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  • Si torna a scavare sul Monte Gazzo: altri 3 milioni di metri cubi di calcare per le grandi opere

    Si torna a scavare sul Monte Gazzo: altri 3 milioni di metri cubi di calcare per le grandi opere

    Monte Gazzo – Foto Wikipedia CC Bbruno

    La Regione Liguria con deliberazione del 26 maggio 2020 ha approvato il nuovo PTRAC, ossia il Piano Territoriale Regionale delle Attività di Cava. Vent’anni dopo l’approvazione del precedente ‘Piano Cave’, la Liguria si dota di un nuovo strumento al passo con le attuali ‘esigenze produttive’ della regione. Il Piano assicurerebbe l’approvvigionamento dei materiali da costruzione necessari al fabbisogno regionale delle opere edili, conciliando allo stesso tempo l’interesse economico e strategico dello sfruttamento dei giacimenti con la tutela del paesaggio e del suolo. Almeno sulla carta.

    L’attività di cava è un’attività economica di non trascurabile importanza, finalizzata al reperimento di materiali litoidi fondamentali per realizzare infrastrutture, opere di difesa costiera e spondale, per l’edilizia e il ripascimento delle spiagge. Le attività estrattive in Liguria risalgono al Medioevo, perciò troviamo nei centri storici della regione – nei muretti a secco e nei rivestimenti architettonici ad esempio – i materiali litoidi che una volta venivano impiegati nelle costruzioni: da qui la necessità di reperire la materia adeguata alla manutenzione delle infrastrutture urbane tramite nuove escavazioni.

    Piano cave 2020: cosa prevede?

    L’attività estrattiva ha subito negli ultimi anni la crisi del settore edilizio e questo nuovo piano tenta di stabilire un equilibrio tra gli interessi del settore estrattivo e la necessità di preservare la riserva del giacimento, in quanto si tratta di risorsa non rinnovabile. Il settore estrattivo in Liguria interessa 53 Comuni e impegna un migliaio di persone nell’intera regione, ne deriva quindi la necessità di difendere dei posti di lavoro all’interno di un’attività strategica e di primaria importanza per l’economia. A conti fatti, il nuovo Piano Cave di Regione Liguria restringe da 75 a 53 i siti estrattivi, regola il ripristino del paesaggio per le cave ormai chiuse e mette ordine al settore dopo un ventennio. Il PTRAC non ammette l’apertura di nuove cave e miniere – compresa l’effettuazione di sondaggi a scopo minerario –, riduce del 30% il numero di cave e del 50% il numero dei depositi degli scarti da estrazione dell’ardesia, ma consente di reperire i materiali necessari nelle attività che già operano nel settore, per le quali si prevedono ampliamenti del 14%. Inoltre, è stato stabilito l’obbligo, per tutte quelle cave che hanno esaurito l’attività estrattiva, di ricomporre il paesaggio e l’ambiente nell’ottica di una valorizzazione dei siti a scopo turistico-ricettivo. Il recupero dovrà essere realizzato a fini naturalistici, privilegiando la creazione di zone umide e boschive.

    Concessioni per l’esercizio dell’attività estrattiva

    “La legge regionale che si occupa dell’attività estrattiva è la legge n. 12 del 5 aprile 2012: questa prevede l’adozione di un piano di attività di cava, il quale è stato approvato in Consiglio regionale per il luglio di quest’anno, dopo 20 anni. Ha valenza decennale e disciplina quelle che sono le attività d’estrazione possibili all’interno della regione Liguria”, ci spiega il consigliere del Partito Democratico Luca Garibaldi. “Rispetto agli anni passati – continua – molte cave che avevano la possibilità di essere utilizzate, sono state invece cancellate dal piano, mentre in altre le previsioni di estrazione sono state limitate e c’è un’attenzione particolare alla parte degli interventi post esaurimento delle cave, in termini di ricomposizione ambientale. Tuttavia, noi, ci eravamo astenuti perché c’era ancora una lettura poco convincente”. Per quanto concerne il meccanismo economico che ruota intorno alle attività di cava, il quadro normativo prevede quanto segue: “Il titolare della concessione – ci racconta Garibaldi – è tenuto a versare un contributo al comune e alle Regione, il quale è commisurato al tipo e alla quantità di materiale estratto l’anno precedente. Oltre a questo, il titolare dell’autorizzazione deve corrispondere al proprietario del fondo anche un indennizzo annuo per ogni metro cubo di materiale estratto e, se ha ereditato altri materiali, impianti od opere da terzi, deve corrisponde a questi soggetti una parte di indennizzo. La contribuzione quindi per il titolare dell’autorizzazione è di tre tipi”.

    Per quanto riguarda il contributo di estrazione, l’articolo 14 della legge n. 12/2012 stabilisce che “il titolare dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività estrattiva è tenuto a versare entro il 31 maggio di ogni anno un contributo commisurato al tipo e alla quantità del materiale estratto nell’anno precedente, applicando i seguenti parametri: materiali da taglio e da rivestimento 0,35 euro a tonnellata; materiali per usi chimico-industriali, edile stradale e per manufatti: 0,58 euro a tonnellata; sabbie e ghiaie da terreno alluvionale: euro 2,36 a tonnellata”.

    Materiale che entra nella filiera edile, e che dopo vari passaggi arriva al consumatore con un carico di prezzo vertiginoso, se si pensa che una tonnellata di ghiaia può arrivare a costare fino a 45 euro, vale a dire il 1900% di quanto rimane sul territorio, cioè del costo della materia prima.

    Tale contributo annuale è di spettanza del Comune o dei comuni interessati per territorio – ad eccezione della quota di un trentesimo di tale contributo, che è da versare direttamente alla Regione per le attività di programmazione e gestione – i quali destinano i contributi percepiti ad interventi di riqualificazione ambientale e di riequilibrio idrogeologico. Per il titolare dell’autorizzazione vige poi l’obbligo, entro il 31 marzo di ogni anno, di fornire i dati sull’attività svolta nell’anno precedente, compreso il quantitativo di materiale estratto e l’importo del contributo di estrazione da versare al Comune e alla Regione.

    Lo sfruttamento (e l’inquinamento) selvaggio del Monte Gazzo

    Monte Gazzo, le cave – Foto credits CC Ivano Dapino

    Per via della sua struttura calcarea il Monte Gazzo di Sestri Ponente nel corso dei secoli è stato protagonista di un’intensa attività estrattiva che ha pesantemente intaccato e modificato il suo aspetto originale, distruggendo anche le numerose grotte che si aprivano sui suoi fianchi, lasciandone soltanto alcuni tratti. Lo sfruttamento del monte risale all’Alto Medioevo: lo testimoniano la presenza di antiche calcinaie, cioè dei forni per la cottura del materiale calcareo da cui si otteneva la calce, reperti ancora in ottimo stato e che ne arricchiscono il paesaggio. A partire dagli anni Cinquanta, però, l’attività estrattiva ha assunto un aspetto industriale ad alto sfruttamento, allargando l’estrazione alle rocce di dolomia triassica le quali forniscono materiale molto resistente da costruzione.

    La produzione di inerti è fondamentale per tutto il settore dell’edilizia e delle opere pubbliche, ma insieme alla salvaguardia occupazionale, dovrebbe essere assicurata anche la completa tutela del patrimonio naturale, dalla cui protezione dipende anche il contrasto al dissesto idrogeologico tanto diffuso nella fragile Liguria. Nelle schede depositate dalle associazioni ambientaliste nelle commissioni di competenza, tra fine gennaio e metà febbraio 2019, già si chiedevano ‘bonifiche urgenti’ dei siti abbandonati, oltre ad un occhio di riguardo per il rispetto dell’equilibrio dell’ambiente e delle sue biodiversità. Le numerose cave attive, oggi in parte dismesse, hanno avuto un notevole impatto sulla morfologia dell’area. Infatti, il Monte Gazzo è divenuto celebre forse più per la sua sagoma ‘mangiata dalle cave’, riconoscibile a chilometri di distanza, che non per l’antico santuario che sorge sulla sua vetta ospitante la statua della Madonna. Sulle sue alture permane una convivenza assai difficile tra zone meravigliose dal punto di vista naturalistico e improvvise diramazioni di ampi fronti di cava, che si sviluppano per centinaia di metri.

    Per i poli estrattivi oramai chiusi da decenni il piano ne ha previsto l’eliminazione: dovranno essere predisposti tutti gli interventi di carattere igenico-sanitario-ambientali finalizzati al ripristino dei siti oggetto di cessazione dell’attività di cava, rispettando la natura e la salute pubblica, evitando che possano divenire – come è già accaduto – vere e proprie discariche di rifiuti, anche speciali. Oggi è in via di istituzione il ‘Parco Urbano del Monte Gazzo’ sotto il patrocinio del comune di Genova: il nuovo polmone verde prenderà forma sul versante sud del monte, sarà esposto al mare e limitrofo al centro abitato. Il progetto di ricomposizione ambientale e paesaggistica del sito dovrà prevedere l’utilizzo di essenze tipiche dei luoghi, in maniera tale che possano svilupparsi autonomamente e riportare l’intero complesso ad uno stato di naturalità, seppur con forme fortemente antropizzate.

    Il gap fra fabbisogno e disponibilità: il ‘no’ alla riapertura dell’ex cava Conte

    1Dall’analisi inclusa nel Piano emerge che – per il prossimo decennio – per la Liguria occorrerebbe un fabbisogno di 30 milioni di metri cubi di inerte da costruzione, di cui 24 milioni di calcare. Unicamente per l’area di Genova sarebbero necessari oltre 5 milioni di metri cubi di calcare, volume non coperto dalle cave attuali, la cui produzione è già quasi interamente prenotata per il Terzo Valico. Nel momento in cui dovesse prendere il via la Gronda, gli approvvigionamenti raggiungerebbero livelli critici, anche perché il documento evidenzia un notevole divario tra la disponibilità nelle cave attive del genovesato – ma non solo – e il reale fabbisogno di inerte. Un gap che poteva essere in parte colmato con la riapertura dell’ex cava Conte, che vale circa 4 milioni di metri cubi di materiale calcareo per edizlia; tuttavia, soltanto le cave Gneo e Giunchetto, posizionate a Nord dell’ex cava Conte, sono state considerate nel PTRAC, per una previsione estrattiva di circa 3 milioni di metri cubi, principalmente dalla cava Giunchetto. Per esse sono stati presi in considerazione degli ampliamenti, mentre l’ex cava Conte – coltivata sino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso – è stata esclusa, con conseguente abbandono potenziale di una cubatura notevole di calcare dolomitico, considerando il contesto molto deficitario per gli approvvigionamenti. I poli di calcare dolomitico in provincia di Genova, infatti, sono soltanto due, il Monte Gazzo a Genova e il Monte Castellaro a Campomorone.

    Le conseguenze delle estrazioni: il gioco non vale la candela

    Le attività di cava, in generale, generano più risvolti negativi che positivi, soprattutto in termini di impatto ambientale e, di conseguenza, di qualità di vita per l’uomo. Gli effetti di tali attività si ripercuotono sull’aspetto dei luoghi d’insediamento, distruggendone inevitabilmente il valore paesaggistico e facendone decadere il valore turistico. In secondo luogo, le operazioni di cava richiedono un enorme movimentazione ed escavazione di terreno, perciò esercitano un impatto fortemente negativo su flora, fauna ed sugli habitat. Si tratta di opere che vanno spesso a sconvolgere gravemente gli equilibri degli ecosistemi e che possono comportare danni a intere comunità animali e vegetali. A livello di ecosistema si devono affrontare, tra le altre cose, le conseguenze che l’alterazione dei flussi idrici superficiali e sotterranei avrebbero a catena sulle specie più vulnerabili e specialistiche, in particolare quelle minacciate a livello globale.

    Monte Gazzo visto da Sestri – Foto credits CC Alessio Sbarbaro

    Dapprima il Piano prevedeva l’ampliamento e la realizzazione di nuovi poli estrattivi in aree ancora integre e ad alto valore paesaggistico, ma l’avanzamento di tale programma ha subito uno stop: spesso le aree di cava, se non vengono prontamente ripristinate e ri-ambientate, possono essere oggetto di fenomeni di dissesto erosivo ed idrogeologico, con grave pregiudizio per l’ambiente oltre che per la salute umana. Ampliamenti e/o nuovi interventi di attività sarebbero in grado di incidere negativamente, per effetto indiretto e cumulativo, sugli elementi della natura presenti. Alcuni luoghi, data la valenza che ricoprono a livello storico e paesaggistico, non possono essere oggetto di una trasformazione così incisiva, anche perché l’estrazione non ricompenserebbe l’elevato costo che eventuali disagi produrrebbero, basti pensare al transito dei mezzi pesanti funzionali all’attività di cava in un contesto di viabilità totalmente inadeguata, alle interferenze con l’abitato, all’impatto ambientale e a quello acustico.

    Ma non solo: il gap tra valore di mercato del materiale e contributo versato dal privato che lo estrae all’ente pubblico è molto svantaggioso per il territorio che ospita una cava. Quanto viene estratto dal Monte Gazzo è un inerte calcareo ottimo per l’edilizia, che sul mercato ha un prezzo che oscilla tra i 14 e i 20 euro a tonnellata, mentre come abbiamo visto al territorio rimane circa 0,5 euro a tonnellata. Tenendo conto che un metro cubo di materiale equivale a circa 1,5 tonnellate di peso, il calcolo per il Gazzo è presto fatto: i 4,5 milioni di tonnellate che saranno estratte nei prossimi anni produrranno un valore di circa tra i 63 e 90 milioni, contro un “questua” lasciata agli enti locali di appena 2,2 milioni, ovvero un valore tra il 3,5 e il 2,4% del valore “prodotto” dal monte svuotato.

     

    Conclusioni: a quando la ricerca di fonti alternative?

    Sì che il settore estrattivo occupa una fetta importante dell’economia Ligure e che tali materiali sono necessari per la manutenzione delle città e la costruzione di nuove infrastrutture, ma a quale costo? Il risultato è un monte deturpato dall’uomo, la cui bellezza originaria è scomparsa ormai da tempo e un ecosistema a rischio: davvero non c’è un’altra soluzione alle estrazioni? In un’ottica di ‘green economy’ forse la Liguria dovrebbe orientarsi verso la ricerca di strade alternative di reperimento dei materiali adeguati alle costruzioni, rispetto alle pericolose estrazione di materiali vergini. O rivedere alla radice le esigenze che creano questa “fame” di materiale da cava.

    Una soluzione in grado coniugare la salvaguardia del lavoro degli operai, e allo stesso tempo dell’ambiente, potrebbe essere quella di recuperare i materiali provenienti dalle demolizioni. Mentre negli altri paesi europei – ai primi posti troviamo Olanda, Irlanda, Germania e Danimarca – si ricicla fino al 98% dei rifiuti provenienti dalle costruzioni e dalle demolizioni, l’Italia sembra rinunciare ad aprire le porte ad un settore innovativo come quello del recupero degli inerti, che vanno praticamente tutti in discarica. Oltre a sostituire o comunque ridurre al minimo l’attività di cava, si risparmierebbero i paesaggi e si aumenterebbero i posti di lavoro. Il rapporto di Legambiente 2017 stimava, infatti, che per una cava da 100mila metri cubi gli addetti in media sono 9, mentre per un impianto di riciclaggio di inerti gli occupati sono più di 12. Ma questa non è l’unica alternativa, perché tonnellate di materiale utile potrebbe essere recuperato dalla pulizia dei fiumi e dall’asportazione dei litoidi dagli alvei: in questo modo si chiuderebbe un cerchio che vedrebbe i letti dei fiumi più puliti, meno alluvioni e più materiale per le costruzioni e/o manutenzioni. Sono soluzioni di riciclo ‘momentanee’ poiché l’asticella della produzione tenderà sempre a salire, ma il punto è che non si potrà scavare per sempre. Occorre probabilmente impegnarsi in un’altra direzione, piuttosto che nell’ennesima operazione di escavazione e investire nella bioedilizia al fine di realizzare del materiale da costruzione totalmente green e in armonia, finalmente, con la natura e con l’uomo.

    Paola Alemanno 

     

  • L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    L’ex Mercato del Pesce sarà un centro commerciale? Marina Poletti: “Totale incapacità di programmazione urbanistica”

    Quando le chiediamo di commentare la recente vendita dell’ex mercato del pesce di Piazza Cavour da parte del Comune di Genova, Marina Montolivo Poletti mette subito in chiaro una cosa: «Sono molto arrabbiata». Architetta che negli anni ha combattuto diverse battaglie contro alcune evoluzioni urbanistiche della città (vincendo alcune, come quella contro la costruzione di un parcheggio all’Acquasola e perdendone altre come quella contro la realizzazione della Fiumara a Sampierdarena) oggi considera la vendita dell’ex mercato ittico l’ennesimo anello della lunga catena di errori e orrori urbanistici che hanno investito Genova – a suo parere – negli ultimi 30 anni, senza apparente soluzione di continuità tra le giunte di centrosinistra e, più recentemente, quelle di centrodestra. «Questa vendita – dice infatti ai nostri microfoni – è l’ennesima prova della totale incapacità di programmazione urbanistica di questa città».

    Ieri mercato del pesce, domani chissà

    Lo scorso giugno il Comune di Genova ha venduto l’immobile di Piazza Cavour a Pix Development S.r.l., società di investimento, sviluppo e gestione immobiliare con sede legale a Roma e attiva soprattutto nel centro Italia. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, il portfolio del sito web della società è in fase di aggiornamento, ma tra i settori di competenza lo stesso sito cita il retail (commercio), gli hotel e le residenze di lusso. Non è ancora chiaro con quali intenzioni la società abbia acquistato l’ex mercato del pesce, ma lo scorso 18 giugno l’amministratore unico della società Paolo Cavini diceva al Secolo XIX che l’idea sarebbe quella di un “mix di funzioni” a cominciare da quelle ricettive e commerciali. Dunque alberghi e supermercati. A più di un mese da quelle parole abbiamo chiesto all’assessore ai lavori pubblici del Comune di Genova eventuali novità, ma l’assessore ci ha risposto che, al momento, novità non ce ne sono. Nemmeno il PUC (Piano Urbanistico Comunale) dà molti indizi al proposito, dal momento che per l’edificio prevede una possibile riconversione in “residenza, strutture ricettive, servizi d’uso pubblico e servizi privati, uffici, connettivo urbano escluse sale gioco parcheggi, esercizi di vicinato e medie strutture di vendita”. Quasi tutto, insomma.

    «Mi chiedo chi avrà voglia di andare ad abitare in quella zona – si chiede Montolivo – sporca, costantemente intasata dal traffico e quindi con l’aria irrespirabile. O chi avrà voglia di andare fare la spesa in quel groviglio di macchine dove non puoi neanche fermarti un secondo». Una zona brutta e intasata, ma strategica, almeno a volerlo vedere: «L’edificio, oltre a essere interessantissimo dal punto di vista architettonico – commenta infatti l’architetta – si trova nel punto di congiunzione tra il progetto della passeggiata di Renzo Piano e il Porto Antico. Un’attrazione di tipo culturale come un museo di arte moderna avrebbe attratto il turismo dell’acquario, l’unico di una certa consistenza e continuità del centro storico. Ad oggi il turismo del centro non esce dal porto antico, non arriva neanche in Piazza Banchi. Servono attrazioni in grado di allargare e indirizzare in modo virtuoso i flussi di turisti».

    Da qui la provocazione, ma fino a un certo punto: «Perché piuttosto non abbiamo venduto villa Croce, struttura nata residenziale? – propone Montolivo – dalla vendita di quell’immobile, che ad oggi rappresenta un debito per la città, si sarebbero ricavati 10 milioni di euro e 6 begli appartamenti. Invece abbiamo venduto l’ex mercato del pesce (che sembra fatto apposta per ospitare un museo come quello di arte moderna di Villa Croce) per un tozzo di pane».

    Dal 2016 – anno in cui ha smesso di ospitare il mercato ittico – si sono rincorse varie ipotesi sull’utilizzo della struttura, ampia 1300 metri quadrati e realizzata negli anni 30. Si è pensato di farne un museo di auto d’epoca o un centro per l’impiego, una palestra, un parcheggio e persino una moschea. Una precedente asta da 1 milione e 700 mila euro è andata deserta. Alla fine Tursi è riuscito a vendere la struttura per 1 milione e 500 mila euro, facendo anche cadere il vincolo dell’obbligo di presentazione di un progetto dettagliato sull’uso della struttura. «Praticamente come un bell’appartamento» commenta con amarezza Montolivo dopo averci raccontato il grande valore potenziale dell’edificio.

    “Come la droga per un tossico all’ultimo stadio”

    Se dopo aver ipotizzato tutto e il contrario di tutto alla fine nella struttura dell’ex mercato del pesce si dovesse installare un supermercato, non sarebbe una scelta troppo fantasiosa. Su queste pagine abbiamo infatti già raccontato come Genova si sia da tempo convertita al credo della grande distribuzione: «La scelta meno intelligente dal punto di vista economico – commenta lapidaria Montolivo – perché è già provato in tutti i modi che le grandi strutture commerciali, come i complessi residenziali, non portano pil. Ma chi ha amministrato Genova negli ultimi 30 anni sembra capire solo la lingua dei centri commerciali, basti vedere a cosa è diventata la Val Polcevera».

    O la zona dove oggi svetta la Fiumara di Sampierdarena. Nel corso della nostra intervista, Montolivo ne parla come una delle grandi battaglie della sua carriera: «C’erano fior di proposte per fare dell’area un district park, cioè una zona di assemblamento delle merci del porto – ricorda – un tipo di attività pulita, che avrebbe previsto solo la realizzazione di capannoni bassi, ma indispensabile per il porto, e che avrebbe generato molti posti di lavoro e benefici per tutto l’indotto circostante. Intorno si potevano ipotizzare attività per rendere l’area appetibile, come una fascia di rispetto o un expo permanente delle merci che arrivano dall’Africa o dall’oriente, sul modello della fiera di Milano, dove vanno a comprare gli stessi commercianti genovesi. Queste sono le scelte che risanano davvero i quartieri e le periferie».

    Le cose, però, sono andate diversamente «È inutile poi lamentarsi e dire che a Genova manca un retroporto – sottolinea ironicamente Montolivo – se nelle ex aree industriali vengono costruiti centri commerciali e abitazioni. Siamo una città in profonda crisi economica, ma continuano a costruire centri commerciali per indurci a comprare una maglietta in più. È come dare la droga a un tossico all’ultimo stadio».

    «Serve una vera visione strategica del territorio – conclude – che immagini un futuro per questa città decidendo su cosa investire. Anche l’area del porto antico è stata gestita senza alcuna visione strategica, assembrando attività incongrue, poco attrattive e complessivamente mal gestite (basta pensare al museo Luzzati). Di fatto, un’ area di questa importanza e vocazione turistica, risulta null’altro che la passeggiata degli abitanti del centro storico per espletare i bisogni dei cani».

    Luca Lottero

  • Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Lavoro perenne e senza regole, il lato oscuro dello smart working

    Durante i mesi di quarantena imposti dalla pandemia di Covid-19 in tanti si sono trovati costretti a lavorare da casa, spesso per la prima volta in vita loro. Secondo la Fondazione Di Vittorio (centro studio della Cgil) nei mesi peggiori dell’emergenza sanitaria 8 milioni di lavoratori italiani non sono più andati in ufficio, quando prima del coronavirus erano solo 500 mila quelli già abituati a lavorare senza dover garantire la propria presenza fisica in un certo luogo ed entro un certo orario. Una rivoluzione che ci è caduta sulla testa quasi dall’oggi al domani, ma più subita che perseguita intenzionalmente. Perché alla svolta di massa, che con ottimismo forse eccessivo abbiamo voluto chiamare smart working (“lavoro intelligente”), siamo arrivati impreparati. Da un punto di vista culturale e, per così dire, di infrastruttura, prima di tutto. Il rapporto DESI 2020 della Commissione europea (che misura il livello di digitalizzazione di economie e società dei Paesi dell’Unione) dice infatti che l’Italia è all’ultimo posto per competenze digitali della forza lavoro e al 22° (su 28) per quel che riguarda la digitalizzazione delle imprese. Complessivamente, tra i Paesi europei, solo le economie e le società di Romania, Grecia e Bulgaria sono meno digitalizzate dell’economia e della società italiana. Usando i dati del rapporto DESI 2019, il Politecnico di Milano ha sviluppato un indice su base regionale, da cui la Liguria risulta la quarta regione più digitalizzata d’Italia, in un contesto però dove nessuna regione raggiunge la media dei Paesi UE.

    Ma un aspetto su cui ci siamo ritrovati impreparati di fronte alla rivoluzione “smart” del lavoro è stato anche quello delle regole e del riconoscimento di diritti vecchi e nuovi. Senza i quali la svolta rischia di portare in dote precarietà e sfruttamento. «Vi è stata troppa improvvisazione – ci racconta Elena Bruzzese, segretaria federale della Cgil di Genova – non vi è stata un’adeguata preparazione e la dovuta attenzione agli spazi e all’organizzazione del lavoro. Per la Cgil lo smart working deve essere regolamentato, e ad oggi non lo è ancora».

    Analisi rischi – benefici

    L’idea dello smart working nasce per cercare di migliorare l’equilibrio tra ore di lavoro e tempo libero dei lavoratori e delle lavoratrici, migliorando così il loro stato psicofisico tramite il superamento della logica del lavoro fordista, per cui il lavoratore vende ore del proprio tempo al datore di lavoro garantendo la propria presenza statica sul luogo di lavoro. Associato di solito a lavoratori autonomi, freelance o neogenitori che vogliono passare più tempo a casa con i figli, con il lockdown sono dovute diventare smart anche categorie nuove, non impiegate in filiere costrette a mantenere la presenza fisica dei propri addetti come la grande distribuzione alimentare o la sanità. Impiegati del settore privato e funzionari pubblici, ma anche insegnanti o educatori, per cui la scarsa digitalizzazione del Paese ha voluto dire abbandonare studenti che non hanno in casa un computer o non vivono in una zona con una connessione internet decente.

    Ma se l’obiettivo dello smart working deve essere il miglioramento della salute psicofiisca di chi lavora, tra gli psicologi e i sociologi c’è chi sottolinea anche i rischi di questa pratica. Anche da prima del covid-19. «Negli ultimi anni (con la crescita della pratica dello smart working, ndr) dal punto di vista della salute sul lavoro, accanto alle patologie tradizionali, abbiamo registrato l’aumento delle problematiche legate alla salute mentale, cioè all’equilibrio psicofisico, a fattori psicosociali di rischio lavorativo» ha raccontato il presidente dell’Associazione nazionale medici d’azienda e competenti (Anma) Umberto Condura in un’intervista al Fatto Quotidiano. Problematiche legate soprattutto al cosiddetto tecnostress, causato da un’iperconnessione agli strumenti digitali di lavoro che in molti casi rende più evanescenti o fa scomparire del tutto i confini tra tempo libero e tempo di lavoro. “Staccare” per davvero diventa più difficile, quando il salotto è anche l’ufficio.

    «Per questo la Cgil ritiene fondamentali gli interventi per tenere distinti i tempi di vita dai tempi di lavoro» dice Bruzzese, che ci conferma anche un’altra disuguaglianza che lo smart working forzato di questi mesi ha reso ancora più evidente. Quella di genere. In una cultura, come quella italiana, dove i lavori di cura della casa e della famiglia sono ancora spesso a carico di mogli e compagne, non sorprende che (sempre secondo lo studio dell’associazione Di Vittorio) l’8% in più delle lavoratrici rispetto ai lavoratori abbia definito il lavoro da casa un’esperienza “pesante e complicata” e il 9% “alienante e frustrante” mentre per gli uomini la stessa esperienza sia stata più stimolante e soddisfacente. «È sbagliato pensare che lo smart working possa essere uno strumento di conciliazione o condivisione del lavoro di cura – sottolinea Bruzzese – anzi, nel caso in cui il ricorso allo stesso si ampliasse, i tempi di lavoro e quelli di cura rischierebbero di sovrapporsi, peggiorando la situazione e facendo regredire molte conquiste ottenute nel tempo».

    Lavoro di UfficioCon il progressivo ritorno negli uffici e nelle fabbriche, sindacati, associazioni degli imprenditori e semplici lavoratori hanno iniziato a interrogarsi sull’opportunità di estendere il lavoro da casa, agile o smart, anche oltre i tempi ristretti dell’emergenza. Il dibattito è ancora in corso, ma in linea di massima, nemmeno i sindacati più fermi nel chiedere una regolamentazione severa sembrano del tutto ostili allo smart working, in forma parziale o totale. Nei mesi del lockdown, in molti hanno infatti sottolineato benefici come il risparmio dei tempi di percorrenza casa-lavoro, quindi un minor tempo trascorso nel traffico e minori danni ambientali. Benefici non trascurabili per una città come Genova soprattutto in questo momento storico di autostrade bloccate e traffico molto intenso. Abbiamo chiesto a Elena Bruzzese cosa significherebbe però per il sindacato la progressiva diffusione di un modello di lavoro atomizzato e sostanzialmente individuale come quello dello smart working, vista l’importanza che l’azione collettiva ha storicamente avuto nella lotta e nelle rivendicazioni dei lavoratori: «Per quanto ci riguarda – ci ha risposto – lo smart working non deve diventare una modalità di lavoro permanente se non dettata da una scelta volontaria del lavoratore e della lavoratrice, perché riteniamo che nel lavoro la relazione sia molto importante, non solo per le relazioni umane ma anche per il funzionamento dell’impresa stessa». E per organizzare un’eventuale difesa dei diritti dei lavoratori, aggiungiamo.

    Le (poche) regole che ci sono

    In Italia il lavoro agile è regolato dalla legge 81 del 2017 (attuativa del jobs act), che prevede accordi individuali tra lavoratori e datori di lavoro per stabilire le modalità, i tempi e gli obiettivi della prestazione lavorativa. Da inizio marzo di quest’anno, per affrontare l’emergenza il governo ha consentito alle aziende di derogare dall’obbligo dell’accordo individuale. Da un lato questo ha consentito di attivare il lavoro agile nei tempi rapidi richiesti dall’emergenza, dall’altro ha fatto saltare i (pochi) paletti fissati dalla legge. Come quello che attribuisce al datore di lavoro la responsabilità “della sicurezza e del buon funzionamento degli strumenti tecnologici assegnati al lavoratore”. Nei mesi scorsi molti lavoratori hanno dovuto pagare di tasca propria la connessione internet o i materiali, il cui prezzo è spesso aumentato a causa della forte domanda. Secondo una ricerca di BrandToday, per esempio, su Amazon il prezzo delle stampanti è aumentato quasi del 25%.

    La legge, poi, tace per quel che riguarda i limiti orari delle prestazioni lavorative e il diritto alla disconnessione, cioè il diritto, per il lavoratore, di non essere reperibile fuori dall’orario di lavoro, indispensabile per poter “staccare” mentalmente dall’attività. Tutto è delegato alla trattativa tra il singolo lavoratore e il datore di lavoro e abbandonato quindi alla buona volontà delle aziende. Troppo poco per i sindacati, che infatti ora chiedono una regolamentazione dello smart working nei contratti nazionali: «è necessario fissare i limiti orari – ci dice Bruzzese – devono essere garantite le stesse condizioni di salute e  di sicurezza che si devono garantire all’interno del posto di lavoro in presenza, non devono esserci differenze  nella parte economica e  in quella normativa rispetto a chi lavora con la stessa mansione all’interno del luogo di lavoro (aspetto questo che la legge in vigore sembra in realtà prevedere, ndr), deve essere garantito il diritto alla disconnessione e adeguate dotazioni tecnologiche».

    Tempo dilatato, tempo sottopagato

    «In teoria dovremmo lavorare 5 ore al giorno, in pratica non si riesce mai a completare il lavoro in quel tempo – ci racconta una dipendente genovese – e di fatto arriviamo a 8 o 9 ore, senza orari fissi né turni per coprire il normale orario intero». La testimonianza, raccolta da Era Superba nel pieno dei mesi di quarantena, è un concentrato di tutto ciò che può andare storto con il cosiddetto smart working, se questa prospettata rivoluzione del lavoro dovesse concretizzarsi senza un adeguato aggiornamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Lungi dal poter impostare in modo flessibile e autonomo il proprio tempo di lavoro, la dipendente che ha accettato di raccontarci in forma anonima la propria esperienza si è di fatto ritrovata a fare le stesse cose che faceva in ufficio e con lo stesso vincolo di orari. Solo, a casa, e con il materiale pagato di tasca propria: «Non ci hanno fornito nulla», ci dice.

    Rispetto al lavoro prima del lockdown, a ben vedere, una cosa è cambiata, ed è il peso finale della busta paga. «Dovremmo fare 3 ore di cassa integrazione al giorno, che sommate alle 5 di lavoro fanno le 8 ore della normale giornata lavorativa» ci racconta. Ma come abbiamo visto, anche quelle tre ore sono diventate ore di lavoro a tutti gli effetti. Solo, pagate meno di prima, perché con la cassa integrazione in deroga (pagata dall’Inps, cioè da tutti i lavoratori e pensionati che versano o hanno versato i contributi) il lavoratore recepisce l’80% del normale stipendio. Cassa integrazione che, tra l’altro, si è prestata ad altri tipi di abusi. Lo scorso giugno l’Inps segnalava più di 2mila casi di sospette truffe, con aziende create ad hoc ed assunzioni in fretta e furia di amici e parenti fatte solo per incassare il sostegno pubblico.

    Nella catastrofe economica e sociale causata dal covid-19, la persona che ci ha raccontato la propria esperienza fa parte dei relativamente fortunati, perché almeno un lavoro continua ad averlo e non si è mai fermata del tutto. Il costo del “privilegio” è stato però la riduzione, di fatto, dello stipendio. E in caso di smart working diffuso sarebbe difficile vigilare su abusi di questo tipo, perché l’Ispettorato del lavoro non ha – ad oggi – gli strumenti per controllare il rispetto delle norme a casa dei lavoratori.

    Tempi di lavoro dilatati e confini con i tempi di vita che sfumano. Materiale fai da te, stipendi più bassi e nessuna vera autonomia nella gestione degli orari. Uno smart working che si presenta davvero poco smart. Non per tutti, per lo meno.

     

    Luca Lottero

  • Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Legalità in deroga, i rischi di una normalizzazione del “modello Genova”

    Il “modello Genova”, cioè l’insieme di normative d’emergenza, deroghe alle normali procedure ed eccezioni di vario tipo che hanno consentito una rapida ricostruzione del Ponte Morandi, piace a tutti o quasi. Di sicuro piace al leader della Lega Matteo Salvini, che propone – come è successo appunto per la ricostruzione del Morandi – “poteri speciali ai sindaci in deroga ai cavilli del Codice degli appalti, ricorsi, contro-ricorsi, inutile burocrazia”. Piace anche a Matteo Renzi, che vorrebbe “un commissario straordinario per ogni grande opera” e al viceministro dei trasporti del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancellieri, che qualche mese fa, a nome del suo partito, proponeva una legge speciale per lo sblocco delle infrastrutture ispirata proprio al modello Genova. A differenza dei due mattei Cancellieri aveva voluto sottolineare che, nel piano del M5s, “Non ci saranno deroghe al Codice Antimafia o Anticorruzione, né spartizioni politiche per le nomine dei commissari”.

    Eppure è proprio pensando alla legalità che un’associazione contro la mafia e sensibile al tema della corruzione come Libera esprime più di una riserva sulla trasformazione del modello Genova da procedura d’emergenza a nuova normalità per la gestione dei lavori pubblici. «Non è possibile, ed è anzi un pericoloso azzardo – spiega a Era Superba Stefano Busi, referente di Libera per la Liguria – ipotizzare che un modello decisionale emergenziale legato a un singolo, chiaro e ben identificabile progetto (peraltro già esistente e ben definito, realizzato e seguito gratis dal progettista) possa essere esteso a dimensioni più ampie senza che vi siano malversazioni e corruttele, è semplicemente irrealistico». Sulla non replicabilità del modello Genova si è espressa anche la ministra dei trasporti Paola De Micheli del Partito Democratico, l’unica, tra le principali forze politiche di maggioranza e opposizione, del tutto schierata su una linea cauta.

    È ormai da diversi mesi che l’espressione “modello Genova” è diventata sinonimo di efficienza, velocità, capacità finalmente di fare le opere in un Paese soffocato da procedure e burocrazia. Ora, davanti a un’economia in gran parte da ricostruire dalle macerie della pandemia di Covid-19 e una ventilata ipotesi di riforma del codice degli appalti, l’idea che sia giusto sbarazzarsi di quanti più regolamenti e controlli per favorire la ripresa sembra attrarre molti decisori politici. Inclusi, naturalmente, quelli locali, che del modello hanno fatto motivo d’orgoglio. Giovanni Toti, che punta forte sul tema delle infrastrutture per farsi rieleggere a settembre, è stato esplicito: “Via codice degli appalti, via gare europee, via controlli paesaggistici, via certificati antimafia, via tutto – diceva lo scorso 7 aprile  – Almeno per due anni. Ci sono gruppi affidabili e lavori da fare: io dico ‘partano subito’. Serve un modello di ricostruzione post bellico”.

    La posizione del presidente ligure aveva fatto saltare sulla sedia diverse associazioni, tra cui la stessa Libera, e anche la Cgil, che definì l’idea di Toti “agghiacciante”. L’idea non è solo slogan approssimativo di una politica in campagna elettorale permanente, ma si fa spazio anche nel linguaggio più asettico dei tecnici che nelle scorse settimane hanno redatto il piano Colao, per cui per riformare gli appalti pubblici è necessario un riequilibrio tra “l’asse della legalità” e “l’asse dell’efficienza”. Stefano Busi, però, rifiuta questa contrapposizione: «Non esiste una contrapposizione tra “efficienza” e “legalità”, ed anzi la corretta applicazione delle norme esistenti agevolerebbe l’efficienza del sistema – dice – Per fare un esempio, il codice degli appalti prevede degli strumenti che già consentono di snellire in caso di urgenza».

    L’eccezionalità del modello Genova

    Tra il 14 agosto 2018, giorno in cui 43 persone perdono la vita nel crollo del Ponte Morandi, e il 28 aprile 2020, quando viene issata la diciannovesima e ultima campata del nuovo Viadotto Polcevera, sono passati 623 giorni, poco più di un anno e otto mesi. Meno di due anni saranno passati quando il viadotto verrà inaugurato quest’estate, staremo a vedere se con una grande festa in diretta televisiva come avrebbero voluto amministratori locali e costruttori, se con un ricordo più sobrio e istituzionale ricordo come chiesto dall’associazione dei parenti delle vittime e dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella o se con una soluzione di compromesso, come la doppia cerimonia ipotizzata dal sindaco Bucci.

    Si tratta in ogni caso di tempi molto rapidi per gli standard dell’Italia, dove, secondo i dati raccolti dal Dipartimento per la Coesione territoriale nel 2018, un’opera pubblica impiega in media 4,4 anni per essere realizzata. e in Liguria, in particolare, tra l’apertura e la chiusura di un cantiere passano in media 5,2 anni. Tempi dunque ben al di sopra alla media nazionale, e persino in peggioramento rispetto a quanto rilevato dal precedente rapporto, datato 2014 , quando per la Liguria si calcolava un tempo medio di realizzazione delle opere di 5 anni netti (a livello nazionale, invece, tra il 2014 e il 2020 il tempo per realizzare un’opera pubblica è sceso, da 4,5 a 4,4).

    A rendere possibile una ricostruzione del Ponte Morandi in tempi tanto più rapidi di quelli consueti è stato il decreto legge 109 del 2018 (chiamato più comunemente “decreto Genova”), che stabiliva la nomina di un Commissario straordinario a cui veniva concesso di operare “in deroga ad ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti all’appartenenza all’Unione europea”. Nel ruolo di Commissario straordinario sarebbe stato scelto il Sindaco di Genova Marco Bucci, che grazie alle disposizioni del decreto ha potuto forzare al massimo tutte le normali procedure di assegnazione dei lavori, affidando per direttissima i lavori al consorzio Per Genova, nato per l’occasione con la partecipazione di Fincantieri e Salini Impregilo. La grande partecipazione emotiva e la consapevolezza dell’emergenza ha fatto inoltre sì che nessuno mettesse i bastoni tra le ruote al processo, a cominciare dai possibili costruttori alternativi, che hanno rinunciato a qualsiasi tipo di ricorso per non rallentare i tempi.

    «Bisogna inoltre considerare – aggiunge Busi – che la ricostruzione del Ponte è stata ed è costantemente sotto i riflettori dei media, non solo nazionali, e dell’opinione pubblica: altro elemento che, accanto alla presenza comunque garantita dei controlli antimafia, ha consentito di scongiurare i tentativi di infiltrazione da parte di imprese collegate ad ambienti criminali (tentativi che, comunque, ci sono stati). Inoltre il budget era oggettivamente limitato, se comparato alla globalità delle opere pubbliche italiane». 

    Veloci ad ogni costo?

    Tra gli addetti ai lavori c’è chi non teme che una riforma del codice degli appalti in direzione del “modello Genova” possa effettivamente generare rischi di corruzione. In un recente numero della rivista dell’ordine degli ingegneri della Liguria, il presidente dell’ordine di Genova Maurizio Michelini, per esempio, ha definito il modello Genova semplicemente “consentire alle persone di lavorare bene”. “Ma se per farlo – ha aggiunto Michelini – occorrono un Commissario straordinario e una legge speciale di deroga, allora vuol dire che siamo messi proprio male. Il ‘decreto Genova’ non è un ‘liberi tutti’, come alcuni erroneamente pensano, perché non consente di derogare alle leggi penali – come quelle di tutela di preminenti interessi tipo salute, ambiente, sicurezza delle costruzioni, paesaggio, beni culturali, antimafia, ecc. – né di agire al di fuori del quadro normativo sovraordinato di matrice europea, internazionale e costituzionale. Consente, invece, di ‘uccidere’ la burocrazia inutile, di interpretare e applicare le norme secondo buon senso e di seguire le migliori prassi internazionali senza rischiare di finire sotto processo e con i lavori bloccati” .

    Epperò, nel corso della nostra intervista, Busi lascia intendere che secondo lui è proprio a una sorta di “liberi tutti” che molti alfieri del modello Genova sembrano ammiccare. Anche lui sostiene la necessità di una razionalizzazione delle norme («Occorre trasparenza integrale di ogni spesa e di ogni acquisto pubblico, senza opacità di alcun genere. – ci dice – Altro punto importante, l’immissione di competenze professionali tecniche nella Pubblica Amministrazione, elemento fondamentale per consentire agli enti pubblici di gestire al meglio gli appalti») ma rispetto a Michelini o ai politici che spesso sembrano usare il modello Genova come un’arma elettorale, ha un’idea diversa su quali siano le vere radici delle inefficienze e delle lentezze italiane. «Detta in una battuta: è proprio la presenza delle organizzazioni mafiose e dei sistemi corruttivi a causare questa lentezza, e non l’insieme di norme che tentano di contrastare quei sistemi – sintetizza – È innegabile che l’architettura di norme e procedure presenti nel nostro Paese sia complessa e, a volte, di difficile comprensione, ma non va certo dimenticato che quel sistema così complesso (complesso non certo per la presenza delle norme antimafia e anticorruzione) è reso tale dall’incapacità del decisore pubblico di porvi rimedio».

     Per non parlare poi di quando la lentezza è autoindotta, e diventa giustificazione di situazioni di emergenza e di conseguente deroga ai regolamenti. «A volte – conclude infatti Busi – si ha l’impressione che alcuni bizantinismi siano funzionali a poter affermare la necessità di derogare a tutte le norme, anche a quelle che bizantine non sono. E La storia del nostro Paese, anche quella recente, ha più volte dimostrato che “deroga” ed “emergenza” sono spesso state le parole d’ordine per aumentare i costi, arricchire amministratori corrotti, ingrassare imprenditori collusi e gruppi criminali, anche mafiosi».

     

    Luca Lottero

  • Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    Caruggi in ‘gabbia’, freno al degrado o alla libertà di circolazione? Il centro storico a rischio asfissia

    “Continua l’assurda politica di chiusura dei vicoli da parte dell’Amministrazione Comunale di Genova con sinistri cancelli di ferro. Non si passa più. La strada pubblica diventa uno spazio privato. Per entrare nella “Zona” – che è demanio pubblico – si deve avere la chiave. Gli amici degli auto-galeotti devono aspettare che vengano ad aprirgli la strada! La motivazione di questo delirio non ha niente di pubblico: i cancelli servono per allontanare i tossicodipendenti, ed aumentare il prezzo degli appartamenti. Domanda: ma hanno smesso di drogarsi costoro? Ovviamente no, si sono solo spostati. Dobbiamo aspettarci altre chiusure di strade? Perché per questa zona si possono tener fuori gli “odiati” tossici e per altri quartieri no? Se non ci sono figli e figliastri, con questo metodo avremo una bella città blindata, come nel terrificante film “La zona”. È stato creato un ghetto, che rende impossibile un’attività sociale”. Questo è quanto denunciava l’Osservatorio del Centro Storico nel 2009: oggi in centro storico ci sono più cancelli di 11 anni fa, e quali sono stati i risultati?

    Nel corso degli anni, in maniera del tutto illegittima, vicoli, piazzette e giardini del cuore della città sono stati chiusi con conseguenti non poche polemiche e proteste. La chiusura avveniva con provvedimenti in teoria provvisori ma che in pratica sono diventati definitivi e le ‘zone morte’, sbarrate con delle cancellate, sarebbero circa una quarantina. La procedura era sempre la stessa, spiegavano gli animatori dell’Osservatorio anni fa: “Qualche vicolo viene lasciato nel degrado, la strada non viene riparata per anni, il vicolo diventa sgradevole, a volte mal frequentato. A questo punto il Comune “accontenta” i cittadini che chiedono “sicurezza” e mette i cancelli, regalando lo spazio pubblico a pochi e garantendosi voti di scambio. Chiudere le strade equivale a violare il diritto civico e costituzionale di transitare e di vivere liberamente nelle strade pubbliche. I vicoli vanno aggiustati, ripuliti e illuminati, non chiusi”.

    Cancelli contro il degrado: davvero non esiste soluzione migliore di questa?

    In risposta all’allarme degrado nel centro storico, residenti e commercianti nel corso degli anni hanno chiesto – e ottenuto – il via all’installazione di cancellate per ‘proteggere’ alcuni dei vicoli più malfamati della città vecchia. In sostanza, secondo le ordinanze, quando cala il sole numerosi vicoli del centro storico dovrebbero blindarsi, per poi riaprire la mattina seguente. Alcune cancellate sono ‘finte’, non necessitano cioè di alcuna chiave e rappresentano semplicemente un deterrente per chi è habitué a infilarsi nei vicoli per spacciare o consumare droghe, bere, mangiare o bivaccare sugli scalini in prossimità dei portoni. Altre, dotate di chiave e lucchetto, sottraggono letteralmente angoli di suolo pubblico e possono rappresentare un ostacolo in caso di soccorso urgente degli inquilini dei palazzi interessati. Molte di queste gabbie con il tempo sono diventate dei depositi di merce varia, utilizzate dai negozianti per accatastare qualunque tipo di cosa, mentre altre dei parcheggi abusivi per moto.

    Il trend delle cancellate è iniziato intorno agli anni Ottanta, per poi intensificarsi dal 2008 al 2013. Il fenomeno ha visto sempre più vicoli e piazzette ‘ingabbiati’ per tentare di eliminare fisicamente presenze indesiderate come clochard e tossicodipendenti. L’Osservatorio del Centro Storico è stata la prima associazione a insorgere contro questi furti di pezzi di città: tramite un blog l’Osservatorio si è occupato per anni di informare i cittadini con articoli, fotografie e mappe in merito a quanto stava succedendo nel quartiere. Il rosicchiamento illegittimo di luoghi pubblici, avvenuto ‘in via provvisoria’, persiste da quasi mezzo secolo. “Tutti gli anni facevamo il giro dei cancelli chiusi – ci racconta Roberto Faure, avvocato ed ex attivista dell’Osservatorio. Organizzavamo un gruppo di persone che andava a visitare, come una specie di funerale, tutti i vicoli e le piazze chiuse. Poi non ne abbiamo più fatti perché abbiamo perso le speranze”.

    Al fine di contrastare le varie forme di degrado per gran parte dei residenti e dei commercianti del centro storico la realizzazione delle inferriate è stata la soluzione migliore. La chiusura ha spesso rappresentato un’amara vittoria per coloro che si sono battuti per ottenerla: da una parte c’era la consapevolezza che chiudere un vicolo fosse un peccato mortale e che vivere in gabbia non era ciò che desideravano, dall’altra parte però non avrebbero avuto scelta. Sono stati ‘costretti’, a seguito di   operazioni di pulizia, di sorveglianza e di allontanamento che hanno portato solo esiti parziali e circoscritti nel tempo. Gli interventi effettuati, palesemente inefficienti, oltre a incoraggiare la blindatura di una città che si spaccia per turistica, non hanno eliminato affatto il problema del degrado ma al massimo l’hanno spostato e aggravato. La chiusura tramite cancellate non può essere l’unica soluzione: la più semplice e immediata forse, ma non di certo l’unica. È il paradosso di una città che punta sul turismo ma che possiede angoli off-limits a chi non possiede la chiave d’accesso.

    Il contraddittorio caso di Piazzetta dell’Amico

    Nel novembre del 2013 la Direzione Urbanistica del Comune di Genova chiariva in merito alla cancellata la cui installazione è stata voluta da un commerciante di Piazzetta dell’Amico: “Come da accordi intercorsi la cancellata dovrà essere posata esclusivamente nelle ore notturne (ore 23) e smontata al mattino (ore 7) non dovrà quindi essere presente durante tutto l’arco della giornata compresi i giorni festivi e nelle date di chiusura dell’esercizio commerciale. Il mancato rispetto di tale prescrizione prevede la rimozione della stessa”. Bene, a distanza di sette anni la cancellata si trova ancora lì, in un via vai di gente e vigilanti che sembrano aver accettato la ‘gabbia’ come se quello fosse sempre stato il suo posto. Le proteste ‘anti-cancelli’ ci sono state, fino a un certo punto, e poi, stanchi, ci si è arresi. “La soluzione? Emigrare, andare in un altro paese. Qua non c’è nessuna speranza”, ha sbottato Faure, ex attivista dell’Osservatorio.

    A due passi dal Porto Antico e dall’Acquario – l’attrazione principe della città che porta milioni di visitatori ogni anno – troviamo una città blindata da cancelli arrugginiti, a cui manca soltanto il filo spinato. Una vera e propria fregatura se ci mettiamo nei panni di un turista in visita ai celebri ‘caruggi di Genova’, che si trova costretto a fare dietrofront in continuazione. Quella dei cancelli non è una soluzione che ha adottato unicamente il Comune di Genova, poiché di esempi simili ne possiamo trovare a bizzeffe in tutta Italia. Milano, Roma, Ferrara, Rimini e molte altre città italiane si sono viste ‘costrette’ a piantare delle cancellate per limitare il degrado urbano. Eppure, pare assurdo che questa sia l’unica soluzione attuabile. Forse si dovrebbe ragionare un modus operandi diverso, mirato ad estirpare il problema, se il problema esiste, alla radice e non a metterci una pezza e spostarlo un po’ più in la in modo che diventi il tormento di qualche altro quartiere. 

    La nascita di A.Ma per la vivibilità della Maddalena

    Nel 2012 nasce A.Ma – Associazione abitanti Maddalena – con lo scopo di ragionare insieme una serie di regole condivise per la vivibilità degli spazi pubblici del quartiere. Un movimento dal basso che punta alla concretizzazione di idee in azioni che possano migliorare davvero la qualità della vita. Secondo A.Ma la privatizzazione dei vicoli per ragioni di ordine pubblico non può essere la soluzione, quanto piuttosto produrre cultura, organizzare eventi, ritrovi e momenti di condivisione per riqualificare quei quartieri ad alto tasso di criticità. Se l’intero centro storico si impegnasse in questa direzione, invece di chiedere l’installazione di ferrame, forse la vivibilità sarebbe maggiore. La chiusura non è certo la risposta, anzi una contraddizione, nel momento in cui la città si fa portatrice di una sempre più vasta dimensione turistica.

    “Tendenzialmente siamo per la libera circolazione – ci ha spiegato Luca Curtaz, segretario A.Ma e consigliere Municipio centro-est. Crediamo che i cancelli non siano la soluzione adatta. A nostro avviso, è sempre l’ultima spiaggia chiudere dei vicoli con i cancelli. In alcune zone è arrivata forte questa richiesta dai residenti e l’Amministrazione – sia l’attuale e sia quelle precedenti – ha cercato di assecondare istanze di questo tipo. È chiaro che chiudere con i cancelli risolve un aspetto più diretto, a livello di frequentazione, ma mette in moto tutta un’altra serie di problemi: ad esempio Amiu non passa, o fa molti meno passaggi”. Gli attivisti di A.Ma nel 2014 hanno studiato il primo bicibox della città, convinti che un andirivieni di grandi e piccini in sella avrebbe creato un flusso positivo per il quartiere: “In vico Fasciuole abbiamo creato un bicibox condiviso. Il fatto che ci sia un luogo dove tutti i giorni decine di persone vanno a prendere la bici e la riportano per le loro attività, crea un viavai favorevole. Quello che pensiamo è che se i luoghi vengono attraversati e vissuti non ci sia bisogno di chiuderli con dei cancelli”.

    Ancora oggi ci sono richieste da parte di condomini per chiudere alcuni vicoli per le solite questioni riguardanti lo spaccio e il degrado, anche se al momento non sono deliberate altre chiusure. Nel corso degli anni ciò che è rimasto una costante e, anzi, ha visto un peggioramento è la pulizia dei vicoli stessi: “Oggi quello che si nota è che aumentata la carenza di igiene. Le spazzature a mano son sempre più rare e i vicoli più piccoli in cui i mezzi non passano sono in condizioni igienico-sanitarie precarie. Gli Ecopunti di nuova generazione hanno arginato un problema – quello degli spazi utilizzati per svariati motivi di illegalità – ma ne hanno fatto sorgere un altro. I cosiddetti ‘invisibili’ non hanno il badge per accedervi, dunque succede spesso che davanti agli Ecopunti ci siano montagne di spazzatura e questo genera di nuovo sporco e degrado”.

    Il post Covid e i cancelli ‘anti-fuga’ per i pusher

    L’11 maggio 2020 in un post su Facebook la presidente A.Ma Marzia Giorgi ha comunicato: “La situazione in via della Maddalena è al limite del vivibile e il pericolo per i commercianti e abitanti è reale. La nostra speranza è che la giunta comunale di adoperi a risolvere questo problema di sicurezza pubblica anche esponendosi in prima persona con chi ha la competenza in questo ambito. La Maddalena non è all’anno zero, molte cose sono state fatte e appena possibile torneremo ad animare il quartiere con iniziative perché noi continuiamo a credere in questo luogo e qui vogliamo restare a vivere”. Con l’emergenza legata al Covid-19 la situazione nel centro storico è peggiorata e oggi il trend delle cancellate potrebbe subire una nuova impennata. La presenza di strade deserte, secondo i residenti, ha incentivato pusher e malviventi a prenderne il controllo. Quei quartieri che di lotte ne hanno combattute parecchie per ottenere la maggior vivibilità possibile per le famiglie del luogo, sono rapidamente regrediti al punto di partenza.

    Com’è immaginabile, la pandemia ha lasciato un segno soprattutto sui più fragili, fomentando una solitudine che ha portato a una richiesta maggiore di droghe rispetto a prima. La Maddalena è di nuovo zona di spaccio a cielo aperto e si parla – ancora – di cancelli, ma questa  Di nuovo cancelli, di nuovo chiusure. Abbiamo chiesto ad A.Ma se questa fosse una soluzione attuabile: “Assolutamente no. Sono proposte demagogiche, elettorali. Chi ha partorito quest’idea dovrebbe chiudere tutti i vicoli di Genova e sappiamo già cosa vuol dire vivere con cancellate tutte intorno alle nostre case. Sanno benissimo chi sono i pusher, cosa fanno e dove. Se volessero, potrebbero agire ben prima. Esiste un sistema di videosorveglianza con cui, se fosse utilizzato come dicono di voler fare, potrebbero avere un controllo ‘in diretta’ su quello che avviene senza il bisogno di dover chiudere i vicoli con dei cancelli”, ci ha risposto Curtaz.

    “Quel tipo di attività repressiva che va a colpire solo gli spacciatori non serve a niente – ha aggiunto. Arrestati quelli – a patto che succeda e che vengano condannati – ce ne sono molti altri pronti a sostituirli, perché dietro a quelle persone c’è un’organizzazione che trova sempre manodopera per azioni d’illegalità. Primo non vogliamo chiuderci dentro e secondo sono altri gli strumenti per contrastare l’illegalità. Ad esempio, meditare azioni che vadano a colpire i vertici, perché continuando ad arrestare i piccoli spacciatori non si smuoverà mai niente. Ci vorrebbe la volontà politica e istituzionale di proiettare delle risorse economiche di un certo livello per elevare la quantità e la qualità delle indagini, andando così a scardinare le organizzazioni criminali. Lo soluzione è colpire i vertici, che alla fine sono sempre gli stessi. Storicamente, chi muove le fila dello spaccio e della prostituzione nel centro storico di Genova, sono famiglie italiane. Il controllo continua ad essere nelle loro mani”.

    Conclusioni

    Creare istintivamente delle ‘protezioni’ alla propria ‘zona personale’ non risolverà alcun problema, ma lo sposterà di qualche metro. L’idea della cancellate a difesa del decoro urbano è un’illusione. I cittadini si sentono al sicuro, dietro ai cancelli, ma si tratta di una sicurezza fittizia che svanisce nel momento stesso in cui si mette il piede fuori da quel confine. Il degrado va combattuto diversamente, promuovendo occasioni di incontro, coinvolgendo le persone e non confinandole, e alimentando uno spirito di comunità. Il problema va senz’altro affrontato alla radice: un migliore sistema di controllo non può bastare, però. Ad un grande flusso di persone che attraversa le strade andrà proposta una vasta gamma di servizi per consentire di diluire questi flussi. Dunque servono attrezzature, panchine, aree verdi e aree coperte in cui rifocillarsi, ad esempio. E, non per ultimo, la riqualificazione degli spazi fatiscenti con pulizia, arredo urbano, operazioni di restauro e recupero di locali dismessi da tempo. Il centro storico deve respirare, e per farlo i cancelli devono essere aperti.

    Paola Alemmano

     

  • Nel piano Colao spunta la proroga delle concessioni autostradali, tra deroghe e affidamenti diretti

    Nel piano Colao spunta la proroga delle concessioni autostradali, tra deroghe e affidamenti diretti

    C’è anche la possibilità di una proroga delle concessioni autostradali, tra le Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022” proposte dalla task force di esperti nominata dal governo e guidata dall’ex manager di Vodafone Vittorio Colao. Una proroga che – si legge al punto 24 del documento consegnato alla presidenza del Consiglio – dovrebbe essere “limitata” e legata a piani di investimento per il miglioramento e la messa in sicurezza delle infrastrutture e in linea con il Green Deal europeo. Ma la proposta, nonostante tutti questi paletti, potrebbe dividere i partiti che sostengono il governo Conte. Perché dal 14 agosto 2018, giorno del crollo del Ponte Morandi, il tema delle concessioni autostradali è diventato macigno incandescente.

    Il Movimento Cinque Stelle, al governo con la Lega prima e con il Partito democratico poi, da allora ha fatto della revoca della maxi-concessione ad Autostrade per l’Italia un punto quasi identitario, ma gli alleati che si sono succeduti a settembre dell’anno scorso hanno mantenuto un atteggiamento più prudente. Con il cambio di maggioranza Paola De Micheli (Pd) ha sostituito al Ministero dei trasporti Danilo Toninelli (M5s) e ha inaugurato una linea meno netta sull’argomento, promettendo che la decisione finale (senza specificare quale) sarebbe stata “nell’interesse pubblico” e sostenendo che chi parlava di revoca della concessione lo faceva a titolo personale, quindi non rappresentava la linea ufficiale del governo.

    E se da un lato il decreto Milleproroghe dello scorso febbraio cancellava la maxi sanzione che il governo avrebbe dovuto pagare ad Autostrade per l’Italia per la revoca anticipata della concessione (facendo quindi pensare che il governo preparasse lo strappo con Aspi) , dall’altro nei mesi successivi è andata avanti una trattativa tra il Ministero dei trasporti e i vertici di Atlantia , che per mantenere la concessione si sono impegnati per un piano dal valore complessivo di 2,9 miliardi tra riduzione delle tariffe e investimenti, e a ridurre la propria partecipazione in Autostrade per l’Italia fino a una quota inferiore al 50% delle quote (al tempo stesso chiedendo al governo un prestito per far fronte al crollo degli incassi dovuto al lockdown).

    La proposta avanzata da Colao si inserisce quindi in un contesto in cui, sul tema delle concessioni autostradali, le due principali forze di governo sembrano seguire agende diverse, come testimoniato più di recente dalle scintille interne allo stesso Ministero dei trasporti. Non è escluso che una parte del governo (Pd e soprattutto Italia Viva di Renzi, schierata apertamente contro la revoca) possa appoggiare la proposta degli esperti, mentre un’altra (il M5s) si ritrovi nella posizione paradossale di contrastare una proposta avanzata da un tecnico nominato da un presidente del Consiglio che è sua stessa espressione. In mezzo il premier Conte, che se da un lato ha rilanciato gli interventi su vecchie e nuove infrastrutture come traino di una ripresa economica, dall’altro ha detto chiaramente che le proposte di Atlantia non bastano, ribadendo la linea dura del governo. Fino a prova contraria.

    Il piano Colao, ad oggi, è un elenco di proposte in sei capitoli (Imprese e lavoro; Infrastrutture e ambiente; Turismo, arte e cultura; Pubblica Amministrazione; Istruzione, ricerca e competenze; Individui e famiglie) elaborato negli ultimi due mesi da un gruppo di esperti nominato dal governo con il compito di supportare l’esecutivo nell’elaborazione di piani per superare la crisi. La proposta su autostrade si inserisce nel capitolo “Infrastrutture e ambiente” e mira a semplificare le procedure e a garantire gli investimenti fondamentali anche dove le concessioni sono scadute o prossime alla scadenza e il ritorno economico per gli operatori incerto. Seguendo lo stesso criterio, quello della semplificazione e dell’efficienza, il piano Colao cita espressamente il “modello Ponte di Genova” come via maestra, proponendo nel breve periodo l’affidamento diretto e senza gara d’appalto per le opere ritenute più urgenti e nel lungo un ripensamento complessivo del codice degli appalti (punto 23). Meno regole e meno concorrenza. Ora sta al governo decidere quanto del piano adottare. E se far passare il rilancio dell’Italia (anche) dalla proroga delle concessioni autostradali.

    Luca Lottero

  • Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    Biciclette per decongestionare Genova. Se l’emergenza ci costringe a essere bike-friendly

    La partenza a singhiozzo della nuova corsia ciclabile in Corso Italia (causa pioggia e dubbi sulla sicurezza) ci dice che servirà ben più di qualche striscia di vernice per cambiare il modo in cui le persone si muovono in città. Dice bene il sindaco Marco Bucci, quando dice che i genovesi dovranno cambiare mentalità. Ma ci vorrà anche molto altro.

    Nei prossimi mesi, forse anni, la convivenza con il Covid-19 ci costringerà a limitare i posti sui mezzi di trasporto pubblico per garantire il distanziamento sociale. È plausibile inoltre che molti, specialmente nei primi tempi, sceglieranno di evitare bus e treni per paura di contagiarsi. Se la bicicletta non diventerà davvero un’alternativa alle automobili per gli spostamenti quotidiani per una buona fetta di popolazione, c’è il rischio che città congestionate come Genova si trasformino definitivamente in inferni di traffico, parcheggi e smog.

    Per questo, in queste settimane, diverse città europee stanno mettendo su in fretta e furia modifiche urbanistiche (a volte piuttosto audaci, anche se spesso provvisorie) per stimolare l’uso di biciclette e monopattini, cercando di tradurre precipitosamente in pratica una serie di concetti come mobilità dolce o sostenibile di cui negli ultimi anni si è spesso parlato spesso in modo un po’ teorico.

    Più bici e monopattini, meno auto e moto: una tendenza europea

    Il Comune di Milano, per esempio, ha in programma di realizzare entro settembre 23 chilometri di nuovi percorsi ciclabili, e altri 12 entro la fine del 2020. Piani per la mobilità d’emergenza (quindi, almeno per il momento, provvisori) sono stati pensati in diverse altre città italiane più o meno estese come Torino, Roma, Firenze, Rimini e altre, forse stimolate dalle misure del decreto rilancio. Il decreto, infatti, pur non prevedendo fondi per i Comuni per la realizzazione di piste ciclabili, sul tema introduce un bonus fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette per chi vive in aree metropolitane e soprattutto modifiche al Codice della Strada che introducono il concetto di “corsia ciclabile” (cioè uno spazio riservato alle bici ma non separato fisicamente dalle corsie per le auto) e di “casa avanzata”, cioè una linea d’arresto ai semafori più avanzata per bici e monopattini . E una “corsia ciclabile” – cioè uno spazio per le bici separato solo dalla vernice dalle corsie delle auto – è anche la nuova corsia di Corso Italia, come i prossimi interventi in programma. Per le “piste” vere e proprie dovremo aspettare.

    Ma la realizzazione di piani urbanistici d’emergenza è una tendenza che va oltre i confini italiani. A Bruxelles, per esempio, si sta sottraendo molto spazio alle automobili in ampie vie del centro abituate a essere costantemente congestionate dal traffico e insomma diverse città europee si stanno muovendo verso la mobilità dolce e stanno incoraggiando i propri cittadini a lasciare il più possibile l’automobile in garage.

    I tentativi di Genova si inseriscono dunque in una tendenza piuttosto estesa. Un’ulteriore difficoltà per il capoluogo ligure sarà superare i limiti di una conformazione poco spaziosa e pianeggiante che la rende una città meno ospitale di altre per le biciclette. Del resto anche la città portuale Marsiglia, a cui Genova è spesso paragonata per caratteristiche, sta affrontando difficoltà simili. La corsia ciclabile tra Piazza De Ferraris e Boccadasse dovrebbe essere – almeno nelle intenzioni dell’assessore alla mobilità Matteo Campora – solo il primo passo di un progetto complessivo di mobilità dolce che dovrebbe arrivare fino a Sampierdarena a ovest e toccare la Val Bisagno e la Val Polcevera a nord, passando per quartieri come Marassi e Staglieno.

    Un’iniziativa pensata già da tempo, resa più urgente dalla pandemia e in questi giorni spinta anche mediaticamente da #genovaciclabile, una petizione rivolta al sindaco Bucci e all’assessore Campora che chiede la realizzazione in tempi rapidi di progetti di mobilità alternativa, che nel momento in cui scriviamo questo articolo conta 8.418 firme e un gruppo Facebook di 7.482 membri, che ogni giorno si scambiano articoli e idee sulla mobilità sostenibile e seguono appassionatamente i lavori in corso a Genova.

    Segno che il tema è sentito e che una domanda di mobilità sostenibile esiste anche a Genova. Genova, del resto, avrebbe avuto bisogno di un ripensamento radicale della propria mobilità da ben prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre esistenze.

    Una città congestionata

    Genova è tra le città più congestionate del Paese tradizionalmente con il più alto rapporto tra automobili e abitanti d’Europa. Secondo i dati raccolti dalla multinazionale Tom Tom basandosi sul segnale gps di auto e cellulari, nel 2019 Genova è stata la sesta città italiana per “livello di congestione” (dietro a Roma, Palermo, Napoli, Messina e Milano) e la 128ᵃ a livello globale. L’anno scorso il livello di congestione del capoluogo ligure era del 30%, in calo rispetto al 31% del 2018. Significa che a Genova un automobilista impiega in media il 30% in più del tempo a percorrere un certo tratto di strada rispetto al tempo che impiegherebbe senza traffico. Una percentuale che sale al 53% per l’ora di punta mattutina e al 54% per quella serale, quando si impiegano in media 46 minuti a compiere un viaggio che ne richiederebbe 30. Valori risultato di una media di una serie che va dalla congestione del 9% del 15 agosto (il giorno con meno traffico) al 69% del 22 novembre, il giorno invece con più code e ingorghi. Sempre secondo i dati di Tom Tom, nel 2019 in media ogni genovese ha passato nel traffico 121 ore, cioè cinque giorni e un’ora.

    Un livello di traffico che influisce sulla qualità dell’aria. Nel 2018, secondo il rapporto “Mal d’Aria” 2019 di Legambiente, Genova è stata la prima città italiana per superamento dei livelli d’ozono, con 103 giorni di esposizione a inquinamento “grave” contro il limite di 25 giorni. Un dato ridimensionato nell’edizione 2020 del rapporto, per cui nel 2019 Genova ha superato il livello di polveri sottili e ozono “solo” 43 giorni . Secondo la classifica sulla qualità della vita del Sole 24 Ore, nel 2019 Genova si è piazzata al 31° posto tra le città italiane per qualità dell’aria ma al 106° posto su 107 per incidenti stradali, con 9,4 morti e feriti ogni mille abitanti (dove la posizione più bassa in classifica indica un numero maggiore di incidenti).

    Ma come è noto non tutto l’inquinamento da motori a combustione arriva dal traffico privato: il porto merci e passeggeri, collocato nel centro geografico della città contribuisce enormemente ad aumentare i livelli di inquinamento: parlare di sostenibilità di Genova, quindi, significa progettare un piano della mobilità di lungo periodo, non “obbligato” dall’emergenza di turno, e, inoltre non può e non deve prescindere dal convitato di pietra che è il nostro porto, e che tutti i giorni, dalle sue banchine avvelena un po’ tutti noi, ciclisti compresi.

     

    Luca Lottero

     

     

  • La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    La Liguria e le sue bombe ecologiche: le fitobonifiche con piante “mangia veleni” potrebbero salvarci?

    StoppaniIl deterioramento dei suoli è uno dei grattacapi più seri che la società deve – e ha urgente bisogno – di affrontare. L’eccessiva pressione demografica, l’utilizzo di tecniche agricole per niente sostenibili e l’inquinamento causato dagli scarti delle lavorazioni industriali, hanno messo i terreni di fronte ad un progressivo degrado. Per farsi un’idea, basti pensare che negli ultimi 50 anni la produzione agricola è cresciuta del 150%. Oggi l’agricoltura, oltre ad essere intensiva, dipende da fertilizzanti chimici sintetici e da pesticidi che contribuiscono ad avvelenare il suolo e l’acqua. Secondo l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) i due terzi del suolo in Italia presenterebbero problemi di degradazione. Quest’ultimi sarebbero più accentuati dove l’attività dell’uomo si fa più intensa, non soltanto nei siti dedicati alla produttività ma anche in prossimità di aree urbanistiche costruite senza tenere conto del successivo impatto ambientale, specialmente sul suolo. Le conseguenze per il terreno sono drammatiche: perdita di fertilità e della capacità produttiva, compattazione causata dai pesanti mezzi agricoli con conseguente perdita di permeabilità e capacità di filtraggio, contaminazione da inquinamento e uso eccessivo di fertilizzanti, sterilità, erosione che può dare vita a frane, impermeabilizzazione che impedisce lo stoccaggio dell’acqua e la regolamentazione della temperatura.

    Un aiuto dalla canapa, la pianta ‘mangia-veleni’

    Filiere produttive gestite in modo sconsiderato hanno prodotto dei veri e propri disastri ambientali e oggi occorre escogitare una soluzione per rimediare al danno. Tramite una pratica sostenibile come quella della ‘fitodepurazione’ si potrebbe dare il via ad una nuova e ambiziosa green economy. Alcune tipologie di piante – dette fitomediatrici o fitodepuranti – hanno infatti la capacità di depurare i terreni, le acque e l’aria, stoccando gli inquinanti al loro interno, principalmente delle foglie e nelle radici. La tecnica si chiama fitoestrazione: i metalli inglobati dalla pianta vengono estratti e recuperati. Tra i migliori ‘mangiatori di veleni’ si configura la canapa, in grado di togliere dai terreni metalli pesanti come piombo, cromo, rame, cadmio e altri. Da qui al possibilità di ri-estrarli e ri-utilizzarli nell’industria. La stessa canapa può essere utilizzata nuovamente in settori come la bioedilizia, come biomassa nelle filiere bioenergetiche o, ancora, in campo tessile. Si chiuderebbe così un cerchio ‘green’ molto importante e positivo da ogni punto di vista che gioverebbe alla salute dell’ambiente e dell’uomo.

    Le fitotecnologie si basano sul principio di ‘utilizzare la natura per disinquinare la natura’ e rappresentano una serie di tecniche di bonifica alternative che sfruttano la capacità intrinseca degli organismi viventi di ‘risucchiare’ i veleni dalla terra. Il fitorimedio è alquanto competitivo per diverse ragioni. Si tratta di una tecnica silenziosa, esteticamente gradevole ed ecologica, che non faticherebbe quindi a trovare consenso nell’opinione pubblica. I costi sono contenuti, la manutenzione richiesta è minima e prevede l’utilizzo di pratiche e macchinari di comune uso agricolo. In più, una parte degli interventi richiesti prevedono attività di natura colturale e dunque si evidenzia anche l’aspetto sociale, in termini di occupazione. È un approccio pratico sia dal punto di vista economico che da quello tecnico, ideale per processi di bonifica eco-sostenibili ma anche per prevenire la diffusione della contaminazione con la restituzione di aree al settore agricolo o anche al verde pubblico/privato.

    Disastri ambientali e bonifiche interminabili: i casi Stoppani e Iplom

    Tra i 41 siti italiani ad alto rischio sanitario, considerati dall’ISPRA come ‘siti di interesse nazionale’ troviamo tre siti liguri fra cui l’area intorno all’ex Stoppani, ubicata in provincia di Genova. L’azienda – che produceva composti di cromo esavalente – è stata chiusa nel 2003 e nel suo sottosuolo sono state rilevate massicce concentrazioni della sostanza cancerogena che dava lavoro a oltre 400 persone. Lo stato di emergenza è attivo nell’area dal 2006 e, dopo quasi 20 anni dalla chiusura dei battenti, i lavori di bonifica sarebbero fermi al 90%. Tra gli interventi di bonifica attuati in tutti questi anni, c’è anche la costruzione di una barriera fisica per delimitare il sito e impedire sversamenti pericolosi nel torrente Lerone. Tale barriera nel 2017 trasudava inequivocabilmente materiale nocivo, segno che i lavori fatti avevano messo una pezza al problema senza di fatto risolverlo. Milioni di euro sono stati spesi e gigantesche quantità di rifiuti tossici sono stati versati nella discarica di Molinetto. Oggi la bonifica continua, mentre l’obiettivo finale dovrebbe essere un’area verde da restituire ai cittadini, forse tra 4 o 5 decenni.

    Anche il quartiere di Fegino nel 2016 è stato protagonista di una grave contaminazione ambientale per via dell’incuria di alcuni dirigenti dell’oleodotto Iplom di Busalla. Il 17 aprile di quell’anno un tubo malandato di proprietà della società è esploso e grandi quantità di petrolio si sono rovesciate nel rio Pianego, successivamente nel Fegino, poi nel torrente Polcevera e, infine, in mare. Le prime operazioni di tamponamento sono state svolte di notte, quindi inizialmente fu difficile capire l’entità del danno ma circa 600 mila litri di greggio avevano avvelenato l’area.

    L’azienda ha impiegato milioni di euro per i lavori di messa di sicurezza e per la bonifica del territorio, ma per altri tre anni le acque sotterranee del Fegino e del Pianego dovranno subire dei controlli.  Soltanto che a distanza di anni i residenti di Fegino affermano di sentire ancora odore di idrocarburi, in particolare quando piove e sospettano che questo miasma giunga dal fiume. E se avessimo optato per una più moderna metodologia di bonifica, compatibile con la sicurezza dell’ambiente e dell’uomo? Stando ai dati delle sperimentazioni delle tecniche di fitodepurazione, avremmo potuto recuperare le aree liguri contaminate da tempo, con costi inferiori e senza peggiorare i già gravi danni ecologici. Soltanto a Genova e provincia sono decine le aziende che potrebbero innescare un disastro ambientale nel caso in cui accadesse un incidente di qualsiasi tipo. Tra le più a rischio troviamo Iplom di Busalla, Sigemi di San Quirico, A-Esse Spa di Carasco, il deposito del porto Petrolio di Multedo, la Superba di Multedo di Pegli, Silomar di ponte Etiopia, Petrolig ed Eni Porto in porto e il deposito Iplom di Fegino.

    Acna: la bomba ecologica ligure dopo 20 anni di bonifiche fallimentari

    Attualmente i siti oggetto di bonifica o messa in sicurezza permanente – soltanto nel comune di Genova – sono 88, in tutta la regione Liguria 250, mentre i siti con analisi di rischio approvata sono invece 92. Dunque le aree da ripulire e riqualificare sono parecchie, come anche i problemi per la salute (dell’uomo e dell’ecosistema) se le sostanze tossiche non verranno rimosse presto e in maniera sostenibile. Particolarmente critica sarebbe l’area di Cencio ­– piccolo comune in provincia di Savona – dove si trova l’Acna, ex ‘fabbrica di veleni’ che ha lasciato in eredità oltre 500 mila metri quadrati di area contaminata. L’azienda, che trattava coloranti e affini, per quasi un secolo ha versato tonnellate di sostanze tossiche nelle acque della Bormida, le stesse acque che venivano prelevate per abbeverare animali e bagnare orti. La contaminazione della Val Bormida è sempre stata sotto gli occhi di tutti ma l’Acna dava lavoro a migliaia di persone e la lotta alla chiusura è stata lunga, oltre a costare moltissimo. La fabbrica è chiusa dal 1999 ma la bonifica non è ancora stata conclusa, mentre tonnellate di scorie chimiche ancora presenti fanno del sito una vera e propria bomba ecologica. Non sono bastati gli anni di negligenza in cui i residenti della Val Bormida si sono visti avvelenare ogni cosa intorno a loro, perché a questo si aggiunge un ventennio di bonifiche fallimentari e alquanto misteriose.

    Foto Eni.com

    L’area contiene ancora cumuli di rifiuti tossici e le acque sotterranee del sito presentano concentrazioni di contaminanti oltre ogni limite di legge, difficile quindi pensare che la zona verrà recuperata per un qualsiasi impiego futuro. Il risultato è uno degli episodi più gravi nella storia del nostro paese: una contaminazione su larga scala fra la Liguria e il Piemonte, un’eredità che ha messo e mette tutt’ora a repentaglio la salute di tutti i residenti, con una moria per casi di cancro nella zona difficile da digerire. Il rischio ambientale è ancora altissimo: tonnellate di rifiuti tossici accatastati a mo’ di montagna attendono di essere messi in sicurezza e minacciano nuovamente l’area – già fortemente martoriata – in caso di alluvione. Una tecnica ecologica come quella della fitodepurazione dei suoli potrebbe configurarsi come un’opportunità per bonificare l’intera zona, con costi che in confronto a quelli a cui siamo avvezzi sarebbero bazzecole e il raggiungimento di un risultato ottimale in tempi più contenuti. Siamo così abituati a bonifiche ventennali – gravose ed inefficienti – che pare quasi normale, ma così non è. Che cosa si aspetta, dunque, per attuare un risanamento sostenibile di tutti quei territori che egoisticamente sono stati avvelenati? Probabilmente troppe mani sono attaccate ai progetti di bonifica tradizionali, quelli impattanti, infiniti, il cui risultato non è quello auspicato. Un giro di soldi enorme che va ad impinguare organizzazioni e a devastare terre che di devastazione ne hanno vista fin troppa.

    Le bonifiche che inquinano

    Attualmente, le bonifiche dei siti inquinati si affidano a metodologie di vecchia concezione che implicano l’utilizzo di grandi quantità di mezzi e risorse, soprattutto energetiche. Il risultato è spesso peggiore della situazione preesistente la bonifica. Grandi mezzi dissodano la terra contaminata e la caricano su camion che la trasportano in centri di bonifica appositi. Qui la terra viene sottoposta a trattamenti chimici per limitare il grado di pericolosità delle sostanze nocive in essa contenute. Tale procedimento non elimina quindi gli elementi di tossicità, ma li degrada per renderli meno pericolosi. Le operazioni di bonifica che si svolgono oggi hanno come obiettivo primario raggiungere – in base alla normativa vigente – un dato livello di concentrazione di inquinanti, mentre si fa scarsa attenzione alle conseguenze delle tecnologie usate sulla qualità del suolo. Inoltre, il dissodamento e il trasporto da un luogo ad un altro di questo terreno inquinato, genera nubi di polveri velenose che si diffondono nell’ambiente.

    Le attuali bonifiche richiedono l’investimento di un massiccio capitale economico, oltre che un eccesso di risorse, e non fanno altro che procurare un nuovo e diverso danno all’ambiente, a volte superiore a quello che si intendeva eliminare. La bonifica sostenibile è, invece, quella che combina una o più tecnologie in modo che il beneficio complessivo per la salute umana e quella dell’ambiente sia reso massimo attraverso un uso limitato di risorse. È la migliore soluzione da ogni punto di vista: economico, sociale e ambientale, ma non solo. Si definisce sostenibile quella bonifica che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere le stesse possibilità di soddisfazione per le generazioni future.

    Biomassa come volano economico e freni al fitorimedio

    A rendere concorrenziali i progetti di bonifica eco-sostenibili basati sulle fitotecnologie è anche la possibilità di valorizzare la biomassa. Quest’ultima è un prodotto organico derivante dalla fotosintesi e utilizzato per generale energia, ma non solo. La normativa relativa alla valorizzazione delle biomasse provenienti da impianti di fitorimedio è lacunosa, tuttavia queste potrebbero essere destinate – oltre alla generazione di energia tramite combustione diretta nelle centrali elettriche – alla produzione di biocarburante, biometano, materiali da costruzione e bioplastiche. Essendo la biomassa contaminata andranno selezionate le filiere di destinazione adeguate a garantire il rispetto della qualità dell’ambiente e della salute umana sia durante il processo di trasformazione che durante l’utilizzo.

    Quest’approccio ‘green’ del fitorimedio, purtroppo, deve affrontare ostacoli di varia origine. In primis, la tecnica deve superare la resistenza di un mercato che tende a preferire soluzioni tradizionali, o per meglio dire ‘vecchie’. Dal punto di vista economico, scarseggiano incentivi diretti e indiretti ad adottare soluzioni innovative e con un più basso impatto ambientale, mentre dal punto di vista sociale è necessaria la definizione di una metodologia in grado di sottolineare in maniera trasparente ed efficiente i pro e i contro delle diverse alternative di approccio. Infine, normativamente parlando, manca nel quadro italiano un iter amministrativo e approvativo più fluido per quanto concerne la formulazione di progetti di bonifica controcorrenti come questo. Tuttavia, l’approccio ha un potenziale enorme, soprattutto se si pensa a tutte quelle aree del nostro paese che meriterebbero di essere portate a nuova vita tramite riqualificazione, come le ex discariche o le ex industrie. Certo è che la scelta delle ditte per le bonifiche dovrà essere più che accurata, altrimenti il disastro sarà doppio, a causa delle ecomafie che potrebbero fiutare il business: chi in passato ha distrutto e ci ha guadagnato, ora potrebbe tentare di guadagnare risanando o fingendo di farlo.

    Modello Taranto

    Foto di Mafe de Baggis (wikipedia) 2007

    Il primo esempio di bonifica tramite semina di canapa è riconducibile al disastro di Chernobyl, quando nel 1998 una società americana avviò un progetto di fitorisanamento per la messa in sicurezza della zona circostante, contaminata da agenti tossici e materiale radioattivo. I risultati furono positivi e il modello fu replicato in altre parti del mondo. Al momento nel nostro paese il progetto più importante di bonifica tramite semina di canapa è stato avviato a Taranto nel 2014, dove si è sperimentata per la prima volta la tecnica della fitodepurazione nella Masseria Carmine, quella che era un’efficiente realtà agricola e agroalimentare vicino all’ex Ilva. La famiglia Fornaro nel 2008 fu costretta ad abbattere 600 ovini a causa degli alti livelli di diossina e PCB riscontrati negli alimenti di produzione propria e a convertire l’azienda in masseria per cavalli. I terreni, infatti, non possono più essere utilizzati per attività colturali o zootecniche per via del disastro ambientale causato dall’acciaieria: qui vige ancora il divieto di pascolo entro un raggio di 20 km. L’obiettivo dell’intervento è recuperare i terreni agricoli circostanti l’impianto siderurgico, altamente inquinati, attraverso una semina di canapa nel 2014 ed una nel 2016. Ora si attende quella definitiva, l’ultima speranza di trasformare un inenarrabile disastro in risorsa locale.

    Conclusioni

    Mentre in nazioni come gli Usa il fitorimedio è applicato sin dagli anni ’90, dove il suo impiego ha riguardato oltre 200 aree, nel nostro paese questa tecnologia ha trovato impieghi soltanto sperimentali e non ha ancora raggiunto un livello paragonabile alle ‘vecchie’ e impattanti tecniche di bonifica, seppure con varie sperimentazioni in Puglia, in Campania, in Sardegna e in Veneto. Alle base dell’applicazione di queste tecnologie dovrebbe esserci la presa di coscienza del valore del suolo e la volontà di preservarlo. Il futuro si dovrà necessariamente orientare verso soluzioni che permettano di ottenere un suolo funzionale e che, allo stesso tempo, non lo considerino come rifiuto da trattare ma come risorsa da proteggere. Anche se una direttiva europea comune sul suolo è ancora di lontana approvazione, il fitorimedio rappresenta una reale pratica di conservazione di questo capitale, decisamente preferibile alle tecniche distruttive utilizzate fin’ora.

    Paola Alemanno

  • Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    Coronavirus e informazione, quando l’assembramento selvaggio diventa un format

    I dati sulle multe alle persone che non rispettano i limiti agli spostamenti dovuti all’emergenza coronavirus ci restituiscono l’immagine di un Paese che sta, in larghissima parte, rispettando le regole. Lo scorso sabato 4 aprile, raccontato come una giornata di sanzioni record, su 229mila e 104 persone fermate dalle forze dell’ordine, le multe sono state 9.284 .

    Significa che a sgarrare è stato poco più del 4% delle persone fermate, cioè lo 0,015% della popolazione italiana. A leggere le cronache di questi giorni, però, sembrerebbe che sparsi per il territorio nazionale ci siano diversi focolai di ribellione alle regole e al buon senso dove i cittadini, mossi forse da un superbo senso di invulnerabilità o dal gusto per la sfida all’autorità fine a sé stessa, escono volutamente di casa senza reale necessità, generando assembramenti non necessari e moltiplicando i rischi di contagio con grave rischio per la collettività.

    È il caso, per esempio, del Quadrilatero di Bologna o del quartiere Spaccanapoli, a Napoli . Anche Nel suo piccolo, anche Genova ha il suo focolaio di insubordinazione, situato in Via Sestri, cuore pulsante della delegazione di Sestri Ponente. Quartiere ribelle al punto da meritarsi il doppio rimprovero del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, una prima volta lo scorso 13 marzo  e poi, di nuovo, il 2 aprile. Il secondo rimprovero presidenziale è stato accompagnato da una foto, dove nella parte superiore compare il fermo immagine di un servizio televisivo che ritrae una Via Sestri apparentemente piena di gente e una inferiore con alcuni medici del San Martino, a suggerire che la passeggiata impenitente avviene a sfregio di chi rischia la vita tra le corsie degli ospedali. Ma proprio su quel fermo immagine, in realtà, sono cominciati ben presto a circolare dei dubbi, per via dello schiacciamento prodotto dalla prospettiva ottenuta con un teleobiettivo.

    Inganni ottici a parte, sono le caratteristiche del quartiere a rendere difficile immaginare un abbandono totale della via. A Sestri Ponente vivono quasi 45mila abitanti e in Via Sestri ci sono numerosi supermercati, negozi di alimentari e farmacie. Negozi che non possono chiudere nemmeno in tempo di quarantena, perché vendono beni essenziali. È dunque lecito pensare che chi in questi giorni va in Via Sestri lo faccia per un valido motivo. A meno che non si voglia credere che gli abitanti di Sestri per qualche ragione si divertano a sfidare regolamenti e buon senso, in controtendenza rispetto al resto della popolazione nazionale.

    L’uomo che morde il cane

    Forse è proprio questa la ragione per cui Via Sestri è diventata un caso. Visto che il cane che morde l’uomo non è una notizia ma lo è l’uomo che morde il cane, il racconto dell’eccezione alla regola, del cittadino che sgarra, sta diventando un format nel racconto che si sta facendo di questi giorni. Un format che mantiene alta l’attenzione su alcuni aspetti, tralasciandone altri, creando una narrativa legata alla contrapposizione, al conflitto, tra persone. In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico: un format, questo, che però, oltre a rischiare di dare un’idea distorta dei problemi alla base di questa situazione rischia anche di far passare, come sta succedendo, senza troppe cerimonie, limitazioni inedite delle nostre libertà individuali e collettive. 

    [quote]In altre parole un problema di ordine sanitario è diventato de facto un problema di ordine pubblico[/quote]

    Una modalità di gestione della situazione che ha “contagiato” anche altri soggetti, che titolarmente dovrebbero avere un ruolo differente. E’ il caso dell’ospedale Policlinico San Martino, niente meno che l’ospedale-università più importante della Liguria e rifermento scientifico nazionale: in questi giorni la direzione ha optato per una comunicazione molto aggressiva nei confronti dei comportamenti considerati dannosi, riproponendo quel format in chiave più social, dichiaratamente finalizzato a sensibilizzare la fascia più giovane della popolazione. Esempi sono due pubblicazioni divenute virali non per il contenuto ma per la polemica che hanno suscitato: il primo con la foto di una paziente estubata, accompagnata dalla dicitura “State a casa! Altrimenti l’unica corsa che farete sarà in rianimazione”, riferendosi al format del podista-untore, e il secondo, dove il frame di un famoso e virale meme è accompagnato dall’ammonimento “Fossimo in voi, noi medici, infermieri e oss, staremmo a casa, e non in prima linea, per voi, qui al San Martino”.

    Una comunicazione, quindi, che colpevolizza determinati comportamenti il cui peso sull’attuale situazione è quanto meno incerto: non passa giorno senza che arrivino percentuali di persone che si spostano, confronti, trend, seguiti da paternali e minacce di nuovi provvedimenti, senza avere invece informazioni esaustive sulla diffusione reale del virus, che essendo per l’80% asintomatica, nessuno ha con certezza. E l’incertezza non crea nessun format di successo, ma responsabilità politiche.

    Compito straordinario

    Secondo altre letture l’esasperazione dei (pochi) casi di ribellione alle regole contro il covid-19 farebbe comodo a tanti. A chi vuole scaricare sul popolo bue le responsabilità della crisi da un lato e a sindaci e amministratori locali con manie da sceriffo dall’altro, che proverebbero a stimolare la richiesta di una gestione poliziesca del territorio giustificandola con la presunta irresponsabilità della gente. Puntando magari a rendere ordinarie le misure straordinarie che si stanno rendendo necessarie in queste settimane. Se così fosse, finita l’emergenza il giornalismo avrà compiti ben più urgenti e scomodi della caccia all’assembramento selvaggio.

    Luca Lottero
    Nicola Giordanella

  • Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    Il centro storico soffoca: aumentano i rifiuti ma diminuiscono gli spazzini

    “La spazzatura è una grande risorsa nel posto sbagliato a cui manca l’immaginazione di qualcuno perché venga riciclata a beneficio di tutti”, ha detto Mark Victor Hansen. La Germania – per citare un esempio di posto ‘giusto’ – ricicla la maggior parte dei rifiuti che produce, una buona parte di quello che resta finisce negli inceneritori che generano energia e soltanto l’1% finisce in discarica. Per dare l’idea, dieci anni fa i tedeschi riciclavano di più di quanto fa oggi la Liguria.

    Perché Genova sembra così sporca e malcurata? Si tratta di inciviltà o di un cattivo sistema di gestione rifiuti? O entrambe le cose? Il degrado del centro storico è da anni un tema parecchio dibattuto eppure – nonostante i servizi offerti da Amiu e le nuove iniziative per incentivare il decoro urbano – la situazione sembra essere sempre la medesima. Mozziconi di sigarette, cartacce, plastica, scie di deiezioni canili. Non solo Genova fa male la raccolta differenziata nel 2018, ma la fa anche peggio del 2017.

    Oggi meno operai che nel 2015

    Per chi abita nel centro storico, gettare la spazzatura è sempre stato un incubo: le famose ex ‘stanzine blu’ sono state sostituite dagli EcoPunti ad accesso controllato, ma la situazione sembra non essere cambiata. Anzi – nonostante lo sporco rappresenti sempre un problema urgente da risolvere – gli spazzini sul territorio non accennano ad aumentare.

    Dai bilanci pubblicati sul sito di Amiu – l’Azienza Multiservizi e d’Igiene Urbana – si evince, infatti, che il numero degli operai nel corso degli anni ha subito un leggero decremento. Se nel 2015 erano 1254, nel 2016 erano 1236, l’anno successivo 1211 e nel 2018 gli spazzini erano 1226 (quasi tutti a tempo indeterminato e con una media d’età di 52 anni). Quindi dal 2015 ad oggi il numero degli operai impiegati nell’organico aziendale è andato man mano a scemare, con un leggero incremento soltanto nel 2018, che comunque resta inferiore al numero degli spazzini che erano impiegati in azienda qualche anno fa. Si registra anche una riduzione sui costi per il personale: si è passati da circa 51 milioni nel 2015 a circa 47 nel 2018.

    Il numero degli operai presenti nell’organico aziendale però, sarebbe ancora inferiore rispetto a quello riportato nei bilanci: “Nei conteggi vengono messi anche circa 30 operai che dipendono sempre da Amiu, ma svolgono dei servizi totalmente diversi come quelli funerari. In questo numero sono compresi anche quelli a tempo determinato presi per il crollo del ponte Morandi. Quindi i numeri, in realtà, sono un po’ al di sotto”, ci racconta una fonte qualificata fonte interna ad Amiu, che aggiunge: “È un problema. La richiesta di decoro è sempre la stessa. Dal crollo del ponte il numero degli operai e dei dipendenti in generale è andato a diminuire. Il calo degli operai si fa sentire. Col decreto Genova hanno assunto quelli che chiamiamo i ‘morandisti’ – che sono 30 – e queste sono state le uniche assunzioni fatte. Nel 2019 sono andati in pensione una settantina di dipendenti in generale. La carenza di personale, soprattutto operativi, è evidente”.

    Secondo questa lettura l’intenzione sarebbe quella di “smantellare l’azienda e far prendere ad Iren tutto il pacchetto. Noi lavoratori abbiamo fatto una lotta abbastanza dura e Iren non è entrata dalla porta, ma è entrata dalla finestra. Ha la concessione alla costruzione dell’impianto di Scarpino e tutte le ditte in appalto che stanno lavorando per Amiu sono ditte che notoriamente lavorano per Iren. Iren ci sta facendo a pezzettini, la situazione è questa”.

    Raccolta differenziata 2018: il contraddittorio caso genovese

    In Liguria i dati sulla raccolta differenziata sono positivi se paragonati a quelli di qualche anno fa. La regione ha registrato un incremento dei dati percentuali nel corso degli anni: se nel 2012 la raccolta differenziata era al 32,02%, nel 2018 è salita al 49,66%. Purtroppo, però, la provincia che registra la percentuale inferiore resta ancora Genova, con un 41,55% nel 2018. Paradossalmente, la raccolta differenziata genovese ha registrato un decremento rispetto al 2017 dove aveva registrato un tasso del 41,63%. Nessun miglioramento per Genova, nessun passo in avanti nel corso di un intero anno, mentre tutte le altre province hanno raggiunto e superato il 45% di raccolta differenziata. L’obiettivo della regione per il 2020 è raggiungere il tasso del 65%, un traguardo che a questo punto pare decisamente utopico per il capoluogo ligure.

    Chiusura di Scarpino e crollo del ponte Morandi: come hanno inciso sulla RD

    Il crollo del ponte Morandi – oltre a portare via 30 mila mq di aree industriali funzionali al servizio di igiene del suolo, alla raccolta e al trasporto di rifiuti – è stato un punto di svolta per Amiu che ha deciso di ripensare urgentemente l’organizzazione logistica e impiantistica. La distruzione che ha lasciato il crollo del ponte della Valpolcevera ha costretto l’azienda a traslocare persone, mezzi e attrezzature in altre sedi (non idonee come le precedenti) e questo ha comportato inevitabilmente un aumento dei costi.

    Dai bilanci di Amiu si comprende come la chiusura della discarica di Scarpino nel 2014 e il crollo del ponte Morandi nel 2018 abbiano segnato la città di Genova, causando un forte incremento dei costi per i servizi. In seguito alla chiusura di Scarpino i costi subirono un drastico aumento (di oltre 29 milioni), salendo a 62 milioni nel 2015. Dopo una sorta di assestamento dei costi per un triennio, nel 2018 hanno registrato un nuovo aumento rispetto all’anno precedente – pari al 10,72% – dovuto principalmente a due voci di spesa: i lavori di bonifica all’area ex Nira e i lavori di igiene urbana. I primi erano inesistenti, dunque sono stati stanziati per la prima volta oltre 3 milioni per bonificare dall’amianto la struttura abbandonata da oltre 20 anni, mentre i secondi hanno subito un aumento di oltre 2 milioni. Il che significa che la gestione delle attività che riguardano smaltimento rifiuti, pulizia spiagge e scogliere, gallerie e sottopassi, aree verdi e wc, diserbo, rimozione carcasse e discariche abusive e lavaggio cassonetti ha richiesto un budget più elevato (basti pensare al maltempo e i danni provocati).

    La nostra fonte ci spiega cosa è andato perduto il 14 agosto 2018 e quali decisioni sono state prese dall’azienda per sopperire alla perdita delle aree sottostanti il Morandi: “Nelle isole ecologiche, per fare un esempio, noi abbiamo dei grandissimi problemi. Sotto il ponte, oltre ai colleghi, abbiamo perso una rimessa, l’isola del riciclo, l’isola ecologica, una serie di uffici. Queste aree sono state perse e mai più recuperate”.

    E continua: “Tutto quel cantiere è stato riportato nella vecchia rimessa, insieme ad altri lavoratori tutti ammassati, abbiamo mezzi parcheggiati in posti privati dove paghiamo per tenere i nostri camion”. L’intento sarebbe quello di avere un “servizio sempre più scadente”.

    Mezzi fatiscenti e turnazioni bizzarre

    Il calo del personale non sarebbe l’unico problema dell’azienda: “Dalla chiusura di Scarpino non abbiamo mai fatto sentire l’emergenza, ma ora iniziamo ad andare pesantemente sotto di organico. A questo si aggiunge anche il problema dello stato dei mezzi: abbiamo camion che hanno 20 anni e che usiamo quasi 24 ore su 24. Di notte, abbiamo 6 o 7 zone scoperte per turno. Spesso mi è capitato di dover aspettare qualcuno che rientrasse col camion per poter fare la mia zona. E questo accade dappertutto. Non c’è più gente e quella che c’è viene dirottata su mille servizi. Poi l’età media dell’azienda è molto alta e non assumendo giovani questo si configura come un problema nel problema”.

    Inoltre, anche la turnazione non sarebbe gestita in relazione alle necessità. Per esempio nel centro storico il numero crescente di esercizi legati alla ristorazione, anche turistica, sta mettendo in crisi la tenuta del servizio: “L’inizio turno è stato spostato dalle 23 alle 19,20, creando problemi con lo svuotamento dei bidoni, che quindi vengono nuovamente riempiti appena svuotati, rimanendo pieni anche per tutto il giorno successivo”. Ma non solo: “Lo spazzamento manuale è stato di fatto ridotto – spiega – ogni operatore oggi ha una zona molto più ampia e deve scegliere, coprendo solo i punti di maggior passaggio. L’impegno della gente che lavora c’è ed è costante, ma più di così non ci riusciamo. Manca personale”.

    EcoPunti per il decoro urbano

    Per unire le esigenze di gestione dei rifiuti nel centro storico con quelle dì decoro del quartiere, Amiu ha allestito quasi 40 EcoPunti. Il centro storico di Genova – oltre ad essere densamente popolato – è una rinomata meta per i turisti di tutto il mondo, perciò necessita di frequenti e particolari lavaggi del suolo. In più, proprio a causa della densità di popolazione nel quartiere, i cassonetti vanno svuotati e puliti ancora più frequentemente. Amiu ha quindi servito il centro storico di piccoli magazzini che ospitano i contenitori della spazzatura, tutti ad accesso controllato e dotati di un sistema di video-sorveglianza e un sistema di anti-intrusione dei ratti. Nel centro storico attualmente gli EcoPunti sono 11, ma – sempre in termini di mantenimento del decoro e costruzione di appositi spazi per togliere i cassonetti della spazzatura dalle zone di pregio della città – queste aree aumenteranno.

    Abbiamo ascoltato due operatrici ecologiche che ci hanno raccontato una situazione sì migliore del passato, ma che mette in luce un sistema ancora poco efficace da alimentare comportamenti non virtuosi da parte dei cittadini, come l’abbandono degli ingombranti: “Gli EcoPunti nuovi funzionano con un badge distribuito ai residenti. Sono tutti video-sorvegliati, ma acquisire le immagini non è facile per via della privacy. Una persona che butta gli ingombranti dentro un EcoPunto chiuso come si fa a trovare? Bisognerebbe risalire, tramite le telecamere, all’orario preciso in cui è stato buttato il mobile, andare a vedere il badge che è passato proprio in quel momento e fare un controllo incrociato che diventa abbastanza difficile. Roba da CIA”.

    Mentre sullo stato dei bidoni e sul cambiamento che hanno notato in seguito all’installazione dei nuovi EcoPunti ci raccontano: “I bidoni non vengono lavati a sufficienza, respiriamo di tutto e d’estate la puzza è insopportabile. Il bunker è effettivamente più pulito all’interno da quando vi si accede con il badge, prima ci trovavamo ogni genere di cose e di situazioni. Il problema è che non tutti hanno la residenza e sono dotati del badge, quindi a volte troviamo cumuli di rumenta davanti all’EcoPunto. Alcuni sono più puliti di altri, dipende dalle zone”.

    La situazione dei rifiuti nel centro storico di Genova potrebbe essere considerata come un’emergenza, emergenza che ha origini lontane e sviluppi recenti: il crollo del Morandi poteva essere un’opportunità per pretendere da parte dello Stato nuove risorse, ma nei fatti il personale continua a diminuire, mentre il servizio diventa sempre meno efficiente, anche visibilmente. Eppure i rifiuti continuano ad essere una potenziale risorsa, che aspetta solo qualcuno o qualcosa che la sappia valorizzare.

    I rifiuti ci sono e sono sempre di più – nel 2018 circa il 49% in più dell’anno precedente – e in qualche maniera bisogna occuparsene. Una loro cattiva gestione diventa un problema per la salute dell’uomo e quella dell’ambiente, perciò occorre al più presto una politica di gestione rifiuti efficace, in grado di dare valore alle risorse al termine della loro vita, destinandole al corretto trattamento e riutilizzo. L’attuale servizio pare inadeguato e il centro storico è letteralmente saturo di spazzatura, decisamente non un bel vedere per i turisti in visita nella Superba e nemmeno un motivo di vanto per gli abitanti. Con l’ultimazione dei lavori per la ricostruzione del ponte della Valpolcevera, che determinerà in un certo senso una rinascita per la città, l’augurio è che si possa mettere un punto di partenza anche per una Genova più ‘green’: più pulita, rispettosa e accogliente.

     

    Paola Alemanno

  • Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Municipi e il decentramento che non c’è, tra soldi che mancano e riforme continue

    Doveva essere l’amministrazione dei cinque milioni per i municipi promessi tre anni fa, in campagna elettorale, dall’allora candidato sindaco Marco Bucci, del decentramento delle sedi Amiu e Amster, con cui i municipi avrebbero dovuto gestire direttamente i lavori pubblici sui rispettivi territori. Dei nove municipi in cui è divisa la città di Genova intesi come nove mini-comuni, con ampia autonomia rispetto all’amministrazione centrale. E delle relative risorse finanziarie garantite dal Comune per rendere tale autonomia effettiva. Invece, in questa prima metà di mandato, proprio dai municipi è arrivata un’opposizione tra le più dure alla giunta comunale. Fino alla bocciatura, nelle scorse settimane, del bilancio previsionale del Comune da parte di cinque parlamentini su nove. Una decisione che avrà poche conseguenze concrete, dal momento che il parere dei municipi su questa materia non è vincolante. Ma che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra la giunta Bucci e le realtà territoriali più vicine ai cittadini.

    Certo, a ribellarsi ai piani di Palazzo Tursi sono stati i municipi governati dal centrosinistra, all’opposizione in consiglio comunale, mentre i quattro retti da maggioranze di centrodestra hanno diligentemente votato a favore. Ma vorrà pur dire qualcosa se, a Levante, il consigliere Tommaso Pinazzi ha votato contro la sua stessa maggioranza giustificando la propria decisione con queste parole, rilasciate in un’intervista a Genova Quotidiana: «Abbiamo parlato in campagna elettorale di decentramento, sparando stanziamenti di X milioni per i municipi, e invece ci viene tolto tutto». O se anche il presidente del municipio 1 centro est Andrea Carratù, in quota Lega, ammette ai nostri microfoni che «Sulla carta, se le cose fossero messe in pratica funzionerebbero. Ma – aggiunge – tra quello che è scritto è la realtà c’è una grossa differenza. È necessario avvicinare la teoria e la pratica».

    Il passo di Tursi

    Forse proprio per questo, per avvicinare la teoria alla pratica, lo scorso 11 febbraio, all’indomani della bocciatura e dei malumori espressi sul bilancio, Bucci ha delegato al consigliere comunale Stefano Costa la formulazione di una proposta di riforma del decentramento amministrativo. Costa, per dieci anni consigliere municipale nel Medio Levante, rivendica una sensibilità particolare sul tema, sia per la sua precedente esperienza sia per i suoi studi personali: «Dobbiamo rendere i municipi efficaci ed efficienti – spiega il consigliere di Fratelli d’Italia a Era Superba – cosa che in questo momento in parte non è perché la riforma del decentramento avviata con il ciclo Vincenzi, nel 2007, nello scorso ciclo amministrativo ha subìto un brusco arresto. Ritengo che questa sia un’occasione per rimettere mano a questa partita».

    Nel raccontarci le proprie idee sulla riforma, ancora alle primissime fasi del processo, Costa insiste molto sul tema dell’efficienza, ma non si sbilancia su possibili cifre da destinare ai municipi o sulle funzioni precise da assegnare loro. «Ogni aspetto merita un approfondimento a parte – spiega – puntare tutto il dibattito sulla contrapposizione tra più risorse e meno risorse o più funzioni e meno funzioni sarebbe semplicistico. Io parlerei di funzioni operative reali». Tra queste, Costa si sofferma in particolare sul tema delle manutenzioni ordinarie su cui, dice: «Al momento non c’è stata nessuna sostanziale modifica rispetto a quanto previsto dalla passata amministrazione. Ci sono le manutenzioni ordinarie in parte gestite dagli enti territoriali, che hanno voce in capitolo, ma come accadeva anche prima gli interventi devono essere posti al vaglio dell’assessorato competente. Ritengo – aggiunge – che per le manutenzioni ordinarie, come la buca del marciapiede o la gestione del verde urbano di piccole dimensioni, sia necessario ridurre la filiera amministrativa per garantire maggiore velocità d’intervento».

    Il punto di vista dei municipi “d’opposizione”

    I municipi attualmente retti dal centrosinistra sono i più netti nel denunciare la tendenza accentratrice della giunta Bucci, condotta, dicono, in totale contraddizione rispetto alle promesse di tre anni fa. Claudio Chiarotti, del municipio 7 Ponente, ne fa anche una questione di metodo: «Io sono per la più ampia forma di decentramento, ma se l’amministrazione comunale volesse riaccentrare alcune funzioni avrebbe tutto il diritto di farlo – chiarisce – se così fosse, però, dovrebbe farlo nella sede opportuna, che è il Consiglio comunale. Non si può andare avanti, com’è successo finora, con delibere di giunta o modifiche dei regolamenti imposte dall’alto». A differenza di Costa, che vede una continuità delle amministrazioni Bucci e Doria, Chiarotti vede un sostanziale cambiamento nei rapporti tra i diversi livelli amministrativi: «Il rapporto prima era più costante, pur tra le criticità e gli scontri – sottolinea – il tema è il rispetto del ruolo, anche politico, dei presidenti e dei consigli municipali, che non sono semplici parti dell’amministrazione. Come presidente, voglio partecipare alla discussione sul futuro della città, come municipi dobbiamo poter rendere chiari qual è la nostra visione ai cittadini. Se il Comune vuole tornare indietro è legittimo, ma lo faccia in modo chiaro. Spero che il consigliere Costa, nel suo nuovo ruolo, possa comprendere questa necessità».

    Chi dalla delega a Costa sembra invece non aspettarsi molto è Massimo Ferrante, al secondo mandato da presidente della Bassa Val Bisagno: «in realtà – spiega ai nostri microfoni – avevamo già una consigliera delegata ai rapporti con i municipi, Lilli Lauro. A inizio mandato, con grande entusiasmo, è stato istituito anche un gruppo di lavoro coordinato dalla Commissione 1, guidata dal consigliere Paolo Putti. Ora dopo due anni e mezzo scopriamo di nuovo che bisogna mettere mano al regolamento. Mi sembra l’ennesima sovrapposizione di ruoli e l’ennesima mossa per gettare fumo negli occhi».

    «Inoltre – aggiunge – mettere mano al regolamento sul decentramento può voler dire entrambe le cose, sia proseguire sul percorso del decentramento sia andare verso un accentramento di funzioni sul Comune. Finora gli atti del sindaco e della giunta sono andati chiaramente verso l’accentramento: è stato ridotto il fondo per i municipi, sono stati messi paletti sui patrocini, i municipi hanno sempre meno spazio di manovra, sempre meno personale nelle aree tecniche o negli uffici dell’anagrafe».

    Ferrante, Chiarotti, e gli altri due presidenti di municipio di centrosinistra Romeo e Bianchi sono inoltre firmatari di un ricorso aperto contro l’amministrazione comunale per la decisione del Comune di sottrarre ai municipi la competenza sugli ambiti territoriali sociali (ATS) tramite un atto del segretario generale amministrativo: «Abbiamo contestato il fatto – spiega Ferrante – che questo passaggio sarebbe dovuto avvenire in Consiglio Comunale, l’unico organo preposto a cambiare lo statuto».

    La caduta dei fondi aggiuntivi

    Un parametro forse non esaustivo ma chiaro per capire come sono cambiati i rapporti tra Comune e Municipi sono i fondi che il primo concede ai secondi. Che, rispetto alla giunta Doria, sono innegabilmente diminuiti. Con l’amministrazione Vincenzi, la prima con i municipi nella loro forma attuale, si stabilì un conto capitale annuale per ciascun municipio di 281 mila euro: «Con il primo bilancio – ricorda Chiarotti – l’allora assessore ai lavori pubblici Crivello portò tale cifra a 481 mila, sottraendo risorse alle sue direzioni. Nei due anni successivi li portò addirittura a 681 mila euro». Il problema fu che si trattava di risorse aggiuntive, da confermare di bilancio in bilancio. La giunta Bucci prese la decisione di riportare le risorse per municipio a 281 mila euro, lo stesso livello dell’era Vincenzi.

    Chiarotti elenca alcune delle misure che negli anni scorsi il suo municipio ha potuto adottare grazie ai fondi aggiuntivi messi a disposizione da Tursi: «La regimazione delle acque ai villini – elenca – una strada storica ad alta concentrazione popolare, la ripavimentazione del centro storico della delegazione su Voltri o la sostituzione di una ringhiera sulla passeggiata di Pegli. Con quei fondi il municipio aveva la possibilità di fare scelte anche politiche su dove fosse meglio spendere i soldi. Senza siamo costretti a chiederli alla civica amministrazione che in teoria, vagliando le nostre richieste, potrebbe accordarci anche fondi infiniti ma nei fatti, anche per la scarsità di risorse, può fare ben poco».

    A ottobre del 2017, quando per la prima volta la giunta Bucci non confermò le aggiunte ai fondi per i municipi di 400mila euro decise da Crivello, scatenando già allora diverse polemiche, l’assessore Piciocchi sostenne che l’esperimento della giunta precedente di aumentare i fondi poteva definirsi “fallito” perché “non tutti i municipi avevano gli strumenti per gestire questi fondi”. Al tempo stesso Piciocchi sostenne la necessità di legare il discorso dei fondi per i municipi a una più complessiva riforma del decentramento amministrativo. Da allora sono passati più di due anni.

    Il punto di vista dei consiglieri di centrodestra

    Meno perentorie le posizioni dei presidenti di centrodestra che però non nascondono le criticità dell’assetto attuale: «Le funzioni dei municipi possono anche essere diluite – sostiene Carratù, del municipio del centro est – ma nel caso quelle che rimangono devono essere coerenti rispetto alle risorse economiche a disposizione. Come municipio abbiamo la responsabilità della manutenzione ordinaria su 17 istituti scolastici e sui musei, che in centro storico sono ovviamente molti. I 281 mila euro annuali per svolgere queste funzioni non sono sufficienti. O mi togli gli oneri o mi dai la possibilità di poterli mantenere». Un altro problema che Carratù elenca è quello dei servizi di anagrafe: «il direttore del municipio ha la responsabilità della gestione del personale – spiega – ma nei fatti ci manca il personale e non possiamo né assumere né fare trasferimenti, e la gente se la prende con noi perché la responsabilità è nostra».

    «È importante – rincara la dose Renato Falcidia, del Municipio Centro Ovest – con una riforma del decentramento seria, individuare in modo più chiaro e definito le competenze dei municipi e attribuire ad essi le risorse adeguate per far fronte alle deleghe definite». Falcidia, però, non crede che la giunta Bucci abbia mostrato tendenze accentratrici: «Credo che in alcuni casi su questo tema ci siano state strumentalizzazioni politiche da parte di alcuni municipi – spiega – per esempio l’accentramento dei servizi sociali alla direzione del Matitone non impedisce che il servizio rimanga delocalizzato, come quando era gestito direttamente dai municipi. Si tratta di una scelta amministrativa che non va a incidere sul funzionamento quotidiano del servizio».

    A scontrarsi sembrano essere due visioni della città. Una che vorrebbe dei Municipi investiti di maggiori compiti e dotati di maggiori risorse, nella convinzione che in quanto enti più prossimi ai cittadini siano anche quelli capaci di rispondere meglio alle loro necessità. È il tema del cosiddetto decentramento amministrativo, argomento di discussione non solo a Genova ma anche in altre grandi città come Roma, dove alcuni municipi hanno estensione e popolazione di città medio-grandi e richiedono più poteri all’amministrazione centrale. Dall’altro lato, una visione più accentratrice, favorevole a una maggiore interferenza del Comune negli interventi e dell’amministrazione sul territorio.

    A Genova, almeno a parole, tutte le forze politiche sembravano aver scelto la prima opzione, tra il progetto di “città policentrica” della giunta Doria e l’ampia autonomia promessa ai municipi dal successore Marco Bucci in campagna elettorale e a inizio mandato. Oggi, però, i municipi di centrosinistra accusano il Sindaco di aver in realtà scelto la via accentratrice, e di farlo senza coinvolgere gli organi democraticamente eletti. Anche i municipi di centrodestra che abbiamo intervistato per scrivere questo articolo, però, sostengono che l’assetto attuale vada modificato, in un verso o nell’altro: «Bisogna guardare ai risultati e avere molto senso pratico – conclude infatti Falcidia – se un accentramento delle funzioni porta a migliori risultati, ben venga, altrimenti meglio decentrare ma con compiti e risorse ben definiti. Ad oggi si genera confusione e sovrapposizione tra deleghe».

    Che si pensi che i municipi genovesi facciano troppo o che facciano troppo poco, tutti sembrano d’accordo su un punto: il sistema attuale non funziona.

     

    Luca Lottero

  • Prima che cadano

    Prima che cadano

    Ha un non so che di acido il retrogusto dal sapore elettorale della corsa all’hastag di questi giorni a proposito dell’oramai tormentonico supposto interesse al ponte caduto da parte di innumerevoli rappresentanti della classe dirigente locale e nazionale.

    La levata di scudi “politica” alle sconsiderate parole di Oliviero Toscani ha sollevato un polverone mediatico che come prevedibile offusca ancora il tema esiziale delle responsabilità politiche del fatto in sé, cioè del crollo di uno dei più strategici viadotti del paese.

    Su questo punto, in questi mesi, non abbiamo visto né hastag, né flash mob, ma ci si è limitati solo al modesto dibattito su l’ipotetica revoca delle concessioni, presto diventato territorio di scambio politico, di ricatto tattico, di equilibrismi, di vediamo come va in Emilia Romagna, di calcolo, di trend, di fidelizzazione social.

    Ai ponti bisogna interessarsi prima che cadano; dopo son bravi tutti, compresi i Benetton, per i quali per anni il Morandi è stato solo una voce di spesa di un bilancio da massimizzare, mentre diverse stagioni di politici e amministratori hanno lasciato fare. Le manutenzioni non si inaugurano, e i nastri non si tagliano durante le ispezioni.

    Eppure si poteva fare qualcosa: chi oggi si indigna e già si vanta di aver dato un nuovo ponte a Genova, anche se ancora non c’è, al 14 agosto 2018 era da tre anni alla guida di un ente che partecipa a vario titolo alle riunioni del Provveditorato per i lavori pubblici, durante le quali si è parlato, poco e male, delle condizioni del Morandi. Nessuno ha mai alzato la mano, chiesto spiegazioni: a nessuno interessava, prima.

    Anche la civica amministrazione comunale, presente e passata, non ha mai preteso quella sicurezza per i suoi cittadini della quale dovrebbe essere ultimo e più prossimo garante: eppure le reti per non far cadere i calcinacci sulla testa degli operai Amiu c’erano. Ma a chi interessa un ponte prima della sua caduta, quando si può vendere il fumo delle grandi opere che metteranno tutto a posto?

    Per i genovesi il crollo è stato un improvviso rientro da uno spot lungo decenni su una rinascita post-industriale mai avviata, il calo di quella morfina che non ha fatto sentire i morsi della cancrena che pezzo dopo pezzo si è mangiata il nostro territorio, tra speculazioni dei beni collettivi e visioni socio-politiche provinciali e fallimentari. Un momentaneo stato di veglia doloroso che per molti sembra essere durato anche troppo. A chi interessa dei ponti prima che cadano?

     

    Nicola Giordanella

  • Genova-Milano, biglietto di sola andata. La città si svuota e diventa sobborgo. Davvero

    Genova-Milano, biglietto di sola andata. La città si svuota e diventa sobborgo. Davvero

    Il ministro Peppe Provenzano era seduto a fianco del governatore della Lombardia Attilio Fontana e a pochi metri dal sindaco di Milano Beppe Sala quando, lo scorso 11 novembre, alla festa dell’HuffPost Italia (a Milano!) osò dire che Milano è si un eccellenza e un esempio positivo per tutti ma anche che la città, a differenza di altre volte in passato, “non restituisce quasi nulla” al resto del Paese. Per rafforzare il concetto, Provenzano evocò l’immagine di un fossato che metaforicamente separa il capoluogo lombardo da tutto ciò che lo circonda.

    Per qualche giorno, dopo aver pronunciato quelle parole, il ministro si ritrovò al centro di una polemica politica bipartisan. Da una parte, com’è nelle cose, i presidenti di regione leghisti del nord, molti dei quali impegnati nella lotta politica per l’autonomia regionale, che nemmeno troppo tra le righe di quell’intervento avevano letto la solita tentazione della politica meridionalista di espropriare il ricco e produttivo nord delle proprie risorse a favore del sud povero e stagnante. Dall’altra, e forse ancora più agguerriti, tutto un universo di commentatori liberali e/o progressisti, che della Milano post-expo hanno fatto la propria Mecca, offesi da quello che hanno percepito come un attacco all’egoismo della città.

    Eppure, Provenzano aveva detto una cosa piuttosto ovvia, quasi banale per chiunque abbia un minimo di percezione della nostra realtà nazionale. Dietro a una città pienamente agganciata al treno della modernità c’è tutto un Paese che, invece, in molte altre aree arranca. E questo, per chi di mestiere fa il ministro “per la coesione territoriale”, oltre che per il sud, non può essere uno scenario ideale.

    Vari studi dedicati agli effetti socioeconomici delle “mega città” dimostrano infatti che, alla lunga, divari territoriali troppo accentuati mettono a rischio la tenuta sociale di intere regioni o persino nazioni, oltre a creare problemi molto concreti sia per chi vive nelle aree di emigrazione (calo demografico, invecchiamento della popolazione, fuga di aziende e industrie) sia per le aree, come Milano, di immigrazione (sovraffollamento, esplosione del costo della vita, gentrificazione).

    Succede prima di tutto con le aree rurali o con i piccoli centri che circondano la città. Nel caso di Milano, però, succede anche con le altre (sempre meno) grandi città, fatalmente attratte nell’orbita della capitale economica d’Italia.
    Come Genova.

    Andare per non tornare

    Come ci ha raccontato su queste pagine Guenda Liberato, per molti giovani genovesi, soprattutto quelli con i più alti livelli di istruzione e specializzazione, andare a lavorare a Milano è diventata la nuova normalità. O al limite il trampolino per fare il salto oltre le Alpi e avventurarsi nel vasto mondo per non tornare più indietro, se non per trovare la famiglia a Natale.

    La prima e più visibile conseguenza è che a Milano c’è sempre più gente, e a Genova ce n’è sempre meno. Naturalmente, non tutti i genovesi che emigrano vanno a Milano, e Milano non accoglie solo genovesi. I dati dell’istat (aggiornati a dicembre del 2018 Milano Genova) rendono però l’idea dell’andamento generale.

    A Milano, la popolazione è in crescita da sei anni consecutivi e, al 31 dicembre del 2018, la città contava 1 milione e 378 mila residenti. Questa cifra, quindi, non include chi a Milano vive mantenendo la residenza altrove. La popolazione di Genova, invece, decresce da quattro anni consecutivi, e i 578 mila abitanti di fine 2018 sono la quota più bassa da inizio novecento. (

    Visto che anche a Milano il numero delle morti annuali supera non di poco quello delle nascite (circa 14 mila contro meno di 11 mila, nel 2018) la crescita demografica è legata interamente all’immigrazione.

    Persone, ma anche imprese e attività commerciali. Mentre di Genova abbiamo raccontato spesso il declino commerciale, a Milano nel 2018 il numero di attività è cresciuto dell’1,2% rispetto all’anno precedente, con il 16% di attività gestite da stranieri e l’8% da giovani.

    Non è tutto oro quel che luccica

    Certo, una crescita del genere ha anche degli inconvenienti, per una città dopo tutto estesa solo 180 chilometri quadrati (se ci limitiamo a considerare il Comune) contro i 240 di Genova. A volte si può avere la sensazione che manchi fisicamente lo spazio e quel poco che c’è costa sempre di più. «Dove ho vissuto fino a poco tempo fa – ci racconta Lorenzo, genovese poco più che trentenne da qualche anno ormai emigrato a Milano – pagavo 600 euro al mese per un monolocale a Sesto San Giovanni, utenze escluse». Sesto San Giovanni è un Comune subito a nord di Milano, territorialmente contiguo al capoluogo e raggiunto da una linea di metropolitana, ma comunque fuori dai confini amministrativi della città. In certe zone di Milano, invece, un monolocale può arrivare a costare 900 euro al mese, per un bilocale saliamo fino a 1.250. Nei primi sei mesi del 2019 il costo degli affitti è aumentato del 6,1% rispetto al 2018 (dati Tecnocasa), mentre a Genova il costo degli affitti è in calo.

    Ora Lorenzo ha comprato casa, sempre a Sesto San Giovanni: «Se fossi in affitto pagherei probabilmente circa 800 euro al mese, perché sono vicino alla metro e anche quello influisce tanto sul prezzo», racconta. Con questi prezzi, vivere in centro, per i milanesi autoctoni o d’immigrazione, è diventato sempre più complicato. A influire non è solo l’immigrazione, ma anche altri fattori come il turismo (piuttosto inedito per Milano), ma anche la preferenza dei proprietari per vendere, anziché affittare, approfittando del buon momento del mercato, che riduce l’offerta di affitti e fa ulteriormente lievitare i prezzi.

    I milanesi non vivono a Milano” è una frase che si sente abbastanza facilmente, in città. Alcuni (in genere più avanti con gli anni e con famiglia) perché scelgono di coronare il proprio sogno milanese con macchina grande e villetta fuori mano. Altri, più semplicemente, Milano non se la possono permettere. Anche a Genova abbiamo la possibilità di una locuzione del genere, ma non per una crescita economico-demografica, ma per un trend di sfruttamento immobiliare che arricchisce i possessori di case, spesso multiproprietà. E il centro storico si svuota.

    Un trend globale

    Il Guardian ha recentemente dedicato un articolo al fenomeno delle mega città, intitolato senza giri di parole Come le megacittà europee hanno rubato la ricchezza di un continente. E vorrà pur dire qualcosa se il quotidiano britannico ha scelto proprio Milano come esempio.

    L’articolo si sofferma in particolare sul caso di Melzo, piccolo centro a 20 minuti di treno da Milano, che fino a metà degli anni 80 ospitava una sede della Galbani e oggi è una sorta di città dormitorio sempre più anziana, con i giovani che studiano e vanno a lavorare fuori. Spesso, naturalmente, a Milano.

    Degrado di Villa DonghiRiferendosi alla crescita del capoluogo lombardo, il professore di economia urbana del politecnico Roberto Camagni, interpellato dal Guardian, dice che si aspettava “avrebbe raggiunto un picco” ma che invece “sta ancora andando avanti”. «Il problema – aggiunge – è che questo miracolo di Milano coinvolge solo il milione circa di persone che lo vive direttamente. La città si è liberata dell’hinterland industriale che ha fatto la sua fortuna nel ventesimo secolo. Alla fine questo genera un problema di dignità per gli altri posti».

    Milano fa parte di quella famiglia di città europee come Londra, Parigi, Monaco o Amsterdam che hanno saputo sostituire l’industria con un terziario di alto livello, un fortunato mix di finanza, cultura e servizi che le ha rese delle città spesso più vivibili che in passato, oltre che ricche. Ma il resto dei rispettivi Paesi non ha vissuto la fine dell’industria altrettanto felicemente. «Sono state le grandi città come Milano, non gli stati-nazione, a beneficiare maggiormente della grande ondata di integrazione portata dal mercato unico europeo» spiega Camagni.

    Tutto questo però ha delle conseguenze politiche piuttosto precise, a cui proprio i liberal-progressisti che si sono offesi per le parole di Provenzano dovrebbero essere particolarmente sensibili. Come spiega uno studio del Centre for European Reform, citato nell’articolo del Guardian, un divario tra i territori così marcato sta generando fenomeni di polarizzazione politica che stanno rimodellando lo scenario europeo e non solo. I piccoli centri e le zone rurali sempre più anziani e impoveriti maturano un senso di frustrazione e risentimento verso le “élite” dei grandi centri urbani e diventano serbatoi di voti per forze populiste e nazionaliste.

    L’abbiamo visto succedere ovunque, negli ultimi anni, con una regolarità sorprendente. Negli Stati Uniti, nel 2016, con Hillary Clinton che stravince nelle grandi città ma perde nell’America profonda. Nel referendum sulla Brexit con Londra che vota remain a differenza del resto dell’Inghilterra, nelle presidenziali francesi del 2017 con lo stesso principio applicato alla coppia Macron-Le Pen. Persino, l’anno, in Ungheria, dove la capitale Budapest ha voltato le spalle al premier Viktor Orbàn, che invece domina elettoralmente a livello nazionale. E ancora con appuntamenti elettorali recentissimi e molto diversi tra loro come la sfida nazionale nel Regno Unito tra Johnson e Corbyn e quella regionale in Emilia Romagna tra Bonaccini e Borgonzoni. Esempi se ne potrebbero fare mille altri tra cui, ovviamente, la stessa Lombardia, dove alle ultime elezioni europee la Milano di Beppe Sala è stato quasi l’unico posto dove ha vinto il Pd, mentre nel resto della Regione ha trionfato la Lega di Salvini, che non a caso esprime direttamente il presidente della Regione dal 2013 ed è in maggioranza addirittura dal 1994.

    Se centri vicini come Melzo sentono con maggior intensità la forza della calamita, la forza attrattiva di Milano si fa sentire anche ben oltre i confini della Lombardia. Su Genova in particolare. “Milano è un Dyson” ha scritto Michele Masneri in un ironico ritratto della città stato pubblicato lo scorso novembre sul Foglio perché aspira tutto quello che le sta intorno. I torinesi o chi la raggiunge da altre città lombarde possono permettersi di fare i pendolari, muovendosi (pagando un bel po’) sulle linee ad alta velocità che li collegano al luogo di lavoro. I genovesi, invece, come abbiamo visto, a Milano si trasferiscono direttamente. Almeno fino a quando non avremo il Terzo Valico e Genova potrà diventare finalmente “il più bel sobborgo di Milano”, come promesso dall’attuale sindaco Marco Bucci durante la campagna elettorale di due anni fa. Dopotutto, fu una dichiarazione sin troppo realista. 

     

    Luca Lottero

  • Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Autostrade gratis e pubbliche, si può fare. Italia e Francia fanalino di coda dell’Europa

    Martina e Andrea, una giovane coppia di genovesi che da qualche anno vive a Lucerna, nella Svizzera tedesca, nei primi giorni del nuovo anno sono andati in posta per comprare la “vignetta”, un talloncino di riconoscimento colorato (quello per il 2020 è rosso) che chiunque viaggi sulle autostrade svizzere deve tenere esposto sul parabrezza. Costo complessivo 40 franchi svizzeri, equivalenti a circa 37 euro. «Con questa – raccontano a Era Superba – possiamo viaggiare su tutte le autostrade e qualche altro tipo di strada che la richiede, fino a gennaio del 2021». I 40 franchi pagati da Martina e Andrea sono andati nelle casse del governo centrale, che con i soldi incassati si occupa dei lavori di manutenzione. La gran parte delle infrastrutture autostradali svizzere è infatti di proprietà pubblica: federale, cantonale o comunale.

    In un momento in cui il tema delle concessioni autostradali è in cima all’agenda politica nazionale e interessa in modo particolare Genova e la Liguria, può essere utile allargare lo sguardo e dare un’occhiata a come altri Paesi hanno deciso di gestire le proprie infrastrutture per il trasporto di persone e merci su gomma, con quale tipo di proprietà e con quali costi. Per scoprire che il modello italiano non è l’unico esistente. Anzi. Ma non è l’unico modello possibile.

    Abbonamenti annuali e autostrade pubbliche e gratuite. Si può fare

    La Svizzera non è l’unico Paese europeo a usare il sistema delle “vignette”, in vigore, per esempio, anche in Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Romania, Slovenia e Slovacchia. In Austria l’abbonamento annuale per circolare in autostrada costa 87 euro, e viene versato a una società completamente controllata dallo Stato, che mantiene di fatto un controllo pubblico dell’infrastruttura.

    Si tratta di Paesi di dimensioni medio-piccole o con reti autostradali ancora non molto sviluppate, quindi con caratteristiche forse non paragonabili alla situazione italiana. Ma non vuol dire che Paesi più grandi debbano rinunciare alla gestione pubblica. L’esempio classico è la Germania, dove la gestione delle autostrade è federale e l’utilizzo completamente gratuito, anche se da qualche anno il governo centrale e quello della Baviera stanno considerando l’ipotesi di privatizzare, almeno parzialmente, la rete. Gratuite sono anche le autostrade in Belgio, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, dove si pagano solo alcuni tratti della M6 (la maggiore autostrada del Paese) e la “tassa sul traffico” per entrare in macchina nelle aree urbane di Londra e di Durham.

    Ancora diversa è la situazione in Spagna, dove le autostrade sono gestite con un sistema di collaborazione tra pubblico e privato (e dove si paga il pedaggio solo sul 20% circa della rete) e in Portogallo, dove i prezzi si avvicinano a quelli italiani ma il sistema è completamente elettronico.

    Italia e Francia: grandi concessioni, grandi introiti

    Il Paese con il sistema più simile al nostro è la Francia, anche se la sua rete autostradale è lunga circa 12mila chilometri contro i quasi 7mila (dato dicembre 2017) della rete italiana. Come da noi, gli automobilisti che transitano in Francia pagano al casello, sulla base dei chilometri percorsi, con prezzi diversi a seconda della tratta percorsa. Con la Francia l’Italia si gioca anche il non invidiabile primato di Paese con le autostrade più care. Una puntata della rubrica di approfondimento Dataroom della giornalista Milena Gabanelli di giugno del 2018 attribuiva il primato all’Italia, ma altre analisi hanno evidenziato come il risultato cambi a seconda della tratta considerata. La ex conduttrice di Report, infatti, aveva preso a esempio per le autostrade italiane la tratta Bologna – Ventimiglia, che ha la sfortuna di includere il tratto Genova – Ventimiglia, allora il più caro dello stivale con i suoi 19 euro e 30 centesimi di costo di percorrenza, circa 12 centesimi a chilometro.

    Forse non a caso è simile, in Italia e in Francia, anche il sistema delle concessioni, con gran parte della rete gestito da grandi gruppi privati. Solo che mentre in Italia il processo di privatizzazione a cavallo tra gli anni 90 e l’inizio del 2000 ha visto emergere il gruppo Autostrade Spa (oggi Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia, che con il gruppo Gavio si spartisce i ¾ circa del mercato) e la famiglia Benetton, in Francia, più o meno negli stessi anni, si è imposto il gruppo Vinci, una delle più grandi aziende di costruzioni mondiali, che oggi gestisce quasi la metà della rete complessiva.

    La concessione infinita ad Autostrade Spa

    In Italia, all’evidente concentrazione della maggior parte del mercato nelle mani di pochi, grandi gruppi, si aggiunge quello delle concessioni lunghe, che soffocano ulteriormente la concorrenza. Come abbiamo più volte raccontato su queste pagine la mancata applicazione della direttiva europea Bolkestein per quel che riguarda le concessioni di tratti di lungomare ai gestori degli stabilimenti balneari, allo stesso modo l’Italia si è storicamente dimostrata sorda ai richiami dell’Unione europea anche quando questa la invitava a mettere a gara le concessioni per le gestioni autostradali. Anzi. Ad aprile del 2018 l’allora governo Gentiloni chiedeva e otteneva dalla Commissione europea (dopo lunga trattativa avviata dal precedente governo Renzi) un’ulteriore proroga della concessione ad Autostrade per l’Italia, che spostava la data di scadenza dal 2038 al 2042. Il prolungamento veniva concesso ad alcune condizioni tra cui la promessa di un piano d’investimenti che includeva, tra le altre cose, anche la realizzazione della Gronda di Genova.

    Questo, però, succedeva prima che il ponte Morandi crollasse, e prima del recente caos legato alla gestione delle infrastrutture autostradali, fatto da incidenti, crolli e indagini della magistratura su una rete che ogni giorno che passa sembra essere più fragile. Oggi, rispetto ad allora, la proposta di riportare in mani pubbliche la gestione della rete autostradale è al centro della discussione e, tra le principali forze politiche, è appoggiata soprattutto dal Movimento Cinque Stelle, attualmente primo gruppo in Parlamento e socio di maggioranza del governo attuale come di quello precedente. Decisamente contrario è invece Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi non altrettanto rappresentato ma decisivo per le sorti del governo giallo-rosso. Ma al di là di chi avrà la meglio tra i due schieramenti, i termini del dibattito, dopo il 14 agosto del 2018, sono cambiati completamente. Ma in Italia si sa, spesso tutto cambia, per poi non cambiare nulla.

     

    Luca Lottero

     

     

     

     

     

  • Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Qualità della vita, Genova salvata da cultura e ambiente. Ma per ogni 14enne ci sono 2,5 persone sopra i 65 anni

    Come ogni anno, Il Sole 24 Ore ha pubblicato la classifica della qualità della vita nelle province italiane. In cima, per il secondo anno consecutivo, la provincia di Milano, mentre nel 2019 Genova si piazza al 45° posto. Un risultato migliore rispetto al 56° posto del 2018 e al 74° del 1990 (anno in cui Il Sole ha iniziato a stilare la sua classifica) ma lontano dagli anni migliori come il 2016, il 2009 o il 2004 quando la provincia di Genova si piazzava intorno alla ventesima posizione.

    Al di là della posizione in classifica (che dipende anche dalle performance delle altre province) è interessante approfondire i criteri scelti e analizzati dal Sole 24 Ore per stabilire cosa si intenda per qualità della vita. Per stilare la classifica del 2019 il quotidiano finanziario ha preso in considerazione 90 indicatori (più del doppio dei 42 del 2018), suddivisi nelle categorie “Ricchezza e consumi”, “Ambiente e servizi”, “Giustizia e sicurezza”, “Affari e lavoro”, “Demografia e società” e “Cultura e tempo libero”.

    Indicatori che restituiscono il quadro di una delle province migliori d’Italia in alcune categorie e tra le peggiori in altri. Da qui la posizione di metà classifica, per usare una metafora sportiva. Cominciamo con le buone notizie.

    Genovesi “imprenditori”, amanti del trasporto pubblico e della cultura

    “Affari e lavoro” (10° posto), “Ambiente e servizi” (11°) e “Cultura e tempo libero” (13°) sono le categorie in cui Genova occupa le posizioni più alte, a ridosso della top ten tra le province italiane.

    Scendendo nel dettaglio, tra le singole voci che compongono la categoria “Affari e lavoro”, Genova riporta punteggi alti su molti aspetti che riguardano l’imprenditorialità: è la dodicesima provincia italiana per imprenditorialità di giovani under 35 e l’ottava per quel che riguarda la percentuale di imprese straniere (il 13,8% delle attività totali, dati Infocamere). Piazzamento dignitoso anche rispetto alla differenza tra occupazione maschile e femminile (12%, secondo l’Istat) e per il numero di startup innovative, che sono 8,2 ogni mille (dati Infocamere). Si sorride meno a guardare i dati sull’occupazione (9,7% di disoccupazione complessiva e 24,2% di disoccupazione giovanile secondo l’Istat), che vedono Genova al 59° e al 61° posto tra le province italiane. Più in basso le posizioni che riguardano l’uso di internet. Nonostante Genova sia la quindicesima provincia italiana per diffusione della banda larga (dati Istituto Tagliacarne), solo 4,3 imprese ogni mille sono in rete (sessantatreesima posizione) e solo lo 0,2% è attivo nell’e-commerce (novantacinquesima) secondo Infocamere.

    In “Ambiente e servizi” spicca il terzo posto della provincia di Genova per uso del mezzo pubblico in rapporto alla popolazione. Del resto, il trasporto pubblico locale è il nono in Italia per offerta (dati Legambiente – Ecosistema urbano). Male, in questa categoria, i dati sull’emigrazione ospedaliera, con il 12,5 di dimissioni di residenti avvenute fuori regione (78° posto, Istat) e raccolta differenziata (91° posto secondo Legambiente – Ecosistema urbano).

    teatro akropolisSiamo inoltre tra le province con il più alto livello di offerta culturale, con un ottimo 10° posto per densità culturale (372 spettacoli ogni 10 kmq) e per offerta di mostre ed esposizioni secondo la Siae e addirittura sesti per “indice di sportività” (dati Pts Clas).

    Nella categoria “Ricchezza e consumi” Genova si piazza al 36° posto tra le province italiane, frutto di un posizionamento positivo su punti come il “valore aggiunto per abitante” (11° posto, Prometeia) o il reddito medio per contribuente (23.498,3 euro annui che valgono il 14° posto, dati del ministero delle Finanze) e altri molto negativi sui canoni medi di locazione (895 euro al mese di media, 90° posto secondo Scenari immobiliari) o il rischio dei finanziamenti, per cui Genova è al 96° posto tra le province italiane con il 3,9% di decadimento dei tassi di finanziamento per cassa (Istat).

    Genovesi sempre più vecchi, malati e insicuri

    Le dolenti arrivano alle categorie “Giustizia e sicurezza” (dove Genova si trova al 95° posto) e “Demografia e società”, dove Genova è addirittura al 105° posto su 107 province analizzate (l’ultima in questa categoria è Savona).

    Se nella prima categoria siamo quasi in fondo alla classifica per quel che riguarda gli incidenti stradali (9,4 morti e feriti ogni mille abitanti, dice Legambiente) o i reati legati agli stupefacenti (116,3 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) molto basso è anche il piazzamento per quel che riguarda le violenze sessuali 11,5 denunce ogni 100 mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat), rapine (47,9 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat) e per il numero complessivo di delitti denunciati (4.732,5 denunce ogni 100mila abitanti, Pubblica sicurezza – Interno, Istat).

    Ancora peggio facciamo in “Demografia e società”, dove la classifica del 2019 ci regala l’immagine di una Genova con un indice di vecchiaia molto elevato (257,2 è il rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 14 moltiplicato per 100, secondo l’Istat, cioè ogni 14enne e accompagnato da 2,5 ultra sessantacinquenni ) e bassi tassi di natalità. La nostra provincia è inoltre quasi la più dipendente d’Italia dagli anziani, e la famiglia genovese è in media composta da solo due elementi (dati Istat). Una composizione demografica che ha come ovvia conseguenza elevati tassi di mortalità (102° posto, Istat), di mortalità per infarto (2,6 morti ogni mille abitanti in cinque anni, 88° posto, Istat) e di mortalità per tumore (20,1 morti ogni mille abitanti in cinque anni, Istat).

     

    Luca Lottero