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  • Artisti di Strada, il nuovo regolamento è realtà. Il Tavolo permanente di indirizzo verificherà la sua attuazione

    Artisti di Strada, il nuovo regolamento è realtà. Il Tavolo permanente di indirizzo verificherà la sua attuazione

    Susanna Roncallo
    Susanna Roncallo

    Il nuovo regolamento per l’Arte di strada del Comune di Genova è stato approvato dal Consiglio comunale, ed è immediatamente eseguibile. Superati i dubbi sorti in sede di commissione: inserito il vincolo per l’amministrazione comunale di consultare il Tavolo di indirizzo, a cui partecipano anche le associazioni degli artisti, per decide le aree di interesse e i metodi di gestione degli spazi.

    Approfondimento: Tutte le novità del nuovo regolamento

    La Sala Rossa approva alla quasi unanimità (voto contrario di Lega Nord) il nuovo testo che aggiorna la normativa per le esibizioni degli artisti di strada: nuovi spazi, nuovi parametri, allargamento delle location a tutto il territorio comunale. Il nuovo regolamento è stato presentato all’aula leggermente modificato rispetto a quanto licenziato dalla commissione preposta nei giorni scorsi: aumentate le distanze minime tra artisti “sonori” (che passano da 60 a 120 metri, parametro invariato per tutti le altre tipologie di performance) e introdotto l’obbligo di consultazione del Tavolo d’indirizzo per la scelta delle aree considerate “di particolare interesse” e la definizione del meccanismo di “prenotazione” relativo alle stesse.

    Proprio su quest’ultimo nodo si era acceso il dibattito: che metodo utilizzare per garantire la turnazione nei posti di maggior interesse, garantendo da un lato tutti gli artisti e la loro peculiarità “nomade”, e, al contempo, cittadini e commercianti? Al momento non è stato definito nessun meccanismo (la giunta aveva proposto un non meglio definito sistema di prenotazione attraverso mail), ma la “obbligatorietà” di essere consultati sulla questione ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli artisti, anche oggi presenti in aula: «A Trieste stanno sperimentato una sorta di “libretto dell’artista” – spiegano Tatiana Zakharova e Lucilla Meola che funziona come il disco orario per i parcheggi, per cui l’artista segna orario di inizio e fine dello spettacolo su un documento, da esibire in caso di controllo». Una sorta di auto-regolamentazione, facilmente controllabile, che potrebbe rispondere alle necessità degli artisti di strada, garantendo la libera fruizione degli spazi; soluzione che potrebbe essere applicata anche nel capoluogo ligure.

    Genova, quindi, fa un passo avanti verso il suo futuro di “Città d’Arte” con una scelta che onora l’inizio della Primavera: sempre più suoni e colori potranno riempire le strade, i vicoli e le piazze della Superba, proprio come i fiori che, in questa stagione, sbocciano spontanei e meravigliosi, capaci di arricchire, con la loro presenza, la loro bellezza e il loro profumo, il vivere di ognuno di noi.

    Nicola Giordanella
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    Foto estratta dal video di Susanna Roncallo
    di Miguel Angel Gutierrez e Alberto Nikakis

  • Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    tapullo-piazza-erbeUna delle cose migliori di Genova sono le sorprese; in ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni piazza si possono scovare dettagli incredibili: e incredibile è quello che si può scoprire in piazza delle Erbe. Da qualche giorno, nella piazza fulcro della movida genovese, sono comparsi decine di piccoli adesivi, rotondi, che riportano un QR-code, cioè quella sorta di “codice a barre” che se fotografato con uno smartphone, diventa un collegamento ipertestuale ad una pagina web.

    Detto fatto: conquistati da una “palette” decisamente invitante, ecco che il codice ci apre il mondo di “Tapullo, la rete costruita a brettio”. La pagina che si apre invita a connettersi gratuitamente alla rete wi-fi omonima, attraverso la quale si accede a questa nuova frontiera della socialità condivisa: uno spazio virtuale, un contenitore, fatto da tante stanze tematiche, dove i visitatori possono comunicare tra loro seguendo o creando discussioni. Fin qui nulla di nuovo, forse, ma il bello sta nella “fisicità” del connettersi: la rete Tapullo è fruibile solo stando in loco, creando un circolo virtuoso reale-virtuale-reale, aprendo una via nuova alla socialità condivisa degli spazi “vissuti”.

    Benvenuti in Tapullo

    «Questa rete è un esperimento di socialità condivisa. Funziona solo qui e da nessun’altra parte, vuole mettere in contatto le persone che occupano questo spazio fisico tramite l’uso di uno spazio virtuale locale. Quando vuoi registrarti, usa pure una mail finta, non ci interessano i tuoi dati». Questo il disclaimer che accoglie l’utente in Tapullo, e che dice tutto: un’idea nata in termini sperimentali, puntando a potenziare le condivisione dello spazio reale attraverso una via virtuale anonima, veloce e aperta a tutti.

    Per iscriversi basta un minuto, e poi si può incominciare a comunicare; diverse sono le sezioni, le“stanze”, già impostate, in cui si possono aprire, o seguire, delle discussioni: dalle classiche “mangiare”, “bere”, “eventi”, a quelle più social, come “Giochi” e “Persone”. Quest’ultima prevede delle sotto sezioni dai nomi esplicativi: “jam”, “Chiacchiere” e “ammore”; ed proprio in questa, che si preannuncia come la più gettonata, che troviamo le prime prove di socialità 3.0: una ragazza infatuata si rivolge ad un bel giovane che «beve una birra vicino alla siepe, posso offrirti un altro giro?». Come sarà andata a finire? Su Tapullo, inoltre, possiamo trovare anche le sezioni dedicate al baratto, ai giochi e ai “passaggi”: «sei sobrio e in auto? Sei sbronzo e/o a piedi? Parlatevi». Più chiaro, e utile, di così?

    La rete costruita “a brettio”

    Tra le pagine di discussione, si trova anche una stanza dove si parla tecnicamente della rete, e dove si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse contribuire alla “causa”, aumentando la portata della rete, nella logica delle “wireless mesh network” cioè quelle reti “a maglie”, senza fili, cooperative e costituite da nodi (i router) che funzionano contemporaneamente da ricevitori, trasmettitori e ripetitori. Esattamente all’opposto dell’infrastruttura classica, e commerciale, che porta la connessione singolarmente nelle case di ognuno di noi. A pagamento. Forse è da qui che nasce il nome dell’esperimento: lo stringente pragmatismo del dialetto genovese, che restituisce l’idea della rimedio arguto, costruito senza imposizioni, schemi e governance di sorta.

    Non si sa chi sia l’artefice di Tapullo, non si sa chi ci abbia messo il router, e dove questo sia stato collocato: non ci sono credits, contatti, sponsor e patrocini vari. Connettendosi alla rete wi-fi dedicata si può solo accedere alla piattaforma condivisa, senza poter navigare per il web. Sta forse qua la genialità della “pensata”: aver predisposto uno spazio di comunicazione puro, dove i contenuti sono solo quelli di chi la “abita”, e per abitarla bisogna vivere uno spazio reale come quello della piazza.

    Un gioco? Probabilmente molto di più. Sicuramente una voce fuori dal coro, che scommette sulla libera comunicazione tra le persone, e la libera fruizione degli spazi, sia virtuali che reali.

    Nicola Giordanella

  • 8 marzo, indetto sciopero generale di 24 ore nel settore pubblico e privato in difesa dei diritti delle donne.

    8 marzo, indetto sciopero generale di 24 ore nel settore pubblico e privato in difesa dei diritti delle donne.

    manifesto-def-con-qr-code-nazionaleContro la violenza sulle donne, contro la discriminazione di genere e contro l’obiezione di coscienza nei servizi sanitari pubblici: queste le principali motivazione alla base dell’astensione lavorativa proclamata per il prossimo 8 marzo. Ma non solo: l’agitazione ha tra le sue finalità anche il contrasto alla precarietà e alla privatizzazione del welfare e il presidio per il diritto di accesso ai servizi pubblici gratuiti ed accessibili, al reddito, alla casa, al lavoro e alla parità salariale, all’educazione scolastica, alla formazione di operatori sociali, sanitari e del diritto, per il riconoscimento e il finanziamento dei centri antiviolenza ed il sostegno economico per le donne che denunciano le violenze.

    A proclamare lo sciopero diverse organizzazioni sindacali tra cui USB, USI, USI AIT, SLAI COBAS, COBAS, SIAL COBAS, SGB, ADL COBAS. La decisione arriva dopo un lungo percorso di inter-formazione portato avanti dalla rete “Non una di Meno“, che unisce decine di associazioni femministe e femminili, e che fa seguito alla iniziativa globale a cui parteciperanno più di 40 paesi in tutto il mondo proprio nel giorno in cui, per tradizione, si festeggia la Donna.

    Lo slogan della giornata, ribattezzata “Lotto Marzo” è “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”: «L’8 marzo sarà, prima di tutto, una giornata senza di noi, senza le donnesi legge nel manifesto della giornata pubblicato sul sito di “Non una di meno”Una giornata di sciopero in cui incroceremo le braccia, interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva, articolando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura e dal consumo. Lo sciopero è lo strumento che il movimento femminista ha individuato per contrastare le molteplici forme con cui la violenza di genere si abbatte sui corpi delle donne in tutto il mondo: dalla precarizzazione alla subordinazione nel mercato del lavoro, passando per una violenza più sottile ma altrettanto efficace inscritta nelle relazioni sociali e nel modo in cui viene impartito il sapere, che non educa alla valorizzazione delle differenze come motore nevralgico delle relazioni sociali, ma al contrario educa alla loro gerarchizzazione e subordinazione».

    Una battaglia che vuole sottolineare come la violenza di genere non sia un fattore “emergenziale” ma bensì strutturale, che può essere arginato solamente con una trasformazione radicale della società e delle relazioni, passando dalle condizioni di vita e di lavoro, e dal superamento della impostazione patriarcale della società.

    Le modalità dello Sciopero

    L’astensione è stata proclamata nel rispetto della disciplina dei servizi pubblici essenziali e riguarda tutto il personale (aree dirigenza e non dirigenza). Dagli uffici del Comune di Genova fanno sapere che nelle scuole e nidi d’infanzia comunali potrebbero verificarsi disservizi. Ma l’invito a scioperare, come abbiamo visto, è rivolto a tutte, anche in mancanza di tutele sindacali: proprio per questo sono state diffuse anche tutte le informazioni necessarie per permettere una più larga adesione: «Puoi farlo anche tu anche se nel tuo luogo di lavoro non ci sono sindacati che appartengono a uno di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato. La comunicazione dell’astensione arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dalla propria associazione datoriale; è comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, fornire al datore di lavoro – che neghi di aver ricevuto l’avviso – eventuale copia dell’indizione e articolazione dello sciopero nel proprio settore». Questo e molto altro si trova nel Vedemecum pubblicato sulla piattaforma web de “Non una di meno”

    A Genova gli appuntamenti per questa giornata sono due: al mattino presidio davanti al Galliera, struttura che secondo le attiviste «Percepisce finanziamenti pubblici senza applicare la legge 194»; nel pomeriggio, invece, dalle 18, partirà un corteo da Porta dei Vacca, che, dopo aver attraversato il Centro Storico, arriverà in piazza De Ferrari. La manifestazione si preannuncia colorata di fucsia, con addobbi, distribuzione di farmaci dedicati e materiale informativo.

    “Lotto Marzo”, quindi, è uno sciopero generale e sociale ma soprattutto politico, che coinvolge il mondo del lavoro per veicolare e presidiare diritti, cultura ed equità sociale: una iniziativa che, a prescindere dai valori femministi dell’appuntamento, mancava da molto nel panorama politico locale e nazionale. Lo stesso Toni Negri, recentemente ospite a Genova per la presentazione del suo ultimo libro, ha definito la lotta femminista fondamentale e imprescindibile per collettività, e per una dialettica “rivoluzionaria” che sappia superare l’orizzonte del lavoro salariato per una più vera e ampia libertà delle persone. Le Donne stanno aprendo la strada, a tutti gli altri il compito di seguirle.

    Nicola Giordanella

  • Verso l’8 marzo, la testimonianza di Anna, allontanata ed isolata dalla rabbia del marito violento

    Verso l’8 marzo, la testimonianza di Anna, allontanata ed isolata dalla rabbia del marito violento

    mamma-figliaAnna – il nome ovviamente è di fantasia – è una donna che non riesce ad uscire da una storia di molestie e persecuzioni, e di cui in passato ci eravamo già occupati. Anni dopo, ascoltando le sue parole, mi rendo conto che pochi passi avanti sono stati fatti nonostante una legge dedicata ed una sensibilizzazione estrema, o almeno così dovrebbe essere, per reati di questo tipo.

    Approfondimento:  Centri antiviolenza e uomini maltrattanti

    «Con il padre di mia figlia la relazione inizialmente sembrava felice, lui era interessante, brillante, si mostrava orgoglioso anche del mio lavoro che andava bene ma un giorno, per una banalissima assenza di poche ore, è esploso e mi ha dato il primo ceffone. Ho interrotto la relazione, l’ho allontanato e lui è scomparso. Sono passati mesi e poi un incontro, forse casuale forse no, e dopo le sue lacrime di pentimento e vergogna ho deciso di riprendere a vederlo. In realtà la sua famiglia conosceva già questo suo lato violento, ma quando ne ho accennato si sono ben guardati dal dirmelo, tutto si doveva e tuttora si deve nascondere. Ad un certo punto, lo so che sembra incredibile, mi sono resa conto che avevo iniziato ad avere paura di lui, delle sue esplosioni d’ira, dei suoi scatti di collera, della terra bruciata che mi aveva fatto intorno, allontanandomi dagli amici, dalla famiglia, anche dallo sport che adoravo. Allontanata ed isolata, ogni pretesto era buono per punirmi con calci e schiaffi: un barattolo fuori posto in frigo, un po’ di polvere sul mobile, persino la lampada accesa per leggere se lui voleva dormire».

    «Quando ho scoperto di aspettare un bambino –  continua a raccontare – sono stata felice, ed ho sperato che questo lo cambiasse, ma ha continuato con le violenze esattamente come prima, solo che adesso c’era anche l’obiettivo di allontanarmi da mia figlia»

    Questo ha fatto scattare qualcosa in Anna , che ha preso forza per raccontare ai proprio genitori quello che stava succedendo ma anche loro hanno dovuto fare i conti con la violenza fisica dell’uomo: «In seguito a queste lesioni gravissime ho ottenuto un primo provvedimento restrittivo per allontanarlo da casa».

    «Nel frattempo gli anni passavano, la bambina cresceva ed il mio desiderio di darle una vita serena senza rovesciarle addosso le patologie paterne è definitivamente crollato dopo parecchi anni di relativa tranquillità, in cui mia figlia vedeva il padre alla presenza di un educatore, la psicologa seguiva questo percorso ed entrambi una volta al mese tentavamo la mediazione familiare. Infatti, appena ha avuto nuovamente la possibilità di vederla da solo, ha iniziato a parlarle male di me, la madre sbagliata che cerca di rovinare la vita a tutti perché incapace di farsene una, a costringerla a stili di vita che a lei non piacciono e a rinfacciarle presunte inadeguatezze fisiche per poi ricominciare (lo aveva già fatto quando era molto piccola) con gli schiaffi e le violenze, fino a portarla a fuggire da lui chiedendo aiuto».

    Oggi? «Adesso siamo in attesa nuovamente di una sentenza, per fortuna crescendo i ragazzi possono scegliere di non vedere una persona che li terrorizza ma il mio pensiero è sempre lo stesso: perché si è permesso che si arrivasse a questo, perché si è prodotto un danno che poteva essere evitato»

    Lo sfogo di Anna, arriva anche a toccare il sistema istituzionale che dovrebbe aiutare le donne nella sua situazione: «I servizi sociali, il Tribunale, gli educatori hanno talvolta (in certi casi colpevolmente) trascurato l’evidenza dei fatti per rifugiarsi negli stereotipi, nelle dichiarazioni di facciata e hanno fatto pressione sulla parte debole, cioè noi, invitati a più riprese ad “accettare” il padre con i suoi difetti e le sue mancanze e, aggiungo io, le sue gravi patologie evidenziate nei resoconti ma mai adeguatamente considerate quando era il momento»

    «Certamente – conclude amara – scontrarsi è sempre difficile e può causare guai, alla fine le istituzioni sono fatte da persone, con le proprie debolezze, credenze ed anche, lasciatemelo dire, pregiudizi. Perché è facile essere inflessibili con un genitore maltrattante che magari non sa neanche negare i fatti riferiti, mentre è ben più complicato con una persona attrezzata a difendersi, probabilmente patologica ma certamente abile nel mostrare il profilo migliore, quello che sa che ci si aspetta da lui. Io però adesso voglio delle risposte rispetto alle cose che ha fatto, se non a me, almeno rispetto alla bambina. La verità è che io ho sempre avuto, per tutti questi anni, un faro puntato sulla mia vita, sulle mie relazioni, sulla mia conduzione della famiglia: da lui si accontentano di una parvenza di normalità perché, mi ha detto un assistente sociale, alla fine la ragazza deve accettare il padre che le è capitato».

    A cura di Bruna Tavarello

  • Piazza Matteotti, dagli scavi spuntano resti attigui ad una domus romana già scoperta negli anni ’70

    Piazza Matteotti, dagli scavi spuntano resti attigui ad una domus romana già scoperta negli anni ’70

    scavi-matteotti-domus-romana-01Nessuna sorpresa emerge dal selciato di piazza Matteotti: i resti murari che in queste ore sono “sotto indagine” da parte degli specialisti della Soprintendenza Archeologica della Liguria, sono connessi planimetricamente a strutture di epoca romana già conosciute. I lavori di manutenzione straordinaria delle tubature del gas, quindi, hanno permesso un aggiornamento di studio, senza però portare, per il momento, nessuna nuova scoperta di rilievo.

    L’archeologo Ferdinando Bonora, oggi uno dei responsabili del sito dell’Anfiteatro romano “custodito” sotto i Giardini Luzzati, ricorda quella scoperta: «Nell’area di piazza Matteotti nel 1975 avevo segnalato l’esistenza di resti di epoca romana, “centrati” da una ruspa intervenuta per la posa di cavi telefonici. I successivi scavi avrebbero permesso di trovare i resti di una grande domus romana»

    Si tratta di una costruzione risalente al periodo tardo-repubblicano con pavimenti musivi e decorazioni parietali, posta ai margini dell’area urbana romana: come è noto, infatti, in zona San Lorenzo esisteva una necropoli, mentre le zone limitrofe erano occupate da ville e abitazioni. Il nucleo romano è probabile che si articolasse tra via San Bernardo (il decumano del classico schema urbano romano) e Canneto il Curto (il cardo), proprio ai piedi della Collina di Castello, l’antichissimo primo insediamento urbano della Genova pre-romana.

    Quello di Piazza Matteotti, quindi, è uno scavo «che non ha portato alla luce nessuna strada, bensì strutture murarie romane, connesse planimetricamete a quelle precedentemente individuate – conferma Simon Luca Trigona, funzionario archeologo responsabile del Comune di Genova per la Soprintendenza – e una serie di strati di distruzione delle stesse che ci testimoniano l’abbandono in età medio-tardo imperiale della domus. Le altre murature visibili invece sono fondazioni prive di livelli d’uso comnnessi che si inseriscono in età tardo-medievale».

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    Foto dal volume Archeologia in Liguria III.2 – Scavi e scoperte 1982-1986. A cura della dott.ssa Piera Melli. Per gentile concessione della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio della Liguria

    Ovviamente questo non ha impedito agli archeologi di portar avanti la ricerca: «L’archeologia urbana soprattutto a Genova è un colligere disiecta membra – ha sottolineato Trigona – solo in una successiva fase di analisi e comparazione dei dati di scavo sarà possibile spingersi a ricostruzioni più dettagliate». Rimane il fatto che il passato romano della città, spesso non troppo considerato dalla letteratura anche istituzionale sulla archeologia genovese, riaffiora sempre con maggior frequenza, aumentando il fascino di una città dalla storia millenaria come la nostra Genova.

    Nicola Giordanella
    Foto di Andrea Carozzi

  • Amiu, le reazioni dei lavoratori durante il presidio sotto Palazzo Tursi. «Il peccato originale è la privatizzazione»

    Amiu, le reazioni dei lavoratori durante il presidio sotto Palazzo Tursi. «Il peccato originale è la privatizzazione»

    amiu-sciopero-tursiMentre a Palazzo a Tursi il consiglio comunale si preparava ad affrontare la discussione sulla delibera, poi ritirata, i lavoratori Amiu manifestavano in via Garibaldi. Alla notizia del voto sulla sospensiva, le reazioni “in piazza” sono state molteplici: dalla contentezza per aver fermato la delibera, alla consapevolezza che la questione non è ancora chiusa; dalla soddisfazione di aver impedito l’approvazione di una delibera considerata ingiusta, alla rassegnazione nei confronti di un percorso che comunque porterà alla privatizzazione di Amiu.

    Speciale Amiu-Iren: tutto il percorso verso la “privatizzazione”

    Dopo la decisione del Consiglio comunale sul rinvio della votazione, i rappresentanti dei lavoratori sono stati ricevuti dalla conferenza capi-gruppo, per spiegare ancora una volta quali sono le posizioni di chi questo accorpamento lo vivrà sulla pelle. Ai consiglieri hanno spiegato che «l’unica base di discussione possibile è partire dall’accordo di luglio – riporta un lavoratore a margine dell’incontro – che rimane l’unico documento ad oggi approvato dalla maggioranza dei lavoratori». Il verbale di qualche giorno fa, quindi, non rappresenta più nulla: «è stato bocciato – ci spiega Roberto Gulli, Uil – e perciò abbiamo deciso di levare la firma, facendo pressione affinché nel testo della delibera non sia più presente».

    Ma in piazza diversi sono gli umori dei lavoratori. Di certo non si parla di vittoria, e questo rinvio sarà seguito da ulteriori iniziative: «perché non ci hanno garantito che applicheranno all’interno della delibera l’accordo di luglio – sottolinea Umberto Zane, Fit Cisll’unico che tutelava sia i dipendenti che i cittadini, e che arginava una privatizzazione selvaggia».

    Monteforte Michele, funzionario Cgil ricorda come «la volontà dei lavoratori debba essere rispettata» e come questo accorpamento, «voluto sia da destra che da sinistra» nei fatti nasce da un “peccato originale” che è «proprio la privatizzazione, per la quale noi restiamo contrari». Monteforte ricorda lo sciopero Amt del 2013, durato cinque giorni, organizzato proprio per evitare una «svendita» del servizio pubblico. Una vertenza, quella su Amiu, che però ha spaccato anche i sindacati: «Oggi è stato dimostrato che la spaccatura dei giorni scorsi è stata una scelta sbagliata», sottolinea Banella Roberto, della Cgil, ricordando le trattative per l’accordo di luglio.

    Alcuni lavoratori sono comunque in parte soddisfatti di questo rinvio, perché consente di continuare la discussione e il “braccio di ferro”; quello che si teme è che sia solo una «tattica politica della giunta per ricompattarsi e trovare i voti necessari in Consiglio comunale», riflette ad alta voce un lavoratore amareggiato. Il “peccato originale” rimane per molti la scelta della privatizzazione «che svende un servizio pubblico e rimettendo al mercato le scelte aziendali che ricadranno su lavoratori e città».

    Con queste incertezze, dopo ore di presidio, i lavoratori abbandonano via Garibaldi, per dedicare le ultime ore di turno per discutere in assemblea, preparando il terreno per i prossimi giorni. Un terreno che assomiglia sempre di più ad un campo minato.

    Gianluca Pedemonte
    Nicola Giordanella

  • Carlo Felice, pronti i 13 milioni del ministero. Doria: «Riorganizzare il modo di lavorare in teatro»

    Carlo Felice, pronti i 13 milioni del ministero. Doria: «Riorganizzare il modo di lavorare in teatro»

    Teatro Carlo FeliceBoccata d’ossigeno per il Carlo Felice: i 13 milioni previsti dalla legge Bray, successivamente modificata dalla legge Franceschini, sono pronti, e dopo un passaggio formale della Corte dei Conti, a breve saranno trasferiti. Una piccola buona notizia che potrebbe contribuire ad una inversione di tendenza per rientrare del debito e quindi evitare il fallimento del teatro lirico genovese.

    I conti stretti

    La situazione, però, rimane critica. Ad oggi, infatti, i debiti ammontano a 35 milioni di euro, di cui 8 con l’Inps e 11 nei confronti dell’erario, secondo quanto dichiarato in Sala Rossa dal sindaco Marco Doria, in risposta ad una interrogazione. Numeri che rispetto ai 38 milioni del 2015 sarebbero leggermente in contrazione. I bilanci del teatro, però, sono strutturalmente in disavanzo: «Quando è iniziato questo ciclo amministrativo – ricorda Doria durante la seduta del Consiglio comunalele perdite erano di circa 4 milioni all’anno. Oggi la forchetta è diminuita arrivando a circa 2,5 milioni, che dobbiamo azzerare entro il 2018, come previsto dall’aggiornamento della legge».

    Un dato che però tiene conto dei finanziamenti straordinari fatti da Comune di Genova e Regione Liguria, rispettivamente di 2,7 e 1 milione di euro. Nell’ultimo bilancio ad oggi pubblicato, quello del 2015, infatti, il disavanzo di esercizio ammonta a 6,8 milioni. Risanare i conti, sarà quindi un’operazione tutt’altro che semplice, visto che, secondo la giunta, per la congiuntura economica particolarmente depressa, è troppo rischioso puntare su ricavi e sponsor. «A inizio mandato abbiamo provato a rinnovare i contratti di solidarietà dei lavoratori del Carlo Felice, senza però riuscire a portare a termine la trattativa – continua Doria – oggi però le scadenze sono pressanti e dobbiamo lavorare con i sindacati sulla riorganizzazione del lavoro, per contenere i costi». Nel 2016, la Regione Liguria ha trasferito al Carlo Felice il Teatro della Gioventù, mentre il Comune di Genova gli ha ceduto i locali di De Ferrari prima utilizzati dal Diurno «segno di uno sforzo coordinato per salvare il teatro – ha concluso il primo cittadino – aumentandone il valore patrimoniale».

    Sempre nel bilancio del 2015, i costi di produzione sono arrivati a superare i 24 milioni, contro i 17,4 milioni di ricavi generati, e con un costo lordo del personale di 16 milioni. Il finanziamento in arrivo da Roma, un prestito di lungo periodo con un tasso di interesse minimo, permetterà di saldare alcuni debiti e di aprire trattative per ridurre il dovuto in cambio di una liquidazione rapida.

    La situazione del Carlo Felice, quindi, è decisamente delicata: la lenta e lunga agonia del teatro lirico genovese sembra non avere fine, e ancora una volta è necessario mettersi intorno a un tavolo e concordare le prossime mosse per salvare il salvabile ed evitare che il sipario si chiuda per sempre.

    Nicola Giordanella

  • Amiu, tavolo Comune-sindacati per modificare la delibera. Cgil: «Linee guida rispettino accordo di luglio»

    Amiu, tavolo Comune-sindacati per modificare la delibera. Cgil: «Linee guida rispettino accordo di luglio»

    rifiuti-amiuL’affaire Amiu-Iren, che aveva infiammato la politica amministrativa delle ultime settimane del 2016, continua a “scaldare” la Sala Rossa anche in questi primi giorni del 2017: tornano alla carica i sindacati, che trovano l’apertura di un tavolo per ridiscutere la delibera di giunta, che nei fatti aveva superato quanto accordato tra azienda e lavoratori nel luglio scorso.
    «Stiamo cercando di costruire un emendamento di maggioranza o dei capigruppo che consenta di far corrispondere la delibera presentata dal Comune di Genova sugli indirizzi per la trattativa dell’ingresso di Iren in Amiu all’accordo sindacale siglato a luglio». Lo afferma Corrado Cavanna, Fp Cgil, oggi pomeriggio in Commissione comunale a Genova nel corso della discussione sulla delibera che contiene le linee guida per la trattativa con Iren nel processo di privatizzazione dell’azienda pubblica genovese che gestisce il ciclo di rifiuti e che nelle prossime settimane dovrà essere votata dal Consiglio comunale. «Abbiamo in corso un processo di confronto con l’amministrazione – prosegue Cavanna, come riportato dall’agenzia Dire – perché la delibera non corrisponde all’accordo di luglio, anzi lo nega in radice. Ma potremmo dare un giudizio definitivo e sereno solo al termine delle trattative». Ancora più duro Umberto Zane, Fit-Cis: «Questa è un’operazione finanziaria fatta alle spalle dei lavoratori e dei cittadino perchè il Comune non controllerà più la tariffa ma sarà Iren, come ha già fatto con l’acqua; inoltre il modello di raccolta indifferenziata di Iren è completamente diverso da quello che sta programmando Amiu»

    I nodi venuti al pettine

    Oltre al mancato mantenimento della maggioranza pubblica di Amiu, che vedrebbe il definitivo ingresso di Iren oltre il 51% entro la fine dell’anno, noti i punti del contendere. Innanzitutto la proposta di ridurre da 30 a 10 anni la spalmatura sulla tariffa dei rifiuti per rientrare degli extra-costi dovuti alla messa in sicurezza della discarica di Scarpino e al trasporto dei rifiuti fuori Regione: i sindacati chiederebbero una via di mezzo, con la spalmatura dei costi fino al 2028. «Stiamo cercando di ridurre il periodo di rientro da 30 a 10 anni, evitando che questo generi ricadute in tariffa particolarmente pesanti per i cittadini – spiega l’assessore comunale all’Ambiente, Italo Porcile se si riuscisse nell’obiettivo, se ne avrebbe un oggettivo beneficio per il valore dell’azienda. Presenteremo degli scenari a riguardo».

    Difficile, invece, che il Comune accolga le richieste dei sindacati sulla formalizzazione del prolungamento del contratto di servizio per Amiu, in scadenza al 2020, prima della fine della trattativa con Iren. I sindacati chiedono anche la stabilizzazione di 31 precari «perché non ci possiamo permettere di trattare la questione per la terza volta. La trattativa a riguardo si è chiusa nel 2015». I rappresentanti dei lavoratori chiedono anche garanzie sul fatto che Amiu diventi player della gestione dei rifiuti almeno in tutto l’ambito della Città metropolitana genovese e che il ciclo dei rifiuti sia chiuso all’interno della stessa area. «La chiusura del ciclo a Genova determina il valore della società – risponde Simone Farello, capogruppo Pd in Consiglio comunale – ma oggi Amiu non è in grado di chiudere il ciclo, neanche se si riapre Scarpino; ci vogliono impianti e soldi, e Amiu da sola non li ha». Note anche le differenze tra quanto previsto nell’attuale delibera e quanto concordato in precedenza con i sindacati in termini di governance: «Il presidente espresso dal Comune non conta nulla – spiega Cavanna – mentre l’amministratore delegato espresso da Iren conterà su tutto, anche sulla determinazione della tariffa».

    Infine, i sindacati contestano il piano industriale ottimizzato allegato alla delibera, che preoccupa anche il consigliere delegato all’Ambiente della Città metropolitana, Enrico Pignone: «Oltre a non corrispondere a quanto votato dal Consiglio comunale e scritto nel piano industriale di Amiu – afferma il consigliere, come riportato dall’agenzia Dire – si tratta di previsioni di trattamento dei rifiuti congiunti differenziati-indifferenziati che non sono consentiti dalla normativa nazionale». Per Cavanna, addirittura, questo comporterebbe «il compimento di un reato di natura ambientale, che è ciò che ha già portato alla chiusura e al sequestro della discarica di Scarpino». Benché piuttosto sostanziali, per l’assessore Porcile si tratta solo di «4-5 punti su cui stiamo ragionando, questo è il primo di almeno tre passaggi in Consiglio comunale: non mi pare si possa dire che il Consiglio non abbia avuto spazio di condivisione rispetto a questa operazione» e ostenta ottimismo per una positiva chiusura della trattativa, attualmente in corso nella sede del Comune di Genova, ma che certamente proseguirà anche nei prossimi giorni. «Iren e Amiu stanno già trattando da un pezzo – conclude Umberto Zane, Fit-Cisl – questa delibera che dà mandato al Comune a trattare con Iren è di fatto superata». 

  • Neve, allerta gialla a Genova dalle 3 alle 12 di martedì 10 gennaio

    Neve, allerta gialla a Genova dalle 3 alle 12 di martedì 10 gennaio

    In seguito alla previsioni meteo da parte di Arpal Regione, è stato emesso bollettino di allerta gialla nivologico sul territorio del Comune di Genova dalle ore 3 alle ore 12 di martedì10 gennaio.

    Il Piano comunale di emergenza in caso di neve non prevede, per lo stato di allerta gialla, la convocazione del Coc, Centro operativo comunale. Il Comune di Genova ha previsto comunque un contatto costante con Amiu, Aster e Amt per monitorare l’evolversi della situazione. Rafforzata la presenza sul territorio della Polizia Municipale per eventuali peggioramenti delle condizioni meteo e allertate le squadre di volontari della Protezione civile. Insieme ad Amiu si è deciso di procedere alle salature delle strade su alcune alture e realtà collinari per evitare la formazione di ghiaccio

    Il comune di Genova ricorda che durante il periodo di allerta i cittadini sono tenuti ad adottare, in tutta la città, i comportamenti di autoprotezione. Tutte le ordinanze e le norme di autoprotezione sono disponibili sul sito www.comune.genova.it

    Le informazioni e gli aggiornamenti ufficiali sono divulgati attraverso: pannelli luminosi stradali disposti lungo la viabilità principale e paline alle fermate Amt; sito del Centro Funzionale di Protezione Civile della Regione Liguria; sito del Comune di Genova; servizio gratuito di allerta meteo via sms.

    Foto Cebete
  • Via Buozzi, entro metà gennaio parcheggio di interscambio operativo. Deposito metro raddoppiato. Dettagli e modifiche del progetto

    Via Buozzi, entro metà gennaio parcheggio di interscambio operativo. Deposito metro raddoppiato. Dettagli e modifiche del progetto

    parcheggio-interscambio-buozzi-metro-matitoneDopo anni di cantieri e dopo uno lungo stop dovuto al fallimento della ditta appaltatrice, i lavori per il parcheggio di interscambio di via Buozzi stanno volgendo al termine. Entro il 15 gennaio, quindi, le prime autovetture potranno varcare la soglia della piastra ricavata sulla copertura del nuovo deposito Amt per le vetture della metropolitana. Si chiude in questo modo uno dei più grandi cantieri aperti negli ultimi anni nel cuore della città, e che potrebbe cambiare volto a tutta la zona di Di Negro.

    Il parcheggio di interscambio

    Il progetto, partito nel 2010, come Era Superba ha documentato in questi anni, ha subito diverse modifiche in corso d’opera, mantenendo, però, la principale destinazione d’uso: un grande parcheggio di interscambio che permettesse ai cittadini e turisti di lasciare la propria autovettura per raggiungere il centro con i mezzi pubblici. In queste ore Aster sta ultimando la tracciatura delle aree di sosta: gli stalli dedicati all’interscambio sono 135, a cui si aggiungono tre parcheggi dedicati ai disabili e 32 ai residenti. Questi ultimi saranno assegnati attraverso un bando municipale, secondo il regolamento comunale vigente, basato principalmente sull’Isee, dietro il pagamento di un canone mensile di 60 euro. In un secondo momento sarà aperta anche l’area più a levante, che garantirà altri 40 stalli. Le tariffe di sosta rispetteranno la divisione zonale prevista per questo area della città, e cioè 1,5 euro l’ora; per i possessori di abbonamento annuale Amt la sosta sarà gratuita, ed è allo studio un sistema per estendere questa possibilità anche ai possessori di abbonamento mensile. Sarà inoltre possibile accedere al prezzo forfettario di 6 euro, comprensivo di titolo di viaggio Amt, per una sosta di 24 ore. La logica dell’interscambio è garantita dal fatto che questo parcheggio sorge a poche decine di metri dal casello di Genova Ovest, ed è direttamente connesso con la linea bus e metro di Amt: l’accesso lato mare alla stazione Di Negro della metropolitana sarà messo in funzione in concomitanza con l’apertura dell’area di sosta.

    Deposito Metro

    Come è noto, il parcheggio di interscambio è stato ricavato sul “tetto” che copre il nuovo deposito della metro, realizzato nello spazio che Comune di Genova ha acquistato da Rfi. Il deposito è stato progettato pensando allo sviluppo futuro della rete metropolitana genovese: «Il vecchio deposito poteva contenere 18 treni – spiega l’assessore alla Mobilità del Comune di Genova Anna Maria Dagnino – con il nuovo allestimento, che terminerà nei prossimi mesi, oltre a questi, potranno essere “parcheggiati” i 7 treni già ordinati, e in più altri eventuli 12». Una capienza che dovrebbe essere sufficiente a garantire i numeri per l’allungamento della rete della metro genovese fino a San Martino, ipotesi di cui si parla da molto tempo. «Genova è una città con pochissimi spazi – sottolinea Dagnino – a differenza delle altre grandi città italiane dotate di metropolitana»; questo nuovo deposito rappresenta, quindi, la soluzione di compromesso tipica del tessuto urbano della nostra città

    L’evoluzione del progetto

    parcheggio-interscambio-buozzi-belvedereL’idea del parcheggio di interscambio è nata insieme al progetto del nuovo deposito nel 2010; durante gli anni il disegno ha avuto qualche modifica in corso d’opera per adeguare la struttura alle cambiate normative comunitarie e nazionali e per rispondere a rinnovate esigenze di programmazione urbanistica. La pista ciclabile, ad esempio, inizialmente non era prevista: «Nel progetto iniziale non c’era – spiega l’assessore – ma l’abbiamo inserita per rispettare le normative sulle nuove strade e soprattutto per aggiungere un pezzo importante del “puzzle” ciclabile cittadino». Un disegno che, tassello dopo tassello sta diventando realtà, non senza qualche criticità e qualche polemica: «Con Autostrade stiamo lavorando per trovare una soluzione di attraversamento ciclabile della nuova rotatoria realizzata davanti al Terminal Traghetti, costruita dall’azienda su un progetto non aggiornato in tal senso». In questo modo si potrà “portare” la pista ciclabile fino a Sampierdarena. Anche dal punto di vista dell’arredo urbano, il progetto è stato aggiornato cammin facendo: «Insieme alla Sovraintendenza pensato a mettere a dimora una serie di piante che, una volta cresciute, faranno il paio con quelle già presenti sul lato a monte della strada – continua Anna Maria Dagnino – mentre è già pronto un piccolo belvedere aperto a tutti a metà del parcheggio». Non realizzate, invece, le passerelle pedonali inizialmente previste e che avrebbero dovuto collegare i due lati di via Buozzi e l’area del parcheggio con la passeggiata a mare

    Nei primi giorni del prossimo anno, quindi, diventerà operativo il più grande parcheggio di interscambio della nostra città: un’area pensata sia per i pendolari sia per i turisti che raggiungono la città con mezzi privati. Ma non solo: gli stalli dedicati ai residenti, anche se non risolveranno il problema della sosta, sicuramente daranno una mano a rendere maggiormente vivibile una parte della città trascurata per troppo tempo. Per il deposito della metro dovremo aspettare ancora qualche mese, ma fin dalle prime ore del 2017 Genova si sveglierà, sempre con i suoi problemi, ma un po’ più grande e spaziosa.

    Nicola Giordanella

  • Vittime della Tratta, coperto il 2016, Regione Liguria a caccia di finanziamenti per il 2017, in attesa di risposte dal governo

    Vittime della Tratta, coperto il 2016, Regione Liguria a caccia di finanziamenti per il 2017, in attesa di risposte dal governo

    Una ProstitutaContinuano i dissapori tra Comune di Genova e Regione Liguria; questa volta oggetto del “litigio” sono i progetti relativi al sostegno delle donne vittime della tratta: dopo l’esclusione dal bando nazionale di luglio, Regione Liguria ha messo sul piatto 40 mila euro per “coprire” il 2016, ma le incognite rimangono per il 2017. «Insieme ad altre regioni parimenti escluse dal bando stiamo lavorando per ottenere soldi dal governo – dice Sonia Viale, assessore regionale alla Sanità e alle Politiche Sociali – ma sicuramente la situazione politica nazionale non aiuta».

    «La situazione è molto complicata su ogni livello – aveva dichiarato in Sala Rossa l’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Genova, Emanuela Fracassia livello nazionale possiamo considerare il muoversi attraverso bandi una cosa non positiva, visto che penalizza i progetti già in essere. Siamo rimasti esclusi insieme a Piemonte e Città di Milano, paradossalmente le realtà più avanti su questa materia». Il prossimo bando nazionale è atteso per il 2018, e sarà costruito a riparti regionali: «Una buona cosa, senza dubbio – ha aggiunto Fracassi – perché oggi Comune di Genova investe 250 mila euro all’anno». E perdere i finanziamenti statali, nuovamente, potrebbe significare la fine dei progetti di asssitenza.

    La realtà genovese

    A Genova sono 45 le donne seguite dal progetto nel 2015, insieme a 13 minori; oggi è in corso assistenza per 6 persone e 4 nuclei familiari. Spesso la rete della “tratta” si interseca con altre problematiche come, soprattutto, l’immigrazione clandestina e la prostituzione, che foraggia la criminalità organizzata, anche a livello internazionale: tenere in piedi questi progetti, quindi, significa anche erodere il terreno “vitale” della malavita.

    «Siamo in attesa di risposte dal dipartimento nazionale competente, perché il bando che abbiamo perso era una novità che ha ostacolato anche altre regioni – conclude Viale – non mi piace il gioco dello scarica barile tra Comune, Città Metropolitana e Regione, deve essere messo da parte». La palla quindi passa al governo, e di questi tempi la cosa non è di certo rassicurante.

    Nicola Giordanella

     

  • Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    Vespasiani, a Genova si può fare “pipì” gratis in 117 bagni pubblici. Ecco la mappa, quartiere per quartiere

    © Simone D'Ambrosio
    © Simone D’Ambrosio

    Vespasiano, lurido e fetente angolo di mondo dedicato alla minzione maschile, io ti amo. Da sempre il cesso pubblico suscita in me un sentimento di rispetto e ammirazione, innanzitutto per la sua forte funzione sociale, sintetizza in sé l’egualitarismo e la democrazia: è un servizio pubblico gratuito per uomini di tutte le età, etnie, religioni ed estrazioni sociali. Nei momenti di incontenibile bisogno, scorgerne uno in lontananza è come trovare un cadeau inaspettato la mattina appena sveglio. Il vespasiano è il lato oscuro e deviato dei cartigli del bacio perugina, una bacheca gratuita a cielo aperto dove poter leggere l’aforisma del giorno, le diverse dichiarazioni di amore etero e non, l’invito a partecipare a pratiche sessuali all’avanguardia.

    Il vespasiano è da sempre una vetrina sui lati chiaroscuri del mondo, un narratore di storie, una piccola scatola del tempo. Ed è anche per questi motivi che va tutelato, salvaguardato e mantenuto. Senza i bagni pubblici, si dovrebbe ricorrere sempre alla scusa del caffè per poter utilizzare il bagno del primo bar intercettato in caso di impellente bisogno fisiologico (nella speranza di non incappare in quelli che ne sono privi o che lo dichiarano guasto).

    Purtroppo però, come ogni bene pubblico che non garantisce un introito economico ma esclusivamente una spesa per le sempre più avvizzite casse comunali, il bagno pubblico spesso si presenta in condizioni penose: intasato, allagato da liquami di origine organica e fonte di miasmi raccapriccianti che costringono l’utilizzatore a trattenere il respiro manco stesse partecipando a una gara di apnea profonda.

    La recente rimozione dei vespasiani del lato ponente di piazza Caricamento è stata allo stesso tempo una vittoria e una sconfitta per la città. Una vittoria perché quei “cessi” a cielo aperto versavano in condizioni di incuria indecente da tempo immemorabile, causando non pochi problemi ai ristoratori della zona, soprattutto a causa dei miasmi che, complice la vicinanza (non troppo sensata) con i bidoni della nettezza urbana, erano insopportabili. Nei mesi estivi, in pieno boom turistico, gli effluvi erano capaci di allontanare dai dehors dei ristoranti di Sottoripa orde di turisti famelici proprio come farebbe una boccetta di raid concentrato con un nugolo di zanzare. Non proprio un buon biglietto da visita per la città. Genova more than this verrebbe da dire. Ma la loro rimozione è stata anche una sconfitta perché, pur versando in una situazione tale da non essere più recuperabili, Genova ha perso un piccolo presidio di civiltà e un prezioso servizio pubblico per genovesi e turisti.

    La mappa dei Vespasiani di Genova

    Ma dove sono tutti questi bagni pubblici e gratuiti cittadini? Iniziamo col dire che ce ne sono ben 117 sparsi per tutta la città. Di questi sono solo 15 e maldistribuiti quelli autopulenti e si presentano come una specie di monolite di cemento in cui si ha il timore di entrare per la paura di non uscirne più. Al momento, secondo i dati forniti da Amiu, 5 vespasiani sono fuori uso temporaneamente per manutenzione: 3 classici (mercato di via della Libertà, villa Imperiale, via Bottini angolo via Isonzo) e 2 autopulenti (viale Nazario Sauro, piazzale Emilio Guerra).

    Dando un veloce sguardo d’insieme alla mappa risulta evidente come la concentrazione di questi servizi pubblici sia maggiore nelle aree più densamente popolate: il municipio Centro Est con 25 vespasiani di cui 6 autopulenti e la Media Val Bisagno con 22 ma solo due autopulenti. Ben messo anche il Municipio Levante con ben 19 strutture ma una sola autopulente. Si passa poi a Sampierdarena con 12 vespasiani di cui 2 autopulenti. Segue la Valpolcevera con 11 bagni di cui uno che si pulisce da solo e il Medio Levante con 8 di cui 3 autopulenti. Infine, i municipi Ponente, Bassa Val Bisagno e Medio Ponente rispettivamente con 9, 6 e 5 Vespasiani ma nessuno autopulente.

    Marco Castagna, presidente di Amiu, sottolinea come la manutenzione di questi bagni pubblici sia spesso un problema per i dipendenti dell’Azienda Multiservizi di Igiene Urbana: «Purtroppo la pulizia dei vespasiani è difficoltosa, nel senso che dovrebbero esserci degli addetti alla manutenzione dei bagni pubblici attivi 24 ore su 24 per garantirne una condizione decorosa, il che è ovviamente impossibile, soprattutto per quanto riguarda i vespasiani liberi, che vengono utilizzati continuamente e per tutto l’arco della giornata».

    L’amministrazione pubblica ha, infatti, deciso di continuare a puntare su questo servizio. Recentemente è stata fatta una mappatura di tutti i vespasiani operativi sul territorio di Genova (senza la quale non sarebbe probabilmente neppure stato possibile abbozzare questa mappa) con l’obiettivo di recuperare quelli in condizioni decenti e chiudere o sostituire quelli che sono arrivati al capolinea. Sembra strano (o forse no) ma fino a poco tempo fa, il Comune non conosceva il numero esatto dei vespasiani in funzione.

    Come potrete immaginare, non ci è stato possibile verificare lo stato di ciascun vespasiano in città. Per questo chiediamo la vostra collaborazione. Mandateci le foto dei bagni pubblici che avete sotto casa o che incontrate ogni giorno sul vostro cammino (via mail a redazione@erasuperba.it, sulla nostra pagina Facebook o via Twitter @EraSuperba). Così potremo completare al meglio le informazioni della mappa e aiutare il Comune a effettuare un’operazione di manutenzione e rilancio dei vespasiani funzionanti che sarebbe già nelle corde dell’assessore all’Ambiente, Italo Porcile.

    Come? Una buona idea, in caso di ristrutturazione di quelli già presenti, potrebbe essere quella di dotare i bagni pubblici di condotte di scarico più grandi e meglio protette in modo da scongiurare i dannosi intasamenti. Nel contempo, noi auguriamo ai vespasiani una lunga e prospera esistenza.

     

    Andrea Carozzi

  • Weekend a Genova, tutti al Buridda per il Critical Wine

    Weekend a Genova, tutti al Buridda per il Critical Wine

    critical wineLa lunga attesa è finita: quello alle porte è il weekend del Critical Wine al laboratorio sociale Buridda, ormai un’istituzione nell’autunno genovese che giunge quest’anno alla 12ª edizione e raduna una cinqunatina di produttori indipendenti, in arrivo da ogni angolo d’Italia e, addirittura, dalla Francia.

    Due giorni, sabato 12 e domenica 13 novembre, per raccogliere idee ed esperienze che favoriscono la partecipazione sociale, per poter ricostruire pratiche di vita collettiva che conducano a una ridiscussione dei consumi e delle relazioni sociali. Piccoli produttori di vino e contadini racconteranno le loro storie di vita e offriranno i prodotti della loro terra. A fare da prologo, già nella serata di venerdì alle ore 18, l’incontro tra ribelli della terra dal titolo “Comunità autogestite tra campagna e città: facciamo rete!”.

    Festa della ZuccaAltro appuntamento classico nell’autunno genovese è quello con la Festa della Zucca a Murta, in Val Polcevera: si inizia sabato 12 e domenica 13 novembre ma si proseguirà anche il prossimo weekend, con gli immancabili stand gastronomici aperti a pranzo e cena e la mostra delle zucche più grosse, più lunghe, più strane e più belle che si siano mai viste.

    Tornando alla serata di venerdì, alla Sala Modena del Teatro dell’Archivolto, il concerto di Dente, uno dei cantautori italiani più apprezzati della nuova generazione. Per l’artista, Giuseppe Peveri all’anagrafe, si tratta dell’occasione per presentare il suo nuovo album “Canzoni per metà”: ad accompagnarlo, sul palco del Modena, la band Plastic Made Sofa. Un altro album che si svela oggi, addirittura in anteprima, è quello del genovese Mladen, che al Teatro Altrove porta i brani del suo nuovo lavoro, “Indistruttibile”.

    elisaE per finire la rassegna dei concerti in programma a Genova, vale la pena fare un passo avanti di qualche giorno perché martedì prossimo, il 15 novembre, il 105 Stadium della Fiumara apre i battenti per Elisa e il suo “ON Tour”, dal nome dell’omonimo disco che ha segnato il ritorno alla lingua inglese per la cantante veneta arrivata ormai a festeggiare i vent’anni di attività.

    Il berretto a sonagliRestiamo sui palchi, ma per parlare di teatro. alla Corte, fino a domenica, va in scena “Il berretto a sonagli”, grande classico di Pirandello che rivive nella versione firmata dal regista Sebastiano Lo Monaco, che è anche attore protagonista insieme a Maria Rosaria Carli, Clelia Piscitello, Viviana Larice, Lina Bernardi, Rosario Petix, Claudio Mazzenga e Maria Laura Caselli. Sempre a proposito del Teatro Stabile, lunedì alle 18 l’ultimo appuntamento con il ciclo di letture “Le grandi parole”, ancora alla Corte: titolo dell’incontro “Il porto di casa mia: Govi e il mar Ligure” con Vito Molinari, Marco Salotti e letture di Aldo Ottobrino.

    Domenica, infine, un avvicendamento tra le mostre ospitate dai palazzi e dai musei genovesi: ultimo giorno per visitare “Gli eroi del calcio” che chiude i battenti domenica, ai Magazzini del Cotone; e debutto di “Laura Zeni. Passwor(l)d” alla Galleria d’Arte Moderna di Nervi. Proseguono invece le mostre di Palazzo Ducale che presenta “Warhol. Pop Society” e gli scatti di Helmut Newton; le Collezioni Tessili del Settecento esposte a Palazzo Bianco, l’“Antologia della pittura giapponese” al Museo di Arte orientale di Villetta Di Negro e  “Genova tesori d’archivio” al complesso monumentale di Sant’Ignazio.

    Marco Gaviglio

  • Ordinanza anti movida, la marcia degli esercenti sotto Tursi trova una “apertura” del sindaco

    Ordinanza anti movida, la marcia degli esercenti sotto Tursi trova una “apertura” del sindaco

    dscn5135Sono scesi in piazza sotto i colori di Confesercenti e Ascom i titolari e i dipendenti dei locali del centro storico di Genova con l’obiettivo di chiedere al sindaco Marco Doria la revisione dell’ordinanza anti movida. «Abbiamo raccolto più di 4500 firme contro l’ordinanza e le consegneremo al sindaco, perché la questione va ridiscussa e rivista», racconta Marina Protto, una delle promotrici della manifestazione .

    «Quest’ordinanza ha portato tanto nocumento al tessuto economico del centro storico e ai giovani genovesi – sottolinea Alessandro Cavo, presidente FEPAG (Federazione Esercizi Pubblici Associati Genova) – perché si sono colpiti tutti gli esercizi del centro storico, tra cui sicuramente quelli che lavorano male e in maniera irregolare, ma soprattutto quelli che hanno investito e che portano luce e presidio in questo città. Noi chiediamo al sindaco di rivedere l’ordinanza e di collaborare con noi per trasformare la movida in un movimento controllato non caciarone e nel quale chi lavora bene e secondo le regole non venga penalizzato».

    La “marcia” su Tursi

    La manifestazione, nata sulla raccolta firme “Nessuno spenga la vita in centro storico”, chiede al sindaco Marco Doria di rivedere l’orario di chiusura imposto ai locali, nonché una maggiore presenza di forze dell’ordine nelle zone d’ombra. L’ordinanza, che prevede la chiusura dei locali all’una di notte dalla domenica al lunedì, e alle 2 di venerdì, sabato e prefestivi, secondo i promotori della manifestazione, Fepag-Ascom e Fiepet-Confesercenti, Arci e #Orabasta, oltre a danneggiare gli esercenti, sta spegnendo l’aggregazione sociale nel centro storico. Secondo le associazioni di categoria, i locali del centro storico a causa di questa normativa hanno perso dal 15 al 20% del guadagno. Per diversi esercenti intercettati durante la manifestazione, le perdite arrivano anche al 30-40%, soprattutto per i locali notturni. «Spesso ci troviamo a dover mandare via la gente o a non farla entrare – racconta il titolare del “Little Italy” di Canneto il Lungo – siamo un locale che ha sempre lavorato nella seconda parte della serata e questa ordinanza ci sta togliendo clienti e lavoro, siamo stati già multati per avere abbassato le serrande alle 2.10, ci stanno toccando il lavoro e questo non va bene, la legge va cambiata».

    All’interno di una crisi economica che non sembra avere fine e in una città dove il mondo del lavoro è in agonia e prossimo alla morte, l’ordinanza anti-movida, fortemente sostenuta dal primo cittadino, sta minando, e non poco, anche la qualità e la quantità di lavoro dei dipendenti dei locali della città vecchia. «Le entrate sono calate parecchio – ci racconta un ragazzo che lavora in un noto locale di piazza delle Erbe – di conseguenza a noi dipendenti sono state tagliate le ore ed alcuni sono stati anche lasciati a casa, per non parlare delle forti difficoltà che stanno affrontando i locali che lavorano in seconda serata, che stanno pensando di chiudere i battenti o di cedere la gestione».

    L’apertura del sindaco Marco Doria

    Dopo il corteo, che ha portato la manifestazione fin sotto il municipio, l’incontro dei rappresentanti con il sindaco. Un incontro durato più di un’ora che qualcosa forse ha smosso: «Se da altri cittadini ho registrato valutazioni positive sull’ordinanza, soprattutto sulla questione minibar, da parte dei comitati abbiamo ricevuto critiche pesanti sugli orari stabiliti dall’ordinanza», ha sottolineato il primo cittadino a margine dell’incontro, senza però dimenticare di rimarcare che «quando è stata negata la sospensiva da parte del Tar, la motivazione del giudice è stata che con questo provvedimento si è agito cercando un equo contemperamento degli interessi in conflitto sulla movida». Le richieste degli esercenti però sono chiare e dirette: «L’ordinanza non è di per sé perfetta e immodificabile – ha risposto il sindaco – c’è spazio per un lavoro di miglioramento, l’amministrazione non è sorda». Una prima apertura potrebbe arrivare proprio sugli orari, diversificando quelli di apertura e quelli di somministrazione delle bevande alcoliche. L’amministrazione ha confermato la visione di un centro storico abitabile e “lavorabile”, ma che garantisca anche una fruibilità al turista «che la domenica pomeriggio alle 16.30 trova molte, troppe saracinesche chiuse», ha concluso Doria. Sulla questione presidi notturni della forze dell’ordine, il sindaco ha confermato che il tavolo di lavoro con la Prefettura è aperto.
    L’ordinanza, ad oggi, mette in pericolo il lavoro non solo di chi gestisce un locale, ma anche di chi ci lavora come dipendente. La giunta prova a fare un passo indietro, cercando di salvare capra e cavoli: il tempo però scorre e le previsioni stanno diventando realtà.

    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    robotFondata a Genova nel 2000 con l’obiettivo di divulgare la cultura mediante l’istruzione e la passione è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo della didattica e della comunicazione della robotica. Partner di vari progetti europei tra cui “Roberta”, in risposta alla carenza di ragazze che si iscrivono a corsi di studi in settori tecno-scientifici, e “Robo-Didactics”, con l’obiettivo di realizzare una metodologia europea condivisa per l’introduzione dell’uso didattico della robotica nelle scuole. Organizzatori del primo simposio internazionale della roboetica che ha dato il via a questo settore di studi e dal quale nacque persino un documentario dal nome “Ciao, Robot” e riconosciuti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca come ente formatore ufficiale. Si definiscono dei “visionari” e il loro percorso è stato pieno di ostacoli. Di chi stiamo parlando? Della Scuola di robotica di Sampierdarena, eccellenza genovese che, come spesso accade, soprattutto nel campo delle scienze applicate, è sconosciuta ai più, soprattutto in ambito cittadino.

    «Scuola di robotica nasce grazie all’impegno di un ingegnere e di una filosofa, Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto – ci racconta Emanuele Micheli, vicepresidente dell’associazione – con l’obiettivo di coniugare la passione per la tecnologia con la passione per l’umanesimo e la volontà di riunire qualcosa che nel passato, purtroppo, sembra abbia preso percorsi diversi». Scuola di robotica nel tempo ha preso sempre più forma come entità di formazione per docenti. «Ovviamente la nostra mutazione prevede anche la divulgazione e quindi l’organizzazione di eventi pubblici, mostre, laboratori e anche la progettazione di nuovi strumenti», continua Micheli. «Abbiamo quindi tante facce, che però sono tutte figlie di quell’etica che Gianmarco e Fiorella hanno teorizzato alla fondazione, che ci porta poi nel mondo reale ad applicazioni che sono didattiche, di formazione e di aiuto per gli altri».

    Perché un’associazione dedicata alla robotica?
    «Perché la robotica è la vera frontiera tecnologica attuale ed è qualcosa che potrà cambiare radicalmente il nostro mondo. Dal punto di vista economico, industriale e aziendale è importantissimo avere generazioni di cittadini capaci di utilizzare tecnologie nuove e capaci di usarle in maniera creativa e non passiva. Se pensiamo agli anni novanta, la grande sconfitta in Italia e in Europa è stata quella di non capire la rivoluzione che internet avrebbe portato nella nostra economia. Se avessimo avuto dei visionari, dei tecnici capaci di capire le implicazioni sociali, etiche ed economiche di quello che stavano facendo, probabilmente l’Italia non avrebbe perso quel treno tecnologico. Scuola di robotica lavora in anticipo sui tempi cercando di far capire alla società che sta arrivando un nuovo fenomeno, ovvero la robotica, che rivoluzionerà ancora di più e con maggior impatto, e anche con maggiori pericoli, e l’unico modo per essere pronti è formare i bambini e le bambine».

    Quali sono le maggiori criticità che avete trovato nel vostro percorso?
    «Agli inizi le difficoltà maggiori erano di comunicazione e relazione. Portando innovazione, le persone tendevano a non capire quello che stavamo cercando di raccontare. Quindi, ci siamo dovuti porre dei problemi importanti per riuscire ad arrivare al cuore della società. Nel corso del tempo, Scuola di robotica è cresciuta nei lavori internazionali fino ad avere cinque progetti europei attivi, una quantità enorme per una piccola associazione. Finalmente, adesso iniziano ad ascoltare il nostro messaggio anche in patria e si possono vedere riforme del ministero dell’Istruzione in cui vengono citate alcune nozioni sviluppate da noi».

    Di che cosa vive Scuola di robotica?
    «Scuola di robotica si fonda sulla formazione che diamo ai docenti e poi riceviamo i finanziamenti dei progetti europei, quasi tutti legati alla formazione e all’apprendimento. Lavoriamo poi con le disabilità cognitive e soprattutto con l’autismo cercando di studiare che cosa succede quando i ragazzi interagiscono con queste macchine e facendo in modo che la macchina sia uno strumento per migliorare l’interazione tra l’educatore e lo studente. Stiamo realizzando anche un gioco pensato per bambini con disabilità cognitive dai sei ai dieci anni da utilizzare nei centri di educazione e di formazione e i primi riscontri sono molto positivi e incoraggianti».

    Parliamo del vostro logo creato da Lele Luzzati, genovese doc.
    «Luzzati ha conosciuto Gianmarco e Fiorella proprio perché avevano bisogno di qualcuno che rappresentasse tutti questi concetti e chi meglio del maestro Luzzati poteva farlo a Genova. Il maestro rispose immediatamente alla loro richiesta e creò non solo il nostro logo ma anche quello dedicato alla roboetica. In questo logo è rappresentato l’amore per l’arte, l’amore per l’umanesimo e il bisogno di dare alla tecnologia la centralità dell’essere umano. Per noi non è sostituibile ed è qualcosa che ci ha legato fin da subito alla nostra città».

    È stato difficile nascere e crescere nel contesto genovese?
    «È stata sicuramente dura; oggi non è più così perché ci sono delle realtà cittadine che ci comprendono e ci aiutano, penso al “Festival della scienza”, alla biblioteca De Amicis e al museo Luzzati. Altri partner importantissimi per noi sono la cooperativa “Il Laboratorio” che ci ha consentito di aprire il “Madlab”, uno spazio dedicato alla formazione sulla stampa 3d e alla digital fabrication aperto in via della Maddalena, all’interno di un percorso di riqualificazione territoriale e dedicato alla formazione di tutti, in particolar modo ai ragazzi della cooperativa che sono usciti per vari motivi dalla scuola dell’obbligo».

    Che cosa offre e cosa potrebbe offrire Genova alla robotica?
    «A Genova ci sono moltissimi enti che si occupano di robotica. Scuola di robotica sta cercando di rendere la robotica accessibile a tutte le persone, questo è quello che ci contraddistingue. Per noi lavorare sul territorio non vuol dire pensare ai grandi ambienti di ricerca ma lavorare con la città e i cittadini. Una ricerca lontana dalla società è una ricerca inutile e invece deve avere delle conseguenze dirette sulla realtà».

    Come potrebbe influire la robotica nella città di Genova?
    «Creare posti di lavoro, sostanzialmente. Bisogna puntare sull’imprenditorialità e sulla creatività dei ragazzi. Dobbiamo credere nel settore della robotica nautica, fondamentale per la città anche se ancora non abbastanza sviluppato. In Italia abbiamo l’artigianato migliore, le menti migliori e le mani migliori ma se non guardiamo come va il resto del mondo verremo superati e il danno maggiore sarebbe la perdita di qualità. Invece, dobbiamo essere paladini della qualità, dell’eleganza, della bellezza di cui l’Italia fortunatamente è ancora custode. Purtroppo questo disinteresse rispetto al nuovo non ci consente di aggiornare questa eleganza e questa bellezza. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato internet nel Rinascimento, per esempio, magari sarebbe stato più elegante, più bello. Uno dei nostri obiettivi è quello di recuperare questo gusto per la bellezza».

    Gianluca Pedemonte