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  • Zona Franca in porto al posto della centrale Enel. Dopo un dibattito di decenni, oggi il rilancio dell’idea

    Zona Franca in porto al posto della centrale Enel. Dopo un dibattito di decenni, oggi il rilancio dell’idea

    l’area di SpinelliUna zona franca nel porto di Genova per fare decollare l’economia della Liguria, magari proprio al posto della centrale Enel, in via di smantellamento. E’ la proposta rilanciata da A.L.C.E – Associazione Ligure Commercio Estero, il 22 giugno scorso durante la 71esima assemblea annuale. «Se ci fosse la volontà si potrebbe istituire la zona franca entro fine anno – dice il presidente di A.L.C.E, Riccardo Braggio – abbiamo il via libera dalla Unione Europea, l’approvazione della Regione, il consenso dall’Agenzia delle Dogane. Addirittura venticinque anni fa è stata emanata una legge per mettere in atto questo progetto, che però è sempre stato ostacolato». Le carte in regola ci sono tutte, a confermarlo è l’articolo 2 della legge 202 del lontano 1991 che prevede la possibilità di istituire una zona franca nel ponente del porto genovese, oltre Calata Sanità. Una legge che potrebbe cambiare le sorti dell’economia del capoluogo ligure e di tutta la regione, ma che nonostante abbia superato il quarto di secolo, non è mai stata messa in atto.
    «Il porto per definizione ha effetti positivi sul territorio – continua Braggio – genera occupazione e crea ricchezza, ma ad oggi in Liguria solo una parte di questa ricchezza rimane all’interno della regione. I porti rappresentano una grande opportunità di crescita per il territorio solo se vengono attuati piani di sviluppo».
    Genova dal 2014 ha perso il primato nazionale in termini di merci movimentate, sorpassata da Trieste che è l’unico porto in Italia a possedere una zona franca. «L’iniziativa porta benefici, lo dimostrano le città che hanno già sviluppato questo progetto – aggiunge Braggio – Con la semplificazione burocratica e la sospensione da dazi e Iva, la zona franca a Genova aumenterebbe il traffico delle merci e agirebbe da traino per lo sviluppo della Liguria e di tutto il Nord Ovest, coniugando le attività del porto con quelle produttive maggiormente capaci di creare occupazione».

    Cos’è la zona Franca, benefici e svantaggi

    La zona franca è un’area del porto delimitata e videosorvegliata nella quale arrivano le merci dall’estero, prima di essere smistate per il commercio. In questa area vigono benefici sia di tipo amministrativo come la semplificazione burocratica, sia di tipo fiscale come la sospensione da dazi e dall’Iva. «Significa semplificazione legislativa e agevolazioni economiche – aggiunge Braggio – fattori che incrementano il traffico regionale e di conseguenza portano occupazione». Nella zona franca le merci che arrivano in una prima fase vengono trasformate (applicazione delle agevolazioni economiche e delle semplificazione legislativa) e poi trasferite fuori dal territorio regionale. In un porto commerciale come quello di Genova oggi (senza zona franca), le navi scaricano le merci che, una volta caricate sui camion, lasciano subito il territorio e poi vengono trasformate senza godere dei benefici fiscali e legislativi.
    Secondo il presidente di A.L.C.E. portare a termine il progetto in Liguria potrebbe dire anche canalizzare a Genova il traffico cinese per l’Europa: «la nostra città potrebbe condizionare positivamente il traffico cinese per l’Europa, come è successo ad Amburgo che da quando è stata creata una zona franca è diventata la città preferenziale per i cinesi. Addirittura nel porto tedesco, per facilitare l’importazione cinese, è stato istituito un ufficio che si occupa dell’etichettatura delle merci. Un passaggio che evita le problematiche della lingua che ci sarebbero se l’etichettatura avvenisse in Cina e velocizza le procedure burocratiche d’importazione».

    il porto di SampierdarenaZona franca diffusa, tempi e costi

    «Se ci fosse la volontà si potrebbe già istituire una zona franca nel porto di Genova, la legge c’è e lo spazio pure. Non costerebbe niente a nessuno. Basterebbe delimitare alcune aree senza costruire muri o recinsione e renderle videosorvegliate per controllare l’ingresso e l’uscita della merce. Abbiamo l’appoggio anche dell’Unione Europea e dell’Agenzia delle Dogane, ma non della città – dice Braggio – Se volessimo entro dicembre potremmo già essere operativi».
    Oggi la proposta di A.L.C.E. è di istituire una zona franca diffusa, ovvero non un’unica area ma diverse zone delimitate e videosorvegliate nelle quali applicare benefici di dazi e burocratici. «In questo modo non si toglierebbe spazio e nessuno, tanto meno ai terminalisti. – dice Braggio – Si stanno liberando alcune aree del porto che potrebbero benissimo essere riadattate per la zona franca, come l’area della centrale elettrica di Enel». La legge 202 non pone nessun limite né sulla grandezza della zona franca, né su come deve essere suddivisa, specifica solamente che deve essere creata a ponente di Calata Sanità. All’idea non sono del tutto convinti i terminalisti che alla proposta di A.L.C.E. antepongono progetti considerati più urgenti da realizzare, come la messa a punto della Gronda. «Una cosa non esclude l’altra. Vorrei avere modo di poter spiegare ai terminalisti i dettagli del nostro progetto». Dice Braggio. Manca ancora il benestare dell’autorità portuale, che ha un ruolo fondamentale per mettere in atto la legge, peccato, però, che non esista ancora il nome definitivo del responsabile dell’Autorità Portuale. «Non abbiamo ancora coinvolto l’ammiraglio Pettorino, oggi commissario straordinario dell’Autorità Portualeconclude Braggio – Bisognerebbe prima ricordare al governo che sulla cartina dell’Italia esiste anche quel piccolo puntino che si chiama Genova. Non possiamo rimanere ancora a lungo senza un responsabile definitivo dell’Autorità Portuale».

    Le proposte di zona franca a Genova negli ultimi 50 anni

    L’idea di una zona franca nel porto di Genova non è certo una novità, piuttosto è un tema molto caldo, dibattuto da più di cinquant’anni nel capoluogo ligure. Una proposta lanciata per la prima volta nel dopoguerra dal giurista e avvocato Victor Uckmar, fermata dall’allora ministro delle Finanze Bruno Visentini per paura che le industrie del Nord Italia si delocalizzassero a Genova. «La prima proposta – racconta il presidente di A.L.C.E. – non è passata forse anche perché comprendeva sia i benefici doganali e sia quelli fiscali in maniera totale, ovvero si voleva creare un luogo in cui non veniva applicata alcuna tassa». La tenacia dell’avvocato non si è fermata e per una seconda volta rilancia la proposta. Fonda la società Zona Franca Spa, di cui lui era Presidente e nel 1991 riesce a far approvare la legge n 202 che prevede la nascita di una zona franca a ponente del porto genovese. Una norma però che non è mai stata messa in atto perché senza il benestare dell’Autorità Portuale né di Confindustria. Il risultato è che in 25 anni non è ancora stato fatto niente, salvo lamentarsi della crisi del porto e della città.

    Elisabetta Cantalini

  • Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Street Art, intervista a Opiemme: le immagini in parole e la poesia del fare del Buridda

    Schermata 2016-06-08 alle 22.15.22Come è noto il Laboratorio Buridda è nuovamente sotto sgombero, poiché l’Università degli Studi di Genova ha deciso di provare a vendere l’edificio dell’Ex Magistero, divenuto una voce di spesa non più sostenibile. In questi mesi però i ragazzi del collettivo non si sono fermati, e anzi, hanno premuto l’acceleratore su molti progetti già in essere; tra questi il Fab Lab: recentemente è stata portata a termine la messa in funzione di un laser cutter auto costruito, dopo aver inaugurato un impianto fotovoltaico in grado di dare luce ai locali interni. Uno dei cambiamenti più evidenti e visibili alla città, però, è senza dubbio la nuova “veste” dell’edificio, terminata poco più che un mese fa. Autore di questo lavoro l’artista internazionale noto al mondo come Opiemme, che con i suoi apprezzati lavori è divenuto negli anni uno tra i maggiori esponenti di quella che genericamente è chiamata Street Art.

    Un’occasione ghiotta per cercare di entrare in questo mondo, troppo spesso considerato frontiera ambigua rispetto alla fruizione dell’arte classica e massificata; un’intervista che ci ha permesso di conoscere un artista complesso, esponente di un movimento non più di nicchia come un tempo, ma ancora in bilico tra pregiudizi e censure.

    Il nuovo volto del Buridda

    Opiemme, partiamo dal tuo lavoro “genovese”, la facciata del LSAO Buridda… un lavoro sicuramente importante, viste le dimensioni, e, forse soprattutto, la portata simbolica di dare una veste nuova ad un edificio degli anni 30, al momento sede di un’occupazione da più di un mese sotto la minaccia di uno sgombero. Come hai preparato il tuo intervento, su cosa hai lavorato e da cosa ti sei lasciato ispirare?

    E’ stata una riflessione lunga, che mi ha portato a studiare la cifra stilistica del Razionalismo, fino ad una progettazione minimalista fatta di sottrazioni. Volevo riscrivere la facciata in modo che il Buridda potesse presentarsi con eleganza ai passanti, e che fosse fuori dai canoni estetici di un “csoa“. Ho cercato di allontanarmi da certi modi operandi tipici dell’urban, del muralismo e della street art, con un’attenzione all’impatto urbanistico del lavoro, senza sconvolgerne o nasconderne i tratti architettonici.

     … e che significato può avere fare un’opera del genere, per una realtà come quella del Buridda, ad oggi sotto rischio sgombero? 

    Credo possa essere un messaggio importante davanti allo sgombero. “Non ci fermiamo, qui si fa, si sperimenta. Riusciamo”. Un modo inusuale per farlo. Lontano dai motti e modalità della “tradizione” antagonista. Sono per cambiare e ricercare nuove dinamiche, per l’apertura, il dialogo, gli esperimenti. Stare seduti a un tavolo a ripetere le stesse cose serve solo a imbastire i più giovani. L’esempio di impegno dato dal Laboratorio è propositivo. La poíesis del fare. Ho parlato con molti signori del vicinato, soprattutto alla bocciofila dello Zerbino che, una volta raccontate le attività del Laboratorio e il perchè dell’intervento, vedevano positivamente il tutto e si meravigliavano della riuscita, così in poco tempo e con poche risorse. Soprattutto si chiedevano cosa fosse avvenuto nell’edificio dell’ex facoltà di Economia prima occupato poi sgomberato. La risposta è niente.

    Opiemme 02Immagini da leggere, parole da guardare

    Attivo dal 1998, definito “poeta della Street Art”, sul tuo sito scrivi “Immagini da leggere, parole da guardare”… come sei arrivato a questa sintesi? qual è stato il percorso artistico che ti ha portato a mescolare parole, immagini, lettere e poesie?

    Fin dall’inizio ho ricercato nuovi modi con cui proporre poesia. Non sono mai stato un writer, non ho mai fato i graffiti, ma queste realtà mi hanno influenzato. E’ stato l’epoca che ho vissuto, gli amici, le crew (adc, dw, ots, alkazar, screw, bdm) che mi hanno portato a questo. Ho fatto studi fra il letterario e l’antropologia sociale, e avevo dalle superiori una passione per lo scrivere poesie e racconti. La domanda che fece iniziare tutto fu: «Come mai l’ambiente poetico è così aulico, distante dalle persone e non fa nessun tentativo di svecchiare i suoi modi?». Quei nuovi modi di proporre la poesia nacquero poco prima del 2000, per “svecchiarla”, portala incontro alle persone. Il resto è arrivato conseguente, influenzato dall’era. Fino alla poesia di strada, fino al decomporre immagini a parole.
    Ricorderò sempre le parole di un grande poeta italiano che mi esortò: «combattere combattere combattere per la poesia». Lui è Valentino Zeichen, mancato questo 5 luglio 2016 dopo un ictus. Avrei sempre voluto dipingere per lui qualcosa su muro, e con lui a fianco.
    Lo farò senza, alla memoria della sua poesia e spirito.

    Caso Blu: Quando la “street art” va nei musei, cose ne resta? Qual è la tua opinione in merito al fatto che l’artista abbia deciso di coprire i suoi graffiti?

    Blu è stato immenso come sempre. Simbolico, performativo, coraggioso, lontano da convenienze e compromessi. La qualità del suo lavoro li travalica. Ha cancellato tutto quello che restava dai muri di Bologna e non gli avrà fatto piacere. Immagino il dolore.
    Scelta sua, sua libertà e non sono lui. Eppure in molti giudicano il giusto e sbagliato di un’azione che non ci appartiene.
    Con quel gesto mi ha ricordato l’emozione di quando da piccolo guardavo i film coi buoni che lottavano e vincevano contro i “cattivi”. Non avrebbe voluto essere staccato. Così come Dem e Erica il Cane e altri. Preferiva svanire con l’effimero che contraddistingue questi interventi?
    Forse qualcun altro ha visto più convenienze nel prendere alcuni dipinti suoi che, se non si trovano a Bologna dove è “cresciuto artisticamente”, non so dove potrebbero trovarli, e offrire al mercato qualcosa che mancava nella follia collezionistica street. Chi ha un elenco di quanto sia stato staccato, oltre che esposto? Quale organo ha supervisionato l’associazione no profit di Roversi-Monaco rivolta a questa azione?
    Per quanto riguarda il discorso street art nei musei è complesso. Un conto è staccare o strappare, se c’è l’accordo dell’artista e i complessi “bla bla” connessi. Sono per non trasportate le mie cose in un museo, ma le situazioni vanno analizzate di caso in caso, artista per artista. Se un domani mi chiedessero di portare un muro e murales in un parco, mi farebbe piacere.
    Esiste land art senza land, e street art senza street e le sue “libere e spontanee” modalità?
    Su interventi con gallerie e musei sono pro, anche perchè sono molto vicino e nell’arte contemporanea, e penso che le derivazioni che l’arte di un artista possa prendere non debbano essere limitate da categorizzazioni, né da “fondamentalismi” a cui spesso è difficile restare coerenti.

    Opiemme 01Arte e Libertà

    In tutte le grandi città, i muri spesso sono la tela di parole di popolo, dalle più banali a quelle più di concetto, dal graffito calcistico all’aforisma alcolico, dal messaggio personale al proclama politico. La cosa genera ovviamente periodiche ondate di perbenismo che porta a derubricare queste pratiche come vandalismo. Secondo te, cosa possono rappresentare le scritte sui muri, dove finisce un eventuale “vandalismo” e dove incomincia la poesia?

    Quando lo smog sui muri sarà considerato vandalismo alla salute, parlerò di vandalismo anche per le scritte. Spesso c’è molta poesia nel vandalismo, dipende da quali sono le ragioni e gli intenti che lo stimolano. “Vandalism is beautiful as a rock in a cop face“, aveva scritto su una delle sue fender Kurt Cobain. Gli intonaci non sono eterni e sono un termometro dei pensieri dei luoghi e dei popoli. “Muri puliti, popoli muti”. Detto questo è “giusto” ci siano conseguenze legali per libertà che alcune persone (fra cui io) si arrogano su proprietà altrui, altrimenti salta un equilibrio etico-giuridico. Non sono per le giustificazioni artistiche, che vedo cercano alcuni colleghi, perchè non sono un esempio di etica, se non per il proprio interesse. Ragionamento di convenienza tipicamente italiano, direi. Inoltre tengo a sottolineare questo: senza i graffiti, i writers e i trainbombers, quelle incomprensibili tag che la gente odia, senza i pezzi lungo linea e lungo i fiumi, senza quell’evoluzione delle lettere, a spigoli o bombolose, non si sarebbe sviluppato e diffuso tanto il movimento della street art odierno o sia esso muralismo, o postgraffitismoPer cui lunga vita ai graffiti, e al vandalismo a fin di bene e per rivolta.

    Hai lavorato in moltissimi paesi del mondo; un mondo che mai come oggi appare diviso da frontiere, politiche, culturali, economiche. Nella nostra Europa, confini che credevamo sepolti e inutili, sono risorti, per fermare, dividere, “proteggere” persone. Un esempio incredibilmente vicino è Ventimiglia… quali suggestioni ti muove questo contesto?

    Viviamo in una succursale degli Usa. I Bad Religion in American Jesus del ’93 cantavano «potete venirci a trovare, ma non potete fermarmi». Il modello era già esistente, doveva essere esportato. Paura e individualismo dividono la forza che le persone possono trovare insieme, e si sfogano in magre frustrazioni sui social. E la vita vera? Ventimiglia mette in luce questo problema, il movimento No Borders è fondamentale ma molto frammentato, c’è difficoltà fra le diverse realtà, da quanto ho capito, nel coordinarsi, e questi sono segni di quanto ho premesso. La comodità e il debito sono le catene odierne del controllo. La gente se ne frega di migranti e confini e lo farà fino a quando non si troverà nella stessa situazione. E’ preoccupante vedere tanta indifferenza e pensare che molti ignorino il fatto che questi flussi siano conseguenze di un colonialismo e guerre firmate Europa. Cosa mi spaventa? I parallelismi storici con i periodi precedenti alla prima e seconda Guerra Mondiale.
    Nel 2003 durante i primi giorni di occupazione dell’Iraq, per quelle armi di distruzione mai trovate, come riportò l’Indipendent, scrissi una poesia che in parte dice:
    “Piovono le stelle,
    pioggia senza nuvole.
    Cadono le stelle,
    con gocce impoverite.”

    Nicola Giordanella

  • L’anfiteatro romano di Genova presto visitabile. La nuova vita del tesoro nascosto della città

    L’anfiteatro romano di Genova presto visitabile. La nuova vita del tesoro nascosto della città

    Il più grande sito archeologico di Genova a breve sarà aperto al pubblico: l’ anfiteatro romano del primo secolo dopo Cristo, situato in centro storico, infatti, il 23 e il 24 settembre sarà la scenografia di una performance artistica all’interno della rassegna M.U.R.A. (Movimento Urbano Rete Artisti), mentre ad ottobre ospiterà un allestimento del Festival della Scienza 2016. Ma non solo aperture spot: i lavori di scavo dovrebbero proseguire, come anche l’allestimento per accogliere visitatori stabilmente, al fine di rendere questa incredibile testimonianza storica parte integrante del patrimonio culturale di Genova.

    Il sito archeologico più grande di Genova

    Un sito forse non troppo noto, sconosciuto anche a moltissimi genovesi stessi, nascosto dal cemento della ricostruzione urbana che ha toccato il Centro Storico nei decenni scorsi, che però racchiude una grande testimonianza della storia millenaria della Superba. Scoperto per caso nel 1992, come spesso accade, durante i lavori dei cantieri allestiti per la costruzione dei soliti box auto interrati, tra piazza delle Erbe, salita Re Magi e vico del Fico: gli scavi, durati fino al 1996, portarono alla luce una ventina di metri del muraglione che cingeva il campo dell’arena, e poco distante un pozzo in pietra, risalente al quarto secolo dopo Cristo, oltre a numerose opere murarie medievali. Il sito fu inglobato e coperto dalle strutture che portarono alla nascita dei Giardini Luzzati (e di qualche imprescindibile box), a due passi da Piazza delle Erbe, ma mai aperto definitivamente al pubblico. «Grazie a Piera Melli, l’archeologa che curò gli scavi per la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Liguria – racconta Ferdinando Bonora, responsabile dell’area archeologica per l’associazione Giardini Luzzati e Coopertiva Archeologia – questo sito è stato salvato e in parte predisposto per l’apertura al pubblico: un anfiteatro non grande, costruito con terrapieni e strutture in legno, ubicato in quella che allora era una zona esterna alla città, ma decisamente importante perché testimonia una parte importante della storia di Genova». Poche, infatti, sono le vestigia romane ancora riconoscibili in città, inglobate in altri edifici o demolite per costruire nuove strutture.

    Il piccolo anfiteatro (che vantava di un’ellisse con gli assi di 60 e 40 metri), secondo le ricostruzioni, doveva servire ad intrattenere o allenare le guarnigioni in servizio in loco, e venne ricavato sfruttando la naturale pendenza del terreno. Già nel quarto secolo, però, cadde in disuso, come testimonia la presenza del pozzo in pietra, collocato proprio sul perimetro dell’arena, e probabilmente costruito per approvvigionare i campi o abitazioni che nel frattempo avevano preso il posto dell’edificio romano. Alcuni rilievi hanno trovato traccia di vegetali “acquatici”, cosa che probabilmente testimonia la presenza di acquitrini o paludi.

    Il futuro dell’area

    Fu l’acqua, quindi, che probabilmente mise sotto pressione la struttura romana, danneggiandola; ed la stessa acqua che oggi minaccia il sito archeologico: «Le strutture di cemento che circondano questa area non sono mai state rifinite – sottolinea Bonora, che ha guidato Era Superba alla scoperta di questo luogo – e sono molte le infiltrazioni e le perdite, anche fognarie, che talvolta allagano parte del terreno. Stiamo lavorando per rendere visitabile e fruibile questo sito, ma il Comune di Genova deve fare la sua parte». Oggi tutta l’area, di proprietà del Comune di Genova, è in gestione all’Associazione Giardini Luzzati, che, in collaborazione con l’associazione Ce.Sto, la Cooperativa Archeologia Genova e il Teatro della Tosse, recentemente ha visto riassegnarsi la concessione per il prossimo triennio: «In questo arco di tempo vorremmo aprire definitivamente questo spazio, rendendolo parte integrante del tessuto urbano e scenografico della città – conclude Ferdinando Bonora – e nel frattempo ospiteremo eventi ad hoc, che ci aiuteranno a far conoscere questo prezioso reperto, rendendolo di interesse pubblico».

    Anima genovese

    Oggi si parla spesso di “costruire sul costruito”, ma la cosa non è una novità: Genova, avara di spazi ma non di ambizioni, ha da sempre visto sovrapporre uno sull’altro i diversi strati urbani che si succedevano nei secoli, spesso nell’ottica del progresso cittadino, e altrettanto spesso sotto la spinta demolitrice della speculazione o dell’interesse privato. L’anfiteatro genovese, oltre a testimoniare il passato romano della città, ne rappresenta l’immagine intima: un prezioso tesoro, salvo per miracolo ma circondato dal cemento e degrado, che giace nascosto, e che molti di noi non sapevano neanche di “avere”.

    Nicola Giordanella

    Foto di Simone D’Ambrosio, video di Nicola Giordanella

  • Villa Gentile e i giardini pubblici chiusi “per ferie”. Lucchetti al parco comunale di via Era

    Villa Gentile e i giardini pubblici chiusi “per ferie”. Lucchetti al parco comunale di via Era

    villa gentile 01La saga dei giardini comunali di via Era a Sturla si arricchisce di un altro capitolo. Dopo la denuncia da parte dei cittadini della annessione “de facto” dello spazio pubblico, documentata da Era Superba nei mesi scorsi, arriva la beffa; l’area verde pubblica, infatti, è chiusa “per ferie”: l’impianto sportivo di Villa Gentile ha chiuso i battenti lo scorso 6 agosto, per la consueta pausa estiva (che terminerà domenica 21), e di “conseguenza” anche il parco pubblico risulta inaccessibile ai cittadini.

    Cancelli chiusi

    E così, dopo gli accessi di via dei Mille, chiusi oramai da anni per inagibilità, anche l’ingresso di via Era, il solo utilizzabile dai cittadini per accedere al piccolo, e unico, spazio verde di Sturla, in questi giorni estivi è sbarrato, rendendo impossibile la fruizione dell’area comunale. Sul cancello non è presente alcuna informazione a riguardo: l’unico modo per intuire il perché di questa situazione è quello di collegarsi al sito web dell’Associazione Culturale Sportiva Quadrifoglio, dove in homepage è presente l’avviso della chiusura della struttura. Un’altra dimostrazione che nei fatti i giardini pubblici sono stati inglobati dall’impianto sportivo, in barba al contratto che ne prevedeva la “gestione e la manutenzione” da parte del concessionario.

    Un’altra brutta tegola, quindi, per gli abitanti del quartiere, che da tempo chiedono un chiarimento sulla questione, e il ripristino della normalità. L’unica buona notizia è che nel frattempo sono stati tolti gli attrezzi ginnici che in precedenza erano stati collocati all’interno dell’area pubblica, e che costituivano un problema di sicurezza, vista la loro condizione visibilmente precaria. A confermarlo è Giovanni Crivello, assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, intervenuto nell’ambito delle sue competenze: «Abbiamo fatto rimuovere le istallazioni pericolose – dichiara – e personalmente sto cercando di fare chiarezza su tutta la questione relativa alla concessione del parco pubblico di Sturla, anche se la cosa non dipende direttamente dal mio assessorato».

    Estate calda, settembre bollente

    villa-gentile-03Il “peccato originale”, però, rimane la poca chiarezza del contratto di concessione, e la sua relativa applicazione; sull’argomento Stefano De Pietro, consigliere comunale del Movimento Cinque Stelle, promette battaglia: «Come abbiamo richiesto, a settembre è prevista una seduta di commissione dedicata interamente a Villa Gentile – rileva il consigliere pentastellato – e porteremo in Sala Rossa una delibera per mettere la giunta di fronte al fatto che in passato si è permesso a Sportingenova (l’ente comunale che gestiva gli impianti sportivi, ndr) di stipulare un contratto di concessione in questi termini».

    Tutto l’affaire Villa Gentile, come abbiamo visto, è costellato di elementi poco chiari e interpretazioni altrettanto dubbie: se in questi giorni i giardini pubblici di via Era stanno osservando due settimane di pausa estiva, primo caso in Italia, il 5 agosto scorso erano invece aperti, nonostante la chiusura imposta a tutti i parchi pubblici genovesi per via dello stato di allerta meteo predisposto per quel giorno. «Si potrebbe figurare addirittura l’ipotesi di un illecito amministrativo – conclude De Pietro – e una mancanza di controllo clamorosa da parte di Comune di Genova».

    In questi giorni estivi, l’afa spesso diventa insopportabile, e un ombreggiato parco pubblico può essere una buona opzione per i cittadini a caccia di frescura. A Sturla, però, questo non è possibile. Sicuramente ci sarà qualcuno che, sportivamente, approfitterà di queste “ferie forzate” per godersi le Olimpiadi, ma lo spettacolo delle piste d’atletica di Rio, ad ogni goccia di sudore, ricorderà amaramente quanto sia difficile sopportare il caldo agostano di Genova senza poter contare sull’ombra preziosa dei “nostri” alberi.

    Nicola Giordanella

  • Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    Ventimiglia, al Campo della Croce Rossa mancano letti, cibo e cure mediche

    campo-rojaL’ultima settimana a Ventimiglia è stata bollente, senza dubbio, ma la contrapposizione alimentata dai media mainstream tra istituzioni e attivisti No Borders ha messo in qualche modo in secondo piano il vero dramma che continua a consumarsi nel comune frontaliero da più di un anno: il disastro umanitario che coinvolge centinaia di migranti sta peggiorando e sembra non avere fine. Negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un progressivo, quanto previsto, peggioramento della situazione; oggi l’attenzione pubblica è incentrata sul problema “ordine pubblico”, ma nei fatti siamo di fronte a una crisi politico-umanitaria, nazionale e comunitaria, le cui dimensioni sembrano crescere di giorno in giorno.

    Da gennaio sono arrivate in Italia 88 mila persone: secondo stime Ansa sono 138.312 i migranti presenti nel sistema di accoglienza, 30 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2015. 103 mila sono ospitati in strutture temporanee, tra cui oltre 12 mila minori non accompagnati. Dall’inizio del 2016, sono oltre 3 mila le persone che sono morte in mare, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. Non è solo Ventimiglia che sta scoppiando, ma tutto il “sistema Europa”.

    Il campo del Parco Roja

    L’evento che ha dato il via al “caos” dei giorni scorsi è stata la marcia dei migranti dal campo della Croce Rossa verso il confine. Per capire le ragioni di questa scelta, siamo andati direttamente in loco, verificando qual è la situazione all’interno della struttura che da qualche settimana ospita, in maniera temporanea, oltre 600 persone (stando al numero di colazioni che Caritas ha distribuito il 10 agosto). La prima impressione è che all’interno del campo siano molte le cose a non funzionare. I servizi e il cibo sono insufficienti: nelle docce non c’è acqua per tutti, come ci riporta un uomo sudanese che incontriamo all’interno. «Il cibo è troppo poco – ci racconta – due scatolette di tonno, un pugno di pasta, una mela e due biscotti divisi in due pasti. Spesso la gente è costretta a fare la fila due volte per prendere da mangiare a sufficienza, quando ne rimane». Anche i letti non bastano. Ci fa vedere le brandine all’interno del container dove ci troviamo: i prefabbricati hanno una capienza di quattro posti, ma spesso gli ospiti per ogni singola unità sono il doppio. Decine di persone sono costrette a dormire all’aperto, su delle brandine da campo senza materasso. Non ricevono cure mediche adeguate e spesso sono costretti ad aspettare ore o giorni per essere assistiti. Dopo migliaia di chilometri di fuga da guerre, miseria e morte, si sentono in trappola: vogliono lasciare l’Italia ma non sanno come fare. «Siamo bloccati qui e non sappiamo per quanto» conclude il nostro contatto. Alcuni ragazzi lamentano la mancanza di interpreti, cosa per la quale sono stati costretti a firmare documenti senza averli potuti leggere e tanto meno capire. Le carenze organizzative da parte delle istituzioni italiane sono piuttosto evidenti: una situazione che ricorda più le carceri nostrane che un campo di accoglienza.

    campo 02Le carenze del campo della Croce Rossa

    A peggiorare la situazione, il recente sgombero del campo informale, ricavato da una stalla in disuso presso il fiume Roja. A fine luglio, le utenze di acqua e gas erano state tagliate da personale tecnico accompagnato da funzionari della Digos, a quanto pare nonostante il parere del sindaco Ioculano che in precedenza aveva “garantito” la fornitura essenziale dell’acqua. Dopo pochi giorni, il 31 luglio, lo sgombero. Molti degli oltre trecento migranti che lì avevano trovato rifugio sono stati portati nel campo della Croce Rossa: il livello di sovraffollamento è quindi diventato insostenibile, mettendo in luce tutta l’inadeguatezza della logistica. Amelia Chiara Trombetta e Antonio Curotto, due medici dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA), ci riportano la loro esperienza dentro il campo in cerca di strumenti medici per intervenire sul alcune ferite presentate da alcuni ragazzi: «Alla nostra richiesta ci è stato risposto che l’ambulatorio mobile è chiuso e che, comunque, non hanno materiale medico – spiega la dottoressa – perché ad uso esclusivo del personale ASL e loro (il personale della Croce Rossa, ndr) non possono assolutamente accedervi. Ci è stato riferito che per un’analoga situazione di rimozione punti, avevano dovuto aspettare per due giorni l’arrivo di un medico autorizzato».

    Quello che non si dice…

    Fuori dal campo, sono ancora molte le persone prive di ogni assistenza. Numerosi gli accampamenti spontanei che sorgono e scompaiono nel giro di una notte, al fine di evitare i controlli della polizia: continuano, infatti, i trasferimenti coatti da Ventimiglia verso altri centri di accoglienza sparsi per il paese; centri da cui, come abbiamo visto, ripartono puntualmente i viaggi della speranza verso i confini, come in un incessante gioco dell’oca, alimentato da un corto circuito giuridico sempre più imbarazzante tra diritti delle persone, convenienze diplomatiche e strategie politiche. Il capo della Polizia, Franco Gabrielli, nella sua recente visita in Liguria ha dichiarato che i migranti devono essere spostati da Ventimiglia, per alleggerire la tensione nella città: la cosa probabilmente non risolverà il problema, forse posticiperà il precipitare della situazione. Quello che in questi giorni sembra essere diventato un problema di ordine pubblico, pare essere un problema di volontà politica, sia a livello nazionale che a livello europeo: possiamo spostare le persone ma continueranno ad esistere, possiamo arrovellarci sulle cause delle migrazioni ma la realtà è che esistono e continueranno a esistere finché esisteranno guerre, sfruttamenti e sperequazioni. Chiudere le porte e i confini non risolve nulla: ieri Idomeni e Calais, oggi Ventimiglia e Como. E domani?

    Ilaria Bucca
    Nicola Giordanella

  • I Figli di Eracle, l’analisi psicologica dello sport da combattimento per prevenire la violenza

    I Figli di Eracle, l’analisi psicologica dello sport da combattimento per prevenire la violenza

    basile-garozzo“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una volontà, una visione”. Firmato Muhammad Ali, alias Cassius Clay. Quale miglior modo per festeggiare le medaglie d’oro numero 200 e 201 della storia delle Olimpiadi estive italiane, arrivate da Rio 2016 nella sera di domenica 7 agosto dagli ippon di Fabio Basile e dal fioretto di Daniele Garozzo?

    Ma che cos’hanno in Comune uno dei più grandi pugili della storia e i due giovani campioni italiani? Semplice: boxe, judo e scherma, assieme a molti altri, sono tre sport da combattimento. E che cosa c’entra tutto questo con Genova ed Era Superba? Scopriamolo insieme.

    I figli di Eracle, lo sport da combattimento per prevenire la violenza

    imageAll’ombra della Lanterna, nel 2015, grazie alla passione e all’intuizione di tre amici, nasce I Figli di Eracle un progetto per diffondere la cultura dello sport da combattimento e per prevenire atteggiamenti violenti e antisociali, attraverso l’analisi psicologica delle discipline da combattimento. Un’idea che fa del motto di Muhammad Ali il proprio modus vivendi.

    L’idea nasce dall’interesse per la psicologia analitica degli sport da combattimento e le risonanze che queste attività possono avere sull’individuo e sul mondo sociale. Secondo i fondatori del progetto, gli atleti quando combattono, lottano contro i propri limiti – nell’intervista post medaglia, Fabio Basile ha dichiarato di aver imparato il «piacere di soffrire» – entrano nei “ring”, sui tatami e sulle  pedane dove l’altro è uno specchio di se stessi. Il coraggio, il dolore, il sacrificio, la determinazione raccontano la storia di un atleta e di uno sport e, allo stesso tempo, parlano della possibilità dell’ uomo di andare oltre i propri limiti e oltre le proprie paure per diventare simbolo di un uomo migliore.

    «In nostro obiettivo è quello di dare una giusta visione degli sport da combattimento come attività che possa aiutare l’atleta ad acquisire consapevolezza di sé e dei propri limiti» racconta a “Era Superba” Mario Ganz, psicologo clinico, esperto in psicologia dello sport e uno dei fondatori dell’iniziativa. «Attraverso queste discipline – prosegue –  lo sportivo tira fuori quella rabbia che è insita in ognuno di noi. Chi lascia uscire e sfoga questa rabbia, non corre il rischio di diventare elemento violento nella società». Secondo gli ideatori dei Figli di Eracle, attraverso queste discipline sportive è possibile prevenire la violenza. Il progetto vuole abbattere lo stereotipo dello sport da combattimento come manifestazione di violenza ma identificarlo come aiuto di crescita personale dell’atleta. «Con i Figli di Eracle vogliamo creare una cultura dello sport da combattimento, offrire formazione psicologica a tutti gli atleti e amatori di queste discipline e diffondere consulenza psicologica nello sport» conclude Ganz.

    Perché il nome “I Figli di Eracle”

    i figli di eracle«La nostra società oggi più che mai ha bisogno di esempi positivi, di persone autentiche che rappresentino la voglia di cambiare, la voglia di farcela». E’ quanto sostengono i fondatori del progetto, una teoria che non vale solo per gli atleti ma per ognuno di noi e che, del resto, riprende uno dei pensieri della mitolgia greca. Il nome “I Figli di Eracle” infatti, non nasce dal caso: «Se l’atleta si muove sulle orme di Ercole, sarà più di un semplice sportivo, sarà un esempio, un modello di successo e di forza psicologica e fisica. Se inserito in un contesto sociale dove può esprimere la propria capacità per aiutare qualcun’altro a vincere le sfide quotidiane, non sarà solo un atleta, ma un eroe come lo fu Eracle». Fino a oggi, secondo gli ideatori del progetto, al fianco dei tanti “atleti da combattimento” si vedono solo preparatori atletici o motivatori, mai una figura psicologica che possa accompagnare gli sportivi in un percorso di crescita personale. «Cerchiamo di capire il perché esista un interesse verso questi sport – ci raccontano gli ideatori – se sia un bisogno psicologico di tornare a conflitti leali ed espliciti dove lo scontro diventa un incontro reale con regole precise o se si voglia mettere in atto un duello contro se stessi e conoscere i propri limiti».

    Obiettivi raggiunti e da raggiungere

    I Figli di Eracle nasce nel 2015 da tre amici, Andrea Vianello, psicoterapeuta di Mestre, Marco Rigon, appassionato e esperto di sport da ring, e Mario Ganz, psicologo clinico genovese, esperto in psicologia dello sport che collabora con lo staff medico del team Leone Petrosyan, fondato dal chirurgo genovese Loris Pegoli. «Il progetto è nato da un interesse comune, un’idea condivisa. Il tutto si è concretizzato dopo avere incontrato Alessio Sakara e Samuele Sanna, due grandi atleti negli sport da combattimento. Grazie a loro ci siamo convinti a fondare il progetto e andare avanti».

    Dai Figli di Eracle, lo scorso hanno in Veneto è nata una conferenza durante la quale sono intervenute tre atlete – Jleana Valentino, campionessa europea di Muay Thai, Imane Kaabour, ex pugile Gleason’s Gym di New York, insegnante di Boxe presso la palestra KBC a Genova e Adriana Riccio, campionessa europea di Taekwondo e istruttrice e coach della nazionale italiana – che hanno rappresentato l’essenza del progetto: hanno raccontato la loro esperienza di atlete e di donne in sport che spesso vengono declinati al maschile, hanno detto al pubblico di come hanno raggiunto traguardi internazionali e di come la disciplina sportiva abbia forgiato la loro esperienza di vita e una crescita interiore. «Ci piacerebbe organizzare l’incontro fatto a Mestre anche in Liguria – dice il nostro interlocutore – non solo perché sono genovese, ma anche perché la nostra è una regione che sta avendo ottimi successi nel mondo del fighting». Per ora, Genova e la Liguria in generale, secondo i fondatori del progetto, hanno risposto positivamente all’iniziativa di I figli di Eracle. Il primo successo è stato la collaborazione con la palestra di boxe americana KBC nel centro storico genovese, «ora siamo in contatto per le prossime stagioni con alcuni team liguri che hanno dimostrato molto interesse: andremo avanti con determinazine».

     Elisabetta Cantalini

  • Cani abbandonati, per il 30% dei casi è colpa delle vacanze. Ma attenzione a neonati e periodo di caccia

    Cani abbandonati, per il 30% dei casi è colpa delle vacanze. Ma attenzione a neonati e periodo di caccia

    bacco-caneL’estate è arrivata e il fedele amico dell’uomo per molti si trasforma in un problema o un intralcio in vista delle ferie. Ed ecco, puntuale come ogni anno, ripresentarsi il triste fenomeno degli abbandoni.
    Giugno, luglio e agosto per molti sono sinonimo di vacanze e relax lontano da casa, per tanti animali sono sinonimo di abbandono. In Italia, ogni anno vengono lasciati a un destino incerto, di stenti e privazioni, circa 150 mila cani, di cui ben 60 mila nei soli mesi estivi. Una media di quasi 600 cani al giorno lasciati sotto il solleone per strada, davanti ai canili o in prossimità di luoghi di villeggiatura. Il dato più allarmante è che l’80% di questi incolpevoli malcapitati non sopravvive.

    A Genova, dove sono 62 mila i cani registrati all’anagrafe canina, nel primo semestre del 2016 sono stati prelevati e portati al canile municipale 86 cani. «Tra questi animali non tutti sono stati abbandonati volontariamente – spiega Roberto Parodi, direttore della struttura complessa sanità animale della Asl 3 genovese – alcuni, per fortuna, sono stati poi riconosciuti e ripresi dai proprietari». Secondo l’Asl 3, il fenomeno dell’abbandono dei cani a Genova e dintorni, nell’ultimo anno sta leggermente diminuendo. «Nel 2015 sono stati trovati 227 cani abbandonati – continua Parodi – 110 nei primi sei mesi, 24 in più rispetto a quest’anno». Attenzione però all’estate. «Negli anni passati nel secondo semestre che comprende i mesi estivi si registrava un aumento di cani vaganti – conclude Parodi – e in questo caso gli abbandoni di proposito sono in netta prevalenza».

    L’abbandono è un reato penale

    enzo-cane«L’abbandono degli animali è un reato». A ricordarlo è l’avvocato penalista Sara Garaventa dello Studio legale Ispodamia. La norma è prevista dall’articolo 727 del Codice penale che punisce la condotta di chi abbandona un animale domestico con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda dai 1.000 ai 10 mila euro. «La Cassazione – continua Garaventa – stabilisce che l’abbandono non consiste solo nel lasciare l’animale domestico in autostrada o al canile: il reato si commette anche se il padrone lascia il proprio animale in giardino o in terrazzo per giorni». L’abbandono di animali, come spiega l’avvocato, è procedibile d’ufficio, ovvero l’autorità giudiziaria non appena viene a conoscenza del fatto iscrive nel registro degli indagati il proprietario, senza necessità di una denuncia preventiva.

    Esiste un’altra norma per la tutela per gli amici a quattro zampe: è l’articolo 544 ter che disciplina il “delitto contro il sentimento per gli animali”. «Anche in questo caso si tratta di reato penale – conclude l’avvocato – ed è quello che una volta veniva identificato come maltrattamento verso gli animali». La pena, in questo caso, è la reclusione dai 3 ai 18 mesi o una multa che va dai 5 mila ai 30 mila euro.

    Perché i cani vengono abbandonati

    enzo-caneSecondo gli esperti in campo della cinofilia, le punte massime di cani abbandonati si registrano sì nel periodo estivo, con una percentuale del 30% del totale in tre mesi, ma non solo. «Moltissimi cani – spiega Simona Boschi, educatrice cinofila e vicepresidente dell’associazione Una che ha in gestione il canile municipale di Genova – vengono portati direttamente in canile dai padroni per problemi comportamentali».

    Un fenomeno che si ripete ogni anno e in ogni mese. Senza alcuna stagionalità, esiste anche la “sostituzione” del cane con un bebè. Spesso accade che l’amico a quattro zampe venga abbandonato quando in famiglia arriva un bambino e la coppia di neo genitori non riesce a gestire entrambi. E poi arriva l’estate: «In questi giorni – dice Boschi – la Croce Gialla ci sta portando moltissimi cani cosiddetti vaganti. Si presume che siano stati lasciati perché d’intralcio per le ferie».

    Secondo la legge, ogni cane dovrebbe essere munito di microchip e, una volta identificato, venire restituito al proprietario. «Purtroppo non è sempre così – spiega l’educatrice cinofila – spesso ci portano cani senza microchip, questo significa che non ci sono stati controlli in origine». In questi casi il canile non può far altro che ospitare gli amici a quattro zampe e sperare in un’adozione repentina. «Quando possiedono il microchip – conclude Boschi – ricontattiamo il proprietario che è tenuto a riprendersi il cane con sé».

    Un altro problema è la caccia: subito dopo l’apertura della stagione venatoria, infatti, oltre al 30% dei cani viene abbandonato perché non bravo a cacciare.

    Che cosa fare se si trova un cane abbandonato

    bacco-caneSul sito dell’Enpa, ente nazionale protezione animali viene descritto come approcciare con un animale ritrovato: “Avvicinarsi all’animale con calma. Non camminare in maniera diretta verso di lui: il cane potrebbe interpretare questo gesto come una minaccia, spaventarsi e scappare o diventare aggressivo. Stai accucciato e presta attenzione ai suoi segnali: denti scoperti, ringhi, pelo irto devono metterti in guardia. Nei casi più difficili, se il cane è molto impaurito e diffidente, è meglio non avvicinarsi e far intervenire degli esperti. Se invece si lascia avvicinare puoi rifocillarlo con un poco di acqua e di cibo. Il cibo, spesso, è anche un ottimo modo per fare ‘amicizia’ e per far capire all’animale che non vogliamo fargli del male”.

    «Nel caso in cui si incontri un cane vagante per le strade della città o si veda un animale visibilmente maltrattato all’interno di giardini e terrazzi privati – racconta un responsabile dell’enea – quello che bisogna fare è chiamare le autorità competenti, polizia o carabinieri». Le autorità contatteranno la Croce Gialla, onlus che si occupa del recupero e del trasporto al canile.

    In questi giorni, periodo clou delle vacanze estive e momento di maggior abbandono, tra le bacheche dei social network compaiono anche i suggerimenti su come comportarsi se si trova un cane solo e vagante in autostrada. Tuttavia, il post condiviso su moltissime bacheche di Facebook che dice “non dovete fare altro che inviare un sms specificando località, ora di avvistamento, razza (se possibile) e direzione di marcia al 334.1051030….1000 volontari sono pronti ad intervenire in tutta Italia fino al 4 settembre” purtroppo è un fake, una falsa informazione tipica del web. La Croce Gialla, infatti, non è al corrente dell’iniziativa del recupero animali in autostrada.

    «Quello che chiediamo a chi ci contatta direttamente – ci spiega Stefano Menti, uno dei responsabili della croce gialla Onlus, illustrando quale comportamento sia meglio adottare nel caso si trovasse in città un cane abbandonato – è, se possibile, di non perdere di vista l’animale ritrovato, addirittura di tenerlo con sé fino al nostro arrivo». Il servizio di soccorso animali si occupa di prelevare l’animale, di leggere il microchip, obbligatorio su ogni cane, e di portarlo al canile municipale. «Nel caso si avvistasse un animale che cammina sul ciglio dell’autostrada chiamate la polizia, non fermatevi» afferma l’esperto.

    In media, la Croce Gialla fa 4 o 5 interventi al giorno, con picchi massimi di 15 interventi in 24 ore. Gli interventi aumentano in primavera e in estate «con la bella stagione – conclude Menti – la gente porta più volte fuori casa i propri animali, spesso lasciandoli liberi, quindi è più facile che si perdano. Non si tratta sempre di abbandono volontario».


    Elisabetta Cantalini

  • Car Sharing, in autunno la rinascita del servizio grazie all’intervento di privati

    Car Sharing, in autunno la rinascita del servizio grazie all’intervento di privati

    car-sharingDopo la decisione dei mesi scorsi da parte del Comune di Genova di cedere la società Genova Car Sharing, entro agosto potrebbe concludersi la procedura di assegnazione che porterebbe ad avere in autunno un nuovo servizio di condivisione autovetture, questa volta gestito da privati.

    Ad anticipare ad Era Superba il buon esito della seconda gara (la prima andò deserta) l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino: «Un servizio che non potevamo perdere – commenta – e che sarà rinnovato con la logica e l’esperienza di “seconda generazione”, come sta accadendo in altre grandi città italiane e non solo».

    Genova Car Sharing e il bicchiere mezzo pieno

    La storia di Genova Car Sharing, infatti, è abbastanza travagliata. Nata nel 2004 con Genova Capitale Europea della Cultura, sostenuta da finanziamenti ministeriali dedicati alla mobilità alternativa e sostenibile, è stata tra gli apripista su scala nazionale, scontando da subito le incertezze della novità: parco macchine ridotto, meccanismi non calibrati sulle esigenze dei potenziali utenti, aree dedicate non presenti su tutto il territorio urbano. L’impatto con i diffidenti genovesi non è stato da subito travolgente, anche se negli anni i ricavi di utilizzo sono aumentati, ma non abbastanza da raggiungere un attivo solido. Nel 2011 la società viene fatta confluire in Genova Parcheggi s.p.a., controllata al 100% da Comune di Genova, per meglio tamponare le perdite di bilancio, non più sostenute da finanziamenti governativi, interrotti con la spending review. «Nei prossimi giorni saremo a Roma – conferma l’assessore – per cercare di capire come “convogliare” i finanziamenti per lo sviluppo sostenibile del trasporto pubblico, ma il car sharing non possiamo più sostenerlo da soli».

    L’ultimo bilancio di esercizio non è ancora stato pubblicato, ma attraverso quello di Genova Parcheggi s.p.a. sappiamo che le perdite raggiungono 318 mila euro, la cifra storicamente più alta, che segue l’andamento negativo degli ultimi sei anni (27.698 euro di passivo nel 201o, 263.386 nel 2013). Perdite che però potrebbero essere ripagate con una migliore mobilità cittadina, cosa che non ha prezzo: «Un’amministrazione di una città come Genova – sottolinea Dagnino – deve perseguire forme alternative di mobilità sostenibile, che devono essere sostenute a prescindere dal ritorno economico». La coperta dei conti pubblici però è sempre più corta e, quindi, si guarda ai privati per un sostegno, che non è solo economico: l’esperienza maturata negli anni e il confronto con altre realtà porterà novità di rilievo e, soprattutto, i meccanismi farraginosi del servizio a gestione pubblica potrebbero essere resi più snelli da quella privata. «Non possiamo scendere nel dettaglio della proposta, visto che ancora non sono scaduti i termini – sottolinea l’assessore – ma sono fiduciosa che in autunno avremo un nuovo servizio di Car Sharing, potenziato, aggiornato e sostenibile».

    Come sarà il nuovo Car Sharing?

    I dettagli non sono ancora chiari, come non è chiaro se l’amministrazione manterrà delle quote nella società: sappiamo sicuramente che la gestione sarà privata ma che non ci sarà una vera e propria liberalizzazione del settore. Stando ad alcune indiscrezioni che corrono in rete, il nuovo servizio, oltre ad avere un parco auto più sostanzioso, potrebbe essere regolato secondo l’ottica del free flow (flusso libero), cioè sulla possibilità di parcheggiare le autovetture ovunque e non solo nelle aree dedicate, abbattendo, di conseguenza, i costi per l’utente e, soprattutto, permettendo un utilizzo più funzionale e quindi maggiormente appetibile.

    Se guardiamo al futuro della mobilità di Genova, questa potrebbe quindi essere una buona notizia. In molte grandi città europee, il servizio di car sharing, aggiornato e studiato sulle esigenze dell’utenza, sta dando buoni risultati, soprattutto se si tiene conto che dal dopoguerra in poi l’economia mondiale ha spinto e sostenuto (leggi: incentivi statali) la diffusione e l’utilizzo della mobilità privata, a discapito del servizio pubblico. Oggi sappiamo che la mobilità del futuro dovrà essere molto diversa da quella a cui siamo comodamente abituati: il nuovo car sharing genovese potrà essere un buon (nuovo) primo passo. Speriamo che non sia l’unico.

    Nicola Giordanella

  • Blueprint, ecco il concorso di idee per le aree di Comune e Spim. Solo 4 mesi per i progetti

    Blueprint, ecco il concorso di idee per le aree di Comune e Spim. Solo 4 mesi per i progetti

    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano
    Il waterfront nel Blueprint di Renzo Piano

    Genova chiama il mondo: parte “Blueprint Competition”, il concorso internazionale di idee per la progettazione delle aree di proprietà di Comune di Genova e Spim (la società per la promozione del patrimonio immobiliare del comune), che si inserirà nel più grande disegno di riqualificazione dell’area Fiera, inserita nel progetto che l’architetto Renzo Piano ha “donato” alla città.

    Blueprint Competition

    La competizione è destinata ai professionisti della progettazione di tutto il mondo e ha come oggetto 60 mila metri quadrati di spazi all’interno del quartiere fieristico, che saranno ricavati dalle demolizioni dei padiglioni C, D e M, le attuali biglietterie e l’edificio Ansaldo – Ex Nira. Ma non solo: il Palasport, che non verrà abbattuto, sarà però restaurato, rimanendo di destinazione sportiva (facendo quindi seguito alle richieste del Coni), ma con 15 mila metri quadrati di nuove aree commerciali (suddivise in locali da non più di 250 mq l’uno). Le superfici di nuova edificazione dovranno essere suddivise nel seguente modo: 40 mila mq di abitazioni, 5 mila per attività commerciali e artigianali, 10 mila per attività ricettive e 5 mila per uffici e direzione. A questo si deve aggiungere ulteriori 20 mila metri quadrati di parcheggi di pertinenza, da realizzarsi preferibilmente nel sottosuolo. Un totale, dunque, che sfiora i 100 mila mq di nuove costruzioni; la partecipazione potrà essere svolta attraverso il sito web dedicato, sui cui sono riportati tutti i dettagli: il 15 dicembre è il termine per l’invio degli elaborati, che saranno valutati entro il 31 gennaio 2017. Tempi stretti, quindi: un dettaglio che potrebbe nei fatti condizionare non di poco la diffusione e la partecipazione internazionale, dando vantaggio a chi sta seguendo già da tempo la cosa. Il primo premio in palio è di 75 mila euro, mentre per il secondo, terzo e quarto posto sono previsti 15 mila.

    Zona Cesarini

    Il concorso è stato lanciato in extremis dall’amministrazione comunale prima della pausa estiva, avendo già sforato le indicazioni del Consiglio Comunale; al momento non è ancora chiara la composizione della commissione giudicante: si sa che sarà composta da cinque persone (una indicato dal Renzo Piano Building Workshop, una dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli architetti, una sarà uno studioso di architettura di prestigio internazionale, poi un esperto di urbanista e un esperto di valutazioni economiche, secondo quanto comunicato durante la conferenza stampa di presentazione), ma i nomi non ci sono ancora; dal Comune assicurano, però, che saranno di altissimo livello internazionale. Qualche perplessità, come dicevamo, sulle tempistiche: lanciare un concorso così complesso (con tantissimi i vincoli progettuali) a inizio agosto, con una finestra di tempo per la partecipazione così ristretta, sicuramente non aiuterà la partecipazione internazionale.

    Finanziamenti e mercato

    Veniamo ai soldi: i progetti in concorso dovranno rispettare il tetto massimo di 200 milioni di euro per la realizzazione; per le demolizioni necessarie e il parziale “atterramento” della strada sopraelevata Aldo Moro (nel tratto che costeggia la zona fiera, infatti, la strada diventerà a raso) è invece previsto un finanziamento pubblico di 50 milioni, di cui 15 messi dal governo.

    Al momento non è ancora chiaro come saranno assegnate le nuove cubature: da Spim ci fanno sapere che una volta selezionato il progetto vincitore si cercheranno investitori privati, e solo allora si capirà se le aree saranno cedute o affittate. Un particolare non da poco, visto che l’area eventualmente riqualificata, avrà sicuramente una posizione di rilievo nel mercato immobiliare genovese.

    Insomma, il lungo percorso del Blueprint segna un altro piccolo step; il Comune di Genova cerca di dare lustro al progetto con un concorso internazionale di prestigio: la speranza è che sia volano per idee innovative e all’avanguardia, ma solo a fine anno sapremo se la cosa ha funzionato oppure no. Sicuramente, quattro mesi e mezzo non sono molti per chi volesse partecipare, soprattutto se si guarda alla peculiarità della cosa. Riuscirà l’internazionalità del mondo degli architetti a rispondere alla chiamata?

    Nicola Giordanella

  • Amiu, via al bando per i privati. Iren potrebbe arrivare già entro fine settembre

    Amiu, via al bando per i privati. Iren potrebbe arrivare già entro fine settembre

    RifiutiSe fosse solo Iren a manifestare il proprio interesse per l’ingresso come partner privato in Amiu, la partita potrebbe chiudersi già entro fine settembre. E’ stata, infatti, approvata ieri dalla giunta del Comune di Genova la delibera che fornisce le linee guida per il bando che dovrebbe essere pubblicato ufficialmente nei prossimi giorni e concludersi, appunto, entro la fine di settembre. Tecnicamente, si tratta di un’indagine di mercato al termine della quale verrà attivato un confronto tra gli interessati ritenuti idonei, a meno che la domanda esplorativa non sia pervenuta da un solo soggetto, nel qual caso si passerebbe a trattativa diretta.

    «Si è avviato un percorso decisivo per la ricerca di un partner industriale per Amiu – commenta il sindaco Marco Doria – l’obiettivo è rendere l’azienda più forte e dotata degli impianti necessari, in un quadro di garanzie per i lavoratori dell’azienda. Viene così rispettato un altro degli importanti impegni che la giunta si era assunta».

    I contenuti della delibera

    La delibera approvata dalla giunta elenca i requisiti richiesti ai soggetti industriali che aderiranno alla manifestazione d’interesse e le caratteristiche qualificanti cui dovranno attenersi nella loro proposta. Come ampiamente anticipato, sono previsti parametri di idoneità patrimoniale (almeno 15 milioni di euro netti), di idoneità economica (una media di almeno 120 milioni di euro negli ultimi tre anni per attività riferite all’igiene urbana e alla produzione di rifiuti) e di idoneità tecnica, tra cui la dotazione di impianti, aree, attrezzature, mezzi, diritti idonei alla copertura dell’intera filiera del ciclo integrato dei rifiuti. E’ prevista anche la partecipazione in forme collettive tra più soggetti: in questo caso, i requisiti di idoneità patrimoniale ed economica devono essere soddisfatti per almeno il 60% dall’operatore capofila e per almeno il 20% da ciascuno degli altri operatori.

    Come ampiamente anticipato, viene anche esplicitata la strada per garantire ad Amiu la prosecuzione del contratto del servizio oltre la naturale scadenza del 2020, derogando almeno fino al 2030 quanto previsto dalla legge regionale e nazionale che imporrebbe una gara pubblica per la gestione della raccolta dei rifiuti.

    L’aumento di capitale di Amiu da parte del soggetto privato potrà essere realizzato attraverso dotazioni patrimoniali-impiantistiche (impianti, aree, attrezzature, mezzi, diritti ed altre dotazioni patrimoniali) utili alla chiusura del ciclo rifiuti e coerenti con la realizzazione del piano industriale di Amiu, L’azienda attualmente in house al Comune di Genova dovrà essere il veicolo societario esclusivo per l’erogazione del servizio di gestione integrata dei rifiuti del Comune di Genova e, in prospettiva, dell’intera Città metropolitana.

    La governance della nuova società mista pubblica-privata (nella delibera non sono esplicitate percentuali massime o minime per l’ingresso dei nuovi capitali) dovrà garantire al Comune di Genova la partecipazione in maniera qualificata alle decisioni strategiche di carattere straordinario. In particolare, Palazzo Tursi manterrà potere di veto su: autorizzazione al Consiglio di amministrazione alla modifica del piano industriale ed impiantistico, autorizzazione al compimento di operazioni non comprese nel piano industriale eccedenti un determinato importo o di particolare importanza al momento non meglio precisato, autorizzazione al compimento di operazioni di carattere puramente finanziario, con parti correlate, e operazioni straordinarie sul capitale. Inoltre, nel contratto saranno poi previste clausole a garanzia dell’ l’intrasferibilità della partecipazione acquisita dall’operatore socio per “un congruo periodo di tempo”, il riconoscimento del “diritto di gradimento, non mero, del Comune nei confronti di terzi trasferitari, a qualunque titolo, di tutta o parte la partecipazione societaria” e il “riconoscimento al Comune del diritto di prelazione con facoltà di determinazione in contraddittorio del valore delle partecipazioni oggetto di trasferimento”.

    Il nuovo assetto aziendale dovrà prevedere il mantenimento nel capoluogo ligure della sede legale, amministrativa e della parte più rilevante della struttura operativa di Amiu.

    Viene, infine, messa nero su bianco la tutela dei livelli occupazionali.

    L’accordo tra Comune di Genova e sindacati

    consiglio-comunale-protesta-amiuSempre ieri, prima dell’approvazione del provvedimento da parte del sindaco Marco Doria e degli assessori, era arrivata finalmente la fumata bianca nella complessa trattativa tra l’amministrazione, Amiu e i sindacati. Benché con diversi gradi di soddisfazione, tutte le sigle hanno sottoscritto l’accordo che prevede, tra l’altro, il mantenimento dei livelli occupazionali e degli impegni relativi alle assunzioni future, il mantenimento dei livelli salariali e normativi compresi gli accordi di secondo livello, la rinuncia all’applicazione del jobs act per tutti i lavoratori per la durata del contratto di servizi. Dal punto di vista industriale, nell’accordo viene anche esplicitato il mantenimento dell’unitarietà del ciclo integrale dei rifiuti e di Amiu come unico operatore di Genova e in prospettiva della Città metropolitana, il prolungamento del contratto di servizio almeno sino al 2030, l’impegno a realizzare gli impianti previsti dal piano industriale di Amiu sul territorio genovese o metropolitano (realizzazione della discarica di servizio di Scarpino 3 entro gennaio 2017; Fabbrica della materia a Scarpino 3 con impianto di selezione e biostabilizzazione del rifiuto indifferenziato residuo entro gennaio 2018 e impianto di trattamento del residuo secco entro gennaio 2019; biodigestore per il trattamento dell’organico da raccolta differenziata in area Cerjac, esterna a Scarpino 3 entro gennaio 2022), l’effettivo controllo del Comune di Genova su tutti gli atti riguardanti gli assetti societari. Inoltre, le parti si sono impegnate a rivedersi entro i 15 giorni successivi alla conclusione della manifestazione di interesse.

  • Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    AGGIORNAMENTO – 9 agosto 2016 – In risposta alla nostra inchiesta, in data 3 agosto 2016 riceviamo dagli uffici della Prefettura la seguente comunicazione: “In merito a quanto richiesto, si comunica che dal 2 maggio scorso è stato costituito presso questa Prefettura un gruppo tecnico di lavoro incaricato di procedere, ai sensi del d. lgs. 105/2015, alla revisione dei piani di emergenza esterna delle industrie a rischio presenti sul territorio provinciale. Il sito della Prefettura, pertanto, verrà aggiornato all’esito della revisione”. 

    La redazione di Era Superba ringrazia per la collaborazione e la comunicazione. Lasciamo ai lettori il giudizio sulla vicenda, rimanendo in attesa della pubblicazione dei nuovi PEE.


    iplom-petrolio-inquinamentoA cento giorni dal disastro, nulla sembra essere cambiato. Ad aprile, su queste pagine, avevamo denunciato come i Piani di Emergenza Esterna per gli impianti a rischio rilevante della provincia di Genova fossero scaduti, e quindi fuori norma; oggi nessuno di questi documenti risulta essere stato aggiornato. Come se nulla fosse successo.

    I PEE sono tutti irregolari, quando ci sono

    Come avevamo visto, sul territorio provinciale genovese sono collocati dieci impianti industriali, che, in base alla normativa vigente, sono considerati a “rischio rilevante”; secondo la legge, per ogni impianto del genere deve essere redatto e reso pubblico il cosiddetto Piano di Emergenza Esterno (PEE): un documento di evidenza pubblica dove sono affrontati tutti gli scenari di eventuali incidenti, e le probabili ripercussioni sul territorio limitrofo all’impianto. Un documento che secondo le normative comunitarie, assorbite dal nostro ordinamento, deve essere aggiornato ogni qualvolta siano introdotti fattori di novità sostanziale (nuove attrezzature, nuova impiantistica, nuovi depositi ma anche cambiamenti urbanistici e viari correlati di rilievo), o comunque al massimo ogni tre anni.

    Dieci impianti a cui corrispondono dieci PEE; solo in teoria però: nella pratica, infatti, sul sito web della Prefettura di Genova, responsabile della stesura di questi documenti, sono consultabili solo cinque di questi, e tutti sono scaduti, quindi non a norma. Cento giorni fa, quando per la prima volta ci imbattemmo in questa irregolarità, solo uno risultava ancora valido, quello relativo all’impianto di A-Esse s.p.a. di Cravasco: nel frattempo però è “scaduto” pure quello, esattamente il 7 luglio scorso.

    Degli altri cinque PEE non si sa nulla; sappiamo solamente che quello relativo all’impianto Iplom di Busalla risale al 2006 (quindi scaduto dal 2009) ed è in fase di aggiornamento, secondo quanto riferitoci dalla Prefettura, dalla quale siamo in attesa di risposte in merito.

    Il disastro continua

    Nel frattempo a Fegino procede la bonifica, non senza disagi per la popolazione della zona, che continua a documentare affioramenti di liquami contaminati e miasmi insopportabili, accentuati dal caldo estivo. A questa situazione si aggiunge la notizia della proroga per altri tre mesi della cassa integrazione per gli operai degli impianti Iplom, che continuano ad essere fermi: un altro “disatro” che coinvolge 240 lavoratori e le loro famiglie. Poche settimane fa è stato depositato in Procura un esposto, a nome del Comitato Spontaneo di Fegino, per indagare sul disastro; tra le potenziali anomalie sotto accusa anche gli interventi eseguiti subito dopo l’incidente. In questo caso, è lecito pensare che anche l’irregolarità del PEE possa avere un peso.

    Un disastro, quello di aprile, che continua quindi ad essere tale anche oggi, a distanza di oltre tre mesi. Molte cose sono state fatte, ma non tutte; rimaniamo in attesa di capire il perché di certi ritardi, e di vedere regolarizzate certe disposizioni, nella speranza che queste mancanze non debbano ricadere sulla pelle di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Voltri, il Comune chiude le porte al secondo mercato settimanale. Rabbia commercianti: “Tagliati fuori”

    Voltri, il Comune chiude le porte al secondo mercato settimanale. Rabbia commercianti: “Tagliati fuori”

    voltri-3Il secondo mercato settimanale a Voltri non si farà. L’incontro con l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, dello scorso 20 luglio ha avuto l’effetto di una doccia fredda sui commercianti dell’estremo ponente di Voltri, che hanno visto sfumare in men che non si dica l’opportunità di un nuovo mercato da tenere in piazza Caduti Partigiani. Poche settimane fa, abbiamo raccontato della crisi profonda in cui sono incappate le attività commerciali di via Camozzini, nell’ultimo tratto di Voltri e del ponente genovese. Un’area storicamente depressa dal punto di vista economico, ma che ha subito in modo drammatico gli effetti della frana di Arenzano dello scorso marzo. Il giro d’affari dei negozi della zona si alimentava del transito sull’Aurelia. Transito che si è drasticamente ridotto dopo la chiusura della statale che, a causa della frana, da ormai più di quattro mesi taglia letteralmente in due la Liguria.

    «È un’occasione a cui il Comune ha voluto chiudere la porta senza motivo». C’è tanta amarezza nelle parole dell’edicolante Fabio Boni, lo stesso che circa un mese fa esprimeva ottimismo e fiducia in una risposta positiva da parte di Palazzo Tursi. Al posto di quell’ottimismo ora c’è solo delusione per l’occasione mancata: «Siamo tagliati fuori – lamenta – per loro dobbiamo rimanere come siamo e dobbiamo morire qua».

    municipio-ponente-voltriLa questione si inserisce nel più ampio contesto di un clima di tensione tra gli ambulanti e l’amministrazione comunale. Lo scorso 26 luglio, durante un altro incontro a Palazzo Tursi, gli operatori di Aval (Associazione venditori ambulanti liguri) hanno protestato con forza principalmente per la mancata ricollocazione del mercato rionale. Al culmine della contestazione, gli ambulanti sono arrivati a chiedere le dimissioni di Piazza. A scatenare il malcontento nella categoria sono però anche le difficoltà di mantenere in piedi le attività per le tasse troppo alte e per la concorrenza degli abusivi. Ed è così che gli effetti della crisi generale del settore vanno a influire sulla “questione voltrese”.

    «Stiamo affrontando un generale calo delle bancarelle, in particolare a Ponente – ci spiega l’assessore Piazza – per questo, al momento non ci sono le condizioni per un secondo mercato settimanale». L’assessore precisa che i contatti con il Municipio 7 Ponente proseguono, ma i commercianti di via Camozzini sembrano aver perso la speranza di un sostegno concreto in tempi ragionevoli: «Ci hanno proposto forme di sostegno alternative come dei cartelli che indicano la presenza dei negozi o dei soldi per finanziare interventi nei locali – ci racconta Loredana, che possiede un negozio di orefici – ma non è quello di cui abbiamo bisogno». Le richieste dei commercianti sono le stesse di un mese fa: qualcosa che attiri persone nella zona ovest di Voltri ma che al tempo stesso non faccia concorrenza alle attività già presenti come, invece, farebbe la ventilata ipotesi di un mercatino di Coldiretti, che andrebbe a insidiare le attività locali di alimentari, peraltro la stragrande maggioranza nella zona. Un mercato settimanale in aggiunta e non in sostituzione a quello del martedì a Voltri sarebbe, per i commercianti, la soluzione ideale.

    «L’assessore ci ha spiegato che dei banchi di Voltri solo il 40% sarebbe in regola con le tasse – chiosa amaramente Boni – a questo punto non capiamo perché quelle bancarelle possano continuare a lavorare nella posizione attuale. C’è tanta confusione».


    Luca Lottero

  • Salone Nautico 2016, una società a maggioranza pubblica per rilanciare la nautica ligure

    Salone Nautico 2016, una società a maggioranza pubblica per rilanciare la nautica ligure

    salone-nautico-2016Dopo le recenti polemiche e i giri di giostra dei grandi nomi della nautica italiana, presentata ufficialmente la cinquantaseiesima edizione del Salone Nautico genovese, in programma dal 20 al 25 settembre. Un’occasione per analizzare i dati economici incoraggianti della scora edizione, ma anche per tentare di mettersi alle spalle i rancori degli ultimi mesi. L’uscita polemica di diversi operatori da Ucina (la divisione nautica di Confindustria, che si occupa dell’organizzazione dell’evento), infatti, ha proiettato diverse ombre sulla manifestazione, fiore all’occhiello di Genova e non solo, dalla quale ci si aspettano risultati positivi, in continuità con i dati economici incoraggianti ereditati dall’edizione passata. Un’attesa che ha il sapore della resa dei conti. I 50 milioni di contratti di leasing stipulati a valle del Salone Nautico 2015 segnano infatti una crescita del 44% nel numero di contratti, il cui valore medio è aumentato del 26%. Cifre stimolate dalla ripresa del settore, la cui crescita nel 2015 è stata del 12% ed è stimata intorno al 7,5% per il 2016, ma che potrebbe risentire delle scelte “politiche” di alcuni grandi cantieri navali. «Non ancora numeri da fuochi d’artificio, ma tantissimo rispetto agli zero virgola a cui siamo abituatirivendica la presidente di Ucina Carla De Mariaquello di quest’anno sarà un buon Salone».

    Per quanto riguarda il dietro le quinte, si cerca di minimizzare: poche battute per liquidare le polemiche sollevate da Nautica Italiana, l’unione degli operatori fuoriusciti da Ucina: «Non è scandaloso – sottolinea De Maria – che sia la società di riferimento del settore a organizzare i Saloni». Le fa eco il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti: «C’è bisogno di fare squadra per salvare il Salone – spiega – la politica ha fatto la sua parte, non si può dire lo stesso da parte del mondo produttivo, attraversato da egoismi e interessi particolari».

    In arrivo una “Newco”

    «Nulla è immutabile nella storia dell’uomo – aggiunge Toti – nemmeno il Salone Nautico a Genova, ma preservarlo e farlo crescere è interesse di tutti». Un punto di vista condiviso da De Maria: «Non difendo il Salone a Genova a priori – puntualizza la presidente – ma affinchè si sposti c’è bisogno che qualcuno lo superi, cosa che al momento trovo difficile. Alle istituzioni chiedo soprattutto concretezza, in passato a volte ci siamo sentiti soli, oggi ci sentiamo maggiormente supportati».

    Un supporto che si tradurrà in una newco, un soggetto giuridico a maggioranza pubblica che si occuperà del rilancio del Salone: «Una società che possa fare da sintesi tra le divisioni – spiega Toti – ma anche le professionalità presenti nel mondo nella nautica della regione. Il Salone di Genova ha una storia e una tradizione troppo importante perché qualche polemica lo getti alle ortiche». Porte aperte anche ai “ribelli” di Nautica Italiana: «Chi vuole fare del Nautico il teatro di una battaglia di categoria è fuori luogo e fuori tempo», conclude Toti rimandando a data da destinarsi la resa dei conti.

    E se fosse l’ultimo?

    Il grande percorso di avvicinamento al Salone Nautico, quindi, è partito, la cinquantaseiesima edizione potrebbe essere quella della rinascita o quella del fallimento di un settore mai diviso come oggi. Genova, la cornice elettiva di questa grande kermesse, non è mai stata così fortemente in discussione; la speranza è che questa edizione non debba essere ricordata come l’ultima.

    Luca Lottero

  • Emergenza rifiuti a Boccadasse. Municipio e Amiu: «Ci impegniamo a migliorare la situazione»

    Emergenza rifiuti a Boccadasse. Municipio e Amiu: «Ci impegniamo a migliorare la situazione»

    boccadasseIl bellissimo borgo di Boccadasse, è sommerso dai rifiuti. Dovrebbe essere una delle eccellenze genovesi dove convergono turismo e vita tranquilla per gli abitanti, invece il quartiere dei pescatori si sta trasformando in una discarica a cielo aperto. Eppure la candidatura di Boccadasse a diventare patrimonio Unesco è già stata inoltrata. Grazie alla denuncia di una nostra lettrice, scopriamo che da un mese più di venti bidoni della spazzatura stracolmi “animano” via Boccadasse, la strada che conduce alla spiaggia del vecchio borgo. «Abbiamo scelto di vivere in questa zona per la vicinanza al mare e per la tranquillità del quartiere. Ora la nostra qualità della vita è nettamente peggiorata» dicono gli abitanti del borgo marinaro. La situazione per chi ci vive è diventata insostenibile: «L’odore che aleggia nella strada è tremendo e abbiamo già avvistato topi e piccioni vicino ai bidoni». Il cumulo della spazzatura di notte raggiunge livelli esorbitanti; l’aspetto, secondo gli abitanti, è ormai di una vera e propria discarica: sacchi dell’immondizia giganteschi nei cassonetti dell’indifferenziata, odore di pesce e di rifiuti in decomposizione, scatole di cartone in misura abnorme ai lati della strada, plastica a non finire e sette bidoni di vetro con birre, lattine e taniche di olio. «Boccadasse è un luogo bellissimo e vorremmo che così restasse. Tutti noi speriamo che possa diventare patrimonio Unesco, ma il livello igienico ed ecologico deve tornare a essere sostenibile» concludono i residenti.

    Riorganizzazione dei cassonetti

    La riorganizzazione dei cassonetti è stata predisposta di recente dopo l’allarme rifiuti nella spiaggia del borgo marinaro. Una decisione presa dal Municipio Medio Levante per preservare e migliorare l’area turistica e balneare. «Si è deciso insieme ai commercianti e alla Pro Loco di Boccadasse di spostare tutti i contenitori dei rifiuti in Via Bocciasse» spiega a “Era Superba” Alessandro Morgante, presidente del Municipio. Dopo le segnalazioni dei mesi passati degli abitanti che lamentavano un livello esorbitante di spazzatura nel lido di Boccadasse, il Municipio di Medio Levante, in accordo con i commercianti del borgo, ha aumentato il numero di bidoni concentrandoli in un’area a monte del quartiere, ben lontano dal mare. «Abbiamo voluto compattare i cassonetti in un’unica zona – aggiunge Morgante – per mantenere il borgo più ordinato, contando come sempre su un servizio di raccolta rifiuti efficiente». I cassonetti, che fino a pochi giorni fa si trovavano direttamente nella spiaggia e quelli che erano posizionati in fondo alla scalinata di congiungimento tra via Felice Cavallotti e il borgo marinaro, ora si trovano tutti in cima a via Boccadasse. «Si può migliorare la situazione – aggiunge Morgante – ed è un impegno che mi prendo con i cittadini. Purtroppo è difficile trovare subito la ricetta perfetta che accontenti tutti».

     Amiu a Boccadasse

    rifiuti boccadasseSecondo Amiu la ricollocazione dei contenitori della spazzatura in un’unica zona è una soluzione transitoria, presa proprio in funzione della recente candidatura di Boccadasse a diventare patrimonio dell’umanità. «Per diventare patrimonio Unesco bisogna rispettare determinati requisiti e mantenere il più salubre possibile il territorio – ci spiega Luca Zane, portavoce di Amiu – per questo i cassonetti sono stati spostati tutti in via Boccadasse alta». Nonostante la riorganizzazione dei bidoni, Amiu ha garantito che le frequenze di svuotamento in questi mesi sono rimaste invariate. «Un’unica postazione di rifiuti è sicuramente più difficile da gestire – continua Zane – spesso diventa terra di nessuno, in cui tutti coloro che passano si sentono legittimati a lanciare qualsiasi tipo di rifiuto, giorno e notte, senza nemmeno pensare alla raccolta differenziata. Ma di certo non possiamo mettere qualcuno a sorvegliare l’area».

    Martedì 26 luglio è previsto un sopralluogo tecnico da parte di Amiu, in collaborazione con il Municipio, per trovare una soluzione e salvare capra e cavoli, rientrare negli standard imposti dall’Unesco e non creare problemi agli abitanti. «Speriamo in futuro di risolvere il problema in modo definitivo con la raccolta porta porta» si augura Amiu, ricordando l’obiettivo principale del nuovo piano della raccolta dei rifiuti a Genova.
    Il progetto ad oggi è già partito nella zona di Colle degli Ometti a Quinto e a Quarto alta, ottenendo oltre l’80% di raccolta differenziata, con fortune alterne: molto bene a Quinto, molto male e con tante contestazioni a Quarto. «Questa è una rivoluzione per la raccolta dei rifiuti – conclude Zane – ci permette di tracciare e monitorare il comportamento dei cittadini e correggerlo quando necessario». La raccolta porta porta si espanderà con le stesse modalità nel levante genovese, nella Valpocevera e a Voltri. Mentre nelle altre zone di Genova verranno attuate diverse soluzioni ma sempre personalizzate per permettere ad Amiu di valutare la condotta dei cittadini per quanto riguarda la raccolta differenziata.

    Elisabetta Cantalini 

  • Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    Migranti, l’accoglienza della Chiesa di Genova. In arrivo 6 profughi a Santa Maria della Vittoria

    santa-maria-vittoria-mura-angeliIl quartiere di Mura Angeli, nella Sampierdarena arroccata sulle colline, poco prima del cimitero della Castagna, è una sorta di piccolo borgo a sé stante. Il nome stesso in realtà non è ufficiale ma è stato dato dagli abitanti, dato che la “via principale” di questa sorta di paese nella città è via Mura degli Angeli.

    In questa realtà circoscritta, uno dei punti di riferimento, assieme ai bar e ai giardinetti, è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un edificio dalle forme oggettivamente sgraziate ma molto caro ai residenti, che probabilmente già da questa sera, ospiterà 6 migranti.

    Don Gianni Grondona, parroco di Santa Maria della Vittoria, ex missionario e assistente spirituale della comunità “San Benedetto al Porto” di Don Gallo, ha accettato di rispondere all’appello lanciato dall’associazione diocesana Migrantes e di rendere questa casa di Dio, un rifugio per chi scappa da guerra e povertà. «I ragazzi avranno l’impegno di formare comunità tra loro e di inserirsi nell’ambiente del nostro quartiere» ci dice nella luminosa sagrestia in cui ci riceve, «ognuno di loro avrà poi un impegno specifico che stiamo ancora definendo, sotto forma di borsa lavoro e anche questo servirà a rendersi più autonomi, per imparare a gestirsi e anche per dare più dignità ai servizi che faranno». Non mero assistenzialismo dunque, ma un processo di integrazione ragionato e serio.

    Processo che riguarda tutte le parrocchie genovesi che siano disponibili ad aprire i cancelli del proprio sagrato, con il coordinamento dell’ufficio diocesano Migrante, il cui responsabile è don Giacomo Martino. E’ lo stesso sacerdote che ci aiuta a capire come è organizzata l’accoglienza ecclesiale.

    bagnasco-migranti-profughiQuante parrocchie in Genova portano avanti progetti di accoglienza come quello che tra poco ospiterà Santa Maria della Vittoria?
    «Al momento questa è la terza parrocchia (le altre due sono Nostra Signora delle Vigne, in centro storico, e San Giacomo, a Cornigliano, ndr), però ci sono già altre cinque parrocchie che entro la fine dell’estate sono pronte a fare questo bel gesto concreto di accoglienza». 

    Quanto e perché nasce Migrantes?
    «Nasce oltre 28 anni fa a livello nazionale insieme con quello che è il vero inizio della migrazione come fenomeno. Parte come fondazione nazionale, poi si sviluppano le sue ramificazioni all’interno delle varie diocesi per dare un’accoglienza a quelle che sono le comunità religiose di migranti residenti nel nostro territorio, in particolare quelle comunità cattoliche per le quali si vuole dare un’accoglienza anche di Chiesa; persone che vengono da posti diversi, che pregano in modo diverso e che, giustamente, devono trovare un po’ del loro modo di essere Chiesa anche qui da noi».

    Si rivolge solo agli immigrati cattolici o è di portata più generica?
    «Beh in realtà il punto di partenza è quello, un’attenzione dedicata alle comunità religiose; poi naturalmente, di fronte a un Dio che non fa differenza tra le persone, cerchiamo di essere davvero aperti a tutti e, soprattutto, di aiutare per quanto possibile tutti coloro che in qualche modo si sentono ancora stranieri nelle nostre città».

    Qual è la tendenza verso questa accoglienza in Liguria, estendendo un po’ il campo di analisi? È crescente, in diminuzione, vorrebbe di più, temeva di meno…?
    «Diciamo che la Liguria, contrariamente a quello che è un po’ il pensiero comune anche di noi liguri verso noi stessi, è estremamente accogliente. È giusto quindi, credo, per la gente dare una progettazione e un significato a questa accoglienza, strutturandola per renderla efficace. Questo vivere in perenne emergenza fa male a tutti».

    Migrantes opera sotto direttive della curia o è una realtà a parte?
    «È una realtà ecclesiale. Questo progetto di accoglienza concreta, in particolare, nasce in un supporto al di fuori di quelle che sono le nostre originarie missioni che ci vengono affidate. Recentemente, a livello ligure ci siamo incontrati con i responsabili dell’ufficio missionario della Caritas e di Migrantes proprio per tentare di fare un lavoro insieme».

    Domanda provocatoria: se uno dei doveri di un sacerdote è l’obbedienza e il papa poco tempo fa ha proprio chiesto di accogliere, perché non lo fanno tutti i preti?
    «Beh indubbiamente l’accoglienza può essere espressa in tanti modi. Lo dico sinceramente: ci sono effettivamente a volte impossibilità ad accogliere date dalla mancanza di spazi o incapacità personali a essere direttamente coinvolti sul campo; ci sono persone che in un qualche modo possono per sensibilità essere diversamente accoglienti. Credo che, però, la parola del papa circa la necessità di accogliere non sia stato un ordine quanto un invito; ma un invito molto, molto, molto dettagliato».

    Ai rifugiati Migrantes dà delle mansioni, degli indirizzi, li coinvolge in attività…?
    «Noi cerchiamo di eliminare ogni assistenzialismo, di creare un popolo nuovo che abbia sempre maggiori opportunità di interazione col territorio, con le altre persone. Cerchiamo di non generare solo grandi “case” ma di scendere attraverso le parrocchie nella particolarità di una realtà piccola, in una relazione che è fondamentale. Dico un popolo nuovo perché, proprio come diceva il papa durante la giornata del rifugiato a gennaio, l’accogliere l’altro indubbiamente fa sì che noi accogliamo e l’altro si adegui un po’ al luogo dov’è accolto, ma è altrettanto vero che anche noi dobbiamo cambiare perché accogliere l’altro vuol dire cambiare, diventare un po’ come l’altro».

    Il Comune e gli enti pubblici in generale collaborano con voi nella gestione di questa delicata questione, oppure vi lasciano a “briglia sciolta” e, diciamolo, anche un po’ da soli?
    «L’iniziativa è a livello europeo, le opportunità sono date anche da una sorta di progettazione europea che purtroppo, secondo me, ancora oggi è troppo emergenziale e troppo poco strutturata, per cui davvero in ogni anno ci si trova, in questo periodo in modo particolare, con situazioni difficili da affrontare. L’altra sera ero a vedere la partita di pallone al palasport con oltre 150 ragazzi ospitati lì che attendono di trovare una collocazione e questo credo che debba essere completamente rovesciato. Recentemente in un incontro col Comune, che ci sta concedendo degli spazi dove vorremmo fare una sorta di campus formativo per i nostri ragazzi, si stava dicendo che si dovrebbe passare dai centri di accoglienza in emergenza, che si chiamano CAS, a quelli invece che hanno una progettazione di maggiore inserimento nel territorio, che si chiamano SPRAR. Oggi le parti sono invertite rispetto a quanto sarebbe ottimale, più del 90% è ai CAS e meno del 10% è agli SPRAR, dovrebbe essere il contrario».

    L’accoglienza delle parrocchie è unicamente legata a quelle che sono le scelte, i suggerimenti, le richieste di Migrantes o può anche essere un’iniziativa spontanea del parroco?
    «La Cei per queste iniziative ha prodotto un vademecum interessante. Si tratta comunque di progetti che prevedono un iter che ha un altissimo controllo da parte della prefettura. È necessario non solo avere un’importante esperienza ma anche darsi una struttura che, forse, una singola parrocchia non riuscirebbe a fare o rischierebbe di fare con un modo così particolare che non sarebbe poi effettivamente utile per chi viene accolto».

    A denti stretti: lei crede nella possibilità che l’integrazione davvero in Italia possa diventare effettiva e che non si finisca invece come in America, dove dopo 150 anni di coabitazione etnica ancora adesso hanno luogo violenti scontri razziali?
    «Ci sono mille numeri, mille statistiche. Sentivo un economista che diceva che le forti migrazioni poi bilanciano l’andamento economico del paese, oppure altri che evidenziano il problema demografico in Italia per cui ogni anno la differenza fra nati e morti è di 450.000 persone, ma francamente non mi aiutano molto i numeri. Forse sono un po’ idealista, ma credo che gli italiani abbiano delle belle risorse di accoglienza e culturali che, sicuramente a fatica, sicuramente con qualche incidente, potranno dare buoni frutti. Credo e spero che, in questo, davvero l’Italia possa essere ancora una volta un esempio di accoglienza, così come a nostra volta siamo stati, forse non sempre benevolmente ma, accolti».

    Sorge spontaneo il timore, in un periodo di rischio continuo di scontri etnici e di tristissimi fatti di razzismo che colpiscono anche il nostro paese (l’ultimo e il più vicino a noi è l’aggressione, pochi giorni fa, per motivi unicamente razzisti di sei italiani ai danni di un senegalese diciannovenne a Imperia mentre rincasava dal lavoro), che possa verificarsi un qualche incidente in grado di rendere un bel esempio di accoglienza (e coerenza ideologica) un pretesto per aumentare il tono di voce per chi vive di slogan xenofobi. Don Gianni, parroco di Santa Maria della Vittoria, ci risponde con un sorriso: «Con la paura non si va da nessuna parte» replica sereno. Non si scompone nemmeno quando lo provochiamo sottolineando che qualcuno potrebbe urlare indignato “prima gli italiani”. Il sacerdote ricorda, infatti, che le parrocchie già pongono in essere numerosi servizi di assistenza agli indigenti, di qualunque etnia, sul territorio, come la distribuzione di pacchi viveri e indumenti. «Poi, se vuoi la risposta da prete – conclude – il vangelo di domenica scorsa diceva che un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…non diceva che era un uomo straniero, che era un uomo italiano, che era un uomo povero o che era un uomo ricco, che era bravo o che era cattivo; era un uomo, e quindi un uomo ha bisogno, un uomo si accoglie».

    Alessandro Magrassi