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  • Amiu, proroga del contratto di servizio? La Regione frena: “Non è come Spezia”

    Amiu, proroga del contratto di servizio? La Regione frena: “Non è come Spezia”

    rifiuti-amiuPer dare maggior peso alla quota pubblica di Amiu e un potere contrattuale più forte al Comune di Genova nel percorso di ingresso del partner privato (sempre più vicino il matrimonio con Iren), azienda e amministrazioni sono concordi nel sottolineare che sia imprescindibile una proroga del contratto di servizio in scadenza nel 2020. Il direttore generale di Amiu, Franco Giampaoletti, spiega che l’opzione potrebbe essere percorribile «utilizzando una norma della legge finanziaria del 2015, nel momento in cui siano previste operazioni straordinarie come un’aggregazione di aziende». La richiesta dovrebbe essere quella di una proroga fino al 2035 anche e soprattutto per garantire più tempo al nuovo privato per ammortizzare gli investimenti e fare anche un po’ di cassa.

    Il sindaco, Marco Doria, bussa alle porte della Regione: «Il nostro problema – dice il primo cittadino – è verificare la fattibilità e la sostenibilità giuridica di quanto seguito da altre parti. E, in questo, è fondamentale l’apporto della Regione Liguria che deve dimostrare, affrontando la situazione della Città metropolitana di Genova, la stessa premura dedicata alla provincia della Spezia». Esplicito il riferimento alla proroga concessa ad Acam.

    Ma, secondo quanto spiegato all’agenzia Dire dall’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, la situazione spezzina sarebbe molto diversa rispetto a quanto chiede il Comune di Genova. «Il contratto di servizio del Comune di Genova con Amiu per la raccolta dei rifiuti – spiega – non c’entra nulla con la concessione di un’eventuale proroga a garanzia dell’investimento di chi gestirà l’impianto, come ad esempio è stata concessa alla Spezia».

    Se, da un lato, il termine del 2020 è sancito dalla nuova legge regionale sulla gestione dei rifiuti, dall’altro l’assessore spiega che si tratta del recepimento di una norma nazionale che prevede la definizione dei bacini di raccolta e l’affidamento del servizio con gara entro il 2017. «Già l’inserimento del termine del 2020, fortemente voluto dal Cal (Consiglio delle autonomie locali, ndr) – dice Giampedrone – è di per sé una proroga rispetto alla legge nazionale ed è stato frutto di una serrata trattava con il ministero per evitare l’impugnazione della legge regionale da parte del governo».

    Per quanto riguarda la situazione genovese, l’assessore sostiene che «condizionare il piano futuro di gestione dei rifiuti al contratto di servizio Amiu è una cosa che sta poco in piedi ed è piuttosto allineata alla logica del non fare che è stata imperante negli ultimi anni. Capisco che per Genova sia una questione preminente ma non è una scelta che spetta alla Regione. A noi, che siamo ente di programmazione, non interessano gli affidamenti del contratto di servizio per la raccolta: le norme regionali a riguardo altro non sono che il recepimento di quelle nazionali». Per Giampedrone, invece, «le politiche di raccolta differenziata sono indipendenti da chi svolge il servizio di raccolta che non è detto debba essere lo stesso soggetto che gestisce gli impianti, su cui la legge, invece, non dà alcun limite».

    La Regione al Comune: “Presentataci un progetto”

    giampedrone-totiIl vero problema di Genova, attacca l’assessore, «è che chiede modifiche di una legge regionale, che sta rivoluzionando il campo della raccolta differenziata, senza avere un progetto in campo». Giampedrone, infatti, sostiene di non aver mai ricevuto ufficialmente il progetto del Conai su cui si basa la riorganizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti, incentrato sul porta a porta, né di aver avuto indicazioni precise sull’impiantistica inserita nel nuovo piano industriale di Amiu, indispensabile per far fare un salto di qualità a Genova.

    Perché Tursi non ha presentato il progetto alla Regione? «Perché – sostiene Giampedrone – non ha il coraggio di dire al proprio elettorato che è indispensabile aprirsi agli investimenti dei privati. E, invece, tutto potrebbe diventare più semplice se la smettessero di fare delle chiacchiere e mettessero in campo un progetto integrato di raccolta differenziata dei rifiuti e di investimenti sull’impiantistica, su cui lanciare un project financing come successo alla Spezia».

    Qualcosa non quadra. Da un lato, Doria sostiene che Amiu non riesca ad attuare con le proprie gambe il piano industriale e sancisce, di fatto, l’ingresso di un capitale privato, probabilmente Iren, con quote di maggioranza. Dall’altro, la Regione denuncia che questo percorso non sia mai stato presentato ufficialmente. E’ solo normale scontro politico tra due amministrazione di colore decisamente diverso o c’è dell’altro?

    Nel corso dell’ultima interlocuzione ufficiale avvenuta marterdì tra Regione, Comune di Genova e Amiu, l’assessore Giampedrone si sarebbe aspettato proprio la presentazione di questo piano e, invece, è arrivata nuovamente la richiesta della deroga. «Basta continuare a discutere la legge regionale senza fare progettualità facendo come Calimero – attacca il membro della giunta Toti – il Comune di Genova è come una squadra che gioca di tacco quando è sotto cinque a zero. La Regione non può certo stare ferma perché se no crea difficoltà a Genova: io devo muovermi perché siamo già ben oltre il tempo massimo e non credo neppure che il Comune di Genova, di cui la legge regionale ha riconosciuto la specificità inserendo obiettivi di raccolta differenzia più bassi rispetto alle altre realtà liguri, riuscirà a rispettare i limiti entro la fine del 2016».

    Nessuna speranza dunque di ottenere una proroga per Amiu? «La gestione della raccolta dei rifiuti di Genova è un problema di Genova – conclude Giampedrone – noi non dobbiamo concedere proprio nulla. Poi, se il Comune dovesse presentare un progetto e il governo – cosa che credo molto difficile – concedesse una proroga nell’ambito di un decreto ‘salva Genova’, io sono pronto a far approvare la richiesta il giorno dopo in Consiglio regionale».

  • Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Amiu-Iren: l’azienda conferma, il sindaco smentisce. Entro fine luglio la scelta del partner industriale

    Rifiuti«Il nostro obiettivo è avere entro la fine di luglio a nostra disposizione un’offerta vincolante» per la definizione del partner industriale di Amiu. Lo ha detto ieri mattina in Commissione comunale il direttore generale dell’azienda interamente partecipata dal Comune di Genova per la gestione del ciclo dei rifiuti, Franco Giampaoletti. Il primo passo di questo percorso sarà la pubblicazione «nel più breve tempo possibile» di un bando per la manifestazione di interesse all’ingresso di un nuovo partner «all’interno di un perimetro pubblico, con la definizione delle condizioni affinché l’offerta possa essere accettabile e con la totale sicurezza del Comune di mantenere la capacità di gestione della società in futuro». Nel caso arrivasse più di una manifestazione di interesse, dovrà iniziare un percorso di valutazione per scegliere il soggetto migliore; se, invece, l’offerta fosse solo una e fosse ritenuta coerente, si passerebbe direttamente alla negoziazione di dettaglio tra le parti per concludere l’accordo.

    Una risposta, certamente e celermente, arriverà da Iren con cui Giampaoletti non nasconde essere già iniziato un percorso di confronto «finalizzato all’analisi di elementi di sinergia nei rispettivi piani industriali». Tanto che il prossimo 4 luglio è previsto un incontro tra azienda e sindacati. Tra un mese, dunque, si dovrebbe finalmente celebrare il tanto chiacchierato matrimonio tra Iren e Amiu. D’altronde, anche l’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, qualche settimana fa aveva risposto per iscritto a un’interrogazione di Antonio Bruno, capogruppo di Federazione della Sinistra, confermando che “il Comune di Genova ha dato mandato ad Amiu di avviare un dialogo con Iren su base tecnica finalizzato alla verifica di elementi di potenziale sinergia fra i rispettivi piani industriali. Conseguentemente Amiu ha attivato un tavolo tecnico con Iren nel quale sono tuttora in corso discussioni finalizzate ad un esame dei reciproci programmi di sviluppo”.

    Eppure, il sindaco Marco Doria prova, non senza imbarazzi piuttosto evidenti e con risultati poco convincenti, a smentire che tutto sia, di fatto, già scritto. «Dell’interesse di Iren sappiamo soprattutto dai giornali – sostiene il primo cittadino – ma noi dovremo andare a vedere chi risponderà alla manifestazione di interesse e procedere con una comparazione pubblica e trasparente: non c’è già un soggetto designato». Un percorso che per il sindaco deve essere compiuto rapidamente «per evitare situazioni disastrose per tutti come quella di Livorno in cui un’azienda totalmente comunale è in procedura pre-fallimentare». Doria sottolinea ancora una volta che il Comune «non può avere preferenze che influenzino la procedura in cui siamo chiamati a scegliere un soggetto qualificato, non il primo che capita, perché in questo settore le presenze inquietanti sono numerose». I soggetti interessati «dovranno dare piena attuazione al piano industriale che l’azienda ha elaborato, per dare all’azienda stessa e alla città impianti che oggi Amiu non ha e non è in condizioni di farsi da sola».

    Duro l’attacco proprio di Antonio Bruno che, un tempo, faceva parte di quella maggioranza che aveva portato all’elezione di Doria: «Rimane il forte sospetto di una possibile turbativa d’asta», tuona il capogruppo di Federazione della Sinistra.

    Verso una maggioranza privata

    Il sindaco di Genova, Marco DoriaIl sindaco fissa poi i paletti di questa aggregazione pubblico-privato, affermando che «l’azienda dovrà continuare a chiamarsi Amiu, dovrà continuare a essere genovese, con il comune azionista e in grado di dire la propria sulle scelte essenziali della vita dell’impresa».

    Già, ma con quale percentuale il Comune di Genova resterà dentro Amiu? Il sindaco non si sbilancia, anche se dalle sue parole risulta ormai evidente che il nuovo socio privato rileverà la maggioranza dell’azienda, con buona pace di chi vorrebbe mantenere il controllo di pubblico di quella che attualmente è un’azienda di proprietà al 100% di Palazzo Tursi.

    Doria sostiene che la percentuale di ingresso di un partner privato in Amiu non possa essere predeterminata a tavolino e la nuova suddivisione delle quote tra pubblico e privato dipenderà dal valore di Amiu, in base all’eventuale prolungamento del contratto di servizio attualmente in scadenza nel 2020 e da quanto il soggetto privato, la cui manifestazione di interesse sarà ritenuta più convincente, sarà disposto a investire economicamente e in nuovi impianti per realizzare il piano industriale dell’azienda. Sarà «la combinazione di questi due fattori – ribadisce il primo cittadino – a dare il valore delle quote di chi entrerà e di quelle che resteranno al Comune. Ma, indipendentemente dalle quote, il Comune azionista dovrà rimanere in grado di dire la propria sulle scelte essenziali e strategiche della vita dell’azienda».
    Anche in questo caso la teoria del sindaco non appare del tutto convincente. Com’è possibile che sia il privato a decidere quanto capitale rilevare della società pubblica in base alle disponibilità di investimento? In base a questo criterio, iperbolicamente, Amiu potrebbe allora teoricamente anche essere venduta al 100%.

    Più sicuro, invece, il sindaco sulla tutela dei lavoratori in questo processo di aggregazione. «Non ci dovranno essere licenziamenti e dovrà essere garantita la piena occupazione» sottolinea Doria. Il tutto sarà suggellato da uno statuto che detterà le regole interne e assicurerà il mantenimento della “genovesità” dell’azienda.

  • Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    Non solo Iplom, a Genova ci sono altri 8 piani di emergenza esterna “fuori legge”

    iplom-petrolio-inquinamentoNel territorio metropolitano provinciale di Genova esistono 16 impianti industriali considerati a rischio di incidente rilevante, secondo i parametri del decreto legislativo n. 334/1999, modificato a più riprese fino alla recente integrazione del decreto 105 del luglio scorso. A dirlo è l’ultimo rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Ben 13 di questi impianti sono dislocati sul territorio del Comune di Genova, facendone il terzo a livello nazionale per concentrazione, preceduto soltanto da Ravenna (26 impianti) e Venezia (15). La nostra città deve la sua posizione in questa speciale classifica alla presenza di infrastrutture legate al comparto petrolifero: il porto genovese è stato ed è porta geografica importante per il circuito degli idrocarburi del nord Italia, e non solo.

    Per tutti questi impianti sono previste norme di sicurezza molto stringenti, tra cui quella che prevede la realizzazione, da parte dell’azienda, dei Piani di Emergenza Interna (PEI), che devono essere perfezionati attraverso periodiche esercitazioni. Dei 16 impianti provinciali, 10 rientrano anche nelle normative previste dall’articolo 8 della già citata legge in cui vengono prescritti particolari provvedimenti, per via delle quantità di materiale pericoloso trattato e stoccato. Tra queste disposizioni, una delle più caratterizzanti è quella che rende obbligatoria la stesura da parte della Prefettura di competenza di un Piano di Emergenza Esterno (PEE).

    Era Superba vi ha già descritto la situazione dei PEE legati agli impianti Iplom di Fegino e Busalla, svelando, prima di altri, ritardi inquietanti nella stesura e nell’aggiornamento di questi documenti fondamentali per la sicurezza dell’ambiente e delle persone.

     Ma non ci siamo fermati qui. Facendo ulteriori verifiche abbiamo “scoperto” che di questi 10 impianti, ad oggi, solo uno è dotato di un PEE aggiornato, pubblico e quindi valido, mentre 4 hanno un PEE pubblico ma scaduto da un anno. Per i rimanenti 5 non vi è traccia della documentazione, che dovrebbe essere pubblica e, anzi, divulgata chiaramente alla popolazione.

    I Piano di Emergenza Esterna scaduti

    IMG_3722Come abbiamo visto nel precedente articolo, ogni PEE deve essere aggiornato ogni qualvolta subentrino modifiche sostanziali nelle infrastrutture dell’impianto e, comunque, con una cadenza che non superi i tre anni.
    L’unico sito che oggi risulta essere adeguatamente “coperto” è A-Esse s.p.a., di Cravasco, che produce ossidi di zinco, il cui PEE, licenziato nel 2013, sarà valido fino al prossimo luglio.

    Risultano invece “scaduti” i restanti 4 PEE pubblicati sul sito web delle Prefettura genovese: oltre agli impianti Iplom di Fegino, quindi, il sito Eni di Pegli (Ex Praoil), che movimenta e stocca prodotti petroliferi, Superba s.r.l, che oltre agli idrocarburi movimenta prodotti chimici, e la Carmagnani s.p.a., attiva nello stesso settore. Questi tre impianti formano quello che i tecnici chiamano “Quadrante Multedo”: vicinissimi tra loro, hanno porzioni delle “zone di danno” che si intersecano, con un potenziale “effetto domino” che in caso di incidenti potrebbe rivelarsi decisamente drammatico. Come tutti sanno, inoltre, nelle immediate vicinanze sussistono zone densamente abitate (Pegli e Sestri Ponente), scuole, impianti sportivi, autostrada e linea ferroviaria. Senza dimenticare il torrente Varenna e il mare a pochissimi metri. In questo contesto particolarmente delicato, quindi, un ritardo nell’aggiornamento dei PEE assume contorni inquietanti: i piani esistono, intendiamoci, ma sono del 2012 e quindi fuori norma.

    I Piani di Emergenza Esterna “fantasma”

    iplom-petrolio-inquinamentoRicapitolando: dei cinque PEE pubblicati sul sito web della Prefettura, solo uno è attualmente valido. Ma qual è la situazione per i rimanenti impianti a rischio incidente rilevante presenti sul territorio metropolitano genovese? Come abbiamo visto, il PEE della raffineria Iplom di Busalla risale al 2006 e non è disponibile al pubblico perché, stando a quanto riferito dalla Prefettura, “in fase di revisione”.

    Per gli altri 4 impianti la situazione è simile: del PEE non c’è traccia sul sito della Prefettura. Stiamo parlando dei depositi chimici Silomar di Ponte Etiopia, a pochi metri dallo snodo di San Benigno e dalla Lanterna; i depositi petrolchimici Petrolig, situati in Calata Stefano Canzio, nel cuore del porto vecchio; i depositi Sigemi di fronte a San Quirico e a due passi dal Polcevera; il Porto Petroli Eni, sempre a Multedo.

    Il Comune: «Non è compito nostro ma vigiliamo». La Regione: «Presto tavolo con prefettura e governo»

    iplom-petrolio-inquinamentoLa questione sembra cogliere di sorpresa anche gli enti locali. L’assessore per la Protezione Civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, che abbiamo rincorso tra la gestione dell’emergenza sul Polcevera e l’allerta meteo, ricorda che «la materia non è di diretta competenza comunale. I nostri uffici tecnici sono al lavoro per approfondire la questione: solo dopo un’attenta verifica della situazione ci muoveremo». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco, Stefano Bernini: «La competenza dei piani di emergenza non è nostra – ribadisce – durante la stesura del Puc, ovviamente, ci siamo appoggiati ad Arpal e Regione che ci ha fornito le documentazioni tecniche sulle aree limitrofe ai grandi impianti industriali».

    La Regione, invece, attraverso l’assessore all’Ambiente e alla Protezione civile, Giacomo Giampedrone, ci assicura che «finita l’emergenza (sul caso Iplom, ndr) chiederemo urgentemente un tavolo con Prefettura e governo per approfondire questa vicenda che, se fosse confermata, rileverebbe un dato preoccupante» perché un caso come quello di Fegino «non può ripetersi in nessuna maniera e perché non è possibile che i cittadini oggi convivano oltre che con il danno, anche con la paura costante che qualcosa possa succedere».
    A preoccupare non sono, però, solo le procedure di emergenza ma anche tutta la questione legata agli oleodotti che attraversano la città: «Non è immaginabile che tubature con una qualche carenza attraversino la città di Genova – continua Giampedrone – e bisogna affrontare la questione con un piano nazionale».

    Adesso è certamente il momento dell’emergenza, momento in cui bisogna fare in fretta per arginare un danno ambientale che col passare delle ore appare sempre più grave, soprattutto con il maltempo che complica le operazioni di messa in sicurezza. Una volta che l’urgenza sarà terminata e la bonifica definitiva avviata, però, è necessario che gli enti preposti si diano da fare per mettere in sicurezza il territorio: gli strumenti ci sarebbero, basterebbe predisporli nella maniera adeguata, ognuno secondo le proprie competenze. E, possibilmente, anche rapidamente.


    Nicola Giordanella

  • Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    iplom-petrolio-arpal-genovaEmergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom. Tutti ne parlano da domenica sera. Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Era Superba ha scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa.

    L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

    Il quadro normativo

    La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.

    La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
    Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

    Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

    iplom-petrolio-genova-polceveraNel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.

    In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.

    Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

    Foto da profilo Facebook EnpaRitardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.

    Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

    Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».

    iplom-petrolio-mareAnche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
    Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».

    Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.


    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoLa notizia potenzialmente più impattante arriva direttamente da Roma: lo scorso 15 gennaio è stato licenziato il testo del decreto della presidenza del Consiglio dei ministri sulla disciplina del trattamento di terre e materiali rocciosi provenienti dagli scavi che, al fine di evitare una procedura di infrazione da parte della Comunità Europea, ha aggiornato le procedure per lo smaltimento dei rifiuti di scavo, cercando di armonizzare la normativa italiana con quella comunitaria. Tra le novità principali, l’abbassamento da 1000 a 100 millilitri su chilogrammo della soglia riguardante la presenza di fibre di amianto nella roccia, sopra la quale la terra di scavo dovrebbe essere considerata come rifiuto speciale e quindi da trattare come tale, stoccandola in siti dedicati, con procedure particolarmente complesse, finalizzate in primis alla tutela dei lavoratori ma necessarie anche per evitare un pericoloso rilascio ambientale in fase di lavorazione. Questo cambiamento comporterebbe un immediato innalzamento dei costi per le operazioni di estrazione, trasporto e stoccaggio dello smarino nella “grande opera” del Terzo Valico dei Giovi che, secondo alcune stime, potrebbero aumentare anche di 300 milioni di euro, cifra che andrebbe ad aggiungersi ai 6 miliardi e 200 milioni di spesa previsti dal progetto finale. Ma non solo. Oltre ai costi operativi, le tempistiche di cantiere potrebbero triplicare, diventando necessarie procedure più elaborate per mettere in sicurezza il materiale di risulta e il suo trasporto. I cantieri potrebbero quindi fermarsi nuovamente, dopo le diverse sospensioni avvenute nei mesi scorsi, come quella di luglio imposta dall’Asl 3 per quanto riguarda lo scavo della galleria di Cravasco, seguita al ritrovamento di ingenti quantità della temuta fibra cancerogena. Un cambiamento che ha messo in allarme anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, il quale, durante la visita a Genova dello scorso 17 febbraio del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti sui cantieri di messa in sicurezza idrogeologica della città, ha fatto pressione per arrivare ad una modifica del testo scatenando la polemica sulla priorità data dalla politica alla realizzazione ad ogni costo del manufatto, a discapito della salute dei cittadini. Il ministro, da parte sua, ha assicurato che il governo proverà a rivedere la norma, ma le direttive europee non lasciano margini a riguardo.

    Il cantiere di via Coni Zugna

    terzo valico3In attesa di notizie da Roma, Cociv, società di Impregilo general contractor di Rfi per i lavori del Terzo Valico, potrebbe essere costretta a fermare un altro cantiere, questa volta a seguito di una decisione del Tar della Liguria: stiamo parlando del sito di via Coni Zugna, a Pontedecimo, dove è in costruzione un by-pass i mezzi pesanti diretti in Val Verde. La vicenda ha inizio il 18 febbraio 2015, quando i tecnici del consorzio depositarono la documentazione dell’avvenuto accesso per l’esproprio di un giardino attiguo all’argine del Polcevera, nonostante le notifiche fossero indirizzate a persona defunta e, quindi, irricevibili. Questo esproprio ha permesso ai lavori di partire: il 9 giugno scorso, gli operai sono entrati nel terreno dell’attuale proprietario, avviando la cantierizzazione. Dopo pochi giorni, ecco arrivare il ricorso al Tar, che il 17 dicembre 2015 ha dichiarato nullo l’atto, con sentenza immediatamente esecutiva. Nonostante ciò, i lavori sono andati avanti a piè sospinto e al danno si è aggiunta anche la beffa. Oltre ai 34 metri quadrati previsti dalle carte, il cantiere ha “sforato” inglobando altri 42 metri quadrati. Per quest’ultimo fatto è stata intrapresa causa civile che dovrebbe arrivare a sentenza il prossimo di aprile e potrebbe essere decisiva per i destini di questo cantiere.

    La querela al vicesindaco Bernini

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 005 smallA questa vicenda è anche legato un ulteriore “fronte” più squisitamente politico: durante il consiglio comunale del 16 giugno 2015, infatti, interrogato sui fatti dal consigliere comunale Paolo Putti, capogruppo del Movimento 5 Stelle e noto attivista No Tav, il vice sindaco di Genova, Stefano Bernini, si espresse in Consiglio comunale definendo la difesa del terreno da parte del legittimo proprietario come un’occupazione “manu militari. La dichiarazione considerata diffamatoria da parte del diretto interessato è stata quindi oggetto di querela, sulla quale adesso il tribunale dovrà esprimersi.

    A riguardo, il vice sindaco risponde a “Era Superba” smorzando i toni e dichiarando di non aver ricevuto nessuna informativa o notifica: «Era evidentemente una battuta, battuta su una questione che vede un interesse privato, anzi, privatissimo, scontrarsi con l’interesse di una intera comunità. L’opera di cui stiamo parlando da anni viene richiesta dai cittadini di Pontedecimo e l’amministrazione l’ha fatta inserire come opera compensatoria, approfittando dei grandi lavori per il valico». Come proseguirà la vicenda è ancora da capire: senza dubbio, un’eventuale sentenza a favore del querelante, pur non cambiando direttamente le sorti della grande opera, potrebbe aggiungere una nota politica importante per saggiare la distanza tra il mondo politico – amministrativo, che appoggia l’opera, e la sempre più numerosa parte di cittadinanza che invece vi si oppone.

    In sintesi, nei prossimi mesi sono attese tre decisioni molto importanti che incideranno in maniera profonda sui già complicati destini del Valico dei Giovi, un’opera che, da anni, sta scavando, e non solo in senso figurato, una voragine sempre più profonda tra modelli diversi di sviluppo, di crescita del territorio e di approccio politico alla risoluzione dei conflitti. Una primavera calda, quindi, che potrebbe essere il preludio per un’estate torrida.


    Nicola Giordanella

  • Amiu, il futuro è adesso. Giorni caldi per decidere la riapertura di Scarpino e l’ingresso di Iren

    Amiu, il futuro è adesso. Giorni caldi per decidere la riapertura di Scarpino e l’ingresso di Iren

    rifiuti-amiuE’ già iniziata la primavera per il ciclo dei rifiuti genovesi che in questi giorni si gioca una fetta decisiva del proprio futuro. Mentre il mese scorso Amiu aveva annunciato l’avvio in autotutela delle opere preparatorie alla copertura (in gergo, capping) e messa definitivamente in sicurezza delle aree di Scarpino 1 e 2, il 2 marzo si è riunita la prima seduta della Conferenza dei servizi che dovrebbe dare il via libera anche alla riapertura della discarica genovese e ai lavori per la preparazione della nuova area di Scarpino 3 che sarà una cosiddetta “discarica di servizio”. Qui verrà costruita parte degli impianti per una gestione avanzata del ciclo dei rifiuti prevista dal nuovo piano industriale Amiu, redatto già a partire dal 2014, e verrà abbancata quella parte dei rifiuti residui a fine ciclo che dovrebbe essere sempre più marginale.
    E’ noto che sul per dare vita a tutte queste innovazioni la partecipata al 100% di Tursi abbia bisogno di un partner industriale che investa il necessario per realizzare gli impianti, il cui carico non può ricadere sulle bollette dei genovesi che già dovranno affrontare nei prossimi anni i maggiori costi dovuti al trasporto dei rifiuti fuori Regione nell’ultimo anno e mezzo di chiusura di Scarpino. Ed è qui che arriva il grande interesse di Iren che, nelle forme di un aumento di capitale, potrebbe rilevare anche la maggioranza di Amiu. Ma, nelle ultime settimane, benché il Comune di Genova prosegua deciso verso questa ipotesi che potrebbe anche concretizzarsi senza una vera e propria gara, si sono fatti avanti altri soggetti interessati all’operazione, come l’imprenditore Giovanni Calabrò (già noto in città per possibili operazioni calcistiche e imprenditorial-commerciali) e, soprattutto, una società sarda, Mefin, con due misteriose multinazionali alle spalle.

    Il punto sul nuovo piano industriale

    RifiutiSono tre le principali linee impiantistiche di sviluppo su cui Amiu sta lavorando: la prima riguarda la separazione della frazione secca da quella umida di tutto ciò che gettiamo nei cassonetti dell’indifferenziata, attraverso un progetto depositato ad aprile scorso presso le istituzioni e di cui l’azienda è in attesa di approvazione. Un passo fondamentale per non conferire più in discarica la parte putrescibile dell’indifferenziato che dovrà invece essere inviata ad appositi impianti di biodigestione (da non confondere con il biodigestore per l’umido di qualità, ovvero quello ottenuto dalla raccolta differenziata dei cassonetti marroni), al momento anch’essi fuori regione.

    Il secondo filone riguarda quella che nel gergo viene definita “fabbrica della materia”, ossia un impianto che andrà a recuperare dalla frazione secca residua, elementi di carta, plastica, vetro e metalli che possono ancora essere valorizzati: questo impianto dovrebbe sorgere nell’ex area Amt di Genova Campi, per cui a breve dovrebbe concludersi il passaggio di proprietà tra le partecipate dell’amministrazione comunale della Lanterna.

    Il terzo filone riguarda una sensibile accelerata sul sistema di raccolta differenziata: «A Genova – spiegava il mese scorso alla ‘Dire’ il presidente di Amiu, Marco Castagna – attualmente veleggiamo attorno al 39% ma entro marzo vedrà la luce un nuovo piano studiato anche grazie al contributo del Conai (Consorzio nazionale imballaggi)». Legato a questo tema, c’è anche la realizzazione del biodigestore per l’umido di qualità del Comune capoluogo: qui i ritardi sono più elevati e riguardano sia la scelta tecnica dell’impianto più adeguato sia la sua futura collocazione. «Stiamo cercando di superare il ritardo impiantistico nel più breve tempo possibile – commenta Castagna – ma scontiamo un’arretratezza di diversi anni. L’obiettivo è far presto sperando anche che i cittadini superino la classica ‘sindrome nimby’ (‘not in my backyard’, letteralmente ‘non nel mio cortile’, ndr) e comprendano che questi impianti sono fondamentali anche per pagare meno tasse sui rifiuti. Gli attuali costi elevati dipendono in massima parte dal fatto che non avendo le strutture adeguate dobbiamo smaltire il materiale fuori regione».

    Ma, secondo le associazioni ambientaliste, oltre all’umido non si deve dimenticare neppure la raccolta dei materiali che già vengono conferiti in maniera differenziata, come carta, plastica e lattine il cui processo di trattamento al momento risulterebbe saturo, e come il vetro, che deve essere conferito fuori regione al pari dell’umido.
    Nel frattempo si dovrà anche pensare a come impiegare il biogas prodotto dai biodigestori e, soprattutto, che cosa fare del materiale residuato dai processi di riciclo e riuso. Ma quando si arriverà a discutere nel concreto di questo, la realizzazione del piano industriale sarà già a buon punto.

    Il punto sul riassetto di Amiu e l’arrivo di Iren

    percolato-scarpinoCome si diceva, per realizzare i nuovi impianti servono denari freschi. Denari che, secondo quanto previsto da una delibera approvata con fuoco e fiamme dal Comune di Genova, dovrebbero essere garantiti da un partener industriale di Amiu. Negli ultimi mesi, questo partner sta sempre più prendendo le fattezze di Iren (la multiutility con quote possedute tra l’altro dai Comuni di Genova, Torino, Reggio Emilia, Parma e Piacenza), nonostante l’opposizione della sinistra genovese (in parte anche “di governo” con Sel e Lista Doria) preoccupata per una possibile privatizzazione mascherata anche della gestione dei rifiuti in città. Un timore confermato anche dal fatto che da una partecipazione di minoranza, l’ingresso della multiutility si sta trasformando, almeno secondo le voci dei soliti bene informati, in un forte aumento di capitale che consentirebbe a Iren di entrare in possesso della maggioranza di Amiu, proprio per le ingenti necessità di liquidità della partecipata.

    Secondo i fautori dell’ingresso di Iren, l’operazione potrebbe avvenire senza gara ma più semplicemente con “procedure di trasparenza a evidenza pubblica” seguendo la strada già imboccata da A2A, multiutility bresciana, sfruttando la possibilità data dai decreti governativi di aggregare società riferite allo stesso azionista. Certo, l’aggregazione dovrebbe rispettare alcuni requisiti fondamentali che, a detta del Comune, potrebbero essere garantiti ad esempio dalla necessità di non separare Scarpino dal processo di gestione del ciclo delle acque, già di competenza di Mediterranea delle Acque, controllata proprio da Iren.

    Iren o non Iren, il Comune deve decidere in fretta perché, una volta trovati i fondi, gli impianti non si realizzano certo con la bacchetta magica.

    Simone D’Ambrosio

  • La misteriosa proposta arrivata dalla Sardegna per “soffiare” Amiu ad Iren e gestire i rifiuti di Genova

    La misteriosa proposta arrivata dalla Sardegna per “soffiare” Amiu ad Iren e gestire i rifiuti di Genova

    raccolta-rifiutiQualcuno sta provando a mettere i “bastoni tra le ruote” nel processo di “privatizzazione” di Amiu che dovrebbe vedere l’ingresso come socio di maggioranza da parte di Iren. Dopo le voci di un possibile interesse dell’imprenditore Giovanni Calabrò, noto alle cronache per il suo avvicinamento al Genoa e alla Giochi Preziosi nonché per il possibile interesse ad arrivare in città con operazioni legate al commercio e alla grande distribuzione, negli ultimi giorni della settimana è circolata una curiosa manifestazione di interesse per l’acquisto di Amiu, protocollata dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria, arrivata da Mefin (Management environment finance srl), società con sede a Cagliari e a Oristano.

    Anche i sardi vogliono Amiu

    Come raccontato giovedì in esclusiva dall’agenzia Dire, la proposta riguarda un investimento da 150 milioni di euro, resi disponibili grazie all’accordo con due multinazionali (che per ragioni di riservatezza non possono ancora venire allo scoperto ma di cui si sa che una delle due ha fatturato 134 miliardi di dollari nell’ultimo anno, controlla società anche in Italia e lavora anche nel settore dell’ambiente), e la volontà di entrare in Amiu, rilevandola al 100% ma con la disponibilità anche a trovare un accordo con il Comune per eventuali partecipazioni strumentali di minoranza.

    Qualsiasi sia la strada, i vertici di Mefin tengono a ribadire che non è a rischio alcun posto di lavoro: «La nostra proposta – spiegano alla Dire – non è altro che un piano industriale completo, dalla raccolta allo smaltimento, che permette di sanare la situazione genovese senza operare alcun licenziamento o mobilità o cassa integrazione, con pieno mantenimento dell’attuale livello occupazionale. Questa ristrutturazione ci permetterebbe di rendere solvibile l’Amiu, azzerando perdite e debiti dato che la partecipata del Comune di Genova al momento non sembra più affidabile neppure per il sistema bancario e rischia il fallimento. Ci risultano circa 60 milioni di debiti ed esuberi di personale per oltre 500 addetti». Affermazioni pesanti che non sono destinate a lasciare il tempo che trovano visto che Amiu ha manifestato l’intenzione di rivolgersi agli avvocati per tutelare la propria immagine e dimostrare la non fondatezza dei conti sardi.

    Raccolta differenziata, la rivoluzione di Mefin

    Rifiuti raccolta differenziataTornando alla proposta di Mefin, si diceva, mantenimento degli attuali livelli occupazionali ma parte del personale dovrebbe probabilmente cambiare mansione e sarebbe coinvolta all’interno di quello che potrebbe diventare un nuovo ciclo di rifiuti che si ispira a una tecnologia impiegata a Sidney e unifica le operazioni di riciclo delle diverse filiere di trattamento per singolo materiale. «L’investimento interamente con capitali privati di 150 milioni di euro – precisa alla ‘Dire’ il portavoce della società, Gonario Cugis – riguarda la realizzazione di un impianto integrato per operare il riciclo di tutte le frazioni raccolte, il recupero energetico da biogas dalla frazione umida biodegradabile, attraverso una prima fase di digestione anaerobica e il successivo compostaggio, e l’assorbimento nel sistema di trattamento di rifiuti finale di una parte degli esuberi. Questo permette di ridurre i costi nel settore raccolta e avere dei ricavi dalla vendita di materie prime nel settore trattamento e, quindi, coprire l’esposizione finanziaria». Escluso qualsiasi collegamento con l’imprenditore Giovanni Calabrò, l’obiettivo della Mefin sarebbe l’ottimizzazione del sistema di raccolta differenziata genovese: «Il Comune, e quindi le tasche dei cittadini – sostiene la presidente Melas – soffrono sanzioni per non aver raggiunto una percentuale adeguata. Ma la colpa non è dei genovesi perché, in tutto il mondo, dove si utilizza il classico sistema a cassonetto non si raggiungono i risultati sperati». Due, dunque, gli interventi che verrebbero fatti in questo senso. «Il primo – entra nel dettaglio il portavoce della società sarda – riguarda il potenziamento del porta a porta che in alcuni casi consente di raggiungere anche il 75% di differenziata: in questo modo si evitano sanzioni e si riesce a ridurre la tariffa per i cittadini perché si andrebbe a dover smaltire meno indifferenziato e si annullerebbero i costi di trasporto per lo smaltimento fuori Regione». Più innovativo il secondo elemento: «Stiamo studiando – annuncia la presidente Melas – la possibilità di ridurre e semplificare le frazioni raccolte passando dalle classiche cinque (vetro-allumino, carta-cartone, plastica, umido, secco indifferenziata) a due, umido e secco. Il secco verrebbe poi frazionato in un apposito impianto che seleziona il multimateriale, già sperimentato a Buenos Aires». In realtà, a Genova le frazioni raccolte potrebbero essere tre, tenendo da parte il vetro un po’ più complicato da separare con questa tipologia di impianto multimateriale. Ma il progetto, per quanto interessante, stando a quanto riferito da Amiu, non sembra essere accoglibile nel rispetto dell’attuale normativa nazionale e locale.

    Il pedigree di Mefin

    Secondo ciò che i rappresenti della Mefin hanno raccontato alla ‘Dire’, anche la delicata questione delle aree in cui realizzare gli impianti, che tanto sta creando difficoltà ad Amiu per la messa in pratica del nuovo piano industriale, non sarebbe un problema: «Il nostro impianto integrato – spiegano – dovrebbe idealmente trovare collocazione tra i 20 e i 50 chilometri di distanza dal centro della città. E i genovesi possono stare tranquilli perché non verrebbe prodotto alcun odore nocivo o fastidioso: la digestione anaerobica dell’umido si svolgerebbe in ambiente ermeticamente chiuso necessario per estrarre il biogas. Abbiamo già individuato diverse aree e opzionato alcune zone industriali, il cui reperimento comunque rientrerebbe nel nostro investimento iniziale». Anche le aree sono naturalmente coperte da riserbo ma i rappresentati della Mefin non escludono che l’operazione possa essere realizzata anche a Scarpino. «Tutti gli impianti che compongono il nostro sistema integrato – dicono – sono già funzionanti, anche in Italia, ma in maniera disgiunta. Nel nostro Paese è stata fatta un’operazione a macchia di leopardo sulla raccolta differenziata ma in realtà la normativa europea prevede che ogni bacino arrivi almeno al 60% di differenziata. Il nostro sistema che fa riferimento alla tecnologia Rienerg System, brevettata nel 2010 dal World International Patent Protection Inventory Organization di Ginevra, è la migliore soluzione sia dal punto vista economico che ambientale ed è anche l’unica che ci risulti tecnicamente realizzabile seguendo i dettami dell’ultima conferenza mondiale sull’ambiente e sul clima che ha decretato la fine del sistema delle discariche e degli inceneritori».

    Per rispondere a chi solleva dubbi sulle competenze dell’azienda sarda, la presidente Melas spiega che Mefin ha già vinto gare internazionali a Dacca, (capitale del Bangladesh) per 300 milioni e due impianti in corso di realizzazione, assimilabili a quello che vorrebbero realizzare a Genova, a Khartoum (Sudan) per il trattamento di 700 mila tonnellate di rifiuti, in Nigeria per due impianti da complessivo 1 milione di tonnellate e ha superato la prima selezione a Dubai per un impianto da 200 milioni di dollari e 700 mila tonnellate l’anno. Insomma, il pacchetto presentato a Genova sembrerebbe, almeno apparentemente, completo. «Ora – confermano i sardi – la palla passa alla politica».

    Simone D’Ambrosio

  • Amiu risponde a Mefin: “Bello ma impossibile”. Dati su situazione azienda non veritieri, rischio querela

    Amiu risponde a Mefin: “Bello ma impossibile”. Dati su situazione azienda non veritieri, rischio querela

    Rifiuti«Ora la palla passa alla politica» dicevano i vertici di Mefin, dopo aver presentato il proprio progetto per rivoluzionare il ciclo dei rifiuti a Genova e la manifestazione di interesse per l’acquisto di Amiu. E la risposta della politica, e pure dell’amministrazione, non è certo tardata ad arrivare.

    Bello e impossibile, suona un po’ così la risposta del presidente di Amiu, Marco Castagna, al progetto di Mefin, riportata dall’agenzia Dire. «La soluzione proposta da Mefin – dice Castagna – a quanto ci è dato sapere dalle dichiarazioni dei loro vertici, non sembra compatibile né con il decreto 152/2006 né con l’attuale Piano dei rifiuti regionale che individua le tipologie di impianto consentite, tra cui non rientra quello pensato da Mefin. Si tratta di una proposta fatta da chi non conosce bene la realtà locale e italiana. A Buenos Aires ci sono tanti genovesi ma questo non rende l’impianto di Mefin autorizzabile anche nella provincia di Genova». Il presidente di Amiu spiega infatti che «la legge italiana dice che devi ‘raccogliere’ in maniera differenziata il 65%. Mettere tutto in un sacco e separarlo successivamente non è considerato raccolta differenzia ma recupero. L’impianto così come pare sia stato presentato non è dunque autorizzabile da nessuna parte in Italia». Di conseguenza, il piano industriale prospettato da Mefin rischierebbe di non poter andare in tariffa: «E’ industrialmente corretto – ribadisce Castagna – ma non è consentito dalla legge attuale».

    Normativa europea vs legge italiana

    Quello della legislazione italiana è un limite invalicabile che mal si concilia, però, con la normativa europea che non parla di raccolta differenziata ma di obiettivi di riciclo, stando a quello che spiega Marco Castagna: «Noi – specifica il presidente di Amiu – dobbiamo raccogliere i rifiuti in maniera separata: potrei riciclare il 100% ma se non lo raccolgo in maniera separata non mi conta come raccolta differenziata. La separazione, per essere considerata raccolta differenziata, deve essere fatta prima che il rifiuto giunga agli impianti. Anche l’impianto previsto dal nostro piano industriale per il recupero del secco, la cosiddetta ‘Fabbrica della materia’, non concorrerà ad aumentare le percentuali di raccolta differenziata a Genova perché quello che viene recuperato è stato buttato dai cittadini nel cassonetto dell’indifferenziato».

    In sintesi, dunque, il sistema presentato da Mefin sarebbe intelligente dal punto di vista industriale e probabilmente molto efficace in una realtà orograficamente complessa come quella genovese, ma non sembrerebbe essere autorizzabile. In realtà, il vertice di Amiu solleva più di una perplessità anche su alcune proposte concrete soprattutto per quanto riguarda il reimpiego degli esuberi: «Da quanto possiamo leggere – accusa – nella proposta di Mefin i lavoratori verrebbero reimpiegati al nastro, a separare con mano i rifiuti non differenziati, un po’ come avviene a San Francisco dove però non si deve sottostare alla normativa italiana».

    Amiu vs Mefin

    rifiutiA proposito degli esuberi ma soprattutto riguardo alla situazione finanziaria di Amiu dichiarata da Mefin, Castagna annuncia una querela ai vertici di Mefin «per le false affermazioni fatte a proposito della solvibilità, dell’affidabilità della società presso il sistema bancario, del rischio di fallimento e dei conseguenti esuberi, oltre che per le inesattezze circa la situazione debitoria dell’azienda». Il presidente di Amiu precisa, inoltre, che «nessun fornitore fino ad oggi ha lamentato alcun ritardo nei pagamenti da parte dell’azienda» e ricorda che «Amiu nel 2015 ha assunto 90 persone». Castagna conclude ribattendo che «è vero che risultano circa 60 milioni di debiti per la situazione di Scarpino ma ciò che Mefin non dice è che ci sono anche altrettanti crediti».

    Peraltro, dopo approfondite ricerche, i vertici di Amiu e del Comune di Genova avrebbero ben più qualche perplessità sulla solidità economico-finanziaria di Mefin e sulla conoscenza del settore rifiuti, quantomeno in Italia.

    Se questa possa già essere la parola fine sulla proposta sarda e avvicini ancora di più Iren ad Amiu, saranno i prossimi giorni a dirlo. Di certo resta che l’iniziativa della Mefin potrebbe aver sollevato l’interesse di molti per un’operazione che, a questo punto, non pare più così “scontata”. Intanto, lunedì prossimo, azienda, Comune e sindacati si incontreranno alle 17 per fare il punto sul futuro occupazionale mentre entro il 30 marzo Amiu dovrà presentare il progetto per l’impianto di pre-trattamento del percolato di Scarpino 1 e 2 ed entro la prima settimana di aprile tornerà a riunirsi la Conferenza dei servizi, quando dovrebbe già essere stato reso noto il piano metropolitano dei rifiuti che, in base anche a quanto previsto dalla normativa regionale, dovrebbe dire con più precisioni quali impianti si possono realizzare a Genova e dove (naturalmente in accordo con il Piano urbanistico comunale).

    Simone D’Ambrosio

  • Il “dilemma” di Cornigliano, tra la riqualificazione ambientale e il sostegno ai lavoratori dell’Ilva

    Il “dilemma” di Cornigliano, tra la riqualificazione ambientale e il sostegno ai lavoratori dell’Ilva

    Ilva CorniglianoSono passati quasi 11 anni dal 29 luglio 2005, giorno in cui l’Ilva di Cornigliano abbandonò la produzione siderurgica a caldo per passare alla produzione a freddo, meno impattante dal punto di vista ecologico. Da allora, il quartiere ha avviato un lungo processo di riqualificazione ambientale mai del tutto completato. Le aree dismesse dall’azienda sono state affidate alla Società Per Cornigliano, un soggetto pubblico finanziato al 45% da Regione Liguria, al 22,5% sia dal Comune di Genova sia dalla Citta Metropolitana e per il rimanente 10% da Invitalia Partecipazioni Spa che fa capo al ministero dell’Economia. Oggi, Comune (non proprio in tutte le sue componenti), Regione e governo chiedono alla Società di Cornigliano una cifra intorno agli 800 mila per integrare il reddito dei lavoratori dell’Ilva ma gli abitanti della delegazione ponentina dicono no: «È già la seconda volta che viene fatta questa operazione – ricorda Paolo Collu, coordinatore di un gruppo di lavoro del Municipio Medio Ponente che raccoglie 21 associazioni di Cornigliano – due anni fa furono utilizzati circa 5 milioni per coprire un buco della cassa integrazione dei lavoratori. Questa volta intendiamo alzare la voce per far capire che non è quello l’utilizzo previsto delle nostre risorse». Un concetto ribadito anche dal vicesindaco del Comune di Genova e anche vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: «Due anni fa doveva essere l’ultima volta – dice a “Era Superba” – non possiamo sempre fare l’italietta che fa promesse e poi se le rimangia, io sono abituato a fare quello che dico».

    Il dilemma di Cornigliano

    cornigliano-palazziLo scontro nasconde un dilemma di non facile soluzione per il quartiere di Cornigliano: bisogna dare la priorità agli stipendi dei lavoratori o alla riqualificazione del territorio? A propendere per la prima opzione, come detto, un’ampia alleanza che va dal Comune alla Regione fino al Parlamento passando naturalmente per i sindacati dei lavoratori di Ilva.

    Lo scorso 26 febbraio al Centro Civico di Cornigliano un’assemblea pubblica organizzata dal Partito democratico ha, di fatto, sancito la pace (o almeno una tregua) tra partito e sindacati (Fiom compresa) dopo le animate contestazioni delle settimane precedenti. Tutti d’accordo su un punto: è la Società per Cornigliano a dover coprire nuovamente i costi per i lavori di pubblica utilità che serviranno a cassintegrati di Ilva ad aumentare il proprio stipendio dal 70% a circa il 77% della retribuzione ordinaria.
    All’assemblea hanno partecipato, tra gli altri, l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, e il deputato dem autore dell’emendamento all’ennesimo decreto ‘Salva Ilva’, Lorenzo Basso, decisivo per quanto riguarda gli lpu. I due rappresentanti del partito hanno definito “momentanea” la situazione e promesso che Regione e governo ripristineranno al più presto i fondi per la riqualificazione del quartiere, ma la rassicurazione non è bastata. «Non possiamo lavorare sulle promesse – controbatte Collu – ci servono tempi e impegni precisi su cui eventualmente discutere». Sulla stessa lunghezza d’onda il vicesindaco Bernini, non invitato all’incontro: «Per Cornigliano si è aperto un tavolo con un elenco di interventi ben preciso, ogni euro tolto alla Società in questo momento è un euro tolto alla riqualificazione del quartiere».

    Bernini non si fa certo problemi ad andare contro la linea dominante del “suo” Pd che, anzi, accusa di essere troppo allineato alle scelte della Regione (in questo caso ma non solo). «L’idea di spostare i fondi dalla Società all’integrazione della cassa integrazione dei lavoratori Ilva è stata di Rixi – sostiene – e trovo imbarazzante, anche da un punto di vista politico, che la giunta comunale chieda i soldi a Società per Cornigliano anziché fare una giusta battaglia contro la Regione Liguria. Se, come detto dall’assessore Rixi, il sacrificio è solo di ‘poche miglia di euro’, allora perché non viene fatto con fondi regionali?». Il vicesindaco, dunque, si è detto pronto a votare contro un simile provvedimento in un prossimo cda di Società per Cornigliano, arrivando anche ad ipotizzare le dimissioni dalla stessa qualora, come probabile, non dovesse passare la sua linea.

    Un quartiere, tante priorità

    Mercato Comunale CorniglianoVa detto che i circa 800 mila euro chiesti a Società per Cornigliano servirebbero a coprire integrazioni al reddito per lavori di pubblica utilità ai cassintegrati di Ilva solo fino al prossimo 30 settembre. In quella data, infatti, salvo intoppi, dovrebbe apparire molto più chiaro il futuro del gruppo Ilva, con la vendita definitiva della società o un suo affitto come previsto dal bando emanato dal governo, e la storia dello stabilimento (e del quartiere di Cornigliano) potrebbe cambiare bruscamente.

    Per questo, secondo i cittadini è necessario dare un’accelerata decisiva al processo di riqualificazione di Cornigliano. «Non c’è un intervento più un importante dell’altro – sottoliena Paolo Collu – e il progetto del Municipio che abbiamo consegnato al sindaco Doria e che attende di essere attivato non prevede alcun ordine ‘gerarchico’ tra le misure da mettere in atto che riteniamo tutte assolutamente di pari importanza». L’elenco, in ordine sparso, comprende la rimessa in utilizzo delle aree ex gasometri inutilizzate dal 2007, ma anche il sostegno ai commercianti del quartiere, che vivono una profonda crisi testimoniata dalla continua chiusura di attività sul territorio. «Poi non posso solo lamentarmi, perché cose ne sono state fatte – ammette Collu citando la riqualificazione di Villa Bombrini e di via Verona – ma in progetto ne abbiamo ancora molte altre».

    Lo scontro Bernini-Fiom

    ilva-corniglianoIn passato, parte dei lavori di riqualificazione del quartiere furono effettuati dagli stessi lavoratori dell’Ilva. Alla già citata assemblea pubblica dello scorso 26 febbraio, l’ex segretario della Fiom di Genova e firmatario del famoso accordo di programma per il futuro dei lavoratori Ilva, Francesco Grondona, ha proposto la stessa soluzione anche per la situazione che si sta andando a configurare. «I lavoratori non vogliono assistenza, vogliono lavoro – ha detto con la sua proverbiale incisività – perché non usare le loro braccia per i lavori di pubblica utilità necessari?». Abbiamo posto la stessa domanda a Paolo Collu, che però ha messo in luce una cattiva gestione dell’esperienza passata: «L’ultima volta fu detto al Comune del coinvolgimento dei lavoratori solo 15 giorni prima l’inizio dei lavori e in quel tempo si sono dovute organizzare le squadre e le attività. Certo, organizzati meglio, i lavori di pubblica utilità sarebbero una risposta corretta».

    Critico anche in questo caso Stefano Bernini: «Nella scorsa occasione – afferma il vice di Doria – alcune volte i lavori sono stati fatti bene, altre no. Inoltre, si tratterebbe solo di un palliativo per aumentare di poco il reddito dei lavoratori, anziché investire le risorse nelle opere utili al territorio».

    Il rischio implicito della vicenda è quello di generare una guerra tra poveri, in cui i legittimi interessi dei lavoratori vengono messi in contrasto con quelli altrettanto legittimi dei cittadini di Cornigliano. «Io vivo a Cornigliano e sul mio terrazzo trovo spesso due o tre dita di polvere nera – attacca il vicesindaco che è anche stato presidente del Municipio Medio-Ponente – Fiom e Regione Liguria stanno mettendo in piedi un’operazione che toglie risorse ai cittadini di Cornigliano, che non sono certo dei ricchi borghesi».


    Luca Lottero

  • Parchi storici, alla scoperta del nuovo regolamento. Le associazioni: «Servono normative specifiche»

    Parchi storici, alla scoperta del nuovo regolamento. Le associazioni: «Servono normative specifiche»

    parchi-nervi-sopralluogo (5)Genova è la città dei Parchi. Sono poche le città che possono vantare così tante oasi naturali in cui fermarsi a respirare tenendo i piedi immersi nel verde ma volgendo comunque gli occhi e il cuore al mare ancora vicino. In città possiamo godere di ben 20 polmoni urbani, tra parchi, ville e giardini storici. Eppure, fino ad oggi, non hanno mai avuto un regolamento d’uso unico che li comprendesse e tutelasse per quello che sono, un bene prezioso e quanto mai delicato.
    Ma dopo una lunga attesa, il “Regolamento d’uso dei parchi storici del Comune di Genova” (clicca qui per leggere il teso completo del regolamento, in attesa di approvazione definitiva) è finalmente stato approvato in giunta l’11 febbraio scorso, su proposta dell’assessore comunale all’Ambiente, Italo Porcile. Prima di entrare effettivamente in vigore dovrà passare all’esame dei Municipi, delle Commissioni e del Consiglio comunale. In altre parole, ci vorranno all’incirca ancora due mesi prima che entri formalmente in vigore ma un giro di vite c’è stato e Genova finalmente può dire di avere una normativa ufficiale.

    Il nuovo Regolamento d’uso dei Parchi storici

    Il documento ha come primario interesse la ridefinizione dei vincoli e delle modalità di utilizzo dei 20 parchi e giardini storici al fine di tutelarli in quanto beni di interesse storico, artistico e ambientale. Abbiamo parlato con l’assessore Porcile per saperne di più sull’intenzione che si pone alla base di questo nuovo provvedimento e sui cambiamenti che potenzialmente intende favorire.
    «Genova – ci spiega – non aveva mai avuto un regolamento unificato, pur essendo una delle città con il maggior numero di parchi e ville di pregio sia dal punto di vista architettonico che ambientale». Fino ad oggi le disposizioni a cui si faceva riferimento erano quelle del “Regolamento del Verde” e della Polizia Municipale. «Questo regolamento – aggiunge l’assessore – nasce in coerenza con queste norme e per un certo verso le supera e sostituisce»I principi di riferimento sono quelli della Carta dei giardini storici denominata “Carta di Firenze” che ha fissato le linee guida riconosciute a livello internazionale per la salvaguardia dei giardini storici. «Per alcune aree – ci anticipa l’assessore – sono previste integrazioni o regolamenti ulteriori in virtù della loro specificità ambientale o strutturale e in funzione delle loro esigenze di conservazione e fruizione. Ad esempio, i Parchi di Nervi avranno sicuramente norme dedicate in quanto si distinguono dagli altri parchi per estensione, punti d’accesso e caratteristiche naturali».

    Oltre alle norme comportamentali che diventano più stringenti e severe in un’ottica di maggior tutela, l’assessore Porcile pone l’accento sull’importanza che avranno queste aeree come teatro di eventi ludico culturali: «Il regolamento cerca di trovare il giusto punto di equilibrio tra la tutela del bene e del territorio e l’interesse a utilizzare questi spazi per eventi di più largo respiro sia dal punto di vista della divulgazione culturale che della fruibilità turistica».

    Particolare attenzione viene posta nell’individuazione di un unico referente, il direttore responsabile del parco, per quanto concerne alcuni aspetti di tipo gestionale o di tutela per identificare puntualmente le attività soggette al rilascio di autorizzazione da parte del Comune.

    Ci è voluto tanto, forse troppo, per fare il punto su un tema così sentito e Porcile non nega che la lunga attesa sia stata dovuta soprattutto alle lungaggini amministrative (e il cambio di assessore comunale all’Ambiente da Valeria Garotta a Italo Porcile non ha certo accelerato le pratiche) e che questo regolamento sarebbe potuto arrivare prima ma «l’esigenza primaria – sostiene – era quella di averlo adesso in sinergia con gli interventi di riqualificazione dei parchi, sopratutto quelli di Nervi, dell’Acquasola, di Villa Brignole Sale-Duchessa di Galliera e Villa Durazzo Pallavicini».

    Che cosa prevede il nuovo regolamento

    Il documento approvato si struttura in tre parti: la prima dedicata al regolamento vero e proprio, la seconda elenca le 20 aree oggetto dei provvedimenti, la terza illustra la tabella relativa alle sanzioni.

    Il regolamento elenca tutta una serie di disposizioni e limitazioni d’uso rivolte sia ai fruitori dei parchi che agli addetti ai lavori, che di fatto mettono nero su bianco che cosa possiamo e non possiamo fare all’interno delle aree verdi. Salvo deroghe previste in caso di organizzazione di eventi o in caso di manutenzione straordinaria, ad esempio, è interdetto l’accesso al di fuori dell’orario consentito e ai veicoli non autorizzati; viene inoltre ribadita in più punti la pedonalità che caratterizza queste aree. Sono inoltre indicate norme di comportamento generale e regole d’uso rivolte ai proprietari dei cani e all’utilizzo delle aree di gioco in un’ottica di salvaguardia del manto erboso, per cui i cani devono necessariamente essere tenuti a guinzaglio e i bambini devono giocare nelle aree consentite e opportunamente segnalate.

    Come già sottolineato da alcuni organi di stampa, curioso l’articolo 16 che dispone il pagamento di un corrispettivo per riprese fotografiche e televisive con finalità commerciali. Per ora restano salvi turisti e fotoamatori.

    Infine, nel regolamento sono ampiamente trattate le disposizioni relative alle attività consentite all’interno dei parchi, dai concerti agli spettacoli teatrali, dalle fiere ai laboratori didattici, dalle attività commerciali a quelle di volontariato, che devono essere svolte in un’ottica di rispetto del contesto naturale in cui si trovano. Questo, come vedremo, è probabilmente l’aspetto più nebuloso che preoccupa maggiormente gli ambientalisti: il rispetto sulla carta è previsto ma, in pratica, richiederà l’impiego di ingenti risorse.

    I dubbi delle associazioni ambientaliste

    villa-serra-di-comago-natura-verde-parchi-d6Il testo elaborato è frutto di un lungo lavoro partecipato che ha visto coinvolta la Consulta del Verde, un organo consultivo previsto dal vigente regolamento del Verde e che ne monitora la corretta applicazione. Tra i Componenti della Consulta, che si è costituita nel 2012 e di cui fanno parte anche Legambiente e Italia Nostra, c’è l’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” che da tempo aspettava l’uscita di questo Regolamento.

    Betti Taglioretti, vicepresidente dell’associazione, accoglie con qualche riserva il testo approvato. «Il primo Regolamento d’uso era già stato progettato nel 2008 sotto l’assessorato di Luca Dallorto – racconta – ma non era stato portavo avanti, probabilmente per ragioni politiche. Solo nel 2012 il discorso è stato ripreso con l’istituzione della Consulta del Verde di cui facciamo parte. Fin dalla sua prima stesura, la nostra proposta prevedeva l’istituzione di una figura fondamentale, un curatore che sovrintendesse il Parco sia sotto l’aspetto botanico che della promozione turistica. Questa figura non viene nominata perché il cosiddetto “direttore del parco” risulta un soggetto non ben definito nelle sue mansioni».

    Il tema su cui insiste di più la vicepresidente è la necessità di avere dei Regolamenti d’uso specifici per ogni Parco. Sebbene l’assessore abbia annunciato il lavoro degli uffici in questo senso, secondo Betti Taglioretti non risulta chiaro da chi verranno proposti e in quali modalità. «I Parchi di Nervi – sottolinea a gran voce l’ambientalista – hanno una caratteristica botanica molto accentuata. Il turismo del Verde in Europa ha dei numeri altissimi ma non siamo ancora riusciti a intercettarlo: è assolutamente necessario creare una rete turistica dei Parchi perché Genova non è solo l’Acquario e il Porto Antico. Consideriamo l’uscita del Regolamento un successo ma quello che si evince maggiormente è il forte interesse a voler usare i Parchi come contenitori di eventi ed il rischio è che un bene così prezioso diventi più una messa a reddito che un’occasione per attirare un certo tipo di turismo sostenibile».

    L’auspicio, dunque, è che il nuovo provvedimento sia un punto di partenza e che la Consulta del Verde venga presto interpellata nella stesura dei Regolamenti specifici. «Il regolamento – ribadisce Taglioretti – sembra più che altro indirizzato alla promozione della Cultura e questo ovviamente è un bene ma non dobbiamo dimenticarci che la natura dei Parchi è fisiologicamente un’altra e dobbiamo tenere conto che inevitabilmente l’organizzazione di eventi porterà ad uno sfruttamento intensivo del manto erboso sia per l’affluenza che per le strutture allestite. È importante capire chi si assumerà gli oneri del ripristino. La speranza è che a farne le spese non siano i cittadini perché in questi anni sono già stati spesi 18 milioni di euro per la manutenzione e la riqualificazione (4 milioni solo per i Parchi di Nervi)».
    Questo un altro aspetto che non convince la vicepresidente che si sofferma sul tema delle deroghe previste praticamente per ogni normativa«È una questione di scelte, se ad esempio si decide che nel rispetto della pedonalità l’accesso alle vetture è interdetto, non possiamo permetterci di concedere tutte queste deroghe che di fatto invalidano la norma. Sarebbe preferibile decidere degli orari di accesso prestabiliti per gli addetti ai lavori e rispettarli».

    La speranza è che questo Regolamento porti una maggiore consapevolezza e sia da stimolo per un ulteriore dialogo partecipato. Il punto d’arrivo deve essere la stesura dei regolamenti specifici in un’ottica di migliore comprensione del testo principale e di una maggiore ridefinizione delle regole volte alla valorizzazione del territorio e alla promozione turistica del Verde cittadino oltre che al mantenimento e alla tutela dell’esistente.

    Giulia Manno

  • Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    fegino.iplom2Nei precedenti articoli della nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, abbiamo analizzato diverse fonti di inquinamento con la relativa incidenza sul quadro generale. Per completare l’analisi bisogna prendere in considerazione un ulteriore settore, quello delle industrie e dei cantieri attivi in città e provincia. Come vedremo, dall’analisi dei dati emergono alcuni elementi di particolare intessere: se, infatti, da un lato, esistono contesti evidentemente preoccupanti, dall’altro, per tutta una serie di situazioni a rischio, non è al momento previsto un sistema esaustivo di monitoraggio e di eventuale mitigazione del rischio (altrimenti detto, in termini molto più cool, resilienza).

    Secondo i dati forniti da Ambiente Liguria, il sito ufficiale della Regione in tema ambientale, nel 2011 il comparto industriale ha prodotto 1273 tonnellate di NOx, cioè circa il 12% del totale registrato in Città metropolitana. Un dato che porta ad avere un “carico” pro capite annuo di 1,4 kg di questo inquinante: come abbiamo visto in precedenza, la cifra è leggermente maggiore di quella relativa al traffico veicolare privato ma è praticamente un decimo di quella relativa al porto.
    Per quanto riguarda i particolati (PM10 e PM2,5), la produzione registrata si attesta sulle 37 tonnellate annue, cioè il 3,7% del totale registrato nell’ex provincia genovese: sono 42 grammi a testa ogni anno, circa 10 in meno di quanto fanno registrare auto e moto e meno di un trentesimo di quanto prodotto dal porto.

    Questi dati sono in decrescita dal 2005, cioè da quando sono stati spenti definitivamente tutti gli impianti a caldo di Ilva, che incidevano in maniera consistente sulla media cittadina e provinciale.

    Una prima considerazione ci porta a pensare che, tutto sommato, l’industria ha sì un peso non trascurabile ma senza dubbio i problemi gravi sono da ricercare altrove. Tuttavia, se si contestualizzano i dati raccolti con il luogo della misurazione, la lettura prende un’altra prospettiva, soprattutto per una precisa area della Città metropolitana genovese.

    Busalla quasi come Taranto

    BusallaIn alta Valle Scrivia, come è noto, è in funzione un impianto industriale decisamente impattante: la raffineria Iplom, che processa il greggio proveniente dal porto petroli di Multedo. Questo impianto, per cui è previsto il “rischio di incidente rilevante”, lavora ogni anno quasi 1,8 milioni di tonnellate di greggio e lo fa rilasciando nell’aria diversi tipi di sostanze, tra cui NOx e PM. Stando a quanto riportato nell’ultimo bilancio, la raffineria produce ogni anno 232 tonnellate di ossidi di azoto e 20 tonnellate di polveri sottili. In altre parole, nel primo caso abbiamo il 18% del totale prodotto da tutto il comparto industriale della Città metropolitana di Genova, cioè il 2% del totale delle emissioni di NOx registrate sul territorio, mentre per i particolati siamo sul 55% di incidenza di settore, che contribuisce per il 2% a tutta la produzione provinciale. Il tutto a Busalla, Comune che conta circa 5740 anime (secondo il censimento 2011), che si dividono l’onere di sopportare direttamente e fisicamente il flusso di emissioni prodotte dalla raffineria.

    Facendo due rapidi calcoli, scopriamo che ogni singolo busallese ha per sé oltre 40 kg di NOx all’anno, superando di gran lunga il doppio della media metropolitana. Per fare un confronto a livello nazionale, solo l’area di Taranto è messa peggio, con una media di 50 kg procapite di NOx provenienti dagli impianti industriali, stando alle stime 2014 di Arpa Puglia.

    L’industria dei cantieri

    terzo-valico-cantiere-2015-2Se si volesse chiudere veramente il cerchio sulla questione emissioni, sarebbero da quantificare anche quelle legate alle attività dei grandi cantieri attivi sul territorio. È intuitivo pensare che centinaia di camion e mezzi pesanti possano avere un’incidenza sensibile sugli equilibri dell’aria che respiriamo, non solo per via dei propulsori, ma anche per le polveri che producono e diffondono. Al momento, però, non sono stati previsti controlli specifici, nonostante la nostra città metropolitana sia “popolata” da diversi grandi cantieri, come ad esempio quelli per il Terzo Valico, per la copertura del Bisagno, per lo scolmatore del Fereggiano, per il nodo stradale di San Benigno, solo per citarne alcuni tra i più noti.
    L’unico dato utile per provare a dare una dimensione di massima può essere ricavato nuovamente dallo studio di Regione Liguria: ogni anno i mezzi di trasporto pesanti circolanti producono 423 tonnellate di NOx, cioè circa due terzi di quello che viene prodotto dal traffico metropolitano privato. Per quanto riguarda la produzione di particolato, invece, le proporzioni sono leggermente diverse: le 73 tonnellate l’anno rappresentano quasi il doppio di quanto prodotto da auto e moto.

    Tanto lavoro da fare

    Con questi dati possiamo finalmente tracciare un disegno d’insieme della qualità dell’aria a Genova: come abbiamo visto, pur non essendo in estrema emergenza, esistono delle criticità che vanno affrontate con immediatezza. Porto e raffineria sono due sistemi decisamente inquinanti con un sicuro impatto sulla salute di chi ci vive vicino o ci lavora. Molti passi sono stati fatti, primo fra tutti lo spegnimento della lavorazione a caldo di Ilva, ma, come i numeri hanno dimostrato, bisogna insistere. L’ente Città Metropolitana ha preso in eredità dall’ex Provincia la tutela e la gestione ambientale: le criticità non sono solamente quelle relative al traffico veicolare ma sono diffuse e sotto gli occhi di tutti e, di conseguenza, le strategie per venirne a capo devono essere adeguate e lungimiranti, non dettate da sussulti emergenziali da campagna elettorale.

    Il problema dell’inquinamento è un problema di tutti e tutti devono essere coinvolti per risolverlo. Ma proprio tutti.

    Nicola Giordanella

  • L’inquinamento fa male alla salute? Sì, ma a Genova sembra impossibile capire quanto

    L’inquinamento fa male alla salute? Sì, ma a Genova sembra impossibile capire quanto

    sanita-ospedaleChi avesse seguito per intero la nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, dovrebbe ormai avere piuttosto chiaro che non tutto quello che entra ogni giorno nei nostri polmoni è pienamente salutare. La difficoltà di trovare misure efficaci di mitigazione che sta incontrando l’amministrazione a causa delle molteplici fonti di inquinamento che devono, per forza di cose, essere trattate come un insieme di fattori e non come cause singole e a sé stanti, è acuita anche dalla sostanziale impossibilità di trovare analisi e dati chiarificatori di una diretta relazione tra inquinamento e salute. È questa la triste sintesi di una chiacchierata che Era Superba ha fatto con Valerio Gennaro, noto dirigente medico di Epidemiologia clinica presso l’IRCCS-San Martino, cercando di fare chiarezza sull’azione che gli inquinanti hanno sulla nostra salute e quanto lo studio epidemiologico possa aiutare a capire come intervenire. Non valgono assolutismi quando si tratta di malattie e cause inquinanti: le patologie derivate dall’inquinamento dell’aria sono diverse, largamente sovrapponibili e non riguardano solo tumori o malattie dell’apparato respiratorio.

    A poco o nulla, allora, serve sapere che, secondo i dati presenti sul sito di Ars Liguria (l’agenzia regionale sanitaria), l’Asl 3 Genovese nel periodo 2010-2012 è stata la realtà territoriale ligure con l’indice più alto di mortalità sia per tumori (172,6 persone ogni 100 mila residenti) sia per malattie cardiocircolatorie (154,4 persone ogni 100 mila residenti). Questo dato, peraltro, non risulta conforme con quanto annunciato dalla Regione Liguria nel corso della presentazione del nuovo Libro bianco della sanità, in cui si è parlato di una mortalità per tumori pari a 26,7 persone ogni 10 mila abitanti su scala regionale e 28,3 per malattie dell’apparato cardiocircolatorio.

    Anche se non esistesse questa confusione di dati e analisi, non sarebbe comunque possibile determinare con certezza assoluta il numero di malati o morti causati dall’inquinamento dell’aria. Ma è possibile almeno farsi un’idea abbastanza precisa di quanto è successo e di cosa succederà quando si oltrepassano certi valori di inquinamento, studiando i dati ambientali e sanitari. Secondo quanto ci spiega il dottor Gennaro, «è utilissimo analizzare i diversi gruppi di popolazione a rischio in base alla tipologia ma anche al luogo di vita, di residenza e di lavoro. Potrebbero emergere chiari indicatori della correlazione fra inquinamento e salute. Per semplificare dovremmo chiederci due cose: vicino al porto o ad altre possibili fonti di inquinamento, ci sono eccessi di malati? E poi, quegli eccessi sono attribuibili a quelle fonti di inquinamento? Ma anche, che inquinamento c’è stato e c’è tuttora? Naturalmente dovremmo evitare il grande errore di ritenere che l’inquinamento sia costituito da “un solo composto” più o meno cancerogeno, esaminare una sola malattia e non stimare l’interazione di più sostanze, magari nella popolazione più fragile e/o esposta».

    La relazione tra inquinamento e salute

    sanita.lavoratoriIn generale, possiamo dire che l’inquinamento atmosferico agisce sulle patologie respiratorie, su asma, polmonite, sulle patologie cardiovascolari, infarto, ictus, aritmie cardiache. Ci sono poi da considerare gli effetti che già influiscono prima della nascita o addirittura prima del concepimento. «Nella nostra realtà quotidiana, gruppi di persone totalmente non inquinati non esistono più – racconta Gennaro – ma un gruppo può essere inquinato 10 volte meno di un altro».

    Dall’analisi dei dati europei emerge un’Italia in cui in 10 anni la prospettiva di vita sana è calata drasticamente e ha raggiunto la parità dei sessi. «I dati Eurostat – evidenzia l’epidemiologo – raccontano una durata di vita sana più corta, dai 68/70 anni del 2004 in media ai 61/60 del 2013». In altre parole, il momento in cui ci si ammala di una patologia cronica avviene sempre prima e con sempre meno differenza di genere. «Basterebbero questi numeri da studiare – sostiene Gennaro – per capire dove e come rispondere all’inquinamento dell’aria».

    Ma allora perché non esistono studi approfonditi o, quantomeno, non sono così conosciuti? Da quello che ci spiega la nostra fonte, risulta cruciale individuare le differenti sorgenti di inquinanti di un dato territorio, avere il censimento delle emissioni e tenere presente che ogni fonte produce decine di inquinanti che se ne vanno “in giro” a seconda della tipologia, del vento presente, della zona in cui sono e così via. Insomma, il lavoro di un buon analista di questo settore deve partire necessariamente dalla creazione di una mappa di ciò che rimane nell’aria, soprattutto per una città come Genova che è molto estesa in lunghezza e ha territorio al suo interno molto diversi gli uni dagli altri, con caratteristiche timicamente endemiche.

    Non solo numeri: la media inganna

    Smog a Genova«E’ importante – prosegue nella sua “lezione” il dottor Gennaro – prima di concentrarsi sulle singole patologie, osservare il complesso della salute o della sofferenza della comunità nei gruppi che la compongono. Esistono quelli a rischio (donne in gravidanza, bimbi, anziani, malati), quelli meno a rischio, quelli meno inquinati di altri. Spiegato con un esempio, se emerge un aumento complessivo della patologia dell’asma, è da qui che parto per analizzare i dati nel dettaglio». E’ necessario trovare risposte alle domande: in quale gruppo succede questo? In quale area? Raccontare solo l’andamento della media complessiva porta ad escludere la percentuale della popolazione che, seppur magari minima, è davvero a rischio o più fragile e che, con la mera analisi numerica, potrebbe spalmarsi all’interno della media.

    Secondo quanto ci dice l’epidemiologo, basterebbe studiare i dati che normalmente vengono raccolti, come il numero dei ricoveri o dei decessi per poter fare una serie di analisi che aiuterebbe a chiarire la situazione. In aggiunta, abbiamo le ricerche internazionali che, come ci suggerisce l’esperto, «confermano con precisione che in presenza di un aumento di microgrammo di inquinante per metro cubo vi è un aumento percentuale di mortalità». Al centro deve sempre esserci l’essere umano e «un’adeguata determinazione dei gruppi a rischio o meno».

    E’ importante partire nel modo giusto per fornire gli strumenti a chi deve approvare ordinanze. Allo stesso modo, è importante, una volta messi a disposizione gli strumenti adeguati, che gli enti pubblici agiscano imponendo regolamenti atti a risolvere i problemi, come è importante che i mezzi pubblici siano efficaci, che ci siano sempre più zone verdi, e che, non ultimo, tutti quanti iniziassimo a ragionare su come garantire un futuro migliore alla nostra aria e cominciare a vedere con quest’ottica le singole azioni quotidiane.

    Claudia Dani

  • Inquinamento, il porto di Genova dieci volte più dannoso di auto e moto

    Inquinamento, il porto di Genova dieci volte più dannoso di auto e moto

    l’area di Spinelli

    Adeguare le infrastrutture portuali salverà la città dall’inquinamento. Il Comune di Genova, responsabile della salute dei cittadini, non può intervenire direttamente nelle scelte dell’Autorità Portuale ma l’approvazione del nuovo Piano regolatore portuale (Prp), presentato nel 2015 e attualmente in attesa della Valutazione ambientale strategica (Vas) da parte di Regione Liguria, è l’occasione per dare voce alle necessità della popolazione genovese.

    Quando si discute di inquinamento, Palazzo San Giorgio ricopre sempre la parte del convitato di pietra: ente autonomo rispetto a Comune e Regione, con un presidente di nomina ministeriale (al momento sostituito da un commissario), gestisce e programma le attività e gli spazi portuali, incidendo direttamente sugli equilibri dell’area metropolitana e ligure in genere. Il Prp vigente risale al 2001 e solo nel marzo scorso il Comitato Portuale ha definito un nuovo testo che prevede interventi per oltre 2 miliardi di euro, con opere che cambieranno il volto dell’area portuale. È stato recepito in toto il Blueprint di Renzo Piano, “disegno” che ha rimescolato prepotentemente le carte, facendo cambiare alcune scelte strategiche. I dati sull’inquinamento che arrivano dalle banchine, però, ci ricordano quali debbano essere le priorità per il futuro della città e di chi la abita e la abiterà nei prossimi decenni. Il Porto è il motore economico e industriale di Genova, senza dubbio, ma è anche il centro geografico della città: il suo impatto ambientale ricade sulla pelle e sui polmoni di tutti i genovesi.

    Quanto inquina il Porto

    Negli ultimi anni, sono stati pubblicati documenti ufficiali che quantificano l’incidenza delle attività portuali sulla qualità dell’aria genovese. Già nel 2011, Regione Liguria pubblicava un report secondo il quale, sia per quanto riguarda la produzione degli ossidi di azoto (NOx) sia per i particolati (PM10 e PM2,5), le attività portuali risultano di gran lunga le principali fonti emissive, con una incidenza rispettivamente del 75% e 65% sui totali registrati in città.
    Nel 2013 sono stati pubblicati i risultati del progetto Apice, uno studio europeo che ha messo a sistema i dati rilevati alle principali aree portuali del Mediterraneo (Genova, Venezia, Marsiglia, Barcellona e Salonicco), che ha permesso di avere un quadro di insieme dell’impatto, delle tendenze di sviluppo e delle criticità delle attività marittime sull’ambiente.

    Nella nostra città i dati sono stati raccolti in tre postazioni: due vicine alle aree portuali (Multedo e corso Firenze) e una a Bolzaneto, distante circa 7 chilometri dalla costa. I numeri raccolti permettono di aggiungere una prospettiva importante per lo studio della qualità dell’aria a Genova. La ricerca ha studiato l’esposizione della città ai venti, seguendone la stagionalità: durante la primavera e l’estate, il vento sferza con maggior frequenza il territorio provenendo da sud e sud-est, spingendo così maggiormente le emissioni del porto verso la città. In questi periodi dell’anno, in corrispondenza dei momenti di maggior attività sulle banchine, quando cioè partono e arrivano navi e traghetti, sono stati registrati picchi di NOx e PM anche a Bolzaneto. L’attività portuale, quindi, ha ricadute dirette su tutta l’aria cittadina, e non solamente nei quartieri direttamente dislocati vicino al mare.

    terminal Messina

    Lo studio ha registrato i dati di 7488 diverse imbarcazioni e navi che nell’anno campione 2010 hanno attraccato sulle banchine della Superba; tra queste, 2581 traghetti, 435 porta container, 240 navi da crociera e 2528 generiche navi cargo. Di ogni tipologia di nave sono stati calcolati i tempi medi di manovra e di stazionamento: per i traghetti e le navi da crociera sono rispettivamente 50 e 720 minuti (12 ore), mentre per le porta container sono 75 minuti e 2349 minuti (39 ore). Su questi dati sono state poi calcolate le quantità di emissioni prodotte in queste due fasi: 6464 tonnellate di NOx e 386 tonnellate di PM ogni anno. A queste quantità, però, vanno aggiunti i dati relativi alle emissioni prodotte dagli altri mezzi motorizzati che lavorano in porto e che permettono di manovrare, rifornire, caricare e scaricare le merci e i passeggeri tra cui ralle, staker, gru, locomotive, navi rifornimento, tir che prendono e portano i container. Aggregando tutti i dati, si arriva a 9596 tonnellate di NOx e 1057,6 tonnellate di PM prodotte ogni anno dal porto.

    Queste le misurazioni. I tecnici di Apice, inoltre, hanno sviluppato dei modelli per calcolare la crescita (o la decrescita) negli anni delle quantità di emissioni. Le stime per il 2015 vedono dati ancora più impattanti: 12374 tonnellate di NOx e 1316 tonnellate di PM all’anno. Che significano 14 kg di NOx e 1,5 kg di PM all’anno per ogni genovese. Confrontando questi risultati con i dati delle emissioni pro-capite del traffico urbano, le proporzioni sono immediatamente dirimenti: le attività portuali producono più di dieci volte la quantità di NOx che viene prodotta da tutte le auto e le moto circolanti (dagli Euro 0 agli Euro 6) e 27 volte la quantità di particolati.

    Come intervenire

    terminal rinfuse

    Secondo i tecnici, per mitigare l’impatto dei porti, sono pensabili diverse strategie: adeguare le infrastrutture e le tecnologie per velocizzare le manovre delle navi e delle operazioni di carico e scarico delle merci; aumentare il trasporto ferroviario in entrata e in uscita e, soprattutto, elettrificare le banchine permettendo così alle navi ancorate in porto di spegnere i generatori diesel. È calcolato che, “portando l’elettricità” al Terminal Traghetti e al VTE di Voltri-Prà, la quantità di emissioni prodotte in porto potrebbe calare del 38% per i NOx e del 35% per i PM, con un abbattimento sul totale cittadino rispettivamente del 28% e 22%. Un risultato che allontanerebbe la città dalle soglie-limite delle emissioni di determinati inquinanti che tanto spaventano amministrazione e cittadini.

    La competenza di questi interventi, come dicevamo, è dell’Autorità Portuale di Genova: nell’ultimo Piano operativo triennale (2015-2017), documento quindi posteriore ad Apice, è stata prevista l’elettrificazione del VTE per un costo di 12 milioni, i cui lavori sono stati messi a bando il settembre scorso. Entro il 2017, inoltre, dovrebbe “spegnersi” l’ultima sezione dell’attuale centrale a carbone, liberando quello spazio nel cuore del porto e sotto la Lanterna che gli impianti occupano dal 1929 e di cui Enel ha concessione d’uso fino al 2020. Con questa operazione si dovrebbero eliminare oltre 600 tonnellate di NOx e quasi 10 tonnellate di polveri all’anno, cioè un abbattimento rispettivamente del 5% e del 1% sulla produzione cittadina.

    Stando alle carte, la riduzione delle emissioni che seguirà gli adeguamenti previsti delle infrastrutture portuali e lo spegnimento stabilito della centrale elettrica dovrebbe incidere drasticamente sui problemi legati alla salute dell’aria genovese. Ma non può bastare: come abbiamo visto, questi due interventi sono solo una parte di quanto è necessario porre in essere per migliorare la salute di tutta la città.

    Certezze e indecisioni

    il Porto Antico

    Gli intenti, oggi ancora e solamente tali, prevedono nei prossimi anni lavori che renderebbero al momento non urgenti, e se non superflui quantomeno marginali, gli interventi dell’amministrazione comunale sul traffico urbano privato. Il ruolo di Tursi su questo tema fondamentale deve essere altro: presidiare la salute dei genovesi, facendo pesare politicamente le oltre 800 mila persone che rappresenta, che vivono, lavorano e respirano intorno al proprio porto.

    Nicola Giordanella
    foto di Simone D’Ambrosio

  • Meteo pazzo, le stagioni arrivano un mese in ritardo. L’inquinamento ne risente? La parola a Limet

    Meteo pazzo, le stagioni arrivano un mese in ritardo. L’inquinamento ne risente? La parola a Limet

    Skyline-panoramica-città-nuvole-D2Guardare il cielo. Oltre il romanticismo, da sempre l’uomo ha cercato di prevedere il manifestarsi dei fenomeni atmosferici che ne condizionavano la vita. La necessità degli esseri umani preistorici che eravamo non è cambiata. È mutata, invece, la nostra responsabilità nei confronti del cielo, vista la relazione tra riscaldamento globale e inquinamento.

    Con riferimento specifico a Genova e alla Liguria, ne abbiamo parlato con l’Associazione Ligure di Meteorologia, meglio nota come Limet, che riunisce appassionati ed esperti e ha come obiettivo l’erogazione di servizi di pubblica utilità legati al meteo e alle manifestazioni atmosferiche. L’attività consiste nell’emanazione di un bollettino meteo quotidiano, nella divulgazione della meteorologia e nel monitoraggio in tempo reale delle condizioni meteo. Tutti strumenti che vengono realizzati attraverso la cosiddetta “rete osservativa”, che consiste di stazioni meteorologiche e webcam dislocate sul territorio. «Inoltre forniamo altri due servizi che crediamo molto utili – ci spiega il presidente Gianfranco Saffioti – la diretta meteo e il forum, due contenitori in cui è possibile rintracciare a ritroso tutte le segnalazioni e le analisi che hanno caratterizzato gli eventi di questi ultimi anni».

    Clima e qualità dell’aria

    Agli interrogativi sui fattori climatici si accompagnano quelli sulla qualità dell’aria a Genova, diventati attuali per tutti dopo il dibattito sull’ordinanza del Comune di Genova sull’emergenza smog.

    «Difficile collegare i cambiamenti climatici e gli spettri alluvionali con il global warming o con l’inquinamento – sottolinea Saffioti, coadiuvato dal previsore Jacopo Zannoni – certamente dobbiamo prendere atto del fatto che stiamo vivendo un periodo in cui tre elementi stanno procedendo apparentemente in simbiosi: eventi estremi, riscaldamento generale del pianeta Terra e aumento dell’inquinamento».

    Sebbene Limet non si occupi direttamente di monitorare lo stato di salute dell’aria a Genova e in Liguria, «possiamo cogliere alcuni elementi climatici che certamente incidono sulla qualità della stessa, a prescindere da fattori più o meno antropici che certamente influiscono sul nostro benessere». La permanenza dell’alta pressione ha come conseguenza una scarsa ventilazione, che porta alla stagnazione degli elementi inquinanti. La mancanza di piogge può peggiorare notevolmente il ricambio dell’atmosfera negli strati bassi anche se, come sottolinea Zannoni, va detto che «la Liguria, regione affacciata sul mare e soggetta, anche in tenaci condizioni di alta pressione, al fenomeno delle brezze costiere, risente in maniera minore del fenomeno della stagnazione dell’aria che invece colpisce gravemente tutte le grandi città della Pianura Padana».

    Quando, invece, le piogge arrivano, spesso lo fanno con un’intensità estrema molto più frequente rispetto a quanto ci racconta la storia. Anche in questo caso è possibile azzardare una “colpa” del cosiddetto riscaldamento globale? «La Liguria – ci spiega Limet – si trova a metà strada tra il continente africano e i corridoi naturali che uniscono l’Europa al vortice polare. È una zona in cui l’aria calda e l’aria fredda tendono a scontrarsi, liberando energia (e quindi pioggia e temporali, ndr). Negli ultimi anni, gli scambi meridiani di calore tra polo nord e zone temperate equatoriali sono diventati più intensi, meno progressivi e più traumatici». Ecco perché a noi semplici cittadini con il naso all’insù sembra che la pioggia cada sempre più forte. Il quadro poi è complicato ulteriormente dalla presenza del Mediterraneo che, essendo un ‘mare chiuso’, tende a scaldarsi velocemente diventando esso stesso serbatoio di energia. Sebbene questo nuovo modello atmosferico negli ultimi anni tenda a ripresentarsi costantemente, gli esperti di Limet ritengono che risulti «impossibile comprendere se quello che è divenuto appuntamento fisso di ogni fine estate, che in passato si presentava con cadenza quasi ventennale, in futuro andrà a rivelare una nuova tendenza del già bizzarro meteo ligure».

    Come cambiano le stagioni

    nuvoleSempre da genovesi qualsiasi che osservano il cielo sopra la Lanterna non possiamo non rimarcare il fatto che, negli stessi ultimi anni in cui si parla sempre più insistentemente di inquinamento urbano e di surriscaldamento globale, e in cui le grandi piogge sono sempre più l’abitudine, anche le stagioni (mezze o piene che siano) non siano più proprio quelle di una volta. Un esempio? Chiedete a chi ha provato a passare l’ultimo Capodanno sulla neve. Possibile che sia tutto collegato? Limet ci spiega che effettivamente stiamo assistendo a uno slittamento delle stagionalità, con un ritardo di circa un mese rispetto a quello che ci dice il calendario. Questo l’effetto in parole povere. Per spiegarne la causa, però, è necessario ricorrere a qualche “tecnicismo” in più. In autunno e in inverno, infatti, intervengono due realtà distinte ma in fondamentale comunicazione tra loro: la troposfera e la stratosfera, i primi due strati di quella comunemente conosciuta come atmosfera. «La fase di rigelo delle acque artiche libere dai ghiacci determina, nella stagione autunnale, un imponente rilascio del calore latente dovuto alla solidificazione. Questo interviene nel processo di maturazione del vortice polare della troposfera (strati bassi), mentre il vortice polare stratosferico (strati alti) procede indisturbato il suo raffreddamento». Il tempo necessario a mettere in fase i due vortici, ossia a raggiungere un assetto tipicamente invernale, è di qualche settimana. Da qui deriverebbe lo shift stagionale che stiamo sperimentando, che riguarda tutto l’emisfero boreale.

    Secondo i nostri interlocutori, le conseguenze di questo ritardo stagionale a livello locale sulla qualità dell’aria non sono predicibili: tutto dipenderà dal tipo di correnti che verranno ad instaurarsi in una determinata zona. «La nostra regione, comunque, grazie a una ventilazione sostenuta, non dovrebbe correre grossi rischi in questo senso». Volgendo lo sguardo al quadro d’insieme però «risulta corretto pensare che un notevole riscaldamento della fascia polare potrebbe portare ad una maggior invadenza da parte delle fasce altopressorie subtropicali verso le medie latitudini», ovvero le nostre. Autunno e inverno, quindi, potrebbero rischiare di diventare sempre più miti con un conseguente ristagno di aria e inquinanti negli strati bassi.

    Che cosa ci aspetta

    La situazione potrebbe però subire un’inversione come effetto del nuovo El Niño, un fenomeno che riguarda l’Oceano Pacifico e si verifica ogni cinque anni circa, tra dicembre e gennaio, a causa del surriscaldamento delle acque oceaniche superficiali. Questo modifica la circolazione dei venti all’Equatore e di conseguenza la distribuzione delle precipitazioni. Secondo Limet, e non solo, «l’avvento del nuovo “Big Niño”, il più intenso registrato fino a questo momento, ora in fase calante, potrebbe scombussolare nuovamente le cose. È un grandissimo regolatore climatico e spesso i suoi effetti si palesano una volta conclusa la sua azione. Sarà importante, quindi, valutare il comportamento dell’atmosfera nei prossimi anni per capire se andremo verso un’accentuazione di questo fenomeno o se ci sarà una controtendenza».

    Kamela Toska

  • Aria di Genova, il pericolo numero uno si chiama ozono. Ma occorre diminuire tutte le combustioni

    Aria di Genova, il pericolo numero uno si chiama ozono. Ma occorre diminuire tutte le combustioni

    Centralina di monitoraggio della qualità dell'aria a GenovaChe cosa respiriamo ogni giorno per le vie della nostra città? Di primo acchito a molti verrebbe da dire che l’inquinamento dell’aria di Genova, come d’altronde quello di tutti i grandi centri urbani, è dovuto principalmente al traffico. Ma quella cappa irrespirabile (e più o meno invisibile) di smog non è causata solo da vespe, auto e bus. Per una riflessione più fondata, bisogna differenziare le diverse origini dell’inquinamento facendo ricorso a studi scientifici come l’ultimo Rapporto di Legambiente “Mal’Aria 2015” che racconta il triste primato genovese per l’ozono, riporta le polveri sottili come osservate speciali e pone porto e industrie anch’essi tra i principali colpevoli della qualità cattiva dell’aria. Come si arriva a queste conclusioni? Quali sono i dati e gli strumenti che li producono? Proviamo a spiegarlo.

    Come si misura la qualità dell’aria

    Avevamo già affrontato il tema all’inizio del 2015: le centraline che si occupano di verificare che tipo di aria respiriamo nella Città metropolitana di Genova sono 10, sparse da levante a ponente: Quarto, corso Europa, Acquasola, via Buozzi, corso Firenze, via Pastorino, Multedo- Ronchi, Multedo – Villa Chiesa, piazza Masnada e corso Buenos Aires. Ogni centralina è predisposta per raccogliere dati relativi a una specifica serie di elementi inquinanti. In altre parole, ogni stazione misura a seconda della “filosofia” con cui è stata installata: per esempio, la centralina di Corso Europa fornisce dati legati alle emissioni del traffico. Ogni giorno le rilevazioni sono controllate dai responsabili della Città Metropolitana: dagli elementi raccolti possono scaturire alcuni provvedimenti emergenziali attuati dal Comune, come l’invito a limitare l’utilizzo dei mezzi privati per livelli alti di concentrazione di ozono.

    In generale, sono molteplici le fonti che concorrono a rendere l’aria non salutare: traffico, porto, riscaldamento delle abitazioni e industria. E, allora, come capire dove intervenire per limitare la crescita dello smog? L’unica risposta sensata ci pare sia quella di limitare più combustioni possibili, come suggerisce il chimico ambientale Federico Valerio: i biossidi di azoto sono agenti inquinanti generati da tutti i tipi di combustione ed è quindi chiaro che il traffico, così come il porto, le lavorazioni industriali e l’accensione delle caldaie sono dispensatori di queste sostanze. «Tutte queste quattro fonti – concorda Enrico Pignone, assessore delegato all’Ambienta della Città Metropolitana – concorrono all’inquinamento dell’aria. Sulla questione traffico, ad esempio, incide la velocità dei veicoli: limitare la velocità in alcune zone aiuterebbe». Una soluzione, questa, che da sola non è certo sufficiente a migliorare sensibilmente la qualità dell’aria e andrebbe, comunque, valutata con attenzione dato che i propulsori delle autovetture sono costruiti per garantire la maggior efficienza consumi/distanze percorse a determinati livelli di potenza erogata.
    Un altro elemento utile per capire dove intervenire è la distanza fra l’origine degli inquinanti e l’assorbimento umano: «Ciò che preoccupa – racconta Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – è che nel caso del traffico la sorgente dell’elemento che inquina è vicinissima alle persone, ai passeggini, alle biciclette». Insomma, al di là dei numeri, pare chiaro che nel contesto genovese sia imprescindibile una serie di misure strutturali.

    Lo studio della qualità dell’aria è portato avanti anche dall’Autorità Portuale, che recependo le direttive comunitarie ha installato una propria stazione di monitoraggio, e da Regione Liguria, che attraverso Arpal e un sito web dedicato (www.ambienteinliguria.it), fornisce numeri dettagliati differenziandoli per fonti di produzione.

    Gli inquinanti e i loro numeri

    Centralina di monitoraggio della qualità dell'aria a GenovaQuando parliamo di sostanze inquinanti occorre distinguere tra agenti di tipo primario e di tipo secondario: i primi sono quelli direttamente prodotti dalla fonte, come il monossido di carbonio, i diossidi di azoto, alcuni particolati. L’ozono, invece, è un esempio di inquinante secondario perché viene prodotto dalla reazione fotosintetica degli ossidi di azoto (NOx): ecco perché le giornate con più alta concentrazione di smog coincidono generalmente con assenze più o meno prolungate di pioggia.

    Sono proprio i numeri legati all’ozono che portano Genova tristemente in vetta alle classifiche: il livello di guardia è stato superato per ben 64 volte nel 2014 (con un limite massimo consentito dalle norme di 24 giorni), prima città italiana assieme a Rimini.

    Dal 2010, trend confermato anche dai dati più aggiornati, i biossidi di azoto sono stati registrati diverse volte sopra i limiti di legge. I dati regionali del 2011 (gli ultimi pubblicamente disponibili!), come ci racconta Federico Valerio «fotografano emissioni annuali per 12.859 tonnellate: il porto contribuisce per 3.176 tonnellate, gli autoveicoli per 634 tonnellate, i motocicli 41 tonnellate e gli autobus 877 tonnellate». Benché i valori puntuali saranno sicuramente cambiati nel corso degli ultimi 5 anni, c’è una buona probabilità che i rapporti di forza siano all’incirca rimasti sempre gli stessi.
    Tornando alle classifiche, Genova si piazza al 14° posto su 92 grandi città per concentrazione di biossido di azoto, anche se la media annua cittadina (38,6 microgrammi per metro cubo) rimane al di sotto dei limiti posti dalla legge (40 microgrammi/m3).

    Migliore, seppur sempre negativa, la situazione che riguarda gli sforamenti di polveri sottili PM10. Nel 2014 Genova è andata oltre il limite 37 volte, quando la norma nazionale consentirebbe solo 35 sforamenti. Va meglio, invece, con le polveri sottili PM 2,5 (quelle che per dimensione sono in grado di penetrare direttamente nei polmoni) in cui ci classifichiamo al 75° posto su 76, sempre nel 2014. La media annua genovese è di 9 microgrammi/metrocubo, a fronte di limite di legge di 25. «Significa – chiosa Grammatico – che in città sono presenti polveri che vanno continuamente monitorate ma che, finora, hanno fatto registrare valori nella norma».

    Ma, perché c’è sempre un ma, nell’ultima animata Commissione Territorio del Comune di Genova, i tecnici della Città Metropolitana hanno sottolineato che «i dati dell’inventario regionale sono quelli utilizzati per produrre le stime ufficiali dell’amministrazione, ma va tenuto conto che è differente parlare di emissione piuttosto che di concentrazione». È su quest’ultima, infatti, che incidono fattori climatici e atmosferici, come le reazioni chimiche e le condizioni meteorologiche. 

    Le possibili soluzioni

    Per rispettare con continuità i limiti di legge la strada è lunga: un’unica tipologia di intervento non può farci rientrare magicamente all’interno delle soglie comunitarie. C’è però tutta una serie di misure utili che potrebbero aiutarci a respirare con un po’ più di qualità, riducendo le tipologie di combustione che ogni giorno causiamo direttamente o no: pensare a una reintroduzione, in versione moderna, dei tram, come sta avvenendo in altre grandi città europee; potenziare il servizio Amt; incentivare l’uso di biciclette a discapito delle auto; elettrificare le banchine portuali. Alcuni di questi passi, a dire il vero, sono già in programma: «Nel 2017 sarà chiusa la centrale a carbone sotto la Lanterna – ricorda Enrico Pignone – ma molto è ancora da fare, concretamente. Le soluzioni ci sono, basterebbe metterle in pratica. In fretta».

    Claudia Dani
    foto di Nicola Giordanella