Categoria: L’Uomo con la Valigia

  • Denver, Colorado: Motel degli orrori e sparatoria, sullo sfondo i grattacieli

    Denver, Colorado: Motel degli orrori e sparatoria, sullo sfondo i grattacieli

    colorado-motel-DIUna notte, da qualche parte nel Colorado, la pioggia picchiava forte sul tetto della macchina,così forte da lasciare intravedere solo qualche luce colorata di un motel e una sagoma di Elvis con in mano un cartello recante la scritta illuminata “vacancy”.

    Ho parcheggiato e sono sceso riparandomi con la giacca fino ad arrivare davanti alla porta d’ingresso, sono entrato lasciandomi alle spalle il tintinnio di un campanello e mi sono diretto verso il bancone del bar in attesa di essere notato da qualcuno. Lo sgabello al mio fianco bandiera-americana-DIera occupato da un uomo di carnagione olivastra con baffoni a cascata e un cappello da cow-boy, sorseggiava whisky on the rock con aria annoiata, batteva il piede al ritmo di Bad Moon rising dei Creedence e il suo volto ricordava terribilmente il sergente Garcia del telefilm Zorro ma dai lineamenti meno affabili.

    Nell’aria passava un odore di birra ormai impregnato nel legno scuro del locale. Allungo una mano per prendere due noccioline americane quando da una tenda a stelle e strisce esce una cameriera in completo rosa con una coroncina di stoffa in testa; mastica un chewin-gum e mi regala un sorriso cordiale: “di cosa hai bisogno?” Lanciando nella sputacchiera il guscio della nocciolina le dico che stavo cercando un letto caldo e una doccia, lei mi rispose con sicurezza “Straniero, sei nel posto giusto”. Ero capitato in quel posto senza nome in maniera casuale, il primo paese distava una decina di km, intorno solo alberi e monti immersi nel buio, dietro al bar sorgeva un grosso casermone su due piani contenente le oltre trecento stanze del Motel.

    Matteo, il mio compagno di viaggio, aveva atteso tutto il tempo in macchina, nel frattempo la pioggia era cessata lasciando fango e pozzanghere che riflettevano le luci colorate dei neon. Ci siamo incontrati fuori dal locale e prima che mi chiedesse lumi e impressioni avevo già la chiave in mano, per venti dollari a notte qualsiasi cosa andava bene, anche un motel frequentato da camionisti di passaggio, uno di quei posti dove non ti vorresti mai trovare in circostanze normali.

    Per raggiungere la nostra stanza abbiamo percorso il lungo corridoio del casermone incrociando gli sguardi di alcuni sudamericani dall’aria poco raccomandabile lasciandoci alle spalle stanze aperte e buie che emanavano odori acri e fetori di piedi.

    Mi sono fatto largo tra i fumi e le lattine vuote della sala TV avendo il buon gusto di salutare tutti i presenti che risposero con un piccolo cenno del capo o alzando la mano che reggeva il grosso sigaro, ai loro occhi ero un forestiero capitato li per caso: non avevano tutti i torti. Un neon in fin di vita illuminava il tratto finale del corridoio al secondo piano, l’ultima porta recava il numero 317 scritto con pennarello nero e pessima grafia, quella era la nostra camera. L’arredamento era composto dal solo letto matrimoniale e un piccolo cesso inteso come sanitario, messo li senza un divisorio, la doccia era in comune con le altre trecentosedici stanze e l’armadio sicuramente era stato rubato.

    Siamo usciti per cena intorno alle ore 20 locali, decidiamo di seguire il consiglio della cameriera che ci ha indirizzato verso una steakhouse a qualche km di distanza. Attraversiamo il buio della valle con gli abbaglianti accesi, tra ululati di coyote e tassi kamikaze e arriviamo di fronte al ristorante, una sorta di baita completamente in legno. Ho spinto la porta saloon come nel vecchio west e siamo entrati con il passo da cow-boy e l’aria un po’ smarrita, un profumo di carne alla brace ci ha accolto e in pochi minuti eravamo già seduti. Il locale era composto da un banco di macelleria dove si poteva scegliere la propria bistecca, una grande piastra simile a un tavolo da biliardo posto al centro del salone per cuocere e intorno solo tavoli. I bocconi si scioglievano in bocca e si fondevano con il gusto del condimento nero a base di cipolle spennellato in cottura, è stata la carne più buona che abbia mai mangiato, quel sapore intenso e selvaggio era così coinvolgente che ho dovuto cuocere un’altra bistecca.

    Finita la cena abbiamo percorso la stessa strada ma illuminata dalla luna che nel frattempo si era svegliata, abbiamo posteggiato la macchina siamo entrati nel bar del motel, l’uomo con i baffi era seduto nello stesso sgabello ma il suo piede questa volta era fermo e i suoi occhi coperti dal cappello, russava e davanti a lui aveva qualche bicchiere vuoto di troppo.

    Una volta in camera abbiamo blindato la porta con una sedia e ci siamo messi a letto stanchi delle centinaia di km macinati durante la giornata. La notte scorreva serena tra latrati di volpi e canti di civette, la luna si affacciava  timidamente dal monte e la sua luce impregnava le fluorescenti tende ingiallite dal fumo. Improvvisamente due spari tagliano in due la quiete, mi sveglio di soprassalto, alle tre del mattino non potevano essere cacciatori e il rumore non era quello di un fucile, era una pistola. Istintivamente abbiamo acceso la luce, eravamo pronti a scappare ma una volta capito che non sarebbe stata una buona idea abbiamo spento tutto e siamo restati in stanza ad attendere l’evolversi della sparatoria. Le ultime ore sono passate senza colpi di scena e di pistola, il mattino seguente di buon ora siamo ripartiti senza guardare indietro attraverso le verdi vallate del Colorado.

    Dopo una sosta da McDonald’s e duecento km di strada, avvistiamo in lontananza i grattacieli di Denver svettare tra le nuvole, in contrasto con la natura e le montagne che li circonda. La città non spicca certo per la sua originalità, qualche spazio verde e i volti dei giocatori di scacchi nelle vie del centro erano le uniche scappatoie dalla morsa della noia.

    Cosa fare a Denver quando sei morto” è il titolo di un film con Christopher Walken e Andy Garcia, non sapere cosa fare a Denver quando sei vivo era la mia situazione. Ma i colpi di scena sono sempre all’ordine del giorno nei miei viaggi e, dopo aver visitato lo stadio dei Denver Nuggets, abbiamo attraversato un quartiere popolare passando attraverso un campo da basket di strada dove alcuni ragazzi stavano tirando a canestro. A causa di uno strano rimbalzo il pallone finisce tra i piedi di Matteo che lo prende e lascia partire un tiro da tre punti che si insacca in rete. Dopo questo gesto atletico siamo stati obbligati a giocare, ci siamo divisi in due squadre diverse e abbiamo iniziato il match senza un’apparente posta in palio che, dopo essere stati sconfitti, abbiamo scoperto  essere dieci dollari, poteva anche andare peggio.

    Rientrati in hotel visibilmente sudati abbiamo fatto un bagno in piscina, una doccia calda e siamo usciti per cenare passeggiando lungo un corso d’acqua  con la mente libera e con il solo pensiero delle 24 ore di viaggio che ci aspettavano il mattino seguente. Il sole tramontava lento disperdendo il suo giallo come un acquarello che tingeva di rhum la linea dell’orizzonte, il vento faceva danzare le spighe di grano al ritmo del suo soffio e il cielo blu era cosparso di nuvolette bianche, ricordavano le stelle della bandiera americana.

    L’ultimo ricordo di viaggio è il cielo notturno del Colorado, una sigaretta e “Birds” di Neil Young che risuona nelle orecchie.

     

    Diego Arbore

  • Finlandia, Tampere e Helsinki: profumi, luoghi e persone

    Finlandia, Tampere e Helsinki: profumi, luoghi e persone

    finlandia-helsinki-gabbiani-DILeggevo “Caduta libera” di Nicolaj Lilin quando uno scrollone mi ha fatto capire che l’aereo stava iniziando la fase di atterraggio. Superate le mille isole che formano uno spettacolare arcipelago siamo entrati dentro una nuvola per poi uscire sopra le verdi foreste finlandesi. Le punte degli alberi parevano grattare la pancia dell’aereo e la pista di atterraggio ancora non si vedeva. Improvvisamente è apparsa una piccola striscia di asfalto, le ruote si appoggiano dolcemente e l’aereo si ferma dopo un’iniziale brusca frenata. In attesa che aprissero i portelloni osservavo un addetto dell’aeroporto fuori dall’oblò, aveva un giaccone arancione allacciato fino al collo, un berretto in cotone che metteva caldo solo a guardarlo e dei guanti da operaio, nonostante la bella giornata ho pensato ci fosse freddo e mi sono preparato psicologicamente. Mentre scendevo le scale un raggio di sole caldo mi ha abbracciato e il termometro sopra la baracca del piccolo aeroporto segnava ventotto gradi, mi sono voltato a guardare quell’uomo tutto bardato, con una smorfia di interrogazione mi sono avviato verso l’uscita.
    L’aeroporto di Pirkkala è uno dei più piccoli che io abbia mai visto, la sala d’attesa è composta da alcune sedie in legno come quelle di scuola, un bar al piano superiore e uno shop di souvenir chiuso se il personale è impegnato nelle operazioni di check-in. Ho preso la navetta che con sei euro mi ha portato nel centro di Tampere in compagnia di alcuni studenti italiani che scontavano il loro periodo di Erasmus.

    In stazione mi aspettava una vecchia compagna di classe delle elementari che mi avrebbe accompagnato all’ostello, mi sentivo emozionato a rivederla dopo tanti anni. Il bus si è fermato nella piazza della stazione dove ho visto una ragazza con un cartello con scritto “Diego”, l’avrei riconosciuta comunque ma sono rimasto colpito dai mutamenti che può subire il corpo umano, era con il suo compagno, un ragazzo libanese che di mestiere fa l’interprete e il traduttore, nonostante il suo aspetto non fosse rassicurante era tuttavia simpatico e socievole. Mi hanno accompagnato in ostello, avevo un letto prenotato in una stanza comune per dodici persone, ho sistemato i bagagli e abbiamo fatto un giro veloce per le vie del centro. Ci siamo seduti sui gradini del teatro nella piazza principale, hanno deciso di raccontarmi la loro storia non priva di colpi di scena, mi hanno indirizzato verso alcuni posti da visitare per poi ritornare al loro destino, io ho proseguito solitario alla ricerca di un pasto caldo.

    Il primo impatto con l’ostello è stato con l’uomo della sicurezza, un ciccione che stava seduto su una sedia a guardare un film in bianco e nero mangiando dei nachos. Il suo sguardo di pietra mi fissava, sembrava avesse visto un alieno, mentre mi avvicinavo notavo le briciole sul pizzetto e il labbro inferiore immobile con la bocca leggermente aperta e una mano ancora dentro il sacchetto. Ho percorso il corridoio che ci separava con un passo stile “Mezzogiorno di fuoco”, quando gli sono arrivato davanti era immobile, sembrava di cera. Qualcuno doveva rompere quel silenzio, ho esordito con un “good night” ricevendo in cambio un cenno del capo, con lo sguardo ha seguito i miei movimenti fino a  che non sono sparito dietro l’angolo. Nonostante l’uomo della sicurezza il Dream Hostel è un ottimo ostello dove pulizia e efficienza regnano sovrani, la cucina è aperta a tutti e la sera la sala è piena di ragazzi che parlano, si conoscono, giocano a poker e utilizzano il WiFi gratuito. La mia compagnia serale era formata da un croato iperattivo sulla quarantina, un tedesco in sedia a rotelle, un disadattato italiano con una maglia nera dei Megadeath, un francese e un marocchino residente Bologna che non sapeva neanche il motivo per cui si trovava a Tampere. Giocavamo a poker per passare le serate, le partite duravano fino a quando il croato decideva di smettere sollevando il tavolo e rovesciando tutto quello che c’era sopra, era chiaro che non sapeva perdere, il ciccione della sicurezza arrivava puntuale a tavola ormai rovesciata guardandomi con occhiate sospette.

    Ma veniamo al dunque… Tampere sorge tra i laghi Nasijarvi e Pyhajarvi che hanno una differenza di altitudine di 18 mt, il centro è piccolo e scarno di grosse attrattive e neanche troppo ben frequentato, in contrapposizione la natura esplode in tutte le sue forme appena si esce dalla città. I ristoranti si contano sulle dita di una mano e non tutti ispirano fiducia, inoltre i prezzi dei piatti sono alti e l’istinto mi ha guidato verso il primo fast food disponibile, la catena Hesburger, l’omologo finlandese del McDonald’s con la differenza che i nomi dei panini sono scritti in finnico e di conseguenza è difficile fare delle scelte, fortunatamente l’inglese unisce tutto il mondo e un cheeseburger e delle crocchette di pollo sono state facili da ordinare.

    Il primo giorno di buon mattino ho camminato sulle sponde del lago inferiore, lungo tutto il suo perimetro si percorre un sentiero dentro a un parco naturale, gabbiani, corvi, aironi e cormorani popolano le rive in attesa di qualche pesce da mangiare. Ho riposato su un prato che terminava con una piccola spiaggia, decine di persone godevano del caldo eccezionale, mi sono spogliato e immerso nel lago, nonostante la temperatura esterna le acque sono gelide a causa dell’escursione termica che avviene nelle ore notturne. Rigenerato e ancora inconsapevole del raffreddore che sarebbe arrivato dopo poche ore, mi sono incamminato verso il centro per pranzare. Dentro un palazzo della via principale ho trovato un vecchio mercato in legno, Kuppahalli, al suo interno banchi di carne di renna, alci e scatolette di orso, negozi di souvenir ed economici ristorantini, ho ordinato una zuppa di pesce con trancio di salmone da leccarsi i baffi e una pentola di cozze in umido. Il pomeriggio ho preso una bici a noleggio per visitare il lago superiore e un parco a nord della città, dopo tre ore di pedalate mi sono dedicato allo shopping nel piccolo centro di Tampere e terminare la giornata con una sontuosa cena da Hesburger.

    Il mattino seguente ho preso il treno alle 8 del mattino per Helsinki, i costi dei trasporti sono altissimi ma il servizio è di un’eccellenza unica, la puntualità, la pulizia, il Wi-Fi gratuito e funzionante, il servizio di ristorazione, le poltrone con lo schienale retraibile, l’attacco per la corrente e per le cuffie della radio rendono il viaggio estremamente comodo e piacevole. Questo è quello che avrei scritto se non avessi preso il treno di ritorno in classe economica, gente ammassata come bestie al macello si spartiva un fazzoletto di spazio tra un vagone e l’altro, per un attimo mi sono sentito a casa.

    Ad Helsinki ho prenotato una stanza presso l’ostello dello stadio olimpico, una volta sceso dal treno ho cercato le indicazioni e ho attraversato a piedi il parco con lo splendido lago che separa la stazione dallo stadio. Lungo le sue rive ci sono due piste, una ciclabile e una pedonale dove ad ogni ora del giorno centinaia di persone si tengono in forma facendo sport immersi nella natura pur essendo in centro città. Non immaginavo che l’ostello fosse parte integrante dello stadio, si trova infatti nella curva e l’idea di dormire in quel posto così originale mi affascinava sempre di più.
    Helsinki è una città molto elegante, il centro è pulito e in ordine ed è facile veder passare alcuni senzatetto con grossi sacchi pieni di lattine e bottiglie vuote che inserite in appositi macchinari di smaltimento rifiuti differenziati pagano dieci o venti centesimi, un modo intelligente per tenere occupate le persone e rispettare l’ambiente.
    Il mare mi attirava come una calamita trascinandomi fino al porto dove ho pranzato con un ottimo trancio di salmone fresco e verdure, preso un caffè e fumato una sigaretta tra banchi di frutta e pesce fresco che si alternano sulla banchina del porto dove mendicanti e artisti cercano di spillare qualche moneta ai numerosi turisti che si aggirano alla ricerca di un battello per visitare le isole.


    Sulle note di “Spaced Cowboy” di Sly & the Family Stone sono salito a bordo della nave Mulligan per un tour di circa tre ore attraverso l’arcipelago, tempo necessario per vedere fari e verdi isolette con piccole case in legno, avvistare una foca, una coda di balena e ammirare il panorama della città vista da un’altra prospettiva.

    Sui gradini della grande cattedrale in legno che domina Helsinki, seduto tra coppie di innamorati e turisti giapponesi intenti a fotografare ogni cosa, scaldato dagli ultimi raggi di  una splendida settimana di sole attendevo il tramonto, nelle orecchie passava Paolo Conte, nulla sembrava più appropriato di “Diavolo Rosso” e quelle bambine bionde, con gli anellini alle orecchie.

    Il buio e il freddo dell’inverno reprime l’entusiasmo degli abitanti di Helsinki che esplode nelle stagioni più calde con manifestazioni artistiche e concerti lungo le vie della città dove tutto è più allegro e anche un viaggiatore solitario trova compagnia.
    Il mio viaggio in Finlandia sarebbe finito il giorno successivo quando avrei preso il traghetto per Tallin, ma quello è un altro viaggio.
    Un altro adesivo è stato attaccato sulla mia valigia, profumi, luoghi e persone di questa esperienza rimarranno sempre vivi nella mia mente come una fotografia da archiviare nell’album dei ricordi di una vita in giro per il mondo.

    Diego Arbore

  • Ile de Brehat, Francia: la splendida isola della Bretagna

    Ile de Brehat, Francia: la splendida isola della Bretagna

    brehat2-DI (7)Leggero come una foglia trasportata dal vento il suono di un’arpa accompagnava i miei passi attraverso la via che conduceva al molo, i fiori si alternavano ai bordi della strada in una moltitudine di colori, e il mare era mosso solo da una leggera tramontana, una romantica cornice per due innamorati che si abbracciavano davanti al faro.
    Il piccolo porto di Ploubazlanec in Bretagna è utilizzato solamente come collegamento con l’Isola di Brehat per i turisti e i rifornimenti ed è composto da una piccola banchina in legno, un casottino per i biglietti e un bar per ristorarsi in attesa di navigare nel breve tratto di mare dell’arcipelago. La musica proveniva da una ragazza seduta sugli scogli vicino alla barca, accarezzava le corde della sua arpa con le dita lunghe e affusolate fondendosi con lo strumento in un unico essere, i capelli biondi ballavano al ritmo del vento in netto contrasto con la sua espressione malinconica.
    Non potevo non riconoscere Bridge Over troubled water di Simon and Garfunkel, una canzone che risvegliava i ricordi del mio primo periodo londinese quando al mercatino di Camden Town ho acquistato la musicassetta con i loro successi.

    La giornata era serena, il mare uno specchio e le poche nuvole presenti sembravano pecorelle smarrite, tutti i presupposti per una navigazione tranquilla. Il battello, poteva contenere cinquanta persone al massimo, seduto al piano scoperto per godere del paesaggio e della brezza marina ho preso la reflex e ho iniziato a scattare, mentre alcuni gabbiani seguivano l’imbarcazione volando perpendicolari alle nostre teste sfruttando le correnti senza bisogno di battere le ali. Navigando l’arcipelago attraverso piccole isole dove sorgevano spettacolari ville costruite su misura, barche a vela, pescatori e grossi fari che fino ad ora avevo visto solo in cartolina, ho incontrato il faro di Paon, tra i più famosi della tradizione della Bretagna, un’asimmetrica costruzione di pietre bianche che brillano nelle azzurre acque del canale della manica.
    I cormorani osservavano i movimenti in acqua dall’alto di grandi boe, pronti a tuffarsi in caso di qualche sfortunato pesce, gli aironi si bagnavano le zampe sulle rive degli isolotti non curandosi del passaggio di alcuni pescatori.

    Una volta attraccati all’Ile de Brehat mi sono incamminato in mezzo ai sentieri delineati da muri di pietra che separano i giardini delle splendide ville composti da alberi e fiori di una bellezza unica e naturale, cresciuti in un luogo che, almeno quel giorno, sembrava il paradiso terrestre.
    Piccole strade salivano in ogni direzione per poi scendere in picchiata verso il mare, seduto tra ortensie e ginestre, sotto le fronde di una betulla mangiavo una pesca osservando le acrobazie dei gabbiani dall’alto di un colle, il sole riscaldava e saturava i colori ricordando i paesaggi dei quadri di Monet.

    Ho ripreso a passeggiare e fotografare ogni angolo di questa tranquilla isola senza una meta precisa, attraverso passaggi sotto archi di pietra e piccole strade fiorite sono arrivato a un bivio al cui centro un gatto si riscaldava al sole. Scegliere la direzione è stato facile, il felino alzandosi si è incamminato verso destra dove una stradina scendeva verso il mare. L’ho seguito come Alice seguiva il coniglio bianco, arrivando in un piccolo golfo dove decine di persone prendevano il sole e si ristoravano al bar ascoltando le note di una Jazz band che suonava di fronte alla spiaggia. Mi sono fatto servire un trancio di pesce con patatine fritte e, seduto in riva al mare con i piedi a bagno, ascoltavo il contrabbasso suonare Fever di Elvis Presley e la tromba condire di originalità il brano.

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    Mi sono riposato qualche minuto e sono ripartito con una bicicletta in affitto che mi ha permesso di raggiungere gli estremi più impervi dell’isola come una bellissima scogliera a picco sul mare dalla quale ho avvistato una foca, lontana da fotografare ma sempre emozionante da vedere.
    La zona più interna dell’isola ricorda un presepe, il verde brillante dei prati pare moquette e le case adagiate sopra da una mano gigante. Un piccolo uomo uscito da una porta blu mi è venuto incontro… Lui, originario di Saint-Brieuc, un paese della costa francese, racconta che le notti d’estate sono illuminate da miliardi di stelle, tante da far confondere i fari e il vento leviga la pelle facendolo sentire sempre più giovane e affascinante.
    Ci siamo salutati con una forte stretta di mano, un altro personaggio componeva il puzzle dei miei viaggi e questa è la cosa che mi arricchisce maggiormente.

    Nella parte più alta dell’isola sorge una piccola chiesa, dietro ad essa una strada conduce al centro del paese dove sono presenti i soliti negozi di souvenir, bistrot e creperie.
    L’isola è abitata principalmente da francesi in villeggiatura per l’estate, solo poche anime ci vivono tutto l’anno, nonostante questo i servizi sono completi e adeguati per affrontare gli inverni più rigidi.

    La giornata volgeva al termine, il battello delle diciannove era l’ultimo e dovevo affrettarmi, riconsegnata la bicicletta mi sono incamminato verso il molo osservando per l’ultima volta i colori dell’isola e la sua natura. Quando vuole l’uomo riesce a convivere con lei senza distruggerla.

     

    Diego Arbore

    [foto dell’autore]

  • Bratislava, Slovacchia: la nebbia fra i tetti, i vicoli e la malinconia

    Bratislava, Slovacchia: la nebbia fra i tetti, i vicoli e la malinconia

    petralkaGiuseppa Koshkova è un’infermiera che vive a Bratislava e ogni mattina si reca in stazione per prendere il treno che la porta a Vienna dove inizia il suo turno all’ospedale generale della capitale austriaca, due città distanti poco più di cinquanta chilometri e nonostante siano vicine le differenze culturali sono visibili a occhio nudo.

    Quindici anni fa, durante una vacanza in Austria, avevamo conosciuto alcune ragazze che ci avevano invitato a passare una giornata con loro nella capitale slovacca. A quei tempi era necessario il passaporto per passare la dogana ed essendo dotati della sola carta d’identità ci aspettava un mesto ritorno a casa con qualche giorno a disposizione prima di riprendere gli studi.

    Giuseppa era seduta in una kaffeehausen del centro di Vienna, leggeva distrattamente un libro ascoltando le nostre conversazioni su come poter superare il confine. Il pomeriggio era fresco e una densa pioggia restava attaccata ai vetri appannati del locale, un giornalaio chiudeva la saracinesca mentre le luci del teatro iniziavano a scaldarsi per l’arrivo dei primi signori in abito scuro.

    Siamo rimasti senza parole quando Giuseppa si è seduta al nostro tavolo dicendo che ci avrebbe potuto aiutare, la nostra diffidenza iniziale fu spezzata dal suo aspetto che ispirava fiducia. Il suo italiano era discreto, il nonno era calabrese di nascita ed emigrato nei primi anni del novecento in Germania per lavorare nelle miniere di Rammelsberg, in seguito fu deportato in Austria a causa della guerra, trovò pace in Slovacchia per ragioni sentimentali…

    Ci ha proposto di passare in treno la frontiera la mattina successiva e che se ci fossero stati problemi ci avrebbe pensato lei grazie alle sue conoscenze in dogana ferroviaria. L’occasione era ghiotta e la paura reale ma nonostante le apparenze il regime comunista era un lontano ricordo e il rischio era quello di essere rispediti al mittente quindi abbiamo accettato l’offerta e anche le eventuali conseguenze.

    Abbiamo passato il confine senza problemi, Giuseppa ci avrebbe riportato indietro il giorno dopo e ci ha lasciato liberi di scoprire la città, non abbiamo trovato le ragazze ma al loro posto abbiamo conosciuto la bellezza e il fascino immortale di storia e cultura che scorre lungo le acque impetuose del Danubio, uno dei fiumi più lunghi e grandi d’Europa. Quella è stata la prima stretta di mano fra me e Bratislava, nel tempo è diventata una tappa annuale per trascorrere weekend lunghi o capodanni alternativi e divertenti ma sempre con un regolare passaporto.

    La città è piccola ed è abitata da poco meno di mezzo milione di persone che vivono nel tranquillo centro storico dominato dal castello oppure nelle zone più periferiche e malfamate oltre il Danubio.

    La signora Giuseppa non poteva che abitare a Petralka, uno dei peggiori e mal tenuti quartieri, ma pur di risparmiare due soldi abbiamo soggiornato nella sua modesta casa in più di un’occasione  dormendo su un divano e un materassino da mare gonfiato in soggiorno. Rimangono nella memoria i suoi gulash e il pollo farcito legato con ago e filo di sartoria, le zuppe con corpi estranei galleggianti e le colazioni di pane secco tostato e marmellata di frutta sconosciuta, tutto però era preparato con l’amore di una persona altruista e sola.

    Petralka è un quartiere popolare e mal frequentato soprattutto nelle ore serali, molte persone vivono in edifici obsoleti e dimenticati e altre in case più moderne e ben arredate ma comunque in un contesto più economico rispetto al centro storico.

    Nei giorni di mercato il quartiere si ferma per lasciare il posto a banchi di frutta non proprio in buono stato a causa anche delle basse temperature, altri banchi vendono materiale storico e articoli bellici come elmetti e maschere antigas, spille e cappelli dell’armata rossa, binocoli usati e vecchi cartelli con scritte in cirillico.

    Dopo un giro perlustrativo ci si reca in centro, superando il parco Sad Janka Krala dove una torre con un UFO (così viene chiamato) con al suo interno un ristorante panoramico, svetta tra gli alberi. Il parco è stato anche luogo di riprese del video “Sei nell’anima” di Gianna Nannini, dove si riconosce la torre in più di un fotogramma.

     

    Superato il parco si attraversa il ponte che cavalca il Danubio e si arriva ai piedi del castello che domina la città dal suo colle più alto che permette di ammirarlo da ogni parte della città.

    Il lato del colle che costeggia il Danubio è formato da piccole grotte e gallerie naturali dove trovano alloggio i senzatetto, meglio non curiosare al loro interno. Tuttavia Bratislava è tranquilla e vivibile, il centro storico negli ultimi dieci anni è stato rimodernato con la pavimentazione delle strade e la ristrutturazione dei palazzi, questo ha permesso l’aumento di attività commerciali.

    Nei primi anni non era così, una coltre di nebbia copriva le vecchie case dalle finestre consumate e le strade erano poco frequentate, l’ambiente sembrava più povero ma sicuramente più affascinante e molto più malinconico.

    Lungo le vie del centro si trovano statue in ferro che rappresentano personaggi di ogni genere, un operaio che esce da un tombino è il più famoso, centinaia di turisti si fermano a fotografare e farsi immortalare con lui mentre Napoleone si appoggia su una panchina e da un angolo di un vicolo un paparazzo è pronto a scattare un fotografia.

    Una delle prime serate l’abbiamo passata mangiando un ottimo piatto di pasta al ristorante Paparazzi, proprio dove c’è l’omonima statua, per poi andare a ballare al Circus Barok, una discoteca galleggiante sul fiume.

    Il locale non deve essere in regola con le norme di sicurezza e non è neanche frequentato dalla creme di Bratislava ma è un posto inusuale e originale a cui abbiamo dedicato almeno una serata per ogni vacanza.

    Una sera siamo usciti molto stanchi, tornare a piedi sarebbe stato faticoso e abbiamo deciso di prendere un taxi, uno dei tanti che fermano all’uscita della discoteca che con pochi spiccioli ti portano a destinazione. Saliamo a bordo di una vecchia skoda verde militare che non aveva per niente l’aspetto di un taxi e il conducente guidava freneticamente parlando al telefono con tono forte in lingua slovacca.

    Matteo era dietro che dormiva, io stavo seduto sul sedile posteriore osservando la strada con sospetto, i palazzi e le case lasciavano il posto a fitte trame di alberi in fila come soldati e luoghi isolati. Accostò in una piazzola e ci chiese il conto con un coltello, Matteo finalmente era sveglio, abbiamo svuotato il portafoglio ma fortunatamente eravamo senza carte di credito e il cambio era a nostro favore, la cosa preoccupante era tornare indietro a piedi ma una cosa era sicura, non avremmo chiamato un taxi.

    Abbiamo seguito la strada, le luci e il Danubio fino ad arrivare al ponte quando ormai il sole iniziava timidamente a sorgere, alcuni raggi rimbalzavano sulla nebbia mattutina, altri invece brillavano sull’erba bagnata del parco indicando la strada di casa. Petralka deserta sembrava ancora più povera, un gatto malconcio cercava cibo tra i rifiuti facendo allontanare degli sporchi piccioni, attraversando il mercato chiuso siamo arrivati a casa dove Giuseppa aveva preparato un’abbondante colazione con uova, latte e pane tostato accompagnato dalla sua marmellata di arance fatta in casa.

    Per raggiungere il castello si percorre una bellissima promenade che taglia il parco alla base delle mura, spesso una leggera nebbia lascia intravedere le scure statue dei personaggi storici che lasciano a quel luogo un aspetto ancestrale.
    L’accesso al cortile principale e i sotterranei sono gratuite mentre per visitare le stanze si paga un economico biglietto. In cima al colle si può ammirare una vista a 360° e osservare il lungo scorrere del Danubio, le verdi campagne slovacche e durante le giornate più terse scorgere Vienna all’orizzonte.

    Durante l’inverno le cime degli alberi sono coperte da un sottile strato di neve e il freddo è tagliente come la lama di un rasoio, non resta che sedersi all’ Irish pub e bere una Guinnes in attesa che venga sera per poi cenare da Paparazzi davanti ad un ottimo piatto di pasta italiana.

    hotel-kievNegli ultimi anni Giuseppa non ci ospitò per problemi di salute e ci siamo accontentati di un orribile albergo, uno spoglio casermone che un tempo era la sede del vecchio partito comunista, l’hotel Kiev.

    Con più di mille stanze rappresenta la soluzione più economica per soggiornare in centro, poco importa se in bagno ci sono resti di peli e le lenzuola sono gialle per dormire due ore a notte è più che sufficiente.

    Da Dicembre a Gennaio, nella piazza principale e lungo le vie pedonali, ci sono i mercatini di Natale dove si può passeggiare tra gli addobbi bevendo una cioccolata calda o un vin brulè e pattinare nella pista ghiacciata.

    L’ultimo viaggio risale al 2009, le cose sono cambiate dai primi tempi, la città si modernizza e si globalizza, la moneta diventa l’euro e la moda si fa avanti portando turisti che aiutano l’economia ma forse fanno perdere quel fascino incontaminato che c’era prima.

    Il ricordo mi consola, dormire a Petralka è un’esperienza unica così come il vecchio hotel Kiev, ormai di lusso, le città cambiano e le mode vanno e vengono, le esperienze e i ricordi restano per sempre, questa è Bratislava, storia, natura, arte e semplicità.

     

    Diego Arbore

  • Arizona, brividi e film western: Grand Canyon, Colorado e Monument Valley

    Arizona, brividi e film western: Grand Canyon, Colorado e Monument Valley

    monument-valley-DIFermo in una stazione di servizio lungo la statale 160 che taglia l’Arizona ho preso il portafogli e una banconota da cinquanta dollari raffigurante il presidente Grant che ha riempito il serbatoio della benzina. Ho posato la pompa notando la scritta sul display recante “Dio benedica i nostri soldati in Iraq” e sono entrato nello shop per bere e rinfrescarmi.

    Per ripararmi dal sole ho comprato un classico cappello da cowboy scoprendo che la sua efficacia è un dato di fatto e non è solo uno status symbol americano. Dopo aver bevuto un integratore di sali, siamo ripartiti entrando ufficialmente in Arizona attraversando la polverosa highway tra file di cactus e carcasse di animali morti mentre i condor osservano interessati.

    La radio passava “Have you ever seen the rain” dei Creedence, se la pioggia citata da John Fogerty nel 1971 era una metafora delle bombe in Vietnam, la mia voglia di acqua dal cielo non lo era. Il terreno secco e arido a tinte rosse si estendeva all’infinito, una strada sterrata iniziava senza dare sbocchi visibili ma la curiosità era grande e senza freccia ho svoltato improvvisamente.

    Sterpaglie, massi e crepe mettevano in serio pericolo la coppa dell’olio e le gomme dell’auto e abbiamo deciso di proseguire a piedi. Dopo alcuni passi ho visto strisciare quello che sembrava un serpente qualche metro più avanti, mi sono fermato di colpo per poi risalire in macchina velocemente. Prima di chiudere la portiera ho visto arrivare verso di me un cagnolino sporco, pulcioso e spelacchiato ma simpatico, si è avvicinato scodinzolando e gli ho dato qualche patatina da mangiare. Il cuore mi diceva di portarlo con me, il cervello mi ha fatto chiudere la portiera con non pochi rimorsi e sensi di colpa.

    Dopo centinaia di chilometri di deserto ci siamo fermati presso un Motel di un piccolissimo paese tagliato in due la statale, probabilmente neanche menzionato dalle mappe, tuttavia utile per riposare. Era ormai sera e la fame bussava alle nostre porte, il locale di fronte era chiuso e abbiamo messo in moto la macchina, dopo qualche chilometro troviamo un market aperto e vi posteggiamo davanti. Ho preso un panino e qualche sacchetto di schifezze da sgranocchiare, curiosando tra gli scaffali, ho notato quattro strani personaggi dal tipico aspetto sudamericano che mi osservavano. Non sembrava avessero buone intenzioni, ho fatto un cenno al mio compagno di viaggio e siamo saliti in macchina – casualmente parcheggiata di fianco alla loro – in quello stesso momento  sono usciti anche i tizi loschi. Ho messo la prima e siamo partiti guardando dallo specchietto retrovisore, erano sulla nostra scia, il conducente aveva una faccia cattiva con due baffoni alla “Machete“, speravo fosse solo una coincidenza, ma quando ha iniziato a lampeggiare, una vampata di calore pervase il mio corpo.
    Non avevo la minima intenzione di fermarmi, ma non acceleravo neanche, speravo di arrivare in motel il prima possibile anche se, isolato com’era, non mi sembrava il posto più sicuro… ma quantomeno era un riferimento.
    Il destino ha voluto che in quel momento passasse un enorme camion, ho deciso di rallentare per farlo passare, per poi accelerare improvvisamente anticipandolo all’incrocio rischiando un frontale ma lasciando gli inseguitori bloccati. Siamo arrivati in Motel a una velocità supersonica parcheggiando la macchina in modo che non si vedesse dalla strada e ci siamo chiusi dentro la camera passando una notte tranquilla seppur con qualche pensiero.

    Il mattino seguente il cielo era plumbeo e una brezza calda era il preludio dell’arrivo dell’afa, usciti dal motel per fare colazione abbiamo incontrato lo sceriffo che si aggirava circospetto nei pressi di una camera, senza chiedere lumi su cosa fosse successo per non incorrere in spiacevoli domande abbiamo attraversato la strada e ci siamo seduti nel locale di fronte.

    Teschi appesi e animali impagliati uniti a juke box e poltrone di pelle rossa creavano un mix tra saloon western e locale alla Arnold’s di Happy Days, ci hanno servito pancake e uova strapazzate, una tazza di caffè latte e una spremuta d’arancia, assistendo comodamente all’arrivo di un elicottero che è atterrato di fronte al nostro motel creando una grossa nube di polvere. Dalla camera a fianco alla nostra è uscito un uomo in fin di vita, non sappiamo cosa sia accaduto, probabilmente un malore, ma essendo in America è bello pensare a qualcosa in stile cinematografico.

    Osservando distrattamente il paesaggio correre fuori dal finestrino mi sono tornati alla mente i film western con cui sono cresciuto e che guardavo con mio padre, uno in particolare è “il mio nome è nessuno” di Sergio Leone, la cui colonna sonora riecheggiava nella mia testa come il rumore delle onde nelle conchiglie.

    In Arizona esistono molte riserve indiane che vivono di agricoltura, pastorizia e della vendita di monili e manufatti nei mercatini e nei banchetti lungo le statali. Ho acquistato alcuni ricordi con la carta di credito strisciata su un dubbio macchinario nel bel mezzo del deserto e abbiamo proseguito fino ad arrivare al parco naturale del Grand Canyon, una spettacolare gola naturale scavata dal fiume Colorado nel corso dei millenni.

    Decidiamo di scendere il giorno dopo lungo il canyon perché gli accessi nel pomeriggio sono chiusi a causa dei pericoli che si possono affrontare nella fase di rientro quando il sole cala dietro le colline. Troviamo da dormire in un rustico motel non lontano dall’accesso al sentiero e ceniamo in una steak house dove ho gustato una delle carni più buone della mia vita in compagnia di turisti da ogni parte del mondo.

    Il cielo era limpido e la serata fresca, le stelle splendevano come brillanti sparpagliati e la luna si nascondeva vergognosa dietro la collina ma tanto bastava per illuminare il paesaggio e cancellare i pensieri.

    La notte era passata tranquilla, dopo colazione siamo usciti e ci siamo imbattuti in alcuni cervi che pascolavano nei pressi della nostra macchina, vicino a loro il ranger cercava di allontanarli, la loro mole li rendeva pericolosi e abbiamo dovuto attendere qualche minuto. Il sentiero per scendere il canyon iniziava con una stradina sterrata di terra rossa, si poteva scegliere se usare il mulo oppure camminare a proprio rischio e pericolo.

    Nonostante possa sembrare una passeggiata come un’altra, la strada è ricca di insidie e molte persone sono morte a causa di incidenti durante semplici gite, chi per malori o cadute accidentali, chi per essere stati sorpresi da un temporale o addirittura annegati nel fiume Colorado. Iniziata la discesa tra scoiattoli giganti e avvoltoi dalla testa rossa che volavano disegnando traiettorie circolari, abbiamo incominciato a sentire dei tuoni a cui inizialmente non abbiamo dato molto peso a causa del cielo limpido.

    Tra una fotografia e l’altra, incontrando gruppi di persone sui muli ed escursionisti meglio organizzati di noi con racchette e scarponcini da montagna, siamo arrivati a metà percorso quando il cielo si copre di nuvole grigie e una pioggia copiosa inizia a scendere fino a rendere la strada un fiume in piena costringendoci a correre in cerca di un riparo. Ormai completamente bagnati, abbiamo scorto una capanna di legno con altri due ragazzi che avevano trovato riparo e ci siamo uniti, l’acqua era incessante e abbiamo atteso che terminasse per riprendere il cammino. Verso sera ci siamo fermati a osservare il tramonto, affascinati da quello che gli architetti di madre natura avevano creato con la pazienza e la precisione delle loro splendide e uniche opere.

    Il viaggio prosegue la mattina seguente, superato il parco naturale, ci siamo rinfrescati nelle acque di un piccolo affluente del Colorado, dove sembrava possibile la balneazione. I fondali sabbiosi facevano salire piccole scaglie che il riflesso del sole rendevano dorate, forse era solo suggestione ma quelli sono i luoghi della corsa dell’oro che a metà del 1800 divenne una vera e propria febbre per la ricerca del pregiato metallo.

    Le nuotate e i tuffi nelle acque dolci ci avevano fatto venire appetito, abbiamo trovato ristoro presso un locale lungo la statale frequentata da harleysti e qualche camionista di passaggio. Ci ha accolto “Good vibration” dei Beach Boys che suonava nel Juke box e lo sguardo dei clienti incuriositi, stavano intorno a un tavolo con un cartellone di fotografie in ricordo di un ragazzo da poco scomparso, un’usanza tipicamente americana che permette di omaggiare il defunto con un brindisi tra amici e parenti più stretti.

    Seduti nella veranda a mangiare un hamburger e bere birra abbiamo visto avvicinarsi un colibrì, con le sue piccole ali si librava alla ricerca del nettare dei fiori restando quasi immobile a mezz’aria. Abbiamo partecipato all’aperitivo, conosciuto i parenti del defunto e bevuto una birra in loro onore, fatte le condoglianze siamo saliti in macchina per terminare gli ultimi chilometri di Arizona, caratterizzati da grandi pianure selvagge e animali in libertà.

    In queste distese di terra rossa si possono trovare camper e roulotte che vivono stabilmente parcheggiati nonostante le insidie, coyote e puma sono sempre alla ricerca di carne e soprattutto nelle ore notturne è facile incontrarli. Stavamo procedendo spediti perché il pomeriggio volgeva al termine e il sole mutava in arancione, non sapevo ancora che a breve avrei vissuto una delle emozioni più forti della mia vita entrando nel grande pianoro della Monument Valley.

    Un cavallo correva libero sotto le enormi rocce erose dal tempo, testimoni di un passato ricco di acqua che ha levigato con cura il paesaggio diventato famoso grazie ai numerosi film western di cui è stato protagonista.

    Una lacrima condì il terreno arido sotto i miei piedi, gli ormai deboli raggi del sole illuminavano dolcemente facendo risaltare le tonalità di rosso sotto un cielo azzurro e terso, non restava che fermare la macchina e fotografare. Siamo saliti sul John Ford’s point, da lì potevamo ammirare tutta la valle fino a quando il sole non ci ha abbandonato, lasciando il posto a una coperta di stelle.

    Siamo dovuti ripartire alla ricerca di un posto per dormire, lasciando con dispiacere quelle spettacolari immagini che resteranno impresse nella mia mente, meglio di qualsiasi altra fotografia. Qualche chilometro dopo abbiamo superato il confine che ci ha permesso di entrare nello stato dello Utah, ma questo è un’altra avventura…

    Diego Arbore

  • Isole Aran, Irlanda: colline verdi sul mare e musica folk

    Isole Aran, Irlanda: colline verdi sul mare e musica folk

    aran3-DIIl profumo della colazione mi raggiunge fino in camera risvegliando i miei sensi dal torpore della notte appena passata. Alzandomi alla ricerca di una fonte di luce sono arrivato alla finestra brancolando nel buio, ho aperto le cigolanti persiane di legno mentre il mio sguardo saliva immediatamente al cielo dove piccole nuvole bianche facevano a gara sulla pista celeste, sembravano zucchero filato appena formato.
    Attraverso la finestra con le tendine viola vedevo il cielo spezzato dal verde smeraldo della collina proprio all’altezza dei miei occhi, dove un pascolo di mucche faceva colazione con l’erba bagnata dalla pioggia notturna che, mista ai primi raggi solari, colorava il paesaggio come un acquarello ancora fresco.

    Sono rimasto qualche secondo affacciato a osservare una fila di case colorate e il pub dove avevo ballato la notte precedente, quella era Doolin, un piccolo centro della costa ovest dell’Irlanda affacciato sull’oceano Atlantico, priva di grandi attrazioni ma dove si racconta ci sia la migliore musica folk del paese.

    Con il mio amico Matteo siamo arrivati la sera precedente quando le luci erano già dietro le colline e la temperatura iniziava a pungere, il serbatoio della macchina ormai agli sgoccioli e le possibilità di restare a piedi nella brughiera irlandese aumentavano a ogni metro. La fortuna, apparsa sotto forma di piccolo centro abitato, ci ha dato un aiuto in extremis, una decina di case intorno al solito pub e una pompa di benzina sembravano un miraggio in lontananza… Il distributore, piazzato davanti al portone di una casa, non aveva il casottino per pagare né un totem dove inserire le banconote e rifornirsi con il self, mancava anche il titolare e la pompa era semplicemente abbandonata a se stessa.
    Un cartello consigliava di suonare la campana per ricevere assistenza, mi sono guardato in giro e ho trovato una corda che penzolava sopra la testa, una volta tirata non mi restava che aspettare…

    Dopo rumori strani e cigolii sinistri dalla porta esce un anziano signore dal viso simpatico, le sue rughe profonde denotavano un’inclinazione al sorriso e alla cordialità tipica del carattere irlandese, ci ha raccontato delle sue doti di grande ballerino e del paese dove vive, dei suoi figli in giro per il mondo, e una volta indicata la strada  ci siamo salutati e stretti la mano come vecchi amici.

    La luce del sole era già un ricordo e il cielo ormai blu sfumava all’orizzonte con strisce rosse e arancioni, la strada era stretta e il senso di marcia era lo stesso in entrambe le direzioni, lungo i lati gruppi di pecore ci seguivano e si muovevano come i tifosi dei ciclisti nelle salite più impervie.

    Rainy Day Woman di Bob Dylan era la traccia del cd nell’ultimo tratto prima di arrivare a Doolin, la nostra destinazione, un paesino affacciato sulla costa ovest, scalo da cui imbarcarsi per raggiungere le Isole Aran.

    Abbiamo trovato uno splendido B&B sopra il pub principale del paese nel quale abbiamo cenato, bevuto Guinness e ballato musica folk. Quattro ragazzi in abiti caratteristici hanno suonato le loro chitarre e violini in mezzo ai grossi tavoli in legno, un caminetto acceso e i vetri appannati  hanno reso l’ambiente magico e ospitale in questo inaspettato allegro paese della contea del Clare. Alternavano pezzi caratteristici della musica Irlandese a brani Rock di artisti internazionali ma nativi irlandesi come gli U2 e Van Morrison del quale hanno suonato una bellissima cover di Brown eyed Girl.

    A fine sera abbiamo passeggiato verso il nostro B&B osservando la Via Lattea che illuminava la strada e l’orsa maggiore dominare il firmamento riportando alla mente le parole di Massimo Bubola sul cielo d’Irlanda, ti ubriaca di stelle di notte e il mattino è leggero.

    Dopo la colazione a base di salsiccia, uova al tegamino e bacon, abbiamo preso la strada del porto, il battello “Fortunity” ci aspettava per solcare l’oceano. L’imbarcazione era piccola e aperta, portava una ventina di persone al massimo e quel giorno il mare non era tranquillo, ogni onda faceva sobbalzare la prua scatenando nausee e tempeste intestinali, una signora ne ha fatto le spese inseguendo la propria dentiera lungo lo scafo.

    Finalmente si vedeva l’isola, era Inis Mòr o Arainn Mhor, la più grande delle tre e la più esposta a occidente, dove si vive di turismo e della vendita dei famosi e costosissimi maglioni di lana, abitata da poco più di mille abitanti che vivono in casette indipendenti con giardini delineati da lunghi muretti di pietre incastrate a secco.

    Il silenzio era turbato solo dal fragore del mare e da poche voci dei turisti che si disperdevano nell’aria, il sole saturava i colori rendendo il verde dei prati intenso e avvolgente nella sua uniformità, l’assenza di mezzi a motore rendeva surreale un ambiente nel quale la tranquillità era di casa. Per ammirare la sua bellezza siamo saliti su un carretto guidato da un vecchio signore e il suo mulo Charlie alimentato a frustate nel sedere.

    Durante la gita, l’uomo originario di Galway ci ha raccontato la sua vita tralasciando informazioni sull’isola in un incomprensibile inglese dal fortissimo accento irlandese, mi sono affidato perciò alla guida scoprendo che il forte che vedevo in cima alla collina si chiamava Dun Aengus, era stato costruito durante l’età del bronzo e situato a un’altezza di cento metri sul livello del mare a picco su una spettacolare scogliera di calcare.
    Scesi davanti al grosso muro che cingeva la roccaforte ormai consumata dagli anni e dal clima abbiamo ammirato il paesaggio dal quale si dominava su un panorama a 360 gradi, da una parte l’arcipelago e l’Irlanda, dall’altra l’Oceano Atlantico.
    L’erba danzava sulle sinfonie del vento e il sole lanciava schegge di luce che si diramavano in ogni direzione, un gabbiano si faceva trasportare gestendo le correnti con lievi movimenti alari. Il forte è stato sede di compagnie militari ma anche di celebrazioni religiose, una spianata con grosse pietre che riportano alla mente i menhir di Stonehenge era il loro sito,  l’aria era mistica e ancestrale e il modo migliore per fondersi con il momento era ascoltare buona musica, la scelta è caduta su Bouree dei Jethro Tull forse il più bel brano di quelli che J.S.Bach ha ispirato al gruppo scozzese capitanato da Ian Anderson.

    Il mulo Charlie iniziava a spazientirsi e abbiamo dovuto risalire e percorrere la strada verso il porticciolo in attesa dell’imbarcazione per la prossima isola, nel tragitto, sfogliando la guida ho trovato una  foto che li raffigurava, dopo averla vista ha accennato un sorriso ma non restò troppo sorpreso, forse non vedeva l’ora di raccontare la  propria vita ad altri turisti e ci ha congedato con una forte stretta di mano.

    Siamo salpati verso mezzogiorno con rotta verso Inis Meain, la giornata si manteneva inaspettatamente tiepida e poche nubi sembravano sul punto di minacciarla, una piccola orca saltò improvvisamente fuori dall’acqua e vi rientrò con un colpo di coda maestoso per poi sparire nelle profondità marine.
    Questi sono gli istanti in cui le domande diventano superflue ed è obbligo immergersi nell’ambiente circostante, nel mio caso canticchiando una bella canzone, oceano del nostro Fabrizio De Andrè, forse non tra le più conosciute ma per me una delle più importanti e belle della sua produzione.

    Arrivati a Inis Meain abbiamo mangiato un hot dog passeggiando sulle strade sterrate che conducono ai bellissimi cottage e alle rovine di un antico forte medioevale. L’isola, con una popolazione di 200 persone è la meno abitata dell’arcipelago ma non la più piccola, il paesaggio e il clima restano invariati ma essendo meno turistica permette di preservare meglio la lingua Gaelica, l’idioma originale irlandese, distribuita in zone chiamate Gaeltacht e parlata da circa centomila persone che portano avanti la loro crociata a favore della conservazione delle tradizioni locali.

    aran-uomo-carro-DICome si vive in questi luoghi? Per sopperire a questa curiosità abbiamo parlato con un abitante, un signore che vive con la moglie e un piccolo orto fuori dal suo cottage. Ci ha raccontato che le tre isole sono in simbiosi tra loro ed è facile rifornirsi dai piccoli negozi di  generi alimentari presenti e con un sorriso dice di pregare tutti i giorni il signore per la loro salute.
    Dopo il saluto ci ha richiamato e corso in contro dicendo che si era dimenticato che non esiste posto al mondo che lo rende più felice e non esiste città paragonabile ai miliardi di stelle che ogni sera si accendono sopra la sua testa.

    In porto abbiamo aspettato l’ultimo traghetto che a ogni isola visitata diventava sempre più piccolo, questo si chiamava “Lucky” ed era capitanata da un corpulento uomo dalla barba bianca che sembrava barcollare per qualche bicchiere di troppo piuttosto che per l’ondeggiare del mare.

    Inis Oirr è la più piccola ma non la meno popolosa, è la più vicina all’Irlanda, ed è collegata da numerose rotte giornaliere che la rendono fondamentale per l’arcipelago. Per visitarla abbiamo noleggiato due biciclette e siamo arrivati nel piccolo villaggio composto da caratteristici cottage con il tetto in paglia e un bellissimo pub con vista sul mare dove abbiamo bevuto un ottima Guinnes e riposato i muscoli. I negozi di articoli locali vendono prevalentemente maglieria di lana tipica famosa per il colore e per il calore che raccoglie al suo interno, rigorosamente preparati a mano il loro prezzo oscilla tra i cento e i trecento euro.

    Non potendo spendere tutti quei soldi ho deciso di ripiegare su un’armonica a bocca che conservo ancora gelosamente e che ogni volta che suona mi riporta magicamente in quei luoghi. E’ stata sufficiente un’ora per girare l’isola, conoscere una vecchietta e il suo gatto, bagnare i piedi in mare e raccogliere un fiore come ogni viaggio e riporlo nella guida, un ricordo, un profumo e un colore delle Isole Aran.

     

    Diego Arbore

  • Brighton, un viaggio nel segno degli Who e del film Quadrophenia

    Brighton, un viaggio nel segno degli Who e del film Quadrophenia

    paul-DIPrendete un film di nome Quadrophenia, un disco degli Who, un movimento culturale chiamato Mod e la mitica Vespa Piaggio, amalgamate bene il tutto e otterrete Brighton, una città piuttosto grande sulle coste meridionali dell’East Sussex, dove gli inglesi passano le estati tra luna park, discoteche e stabilimenti balneari in quella che può essere considerata una piccola Londra sul mare.

    Un’estate di qualche anno fa, durante una vagabondata con il mio amico Matteo in giro per l’Europa, abbiamo preso un treno che dalla colorata Olanda ci ha portato nel malinconico Belgio e nel nord della Francia e precisamente nel dipartimento del Passo di Calais.

    Sarebbe stato troppo facile arrivare in Inghilterra e prendere il primo treno per Londra, abbiamo deciso invece di arrivare a Dover, esaudendo quindi un mio sogno fin da quando ero adolescente, per poi proseguire sulla costa verso Ovest e visitare Brighton. Mentre mi avvicinavo alle  bianche scogliere ascoltavo I’m One degli Who per entrare nel clima giusto ed ero certo che il mio amore per la Gran Bretagna sarebbe  ulteriormente aumentato dopo questa esperienza.

    Una volta arrivati sulla terraferma e gustato un English Breakfast nel primo pub trovato a Dover abbiamo preso il treno per trascorrere le ultime ore di viaggio prima di giungere finalmente a destinazione. Il primo approccio con Brighton è stato come l’incontro tra due cani, ci siamo annusati e studiati, ma appena abbiamo capito di essere compatibili abbiamo iniziato a scodinzolare.

    Al di fuori della Brighton Station le strade sono disordinate e non proprio pulite, a prima vista può ingannare ma dopo qualche metro ci si innamora subito di ogni marciapiede e muro della città. Un taxi leopardato ci ha portato in centro dove ha preso inizio la nostra ricerca di un alloggio per le notti a seguire, tutto era pieno e inspiegabilmente non si trovava una stanza da nessuna parte.

    Le centinaia di bandiere multicolori appese alle finestre e sui balconi risolsero ogni dubbio, eravamo finiti nel bel mezzo del Gay Pride, ogni buco in città era occupato ma fortunatamente abbiamo trovato un cartello Vacancy in quello che per noi è diventato il mitico Churchill Palace Hotel.

    Al suo interno la moquette in stile arabesco non intonava per niente con le pareti viola, il soffitto del corridoio scemava verso il basso e la stanza sembrava quasi ricavata abusivamente dal palazzo adiacente, per entrare abbiamo dovuto abbassare la testa e passare sotto una minuscola porta irregolare. Due letti a castello e un tavolino ingombravano il passaggio,  il bagno, non perfettamente pulito, disponeva di doccia “multi getto” e la muffa sulla tenda richiamava a decorazioni floreali ma forse è proprio questo il bello dei viaggi, le cose perfette si ricordano meno.

    Una volta sistemati siamo andati in centro, dove le immagini di  Quadrophenia scorrevano davanti ai miei occhi, vedevo Ace (nel film interpretato da Sting) scorrazzare con la sua vespa insieme a Jimmy, i capobanda dei Mods prendere parte alle risse contro i Rockers con le loro giacche di pelle e le grosse moto roboanti. Il film racconta fatti realmente accaduti negli anni 60, il conflitto tra Mods e Rockers fu cruento e sanguinoso e Brighton insieme ad altre località del sud dell’Inghilterra fu sede di scontri tra le due fazioni, la più importante ad Hastings dove i combattimenti durarono due giorni e i giornali soprannominarono l’evento come “La seconda battaglia di Hastings”.

    Gli scontri ebbero luogo anche lungo la splendida promenade sul mare dove spiccano gli imponenti moli simbolo di riconoscimento della città. Il più importante, è il Palace Pier dove sale giochi e luna park conditi da piccoli negozi di cianfrusaglie distraggono i turisti durante le sere estive mentre non molto lontano troviamo il West Pier, un molo inaugurato nel 1966 e chiuso al pubblico nel 1975, nel 2003 è stato vittima di un incendio che lo ha fatto crollare, le sue spoglie di ferro si trovano ancora adagiate sulla riva e sono diventati un simbolo per fotografi e artisti che traggono da esso le loro idee.

    La prima sera siamo andati al luna park del Palace Pier e ci siamo divertiti come bambini sopra le montagne russe e su gli autoscontri, l’attrazione della serata però è stato Paul, un Bulldog di peluche rinchiuso in una teca di vetro, sarebbe stata sufficiente una sterlina e un po’ di fortuna nel manovrare il braccio meccanico per permettergli di evadere… ma le sterline sono state venti e dopo quasi un ora di tentativi lo presi e lo portai con me per tutta la vacanza.

    La bellezza delle spiagge di Brighton si contrappone alla temperatura non proprio piacevole dei venti e del mare, tuttavia gustare un cocktail nei locali lungo le spiagge ascoltando pezzi suonati dal vivo è sempre un occasione da non perdere. Un locale in modo particolare permetteva ogni giorno a musicisti e cantanti di esibirsi all’aperto, uno di questi ha attirato la mia attenzione per la sua somiglianza a Jack Johnson, sia nello stile e nelle sembianze, suonava pezzi moderni come “take your mama” degli Scissor Sister oppure svariava dai classici dei Beatles ai reggae di Bob Marley con la sua chitarra acustica che coinvolgeva anche passanti dalla passeggiata sovrastante.

    La città è impregnata di cultura musicale e cinematografica, decine di artisti lungo le strade suonano canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones, brani dei Police e naturalmente degli Who, sui muri si trovano murales con riferimenti ai migliori film cult della storia, dal viso di Igor di Frankeinstein Junior all’inquietante sguardo di Alex di Arancia Meccanica e, tutti simboli e personaggi dei migliori anni del XX secolo.

    La sera, grazie anche al Gay Pride, i locali si popolavano di Drag Queen, vampiri transessuali, gay e lesbiche, ragazzi e ragazze che ballavano al ritmo dei Queen, Robbie Williams, Oasis e tutto il miglior rock britannico , la serata si conclude sempre cantando Hey Jude con l’ultima birra in mano abbracciati a gente sconosciuta. Le intense serate si smaltiscono sempre con ottimi hamburger facilmente acquistabili vicino alle spiagge o nei piccoli bistrot distribuiti lungo le vie del centro, un toccasana prima di andare a dormire e caricare le pile in vista del giorno dopo.

    Il secondo giorno lo abbiamo dedicato allo shopping, molti negozi del centro vendono abbigliamento come camicie a maniche corte, parka, scarpe con le frange e spille di ogni colore e motti, tipici dello stile Mod. Uno di questi esponeva al suo interno una Lambretta d’epoca e fotografie di  cantanti e personaggi famosi come Paul Mc Cartney, Paul Weller, Rod Stewart e Liam Gallagher, che avevano visitato il negozio e immortalati al suo interno.

    Un altro negozio dove ho passato qualche ora piacevole è il Borderline, forse il più fornito rivenditore di dischi usati del sud Inghilterra, sono uscito con il vinile originale di Mad Dogs & Englishman di Joe Cocker, un album che conservo ancora molto gelosamente nella mia collezione.

    Come detto in apertura, ripercorrere Quadrophenia e le sue scene era il mio obiettivo e prima di partire per Brighton non mi documentai molto sulla  storia della città; la storia però, inevitabilmente, passeggiando per le strade, si rivela da sè e premia i curiosi… come nel caso della grande struttura dalle connotazioni indiane situata a un centinaio di metri dal mare. Il Royal Pavillion è una villa costruita da Giorgio IV nella seconda metà del 1700 poiché dopo alcune visite a Brighton si innamorò del paesaggio e dell’ambiente tranquillo, decise quindi di acquistarlo e di renderla la residenza estiva di corte. Affascinato da alcune stampe orientali, ordinò ai suoi architetti di modificare la struttura in stile Cinese e in seguito cambiò ancora fino ad arrivare allo stile Indiano che mostra ancora oggi. Famoso per la sua passione per le arti e per le feste mondane il futuro Re contagiò anche la sua famiglia che proseguì la tradizione terminata con l’avvento della Regina Vittoria che ritenendo Brighton troppo turistica decise di vendere la villa alla città.

    Una volta chiusa la parentesi storica sono tornato nel film dove Jimmy durante gli scontri trova rifugio tra gli stretti vicoli e conosce Steph, la ragazza di cui si innamorerà e proprio in quei vicoli avrà il rapporto occasionale, ho cercato e riconosciuto il luogo esatto prima di scattare alcune fotografie simili a quelle che danno vita alla copertina della colonna sonora del film.

    Finiti i giorni a disposizione sono ritornato verso il Big Ben come i veri Londinesi in attesa dell’aereo per il ritorno che sarebbe partito cinque giorni dopo per la volta dell’aeroporto Cristoforo Colombo. Questo viaggio mi ha lasciato molto più di quanto pensavo di trovare, esistono luoghi che ti attraggono come una calamita e sai che un giorno arriverai a loro, Brighton è uno di questi, mi ha chiamato, l’ho cercata, ci siamo trovati, amati e detti addio, proprio come Jimmy e Steph.

     

    Diego Arbore
    [foto dell’autore]

  • Amsterdam, la capitale olandese fra trasgressione e relax

    Amsterdam, la capitale olandese fra trasgressione e relax

    Quando sono sceso dal treno e ho messo il piede per la prima volta ad Amsterdam in un freddo mattino di fine dicembre l’aria pungeva il viso come piccole spine e le sparute foglie gialle e arancioni di un autunno ormai svanito lasciavano spazio al Generale inverno che avvolgeva con il suo bianco mantello la città e i suoi canali.
    Con un disco di Otis Redding acquistato in aeroporto, camminavo oltre la stazione sulle note di “Sittin’on the dock of the bay” attraversando splendidi canali e piste ciclabili in una città tra le più tranquille e pulite che abbia mai visto.

    Amsterdam è sempre stata vittima di luoghi comuni, tuttavia le sue trasgressioni sono limitate ai luoghi predisposti come i famosi Coffe Shop situati prevalentemente vicino alla stazione centrale e nel piccolo Red Light District, il resto è solo ordine ed eleganza.
    Come primo alloggio avevo un enorme dormitorio adiacente a Vondel Park che utilizzai anche per il secondo viaggio mentre per le successive volte optai per un albergo e la comodità di un bellissimo B&B gestito da una coppia gay di mezza età.

    Il primo viaggio fu in occasione del Capodanno 2000, partimmo in dieci persone da Genova con tappa a Torino e Parigi per giungere a destinazione il mattino seguente su un treno paragonabile a quelli per il trasporto bestiame.
    Da ragazzo è facile lasciare Amsterdam senza visitare le attrazioni culturalmente più importanti, ma con i viaggi successivi mi sono rimesso in pari…
    Dopo la faticosa esperienza in treno sono passato all’aereo per il viaggio successivo partendo da Genova con la compagnia aerea Transavia, questa volta in agosto e con un clima decisamente piacevole che mi ha permesso di affittare una bicicletta per muovermi attraverso i canali e vedere cose che il freddo dell’inverno nasconde.

    Una di queste è il museo di Van Gogh dove ho ammirato dal vivo i quadri del pittore olandese ripercorrendo la sua vita in tutte le sue fasi travagliate e contorte, attraverso i suoi dipinti si viene posseduti dal suo stato d’animo immergendosi nei colori al contrario vivaci delle sue tele; tra le opere più famose presenti ci sono “I Mangiatori di Patate, La Stanza di Vincent ad Arles, e uno dei Girasoli.

    Tra un museo e una passeggiata tra gli splendidi negozi del centro si può gustare un ottimo the o cioccolata calda in uno dei bellissimi Coffe Shop, il mio preferito è l’Abraxas, situato in un vicolo di Kalverstraat, la via principale che sfocia in piazza Dam, al suo interno oltre all’ottima musica si trovano numerosi servizi tra cui una postazione internet e il wi-fi gratuito. Un altro Coffe Shop speciale è il The Doors, scoperto una sera di agosto del 2005 quando con un mio amico eravamo alla ricerca di un buon caffè, situato alla destra della stazione, si distingue per la facciata in legno dipinto di rosso e la scritta viola sopra l’ingresso. L’interno è piccolo ma accogliente e il legno scuro e i divanetti creano un ambiente rilassante.
    Ricordo ancora quando sono entrato per la prima volta in questo locale, pochi faretti e una palla stroboscopica rimbalzavano sul fumo che saliva lento, dalle casse usciva “Pledging my time” di Bob Dylan e come tante altre volte all’estero mi sono chiesto come mai non sento mai pezzi di questo livello nei locali in Italia.

    Per chi volesse impegnare il tempo in maniera spensierata e divertente, ci sono attrazioni come la succursale olandese del Madame Tussaut, il famosissimo museo delle cere di Londra situato in piazza Dam oppure il Dungeon, una riproduzione teatrale itinerante dei migliori romanzi e film horror della storia dove attori in carne e ossa sono pronti a farvi saltare dalla paura.

    Girando per la città saltano all’occhio costruzioni storte e variegate, non vi preoccupate, non siete in preda ai fumi dei coffe shop…! In passato infatti le case venivano tassate in proporzione alla loro larghezza, pertanto si costruivano palazzi molto alti e stretti che lasciavano imperfezioni nelle forme e nelle linee, ma proprio questa caratteristica aggiunta ai diversi colori di ogni abitazione rende Amsterdam così originale.
    La città è costruita su una rete di canali che si estende per oltre cento chilometri, comprende 90 isole e 1500 ponti, il mezzo di trasporto principale è la bicicletta e molte strade sono pedonali e i tram sono elettrici, questo favorisce un ambiente silenzioso e rilassante.
    In alcune zone si possono ascoltare le campane di chiese distanti interi quartieri e passeggiare lungo i canali in compagnia di qualche Airone Cenerino che si gode il dondolare delle barche.

    Tutto ruota intorno a piazza Dam, un grande obelisco dalla forma fallica padroneggia nel centro, intorno centinaia di biciclette passano a velocità sostenuta non curandosi della strada umida e delle viscide rotaie dei tram.
    Proprio dietro la piazza si trova uno dei luoghi più discussi al modo, il già citato Red Light District, un piccolo quartiere situato su tre canali dove le vetrine illuminate formano file di curiosi e i teatri attendono i turisti allettati da fotografie degli spettacoli e prezzi comitiva.

    Uno dei miei appuntamenti fissi riguarda la passeggiata mattutina a Vondel Park, il più grande parco della città.
    Situato in pieno centro permette di praticare attività fisica e immergersi nel verde passeggiando lungo i piccoli laghetti frequentati da innumerevoli specie di uccelli e piccoli scoiattoli, magari ascoltando un po’ di buona musica e scattando qualche bella fotografia.

    Nei miei viaggi, soprattutto quelli in solitaria, amo camminare alla scoperta di luoghi inaspettati e fuori dagli schemi come il quartiere Jordaan di Amsterdam.
    Nato nel secolo d’oro olandese, ovvero intorno al XVII secolo come quartiere popolare dedito ad ospitare lavoratori che migrarono da tutte le parti del mondo in cerca di fortuna, divenne in pochi anni sovrappopolato e igienicamente scarso, questo portò coloro che potevano permettersi un posto migliore ad abbandonare il quartiere che divenne disabitato agli inizi del 900 quando rischiò pure di essere demolito.
    Salvato dalle proteste per il patrimonio storico che rappresenta, negli anni ’70 è stato ripopolato da una generazione di artisti che, grazie agli affitti economici, si stabilì in quello che è diventato il più caratteristico quartiere di Amsterdam. Personalmente ho scoperto la sua esistenza dopo aver visitato il mercato dell’usato che ogni lunedì e sabato si stabilisce nella piazza della chiesa di Noorderkerk, sono rimasto colpito dalle costruzioni irregolari ricavate da spazi angusti arredati in maniera artistica e moderna nonostante le antiche facciate in legno facciano pensare al contrario.
    In una delle vacanze ho avuto anche la fortuna di soggiornare in quello che è considerato “il più brutto albergo del mondo”, l’Hans Brinker Hotel.
    Le camere spoglie e fredde senza nessun tipo di comfort sono arredate solo da una branda e uno stipetto di metallo, il bagno presenta l’essenziale e la doccia in comune è presente solo in alcuni piani.
    La particolarità di questo albergo è proprio il vanto di essere considerato il più brutto del mondo, le pubblicità sono simpatiche e richiamano le imperfezioni presenti nell’albergo riuscendo a strappare il sorriso soprattutto a chi c’è stato.

    Durante le passeggiate notturne sono sempre rimasto affascinato dalle grandi finestre illuminate e prive di tende degli appartamenti, i salotti infatti sono in bella esposizione quasi fosse una competizione di bellezza. Molte abitazioni invece sono vere e proprie barche ormeggiate lungo i canali umidi e sempre in movimento.
    E’ difficile trovare popolazioni con una mentalità aperta come gli abitanti di Amsterdam, una città dove la trasgressione si nasconde dietro uno stile unico e inimitabile.

     

    Diego Arbore

  • California: Los Angeles, San Francisco e il Sequoia National Park

    California: Los Angeles, San Francisco e il Sequoia National Park

    Golden Gate Bridge, San FranciscoCalifornia Dreamin’, così titolava una famosa canzone dei The Mamas & the Papas negli anni ’60, scritta da Papa John Philips durante un periodo di permanenza in un rigido inverno di New York, descrivendo le foglie gialle, il cielo grigio e un predicatore amante del freddo , lui sognava la California, il caldo di Los Angeles e il cielo blu, dove quasi come un sogno premonitore, vi morì nel 2001.

    Morire in California deve essere un esperienza affascinante, a me è andata male e mi sono limitato a visitarla decidendo di comprare un biglietto aereo soltanto due settimane prima della partenza, non sapendo dove andare mi sembrava una destinazione originale e forse non essendomi organizzato al meglio avrei vissuto una vacanza avventurosa come in un film di Oliver Stone.

    Sono atterrato in California dopo tre scali e quasi 24 ore di volo, fuori dall’aeroporto di San Diego un vento caldo mi ha accolto facendosi largo tra le palme e le collane di fiori che i ragazzi portavano al collo. Ho dedicato la mattina al vicino porto militare visitando un vascello pirata molto simile a quello del porto antico di Genova e un bellissimo sommergibile russo poco adatto ai claustrofobici. Dalle banchine si potevano scorgere gli alti grattacieli tipici delle città americane e attratto da loro ho raggiunto il centro per un un pomeriggio spensierato tra shopping e fotografie.

    Il giorno successivo ecco la Old Town, il primo insediamento spagnolo della città restaurato per i turisti; permette di fare un balzo indietro nel tempo e passeggiare tra suonatori gitani e abitazioni dell’età coloniale gustando una tortillas nei ristorantini delle vie del centro. Ho preso un’auto a noleggio, una Ford Taurus con l’assetto ad altezza strada e un color porpora metallizzato, la radio passava “I Heard it throught the Grapevine” nella cover dei Creedence Clearwater Revival, undici minuti e sei secondi in cui la band di Fogarty esprime una delle loro migliori performance, l’ideale per iniziare il viaggio nella West Coast americana.

    Ho seguito le indicazioni del navigatore direzione nord, destinazione Los Angeles. Il giorno volgeva al termine emi sono fermato in un motel di fortuna a Dana Point, un piccolo centro abitato situato sulla sommità di una collina a strapiombo sul Pacifico. Una cena molto simile a quelle di Arnold’s di Happy Days un ottimo hamburger con patatine fritte ascoltando gli Eagles che fuoriuscivano da un vecchio Juke Box.

    Il giorno dopo ho trovato una Los Angeles caotica, dispersiva ma affascinante, il centro città mimetizzato tra i grattacieli e i quartieri alternavano sobborghi pericolosi e sporchi a moderne costruzioni e attività commerciali. Ho soggiornato a Santa Monica, una delle località balneari più belle di L.A., dove spiagge di sabbia gialla sembravano invitarmi a prendere il sole insieme a giovani di ogni sesso e nazionalità. Santa Monica è una dei luoghi più belli e noti in California e proprio per questo motivo è stato difficile trovare un motel libero, ma per la modica cifra di 17 dollari ne ho scelto uno dentro un’autofficina, il mio vicino di stanza era un Pastore Tedesco e tra un motore rotto e una batteria da cambiare il gestore mi faceva vedere la stanza… Un ambiente spoglio e sporco, con tracce organiche tra le lenzuola, sicuramente mai cambiate con  bruciature di sigarette e un mozzicone spento al loro interno, la televisione aveva probabilmente trasmesso l’allunaggio di Armstrong nel 1969 e la doccia si distingueva da una cannetta per l’acqua solo per la tenda.

    Non ho accettato e sono riuscito a sistemarmi solo nel pomeriggio, comunque in tempo per un bagno nell’oceano freddo e per sdraiarmi a fianco a una dozzina di foche che si scaldavano al sole. Uno spettacolo indimenticabile, soprattutto per chi come me ama la natura e gli animali. Verso sera le spiagge si riempivano di surfisti intenti ad accendere bracieri per grandi grigliate mentre lungo i moli di legno decine di persone pescavano e vendevano ai ristoranti guadagnando qualche dollaro per vivere la giornata successiva.

    Nei giorni successivi, dopo aver visto le celebri “lettere sulla montagna” e visitato gli Universal Studios di Hollywood,  ho raggiunto Santa Barbara dedicando una giornata al mare e allo shopping, in un negozio dell’usato ho trovato alcuni vinili di Neil Young e i Crazy Horse, manifesti pubblicitari degli anni ’60 e la giacca di pelle di Fonzie, almeno così diceva l’etichetta. Santa Barbara è una famosa cittadina di villeggiatura, nota per le sue spiagge e per aver dato il nome a un noioso telefilm degli anni ’80; lungo le vie che portano al mare fiori colorati sui muri intervallano negozi alla moda incastonati in costruzioni che riportano alla mente lo stile coloniale ispanico.

    Proseguendo in direzione nord ho incontrato Monterey, un motel immerso nel verde mi ha permesso di ricaricare le batterie per il giorno successivo, 200 km mi separavano dalla mitica San Francisco. Prima di partire, dopo una lauta colazione, ho fatto il pieno di benzina perché avevo letto che la strada sarebbe stata praticamente priva di rifornimenti… non volevo rischiare di spingere la Taurus. Lungo i 200 km di strada solo oceano e natura, distese di sabbia frequentate da foche e gabbiani, e un saliscendi asfaltato che si perde in prossimità dei promontori, la classica foto da cartolina delle Highway americane.

    Ho incontrato anche un ciclista,  un homeless, uno dei numerosi senzatetto americani… Si riposava con la bicicletta al fianco, stremato per la fatica e il pensiero dei km ancora da percorrere. Questo incontro di lavoro è rimasto impresso nella mia mente per una frase che mi ha detto quell’uomo “L’America tanto ti dà, tanto ti toglie”, e detta da una persona che come casa ha una bicicletta, inevitabilmente porta a riflettere.

     

    La baia di San Francisco mi aspetta agitata, in una giornata grigia e ventosa che non toglie nulla al fascino delle cartoline o di quei poster colorati che vendono all’Ikea insieme alla cornice. Quello con la foto del Golden gate, il ponte sospeso più grande del mondo… mi sono deciso a scattarla personalmente attraversandolo in entrambe le direzioni per cogliere le varie angolazioni.

    Già dopo i primi passi in città mi sembrava di essere in un film, San Francisco, proprio quella  dei ripidissimi saliscendi con persone di ogni tipo che appaiono e scompaiono al volo dalle Cable Cab per tornare a casa o andare al lavoro; Chinatown, uno dei quartieri cinesi più grandi al mondo, il porto , dove ho mangiato un granchio appena pescato e degli ottimi gamberoni fritti al Bubba Gump, si proprio quello di Forrest Gump.

    “Se stai andando a San Francisco mettiti dei fiori nei capelli”, così cantava Scott Mc Kenzie negli anni 60 e anche se i fiori non ci sono più , un’aria di libertà si respira ancora passeggiando per la città anche solo osservando l’abbigliamento delle persone o ascoltando la musica che passa la radio o suonata da musicisti di strada. La sera ho cenato in uno dei centinaia di ristoranti italiani che invadono il centro e il giorno dopo ho raggiunto alla storica prigione di Alcatraz.

    Alcatraz si trova nel bel mezzo della baia di San Francisco, pochi km da attraversare con un traghetto che approda sull’isola di massima sicurezza in venti minuti di traversata. Il carcere si presenta allo stato attuale come era nei trent’anni in cui è stato aperto, ovvero lugubre, freddo e ventoso , un luogo dove evadere è l’unico pensiero per un detenuto e le possibilità praticamente nulle, solo pochi ci sono riusciti, ma di loro nessuno conosce la sorte, se hanno resistito alle gelide acque dalla baia o se hanno cominciato una nuova vita sotto falso nome. Solo 1500 detenuti hanno soggioranto nelle scomode e strette stanze di Alcatraz, il più celebre è sicuramente Alphonse Gabriel Capone, meglio conosciuto come Al Capone, il gangster di origine italiana più famoso al mondo, sicuramente non un vanto per il nostro paese.

    Ritornato dall’isola ho attraverso lustrascarpe e band musicali agli incroci delle strade, uomini in carriera con abiti firmati e senzatetto che frugavano nei rifiuti alla ricerca di qualcosa di utile. Come accennato in precedenza, i senzatetto sonoveramente tanti in America… nelle grandi città e nei piccoli centri, nel deserto e nei boschi, un carrello e una montagna di abiti e oggetti in equilibrio instabile rappresenta la loro casa.

    Ho abbandonato la baia dopo aver pranzato su uno dei numerosi moli del porto, con rammarico e con la promessa di ritornare presto a riassaporare il brivido del vento e delle piccole scosse telluriche che accompagnano le giornate di una delle più belle città degli States.

    San Francisco è il giro di boa della California, abbandonato il turismo classico fatto di shopping e visite guidate, ho deciso di ripiegare verso l’interno e attraversare il cuore dello stato. La prima città che ho incontrato è Fresno, calda come l’inferno e brutta come il peccato, l’unica attrazione un cinema anni 50 con i cartelloni e l’insegna immutata nel tempo. Ho incontrato scoiattoli grossi come gatti, un culturista che posava dentro una fontana e diverse persone che presumibilmente dormivano su panchine o aiuole. I negozi erano chiusi e quei pochi erano in lingua spagnola tanto da ricordare, come gli stessi abitanti, una siesta messicana.

    Ho pensato che non sarebbe stato il posto ideale dove passare la notte e mi sono spinto sino alla tappa successiva, Sequoia National Park. La strada Da Fresno non è breve, guadagnavo il monte mentre il sole iniziava a calare e rendere i colori più caldi e la temperatura più fresca. Ho pagato l’accesso al parco, e con la cartina ho cercato i pochissimi villaggi con letto disponibili, ma il parco è immenso e la luce ormai era un vago ricordo, solo gli abbaglianti mi facevano strada tra i grandi alberi che coprivano il cielo. Il mio sogno di dormire immerso nella natura si era fatto realtà quando anche l’ultimo villaggio mi aveva chiuso la porta in faccia costringendomi a passare la notte in macchina… Se decidete di dormire nel Sequoia Park sarebbe opportuno prenotare da casa o tramite agenzia la camera, in alternativa sceglietevi una comoda macchina.

    La Ford Taurus era scomoda oltre che brutta, ma almeno aveva un tetto e il riscaldamento a portata di mano, mi chiusi all’interno in compagnia delle patatine al mais “Guerrero” ascoltando una raccolta rock acquistata in una specie di autogrill americano. I rami degli alberi creavano un fitta trama che rendeva impossibile scorgere le stelle, rumori sinistri e fruscii tra le foglie mi inquietavano e feci fatica a prendere sonno.

    Quando un timido chiarore si è poi fatto largo attraverso i tronchi, ho sgranato gli occhi e guardato l’ora, erano le sei del mattino… Acceso il riscaldamento, sono rimasto a guardare per qualche minuto fuori dalla macchina, pensando di scendere per svolgere le funzioni primarie, ma qualcuno me lo impedì… un orso con tre cuccioli stavano trafficando tra i cespugli alla ricerca di cibo; ho preferito non essere io la loro colazione.

    Dopo una colazione nella mensa di un camping, sono partito alla ricerca della foresta Gigante; sono rimasto estasiato davanti agli alberi più grandi del mondo, sono passato con la macchina sotto una galleria scavata nel tronco di una sequoia abbattuta e le pigne erano tre volte più grandi del mio 45 di piede. Per non parlare della Generale Shermann, la sequoia più grande del parco e una delle piante più grandi del mondo, 83 mt di altezza, oltre 1400 mt cubi di volume e circa 30 mt di circonferenza, al suo cospetto è facile sentirsi degli gnomi.

    Sono sceso fino alla Death Valley dove il caldo del deserto strozza l’aria condizionata della macchina e nelle strade polverose è facile trovare animali morti sul ciglio della strada, si percepivano almeno circa 50 gradi dei 42 segnalati sul termometro e la paura di un guasto alla macchina mi costrinse a sostare nel primo centro popolato più vicino, Calico Ghost Town. Il nome non prometteva nulla di buono ma ho scoperto poi esser un vecchio paese costruito alla fine del ‘800 per sfruttare una miniera d’oro. Una volta esaurito il prezioso materiale il paese è stato abbandonato così come era, in perfetto stile Western, con tanto di saloon, ufficio dello Sceriffo, prigioni e spazio a sufficienza per uno scontro all’ok corral. Ho acquistato un cappello da Cow Boy, utilissimo per ripararsi dal sole , e ho ripreso a viaggiare lasciandomi la California alle spalle sino a superare il confine con l’Arizona, ma questa è un’altra storia, un’altra avventura…

     

    Diego Arbore

  • Tenerife, Spagna: l’isola delle Canarie al largo del Marocco

    Tenerife, Spagna: l’isola delle Canarie al largo del Marocco

    Si può viaggiare in Europa ma in realtà essere nello stesso tempo lungo le coste africane? Si può essere ai piedi di un vulcano innevato e allo stesso tempo disteso su una spiaggia tropicale? Basta recarsi a Tenerife, una delle principali isole delle Canarie, situata al largo delle coste del Marocco e del Sahara Occidentale.

    Arrivai sull’isola una mattina limpida di agosto, un caldo secco ad accogliermi e una vista sull’oceano in cui si potevano scorgere altre isole, disposte come pianeti su un ipotetico universo. La prima cosa da fare una volta scesi dall’aereo (senza dimenticare il ritiro dei bagagli), è noleggiare un’auto, l’isola si può girare tranquillamente anche in un solo giorno e la brevità degli spostamenti e il prezzo del carburante consentono comodità e risparmio. L’isola è percorsa lungo tutto il suo perimetro da una veloce superstrada che collega le principali città e paesi.

    Il mio albergo si trovava a sud e precisamente a Playa de las Americas, la parte più turistica e moderna di Tenerife, sorta grazie alla costruzione di grandi strutture alberghiere negli anni 80. La zona infatti era abitata solo da turisti di ogni parte del mondo, soprattutto britannici, questo spiega la presenza di numerosi pub inglesi, scozzesi e irlandesi lungo le vie del paese. A onor del vero non ho trovato questa parte meridionale dell’isola molto caratteristica, ma mi sono consolato con le splendide spiagge bagnate dall’oceano, lunghe e sabbiose con il sole caldo fin dalle prime ore del mattino. Sono le più belle ed attrezzate dell’isola, composte da pietre vulcaniche ma anche da finissima sabbia probabilmente importata dal vicino deserto del Sahara.
    Proseguendo lungo la superstrada si arriva poi a Santa Cruz, una città non particolarmente bella e molto industriale dove però si distende una delle spiagge più affascinanti dell’isola, la Playa de Las Teresitas, una distesa di sabbia del deserto con palme e piccoli bar dove mangiare pesce con pochi euro. L’affitto del lettino con l’ombrellone non supera i 10 euro per due persone, una giornata al mare diventa davvero economica rispetto ai costi che ben conosciamo nel Mediterraneo.Spostandosi in direzione Santa Cruz de Tenerife, la capitale, ci si trova di fronte a una costa arida e secca sempre accarezzata da una piacevole brezza. Durante il tragitto si incontra alla spiaggia del Medano, patria dei surfisti ma soprattutto del kitesurf.

    A mio parere la parte nord è sicuramente la più bella dell’isola ed è anche la più caratteristica essendo abitata da gente locale. Grazie a un clima più piovoso si presenta verde e rigoglioso e molto più accogliente rispetto al sud. Puerto de la Cruz è la principale città della zona settentrionale, si affaccia sull’oceano sovrastata dal vulcano che osserva minaccioso ogni cosa che accade. La città è un groviglio di vicoletti che sfocia verso il mare dove centinaia di persone fanno la fila per tuffarsi dagli enormi scogli o per prendere il sole sulle nere spiagge vulcaniche. Lungo la passeggiata di Puerto de la Cruz sorgono i laghi Martianez, un complesso di piscine costruite a strapiombo sul mare dove ci si può abbronzare su un lettino per la modica cifra di 4 euro, fare il bagno nelle enormi vasche tutte rigorosamente riempite di acqua dell’oceano che grazie a un sistema idrico d’eccezione entra attraverso appositi canali.

    Le piscine sono un complesso creato dall’architetto Cesar Manrique, originario delle Canarie, circondate da un enorme muraglione sul mare, è possibile osservare da vicino le enormi onde oceaniche infrangersi senza il pericolo di essere bagnati, tutto questo grazie alla conformazione del muro creato per reggere anche le mareggiate più potenti. All’interno si possono trovare diverse piscine, dalle più piccole per i bambini a quelle per adulti con giochi d’acqua e percorsi subacquei. L’acqua è molto fredda poiché arriva direttamente dal mare ma dopo i primi bagni risulta molto tonificante!

    Sempre a Puerto de la Cruz si trova Loro Parque, uno delle oasi naturali più belle d’Europa, al suo interno, si possono trovare animali di ogni specie, dalla Tigre bianca alle scimmie più rare, tartarughe giganti, rettili e uccelli di ogni tipo e provenienza, mentre durante la visita ci si può fermare in orari prestabiliti ad assistere agli spettacoli delle orche, dei delfini e dei leoni marini. L’attrazione principale del parco sono però i pappagalli, presenti in oltre 3000 specie , in particolare dentro una vasta area coperta da una rete che permette di vederli in libertà e ammirarli a pochi centimetri di distanza e in piena sicurezza grazie alla presenza degli ornitologi del parco.

    Ritornando verso Playa de la Americas in direzione sud, ecco la costa ovest, scenari naturali spettacolari, tra cui la località di Los Gigantes, una piccola località dove si trovano le enormi scogliere laviche tra le più grandi al mondo, arrivano infatti fino a 800 metri di altezza sul livello del mare. Si possono osservare sia dal mare che dalle località vicino e per i temerari si può arrivare in cima per provare i brividi delle vertigini.

    Un discorso a parte merita la meraviglia del Teide, il monte più alto di Spagna e di tutto l’Atlantico,  inoltre è  il terzo vulcano attivo più grande del mondo. Con i suoi 3717 mt. domina l’isola e,  nonostante non si verifichino eruzioni da un centinaio di anni, il calore delle rocce riscontrato a 3400 mt. dimostra che l’attività del vulcano è ancora in corso.

    Le strade interne dell’isola convergono tutte verso il Parco naturale del Teide, patrimonio dell’UNESCO uno dei parchi più belli e visitati del mondo. Il paesaggio è arido con sembianze tipicamente desertiche, ai bordi della carreggiata si possono incontrare cactus e sabbia che si alza a formare piccoli vortici. Salendo di altitudine tutto cambia e il verde inizia a essere più presente, la vegetazione passa dalle piante grasse ai pini, la temperatura si abbassa tanto da pensare a tratti di trovarsi in qualche vallata delle Dolomiti… ma salendo mi sono trovato di fronte uno degli spettacoli più belli della mia vita.

    Le montagne di pietre laviche che si trovano ai bordi della strada si alternano in maniera poco omogenea, si passa infatti da montagne che superano i due metri di altezza a dislivelli di tre o quattro metri. L’ambientazione ideale per qualche film horror o girone dantesco!

    Diego Arbore

     

  • Scozia: Glasgow, Edimburgo, le Orcadi e le Highlands

    Scozia: Glasgow, Edimburgo, le Orcadi e le Highlands

    Un’antica leggenda narra di un castello scozzese che durante una notte stellata venne circondato da alcuni Vichinghi intenti ad assediarlo e occuparlo. Alcuni di essi erano scalzi e per essere sicuri di dove poggiavano i piedi videro un campo pieno di fiori colorati; quei bellissimi fiori erano dei cardi, costituiti da petali colorati di un viola molto acceso e costituiti da un gambo spinosissimo tanto da non poter neanche coglierlo a mani nude. Nel momento in cui i piedi dei Vichinghi vennero a contatto con le spine si alzò un urlo che echeggiò fino al castello svegliando gli abitanti che riuscirono a sventare l’assedio e a scacciare il nemico. Da quel momento il cardo divenne il simbolo della Scozia e venne chiamato Guardian Thistle, ovvero il Cardo Guardiano.

    Questa storia mi colpì a tal punto da fare mio il simbolo e portarlo nel cuore per tutta la vita grazie anche all’esperienza che vi racconterò, tre settimane in giro per uno dei posti più belli della terra, uno dei più incontaminati e ricco di tradizioni, la Scozia.

    Decidemmo di partire per questo viaggio io e il mi amico Matteo, muniti di macchina fotografica, qualche soldino in tasca e una auto presa a noleggio. Atterrammo a Glasgow, una mattina piovosa di agosto ma il tempo non diminuiva le mie emozioni, un sogno si era appena realizzato e non vedevo l’ora di iniziare l’avventura. Ci recammo subito a Glasgow con un bus, l’aeroporto dista pochi km dal centro e cercammo subito un alloggio poiché eravamo sprovvisti di un letto per la notte. Inaspettatamente non si trovava nulla poiché il centro non è ricco di B&B e non avevamo ancora la macchina per poter cercare fuori dalla città. Grazie a un ufficio del turismo trovammo il Manor Park Hotel, un alberghetto molto ben curato con caminetto in camera e letto a baldacchino con coperte e tende in tipico tessuto scozzese.

    La città ricorda molto quelle Inglesi, sia come aspetto che come accento degli abitanti, l’aria  fresca e il tempo piovoso.  Glasgow è sempre in movimento, è una città giovane e ospitale, ricca di locali e disco pub che permettono di ballare e divertirsi con dell’ottima musica anni 70 e del sano rock and roll. Il mattino seguente, una domenica, ci alzammo presto per recarci a visitare la città. Quella mattina Glasgow era casualmente luogo di una commemorazione di ex-militari che sfilavano per le vie del centro. Quasi tutti per l’occasione indossavano il tipico Kilt, il famoso gonnellino che tutti conosciamo e con il quale identifichiamo lo scozzese, visto dal vivo e sul posto però lascia un segno indelebile nella memoria.

    Il giorno dopo, noleggiammo l’auto, prendemmo subito una multa per sosta vietata e ci spostammo a Edimburgo. Raccontare cosa si prova appena vedi Edimburgo non è semplice, l’emozione è difficile da spiegare, una città vecchia ma perfettamente tenuta, arroccata ai piedi di un castello che sovrasta la città circondata da antiche mura con dei vecchi fossati un tempo pieni d’acqua, diventati lunghi ed enormi prati sui quali leggere libri al sole o fare picnic con la famiglia.

    Decidemmo di trovare un alloggio fuori dal centro storico (la via principale taglia affascinanti vicoli in pietra con illuminazioni in ferro battuto che ricordano i vecchi lumi di inizio novecento…) poiché anche qui scarseggiavano e quei pochi hotel erano fuori dalla nostra portata. Una volta sistemati ci recammo in centro per visitare la città e il castello che per giungervi era necessario seguire la via reale, segnata da piccole coroncine incastonate nel porfido e popolata da turisti e numerosi saltimbanco artisti di strada e musicisti.

    Ci spiegarono che di lì a poco nella spianata di fronte all’entrata principale del castello si sarebbe svolto il Military Tattoo, una parata militare delle nazioni affiliate al regno unito che per l’occasione preparavano balli, rappresentazioni e suonate delle bande militari. Ci dissero anche che era impossibile trovare i biglietti poiché essendo un evento importantissimo sia a livello nazionale che a livello mondiale, le prenotazioni venivano chiuse mesi prima e che potevamo anche tornare indietro. Si dice che la fortuna aiuta gli audaci, decidemmo di restare nei dintorni dell’entrata per sperare nel colpo di fortuna che puntualmente arrivò. Una scolaresca con due defezioni per indisposizione ci chiese se avevamo bisogno di due biglietti che ovviamente accettammo senza neanche dover pagare nulla. Ci accomodammo sugli spalti ignari di quello dovevamo vedere.

    Alla nostra destra avevamo il castello, illuminato quanto bastava per renderlo spettacolare, di fronte a noi la spianata dell’esibizione mentre a sinistra un palco reale nel quale arrivò il principe Filippo Duca di Edimburgo tra gli applausi e la standing ovation del pubblico. Lo splendido tramonto e il cielo stranamente terso rendeva ancora più emozionanti le esibizioni che si susseguivano tra balli e suonate classiche e contemporanee, tra le più affascinanti “Sailor” di Rod Stewart suonata dall’orchestra scozzese e le esibizioni delle compagnie norvegesi e australiane.
    Il bello però doveva ancora venire, la rappresentazione finale della battaglia di Scozia contro gli Inglesi fu indimenticabile, giochi di luce , fuochi d’artificio e esibizioni di guerra fino al gran finale… improvvisamente si accese una luce sulla torre del castello e in mezzo alla quale si stagliava la sagoma di un uomo in kilt con la cornamusa che iniziò a suonare “Scotland the brave” , uno degli inni non ufficiali della Scozia.
    La commozione mi pervase, fu uno degli spettacoli più belli a cui abbia mai assistito.

     

    Dopo aver visitato la città per tre giorni, proseguimmo verso la tappa successiva, Stirling, un piccolo paesino a nord di Edimburgo, noto per una famosa battaglia e per essere stato l’avamposto di William Wallace, per chi non lo ricorda, il mitico protagonista di Braveheart interpretato da Mel Gibson, il quale fece costruire una torre di vedetta alta 67 metri e costituita da 266 gradini dalla quale si può vedere un panorama a 360 gradi per diversi km di distanza, utile un tempo per avvistare i nemici in arrivo. Alla base della torre una statua raffigurante William Wallace , sicuramente poco affascinante visto che in pratica anziché Wallace è rappresentato Mel Gibson.

    In Scozia, quantomeno fuori dalle grandi città, è semplicissimo trovare alloggio in comodi e confortevoli Bed & Breakfast che offrono un letto pulito con servizi e una colazione comprensiva di bacon, uova, fagioli, salsiccia e in alcuni si può trovare anche il black o il white pudding, un rotolino di carne che solo tornato in Italia scoprii essere a base di sangue raffermo di maiale, comunque molto gustoso.
    A Stirling trovammo un B&B solo in tarda serata ma comunque in tempo per mangiare qualcosa nel deserto pub del paese. Mentre gustavamo la nostra birra in mezzo a neanche una decina di persone compresi i proprietari arrivò un tizio con una chitarra e si sedette su un tavolo a strimpellare. Dieci minuti dopo entrarono due signore sulla mezza età con due violini e si sedettero vicino al chitarrista e dopo un breve cenno iniziarono a suonare. Entrarono poco dopo altri strumenti con le relative persone e ognuno di essi si univa alla musica, gli abitanti del paese suonavano e ballavano canzoni folkloristiche Scozzesi, si riunivano alla sera senza darsi appuntamento e creavano un ambiente magico, per loro e per i fortunati visitatori.

    Il giorno seguente visitammo il castello di Stirling e proseguimmo vero nord, lungo la strada incontrammo fabbriche di whisky, prati verdi, strane mucche dalla frangia sopra gli occhi e un curioso caprone da guardia legato all’interno di un giardino come un cane.
    Ci fermammo a Perth, nulla a che vedere con l’Australia, una città situata sulle rive del fiume Tay e un tempo importante sede politica del parlamento Scozzese. Anche qui si trova un bellissimo castello da visitare insieme ad alcune rovine in un bellissimo contesto naturale.

    Nei giorni successivi salimmo verso nord passando dai paesi di Laggan e Fort William, quest’ultimo situato in prossimità del Ben Nevis, il monte più alto della Gran Breatgna. Fort William è anche uno snodo importante perche si trova nel mezzo della Scozia e nelle sue vicinanze si trova Fort August, il paese che è alla base sud del mitico Lago di Lochness. Il Lago è lungo circa 37 km e si estende nella valle del Great Glen da Fort August alla città di Inverness, la cosa che colpisce è la natura incontaminata che lo circonda e le sue dimensioni, soprattutto la lunghezza, tanto che ci si chiede davvero se nelle sue acque non si nasconda il leggendario mostro.

    Inverness si trova all’estremità nord del lago e ci arrivammo dopo averlo percorso in tutta la sua lunghezza. La città è considerata la capitale del Nord delle Highlands per la sua grandezza e mostra tratti somatici decisamente più nordici, al suo interno scorre il fiume Ness che gli conferisce quel tocco in più per le cartoline e le foto di rito. Molti viaggiatori si fermano a Inverness e ritornano indietro passando per la costa ovest, ma per fortuna noi non eravamo sazi e continuammo a salire verso le Highlands più selvagge, dove si fatica a trovare una casa nel raggio di km e le verdi distese di prati e foreste si intervallano accompagnate da piogge a tratti più o meno intense.
    Quando cessava di piovere e il sole si faceva largo tra le nuvole , i colori si accendevano magicamente come se qualcuno colorasse con pennelli a olio un quadro in bianco e nero. Guidammo lungo la costa est sopra Inverness per diverse ore, e nel tragitto incontrammo lunghe terrazze di prati verdi a picco sul mare con mucche e pecore al pascolo, e qualche piccolo paese.

    Superato il borgo di Dornoch ci trovammo di fronte una collinetta con una spianata sulla sua sommità dove un nutrito gruppo di persone e famiglie con banchetti con cibi caldi stavano assistendo ad alcuni giochi e incuriositi ci fermammo a guardare cosa stava succedendo. La fortuna volle che quelli erano gli Highland game, una sorta di olimpiade locale con giochi e prove di ogni genere in ricordo dell’orgoglio scozzese. Le famiglie stendevano la coperta in Tartan, ognuna di colori diversi, creando un tappeto variopinto in perfetto scottish style. Le prove andavano dalle gare di cornamusa o di balli folkloristici mentre le prove di forza andavano dal lancio del tronco d’albero al lancio del peso per finire con il tiro al piattello, ovviamente i partecipanti indossavano l’inconfondibile Kilt in tartan del colore della famiglia o clan di provenienza.

    Un tempo il tartan distingueva i vari Clan scozzesi e ancora oggi alcune zone della Scozia possiedono il loro colore ufficiale di questo tipico tessuto. Rimanemmo colpiti da questi giochi, ci rendemmo conto di quanto questa gente tiene alle tradizioni, gli Highland game risalgono al XI secolo e non sono cambiati nel tempo, continuano a svolgersi in svariati luoghi nel mondo in onore della Scozia.

    Proseguimmo in direzione di Thurso, il paese più a Nord della Scozia, nel tragitto non trovammo abitazioni, solo verde, pioggia e capre in libertà. Giunti in paese trovammo uno splendido B&B proprio davanti alla spiaggia, una distesa di sabbia talmente fine da far invidiare alcuni posti tropicali dove alcuni bambini giocavano con l’aquilone e una coppia raccoglieva conchiglie. Ci recammo prima nel porticciolo per cercare gli orari dei traghetti per le Isole Orcadi, e poi in centro poiché fino al mattino seguente non c’erano imbarcazioni disponibili. Il centro di Thurso pareva vuoto, calmo, pochi pub, un negozio di dischi e qualche attività aperta, a mio modo di vedere molto rilassante e piacevole. Trovammo una splendida giornata di sole e ce la godemmo fino a tarda sera, passeggiando, fotografando particolari e giocando a pallone in spiaggia, fino a quando il giorno volse al termine e il sole abbandonò la scena lasciando il posto ad uno splendido tramonto. La sera mangiammo in un pub e verso mezzanotte tutto il paese si popolò di gente, feste in maschera, addii al celibato e gruppi di ragazze che vagano per le vie in cerca di qualcosa da bere.
    Poi finimmo in un enorme discoteca che quella sera prevedeva una cover band dei Texas, il gruppo pop Scozzese, la cantante era praticamente una sosia e alcuni esagitati sotto il palco sembravano assistere realmente a un loro concerto.

    Il mattino ci alzammo presto e ci recammo con largo anticipo nel piccolo porto e aspettammo il traghetto seduti sulla banchina del porto. Vedemmo arrivare qualcosa che non era una nave, era molto più piccola e dolce, era una foca che lentamente stava venendo verso di noi con la testa fuori dall’acqua.
    Ci imbarcammo al mattino presto per affrontare tre ore di navigazione attraversando scogli giganti , piccole isolette e un mare piuttosto agitato. Arrivammo al porto di Stromness intorno alle 8, tutto era ancora chiuso e camminammo per le vie deserte in mezzo a muri di pietre e piccoli vicoletti tutti sfocianti verso il mare. In questi luoghi incantevoli ogni casa dà sul mare e ognuno ha a disposizione la sua barchetta posteggiata sotto la finestra.

    Qualche anziana signora faceva la maglia fuori dalla finestra con dei gatti che gironzolavano in cerca di qualcosa da mangiare. Il centro di Stromness è molto grazioso ed è anche visitato da turisti poiché resta comunque a poche ore di navigazione dalla Scozia, si possono trovare negozi di artigianato e ristoranti di pesce appena pescato. Uno di questi ristoranti si trovava vicino al porto, osservammo dei marinai in un classico maglione a righe bianche e azzurre, scaricare pesce e crostacei al gestore della cucina e incuriositi e affamati decidemmo di fermarci a mangiare proprio li. Mi abbuffai di cozze e presi una terrina di salmone e pesce bianco gratinato che era la fine del mondo, indubbiamente mangiai un pesce di alta qualità riuscendo anche a non alleggerire troppo il portafoglio. Per aiutare la digestione camminammo lungo una strada sterrata che percorreva il profilo della costa in mezzo a scogli, foche e pulcinelle di mare. Nel tragitto incontrammo un vecchio marinaio che passeggiava senza nulla da fare godendosi la brezza marina e il panorama, ci raccontò di essere stato a Genova durante la guerra e di ricordarsi bene alcune vie e quartieri, tra le quali ovviamente Via Prè.

    Ci imbattemmo poi in uno splendido campo da golf a picco sul mare e andammo a prendere il bus per poter andare nell’altro porto , quello di Kirkwall, dove avremmo dovuto prendere la nave per le isole Shetland. Il viaggio fu difatti più impegnativo, otto ore di navigazione notturna in questa imbarcazione composta da una decina di passeggeri e altrettanti membri dell’equipaggio.

    Sbarcammo anche a Lerwick molto presto, nel porto erano presenti oltre a normali imbarcazioni, anche alcune navi in stile vichingo, probabilmente per qualche manifestazione. Mi sarei aspettato un luogo più incontaminato e invece le Isole Shetland sono molto più autonome rispetto alle Orcadi, forse proprio per la distanza dalla Scozia che le ha rese più intraprendenti… Decidemmo di prendere un bus di linea per visitarla tutta e salimmo sul primo che passava senza badare alla destinazione, pensavamo che non sarebbe andato poi così lontano. Fece il giro dell’isola, vedemmo abitazioni isolate su piccoli lembi di terra sul mare, anche qui tutte case indipendenti con la barchetta legata fuori e distanti alcuni km dal cento abitato più vicino. Lo scenario era mozzafiato, il verde deil’erba, il blu del mare, il bianco delle nuvole e l’azzurro del cielo si mischiavano ai miei occhi come la tavolozza dei colori di un pittore.
    Al capolinea del bus salì una famiglia al completo, due persone anziane e due più giovani con una bambina in braccio avvolta in una coperta. Nel tragitto del ritorno chiedemmo se vivevano li e ci risposero che la loro casa era proprio vicino al capolinea e che stavano portando la bambina dal pediatra e che quel giorno siccome non era disponibile il loro dottore dovevano andare fino alle isole Orcadi. Mi colpì molto questa storia e mi resi conto che non è tutto oro quel che luccica, nonostante lo spettacolo naturale non sarebbe semplice per noi, abituati alle comodità sotto casa, vivere in una realtà così diversa.

    Dopo aver visitato l’isola tornammo verso il traghetto, lo prendemmo nel primo pomeriggio e arrivammo alle Orcadi in tarda nottata, fortunatamente trovammo prima un taxi che ci portò nella zona del porto e poi un letto per dormire, il mattino seguente saremmo dovuti partire di nuovo presto.
    Una volta ritornati in Scozia iniziammo il viaggio di ritorno passando dalla costa ovest attraverso Ullapool, il lago di Kyle of Lochalsh e per altri territori completamente disabitati.
    Finalmente arrivammo all’Isola di Skye dove trovammo subito un B&B sul bellissimo porticciolo caratterizzato da case colorate e ristoranti di pesce. L’isola di Skye presenta un paesaggio molto vario nonostante le modeste dimensioni si possono trovare alte montagne e splendidi prati, abitati da una particolare fauna.

    La strada del ritorno cominciò ripassando da Fort William ma passando per la costa del sud Ovest, dove trovammo oltre che i soliti B&B anche uno splendido cottage, una casetta costruita in pietra con il caratteristico tetto in paglia. Ritornammo a Glasgow per passare l’ultima notte e riprendere l’aereo che ci riportava a casa il mattino seguente, felici di raccontare ciò che avevamo visto ma tristi al pensiero di lasciare quella terra magica.
    Non è facile rendere alcune emozioni scrivendo qualche riga, ci sono posti come la Scozia che devono essere vissuti, visitati e esplorati in ogni angolo, per lasciarsi abbracciare dalla loro cultura e tradizione e da una bellezza naturale fuori dal comune.

    Diego Arbore