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  • Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Storia di Genova: Garaventa, la famigerata nave scuola

    Nicolò Ggaraventa

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    Garaventa, toponimo sconosciuto nella memoria delle giovani generazioni, ma che padri e nonni ricordano ancora con  disagio, quello che seguiva la minaccia di essere mandati a sperimentare la rigida educazione della famigerata nave-scuola, se non si tenevano comportamenti corretti. Questa istituzione prende il nome dal suo fondatore, Nicolò Garaventa (Uscio 1848-Genova 1917), insegnante di matematica del Liceo Andrea Doria, appartenete ad  una famiglia di filantropi che annoverava, tra gli avi, don Lorenzo, ispiratore delle prime “Scuole della carità”, opere pie che si facevano carico dell’istruzione dei ragazzi abbandonati alla mercé della strada. Memore del motto del suo antico congiunto “ubi caritas, ibi Deus” (dove c’è la carità, c’è Dio), decise di offrire una chance di vita migliore a tanti poveri orfanelli,  a fanciulli di famiglie indigenti, ad adolescenti problematici figli di prostitute o di detenuti: li raccoglieva sulla spianata dell’Acquasola e, parlando loro in dialetto per farsi ben intendere, li convinceva ad aderire alla sua iniziativa ed a frequentare quella primitiva “officina” che aveva sede poco distante, in una specie di catapecchia, fatta di semplici assi di legno.

    Qui, dal 1° dicembre 1883, i ragazzi si riunivano per fare piccoli lavori ma, soprattutto, si impegnavano nell’apprendere un mestiere che avrebbe costituito il passaporto per il reinserimento nella vita sociale. Fu solo nel 1892, in occasione dell’esposizione colombiana, che gli venne offerta una vecchia nave a vela, quale sede per la sua scuola, sede trasferitasi, l’anno successivo, sul brigantino Daino, ribattezzato” Redenzione”, ancorato al Molo Giano, una vecchia nave dismessa dalla Marina Militare Sarda (varato 1844-demolito 1900). Fu qui che l’istituzione assunse la vera veste di collegio galleggiante, una “fucina di salvezza”, basata sui principi disciplinari e morali della marineria.

    Contraddistinti da una divisa militare, i giovani garaventini, impegnandosi nello studio e nel lavoro, passavano le loro giornate a bordo, giornate  che iniziavano, all’alba, adempiendo al rito dell’alzabandiera con tanto di picchetto e di musica e, alla sera, si concludevano con  quello  dell’ammaina. Il progetto, inizialmente, suscitò molte perplessità  in merito alla validità delle regole educative, ma la tenacia del suo ideatore, che continuava, instancabilmente, a girare nei quartieri più poveri in cerca di nuovi adepti, sempre fedele alla sua filosofia  di “prevenire e redimere”, divenne, in seguito, un modello imitato da altri in Italia e all’estero.

    Si stima che siano passati, per i ponti della nave-scuola, dal momento della sua fondazione fino alla sua definitiva chiusura nel 1977, più di dodicimila ragazzi, in un’età compresa tra i 6 e i 17 anni.

    Nel suo lungo cammino, altre imbarcazioni divennero la casa-rifugio  dei giovani. Nel 1904, infatti,  i ragazzi vennero trasferiti su una cannoniera in disarmo, il Sebastiano Veniero, che, però, venne affondato sotto il bombardamento inglese del  1941  e i garaventini vennero ridistribuiti nei vari collegi cittadini. Solo nel 1951, fu messo a disposizione un nuovo natante, l’ex posamine Crotone, ormeggiata a Calata Gadda. Da quell’anno la direzione passò a Carlo Peirano, dopo essere passata ai figli di Garaventa, Giovanni e Domingo, che la mantenne fino al 1975, quando la scuola venne commissariata e dopo due anni chiusa definitivamente.

    Chissà quante storie vi potrebbero raccontare quei fanciulli di ieri, oggi ingrigiti dal tempo, o lo stesso don Andrea Gallo, figura nota nella nostra città, per l’impegno che profonde nella lotta alla tossico-dipendenza, che visse, in questa struttura, una breve esperienza, quale Cappellano,  storie che potrebbero incominciare con “c’era una volta una nave un po’ speciale…” e concludersi con “La Garaventa è ferma nel porto, ferma da anni, immobile nel tempo, fissata alla terra da forti gomene e al fango del fondo da grosse catene..” (Anton Virgilio Savona).

     

    Adriana Morando

     

  • Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Lega Nord: la resa dei conti dopo lo scandalo Belsito – Mauro

    Francesco BelsitoLega Nord dalle stalle alle stelle. Fino all’altro giorno sembrava che il movimento avesse subito un colpo durissimo, dopo che era venuto fuori ciò su cui stavano lavorando i magistrati: vale a dire, come ormai tutti sanno, che il tesoriere del partito, Francesco Belsito, concedesse a amici e colleghi di partito, per uso privato, il denaro ricevuto grazie al finanziamento pubblico (cioè i soldi delle nostre tasse che i partiti si intascano con il pretesto dei rimborsi elettorali).

    Bossi si sarebbe ritrovato parte della casa ristrutturata (ma a sua insaputa); al suo degno erede, il “Trota”, sarebbe stato pagato un diploma, varie multe e altre spese grandi e piccole; e la vicepresidente al senato Rosi Mauro avrebbe comprato una laurea e regalato una ricca consulenza (proprio presso la vicepresidenza del senato) al fantomatico Pier Moscagiuro, ex-poliziotto, body-guard e presunto amante della Mauro, con alle spalle una gloriosa carriera canora sigillata dal successo discografico “Kooly Noody”, incisa in coppia con Enzo Iacchetti.

    Poi, come per incanto, la Lega stupisce tutti: Bossi annuncia il ritiro, il Trota si dimette dal consiglio regionale e parte un processo di rinnovamento interno. Il 10 aprile scorso, a Bergamo, si tiene una grande manifestazione di militanti: tra cori e scope padane, Maroni è incoronato virtualmente nuovo leader e promette subito di “dimettere” la Mauro, fischiata dai partecipanti e additata da tutti come mela marcia assieme all’ormai ex-tesoriere Belsito.

    E’ a questo punto che i giornali cominciano a sperticarsi in elogi. Il Corriere della Sera non aveva lesinato panegirici all’Umbèrt dimissionario, spacciato da Pierluigi Battista come il grande statista che impose la “questione settentrionale”. Persino due giornalisti che non avrebbero alcun motivo per essere teneri con la Lega, Maurizio Belpietro e Marco Travaglio, riconoscono pubblicamente la capacità di mobilitazione del popolo leghista, la correttezza della scelta delle dimissioni dei coinvolti e il giusto istinto di pulizia e rinnovamento. Insomma, la Lega travolta dallo scandalo riesce a dare lezioni di moralità.

    Ora, con il precedente di un personaggio che non si è mai dimesso da presidente del consiglio pur con una ventina di processi alle spalle e con accuse a carico di rapporti mafiosi, riciclaggio, corruzione e abuso d’ufficio, è indubbio che colpisca favorevolmente il fatto che si dimetta spontaneamente un Trota qualsiasi, benché non indagato e accusato al più di aver speso soldi del partito per motivi personali. Detto questo, però, bisogna dare alle cose il loro giusto peso.

    Lo scandalo che ha travolto la Lega è in realtà ordinaria amministrazione. Infatti, era piuttosto ovvio che il combinato di bilanci poco trasparenti e massicci finanziamenti pubblici e privati fosse finalizzato al mantenimento occulto di un blocco di potere: per quale motivo la politica si sarebbe costruita un sistema così munifico e opaco, se non ci fossero affari da nascondere?

    Al contrario molta liquidità a disposizione e scarsissimi controlli sulla spesa vanno a costruire la classica occasione che fa l’uomo ladro, laddove per lo meno non ci sia una saldissima integrità morale (ma su questo punto credo davvero che nessuno si facesse molte illusioni). Quindi era già tutto scritto. Per questo l’improvvisa indignazione dei grandi giornali fa un po’ sorridere (io stesso avevo toccato l’argomento mesi fa; ma è da anni che i radicali battono inascoltati su questo tasto).

    E stupisce anche la sorpresa dei dirigenti del Carroccio, Maroni in primis, come se fino a ieri avessero vissuto sulla luna. Il fatto poi che Belsito, Mauro e Renzo Bossi abbiano dovuto fare i conti all’interno del partito non con fantomatici “probi viri” o improbabili “commissioni di garanzia”, ma con una base di militanti organizzati – merce rara di questi tempi – può anche fare notizia, ma non sposta il punto della faccenda: la Lega rimane quello che è e nonostante gli sforzi non si trasformerà in un partito migliore.

    Innanzitutto perché i princìpi che ispirano il movimento erano e restano patacche clamorose, come ho già avuto occasione di dire in precedenza; poi perché quella che abbiamo visto andare in scena a Bergamo non è stata tanto un’opera di pulizia interna, quanto piuttosto la resa dei conti tra Maroni e i suoi avversari politici; infine perché i militanti saranno anche ben organizzati e fedeli, ma sono tutto sommato pochi e continuano a dimostrarsi ubriachi di folklore leghista e succubi dei loro leader. E se gli elettori “moderati”, come sembrano confermare i recenti sondaggi, sono in fuga, il partito non si rialzerà mai solo grazie ai militanti, che nel corso degli anni si sono bevuti tutto e il contrario di tutto: prima la Lega moralizzatrice, poi la condanna di Bossi e le “toghe rosse”; prima la secessione, poi il federalismo; prima al governo con Berlusconi, poi mai più con Berlusconi; prima Berlusconi mafioso, poi non più mafioso; prima Roma ladrona, poi a Roma seduti in poltrona.

    E dopo aver digerito tutto questo, nel momento estremo della ricostruzione e del rinnovamento, quando persino a Bossi viene chiesto un passo indietro, il popolo leghista è riuscito ad assistere senza scoppiare a ridere alla favoletta del senatùr sull’arrivo di Belsito in Via Bellerio: un ex-autista ed ex-buttafuori, infatti, sarebbe finito a gestire i soldi della Lega per esplicita richiesta, fatta sul letto di morte, dell’allora tesoriere Maurizio Balocchi. Che è un po’ come credere alla storia di Berlusconi che da soldi a Ruby Rubacuori non perché è una procace e disinibita frequentatrice delle sue “feste”, ma perché è una piccola fiammiferaia spaurita. Ecco, magari domani stesso i leghisti mi smentiranno dando vita al movimento più coerente di questa terra. Ma se s’illudono che il vento del cambiamento possa passare attraverso le puerili scuse di leader che ormai hanno fatto il loro tempo, è più che probabile che la storia della Lega finirà presto.

     

    Andrea Giannini

  • Equitalia, le amare sorprese dopo la verifica della propria posizione

    Equitalia, le amare sorprese dopo la verifica della propria posizione

    EquitaliaAnni fa era conosciuta come San Paolo Riscossioni, poi è diventata Gest Line. Sembrava una linea aerea pronta a traspostare passeggeri morosi… Allora si è pensato di creare Equitalia (Polis prima, Sestri in un secondo tempo e Nord adesso) con tanto di legge parlamentare ad hoc.

    Visto il nome, uno si aspettava qualcosa di equo, appunto, di giusto, ma così non è stato. Innanzitutto vale la pena ricordare che sono gli Enti pubblici (Comuni, Regioni, Inps, Agenzia delle Entrate ad esempio) i soggetti che incaricano Equitalia di riscuotere dei presunti debiti contratti dai cittadini – contribuenti. Quindi, se pensate che una bolletta non pagata ad un gestore telefonico vi faccia portare via la casa, vi sbagliate: questo non potrà mai accadere, anche se in italia si sa, tutto sembra possibile.

    Tornando a bomba, chiunque può essere d’accordo sul fatto che i debiti vanno pagati, se è il caso con i dovuti interessi, ma nessuno potrà mai concordare sul fatto che un contribuente debba trovarsi per strada per debiti assolutamente non dovuti o comunque già saldati.

    Tanti dicono: “Ho perso i bollettini, non trovo più le ricevute, ecc, ecc.” Male! Bisogna conservare con cura i documenti comprovanti l’estinzione di un debito, almeno per il periodo di prescrizione del medesimo. Ricordiamo che la prescrizione altro non è che il momento in cui un creditore perde la possibilità di vantare un diritto.

    Sulle specifiche prescrizioni torneremo presto, perchè quello è il nocciolo della questione e, spesso, è il nocciolo di un frutto amaro.
    Per fare un esempio pratico, vi è mai capitato di recarvi presso gli sportelli di Equitalia e, dopo avere richiesto un estratto conto della vostra posizione, avete trovato amare sorprese? Cartelle dagli importi esigui (qualche Euro…), cartelle notificate quindici anni prima, cartelle già oggetto di ricorso vinto presso il Giudice di Pace con tanto di sentenza. E l’impiegato che sta allo sportello vi dice che non ci può fare niente perchè se il terminale gli dice così, così è.

    Così è se vi pare… i malcapitati di turno passano dalla sorpresa all’arrabbiatura in men che non si dica: devono scrivere una raccomandata all’ente impositore il quale deve dare l’ok a Equitalia per estinguere il debito inesistente. E passano mesi…
    La domanda finale è: sono errori che capitano o errori… che non si vuol correggere? In questo secondo caso, potendo dimostrarlo, si può ipotizzare un’azione penale nei confronti di Equitalia.

    Aggiungo io: chi paga il danno da perdita di tempo, stress, disagio? Purtroppo nessuno, a meno che non si inizi a fare qualcosa di pratico che nessun politico o politicante finora ha fatto. Per concludere, non possiamo e non vogliamo dire che Equitalia sia una banda di delinquenti, anzi. Ci limitiamo a dire che i contribuenti sono milioni e quindi la gestione di milioni di pratiche richiede un’organizzazione perfetta che Equitalia certamente non ha. Se poi ci aggiungiamo l’organizzazione imperfetta degli enti pubblici abbiamo ottenuto una imperfezione altamente organizzata, meravigliosa alchimia a danno di tutti.

    Alberto Burrometo

    Per segnalazioni, domande e richieste di consulenza scrivere a progetto.up@gmail.com oppure redazione@erasuperba.it. La rubrica “Consulenza Online” vuole essere un filo diretto con i lettori, il presidente dell’associazione Progetto Up Alberto Burrometo è a vostra disposizione.

     

     

  • La classe dirigente è il cancro dell’Italia, Mario Monti il garante

    La classe dirigente è il cancro dell’Italia, Mario Monti il garante

    Mario MontiCome promesso la settimana scorsa, ritorno a discutere dell’operato del governo, cercando questa volta di rispondere alla domanda: che cosa avrebbe dovuto fare Monti? E’ implicita in questa questione l’idea, condivisa da molti, che il premier non avesse alternative rispetto alla strada che ha scelto di imboccare. Secondo questa interpretazione, se guardiamo con realismo alla difficilissima situazione finanziaria, economica, politica e culturale in cui si trova il paese e vogliamo porvi rimedio in modo responsabile, siamo costretti ad ammettere che Monti non aveva possibilità di operare in modo molto diverso. Io invece la penso in modo opposto.

    Monti doveva si fare una riforma delle pensioni e varie altre cose; ma tutto questo, pur gravando pesantemente sui lavoratori e sui contribuenti, non basta ad arginare la crisi, come ci mostrano i dati negativi sulla disoccupazione, il mercato dell’auto e l’andamento del PIL. Con il rigore che ci impone l’Europa, lo Stato non può investire: e senza investimenti non possiamo promuovere lo sviluppo e interrompere la spirale recessiva. Per parlare chiaro, se vogliamo tornare a crescere dobbiamo convincere la Merkel ad allentare i cordoni della spesa europea. Se tutto quello che Monti ha fatto finora (pensioni, liberalizzazioni, articolo 18, eccetera) sarà utile a questo scopo, allora i sacrifici che la gente ha dovuto fare non saranno del tutto vani.

    Il problema però è che Monti non ha ancora ottenuto un bel niente. E la realtà è che, se dobbiamo vedercela con la crisi da soli, armati unicamente delle riforme fatte, non faremo molta strada. E’ chiaro che adesso la situazione è un po’ bloccata per via delle imminenti elezioni in Francia e Germania: può darsi che, se verranno rieletti, Merkel e Sarkozy avranno le mani libere e potranno permettersi di cambiare atteggiamento verso i paesi in crisi. Ma se non lo faranno, Monti avrà vita dura a dimostrare che «la crisi è superata» e che «l’Italia adesso è solida». Come scrissi tempo addietro, incrociamo le dita.

    Certo che c’era anche un’altra strada percorribile. Quando a novembre Monti si insediò al governo e pronunciò per la prima volta la parola “equità“, mi ero illuso che avesse capito qual’è il primo problema dell’Italia. O meglio: qual’è il secondo, perché il primo problema dell’Italia è culturale e riguarda la nostra mentalità e il nostro atteggiamento generale. Ma è ovvio che su questo punto, su cui magari avrò occasione di tornare in futuro, non è possibile ottenere risultati profondi in poco tempo: ci vogliono i tempi della Storia e Monti aveva a disposizione poco più di un anno.

    Tuttavia, se non poteva né doveva mettersi ad educare gli Italiani, poteva però andare ad incidere sul cancro del paese, che non è le mafie (130 miliardi di fatturato illegale ogni anno), né la corruzione (che ci costa 60 miliardi) e neppure l’evasione fiscale (120 miliardi). Questi fenomeni prosperano grazie ad un altro fattore, su cui bisognava calare la mannaia: vale a dire la classe dirigente italiana. E’ infatti il blocco politico, industriale e finanziario che governa l’Italia ad essere la principale causa del mancato sviluppo con cui stiamo facendo i conti.

    Anche laddove la criminalità organizzata non c’entra direttamente, sono certi imprenditori che prosperano grazie ai soldi di certe banche e ai legami con una certa politica ad ingessare il paese in un sistema di relazioni tipicamente mafioso. Questa metastasi non è ovunque, ma è certo sufficientemente estesa per impedire che si prendano quelle decisioni che ci incanalerebbero lungo un cammino virtuoso, spezzando gli equilibri consolidati che fanno la fortuna di chi presiede posizioni di potere sfruttandole per il proprio interesse. Che le cose stiano in questi termini è facile da intuire. Basta accorgersi che coloro che siedono al vertice, che si tratti di centri di potere economici o politici, ormai da molti anni a questa parte sono quasi sempre le stesse persone.

    Nemmeno Tangentopoli, al contrario di quanto viene spesso propagandato, ha rinnovato la classe dirigente. Prima la caduta del muro di Berlino e poi la tempesta giudiziaria del ’92 avevano messo in discussione gli assetti economici e politici in essere, portando anche la mafia dei Corleonesi a muoversi piazzando bombe in giro per l’Italia. Ma il processo andò per le lunghe, perse slancio e così ritornarono i vecchi affari, con i reduci della prima Repubblica e i loro figliocci ancora ben saldi sul ponte di comando. Al contrario un paese civile e democratico si dovrebbe basare sul principio che il potere logora: quindi deve passare di mano. Chi governa deve passare il testimone per legge; chi è ricco, invece, può restare tale, purché questo avvenga per merito personale e non per rendite di posizione.

    Tant’è che negli Stati Uniti ci sono tasse di successione molto alte: i figli, anche se hanno il diritto di godere del lavoro dei padri, devono però essere incentivati a non sedersi sugli allori e a guadagnarsi per proprio conto una posizione sociale. L’Italia invece per mentalità, consuetudine e regole è più vicina ad un ordinamento feudale. Se oggi si hanno serie difficoltà a far pagare le tasse  e a condannare gli evasori e gli amici dei mafiosi, questo lo si deve al fatto che chi ha il potere non permette che si vadano a scardinare quegli equilibri su cui basa la propria sopravvivenza. Detto questo, è anche vero che il clientelismo ha dato lavoro a molti italiani: abbiamo circa tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici e questo significa che 1 italiano su 20 vive grazie alle tasse che versano (quando li versano) i restanti 19, senza contare che in questo numero molti sono bambini, studenti, pensionati e disoccupati. Anche questa è una situazione non sostenibile sul lungo periodo.

    Eppure è stato proprio Monti a dimostrare che le riforme impopolari si possono fare. Quelle che non si possono fare, invece, sono le riforme sgradite al blocco di potere che tiene in mano le redini. Dal nostro premier, che è andato a condurre il gioco in un momento di estrema eccezionalità parlando di “equità”, mi sarei aspettato come prima cosa un pacchetto di norme contro la casta: regole stringenti per ridurre e rendere trasparenti i finanziamenti ai partiti, riduzione drastica di stipendi e privilegi, codice etico per la pubblica amministrazione, norme draconiane contro la corruzione, il traffico di influenze, il favoreggiamento alla criminalità e l’abuso d’ufficio, e infine il ripristino del falso in bilancio.

    In questo modo si spezzavano i legami della politica con la parte marcia dell’imprenditoria, che avrebbe così perso i suoi appoggi e si sarebbe ritrovata isolata. Certo, questa classe politica non avrebbe mai votato di sua volontà una cosa del genere. Ma la scommessa andava fatta con un voto di fiducia: o il Parlamento approvava, oppure si prendeva la responsabilità davanti all’opinione pubblica di far fallire in partenza l’estremo tentativo politico per salvare il paese dalla bancarotta, rischiando a quel punto di ritrovarsi davvero i forconi sotto casa. D’altra parte è la minaccia che si sente fare Bersani e il PD a proposito dell’articolo 18. Se avesse vinto, Monti avrebbe avuto carta libera. Altro che pensioni, liberalizzazioni e mercato del lavoro: l’opinione pubblica gli avrebbe concesso questo e altro, perché nessuno avrebbe potuto accusarlo di essere forte con i deboli e debole con i forti.

    Invece così non è stato. E visto che ora è troppo tardi, dato che tra lui e uno spread a 330 non c’è dubbio per cosa opterebbero i politici, Monti prosegua pure per la strada che ha scelto: che è poi quella di farsi garante del sistema esistente, non di scardinarlo. E speriamo che possa vincere l’indispensabile battaglia europea, rimettendo la battaglia per un paese a migliore nelle mani di chi verrà dopo di lui. Ma almeno ci risparmi una cosa: la smetta di citare la parola “equità”.

     

    Andrea Giannini

  • Mario Monti: il bilancio dopo quattro mesi di governo

    Mario Monti: il bilancio dopo quattro mesi di governo

    Mario MontiA più di quattro mesi di distanza dall’insediamento, possiamo tentare un primo bilancio dell’operato del governo Monti, cogliendo l’occasione anche per tirare le fila di una serie di  considerazioni fatte in precedenti articoli.

    La Genesi: perché Monti?

    Tra ottobre e novembre del 2011 la tensione dei mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano sale ai massimi e il governo Berlusconi, tra scandali di tutti i tipi, una risicata maggioranza parlamentare in cui si mercanteggiano voti e la manifesta incapacità di operare scelte risolutive, è in crisi irreversibile di credibilità. Quando l’8 novembre il governo approva il rendiconto senza raggiungere la maggioranza, la crisi politica è certificata. Il 16 novembre, a tempo di record, c’è già il passaggio di consegne e inizia il governo Monti, fortissimamente voluto dal Presidente della Repubblica. Non c’è dubbio, infatti, che la responsabilità di questa nomina sia stata assunta in pieno da Giorgio Napolitano, che ha spinto al limite tutte le prerogative che gli attribuisce la Costituzione per costruire l’accordo tra le forze politiche necessario a sostenere il nuovo governo tecnico. Se puntare sulla figura di Monti sia stata una scelta azzeccata o meno, ce lo dirà solo la Storia.

    Tuttavia resto del parere che un governo politico non fosse un’opzione praticabile. Le opposizioni in parlamento non avevano numeri sufficientemente ampi per governare, e pure l’ipotesi del voto anticipato non dava sufficienti garanzie che si potesse insediare una maggioranza forte e stabile: la destra era (e resta) in fortissima crisi di consensi e la sinistra, dal canto suo, nonostante la lunga agonia del governo Berlusconi, si era presentata all’appuntamento ancora in fase di costruzione, senza un’alleanza precisa e senza un programma, a causa del tafazzismo cronico del PD e dell’incapacità di IDV e SEL di guidare il processo di aggregazione di una coalizione di governo. Che si potessero ipotizzare scenari alternativi al governo tecnico mi sembra quindi poco credibile; e dunque, se questo governo prende decisioni che non piacciono, o peggio se davvero, come ipotizzano alcuni, Monti è un emissario di Goldman Sachs che fa gli interessi della finanza internazionale, resta comunque il fatto che i partiti non sono in cabina di regia solo per la loro inadeguatezza, certificata dai sondaggi che fissano il tasso di fiducia nei loro confronti al 4 %.  Insomma, condividono tutte le responsabilità del caso.

     

    Dal Vangelo secondo Mario: tecnica Vs politica.

    Anche se sui partiti possiamo dire tutto il male possibile, ciò non significa incensare Monti a prescindere. Occorre invece valutare il suo operato nel merito di quanto fatto, evitando di farsi fuorviare da classificazioni che non hanno alcun senso, ad esempio laddove si pretende di distinguere tra “tecnici” e “politici”. Secondo questa distinzione, infatti, il governo “politico”, in quanto eletto dal popolo, dovrebbe avere l’autorità e la forza per prendere grandi scelte; mentre un governo “tecnico”, in quanto chiamato a svolgere un compito ristretto e poi a dimettersi, dovrebbe preoccuparsi solo di quello, senza urtare la normale dialettica politica e mettendo a capo dei vari ministeri figure di riconosciuto valore professionale che si occupino semplicemente dell’ordinaria amministrazione.  Tuttavia un governo tecnico a cui si chiede nientepopodimeno che di salvare il paese dalla bancarotta in un anno e mezzo difficilmente potrà permettersi di adottare un basso profilo. A ciò si aggiunga che ormai, a causa del discredito di cui gode la classe politica e degli equivoci che si generano dalla terminologia, l’aggettivo “politico” ha acquisito per tanti una valenza negativa, mentre l’aggettivo “tecnico” ispira, al contrario, un senso di rassicurazione e competenza. Cioè il “tecnico” farà bene per forza, perché è competente. Ora, è ovvio che le cose non siano così semplici. Anzi, non esiste praticamente area dello scibile umano in cui gli esperti, per quanto esperti essi siano, non si dividano aspramente; e questa è la dimostrazione più tangibile del fatto che avere una preparazione tecnica non sempre permette di poter distinguere con sicurezza una verità univoca.

    Ma soprattutto la politica non è questione di verità, ma di accordi e consensi. Il politico media e cerca compromessi fra le parti, mentre il tecnico dovrebbe essere interpellato quando c’è bisogno di pareri tecnici. Un tecnico può dire quanto potrebbe costare realizzare un’opera e a cosa potrebbe servire: ma la decisione se costruirla o meno è politica, perché dipende dalle priorità che una società si da. Ecco perché il governo Monti non si può definire “tecnico”: perché si è segnalato per il decisionismo fortissimo con cui ha intrapreso le scelte più smaccatamente politiche degli ultimi vent’anni, scelte per nulla neutre e su cui si può tranquillamente dissentire. Piuttosto la differenza tra un governo politico e un governo tecnico dovrebbe essere aggiornata a partire da un’altra costatazione: vale a dire che il governo politico deve stare attento al fatto che renderà conto agli elettori, ed è quindi disincentivato dal prendere decisioni impopolari per la gente; ma dall’altra parte il governo tecnico deve rendere conto al parlamento, ed è quindi disincentivato dal prendere decisioni impopolari per la maggioranza che lo sostiene. Una ragione in più per non cadere nell’equivoco che la competenza e la serietà di Monti (che non è in discussione) sia di per sé garanzia sufficiente che quello che fa è buono e giusto.

     

    Opere: cosa è stato fatto e pubblicizzato…

    Il governo Monti, che formalmente è sempre impegnato a portarci fuori dalla crisi, si è segnalato soprattutto per nuove tasse, per la riforma delle pensioni e per quella, in dirittura di arrivo, sul mercato del lavoro. Le liberalizzazioni non si sa bene che fine abbiano fatto. Gli sgravi alle imprese sbandierati dal ministro Passera hanno impressionato poco. Ancora meno effetto ha avuto il minimo aumento dell’aliquota sui capitali rimpatriati con l’ultimo scudo fiscale, che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato quasi 3 miliardi di euro, ma che nella pratica, come ha spiegato Radio 24, probabilmente non si intascheranno mai. Verrà ricordata, invece, la storica riforma delle pensioni, un provvedimento ambizioso e salutare per i conti pubblici, che però deve essere inserito nel quadro economico complessivo per poterne valutare l’utilità e, soprattutto, l’equità. Ci si chiede, ad esempio, cosa si possa fare per quei tanti giovani che oggi, avendo un reddito troppo basso o essendo precari, si trovano in condizioni pensionistiche molto svantaggiose. Ci si chiede cosa ne sarà dei 350.000 “esodati” e “mobilitati” che, pur avendo raggiunto un accordo di pensionamento, da oggi, proprio a causa dell’aumento dell’età pensionabile, si trovano improvvisamente senza pensione e senza lavoro. Ci si chiede anche come verrà gestito il mercato del lavoro, visto che da adesso i normali lavoratori dovranno passarci 40 anni e più. I giornali della buona borghesia e dei circoli industriali non fanno che parlare dei pregiudizi ideologici della CGIL, ma la realtà è che i lavoratori cominciano a sentirsi presi di mira. E hanno anche paura, perché non è affatto chiaro cosa succederà, se davvero per i licenziamenti cosiddetti “economici”  rimarrà escluso il reintegro. Eppure il “modello tedesco“, caldeggiato dalla CISL e probabilmente anche dalla CGIL, prevede il reintegro in tutti i casi. E in Germania i sindacati partecipano direttamente alle decisioni, dato che siedono addirittura nei consigli di amministrazione delle aziende. In Italia, invece, se si continua ad escludere la possibilità di reintegrare il lavoratore ingiustamente licenziato, basta che l’azienda riesca a dimostrare di non aver licenziato per motivi discriminatori di razza o religione – cosa molto rara, vista la tendenza a delocalizzare nel terzo mondo… – oppure di natura disciplinare, e il gioco è fatto: l’azienda adduce motivazioni economiche ed ecco che, anche se non sono giustificate, il lavoratore resterà comunque a casa. Si tratterebbe pertanto di un’arma di ricatto potentissima per le grandi aziende, che si potranno così permettere di “comprare” il diritto di licenziare un lavoratore semplicemente pagando, mal che vada, due anni di mensilità. Non si capisce per quale motivo Monti e la Fornero non vogliano rivedere questa formulazione. A meno che, ovviamente, non sia tutto un pretesto (questo si, ideologico) per spaccare il PD e isolare la CGIL. In ogni caso, se persino il neo presidente di Confindustria Squinzi ammette che l’articolo 18 non è una priorità, è evidente che, qualunque sia la formulazione finale, i benefici per l’economia italiana non saranno decisivi.

    Molto più grave, invece, dal punto di vista dell’impatto sull’economia reale, è stato l’aumento dell’IVA e quello sulle accise, con i prezzi della benzina alle stelle. Detto questo bisogna anche ammettere che il governo qualcosa di indubitabilmente buono ha fatto. Se, ad esempio, davvero la Chiesa pagherà l’IMU sui beni immobili ad uso commerciale, Monti avrà concluso una grande impresa. Di sicuro è stato saggio rinunciare alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020, che sarebbe stata con ogni probabilità una voragine di spesa senza fondo. Con lo stesso principio, però, vale a dire evitare grosse spese in tempo di crisi, si sarebbe dovuto rinunciare anche alla Torino – Lione. Questa tratta, infatti, ci costerà ben di più dei 3 miliardi scarsi che ha preventivato il governo, a fronte di benefici incerti a dir poco. Basterebbe andarsi a rivedere su internet quei (rarissimi) dibattiti dove i “tecnici” a favore confrontano le loro ragioni con quelle dei “tecnici” che sono contro, per capire che i finanziamenti europei probabilmente saranno meno di quelli preventivati (e la differenza la mettiamo noi), che i preventivi non sono mai rispettati (nemmeno in Europa, figuriamoci in Italia) e che l’obiettivo dell’opera, cioè spostare le merci dalla gomma alla rotaia, in casi analoghi non è mai stato raggiunto, se non a prezzo di realizzare non una, ma una pluralità di infrastrutture (per cui i soldi mancano) e di tassare drasticamente il trasporto su camion (settore che già oggi è allo stremo e opera blocchi e scioperi un po’ in tutta Italia). Davvero ci conviene tutto questo? Eppure la fiducia di cui gode Monti sembra metterlo al riparo da qualsiasi obiezione. Il ricordo di quello che c’era prima gioca la sua buona parte; ma soprattutto sembra innegabile che Monti abbia già ottenuto il risultato dei risultati: abbassare lo spread.

     

    … e omissioni: cosa è stato fatto e taciuto

    In effetti non si può negare che a Monti vada il merito di una drastica riduzione dello spread, l’indice che esprime la differenza tra quanto costa indebitarci rispetto a quanto costa ai Tedeschi. Il 9 novembre 2011 lo spread correva fino a quota 575 punti base: nel momento in cui scrivo siamo a 310 tondi, meglio della Spagna che oggi è percepita più a rischio di noi. Quindi dobbiamo concludere che pensioni, liberalizzazioni, riforma delle regole sul lavoro e persino l’aumento della tassazione siano stati gli ingredienti decisivi della ricetta che ci ha salvato dalla bancarotta? Assolutamente no. O meglio: un contributo rilevante queste misure l’hanno pur dato. Non si può escludere, ad esempio, che se Monti incasserà una riforma sul lavoro contro il parere della CGIL, al di là del merito della riforma, ciò non sia letto dai mercati come un segnale simbolico indicativo del fatto che in Italia è possibile fare scelte coraggiose contro le resistenze sociali: e quindi che non ci sia una reazione positiva delle borse e una diminuzione ulteriore dello spread. Può darsi che il carisma di Monti e il valore che gli investitori attribuiscano alla sua opera abbia davvero contribuito a sciogliere le tensioni sull’Italia. Ma il punto è che, in termini sostanziali, tutto questo non ha alcun senso. Per anni si è pensato esattamente il contrario, ma oggi pochi economisti si azzarderebbero a sostenere che i mercati abbiano andamenti razionali e sensati. In realtà sono irrazionali, in preda alle ansie e alle paure, magari ingiustificate, che fanno parte della vita di tutti. Nei mercati non si sa tutto, molte informazioni sono nascoste, l’investitore della strada è suggestionabile, insomma: il rischio di valutazioni errate è sempre presente. A volte ci sono esplosioni di fiducia ingiustificate che determinano bolle speculative o timori inesistenti che paralizzano gli scambi. C’è addirittura un ramo, l’economia comportamentale, che si occupa proprio di questo. Ma non basta.

    Nel dibattito pubblico italiano c’è la tendenza, per dire così, a “tirare lo spread per la giacca”, a voler dimostrare che i mercati reagiscono in base a quello che facciamo in politica. Ma in realtà c’è un motivo ben più sostanziale che spiega come mai lo spread è sceso. Si tratta della “bolla della liquidità“. L’altro Mario, Draghi, quello che guida la BCE, ha prestato soldi alle banche europee al tasso dell’1 %. Le banche hanno reinvestito in titoli di Stato, facendo abbassare lo spread e assicurandosi a costo zero tassi di rendimento molto alti. Il nostro governo, poi, ha messo la garanzia dello Stato sui debiti delle banche italiane, alzando così la posta in gioco e scoraggiando la speculazione. Eppure le banche, preoccupate soprattutto di ricapitalizzarsi, non hanno allentato i cordoni del credito e di conseguenza i benefici per l’economia reale non si sono sentiti. Non c’è dubbio che l’effetto di guadagnare tempo, allentando la tensione e spostando le tensioni dei mercati altrove (leggi Spagna), sia stato ottenuto. Ma al di là di questo, al di là della psicologia dei mercati, rimane il fatto che il quadro complessivo dell’economia non è per niente roseo: il debito pubblico rimane elevatissimo, l’obiettivo di ridurre il deficit annuo (vale a dire le spese non coperte) non è ancora stato raggiunto e soprattutto siamo in piena recessione. Monti ha fatto qualche passettino avanti che, se vogliamo, è significativo in termini simbolici e ha anche il pregio di essere strutturale. Ma ha scaricato tutto il peso sui lavoratori e sulla pressione fiscale, che minaccia di uccidere sul nascere un’eventuale ripresa. E soprattutto, siccome i problemi ci sono sempre e il mercato è stato inondato solo temporaneamente da una liquidità limitata che non è il frutto della produzione di ricchezza, la bolla potrebbe scoppiare presto e le nuvole potrebbero tornare a raddensarsi.

    E poi c’è sempre la “bomba derivati” in agguato. Recentemente, per contratti stipulati nel lontano 1994 da Mario Draghi, quando era al ministero del Tesoro, abbiamo pagato a Morgan Stanley 2,5 miliardi di euro (attenzione: parliamo di miliardi! – E’ lo 0,15 % del PIL e metà di quanto lo Stato prevede d’incassare quest’anno grazie all’aumento IVA!). Quanti di questi strumenti finanziari a orologeria sono pronti a scoppiare nelle casse pubbliche? E’ un segreto. O meglio, si sa che il debito dello Stato in titoli derivati ammonta a 160 miliardi e il governo assicura che le condizioni capestro che hanno permesso a Morgan & Stanley di guadagnarci non sono state più sottoscritte. Ma se sia vero o no, è impossibile verificarlo, perché lo Stato non ci da le informazioni. Il New York Times è convinto che l’Italia si sia esposta moltissimo in questo senso quando negli anni ’90 riuscì miracolosamente ad entrare nei rigidi parametri di Maastricht. Bloomberg invece stima per i nostri derivati una perdita secca di 23,5 miliardi di euro. Non sarà che tutti i sacrifici che stiamo facendo servano anche a coprire questi buchi che sono pronti ad aprirsi in un prossimo futuro?

    Capisco che sarebbe molto più confortante pensare che la crisi sia finita e che noi ne siamo fuori. Capisco che un primo ministro come Monti fa tutto un altro effetto rispetto a Berlusconi e che ci farebbe piacere dormire sonni tranquilli confidando nella sua competenze e nel suo carisma. Ma è proprio così facendo che succedono i peggiori disastri. In democrazia non ci si può permettere di dormire, ma si è obbligati a vigilare costantemente, perché, come scrisse Goya, «il sonno della ragione genera mostri». E non ci possiamo fidare completamente, purtroppo, nemmeno dei moniti dell’OCSE e dell’Unione Europea. Non perché sia gente cattiva, ma perché hanno le loro idee e potrebbero essere impreparati sulle dinamiche profonde della società italiana. E forse non sempre ne condividono gli obiettivi. “OCSE” sta per “Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico“.

    Il Trattato di Lisbona, considerato la Costituzione dell’Europa, cioè un atto normativo che, da che mondo è mondo, dovrebbe servire a garantire diritti, all’art. 119 garantisce anche il “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Che di per sé è una buona cosa, ma inedita in una carta costituzionale. Questi organismi, insomma, sono mossi dall’esigenza di tutelare l’economia europea: che è un obiettivo anche condivisibile, ma che talvolta potrebbe non coincidere con quello della nostra Costituzione, che invece fonda la Repubblica Italiana sul lavoro come fattore positivo di aggregazione sociale (non per salvare i fannulloni, come vuole sottintendere qualche “spiritoso”). E che soprattutto tutela i nostri diritti, prima di e come requisito fondamentale per lo sviluppo economico.

    P.S. – A quelli a che hanno pronta la classica e noiosissima obiezione: «Sono tutti bravi a criticare, ma bisognerebbe proporre qualcosa», do appuntamento alla settimana prossima.

     

    Andrea Giannini

  • Macchina del Tempo: Arenaways e Trenitalia, lo scontro continua

    Macchina del Tempo: Arenaways e Trenitalia, lo scontro continua

    IL PRECEDENTE

    28 marzo 2010: la compagnia alessandrina Arenaways lancia ufficialmente un servizio di collegamento ferroviario privato che fa concorrenza alle Ferrovie dello Stato. Il primo convoglio (che partirà il 1 settembre 2010) sarà Torino-Milano, ma si annunciano già nuove tratte in tutto il Nord Italia, a partire da un collegamento veloce tra i due capoluoghi sopracitati e le Cinqueterre in concomitanza con la stagione estiva.

    Queste alcune delle novità offerte dalla nuova compagnia: prezzo della corsa Torino-Milano intorno ai 17 €, 1 ora e 35 minuti di percorrenza moltiplicata per 16 corse giornaliere, i treni avranno un’unica classe equiparabile a una prima classe dell’alta velocità. Il biglietto potrà essere acquistato via Internet, presso edicole e tabaccherie o a bordo treno.

    Un Intercity da Torino a Milano costa attualmente 19,50 € per la prima classe e 14,50 € per la seconda, con un tempo di percorrenza di 1 ora e 42 minuti.

    Arenaways promette tuttavia l’offerta di servizi aggiuntivi rispetto ai convogli Trenitalia: prese di corrente e monitor per ogni postazione, la macchina lucidascarpe e il servizio lavanderia (come in albergo, si ritira la sera o il giorno dopo), una carrozza con snack bar e minimarket.

    IL PRESENTE

    Pendolari e viaggiatori occasionali, fermatevi un secondo e riflettete: quante volte siete saliti su un treno non targato Trenitalia? Nessuna, molto probabilmente. Il monopolio dei binari e delle biglietterie hanno reso praticamente impossibile a qualsiasi compagnia concorrente alle Fs non solo di far viaggiare sui propri treni, ma persino di far conoscere alla gente comune la propria esistenza.

    Se non consideriamo casi eccezionali come le Ferrovie Nord in Lombardia, non è ancora nata una compagnia in grado di garantire a lungo termine un trasporto ferroviario nazionale concorrenziale a Trenitalia, dal punto di vista sia dei servizi che dei prezzi.

    Il primo convoglio ArenaWays è partito nel novembre 2010, con due mesi di ritardo rispetto alle previsioni. I passeggeri della prima corsa sono stati una ventina, quasi tutti membri interni all’azienda. A causa di un ricorso presentato dalle Ferrovie dello Stato, i treni nella tratta Torino-Milano hanno avuto il divieto di effettuare fermate intermedie.

    Per tutte queste ragioni, in poco meno di un anno l’azienda ha dovuto affidarsi a un curatore fallimentare e ha sospeso definitivamente tutte le corse a settembre 2011. La tanto discussa legge sulle liberalizzazioni a cura del governo Monti non ha toccato il trasporto ferroviario, ma nonostante questo Arenaways si è riformata lo scorso gennaio con la denominazione Strade Ferrate Alta Italia, in attesa di capire se, come e quando riprendere le attività.

    Alcuni giorni fa l’amministratore delegato Giuseppe Arena ha rilasciato questa dichiarazione nel corso di un convegno sul tema delle liberalizzazioni: “L’aria politica sta cambiando, stiamo imboccando la strada giusta, ma ci vuole più coraggio e liberalizzare i settori chiave, a partire dalle ferrovie. La politica del precedente governo mi ha strangolato, ora Arenaways sta per tornare in vita. Sempre puntando sulla qualità del servizio. Sono fiducioso“.

    In chiusura una domanda. Se il mercato globale trova i suoi presupposti nel libero commercio e nelle norme antitrust, è giusto che il trasporto su rotaia viva questa condizione di monopolio legalizzato?

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: il parco dell’Acquasola

    Storia di Genova: il parco dell’Acquasola

    acquasola

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Bimbi in bicicletta sulla ghiaia che scricchiola, una banda musicale che suona poco lontano, dondolii di altalene, grida di bimbi, un pallone che sfreccia nell’aria, alberi secolari  e tanta pace, interrotta solo dal passaggio di qualche vecchia automobile che arranca rumorosa: questo è un  Parco dell’Acquasola che rimane, solo, nel ricordo infantile di qualche mamma, già negli anta, e nella memorie di nonne ultraottantenni.

    Il presente, fatto di incuria e transenne, è il risultato di una storia ventennale di cattiva politica. Un “incompiuto”: né area verde, come era, né posteggio a tre piani, come avrebbe dovuto essere e, fortunatamente, non è stato.

    Una storia già ampiamente trattata anche da Era Superba e che si arricchisce di un nuovo capitolo con l’avviso di garanzia notificato a una funzionaria della sovraintendenza dei Beni  Architettonici e Paesaggistici della Liguria, a cui potrebbero essere aggiunti, dopo essere stati sentiti dal pm Francesco Albini Cadorna, altri tecnici tra quelli comunali o della società “Sistema Parcheggi”.  Nel mirino delle indagini sono, infatti, coloro che avevano espresso pareri favorevoli sulla fattibilità dell’opera, chiaramente in contrasto con quanto prescritto dalla Carta di Firenze del 1981 che, all’art.14, vieta espressamente la costruzione di parcheggi in aree di interesse pubblico. Per la precisione, alla funzionaria, una delle ultime firmatarie del nulla osta per l’inizio dei lavori, si contesta la violazione dell’articolo 170 del Codice dei Beni Culturali che proibisce  la costruzione di opere con uno scopo  “incompatibile con il loro carattere storico od artistico o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità”.

     

    LA STORIA DEL PARCO DELL’ACQUASOLA

    L’Acquasola è stato il primo giardino pubblico di Genova ma anche uno dei primi in Italia, i cui natali si perdono nel tempo. Già tra il 1320 e il 1347 , vi era, qui, una spianata contenuta in una cinta muraria, demolita nel ‘500 per far posto alle nuove mura dell’architetto Olgiati: un paesaggio di chiese e conventi in cui non mancava pure un “bosco sacro” o perlomeno considerato tale fino al 1468, che si estendeva da qui fino a Soziglia, dedito più ad incontri segreti di innamorati che a pratiche religiose.

    Un varco interrompeva la continuità della fortificazione: la Porta di San Germano dell’Acquasola, toponimo quest’ultimo di incerta origine: qualcuno sostiene derivi da ” Lacca”,  dea a cui era dedicato il bosco, sorella di  Camulio o Camuggio, il “Sole”;  per altri verrebbe da “Acca”, in sanscrito “madre”, e da “Solis” una delle Diadri; altri ancora lo fanno discendere da “Arca Sol” (residenza degli  Arcadi) o dagli Acquizzoli, canali che raccoglievano le acque del Rio Multedo che scendevano da circonvallazione a monte.

    Nel XVI secolo, questa area, citata col nome dei “muggi”, per i detriti accumulati nella realizzazione di via Garibaldi, via Balbi, e via Giulia (l’attuale via XX Settembre), divenne una discarica, cui solo faceva eccezione  il Fossato che era adibito ad una specie di “stadio” per il gioco delle bocce ma, soprattutto, della palla genovese, il  pallamaglio, svago considerato “bestiale e pericoloso” per le frequenti pallonate con cui venivano colpiti i passanti.

    L’uso  di questo spazio  fu sospeso, nel 1657, per essere usato come fossa comune degli appestati  e, per lungo tempo, rimase un luogo incolto ed inospitale. Nel 1818 con la demolizione del Convento medievale di S. Domenico (area del Carlo Felice), anche il Fossato fu colmato e, due anni più tardi, su progetto di Carlo Barabino, iniziarono i lavori per renderlo spazio pubblico.

    Carlo Barabino, il documentario – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    La spianata fu cinta da un possente muraglione che inglobò l’antica Porta dell’Olivella, vecchie pietre che nascondevano, nottetempo, gli incontri clandestini degli affiliati alla carboneria di cui, tra i più noti, si annoverano Giuseppe Mazzini, i fratelli Ruffini, Cesare Bixio (fratello del più celebre Nino), Giorgio e Raimondo Doria, quest’ultimo indicato come delatore ed informatore della polizia. Il luogo delle riunioni viene identificato nel punto in cui il muraglione aggettava  sulla Contrada degli Orfani, l’attuale via Galata. L’infame traditore pare che abbia compiuto un’unica opera meritoria: come compenso  per la sua voltagabbana avrebbe richiesto che si dotasse il parco di illuminazione pubblica.

    Come fosse l’Acquasola lo ricorda lo scrittore inglese Charles Dickens: “il giardino che appare tra i tetti e le case, tutto fiorito di rose rosse e fresco per le acque delle piccole fontane…..dove le nobili famiglie della città, con gli abiti della cerimonia, se non con perfetta saggezza, girano intorno con le carrozze di gala…”.

    Un’epoca in cui questo parco era tanto famoso che, a Mosca, decisero di copiarne il nome per una loro elegante passeggiata, così ameno da essere stato visitato da Gustavo di Svezia e dall’Imperatore d’Austria (1784), dagli Arciduchi di Milano(1786) e dal Principe Condè, nel 1789. Ricordi che raccontano le lamentele, tra cui quelle di Martin Piaggio, per  la velocità eccessiva delle carrozze, le sentite contestazioni del Banchero che giudicava, giustamente, indecente la distinzione sociale per cui l’aristocrazia “misurava cento volte un lato (quello sinistro), anziché di fare l’intero giro” per non mescolarsi con il popolo che passeggiava su quello destro e, non ultimo, il richiamo indignato di Mark Twain che giudicava indecoroso fumare durante le passeggiate e sbeffeggiava i raccoglitori di mozziconi la cui attesa,  per una “cicca” ancora fumante, era paragonata  a quella di “quel becchino di San Francisco che soleva visitare i letti dei malati e, orologio alla mano, calcolare il tempo in cui quelli sarebbero diventati cadaveri”.

    Tra i flashback, anche, i primi scontri tra conservatori e progressisti del 1797, il banchetto offerto ai reduci di Crimea nel 1855, i festeggiamenti riservati agli Zuavi,  venuti a combattere in Italia (1859) e  distintisi, in quell’anno, nella battaglia di Pastrengo, nonché quelli per i Chioggiotti, dopo la liberazione del Veneto.

     

    Adriana Morando

    Foto di Daniele Orlandi

    acquasolaacquasola

  • Macchina del tempo: acqua pubblica, a un anno dal referendum

    Macchina del tempo: acqua pubblica, a un anno dal referendum

    IL PRECEDENTE

    22 marzo 2011: a partire dalle otto di mattina una catena umana attraversa parte del centro storico di Genova, tra via Balbi e via delle Fontane, riempiendo questo tratto di strada di palloncini blu. Si tratta della zona universitaria, frequentatissima ogni giorno da studenti e pendolari. La manifestazione è stata indetta dal Comitato Acqua Pubblica, in segno di protesta contro la privatizzazione della rete idrica e per sensibilizzare al voto al referendum del 12 e 13 giugno.

    IL PRESENTE

    Marzo 2012: è passato quasi un anno dallo storico referendum che ha visto il ritorno al quorum dopo 16 anni, ma la situazione dell’acqua pubblica non sembra molto cambiata rispetto al passato. Fra articolo 18, rimpasti di governo e polemiche di vario genere, nessuno tocca più questo argomento: su Era Superba abbiamo affrontato di recente il tema, spiegando come stia avendo luogo una non applicazione del referendum sotto il silenzio delle istituzioni e dei principali media.

    Chi ha sostenuto il voto al referendum ha già fatto sentire la propria voce in varie occasioni, a partire da un appello lanciato lo scorso gennaio e da una campagna per l’autoriduzione delle tariffe idriche. A distanza di un anno, le istituzioni non hanno cambiato il loro atteggiamento, ma chi si mobilitava allora per una causa continua a farlo anche oggi.

    Marta Traverso

  • Torta pasqualina, una ricetta della tradizione genovese

    Torta pasqualina, una ricetta della tradizione genovese

    Torta PasqualinaLa torta Pasqualina è un cibo tradizionale della Pasqua e delle gite postpasquali che richiede la tipica lavorazione a sfoglie sottilissime: un tempo se ne sovrapponevano ben 33, come gli anni di Cristo.

    Oggi la pasqualina viene cucinata per tutto l’anno sostituendo le bietole del ripieno con altre verdure di stagione. Una delle varianti più conosciute è la torta cappuccina, detta anche torta de geé, oppure la più nota torta di carciofi. 

    Ingredienti

    600 grammi di farina, 3 cucchiai di olio extravergine di oliva, 4 mazzi di bietole, 100 grammi di parmigiano grattuggiato, 200 grammi di quagliata o ricotta, 3 rametti di maggiorana, poca farina bianca, 4 uova, sale.

    Preparazione:

    Impastate la farina con un cucchiaio d’olio, acqua e sale. Una volta ottenuto un composto elastico, dividetelo in 6 parti e lasciatelo riposare coperto da un canovaccio.

    Lavate e pulite le bietole privandole delle coste e scottatele in acqua calda. Scolatele e tagliatele a striscioline, e poi amalgamatele con la maggiorana e il grana.

    Con tre pezzi di pasta stendete 3 sfoglie sottili e mettetele una sopra l’altra dentro la teglia, precedentemente unta. Ricopritele poi con un composto di bietole, grana e maggiorana e poi mettete sopra di esso la quagliata impastata con la farina bianca.

    Salate il tutto e fate 4 fossette con un cucchiao nelle quali lasciate cadere le uova con un pò di grana.

    Ricoprite con altre tre sfoglie stese sottili e unite poi tutti i bordi. Cospargete la superficie con altro olio e mettete in forno a fuoco medio per 40-45 minuti.

    Buon appetito!

  • Storia di Genova: i carbunè del Porto, Pietro Chiesa e le cooperative

    Storia di Genova: i carbunè del Porto, Pietro Chiesa e le cooperative

    Gru del porto

    Il Porto di Genova, la storia in un documentario – GuidadiGenova.it

    Sulla Calata Giaccone, ancor oggi, si imbarca e si sbarca una fonte, ahimè, molto inquinante, di energia, il carbone, cuore “calorico” della città, tonnellate di ciottoli neri che hanno accompagnato la vita del porto di Genova, groviglio di uomini, macchine, lingue, sudore e fatica. Da oltre 100 anni, opera qui l’antica Compagnia Portuale Pietro Chiesa che impiega per la movimentazione, oggi, uomini che possono usufruire delle più moderne tecnologie ma una volta…

    …Le immagini si sfuocano, il rumore del traffico cittadino si perde lontano e, con un salto dimensionale, si materializza un’immagine color seppia, brulicante di mille attività frenetiche, speculare realtà in cui si muovevano maestri d’ascia, velai, camalli, pescatori di arselle (a loro era affidato il compito di pulizia delle acque portuali), e a cui faceva eco la vita della città che giungeva da  poco distante, portando gli odori speziati di oscure drogherie, l’oleoso odore di piccole friggitorie o salumerie, il vociare stridente delle pescivendole che, come dice il Maggiani, fendevano l’aria di “comprèee ma no tocché!!”.

    All’orizzonte, tozzi piroscafi, si addensavano, stretti gli uni agli altri con le loro prore capienti, ricolme di preziose “perle” nere, in attesa paziente di elargire il loro tesoro.  Nelle loro oscure pance, uomini, invisibili all’osservatore, sulla cui pelle, resa nera dalla fuliggine, stillavano rivoli di sudore, alacremente spalavano, scavavano, zappavano  e colmavano grandi ceste che poi, attraverso argani a vapore, raggiungevano lentamente la luce, per essere raccolti sulla coperta. Dopo la “pesa”, robusti caricatori li ponevano sulle spalle di una folla di uomini seminudi che sembravano cedere, per un attimo, sotto il peso delle coffe ricolme di antracite. Iniziava, poi, in un via vai incessante che saliva e scendeva, quello che sembrava una pericolosa danza di giocolieri. Su strette assi, posizionate orizzontalmente o inclinate in maniera ripidissima, vere lame di spada  che si flettevano paurosamente al passaggio, i facchini si muovevano in fretta, in un precario equilibrio che sembrava, in ogni attimo, venir meno, per portare il loro carico su vagoni merci di lunghi treni che, immobili, in partenza o in manovra,  occupavano il “par terre” di questo mondo.

    Alla sera, i carbunè o carbunin, prima della costruzione di 180 docce, volute dalla “Compagnia Filippo Corridoni”, tornavano a casa con la loro “coltre” nera che nessun sapone riusciva ad allontanare completamente.

    Seguendo l’antica propensione alle consorterie, sembra che, anche i carbonai, si siano riuniti in cooperativa già dal XII secolo, ma se ne hanno notizie certe solo grazie ad uno statuto di tre secoli dopo.  E’ soltanto nel 1892 che, però, viene fondata la prima “Lega di miglioramento fra i lavoratori del carbone”, nata con l’intento di battersi per salari più equi, per turni meno faticosi ma, soprattutto, per affrancarsi dal potere dei Confidenti, un moderno caporalato, gestito solitamente da un ex facchino, che curava prevalentemente gli interessi dei commercianti e faceva da tramite tra questi e la manovalanza.

    Unico “padrone” dell’ingaggio alle banchine, la cosiddetta “chiamata”, stabiliva orari e tariffe e non teneva conto delle regole del bagon (il tradizionale turno), agendo in totale arbitrarietà. Da queste prime rivendicazioni, si dipana una lunga storia che, oggi chiameremo lotta di classe, di cui Pietro Chiesa fu uno strenuo sostenitore. Di origini piemontesi (Casale Monferrato 1858), si stabili a Sampierdarena dove si impiegò come operaio verniciatore. A causa del suo impegno politico, subì molte vessazioni che lo costrinsero ad un esilio di due anni dal quale ritornò, nel 1900, per dar vita alla prima Camera del Lavoro sul modello della Chambre du Travail Marseillaise (1896) e per essere eletto deputato, primo operaio italiano a sedersi in Parlamento.

    In questi anni turbolenti, i lavoratori in banchina erano circa 7000, divisi tra facchini, pesatori, caricatori e scaricatori, tutti operanti in condizioni durissime, causa di continui malcontenti che sfociarono, nel 1902, in una “serrata (sciopero) del porto” di ben 20 giorni. La comunione di intenti portò quegli antichi contestatori ad unirsi nella Cooperativa caricatori del Carbone con lo scopo di promuovere iniziative solidali.

    Per dar voce ai dissidenti,  la fondazione sostenne la nascita di un nuovo quotidiano, Il Lavoro, grazie ad un’autotassazione che raccolse le 6000 lire necessarie, oltre a promuovere la costruzione di una sede provvista di mensa, mensa aperta, anche, a tutti i poveri della città. Come si legge tra le pagine di una vecchia coppia del Secolo XIX, è il 9 aprile dell’anno 1903, sul molo Lucedio, presso il ponte Paleocapa, là dove sorge il Lazzaretto e si concentrano le silhouette delle gru, l’avvocato Gino Murialdi e lo scultore D’Albertis si avviano, per concordare le ultime rifiniture, verso una struttura a due piani provvista di un’ampia cucina, di dispense, di cantine, di bagni, di  lavatoi, di un’ampia sala per  riunioni e di un presidio per l’assistenza medica. I due professionisti, poi, vista l’ora di pranzo, chiedono di fare la stessa “merenda” dei lavoratori e si vedono presentare ”un salame squisito, una minestra in brodo casalinga ma saporitissima, non so quante fette di rosbif degne del più rinomato rosticciere, un paio d’ova toste, il tutto largamente innaffiato d’un vinetto  eccellente delle colline del Monferrato”, un pranzo dal costo di 3-4 lire in una normale trattoria, erogato a tutti  al prezzo “sociale” di 80 centesimi.

    Nel 1909, dissidi interni porteranno allo scioglimento della cooperativa e alla sua divisione in tre distinte congregazioni. Solo nel 1927 con la nascita della Compagnia portuale Filippo Corridoni si riparlerà di unità, obiettivo che si raggiungerà l’anno successivo  in cui le sei compagnie, esistenti all’epoca, si consorzieranno nell’unica associazione, la Compagnia Portuale.

    Sarà questa che procederà, nel 1931, alla costruzione di un nuovo massiccio fabbricato di 5 piani, a pianta rettangolare, con un ampio cortile interno (235 mq),  su un’area di 1575 mq, la Casa dei lavoratori del Porto di Genova, su progetto dell’ingegnere Vittorio Giannini che, successivamente, passerà alla Compagnia Portuale Pietro Chiesa, ancor oggi presente con una sede nel palazzo. Ricordi di sacrifici, sudore, sofferenza, in questa remota storia i cui veri protagonisti sono quegli oscuri eroi che, muovendosi in un’atmosfera resa opaca dalle particelle di un nero veleno, hanno offerto la loro salute all’antracosi o alla tubercolosi affinché  la “superba” città, che ritroviamo tornando alla realtà, potesse continuare a crescere incastonata tra l’azzurro del mare e il verde aspro dei suoi monti.

     

    Adriana Morando

  • Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Storia di Genova: la Lanterna, il simbolo della città

    Sono tanti anni che la guardo da lontano, rassicurante presenza protettiva, dando per scontato che la “Signora” mi avrebbe, comunque, aspettato, torreggiando superba nello scorrere del tempo. Con una comoda passeggiata di pochi minuti, che, alta, aggetta sull’intero porto, partendo da Via Milano, tra il parcheggio dello Shopping Center del Terminal Traghetti e l’hotel Columbus Sea, si giunge sulla piccola rocca, ultimo residuo della collina di “Promontorio”, chiamata anche capo di Faro (popolarmente detto Codefà) o di San Benigno, in onore dell’antico convento, dove solenne e maestosa risiede, dal 1543, La Lanterna.

    Genova e dintorni, la guida online

     

    La storia della Lanterna – vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

     

     

     

  • Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Concorso esterno in associazione mafiosa: il caso Dell’Utri

    Dell'UtriVenerdì poteva andare in scena l’atto finale del processo Dell’Utri. Dopo una prima condanna a 9 anni, e una seconda in appello a 7, il senatore del PDL, fondatore di Forza Italia e braccio destro storico del Cavalier Silvio Berlusconi al terzo e ultimo grado di giudizio rischiava davvero di finire in carcere per lungo tempo. Per sua fortuna così non è stato. La Corte di Cassazione ha annullato il processo d’appello (le motivazioni si sapranno più avanti), che dovrà quindi essere ripetuto; sempre che a chiudere definitivamente il sipario non intervenga prima il termine di prescrizione del reato, che scade nel 2014. Il rischio di un ennesimo processo sfumato nel nulla è concreto. Pertanto si può ben dire che Dell’Utri si è conquistato buone chances di scamparla.

    E a confortarlo ha contribuito anche il mutato clima generale, che in poche ore si è fatto particolarmente favorevole alla sua causa. Il sostituto procuratore Iacoviello, infatti, proprio nella requisitoria finale, dove era chiamato a esprimere il suo parere circa l’accoglimento o il rigetto dei ricorsi, ha proposto di respingere il ricorso dell’accusa e di accogliere quello della difesa; ed è poi andato ben al di là, sostenendo addirittura che «al concorso esterno ormai non crede più nessuno» e spiazzando così persino gli avvocati di Dell’Utri, che non si sarebbero potuti augurare di meglio. L’opinione pubblica e la politica si sono subito accodate, con dichiarazioni contro il concorso esterno provenienti in modo trasversale sia da ambienti di destra che da ambienti di sinistra.

    Ora, che il braccio destro di Berlusconi si salvi o vada in carcere, è un fatto certamente rilevante per la vita politica italiana. Eppure, in fin dei conti, il comune cittadino potrebbe anche disinteressarsi tranquillamente della vicenda e vivere tranquillo. Invece sarebbe molto grave ed inquietante, se questo processo diventasse l’occasione per mettere in discussione il concorso esterno in associazione mafiosa. Si tratterebbe un campanello d’allarme di degenerazione contro cui la società civile dovrebbe reagire compatta. Di questo reato è stato detto di tutto e di più: che è vago e ambiguo, che non esiste nel codice penale, che siamo l’unico paese del mondo ad averlo, e via dicendo.

    Non mi interessa qui entrare nel merito di queste accuse, che sono state già smontate ripetutamente da persone ben più preparate di me. Basti dire che il concorso esterno in associazione mafiosa ha già portato in carcere molte persone e che è stato definito per la prima volta nel processo maxi-ter a Cosa Nostra da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due che forse di reati di mafia ne sapevano di più del PG Iacoviello, che lavora a Ravenna. Ma soprattutto è stato bene specificato e circoscritto dalla Cassazione.

    Molto semplicemente è il reato commesso da chi aiuta e favorisce un’organizzazione criminale di stampo mafioso pur non facendone parte. Quando l’aiuto è episodico, il pubblico ministero contesta il reato di “favoreggiamento”; quando è continuativo si contesta il “concorso esterno”. E’ quindi facilissimo capire per quali categorie sia stato disegnato questo reato: i colletti bianchi.

    Tutti i magistrati, da Castelli ad Ingroia, che si sono occupati di combattere le associazioni criminali sanno benissimo che senza un’arma giudiziaria per punire chi si mette “a disposizione”, le possibilità di estirpare il fenomeno mafioso sono prossime allo zero. Catturato un boss, se ne fa un altro: ma Falcone e Borsellino hanno insegnato che la mafia non può sopravvivere senza imprenditori insospettabili che ne riciclino il denaro sporco, senza medici che ne curino i feriti, senza avvocati che li difendano, senza funzionari pubblici che olino la macchina burocratica e senza politici che garantiscano gli appalti. Il fine della mafia non è uccidere. Uccidere è il mezzo che la mafia usa, di tanto in tanto, per il vero scopo della sua esistenza: accumulare denaro e potere. Senza chi aiuta la mafia dall’esterno, questo fine non è raggiungibile. Per questo Falcone era diventato il simbolo da colpire.

    Giusto la settimana scorsa la procura di Caltanissetta ha messo nero su bianco che anche Borsellino fece la fine del suo migliore amico perché aveva scoperto che lo Stato stava trattando con i Corleonesi e si era opposto. Ieri la procura di Firenze, nelle motivazioni della sentenza di condanna del boss Tagliavia, ha scritto che nel ’92-’93 una trattativa tra mafia e istituzioni «indubbiamente ci fu».

    Per questo proprio oggi il fatto che quasi tutta la politica trasversalmente metta in discussione il concorso esterno deve suonarci come una minaccia. Una grossa parte della crisi economica che viviamo si deve anche alle mafie, che nel loro complesso, secondo le stime raccolte da Nunzia Penelope, pesano per il 10% del PIL nazionale. Perché mai dovremmo sbarazzarci di un reato che serve proprio a colpire il cuore dell’economia illegale mafiosa?

    E’ vero che la politica è un’arte difficile, perché non basta fare la cosa giusta, ma comporta trovare accordi su interessi spesso divergenti. E in democrazia è normale e legittimo che ci siano interessi opposti. Ma diciamo le cose come stanno: quali possono essere gli interessi di chi non vuole il concorso esterno in associazione mafiosa? Un sostituto PG può anche prendersi la libertà di fare fini disquisizioni di diritto: in fin dei conti la giurisprudenza è il suo mestiere. Ma a noi, e ai politici che ci rappresentano, dovrebbe interessare solo che si colpisca la mafia duramente.

    L’unico motivo accettabile per modificare o abolire il concorso esterno sarebbe quello di sostituirlo con una fattispecie di reato ancora più dura e penalizzante degli interessi mafiosi. E invece le dichiarazioni che ha rilasciato, ad esempio, un ex-presidente della Commissione Antimafia come Violante (PD) sembrano andare nella direzione di un ammorbidimento. Che senso può avere questo tipo di propaganda politica? Se a pensare male spesso ci si azzecca, l’unica spiegazione è che i nostri attuali politici sappiano benissimo che nei loro partiti ci sono colleghi e amministratori che fanno accordi con le mafie; e piuttosto che fare i conti con questa verità, che rivolterebbe il paese, preferiscono azzoppare gli strumenti di indagine della magistratura per impedirle di indagare nella zona grigia dei rapporti tra mafia, società civile e Stato.

    Tutto questo nel silenzio tombale del governo Monti, che preferisce non addentrarsi in questi spinosissimi terreni. Eppure ci sono scarse alternative: se la terra è tonda, se le guardie sono i buoni e i ladri sono i cattivi, se non voteremo mai per chi vorrebbe abolire il reato di omicidio, perché penseremmo che difende gli assassini, per quale motivo qualcuno dovrebbe voler indebolire un reato che colpisce chi presta aiuto alla mafia? O è disinformato, oppure è compromesso.
    Andrea Giannini

  • Torta di riso, ingredienti per la ricetta genovese

    Torta di riso, ingredienti per la ricetta genovese

    Ecco la ricetta genovese della torta di riso salata.Torta di riso salata

    Ingredienti per la pasta: 250 g di farina, olio,  sale, acqua tiepida
    Per il ripieno: 300 g di riso, 2 uova, due cucchiai di grana grattugiato, 150 g di prescinseua (cagliata di latte) oppure un altro formaggio morbido a piacere, olio, noce moscata ,sale

    Preparate la pasta:  unite tutti gli ingredienti aggiungendo acqua tiepida fino a che l’impasto non diventi morbido per essere stirato con le mani. Una volta pronto, lasciatelo riposare per almeno un’ora coperto da un canovaccio umido.

    Stendete poi la pasta su una teglia unta in modo tale da far uscire circa 3 cm di bordo o quannto ne desiderate.

    Nel frattempo potete preparare il ripieno della torta: mettete a cuocere il riso in una pentola con il latte e con un pizzico di sale. Quando il riso è al dente spegnete il fuoco e lasciate riposare il tutto finche il composto diventa tiepido.

    In una terrina unite la cagliata, un uovo più un albume (conservate il tuorlo che servirà in seguito), il grana, una spolverata di noce moscata e mescolate bene. Unite poi al latte con il riso e versate il tutto nella teglia sopra la pasta. Ripiegate la sfoglia in eccesso e spennellate il tutto con il tuorlo dell’uovo conservato in precedenza e un po’ di olio.

    Cuocete a 200 gradi per 30 minuti.

  • Storia di Genova: il trenino di Casella

    Storia di Genova: il trenino di Casella

    Trenino Genova-Casella

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    Un vecchio ritaglio di giornale, dimenticato tra le pagine di un libro polveroso, un’immagine di una scolaresca in gita e, in sottofondo, lui, il trenino di Casella,  protagonista di questa “storia”, immutato nel tempo, a parte quel colore rosso sgargiante che originariamente corrispondeva ad un bicolore blu-panna a cui si è tornati dopo il recente restauro.

    Costruita in epoca fascista, la ferrovia Genova-Manin, sotto lo sguardo imponente del Castello di Mackenzie, si arrampica, per 25Km, tra colline alle spalle della città, su, fino a Casella, coprendo un dislivello che parte dai 93 metri della partenza fino ai 405 metri dell’arrivo, con una punta massima nei 458 metri di  Canova/Crocetta.

    Questa linea è servita da un trenino che ricorda quello del bambini, composto da un locomotore, qualche vagone e una carrozza bar, stile “belle époque”,  prenotabile per eventi particolari come feste, gite collettive e spettacoli. La capienza massima  è di 129 persone che potranno trovare posto su sedili, tutt’altro che ergonomici, in solido legno, per un viaggio fuoriporta  che lambisce la Valbisagno, la Valpolcevera e la Valle Scrivia.

    Le tre carrozze originali, portanti ancora inciso il monogramma dell’antico marchio delle officine Carminati & Toselli, in cui furono assemblate con componentistica elettrica CEMSA, TIBB di Vado Ligure, risalgono al 1929 e sono caratterizzate da un arredamento ligneo con rifiniture in bronzo ed ottone. La motrice, la  più antica locomotiva elettrica in attività, tuttora, in Italia, fu costruita nel 1924 e mostra orgogliosa il suo vecchio tachigrafo, arrotolato e appeso ad uno dei carrelli.  Completa il convoglio la carrozza bar, costruita dalla ditta Brema (1929) che riserva ai  passeggeri  un’atmosfera   “retrò”  in  stile Oriente-Express, sfoggiando un tetto rivestito in tela olona, romantiche abatjours dalla luce soffusa, un’antesignana macchina da caffè ed  un erogatore per la birra di datata memoria, costituito da una colonna in ceramica ed ottone.

    Il trenino, nato per essere impiegato nel tratto Spoleto-Norcia (Umbria), dopo 30 anni di onesto lavoro,  subì un primo restyling delle parti esterne che gli conferì il look attuale ma, fu solo nel 1971, che, ritornato in Liguria, modificato lo scartamento da 950 a 1000mm (allargamento delle assi per adattarlo alla larghezza dei binari), potenziato l’impianto frenante,  prese servizio sull’attuale tratta.

    L’impiego usuale, infatti, è risalire o scendere dall’Appennino ligure  per trasportare lavoratori e studenti che preferiscono evitare le tortuose curve  delle strade statali  e nel contempo godere di attimi di puro relax, lontani dal traffico che si intravvede, a scorci, scorrere lontano.

     

    Qui il tempo sembra essersi fermato:  si rivede il vecchio controllore che oblitera il biglietto, forandolo con una stellina, simbolo evidente di un attento controllo, ci si dimentica del riscaldamento, retaggio di tempi troppo moderni e lungo le tredici gallerie, che variano in lunghezza dai 30 ai 150 metri,  si rischia di passare dalla luce  abbagliante del sole al buio più completo, se il solerte bigliettaio si scorda di attivare l’impianto elettrico che, naturalmente, è rigorosamente manuale.

    Durante il viaggio si è “cullati” da un rumoroso sferragliare, passando su tratti a precipizio che offrono paesaggi “mozzafiato” sia per lo sguardo che può perdersi all’orizzonte sia per il timore da cui si è assaliti quando, nell’affrontare una curva in modo alquanto brusco, si viene letteralmente “shakerati” e si ha la sensazione di rotolare lungo l’erta scarpata.

    Trenino di Casella

    Nonostante ciò,  è un’esperienza imperdibile: un percorso che inizia salendo a mezza costa, tra arbusti e ginestre, sulla destra del Bisagno, lungo l’antico acquedotto medievale, da dove si può scorgere, ad est, l’azzurro lontano del mare dalle cui acque emerge, prepotente, il promontorio di Portofino e continua  verso i monti dove incombono le minacciose roccaforti dello Sperone, del Puin e del Diamante. Raggiunta la galleria di Trensasco, lasciato con rapido sguardo il Santuario della Madonna della Guardia, il tragitto si snoda  per lunghi tratti, tra pareti verdi di robinie, interrotte da muri a secco e sentieri boschivi, salendo con ampie curve, come una reale ferrovia di montagna, fino alla stazione di Sardorella , dove un edificio di tipo rurale e un pergolato ombroso offrono tavolini e giochi per una serena giornata all’aperto.

    Chi si prefigge di raggiungere S. Olcese, nella stagione opportuna, potrà cogliere l’occasione per improvvisarsi cercatore di funghi o raccoglitore di castagne ma, sicuramente, non potrà esimersi dal peccato di gola rappresentato dal celebre salame, da accompagnare alle fave e a una buona compagnia.

    Per chi è naturalista, poi, è d’obbligo un’escursione lungo  i 665 metri del Sentiero  Botanico, in cui si possono ammirare più di 30 specie diverse tra le piante appartenenti alla flora ligure e che offrirà, anche, l’opportunità di raggiungere un rifugio attrezzato con 14 posti letto o ammirare il piccolo borgo medievale di Ciaè.

    Per i pigri la fermata ideale è Crocetta d’Orero: per raggiungere i prati non sono necessari più di cento metri!  Ed , infine,  per chi si annovera tra buongustai, tutte le fermate sono buone; basta farsi consigliare dagli pendolari “habitués” e vi sapranno indicare una delle tante trattorie che si trovano lungo il tragitto dove, con una spesa relativa si potranno gustare autentici piatti tradizionali.

     

    Adriana Morando

  • Dal referendum alle primarie: la grande sconfitta dei partiti politici

    Dal referendum alle primarie: la grande sconfitta dei partiti politici

    Pier Luigi BersaniLa vittoria di Fabrizio Ferrandelli a Palermo fa il palio con quella di Marco Doria di qualche settimana fa e certifica un dato ormai evidente. Al di là dei sondaggi, infatti, che pur rilevandolo, non possono restituire la profondità del fenomeno, nella realtà tutte le consultazioni elettorali da un anno a questa parte hanno decretato una cosa sola: la sconfitta dei partiti tradizionali.

    Ripercorriamo in breve quello che è successo a partire dall’inizio del 2011. Nei primi mesi, mentre il PDL precipita nei consensi per via delle cricche, delle P4 e delle nipoti di Mubarak, il candidato del centrosinistra per sfidare Letizia Moratti nella corsa al comune di Milano è Giuliano Pisapia, già legale della famiglia di Carlo Giuliani nel processo del G8. Pisapia, sostenuto da Vendola e dalla sinistra extraparlamentare, aveva battuto alle primarie il candidato del PD Stefano Boeri. Nel frattempo a Napoli Luigi De Magistris, ex magistrato al centro di tante indagini scomode, si candida a sindaco, correndo così sia contro il candidato del PDL che contro quello del PD. A maggio succede l’incredibile: nella capitale del berlusconismo Giuliano Pisapia al primo turno è sopra la Moratti, mentre nella città della camorra il magistrato De Magistris scalza Morcone (PD) e va al ballottaggio con Lettieri (PDL). Pisapia è in vantaggio, ma la Moratti spera di recuperare. De Magistris, invece, è fermo al 27,52%. Pochi pensano che il centrodestra possa perdere sia Napoli che Milano. Ed invece Pisapia otterrà un ottimo 55% e De Magistris un ancora più sbalorditivo 65%.

    La crisi di Berlusconi è certificata. Ma se Sparta piange, anche Atene non ride. Bersani prova a cantare vittoria, ma è evidente che i cittadini hanno scartato nettamente le candidature provenienti dalla segreteria del partito. Passano neanche due settimane e si vota di nuovo, stavolta in tutta Italia. Di Pietro, Grillo, e alcuni comitati spontanei, del tutto in solitaria, si fanno promotori di un referendum contro acqua privata, nucleare e legittimo impedimento del premier. Il referendum è osteggiato in tutti i modi dal governo, che lo sposta due settimane dopo le comunali per fiaccare la voglia dei cittadini di andare a votare; ed è mal sopportato anche dall’opposizione, che nel migliore dei casi lo reputa una perdita di tempo. All’ultimo, soprattutto dopo le vittorie-choc di Pisapia e De Magistris, il PD si accoda ai promotori, ma in molti ritengono difficile che si possa raggiungere il quorum. Ed invece, per la prima volta dal 1995, più della metà degli aventi diritto si reca ai seggi. Il responso è bulgaro: su 4 quesiti, i SI sono in media il 95%.

    Ormai è evidente che i cittadini si stanno muovendo senza le indicazioni dei partiti. Parte così un nuovo referendum contro l’attuale legge elettorale (il cosiddetto “porcellum”): di nuovo grande partecipazione (più di 1.200.000 firme), ma questa volta la consulta boccia i quesiti.

    Arriviamo quindi alle primarie di due settimane fa e alla vittoria di Marco Doria, voluto fortissimamente da Don Gallo. Per il PD è una nuova mazzata. Si dice che presentare due candidati, tra cui il sindaco uscente, sia stato un errore. E senza dubbio è vero: o si conferma il sindaco anche per il prossimo mandato, oppure si propone dei candidati alternativi. Ma la candidatura della Pinotti, persona di per sé degnissima, suscita più di una perplessità, perché è senatrice a Roma, è vicina alla segreteria centrale ed è un po’ lontana dai problemi di Genova: insomma, mentre i sondaggi danno la fiducia nei partiti al 4%, non è esattamente questo il tipo di lezione che si sarebbe dovuta trarre dal vento che cambia.

    A Palermo però il PD può finalmente rifarsi con la candidatura eccellente, sostenuta anche da Di Pietro e Vendola, di Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia in Via D’Amelio. A sorpresa però, per un centinaio di voti, le primarie sono vinte dall’outsider Fabrizio Ferrandelli. La situazione è ancora poco chiara, perché si parla di brogli e schede falsificate; ma non c’è dubbio che per il PD sia comunque una bruciante sconfitta. Anche se il risultato dovesse essere ribaltato, già il fatto che Ferrandelli sia andato vicino alla Borsellino è piuttosto indicativo. E se in qualche modo si dovesse accertare che ci sono stati brogli molto pesanti, sarebbe l’intero strumento consultivo delle primarie ad entrare in crisi di credibilità. Insomma, comunque la si guardi, al PD davvero non riesce una ciambella col buco.

    Ma al di là dei cronici problemi del partito di Bersani, ci sono considerazioni più significative da fare. Se a quanto detto fin qui sommiamo il successo di consensi del governo Monti, non si può fare a meno di notare come ormai la gente tenda a premiare qualsiasi proposta che, dalle aule della Bocconi ai centri sociali, non sia espressione diretta dei grandi partiti. I quali, non a caso, stanno provando a fare quadrato con ipotesi di grandi coalizioni comprendenti PD, PDL e UDC. Se questa interpretazione è corretta, c’è da aspettarsi che alle prossime elezioni nazionali avremo grandi sorprese, probabilmente paragonabili a quelle che nei primi anni ’90 decretarono la fine della prima repubblica.

    I giornali nei mesi a venire continueranno a parlare del trionfo della montante “antipolitica”. Ma il mio giudizio è che i cittadini italiani, al contrario, stiano riscoprendo la politica attiva e la partecipazione diretta. I sacrifici che sono stati imposti alla gente contrastano con l’ostinazione della politica a chiudersi nella difesa dei propri privilegi. Gli stipendi faraonici, i casi di corruzione sempre più frequenti, i generosi finanziamenti pubblici auto-assegnati e i mancati tagli alle retribuzioni dei parlamentari non fanno altro che rafforzare la convinzione che i partiti da troppo tempo, più che al buon governo, siano dediti alla spartizione del potere. E a questo punto è difficile sperare che qualcuno (tipo il Bersani che a Servizio Pubblico balbettava sulla TAV e minacciava querele) sia in grado di fare marcia indietro. Cosa succederebbe, dunque, se nel 2013 si presentasse una sorta di grande lista civica alternativa ai partiti?

    Andrea Giannini