegiato: grazie a questa collaborazione, siamo riusciti a “fare rete” sia con loro che con altri soggetti come la Triennale di Milano e il MART di Rovereto. In questo momento di tagli alla cultura e mancanza di fondi, noi crediamo che si possa sopravvivere: se un’idea è forte si riesce a trovare il modo per realizzarla. Serve tenacia, servono bei progetti: lavoriamo sulle sfide e pensiamo che, per prima cosa, non si debba mai dimenticare l’elemento fondamentale del “gioco”. Per questo, stiamo pensando a una serie di iniziative sulla strada della commistione tra arti diverse: ad esempio, vorremmo proporre percorsi eno-gastronomici al Museo, per avvicinare più persone e aprirci all’esterno. Inoltre, vogliamo puntare sull’idea di museo dinamico, sul modello francese: perché ancora oggi l’arte fugge da Genova? Le nostre collezioni “scappano” a Firenze, i fondi bibliotecari e i patrimoni archivistici (da quello di Sanguineti a quello dell’agenzia Publifoto) non sono valorizzati. Non è niente di nuovo, ma solo così possiamo guardare avanti».

     

    Elettra Antognetti

  • Operapolis: orchestra, compagnia lirica e formazione musicale gratuita

    Operapolis: orchestra, compagnia lirica e formazione musicale gratuita

    operapolisLa musica classica “roba vecchia”? Sicuramente non la pensa così Lorenzo Tazzieri, presidente del Movimento Allegro Con Fuoco (in gergo, un modo di suonare particolarmente passionale): per lui è giovane, attiva, corale e itinerante. La sua associazione, operante sul territorio ligure e genovese da oltre dieci anni, vuole promuovere la musica d’assieme e la lirica e quest’anno presenta un progetto sicuramente interessante. Si chiama “Operàpolis” una commistione di formazione musicale gratuita e di attività concertistica itinerante: «un programma pluriennale grazie al quale Genova potrà finalmente avere un’ Orchestra, un Coro ed una Compagnia Lirica giovanili. I tre complessi sono denominati Simon Boccanegra». Fra le sedi interessate dagli eventi di questa stagione troviamo Palazzo Ducale, Palazzo San Giorgio, Teatro Modena, Teatro della Tosse e Piazza De Ferrari, oltre a tournée in Italia (Piemonte, Lombardia, Calabria e Sicilia) e appuntamenti in Inghilterra e Romania.
    Abbiamo incontrato il presidente Lorenzo Tazzieri e ci siamo fatti spiegare meglio il progetto.

    Quale meccanismo virtuoso rende possibile la messa in pratica di un progetto come Operàpolis?

    «Operàpolis ruota su due cardini: la sostenibilità economica e quella per il futuro. L’obiezione più ricorrente, cioè che “non si mangia con la cultura”, è smentita dall’innovazione fondamentale della proposta, la sua struttura imprenditoriale, per cui tutti i gruppi musicali (orchestra, coro e compagnia lirica) sono società a tutti gli effetti. I finanziamenti delle istituzioni, felici di collaborare anche grazie a intellettuali “illuminati”, ci danno sicuramente un aiuto ma si inseriscono in un progetto che cammina già con le sue gambe, che si autosostenta e si autopromuove attraverso gli spettacoli. Il secondo punto, la sostenibilità per il futuro, prevede una formazione musicale completamente gratuita: negli istituti comprensivi, con percorsi didattici che incentiveranno l’espressione già presente nei bambini attraverso, per esempio, la costruzione dei propri strumenti, e nel polo didattico di Sampierdarena, dove la formazione ciclica permetterà agli allievi di vivere a contatto con l’orchestra e di riempirne i ranghi nel futuro».

    In questo senso, come si pone la vostra offerta didattica al cospetto della formazione accademica?

    «La didattica di Operàpolis non vuole né sminuire né sostituire quella, ad esempio, del Conservatorio Paganini, ma semmai affiancarla e completarla: dopo aver appreso, in modo tradizionale, la tecnica, essere istruiti dai componenti dell’orchestra, assistere alle loro prove e alle esibizioni, rende l’obiettivo finale più tangibile, quindi più desiderabile. Inoltre, la formazione ciclica e la partecipazione dei ragazzi agli spettacoli permettono d’illustrare il lato più magico dell’opera, fatto di ensemble perfettamente sincronizzati, di allestimenti sontuosi, di costumi preziosi, di attori e di cantanti».

    Operàpolis si presenta anche come strumento di rilancio sociale: qualche esempio concreto?

    «La proposta formativa si ispira apertamente alla situazione venezuelana e all’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar, che strappa i ragazzi al degrado delle favelas attraverso la musica d’assieme, quella che si suona con gli altri e per gli altri. Inoltre, l’imprenditorialità prevede anche un investimento “territoriale”: la rivalutazione di quei luoghi snobbati dalla musica classica, come vie, piazze di paese, teatri di prosa, magari non formali ma adatti a catturare l’attenzione del pubblico anche per un momento; alcuni spettacoli si terranno, ad esempio, al Teatro Modena, la cui funzione di “teatro lirico” (con buca per l’orchestra) è ormai “dimenticata”».

    Incentrato sulla musica classica e sulla lirica, Operàpolis non rischia di essere considerato un progetto “per pochi eletti”?

    «Il ruolo centrale, in Operàpolis, non è rivestito dai finanziamenti istituzioni ma dal pubblico, che coprirà le spese con l’acquisto del biglietto; attirarlo e ammaliarlo, quindi, diventa essenziale. Bisogna svecchiare un genere che, per un’idea distorta, non viene associato al divertimento ma solo ad applicazione e impegno: vogliamo dare via libera a spettacoli che presentino repertori classici ma anche popolari, che trasmettano passione e che siano fruibili da tutti. L’ispirazione è sempre l’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar che, durante il suo concerto alla BBC, ha fatto ballare, con i suoi mambi, anche gli anziani in frac».

    Nonostante lo spauracchio della “crisi”, che divora ormai ogni settore, è davvero possibile vivere di musica?

    «No, se continuiamo a immaginarci la cultura come un buco nero, inquietante e inutile, in cui le risorse si limitano a sparire. La situazione culturale genovese, devastata dai problemi economici e dall’assenza di progettualità, è stata finora solo di “mugugno”: perché non agire per ridare a Genova il suo patrimonio scomparso di orchestre, cori e compagnie liriche? La musica classica, ma soprattutto il melodramma, sono eccellenze italiane, di cui dobbiamo riappropriarci e che dobbiamo rivalutare, non però attraverso l’intervento statale bensì con una mentalità imprenditoriale che, in ogni altro settore, sembrerebbe ovvia e naturale. Un progetto come Operàpolis per essere “concreto” deve rimanere indipendente».

     

    Giulia Fusaro

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Giacobs

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Giacobs

    Federico Giacobbe, classe ’83, in arte Giacobs (soprannome datogli dagli amici), è un cantautore genovese.
    Fin da ragazzino coltiva una forte passione per cantautori come De André, Rino Gaetano, Battiato, De Gregori, passione che lo spinge a studiare canto e chitarra e a comporre i suoi primi pezzi; comincia a esibirsi in piccoli locali e partecipa a manifestazioni musicali come l’Accademia della canzone di Sanremo, il festival di Castrocaro, il festival di Ariccia, nonché a concorsi di poesia. Dopo un lungo periodo di inattività viene in contatto con Rossano Villa (ex membro dei Meganoidi e produttore) e Michele Savino (cantautore) i quali, come lui stesso dice: «capiscono esattamente quella che è la mia dimensione». Grazie alla loro collaborazione viene prodotto il suo primo disco “La rivoluzione della domenica”, pubblicato a marzo 2013.
    Attualmente porta avanti il suo progetto con tre nuovi compagni di viaggio: Enrico e William rispettivamente alle percussioni e alla chitarra, e Giulia ai cori.

    giacobs-musica-la-rivoluzione-della-domenicaEnrico Bovone – percussioni
    William Tarantino – chitarre
    Giulia Capurro – cori

    Genere: cantautore

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: MalaMente

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: MalaMente

    Il gruppo ha raggiunto la sua formazione definitiva nel 2011, quando arrivano a far parte della band Martina alla voce e Sergio al basso: insieme a Stefano, Emanuele e Federico danno vita a un progetto in cui sonorità acustiche ed elettriche si fondono a sostegno del continuo gioco di rimandi che avviene tra le due voci, maschile e femminile, che si rincorrono e si intrecciano per l’intera durata dei pezzi: questa è la vera peculiarità del loro sound, un mix originale arricchito inoltre dall’attenzione che i ragazzi dedicano ai testi. Con caparbietà ma anche molta voglia di scherzare sottolineano, sia suonando sia parlando con noi, la loro natura fatta di contrasti: si definiscono ironicamente “perfetti schizofrenici” da cui il nome MalaMente, come loro stessi dicono, “provocatorio ma con brio!”. Il loro terzo demo si chiama “Battiti”.

    malamenteStefano Balbi – voce, chitarre acustiche;
    Martina Cangelosi – voce;
    Emanuele Lanata – batteria, pianoforte;
    Federico Mulattieri – chitarre elettriche;
    Sergio Rigoli – basso, chitarra.

    Genere: pop rock

     

     

     

     

  • Irene Lamponi e Beppe Casales: il teatro genovese vola in Cina

    Irene Lamponi e Beppe Casales: il teatro genovese vola in Cina

    Irene LamponiIrene Lamponi, attrice e regista, e Beppe Casales, attore e drammaturgo, vivono a Genova dove hanno già sperimentato in precedenza forme di collaborazione in ambito teatrale, condividendo progetti di “teatro politico”; quest’estate si sono imbarcati in un’avventura senza precedenti e dai vicoli della nostra schiva città sono volati verso gli spazi immensi della Cina, per portare sui palcoscenici cinesi “Il Grande Salto”, uno spettacolo interamente pensato da loro.

    Dai caruggi genovesi alla muraglia cinese: come è arrivata l’idea di fare teatro proprio in Cina?

    «Il progetto di cui abbiamo fatto parte è stato organizzato dal Festival della Scienza di Genova e dalla Sast (Shanghai association for science and technology). Siamo stati chiamati da uno dei partner italiani che conosceva i nostri lavori e che aveva visto alcuni nostri spettacoli a Genova. Ciò di cui avevano bisogno era uno spettacolo teatrale su un tema scientifico da presentare all’interno del corso di formazione per animatori scientifici che il Festival della Scienza avrebbe portato in Cina per 3 mesi. Inoltre avevano bisogno che gli stessi attori potessero gestire un pomeriggio di workshop teatrale all’interno del corso.
    Abbiamo dovuto presentare un progetto di spettacolo che ha passato l’approvazione di tutti i partner italiani e cinesi e così è iniziata la nostra avventura in Asia. La tournée ha toccato undici teatri diversi, ogni settimana eravamo in un luogo diverso. Siamo stati principalmente a Shanghai data la sua vastità, rappresentando lo spettacolo in diversi distretti. Ma abbiamo portato lo spettacolo anche in altre città come Nanchino, Ningbo».

    “Il Grande Salto”: che significa? Di cosa trattava lo spettacolo? C’erano dialoghi? Se sì, la distanza culturale-linguistica ha costituito un ostacolo al coinvolgimento del pubblico?

    «Il testo dello spettacolo prevalentemente è stato tratto da “Vita di Galileo” di Brecht. Abbiamo inserito anche il ventiseiesimo canto della Divina Commedia (quello di Ulisse) e degli scritti di Einstein. Tutti i testi ragionano sull’innata tendenza umana ad andare oltre i propri limiti per scoprire il mondo: questo è il “grande salto”. Abbiamo voluto portare in scena il coraggio degli scienziati – e non solo degli scienziati – di provare ad andare oltre il conosciuto. Lo spettacolo è in lingua italiana. Lì in Cina il pubblico aveva i sopratitoli, ma questo non è stato un problema perché in Cina convivono molte lingue differenti, quindi il pubblico cinese è molto abituato a leggere i sopratitoli».

    irene-lamponi-casalesIl teatro cinese ha origini molto antiche, ma oggi i cinesi amano il teatro, lo frequentano? Che tipologia di pubblico avete avuto? Quali le differenze tra il pubblico cinese e quello italiano o meglio ancora genovese?

    «È stata decisamente una scommessa portare un testo contemporaneo come quello di Brecht in un paese che non ha drammaturgia contemporanea. In Cina il teatro è quello tradizionale, come potrebbe essere la nostra lirica o la commedia dell’arte. Il pubblico cinese è abituato a un teatro molto più esteriore. La reazione al nostro spettacolo è stata comunque buona. Abbiamo avuto pubblici estremamente differenti, dai bambini agli adulti, da professori ed esperti di scienza a non addetti ai lavori. Tutte le volte la reazione è stata positiva: i cinesi sono curiosi di tutto, soprattutto di ciò che non conoscono».

    In cosa è consistito il laboratorio?

    «Abbiamo tenuto un workshop di comunicazione per animatori scientifici e insegnanti di scienza. L’obiettivo era di farli lavorare su tecniche teatrali per migliorare la comunicazione con il pubblico dei Science Center e degli studenti. È stata un’esperienza straordinaria perché abbiamo avuto la possibilità di lavorare direttamente con loro (ogni settimana una sessantina di persone)».

    Avete avuto la possibilità di interagire per un periodo abbastanza lungo con una cultura millenaria e così lontana dalla nostra, in un paese ricco di contraddizioni…..cosa avete capito, cosa ne avete tratto?

    «La Cina è un paese straordinario e la parola che racchiude tutta la nostra esperienza lì è “contraddizione”. Sono tanto più avanti rispetto all’Europa (per non parlare dell’Italia) in alcune cose, e molto più indietro in altre. In generale quello che ci ha più colpito è la praticità con cui affrontano le cose, la loro curiosità. Dall’altra parte hanno grandi problemi di gerarchia e burocrazia. È insomma una continua e bellissima contraddizione».

     

    Claudia Baghino

  • Scuole e impianti sportivi, emergenze e criticità: intervista all’ass. Boero

    Scuole e impianti sportivi, emergenze e criticità: intervista all’ass. Boero

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaPeriodo di fuoco per l’assessore comunale allo Sport e alla Scuola Pino Boero. Nei giorni scorsi si sono scesi in piazza i membri del comitato genitori della scuola di piazza delle Erbe, la cui storia ormai potrebbe quasi diventare leggenda, e i cittadini di Multedo stufi di non poter più godere dei servizi della piscina di quartiere. A tutto ciò va aggiunto l’annuncio fatto sulla stampa cittadina della probabile chiusura della piscina di Voltri. Sport e scuola, uniti da una sottile linea rossa: la richiesta di spazi. E non poteva essere altrimenti, con l’inizio del nuovo anno scolastico, strettamente connesso all’avvio delle attività sportive per la stagione invernale.

    Ma andiamo con ordine, cercando di capire quale sia lo stato delle principali criticità dei due settori.

    Pino BoeroAssessore, partiamo dalla scuola. Sicuramente la questione più urgente riguarda l’ultimazione dei lavori nel nuovo edificio di piazza delle Erbe. Questa settimana i genitori sono tornati a manifestare il proprio malcontento. Quando potremo finalmente tagliare i nastri?

    «Innanzitutto mi preme sottolineare che non si tratta tanto di una questione di inaugurazioni quanto della restituzione di un bene al quartiere e ai cittadini, un atto dovuto. Dopo ritardi che sono sotto gli occhi di tutti, siamo finalmente in dirittura d’arrivo. Nell’ultimo sopralluogo il direttore dei lavori ha garantito che il 31 ottobre ci sarà la consegna della scuola finita. Da lì ai primi di gennaio dovrebbe esserci il tempo per attivare tutti controlli necessari e previsti della legge. L’amministrazione sta dietro al cantiere con grande frequenza, anche al fianco del Comitato dei genitori, molto civile e giustamente attivo. Dopodiché toccherà al trasloco. L’idea sarebbe di sfruttare il periodo natalizio quando la scuola è chiusa. Ma sarà un’operazione da condividere con il dirigente scolastico e il consiglio d’istituto, e avverrà esclusivamente secondo le loro esigenze e preferenze».

    Data per assodata la situazione di piazza delle Erbe, vi sono altre emergenze sugli edifici scolastici di competenza comunale?

    «Tutto l’elenco di interventi che il Patrimonio scolastico ha giudicato di certa urgenza è stato portato a compimento durante l’estate: ad esempio, la messa a punto dell’ascensore e dello scivolo per disabili per la scuola Da Passano, o il ripristino del salone di Villa Sciallero. È chiaro che il patrimonio edilizio scolastico genovese non è assolutamente moderno e tutti i giorni ci si può aspettare la necessità di intervenire. Bisogna dunque monitorare costantemente attraverso un continuo dialogo con i dirigenti scolastici. A loro, il compito di fare una sorta di “lista della spesa” che passa al vaglio del patrimonio, secondo un elenco di priorità che si era iniziato a stilare a partire dal 2006. Quando a novembre ci sarà la nuova Conferenza cittadina con i dirigenti scolastici, riproporremo loro la scala delle priorità».

    E per quanto riguarda le possibili emergenze meteo?

    «Il sistema di informazione e di allerta adottato l’anno scorso, che passa anche attraverso la messaggistica telefonica, ha funzionato e verrà riproposto anche quest’anno in caso di necessità. Con l’eventualità di chiusure limitate solo a determinate zone della città particolarmente a rischio. Resta, naturalmente, sempre valido l’appello al buon senso dei genitori, degli insegnanti e dei dirigenti scolastici».

    Passiamo allo sport. Voltri, Multedo e Nervi. Piscine maledette?

    «Tra 113 impianti sportivi cittadini censiti, 13 sono piscine. E si tratta sicuramente degli elementi più difficili da gestire. Intanto va detto che dalle amministrazioni precedenti tutte e tre queste strutture critiche hanno ricevuto discreti finanziamenti: oltre un milione di euro alla Nico Sapio di Multedo in 14 anni, due milioni e trecento mila euro alla Piscina di Voltri in dieci anni, poco più di un milione e mezzo alla Mario Massa di Nervi sempre in dieci anni».

    Per quale motivo, allora, ci si ritrova in queste situazioni?

    «Partiamo dal presupposto che nell’attuale contesto economico sono sempre meno le società sportive che riescono a gestire autonomamente un impianto. È necessario fare un po’ di storia recente. Nel luglio 2010 il Consiglio comunale approvò un Regolamento che metteva ordine alla classificazione degli impianti, distinguendo tra impianti con o senza rilevanza economica, di interesse cittadino o di interesse municipale. Inoltre, insieme con la durata decennale delle concessioni con possibilità di prolungamento in caso di interventi di ammodernamento, veniva stabilita la necessità dei concessionari di garantire l’accesso a tutti i cittadini e l’obbligo di manutenzione ordinaria e straordinaria. Attualmente, le due criticità di questo sistema sono proprio rappresentate dal fatto che l’Amministrazione non fornisce più contributi per la gestione degli impianti e le stesse società non possono accedere al credito sportivo perché il Comune non può attivare fidejussioni bancarie a garanzia dei prestiti. Inoltre, la classificazione attuale tra impianti sportivi e ad uso associativo è un po’ troppo schematica e non tiene conto di edifici ibridi che, a seconda dell’attività svolta o dell’orario di utilizzo possono appartenere a più di una categoria. Per cercare di studiare qualche soluzione efficace in proposito, compresa l’eventuale riduzione dei canoni, entro fine ottobre l’amministrazione si impegna a convocare, per la seconda volta dalla sua istituzione (la prima la convocai io stesso il 7 marzo 2013, nonostante la fosse stata creata il 21 giugno 2011), la Consulta dello Sport, sperando nel frattempo di riuscire ad allargarne la partecipazione anche a membri del Consiglio comunale e dei Municipi che vadano ad affiancare i rappresentati sportivi. Altro obiettivo dell’amministrazione e della Consulta sarà quello di approntare un sistema efficace di controllo delle concessioni».

    In concreto, quale sarà il futuro prossimo di questi tre impianti?

    «Su Multedo abbiamo buoni motivi di sperare che si riesca finalmente a giungere a un accordo senza dover necessariamente proseguire per le vie legali anche oltre la formalizzazione della revoca della concessione. Se tutto andrà per il meglio, cercheremo di sondare la disponibilità degli unici altri partecipanti al bando a subentrare nella gestione, altrimenti penseremo a un nuovo bando.
    Anche la questione di Voltri è piuttosto delicata. La società sportiva Mameli lamenta il fatto che negli ultimi anni, invece di istituire un nuovo bando di concessione, siano stati rinnovati gli accordi con la stessa. Una situazione che, a loro dire, avrebbe dissipato tutto il patrimonio. Peccato che i rinnovi delle concessioni siano stati fatti proprio per consentire alla Mameli di continuare a gestire l’impianto, dato che la pesante situazione debitoria in cui versa la società ne avrebbe comportato l’impossibilità di partecipare a qualsiasi bando pubblico.

    Per quanto riguarda Nervi, infine, sono soddisfatto di essere riuscito a mantenere la promessa per quanto riguardava l’apertura estiva. Ora si pone il problema di capire come andare avanti ad ottobre. Il Municipio Levante sta studiando qualche soluzione coinvolgendo anche altre realtà come quella dei pescatori. Di certo, non credo potremo pensare a una tradizionale apertura invernale perché non ci sono i fondi da investire su una copertura a pallone o sul riscaldamento dell’acqua».

    Altre criticità?

    «Avevamo ancora qualche problema su altri tre impianti, questa volta non piscine, tutti in via di soluzione. Il primo, annoso, caso riguarda il campo Branega che ha finalmente visto sbloccati i 100 mila euro stanziati dalla scorsa Amministrazione, che consentono l’apertura del bando di concessione. Negli altri due casi si parla di Palestre: per il Palaerbe abbiamo firmato il rinnovo della concessione grazie agli investimenti impegnati dai concessionari, mentre su via Digione c’è qualche ritardo sui lavori, con la consegna prevista nei primi mesi del 2014».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Free.Q: il festival del suono e dell’ascolto a Villa Croce

    Free.Q: il festival del suono e dell’ascolto a Villa Croce

    freeqVenerdì 13 settembre 2013 parte al Museo di Villa Croce di Genova la prima edizione di Free.Q, evento dedicato all’esplorazione delle molteplici forme del suono e che prevede workshop, concerti e tavole rotonde con interventi realizzati per l’occasione da numerosi artisti italiani e non. Abbiamo chiesto a due membri dello staff – Guia Del Favero e Francesco Cardarelli, che insieme formano il duo suite-case – di raccontarci qualcosa in più su questa iniziativa.

    Qual è il significato del nome “Free.Q”? Come si è formato il vostro team e quali obiettivi si pone?

    Il nome Free.Q è stato dato per gioco da Guido Affini, che ha contribuito al Festival con un testo visibile al museo e che interverrà al free talk di sabato pomeriggio. Abbiamo sempre pensato che rimandi a un’idea di libere frequenze. Alla base dell’organizzazione del Festival non vi è un vero e proprio collettivo, ma un gruppo di persone che suite-case ha contattato proponendo di realizzare assieme questo progetto. suite-case lavora così dalla sua nascita, nel 2005, collaborando di volta in volta in situazioni differenti con diverse persone, ma non si pone mai obiettivi specifici futuri, siamo sempre aperti alle nuove possibilità che incontriamo.

    Con quali criteri sono stati selezionati gli artisti partecipanti? Alcune anticipazioni sul programma?

    suite-case ha seguito l’intuito nella scelta degli interventi e ha accolto le proposte che man mano sono arrivate, sia dai componenti di Free.Q che dall’esterno. Tra le opere presenti vi saranno proiezioni sonore nella sala solitamente utilizzata per le conferenze di Villa Croce, allestita come un vero e proprio cinema al buio, una performance basata sull’ascolto ispirata alle opere astratte della collezione permanente Cernuschi Ghiringhelli di Villa Croce a cui il pubblico potrà partecipare, live set e ideato per il festival un workshop gratuito per il quale sono già esauriti i 20 posti a disposizione.

    Nell’epoca che stiamo vivendo, in cui web 2.0 e social network offrono una comunicazione prevalentemente visiva e testuale, come si collocano il valore dell’ascolto e della comunicazione verbale?

    Non esiste un collocazione, tutte le cose coesistono e sono preziose. Il punto di partenza di Free.Q e delle sua programmazione non è quello di porre l’ascolto come antitesi della vista e del testo, piuttosto vivere i momenti della programmazione in una dimensione collettiva d’ascolto. Abbiamo infatti definito la radio, medium scelto come simbolo di questo approccio, come “innesco dell’immaginazione”. Il suo valore è l’essere in grado di veicolare input riuscendo al tempo stesso a suggerirne molti altri.

    Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione con Villa Croce? Perché la scelta di questa location?

    Da molto tempo come duo artistico realizziamo progetti in diversi luoghi. Per la prima volta, in un momento di grande cambiamento per la gestione rinnovata del Museo di Villa Croce, abbiamo deciso di rapportarci ad un istituzione pubblica, proponendo ad Ilaria Bonacossa il progetto che lo ha accolto e sostento insieme a Francesca Serrati.

    free.Q Attraverso ProduzioniDalBasso avete ottenuto un finanziamento di 1.500 €. Sulla base della vostra esperienza, ritenete che il crowdfunding sia uno strumento che contribuirà sempre più a sostenere l’impresa culturale?

    Il valore di queste piattaforme, ce ne sono moltissime, è evidente: permettere a molte persone attraverso l’acquisto di una quota (10 euro) di divenire produttori del progetto stesso. Le persone hanno la possibilità di visionare l’idea di ciò che deve ancora nascere che ognuno può proporre e scegliere di far crescere, in questo caso il loro stesso museo. Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti i produttori dal basso che hanno reso possibile Free.Q, così come le istituzioni che ci hanno sostenuto: il Museo di Villa Croce, la Fondazione cultura Palazzo Ducale e alcuni privati come Mobilia Stockhouse e ZI.EL service.

    Si sente ancora dire che la nostra città offre poco per chi vuole mettere in campo idee innovative che producano valore e lavoro. Qual è la vostra opinione in merito? Secondo voi si può fare cultura a Genova?

    Fare cultura? Gli esseri umani sono cultura.

    A evento concluso, quali sono i progetti futuri del gruppo?

    Un insieme di persone è come un organismo e come tale si sviluppa: è difficile prevederne gli esiti a lungo termine. Sicuramente – dato l’interesse suscitato dal progetto – c’è l’intenzione di renderlo un appuntamento fisso, anche perché la riflessione sul suono e sull’ascolto è un argomento talmente ricco e in continuo sviluppo che gli spunti per nuove edizioni non mancheranno.

    Marta Traverso

  • Michele “Mezzala” Bitossi: intervista al cantautore genovese

    Michele “Mezzala” Bitossi: intervista al cantautore genovese

    Michele Mezzala BitossiDall’esordio nel 1998 con i Laghisecchi, passando per i Numero6 – che proprio quest’anno festeggiano il decimo anno di attività – per la creazione di un’etichetta indipendente e di uno studio di registrazione, fino ad arrivare alla pubblicazione del suo primo album da solista (con lo pseudonimo di Mezzala) e di un libro, il genovese Michele Bitossi è una poliedrica figura di musicista presente sulla scena musicale indie italiana da quindici anni e con all’attivo ben 9 dischi pubblicati e importanti collaborazioni con personaggi anche lontani dal mondo della musica (come lo scrittore Enrico Brizzi o il mitico telecronista sportivo Bruno Pizzul, che è comparso in uno dei videoclip di Michele). Pervaso di un amore incondizionato per la musica che finisce per configurarsi come una vera e propria necessità, Michele ha ripercorso per noi gli anni di carriera, parlando di passioni, idee, progetti presenti e futuri.

    Musicista, produttore, uno studio di registrazione….hai avuto esperienze in ciascuna branca del mondo della musica. Spostarsi da un ruolo all’altro è venuto naturale? Cosa ti piace di più fare oggi?

    «Quel che più mi piace è scrivere canzoni. Lo faccio di continuo e credo lo continuerò a fare per tutta la vita, a prescindere dal fatto che vengano pubblicate o che raccolgano consensi. Sono letteralmente ossessionato dalla creazione di brani nuovi, mi appaga tantissimo trovare nuovi giri di accordi su cui cantare melodie e parole. Potrà sembrare banale, ma è così. In generale nutro una passione pazzesca per la musica, sia come musicista che come ascoltatore. Questa passione mi ha portato ad azioni incredibilmente incoscienti, come per esempio fondare un’etichetta indipendente, la The prisoner, che nonostante mille difficoltà mi dà parecchie soddisfazioni. E’ bello condividere un percorso con artisti che ti piacciono, che produci con entusiasmo e che ti restituiscono in media una grande energia. Quanto allo studio anche quella, che condivido col mio amico fraterno e socio Mattia Cominotto (membro dei Meganoidi, ndr), è un’avventura entusiasmante. Il Greenfog sta andando alla grande, siamo molto contenti e intenzionati a fare sempre meglio».

     

    Michele BitossiHai vissuto la musica della scena indie ’90-’00, che non è certo quella di adesso. Cosa è cambiato secondo te in questi anni, in meglio e in peggio?

    «Da quando ho iniziato coi Laghisecchi (fine degli anni 90) a oggi sono cambiate parecchie cose. Intanto, molto banalmente, a quell’epoca i dischi si vendevano ancora, cosa che adesso non accade più, tranne rarissimi casi. In generale c’era molta meno congestione di band, cantautori, musicisti di quella che c’è adesso. Di conseguenza un album, quando usciva, se era buono, riusciva a godere della giusta attenzione per il giusto periodo di tempo, si potevano innescare di conseguenza certe dinamiche promozionali e i progetti, se meritevoli, venivano gratificati in una maniera quanto meno sensata, anche dal punto di vista live. Chi non meritava difficilmente arrivava a fare un disco, perché esisteva ancora un buon grado di meritocrazia e selezione, dovute soprattutto al fatto che non era ancora possibile realizzare album professionali con equipaggiamenti digitali e poco costosi. Si doveva andare in studio, e in studio ci andava in media solo chi lo meritava. Adesso escono cento dischi, ep, singoli al giorno, migliaia di ragazzi pubblicano musica senza la men che minima parvenza di autocensura, tutto è diventato semplicissimo grazie al web e alle applicazioni musicali che sono nate negli ultimi anni. Io, pur avendo un’etichetta, sono il primo che le adopera per diffondere la mia musica e quella dei gruppi che produco. Ritengo però che si sia arrivati ormai a una situazione fuori controllo. Dischi bellissimi vengono dimenticati dopo una settimana per fare spazio a valanghe di nuove cose, molte delle quali scadenti, false, inutili. C’è una gran confusione ed emergere è sempre più difficile. Detto tutto questo, però, credo che le belle canzoni vincano sempre, a prescindere da tutto. E oggi, a differenza di qualche anno fa, è molto più agevole farle ascoltare potenzialmente a tutto il mondo con due o tre click su una tastiera di un pc».

     

    Contestualmente, come è cambiato in tutto questo tempo il tuo approccio alla musica? Cosa ti preme esprimere adesso?

    «Beh, da un punto di vista tecnico posso dirti che, rispetto a quando ho iniziato, adesso è molto più semplice e immediato realizzare per i fatti propri dei provini di canzoni nuove con un suono piuttosto completo e professionale. Questo influenza certamente, almeno per me, il versante produttivo, rendendolo più razionale, veloce e organico. Un altro aspetto significativo è quello relativo al fatto che, ormai, si ragiona sempre meno per album ma c’è un forte ritorno all’ascolto e alla valorizzazione di canzoni singole. Uno strano ritorno a quel che succedeva negli anni sessanta che parte però da presupposti diversi, presupposti a cui accennavo prima (gli mp3, i-tunes, youtube, l’estrema velocità di fruizione e di consumo..). Da un punto di vista artistico il mio approccio alla musica non è mai cambiato nella misura in cui la passione e l’onestà che dedico a essa sono le stesse degli inizi. Quel che è cambiato certamente è il mio approccio alla scrittura di canzoni, certamente più consapevole, maturo e tecnicamente migliore rispetto ad anni fa. D’altra parte credo di aver mantenuto un certo grado di freschezza e naivete anche perché il mio modus operandi è tutto tranne che accademico ed è figlio di metodologie molto personali che poco hanno a che vedere con tecnicismi o manierismi».

     

    Ben si conoscono le difficoltà che stanno nel riuscire a fare di una passione una professione. A fronte dei tanti risultati raggiunti, oggi ti senti sicuro e fiducioso o percepisci precarietà come agli inizi?

    «Credo che per fare musica con velleità di un certo tipo in Italia sia obbligatorio essere fiduciosi. Io lo sono da sempre, diversamente avrei fatto come i tantissimi (alcuni anche di gran talento) che ho visto abbandonare in momenti di difficoltà. Credo sia una questione di motivazioni e di carattere: c’è chi smette di suonare e di scrivere perché non è in grado di fronteggiare degli insuccessi o non vede soddisfatte le proprie aspettative. O forse, semplicemente, realizza di essere tagliato per una vita più comoda. Sì perché, se è vero che sono sempre e comunque fiducioso è altrettanto vero che mi sento assolutamente un precario. Di sicuro non vivo di Numero6 o di Mezzala, ma faccio vari lavori inerenti all’ambito musicale. Sono padre di famiglia, mi devo dare molto da fare. Un aspetto interessante, che mi riguarda come riguarda parecchi altri miei colleghi, è la percezione che la gente ha di quel che facciamo, quasi sempre in un modo o nell’altro poco aderente alla realtà delle cose. Si va da chi non riesce proprio a considerare quello del musicista come un vero e proprio lavoro, a meno che tu non sia superfamoso, a chi si stupisce quando viene a sapere che faccio anche altri lavori oltre a suonare».

    numero6Dieci anni di Numero6: partendo dal presupposto che suonare non è lavoro fattibile in maniera automatica e asettica, come si trasformano le dinamiche creative in un gruppo di “lunga durata”?

    «Diciamo che le dinamiche creative non si sono mai trasformate più di tanto perché nei Numero6, come anche ancora prima nei Laghisecchi, ho sempre scritto io testi e musica delle canzoni, proponendole alla band in una forma già piuttosto avanzata. Ciò non toglie che, soprattutto negli ultimi due dischi dei Numero6, sia risultato crucialenumero6-dio-ce l’apporto dei miei compagni di avventura per quel che riguarda la stesura degli arrangiamenti. Quel che certamente è cambiato è il fatto che adesso siamo molto più esigenti con noi stessi rispetto al passato quando si tratta di realizzare un nuovo pezzo. Non ci accontentiamo più come una volta della prima versione ma proviamo parecchie soluzioni prima di prendere decisioni. Poi ci sono le dinamiche di gruppo, quelle certamente più complicate da gestire nel corso degli anni. La formazione è cambiata, ci sono state defezioni, rientri in organico, più o meno brevi collaborazioni. Fortunatamente solo in un caso c’è stato uno scazzo grosso, se no si è sempre trattato di avvicendamenti piuttosto naturali, dipesi dal normale corso degli eventi».

    Nell’ultimo disco “Dio c’è” i testi gettano lo sguardo sul presente disastrato che vediamo oggi. Secondo te a cosa deve e può servire la musica adesso, per chi la fa e per chi la ascolta?

    «I testi degli ultimi due dischi dei Numero6 sono abbastanza diversi da tutto quello che ho scritto in precedenza. Anche sollecitato dai miei compagni ho cercato di essere più diretto e di parlare meno di questioni personali, cosa che ho fatto nel mio album solista a nome Mezzala. Ho iniziato a scrivere delle storie, immedesimandomi in una serie di personaggi, cercando di utilizzare una tecnica narrativa che mi affascina parecchio, ossia quella del “narratore inattendibile”. Nello specifico di “Dio c’è” in effetti ci sono dei riferimenti alla situazione socio politica italiana. Questo non vuol dire però che quando scrivo voglia pontificare chissà cosa. Esprimo semplicemente un punto di vista, condivisibile o meno. Non so dirti a cosa deve o può servire la musica adesso, è un discorso troppo complicato che richiederebbe pagine e pagine. Ho l’impressione che la musica ultimamente venga molto “maltrattata” sia da chi la fa sia da chi la ascolta. Personalmente la musica mi serve a vivere, e non mi sto riferendo certo a questioni prosaicamente economiche ma a qualcosa che riguarda l’ossigeno necessario a respirare».

    michele-bitossiNella tua musica è frequente la metafora calcistica. C’è un motivo particolare per cui il linguaggio del pallone entra così spesso nella tua produzione creativa?

    «Beh, sono un tifoso “malato” del Genoa, ho visto la mia prima partita allo stadio nel 1979 a 4 anni…Credo sia normale che una passione forte come quella per il calcio ogni tanto faccia capolino nelle mie canzoni. Quando capita cerco però di non essere pesante o didascalico ma di affrontare la cosa con ironia. E’ stato così soprattutto nel mio esordio solista, che ho intitolato “Il problema di girarsi” citando una delle frasi più note del grande Bruno Pizzul, che ha anche partecipato al videoclip di “Ritrovare il gol”».

    Che legame, o che differenza, c’è per te tra il flusso di coscienza che finisce nelle canzoni e quello che è finito nel tuo libro? Insomma, quello che hai scelto di dire in prosa avresti potuto metterlo in musica o era in qualche modo intraducibile ed esigeva la forma che ha preso?

    «Non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro. Semplicemente me lo ha chiesto una casa editrice che poi però ha deciso di chiudere la collana per cui sarebbe dovuto uscire il mio scritto. Mi sono ritrovato con il materiale finito in mano e ho deciso di accettare la proposta di pubblicazione di una casa editrice genovese, con cui alla fine “Piccoli esorcismi tra amici è uscito”. Non si tratta di un romanzo ma di una serie di pensieri, di racconti più o meno brevi. “Flusso di coscienza” in effetti mi pare una definizione piuttosto appropriata e ti dico che sì, parecchi di quegli scritti, rielaborati a dovere, sarebbero potuti diventare testi di canzoni».

    Molte recensioni ti attribuiscono ispirazioni e influenze molteplici tirando in causa cantautori e gruppi nostrani e stranieri…..ma se dovessi dirlo tu, c’è qualcuno che ha davvero influenzato il tuo modo di comporre e fare musica?

    «Nel corso degli anni ho letto le cose più strane e in merito alle mie presunte influenze. Francamente ho smesso di prestare attenzione a queste cose parecchio tempo fa. D’altra parte è normale è giusto che chi scrive di musica dica la sua. Il problema, se mai, è che anche in questo ambito ormai c’è tantissima gente che si improvvisa critico musicale su un blog o su una webzine senza conoscere nemmeno la differenza tra una chitarra e un basso. Detto questo le mie influenze musicali e letterarie sono tante e diverse tra loro. Ho ascoltato e ascolto tantissima musica, dal rock al soul, dall’hip hop all’elettronica più pesa. Ti farò due nomi su tutti, i R.e.m. e Ivan Graziani».

     

    Claudia Baghino

     

  • Progetto Basamenti, Palazzo Ducale: gli autori di “Riflessioni in piazza”

    Progetto Basamenti, Palazzo Ducale: gli autori di “Riflessioni in piazza”

    basamenti-palazzo-ducale-liberato-aliberti-roberta-pacelliProsegue il progetto di Sala Dogana “Basamenti“, che vede protagonisti i piedistalli in marmo di Piazza Matteotti, quelli che un tempo ospitavano le statue di Andrea e Gio Andrea Doria e che oggi si stagliano, solitamente vuoti, ai lati dello scalone d’accesso a Palazzo Ducale. Fino al 29 settembre è possibile vedere esposta la seconda delle tre opere vincitrici del concorso artistico nazionale indetto dal Comune di Genova: un’installazione dal titolo “Riflessioni in piazza“, firmata dai due architetti ed artisti napoletani Liberato Aliberti e Roberta Pacelli. Si tratta di due strutture in metallo identiche tra loro e completamente ricoperte di cd: mossi dal vento, i ben 768 compact disc si agitano nell’aria riflettendo in ogni direzione la luce che li colpisce. Ecco cosa i due artisti raccontano a proposito della loro opera.

     

    Il titolo suggerisce il doppio significato di “riflessioni” come luce che si riflette sulla superficie dell’opera e come riflessione stimolata dall’opera stessa in chi la guarda. In questo senso, quali riflessioni vi augurate che nascano dall’osservazione del vostro lavoro?             

     «Sicuramente auspichiamo che l’opera possa indurre le persone a riflettere sulla condizione di “overspending” dell’uomo contemporaneo, sulla sua troppo grande impronta ecologica,  sui rifiuti prodotti e  sullo spreco; sull’uso smisurato delle risorse naturali insomma. Ci piacerebbe fosse uno strumento che rendesse palesi le potenzialità delle risorse rinnovabili, nella facti species il sole ed il  vento che di fatto animano  la nostra installazione. E poi c’è la questione del “super-uso”, del riutilizzo creativo di oggetti di rifiuto per altri fini, invitando a guardare con creatività gli oggetti destinati a rifiuto per scoprirne i possibili e potenziali riutilizzi».

    Come siete giunti a trarre elementi d’ispirazione proprio dalla tribù Hopi e in che modo essa ha a che fare con l’opera? Ad un primo sguardo infatti l’installazione è quanto di più lontano si possa pensare dalla natura e dalla cultura delle tribù di nativi americani.

    «Più che di ispirazione parleremmo di riferimento ex post. Il rimando alle tribù Hopi è  relativo  al loro essere un esempio di comunità organiche che ritenevano la vita umana – spirituale ma anche e soprattutto biologica – strettamente connessa ed interdipendente agli equilibri cosmici. Le cerimonie Hopi erano riti atti ad invocare i cicli naturali (solstizi ed equinozi) oltre che le piogge e i venti;  l’entità Natura veniva chiamata a presenziare la cerimonia attraverso il suo rendersi palese nei fenomeni meteorologici. Era questo un modo per celebrare le funzioni ecologiche e se l’ecologia è la scienza delle relazioni, noi attraverso questa opera abbiamo voluto esaltare le relazioni della piazza con il sistema ambientale, sole e vento. Purtroppo la modernità,  sventolando altre bandiere, ha via via sminuito l’importanza delle interconnessioni tra uomo e natura; in questa sua ultima fase, già da decenni denominata “post-moderna”, spetta a noi lanciare dei messaggi critici e spiragli immaginifici per il futuro; noi ci proviamo!».

    basamenti-palazzo-ducale-liberato-aliberti-roberta-pacelli-4Avete utilizzato materiale di riciclo ma ciò non significa necessariamente un aspetto “usato” o povero dell’opera, anzi i cd hanno qualità visive ed estetiche notevoli: la forma perfetta e la capacità di riflettere la luce in tutti i colori dell’iride….sembra quasi abbiate voluto mettere in evidenza una sorta di bellezza estetica e morale dell’atto di riciclare. E’ così?

    «Nonostante la resa formale fosse per noi cosa importantissima non possiamo dire che l’estetica del riuso fosse per noi un obiettivo di concetto. Nonostante il riciclo creativo sia cosa auspicabile ancora meglio sarebbe ridurre  al minimo il consumo di materiali inquinanti.

    Nonostante sia chiara la gravità della situazione ambientale a livello globale, molti se ne fregano totalmente: niente riciclo, niente attenzione all’ambiente, e come tutte le estati le spiagge si popolano di rifiuti di ogni genere. Secondo voi perché è un atteggiamento così diffuso, nonostante le accortezze per fare la propria parte siano alla portata di tutti? Se non bastano le campagne di sensibilizzazione, pensate che un’opera come la vostra possa realmente stimolare l’attenzione verso questi temi?

    «Non pensiamo ma forse un po’ ci speriamo nella misura in cui se “l’etica libera la bellezza” la  bellezza libera l’etica».

    Liberato: hai lavorato all’estero, hai trovato più rispetto per la terra che qui da noi?

    «In generale direi di no; ovunque le persone sembrano affannarsi per rincorrere altri valori dimostrando una forte  miopia su questo tema. Sono purtroppo pochi i casi,che io conosco, di singole persone, gruppi associati o comunità che lottano per difendere l’ecologia del proprio territorio o esplorano modi alternativi ed equilibrati di “abitare la Terra”. Ho cercato di imparare molto da queste realtà minori: recentemente infatti, grazie ad una borsa di studio ho trascorso sei mesi ad Auroville in India, un ecovillaggio dove da decenni vengono sperimentate pratiche sostenibili ed ecologiche, in maniera olistica abbracciando tutta la sfera delle attività umane, dall’agricoltura alle costruzioni; credo che da questi pionieri si debba imparare».

    basamenti-palazzo-ducale-liberato-aliberti-roberta-pacelli-2Il riciclo fa venire subito in mente anche le ecomafie e le gravi negligenze da parte delle autorità sui temi legati all’ambiente: avete pensato anche a questo nella realizzazione del lavoro?

     «Non ci aspettiamo alcun cambiamento da parte delle autorità sui temi ambientali. Spesso tali autorità non sono altro che un ostacolo ad un’evoluzione sostenibile e libertaria della società, un esempio lampante è  l’impedimento dell’autogestione dell’energia e dei rifiuti. Nella nostra opera abbiamo utilizzato CD di un polimero potenzialmente riciclabile;  purtroppo il nostro Paese nel recepire la direttiva europea in materia di raccolta differenziata e riciclaggio non menziona tali supporti come riciclabili. Purtroppo la nostra fiducia nei governi – vari ed eventuali, locali e nazionali – è ai minimi storici e le città che ci hanno dato i natali non aiutano in questo. Le nostre posizioni politiche sono abbastanza dissimili e motivo di discussioni piuttosto avvampate. Il riferimento  al marciume che sta soffocando Napoli non c’è; questa è cosa altra».

    Una volta smessa l’installazione, la riposizionerete altrove o sarà smantellata?

    «L’installazione è site-specific, cioè appartiene ai Basamenti di Palazzo Ducale; nonostante questo non escludiamo un reimpiego dei pezzi. Nei tre mesi che passeranno i CD saranno inutilizzabili per lo stesso fine perché il sole ne degraderà l’effetto iridescenza, pertanto stiamo pensando di impiegarli per creare degli oggetti di design sperimentando così una formula di “super-super-uso”».


    Claudia Baghino

  • La Pozzanghera, la compagnia teatrale genovese compie venticinque anni

    La Pozzanghera, la compagnia teatrale genovese compie venticinque anni

    La Pozzanghera GenovaLa Compagnia teatrale genovese La Pozzanghera viene costituita formalmente nel 1988 da un gruppo di amici con l’iniziale “folle idea” di fare teatro ma anche di abbinare sport e spettacolo. Da anni ormai attivi nel panorama genovese e nazionale (la Pozzanghera porta in giro i propri spettacoli tra Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e molti altri posti), da poco reduci dai festeggiamenti per il loro venticinquesimo compleanno, siamo andati a fare quattro chiacchiere con il presidente della Compagnia, Domenico Baldini, che ci ha raccontato la storia del gruppo, e con la regista Lidia Giannuzzi, che ci ha dato interessanti anticipazioni sul calendario per la stagione 2013-2014, che si aprirà a settembre. Abbiamo curiosato tra i preparativi dei prossimi spettacoli e abbiamo scoperto che…

    Domenico, raccontaci come e perché nasce l’idea della Pozzanghera…
    «Siamo nati ormai parecchi anni fa e il compleanno che abbiamo festeggiato quest’anno ci inorgoglisce e ci fa gioire dei risultati ottenuti. Quando abbiamo iniziato, nel 1988, non ci aspettavamo nemmeno noi, forse, di essere ancora qui a raccontare dei nostri successi 25 anni dopo. Siamo partiti come un’associazione che riuniva le due discipline di sport e teatro: il felice connubio, durati qualche anno, è stato poi sciolto tempo dopo per lasciare spazio esclusivamente all’attività teatrale. Inizialmente avevamo previsto delle sezioni dedicate allo sport, con una scuola di calcio, pallavolo e ginnastica, ma poi questa attività si è un po’ “persa” e la parte teatrale è diventata predominante: sotto questo profilo c’è stata una crescita dal punto di vista dell’allargamento dell’offerta e dell’aumento della qualità. Abbiamo iniziato a collaborare con vari esponenti illustri del teatro sia ligure che -fuori dai confini regionali- nazionale, per aumentare la nostra personalità e creare un “prodotto” professionale. Vogliamo che chi viene a vederci, a prescindere dal giudizio sullo spettacolo (che può piacere o meno), riconosca il valore oggettivo e la professionalità del nostro lavoro. Inoltre, abbiamo dato avvio a vari corsi e stage, come ad esempio il Corso sul corpo, tenuto da Yves Lebreton (FI), Corsi di regia tenuti da Erika Bilder e da Maria Stefanache (MI), Corsi di recitazione e dizione tenuti dall’attore genovese Pino Petruzzelli e quello sul teatro del racconto tenuto da Laura Curino, anche lei genovese. Ma oltre a questi ce ne sono stati molti altri nel corso degli anni…»

    La compagnia teatrale: com’è costituita?
    «Negli anni ci sono state fasi alterne e anche il numero dei collaboratori si è spesso alternato, passando da grandi numeri iniziali, a circa una ventina di persona, fino a un minimo di 4. Oggi siamo in 12, fissi, con altri collaboratori e artisti che intervengono in alcuni spettacoli: siamo un gruppo ben affiatato e consolidato, e -nonostante le alterne vicende del passato- oggi abbiamo creato un nucleo forte che ci permette di stare uniti e lavorare nel massimo dell’affiatamento. Insieme riusciamo a preparare un gran numero di spettacoli e di iniziative -anche innovative e “fuori dagli schemi”- che proponiamo al nostro pubblico: finora, la risposta è stata più che buona e siamo molto soddisfatti del nostro lavoro»

    Lidia, dacci qualche anticipazione su quello che ci aspetta…
    «La nostra attività riparte presto, e a settembre siamo già nel pieno. A metà settembre saremo alla Lanterna con uno spettacolo itinerante, per conoscere meglio i mestieri legati al Porto tramite le interviste a 8 lavoratori, personaggi colti mentre lavorano che ci spiegano di cosa si occupano. Leggero e ironico, lo spettacolo indaga in profondità le figure di lavoratori che, così vicini, spesso non conosciamo, e fa luce su un mondo, quello del Porto, spesso dato per scontato e non veramente conosciuto. Dopo la tragedia della Torre dei Piloti e il brutto incidente in Porto, abbiamo voluto pensare la Lanterna come faro che illumini non solo in lontananza, ma che faccia anche luce su quel che succede sotto ai nostri occhi. È un viaggio alla scoperta di quel che ci sta attorno.

    Si prosegue a metà novembre con la presentazione di “Rumori fuori scena”, al teatro Govi. Ben noto al pubblico genovese, lo spettacolo che porteremo in scena sarà costruito in modo meno cinematografico e più fedele al testo teatrale che non alla ricostruzione filmica. Ancora, saremo al Teatro dell’Ortica a fine gennaio, e poi a febbraio al Verdi per presentare in anteprima il nostro nuovo spettacolo per ragazzi, che debutta in questa occasione. Al Teatro dell’Ortica, poi, a febbraio riproponiamo “Giorgio perdonaci!”, spettacolo dedicato a Giorgio Gaber. Infine, il 5 e 6 aprile saremo al Garage per presentare in anteprima il nostro nuovo spettacolo, tratto dal testo di Fausto Paradivino, “Natura morta in un fosso”: solo due attori in scena, in uno spettacolo dai toni drammatici e intimistici. Vale davvero la pena vederlo. Di solito ci chiedono di cimentarci prevalentemente in produzioni di stampo comico, più “leggere”, ma dal nostro punto di vista è importante garantire un buon grado di varietà e alternanza tra spettacoli comici e drammatici, sia per noi che per il nostro pubblico. In questo modo possiamo garantire un buon equilibrio e una varietà, che di certo viene premiata. Adesso è ancora tutto in fase “work in progress”: sto lavorando or ora alla scrittura dei testi e sto pensando alle date, alle scene, a tutto. C’è molto fermento, molte idee, già molte certezze, ma ancora dubbi sulle date precise e sui nomi definitivi con cui presenteremo gli spettacoli al pubblico».

     

    Elettra Antognetti

  • Tutti i segreti del bilancio previsionale 2013 del Comune di Genova

    Tutti i segreti del bilancio previsionale 2013 del Comune di Genova

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Con una sospensiva adottata all’unanimità (33 i consiglieri presenti) nel primo pomeriggio di oggi, confermando le voci che circolavano sempre più frequenti a partire dalla giornata di ieri, il Consiglio comunale ha rimandato a dopo la pausa estiva la delicata discussione sul futuro delle società partecipate del Comune di Genova, che in questi giorni ha messo a dura prova la tenuta della maggioranza a Palazzo Tursi. Le ostilità ricominceranno alla riapertura dei lavori, martedì 10 settembre, con la convocazione di una seduta monotematica ad hoc del Consiglio comunale. Nel frattempo sarà possibile presentare nuovi ordini del giorno ed emendamenti alla delibera modificata, depositata oggi stesso dalla Giunta. Ma se ne riparlerà appunto a settembre, con tempi di discussione che saranno contingentati.

    E mentre i consiglieri si preparano a partire per le vacanze, come promesso nei giorni scorsi, Era Superba ha deciso di mantenere alta l’attenzione sul bilancio previsionale approvato ieri e da cui dipenderà buona parte del futuro della nostra città.

    Abbiamo, dunque, chiesto al professor Luca Gandullia – docente di Scienza delle finanze e Finanza regionale e degli enti locali a quella che un tempo si chiamava Facoltà di Scienze Politiche, nonché presidente del Master in “Innovazione nella Pubblica Amministrazione”, e già addentro alla realtà della civica amministrazione genovese con la presidenza di Sportingenova – di aiutarci a capire qualcosa in più su questo documento per molti troppo astruso.

     

    Professor Gandullia, data la sua passata esperienza con SportinGenova non possiamo che partire dal tema più “fresco”, ovvero dalla delicatissima questione delle società partecipate, che ha messo in seria crisi la maggioranza di Palazzo Tursi.

    «Quello delle società partecipate resta un nodo irrisolto a Genova, come in tante altre città. Il superamento del “capitalismo municipale” stenta a compiersi per resistenze ideologiche e sindacali. Correttamente, alcune forze politiche a Genova hanno posto il tema della riforma delle società partecipate come precondizione all’approvazione del bilancio 2013. Al di là di come, poi, sono andate le cose, vi è la necessità di compiere scelte ineludibili, che vanno dalla liquidazione di società non in grado si stare sul mercato (come si è fatto per SportinGenova nel 2010), alla dismissione di società la cui proprietà pubblica non ha alcuna motivazione economica o a società dove l’ingresso di soci privati, anche di minoranza, potrebbe portare benefici di efficienza e capacità manageriali».

     

    Sempre sul tema delle partecipate, un lettore di Era Superba pone un quesito piuttosto interessante: “Non trovate che la trasparenza nei bilanci delle partecipate sia carente? Sul bilancio del Comune possiamo vedere solo a quanto ammontano i trasferimenti dell’ente nella casse delle partecipate, ma se poi andiamo sul web a cercare i loro bilanci o non ci sono o sono di difficile consultazione. Addirittura leggendo quello di aster, da profano, sembrerebbe persino un’azienda in piena salute…” 

    «L’osservazione corrisponde al vero. I rapporti tra Comune e società partecipate sono opachi. Da diversi anni si lamenta la perdita di controllo del Comune sulle proprie società partecipate. Per aumentare la trasparenza dei bilanci delle società partecipate la Giunta Vincenzi aveva previsto un’apposita Agenzia/Autority comunale che tuttavia a distanza di quattro anni dalla sua costituzione non ha prodotto i risultati attesi».

     

    Ed ecco l’aggancio per passare all’altro grande tema di queste convulse giornate pre-vacanziere: il bilancio. Il Consiglio comunale ha dato il via libera al documento preventivo per il 2013 presentato dalla giunta, nonostante un dibattito molto acceso soprattutto nelle prime giornate di discussione.

    «La grave situazione finanziaria del Comune di Genova non sorprende. Per Genova, come per le altre maggiori città italiane, si riflettono gli effetti delle pesanti manovre finanziarie attuate, all’insegna dell’austerità, dai governi centrali negli ultimi tre anni, manovre che hanno gravato in misura preponderante sulle autonomie locali. L’intero comparto della finanza comunale nel nostro Paese soffre le conseguenze di una crescita eccessiva degli apparati burocratici avvenuta nel corso degli anni ’90, rivelatasi poi insostenibile già prima dell’aggravarsi della crisi economica. Il sovradimensionamento delle strutture comunali è ancora più marcato nelle città, come Genova, che registrano un calo progressivo della popolazione residente».

     

    Ci aiuti a fare un po’ di ordine tra i tanti numeri di questo bilancio previsionale.

    «Nelle stime della giunta le risorse mancanti nel 2013 rispetto all’anno precedente ammontano a 80 milioni di euro, circa il 10% della spesa comunale complessiva; la metà è costituita da minori trasferimenti statali. Per farvi fronte sono state previste riduzioni di spesa per circa 50 milioni di euro, di cui 13 relativi alla spesa per il personale e 1,7 milioni come risparmi delle spese generali (spending review). 14 milioni derivano, invece, da non meglio precisati risparmi relativi al servizio del debito comunale, probabilmente in parte frutto della ricontrattazione di alcuni mutui.
    Le risorse ancora mancanti (circa 30 milioni) sono reperite attraverso l’aumento dell’IMU sulla prima casa (21,6 milioni) e l’aumento dell’IMU sulle abitazioni in locazione a canone concordato (1,5 milioni circa).
    Nel complesso, escludendo aggiustamenti contabili (quali i minori accantonamenti al fondo svalutazione crediti), la manovra finanziaria del Comune si compone per oltre la metà sull’aumento della pressione fiscale (IMU) e in misura minore su riduzioni di spesa (in primis quella sul personale)».

     

    A proposito di spesa per il personale. Facendo nostro uno spunto lanciato dagli attenti lettori di Era Superba, quanto è giusto aumentare la pressione fiscale sui cittadini, quando, benché in costante diminuzione, la voce più pesante nelle uscite di parte corrente è di gran lunga rappresentata dagli oltre 230 milioni di euro per il personale (quasi un quarto del totale)? 

    «La struttura amministrativa del Comune è fortemente sovradimensionata rispetto alle necessità, tanto più che la popolazione genovese è in costante diminuzione. Occorreranno anni prima che, tramite il blocco del turnover o la mobilità, il Comune possa tornare a dimensioni più efficienti. Nel frattempo ogni possibile riduzione di spesa andrebbe privilegiata rispetto all’aumento della pressione fiscale sui cittadini genovesi».

     

    Fin qui i freddi numeri. Ma che cosa ne pensa?

    «Emergono tre ordini di considerazioni: la prima è che la manovra genovese soffre di gravi incertezze, se si considera che l’IMU sulla prima casa a settembre potrebbe essere abolita o, comunque, fortemente ridimensionata dallo Stato, con l’effetto di privare il bilancio del Comune di quasi 22 milioni di euro, che dovrebbero essere reperiti in altro modo.
    Una seconda considerazione riguarda i risparmi di spesa, che appaiono significativi sul versante della spesa per il personale (anche grazie al blocco del turnover), mentre sembrano molto timidi sugli altri comparti. Dalla spending review, ad esempio, derivano solo 1,7 milioni di euro di risparmi.
    Infine, non si prevedono entrate nuove da dismissioni (immobiliari e societarie), che avrebbero potuto attenuare gli effetti dell’aumento della pressione fiscale e/o ridurre l’attuale stock di debito comunale, con conseguenti benefici sul servizio del debito».

     

    In proposito sindaco Doria e assessore Miceli hanno affermato di essere vincolati da una normativa nazionale.

    «E’ vero, però le dismissioni permettono di ridurre il debito del comune, il che significa minori interessi passivi nelle voci della spesa corrente».

     

    Ritorniamo a una delle questioni che stanno più a cuore ai cittadini: l’Imu. Che cosa potrebbe succedere al bilancio del Comune di Genova se il governo dovesse abolire l’Imu sulla prima casa? Da dove si prenderebbero i soldi mancanti per le casse di Tursi? Sarebbe necessario un bilancio bis che andrebbe a rivoluzionare quello in corso di discussione?

    «Innanzitutto, verrebbero a mancare i circa 22 milioni di euro previsti a bilancio. A meno di ulteriori riduzioni di spesa, difficilmente realizzabili a distanza di tre mesi dalla fine dell’anno, sarebbe inevitabile reperire le risorse facendo leva su altri strumenti tariffari e fiscali, in primis le tariffe sui servizi comunali e la Tares. E, data la natura regressiva di questi prelievi, gli effetti sarebbero fortemente iniqui».

     

    Certamente non si tratta di un problema solo genovese. Come ci si sta muovendo nel resto d’Italia?

    «La maggior parte degli altri Comuni – tra cui Milano – ha rimandato a settembre l’approvazione del bilancio 2013, in attesa di avere un quadro più certo circa il futuro dell’IMU e di altre componenti della fiscalità locale (es. Tares).  Ciò perché un bilancio approvato oggi che prevedesse modifiche all’IMU sulla prima casa potrebbe essere vanificato se successivamente lo Stato confermasse l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Un’alternativa avrebbe potuto essere, come ha fatto il Comune di Milano, di approvare un bilancio-ponte, provvisorio, destinato a garantire i servizi essenziali fino all’approvazione a settembre del bilancio definitivo».

     

    Un altro lettore ci scrive: “A leggere i dettagli ci sono troppe persone e famiglie che si autocertificano per esenzioni (mense, asili, scuole, libri, sanità, medicine) senza averne diritto”. Il suo ragionamento fa nascere naturalmente alcune domande. Non basterebbe automatizzare il tutto incrociando i dati con la dichiarazione dei redditi? É realistico pensare che si risparmierebbero i soldi per coprire alcuni buchi che oggi abbiamo coperto alzando la pressione fiscale? E, più in generale, un sistema del genere non potrebbe essere sfruttato per porre un freno efficace alle evasioni?

    «Sicuramente chi, evadendo le imposte, dichiara redditi bassi ha un vantaggio ulteriore, quello di poter fruire dei servizi pubblici gratuitamente o comunque a condizioni di favore. E’ per questa ragione che il contrasto all’evasione fiscale, a livello statale e locale, è una priorità. A questo fine non servono strategie o strumenti nuovi, basta connettere tra loro le diverse banche dati esistenti (Agenzia delle entrate, INPS, istituti di credito, etc.)».

      

    Apriamo gli orizzonti al futuro. Al di là del bilancio previsionale che in un certo qual modo doveva per forza di cose essere approvato per garantire la sopravvivenza della città, come vede il futuro delle casse di Tursi nei prossimi anni, considerato che i tagli proseguiranno e che il Comune non potrà più indebitarsi?

    «Occorrono azioni incisive per scongiurare situazioni di pre-dissesto. Va in primo luogo accelerata la costituzione della Città metropolitana affinché i costi dei beni e servizi pubblici siano sopportati non solo dai cittadini residenti nel Comune di Genova. In questa occasione andrebbe anche ridefinito il perimetro dell’intervento pubblico da parte del Comune, che dovrebbe concentrare la propria azione sui servizi istituzionali e su quelli fondamentali (quelli sociali in primis) e dovrebbe, laddove possibile, assumere un ruolo di regolatore, anziché di gestore diretto dei servizi pubblici.

    Andrebbe, inoltre, condotta internamente una seria ed approfondita azione di spending review che attraverso l’individuazione delle determinati della spesa comunale, consentisse di eliminarne le inefficienze; in questa direzione va anche adottata, su ampia scala, la metodologia dei costi standard, in linea con quanto è già stato elaborato dalla COPAFF (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) a Roma.

    Sul piano fiscale e tariffario, per evidenti ragioni di equità, andrebbe generalizzato l’utilizzo del nuovo ISEE per l’accesso ai servizi e alle prestazioni sociali, con la conseguente compartecipazione al costo dei servizi graduata in funzione della capacità economica dei cittadini».

    Ringraziamo il professor Gandullia per i preziosi contributi e tutti i lettori di Era Superba per l’attiva partecipazione all’intervista. 

     

    Simone D’Ambrosio

  • Quarto, volontari per la cura del verde: l’esperienza di Laura Loschi

    Quarto, volontari per la cura del verde: l’esperienza di Laura Loschi

    verde-parchi-villa-croce-DiLa questione del cattivo stato del verde urbano a Genova rimpalla tra i media ed è sulla bocca di tutti: non c’è quartiere che ne sia immune e – da Albaro (Giardini Casu e Valletta Cambiaso) a Pegli (Villa Pallavicini), passando per il centro (la dura opera di riqualificazione dei Giardini di Plastica, o il cattivo stato del parco di Villa Croce)- nessuno sembra salvarsi. Le polemiche dei cittadini circa il cattivo stato, la mancanza di sicurezza e di pulizia esplodono, spesso in concomitanza con eventi spiacevoli, come quando qualche sfortunato visitatore resta ferito. Certo, il problema c’è, inutile nasconderlo. Ma che fare? Anziché scadere nelle solite sterili polemiche, e proprio per evitare il solito “mugugno”, nel quartiere di Quarto un gruppo di cittadini, coadiuvati dal sostegno delle istituzioni, si è mobilitato per cercare di dare una risposta concreta ai problemi del quartiere e del suo verde troppo trascurato.

    Ne abbiamo parlato con una delle promotrici del progetto, Laura Loschi: giovane mamma di due bambini, Laura si è mobilitata -assieme ad altri genitori, in particolare all’amica Valeria Razzoli– per organizzare una serie di iniziative di recupero dei giardini pubblici adiacenti alle scuole materne ed elementari del quartiere. In particolare, il parco di Villa Stalder, adiacente all’omonimo complesso scolastico -formato da scuola materna ed elementare- e Villa Aloi, nei pressi della scuola elementare Carlo Palli e dell’Istituto Tina Quaglia, scuola materna: due gli eventi finora realizzati, le mamme e i bambini continuano a mobilitarsi per dare autonomia e continuità al loro progetto.

    villa-stalderLaura, raccontaci come nasce il vostro progetto

    «Tutto è nato, in verità, qualche anno fa. All’epoca mi ero interessata allo stato del parco di Villa Stalder perché, avendo iscritto mio figlio alla scuola materna che si trova proprio qui, all’interno del parco, mi sembrava intollerabile lo stato di degrado in cui versava il giardino. Mi ero messa in contatto con altri cittadini attivi nel quartiere e, insieme, avevamo dato vita a un piccolo gruppo di persone che volevano far sentire la loro voce e cercare risposte dalle amministrazioni. E in effetti devo dire che siamo riusciti nel nostro intento: ben presto abbiamo acquisito una certa visibilità e credibilità, e siamo riusciti a interagire con i rappresentanti del Municipio IX, partecipando agli incontri e ottenendo assicurazioni sul ripristino della Villa. Soddisfatti dei risultati, avevamo poi accantonato la questione. In contemporanea, senza che l’uno sapesse dell’altra, anche la mia amica Valeria Razzoli si stava dando da fare: nell’estate del 2012 ha inviato una lettera ai media genovesi per denunciare il cattivo stato e l’incuria nel parco. La sua iniziativa andava a cadere proprio una settimana prima che a Villa Stalder si verificasse un incidente in cui un bambino era rimasto ferito, colpito dai pericolosi rami del giardino. A causa di questa sfortunata concomitanza, l’appello di Valeria aveva avuto grande riscontro, mobilitando non solo i media cittadini ma anche gli amministratori, che sembravano essere particolarmente sensibili e disposti a trovare una soluzione imminente. Per questo, alla fine del 2012, parlando insieme delle nostre precedenti iniziative, abbiamo deciso di unire le forze e riprendere in mano la faccenda: nel caso di Villa Stalder le cose da risolvere sono molte e, nonostante all’epoca del mio intervento l’amministrazione si sia mossa per ripristinare le condizioni ottimali, non bastano interventi sporadici di piccola manutenzione. Ci vuole un intervento di spessore e, in seguito, un’azione continua di manutenzione: era questo che io e Valeria volevamo far capire ai nostri interlocutori. E infatti siamo riuscite a farci ascoltare: nel settembre 2012, dal Municipio XI il via libera ad utilizzare un fondo europeo (finanziamento che, altrimenti sarebbe rimasto inutilizzato, o male impiegato) per il restying di Villa Stalder, da ultimarsi entro dicembre 2013, a breve. Tra gli interventi (proposti da Federico Bogliolo, capogruppo UDC e Consigliere Municipio IX, e da Walter Vassallo, Consigliere del Comune di Genova, in una  “Mozione sulle condizioni, sulle criticità legate alla sicurezza, al decoro e al recupero di Villa Stalder” approvata il 21 settembre 2012, n.d.r.), l’illuminazione nelle ore serali, già predisposta dal geometra Andrea Assareto (tecnico del Municipio XI che ha curato la stesura del progetto e o sviluppo dei lavori); la manutenzione e sostituzione della pavimentazione nella parte alta del parco, costituita da sampietrini; la messa in sicurezza, sempre nella piazzola più in alto, delle radici sporgenti e pericolose, e la chiusura dei buchi nel terreno. Nella parte bassa, asfaltata e meno pericolosa rispetto all’altra, sono previsti invece interventi di manutenzione standard, dalla rimozione delle radici, alla pulizia, allo smantellamento di un tronco contenente un nido di zanzare. Infine, la potatura delle palme, gli interventi di recupero di un ex piscina/corso d’acqua, oggi asciutto e da riutilizzare in qualche modo. In ultimo, il problema della vecchia fontana all’interno del giardino: bene tutelato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, non può essere smantellata -anche se pericolosa- e, d’altra parte, un suo restyling sarebbe troppo oneroso. Che fare? Per ora, attendiamo gli interventi -belli e importanti- del Municipio».

    Parco cittadino di Villa QuartaraLe due iniziative con i bambini delle scuole elementari e materne del quartiere: come si sono svolte?

    «Non ci siamo accontentati di lasciar fare il Municipio: il ruolo di chi rivendica, lamentandosi, non ci si addice. Per questo, abbiamo deciso di partecipare e collaborare in prima linea, anche per cercare di sensibilizzare in prima persona i bambini (a volte poco rispettosi, bisogna ammetterlo) e gli stessi genitori, spesso poco “attenti” ai problemi del verde urbano. Da qui, i nostri progetti di volontariato che hanno visto protagonisti i bambini, al lavoro nei parchi. Il primo è stato quello legato a Villa Stalder, datato 10 dicembre 2012: con il coinvolgimento delle maestre dell’asilo Villa Stalder e della scuola primaria D’Eramo, entrambe site in Via Priaruggia, abbiamo dato vita a una giornata di pulizia e attenzione per il verde, unendo l’educazione civica dei nostri piccoli all’amore per la nostra città. Il riscontro, ottimo: grande disponibilità e interesse da parte di istituzioni, presidi delle due scuole coinvolte e soprattutto di Open Genova, una piattaforma collaborativa online che, secondo le dinamiche “social”, unisce cittadini volenterosi e amanti della loro città, permettendo loro di presentare progetti riguardanti vari campi d’azione. All’inizio eravamo un po’ titubanti -vuoi per la mancanza di confidenza con i mezzi moderni, vuoi per la scarsa fiducia di riuscire a far decollare le nostre idee-, ma questa organizzazione ha accolto con entusiasmo il nostro progetto e ci ha subito messo in contatto con chi -come noi- stava attuando progetti di manutenzione e pulizia in città: gli Angeli del Fango. Così, li abbiamo coinvolti e hanno partecipato alla nostra giornata di pulizia del 10 dicembre: in quella giornata, due rappresentanti degli Angeli, Flavio Ciaranfi e Cristina Torriano, hanno incontrato rispettivamente i bambini delle scuole elementari e della materna, sensibilizzandoli e passando loro il messaggio che il verde che circonda è “nostro” e per questo dobbiamo proteggerlo e curarlo. In seguito, alcuni ragazzi del gruppo degli Angeli del Fango ci hanno aiutato, armati di ramazza, a pulire. I bambini dell’asilo hanno piantato ciclamini e lavande, per celebrare questa giornata. Il tutto, molto “casalingo”, con volantini scritti a mano da noi mamme e con gli attrezzi forniti dalle maestre o dal Municipio, ma non c’era niente di sponsorizzato, è partito tutto da noi e, con le nostre sole forze, abbiamo dimostrato che si può fare! Questa prima giornata non avrebbe dovuto avere seguito, ma invece siamo riusciti a coinvolgere anche l’elementare Carlo Palli e la materna Tina Quaglia, per la pulizia dei vicini giardini di Villa Aloi. L’evento – dal nome “I giardini che vorrei”– si è svolto il 14 maggio scorso, con le stesse dinamiche del precedente».

    I progetti per il futuro e gli sviluppi della vostra iniziativa…

    «Il nostro intento era quello di fare in modo che le scuole della città che nascono all’interno o nei pressi di parchi pubblici “adottassero” i giardini di competenza. Lo stesso è stato fatto nei giorni scorsi dagli stessi Angeli del Fango, che hanno adottato un’aiuola in Via XX Settembre, in prossimità del sottopasso ancora chiuso, in ricordo dei tragici eventi del novembre 2011. Il problema è che il numero di scuole che potrebbero aderire all’iniziativa -in quanto sorgono in prossimità di spazi verdi- non è così elevato, e per ora il progetto è in fase di stallo. Stiamo ragionando con il Municipio su come proseguire e le alternative sono due: a settembre, quando riprenderà l’attività scolastica, incontrarci e costituire un comitato con genitori e altri interessati, per regolamentare la nostra posizione, la nostra influenza, il nostro raggio di intervento; altrimenti, aspettare il 2014, a conclusione dei lavori da parte dell’amministrazione. Ad oggi, il problema di questa “adozione” è che comporta un impegno costante non solo durante l’anno scolastico (sedute dedicate alla pulizia con una frequenza minima di una volta al mese), ma anche nella pausa estiva. Come fare? Abbiamo pensato a cercare degli sponsor, oppure a inserire all’interno del parco un chiosco, in modo da attirare più presone e da “presidiare” l’area sempre, estate e inverno. Ci sono varie proposte in ballo e il Municipio (soprattutto nella figura dell’Assessore Raffaelli, colui che è preposto a seguire la nostra iniziativa, figura di riferimento per tutti noi) è molto collaborativo. Per ora, attendiamo di sapere quali saranno le nostre sorti, nella speranza di poter proseguire ed estendere il nostro progetto».

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

  • Università Solidale, i progetti di solidarietà degli studenti genovesi

    Università Solidale, i progetti di solidarietà degli studenti genovesi

    Università solidale comunità Sant'EgidioVenerdì 19 luglio a partire dalle ore 17, nelle sale del Museoteatro della Commenda di Prè, gli studenti movimento giovanile della Comunità di Sant’Egidio Università Solidale animeranno lo spettacolo in costume “Sogno di una notte medievale”.

    Una pièce in forma di gioco rivolta a bambini e ragazzi dei quartieri “periferici” genovesi,  che la Comunità di Sant’Egidio segue tutto l’anno alle “Scuole della Pace” del Cep, di Begato, del campo rom di via Adamoli, di Cornigliano e del Centro Storico, e che -grazie alle spiegazioni degli studenti- saranno trasportati nell’atmosfera della Genova dell’epoca medievale.

    Il progetto è realizzato grazie alla collaborazione tra Mu.MA –Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni, che ha messo a disposizione i locali del Museoteatro della Commenda, del Consorzio Sol.co Liguria e di Università solidale, il movimento volontario che -all’interno della Comunità di Sant’Egidio- raccoglie centinaia di giovani di tutte le facoltà dell’Ateneo genovese.

    Prendendo spunto dall’evento imminente, per fare luce sulle iniziative della Comunità e dell’Università Solidale siamo andati a parlare con Sergio Casali, uno dei volontari di Sant’Egidio, insegnante di professione e partecipante attivo alla vita del gruppo, tanto che ne è uno dei punti riferimento.

    Partiamo dal dato contingente: “Sogno di una notte medievale”

    Commenda di Prè«Si tratta di un’iniziativa promossa dal gruppo dei giovani che fanno parte di Università Solidale. Comunità di Sant’Egidio e Università Solidale sono una stessa realtà: l’ultima fa parte della prima, ne è una propaggine. Sempre su base volontaria, essa è costituita da un folto gruppo di giovani universitari che fanno riferimento a Sant’Egidio per l’organizzazione di iniziative di solidarietà, unendo all’aspetto culturale quello relativo all’aiuto del prossimo. Le iniziative del gruppo sono tante, e non hanno tardato a farsi conoscere per tutta Genova:  l’iniziativa più recente risale allo scorso 31 maggio, quando è stata organizzata una cena per i senza dimora nell’atrio del palazzo del Rettorato di Via Balbi 5. E ancora: quelle rivolte ai bambini delle Scuole della Pace, ai migranti, ai disabili, agli anziani, e a tutti quei gruppi sociali che vivono disagi e problematiche varie. I giovani volontari si mettono a servizio dei più piccoli, per ricucire il tessuto strappato di una città che, a volte, vive divisa in due e in cui ancora centro e zone limitrofe faticano a trovare la giusta integrazione. Quello che ci entusiasma di questo progetto è che dei ragazzi giovani concretamente rinuncino a parte del loro tempo per dedicarsi alla creazione di questi momenti di comunione: questo tipo di sensibilità nei ragazzi di oggi ci fa ben sperare per il futuro. Questi ragazzi -contro ogni luogo comune sui “giovani d’oggi”- saranno, domani, degli adulti attenti e sensibili ai problemi degli altri».

    La Comunità di Sant’Egidio a Genova: da quando e perché

    «La Comunità vera e propria è nata a Roma nel 1968 all’indomani del Concilio Vaticano II, è un movimento di laici cui aderiscono più di 60 mila e che si impegna nella comunicazione del Vangelo e nella carità  in Italia e in 73 paesi del mondo. Il movimento crea momenti di incontro con realtà normalmente lontane e “difficili”, il tutto in maniera competamente volontaria. A Genova, il gruppo è presente dal 1976 e ha dato vita a vari progetti interessanti e utili a ricucire un tessuto sociale spesso lacerato e segnato da profonde contraddizioni. Il primo nucleo si è formato a Bolzaneto, grazie all’azione di un piccolo gruppo che, nel tempo, si è esteso sempre più, a comprendere una schiera di volontari sempre più folta. Così siamo arrivati nel centro storico prima, e nelle altre periferie, poi. La Comunità ha iniziato a operare su più fronti, con diverse problematiche: dal sostegno a persone con problemi di tossicodipendenza, ai detenuti delle carceri, agli immigrati, gli emarginati delle periferie, i bambini e soprattutto gli anziani».
    Una delle prime operazioni -e tra quelle meglio riuscite- è quella svolta dalla Comunità nel quartiere di Cornigliano, nel Ponente genovese: qui, il lavoro dei volontari è iniziato negli anni ’70-’80, all’epoca in cui la “Banda dei Puffi” -formata da ragazzini in età compresa tra gli undici e i quindici anni- seminava terrore nella zona. È stato proprio per colmare lo squarcio creato dalla violenze perpetuate all’epoca e per ridare speranza ai giovani del quartiere che alcuni giovani studenti genovesi crearono la prima Scuola della Pace, spazio alternativo alle logiche della violenza, lontano dalla strada, dalla droga, dallo spettro dell’Aids.

    Sergio, come avete vissuto questa iniziativa all’epoca e a quali problematiche si dedica oggi la Comunità?

    Via Cornigliano«Certamente quella di Cornigliano è una delle operazioni più importanti di recupero e di sostegno che abbiamo svolto. Ed è anche grazie alle iniziative della Comunità, in questi anni Cornigliano è molto cambiata e ha assunto la moderna fisionomia di quartiere bello e risanato. Oggi, le sfide per la nostra associazione non sono finite: dal problema  degli immigrati e della loro accoglienza, a quello degli anziani, sempre più numerosi.  Genova è una città vecchia, la più vecchia d’Europa, se non del mondo! Per questo dobbiamo combattere la piaga della solitudine, la più grande delle povertà e la principale emergenze della nostra epoca. Altro che crisi economica: la più grande miseria è l’essere soli. I nostri anziani, in istituto o spesso completamente lasciati a se stessi, da soli si lasciano morire e non riescono a superare le difficoltà che, in fondo al loro percorso di vita, sono chiamati ad affrontare. La Comunità prova a sconfiggere questa “piaga”».

    Socialità e attenzione alle problematiche e ai disagi del prossimo: la risposta delle persone?

    «Nonostante quello che si potrebbe pensare, oggi la società è abbastanza pronta e ricettiva nei confronti delle problematiche sociali. Quello che cerchiamo di fare è proporre iniziative ad ampio spettro, per aprire un discorso che sia veramente “sociale” e per mandare un messaggio alla comunità in cui viviamo: la città è di tutti, non ci sono cittadini di serie A e di serie B. Chi vive in periferia, chi è senza caso, chi è anziano o disabile o migrante non deve sentirsi escluso dal tessuto sociale. Per fare in modo che tutti qui si sentano “a casa” è importante “fare rete”. Noi ci impegniamo non solo in prima persona, accorrendo a soccorrere i bisognosi dopo che riceviamo segnalazioni, ma cerchiamo soprattutto di coinvolgere nel processo di “cura del prossimo” il numero più grande possibile di persone, diffondendo il nostro messaggio. Iniziamo coinvolgendo soprattutto proprio coloro che ci inviano segnalazioni: chi ci cerca per mettere in luce problemi di vario tipo è generalmente più disposto a entrare in contatto con noi e farsi portavoce del nostro progetto solidale. Solo creando un nucleo solido dislocato sul territorio e interagendo con gli altri possiamo aiutare chi ci sta attorno. Cresciuti in una società in cui si affermano sempre più le dinamiche di un individualismo selvaggio, siamo per la maggior parte assetati di rapporti umani, bisognosi di vicinanza, pronti a rispondere all’indifferenza. Solo impegnandoci in prima persona potremmo sconfiggere il razzismo e la disumanità».

    Elettra Antognetti