Categoria: Altre Notizie

  • Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    erzelli-cantiere-universita-6Qualche settimana fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato sulla collina degli Erzelli fra i cantieri semi abbandonati e le attività di Siemens, Ericsson e Talent Garden (qui l’approfondimento). Un progetto che sino a due anni fa veniva considerato il volano per la ripresa della nostra città, per poi perdersi in una telenovela senza fine. Fra Ght (Genova High Tech) e Università la partita continua anche se ormai ha stancato tutti. Addetti ai lavori, giornalisti e cittadini.

    I dettagli ormai li conoscono anche i muri e non avrebbe senso ripercorrere l’intera vicenda. Da anni prosegue il tira e molla, “vado agli Erzelli, non vado agli Erzelli”. Il secco ultimatum di Ght dava all’Università tempo sino a domani (18 marzo) per la conferma dell’acquisizione delle aree preposte antistanti l’attuale edificio Siemens, ultimatum che è stato poi posticipato alla fine del mese in occasione della presentazione dell’indagine sulle imprese high tech a Genova. «Entro marzo l’Università dia una risposta definitiva sul trasferimento di Ingegneria», aveva ribadito in quell’occasione il presidente di Ght Carlo Castellano. Il risultato, tuttavia, non è cambiato: l’Università non vuole sentir parlare di scadenze ed ultimatum, il rettore Deferrari dichiara a Primocanale che andrà avanti per la sua strada (quale?) mettendo sul piatto, per l’ennesima volta, il problema trasporti. In parole povere, stando almeno alle dichiarazioni ufficiali, siamo fermi allo stesso punto da quasi due anni.

    Il problema è che, ormai, si fa a fatica a comprendere le ragioni delle parti, e viene sin troppo facile mettere in discussione il progetto: tutto fumo e niente arrosto? È possibile che in tutto questo tempo non sia stato possibile trovare una soluzione? Basti pensare che, ancora una volta durante l’incontro sulle imprese high tech, è intervenuto il presidente di Confindustria Giuseppe Zampini sentenziando: «L’Università di Genova ha il dovere e il diritto di esaminare il business plan dell’operazione parco tecnologico degli Erzelli». Siamo ancora all’esame del “business plan”?!? In questi anni ci sarà stato il tempo per darci almeno un’occhiata. E pensare che in ballo ci sono oltre 100 milioni di finanziamenti pubblici. Attendiamo la fine di marzo, ma potrebbe trattarsi dell’ennesimo buco nell’acqua.

  • Puc, Piano Urbanistico comunale: la “Genova del futuro” punta al pareggio fra nuovi edifici e demolizioni

    Puc, Piano Urbanistico comunale: la “Genova del futuro” punta al pareggio fra nuovi edifici e demolizioni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaUn po’ sottotono è passata la scorsa settimana l’approvazione da parte del Consiglio comunale delle controdeduzioni del Comune di Genova alla Vas, la Valutazione ambientale strategica licenziata da Regione Liguria per fare le pulci al Puc. Eppure, con il via libera a questo documento, il nuovo Piano urbanistico comunale, profondamente rivisitato, sembra aver imboccato il rush finale che potrebbe portare alla sua adozione definitiva entro la fine del 2014, secondo le stime del vicesindaco Bernini.

    La partita che aveva contrapposto la Regione al Comune sembrerebbe avere, almeno per il momento, un solo, giusto vincitore: i cittadini. L’obiettivo comune è la definitiva approvazione di un nuovo Puc che, grazie alle pressioni delle associazioni e alle prese di posizioni di Lista Doria e delle sinistre in Consiglio comunale, punti molto più sul rispetto dell’ambiente, sul godimento da parte dei genovesi del verde e dei luoghi naturali e su una mobilità sostenibile a discapito della cementificazione. “Stop al consumo del suolo”, una parola d’ordine che dovrà concretizzerà con la rincorsa a un bilancio di assoluto pareggio tra nuovi edifici da costruire e demolizioni. Grande attenzione verrà naturalmente posta alle zone a forte rischio idrogeologico in cui dovrà drasticamente diminuire il peso delle strutture abitative. Particolare importanza, inoltre, rivestono le disposizioni sull’edilizia residenziale pubblica: anche in questo caso viene posto un notevole freno alle nuove costruzioni mentre si incentiva la riqualificazione e la ristrutturazione delle innumerevoli abitazioni esistenti ma attualmente non utilizzate e spesso fatiscenti.

    Il vicesindaco Stefano Bernini: Puc definitivo entro fine anno

    genova-panorama-villetta-di-negroAbbiamo chiesto al vicesindaco e assessore all’Urbanistica del Comune di Genova, Stefano Bernini, di aiutarci a fare il punto della situazione sull’iter procedurale e quanto ancora potranno essere ascoltati i cittadini nel cammino verso l’approvazione definitiva del documento che delinea la Genova del futuro.

    «Finalmente – sospira Bernini – il Consiglio comunale ha approvato le controdeduzioni alle osservazioni regionali sulla Valutazione ambientale strategica. Ciò significa che, essendo queste da noi considerate le linee guida per gli uffici di urbanistica e pianificazione territoriale, possiamo ora lavorare sulle singole controdeduzioni a tutte le altre osservazioni sollevate al Comune di Genova sul Puc».

    Quali sono i prossimi passaggi formali? «Entro due mesi dovremmo avere sia la risposta della Regione, mi auguro positiva, rispetto a come abbiamo controargomentato le osservazioni contenute nella Vas, sia il percorso di riproposizione al Consiglio comunale delle controdeduzioni per arrivare al Puc definitivo».

    Dopo le pressioni di questi mesi e alcuni emendamenti che hanno accolto alcune delle numerose segnalazioni, i cittadini avranno ancora modo di esprimere le proprie valutazioni? «Dato che stiamo parlando di questioni delicate di filosofia urbanistica e visione più generale della città, cercheremo di studiare un cronoprogramma che riproponga sia il passaggio attraverso i Municipi, soprattutto per le controdeduzioni che riguardano i Municipi stessi, sia percorsi partecipati sull’informazione ai cittadini circa le scelte che abbiamo fatto, in particolar modo per le questioni di maggior respiro. Il punto di arrivo dovrà comunque essere la discussione nelle competenti Commissioni di Consiglio comunale in modo che, suddividendo i singoli argomenti, si possa arrivare al giusto grado di approfondimento perché si tratterà dell’ultimo atto che dovremo compiere dal punto di vista amministrativo. Dovremo dunque fare in modo che il nuovo Puc diventi uno strumento reale di azione chiaro a tutti».

    Sembra, dunque, che ci sia ancora molto lavoro da fare. È possibile fare una previsione su quando Genova potrà adottare il nuovo Piano urbanistico? «Ci auguriamo che il percorso che stiamo intraprendendo possa accompagnarci ad un voto del Piano urbanistico in modo definitivo entro la pausa estiva. Da quel momento dovranno passare 90 giorni necessari per eventuali altre osservazioni solo sui punti già modificati. Dopodiché potremo chiudere il percorso passando il tutto in Regione. Se tutto va bene, dunque, potremmo arrivare alla fine dell’anno con il nuovo Puc».

    Il punto di vista della rete IF, l’impegno dei cittadini

    quarto-levante-genova-A2L’approvazione della delibera e, soprattutto, il mutato orientamento del Puc sono stati accolti favorevolmente, pur sempre con riserva, anche dalla rete di cittadini che da mesi ormai sta combattendo per mettere un serio freno alla cementificazione sconsiderata in città. «Riconosciamo il valore del percorso che è stato fatto dalla società civile, di cui facciamo parte e che abbiamo un po’ rappresentato con la nostra raccolta di istanze che abbiamo portato nelle sedi democratiche deputate – dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della rete IF – riconosciamo cioè che la delibera approvata ha dato il via a un cambiamento di tono e a una maggiore consapevolezza verso tutta una serie di tematiche che prima erano assolutamente assenti dal dibattito politico. Anche i consiglieri più lontani, che non hanno mai riflettuto su temi dello sviluppo del territorio nei termini in cui lo facciamo noi, hanno capito che oggi è urgente e importante parlare di queste cose. E ciò è sintomatico di un nuovo orientamento che, seppure non in maniera totale e chiarissima, pare sia stato colto. Per questo siamo cautamente positivi nei confronti di questa delibera perché vediamo comunque un primo riconoscimento del nostro lavoro».

    Ma non basta. Il coordinamento dei cittadini promette di vigilare costantemente su tutte le tappe che porteranno all’adozione formale del nuovo Puc: «Dal nostro punto di vista – prosegue Lucchetti – avremmo voluto delle indicazioni più coraggiose, capaci di porre limiti più immediati e restrittivi a uno sviluppo che ha fatto il suo tempo come ci dimostra il territorio ferito che non manca di lanciarci chiari allarmi ogni giorno. Ma siamo comunque solo a un punto di partenza perché la nostra campagna continuerà a presidiare il percorso del Puc sia nelle sue tappe regionali che nel suo ritorno in Comune. Vigileremo su una declinazione coerente nel concreto delle scelte che cerchiamo di orientare il più possibile alla salvaguardia del territorio e alla tutela dei cittadini».

    «Non so dirti se i tempi siano realistici o meno ma noi faremo il possibile per coinvolgere il territorio e i comitati che abbiamo raccolto intorno alla petizione. Non so risponderti sul piano tecnico ma posso farlo su quello politico, dal basso, dal punto di vista di cittadini che passano le notti a studiare questi aspetti essendo tutto basato sul volontariato: il nostro è un percorso di costante negoziazione tra tutti i soggetti della società, c’è bisogno di tempo anche perché c’è sempre più gente comune che vuole capire questo procedimento e vuole allinearsi a questo percorso. Speriamo, dunque, che non si tratti solo di fumo ma che l’arrosto ci sia e vada davvero nella direzione di restringere le possibilità di uno sviluppo dissennato e apra le possibilità per una nuova idea di città. Se non lo facciamo adesso, non lo faremo mai più perché questa città rischia di morire sotto il vecchiume, sotto il conservatorismo dei vecchi poteri».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Municipio Centro Est, Incomincio da…3: il percorso formativo rivolto ai genitori

    Municipio Centro Est, Incomincio da…3: il percorso formativo rivolto ai genitori

    I palazzi del Centro Storico di GenovaDopo l’esperienza dello scorso anno nel territorio del Municipio Centro Est torna Incomincio da…3, il percorso formativo rivolto ai genitori per la prevenzione della dipendenza degli adolescenti dal gioco e dalle sostanze psicoattive e realizzato da un’equipe composta da operatori del Servizio per le Dipendenze della ASL 3 e della Cooperativa Sociale Minerva Onlus, realtà del levante genovese impegnata nella prevenzione e nel supporto alla genitorialità. “Per riflettere sulle proprie competenze educative e sul modo di gestire la relazione con i figli”, si legge nell’opuscolo informativo.

    Incomincio da…3 parte quest’anno con due nuovi per-corsi (dedicati, come l’anno scorso, ai genitori dei bambini delle scuole dell’infanzia e primaria) e con l’opuscolo Sono un Genitore: il mio ruolo è importante, pubblicato dallo stesso Municipio I per raccontare l’esperienza dei genitori che hanno partecipato nel 2013 ai per-corsi di gruppo previsti dal progetto.

    Previsti due per-corsi di gruppo fra marzo e maggio (quattro incontri per ognuno) presso il Laboratorio Sociale di via Prè, ogni corso è riservato a dodici genitori.

    Opuscolo e per-corsi 2014 saranno presentati mercoledì 12 marzo, a Genova, presso il Salone di Rappresentanza del Banco di Chiavari, via Garibaldi 2 a partire dalle ore 17.00.

    Per informazioni sul progetto Incomincio da 3 visitare il sito della cooperativa www.coopminerva.org

  • Sampierdarena e San Teodoro, “passeggiate urbane” del Pd alla ricerca di spazi vuoti da riqualificare

    Sampierdarena e San Teodoro, “passeggiate urbane” del Pd alla ricerca di spazi vuoti da riqualificare

    Chiesa di S.TeodoroIl principio che sta alla base è lo stesso del nostro #EraOnTheRoadda ormai un anno appuntamento fisso del mercoledì pomeriggio per i lettori di Era Superba: percorrere a piedi in compagnia di tecnici e cittadini le strade della città per toccare con mano problematiche ed eccellenze. L’iniziativa del Pd – cinque passeggiate urbane per ricostruire il legame tra i cittadini e le loro strade – si concentra su una precisa tematica: “Filo conduttore delle passeggiate urbane sarà il tema de i Vuoti e i Pieni, ovvero gli spazi che compongono le nostre città e possono renderle belle o brutte, sicure o insicure poiché progettare le città significa distribuire i suoi spazi, quali riempire e quali liberare, di giorno e di notte, in un gioco che non si interrompe mai” si legge nella nota stampa. Sono le parole di Monica Russo, appartenente al gruppo consiliare del Partito Democratico e promotore dell’iniziativa.

    “L’idea – aggiunge Russo nella nota – è quella di provare a riempire un po’ gli spazi vuoti raccogliendo i desideri che incontreremo nel nostro percorso e liberandoli dalle paure che li avvolgono e lo faremo grazie alle idee di chi abita le città e di coloro che progettano e pensano le città. Per questo abbiamo coinvolto associazioni che si occupano di verde in città, di tutela dell’ambiente, di raccogliere e conservare la memoria dei quartieri, gruppi di cittadini attivi in modi diversi sul territorio; abbiamo chiesto l’aiuto ad urbanisti, sociologhi, esperti che a diverso titolo si occupano degli spazi urbani e abbiamo avuto la disponibilità a partecipare tra gli altri del prof. Massimo Quaini, geografo, del prof. Ferdinando Bonora, archeologo, del prof. Stefano Padovano, esperto in sicurezza urbana integrata, e di “Incontri in città” – Laboratorio Permanente di Studi Urbani dell’Università di Genova grazie alla collaborazione della dott.sa Maria Elena Buslacchi e della dott.ssa Daniela Panariello, sociologa urbana. Ci ha dato appoggio e sostegno il Municipio Centro Ovest che ringraziamo. Riprenderemo questa esperienza con filmati e faremo interviste che saranno poi oggetto di riflessione in un convegno finale il 29 marzo”.

    Cinque le passeggiate in programma:

    Domenica 9 marzo alle 10,30 a San Teodoro, secondo un itinerario che da Largo San Francesco da Paola arriverà al Matitone scendendo da salita San Francesco e poi per via Fassolo, via San Benedetto, palazzo Doria, via Buozzi ed il mercato di piazza Dinegro.

    Venerdì 14 marzo alle 21, seconda passeggiata da piazza Settembrini a via Pietro Chiesa, a Sampierdarena.

    Venerdì 21 marzo alle 16,30, ancora a Sampierdarena, il terzo itinerario che muoverà da piazza Masnata per concludersi all’ex mercato ovoavicolo del Campasso.

    Mercoledì 26 marzo alle 16,30 il quarto appuntamento, dall’ospedale Villa Scassi al Teatro Modena, attraversando via Cantore e scendendo in via Buranello.

    Infine, sabato 22 marzo alle 16 ancora a San Teodoro, con partenza ancora da Largo San Francesco da Paola e conclusione in via Venezia.

  • Partecip@, Municipio Centro Est: gli interventi di manutenzione proposti dai cittadini

    Partecip@, Municipio Centro Est: gli interventi di manutenzione proposti dai cittadini

    municipio-centro-estCon una conferenza stampa a Tursi, il Municipio Centro Est presenta Partcip@, il bando sulla democrazia partecipativa (qui il pdf), un percorso sperimentale che si prefigge l’obiettivo di costruire percorsi di partecipazione che, in maniera crescente, permettano il coinvolgimento attivo dei cittadini nella gestione della cosa pubblica.

    “Si tratta di un primo banco di prova per diffondere tali meccanismi di governance e farli diventare pratica consolidata dell’Amministrazione comunale”, si legge nella nota stampa.

    Potranno partecipare i cittadini che vivono o che operano sul territorio del Municipio Centro Est: “Con questo bando sperimentale, per la prima volta s’intende coinvolgere la cittadinanza in tutte le fasi del processo amministrativo. Infatti, i cittadini sono prima chiamati a proporre e a progettare con semplicità gli interventi di riqualificazione, poi a decidere quali realizzare e infine a contribuire alla loro attuazione, attraverso il volontariato o un contributo di cofinanziamento. La speranza è quindi quella di mettere a valore le tante esperienze di cittadinanza attiva impegnate nella cura dei beni comuni sul nostro territorio”.

    “Il regolamento per la democrazia partecipativa del Municipio (qui il pdf) prevede che una somma, pari al 10% delle risorse finanziarie del Municipio in conto capitale, possa essere destinata all’attuazione di progetti di manutenzione. Per l’anno 2014 sono disponibili 28.000 euro“. Nel Regolamento si specifica anche che saranno tenute in maggiore considerazione le proposte che prevedano un cofinanziamento da parte dei proponenti o la partecipazione di soggetti a titolo di volontariato per la realizzazione del progetto stesso.

    “In base alle preferenze espresse dai cittadini, si stilerà una graduatoria che resterà valida per tutto il ciclo amministrativo in corso. Pertanto i progetti, selezionati con le modalità previste e non attuati nel corso del 2014, potranno essere realizzati entro la fine del mandato del Consiglio Municipale, attraverso nuove risorse disponibili nei prossimi anni”.

    I progetti possono essere presentati al Municipio entro il 30 aprile ed è possibile iscriversi anche alla piattaforma informatica Open Genova che ha offerto gratuitamente la propria colaborazione al Municipio. A partire dal 10 marzo si svolgeranno 5 incontri informativi con la cittadinanza.

  • Trasporto Pubblico Locale: in quanti lo utilizzano? Uno studio per stabilire il futuro della tariffa integrata

    Trasporto Pubblico Locale: in quanti lo utilizzano? Uno studio per stabilire il futuro della tariffa integrata

    Corso EuropaUn’indagine per definire quale sia la ripartizione della moblità a Genova per quanto riguarda il Trasporto Pubblico Locale. Uno studio sulla domanda di mobilità da parte dei cittadini genovesi, in particolar modo finalizzato a quantificare l’effettivo utilizzo della tariffa integrata bus – treno.  Un totale di 1500 rispondenti stratificati per età, municipio di residenza, condizione professionale e titolo di viaggio utilizzato. Questo, in sintesi, il documento presentato oggi a Tursi, dopo anni di discussioni sul mantenimento del biglietto integrato bus treno: «Volevamo avere una visione più chiara della situazione, uno studio in questo senso non era mai stato fatto», commenta l’assessore regionale ai trasporti Enrico Vesco. «Ma la partita rimane molto complicata e lo studio si presta a diverse interpretazioni. È come se fosse finita in pareggio, i risultati non sono così netti e non determinano la decisione di interrompere o meno il servizio. A maggior ragione in ottica della nuova agenzia regionale per il trasporto pubblico, che senso avrebbe ora per Genova interrompere il servizio integrato? L’auspicio è quello di poter mantenere la situazione come è almeno sino alla nuova gara unica, un’occasione importante per ridisegnare il servizio, anche a livello regionale e non solo comunale».

    Quanti sono i genovesi che utilizzano il Tpl e con quale titolo di viaggio?

    Prima di addentrarci nei dati relativi alla tariffa integrata, è utile comprendere quanti sono i cittadini genovesi che ogni giorno utilizzano il Tpl. Stando alle stime, ogni mattina sarebbero 300.000 i genovesi che escono di casa e si immettono nel traffico, di questi circa 130.000 utilizzando il Tpl il restante a piedi o con il mezzo privato; nell’arco della giornata si stimano ulteriori 100.000 passeggeri per un totale che si aggirerebbe dunque intorno ai 230/250.000 passeggeri (bisogna tener conto, però, che ognuno di questi effettua in media due viaggi al giorno). Tornando al campione dei 1500 viaggiatori intervistati, il biglietto ordinario è il titolo di viaggio più utilizzato (57,6%), segue l’abbonamento annuale (27,8%) e gli abbonamento mensili/settimanali (14,6%).

    Servizio treno – bus, la tariffa integrata

    «Volevamo dati oggettivi – commenta l’assessore comunale Anna Maria Dagnino – nel 2010 l’impostazione è cambiata radicalmente, prima il riparto delle risorse pubbliche da destinare a questo servizio era basato sulla percentuale di ricavi, poi si è stabilita una cifra forfettaria (8,5 milioni, ndr). In futuro potremo basarci su questi dati per rivedere le condizioni».

    Il dato più atteso era dunque quello relativo all’utilizzo del servizio integrato:  bene, i dati indicano che il 17% dei cittadini intervistati intervistati utilizza il trasporto integrato ferro – gomma. Troppo pochi? «Confesso che mi sarei aspettata un numero più alto di passeggeri – ha commentato Dagnino – l’integrato dimostra di avere un ruolo minoritario. Ma la domanda che ci poniamo è: chi mettiamo in crisi se tagliamo l’integrato? Il 17% che lo utilizza abitualmente e chi in caso di taglio del servizio passerebbe al mezzo privato, questo significherebbe un problema per l’intera comunità».

    È importante sottolineare che i dati presentati risultano disomogenei per quanto riguarda le diverse zone della città. La tariffa integrata viene utilizzata nel Municipio Centro Est dal 14,9% degli intervistati, dal 12,4% nel Centro Ovest, il 13,1% nella Bassa Val Bisagno e il 10,4% nella Media Valbisagno. Ma i dati cambiano se ci spostiamo a ponente, ben il 39,9% utilizza il biglietto integrato nel Municipio Ponente e il 17,6% nel Medio Ponente. A Levante (dove aldilà della tariffa integrata risulta scarso l’utilizzo del treno per raggiungere il luogo di lavoro) il servizio è utile al 16,7% dei cittadini, 8,7% nel Medio Levante.

    Per quanto riguarda l’età dei passeggeri che fanno uso del biglietto unico, bassa percentuale fra gli over 65 (6,4%), il 13% fra i minori di 20 vent’anni e il 22,5% tra i 20 e i 65 anni.

    E se venisse tagliato il biglietto integrato, come si comporterebbe quel 17% di genovesi?

    Lo studio mostra, infine, come si comporterebbero i cittadini che oggi utilizzano il biglietto integrato in caso di stop al servizio. Il 34,9% di loro utilizzerebbe comunque la stessa combinazione treno – bus anche senza biglietto unico, il 25,8% userebbe solo i mezzi Amt e il 19,4% solo il treno. L’8,50% utilizzerebbe esclusivamente il mezzo privato, il 7% alternerebbe il mezzo privato al treno e il restante 4,40% alternerebbe il mezzo privato ai mezzi Amt.

  • Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Ce l’abbiamo fatta. Anzi, ce l’hanno fatta. Dopo 25 sedute di commissione, 4 consigli comunali, liti furibonde e porte sbattute in faccia, come era facilmente presumibile, tutto finisce a tarallucci e vino. Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità (32 presenti) il suo nuovo regolamento che, in ogni caso, non entrerà in vigore prima di un mese.

    Dopo l’ennesima sospensione della settimana scorsa sul delicato tema della riforma degli articoli 54, la quadra era stata raggiunta già lunedì nel corso della Conferenza dei capigruppo convocata ad hoc. La questione era ben nota: da un lato i fautori del documento prodotto dalla Commissione pensato nel corso delle 25 sedute tematiche, dall’altro un sostanzioso emendamento Pd-Pdl che sembrava non volerne tenere conto. Nel mezzo, tutta un’altra serie di emendamenti degli altri gruppi consigliari, disposti comunque a ritirarli qualora fosse stata accettata anche dal Pd la riforma che mirava ad annullare la discrezionalità da parte del presidente nella scelta delle interrogazioni a risposta immediata da portare in aula.

    Segnali positivi erano arrivati fin dall’apertura dei lavori con Paolo Putti, capogruppo del M5S, che annunciava il ritiro di tutti gli emendamenti del suo gruppo all’articolo 54 «dato che in Conferenza capigruppo c’è stato un ampio dibattito che ha portato a una soluzione soddisfacente».

    Il testo finalmente concordato introduce sostanzialmente il limite per ogni consigliere della presentazione di una sola interrogazione a risposta immediata per ciascuna seduta. “Il presidente valuta la sussistenza dei requisiti richiesti (attualità e urgenza, NdR) e provvede a disporre la trattazione delle interrogazioni, sentiti i Capigruppo circa l’ordine di priorità ed urgenza che ciascun Gruppo attribuisce alle interrogazioni presentate dai propri consiglieri”.

    La montagna ha partorito il topolino. Non è dato sapere, infatti, quali siano le modalità con cui il presidente sarà chiamato a “sentire i Capigruppo”: la sensazione è che l’unica cosa che cambierà realmente sarà il numero degli articoli 54 che ogni settimana arriveranno sul banco del Presidente, che nelle realtà dei fatti avrà comunque sempre l’ultima parola sull’ordine dei lavori.

    Da segnalare, comunque, che il nuovo regolamento prevede anche la “facoltà del Consigliere proponente di chiedere, qualora l’interrogazione proposta non sia inserita all’ordine del giorno della seduta consigliare, una risposta scritta. In difetto di risposta da parte degli assessori competenti entro 5 giorni dalla seduta consigliare, l’interrogazione viene inserita automaticamente all’ordine del giorno della seduta successiva”.

    Anche oggi, comunque, non tutti si sono trovati d’accordo: nonostante il voto unanime conclusivo sull’intera riforma del regolamento, la modifica all’art. 54, infatti, è passata con l’astensione del Pdl. Radio Tursi nelle scorse settimane aveva parlato di un accordo tra Pd e Pdl proprio su questo tema. Accordo che evidentemente deve essere saltato nella Conferenza capigruppo straordinaria di lunedì: «Più che un accordo – spiega Stefano Balleari, vicepresidente del Consiglio comunale e oggi portavoce del Pdl data l’assenza del capogruppo Lilli Lauro – diciamo che avevamo un documento concordato su cui convergevamo, con la debita premessa che sia Pdl che Pd non ravvisavano l’esigenza di modificare l’articolo 54 perché il presidente del Consiglio svolge la sua funzione in maniera equilibrata. Il documento concordato interveniva solo con la limitazione della quantità di 54 da presentare. Oggi, invece, si è approvato un sistema sbagliatissimo perché il presidente del Consiglio deve sottoporsi alla volontà del Capogruppo: se si tratta di una persona equilibrata non c’è problema, altrimenti c’è la possibilità che presenti solo le proprie interrogazioni o quelle della sua corrente. Il rischio, dunque, è che un consigliere comunale diventi ostaggio del proprio Capogruppo. Non ho votato contro solo per un senso di responsabilità istituzionale in funzione anche del mio ruolo da vicepresidente».

    Tra gli altri articoli modificati, sorprende positivamente l’approvazione di un emendamento presentato dal Movimento 5 Stelle che stabilisce che il Consiglio comunale adotti il formato digitale come sistema standard di comunicazione e abbandoni il fax, invitando assessorati e uffici a fare lo stesso. Viene, inoltre, richiesta la pubblicazione sul sito del Comune di tutti i documenti preparatori e conclusivi delle sedute di Commissione e Consiglio, non attraverso scannerizzazione ma con standard di accessibilità che favoriscano la lettura da parte di persone con deficit visivi.

    Soddisfatto il presidente Guerello che, come aveva anticipato, per evitare conflitti di interessi si è astenuto sulle votazioni di ogni singola modifica al regolamento, non è intervenuto nel merito nella decisiva Conferenza capigruppo convocata ad hoc lunedì ma ha votato favorevolmente la riforma complessiva: «I lavori di oggi (ieri, NdR) si sono svolti finalmente in un clima piuttosto sereno. È molto importante che la delibera sia stata votata all’unanimità, come mi auguravo, perché al di là dell’asprezza del dibattito è fondamentale che le regole siano condivise perché la democrazia si esercita nel rispetto delle regole». Regole che vanno incontro al lavoro del presidente in una delle questioni più complicate, la scelta degli articoli 54: «Vedremo poi come procederemo nel concreto – ha concluso Guerello – certo che finora è sempre stato molto complicato scegliere 4 o 5 argomenti tra i 300 che mediamente ogni settimana mi vengono proposti. La scelta resa ancor più difficile dal fatto che le emergenze sono tante, i consiglieri spesso propongono argomenti di pregio e sono costretto a scontentare molte istanze che provengono dal territorio».

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3«Ponte Parodi è uno di quei tanti, classici lavori che nella nostra città vengono molto annunciati, molto discussi, molto progettati e mai realizzati». Le parole con cui Simone Farello, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha iniziato la sua interrogazione a risposta immediata rivolta al vicensindaco Bernini, sono quanto mai emblematiche nel riassumere l’ormai quasi ventennale (non) storia della riqualificazione di questa porzione di waterfront (qui l’approfondimento di Era Superba).

    La questione, riproposta in Sala Rossa anche dai consiglieri Campora e Grillo (Pdl), è nota a tutti. Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, nell’area di circa 40 mila metri quadrati che affianca la Darsena dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo”. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, siamo arrivati ai primi mesi del 2014 e tutto continua a tacere. Per cui anche la nuova deadline che auspicava la fine dei lavori prevista tra 2015 e 2016 è destinata a essere ampiamente superata.

    Negli ultimi mesi, si è fatta largo l’ipotesi che il progetto potesse essere ormai desueto e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area. Da cui potrebbero essere motivate le infinite lunghezze. Come stanno veramente le cose? «A noi – assicura Bernini – nessuno è mai venuto a manifestare un diminuito interesse per l’area. Anzi, ancora fine dicembre abbiamo incontrato Altarea per proseguire il lungo lavoro di predisposizione della convenzione che dovrà essere siglata per lo sviluppo delle attività».

    Appunto, lo sviluppo delle attività. Anzi, l’avvio: una chimera?

    [quote]Inutile negare che ci siano state delle inadempienze e dei ritardi epocali ma le colpe del Comune sono davvero poche»[/quote]

    «Per quanto ci riguarda – prosegue Bernini – dovevamo garantire gli accessi da via Buozzi i cui lavori di riqualificazione, legati anche al nuovo deposito della Metropolitana, sicuramente saranno terminati molto prima delle strutture di Ponte Parodi (anche se le ultime notizie su via Buozzi non sono proprio rassicuranti, ndr). Il grave ritardo, invece, è da ascrivere soprattutto ad Autorità portuale che non ha ancora terminato le opere idrauliche alla radice del Ponte. Finché non vengono completati questi lavori non è possibile procedere alla cinturazione del molo che darebbe poi la possibilità di avviare la cantierizzazione».

    A dire il vero, al Comune spettava anche la soluzione di un’altra questione, seppur di minore impatto, rimasta a lungo in sospeso: la ricollocazione della Pubblica Assistenza. «Per quanto riguarda la Croce Verde – assicura Bernini – con un investimento di circa 20 mila euro siamo riusciti a trovare una nuova sistemazione al Tabarca». Ci sarebbe poi il definitivo trasloco della ditta Santoro srl, che si occupa di gestione di rifiuti portuali e navali, ma anche su questo il vicesindaco rimbalza la palla ad Autorità portuale.

    ponte-parodi-cantiere-lavori-porto-2
    «Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata racconta ad Era Superba il direttore di Porto Antico Alberto Cappatola nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea»

    A fare le spese di tutti questi ritardi, finora, è stata soprattutto Porto Antico spa, società partecipata per il 51% dal Comune di Genova, che ha anticipato i costi per l’abbattimento del silos granario, che saranno coperti da Altarea (attraverso un passaggio intermedio via Tursi) solo in seguito alla ratifica della convezione. Convezione che il gruppo non ha alcuna intenzione di firmare finché non potrà effettivamente mettersi al lavoro.

    Ma le luci all’orizzonte sono ancora molto, molto distanti e più passa il tempo, più la situazione si fa intricata. «C’è un problema di carattere urbanistico – spiega Bernini – perché l’area comprende anche lo storico edificio Hennebique, il cui bando per la concessione è andato deserto (qui l’approfondimento, ndr). La discussione che si aperta successivamente ha chiamato in causa una modifica dei pesi degli spazi vincolati all’uso pubblico che inizialmente erano fissati al 51% con la possibilità di scendere ulteriormente in caso di realizzazione di un polo alberghiero».

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2«È chiaro che per rendere l’investimento appetibile, data la complessità dell’intervento di manutenzione anche a seguito dei vincoli imposti dalla Sovrintendenza, è necessario diminuire la quota destinata a uso pubblico. Ma nel momento in cui le proporzioni dovessero diventare molto vantaggiose per quanto riguarda la percentuale a uso privato, che non significa per forza commerciale, è naturale che anche Altarea potrebbe chiedere una rivisitazione delle proprie condizioni (61% pubblico, 39% privato)». La questione è perciò delicata e, con tutta probabilità, sarà risolta contestualmente, senza dimenticare che la decisione finale sull’eventuale modifica delle destinazioni d’uso dovrà passare attraverso le forche caudine del Consiglio comunale.

    «Non credo – conclude il vicesindaco, tornando alla domanda che aveva dato inizialmente il la alla questione – che Altarea abbia alcun interesse a far saltare il banco prima di essere giunti alla conclusione di questo percorso, anche perché fino ad oggi ci sono state mutue accettazioni dei ritardi tali per cui si è tutelato lo status quo. Se, terminato questo percorso, dovessero esserci ulteriori ritardi da parte di Autorità portuale, allora potrebbe effettivamente verificarsi un ritiro della società: in tal caso dovremmo occuparci – e preoccuparci data la difficoltà – di trovare situazioni alternative di utilizzo che sappiano remunerare gli investimenti anticipati dalla Porto Antico».

    Simone D’Ambrosio

  • Ilva Cornigliano, caso Muzzana Trasporti: lavoratori messi da parte per un conflitto di potere

    Ilva Cornigliano, caso Muzzana Trasporti: lavoratori messi da parte per un conflitto di potere

    via-dell-acciaio-ilva-dSe gli operai dell’Ilva di Cornigliano sono legittimamente preoccupati per il loro futuro occupazionale (qui l’inchiesta di Era Superba) dopo che la direzione aziendale ha comunicato l’impossibilità di rispettare l’accordo di programma paventando di conseguenza centinaia di esuberi, i lavoratori del deposito genovese di Muzzana Trasporti srl – società nata come corriere per tutto il Gruppo Riva (con sede principale a Caronno Pertusella nel cuore della Riva Acciaio spa) – già da ottobre 2013 sono costretti a casa, prima in cassa integrazione ordinaria (fino a gennaio 2014) e adesso in c.i. straordinaria (in scadenza il prossimo 31 marzo). La storia dei dipendenti Muzzana è particolarmente drammatica perché dalla sera alla mattina 4 persone – e dunque altrettante famiglie – si sono ritrovate improvvisamente espulse da un contesto lavorativo nel quale erano a pieno titolo inserite ormai da 16 anni.

    Ma partiamo dal principio. Il Deposito Muzzana Genova nasce nel 1995 e fino al 2002 è gestito da personale ILVA S.p.A., quale punto di appoggio nello smistamento di  ricambi a tutti gli stabilimenti del Gruppo Riva. La postazione di Cornigliano è strategica per la sua posizione logistica di collegamento tra le società Ilva di Taranto, Genova, Novi Ligure e le società collegate (Sanac Massa e Vado Ligure). Nel deposito genovese, da sempre, lavorano fianco a fianco dipendenti sia Ilva sia Muzzana che si occupano della parte operativa: scarico/carico merce in arrivo e in uscita, imballaggio delle merci, carico/scarico container per Ilva Taranto, il tutto tramite l’ausilio di carrelli elevatori frontali e carroponte, mentre gli autisti ritirano i ricambi per le società del gruppo.

    Dopo il commissariamento della holding Riva Fire (agosto 2013) – che controlla Ilva S.p.A. e dunque le fabbriche di Taranto, Genova Cornigliano e Novi Ligure (mentre una parte del gruppo, Riva Forni Elettrici che controlla Riva Acciaio, Riva Energia e Muzzana Trasporti srl, è rimasta sotto il controllo della famiglia Riva) – a seguito dell’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale a carico della dirigenza Ilva di Taranto e della famiglia Riva «Noi quattro siamo gli unici ad essere stati messi completamente fuori gioco – denunciano Alessandro, Fabrizio, Gabriele e Ivan, dipendenti del deposito genovese della Muzzana Trasporti srl – Dapprima, con il sequestro dei beni Riva a settembre 2013, siamo stati coinvolti come altri 1400 operai Riva nel procedimento di “messa in libertà”, ovvero sospesi senza il pagamento dello stipendio. Trascorsi 15 giorni siamo rientrati ma ci è stato detto chiaramente che non servivamo più. Il risultato è che da alcuni mesi ci è stato sottratto il lavoro che, ad oggi, viene effettuato da personale Ilva Genova sotto il nome di magazzino transiti Genova».

    Secondo i lavoratori «La dirigenza Ilva ha scelto tale soluzione senza  preoccuparsi minimamente di noi. Muzzana Trasporti a questa azione ha risposto richiedendo un cassa integrazione ordinaria a zero ore, falsandola come “calo di commesse”, fatto assolutamente non veritiero. È evidente che l’intenzione della Riva Forni è quella di non volere più interferire su quanto riguarda l’Ilva. In pratica, si è creata una situazione dove noi quattro dipendenti della Muzzana Trasporti srl nel deposito di Genova siamo l’ultima traccia dei Riva all’interno dell’Ilva, quindi una presenza da debellare. Siamo rimasti senza lavoro soltanto per un conflitto di potere. E da mesi non abbiamo più comunicazioni sul nostro futuro. Per questo abbiamo deciso di agire per via legale. La settimana scorsa il nostro avvocato ha depositato il ricorso per chiedere il reintegro all’Ilva».

    Il racconto dei lavoratori

    ilva genovaQuello che maggiormente colpisce in questa vicenda è l’assoluta ambiguità che sta alla base del rapporto tra Ilva e la sua società controllata. «Io sono stato assunto come dipendente di Ilva Genova – spiega Alessandro Saporito, responsabile del magazzino genovese di Muzzana Trasporti srl – All’epoca alcuni magazzinieri Ilva venivano utilizzati in mansioni di trasporto dei pezzi di ricambio con mezzi della Muzzana Trasporti. Ciò è avvenuto fino al 2002. In seguito hanno deciso di regolarizzare la mia posizione. In sostanza obbligandomi a passare alle dipendenze di Muzzana Trasporti». Nel frattempo vengono assunti altri tre lavoratori, sempre direttamente dall’ufficio personale di Ilva Genova «Ma formalmente il contratto è quello della categoria autotrasporto – continua Saporito – E ufficialmente siamo tutti dipendenti di Muzzana Trasporti».

    Alessandro, Fabrizio, Gabriele e Ivan raccontano di aver sempre lavorato nel magazzino Ilva Genova con sede all’interno dello stabilimento di Cornigliano. «Eravamo perfettamente assimilabili ai dipendenti Ilva: ci spogliavamo nello stesso spogliatoio, mangiavamo nella medesima mensa, timbravamo il cartellino come azienda Ilva, svolgevamo le visite mediche all’interno dell’Ilva, vestivamo con divise Ilva, e potremmo continuare ancora a lungo».

    Una situazione che va avanti così per anni, fino al settembre 2013, quando interviene la magistratura con il sequestro dei beni Riva (settembre 2013). «Anche noi siamo rientrati nel procedimento di “messa in libertà”, cioè sospesi senza il pagamento dello stipendio – spiega Alessandro Saporito – Dopo 15 giorni, al pari degli altri lavoratori coinvolti, siamo rientrati nello stabilimento dove, però, era già stata creata una postazione alternativa in un altro capannone in cui i dipendenti Ilva operavano al posto nostro. Per qualche giorno siamo rimasti nel deposito Muzzana senza nulla da fare. Poi la direzione Muzzana ci ha comunicato chiaramente che non servivamo più. Di colpo Ilva ha deciso di svolgere internamente il servizio di stoccaggio, mentre il servizio di trasporto sarà affidato a ditte esterne».

    Ma come sottolineano i dipendenti Muzzana «Noi avevamo un ruolo ben diverso da semplici corrieri. Aspettavamo i materiali e li controllavamo, non si trattava soltanto di operazioni di ritiro e consegna, bensì garantivamo determinate caratteristiche al servizio, rappresentando a tutti gli effetti una presenza Ilva. Infatti, entravamo direttamente nei reparti, attività che una ditta esterna, in teoria, non potrebbe svolgere». E soprattutto «Ogni direttiva operativa proveniva dall’Ilva, noi dipendenti Muzzana eravamo una sorta di “jolly”, oltre ad essere ricambisti e magazzinieri dell’Ilva potevamo muoverci e maneggiare materiale di tutto il gruppo».

    Nonostante le continue rassicurazioni dei dirigenti Ilva, pronti a scongiurare qualsiasi ipotesi di licenziamento, i dipendenti Muzzana hanno subito un progressivo isolamento all’interno dello stabilimento di Genova Cornigliano, fino ad essere considerati addirittura degli estranei. «Eppure noi avevamo rapporti esclusivamente con la direzione Ilva di Genova – sottolinea Saporito – Il magazzino genovese di Muzzana Trasporti è stato creato apposta per dare risposta alle esigenze dell’Ilva. Il ricorso legale verterà proprio su questa evidente promiscuità che, probabilmente, senza le note vicende giudiziarie, sarebbe proseguita tale e quale ancora oggi».

    La posizione del sindacato

    «Una storia decisamente anomala – così la definisce Armando Palombo, delegato Fiom della rsu Ilva di Cornigliano – risultato non voluto di una carambola che parte dalla giustissima inchiesta giudiziaria di Taranto. I lavoratori Muzzana pagano colpe non loro. Un tempo l’universo Ilva, composto da una serie di società controllate in varia misura dalla famiglia Riva, era sostanzialmente unito. Ma la commistione tra diverse realtà societarie era tale che numerose funzioni, in maniera impropria, si sono via via mescolate. Adesso che l’universo Ilva è stato scorporato, a seguito dell’inchiesta della magistratura e per motivi finanziari (così Riva ha salvato la parte “sana” del gruppo), sono emersi tutti i problemi».

    Comunque, secondo Palombo «I 4 dipendenti Muzzana, di fatto, svolgevano mansioni per Ilva Genova. Quindi, dal punto di vista lavorativo, sarebbero perfettamente integrabili in Ilva.  La causa legale potrebbe essere la strada migliore per ottenere il reintegro. Considerate tutte le anomalie e le ambiguità nei rapporti tra questi lavoratori e Ilva Genova».

    Matteo Quadrone

  • Homeless a Genova: le strutture di accoglienza e il lavoro delle associazioni per i senza tetto

    Homeless a Genova: le strutture di accoglienza e il lavoro delle associazioni per i senza tetto

    homeless1Sono chiamati “invisibili”, la sera per dormire si allungano su due cartoni con una tendina dell’Ikea per coprire il viso. Fanno la coda alla porta degli ostelli con il buono della Caritas in mano. Spengono la luce quando chiudono gli occhi, l’alcool aiuta ad addormentarsi meglio e in minor tempo. Dopo i tristi episodi di cronaca delle scorse settimane, con le immagini dell’aggressione avvenuta a Genova ai danni dei quattro clochard in piazza Piccapietra che hanno fatto il giro del web, i senza tetto a Genova sono finiti improvvisamente sotto i riflettori, loro che ai riflettori non sono certo abituati.

    Ma dove sono, quanti sono e dove vanno, gli homeless che gravitano nella nostra città? A questo proposito, la Comunità di Sant’Egidio distribuisce gratuitamente l’ultima edizione dell’utilissima guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi 2014“, praticamente la Michelin dei senza tetto, che segnala a Genova, oltre a conventi e mense dove richiedere un pasto (muniti del buono), anche una serie di rifugi per la notte. Si va da quelli convenzionati con la Questura, preparati ad accogliere rifugiati e profughi in attesa di permesso, come Auxilium a San Teodoro o Tangram in zona Principe, abilitato anche a ricevere persone con problemi di dipendenza e minori soli, a quelli per i detenuti in regime di pena alternativa che trovano accoglienza nella Casa Speranza di Campomorone. Le donne con bambini e situazioni familiari problematiche hanno ospitalità in Via Cairoli presso l’Udi, ma qui si parla più di situazioni di maltrattamento che di reale perdita dell’abitazione. In ogni caso si tratta di soggiorni limitati nel tempo, normalmente un paio di settimane, ed il Comune in aggiunta predispone, in caso di situazioni meteorologiche particolarmente a rischio, aperture straordinarie delle sale d’aspetto e dei  relativi servizi  nella Stazione Principe: in questi casi anche la Croce Rossa cerca di mandare volontari e di  reperire ulteriori locali. Si contano, in totale, circa 300 posti letto disponibili, a fronte di una richiesta stimata dalla Comunità di Sant’Egidio tre volte superiore,  ma in realtà è difficile stabilire dei dati certi: molti irregolari si guardano bene dal rivolgersi alle strutture autorizzate, altri che potrebbero in realtà ottenere posti letto a pagamento saltuariamente decidono di ingrossare le file dei clochard per risparmiare qualche euro, mentre i cosiddetti “punkabbestia” bivaccano nella buona stagione in alcune zone del centro storico con i propri cani senza cercare ulteriori ripari.

    A questo punto per chi rimane fuori non resta che il fai da te: ad esempio l’hotel Marinella – posto in una meravigliosa posizione sulla Passeggiata di Nervi e abbandonato da oltre un anno – è stato colonizzato da un consistente drappello di cittadini extracomunitari che ne presidia attivamente gli ulteriori accessi. I portici di via XII Ottobre, luogo dell’aggressione, oppure casi particolari, come quello che interessa l’estremo lembo della città, Capolungo, dove un senza tetto ha stabilito il domicilio nel portichetto dell’ultima palazzina, dopo aver chiesto il permesso agli inquilini e ricambiando con poesie, brevi scritti e qualche chiacchiera con chi ne ha piacere. Poi ci sono i portici di Piazza della Vittoria piuttosto che i fondi del Pronto Soccorso di San Martino, gli angoli bui del Porto Antico o dell’ex mercato di Corso Sardegna, con i vigili che un po’ chiudono un occhio un po’ intervengono quando i cittadini lo richiedono esplicitamente.

    A complicare l’esistenza di queste persone, oltre all’oggettivo disagio di non avere un rifugio sicuro, ci sono problemi di dipendenza, solitamente dall’alcool, che talvolta si unisce ad un disagio psichico che può essere causa o conseguenza della vita irregolare e malsana. Questo fa sì che chi ne è vittima si allontani dai centri di accoglienza dove occorre presentarsi sobri, seguire un minimo di regole, convivere con persone sconosciute. E per chi non ha nei loro confronti un approccio di tipo professionale, o comunque formato con l’esperienza del lavoro nelle associazioni, risulta difficile aprire un canale di comunicazione, concentrati come sono a raccontare la storia che pensano si voglia ascoltare, o che preferiscono raccontare  e raccontarsi, e grazie alla quale sperano di guadagnare una bottiglia o una banconota. Così c’è chi ti dice di aver voluto abbandonare tutto perché litigava con il coinquilino, chi racconta di vivere grazie ad un bonifico mensile elargito da George Bush (senior) in ricordo di un’avventura d’amore vissuta a Savona, chi semplicemente era badante di qualcuno che ora non c’è più ed è rimasto senza casa e lavoro in un colpo solo.

    poverta-crisi-clochard-DICercando di approfondire le varie situazioni e consultando chi lavora quotidianamente per aiutare gli homeless genovesi, quello che sembra chiaro è che quasi mai si ritrovano per strada per libera scelta, nonostante il luogo comune li voglia felicemente liberati dai pesi della quotidianità che tutti noi portiamo con fatica. In realtà non ne vogliono parlare, del vero motivo che li ha portati in questa condizione, che tra l’altro li espone ad un alto rischio patologico con un’aspettativa di vita che è in linea con quella dei paesi in via di sviluppo, privi come sono di cure ed assistenza. Muoiono molto spesso per strada, lì dove hanno vissuto, ed è solo allora che mezzi di informazione ed istituzioni sono costretti ad accorgersi di loro o meglio, dei loro corpi senza vita.

    Per evitare quanto più possibile questa fine terribile a Milano è nato il Progetto Arca,  1400 kit di sopravvivenza distribuiti ad altrettanti senzatetto: uno zainetto con dentro calze, mutande, asciugamano  e maglietta e un astuccio con sapone e spazzolino distribuiti dall’Associazione Arca che, nell’occasione, ha chiesto a gran voce al nuovo governo un impegno vero nei confronti del mondo del volontariato e degli aiuti sociali.

    Infine nel girone più esterno di questa specie di inferno urbano troviamo i nuovi poveri, quelli rimasti intrappolati da una serie particolarmente sfortunata di eventi negativi, perdita del lavoro unita magari alla separazione oppure alla morte di un parente o alla perdita della casa. Questo accade sempre più frequentemente: secondo i dati Eurostat presentati ad ottobre, nel 2012 il 12,7% delle famiglie era sotto la soglia di povertà relativa (era l’11,1% nel 2011), mentre in povertà assoluta risultava l’8%, con un incremento del 33,3% rispetto all’anno prima. Si tratta del più alto degli ultimi 10 anni. Sia chiaro, povertà non vuole ancora dire homeless, possedere una vecchia automobile dentro cui dormire ed un certificato di residenza da esibire, in questi casi fa la differenza. Si, perché chi non può più disporre neanche di quello viene cancellato dall’anagrafe comunale, perdendo innanzi tutto il diritto al medico di famiglia, il diritto di voto e persino la pensione, che se non era precedentemente già erogata, non viene corrisposta pur in presenza di contributi versati e diritti maturati.

    Per questo, per tutelare le persone che si vedono rapidamente ricoprire dal mantello dell’invisibilità esiste una specifica organizzazione, Avvocati di strada (qui l’approfondimento), nata a Bologna nel 2000 ed ora una bella realtà in tutti i maggiori capoluoghi, che dallo scorso anno è attiva all’interno della Comunità di San Benedetto al Porto di  Don Andrea Gallo. Grazie al lavoro volontario dei professionisti, si cerca di aiutare le persone che sono “uscite dal giro”del lavoro e dei rapporti sociali, cercando di impedire il definitivo abbandono di diritti e doveri; di seguire le trafile burocratiche per extracomunitari e rifugiati,  e di assistere i clochard in tutte quelle pratiche per le quali, visto che hanno perso la residenza, non hanno più diritto al patrocinio gratuito. L’unica condizione richiesta per chi vuol collaborare con loro è l’assoluta  gratuità del lavoro svolto.

    Pavimentazione nel Centro StoricoMa nella nostra città sono tante le persone che si occupano di assistenza ai senza tetto. Paolo Farinella, prete molto attivo su tutti i fronti dell’assistenza ai “meno adatti”,  l’Associazione San Marcellino, che opera nel centro storico, dove non ci si limita a dare un piatto caldo ed un tetto ma si cerca di rieducare ad avere un orario, un piccolo impegno, un tempo per il fare ed uno per il riposo. Auxilium è la realtà più grande, il braccio operativo di Caritas, mentre  Massoero 2000, altra associazione che collabora con il Comune di Genova, è molto attiva sul fronte delle iniziative per  sensibilizzare le istituzioni e i cittadini. Abbiamo quindi rivolto alcune domande ad Angelo Gualco, direttore della Onlus Massoero 2000 che ha sede in via della Maddalena, per cercare di capire meglio come è strutturato e in che cosa consiste il prezioso lavoro di queste realtà cittadine.

    «L’associazione dispone di un pulmino che la sera compie un giro di ricognizione nei  luoghi dove sappiamo di poter trovare persone che dormono all’aperto, e cerchiamo di fornire un panino, una coperta ed una bevanda. Questo solitamente è il primo contatto, perché li invitiamo a venire nei nostri locali dove possiamo fornire assistenza durante il giorno, aiuto nei problemi quotidiani e ovviamente un pasto caldo. Altri vengono mandati da noi dagli uffici del Comune, il pernottamento però è limitato al periodo invernale, quando è possibile derogare alle norme sugli ostelli previste dalla Regione». 

    E, una volta avvenuto il primo contatto, per quanto tempo di solito seguite una persona? «Premesso che non mandiamo via mai nessuno, è chiaro che dobbiamo organizzare il periodo in cui noi dovremo chiudere per la notte, senza lasciarli soli ma cercando la sistemazione migliore. Anche quando riescono a trovare un alloggio e non sono in grado di pagare il trasloco o i mobili, noi diamo una mano, distribuendo l’arredamento raccolto da altri volontari e assistendoli nelle pratiche burocratiche».

    [quote]Abbiamo organizzato una manifestazione proprio in occasione del 15 marzo, data in cui dovremmo chiudere i nostri dormitori. Allestiremo una grande tenda il venerdì sera in Piazza De Ferrari, dove passeremo la notte con i nostri ragazzi, cercando di sensibilizzare la città sull’importanza di trovare spazi da condividere con chi è meno fortunato».[/quote]

    Funziona la collaborazione con il Comune di Genova? «In realtà il Comune sta facendo molto, pure in questa stagione di tagli al bilancio e spending review. E’ stato appena inaugurato il nuovo centro di Quarto, che possiamo utilizzare nella stagione invernale, ed in genere ci supporta come può. Certamente i fondi mancano, ma con un po’ di creatività si possono sempre trovare delle soluzioni».

    Traspare ottimismo dalle parole di Gualco:

    [quote]Noi abbiamo il 90% degli operatori che sono persone che  precedentemente erano nostri assistiti, che hanno  avuto un’esperienza sulla strada».[/quote] 

    Testimonianza che grazie all’impegno dei cittadini volontari sono tanti i senza tetto genovesi che sono stati reinseriti nella società. «Vediamo che le persone che sono state seguite da noi, se per qualche motivo si sono allontanate, magari perché nomadi o per problemi con la giustizia, appena tornano in città vengono a cercarci, vogliono stare ancora con noi. Questo è molto gratificante, sul piano professionale ma anche su quello umano, vuol dire che non abbiamo dato solo dell’aiuto materiale, ma anche qualcosa di più duraturo».

    Capita che qualcuno volontariamente si allontani dai centri, che preferisca proprio tornare in strada? «Questa “storia” del clochard che in strada vuole starci a tutti i costi è parecchio riduttiva: certo è che chi non riesce proprio a seguire un minimo di regole o magari ha una forte dipendenza dall’alcool tende a ritornare nei propri angoli, ad isolarsi, ed è molto difficile interrompere questo circolo negativo». E per quanto riguarda gli irregolari? «In teoria gli irregolari, in base alla legge Bossi-Fini, non potrebbero essere seguiti. Però il concetto del soccorso prevale sulla legge, e quindi in realtà possiamo curarli, sfamarli e trovargli un letto per evitare che rischino la vita, specialmente con il freddo. Un discorso a parte è per i rifugiati politici, che hanno ottenuto questo status dalla Prefettura in quanto provenienti da zone di guerra o dove sono in atto rivoluzioni o guerre civili. A noi arrivano tramite l’ufficio del Comune: proprio ieri sera hanno mandato un ragazzo del Mali, eravamo già oltre il tutto esaurito, ma insomma ci siamo arrangiati in qualche modo, e lo abbiamo accolto al meglio».

    Ringraziamo Angelo Gualco per la sua cortesia, ed anche per l’ottimismo e la voglia di fare che si leggono nelle sue parole. Il messaggio che se ne ricava è che si deve provare sempre ad agire, ogni sforzo anche se sembra una goccia nel mare può significare la differenza fra chi riesce a farcela e chi abbandona. In sostanza, ascoltando Angelo, leggendo Don Farinella, guardando il lavoro di molti altri volontari, si capisce che la strada è tracciata. Gli homeless sicuramente non avranno ancora case gonfiabili ad aspettarli né architetti volenterosi dedicati a trovare la soluzione di case portatili gratuite, ma la via d’uscita esiste: sta anche a loro volerci credere, a noi spetta non chiudere mai la porta.

    Bruna Taravello

  • Valletta Carbonara, Albergo dei Poveri: accordo fra gli enti. E il progetto dei cittadini?

    Valletta Carbonara, Albergo dei Poveri: accordo fra gli enti. E il progetto dei cittadini?

    Valletta Carbonara San NicolaManca ancora la formalizzazione dell’accordo, che dovrà per forza di cosa essere ratificato dal Consiglio comunale, ma il futuro della Valletta Carbonara sarà ancora verde. Risale al 25 giugno 2013 la mozione presentata in Consiglio comunale da Marianna Pederzolli (Lista Doria) e approvata a larghissima maggioranza (qui l’approfondimento) che impegnava sindaco e giunta a modificare la destinazione d’uso di questi terreni all’interno del nuovo Piano urbanistico cittadino, per vincolarli alle funzioni di area pubblica a uso florovivaistico, come previsto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e dalla volontà testamentaria del primo proprietario, Emanuele Brignole. Da allora in Sala Rossa non se n’era più parlato. Fino a ieri, quando rispondendo a un articolo 54, il vicesindaco Stefano Bernini ha illustrato gli ultimi passi del percorso che punta al mantenimento della destinazione agricola dei circa 27 mila metri quadrati a  San Nicola, eliminando il parcheggio interrato e altri progetti di natura edilizia previsti in un primo tempo dal progetto preliminare del nuovo Puc.

    «È attualmente al vaglio dell’avvocatura – ha spiegato Bernini – il testo dell’accordo tra Comune, Istituto Brignole, Università e Regione che definisce la sistemazione dei rapporti tra i vari enti sull’area. Nel testo è prevista la conferma della permanenza delle felci storiche nella Valletta in un’area in capo al Comune e si manifesta l’interesse da parte dell’Università ad acquisire alcuni spazi verdi per il futuro Campus. La restante parte del terreno rimarrà di proprietà dell’Istituto Brignole che dovrà gestirla in coordinamento con il Municipio Centro Est».

    [quote]Una volta sottoscritto l’accordo, l’intervento dell’amministrazione sarà duplice: da un lato l’assessorato all’Ambiente dovrà mettere a sistema la regimazione delle aree dal punto di vista del loro inserimento nel piano del Verde della città; dall’altro, il Municipio dovrà cercare di far coincidere le esigenze istituzionali con le aspirazioni dei cittadini». [/quote]

    Ma che cosa ne sarà in concreto di queste aree? Marianna Pederzolli ha evidenziato la necessità di allargare i tavoli di discussione tra i privati e le istituzioni anche alle associazioni che stanno spendendo molte energie per il futuro della Valletta.

    «Il 5 aprile 2013 – aggiunge Guido Grillo (Pdl) – la Commissione competente effettuò un sopralluogo su sollecitazione dei cittadini per ascoltare l’illustrazione dell’interessante progetto studiato dal comitato Le Serre. Ora, veniamo a sapere che potrebbero essere sfruttati alcuni finanziamenti europei per mettere in pratica questi contenuti: sarebbe perciò auspicabile che l’amministrazione si attivasse in questo senso».

    In sintesi, la proposta del comitato Le Serre (qui l’approfondimento) prevede la realizzazione di uno spazio per attività ricreative, didattiche e produttive attraverso l’insediamento di un polo botanico per la produzione orticola, di un polo vivaistico-produttivo, di alcune serre didattiche e di uno spazio per l’aggregazione sociale. Sarebbe, dunque, importante poter sfruttare un po’ di risorse europee per dare slancio al progetto. «Innanzitutto – precisa Bernini – si dovrebbe trovare un co-finanziatore sia dal punto di vista del personale da impiegare sia dal punto di vista delle risorse meramente economiche. L’Istituto Brignole ha avanzato una proposta che deve necessariamente essere vagliata con attenzione da un apposito tavolo territoriale che, sotto la regia del Municipio, coinvolga tutte le associazioni e i cittadini che hanno a cuore la Valletta».

    Sul coinvolgimento dei cittadini punta molto anche Leonardo Chessa (Sel), presidente della Commissione IV – Promozione della Città: «Questo “buco verde”, insieme con la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, potrebbe diventare un simbolo della tutela del territorio da parte dell’amministrazione. Per fare ciò è necessario però ascoltare – e ho intenzione di farlo in un’apposita seduta di Commissione – i progetti di tutte le associazioni che vivono o vorrebbero vivere quel territorio, iniziando fin da ora un percorso condiviso e partecipativo che possa spianare la strada non appena avremo il via libera formale».

    Simone D’Ambrosio

  • Boschi Superbi, il territorio boschivo genovese: gestione, manutenzione e valorizzazione

    Boschi Superbi, il territorio boschivo genovese: gestione, manutenzione e valorizzazione

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteForse non sarà il Wienerwald, il “polmone verde di Vienna” con i suoi 6000 chilometri di ampiezza, ma si tratta comunque di un’area boschiva di tutto rispetto. Parliamo della nostra cintura verde, i boschi di Genova, la macchia mediterranea in riviera, alternata a pinete che nelle zone interne diventano bosco misto e poi faggete; foreste, talvolta anche molto fitte e scoscese, popolate principalmente da cinghiali che si spingono anche entro l’area urbana genovese.  Ma si possono incontrare anche i caprioli, specialmente in Val Trebbia e nella Valle Stura, e i lupi in Val d’Aveto o Val Graveglia. Un patrimonio verde significativo di cui andare orgogliosi, da conservare e valorizzare.

    Dalle attività agricole ai “boschi deboli”

    L‘ultimo censimento Istat dell’agricoltura (2010) ha fotografato per la provincia di Genova una riduzione del 40% del numero di imprese agricole rispetto al precedente del 2000 (anche se gli occupati nel settore negli ultimi anni sono in crescita e diminuisce l’età media dei conduttori, ndr); questo progressivo abbandono ha rappresentato un danno in termini puramente economici – poiché un terreno agricolo che ritorna bosco perde buona parte del proprio valore – ma anche di salute del territorio, in quanto il bosco che si forma in maniera casuale è spesso un bosco “debole” con molti arbusti e pochi alberi, facilmente attaccabile dagli incendi e con radici in grado di assorbire meno acqua rispetto a giovani alberi in crescita.

    Il territorio non presidiato dall’attività umana resta a carico della pubblica amministrazione, se appartenente al demanio, oppure è lasciato al buon cuore dei proprietari, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

    Infatti anche se siamo la regione in Italia con la maggior percentuale di territorio boschivo, e Genova ne è la provincia più ricca (circa il 50% del territorio), la percentuale di necromassa (piante morte) è più che doppia rispetto alla media nazionale (13,2 metri cubi contro i 5,2 di media nazionale per gli alberi “morti in piedi”; 3,1 contro 1,3 per i “morti a terra”). Questo potrebbe essere dovuto in parte agli estesi rimboschimenti di conifere del secolo scorso, che ponendo gli alberi a latitudini non particolarmente favorevoli li ha resi più fragili e più facilmente soggetti alle epidemie, che peraltro negli ultimi decenni sono state particolarmente diffuse. D’altra parte la macchia mediterranea, tipica delle nostre zone, è composta da piante che possono resistere alla siccità grazie alla composizione del loro fusto: ciò però le rende anche estremamente infiammabili. Quando arrivano le piogge violente, parte di questi alberi morti si aggiungono agli altri già caduti intasando ulteriormente il flusso delle acque nel breve viaggio dal bosco al mare.

    Regione Liguria: la Banca della Terra e il bando per la gestione di 7000 ettari di bosco pubblico

    Lago del Brugneto LiguriaÈ quindi l’incuria del territorio il nemico principale, ed è anche l’unica cosa sulla quale si può veramente agire.
    Per questo, o anche per questo, la Regione Liguria ha deciso di correre ai ripari, e a novembre la Giunta ha approvato il Ddl sulla Banca della Terra, per favorire il recupero del territorio e restituirlo all’uso, sia agricolo che selvicolturale. «Vogliamo favorire il recupero produttivo delle aree a vocazione agricola abbandonate o sottoutilizzate – aveva spiegato in quell’occasione l’assessore Barbagallo, promotore della proposta – e perseguire anche l’aumento della superficie media aziendale, la costituzione di unità produttive più ampie ed efficienti, con enormi conseguenze anche sul piano occupazionale e di reddito, tenendo conto che il 70% delle aziende vitivinicole liguri sono sotto l’ettaro di superficie».
    In sostanza si vorrebbero convincere i proprietari di terreni ad occuparsene, e gli enti locali ad essere meno negligenti, instaurando una sorta di circolo virtuoso. «Ma – sottolineava Barbagallo – siccome non tutti possono dedicarsi all’attività agricola la legge prevede che le terre di cui i proprietari non possono o non riescono a prendersi cura siano trasferite nella disponibilità di chi vuole farne uso, attraverso un soggetto terzo garante».
    Il soggetto terzo dovrebbe essere un Fondo affidato alla gestione di Filse, la finanziaria regionale, con una dotazione finanziaria iniziale di 1,3 milioni di euro che dovrebbe servire a favorire il riordino finanziario delle aziende esistenti, svolgendo una funzione del tutto simile ad una banca. Vedremo poi, nel concreto, quanto i diffidenti liguri saranno disposti a concedere e quanto le istituzioni vorranno credere in questo provvedimento, che in Toscana sta muovendo i primi passi operativi mentre in Sicilia è già una realtà con alcuni appezzamenti sulle Madonie dati in gestione a cooperative di giovani. Altre Regioni, invece, hanno preferito battere strade diverse: ad esempio, la Regione Lombardia, che ha problemi di sotto utilizzo del patrimonio boschivo, incentiva la meccanizzazione delle aziende selvicolturali con finanziamenti e corsi di formazione.

    Castagne-autunno-bosco-torriglia-D2
    Frammentazione della proprietà – Tanti appezzamenti in capo a soggetti diversi erano dovuti, in origine, al tentativo di salvarsi anche in annate climaticamente ostili: in caso di grandinate o temporali molto localizzati, tipicamente liguri, il raccolto andava perduto solo su una parte e non sul totale delle proprietà. Poi il passare delle generazioni ha ovviamente acuito questa caratteristica che, unita al territorio spesso aspro e ripido, ha reso l’uso degli attrezzi a motore quasi proibitivo.

    Una direzione, quella intrapresa dalla Giunta, assolutamente condivisibile, anche perché oggi la frammentazione della proprietà è una delle cause principali che portano all’abbandono del territorio.

    Nella sede di Piazza De Ferrari, tuttavia, devono soffrire di bipolarismo. La stessa Giunta che ha avuto il merito del Ddl sulla Banca della Terra per le aree a vocazione agricola, infatti, ha preso una decisione controversa per quanto riguarda la gestione delle selve più remote e apparentemente meno strategiche. Se le norme severe volte alla protezione dell’integrità ambientale (norme alle quali sono sottoposti anche i terreni dei privati che ricadano nei Sic – siti di importanza comunitaria) in alcuni casi impediscono di fatto lo sviluppo di attività agricole o boschive (vietato l’uso della motosega, vietato aprire sentieri anche solo per disboscare, piani di impatto ambientale prima di tagliare alberi o modificare casolari), ecco il bando regionale che scade questo mese per la concessione di 7 lotti di bosco pubblico con durata di dodici anni (3 in provincia di Imperia, 2 a Savona, 1 a testa per Genova e La Spezia, quasi tutti in aree Sic) per lo svolgimento di attività da iscrivere alla Camera di CommercioCerto, gli assegnatari dovranno rispettare il Piano di assestamento (su cui la Regione avrà potere di controllo) o predisporne uno idoneo qualora manchi per quella specifica zona, tuttavia i concessionari che arriveranno quali ospiti paganti potranno scegliere “l’offerta tecnico gestionale” da presentare; viene naturale chiedersi: sarà sufficiente il potere di controllo della Regione ad evitare utilizzi impropri del territorio? 

    Boschi di Genova: cosa ne pensa Tiziano Fratus?

    Abbiamo raccolto il pensiero di Tiziano Fratus, “homoradix” per eccellenza, una passione per gli alberi secolari e la capacità unica di ascoltare il respiro che ogni bosco possiede. «I liguri hanno gli stessi difetti di tutti gli altri italiani, in ogni zona si presentano le stesse dinamiche. La Regione dovrà tutelare i luoghi che darà in concessione con il nuovo bando e non dovrà limitarsi a sperare che i privati riescano dove lo Stato non è riuscito. Se fosse questa la strategia, suonerebbe ridicola. Sia chiaro, la partecipazione dei cittadini alla gestione, il cosiddetto partenariato sociale, è una strada in cui credo anch’io, ma la gestione in toto ad un privato non è a mio modo di vedere la soluzione migliore per recuperare i terreni boschivi».
    La Liguria è una regione di cui Tiziano si è occupato più volte, sia nel suo libro “L’Italia è un bosco” sia nella rubrica settimanale su La Stampa, “Il cercatore d’alberi”: da Villa Hanbury alle sequoie della Val d’Aveto, passando per quelle, monumentali, di Pegli, dell’Orto Botanico e di Villa Serra. «La Liguria dell’entroterra è ben diversa da quella di costa, sono due mondi che non si parlano». Che non sia arrivata l’ora di provare a far loro scambiare almeno due chiacchiere?

    Bruna Taravello

  • Turismo a Genova, dati 2013: nazionalità dei visitatori e periodi di maggiore affluenza

    Turismo a Genova, dati 2013: nazionalità dei visitatori e periodi di maggiore affluenza

    genova-castelletto-veduta-DIIl turismo a Genova si conferma, anno dopo anno, un’opportunità su cui investire per sbloccare un’economia stagnante e priva di slancio. Anche se con colpevole ritardo, in questi ultimi cinque anni la città ha mosso importanti passi in avanti e c’è da augurarsi che il futuro riservi investimenti rilevanti, siano pubblici o privati, capaci di migliorare l’offerta.

    Ecco la panoramica del flusso turistico che ha interessato la città di Genova nel 2013, con il dettaglio delle nazionalità legate ai mercati di maggior affluenza, aggiornata a settembre 2013 e redatta dalla Provincia, ente deputato per legge alla raccolta dei dati per quanto riguarda le strutture ricettive alberghiere ed extralberghiere genovesi. Il numero totale di visitatori (sia italiani che stranieri) è di 613.937 (esclusi i mesi di ottobre, novembre e dicembre) con un aumento del 4,6% rispetto al 2012. Sostanziale equilibrio fra turisti stranieri (che sono stati 310.637, + 11,2% sul 2012 ) e italiani (303.300, in leggero calo rispetto ai 307mila del 2012).

    Per quanto riguarda la nazione di provenienza dei visitatori, a guidare la speciale classifica è la Francia con 42.911 visite, seguono Germania e Russia rispettivamente con 27.292 e 26.569 presenze. Stati Uniti e Svizzera seguono con 17.100 e 16.372, subito dietro Regno Unito, Cina e Spagna che rispettivamente contano 15.506, 13.935 e 12.789 presenze. In tutti i casi si tratta di un aumento rispetto all’anno precedente, addirittura un +43,2%  per quanto riguarda l’affluenza dalla Russia.

    In quali periodi dell’anno è maggiormente visitata la nostra città? I dati ci dicono che luglio e agosto sono i mesi in cui si registra il picco di visite, si intende sia di turisti italiani che stranieri, con un valore che nel mese di agosto sfiora le 100.000 unità. Un dato che, ad essere sinceri, scontra un po’ con quella che è la strategia di promozione della città che nell’agosto 2013, giusto per fare due esempi, presentava via Garibaldi sottosopra per i lavori di pavimentazione e lo Iat del Carlo Felice chiuso per ferie. Senza contare che agosto rimane per buona parte dei commercianti il mese delle ferie e della chiusura stagionale. Tuttavia i numeri sono alti anche nei mesi primaverili con picco nel mese di maggio, a conferma di un andamento positivo che non vive esclusivamente del picco estivo, ma gode di una certa stabilità da marzo a ottobre.

    Le zone di più forte concentrazione sono il Porto Antico e il Centro Storico, ma ultimamente stanno prendendo piede anche altre zone della città, come la parte che gravita intorno a via XX Settembre e Galleria Mazzini e Corso Italia/Boccadasse (anche se in misura più contenuta).

    [foto di Diego Arbore]

     

  • Sanità, residenze sanitarie assistenziali (RSA) in mano ai privati: denuncia del sindacato

    Sanità, residenze sanitarie assistenziali (RSA) in mano ai privati: denuncia del sindacato

    sanita-corsia-ospedaleL’imminente chiusura della RSA “psicogeriatrica” di Rossiglione, finora gestita direttamente dall’Azienda sanitaria locale genovese (Asl 3), scatena la reazione del sindacato autonomo Fials che già in passato aveva denunciato l’esistenza di un piano, concordato tra Regione Liguria e Direzione Asl 3, per chiudere e privatizzare tutte le RSA (residenze sanitarie assistenziali) sia geriatriche che psicogeriatriche (qui la nostra inchiesta).
    Secondo la Fials le argomentazioni dell’azienda sono inaccettabili «La chiusura con successivo appalto ai privati che riaprirebbero Rossiglione con le stesse funzioni attualmente gestite dalla Asl 3 sarebbe giustificata unicamente dal “blocco delle assunzioni”. Per non assumere una manciata di lavoratori si chiude, si esternalizza, si privatizza. E probabilmente, nel prossimo futuro, si andrà incontro anche ad un aumento complessivo dei costi di gestione, visto che le esternalizzazioni e le convenzioni non sono certo gratuite».

    «La Regione Liguria e la Direzione Asl 3 porgono il fianco ad una operazione che fa gola ai privati per ragioni di mercato e di profitto in un settore dove la presenza privata è già preponderante – spiega il segretario Fials Genova, Mario Iannuzzi – Una scelta chiaramente esplicitata non solo con la vicenda di Rossiglione, ma anche nelle delibere della Asl 3».
    Il sindacato Fials cita per tutte la delibera n. 794 del 23.12.2013 – bilancio di previsione 2014 – pag. 54/55 – Relazione del Direttore Generale, dove si legge chiaramente: “ … l’attivazione al 2° piano del padiglione anteriore dell’ex Ospedale Celesia (RSA Geriatrica) […], sarà orientata alla concessione della gestione ad un soggetto concessionario. Tale azione di esternalizzazione consentirà l’utilizzo della nuova struttura con costi più contenuti rispetto alla gestione diretta (costi di cui nella delibera non c’è traccia, sottolinea la Fials). La concessione potrebbe anche comprendere la gestione della RSA di mantenimento Celesia attualmente a gestione diretta ASL 3 dotata di 25 pl e situata al piano superiore. […] Anche l’attivazione di una RSA di mantenimento di 20 pl presso l’ospedale di Busalla deve essere vista in un’ottica di esternalizzazione della gestione affidata ad un Concessionario attraverso l’espletamento di una gara …”.

    Ma a rischio sarebbero tutte le RSA attualmente gestite dall’Asl 3 (le uniche a gestione pubblica) «RSA Quarto, dove i progetti di ristrutturazione dell’area prevedono il ridimensionamento dei posti letto attualmente destinati a RSA psicogeriatriche – continua Iannuzzi – RSA Pastorino di Bolzaneto, dove si rincorrono le voci di una cessione che fa gola a molti, e RSA Campo Ligure in forse un giorno si e l’altro anche».
    Per il sindacato autonomo si tratta di scelte inaccettabili «Scelte che cadono nel silenzio generale sia delle istituzioni locali che di altre sigle sindacali (vedi CGIL-CISL-UIL), le cui politiche si confermano come uno sfacciato fiancheggiamento alle scelte di privatizzazione della Regione Liguria – conclude il segretario Fials Iannuzzi – Lo stesso silenzio di chi finge di non sapere cosa sta accadendo con lo scandaloso appalto delle cucine e con la mancanza totale di investimenti in risorse nei distretti territoriali e nel necessario potenziamento dell’assistenza domiciliare, oggi in forte sofferenza».

    Matteo Quadrone

  • Nuovo depuratore di Cornigliano, al via l’iter: sbloccata la concessione delle aree ex Ilva

    Nuovo depuratore di Cornigliano, al via l’iter: sbloccata la concessione delle aree ex Ilva

    Ponte di CorniglianoQuindicimila metri quadrati nelle aree ex Ilva per far sorgere il nuovo depuratore di Cornigliano. Il delicato accordo che sancirà il passaggio di diritto di superficie da Autorità portuale a Mediterranea dell’Acque, verrà discusso questa mattina dalle Commissioni V – Territorio e VI – Sviluppo economico del Consiglio comunale convocate in seduta congiunta. Piuttosto singolare il fatto che Stefano Bernini, vicesindaco con delega all’urbanistica nonché presidente della Società per Cornigliano che ha effettuato la bonifica delle aree, non dovrebbe essere della partita. L’amministrazione sarà invece rappresentata dall’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, cofirmataria della delibera assieme al vicesindaco.

    Formalmente il provvedimento dà il via libera all’approvazione dello schema di contratto che coinvolge tutti gli attori interessati all’area che ospiterà il nuovo depuratore per il trattamento dei fanghi e delle acque e che consentirà la dismissione degli impianti di via Rolla (attuale depuratore di Cornigliano) e Volpara (Valbisagno).

    Innanzitutto – si legge nel documento – “Autorità portuale rinuncia, a fronte di un indennizzo da parte di Società per Cornigliano, alla costituzione in proprio favore del diritto di superficie relativamente alla porzione di area interessata alla realizzazione del predetto impianto di depurazione e accetta che vengano costituite alcune servitù in sottosuolo relativamente alle condotte a servizio dell’impianto medesimo”.

    Un primo passaggio fondamentale dato che i 15 mila metri quadrati appartengono alla molto più vasta area ex Ilva (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale per dare il là alla riconversione ad opera di Autorità portuale mediante costituzione di diritto di superficie per 60 anni. Data la strategicità della zona anche per incrementare la capacità di trattamento di percolato della discarica di Scarpino – e non è certo un caso che la delibera arrivi in Commissione proprio in seguito alle emergenze delle scorse settimane, in realtà mai terminate – Autorità portuale si è detta disponibile a rinunciare ai propri diritti sull’area a fronte di 1 milione e 320 mila euro più iva, ovvero 1 milione 610 mila e 400 euro.  Ma questo indennizzo, sarà pagato da Mediterranea delle Acque ed arriverà nelle mani di Società per Cornigliano e, successivamente, in quelle dell’Autorità portuale tramite il Comune, entro 30 giorni dalla data di formalizzazione dell’accordo. Entro tre mesi sempre da tale data, invece, Tursi dovrà farsi carico di trasferire il diritto di superficie a Mediterranea delle Acque, attraverso un atto pubblico, per i previsti 60 anni.

    Nelle more dell’accordo che abbiamo visto interessare una molteplicità di soggetti, istituzionali e non, è anche previsto l’impegno da parte di Società per Cornigliano a costituire il diritto di passaggio sulle aree circostanti a quelli in cui sorgerà il depuratore, attraverso la strada che realizzerà la stessa Società per Cornigliano, “nonché il diritto di posa e mantenimento delle condotte di collettamento delle acque reflue e, in generale, di collegamento dell’impianto di depurazione con la viabilità e con la rete fognaria esistente” fino a che il depuratore sarà in funzione.
    Da parte sua, invece, il Comune definirà la destinazione d’uso delle aree attualmente occupate dal depuratore di via Rolla per riqualificare il quartiere di Cornigliano – che già solamente dalla dismissione dell’attuale impianto trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria –  attraverso l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.

    Entrando più nel dettaglio, 8 mila metri quadrati serviranno per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi che gestirà anche il materiale proveniente da Punta Vagno non rendendo così più necessario il depuratore di Volpara (qui l’approfondimento di Era Superba sui depuratori genovesi). Ma questa sarà solo la prima e più immediata fase di realizzazione ed entrata in funzionamento del nuovo depuratore. Più complicata, invece, la questione che riguarda i restanti 7 mila metri quadrati su cui sorgerà l’impianto di trattamento delle acque e che potranno essere richiesti dal Comune a Società per Cornigliano soltanto tra i 3 e i 6 anni successivi alla data di stipula dell’accordo (successivamente, in caso di mancata richiesta di Tursi, potrebbe intervenire direttamente Mediterranea delle Acque).

    «Questa zona – ci spiega il vicesindaco e presidente di Società per Cornigliano, Stefano Berniniera occupata dal Gruppo Spinelli che, a suo tempo, ottenne tutte le sue aree attraverso una figura giuridica inesistente: una sorta di comodato a pagamento. In virtù di questo canone, Spinelli ha cercato di far valere il contratto come vera e propria locazione, il ché avrebbe impedito la richiesta di liberazione dell’area prima di 12 anni dalla stipula del contratto. Per farla breve, in fase di accordo si è giunti, da un lato, alla consegna da parte di Spinelli dei 7 mila metri quadrati indispensabili per il depuratore e, dall’altro, al riconoscimento del contratto di locazione a Spinelli fino al 31 dicembre 2017 nelle zone restanti, che alla scadenza torneranno nella disponibilità dell’Autorità portuale».

    Ex Ilva, area Sot ancora da bonificare

    Uscendo dalla questione depuratore ma rimanendo sempre in zona ex Ilva, resta ancora da definire il futuro della cosiddetta area Sot (Sottoprodotti), l’unica su cui non è stata portata a termine la bonifica da parte di Società per Cornigliano. «La ragione – spiega Bernini – è dovuta al fatto che il terreno è pregno di benzoapirene e benzene, che riaffiorano ogni volta che si va a dissodare il suolo e hanno già causato diversi malori a chi si è trovato a lavorare nelle circostanze. Si è detto che il terreno andrebbe rimosso perché inquina le falde. Non è vero perché sotto c’è il mare. L’unica soluzione è quella di impermeabilizzare e tombare l’area, lasciando lì il terreno ed evitando di rinverdirne gli effetti nocivi con la sua movimentazione». Terminata la messa in sicurezza anche di quest’ultima porzione, Bernini è convinto dell’opportunità di dare vita a un nuovo parco urbano. Ma l’ultima parola spetta alla Regione che ha manifestato l’interesse a valutare l’opportunità di far sorgere qui il nuovo ospedale di Ponente piuttosto che nell’area Erzelli, soprattutto qualora permanessero gli ostacoli al trasferimento dell’Università in collina. Una partita, questa, ben lontana dal triplice fischio.

    Simone D’Ambrosio