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  • Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    Prossima fermata Ventimiglia, la paura dell’Uomo Bianco arriva sul confine. La testimonianza di Progetto 20K

    20k 01Ventimiglia è una realtà sospesa, in bilico su un baratro che potrebbe rivelarsi più tragico della realtà oramai cristallizzata da anni. La crisi umanitaria legata alla presenza di centinaia di migranti, è sempre più un’emergenza politica. Dopo i fatti di Macerata e Firenze, un’ombra inquietante ha raggiunto il comune frontaliero, sospeso tra l’inadeguatezza istituzionale e legale di un paese in perenne campagna elettorale.

    Il sindaco Ioculano ha ricevuto una lettera minatoria, con all’interno un messaggio inequivocabile: “Basta negri! (…) l’Italia agli italiani! L’eroe di Macerata insegna. Anche Ventimiglia avrà la sua strage con te in testa e una decina di sporchi negri. Contaci!”. Firmato “Eroe Vendicatore”. Chiarissimo. Un sottile filo nero, quindi, che attraversa il paese, dal cuore fino ai suoi confini. E se a Macerata la strage non si è compiuta, a Firenze un “negro” è divenuto bersaglio, tra tanti, della follia.

    Tensione

    Ma qual è oggi la situazione nel capoluogo frontaliero? Ne abbiamo parlato con gli attivisti di Progetto 20K, il collettivo che da alcuni mesi sta provando ad arginare la tragedia umanitaria, attraverso assistenza sanitaria, legale e logistica per le persone in viaggio che attraversano Ventimiglia. “Oggi assistiamo ad una situazione di completo disagio e abbandono da parte delle istituzioni locali – ci raccontano – che è culminato con l’emergenza neve e gelo, che ha spinto molte persone a trovare rifugio ammassati sotto il ponte, visto che il campo della Croce Rossa è in sovraffollamento”.

    Ma il clima che si respira è peggio del freddo: “La tensione post elettorale si sente anche qua”, e coinvolge anche i cittadini italiani, costretti ad una convivenza col disagio cavalcata dalle forze politiche che propongono il pugno duro verso i clandestini, il “prima gli italiani”. Non è un caso che a Ventimiglia la Lega sia il primo partito con quasi il 30% e che Casapound abbia conquistato l’1,22%, tra i risultati migliori su scala nazionale.

    C’è tensione anche tra migranti stessi – ci spiegano – oggi sono circa 150 a vivere nell’alveo del Roja”. Qualche giorno fa una pesante discussione all’interno del gruppo ha esacerbato gli animi, portando in strada una rissa: “Sono volate anche delle pietre, che hanno danneggiato qualche macchina. La reazione delle popolazione è stata immediata: mobilitazioni, incontri con sindaco e richieste di sgombero del campo informale“.

    [quote]La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie[/quote]

    Secondo gli attivisti questo ha giustificato un giro di vite da parte della Questura: “Sono stati fatti diversi arresti, in città come davanti al nostro info-point, plateali. La cosa ha portato tensione e timore: i ragazzi essendosi accorti del cambio di clima, si sono rintanati sotto il ponte. Le condizioni sanitarie sono terribili e precarie”.

    Paura

    C’è paura. Ma questa volta è la paura dell’uomo bianco. “Temiamo azioni vere, ispirate a Macerata e Firenze. A Ventimiglia il terreno è fertilissimo per certe dinamiche – continuano i 20Ks – Abbiamo dovuto chiudere lo sportello, addesso andiamo direttamente sul Roja a distribuire vestiti, prestare assistenza sanitaria, supporto legale e logistico”.

    Davanti a questo fallimento sociale e politico non possiamo non sottolineare ancora una volta la necessità di soluzioni ragionate e strutturali – si legge nel comunicato diffuso dal collettivo – la migrazione stessa è un fenomeno strutturale, per cui è necessario dare risposte lungimiranti”.

    [quote]Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà,[/quote]

    E’ nell’aria uno sgombero. Non sarebbe il primo, e non sarebbe l’ultimo, probabilmente. Non esistono numeri ufficiali, ma il flusso delle persone “in attesa” è costante da anni oramai. Le operazioni di “decompressione della frontiera” sono giornaliere ma l’emergenza sanitaria e sociale è senza soluzione di continuità: è diventata periferia. Una periferia attraversata da vecchie e nuove paure e precarietà, che sta barcollando verso una strada politica evidente.

    Ma è il contesto nazionale costellato da episodi inquietanti ad aver aumentato il potenziale di criticità che in questi anni è stato lasciato radicarsi nel comune frontaliero. Ventimiglia è ancora una volta, quindi, confine. Un confine da riconoscere prima di ritrovarsi ad averlo già attraversato.

     

    Nicola Giordanella

    (Foto 20K)

  • Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiagge, lo scontro sulle concessioni, tra Genova, Roma e Bruxelles. Ma in Liguria le “libere” sono sotto la soglia di legge

    Spiaggia della Foce, GenovaPochi giorni dopo la fine delle vacanze di Natale, il Consiglio dei Ministri bocciava due leggi della Regione Liguria riguardanti la tutela delle imprese balneari e la concessione degli spazi demaniali marittimi. Secondo il governo guidato da Paolo Gentiloni, i provvedimenti liguri sarebbero in odore di incostituzionalità, perché il prolungamento automatico delle concessioni agli attuali gestori pregiudicherebbe la libera concorrenza e sarebbe in contrasto con la direttiva europea sui servizi. Inoltre, tutto ciò che riguarda il demanio è di competenza statale. Ancora prima del governo, però, erano arrivati gli uffici della stessa Regione Liguria, che già nella scheda tecnica in coda al provvedimento (che si può leggere, con qualche difficoltà, online) evidenziavano come “la presente proposta di legge presenta possibili rischi di impugnativa”. Rischi che si sono puntualmente avverati.

    La direttiva europea sui servizi è più conosciuta come direttiva Bolkestein, dal nome del commissario per la concorrenza e il mercato interno che la formulò nel lontano 2006, quando presidente della Commissione era Romano Prodi. Nasce con l’obiettivo di creare un mercato unico europeo dei beni e dei servizi, eliminando le discriminazioni nazionali. La filosofia alla base del provvedimento è che un imprenditore tedesco, spagnolo, polacco o di un qualsiasi altro Paese membro dovrebbe essere libero di esercitare temporaneamente la propria attività in Italia senza essere svantaggiato rispetto agli italiani, e viceversa. Per rendere effettiva la concorrenza, sono vietati i rinnovi automatici delle concessioni. Esattamente quelli previsti dalla legge ligure, che per “garantire la continuità delle attività” prevede l’estensione della durata della concessione di altri 30 anni.

    Per questo il governo ha impugnato i provvedimenti della giunta Toti, su cui ora si dovrà esprimere la corte costituzionale. Come in una catena alimentare delle istituzioni, però, se da un lato Roma tira le orecchie alla Liguria, nei confronti di Bruxelles l’Italia si ritrova dalla parte dei cattivi. L’applicazione della Bolkestein infatti, viene puntualmente rinviata, e questa nostra inadempienza ci costa multe salate. L’ultima volta è successo lo scorso 20 dicembre, durante la notte della discussione sulla manovra economica, quando un emendamento del Pd ha fatto slittare l’applicazione della direttiva europea al 2020.

    [quote]Le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo Renzi[/quote]

    Stabilimento balneareSul tema c’è dunque il più classico dei buchi legislativi e le responsabilità dello stallo odierno è ovviamente dibattuta; come da schema, tutti accusano gli opposti: per i dem è colpa di Berlusconi, per i berlusconers è colpa del governo RenziDi questo “buco” abbiamo parlato con l’eurodeputato spezzino del Partito Democratico Brando Benifei, che ha le idee molto chiare sulla paternità del caos attuale: «Manca un disegno di legge italiano che introduca in maniera definitiva la riforma – dice – Le procedure di infrazione contro l’Italia sono infatti originate dall’irresponsabilità dell’ultimo governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi, che invece di affrontare il problema in maniera organica, ha preferito optare per un sistema di “proroghe”, contrario alla normativa europea. Ciò ha causato non soltanto un danno all’erario, ma anche un danno a imprese, famiglie e cittadini che oggi sono vittima di tale situazione di incertezza. La protesta di categoria è stata più forte in Italia che all’estero, proprio perché alimentata da questo comportamento demagogico di partenza, esemplare di alcune delle nostre forze politiche nazionali».

    Questa la versione di Benifei, per cui il Ddl del governo uscente punta al riordino della normativa e a rispondere alle esigenze del mercato italiano. Una versione non condivisa dall’assessore ligure Marco Scajola, un po’ il padre dei provvedimenti, che sottolinea come viceversa la Regione Liguria vada a tappare la falla creata in materia dal governo nazionale: «La cosa assurda di questa vicenda – diceva infatti al Secolo XIX commentando la decisione di Roma – è che di fronte a un vuoto legislativo che il governo avrebbe dovuto colmare entro il 2017, l’Esecutivo ha deciso di intervenire contro una Regione che ha cercato di tutelare le sue imprese».

    Come (non) funziona la Bolkestein in Italia

    In Italia, se si dice Bolkestein si pensa soprattutto alle proteste di alcune categorie, come quella degli ambulanti o quella – appunto – dei gestori di stabilimenti balneari. Attività che spesso, nel nostro Paese, sono trasmesse di generazione in generazione, e poco abituate alla concorrenza. Corporativismo o giusta difesa della propria attività e dei propri diritti? Decidete voi.

    [quote]Un mercato da 10 miliardi l’anno, che allo stato frutta solo 101 milioni di concessioni. In Liguria solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere[/quote]

    Spiaggia VoltriPer provare a riflettere in maniera laica sull’argomento, un buon punto di partenza può essere la geografia. L’Italia ha circa 7600 chilometri di coste ed è, dopo la Grecia, il Paese europeo che si affaccia su acque temperate con maggior estensione costiera. Di questi, secondo quanto riportato da un rapporto del 2016 dei Verdi, 4mila sono idonei alla realizzazione di stabilimenti balneari, che sono in tutto 12mila distribuiti lungo lo stivale. In media uno ogni 350 metri. Parliamo di un business che vale 10 miliardi di euro all’anno, e che occupa più di 170 mila persone (dato 2015). Una vera e propria valanga di denaro che allo Stato italiano – denunciano ancora i Verdi – frutta solo 101 milioni di euro dalle concessioni demaniali, a causa di canoni di concessione bassi e spesso non riscossi. Associazioni ambientaliste come il Wwf puntano poi il dito sulla cementificazione selvaggia dei litorali (in questo siamo i primi in Europa) e la sempre maggior restrizione delle spiagge libere. Un fenomeno particolarmente sentito il Liguria, dove solo 12 dei nostri 63 comuni rivieraschi rispetterebbero la quota minima del 40% di spiagge libere. Mentre Paesi come la Francia – ad esempio – impongono per legge che gli stabilimenti non occupino più del 20% del demanio pubblico. Questi numeri aiutano a capire perché da noi la resistenza anti-Bolkestein sia più forte che altrove.

    Le particolari caratteristiche economico-geografiche italiane sono argomento ricorrente dei critici del provvedimento, ma sono riconosciute anche da persone di onesta fede europeista. Persone come il consigliere del Municipio di medio levante Edoardo Marangoni: «se le concessioni durano poco – riflette a titolo personale ai microfoni di Era Superba – manca l’incentivo economico a investire in questo tipo di attività, che richiedono costi non indifferenti». Marangoni si è interessato all’argomento un po’ per motivi di studio e professionali personali, e un po’ perché fa politica su un territorio, quello di Albaro, dove operano diversi operatori del settore. Ritiene il provvedimento adottato dalla Regione scarsamente fondato dal punto di vista giuridico, ma comprensibile da quello politico: «è normale – dice – che si voglia rassicurare chi con queste attività si guadagna da vivere. Il governo, quale che sia il colore, su questo argomento latita ed evita di applicare la direttiva, d’altro canto Bruxelles riconosce le nostre particolarità e su questo non fa più di tanto pressione. Questa situazione di deroga costante genera una comprensibile condizione d’ansia per gli operatori del settore».

    La Ley de Costas spagnola: un modello per l’Italia?

    La percezione che si ha spesso è quella di un’Europa del tutto insensibile alle caratteristiche particolari degli Stati membri, in questo caso l’Italia. In realtà, stati mediterranei come Spagna, Portogallo e Croazia sono riusciti a ottenere un regime di concessioni lunghe (dai 30 ai 75 anni) senza per questo incorrere in procedure di infrazioni. A differenza dell’Italia, governo e operatori sono riusciti a fare sistema e sano lobbying a Bruxelles, e a vedersi riconosciute le proprie necessità specifiche.

    «Ciò significa – spiega ancora Benifei – che da un lato è legittimo, come Paese, fare appello affinché un metro di giudizio uniforme nel trattamento delle pratiche di gestione del settore sia garantito; dall’altro, che è possibile adottare soluzioni nazionali che non causino necessariamente una dicotomia tra corretta implementazione e tutela delle imprese, degli investimenti e degli interessi specifici». E sarebbe la stessa Unione Europea a fornire gli strumenti giuridici per farlo: «L’ottimo studio recentemente commissionato dal Parlamento europeo – spiega l’europarlamentare – fornisce spunti molto utili su come raggiungere questo obiettivo, che passi da possibili soluzioni differenziate a seconda del carattere “scarso” o meno delle risorse demaniali; dall’inserimento del meccanismo di “doppio binario” che preveda le immediate gare solo sui litorali liberi, all’istituzione di una “rete di protezione” per le imprese esistenti».

    Luca Lottero

     

     

     

  • Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    Urbanistica, quando il sogno dei 2 milioni di abitanti è divenuto incubo di cemento. Ma sbagliare è ancora possibile

    corte-lambruschini-uffici-siaeUna città non è il luogo dove abitano tante persone, ma è il posto dove una comunità organizzata  ha deciso di mettere casa. Questa distinzione è molto importante se vogliamo provare a spiegare (rapidamente) in che modo Genova ha assunto l’aspetto che ora  conosciamo, e per raccontare, come faremo nelle prossime puntate di questa panoramica, la storia di alcuni quartieri e di alcune parti della città.

    Nel giro di una sessantina d’anni Genova è infatti passata, nell’opinione comune degli italiani, dall’immagine di elegante città ricca di storia e monumenti a ingrigita metropoli dalle periferie indefinite e inquinate, per poi tornare ad essere, nell’ultimo decennio, una meta turistica di viaggiatori curiosi e spesso stupiti.

    Non è successo per caso

    Nel dopoguerra una Genova stremata, che usciva da cinque anni di bombardamenti costanti a causa sia della presenza strategica del porto sia delle numerose industrie essenziali per la produzione bellica, aveva necessità di ricostruire un patrimonio abitativo distrutto. Si calcola che almeno 11.000 case fossero state abbattute o gravemente danneggiate durante gli attacchi: le strade erano un cumulo di macerie, edifici storici ed ospedali apparivano in gran parte compromessi e solo in città si contavano oltre 50.000 persone senza più una casa abitabile.

    Anche dal punto di vista lavorativo il capoluogo era in gravissima difficoltà poiché né le industrie né i cantieri navali riuscivano a mantenere i ritmi produttivi e gli organici del periodo bellico, così che i militari di ritorno dal fronte si ritrovavano spesso senza lavoro e con la casa distrutta.


    Il Governo italiano per porre rimedio  a questo dramma comune a tutto il paese varò nel 1950 i “Piani di Ricostruzione” proprio per facilitare le licenze edilizie e la stesura dei vari Piani Regolatori, che a Genova fu emanato nel 1959.

    Il Piano teoricamente voleva dare una sorta di continuità ai municipi che erano stati riuniti nella Grande Genova nel 1926, migliorando le vie di collegamento e razionalizzando i servizi di zona: in realtà per 15 anni fu inteso come un vero lasciapassare, in nome del progresso e della rinascita.

    La manodopera in eccesso venne rapidamente assorbita dai cantieri edilizi che in breve occuparono tutto lo spazio sino al margine dei boschi che circondavano la città, e nel giro di pochi anni anche le zone verdi furono inglobate nell’area urbana.

    [quote]Fu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo.[/quote]


    prestito genova cementoFu ipotizzata quindi una metropoli che, grazie alle grandi industrie che avrebbero ripreso a produrre a pieno regime, in breve avrebbe potuto raggiungere i due milioni di abitanti, perccui si autorizzarono nuovi insediamenti senza alcuna resistenza politica di rilievo. Una sorta di  “urban sprawl”  al sapore di pesto, ma che comunque si manifestò attraverso consumo di suolo, lottizzazione selvaggia,  progettazioni dissennate e dispersione urbana.

    In realtà nel momento di maggiore espansione Genova raggiunse al massimo circa 800.000 abitanti, e finalmente nel 1976 (ma diventerà legge solo nel 1980) venne emanato un nuovo Piano Regolatore, che pose un limite ridimensionando le pretese espansive, sia sociali che economiche, quindi anche edilizie, di Genova. Ma ormai il danno era stato fatto.  Mentre la città cresceva in termini di metri cubi si perdevano  migliaia di posti di lavoro nell’industria: era solo l’inizio, ma ancora non lo si sapeva.

    Al termine degli anni ’70 il patrimonio residenziale si calcolò aumentato del 77% rispetto al dopoguerra, con insediamenti in gran parte nelle zone collinari: Sampierdarena, Lagaccio, Oregina, San Teodoro, Quezzi, Borgoratti e Sestri Ponente. In molti casi l’autostrada in costruzione passava di fianco ai caseggiati, spesso di edilizia popolare, ma questo apparentemente non rappresentava un problema per i nuovi residenti.

    L’impulso a costruire andò comunque avanti ancora nel decennio successivo, quando sorsero i quartieri più “residenziali” dedicati ad una classe media che stava rapidamente crescendo, ed acquistava gli appartamenti ancora in fase di progettazione. Voltri, Pegli, Quarto, S.Eusebio avrebbero dovuto essere quartieri autosufficienti dotati di servizi ed arredo urbano di qualità.

    I Centri direzionali in città si moltiplicarono, oltre a Piccapietra che fu la prima (sulle macerie dell’antico quartiere) ecco il Centro dei Liguri (quartieri Molo e Portoria) e poi San Benigno, nell’area della Lanterna, Corte Lambruschini a Brignole, costruita praticamente in riva al Bisagno, dove prima era il vecchio mercato dei fiori. Un totale di 800.000 metri cubi di acciaio, cemento e vetro di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno, poiché il declino era ormai sotto gli occhi di tutti.

    Molti profeti, pochi padri e nessun colpevole

    Gli effetti di una cementificazione così rapida ed estesa non tardarono purtroppo a farsi sentire, dall’alluvione che dal 1970 ciclicamente si ripropone, e di cui abbiamo più volte diffusamente parlato (ma non è argomento tale da essere esaurito una volta per tutte, purtroppo) ad un’emergenza ambientale divenuta continua. Emergenza che adesso ha molti profeti, pochi padri e nessun colpevole, pur essendo chiaro a tutti che un territorio così fragile e complesso avrebbe dovuto essere trattato con maggiore cautela ed attenzione; solo in questo modo, forse, si sarebbero evitati gran parte degli episodi drammatici che tutti ricordiamo.

    [quote]Il risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa.[/quote]

    bassa-valbisagno-marassi-via-montaldo-burlandoIl risultato di questa inesistente o dissennata politica ambientale è che la città perde in molti quartieri proprio la definizione che ne abbiamo dato all’inizio, creando agglomerati dove a qualcuno, anzi a molti, capita di abitare per svariati motivi, ma che non diverranno mai veramente casa. Il quartiere di Begato, le costruzioni a ridosso dei Forti, il palazzo nel letto del torrente Chiaravagna o la palazzina in cemento armato in Via Sottoripa accanto alle facciate rinascimentali e medievali sono solo alcuni esempi, da completare a piacere.

    In realtà, saldandosi con quanto preesistente (poco), e grazie all’attaccamento tipicamente ligure alla proprietà, molti quartieri costruiti negli anni dello scempio hanno mostrato caratteristiche ed unicità proprie, e fra i residenti, comunque fossero capitati lì, si è andato creando un senso di appartenenza che sembra essere peculiare rispetto ad analoghi agglomerati di altre zone d’Italia. In effetti molti urbanisti, parlando di Genova, la vedono come una città composta da molti paesi con la periferia al centro, che rimane decisamente diverso da qualsiasi altro; né salotto buono né covo di delinquenza, o forse sì ma con molto altro ancora.

    Una città comunque indefinibile, come molte volte è già stato detto, ma con la caratteristica di muoversi e cambiare apparendo sempre immobile; immobilità che sembra essere la critica più frequentemente mossa al nostro capoluogo.

    Genova è cambiata

    Invece “a poco a poco e poi improvvisamente” anche Genova cambia,  e all’inizio degli anni ’90 con 200mila abitanti in meno rispetto al 1970 e con le aziende siderurgiche ormai decimate, con la cantieristica in crisi profonda ed il ridimensionamento inevitabile dell’indotto, si trova a doversi reinventare un ruolo e un’identità. Dimostrando uno spirito combattivo ed intraprendente che mal si sposa con la filosofia del “maniman” riesce ad organizzare l’Expo del 1992, il G8 nel 2001 e ad essere Capitale della Cultura nel 2004.

    Certamente non si trattò di una passeggiata: fra convegni, progetti, accordi e disaccordi furono anni pieni di polemiche ma anche di creatività ed entusiasmo, sempre mescolato con il nostro solito, inguaribile mugugno. Al netto di aspettative eccessive e progetti lasciati a metà molto resta ancora da fare, molte buone proposte sono rimaste lettera morta ma ci furono anche geniali intuizioni e risultati di cui la città continua tuttora a beneficiare.

    IMG-20180129-WA0000Risanare il centro storico, ridipingere le facciate di Sottoripa: sembrava banale dirlo ma costò molto, in termini sia di denaro sia di perdita di attività, poiché molti piccoli operatori furono allontanati per aprire i cantieri e alla fine non tornarono più nel medesimo luogo.

    Anche riportare il mare alla città, cosa che può apparire ovvia a chi abbia meno di trent’anni, fu invece una delle conquiste più ardue dati i non sempre facili rapporti fra Autorità Portuale ed Enti locali, tanto che inizialmente consentirono solo l’apertura ad orari stabiliti; oggi sembra impossibile pensare Genova senza l’Area Expo.

    Sempre nel 1992 si inaugura il rinnovato teatro Carlo Felice e si apre l’Acquario con il timore, a pochi giorni dall’evento, che non arrivino in tempo tutti i pesci o che manchino attrezzature e servizi; ad oggi sono fiori all’occhiello della città, insieme al Museo del Mare e della Navigazione inaugurato nel 2004.

    I Palazzi dei Rolli e una consistente parte del Centro Storico diventano, nel 2006, Patrimonio Unesco mentre i turisti in città continuano ad aumentare pur non diventando mai le folle scomposte e ciabattone di altre mete storiche, e gli stessi genovesi sono tornati a passeggiare nei vicoli e al Porto Antico come nelle stampe di fine ottocento.  

    Nel frattempo nelle aree dismesse ex industriali sono nati centri commerciali, come a Campi o a Bolzaneto o spazi di attrazione e shopping center, come alla Fiumara. In alcuni casi hanno disatteso quelli che erano i progetti sulla carta, rimanendo poli puramente economici; in altri, come in ValBisagno, la costruzione o il recupero di infrastrutture sportive e sociali hanno invece fatto da collante ad insediamenti altrimenti sparsi.

    Certo sono aumentati quelli che gli urbanisti chiamano “i luoghi del rifiuto”, cioè quelle parti di città che gli abitanti non riescono a vivere e che non si inseriscono nei programmi di sviluppo. Aree industriali dismesse e degradate, quartieri abitati in gran parte da immigrati che diventano off limits per etnie differenti, costruzioni di edilizia popolare abbandonate e parti di terreni fra le lottizzazioni: sono questi i luoghi dove nasce e cresce l’isolamento, dove si sviluppa la criminalità per bande o dove, semplicemente, si ammucchiano detriti.

    I Genovesi cambiano?

    La sfida del futuro si giocherà qui: dare vita a queste parti del territorio potrebbe, nei prossimi anni, fare davvero la differenza: non solo Blueprint, stadio sul mare o funicolari ma periferie attraenti, vivibili, partecipate.

    [quote]Ma non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.[/quote]

     

    Lavatrici di PràMa non tutti vivono la sfida del futuro, alcuni pensano ancora in stile “seventies”: ad esempio il sindaco Marco Bucci, che a novembre rispondendo in diretta alla domanda di un cittadino aveva dichiarato di voler aumentare gli abitanti di Genova fino a 50-100mila unità in più.  A dicembre, presentando la nuova “Agenzia per la Famiglia” ha parzialmente corretto l’impegno, limitandolo  a “40-50mila abitanti in più da qui a fine mandato”. Ovviamente agendo sul fronte del lavoro, quindi difendendo i posti di lavoro che già ci sono (i lavoratori Ericsson sono quindi al sicuro?) ed attirando nuovi investimenti, in che modo però non lo ha spiegato.

    Anzi, spulciando il programma elettorale vediamo quantificati in 30.000 i posti di lavoro in più, 15.000 i nuovi alberi che sarebbero stati messi a dimora nelle aree verdi, 15 i chilometri di pista ciclabile (dalla Lanterna a Capolungo) con l’aggiunta della Valletta dello Sport al Lagaccio e l’inevitabile lucidatura delle strade.

    Il paesaggio  genovese reggerebbe? Forse, chissà. Per ora è Inevitabile chiedersi dove abiterebbero, questi 40, 50, 100mila genovesi in più: dovrebbe forse ripartire l’edilizia con il consumo di suolo? Neanche questo è stato spiegato dal Sindaco, che ovviamente conoscerà benissimo gli errori sciagurati del passato e non vorrà, speriamo, replicarli. Forse il Sindaco pensa  a riempire le numerose case che risultano essere vuote (le statistiche dicono il 21,98%) ma prima sarebbe interessante capirne le ragioni, sia delle case vuote, sia del bisogno di annunciare sempre numeri sensazionali come se solo su questo a Genova  si giocasse la partita elettorale.

    Certo che immaginare una città capace di assorbire in pochi anni un tale aumento di abitanti riesce difficile, soprattutto pensando ai quartieri che abbiamo appena raccontato, alle difficoltà di chi tutti i giorni deve inventarsi un parcheggio, oppure farsi posto su un autobus sgangherato o su di un treno affollato.

    La consapevolezza della nostra storia ci ricorda che gli obiettivi si possono raggiungere anche quando assomigliano ai sogni, e ci è utile per valutare i progetti di quello che potrà essere Genova domani: ma per gli incubi abbiamo già dato.

    Bruna Taravello

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    Fonti:
    L’urbanistica della ricostruzione. Genova dal dopoguerra agli anni sessanta, di Bruno Giontoni – Ed. Ideaxs 2017
    La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova , di Andrea Vergano – Ed. Gangemi 2015
    Progetti di paesaggio per i luoghi rifiutati, a cura di Annalisa Calcagno Maniglio – Ed. Gangemi 2010
    Genova e il suo urban sprawl, di Rinaldo Luccardini  – Ed Sagep 2008
    Conferenza strategica 1997 – Comune di Genova 
    La biografia progettuale della città,  di Luca Salvetti – www.urbanisticainformazioni.it 
    La Republica, articoli vari

     

     

  • Il Nodo Ferroviario fermo al binario tronco di Voltri. La Grande Opera che tiene in scacco Genova

    Il Nodo Ferroviario fermo al binario tronco di Voltri. La Grande Opera che tiene in scacco Genova

    Nodo ferroviario voltriIl binario 2 tronco della stazione di Voltri si può definire un binario fantasma. Inaugurato a inizio 2012 come seconda arteria di quella sorta di “metropolitana di superficie” che avrebbe dovuto collegare Voltri a Brignole entro il dicembre 2017, separando il traffico a lunga percorrenza da quello metropolitano, ad oggi è ancora inutilizzato. E il binario 1 tronco, da cui parte circa un treno ogni mezz’ora, dopo pochi metri torna a incrociarsi con le linee della lunga percorrenza di persone e merci. Generando quegli ingorghi che causano i ritardi a cui i tanti pendolari che dal ponente genovese vanno a lavorare in centro sono tristemente abituati. Eppure, della necessità di separare le linee dedicate ai viaggi metropolitani da quelle per la lunga percorrenza le merci si parla da molto tempo. Addirittura dal millennio scorso, se si considera che la firma del Protocollo di Intesa tra Regione Liguria, Comune di Genova e Ferrovie dello Stato sul nuovo assetto ferroviario del nodo di Genova risale al 22 ottobre 1999. Sindaco era Beppe Pericu, Presidente della Regione Liguria Giancarlo Mori e in radio impazzava Livin’ la Vida Loca di Ricky Martin.

    Il nodo di Genova, un’opera strategica anche a livello nazionale

    Nonostante la calma con cui procedono i lavori, il “potenziamento infrastrutturale della tratta Voltri – Brignole” figura nel sito del SILOS, il “Sistema Informativo Legge Opere Strategiche” che elenca tutti i cantieri sparsi per la penisola la cui importanza è ritenuta appunto “strategica” per lo sviluppo economico del Paese. Il rafforzamento della ferrovia genovese è classificato tra le opere che compongono l’altisonante Corridoio Plurimodale Tirrenico – Nord Europa, una sequenza di autostrade e binari che, dalla Sicilia al Piemonte, si pone l’ambizioso obiettivo di migliorare i collegamenti tra l’Italia e il resto del continente. Il corridoio rientra nel programma fissato dalla cosiddetta “Legge Obiettivo” del 2001 e include opere ben più note a livello nazionale, quali il ponte sullo stretto di Messina o il Terzo Valico dei Giovi, quest’ultimo etichettato come prioritario.

    I binari della discussa linea Tortona – Novi Ligure – Genova e quelli del rinnovato nodo ferroviario sono destinati a incrociarsi. Il prolungamento verso levante di circa 3 chilometri della bretella che parte dalla stazione di Genova Voltri collegherà infatti la stazione del ponente genovese alla linea Succursale dei Govi all’altezza del bivio Polcevera, passando per Borzoli e Fegino. Facendo di Voltri una sorta di hub, snodo cruciale del traffico di merci e passeggeri e vera e propria porta di ponente del nodo ferroviario. Certo, ad oggi è difficile crederlo, se si guarda a quel solitario binario 2 tronco, ai disservizi di una stazione a cui mancano persino i servizi igienici e ai continui slittamenti della data di fine lavori degli ultimi anni, causati anche dalla liquidazione del gruppo Eureca Fergen.

    Nodo ferroviario voltri 3E le denunce dei sindacati di inizio anno sulla situazione di stallo dei cantieri non sono certo un segnale positivo. Ma lo scorso ottobre Rete Ferroviaria Italiana, in coro con Comune e Regione, ha fissato al 2021 la conclusione dei lavori. Lo stesso anno in cui si dovrebbero chiudere i cantieri del Terzo Valico. Roma permettendo. L’aspirante presidente del Consiglio Luigi di Maio, infatti, nella sua recente intervista a Primocanale ha confermato la storica contrarietà del Movimento Cinque Stelle all’opera, dichiarando l’intenzione di “metterla da parte” e di concentrarsi sul rafforzamento della linea Genova – Milano esistente. Anche le politiche del prossimo 4 marzo diranno quindi qualcosa sul destino dei cantieri liguri.

    Inoltre non è chiaro come il collegamento delle due opere possa essere tecnicamente compatibile, visto che le bretelle ipotizzate non si sa se siano AV/AC come il resto dell’infrastruttura transappenninica.

    Il progetto (ridimensionato)

    Il piano per il rafforzamento del nodo ferroviario genovese si concentra su quattro punti nevralgici: Voltri, Sampierdarena, Principe e Brignole. Le prime due in quanto punti di intersezione tra la linea urbana e quelle di valico, le altre per la loro posizione centrale. Se è vero che gli obiettivi e le linee generali del progetto sono sempre le stesse da ormai un decennio abbondante, meno chiari sono alcuni dei suoi aspetti più minuti. Come riportavamo in un nostro articolo di qualche anno fa a ponente, per esempio, si era pensato alla realizzazione di nuove stazioni intermedie a Multedo e Pegli Lido, per cui i contatti tra Comune e Fs sembravano in fase piuttosto avanzata. Oggi, però, si parla solo della nuova stazione di Palmaro, per la quale i lavori, almeno a uno sguardo poco attento, sembrerebbero quantomeno in fase di stallo.

    Nodo ferroviario voltri 4Limitandoci alle linee essenziali, l’ultima versione del piano prevede il quadruplicamento della ferrovia tra Voltri e Sampierdarena (con due binari dedicati alla lunga percorrenza e due al traffico regionale e metropolitano) e il sestuplicamento della tratta tra Principe e Brignole. A Sampierdarena una nuova galleria artificiale dovrebbe evitare l’interferenza tra la linea dei Giovi (la cui parte meridionale si vuole dedicare solo al traffico locale) e il prolungamento della bretella di Voltri. Tra le due stazioni centrali genovesi, l’obiettivo è quello di ottenere tre coppie di binari, tramite il prolungamento delle gallerie Cristoforo Colombo e San Tommaso, il cui nuovo tratto si collegherà alla Galleria delle Grazie Bassa. Ma per adesso, l’unica moltiplicazione certa è quella delle tempistiche.

     

    Luca Lottero

     

     

  • Petrolchimico e “Ipotesi Zero”. Ecco quanto ci costerebbe rinunciare agli impianti di Multedo, per sempre

    Petrolchimico e “Ipotesi Zero”. Ecco quanto ci costerebbe rinunciare agli impianti di Multedo, per sempre

    carmagnaniSalute e lavoro, un binomio che mai come in questi anni sta diventando bivio. Una contrapposizione che si verifica soprattutto in quei territori dove l’economia post-industriale stenta a decollare e gli “assett ” del passato sembrano l’unica alternativa da riproporre e a cui aggrapparsi.

    In questi contesti la convivenza tra siti industriali e popolazione è sempre più difficile: migliaia di persone sono costrette, più o meno consapevolmente, a vivere con un “rischio di incidente rilevante” a pochi metri dalle proprie abitazioni, con conseguente abbassamento della qualità della vita e svalutazione dei patrimoni immobiliari.

    L’esempio più evidente di queste dinamiche lo troviamo a Multedo, il quartiere ponentino che vede convivere quasi 5 mila persone con tre impianti industriali che trattano petrolio e derivati, e che sono classificati come impianti a rischio incidente rilevante: l’hub del Porto Petroli e i depositi costieri di Carmagnani A.C. spa e Superba srl.

    Di questi ultimi due da anni si sta valutando lo spostamento, ma il dibattito politico genovese è in fase di stallo: difficile trovare, infatti, una location che risponda alle diverse esigenze sul tavolo, tra fattibilità logistica, vincoli di sicurezza previsti dalla normativa oggi vigente e difesa dei posti di lavoro. Nessuno però ha affrontato la terza via, cioè l’ipotesi zero: spegnere definitivamente quei due impianti, accompagnando in qualche modo il riassorbimento delle posizioni lavorative e liberando la città da due impianti “a rischio”. Per sempre. Ma quale sarebbe il peso e la dimensione di questa operazione? Quale sarebbe l’impatto sulla collettività con cui la Politica dovrebbe confrontarsi?

    Il prezzo

    Stando al bilancio depositato presso la Camera di Commercio di Genova, Carmagnani Spa, nel 2016 ha totalizzato un valore della produzione di 18,4 milioni di euro a fronte di 17,9 milioni di costi. Un utile quindi di mezzo milione di euro circa, in leggero calo rispetto al 2015, quando i ricavi furono di poco o meno di 21 milioni e i costi 20,4 milioni. Nella conta delle spese sono 1,6 milioni i costi relativi al personale, tra stipendi, trattamenti di fine rapporto e oneri sociali. Questa cifra è quanto finisce nelle tasche di lavoratori genovesi, che per Carmagnani sono 24 (2 dirigenti, 2 quadri, 8 impiegati e 12 operai). Le spese per servizi, il classico indotto diretto, ammonta a 1,1 milioni.

    Superba srl nel 2016 ha totalizzato un valore di produzione di 2,8 milioni a fronte di 3 milioni spesa, chiudendo quindi l’esercizio con una perdita di quasi 200 mila euro, in aumento rispetto ai -80 mila del 2015. Il costo del personale ammonta a 1,6 milioni per 27 dipendenti (3 quadri, 7 impiegati e 17 operai), mentre l’indotto diretto è di circa 1,2 milioni di costi per servizi.

    Insieme, quindi, Carmagnani e Superba producono un utile di 300 mila euro, dando lavoro a 51 persone, con un monte-stipendi di 3,2 milioni lordi e un indotto di 2,3 milioni. In altre parole sul territorio lasciano 5,5 milioni, dando sussistenza economica a 51 famiglie.

    Questione di prospettiva

    Schermata 11-2458086 alle 01.47.52Per meglio dare una dimensione a queste cifre, potrebbe essere utile rapportarle con altre “industrie” del territorio: abbiamo preso come campione l’Istituto Comprensivo Sestri, che annovera tre scuole dell’infanzia, tre primarie e una secondaria di primo grado. Questo “gruppo”, stando al bilancio 2015, annovera nel personale 23 unità per le materna, 58 maestri elementari e 21 cattedre complete per la scuola media, a cui si aggiungono 14 spezzoni. Oltre a questo c’è il personale Ata, composto da 30 unità. Per un totale di 159 persone, più il dirigente.

    Difficile calcolare la quota stipendi, essendo questi diversificati in base al grado di insegnamento, anzianità e ore settimanali; utilizzando, però, i valori intermedi per ogni categoria (rispettivamente 19 mila, 21 mila e 23 mila euro annui lordi per un’anzianità di servizio compresa tra 9 e 14 anni) abbiamo un valore sicuramente approssimato ma che restituisce la dimensione economica: sono circa 2,3 milioni di stipendi lordi per il corpo docenti e 450 mila euro per il personale Ata. Un totale quindi di 2,75 milioni che finiscono nelle tasche dei lavoratori dell’Istituto.

    L’indotto generato dalla scuola, oltre al dare istruzione per i 1136 alunni iscritti alle varie classi, si realizza con le 40 persone che gravitano nei servizi (ristorazione, accompagnamento disabili, mediatori culturali, addetti al trasporto, medici e operatori dipendenti o di enti pubblici o di privati). In altre parole la scuola a Sestri-Multedo da lavoro diretto a 160 persone, producendo 2,7 milioni di stipendi, garantendo occupazione per altri 40 persone e istruzione per 1136 ragazzi.

    Il polo scolastico e quello petrolchimico, quindi, hanno dimensioni economiche paragonabili sia dal punto di vista dei soldi che arrivano ai lavoratori (in proporzione rispettivamente 2 a 3), sia dal punto di vista occupazionale (rispettivamente 4 a 1). Gli indotti non sono paragonabili perché è difficile quantificare il valore dell’istruzione di un migliaio di ragazzi, ma tale quantità potrebbe bastare per avere una dimensione della ricaduta sul territorio dell’ “impianto didattico”. A rischio zero.

    Per cosa siamo disposti a rischiare?

    CarmagnaniIl confronto con la scuola è evidentemente un esercizio contabile che restituisce però una scala per la misurazione dell’impatto economico degli impianti petrolchimici. A questo punto sappiamo quale è il prezzo del rischio e la sua dimensione comparata nel contesto cittadino, ma l’ultimo dato che ci manca è la quantificazione di chi vive nel rischio. Come abbiamo visto Multedo conta poco meno di 5 mila anime, mentre i quartieri limitrofi, Sestri Ponente e Pegli contano rispettivamente 45 mila e 27 abitanti. Oggi siamo in attesa dei nuovi Piani di Emergenza Esterna, in fase di redazione da parte della Prefettura, e quindi non sappiamo con certezza i limiti “geografici” di un potenziale incidente; è però certo che i suddetti quartieri non hanno soluzione di continuità urbana e la loro vicinanza è tale da dover trattare certe questioni con estrema cautela e prudenza. In “eccesso”, perlomeno.

    Una delle ipotesi più gettonate per lo spostamento degli impianti è l’area ex Enel sotto la Lanterna: un’area dove sono già presenti degli impianti a rischio (da cui un potenziale effetto domino, come a Multedo) e che è esattamente nel centro geografico del porto di Genova e quindi nel centro della città; nel raggio di due chilometri abbiamo Sampiedarena, San Teodoro, tutto il Centro Storico, parte di Righi e Granarolo, Castelletto e Carignano. Praticamente mezza città: a spanne tra le 200 e le 300 mila persone residenti. Una cura che appare essere peggio del male, peraltro difficilmente compatibile con le prescrizione della legge che regola gli impianti di questo tipo, la “Seveso III”

    La svolta

    Con ogni evidenza questi sono solo numeri, ma forse, visti i “montepremi” in gioco, sarebbe il caso di prenderli in considerazione tutti, con una prospettiva di lungo periodo e una assunzione di responsabilità politica verso la collettività, presente e futura. Chiudere una porta può avere un prezzo, ma aprire un portone può essere un vero affare. Per tutti.

    Nicola Giordanella

  • Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    Accoglienza, l’analisi del nuovo regolamento della Prefettura. Il sociologo: «I migranti fanno paura in quanto poveri»

    migranti-ventimiglia-confineIl regolamento proposto dal Prefetto di Genova, Fiamma Spena, presenta alcune novità. Oltre a ribadire che la titolarità del diritto di rimanere all’interno dei centri di accoglienza è riservata ai richiedenti asilo, o ai titolari del diritto di protezione internazionale, e a stabilire alcune norme basilari di convivenza, riguardanti la pulizia e la gestione degli spazi comuni, impone nuovi doveri e nuovi divieti che non erano contemplati in precedenza. La violazione di queste regole è punita, talvolta, addirittura con la revoca delle misure di accoglienza. Abbiamo chiesto a Federico Rahola, docente di Sociologia all’Università di Genova, di commentare gli articoli del regolamento più significativi.

    Art. 4 Doveri degli ospiti: d’ora in poi vige un rigido coprifuoco

    Uno dei punti del quarto articolo del regolamento, stabilisce che “L’ospite si impegna a rientrare nel centro entro le ore 21.30 durante la stagione autunnale/invernale ed entro le 22.30 durante la stagione primaverile/estiva. L’uscita mattutina dal centro non potrà avvenire prima delle ore 7.00. Deroghe agli orari di rientro e uscita potranno essere ammessi dal gestore del centro per giustificati motivi oggettivi o soggettivi.”

    Bisogna notare che gli ospiti sono persone adulte, a cui dovrebbe essere garantita la libertà individuale di entrare e uscire liberamente da quella che, anche se provvisoriamente, è casa loro. Le strutture sono finanziate dalla Prefettura, che stabilisce con le cooperative che le gestiscono delle convenzioni e che elargisce a queste ultime dei fondi. Secondo l’opinione di Rahola, questa norma, che mira a evitare il fenomeno del “randagismo”, tira in ballo una questione importante: gli ospiti delle struttura, adulti e teoricamente liberi, vengono in realtà tenuti “al guinzaglio”.

    «Gli immigrati che devono rispettare questa norma diventano così diversamente abitanti – dice Rahola – Tutto ciò introduce un nuovo modo di abitare, regolato da misure restrittive che, fra l’altro, violano le norme sull’aiuto internazionale». Infatti quanti godono della protezione internazionale sono solo in teoria individui liberi, come prevederebbe la legge. In realtà, sono posti in una situazione di inferiorità, sottoposti a un controllo che non è giustificabile dal punto di vista legislativo, né rispettoso della loro libertà in quanto individui.

    «Si può anche fare riferimento al Decreto Minniti – continua Rahola – che mira a evitare gli assembramenti urbani: anche questo limita molto le libertà individuali, ma sinceramente non ne vedo il motivo. Non credo, infatti, che i gruppi di immigrati che si riuniscono in gruppetti in mezzo alla strada possano essere pericolosi… Non mi risulta, per esempio, che ci sia una propensione allo spaccio maggiore fra i migranti rispetto ad altri gruppi sociali, come sociologi, antropologi ecc...».

    L’atteggiamento della Prefettura produce un effetto di criminalizzazione nei confronti della figura del richiedente asilo, «che si traduce in una forma di detenzione, in termini pratici – conclude il docente – in modo che queste persone non hanno modo di condurre una vita normale». Non si tratta però dell’unico ordine di problemi. In base a questa imposizione, gli operatori dei centri dovrebbero verificare che tutti siano rientrati nelle strutture negli orari stabiliti, ma questo compito dovrebbe essere svolto al di fuori del loro orario di lavoro. Ecco uno dei motivi per cui la proposta del Prefetto ha suscitato il malcontento anche di molti lavoratori dei centri di accoglienza.

    Art.5 Divieti per gli ospiti: divertirsi poco e attenzione al decoro

    struppa-migranti-post-it-inesFra gli altri divieti, l’articolo successivo impone il “divieto assoluto di: introdurre e consumare alcolici, ospitare amici o parenti senza autorizzazione del responsabile della struttura di accoglienza, svolgere attività di accattonaggio di qualsiasi tipo (ad es. in strada, davanti ai negozi ecc..)”.

    Di nuovo, ci troviamo davanti a limitazioni importanti delle libertà individuali. Il non poter bere sembra davvero ben lontano da una misura atta a tutelare la salute dei richiedenti/titolari del diritto di protezione internazionale. Il non poter avere ospiti, poi, non trova alcuna giustificazione razionale se non quella di voler aumentare il controllo sulle persone presenti nella struttura, ma non solo. Sembra che l’obiettivo sia quello del voler limitare le comunicazioni e i contatti fra gli immigrati, uno strumento che viene usato per indebolire i fronti di opposizione.

    «Non possono avere ospiti, non possono avere una relazione di amicizia normale – riflette Rahola – Questo limite che viene imposto alla loro possibilità di scoprire il territorio e di comunicare con gli abitanti limita fortemente la possibilità di comunicare e quindi di crearsi un’opinione critica sulla realtà che li circonda. Come se fosse un minore, il richiedente asilo o chi ha già ricevuto lo status di rifugiato è completamente governato da strutture che lo prendono in carica in un ambito che è estremamente autoreferenziale. Un ghetto soffocante: ecco come definirei questo sistema di accoglienza, così regolato».

    Sempre secondo il sociologo, si può fare un parallelismo con alcune istanze espresse dalla Giunta che si è recentemente insediata in Comune: «Sono state espresse opinioni contro al mercatino, (quello dei portici di Sottoripa), e addirittura contro quello che è stato definito lo scandalo dei cassonetti della spazzatura… Si è detto che è inammissibile che i cassonetti siano poco sicuri, in quanto c’è sempre qualcuno che ci rovista dentro». Ma che tipo di città può produrre provvedimenti di questo tipo? «Una città che riduce gli spazi informali in cui una quota significativa della popolazione povera ha cercato di sopravvivere – sottolinea RaholaI migranti fanno paura in quanto poveri. Essi producono delle forme di sussistenza al di fuori dell’economia normale, e questo viene ostacolato. Il risultato è la produzione di uno spazio sociale estremamente selettivo». C’è chi sostiene, si potrebbe obiettare, che le norme che limitano la libertà d’azione dei poveri stranieri abbiano l’obiettivo di sostenere i poveri italiani, «ma non c’è alcuna norma a tutela di quest’ultimi, a fronte delle numerose che ostacolano gli stranieri!».

    Art 6 Revoca delle misure di accoglienza: se non sei d’accordo, sei fuori

    manifesti-memoria-migranti-16L’ultimo articolo stabilisce una punizione piuttosto severa per chi infrange alcune delle regole imposte agli ospiti dei centri. “L’accoglienza può essere revocata nei casi di: abbandono anche per un solo giorno del centro di accoglienza senza preventiva autorizzazione del responsabile del centro. L’ospite può essere autorizzato ad assentarsi dal centro per non più di tre giorni consecutivi per motivate ragioni di carattere oggettivo o soggettivo, previa autorizzazione del gestore; mancata frequenza senza giustificato motivo dal corso di formazione linguistica.”

    Quella che viene imposta è un’obbedienza ferrea alle norme della struttura, a prescindere dalla loro sensatezza. Per quanto riguarda l’assenza dalla struttura, la regola sembra avere l’intenzione di produrre un controllo capillare sui movimenti degli ospiti, secondo il principio (più volte ribadito) “dove arrivi, rimani”. I corsi di lingua, infine, sono spesso inutili: incomprensibili per gli analfabeti, troppo semplici per chi, invece, ha studiato. Il risultato è che non solo gli insegnanti fanno una fatica enorme nel relazionarsi con la classe e nel tentare di trasmettere delle nozioni. La conseguenza prodotta da questa disattenzione nei confronti delle disparità della classe, rende le lezioni spesso una perdita di tempo.

    «Ed ecco che torna la metafora del guinzaglio – commenta il professore – perché ciò che viene limitato è la libertà di movimento, osteggiata con ogni mezzo possibile, a ogni livello legislativo. Pensiamo a ciò a cui sono sottoposti in Italia il richiedente asilo e il rifugiato: limitazioni della libertà individuale e di movimento, e addirittura lavoro gratuito. Il lavoro gratuito per antonomasia è lo schiavismo. I soggetti sono vincolati moralmente a un patto di accoglienza. Devono essere grati dell’ospitalità che viene loro concessa. Devono sdebitarsi, ed ecco come: lavorando gratis. E poi, non essendo cittadini normali a tutti gli effetti, non sono liberi: sono in uno stato di subordinazione giuridica, vivono in uno spazio limitato, all’interno del quale è anche ridotta significativamente la loro possibilità di comunicare, di pensare, di farsi un’idea critica della società che li ha accolti e del quadro normativo che li costringe”.

    Viene da chiedersi, a questo punto, come si possa considerare libero, democratico e “basato sul lavoro” un paese che accoglie in questo modo chi fugge dalla guerra e dalla povertà.

    Ilaria Bucca

  • Amiu, Pd-Crivello attaccano su soluzione Amiu: «Bucci vuole privatizzare trattamento rifiuti?»

    Amiu, Pd-Crivello attaccano su soluzione Amiu: «Bucci vuole privatizzare trattamento rifiuti?»

    delibera-amiu-lavoratoriUn tapullo per qualche mese. Ovvero, un piccola toppa. Così i consiglieri comunali genovesi del Pd e della Lista Crivello definiscono la soluzione presentata ieri dalla giunta Bucci per risolvere i problemi di Amiu e il debito di Palazzo Tursi nei confronti della partecipata per la gestione del ciclo dei rifiuti. “Su Amiu la giunta ha scelto di rinviare le scelte e di garantire la sopravvivenza dell’azienda forse per qualche mese- attacca l’opposizione di centrosinistra come riportato dalla agenzia Dire – la nostra scelta- ovvero l’aggregazione con Iren- era quella di assicurare un futuro ad Amiu per i prossimi decenni. Non vorremmo che questa scelta nascondesse l’idea di spacchettare Amiu in un’azienda pubblica di spazzamento e raccolta, per privatizzare la più ricca attività di trattamento dei rifiuti”.
    I consiglieri smontano punto per punto le linee guida che condurranno alla presentazione della variazione di bilancio. In primis, viene sottolineato che la maggior parte delle risorse previste dalla giunta “sono frutto della politica di bilancio della precedente amministrazione che, contrariamente a quanto dichiarato in campagna elettorale dal sindaco Bucci, ha lasciato conti trasparenti e in ordine che permetteranno di avere una spesa per i servizi alla persona superiore a quella dell’anno scorso e di attingere a riserve ed avanzi che il centrosinistra ha preferito preservare per le esigenze della città e non spendere durante la campagna elettorale”.
    Nel dettaglio, gruppo Pd e lista Crivello sostengono che la rinegoziazione dei mutui con Cassa depositi e prestiti per 2 milioni fosse già stata ottenuta dall’assessore Miceli, la riduzione delle tariffe dell’acqua per circa 1,5 milioni fosse stata stabilita grazie al lavoro di Città Metropolitana nello scorso ciclo amministrativo, così come frutto dell’impegno della precedente amministrazione in Fsu sia anche la possibilità di utilizzare una maggiore quota di dividendi pari 2 milioni di euro.
    Sotto attacco la scelta di accendere un nuovo mutuo da 7 milioni: “Siamo molto interessati a capire se si aggiungerà all’indebitamento già previsto oppure se deriverà da una diversa destinazione degli investimenti previsti dal Piano triennale già approvato”, si chiedono i consiglieri. Inoltre, il centrosinistra sottolinea che “le risorse devolute ad Amiu dalla giunta vanno a detrimento delle spese che in sede di presentazione del bilancio preventivo erano state destinate a servizi sociali (coperti dalla manovra Bucci solo fino ad ottobre), manutenzioni (solo 400.000 euro contro gli oltre 3 milioni previsti), e servizi educativi (garantiti solo i libri scolastici del ciclo primario)”.
    Preoccupazione, infine, per il futuro di Amiu. “Senza il prolungamento del contratto di servizio per l’intero ciclo dei rifiuti e non per il solo spazzamento, senza un partner industriale o le risorse per realizzare gli investimenti (circa 180 milioni di Euro) Amiu non ha futuro- accusano Pd e lista Crivello- si è deciso invece di caricare sul bilancio del Comune e quindi su tutti i cittadini genovesi il debito pregresso per la gestione dei rifiuti dopo l’emergenza Scarpino, che invece sarebbe stato assorbito dall’operazione di aggregazione con Iren. E tutto senza una chiara decisione su come Amiu sosterrà da qui in avanti i costi del trasferimento dei rifiuti fuori regione (circa 2 milioni di euro al mese)”
  • Amiu resta pubblica e il bilancio del Comune è al sicuro. La giunta Bucci salva capra e cavoli

    Amiu resta pubblica e il bilancio del Comune è al sicuro. La giunta Bucci salva capra e cavoli

    RifiutiAmiu non fallisce, non fa causa al Comune, resta pubblica, non dovrà aggregarsi con Iren e la tassa sulla spazzatura che pagano i genovesi, dopo quest’anno, non aumenterà ulteriormente. In più, il contratto di servizio della partecipata per la gestione del ciclo dei rifiuti verrà prolungato oltre l’attuale scadenza al 2020 probabilmente per altri 10 anni. La madre di tutte le lacerazioni e le sconfitte della giunta Doria sembra essere stata risolta dal centrodestra in men che non si dica. Una decina di giorni, quasi un colpo di bacchetta magica e il sindaco Marco Bucci ma soprattutto l’assessore al Bilancio, Pietro Piciocchi, hanno trovato la soluzione per l’immediato (12 milioni di euro) e hanno tracciato le linee guida per il futuro quantomeno di breve periodo. Verrebbe da chiedersi: “Ci voleva tanto?”. Ecco qual è strada tracciata per uscire dall’impasse.

    I conti per il 2017

    La situazione era ormai stranota. L’ultimo atto del Consiglio comunale targato Doria dopo aver fallito il tentativo di condurre in porto l’aggregazione tra Amiu e Iren, ha approvato un aumento della Tari per il 2017 pari al 6,89%, non sufficiente a coprire i costi del servizio cresciuti a causa della perenne chiusura della discarica di Scarpino e della necessità di portare i rifiuti fuori Regione, per cui invece sarebbe stato necessario un aumento medio in bolletta del 18%. Mancavano circa 13 milioni di euro che, per legge, l’amministrazione avrebbe dovuto trovare entro il 31 luglio.

    Così la nuova giunta non può far altro che mettersi subito al lavoro, per non passare alla storia come l’amministrazione più breve di Genova sciolta da un commissariamento dopo nemmeno 100 giorni per non essere stata in grado di sistemare un bilancio lasciato zoppo da chi ha preceduto. E la soluzione, almeno in teoria e nelle intenzioni illustrate alla stampa, per il momento sembra anche rispecchiare le promesse di campagna elettorale con la giunta che tira fuori dal cappello 12 milioni di euro all’interno dell’assestamento di bilancio, senza intaccare altri capitoli di spesa.

    Da dove arrivano i soldi

    Per capire come l’amministrazione abbia trovato i soldi, bisogna allargare il discorso a tutto l’assestamento di bilancio che cuba complessivamente oltre 20 milioni di euro. Oltre ai 12 per Amiu, ci sono infatti quasi 8,4 milioni di euro per altre voci di bilancio obbligatorie ma lasciate scoperte dalla passato ciclo amministrativo: 4,4 milioni per i servizi sociali; oltre 591.000 euro sul capitolo lavoro; 770.000 euro per la copertura della cedole librarie; un milione di euro per la gestione del patrimonio comunale; 275.000 euro per il Job centre che gestisce il reperimento dei fondi europei; 424.000 euro per le manutenzioni; 900.000 euro per altre vari voci di spesa.

    Diverse le fonti di copertura: 2 milioni di euro da disavanzo del bilancio precedente; altrettanti dallo svincolo di fondi precedentemente accantonati per spese giudiziarie; 7 milioni dalla contrazione di un nuovo mutuo (ma la giunta Doria non aveva detto che non se ne sarebbero più potuti accendere?; 1,4 milioni dallo sblocco di entrate erariali, 4,8 milioni di risparmi dalla rinegoziazione di mutui con Cassa depositi e prestiti e delle spese per le utenze di Mediterranea delle Acque; 3,2 milioni di euro di prelevamenti dal fondo di riserva.

    Le linee per il futuro

    amiu-lottaMa i problemi di Amiu non finiscono con il 2017. L’azienda, infatti, vanta nel complesso un credito nei confronti del Comune di circa 185 milioni di euro: 106 legati alla chiusura della discarica di Scarpino e alla sua gestione post mortem, già spalmati su un piano di rientro di 30 anni, gli altri per gli extracosti dovuti al conferimento dei rifiuti fuori regione. Ed è proprio qui che incideranno i 12 milioni che arriveranno dall’assestamento di bilancio di quest’anno e da un piano di rientro fino al 2020, data attuale di scadenza del contratto di servizio, che consentirà all’azienda di accedere nuovamente al credito bancario che garantirà la continuità aziendale e il recupero di altri 23 milioni di euro per raggiungere i 35 milioni di euro chiesti da Amiu (frutto di un ricalcolo degli iniziali 38 contabilizzati qualche mese fa).

    Tre i fronti su cui si sta lavorando per una soluzione strutturale. Riduzione delle spese già entro l’anno; estensione del contratto di servizio per 10 anni attraverso la strategia dell’in house provider, rivedendo l’assetto societario di Amiu con l’ingresso nel capitale di altri Comuni della Città metropolitana; revisione entro 40 giorni con la Regione del piano dei rifiuti per ricalibrare la capacità di trattamento degli impianti liguri e studiare nuove sinergie.

    Amiu – Iren. Rivivi tutto il percorso della mancata aggregazione

    Insomma, il centrodestra mette in campo una politica di centrosinistra, che lo stesso centrosinistra, non solo negli ultimi mesi ma per buona parte della seconda metà del mandato Doria, ha sempre detto inapplicabile. Gli amanti della dietrologia che vedevano quella posizione come un enorme favore “all’amica Iren” adesso hanno gioco facile (oltre che ragione, almeno in apparenza) a dire “ve l’avevamo detto”. Ora attendiamo quello che diranno sul nuovo percorso.

  • Incendi, il Liguria i pompieri sotto organico di 130 unità. Cgil: «L’Italia brucia ma nessuno dichiara lo stato di emergenza»

    Incendi, il Liguria i pompieri sotto organico di 130 unità. Cgil: «L’Italia brucia ma nessuno dichiara lo stato di emergenza»

    Elisoccorso Vigili de FuocoSotto organico di 130 unità, pari al 12% a fronte di una media nazionale del 7%, su tutte le figure professionali ed in particolare del personale specialista nautico che costringe alla chiusura dei distaccamenti di Savona e Genova Multedo. E’ anche per questi motivi che mercoledì prossimo una delegazione dei Vigili del fuoco della Liguria parteciperà alla mobilitazione nazionale organizzata davanti a Montecitorio. «Anche se fossimo a pieno organico– spiega alla agenzia Dire Luca Infantino, coordinatore regionale dei Vigili del Fuoco FP Cgil e membro dell’esecutivo nazionale- i numeri non sarebbero comunque sufficienti a garantire un servizio tranquillo».
    Colpa soprattutto delle promesse non mantenute da parte del governo che nel “decreto terremoto” aveva previsto 23 milioni di euro per mille nuove assunzioni a livello nazionale ma che a settembre arriveranno solo a 352. Le rivendicazioni dei pompieri sono molteplici. «Siamo veramente in ginocchio– afferma Infantino- l’età media del personale in servizio è di 46-47 anni e non sempre l’esperienza può sopperire alle carenze del fisico, tanto che stiamo assistendo a un continuo aumento delle esposizioni agli infortuni. Siamo stanchi».
    Poi ci sono le nuove mansioni ereditate dallo smistamento della Forestale. «In Liguria una nuova convezione ci ha dato 400.000 euro in più. Ma non bastano e sono comunque destinati a pagare straordinari che non fanno altro che aumentare la stanchezza, facendo turni di lavoro interminabili, senza sosta e aumentando il rischio infortuni». Secondo il sindacalista, «l’Italia è un Paese poco democratico perché non investe in safety e security. La sicurezza non è solo risolvere qualche problematica di illegalità nel centro storico. Sicurezza sarebbe anche avere almeno 40.000 pompieri sul suolo nazionale e, invece, siamo molto meno di 30.000». La sottovalutazione del problema, secondo Infantino, è dimostrata anche dal fatto che «mentre praticamente sta bruciando tutta l’Italia, nessuno dichiara lo stato di emergenza, né le singole Regioni né il ministero dell’Interno, anche se questo consentirebbe di attingere a risorse economiche straordinarie».
  • Voltri – Pra’, il cambio di nome dell’uscita autostradale è una cosa seria. La storia dell’ascesa politica del quartiere

    Voltri – Pra’, il cambio di nome dell’uscita autostradale è una cosa seria. La storia dell’ascesa politica del quartiere

    casello Pra'Lo scorso giugno, l’uscita dell’autostrada Genova Voltri ha cambiato nome, diventando l’uscita di Genova Pra’. Il cambiamento ha diviso l’opinione pubblica dei due campanili ponentini, tra chi ritiene che il nuovo nome rifletta più fedelmente l’effettiva collocazione del casello e chi invece pensa si sia trattata di una mossa per ingraziarsi la popolazione praina, per lo più in periodo elettorale. In genere, lo schieramento dipende dal campanile di riferimento. C’è poi un terzo partito, trasversale. Quello di chi minimizza, di chi pensa che ci siano cose ben più importanti a cui pensare e che, in fondo, si tratti solo di nomi. Dopotutto, si può essere d’accordo con la prima di queste affermazioni. Qui a Era Superba, però, forse complice il caldo implacabile di mezz’estate, vogliamo per una volta riflettere su qualcosa di meno serio del solito e affrontare l’argomento. Iniziamo smentendo il secondo assunto dei “minimizzatori”: non si tratta mai solo di nomi. La toponomastica di una città, di qualsiasi città, riflette l’atmosfera culturale di un determinato momento storico e in caso di contese (come è stata quella per il casello di Vol Pra’), vede imporsi la fazione con maggior influenza geopolitica. I nomi di vie, piazze e di intere città, come la storia, li fanno i vincitori.

    La forza dei nomi

    Il passato ci offre numerosi esempi al riguardo. Tra i casi più noti, quello delle città russe di Volgograd e San Pietroburgo, rispettivamente Stalingrado (fino al 1961) e Leningrado per l’intera epoca sovietica. Senza uscire dai confini nazionali, vie e strade del Belpaese conobbero un riaggiornamento generale alla fine della seconda guerra mondiale, quando vennero sostituiti i nomi troppo “compromessi” con il regime fascista. Inutile dire che, a sua volta, Mussolini aveva usato la toponomastica a fini propagandistici. Nella capitale, per esempio, diverse furono le parti di città intitolate a elementi di spicco del regime (viale Michele Bianchi, viale Italo Balbo, viale Alfredo Rocco), alle sue presunte gloriose gesta o a elementi ricorrenti della sua simbologia. L’attuale piazza San Marco, per dirne una, era il Foro dell’Impero Fascista, mentre poco lontano si poteva passeggiare per il Clivo dell’Ara Littoria e diverse strade vennero dedicate ai Martiri del Fascismo. Non si pensi, però, che l’uso simbolico della toponomastica sia prerogativa del passato o dei regimi dittatoriali. In tempi recentissimi anche Matteo Renzi, da sindaco di Firenze, per accreditarsi come innovatore radicale propose di rottamare le vie del capoluogo toscano con nomi vetusti come via Tripoli (in memoria dell’Italia coloniale) o corso Unione Sovietica, ma poi non se ne fece nulla.

    Per non parlare della nostra Genova: l’attuale piazza Matteotti, per esempio, dopo essere stata dedicata al re d’Italia Umberto I, divenne per un anno piazza Ettore Muti, per volontà del governo della Repubblica di Salò che volle in questo modo “onorare” il segretario del Pnf scomparso nel 1943. Finita la guerra di Liberazione, la piazza fu dedicata al deputato socialista ucciso dai fascisti. Una sorte simile ebbe via Brigate Partigiane, nate in origine come Via Camicie Nere, e li sorgeva il quartier generale della SS a Genova. Anche corso Aldo Gastaldi in origine aveva un altro nome, cioè corso Giulio Cesare: la scelta di dedicare la strada a guerra finita al Primo Partigiano d’Italia fu motivata dal fatto che proprio li, e più precisamente alla Casa dello Studente, molti furono i partigiani torturati e uccisi durante la Resistenza.

    L’ascesa di Pra’?

    Alla fine di questo breve tour storico speriamo vi siate convinti del fatto che non si tratta mai solo di nomi. Ogni singola via, ogni ponte e talvolta anche ogni casello autostradale ha un significato preciso. Che a volte trascende la realtà geografica. Chiedere per informazioni agli abitanti di Quinto, che nel loro quartiere hanno un’uscita autostradale che si chiama Genova Nervi. O a quelli di Pra’, che fino a poco più di un mese fa ne avevano una chiamata Genova Voltri. Come interpretare dunque il cambio di nome? Pra’ ha davvero superato Voltri in un’ipotetica gerarchia dei quartieri genovesi? Per rispondere a questa domanda può essere utile fare un passo indietro.

    Questa zona della città si distingue storicamente per un buon attivismo della cittadinanza. Le proteste contro gli allargamenti e i disagi causati dal porto, o quelle contro la Gronda di Ponente hanno fatto da brodo di coltura per un gran numero di associazioni e comitati, in cui hanno mosso i primi passi alcuni dei politici che oggi siedono in consiglio municipale. Se questo attivismo accomuna il territorio di Voltri a quello di Pra’, in quest’ultimo esso ha assunto una connotazione ultralocale ancora più marcata. I cittadini praesi si sono sentiti spesso come i più svantaggiati tra gli svantaggiati, quelli che più di tutti subivano i disagi del porto o quelli (soprattutto nella zona di Palmaro) dovuti ai rumori dell’autostrada. Il fatto che né porto né autostrada portassero il nome del quartiere suonava come la proverbiale beffa oltre il danno. Per questo, tra le tante battaglie degli ultimi anni, ha trovato posto anche quella per il cambio di nome dell’uscita autostradale e del porto, entrambe oggi vinte.

    L’associazionismo praese ha mostrato negli anni di saper far valere le proprie istanze, con atteggiamento battagliero e pragmatico al tempo stesso, capace di collaborazione con le istituzioni pubbliche. L’esempio più noto è quello della Fondazione Primavera, che è dietro praticamente ogni iniziativa che ha luogo sul territorio, ha un proprio giornale online (si chiama Suprattutto) e negli anni ha saputo maturare un rapporto privilegiato con le istituzioni, in quanto prima rappresentante delle istanze dei cittadini. Lo scorso 20 maggio la Fondazione Primavera organizzò un incontro tra i candidati alla carica di presidente di Municipio. A un certo punto il presidente Guido Barbazza pronunciò una frase che la dice lunga: «Abbiamo deciso di non avere un nostro candidato – disse – anche se avremmo potuto». Una frase che forse rivela un pizzico di “spacconeria”, ma che è spia interessante della percezione di sé della Fondazione. E, forse, per esteso, del quartiere. Non più periferia nella periferia, ma comunità che a volte riesce a farsi valere. Pra’, d’altronde, è stata ed è protagonista di uno degli interventi urbanistici più significativi degli ultimi anni (il P.o.r. i cui lavori, nonostante i ritardi, sono avviati a conclusione) e ora un praese doc. ha conquistato la presidenza del Municipio 7 Ponente. Sono vittorie simboliche, certo. Il porto fa ancora sentire forte e chiara la propria presenza e l’autostrada ancora toglie al sonno ai cittadini che, privi di qualsiasi barriera acustica a separarli da essa, hanno la sfortuna di abitarle vicino. Un presidente di Municipio praese, inoltre, non vuol dire che il quartiere di Pra’ riceverà un’attenzione particolare, e nemmeno dovrebbe essere così. Ma anche le vittorie simboliche contano.

    Luca Lottero

  • Genova, la città meno “in forma” d’Italia: non si corre, non si pedala ma si cammina

    Genova, la città meno “in forma” d’Italia: non si corre, non si pedala ma si cammina

    biciclette-campagna-sport-DIPoco propensi ad andare in palestra, correre, andare in bicicletta e fare le scale: i genovesi provano a tenersi in forma camminando, ma i risultati non bastano perché a sentirsi in forma sono veramente in pochi.

    Questi i dati emersi da una indagine statistica portata avanti da una agenzia di marketing territoriale,  Kantar TNS Italia,  attraverso interviste a campione su dieci città italiane: a condividere gli ultimi posti con la Superba, Torino e Napoli.

    Ma vediamo il dettaglio: secondo la ricerca, i genovesi sono sotto la media nazionale quando si tratta di andare in palestra (25 persone su 100, contro una media nazionale di 31), non usare l’auto e andare a piedi (66 su 100, la media è di 70), e, soprattutto, andare in bicicletta (19 su 100, contro una media di 33).

    Ma quali sono le strategie per mantenere un minimo di prestanza fisica dalle nostre parti? Camminare, in generale, è al primo posto fra le attività praticate (88 su 100) e, nello specifico, 83 genovesi su 100 scelgono di fare due passi a piedi piuttosto che prendere i mezzi pubblici. Nessuna passione per la corsa invece, che resta la meno praticata dopo la bicicletta: solo 23 genovesi su 100, sotto la media delle città analizzate, che è di 27.

    Quali possono essere le cause di cotanto disastro? La cosa più probabile, per quanto riguarda soprattutto bicicletta e corsa, è la morfologia urbana, avara di spazi praticabili per queste attività, ma ricca di ostacoli e fattori penalizzanti. La scarsità di piste ciclabili è cosa nota. Per le altre categorie della ricerca, forse un fattore potrebbe essere che Genova rimane la città più anziana del Bel Paese.

    La virtù nostrana, quindi, sembra essere quella di camminare: si può fare dovunque e in ogni frangente della giornata, senza attrezzature particolari e senza costi di sorta. Finché il nostro servizio di trasporto pubblico rimarrà quello che è, camminare resterà l’unica strategia per sopravvivere.

  • Il giuramento da Sindaco di Marco Bucci e la prima del nuovo Consiglio comunale. La nuova “geografia” della Sala Rossa

    Il giuramento da Sindaco di Marco Bucci e la prima del nuovo Consiglio comunale. La nuova “geografia” della Sala Rossa

    marco-bucci-sala-rossaIl nuovo consiglio comunale fa il suo esordio in Sala Rossa. Una seduta riservata al protocollo, con la elezione dei Presidente del Consiglio e relativi vice presidente, il giuramento del nuovo sindaco e la presentazione della giunta all’assemblea. In chiusura l’elezione della commissione elettorale, come prescritto dalla legge statale sugli enti locali.

    Sala Rossa particolarmente gremita, con la spazio dedicato al pubblico stipato all’invero simile e le tribune stampa trasformate in tribune Vip, con decine di amici, parenti e congiunti dei nuovi protagonisti della vita politico-istituzionale del Comune di Genova. Unico assente Stefano Bernini, ufficialmente in vacanza, che così buca la passerella della “prima”.

    Il nuovo presidente del Consiglio Comunale

    Come preannunciato nei giorni scorsi Alessio Piana, Lega Nord è il nuovo presidente dell’assemblea. Veterano della Sala Rossa, è stato eletto con 32 preferenze su 40, direttamente al primo turno, superando la maggioranza qualificata dei due terzi prevista per le prime due votazioni. Secondo alcune indiscrezioni a votarlo anche consiglieri Pd: «Un ruolo importante, la seconda carica del Comune di Genova e questa votazione mi responsabilizza ancora di più – spiega il neo eletto presidente – Spero che sia un buon segno della volontà di portare avanti una dialettica costruttiva da parte delle opposizioni». Tra le priorità dell’amministrazione che saranno riverberate nei lavori del Consiglio, ovviamente «c’è la questione bilancio e Amiu – sottolinea Piana – poi i lavori saranno modulati con l’agenda di programma della giunta».

    Il primo giorno di scuola del sindaco Bucci

    sala rossa bucci«Sono molto emozionato e onorato – ha dichiarato il nuovo sindaco di Genova Marco Bucci al microfono del suo scranno in Sala Rossa dopo il giuramento ufficiale – So di avere tutti i riflettori puntati addosso e so che su di me è concentrata l’attenzione di tutti i genovesi». Ancora una volta dal giorno successivo all’elezione, Bucci afferma di sentirsi e voler essere «sindaco di tutti i genovesi: parlo a tutti i 585.000 genovesi e spero che nel futuro possano essere di più. Il mio impegno e il mio lavoro sono dedicati a tutti quelli che vivono nella nostra comunità, senza alcuna eccezione. Voglio esser sindaco di chi sta cercando lavoro e non lo trova, con il proposito che nei prossimi anni si creino nuove opportunità – e continua – da oggi per i prossimi cinque anni abbiamo il dovere di far riavvicinare i genovesi all’istituzione del Comune». Un compito senza dubbio non facile, visto il trend astensionisti che ha caratterizzato questa tornata elettorale: «noi ci metteremo competenza, spirito di servizio e voglia di sporcarci le mani».

    La nuova geografia della Sala Rossa.

    Cambiate le persone, cambiati gli schieramenti e i rapporti di forza, cambia anche la disposizione “geografica” della sala consigliare. Un dettaglio che potrebbe essere importante, visto che per i prossimi cinque anni, la “convivenza forzata” mescolerà l’aplomb politico con il lato umano dei protagonisti; è sempre successo, e succederà anche questa volta.

    La disposizione odierna, anche se potrebbe variare nelle prossime sedute, ha già dato dei segnali interessanti. Nella parte più a destra dell’emiciclo i tre consiglieri di Fratelli d’Italia, che connotano la loro crescita politica con una collocazione fisica evidente e identitaria, al contrario della scorsa amministrazione che vedeva i consiglieri in quota mescolati con i forzisti. Qualche sedia più in là, De Benedictis della lista Direzione Italia. Nella platea centrale, ma nella parte più a destra, nelle prime due file gli otto consiglieri di Lega Nord (il nono è il presidente): una disposizione che si è allargata intorno alla vecchia postazione dell’unico consigliere dello scorso ciclo amministrativo, rendendo ancora più evidente l’allargamento “a macchi d’olio” del carroccio genovese.

    Dietro di loro (a rimorchio?) i cinque di Forza Italia, capitanati da Mascia. Guido Grillo, eletto vice-presidente insieme a Salemi, però, reclama la sua “solita” postazione, da cui ha presentato le centinaia di emendamenti e ordini del giorno che hanno arricchito i lavori degli scorsi cinque anni. In ultima fila i sei della lista Vince Genova: i forzisti, quindi, che sono anche i veterani della coalizione, potranno essere, a seconda della prospettiva “schiacciati” dai freschi nuovi consiglieri di Lega Nord e della lista civica o il cuore del “gruppone”.

    sala rossa tursi bucci puttiLe opposizioni si sono tutte schierate nella parte più a sinistra della sala, a debita distanza dai colleghi della maggioranza. I consiglieri del Pd nelle prime due file, divisi in due gruppi da tre: davanti Terrile, Pandolfo e Lodi e dietro Avvenente, Villa e Bernini. I quattro consiglieri della lista in appoggio a Crivello, si schierano nei posti più a sinistra della Sala Rossa, e lo stesso ex candidato sindaco ed ex assessore occupa il posto che storicamente è sempre appartenuto al capogruppo prima del Pci, poi dei Ds e infine del Pd. Per Pietro Salemi, premio “pendolino”: rispetto alla scorsa assemblea, infatti, è quello che ha fatto “più strada”, andando a posizionarsi esattamente agli “antipodi” della vecchia postazione.

    Paolo Putti si è schierato dove ha incominciato la sua avventura come consigliere lo scorso ciclo amministrativo: penultima fila a sinistra della platea centrale. Alle sue spalle lo schieramento dei Cinque Stelle, rimasti fuori oggi da ogni incarico, anche per le eventuali supplenze, in attesa, ovviamente, della composizione delle commissioni. Se questa vicinanza forzata sarà mantenuta, potrebbe essere interessante capire chi, eventualmente, influenzerà chi. E saranno sicuramente scintille.

    Prossimo passo

    I lavori del Consiglio comunale riprenderanno giovedì prossimo: tra i primi compiti dell’assemblea, definire le commissioni e i vari ruoli di presidenza delle stesse. Nel merito politico si entrerà solo successivamente, con bilancio e Amiu: una partenza che sicuramente metterà alla prova i nervi saldi di una assemblea ancora “giovane” e in fase di rodaggio.

    Nicola Giordanella

  • Sanità, la Liguria scala 10 posizioni e si assesta sul podio per la qualità del servizio sanitario regionale

    Sanità, la Liguria scala 10 posizioni e si assesta sul podio per la qualità del servizio sanitario regionale

    tabella performance SSRLa Liguria è sul podio, al 3° posto tra le Regioni italiane nella classifica delle migliori performance del Servizio sanitario regionale, recuperando dieci posizioni: lo rileva la V edizione (2017) del ranking dei Servizi sanitari regionali elaborato dal Crea Sanità – Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” (Consorzio per la ricerca Economica applicata in Sanità) nell’ambito del progetto “Una misura di performance dei Ssr”. La Liguria, in particolare, si posiziona nell’Area di Eccellenza dopo Toscana e Lombardia, superando Veneto e Emilia Romagna. Se si considera il giudizio espresso solo dagli stakholder delle Regioni in equilibrio di bilancio, escludendo quindi quelle in piano di rientro, la Liguria conquista la medaglia d’oro, posizionandosi prima in classifica.

    Nel rapporto precedente, risalente all’ottobre 2016, la Liguria era nell’area intermedia, in 13° posizione. “Continuo a ritenere – afferma il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti – che il nostro sistema sanitario ligure sia di assoluta eccellenza e questi dati lo confermano. Abbiamo scalato dieci posizioni nel ranking delle migliori sanità del paese: è un risultato straordinario che ci rafforza nell’idea che siamo sulla strada giusta ma non deve farci dormire sugli allori perché il nostro obiettivo è arrivare primi, anche se è stata onestamente una corsa di grande qualità e impegno”. “Sono molto soddisfatta per questo ottimo risultato – aggiunge la vicepresidente della Regione Liguria e assessore alla Sanità Sonia Viale – che arriva nell’anniversario del mio insediamento, avvenuto il 7 luglio del 2015. In soli due anni abbiamo riportato la Liguria nell’area di eccellenza, superando addirittura Veneto ed Emilia Romagna. È la conferma – prosegue – che il percorso avviato è quello giusto e che le riforme messe in campo, grazie anche alle azioni di coordinamento e razionalizzazione della spesa realizzate da Alisa, hanno già prodotto importanti risultati positivi, testimoniati dal giudizio degli stakehoders”.

    Il progetto ha l’obiettivo di contribuire alla valutazione della Performance dei Servizi sanitari regionali e rappresenta una modalità “terza”, indipendente, di valutazione complessiva della Sanità regionale, con l’ambizione di fornire una indicazione sul livello di legittima aspettativa del cittadino nei confronti della Salute, a seconda della Regione in cui risiede. Il metodo di valutazione, multi-dimensionale e multi-prospettiva, “media” le valutazioni di diversi stakeholder del sistema, producendo un indice sintetico di Performance: l’indagine è condotta su un panel qualificato che conta 102 rappresentanti delle diverse categorie di stakeholder: ‘Utenti’, ‘Management aziendale’, ‘Professioni sanitarie’, ‘Istituzioni’ e ‘Industria medicale’. Le dimensioni prese in considerazione sono quella Sociale (equità), Economico Finanziaria, Appropriatezza ed Innovazione (quest’ultima inserita per la prima volta in questa edizione).

  • Villa Pallavicini, il parco più bello d’Italia. Pegli capitale italiana della botanica

    Villa Pallavicini, il parco più bello d’Italia. Pegli capitale italiana della botanica

    Inauguraz. Villa PallviciniSì è svolta questo pomeriggio a Villa Durazzo Pallavicini la cerimonia di consegna del Premio “Il Parco più bello d’Italia”. La XV edizione del prestigioso concorso promosso dal network ilparcopiubello.it, che premia le bellezze verdi italiane è stata vinta da Villa Durazzo Pallavicini a Genova Pegli per la categoria parchi pubblici e da Villa La Foce a Chianciano Terme (Siena) per la categoria parchi privati.

    Erano presenti per il Comune di Genova Elisa Serafini, assessore alla Cultura, Paola Bordilli, assessore al Turismo, Matteo Campora, assessore all’Ambiente; con loro Claudio Chiarotti, presidente del Municipio Ponente.

    Il presidente de Il Parco Più Bello Leandro Mastria e il presidente del Comitato scientifico che ha selezionato i vincitori Vincenzo Cazzato hanno consegnato due speciali targhe a Silvana Ghigino, direttore A.T.I., concessionaria di Villa Durazzo Pallavicini, e a Katya Lysy, che rappresentava la Proprietà di Villa La Foce.

    «Il premio come “Parco pubblico più bello d’Italia” assegnato a Villa Pallaviciniha dichiarato l’assessore al Marketing Territoriale e alla Cultura del Comune di Genova Elisa Serafini ci ricorda che Genova è ricca di tesori nascosti in tutti i nostri quartieri, da Levante a Ponente. Un riconoscimento importante che ci incoraggia a proseguire l’azione di valorizzazione e promozione del territorio, per sviluppare il turismo e migliorare la sostenibilità e la qualità di vita dei nostri concittadini».

    Anche l’assessore al Turismo Paola Bordilli ha sottolineato il rapporto con i quartieri. «Portare i turisti anche nelle Delegazioni, da Nervi a Voltri alla Valpolcevera – ha detto Bordilli – è l’obiettivo e la sfida della nostra Amministrazione. Un percorso che permetta di valorizzare le tante bellezze del nostro territorio e di utilizzare dal punto di vista della promozione ogni singolo angolo di una città ricca e meravigliosa».

    Il parco

    Villa Durazzo Pallavicini di Pegli ha riaperto al pubblico nel settembre dello scorso anno in una data simbolica: 170 anni dopo l’inaugurazione avvenuta il 23 settembre 1846. La villa, voluta dal marchese Ignazio Pallavicini, era rimasta chiusa per consentire i lavori di restauro del tempio di Flora, del castello e del mausoleo del capitano, dell’obelisco egizio, della tribuna gotica, del ponte romano, del chiosco turco e della pagoda cinese.

    Considerato uno dei parchi romantici più originali del mondo, il parco di villa Durazzo Pallavicini fu ideato e realizzato dallo scenografo Michele Canzio. Ne scaturì non solo un parco in stile romantico, ma un itinerario composto da scenografie legate una all’altra da una traccia narrativa: il Viale Classico, la Coffee House, l’Arco di Trionfo, la Casa dell’Eremita, le Grotte, il Lago Grande con la Pagoda Cinese, il Tempio di Diana, il Ponte Romano, i Giardini di Flora, il Gazebo delle Rose; il tutto in una pittoresca realizzazione paesaggistica meticolosamente composta nei suoi elementi architettonici e vegetali e ordinata secondo un preciso percorso dai contenuti esoterici. Non mancano esemplari vegetali di grande pregio botanico-paesaggistico: la monumentale canfora affiancata al cedro del Libano posti a margine del lago, la collezione di palme esotiche, l’araucaria e il sughero secolari, la rosa banksia e il lauroceraso; in particolare spicca tra tutte la collezione di antiche camelie, alcune delle quali ultracentenarie, che ogni primavera costituisce una vera attrazione con la sua particolare fioritura.

     

    Motivazioni della Giuria

    Inauguraz. Villa PallviciniIl parco della villa Pallavicini a Pegli che il marchese Ignazio fece realizzare da Michele Canzio costituisce una delle più alte espressioni di giardino romantico ottocentesco, con un preciso impianto scenico studiato come un’opera teatrale ripartita in atti, con un prologo e un epilogo. Recentemente restituito all’aspetto originario grazie all’impegno del Comune di Genova attraverso un imponente e attento restauro che ha portato alla ricomposizione delle scene vegetali e alla ricostruzione dei percorsi (nell’ambito di un programma che ha consentito la fruizione di altri parchi urbani) si segnala per l’attento e oculato piano di gestione – affidato a un raggruppamento temporaneo di imprese comprendente al suo interno professionalità di alto livello che da tempo si occupano del recupero del parco – che prevede, in collaborazione con l’Amministrazione, la manutenzione ordinaria del patrimonio esistente e il recupero di architetture e arredi che non sono stati ancora oggetto di restauro.

     

    Cos’è Il Premio “Il Parco Più Bello d’Italia”

    Il Parco Più Bello” è un concorso nazionale dedicato a parchi e giardini, che ha lo scopo di valorizzare l’inestimabile patrimonio di parchi e giardini presenti nella nostra penisola, contribuendo a stimolare l’interesse e la sensibilità verso il verde nelle sue forme più eccelse.

    Al concorso partecipano tutti i parchi affiliati al network dei Parchi più Belli d’Italia (www.ilparcopiubello.it), ad oggi oltre 1.000 realtà, tra le quali vengono ogni anno selezionate le eccellenze tenendo conto degli aspetti storico-artistici, botanici, dello stato di conservazione, del programma di manutenzione e gestione, della presenza di adeguati servizi, dell’accessibilità e delle informazioni all’utenza.

    Il Premio intende promuovere la cultura e la conoscenza di questo nostro inestimabile patrimonio, per rendere tali beni apprezzabili non solo da una ristretta cerchia di specialisti, ma soprattutto dai giovani e da un vasto pubblico nazionale e internazionale. Il concorso è ormai giunto alla quindicesima edizione e, poiché è l’unico Premio in Italia nel settore parchi e giardini, sta riscuotendo un interesse e un successo sempre più ampi. Lo dimostrano sia il numero che la qualità dei giardini partecipanti, sia l’attenzione da parte della stampa e dei media nazionali, in costante crescita nel corso degli ultimi anni.

     

  • Pra’, cantieri Por fermi per “liquidazione”, conclusione (forse) a fine agosto. I retroscena di un “pasticcio” annunciato

    Pra’, cantieri Por fermi per “liquidazione”, conclusione (forse) a fine agosto. I retroscena di un “pasticcio” annunciato

    lavori-cantiereLo scorso febbraio l’allora assessore ai lavori pubblici e non ancora candidato sindaco Gianni Crivello indicava come data-obiettivo per la conclusione dei lavori dei P.o.r. di Pra’ il 31 marzo, e si diceva fiducioso del fatto che la scadenza sarebbe stata rispettata. Oggi, a estate ormai avviata, alcuni cantieri continuano a puntellare l’Aurelia in questa zona del ponente genovese. Tra l’ottimismo di allora e i ritardi di oggi c’è stato il crac di Unieco, la cooperativa di Reggio Emilia che aveva vinto il bando pubblico per il lotto A dei lavori, quelli che interessano l’area dal ponte del rio S. Pietro a Via Taggia. Un tonfo da 600 milioni di euro che scendono a 90 se si considerano solo le perdite nette e che ha coinvolto i 340 dipendenti e posto più di un interrogativo sulla tenuta del modello economico rappresentato dalle cooperative, un tempo fiore all’occhiello della “rossa” Emilia. L’avvio della procedura per la liquidazione coatta è stato annunciato ai dipendenti dal cda di Unieco lo scorso 29 marzo, proprio nel momento in cui – secondo l’ultima previsione del Comune di Genova – si sarebbe dovuta porre l’ultima pietra sui lavori di riqualificazione di Pra’.

    La Unieco vinse il bando per l’assegnamento dei lavori indetto dal Comune di Genova nell’ottobre del 2014, battendo la concorrenza di altre 16 aziende, un bando da 3,9 milioni di euro. Possibile che, allora, non vi fossero segnali di quello che sarebbe successo negli anni successivi? «Assolutamente no – afferma Claudio Chiarotti, nella scorsa legislatura consigliere municipale con delega ai P.o.r. e neoeletto presidente del Municipio 7 Ponenteanzi, visto che il bando del Comune di Genova aveva come priorità la qualità dei materiali usati per gli interventi, Unieco ha vinto con un ribasso d’asta molto basso, mentre altre aziende che avevano promesso gli stessi lavori a prezzi inferiori finirono in riserva. Tutti i partecipanti alla gara avevano le carte in regola per partecipare, a maggior ragione chi ha vinto. Non c’era nulla che potesse far pensare a un default del genere».

    Riassegnazione e subappalti

    I primi segnali che qualcosa non andasse nella direzione giusta, però, arrivarono il 30 gennaio 2017, quando Unieco si dichiarò inadempiente e interruppe i lavori. Al Comune di Genova venne però garantita la possibilità da parte della cooperativa di chiudere i cantieri aperti e le parti si accordarono per una tempistica di fine lavori che però, come abbiamo visto, non verrà mai rispettata. «A quel punto si aprirono due questioni – ricorda Chiarotti – l’assegnazione dei lavori a una nuova azienda e quella con Unieco, che vuole farsi rimborsare ancora alcuni lavori dal Comune». Per quel che riguarda la prima delle due partite, i lavori sono stati affidati alla seconda classificata al bando del 2014, la Cos.In. s.r.l.: «l’avvocatura del Comune stabilì che il modo migliore era risentire i partecipanti alla gara per verificarne la disponibilità a finire i lavori – spiega Chiarotti – subito si catapultarono tutti, poi quando hanno capito che i lavori sono quasi finiti e quindi non c’è un grosso margine d’impresa su questo lotto, ha risposto sostanzialmente solo la seconda classificata, che ha accettato di concludere. Attualmente sono al lavoro da circa un mesetto».

    parco-dapelo-praTutto finito, dunque? Non proprio, perché, trovata una nuova azienda che ha accettato di farsi carico dei lavori, i problemi ora vengono dai subappalti, che riguardano soprattutto la parte impiantistica. Le ditte subappaltatrici («con cui il Comune non ha alcun rapporto visto che si interfacciano solo con l’azienda che vince l’appalto», chiarisce Chiarotti) non erano infatti state pagate da Unieco, e ora chiedono il pagamento degli arretrati prima di lanciarsi in nuovi lavori «L’idea – rivela Chiarotti – sarebbe sostanzialmente quella di affidare i lavori alle stesse ditte subappaltatrici che c’erano prima per risparmiare tempo, fermo restando che l’azienda che ha vinto l’appalto è libera di assegnare i subappalti a chi ritiene. I subappaltatori attuali stanno però (giustamente) chiedendo il pagamento del lavoro svolto finora e il problema grosso è che nessuno può oggi garantire questo pagamento. Nel caso non si riuscisse a convincerli a continuare coi lavori, bisognerà trovare dei subappaltatori nuovi, con conseguente aumento delle tempistiche». Azzardato, dunque, a questo punto fare previsioni sulla fine dei lavori. Per questo, il neo presidente del Municipio di Ponente predica cautela: «Se tutto va bene dovremmo chiudere a fine agosto, ma non è per niente detto, proprio a causa dei problemi con i subappaltatori».

    La vertenza con Unieco

    Se possibile ancora più complessa da portare in porto la partita aperta con Unieco. In questo momento è in corso una vertenza legale tra il Comune di Genova e la cooperativa, rappresentata da un commissario liquidatore, con Tursi che chiede il pagamento di una penale di circa 320 mila euro e Unieco che invece reclama il pagamento del lavoro svolto «anche su lavori che in realtà negli ultimi mesi non hanno fatto – sottolinea Chiarotti – come la manutenzione del verde, che spettava per due anni alla vincitrice del bando».

    «Il Comune – conclude il presidente – ha sicuramente il coltello dalla parte del manico sia dal punto di vista degli argomenti sia da quello economico e giuridico. Il commissario liquidatore fa il suo mestiere, che è quello di tirare più acqua possibile al mulino della cooperativa, hanno poco spazio ma si giocano le carte che hanno. Certo, questo può allungare ulteriormente le tempistiche per la chiusura dei cantieri».

     

    Luca Lottero