Sono sessantacinque le prossime candeline sulla torta del Teatro Stabile di Genova. «Lo Stabile è stato, ed è tutt’ora, un’istituzione culturale della città – dice l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla – un teatro che offre spettacoli qualità a un pubblico sempre numeroso». I numeri crescono e non solo quelli che siglano l’età, ma anche quelli riferiti al pubblico. Nonostante gli anni passino, le persone che rimangono affascinate dal cartellone sempre più ricco di appuntamenti prestigiosi sono migliaia. Nei tre giorni dall’apertura del botteghino gli abbonamenti venduti sono oltre il doppio di quelli venduti l’anno passato nella stessa data; addirittura in questi giorni per accaparrarsi la fidelizzazione alla stagione teatrale 2016/2017, bisogna fare la fila, nonostante siano quattro gli sportelli aperti. «La gente davanti all’ingresso della Corte che attende il rinnovo dell’abbonamento o semplicemente vuole comprare un solo biglietto, è il segnale del rapporto positivo che abbiamo con il nostro pubblico» dice il direttore del teatro, Angelo Pastore.
A dar conferma del valore del Teatro sono anche le 575richieste di partecipazione alle selezioni per il prossimo corso della Scuola di recitazione dello Stabile «Tutti questi dati positivi e in aumento confermano la natura dello Stabile – conclude Sibilla – non solo, contribuiscono anche a rendere Genova un modello trainante per le altre città».Con numeri in aumento si festeggerà ancora meglio il compleanno dello Stabile di Genova; per l’occasione dal 17 al 24 ottobre è stata organizzata una settimana tutta dedicata alla storia passata, recente e futura del Teatro. Un racconto lungo sette giorni, ricco di appuntamenti, mostre, incontri in diversi luoghi della città, con una grande festa di piazza intorno alla sede del Teatro ed un compleanno in diretta televisiva. «Sarà una festa di persone mature che rappresentano un teatrovivo, persone che vogliono raccontare, quello che è stato e quello che sarà». Conclude Pastore.
Programma della settimana di festa
Il primo appuntamento è fissato per il 17 ottobre, alle 11, con l’inaugurazione della mostra fotografica degli spettacoli del Teatro Stabile di Genova. Al Museo Biblioteca Attore sarà allestita “65 anni d’immagini”, un’esposizione di foto che ricordano e raccontano la storia del teatro. Gli appuntamenti della giornata non finiscono qui, alle ore 12 si terrà il convegno “Dal piccolo teatro della città di Genova allo Stabile: interrogare la memoria del pubblico e dei testimoni” e alle 18 verrà inaugurata la mostra di costumi teatrali “Vestire la vita”, presso La Rinascente.
Il 18 ottobre si apre alle 16, 30 con il convegno “65 anni fa. Il Teatro Stabile”presso il Museo biblioteca Attore; alle 20, 30 alla Corte andrà in scena, in prima nazionale, “La cucina”, di Arnold Wesker, preceduta dagli ‘auguri’ del Coro del Carlo Felice.
La serata termina con videomapping, spettacolari proiezioni di immagini in 3D sull’edificio del Teatro della Corte.
Altra prima nazionale il 19 ottobreal Duse con “Il borghese gentiluomo” di Molière. Lo spettacolo sarà anticipato dall’anteprima musicale a cura del Conservatorio, nel foyer del teatro Duse, sarà. Alle 17, 30 dello stesso giorno, nel Foyer della Corte, si terrà l’intervista tripla a Carlo Repetti, Angelo Pastore e Marco Sciaccaluga “Lo Stabile c’era, c’e’ e ci sarà”.
Il 20 ottobre, l’appuntamento è fissato alle 17,00 al Teatro Duse, con l’evento “Quando lo Stabile era piccolo… Pagni era già grande!”. In questa occasione il sindaco di Genova Marco Doria consegnerà il Grifo, Eros Pagni, uno degli attori che contributo a fare la storia dello Stabile.
Gli appuntamenti per il 21 ottobre sono due, il primo alle 17.30 presso il Foyer del Teatro della Corte, con “Magnetica Mariangela” la presentazione del libro fotografico di Tommaso Le Pera. Il secondo è alle 21 con “Buon Compleanno Stabile”, la festa in diretta da Primocanale.
La giornata conclusiva della settimana sarà quella del 22 ottobre, che comincerà alle 9.30 nell’aula magna della Scuola di scienze umanistiche dell’Università di Genova, con il convegno “Ivo Chiesa: la via genovese alla ‘stabilità’ teatrale”. Alle 15,30 nel salone del Sole di Palazzo Rosso, si terrà il convegno “Fare teatro in Italia. In che senso?”, un modo per riflettere sui percorsi e prospettive per l’Italia e l’Europa. La festa si concluderà con “Lo Stabile per la città”, la recita degli spettacoli, alla Corte e al Duse, aperta alle Associazioni di volontariato della città.
Innovazione e tradizione allo Stabile
Lo Stabile di Genova, al compimento del suo sessantacinquesimo compleanno, è sempre pronto a rinnovarsi e costruire un grande futuro. «Spiazzare e spaziare» dice il presidente Gian Enzo Duci. Lo Stabile è pronto a far convergere linguaggi innovativi e quelli tradizionali «spaziare tra le fasce d’età, spiazzare con l’utilizzo di strumenti moderni – conclude Duci». I videomapping in 3D, televisione e altre forme di comunicazione moderne racconteranno la storia del teatro che ha radici antichissime. A rendere ancora più contemporaneo lo Stabile sono stati anche i ragazzi dell’Accademia di belle arti che quest’estate hanno creato il logo dei sessantacinque anni del Teatro.
Tracciare un “percorso sinergico” perdisegnare un progetto di recupero dei “beni Canfarotta” confiscati definitivamente alla mafia nel febbraio 2014 nell’ambito dell’operazione “Terra di Nessuno” della Dia (Direzione investigativa antimafia) balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009. E’ quanto emerso ieri in Prefettura a Genova durante la riunione del Nucleo di Supporto dell’Agenzia Nazionale beni sequestrati alla criminalità organizzata. Gli immobili che compongono il patrimonio sottratto dalle mani mafiose sono più di 100, quasi tutti dislocati nel centro storico genovese. Si tratta della più grande confisca del nord Italia, per un valore complessivo di quasi 4 milioni di euro, suddiviso in 115 beni immobiliari, di cui 96 nel territorio genovese, attualmente di proprietà dello Stato nell’ambito dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati.
Viene dunque ufficializzata l’opportunità alla cittadinanza di riappropriarsi di spazi e luoghi a lungo utilizzati per finalità illecite, nonché l’occasione per favorire il recupero di un contesto territoriale connotato da elementi di disagio e degrado. E dopo più di due anni di attesa è stata messa in atto la legge 109/96, che stabilisce che “i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati”. Saranno, infatti, cittadini e associazioni le parti attive del progetto di recupero del centro storico genovese.
Per accorciare i tempi e rendere rapida l’attuazione dell’utilizzo del patrimonio confiscato, verrà a breve convocato un tavolo tra Prefettura, Regione, Città Metropolitana e Comune di Genova dove sarà redatto il progetto di recupero. Si comincerà dallo studio di fattibilità tecnica su circa la metà dei beni per poi attribuire una destinazione diversificata a ogni unità immobiliare. Alcune saranno a uso commerciale, altre per fini socio-abitative e culturali, tutte imprescindibilmente idonee a promuovere la riqualificazione dell’area interessata. Un progetto che costituirà la base per accedere ai fondi di finanziamento comunitario.
A luglio scorso si era anche parlato di trasformare alcuni immobili in un albergo diffuso tra vico Rosa, vico Pepe e vico Portanuova, nel sestiere della Maddalena, per un investimento complessivo di 1,7 milioni di euro. Secondo le prime ipotesi la realizzazione di questo progetto include: la riqualificazione di 7 locali a piano terra per un costo di 350 mila euro; 3 appartamenti più un magazzino in vico Gattagà 5, per 410 mila euro; 4 appartamenti in vico Angeli 7, per 404 mila euro; 3 appartamenti in vico Chiuso degli Eroi per 215 mila euro; altri due lotti rispettivamente di 8 e 6 alloggi sparsi in centro storico per un totale di 14 beni immobiliari e un investimento complessivo di oltre 1 milioni di euro. Non solo, il Comune di Genova aveva già manifestato l’intenzione di acquisire 46 immobili tra la Maddalena e piazza delle Erbe.
Durante la riunione in Prefettura è stata anche decisa una collaborazione tra l’amministrazione genovese e le iniziative già in atto nel centro storico per privilegiare la messa a punto dei progetti esecutivi di più immediata realizzazione. In questa fase saranno coinvolte anche le realtà che operano nei settori della lotta alla criminalità organizzata e della promozione della legalità, del contrasto al degrado e della promozione della riqualificazione urbana, nonché del sostegno alle categorie disagiate.
Con 17 voti contrari, 16 a favore e 4 astenuti il Consiglio Comunale respinge la delibera che avrebbe prorogato di un anno i termini della fidejussione a carico dell’amministrazione per la gestione del 105 Stadium. Una fideiussione posta a garanzia del mutuo acceso nel 2002 dalla General Productions srl per la realizzazione e la gestione dell’impianto polifunzionale della Fiumara. In questo modo, la giunta Doria (il sindaco non era presente in aula) subisce ancora una volta veti incrociati della Sala Rossa. Al rientro dalle ferie, quindi, si torna alla “normale” battaglia politica che ad oggi ha accompagnato tutto il ciclo amministrativo.
Numeri e dubbi
Lo scontro nasce dalla richiesta, da parte di General Production srl all’Istituto del Credito Sportivo, di traslare di 12 mesi il piano originario di ammortamento del credito, allungando quindi la necessità di copertura della garanzia messa in campo dal Comune di Genova. Non è la prima volta che questa società fa una simile richiesta: nel 2013 venne già concessa una proroga che posticipò la data di estinzione del mutuo al 31 marzo 2020.
Il Consiglio Comunale ha però respinto la nuova richiesta tra le polemiche. L’argomento è stato oggetto di una recente commissione che non ha portato i chiarimenti richiesti da alcuni consiglieri: i bilanci della azienda, infatti, non sono conosciuti e non sono stati portati in aula per lo studio della situazione. Un caso che ha molti lati “oscuri”: se da un lato, infatti, la scelta fatta nel 2001 ha permesso alla città di avere una struttura polivalente che prima non aveva, in un’area della città all’epoca da riqualificare, dall’altro lato la gestione della concessione non sembra essere ad oggi così vantaggiosa per le casse del Comune, che dalla concessionaria incassa un canone annuale simbolico di 500 €, contro i 900.000 € di affitto che vengono richiesti dalla General Productions alla Virgin per la locazione dei locali della palestra. «Se la società non potesse pagare il mutuo, ad oggi il Comune dovrebbe garantire quanto ancora non pagato – ha affermato il consigliere Andrea Boccaccio del M5S, prima del voto – cioè circa 2 milioni di euro, tornando però in possesso del bene 13 anni prima del previsto, potendo subito incassare gli affitti che oggi vengono versati per l’uso dell’impianto». Cioè circa 11 milioni, con il canone attuale, spalmati da qua al 2031, anno di scadenza della concessione. Senza contare che gli oltre 7 milioni della fidejussione sarebbero sbloccati anzitempo.
I conti non tornano
Il contratto di concessione fu stipulato nel 2001, sotto la giunta Pericu, con validità trentennale. Per la realizzazione dell’opera le casse del Comune di Genova sborsarono 18 miliardi di lire a fondo perduto, più 14 miliardi di lire a titolo di garanzia. Ad oggi non sappiamo quanto la General Productions abbia guadagnato dalla gestione dell’ infrastruttura polifunzione della Fiumara, l’unica a Genova di questo tipo.
A votare contro la delibera i consiglieri Balleari e Campora del Pdl; Putti, Boccaccio, De Pietro, Muscarà e Burlando del M5S; Baroni, De Benedictis e Mazzei del Gruppo Misto; Musso Enrico, Musso Vittoria per Lista Musso; Bruno e Pastorino per Federazione della Sinistra; Gioia e Repetto per Udc; Piana per Lega Nord. A favore invece Farello, Canepa, Guerello, Lodi, Pandolfo e Veardo del Partito Democratico; Pignone, Comparini, Gibelli, Nicolella, Padovani e Pederzolli di Lista Doria; Grillo per il Pdl, Chessa di Sel, Malatesta e Anzalone del Gruppo Misto. Astenuti: Caratozzolo e Gozzi di Percorso Comune e Salemi di Lista Musso. Per la cronaca, questo risultato è arrivato con la seconda votazione, poiché la prima, che aveva visto vincere il sì 14 a 13 (con 6 astenuti) è stata annullata in seguito alla confusione generata da diversi cambi di voto in itinere. Dopo le proteste di alcuni consiglieri, si è proceduto con il secondo conteggio che ha ribaltato il risultato.
Con questo voto per il Comune non cambia molto: la palla adesso passa all’Istituto del Credito Sportivo che dovrà valutare cosa fare. Con la mancata approvazione della delibera i termini della fidejussione rimangono al 2020, e quindi anche il mutuo potrebbe rimanere invariato. Saprà la General Productions srl fare a meno di questa proroga? Staremo a vedere. Rimane il dato politico: ancora una volta la giunta Doria non ha i numeri in Sala Rossa. Gli ultimi mesi di questo ciclo amministrativo saranno senza dubbio intensi: la battaglia politica per le amministrative del 2017 è appena incominciata.
Passata la tempesta (giudiziaria), Amiu e Comune si attrezzano per ripulire Genova, chiamando a raccolta anche la cittadinanza attiva. L’obiettivo è avviare fin da subito un’attività straordinaria per la rimozione dei rifiuti ingombranti in attesa che, entro la fine dell’anno, si concluda la gara per l’assegnazione del servizio ad una nuova ditta appaltatrice. Come è noto, infatti, in seguito all’inchiesta che in primavera ha travolto la principale ditta subappaltante, la Switch 1988 spa, il ritiro degli ingombranti porta a porta è sospeso dallo scorso mese di marzo e chi deve disfarsi di un mobile o di un qualsiasi altro rifiuto voluminoso è costretto a portarlo in una delle quattro isole ecologiche della città. Oppure ad affidarsi al camioncino EcoVan che da solo, tuttavia, non può minimamente fare fronte alla richiesta, come d’altra parte ammette lo stesso assessore all’Ambiente, Italo Porcile: «Nel bando di gara degli ingombranti si parla di 5250 pezzi da ritirare al mese, vale a dire circa 250 al giorno. Impossibile per un solo furgone».
Contestualmente al lancio del piano di pulizia straordinaria che coinvolgerà tre cooperative – una per il Ponente, una per il Centro ed una per il Levante – incaricate di intervenire in tutta la città in coordinamento con Amiu e in base alle priorità indicate da ciascun Municipio, lo stesso Porcile ha anticipato i contenuti di una delibera che prevede un sostegno economico concreto a supporto dei progetti di cittadinanza attiva per il decoro urbano: «In questa fase è per noi di vitale importanza l’apporto che viene dai comitati e dalle associazioni di cittadini. Oltre che ringraziarle, dobbiamo garantire a queste persone i servizi di supporto necessari, assicurando loro il ritiro dei materiali raccolti nella pulizia di strade, parchi, giardini e spiagge». Concretamente, le organizzazioni di privati cittadini interessate a dare una mano dovranno rivolgersi al proprio Municipio di riferimento il quale, di concerto con il Comune, individuerà le iniziative più meritorie. «Le risorse che andremo a destinare a questo servizio dipenderanno dalle segnalazioni che ci arriveranno dal territorio, ma immagino che complessivamente la cifra ammonterà a circa 100mila euro da qui alla metà del prossimo anno», prevede Porcile.
Il coinvolgimento dei cittadini, infatti, andrà avanti anche dopo il superamento dell’attuale fase di emergenza e porterà all’istituzione di un “Patto per la Bellezza” che dovrebbe prevedere, oltre ad una definizione strutturale della collaborazione tra Comune e privati, anche una serie di iniziative sul piano della comunicazione e della sensibilizzazione. «Anche da questo punto di vista – conferma l’assessore all’Ambiente – c’è ancora molto da fare. Al di là di chi viola consapevolmente le regole in materia di smaltimento dei rifiuti e per i quali servono solo adeguate sanzioni, infatti, molti non hanno ancora la piena coscienza del fatto che la raccolta differenziata non è solo un comportamento virtuoso, ma anche un obbligo di legge». La delibera anticipata oggi da Porcile sarà portata in giunta giovedì, assieme a quella per l’avvio del piano di differenziata spinta, che questa volta include anche il porta a porta. Secondo quanto riferisce lo stesso assessore, infatti, la sperimentazione avviata nelle alture del Levante sta dando gli esiti sperati e, in un quadro di riforma complessiva del sistema di raccolta, sarà implementata ad altre aree della città.
Il presidente di Amiu, Marco Castagna, traccia invece la road map per il ripristino del servizio di ritiro degli ingombranti: «La gara partirà entro la fine di questa settimana e prevediamo che si concluda entro la fine dell’anno, in modo da rendere il servizio operativo già da gennaio 2017. Il nuovo appalto durerà due anni e recupererà i diciotto addetti utilizzati dalla ditta precedente, altri sedici saranno invece reimpiegati tramite la gara per il ritiro della carta conferita nei bidoncini da 240 a mille litri: anche questa partirà a breve e avrà durata di sei mesi più altri sei rinnovabili. Complessivamente, quindi, saranno nuovamente impiegate 34 persone che già erano impegnate nel precedente appalto, applicando così la clausola sociale di salvaguardia dei lavoratori ex Switch e Giglio».
Sempre a proposito della carta, Comieco, vale a dire il consorzio incaricato del riciclo, ha annunciato che per i prossimi tre mesi destinerà alle popolazioni terremotate 70 euro per ogni tonnellata di materiale raccolto: «Una ragione in più per incentivare i cittadini ad un comportamento virtuoso, perché facendo una buona raccolta differenziata sarà possibile accantonare qualche milione di euro per le popolazioni colpite dal sisma», è l’appello di Castagna, che in generale invita i genovesi a proseguire con le loro segnalazioni delle principali criticità esistenti nei quartieri. L’ultimo punto toccato dal presidente di Amiu, riguarda il rapporto con le attività economiche. «Per contrastare l’abbandono dei rifiuti ingombranti, organizzeremo a breve un vertice in Camera di Commercio in cui sensibilizzare le imprese ad avvalersi delle isole ecologiche dove, è bene ribadirlo, è possibile conferire in maniera assolutamente gratuita. Basta essere in possesso del necessario patentino».
La chiave di volta per la riqualificazione dell’ex caserma Gavoglio nel quartiere del Lagaccio, sta nella scrittura dei bandi. «Se non sono condivisi, si rischia il flop»: il monito è di Enrico Testino, membro di “Progettare la città”, una delle numerose associazioni che si occupano di promuovere i percorsi di valorizzazione della Gavoglio. Se da una parte finalmente si è partiti con i progetti per restituire l’area del Lagaccio alla cittadinanza, lo scivolone potrebbe essere dietro l’angolo. Scenario da evitare, è evidente, ma che può essere arginato proprio con la condivisione di tutte le realtà nel mettere insieme quelle parole che porteranno a un progetto complessivo vero e proprio.
Andiamo con ordine: intorno a metà luglio il Comune di Genova ha depositato presso Soprintendenza e Demanio il programma di valorizzazione, necessario per avere il via libera per consegnare l’area a titolo gratuito a Tursi. La strada per la riqualificazione della Gavoglio è molto lunga, e non a caso il programma è un corposo documento da oltre cinquecento pagine. Per questo motivo da “Progettare la città” arriva un messaggio forte e chiaro: se il Piano Urbanistico Operativo e i bandi non saranno scritti in modo condiviso e trasparente, il rischio è che proprio quei bandi cadono nel vuoto. Tornando al programma di valorizzazione, gli scenari che si prospettano sono due e con due diversi impegni economici. Il primo vale 69 milioni di euro e prevede più spazi liberi, mentre il secondo, che vale circa 78 milioni, prevede più volumi relativi a costruzioni. Quello che ad oggi appare sicuro, è lo spazio dedicato ad un parco pubblico, che tutto il quartiere ha chiesto con forza sin dall’inizio. Sarà il Consiglio comunale a decidere quale sarà l’opzione da seguire; l’obiettivo, naturalmente, sono i finanziamenti europei da intercettare.
Gli elementi del progetto
Secondo il progetto di valorizzazione dell’ex caserma, ci sono alcuni elementi certi che restano uguali in tutti e due gli scenari previsti: un parco urbano nella parte centrale dell’area e nella valletta del rio Cinque Santi, il recupero degli edifici sottoposti a vincolo, la riqualificazione dei percorsi e degli spazi storici interni al compendio, il recupero delle cortine murarie storiche che delimitano l’area, il mantenimento e la riqualificazione di una parte degli edifici, il potenziamento dei percorsi pedonali interni e di raccordo con l’area del parco del Peralto e la demolizione dei due capannoni in uso all’istituto idrografico della Marina Militare. Nel frattempo qualcosa si muove: nei giorni scorsi il Comune di Genova ha promosso due eventi aperti alla cittadinanza proprio all’interno del compendio. Non tutti, però, sono contenti di come sono andate le cose: «In uno dei due eventi è stato invitato a parlare un esperto di condivisione – spiega Testino – ma Tursi ha invitato solo le dodici associazioni di Rete Casa Gavoglio. Questa non è vera condivisione, anzi siamo di fronte a un paradosso”.
Una lacerazione tra realtà territoriali che potenzialmente potrebbe danneggiare il percorso di condivisione con tutta la città fatto fino ad oggi: «Non credo che questo sia uno stop finale alla partecipazione – conclude Enrico Testino – piuttosto penso che si sia solo arenata». Le speranze che si torni a essere uniti ci sono ancora, l’occasione è proprio la scrittura dei bandi: «Potrebbe essere questa una nuova, entusiasmante esperienza».
Torna a Genova il marchio americano Blockbuster, un brand che ha segnato la cultura cinematografica “home video” delle generazioni passate.
L’idea nasce da Academy Two, la società madre di Circuito Cinema Genova che da tempo gestisce la distribuzione di film di qualità in tutta Italia. «Quando abbiamo scoperto che esisteva il progetto di riaprire negozi Blockbuster in Italia – dice Alessandro Giacobbe, amministratore di Academy Two e Circuito Cinema Genova – abbiamo subito aderito». Il “re del noleggio film” americano non è tornato solo a Genova ma in diverse città italiane; nonostante questo, la Superba ha ottenuto un primato: «Siamo gli unici ad aver riaperto Blockbuster all’interno di un cinema» spiega con orgoglio l’amministratore. A fine agosto, nei locali del cinema Sivori, nel pieno centro del capoluogo ligure, è stato infatti allestito e aperto al pubblico il nuovo Blockbuster Village, un archivio di film del passato e di quelli recenti. L’inaugurazione ufficiale non c’è ancora stata ma l’organizzazione garantisce che è in programma a metà settembre: «Queste settimane sono per noi allenamento e rodaggio».
La crisi del colosso americano
Alla domanda più critica, su come si possa far fonte alla crisi del dvd a noleggio che in passato ha travolto il colosso Blockbuster, scopriamo che il problema ha colpito le radici dell’azienda e non le foglie. «I punti vendita di Blockbuster in Italia andavamo molto bene, soprattutto a Genova dove c’erano addirittura tre negozi». La multinazionale in America ha preso una “cantonata”, ha accusato il colpo tanto da chiudere i battenti in tutto il mondo. «Noi continuiamo a credere in Blockbuster, visto come andavano i negozi nella nostra città e visto il numero di clienti affezionati al marchio» conclude Giacobbe.
Blockbuster Village
Oggi, il nuovo village di film offre agli amanti del cinema un catalogo di migliaia di titoli, in noleggio o in vendita, dagli evergreen ai più recenti. «Ne abbiamo di ogni genere – ci racconta Giacobbe – da quelli di nicchia ai film che non sono mai stati proiettati a Genova, dai classici a quelli recentissimi, usciti nelle sale due o tre mesi fa.Puntiamo sulla ricchezza del catalogo, sulla possibilità di vedere i film in altissima qualità a casa, in tutta comodità». Circuito Cinema Genova si è adeguato alle nuove tecnologie, dopo aver dato l’addio ai vecchi vhs, con il nuovo Blockbuster offre dvd e blu ray, il disc ritenuto dagli esperti migliore nell’alta definizione.
«Con la nostra esperienza cinematografica possiamo consigliare e indirizzare i nostri nuovi clienti – dice l’amministratore – addirittura possiamo reperire un titolo particolare o di repertorio che ci viene chiesto specificatamente». I fruitori di questo nuovo servizio, secondo Circuito Cinema Genova, saranno di sicuro gli appassionati che vogliono colmare alcune lacune di film non visti nelle sale o rivedere comodamente i “classiconi”. Ma non saranno gli unici a girare tra i corrodioi gremiti di dvd e brd: ci saranno anche gli amanti delle serie tv. «Affittiamo e vendiamo interi cofanetti per chi volesse guardare le serie tutte d’un fiato o solo alcuni episodi per chi volesse rivedere qualche passaggio saliente che si era perso» conclude Giacobbe.
Il sodalizio tra Circuito Cinema Genova e il colosso americano prevede, oltre al noleggio e alla vendita di titoli di qualità, convenzioni per tutti i clienti delle sale cinematografiche del circuito. Blockbuster Village sarà aperto tutti i giorni, dalle 12 alle 23 dal lunedì al venerdì e dalle 15 alle 23 durante il week end.
“Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.
In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.
“La norma in tema di patrocinio legale a spese della Regione invade le competenze legislative statali nelle materie dell’ordinamento penale, delle norme processuali, nonché dell’ordine pubblico e della sicurezza, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere h e l della Costituzione”. Così il Consiglio dei ministri, venerdì 9 settembre, ha impugnato la legge sul patrocinio legale gratuito, a spese della Regione Liguria, delle vittime di reato, indagati nell’ambito di procedimenti penali per aver commesso un delitto per eccesso colposo di legittima difesa. Il provvedimento, approvato lo scorso 28 giugno, era stato fortemente voluto dalla Lega nord e dalla vicepresidente della Regione Liguria, Sonia Viale che ora attacca duramente il governo: «La legge che abbiamo approvato in Liguria è la stessa della Regione Lombardia, che non è stata oggetto di impugnative e aveva incassato a suo tempo anche il voto favorevole in aula del Pd. La bocciatura da parte del Consiglio dei ministri è pertanto immotivata e denota un fatto gravissimo, quello dell’utilizzo della valutazione politica della Costituzione da parte del governo».
Anche il presidente Giovanni Toti è intervenuto sull’impugnativa, dicendosi «stupito ed amareggiato per un governo incapace di comprendere le ragioni dei suoi cittadini, anzi di non ascoltarle proprio e che sa solo penalizzare chi, come Regione Liguria, cerca di aiutarli». E punta il dito contro il guardasigilli spezzino Andrea Orlando che, dice, «in perfetto stile Pd è distante dalla gente e questo provvedimento ne è l’ennesima dimostrazione».
Terreno fertile per le opposizioni per scagliarsi contro la giunta regionale di centrodestra. Pd e M5S sono concordi nel sottolineare come fosse ampiamente pre-annunciata l’impugnativa. «Si tratta di una decisione ovvia, che dimostra come la Regione Liguria perda tempo, sempre più spesso, in questioni che non le competono, invece di occuparsi dei temi che riguardano direttamente i cittadini del suo territorio» affermano Raffaella Paita e Luca Garibaldi. Per i rappresentati del Pd la legge «contiene anche un messaggio sbagliato in materia di sicurezza: è pura propaganda politica e non fornisce risposte alle vittime dei reati. Misure come queste sono semplici spot elettorali, come avevamo ribadito in aula in sede di discussione». Quella dell’esecutivo viene, dunque, ritenuta una «scelta giusta, non solo perché la Regione ha violato le competenze statali in materia di giustizia, ma anche perché si tratta di una misura culturalmente sbagliata, che non serve a nulla».
«Non parliamo mai a caso quando solleviamo in Consiglio regionale vizi di incostituzionalità e oggi ne abbiamo l’ennesima riprova – rivendicano i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle – è ora di smetterla di sprecare tempo e denaro per approvare leggi da far west per pura propaganda elettorale». «Ieri il Piano casa e la legge venatoria, oggi la legittima difesa – proseguono i pentastellati – domani potrebbe toccare ad Alisa. Sordi a ogni critica, Toti e la sua giunta tirano dritti per la propria strada, ignorando i più elementari principi costituzionali e facendo perdere tempo e denaro ai liguri, che ancora oggi attendono invano di vedere i frutti di questo governo regionale pressappochista e impreparato».
Che cosa prevede la legge regionale impugnata
La legge regionale prevede un patrocinio da parte della Regione per sostenere le spese legali “nei procedimenti penali per la difesa dei cittadini che, vittime di un delitto contro il patrimonio o contro la persona, siano indagati per aver commesso un delitto per eccesso colposo in legittima difesa, ovvero assolti per la sussistenza dell’esimente della legittima difesa”. Nella legge è anche previsto da parte della Regione un intervento di assistenza legale e di contributi utili ad affrontare emergenze economiche per “i familiari degli esercenti un’attività imprenditoriale, commerciale e artigianale o comunque economica, deceduti, vittime della criminalità”. Per il 2016 la dotazione finanziaria resta al momento limitata a 20 mila euro. La legge prevede che la giunta definisca con apposita delibera “i criteri e le modalità per l’applicazione” del provvedimento “dando priorità ai soggetti di età superiore ai 65 anni”.
Ma Era Superba aveva già analizzato il provvedimento nel corso del suo iter consiliare. Qui il nostro approfondimento.
Il Tar della Liguria ha respinto la richiesta di sospensiva contenuta nel ricorso avanzato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti contro l’ordinanza “anti-movida” del Comune di Genova. In attesa che il Tribunale si pronunci nel merito, dunque, restano in vigore le restrizioni agli orari di apertura dei pubblici esercizi del centro storico e di Sampierdarena, costretti ad abbassare le saracinesche all’una di notte nei giorni infrasettiminali e alle due il venerdì e sabato e nei prefestivi.
Le associazioni di categoria, autrici anche di un esposto all’Antitrust, contestano un provvedimento a loro giudizio lesivo della libera concorrenza perché vincolante per tutte le attività economiche indipendentemente dal fatto che queste rispettino o meno le normative in materia di somministrazione delle bevande alcoliche.
Diverso il parere del Tribunale amministrativo, secondo il quale “il provvedimento del Comune di Genova è stato fatto precedere da un’accurata istruttoria e realizza un equo contemperamento degli interessi in conflitto. Nel bilanciamento degli interessi proprio della fase cautelare, risulta sicuramente prevalente quello della tutela della quiete pubblica e del decoro urbano”.
«Abbiamo vissuto come una sconfitta per la città il fatto che non si sia trovata una mediazione ragionevole con l’amministrazione, quando bastava un’ora in più di apertura per non penalizzare gravemente le attività regolari» replica Andrea Dameri, direttore di Confesercenti Genova. «La bocciatura della richiesta di sospensiva, che non abbiamo ancora potuto leggere, va analizzata e non significa il rigetto del ricorso, rimanendo comunque sul tavolo lapenalizzazione delle attività regolari e l’insufficiente incidenza su chi viola sistematicamente le regole. Questo è un problema della città e che, come tale, spetta al Comune risolvere, non al Tar».
«Devo ancora leggere nel dettaglio il provvedimento del Tar ma è la conferma che il Comune di Genova ha fatto un lavoro serio e approfondito per contemperare i bisogni dei cittadini con quelli dei locali notturni» è il commento, a caldo, dell’assessore alla Legalità, Elena Fiorini. «Le motivazioni del ricorso si sono dimostrate poco consistenti e pretestuose, ora si tratta di andare avanti con un dialogo con le associazioni di categoria che come amministrazione confermiamo, così come con i cittadini e con i giovani e tutti coloro che amano la nostra città e la vogliono vivere divertendosi nel rispetto delle regole».
Per l’assessore Fiorini (e per il sindaco Marco Doria) la sentenza del Tar rappresenta una vera e propria vittoria anche all’interno della giunta. E’ noto, infatti, che l’attuale ordinanza sia molto più sostenuta dalla parte “arancione” dell’amministrazione genovese piuttosto che da altri esponenti come l’assessore allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, che aveva più volte annunciato la propria volontà di rivedere il documento andando incontro alle richieste degli esercenti. Difficile ora che l’assessore filo-renziano possa avere la meglio.
E a vedere di buon occhio l’espressione del Tar sono anche gli abitanti del centro storico che fanno parte dell’associazione Asset. «Il Tar ha effettuato un giusto bilanciamento degli interessi tenuto conto che l’ordinanza comunale si limita a ridurre di un’ora soltanto l’orario di somministrazione di alcolici nelle giornate prefestive (alle 2, anziché alle 3 di notte). I pubblici esercenti potranno dunque rimodulare l’orario, effettuando un orario maggiormente prolungato durante il giorno (infatti, attualmente, molti pubblici esercizi sono chiusi durante il giorno ed aprono la sera) e, se vogliono contribuire allo sviluppo turistico, dovranno offrire servizi più qualificati, rispetto alla semplice mescita notturna di prodotti alcolici». A dirlo è l’avvocato Andrea Pinto, portavoce di Asset. L’associazione si era già spesa in passato a sostegno del provvedimento, sottolineando come mirasse a tutelare la quiete pubblica e il decoro urbano, «valori prevalenti rispetto all’esercizio incondizionato dell’attività di impresa». L’associazione evidenzia inoltre che «la limitazione di orario e l’aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine hanno dato un segnale forte di sostegno agli abitanti e di fermezza nei confronti di chi vìola le norme di convivenza incivile». Per i cittadini del centro storico, inoltre, «la chiusura dei minimarket alle 21 ha arginato, almeno in parte, il fenomeno della diffusione di alcol (di pessima qualità) a basso prezzo e pone un argine al facile alcolismo tra i giovani. Per converso, la riduzione di orario non è tale da ostacolare lo svolgimento dell’attività di impresa».
Dall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).
Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.
«Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.
«Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggonosempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».
Il principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.
L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».
A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».
Possiamo parlare di casa, possiamo raccontare, ancora una volta, i problemi che a Genova incontrano migliaia di persone, senza ripetere il già detto? Difficile, indubbiamente, ma comunque utile. Perché la casa che non c’è, che si deve abbandonare, che non si riesce a pagare, è un dramma, non un contrattempo. Ed occorre vigilare affinché tutto il possibile sia fatto da chi ne è incaricato e perché nuove soluzioni e nuove possibilità abbiano modo di affacciarsi ed essere sperimentate. Recentemente il Comune di Genova ha licenziato il nuovo regolamento di assegnazione delle case Erp (edilizia residenziale pubblica), introducendo tra le novità il social housing: un piccolo passo, ma che va incontro ad alcune particolari situazioni.
La grande espansione abitativa
A partire dal secondo dopoguerra, il varo del piano nazionale “Ina Casa” emanato fra il 1949 ed il 1963 cambiò l’aspetto dell’Italia e, nella nostra città, in quell’arco di tempo furono rese edificabili importanti porzioni di territorio collinare attraverso il Piano Regolatore del 1959. Come sappiamo, i nuovi alloggi erano necessari per ospitare il flusso migratorio di operai in arrivo dall’entroterra e dal Sud, attratti dal lavoro offerto nelle grandi fabbriche e nei cantieri del ponente genovese.
Queste opere furono e sono tuttora duramente criticate poiché realizzate senza la contemporanea creazione (in verità spesso prevista dal progetto ma disattesa) di punti di aggregazione, locali commerciali, spazi pubblici che ne favorissero la caratterizzazione come nucleo abitativo. Negli anni successivi, l’edilizia popolare ha poi esaurito la sua spinta e le costruzioni più recenti sono state realizzate solo su base cooperativa e privata in convenzione (Quarto Alto, Sant’Eusebio o Granarolo). Per fortuna, possiamo dire adesso, sia per l’impatto ambientale che allora fu abbondantemente trascurato, sia perché negli ultimi anni il problema dell’edilizia pubblica sembra essere quello di vendere quanto già di proprietà o, al limite, riuscirne a fare la manutenzione minima necessaria.
Social housing: i primi passi
E’ su queste premesse che in Italia, e a Genova, arriva nel 2011 il social housing, preceduto dalla costituzione del Fia, Fondo Investimenti per l’Abitare, un vero e proprio Fondo d’Investimenti finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti che si propone di coniugare l’iniziativa dei privati con le finalità sociali degli enti. Se il mercato immobiliare, lasciato libero, non è in grado di andare incontro alle richieste di una gran parte della popolazione, occorre contemperare le opposte esigenze. Il fondo dovrebbe investire principalmente in quote di fondi locali (massimo 80%) sollecitando contemporaneamente la partecipazione di soggetti terzi (investitori qualificati) come banche, fondazioni, associazioni fra privati operanti nel campo dell’edilizia o del sociale. Quindi il cambio di rotta rispetto ai precedenti (e tuttora necessari, almeno in Liguria) finanziamenti a fondo perduto è evidente: qui si tratta di investimenti in grado di attrarre l’iniziativa dei privati poiché possonogenerare utile innescando, si spera, un circolo virtuoso.
Alla base del progetto c’è l’esigenza di rispondere alla nuova richiesta di abitazioni da parte di soggetti che non rientrano nei parametri dell’assistenza sociale, ma che, per vari motivi (lavori con contratto a termine, separazione coniugale, giovani coppie e immigrati a basso reddito) non riescono ad ottenere una locazione o comunque non riuscirebbero a sostenerla, se basata unicamente sulla legge del libero mercato. Per questa fascia di utenza, denominata “fascia grigia” e potenzialmente molto estesa, è stata anche istituita l’Agenzia Sociale per la Casa, una vera e propria agenzia immobiliare gestita dal Comune per far incontrare chi cerca casa e chi decide di metterla a disposizione.
Il 4 agosto scorso, la giunta Doria ha comunicato l’approvazione della proposta dell’assessore allePolitiche della casa, Emanuela Fracassi, e dell’assessore alle Manutenzioni, Gianni Crivelloper i progetti definitivi per gli interventi di manutenzione straordinaria ad alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica) sfitti e in disuso in varie zone della città. «A questo si aggiungono 70 alloggi a Begato – sottolinea l’assessore Fracassi – abbiamo lavorato bene, mi permetta di dirlo, perché lo Stato mette a disposizione questi finanziamenti solo su progetti molto specifici, dove la capacità di spesa sia minuziosamente dettagliata e quantificata. Sia chiaro, so benissimo che, se non è una goccia nel mare, è comunque solo una piccola parte di quanto occorre per aiutare le persone che hanno bisogni molto concreti: le liste di attesa sono sempre molto lunghe, e non aumentano non perché non ci sia necessità di alloggio ma solo per una sorta di disaffezione che scoraggia le persone dalrivolgersi all’ente pubblico. Stiamo cercando di facilitarne l’accesso con la possibilità di istituire delle coabitazioni fra persone che, non appartenenti allo stesso nucleo familiare ma con fragilità simili, si uniscano per dividersi il disbrigo della gestione domestica, il canone di affitto e le altre spese fisse. Questo ovviamente deve essere fatto in costante coordinamento con i servizi socio sanitari del territorio che meglio conoscono la situazione».
A fare da contraltare, il peggioramento della situazione economico-finanziaria di Arte (l’azienda regionale territoriale per l’edilizia)«che ha dovuto sobbarcarsi il carico degli immobili precedentemente delle Asl, mutui compresi – puntualizza l’assessore – ma le case di proprietà del Comune di Genova ce le teniamo strette, facendo solo vendite indispensabili, cercando di ottimizzare al massimo. Nonpossiamo pensare però che questa sia l’unica risposta al fabbisogno abitativo, specialmente se consideriamo le nuove emergenze che vanno a sommarsi alle precedenti: il social housing potrebbe essere qualcosa di più dinamico e rispondere meglio ai bisogni che, talvolta, facciamo fatica anche ad intercettare. Per questo abbiamo lavori in corso per una cinquantina di nuovi alloggi nella zona di via Maritano, dove abbiamo costruito sul già costruito: nel 2012 Spim (società del Comune per la gestione del patrimonio immobiliare, ndr) aveva abbattuto un vecchio edificio, e noi oltre alle abitazioni realizzeremo anche un parco pubblico, delle infrastrutture ecologiche e dei parcheggi. Questi appartamenti avranno un affitto certamente superiore a quello dell’edilizia pubblica, anche questo sarà calcolato in base all’Isee che non dovrà essere maggiore del doppio di quello necessario per accedere all’Erp. Le persone interessate dovranno rivolgersi all’Agenzia sociale per la Casa, che è il tramite istituzionale anche per chi fosse interessato ad affittare la propria abitazione ad un canone moderato».
Tuttavia, lo stesso assessore ammette che «finora questa iniziativa non è stata un successo, abbiamo assegnato alcune case a genitori separati e poco altro. Addirittura avevamo più case che richieste: prima pensavo che non fosse adeguatamente pubblicizzata, abbiamo contattato le associazioni dei genitori separati e i servizi sociali, ma alla fine la sensazione è stata che ci fosse più una lamentela generalizzata che non la reale esigenza da soddisfare. Ora mi chiedo se non è proprio che non piace agli inquilini, la reputano poco conveniente o forse troppo limitata e preferiscono aspettare un alloggio Erp, se ne hanno i titoli, o rivolgersi al privato».
Una domanda specifica all’assessore però non possiamo non farla: questa giunta sta finendo il suo mandato, lei rispetto agli impegni che si era ripromessa, come si posiziona? «Bella domanda…ho ancora parecchio lavoro da fare, ci siamo mossi, ecco, ci siamo mossi in una situazione molto difficile, abbiamo usato tutti gli strumenti che avevamo a disposizione per ottenere qualcosa. Abbiamo vissuto una fase molto critica con Arte, loro hanno deciso di vendere molta parte del patrimonio immobiliare ma alla fine il bilancio non è negativo, anche se prima del termine del mandato la mia sfida è realizzare qualcosa di concreto nell’ambito del co-housing, progetto in cui credo molto e che stiamo provando a concretizzare, con l’aiuto di tutti, associazioni di privati, singoli cittadini, enti».
Le difficoltà dei Servizi sociali
A proposito di co-housing, ad aiutare la diffusione nella nostra regione di politiche virtuose sul tema dell’abitare nel 2012 è nata l’associazione Ge-Coh che cerca di coniugare in chiave locale le esperienze positive nate nei paesi del nord Europa. Uno dei settori di intervento, come ci spiega Elisa Lidonnici, membro esterno della Commissione Welfare che ha lo scopo di coordinare i lavori delle varie commissioni sul tema delle Politiche sociali, e collaboratrice della Regione Liguria per le politiche socio sanitarie riguardanti anziani e disabili, è quello dei «genitori anziani – figli con disabilità, per creare una rete che tranquillizzi i genitori che vivono costantemente con il pensiero del dopo. I Servizi sociali, però, sono sempre oberati e la politica taglia sempre di più i fondi a loro destinati: ci troviamo sempre a gestire l’emergenza, ma dare alle persone in difficoltà una casa in cui non essere abbandonati a sé stessi è un progresso enorme sulla strada del recupero». Ed esiste già qualche esempio positivo a Genova. «Mi viene in mente, ad esempio, vico Biscotti – prosegue Lidonnici– dove è stato realizzato una sorta di hotel sociale, con badante in comune, custode, o altri (pochi) casi in cui si sono portati a coabitare degli over-65 con fragilità sociali diverse e che riescono a gestirsi come da soli non saprebbero fare. Per ora si stanno concretizzando due gruppi di lavoro:uno finalizzato a creare una cohousing di tipo agricolo-rurale, dove scambiarsi esperienze e capacità di lavoro agricolo mentre si porta avanti la stessa cascina e si condivide la stessa terra, recuperando tra l’altro territori abbandonati e improduttivi, l’altro in contesto urbano, anche se la difficoltà di trovare gli alloggi adatti è notevole, in quanto occorrono o grandi appartamenti, normalmente non presenti nel patrimonio pubblico, oppure bisogna ristrutturare edifici precedentemente adibiti ad altro, ma anche qui con un impegno per stanziare fondi e reperire risorse che non è facile in questo momento».
«Mi fa piacere sentire che l’assessore Fracassi si proponga il cohousing come sfida – prosegue la presidente dell’Associazione Ge-Coh, Paola Balbi – noi stiamo lavorando ad alcune opportunità che si sono prospettate, ma essendo quella del co-housing una prospettiva del tutto inedita manca proprio uno schema normativo per risolvere anche questioni molto pratiche, magari piccole ma che, sommate tutte insieme, ne rendono complicata la realizzazione concreta. Siamo dei volontari, in sostanza, e un sostegno occorre: non solo finanziario, quello si può anche ottenere, ma ci vogliono normative specifiche».
La mancanza dei fondi pubblici e le convergenze con i privati
Bruno Pastorino, ex assessore alle Politiche della casa ed housing sociale della giunta Vincenzi, invece dei fondi che mancano ne parla chiaramente, ricordando che Arte in questi ultimi due anni si è concentrata a vendere una consistente porzione del proprio patrimonio immobiliare per poter far fronte ai meri costi di gestione degli immobili, limitandosi a ristrutturare gli appartamenti che via via si rendevano liberi. Se un appartamento ha bisogno di lavori più costosi, o si pensa possa essere appetibile sul mercato, spesso viene messo in vendita, ci conferma. Nei confronti del progetto di far eseguire piccoli lavori all’inquilino, è piuttosto perplesso: «Il 20-25% degli affittuari di edilizia popolare ha il problema di riuscire a pagare persino il costo base di una casa,bollette, piccole spese – sottolinea – figuriamoci se riescono a pagarne la ristrutturazione, pur se finanziata in qualche modo, o restituita attraverso lo sconto sul canone. Sia chiaro, questa è una mia valutazione personale, ma ci sono anche queste situazioni»
Poi aggiunge: «Riguardo al social housing vero e proprio, quello per il quale sarebbe interessata la cosiddetta “fascia grigia” che, lasciatemelo dire, è davvero una definizione infelice, vi posso dire che si tratta di un progetto molto interessante, che coinvolge privati e pubblico e che dobbiamo portare avanti con decisione. Un privato infatti può avere convenienza perchè se deve ristrutturare una porzione ampia dello stabile, o anche singoli appartamenti ma non ha la liquidità necessaria può accettare di affittare per un minimo di 15 anni a canone moderato, ottiene una contribuzione da parte dell’ente che arriva fino al 40% del costo dell’alloggio; maggiore il numero di anni per cui mette a disposizione l’immobile, maggiore è il contributo».
Questo, unito agli altri incentivi fiscali di cui godono le ristrutturazioni e a una parziale detassazione fa sì che lo strumento del social housing possa diventare facilmente appetibili per i privati proprietari di immobili sfitti.
Le risposte della Regione Liguria
Il percorso del social housing è visto di buon occhio anche dalla Regione Liguria e dalla giunta Toti. E’ dell’8 agosto la delibera con cui vengono stanziati 1,83 milioni di euro per 10 progetti di social housing aperti a tutti i Comuni liguri. Quasi contemporaneamente, la Regione però batte cassa presso il Comune di Genova che dovrebbe ad Arte 5 milioni di euro per la cattiva gestione delle morosità e dei mancati controlli anche nei confronti degli inquilini che avrebbero potuto pagare. Qui, però, si innesta una turbinoso scontro sulle responsabilità tra istituzioni presenti e passate, anche a prescindere dal colore politico. E qui, preferiamo fermarci, almeno per il momento, evitando di dare visibilità a scambi di accuse, pretese di correttezza ed esibizioni di colpevoli utili solo a cercare consenso politico e trarre compensi: perché quelli vengono via con poco, mentre chi sta lavorando davvero per concretizzare grandi sogni attraverso piccoli progetti, lì resta, ostinato e consapevole che, anche oggi, avrà ragione domani.
Genova città spilorcia e chiusa alle novità? Pare proprio che l’associazione OpenGenova sia riuscita a spazzare via in un colpo solo due dei più triti luoghi comuni affibbiati alla Superba. Come? Lanciando, in collaborazione con i Giovani Urbanisti, un crowdfunding per portare la connessione wi-fi alla Lanterna e riuscendo addirittura a raccogliere una cifra superiore all’obiettivo: 5.210 euro l’importo finanziato, il 104% rispetto a quanto necessario. I 210 euro in eccedenza serviranno al monitoraggio dei lavori, che saranno affidati all’azienda partner Guglielmo e che anche i singoli cittadini potranno tenere sotto controllo tramite gli aggiornamenti pubblicati sul sito www.opengenova.org
C’è chi ha partecipato al crowdfunding con 10 euro, chi s’è spinto addirittura fino a 500: in totale, sono una novantina i donatori che hanno contribuito al progetto Lanterna 2.0, che prevede l’installazione di un impianto wi-fi all’interno della sala conferenze, della biglietteria e nel parco di oltre mille metri quadrati circostante il faro. Chi ha partecipato alla colletta è stato premiato, a sua volta, con una cena per due persone alla Trattoria dell’Acciughetta e con un giro turistico del centro di Genova offerto dalle guide di Explora. Al progetto hanno poi contribuito con una donazione da 500 euro a testa ETT Solution, Finsea Spa, Netalia, Shenker Genova e Gioielleria Natoli.
«Terminata la prima fase con il reperimento dei fondi, al più presto ci attiveremo per iniziare la fase operativa con l’installazione degli apparati e dell’infrastruttura tecnologica che permetterà l’erogazione del wi-fi gratuito alla Lanterna» assicura Pietro Biase, coordinatore del progetto Lanterna 2.0 per OpenGenova. «Sarà nostra cura tenere informati i donatori e chi ci ha supportato in questi mesi tramite aggiornamenti sull’avanzamento dei lavori e, in un’ottica di assoluta trasparenza, sulle modalità con cui verranno impiegati i fondi raccolti».
«Per la prima volta si è riusciti a mettere insieme il simbolo della nostra città con l’innovazione digitale, sensibilizzando cittadini ed aziende che ci hanno dato credito: un risultato che per noi rappresenta un passaggio importante» aggiunge Enrico Alletto, presidente di OpenGenova. «Adesso questa fiducia va ripagata realizzando il progetto il prima possibile e nel migliore dei modi. Open Genova seguirà tutta l’operazione ed attiverà un sistema di monitoraggio online sullo stato di avanzamento lavori. Inoltre, a breve chiederemo al Comune di Genova un’azione di potenziamento della banda larga nella zona del Faro. Il mio ringraziamento personale va a Pietro Biase e a tutto il gruppo di OpenGenova che si alterna con cuore e professionalità per realizzare progetti che alla vigilia sembrano quasi sempre impossibili. Un altro pezzo di storia digitale della nostra città è stato scritto. Non è il primo e non sarà l’ultimo».
«Come già evidenziato nel corso dell’Open talk organizzato lo scorso mese di maggio al Mercato del Carmine – conclude Alletto – crediamo che il free wi-fi rappresenti un’opportunità per il commercio e per il turismo della nostra città e proprio attraverso l’operazione Lanterna 2.0 OpenGenova vuole rilanciare la diffusione di questo progetto tra i commercianti genovesi, pensando anche al profetto Liguria Wifi messo in campo dalla Regione». Marco Gaviglio
L’ Università degli studi di Genova si affida anche ai siti di annunci gratuiti per cercare di vendere una parte del proprio patrimonio immobiliare. Su alcune delle piattaforme web più note del settore, come Subito.it e Kijiji.it, sono infatti comparse, il 3 agosto, due proposte di vendita da parte dell”Ateneo genovese riguardanti l’ex Magistero di corso Montegrappa, attualmente occupato dal laboratorio sociale autogestito “Buridda”, e la cosiddetta “ex saiwetta” di corso Gastaldi. Gli annunci fanno seguito ai bandi emanati ufficialmente sul sito dell’Università per l’alienazione dei due immobili. Ma se per l’ex Magistero l’avviso con base d’asta di 2,873 milioni di euro scadrà il prossimo 21 settembre, per cui tutti gli eventuali interessati (si è parlato, ad esempio, della comunità locale dei Mormoni alla ricerca di un ampio spazio di culto) possono ancora presentare le proprie offerte attraverso i canali più classici, per quanto riguarda l’edificio “ex saiwetta” i portali di annunci telematici sembrerebbero al momento rimanere l’unica soluzione possibile dato che l’asta con base di 1,967 milioni di euro è andata deserta lo scorso 22 agosto.
«In realtà – spiega all’agenzia Dire Luca Sabatini, portavoce del rettore – attraverso questi strumenti espletiamo l’obbligo di massima visibilità pubblica dell’asta di vendita così come previsto dalla legge. Un tempo si mettevano inserzioni onerose sulla carta stampata ma, in questo modo, raggiungiamo un pubblico più ampio e risparmiamo un po’ di soldi visto che gli annunci sono gratuiti». Sabatini tiene poi a precisare che «non esiste alcuna possibilità di procedere concretamente all’acquisto degli immobili attraverso i portali internet», bypassando le burocrazie della procedura pubblica ma, ribadisce, «si tratta solo di una questione di visibilità». Non è la prima volta che l’ateneo genovese affida ai siti di annunci la necessità di vendere parte del proprio patrimonio. Sul portale Subito.it, ad esempio, l’account dell’Università di Genova risulta attivo da febbraio 2014 con altri 11 annunci pubblicati (e scaduti) oltre ai due già citati: nel complesso, si tratta di 12 inserzioni nella categoria appartamenti e una in quella di uffici e locali commerciali.
Ma chi potrebbe essere interessato ad acquistare e ristrutturare l’ex magistero? Il compendio in vendita è costituto non solo dai 3280 metri quadrati dell’edificio principale ma anche da ulteriori 2.099 metri quadrati definiti di “ruderi”. L’autorizzazione alla vendita da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ammette esclusivamente destinazioni d’uso a fini sociali, socio-educativi, culturali e a luogo di culto. Ammessa anche la destinazione socio-sanitaria purché l’inserimento di nuovi impianti e servizi risulti compatibile con le caratteristiche spaziali e distributive del bene, mentre la realizzazione di residenze pubbliche o sociali è ritenuta compatibile se limitata, e non prevalente, e comunque connessa alle funzioni ad uso pubblico della struttura. Inoltre, tutte le operazioni di ristrutturazione dovranno essere sottoposti al placet della Soprintendenza alle Belle Arti e al Paesaggio della Liguria. Infine, occhio al Piano urbanistico comunale che prevede al momento esclusivamente servizi e parcheggi pubblici in via principale, servizi privati, connettivo urbano ed esercizi di vicinato come funzioni complementari, oltre a parcheggi privati pertinenziali o liberi da asservimento. Sono pronti i Mormoni genovesi e sborsare oltre 3 milioni di euro tra acquisto e ristrutturazione? La risposta, forse, a fine settembre.
Il futuro dell’ex Saiwetta
Ancora più incerto il destino dell’ex Saiwetta attualmente abbandonata. L’edificio fa parte dell’ex biscottificio ed è collegato al corpo principale dell’immobile, non in vendita e oggetto di un intervento di riqualificazione proprio a cura dell’Università che ne è proprietaria. Per quanto riguarda la parte da dismettere, invece, non ci sono vincoli imposti dalla Sovrintendenza né particolari restrizioni imposte dal Piano urbanistico comunale dal momento che l’ex Saiwetta è situata in ambito di conservazione dell’impianto urbanistico in cui è possibile instaurare servizi servizi di uso pubblico, residenze, strutture ricettive alberghiere, servizi privati, uffici, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita, parcheggi pertinenziali e parcheggi liberi da asservimento e in diritto di superficie.
La Liguria come Regione apripista della legalizzazione della coltivazione e del consumo della cannabis. E’ l’obiettivo presentato da Rete a Sinistra e dai Radicali questa mattina a Genova attraverso due proposte di legge regionale che saranno presto discusse dall’assemblea legislativa ligure. La prima, più innovativa, riguarda la promozione della coltivazione di cannabis attiva, la cosiddetta “canapa utile”, anche a fini di contrasto al dissesto idrogeologico. «In questo modo – ha spiegato il capogruppo in Regione di Rete a Sinistra, Gianni Pastorino, all’agenzia Dire – si possono recuperare e bonificare i terreni attraverso una pianta che è particolarmente appetibile per il nostro territorio dal punto di vista dei terreni e del clima, nonché del mercato anche dal punto di vista dell’impiego della canapa nel settore della bioingegneria». Per il consigliere regionale è «necessario superare una serie di pregiudizi perché parliamo di canapa utile, con un tenore thc (ovvero di principio attivo) praticamente inesistente, che vale invece come nuove possibilità per l’industria italiana attraverso un’attività particolarmente pregiata e semplice».
Nel testo è prevista anche una copertura finanziaria di 300 mila euro all’anno a partire dal 2017 e fino al 2019.
La seconda proposta di legge, invece, riprende l’attuazione della legge vigente 26/2012 che fa della Liguria una delle 11 Regioni italiane che autorizza l’uso della cannabis a fini terapeutici. «Dalla precedente giunta di centrosinistra, purtroppo, non è partito l’impulso per l’attuazione – ammette Pastorino che, in passato, è dovuto ricorrere in prima persona a cure mediche a base di cannabinoidi – cosa che, invece, va riconosciuto, è stato fatto dall’attuale giunta Toti. Tuttavia, mancano tutti i processi di formazione da parte dei medici e dei farmacisti galenici e le informazioni per l’utenza rispetto alla modalità terapeutiche».
Legalizziamo! La proposta di legge di iniziativa popolare
L’occasione della presentazione alla stampa delle due proposte di legge regionale è stata utile ai rappresenti di Rete a sinistra per manifestare il proprio appoggio alla campagna “Legalizziamo!” che punta a presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare contro il proibizionismo, proprio mentre a Roma un folto intergruppo sta lavorando sul tema con un testo che potrebbe arrivare in Commissione entro fine settembre. «La Liguria – spiega il coordinatore di legalizziamo.it, Marco Perduca – potrebbe essere una delle regioni apripista. La nostra proposta di legge è più ampia e meno restrittiva di quella del Parlamento e vuole lanciare un messaggio chiaro, cioè che gli italiani sono pronti da più di 20 anni a comprare e consumare legalmente un prodotto che è anche una medicina e non è pericoloso come invece altre droghe legali».
Secondo la relazione 2015 al Parlamento sulle dipendenze del dipartimento delle politiche antidroga, il 32% degli italiani ha consumato cannabis e ben 4 milioni nell’ultimo anno, mentre il 73% degli italiani sarebbe pronto a considerare la legalizzazione secondo un sondaggio Ipsos 2015. Inoltre, si stima che i rivenditori illegali siano almeno 120 mila per un mercato complessivo che vale oltre 7 miliardi di euro.
La proposta di legge popolare, tra le altre cose, prevede: l’auto-coltivazione libera per i maggiorenni fino a 5 piante e la necessità di comunicazione senza però attendere alcuna autorizzazione per la coltivazione da 6 a 10 piante; la possibilità di associarsi in “cannabis social club” di massimo 100 persone per la coltivazione e il consumo senza fini di lucro; la coltivazione a fine commerciali previa comunicazione; l’indicazione del livello di thc (principio attivo) presente e la dicitura “un consumo non consapevole può danneggiare la salute”; il divieto di pubblicizzazione dei prodotti nelle vicinanze delle scuole; il controllo della qualità di produzione da parte del ministero della Salute; l’agevolazione dell’accesso alla cannabis medica per le malattie che oggi non la prevedono; l’investimento degli introiti della tassazione per campagne informative e sociali a sostegno dell’economia e per la riduzione del debito pubblico; la depenalizzazione totale dell’uso personale di tutte le sostanze nonché la liberazione per detenuti per condotte non più penalmente sanzionabili.
La raccolta delle 50 mila firme necessarie a presentare la proposta di legge, e per cui Rete a Sinistra si sta spendendo in questi giorni anche a Genova e in Liguria, dovrà avvenire entro fine ottobre. «Siamo a metà del cammino sia dal punto di vista del tempo, sia dal punto di vista delle firme – prosegue Perduca – e riteniamo che, se 50 mila o più cittadini daranno un messaggio chiaro al nostro Parlamento dicendo che si può fare ancora meglio, sicuramente l’intergruppo può accelerare e mantenere la barra ferma sulla legalizzazione. L’importante è che il governo si faccia sentire sostenendo in pieno quello che i parlamentari stanno facendo e prendendo qualche suggerimento da quello che stiamo raccogliendo noi».
Ancora un’edizione extralarge dell’Oktoberfest, ancora una levata di scudi delle associazioni dei commercianti che lamentano l’eccessiva lunghezza della festa della birra bavarese in programma in piazza della Vittoria dall’8 al 25 settembre prossimi. A sollevare il problema è il presidente di Fiepet Confesercenti Genova, Antonio Fasone, che punta il dito anche contro la consueta Festa dell’Unità, in piazza Caricamento dal 25 agosto al 10 settembre. «Si tratta, in entrambi i casi, di manifestazioni che, in virtù della loro lunga durata, hanno un impatto pesante sui pubblici esercizi in sede fissa e per questo motivo dovrebbero essere regolamentate. Per quanto riguarda l’Oktoberfest, fra l’altro, fino al 2014 avevamo concordato con il Comune una durata massima di nove giorni. Ma già l’anno scorso l’amministrazione non ha tenuto conto in alcun modo di tale intesa e, senza nemmeno consultarci, ha autorizzato gli organizzatori a raddoppiare i giorni, da nove a diciotto».
Dodici mesi dopo, il problema si è riproposto, identico. «Ancora una volta l’Oktoberfest durerà due settimane abbondanti e, nel frattempo, anche la Festa dell’Unità continua a snodarsi su tre settimane senza limitazioni sull’orario di somministrazione degli stand, che da anni chiediamo possa essere limitato alla sera», aggiunge Fasone. Per la verità, a fronte della nuova sollecitazione di Confesercenti, l’assessore allo sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, ha aperto la porta a un confronto per le manifestazioni a venire, dicendosi pronto a incontrare le associazioni a settembre «nell’obiettivo di avviare un percorso di analisi della situazione esistente su tale tipologia di manifestazioni e stabilire, quindi, idonee regole condivise e trasparenti». Ma le date di Oktoberfest e Festa dell’Unità 2016, ormai, non si possono più toccare.
«Anche noi – spiega Alessandro Cavo, Ascom-Confcommercio – abbiamo chiesto alla Regione, da mesi, di adottare un regolamento sulle sagre sulla falsariga di quello in vigore in Lombardia, perché tali manifestazioni vanno normate in maniera da portare valore aggiunto al territorio mentre oggi, spesso, si limitano a fare razzia nei confronti di chi fa ristorazione in maniera professionale e deve già sottostare a tutta una serie di controlli ulteriori. Per fare un esempio, una sagra dell’asado a Genova o nell’entroterra non ha nessun senso; ben vengano, invece, iniziative capaci di generare indotto come Slow Fish, a cui infatti partecipano anche i ristoratori genovesi tramite lo stand di Genova Gourmet».
Il distinguo tra Ascom e Confesercenti sorge, invece, proprio quando si parla di Oktoberfest. Contrarissimi i secondi, decisamente più concilianti i primi. «Nel momento in cui non arreca danni economici alle attività della zona, non abbiamo nulla in contrario alla sua organizzazione. Fra l’altro, nel corso degli anni l’Oktoberfest ha fatto anche dei passi avanti dal punto di vista della comunicazione con il territorio» spiega Cavo, che non ravvisa neppure contraddizioni nella scelta del Civ di Piazza della Vittoria di partecipare all’organizzazione: «È una scelta che il consorzio ha fatto in maniera assolutamente autonoma e indipendente».
Confesercenti, invece, non ci sta. «L’apertura del Comune è sicuramente positiva, ma arriva comunque troppo tardi e non capiamo perché si sia lasciato passare un intero anno senza prendere provvedimenti, dato che avevamo sottoposto il problema fin dall’anno scorso e che, quindi, la questione era ben nota» riflette il direttore provinciale, Andrea Dameri. «Non capiamo, poi, come l’amministrazione autorizzi e addirittura incentivi manifestazioni temporanee che prevedono la somministrazione di bevande alcoliche, ma allo stesso tempo pregiudichi il lavoro di migliaia di esercenti in sede fissa costretti ad anticipare l’orario di chisura delle proprie attività, pur avendo sempre agito nel rispetto delle regole».
Il riferimento, naturalmente, è alla contestatissima ordinanza anti-movida con la quale, nei mesi scorsi, il Comune di Genova ha imposto la chiusura anticipata all’una di notte, con proroga alle due il venerdì, sabato e nei prefestivi, a tutti i bar del centro storico e di Sampierdarena, indipendentemente dal fatto che questi abbiano violato o meno le norme in materia di somministrazione di alcolici a minori o in contenitori di vetro oltre l’orario consentito. Un provvedimento che la stessa Confesercenti, insieme ad Ascom, ha impugnato di fronte al Tar e che quindi, nei prossimi mesi, potrebbe anche essere clamorosamente sconfessato dal tribunale amministrativo.
Intanto, però, quell’ordinanza è in vigore e se, da un lato, aiuta i residenti a dormire sonni tranquilli, dall’altro il sonno finisce per toglierlo agli esercenti. «Mentre noi del centro storico dobbiamo chiudere all’una, i bar del Porto Antico possono andare avanti fino alle tre, e questa è una situazione di evidente disparità: anche perché se la ragione è la tutela della quiete pubblica, come mai non si pensa pure agli abitanti di via del Molo?» si domanda Giancarlo Sgrazzuti, gestore dello storico Bar Moretti di via San Bernardo. «Davvero, non capisco quale sia il senso di certe decisioni, se non la volontà di incanalare la movida in certe zone della città e non in altre. Poi, mi tocca pure vedere lo stemma del Comune sugli striscioni dell’Oktoberfest, una manifestazione che sostanzialmente consiste nel bere birra a fiumi, e allora penso che davvero esistano delle situazioni assurde. È chiaro che durante la festa della birra tutti noi lavoriamo molto meno, ma il punto non è nemmeno questo. Il punto – attacca Sgrazzuti –è capire se il Comune intenda davvero contrastare l’abuso di alcol, o se invece non faccia semplicemente figli e figliastri, favorendo sempre gli stessi. Ad esempio, pensate solo a chi ha potuto allestire un maxitendone in piazza Piccapietra per tutto il mese degli Europei: gli stessi che oggi organizzano l’Oktoberfest».
D’altra parte, aggiunge “mister Moretti” «fare abbassare a tutti le saracinesche una o due ore prima la sera, non serve nemmeno a contenere il consumo di alcol fra i giovanissimi: i ragazzini di 14-15 anni sono i primi a uscire la sera, ben prima di mezzanotte, per cui è ovvio che anticipare la chiusura dei locali non serve a nulla e le chupiterie della zona di San Donato continuano a lavorare a pieno regime, con i loro colpi a 1 euro o poco più. Meglio sarebbe controllare gli abusivi e punire solo quelli. Senza contare che attività come la nostra forniscono anche un servizio ai cittadini: banalmente penso ai bagni che il Moretti ha sempre messo a disposizione di tutti, clienti e non. Insomma, chiudendo i bar viene meno un presidio ma non si risolve assolutamente il problema dell’alcol, anzi, forse lo si aggrava pure, perché chi vuole continua a bere per strada, senza alcun controllo. E ditemi voi cosa è peggio».