Tag: ambiente

  • Centrali termoelettriche a carbone: è giunta l’ora del cambiamento?

    Centrali termoelettriche a carbone: è giunta l’ora del cambiamento?

    enel-energia-elettrica-DIIl gruppo Enel a metà ottobre ha annunciato l’intenzione di dismettere una ventina di centrali termoelettriche alimentate a fonti fossili (in particolare a carbone) sul territorio nazionale. Nell’attuale contesto economico, dove convivono overcapacity, una domanda in calo che non si riprenderà, e la concorrenza delle fonti rinnovabili «Alcuni impianti termoelettrici non risultano più competitivi – ha spiegato l’a.d. Enel Francesco Starace in audizione alla Commissione Industria del Senato – Parte di essi possono avere un futuro nelle rinnovabili, oppure essere soggetti a reindustrializzazione, altri vanno riprogettati come spazi urbani. Per le circa 700 persone occupate negli impianti non abbiamo nessuna criticità occupazionale, se non qualche trasferimento qua e là, saranno riallocati in altre parti dell’azienda o andranno in pensione».
    Si profila così all’orizzonte un netto cambio di passo, da parte di uno dei maggiori gruppi energetici del Paese, che sembra voler sfruttare a dovere il potenziale delle fonti pulite, finalmente riconosciute quali elementi tecnologicamente maturi, capaci di fornire un prezioso contributo per alimentare il sistema elettrico italiano, e nel contempo ridurre l’impatto ambientale dovuto alle emissioni inquinanti generate da strutture sovente vetuste o tecnicamente antiquate.

    Attualmente in Italia le centrali a carbone sono 13, di cui 3 in Liguria: la Centrale Enel di Genova – ubicata proprio sotto alla Lanterna – che sarà completamente dismessa nel 2017; e la Centrale Enel di La Spezia, che invece gode di un’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) fino al 2021. E poi c’è il caso a parte della Centrale Tirreno Power di Vado Ligure, sotto sequestro dal marzo scorso nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Savona per disastro ambientale.

    I sindacati di categoria (Cgil Filctem, Cisl Flaei , Uil Uiltec ) sono già sul piede di guerra e chiedono un tavolo dedicato al ministero dello Sviluppo economico «L’Enel è forte non solo perché distribuisce energia elettrica, ma perché la produce – ha affermato Emilio Miceli, segretario generale della Cgil Filctem – Il piano annunciato è pesante, sensazionalistico, privo di razionalità, e noi lo contrasteremo». Ma la vertenza non riguarda solo l’Enel, infatti, già da tempo le organizzazioni sindacali e Tirreno Power hanno iniziato a sottoscrivere accordi per ammortizzatori sociali nelle imprese del gruppo.

    La situazione delle centrali a carbone in Liguria: Genova chiude entro il 2017

    enel-DIRispetto alla dichiarazione dell’a.d. di Enel «Oggi non c’è alcuna nuova indicazione sulle centrali termoelettriche di Genova e La Spezia», spiega la Cgil Filctem. La centrale di La Spezia sta proseguendo l’attività secondo il rispettivo decreto di ambientalizzazione. La centrale a carbone di Genova, invece, segue il percorso di graduale dismissione definitiva entro il 2017. «I due gruppi principali sono stati chiusi (uno nel 2012, e l’altro alla fine del 2013), adesso rimane solo un gruppo che funzionerà esclusivamente in caso di bisogno».
    L’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Valeria Garotta, ha recentemente confermato «Entro fine anno Enel chiuderà anche il terzo gruppo, ma lo terrà silente fino al 2017 per poterlo riattivare, su richiesta del gestore nazionale della rete elettrica, in caso di necessità».
    L’impianto genovese, come spiegano dal sindacato «Era già sotto organico, quindi i lavoratori sono stati utilizzati per ricoprire i “buchi”, garantendo la funzionalità dell’unico gruppo rimasto in opera. Il passaggio più importante, però, avverrà nel 2017». Parliamo di 100 dipendenti diretti Enel e di circa 150-200 persone nell’indotto. Per salvaguardare l’occupazione nel capoluogo ligure «Attiveremo una serie di percorsi, sia con l’azienda sia con gli enti locali, ma gli eventuali accordi vanno stipulati a livello nazionale», chiosa la Cgil.

    La centrale Enel di La Spezia – un gruppo a carbone e due a gas, 230 dipendenti diretti, più circa 150 persone nell’indotto – è autorizzata da un’Aia, molto vincolante nei termini dell’impatto ambientale, fino al 2021. «L‘Aia prevede un programma progressivo di rientro in determinati limiti e parametri – spiega Paolo Musetti, Cgil La Spezia – L’impianto va adeguato, secondo vari step, alle riduzioni stabilite dal decreto. Comunque, alla scadenza nel 2021, l’azienda ha già manifestato l’intenzione di chiedere un’ulteriore Aia».
    Negli ultimi anni, secondo il sindacalista Musetti «A La Spezia si registra una maggiore politica di apertura, da parte dell’azienda, rispetto agli enti locali, e le associazioni di cittadini. Qui c’è un normale livello di conflittualità, si può dire fisiologico, nel rapporto tra la centrale Enel e la città. A Vado Ligure, invece, la situazione è evidentemente precipitata. Ma il problema della convivenza tra realtà produttive ed aree urbane non può mai essere risolto a discapito di uno o dell’altro soggetto coinvolto». Il ruolo del sindacato «È proprio quello di non far precipitare le cose. Lavoro e tutela della salute e dell’ambiente devono camminare insieme. Cercando di mitigare al massimo il danno. La Cgil è impegnata su questo fronte. Ogni azienda, laddove il suo insediamento genera un certo impatto, deve contribuire, insieme al resto della comunità, a sviluppare azioni per migliorare la qualità dell’ambiente. Ad esempio, nel caso di Enel, tramite l’elettrificazione delle banchine del porto. C’è già un accordo in tal senso, ma ancora non si è concretizzato (così come a Genova, nda). Insomma, c’è una serie di sinergie possibili da mettere in campo. A La Spezia qualcosa stiamo facendo. Esiste una convenzione tra Enel ed enti locali per cui l’azienda si impegna a sostenere la promozione di alcune indagini sulle ricadute sanitarie della propria produzione industriale, ad esempio l’Asl 5 condurrà uno studio epidiomeologico. Tutte iniziative che la stessa Enel contribuirà a finanziare».

    Per quanto riguarda Vado Ligure, la drammatica situazione della centrale Tirreno Power è nota. «L’impianto di Vado è il più grande, e purtroppo anche quello più problematico», sottolineano i sindacati. Tra dipendenti diretti e delle ditte d’appalto sono circa 800 i lavoratori che potrebbero perdere il posto di lavoro. L’allarme per il rischio chiusura è stato lanciato dallo stesso direttore della centrale, i cui gruppi a carbone sono sotto sequestro dal marzo scorso. «Tirreno Power ha fatto di tutto, e continuerà a fare tutto il possibile per rimettere in funzione i gruppi a carbone, ma non possiamo fare l’impossibile – ha dichiarato alcuni giorni fa il direttore della centrale, Alessandro GaglioneLe prescrizioni per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sono contraddittorie e in molti casi inapplicabili. Se non verranno modificate, nonostante l’impegno finanziario e tecnologico profuso, la centrale va verso la chiusura».
    Anche per il sindacalista Innocente Civelli, Cgil Rsu di Vado «Il piano previsto dall’Aia in pratica è impossibile da rispettare. In alcuni casi, infatti, le tempistiche si sovrappongono, e quindi tecnicamente non danno all’azienda la possibilità di portare a termine i lavori. Di solito le autorizzazioni Aia prevedono almeno un paio di step per ottemperare all’adeguamento degli impianti, ma alla Tirreno di Vado non è stata concessa tale opportunità. Adesso stiamo aspettando il prossimo 18 novembre, quando in sede di Ministero dell’Ambiente si ridiscuterà l’Aia, e capiremo se alcuni parametri impossibili da rispettare saranno modificati. In caso contrario la centrale non ripartirà».

    Lavoro e salute non in contrapposizione: riconvertire gli impianti e riqualificare i lavoratori

    Per gli ambientalisti l’annunciata dismissione di una ventina di centrali Enel alimentate a fonti fossili – e la loro auspicabile riconversione – è ovviamente una buona notizia. «Finalmente si prende atto che il settore termoelettrico segna il passo – spiega Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – In Italia eravamo già in sovrapproduzione. Nel frattempo abbiamo avuto l’affermazione delle fonti rinnovabili, che per altro sono state rallentate da incentivi venuti meno. Comunque, in alcune fasi dell’anno, abbiamo già potuto constatare come la parte prodotta da fonti energetiche pulite sia stata prevalente rispetto a quella prodotta da fonti fossili. Inoltre, Enel dispone di impianti spesso vetusti, quindi è un bene che essi siano sostituiti e magari riconvertiti».

    È questo il caso della centrale di Genova. «Enel ha rinunciato a chiedere una nuova Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) per produrre dopo il 2017 – continua Grammatico – Due gruppi sono già stati chiusi, mentre uno funzionerà solo in caso di necessità. Per ora non ci sono dati su eventuali riduzioni dell’inquinamento. Però c’è un dato oggettivo: ogni qual volta si spegne una simile unità da combustione, vedi ad esempio l’altoforno Ilva di Cornigliano, oppure la stessa Tirreno di Vado Ligure, si registra una contestuale discesa delle emissioni inquinanti».

    Ma a Genova e Vado Ligure il pericolo è rappresentato dalla presenza di parchi carbone – i cosiddetti “carbonili” – scoperti, ovvero collocati in zone esterne e all’aria aperta, con tutte le conseguenze negative del caso. «I parchi carbone scoperti sono molto pericolosi – sottolinea Grammatico – Per questo motivo vengono periodicamente bagnati. I carbonili rimarranno una criticità fin quando la centrale di Genova non sarà definitivamente chiusa». Ma in passato non sono mancati i problemi, e nel 2013 la centrale genovese è finita nel mirino della Procura con l’apertura di un fascicolo per violazioni di tipo ambientale.

    Per la centrale Tirreno Power di Vado Ligure, invece, si attende il prossimo 18 novembre, quando l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sarà ridiscussa in sede ministeriale. «Oggi l’azienda dichiara di non riuscire a rispettare le prescrizioni, ed in pratica ha ammesso la sua incapacità a fare gli investimenti necessari – continua Grammatico – La Procura, però, è stata molto chiara: o saranno realizzati gli adeguamenti necessari, oppure la centrale non riaprirà i battenti. D’altronde, dal punto di vista medico-scientifico sono evidenti i danni prodotti nei decenni scorsi».

    In prospettiva futura, secondo il presidente di Legambiente Liguria, è necessario ragionare sulla riconversione degli impianti e sulla riqualificazione dei lavoratori «Questi grandi colossi dell’energia, Enel, Tirreno Power, ecc., all’interno del loro business hanno sviluppato anche il segmento delle rinnovabili. Noi allora proponiamo di spegnere le centrali a carbone, ma nel contempo di riqualificare la manodopera, comunque dotata di conoscenze e capacità tecniche importanti che non vanno disperse. Per fare tutto ciò occorre una visione lungimirante, e la redazione di nuovi piani industriali. Adesso con Enel esiste la possibilità di imbastire un ragionamento in tal senso. Inoltre, le centrali dismesse sono spazi urbani da recuperare. Legambiente pensa che al loro posto debbano insediarsi delle attività ecosostenibili, che magari possano anche riassorbire i lavoratori precedentemente impiegati negli impianti dismessi».

     

    Matteo Quadrone

    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    Genova, piano comunale di emergenza. Ecco tutte le carenze

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (48)Al di là della mancata emanazione dello stato di “allerta” da parte della Regione Liguria, e di conseguenza dell’inevitabile ritardo nel lesto avvio del sistema di Protezione civile comunale, delle opere infrastrutturali sul torrente Bisagno non realizzate anche a causa della lentezza della giustizia amministrativa, non va dimenticato, però, il ruolo che le amministrazioni locali dovrebbero giocare nella pianificazione delle strategie di emergenza.
    Innanzitutto va puntualizzato che i previsori del centro meteo-idrologico di Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure, sotto accusa per non aver previsto la drammatica escalation degli eventi che ha portato ai disastri della serata di giovedì 9 ottobre) in questa occasione avevano prodotto un messaggio di “avviso” per temporali forti, evidenziando quindi un livello di criticità, seppure il meno grave, che avrebbe comunque potuto far scattare – a discrezione di ogni singolo Comune – opportune contromisure di protezione, a maggior ragione nella città di Genova, notoriamente soggetta ad episodi alluvionali spesso di notevole gravità, e dove da lungo tempo sono palesi le forti problematiche che affliggono determinate aree a rischio del territorio.

    Tuttavia, trincerandosi dietro l’impossibilità di agire in assenza dell’allerta, l’amministrazione comunale sembra voler nascondere le carenze di un piano di emergenza comunale approvato nel 2009, e giudicato inadeguato sia dalla relazione tecnica redatta dai consulenti della Procura del Tribunale genovese in merito al processo per l’alluvione del novembre 2011, sia dall’apposita Commissione consiliare incaricata di fare luce sui medesimi episodi del 2011. Destino vuole che le linee guida del nuovo piano – come aveva anticipato ad Era Superba l’assessore alla Protezione civile Gianni Crivello – dovevano essere illustrate al Sindaco Marco Doria proprio nel fine settimana appena trascorso, per proseguire il proprio iter prima in commissione e poi in Consiglio comunale, ma i tragici eventi hanno avuto il sopravvento.
    Infine, non va dimenticato il ruolo della Regione Liguria che dovrebbe vigilare sulla realizzazione dei piani di emergenza comunale e sulla conformità alla normativa di quelli realizzati. Ebbene, in una terra considerata tra le più fragili d’Italia soltanto 172 Comuni liguri (su 235 complessivi) sono dotati di tali piani.

    «Il vigente piano di emergenza, approvato del 2009, è troppo generico – afferma Alfonso Bellini, consulente della Procura della Repubblica del Tribunale di Genova – È evidente la mancanza di una serie di azioni pre-determinate, dunque di un’attenta pianificazione eseguita a “bocce ferme”. Inoltre, il piano non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Pur avendo dato prova, più volte, della sua pericolosità, non è previsto alcun piano di emergenza di dettaglio per l’area del Bisagno. Eppure, esiste un preciso impegno in questo senso, fin dal lontano 1998, con la firma di un protocollo di intesa tra Regione, Provincia e Comune di Genova. Impegno finora disatteso. Pianificare strategie di prevenzione e protezione è l’unico modo per convivere con il rischio».

    [quote]La nostra città ha accumulato un pesante debito sul fronte idrogeologico, quindi dovremo scontare un simile handicap per almeno altri venti o trent’anni, prima che siano effettivamente realizzate le opere infrastrutturali necessarie a mitigare la pericolosità dei corsi d’acqua genovesi».[/quote]

    Le carenze del piano comunale di Genova

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (43)Il piano di emergenza (o di protezione civile) rappresenta il progetto di tutte le attività coordinate e di tutte le procedure che dovranno essere adottate per fronteggiare un evento calamitoso in modo da garantire l’effettivo ed immediato impiego delle risorse necessarie al superamento dell’emergenza.
    Per quanto riguarda le emergenze meteo-idrologiche, le zone di Genova soggette ad eventi potenzialmente dannosi sono contenute nella “Carta di criticità ad uso di Protezione civile” contenuta nel D.G.R. 746 del 09/07/2007, comprendente le varie situazioni di potenziale dissesto idrogeologico derivate dai Piani di bacino. “Carta che ben segnala le aree di esondazione su tutto il territorio comunale”, sottolineano i consulenti del Tribunale nella relazione tecnica relativa al processo per l’alluvione del 2011.
    I piani comunali devono definire gli scenari di rischio “Evidenziando e descrivendo le aree caratterizzate da importanti livelli di pericolosità (legata ai fenomeni attesi) e contestualmente dalla presenza di elementi vulnerabili e/o strategici – continua la relazione – Solo in questo modo risulta possibile pianificare le azioni da intraprendere nelle situazioni di emergenza. Azioni che devono essere specifiche per ogni area a rischio, affinchè siano efficaci”. Ad esempio indicando esattamente dove devono essere chiuse le strade potenzialmente allagabili, come verrano chiuse, chi se ne occuperà, ecc. Ma lo “Schema operativo per la gestione delle emergenze meteo-idrologiche”, documento che fa parte del “Piano comunale di emergenza” del Comune di Genova (approvato con delibera consiliare n. 13 del 19-02-09) “Non contiene nessun riferimento di pianificazione degli interventi specifici per le aree del territorio comunale riconosciute come zone potenzialmente a pericolo di esondazione“, sanciscono i periti del Tribunale.

    Insomma, sono completamente assenti i piani di dettaglio, come spiega il geologo Alfonso Bellini «Il documento non contiene indicazioni specifiche sulle aree considerate esondabili. Dopo l’alluvione di Sestri Ponente del 2010 l’amministrazione si è improvvisamente accorta della fragilità idraulica di tale area, quindi nel 2011 ha redatto un piano di dettaglio che prevede determinate azioni. Dopo l’alluvione del 2011 hanno fatto lo stesso con un’ordinanza specifica sulla zona di via Ferregiano».
    A integrazione del “Piano di emergenza di dettaglio per la zona di Sestri Ponente”, il 4 agosto 2011 la Giunta comunale ha adottato una delibera riguardante la procedura operativa. Quest’ultima prevede che, in seguito ad un messaggio di attenzione o avviso di temporali “vengano attivate procedure di pronta reperibilità di personale e mezzi per la rimozione di ristagni di acqua superficiale, segnalazioni di aree allagate, interdizioni e/o deviazioni di traffico”. Delibera che identifica con precisione sia la zona oggetto di intervento, sia il numero e la tipologia di persone e mezzi di pronta reperibilità messi a disposizione dai diversi enti coinvolti (Protezione civile, Amiu, Aster, Polizia municipale, Municipio, ecc.).
    Il 2 marzo 2012 il Sindaco Doria ha emesso l’ordinanza n. 33/2012 riguardante “Misure di sicurezza a tutela della pubblica incomunità della popolazione per la zona di via Fereggiano e vie limitrofe, interessate dall’evento alluvionale del 4 novembre 2011, da attivare in caso di emergenza idrogeologica”, che prevede, nel caso di avviso di temporali o della dichiarazione di stato di allerta 1 e 2, la messa in atto di una serie di prescizioni cautelative. “Tale documento, seppur sotto forma giuridica diversa, rappresenta di fatto un’integrazione al piano comunale di emergenza, così come lo è stata quella fatta per Sestri Ponente dopo l’alluvione del 2010“, scrivono i consulenti del Tribunale. Integrazioni che certificano la scarsa affidabilità dello stesso piano comunale.

    «Il Bisagno, quando si trova di fronte a coperture insufficienti, esce costantemente in sponda destra o sinistra – spiega Bellini – Questa situazione di rischio è stata pesantemente evidenziata fin dall’alluvione del 1970. La pianificazione di dettaglio, però, è stata fatta solo per Sestri e la zona di via Fereggiano, sempre in seguito a tragici eventi alluvionali. I piani di dettaglio prendono come riferimento il livello di allerta massima (allerta 2), ma prevedono una serie di specifici adempimenti in qualsiasi caso di emergenza».
    Già nel Piano di bacino del Bisagno (fascicolo 2, volume 2), si riporta che “Spetta al Comune elaborare un piano operativo di protezione civile per il bacino da attivarsi con urgenza”. Attività considerata talmente strategica da essere inserita nel protocollo di intesa Regione, Provincia e Comune di Genova, firmato il 5 ottobre 1998.

    Il piano di Genova risulta alquanto generico o totalmente mancante sulla parte più importante: gli scenari di rischio che riportano le informazioni sulla tipologia del rischio specifico e sulla vulnerabilità a persone, cose, servizi, edifici strategici, viabilità; e poi manca la carta del modello di intervento (presente nel piano per Sestri Ponente), che specifica l’ubicazione di centri operativi, aree di emergenza, l’indicazione di vie di fuga, presidi di forze dell’ordine e volontari, ecc. Queste mancanze rendono molto difficile affrontare con efficacia l’emergenza”, conclude la relazione tecnica del Tribunale.
    Carenze individuate non solo dal Tribunale, ma anche dalla Commissione consiliare (istituita con delibera di Consiglio n. 81 del 22/11/2011) incaricata di fare luce sugli eventi del 2011. «I Venti consiglieri comunali hanno concluso anch’essi che il piano era inadeguato», chiosa Bellini.

    Realizzazione e conformità alla normativa dei piani di emergenza: la Regione non controlla

    Palazzo della RegioneAffinché i piani siano realmente efficaci “Risulta strategico che vi sia un organo di controllo superiore di validazione che ne possa giudicare i contenuti in termini di qualità e conformità alla normativa vigente – scrivono i consulenti del Tribunale – Va rilevato che tale organo di controllo in Liguria non esiste. Pertanto ogni Comune si dota del proprio piano autoapprovandolo”.
    Organismo di controllo che, secondo logica, dovrebbe essere rappresentato dalla Regione stessa. La normativa vigente in questo contesto, infatti, è opera dell’amministrazione regionale, la quale ha stabilito regole e modalità di esecuzione dei piani con la D.G.R. 746 del 09-07-2007, senza poi preoccuparsi della valutazione di tali documenti. Eppure, già l’articolo 3 della L.R. n. 9/2000 riporta che alla Regione “spetta di raccordare a livello regionale le risultanze dei piani locali (comunali e provinciali)”.
    Questa mancanza di controllo “Ha portato come ulteriore grave conseguenza che in Liguria esistano ancora molti Comuni che non hanno un piano di protezione civile – sottolineano i periti del Tribunale – Va osservato che la Legge regionale di riferimento per la protezione civile è del 2000 e che la delibera di Giunta regionale che ha pubblicato le linee guida per l’esecuzione dei piani di emergenza, con le annesse Carte di criticità, è del 2001, con aggiornamento nel 2007″.
    Tutto ciò porta squilibri che si ripercuotono sulla stesura dei piani, per i quali “I singoli comuni (almeno quelli che fanno il piano), in mancanza di controlli qualitativi, si possono dotare di piani incompleti, contenenti procedure generali che lasciano ampio margine alla soggettività dei comportamenti personali, salvo poi modificare e migliorare le cose quando vengono colpiti da eventi calamitosi“, concludono i consulenti. In tal senso il caso del piano comunale di Genova è esemplare.

     

    Matteo Quadrone

    [info] DIVENTA SOSTENITORE DI ERA SUPERBA!
    Riceverai ogni uscita della rivista a casa o sulla tua email

    Da anni ci impegniamo per produrre a Genova un giornalismo d’inchiesta improntato sull’onestà e la passione, abbiamo scelto di rimanere indipendenti e di non ricorrere a finanziamenti pubblici o privati. Il tuo sostegno è per noi fondamentale e ci permette di continuare ad offrirti questo servizio.[/info]

  • Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    Liguria, prevenzione rischio idrogeologico: fra progetti europei e infrastrutture

    alluvione2-DIRiskNet, Proterina Due, e prima ancora Res-Mar, nomi che ai più non diranno granché, sono progetti europei con relativi fondi comunitari, dai quali negli ultimi anni, perseguendo un chiaro disegno strategico, la Regione Liguria ha coerentemente attinto risorse – non parliamo di cifre astronomiche, il finanziamento complessivo arrivato in Liguria si aggira su circa 1 milione e mezzo di euro – per sviluppare, in collaborazione con Arpal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ligure) e Liguria Ricerche, una serie di azioni volte a migliorare le modalità di gestione dei rischi naturali da parte delle istituzioni, gli strumenti di comunicazione dell’allerta alla popolazione, nel contempo incrementando nei cittadini la coscienza del pericolo e dei comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità, insomma favorendo in tutte le componenti della società la nascita di una cultura di protezione civile partecipata, secondo il nuovo approccio alla prevenzione introdotto dalla direttiva UE relativa alle alluvioni.

    Nella nostra regione il fabbisogno formativo rispetto a tali tematiche è emerso con evidenza nel 2012, durante un percorso di confronto e scambio di buone pratiche con amministratori e tecnici di 26 Comuni (nonché funzionari di Regione, Protezione civile, Arpal, e ricercatori della Fondazione Cima) – reso possibile dalla disponibilità di fondi in seno al progetto europeo del programma “Maritime Res-Mar”, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo – in cui tali soggetti si sono interrogati su come rendere più efficiente il sistema, soprattutto dopo gli eventi alluvionali del 2010-2011. In quelle drammatiche giornate, infatti, alle segnalazioni di allerta meteo-idrogeologiche non seguirono interventi di prevenzione efficaci a livello locale.

    L’approvazione del progetto europeo RiskNet, cofinanziato nell’ambito del Programma di Cooperazione transfrontaliera Alcotra e capofilato dalla Regione Valle d’Aosta, ha permesso di dare parziale risposta alla necessità di formazione palesatesi in Liguria. Avviato a gennaio 2013 e prossimo a concludersi a fine 2014, il progetto RiskNet intende diffondere le conoscenze raggiunte nell’ambito di RiskNat – progetto strategico (terminato nel 2012) che ha sviluppato azioni per la prevenzione e la gestione dei rischi naturali, coinvolgendo Francia, Svizzera e Italia (interessando a livello ligure le provincie di Imperia e Savona) – e sensibilizzare il grande pubblico attraverso azioni partecipate e strumenti di comunicazione innovativi.

    Le tre attività principali sono: realizzazione di seminari formativi rivolti a tecnici ed amministratori dei Comuni e di altri enti competenti in materia di protezione civile; innovazione e miglioramento degli strumenti di comunicazione, tra i quali lo sviluppo del sistema di allerta meteo via web con l’avvio del nuovo sito “www.allertaliguria.gov.it”, a cui l’Arpal sta lavorando con la Protezione civile regionale, accompagnato dall’aggiornamento dell’Osservatorio meteo-idrologico della Regione Liguria (Omirl); sensibilizzazione dei cittadini ed avvio di un percorso di pianificazione partecipata presso alcuni Comuni dell’entroterra della provincia di Imperia.

    Formazione e aggiornamento sulla cultura del rischio

    alluvione6-DIIl progetto di cooperazione transfrontaliera ALCOTRA-RiskNet, dunque, si articola su più versanti. Serena Recagno, funzionario Arpal, ha seguito la parte relativa alle attività formative/educative, quindi corsi rivolti ad amministratori pubblici (soggetti chiave dal punto di vista normativo e di gestione del territorio), ed insegnanti (figure fondamentali per sviluppare percorsi educativi sulla cultura del rischio nei confronti delle nuove generazioni). Corsi finalizzati a supportare gli amministratori per la redazione dei piani di emergenza comunali e la comunicazione ai cittadini dei contenuti degli stessi. Rispetto agli insegnanti, invece, i corsi miravano a dare un inquadramento generale delle problematiche legate ai rischi naturali, fornendo elementi e materiali per la progettazione educativa da sviluppare con gli studenti.
    «Il programma formativo per referenti comunali di Protezione civile e volontari si è svolto nel 2013 in alcuni Comuni della Province di Imperia e Savona – racconta Recagno – L’attenzione è stata focalizzata sugli aspetti più operativi della fase di pre-allerta, allerta ed emergenza: previsioni metereologiche, lettura bollettini, comunicazione e coordinamento tra operatori, organizzazione dei presidi territoriali, dinamiche psicologiche in emergenza. Inoltre, i corsi hanno previsto un’esercitazione pratica in cui i partecipanti sono stati invitati a simulare il “chi fa cosa, e come” in situazioni specifiche di pre-allerta, allerta ed evento in atto».
    Sempre nel corso del 2013 «Sono stati organizzati i corsi di formazione per insegnanti – continua Recagno – che hanno coinvolto pure gli amministratori pubblici degli enti locali in cui risiedevano le scuole, ad esempio Riva Ligure, San Lorenzo al Mare, Alassio». Comunque, sottolinea Recagno «Lo stesso approccio formativo è stato da noi utilizzato anche al di fuori dell’ambito territoriale di RiskNet (che interessa solo le province liguri più vicine al confine con la Francia), ovvero per attività formative organizzate, ad esempio, a Genova. Senza dimenticare che la Regione Liguria ha sviluppato e sta sviluppando in modo integrato più progetti europei, quali Res-Mar, Proterina C e Proterina Due, che negli ultimi anni ci hanno consentito di approfondire le tematiche legate ai rischi naturali, non soltanto quello idrogeologico, ma anche quelli legati agli incendi ed ai terremoti».

    Adesso, per quanto riguarda la Liguria «Gli obiettivi prefissati con il progetto RiskNet sono stati raggiunti – conclude Recagno – ma si continuerà a capitalizzare le esperienze fatte in altri territori. Si proveranno inoltre a replicare alcune delle buone pratiche che abbiamo visto sviluppare dai partner stranieri, come il campus universitario internazionale realizzato a Bordighera dal Centre Méditerranéen de l’Environnement (di Isle sur la Sorgue, vicino ad Avignone) per la stesura e messa online di una topoguida nella Valle del Fiume Roja»

    La situazione generale dei progetti europei dedicati alla prevenzione ambientale

    regione-liguriaIl processo di rafforzamento del sistema di prevenzione dei rischi naturali, in Liguria, è partito in seguito ai tragici eventi alluvionali del 2010-2011. «In parte finanziato da RiskNet, in parte da altri progetti europei, mentre la Fondazione Cima ha fornito un prezioso contributo scientifico – spiega Daniela Minetti, responsabile comunicazione e marketing di Arpal – La Regione Liguria ha dimostrato di saper attuare un’intelligente integrazione dei fondi UE provenienti da fonti diverse, perseguendo un disegno strategico chiaro e condiviso. Come tante tessere che compongono un puzzle. Regione, enti locali, Arpal, Protezione civile, hanno fatto uno sforzo comune per affrontare le criticità del sistema a livello regionale e locale, sia per quanto riguarda la filiera delle procedure tecniche, sia per quel che concerne gli strumenti di comunicazione, compresa l’azione di sensibilizzazione rivolta a cittadini, amministratori pubblici, funzionari, tecnici, insegnanti, in merito ai comportamenti corretti da tenere prima e durante l’emergenza».

    Laura Muraglia, funzionaria della Regione Liguria, settore Ambiente, aggiunge «Risknet è un progetto tutto sommato piccolo, che finirà a breve. La Liguria ha ricevuto in totale circa 150 mila euro, dedicati in gran parte alle attività promosse da Arpal. Proterina Due (che coinvolge i territori di Liguria, Corsica, Sardegna e Toscana) è un progetto contemporaneo a RiskNet, aperto da maggio 2013, si chiuderà a maggio 2015. Parliamo di circa 436 mila euro per la nostra regione, di cui circa 350 mila euro destinati alle realizzazione delle opere». Per la Liguria si tratta del potenziamento della rete delle infrastrutture di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici. «Arpal, infatti, ha aggiornato le centraline meteo, aumentando di fatto la sua capacita di previsione degli eventi – continua Muraglia – Inoltre, sempre nell’ambito di Proterina Due, si è lavorato a livello dei Comuni per la diffusione di pratiche di pianificazione partecipata, con il coinvolgimento dei cittadini, in materia di protezione civile».
    Il progetto RiskNet, invece «Ha permesso di svuluppare un importante lavoro soprattutto in termini di formazione, comunicazione e sensibilizzazione – sottolinea Muraglia – amministratori, tecnici, referenti di Protezione civile, e volontari, avevano manifestato l’esigenza di potenziare le conoscenze sulle tematiche connesse ai rischi naturali. In tal senso è proseguita anche la parte relativa alla pianificazione dei piani di emergenza comunale. Infine, Arpal sta agendo per rinnovare il sistema di allerta meteo online, un processo che deriva anche dalle indicazioni del dipartimento centrale di Protezione civile».
    Comunque, tutte queste iniziative «Nascono da una sorta di progetto “padre”, Res-Mar, Rete di tutela ambientale nello spazio marittimo, partito nel 2010 e chiuso nel 2013 – conclude Muraglia – Alla Regione complessivamente sono arrivati circa 944 mila euro, dei quali circa 237 mila euro per l’azione di sistema E “modello di prevenzione dinamiche da dissesto idrogeologico”. Così sono iniziati i tavoli di lavoro per comprendere le reali esigenze dei Comuni, alle quali provare a dare risposta con i successivi progetti, Proterina e RiskNet».

    «Noi riteniamo fondamentale il coinvolgimento, e soprattutto la responsabilizzazione dal basso, che chiami in causa molteplici soggetti – racconta la responsabile comunicazione di Arpal, Daniela Minetti – Pensiamo all’alluvione genovese del 2011, in particolare alla fallimentare gestione dell’emergenza nelle scuole. Per questo abbiamo cercato di individuare, per le diverse categorie interessate, un determinato livello di responsabilità all’interno del processo di allertamento e messa in atto delle misure di autoprotezione, individuali e collettive. In questi anni si è lavorato per sensibilizzare i cittadini, tramite numerosi strumenti di comunicazione e materiali informativi diffusi su vari supporti, rispetto ai comportamenti da tenere a tutela della propria incolumità. Incontri ed occasioni formative sono state organizzate in molti Comuni liguri, non soltanto all’interno di scuole e contesti istituzionali, ma anche presso altri luoghi di aggregazione, ad esempio i centri commerciali. Per quanto riguarda le scuole si è lavorato tanto anche a Genova, dove un ruolo di primo piano l’hanno giocato il Comune e la Protezione civile comunale. Da questo processo discendono delle precise scelte operative: mi riferisco al fatto che oggi con lo stato di allerta 2, il grado più alto di allerta, le scuole genovesi saranno sempre chiuse».

    L’associazione Legambiente Liguria, pur possedendo comprovate competenze in materia di prevenzione ambientale, non figura tra i partner dei progetti di cui stiamo parlando. Nonostante ciò, per voce del presidente regionale, Santo Grammatico, riconosce l’importanza di tali iniziative. «Legambiente ha partecipato ad alcuni momenti formativi nell’ambito di Proterina. Senza dubbio si tratta di progetti di valore, perchè effettivamente informazione, formazione, e sensibilizzazione, destinate non solo agli amministratori pubblici ma piuttosto all’intera cittadinanza, sono gli strumenti che riteniamo necessari per convivere con i rischi naturali. Fortunatamente la Comunità Europea mette a disposizione un bacino economico dedicato a questi temi, quindi ben vengano le iniziative promosse dalla Regione negli ultimi due anni. La partecipazione della Fondazione Cima è una garanzia in termini di esperienza. Noi auspichiamo che si prosegua su questa strada perchè c’è bisogno di continuo aggiornamento. Parliamo di progetti che finalmente si attuano con la vera consapevolezza del pericolo. Purtroppo quando le tragedie sono già avvenute, comunque, meglio tardi che mai. Per la prima volta l’anno scorso sono state realizzate delle esercitazioni pratiche di protezione civile sul rischio idrogeologico in alcune scuole, ad esempio nel Comune di Genova e nel Comune di Quiliano (Provincia di Savona)».

    Potenziamento strutture misurazione dati meteo e nuova codificazione allerta

    Il Bisagno in pienaLa parte tecnica dei progetti europei legati alla prevenzione ambientale in Liguria è stata seguita dal servizio di protezione civile della Regione Liguria, e dal Centro Funzionale meteoidrologico di ARPAL. «Proprio in questi giorni, abbiamo realizzato un aggiornamento della rete osservativa presente su tutto il territorio ligure – racconta Elisabetta Trovatore, dirigente del centro meteo-idrologico – Sto parlando della rete Omirl composta da quasi 200 centraline di misurazione dei parametri meteorologici e idrogeologici: pioggie, livello di fiumi e torrenti, misurazione vento, umidità, ecc. Fino ad ora le centraline trasmettevano i dati via ponte radio. Adesso, invece, gli strumenti sono stati aggiornati per trasmettere in Gpsr (in sostanza tramite onde radio). Ciò significa la possibilità di inviare dati in continuazione. Sul sito della Regione “www.allertaliguria.gov.it” sono consultabili i dati in tempo reale. Prossimamente, una volta sistemato il sito, saranno disponibili i dati aggiornati con maggiore frequenza, ogni 10 minuti, rispetto ai circa 30-40 minuti di prima. È un passo avanti notevole, reso possibile dal progetto Proterina Due. Teniamo conto che durante le emergenze i centri operativi presenti nei Comuni e nelle Prefetture prendono decisioni anche basandosi sulla lettura di questi strumenti».

    Grazie a RiskNet, invece, Arpal oggi sta lavorando per rinnovare sistema di allerta meteo, in particolare gli aspetti relativi alla messaggistica e alla codificazione dell’allerta. «Con la futura adozione del nuovo codice colore naturalmente cambieranno anche i messaggi, e di conseguenza il sito web – spiega Trovatore – Arpal gestisce il centro funzionale che quotidianamente elabora il bollettino di vigilanza meteo. Nel caso sussistano dei rischi naturali il bollettino diventa un avviso meteo, che descrive i fenomeni metereologici, al quale si associa un avviso di criticità idrogeologica, stilato dai nostri tecnici sulla base di una modellistica che permette di prevedere gli effetti dovuti a pioggie intense sul livello dei corsi d’acqua. A questo punto subentra un messaggio di allerta di protezione civile. A breve tali messaggi di allerta verranno rimodulati con la nuova codifica a tre colori: giallo, arancione e rosso».
    A livello nazionale, infatti, si sta discutendo la revisione dei meccanismi di definizione dell’allerta meteo secondo un codice colore uniforme su tutto il territorio italiano. «Allo stato attuale da Roma non è ancora stata ufficializzata la descrizione concordata dei tre scenari di rischio, giallo, arancione e rosso – continua Trovatore – tuttavia pensiamo sia questione di pochi mesi. In Liguria stiamo chiudendo la definizione delle procedure, mentre i messaggi sono quasi pronti».
    Sembra, però, che la Regione ritenga opportuno effettuare il passaggio dopo la stagione autunnale, notoriamente la più critica. «Occorre che tutti i soggetti e gli operatori coinvolti facciano propria la nuova codificazione – continua Trovatore – Nel frattempo bisogna cominciare a rapportare gli attuali livelli di allerta con i nuovi codici. La Protezione civile sta già effettuando degli incontri con Prefetti e referenti comunali, in modo da presentare il nuovo sistema, e raccordare tutte le componenti prima di renderlo operativo. È un percorso complicato ma virtuoso».
    Complicato perchè, rispetto ad altre regioni che ci circondano – ad esempio Toscana e Piemonte – le quali hanno già tre livelli di criticità tutti associati alla parola “allerta”, e dunque hanno codificato facilmente il codice colore giallo, arancione, e rosso, la Liguria ha anch’essa tre livelli di criticità, ma non tutti sono attualmente collegati alla parola “allerta”. «Nella nostra regione esiste l’allerta 2, la più grave, che sarà associata al colore rosso, l’allerta 1, che sarà accomunata al colore arancione, e l’avviso per temporali forti, che si trasformerà nella futura allerta gialla – conclude il dirigente del centro meteo-idrologico regionale, Elisabetta Trovatore – In Ligura c’è da superare questo problema, un passaggio in apparenza banale, ma che in realtà modifica il sistema di allertamento regionale, quindi è piuttosto delicato. Comunque, già dalla prossima eventuale allerta, si inizierà gradualmente a comunicare l’associazione con il relativo codice colore. L’idea è quella di passare al nuovo sistema nei primi mesi del 2015».

    Matteo Quadrone

  • Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    ambiente-green-alberi-verde-parchi-natura-DIChi ama andare per boschi e montagne ha una luce speciale negli occhi, ne sono convinta, e sicuramente quella luce l’ho vista brillare negli occhi di Tiziano Fratus, poeta e scrittore bergamasco classe ’75, “cercatore d’alberi” – dal titolo di un suo libro – che è stato più volte ospite (l’ultima volta pochi mesi fa) anche del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
    L’ho incontrato alla presentazione del suo ultimo libro, davanti ad un pubblico che ad un occhio inesperto poteva sembrare eterogeneo, ed era invece composto per la quasi totalità da appassionati ed esperti di montagne e piante. Fratus ha presentato il volume uscito il 5 giugno scorso per Laterza, “L’Italia è un bosco“.

    Non è affatto semplice intervistare Fratus, è difficile fermare il flusso discorsivo di questo scrittore-poeta che ti cattura per la passione, ma anche la cura e quasi il puntiglio con cui spiega la scelta di alcuni alberi e di alcuni luoghi inseriti nel volume, e più in generale l’idea che ha dato vita al libro stesso.
    Non solo un manuale, non proprio una guida, “L’Italia è un bosco” potrebbe essere una sorta di breviario da consultare prima di visitare una regione o di organizzare un trekking per conoscere un punto di vista inconsueto e cercare angoli inaspettati. Oppure un libro da leggere semplicemente per trovare, nelle lunghe fasi in cui si è incollati alla sedia della città, un respiro diverso, un balsamo per ammorbidire le giornate più aspre, quelle fatte solo di impegni, orari, ritardi e scontri.

    barbagelata
    Barbagelata (1120 m.s.l.m.) è il centro abitato più alto della provincia di Genova. Antico borgo contadino, oggi frazione di Lorsica, si trova fra la Val Trebbia e la Val d’Aveto. Il paese è celebre per la triste pagina nella storia della Resistenza quando venne saccheggiato e dato alle fiamme dai nazifascisti nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1944 come rappresaglia per l’appoggio degli abitanti ai partigiani.
    Il vicino passo della Scoglina collega le due valli ed è percorso da un’affascinante arteria stradale, la provinciale 56, immersa nel verde intenso dei bosch liguri.

    La nostra Regione, che come sappiamo di boschi è ricca (qui il nostro approfondimento dei mesi scorsi, realizzato anche con il contributo dello stesso Fratus, ndr), è più volte citata in quest’opera, dal castagneto del Bosco di Grau (Im) ai faggi monumentali di Mallare (Sv), mentre Genova è raccontata sia dai lecci storici presso Barbagelata in Val Trebbia sia dall’orto botanico dell’Università che ospita imperdibili sequoie monumentali. Più a levante, presso il cimitero di Allegrezze a Santo Stefano d’Aveto, le stesse sequoie sono ancora in formazione, ma altrettanto meritevoli di una visita.
    Dopo l’incontro abbiamo avuto modo di chiacchierare con l’autore, “homo radix” secondo la sua definizione, che si è invece dimostrato inaspettatamente esperto anche di vicoli e di mare. Ed anche aperto e chiacchierone, a dispetto dell’immagine che noi liguri abbiamo di chi va per boschi…

    Sembri a tuo agio in questa città, non sempre Genova cattura troppe simpatie al primo incontro…

    «No, voi avete un’opinione troppo severa della vostra città, che invece è molto bella ed è molto più di quanto non ci si aspetti da una città di queste dimensioni. L’unica cosa veramente pesante è il traffico, e le strade strette e difficili da trovare, soprattutto per noi abitanti della pianura… per quanto estrema».

    Estrema?!

    «Sì, nel senso che dove abito io (Trana, in Piemonte, a ridosso della Val di Susa) la pianura praticamente termina ed iniziano le Alpi. Ma ovviamente i nostri spazi di manovra sono infinitamente più ampi!»

    tiziano-fratusCome vive un “cercatore d’alberi”? Voglio dire, se il tuo lavoro è andare per boschi ad esplorare gli alberi, cosa che per noi significa vacanza, tu che fai nel tempo libero?

    «Veramente l’attività che mi viene in mente prima di ogni altra è il mio orto, semino, strappo erbacce e concimo: sono abbastanza fiducioso nei metodi naturali, sia per i concimi che per gli antiparassitari, ma poi ogni tanto anche io spruzzo qualcosa di chimico. A volte è l’unica alternativa ad abbattere la pianta stessa. Comunque amo anche il mare, ricordo che ai tempi del liceo andavo ogni tanto a Varigotti, da un amico che passava lì l’estate; ma conosco anche l’entroterra, e ne conosco bene la solitudine: gli abitanti sono molto molto diversi da quelli della costa, silenziosi, quasi selvatici».

    Per il tuo libro, “L’Italia è un bosco” ho visto che hai cambiato casa editrice. Come ti sei trovato con Laterza?

    «Quando ho pubblicato “Diario di un cercatore d’alberi” per Kowalski ero entusiasta della veste che hanno deciso di dare al volume, molto “pop” e piccolo abbastanza da essere portato in tasca durante le escursioni; ma per quest’ultimo libro, Laterza mi ha veramente coinvolto in tutto il processo decisionale. Sia nella scelta della dimensione, l’impaginazione, la copertina in stile quasi artigianale e poi, soprattutto, hanno inserito le foto, che per me sono essenziali ma che difficilmente gli editori accettano, perchè molto costose. Insomma, mi hanno dato fiducia e dimostrato di credere molto nel mio progetto».

    Hai realizzato un documentario con Manuele Cecconello ambientato fra le grandi sequoie italiane, hai in programma qualcosa di simile per il futuro?

    «Il prossimo passo sarebbe trarre un film da uno dei miei libri: chissà, forse non è un’ipotesi così azzardata… Basta aggiungere pochi ingredienti, se ci pensi la storia potrebbe esserci già. Ma non voglio dire di più, per ora non c’è niente di definito».

    Così abbiamo lasciato il nostro “homo radix” a godersi la frescura serale dei vicoli, mentre avevamo ancora negli occhi il profilo contorto di un pino mugo; certo prendersi il tempo per osservare un albero può essere un gesto poetico forse estremo, per le nostre vite frettolose ad occhi bassi. Ma sicuramente non un gesto inutile.

    Bruna Taravello

  • Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Gestione dei rifiuti a Genova, il futuro non può più aspettare

    Amiu, ad D'Alema e presidente CastagnaLuglio è il mese decisivo per capire le future prospettive della gestione dei rifiuti a Genova. Sullo sfondo resta il caso Scarpino e, dunque, la necessità di superare il conferimento in discarica della frazione organica – causa principale degli sversamenti di percolato all’origine dell’emergenza – tramite un contestuale potenziamento della raccolta differenziata. Per attuarlo, confermano dall’Azienda Municipalizzata Igiene Urbana di Genova, si prevede la realizzazione di un biodigestore anaerobico, destinato al trattamento della parte umida per produrre energia e compost, e l’adeguamento degli attuali depositi temporanei, Campi in Val Polcevera e Volpara in Val Bisagno, per trasformarli in impianti di separazione secco-umido, prima che i rifiuti indifferenziati prendano la via di Scarpino, come peraltro impone la Legge. Inoltre,  parte oggi (1 luglio) la raccolta spinta dell’organico che coinvolge inizialmente tutti gli utenti che, per ragioni professionali (quindi esercizi commerciali, ditte, ecc.), ne producono grandi quantità, passando dagli attuali 750 a 2100; poi toccherà al resto della città.

    Le linee guida sono pronte da mesi (vedi il nostro approfondimento), si attende la presentazione del piano industriale di Amiu – redatto in sintonia con l’azionista dell’azienda, ovvero il Comune di Genova – ed il recepimento delle indicazioni del piano all’interno di una delibera di indirizzo che approderà in Consiglio comunale probabilmente martedì 8 luglio.
    L’obiettivo della Giunta, a dire il vero, era quello di portare la delibera in Aula Rossa entro la seduta di oggi; ma ancora una volta i tempi sono stati disattesi, nonostante la convocazione in fretta e furia di una conferenza stampa nel pomeriggio di ieri in cui l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, avrebbe dovuto illustrare le linee guida che l’Amministrazione vorrebbe fornire alla propria partecipata. Nel primissimo pomeriggio, infatti, la delibera sarebbe dovuta passare al vaglio di una seduta di Giunta straordinaria, ma la convocazione dei giornalisti immediatamente dopo l’approvazione ha fatto salire su tutte le furie molti consiglieri (riuniti a Palazzo Tursi nella Commissione che discuteva il futuro delle aree di Fiera di Genova), che hanno “minacciato” di presenziare alla conferenza stampa. Così, puntualmente, pochi minuti dopo questa presa di posizione, ecco arrivare la revoca della convocazione dei giornalisti. Tra oggi e domani verrà convocata una nuova Giunta straordinaria, chissà se poi toccherà nuovamente ai giornalisti o si aspetterà formalmente un confronto (in Commissione o direttamente in Consiglio comunale) con i consiglieri.

    Il centro Amiu di Bolzaneto e la localizzazione dei nuovi impianti

    Scarpino«La questione Scarpino, le indagini della magistratura, e la situazione emergenziale venutasi a creare con lo sversamento del percolato – spiega Enrico Pignone, consigliere comunale della Lista Doria, conoscitore delle tematiche connesse alla gestione dei rifiuti in virtù della sua precedente esperienza nell’associazione Amici del Chiaravagna – ci impongono di fare particolare attenzione, nella stesura delle indicazioni, tenendo conto dell’improcrastinabile messa in sicurezza e chiusura definitiva di Scarpino 1, dunque ipotizzando una modalità di raccolta differenziata (RD) potenziata secondo la quale i rifiuti umidi non dovranno mai più finire in discarica. Per quanto riguarda la tecnologia dei nuovi impianti previsti, in primis del biodigestore anaerobico, parliamo di impianti a freddo».
    Secondo Pignone «Innanzittutto sarà importante trovare una sostenibilità economica, ad esempio recuperando l’energia prodotta dal biodigestore, e coprendo così, almeno parzialmente, i costi del servizio svolto da Amiu. Se vogliamo riorganizzare il sistema in maniera opportuna, seguendo la filiera dell’economia circolare, prima dobbiamo raggiungere una riduzione dei rifiuti alla fonte. Insomma, occorrono politiche connesse al contenimento dei rifiuti, non possiamo continuare a comportarci come avviene oggi».
    Nel prossimo futuro il servizio dovrà svilupparsi in funzione di un’idea ben precisa «Noi ci stiamo proponendo di aumentare la RD in funzione del recupero di materia, quindi bisogna stimolare la creazione di una filiera industriale per il trattamento e la trasformazione dei rifiuti ai fini del loro recupero e riuso, ovvero la vendita sottolinea il consigliere comunale della Lista Doria – In tal senso è necessario stabilire un rapporto con l’imprenditoria interessata al settore. I privati ci sono, ora dobbiamo mettere in piedi un’organizzazione adeguata per le diverse filiere».
    Magari partendo dal lungimirante esempio del centro Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) – inaugurato nel marzo 2013 – per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, capace di separare e trattare imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak.

    La localizzazione dei nuovi impianti è l’aspetto più delicato dell’intera faccenda. «Prima si prevedeva di realizzarli a Scarpino, oggi dopo tutto quello che è accaduto, investire milioni di euro su quell’area mi sembra decisamente improbabile – spiega Pignone – Stiamo ipotizzando, dunque, di poter usufruire delle aree industriali che l’Ilva di Cornigliano non intende più utilizzare. Spazi che ovviamente interessano a molteplici soggetti. Se il Comune riuscisse a costituire, a Cornigliano, una sorta di polo unico, comprendente il biodigestore ed altri impianti di separazione e trattamento dei rifiuti, sarebbe un buon risultato. Considera che il centro di Bolzaneto in via Sardorella è ubicato presso un capannone in affitto. L’obiettivo è abbattere, per quanto possibile, i costi».
    L’adeguamento dei siti di Volpara e Campi, invece «Rappresenta la risposta all’emergenza legata alla frazione umida – continua Pignone – Si tratta di impianti, non invasivi dal punto di vista ambientale, che separeranno immediatamente la parte organica da quella secca. In Val Bisagno tale progetto ha già suscitato la contrarietà di comitati e cittadini, una reazione comprensibile visto che le persone non si fidano più di una classe politica che per anni ha fatto promesse senza mai mantenerle. Io penso che, se davvero vogliamo essere credibili, nell’arco di quest’anno dobbiamo avviare la realizzazione degli impianti e mettere in pratica una RD efficace, fin da subito, non possiamo perdere altro tempo».
    Biodigestore, impianti di separazione secco-umido, impianti di trattamento, coinvolgimento dei privati per la parte economica «La chiusura del ciclo a freddo vuol dire questo. Per Genova, seguire tale schema, significa diventare una delle prime città, a livello europeo, ad accogliere la filosofia di “rifiuti zero”».

    Il biodigestore

    raccolta-rifiutiLa realizzazione del biodigestore è probabilmente il tassello principale del progetto complessivo. «In termini economici la spesa sarebbe di qualche milione di euro, cifra comunque ridicola rispetto alle centinaia di milioni necessari per costruire un inceneritore – afferma l’esponente della Lista Doria in consiglio comunale – La Regione ci deve mettere una quota. Ma dovremo trovare altre risorse, ad esempio bussando alla Cassa Depositi e Prestiti che prevede una parte di finanziamenti espressamente dedicati a simili impianti. Insomma, le condizioni economiche per immaginare l’intervento ci sono. Io non mi scandalizzerei se Amiu, in questo processo, fosse affiancata da un partner finanziario. Attenzione, però, sto parlando di un partner esclusivamente economico, non industriale, perché sennò si instaurerebbero delle logiche di mercato distanti dalla mission dell’azienda municipalizzata».
    Enrico Pignone conclude lanciando una proposta a prima vista provocatoria ma sicuramente innovativa. «Il Comune potrebbe emettere dei bond comunali (nel linguaggio economico e finanziario obbligazione, nda) tramite i quali i cittadini genovesi avrebbero l’opportunità di acquistare il nuovo biodigestore, impianto che in qualche misura, attraverso la produzione di energia e compost, consentirà una rendita economica. Sarebbe una scelta dei singoli che condividono la filosofia alla base della futura gestione dei rifiuti. Proporre una cosa del genere in Italia sembra fantascienza ma in altri Paesi non è così. Io penso che almeno una parte della copertura economica dell’impianto sarebbe reperibile in questo modo».

    Da rifiuto a risorsa: la produzione di biometano

    Era Superba ha chiesto un parere al prof. Federico Valerio, chimico ambientale da sempre impegnato sul tema della gestione dei rifiuti in città. «Io le posso dire qual è, secondo l’associazione dei Medici per l’Ambiente (Isde), la tecnologia migliore per il trattamento dell’umido. Per una città delle dimensioni di Genova il biodigestore anaerobico può essere una buona soluzione, a patto che sussistano due condizioni in grado di rendere davvero efficiente l’intero processo. La prima è che il digestato, ovvero la parte che resta dopo il trattamento biologico (con l’uso di battere anaerobi), sia sottoposto a trattamento aerobico per migliorare le caratteristiche del compost che, a quel punto, potrà essere immesso sul mercato. Stiamo facendo pressioni su Amiu affinché tenga conto di tale condizione. La seconda è che il nuovo impianto venga utilizzato anche per produrre una particolare forma di metano chiamato biometano (per distinguerlo dal metano fossile). Un biodigestore da circa 50 mila tonnellate, come quello previsto a Genova, potrebbe produrre biometano per coprire il consumo domestico per cucina e acqua calda di tutti i genovesi. Non mi sembra un aspetto per nulla trascurabile. I vantaggi della messa in rete del biometano sono molteplici: si può immagazzinare nei periodi di minor consumo, la sua produzione è costante tutto l’anno, è una fonte di energia rinnovabile e la materia prima, gli scarti organici, è una produzione nazionale».
    La frazione umida destinata al biodigestore «Dovrà essere di ottima qualità – continua Valerio – Per questo motivo sarebbe opportuno sviluppare una raccolta porta a porta, come gli ambientalisti sostengono da anni. Amiu a luglio dovrebbe partire con la raccolta spinta dell’umido prodotto dagli esercizi commerciali, ma poi occorrerà estenderla a tutti i cittadini. Comunque bisogna puntare sulla riduzione di rifiuti alla fonte. Fondamentale è la comunicazione ai cittadini, Amiu dovrebbe impegnarsi di più in questa direzione.».

    Per quanto riguarda l’impiantistica di separazione secco/umido «Dovrebbe riguardare soltanto la parte rimasta non differenziata, si presume un 10-20% di umido – afferma Valerio – I nuovi impianti permetteranno di non conferire l’umido in discarica e, vista la situazione di Scarpino dovuta al percolato, sappiamo quanto ciò sia importante. Inoltre, in prospettiva futura consentiranno il recupero anche di altri materiali. Come avviene nel centro di Bolzaneto in via Sardorella. Dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica l’Unione Europea. Io propongo di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Anche per il prof. Valerio la soluzione più logica sarebbe quella di realizzare un polo unico nelle aree Ilva di Cornigliano, dove presumibilmente troverà ubicazione il biodigestore. «L’insieme di questi interventi rappresenta un passo avanti notevole – conclude Valerio – L’Europa si muove verso la filosofia “rifiuti zero”, verso l’economia circolare che finalmente l’Amiu del presidente Marco Castagna sta promuovendo. Genova oggi è al bivio. Scarpino ormai è insostenibile. Fortunatamente, però, non avere preso decisioni scellerate in passato, mi riferisco alla realizzazione dell’inceneritore, adesso ci offre l’opportunità di imboccare finalmente la strada giusta».

     

    Matteo Quadrone

  • Scarpino, Amiu comunica che si è interrotto lo sversamento di percolato nel rio Cassinelle

    Scarpino, Amiu comunica che si è interrotto lo sversamento di percolato nel rio Cassinelle

    Scarpino, percolato nel torrentePer mesi lo sversamento di percolato dalla discarica di Scarpino 1 direttamente nel rio Cassinelle non si è mai fermato. Prima i frenetici giorni in cui l’emergenza aveva irrotto in Consiglio comunale (qui l’approfondimento) mettendo in imbarazzo l’assessore Garotta, poi le trivellazioni di Amiu e il grido di allarme per la realizzazione di un nuovo impianto di digestione e compostaggio che diventa sempre più urgente (qui l’approfondimento).
    Nelle ultime settimane i dati trasmessi da Arpal in Procura avevano alimentato ulteriormente la preoccupazione degli abitanti per il peggioramento dei miasmi e il colore sempre più innaturale delle acque del rio, oggi, finalmente, arriva una prima buona notizia. Gli sversamenti si sono interrotti, anche se il livello delle vasche rimane al limite e un peggioramento delle condizioni atmosferiche potrebbe far nuovamente tracimare i liquami.

    “Nella giornata di oggi, intorno alle ore 10 – si legge nel comunicato stampa di Amiu – si è interrotto lo sversamento del percolato dalle vasche di stoccaggio. Il fenomeno si è verificato grazie alla costante riduzione della produzione del percolato iniziata nei giorni scorsi quando le precipitazioni meteorologiche si sono interrotte, oltre alla continua raccolta e il successivo invio a smaltimento dello stesso tramite autobotti verso impianti di depurazione esterni: ad oggi, dall’inizio dell’emergenza, le tonnellate smaltite sono arrivate a quota 25.150.”

    Quella attuale si presenta come “Una situazione di equilibrio tra le quantità di percolato in ingresso dalle due discariche (Scarpino 1 e 2) e l’uscita sia con le autocisterne, sia verso il depuratore di Cornigliano dove vengono inviati circa 125 metri cubi/ora corrispondente al livello massimo delle capacità di trattamento dell’impianto”.

    “La situazione continua ad essere costantemente monitorata dal personale Amiu in discarica e tutti gli enti di controllo (Arpal, Settore Ambiente della polizia municipale, Provincia) con la Prefettura, il Comune di Genova e la Regione Liguria sono stati aggiornati sull’evoluzione della situazione: ogni eventuale variazione sarà tempestivamente comunicata”.

    Aggiornamento 22 marzo ore 16

    “Amiu informa che in data odierna, all’incirca alle ore 04,00, è ripreso -anche se in maniera molto limitata- il debordamento del percolato dalle vasche di stoccaggio della discarica di Scarpino”.

  • Liguria Terra Fragile, l’incontro in Provincia e l’appello di WWF e Legambiente alla politica

    Liguria Terra Fragile, l’incontro in Provincia e l’appello di WWF e Legambiente alla politica

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-operePoteva essere il tanto atteso faccia a faccia fra la politica e gli ambientalisti sul tema delle grandi opere e del consumo del territorio, per alcuni sarebbe potuto essere addirittura il giorno della presa di posizione del sindaco Doria sulla Gronda, e invece niente di fatto. Assenti sia il sindaco che l’assessore regionale alle infrastrutture Raffaella Paita, l’incontro pubblico “Liguria terra fragile” promosso da Legambiente e WWF con il patrocinio della Provincia, svoltosi ieri nella sale del consiglio della Provincia di Genova, ha perso molto della sua logica iniziale. Le associazioni ambientaliste hanno comunque lanciato un appello alla politica affinché abbandoni il “totem” grande opera in favore di una discussione fondata sul merito delle questioni.

     «Usiamo la parola “fragile”, ma questo termine viene sovente utilizzato in maniera impropria come se la nostra regione fosse da sempre in questa situazione – sottolinea Santo Grammatico, presidente Legambiente Liguria – in realtà è l’intervento dell’uomo che ha reso via via più fragile il territorio, e questo fattore non deve essere mai dimenticato». A tal proposito «Bisogna rimettere in discussione le scelte del passato – continua Grammatico – in particolare quella relativa all’impermeabilizzazione sfrenata del suolo che dà luogo a disastri ai quali ormai siamo tristemente abituati. Un dato emblematico, estratto da un dossier di Uniontrasporti, ricorda come in Liguria siano presenti ben 98 Km di strade (comunali, provinciali, statali, autostrade, ecc.) che coprono complessivamente 300 Km quadrati di territorio. È evidente come la situazione sia satura, quindi è necessario investire sulla rete stradale esistente e non puntare sulla realizzazione di nuove opere che andrebbero a tagliare ulteriormente i versanti montuosi».

    Oggi la discussione verte sulle “infrastrutture” e sul cemento necessario per costruirle, senza entrare quasi mai nel merito delle diverse questioni, magari con il supporto di analisi costi/benefici indipendenti. E il panorama ligure non si discosta più di tanto da quello nazionale. Questo il senso dell’appello lanciato dalle associazioni, come spiega Edoardo Zanchini, vice presidente nazionale di Legambiente: «In Italia la vera questione è cambiare i termini del dibattito sulle opere infrastrutturali che, invece, sembra essere tuttora ancorato al contesto pre-crisi quando, a partire dal 2001, intorno alla Legge Obiettivo (Legge n. 443 del 2001, programma delle infrastrutture strategiche) si è costruita una bolla di sogni in cui tutto sembrava possibile, ed ogni realtà italiana ha provato a candidarsi, ciascuna con la sua grande opera, per entrare dentro quel percorso».
    In questo momento in Italia si dovrebbero costruire ben 175 opere trasportistiche per un totale di circa 375 miliardi di euro. «Il Paese probabilmente non ha neppure 1/10 di tali risorse – continua Zanchini – Tra l’altro sono costi sottostimati perché, quasi nella totalità dei casi, si tratta di progetti preliminari. Tuttavia, sono opere che vanno avanti, perlomeno sulla carta. Evitando che la politica, a tutti i livelli, dai singoli Comuni al Governo, si assuma la responsabilità di dire “No quest’opera non si può fare, quest’opera non è concretamente finanziabile”. Tutto ciò è stato superato grazie alla Legge Obiettivo che permette di costruire per lotti costruttivi (ovvero intanto si apre il cantiere e poi si attendono le risorse per proseguire), è il caso di Gronda e Terzo Valico a Genova».

    Per Stefano Lenzi del WWF Italia «La Legge Obiettivo è la più grande operazione clientelare portata a termine in Italia, in cui si realizza la connivenza tra gli studi di progettazione delle grandi società ingegneristiche e la politica. La Legge Obiettivo stato un macroscopico fallimento, è servita soltanto per mettere timbri su progetti dissennati, infilarli nel cassetto e nel frattempo soddisfare le clientele locali». Secondo Lenzi «Lo Stato ha abdicato alla sua capacità di pianificazione e programmazione. Oggi, secondo il rapporto del servizio studi della Camera, risultano effettivamente pagati per opere concluse soltanto 9 miliardi sul monte di 375 miliardi di euro, cioè il 2% del costo complessivo».

    Ma quali sono le priorità sulle quali occorre al più presto concentrarsi? «Il tema delle città e della mobilità urbana, ad esempio, è completamente assente nella Legge Obiettivo – sottolinea Zanchini – Le linee dei tram e delle metropolitane, insomma, non hanno alcuna speranza di essere realizzate. Altro tema fondamentale è il trasporto merci. La politica pensa ai grandi collegamenti come la Tav in Val di Susa, il Valico del Brennero, il Terzo Valico, ecc., così il dibattito riguarda esclusivamente le infrastrutture a scapito dell’analisi sulle dinamiche del traffico merci. Prendiamo il caso del Terzo Valico che, nella migliore delle ipotesi, sarà completato tra 20 anni. Nel frattempo non si fa nulla di altro. La discussione dovrebbe concentrarsi sul sistema portuale genovese nel suo complesso (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), sulle strategie per semplificare entrata/uscita delle merci dai terminal portuali, sul rendere più efficiente la gestione del trasporto ferroviario all’interno dello scalo, ecc. E solo successivamente potremmo ragionare sulle linee di valico in un’ottica regionale e non solo genovese».

    Matteo Quadrone

  • Boschi Superbi, il territorio boschivo genovese: gestione, manutenzione e valorizzazione

    Boschi Superbi, il territorio boschivo genovese: gestione, manutenzione e valorizzazione

    valtrebbia-verde-alberi-bosco-ambienteForse non sarà il Wienerwald, il “polmone verde di Vienna” con i suoi 6000 chilometri di ampiezza, ma si tratta comunque di un’area boschiva di tutto rispetto. Parliamo della nostra cintura verde, i boschi di Genova, la macchia mediterranea in riviera, alternata a pinete che nelle zone interne diventano bosco misto e poi faggete; foreste, talvolta anche molto fitte e scoscese, popolate principalmente da cinghiali che si spingono anche entro l’area urbana genovese.  Ma si possono incontrare anche i caprioli, specialmente in Val Trebbia e nella Valle Stura, e i lupi in Val d’Aveto o Val Graveglia. Un patrimonio verde significativo di cui andare orgogliosi, da conservare e valorizzare.

    Dalle attività agricole ai “boschi deboli”

    L‘ultimo censimento Istat dell’agricoltura (2010) ha fotografato per la provincia di Genova una riduzione del 40% del numero di imprese agricole rispetto al precedente del 2000 (anche se gli occupati nel settore negli ultimi anni sono in crescita e diminuisce l’età media dei conduttori, ndr); questo progressivo abbandono ha rappresentato un danno in termini puramente economici – poiché un terreno agricolo che ritorna bosco perde buona parte del proprio valore – ma anche di salute del territorio, in quanto il bosco che si forma in maniera casuale è spesso un bosco “debole” con molti arbusti e pochi alberi, facilmente attaccabile dagli incendi e con radici in grado di assorbire meno acqua rispetto a giovani alberi in crescita.

    Il territorio non presidiato dall’attività umana resta a carico della pubblica amministrazione, se appartenente al demanio, oppure è lasciato al buon cuore dei proprietari, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

    Infatti anche se siamo la regione in Italia con la maggior percentuale di territorio boschivo, e Genova ne è la provincia più ricca (circa il 50% del territorio), la percentuale di necromassa (piante morte) è più che doppia rispetto alla media nazionale (13,2 metri cubi contro i 5,2 di media nazionale per gli alberi “morti in piedi”; 3,1 contro 1,3 per i “morti a terra”). Questo potrebbe essere dovuto in parte agli estesi rimboschimenti di conifere del secolo scorso, che ponendo gli alberi a latitudini non particolarmente favorevoli li ha resi più fragili e più facilmente soggetti alle epidemie, che peraltro negli ultimi decenni sono state particolarmente diffuse. D’altra parte la macchia mediterranea, tipica delle nostre zone, è composta da piante che possono resistere alla siccità grazie alla composizione del loro fusto: ciò però le rende anche estremamente infiammabili. Quando arrivano le piogge violente, parte di questi alberi morti si aggiungono agli altri già caduti intasando ulteriormente il flusso delle acque nel breve viaggio dal bosco al mare.

    Regione Liguria: la Banca della Terra e il bando per la gestione di 7000 ettari di bosco pubblico

    Lago del Brugneto LiguriaÈ quindi l’incuria del territorio il nemico principale, ed è anche l’unica cosa sulla quale si può veramente agire.
    Per questo, o anche per questo, la Regione Liguria ha deciso di correre ai ripari, e a novembre la Giunta ha approvato il Ddl sulla Banca della Terra, per favorire il recupero del territorio e restituirlo all’uso, sia agricolo che selvicolturale. «Vogliamo favorire il recupero produttivo delle aree a vocazione agricola abbandonate o sottoutilizzate – aveva spiegato in quell’occasione l’assessore Barbagallo, promotore della proposta – e perseguire anche l’aumento della superficie media aziendale, la costituzione di unità produttive più ampie ed efficienti, con enormi conseguenze anche sul piano occupazionale e di reddito, tenendo conto che il 70% delle aziende vitivinicole liguri sono sotto l’ettaro di superficie».
    In sostanza si vorrebbero convincere i proprietari di terreni ad occuparsene, e gli enti locali ad essere meno negligenti, instaurando una sorta di circolo virtuoso. «Ma – sottolineava Barbagallo – siccome non tutti possono dedicarsi all’attività agricola la legge prevede che le terre di cui i proprietari non possono o non riescono a prendersi cura siano trasferite nella disponibilità di chi vuole farne uso, attraverso un soggetto terzo garante».
    Il soggetto terzo dovrebbe essere un Fondo affidato alla gestione di Filse, la finanziaria regionale, con una dotazione finanziaria iniziale di 1,3 milioni di euro che dovrebbe servire a favorire il riordino finanziario delle aziende esistenti, svolgendo una funzione del tutto simile ad una banca. Vedremo poi, nel concreto, quanto i diffidenti liguri saranno disposti a concedere e quanto le istituzioni vorranno credere in questo provvedimento, che in Toscana sta muovendo i primi passi operativi mentre in Sicilia è già una realtà con alcuni appezzamenti sulle Madonie dati in gestione a cooperative di giovani. Altre Regioni, invece, hanno preferito battere strade diverse: ad esempio, la Regione Lombardia, che ha problemi di sotto utilizzo del patrimonio boschivo, incentiva la meccanizzazione delle aziende selvicolturali con finanziamenti e corsi di formazione.

    Castagne-autunno-bosco-torriglia-D2
    Frammentazione della proprietà – Tanti appezzamenti in capo a soggetti diversi erano dovuti, in origine, al tentativo di salvarsi anche in annate climaticamente ostili: in caso di grandinate o temporali molto localizzati, tipicamente liguri, il raccolto andava perduto solo su una parte e non sul totale delle proprietà. Poi il passare delle generazioni ha ovviamente acuito questa caratteristica che, unita al territorio spesso aspro e ripido, ha reso l’uso degli attrezzi a motore quasi proibitivo.

    Una direzione, quella intrapresa dalla Giunta, assolutamente condivisibile, anche perché oggi la frammentazione della proprietà è una delle cause principali che portano all’abbandono del territorio.

    Nella sede di Piazza De Ferrari, tuttavia, devono soffrire di bipolarismo. La stessa Giunta che ha avuto il merito del Ddl sulla Banca della Terra per le aree a vocazione agricola, infatti, ha preso una decisione controversa per quanto riguarda la gestione delle selve più remote e apparentemente meno strategiche. Se le norme severe volte alla protezione dell’integrità ambientale (norme alle quali sono sottoposti anche i terreni dei privati che ricadano nei Sic – siti di importanza comunitaria) in alcuni casi impediscono di fatto lo sviluppo di attività agricole o boschive (vietato l’uso della motosega, vietato aprire sentieri anche solo per disboscare, piani di impatto ambientale prima di tagliare alberi o modificare casolari), ecco il bando regionale che scade questo mese per la concessione di 7 lotti di bosco pubblico con durata di dodici anni (3 in provincia di Imperia, 2 a Savona, 1 a testa per Genova e La Spezia, quasi tutti in aree Sic) per lo svolgimento di attività da iscrivere alla Camera di CommercioCerto, gli assegnatari dovranno rispettare il Piano di assestamento (su cui la Regione avrà potere di controllo) o predisporne uno idoneo qualora manchi per quella specifica zona, tuttavia i concessionari che arriveranno quali ospiti paganti potranno scegliere “l’offerta tecnico gestionale” da presentare; viene naturale chiedersi: sarà sufficiente il potere di controllo della Regione ad evitare utilizzi impropri del territorio? 

    Boschi di Genova: cosa ne pensa Tiziano Fratus?

    Abbiamo raccolto il pensiero di Tiziano Fratus, “homoradix” per eccellenza, una passione per gli alberi secolari e la capacità unica di ascoltare il respiro che ogni bosco possiede. «I liguri hanno gli stessi difetti di tutti gli altri italiani, in ogni zona si presentano le stesse dinamiche. La Regione dovrà tutelare i luoghi che darà in concessione con il nuovo bando e non dovrà limitarsi a sperare che i privati riescano dove lo Stato non è riuscito. Se fosse questa la strategia, suonerebbe ridicola. Sia chiaro, la partecipazione dei cittadini alla gestione, il cosiddetto partenariato sociale, è una strada in cui credo anch’io, ma la gestione in toto ad un privato non è a mio modo di vedere la soluzione migliore per recuperare i terreni boschivi».
    La Liguria è una regione di cui Tiziano si è occupato più volte, sia nel suo libro “L’Italia è un bosco” sia nella rubrica settimanale su La Stampa, “Il cercatore d’alberi”: da Villa Hanbury alle sequoie della Val d’Aveto, passando per quelle, monumentali, di Pegli, dell’Orto Botanico e di Villa Serra. «La Liguria dell’entroterra è ben diversa da quella di costa, sono due mondi che non si parlano». Che non sia arrivata l’ora di provare a far loro scambiare almeno due chiacchiere?

    Bruna Taravello

  • Scarpino, comunicazione Arpal: nessun mistero, consegnati i dati sui metalli pesanti

    Scarpino, comunicazione Arpal: nessun mistero, consegnati i dati sui metalli pesanti

    ScarpinoIeri Arpal ha diffuso con una nota stampa chiarimenti sull’emergenza ambientale (qui l’approfondimento di Era Superba) innescatasi per il territorio della Val Chiaravagna e per l’intera città di Genova dopo i continui e incontrollati sversamenti nel rio Cassinelle di percolato proveniente dalla discarica di Sarpino 1.

    Arpal precisa che “Tutti gli aspetti sanitari, compresi quelli relativi a eventuali sintomatologie, sono stati trattati da rappresentanti della Asl, in quanto non di competenza Arpal”. Tuttavia, “al fine di smorzare le recenti polemiche – spiega nella nota il direttore generale Arpal Roberto Giovanetti – comunico che si stanno esaurendo i tempi tecnici necessari all’analisi dei parametri ricercati, compresi i metalli pesanti. Così come avvenuto nei giorni scorsi, gli ultimi risultati stanno per essere trasmessi alla Procura e, successivamente, ad Asl e Comune: non c’è alcun mistero, ma solo la necessità di aspettare i tempi delle analisi e di rispettare il vincolo del segreto istruttorio, cui siamo tenuti in quanto ufficiali di polizia giudiziaria. Mi auguro che la professionalità dei nostri tecnici contribuisca a rafforzare in tutti la fiducia nei confronti degli enti di controllo, al di là delle polemiche di questi giorni”. 

    Pochi minuti fa, è arrivata la conferma dell’invio ufficiale in Prefettura dei dati completi, tra cui i valori riguardanti i metalli pesanti che sono insolubili nell’acqua, cancerogeni e mutageni (cioè che possono intervenire a livello di mutamenti genetici) presenti nel liquido sversato nel rio Cassinelle e, di conseguenza, nel Chiaravagna.

    “Arpal conferma di aver inviato in Procura gli esiti completi delle ultime analisi disponibili, che integrano con vari parametri (metalli pesanti, etc.) quanto precedentemente trasmesso, e di aver anticipato valori di possibile interesse sanitario dei campioni prelevati il 23 e 24 gennaio. […] Gli stessi risultati sono stati tempestivamente inviati ad Asl e Comune di Genova per le rispettive competenze”.

    “Arpal informa che, a seguito di valutazioni finalizzate all’attività del Pubblico Ministero, la frequenza dei campionamenti è stata ridotta a due prelievi a settimana”.

  • Emergenza Scarpino: nuovi sversamenti e i risultati delle analisi sono incompleti

    Emergenza Scarpino: nuovi sversamenti e i risultati delle analisi sono incompleti

    Scarpino, percolato nel torrente
    Il rio Cassinelle sulle alture di Sestri

    Finalmente i primi dati. Richiesti a gran voce dai consiglieri già nelle scorse settimane e anticipati ieri mattina dall’edizione genovese di Repubblica, ecco arrivare i risultati ufficiali delle prime analisi di Arpal sul percolato di Scarpino. Purtroppo, però, mancano gli elementi più importanti, quelli che riguardano gli eventuali metalli pesanti – insolubili nell’acqua, cancerogeni e mutageni, cioè che possono intervenire a livello di mutamenti genetici – presenti nel liquido sversato nel rio Cassinelle e, di conseguenza, nel Chiaravagna.

    «Il Comune di Genova – commenta Andrea Agostini di Legambiente – è nelle condizioni che se un matto versa del cianuro in un fiume, dopo una settimana non è in grado di sapere che cosa sia stato sversato mentre la gente nel frattempo si ammala». Fuor di metafora, di fronte a un disastro ambientale come quello di Scarpino, il problema non è più tanto la capacità delle vasche di raccolta del percolato ma piuttosto quello di capire da che cosa sia realmente composto questo percolato. «Finora – prosegue Agostini – si sta parlando solo di acqua sporca e puzzolente, con un po’ di ammoniaca che comunque si diluisce. Ma noi vorremmo anche che si cercasse di capire se ci sono dei veleni. D’altronde, Pericu era già stato indagato per la presenza di pcb e idrocarburi policiclici aromatici provenienti da Scarpino 1. Ci sono ancora? Se così fosse il percolato non potrebbe andare al depuratore né tantomeno nel rio Secco o nel Cassinelle, ma le acque velenose andrebbero smaltite in zone sicure. Perciò abbiamo fatto un esposto alla procura affinché si faccia luce rapidamente su questi elementi e su quella che definirei “innocenza criminale” dell’amministrazione». Nel frattempo, sono arrivati anche i primi tre indagati: si tratta del direttore degli impianti di smaltimento di Scarpino, del responsabile della qualità e dei laboratori di analisi e di un tecnico, tutti dipendenti di Amiu.

    Oltre ai dati sui metalli pesanti, mancano anche le analisi sulle percentuali di BOD (domanda biologica di ossigeno) che indica la potenziale riduzione di ossigeno disciolto nell’acqua con conseguenti possibili effetti ambientali negativi.

    «Arpal – ha detto l’assessore all’Ambiente, Valeria Garottami ha anticipato che le analisi mancanti dovrebbero arrivare entro fine settimana. A quel punto indiremo una conferenza stampa congiunta per spiegare nel dettaglio quanto sarà trovato perché il Comune in questo caso è l’anello debole. Oggi, infatti, posso solo fornire i dati così come mi sono stati inviati, ovvero senza nessun supporto tecnico esaustivo a commento».

    «Arpal e Asl3 – attacca Enrico Pignone, capogruppo della Lista Doria e storico membro dell’associazione “Amici del Chiaravagna” – si sono nascoste dietro un ipotetico e inesistente veto della Procura alla diffusione dei dati. Forse perché Asl si è accorta di non essere intervenuta finora ma che lo avrebbe dovuto fare già da tempo? Perché, se non c’è pericolo per l’incolumità delle persone, questi dati non sono stati resi pubblici subito? Che cosa vogliono nascondere?». Da qui i sospetti anche sui ritardi riguardo le analisi più importanti. Che sia stato trovato qualcosa di non proprio “regolare”? O che Arpal non sia in grado di fare direttamente queste analisi? «D’altronde – spiega Agostini – si tratta di studi piuttosto complessi e costosi per cui Arpal non riceve finanziamenti dalla Regione Liguria, limitati alle sole analisi biologiche che non nulla hanno a che vedere con quelle chimiche necessarie in questo caso».

    I dati del disastro ambientale

    Percola to da Scarpino nel rio CassinelleA proposito di dati, eccone alcuni. Innanzitutto la quantità di percolato. Dal 16 gennaio, secondo quanto riportato in aula consigliare dall’assessore Garotta, mediamente da Scarpino 1 arrivano 4600 metri cubi di percolato al giorno. Nel 2011 la media era di 1800 mentre, negli ultimi due anni, dopo gli interventi di messa a regime del percolatodotto, erano scesi a 1500 mq al giorno. Ma la capacità attuale del percolatodotto si attesta sui 3000 mq/giorno: dunque, finché non si riuscirà a riportare il livello di liquami sotto questa soglia, continueranno gli sversamenti dal momento che non sono state evidenziate soluzioni tecniche (autobotti, teli impermeabilizzanti) utili e sufficienti a fronteggiare l’emergenza.
    A questo punto è indispensabile analizzare i dati – almeno quelli finora disponibili – riguardanti i corsi d’acqua che subiscono questi sversamenti. Partiamo dalla presenza di azoto ammoniacale, l’elemento più fastidioso all’olfatto. La legge n. 152/2006 anche nota come “Testo unico ambientale” prevede un limite di 15 mg/l, ma alla confluenza tra il rio Cassinelle e il rio Bianchetta i dati di Arpal parlano di valori altalenanti tra i 2 e gli 83 mg/l. In particolare, nell’ultimo rilevamento compiuto, la quota registrata è stata di 53 mg/l: ben oltre i limiti di legge.
    Gli altri numeri riguardano la COD (domanda chimica di ossigeno) che misura la quantità di ossigeno utilizzata per l’ossidazione di sostanze organiche e inorganiche contenute: un valore alto comporta una ridotta capacità di autodepurazione dell’acque e quindi la difficoltà a sostenere forme di vita. Il limite per la vita dei pesci sarebbe di 1 mg/l, ma in questo caso i valori registrati oscillano tra i 10 e 365 mg/l, con l’ultimo rilevamento assestato a 110 mg/l. Siamo, dunque, rientrati nei parametri di legge che fissano il limite a 160 mg/l ma… poveri pesci.

    Su queste analisi, Asl3 sostiene che non ci sia alcun pericolo per la salute dei genovesi e che non sia dunque necessario prendere ulteriori misure precauzionali da parte dell’amministrazione. Pur senza voler creare inutili allarmismi, va sottolineato però che siamo di fronte a una valutazione incompleta finché non verranno resi pubblici tutti i dati, metalli pesanti compresi.
    C’è un ulteriore elemento su cui sarebbe necessario fare chiarezza. L’assessore Garotta, riferendosi alle comunicazioni di Asl, ha parlato di «valutazioni su rilevamenti Arpal fino al 22 gennaio». Ma il 22 gennaio è passato da una settimana: che cosa è successo nel frattempo? E perché si è aspettato così tanto per rendere pubblica questa informazione?

    Il lungo dibattito in Consiglio comunale

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sulla stessa linea anche gli interrogativi di diversi consiglieri che, in sala Rossa, hanno dato vita a un dibattito piuttosto infuocato, sfociato nella richiesta da parte delle opposizioni delle dimissioni dei vertici Amiu e dell’assessore Garotta (e c’è stato persino chi – Alfonso Gioia, Udc – ha suggerito il possibile sostituto: Raphael Rossi).

    «Da preoccupazione che il territorio ha sempre manifestato verso la discarica di Scarpino – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Enrico Pignone – la situazione si sta trasformando in un vero e proprio incubo. Ed è ancora più preoccupante che i dati sulle analisi, che sembra parlino di valori di veleni 50 volte superiori rispetto alla norma, arrivino prima ai giornalisti che ai consiglieri».

    Antonio Bruno, capogruppo della Federazione della Sinistra, porta invece la sua esperienza personale: «Amiu ha continuato a negare lo sversamento che io stesso avevo visto con i miei occhi finché non abbiamo pubblicato le foto sul web. Solo allora è arrivata la conferma ufficiale. Ma se non c’è nulla da nascondere perché i cittadini non sono stati informati?».

    Molto articolato l’intervento del Movimento 5 Stelle a cura del consigliere Stefano De Pietro. I grillini, dopo una dettagliata ricostruzione delle situazioni che hanno portato all’emergenza di oggi, chiedono: «Che fine ha fatto il progetto Amiu di “strippare” l’ammoniaca a Scarpino per distillazione, usando il biogas prodotto dalla discarica? Forse è meglio, per Amiu, potersi fregiare di produrre energia elettrica dallo stesso gas, invece che pensare ad un problema di salute pubblica. E dove finisce adesso tutto questo? In mezzo alle barche del porto turistico di Sestri, tra le case di recente costruzione, in un’area che si chiude su se stessa per la presenza di dighe e moli, quindi con il pericoloso effetto di una possibile concentrazione in zona di metalli pesanti sul fondo e di miasmi in aria».

    Salemi (Lista Musso) fa, invece, un salto nel passato e ricorda come già 17 anni fa, l’allora assessore regionale all’Ambiente, sostenesse che la situazione di Scarpino fosse «precaria perché sono necessari interventi di risanamento e perché si tratta di una discarica che non potrà avere una lunga vita».

    Più politica la polemica sollevata da Lilli Lauro, capogruppo PdL: «L’ex sindaco Vincenzi è nelle grane per non avere dimostrato responsabilità nella gestione della salute dei cittadini, io chiedo a lei, sindaco Doria, che responsabilità abbia in questo caso, visto che nelle sue linee programmatiche non si fa cenno alcuno a Scarpino».

    L’argomento, affrontato nelle more di un articolo 55, ha visto un intervento per ogni gruppo politico e ha messo sul piatto tante domande che restano ancora senza risposta. A queste, il legambientino Agostini ne aggiunge un’altra: «Possibile che quest’acqua di falda incontrollata che causa un aumento a dismisura del percolato sia venuta fuori solo oggi, quando dal 2010 Arpal ha tra i suoi consulenti il professor Renzo Rosso, ordinario di ingegneria idraulica del Politecnico di Milano? Possibile che Rosso, che si è occupato dei lavori di regimentazione delle acque di Scarpino 2, non si sia mai accorto di nulla in quattro anni?».

    Il capogruppo del Pd, Simone Farello, dopo aver sottolineato come tutti debbano prendersi le proprie responsabilità, «perché l’unico modello del ciclo dei rifiuti a Genova è sempre stato basato sulla discarica in proroga e in continua deroga e non è mai stato ottenuto alcun risultato su questo piano perché si è assistito a un continuo cambiamento di linee programmatiche», ha evidenziato come spetti alla giunta indicare una soluzione strutturale del problema, al di là dell’emergenza. «Non possiamo continuare a tenerci la discarica perché non siamo d’accordo con i piani industriali presentati da Amiu» ha concluso l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi.

    Gli sversamenti inquinanti proseguono: e adesso?

    È davvero difficile, al momento, capire come uscirne. Anche perché lo stesso sindaco Marco Doria ha ricordato che «se fosse ipoteticamente chiusa Scarpino 2, gli sversamenti continuerebbero in quanto provenienti dalla discarica di Scarpino 1, chiusa da anni. È, dunque, indispensabile come prima cosa intercettare i flussi d’acqua sotterranei che arrivano da Scarpino 1». E in questa direzione sta intervenendo Amiu, come ha spiegato l’assessore Garotta: «Sono in corso gli studi idrogeologici per valutare come intercettare l’acqua a monte delle vasche di raccolta del percolato. Abbiamo poi chiesto ad Amiu di migliorare l’impermeabilizzazione superficiale di Scarpino 1 e studiare la realizzazione di nuove vasche, dal momento che non è strutturalmente possibile alzare quelle vecchie. Inoltre, il nuovo depuratore (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), che avrà sede nell’area ex Ilva, dovrà essere in grado di trattare una quantità maggiore di percolato rispetto a quella attuale, con l’eventualità della realizzazione di un piccolo depuratore per il trattamento del percolato direttamente nel polo impiantistico di Scarpino. Infine, abbiamo chiesto ad Amiu di avviare la progettazione definitiva per la realizzazione dell’impianto di trattamento dell’umido con biodigestione e compostaggio nella nuova parte a freddo di Scarpino: solo così potremmo concretamente potenziare anche la raccolta differenziata dell’umido».
    Per raggiungere tutti questi obiettivi il più rapidamente possibile, l’assessore sottolinea che «tutti dovremo fare la nostra parte: cittadini, Comune, Amiu ma anche la Regione affinché una parte dei fondi europei strutturali siano dedicati alla realizzazione dell’impianto dell’umido».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scarpino, emergenza liquami: necessario un depuratore ad hoc

    Scarpino, emergenza liquami: necessario un depuratore ad hoc

    scarpino-discaricaProseguono gli sversamenti di percolato a Scarpino. Le vasche di raccolta non riescono più a contenere la quantità di liquami proveniente della discarica e, di conseguenza, i rivi Cassinelle e Chiaravagna continuano a colorarsi di scuro (come documentato nel weekend sulla pagina facebook dell’attivo Comitato Alta Val Chiaravagna). Nel contempo, i tecnici di Arpal si prodigano senza sosta nell’esecuzione di analisi e rilievi per accertare le cause dell’aumento della portata delle sorgenti d’acqua che numerose scorrono sotto il monte trasformato in discarica, e per verificare la fattibilità di un intervento di innalzamento delle pareti delle vasche del percolato, allo scopo di aumentarne la capacità. Tuttavia, a distanza di quasi dieci giorni da quando sono avvenuti i primi sversamenti – l’11 gennaio scorso – non sono ancora stati resi pubblici i dati relativi al danno ambientale che è stato provocato (e che, purtroppo, continua ad essere reiterato).

    «So che Arpal ha trasmesso i dati alla Asl – afferma l’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta – Mi aspetto che lunedì (oggi, ndr) li trasmetta anche a noi. Poi, se la Procura ci autorizzerà, li renderemo pubblici». Come è noto, infatti, la Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta sugli sversamenti di percolato, inchiesta che è stata unificata a quella già in corso sulla gestione della discarica di Scarpino da parte di Amiu.
    «Negli ultimi tre anni abbiamo speso 4 milioni per limitare il percolato – ha dichiarato venerdì scorso il sindaco, Marco Doria, in occasione del suo sopralluogo a Scarpino – tra regimazione e canalizzazione delle acque della discarica, in modo che queste non andassero ad intercettare i rifiuti, riducendo la produzione di liquami, su base annua, del 40% circa».
    Ma alla luce delle vicende degli ultimi giorni è evidente la necessità di ulteriori interventi e dunque di altri investimenti.

    «Io mi aspetto che la Regione ci dia una mano – sottolinea l’assessore Garotta – almeno per gli interventi sugli impianti di trattamento dei rifiuti perché non è pensabile che si possano finanziare solo con le entrate tariffarie, a meno di non imporre ai cittadini una tariffa molto alta».
    Da questo punto di vista, il consigliere regionale del Gruppo Misto, Raffaella Della Bianca, giovedì scorso ha presentato un’interrogazione urgente per chiedere alla Giunta e all’assessore competente se «La Regione Liguria sta mettendo in atto tutti gli strumenti di verifica necessari per capire com’è effettivamente la situazione di Scarpino e per quale motivo i fondi europei stanziati nel programma specifico all’Asse 3 del POR “Sviluppo Urbano” e risorse naturali non siano stati utilizzati per la messa in sicurezza della zona».

    Comunque sia, a Scarpino la situazione resta davvero molto complicata, come racconta l’ex consigliere provinciale dei Verdi e voce dello storico Comitato per Scarpino, Angelo Spanò: «C’è un continuo andirivieni di autobotti che arrivano e partono in direzione La Spezia per portare via il percolato. Ma i camion non fanno in tempo a partire che già le vasche di raccolta sono nuovamente piene».
    Spanò ricorda come «Del percolato se ne parli solo ogni tanto ed in casi eccezionali, eppure è un problema endemico. I liquami non devono finire nei corsi d’acqua perché è vietato dalla Legge e neppure al depuratore di Cornigliano che non è adatto a tale scopo. La nostra proposta è quella di deviare il percolato sulla rete di condotte collegata al depuratore di Sestri Ponente». Quest’ultima sarebbe una soluzione tampone, perché, continua il rappresentante del Comitato per Scarpino, l’unica soluzione definitiva è «La progettazione e realizzazione, da parte di Amiu, di un depuratore adeguato a trattare il percolato, quindi di un nuovo impianto in grado di sostituire quello risalente ad anni fa, oggi inservibile. Insomma, è necessario un depuratore ad hoc per i liquami pericolosi che, una volta trattati, se idonei, potranno essere gestiti con le normali procedure».

    L’esponente dei Verdi ha chiesto pubblicamente le dimissioni dell’assessore Garotta per manifesta incapacità nel gestire l’emergenza. «Attualmente sembra che i liquami contaminati prodotti da Scarpino 1 (la parte antica della discarica, chiusa nel ’95) vadano in buona parte nel rio Cassinelle, mentre la quantità che riescono a recuperare nelle vasche di raccolta viene inviata presso un impianto di La Spezia. L’assessore Garotta ha dichiarato alla stampa che “il percolato proveniente da discarica non può essere trasportato nei nostri depuratori e proprio per questo lo portiamo a La Spezia”. Stiamo parlando esclusivamente del percolato di Scarpino 1 che, secondo i tecnici di Amiu, dovrebbe contenere minori sostanze inquinanti rispetto al percolato prodotto da Scarpino 2 (ovvero la parte più recente della discarica, aperta nel ’95) il quale, invece, viene mandato al depuratore di Cornigliano. È palese la contraddizione tra le parole dell’assessore e la realtà dei fatti. E per noi ciò non è ammissibile».

     

    Matteo Quadrone

  • Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    abitazioni-case-DIUna proroga che fa discutere sul metodo e nel merito, perché una materia tanto delicata quanto cruciale per il destino del territorio ligure – ovvero l’urbanistica –meriterebbe di essere trattata nel suo complesso, magari attraverso una vera e propria riforma a livello regionale. Nel dicembre scorso, invece, il Consiglio regionale della Liguria ha approvato il collegato alla legge Finanziaria regionale 2014 – con 24 voti favorevoli (centrosinistra e Pdl-Nuovo centrodestra), 9 contrari (Pdl-Forza Italia, Lega Nord, Lista Biasotti e Gruppo Misto-Riformisti italiani) e un astenuto (Giacomo Conti della Federazione della Sinistra) – che contiene, tra l’altro, la proroga del piano casa (scadenza 31 dicembre 2013) – uno strumento nato nel 2009 su impulso del Governo Berlusconi che avrebbe dovuto avere un carattere eccezionale e temporaneo al fine di rilanciare l’attività edilizia colpita dalla crisi economica – al 31 giugno 2015, consentendo così per un altro anno e mezzo ampliamenti di volume degli edifici esistenti e premi volumetrici fino al 35% per chi demolisce e ricostruisce.

    Il punto di vista della politica: riflessioni e dibattito

    «La proroga del piano casa fino al 30 giugno 2015 – spiega l’assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica, Gabriele Cascino (Idv) – si prefigge di dare respiro ad un settore in crisi, attraverso tanti piccoli interventi di ristrutturazione edilizia che prevedono il miglioramento energetico e sismico degli edifici, senza l’autorizzazione di nuove costruzioni». Cascino, inoltre, sottolinea come «da almeno 15 anni nella legislazione nazionale, e quindi di tutte le regioni italiane, sia previsto l’istituto della sostituzione edilizia per favorire la rigenerazione, la riqualificazione anche energetica degli edifici esistenti, a discapito delle nuove costruzioni, con la possibilità di demolizione e ricostruzione con un premio del 20% secondo le previsioni del piano urbanistico comunale. Norma che deriva dal principio, da me condiviso, di costruire sul costruito. il piano casa della Regione Liguria ha limiti molto precisi, opera con gli stessi criteri citati e non autorizza nessuna nuova edificazione». In particolare «Il piano prevede l’ampliamento solo degli edifici esistenti non superiori a 450 mq e per ottenere un ulteriore premio del 10% è necessario adeguarli alla normativa antisismica e al rispetto del rendimento energetico – continua Cascino – Previsto anche un ulteriore 5% se vengono realizzati almeno due dei seguenti interventi: tetto fotovoltaico, serbatoio interrato per il recupero delle acque piovane, ripristino e messa in sicurezza del territorio limitrofo pari ad almeno 20 volte la superficie totale dell’immobile ampliato. Infine, il piano contempla la demolizione e la ricostruzione degli edifici fino a 720 mq con un premio del 35% solo se in possesso di determinate caratteristiche. I casi riguardano immobili esposti al rischio idraulico in base ai piani di bacino (con ricollocazione del volume altrove), edifici con accertate criticità statico-strutturali con rischio per la pubblica incolumità, oppure costruzioni che abbiano un’interferenza con opere di pubblica utilità».

    Sulla proroga il gruppo del Pdl-Forza Italia ha espresso grande soddisfazione spiegando, in una nota, che «È stata fortemente voluta, sollecitata e richiesta da Forza Italia per dare una speranza al settore dell’edilizia, oggi in grave crisi».

    casa-ediizia-popolare

    «Il piano casa è uno strumento che nel 2009, all’epoca del suo varo, aveva un carattere di eccezionalità. Invece, dopo la proroga del 2011 siamo qui, nuovamente, a votare una nuova proroga, fino al 30 giugno 2015.  Si continua dunque a prorogare un atto che proviene dal governo Berlusconi. Magari prima di questa proroga bis si sarebbe potuto approfondire l’argomento, procedendo ad una riforma dell’urbanistica che affronti il problema in un’ottica di programmazione e non invece inserita in un contesto di proroghe. In uno o due mesi questi temi si affrontano e si fa in modo che diano anche una risposta alle necessità di un comparto», così Giacomo Conti, capogruppo di Fds-Rifondazione, è intervenuto nel dibattito in Consiglio regionale sul collegato alla Finanziaria 2014, spiegando i motivi del suo voto contrario alla nuova proroga al piano casa e, di conseguenza, l’astensione al voto sul collegato stesso, definito dal consigliere “eterogeneo “ perché «contiene di tutto e di più». Conti ha chiesto che l’articolo sul piano casa fosse ritirato, ma la sua richiesta non è stata accolta dalla Giunta. Secondo il capogruppo di Fds «Si è persa una buona occasione per fare una riforma complessiva in materia urbanistica che tenesse in debito conto la conclamata fragilità del territorio ligure cementificato selvaggiamente negli ultimi trent’anni».

    Entrando nel merito, il consigliere precisa che «Il piano casa non può esulare da tutto il resto. Ci sono norme separate dal piano ma ad esso strettamente collegate perché disciplinano interventi su altre tipologie di costruzione, come gli edifici non abitativi. Questi ultimi spesso attirano i maggiori appetiti speculativi, ad esempio gli immobili dismessi lungo i corsi d’acqua che possono essere spostati in altro luogo, riconvertendosi in edilizia residenziale. Parliamo di un insieme di norme che, a parer mio, andrebbero riviste nel loro complesso».
    Per quanto riguarda le finalità della proroga, Conti è tranchant «Mascherarsi dietro la crisi dell’edilizia per legittimare la costruzione di nuovi volumi, è un’operazione profondamente sbagliata. Non è così facendo che si dà risposta alle esigenze dei lavoratori del settore. Mi domando, dal 2009 ad oggi, quanti sono stati gli interventi realizzati in base alla legge del piano casa? E soprattutto, quanti posti di lavoro stabili ha portato il piano casa, dal 2009 ad oggi? Sono quesiti ai quali bisognerebbe dare risposta, prima di prolungare gli effetti di determinate decisioni politico-amministrative».

    La contrarietà del mondo ambientalista

    I Verdi l’hanno bollato come «Il più devastante piano casa d’Italia», mentre le realtà ambientaliste esprimono sconcerto per la proroga del provvedimento.

    «Culturalmente passa ancora l’erronea percezione che aumenti di volume non incidano sugli assetti del territorio, eppure costantemente assistiamo agli effetti devastanti di poche ore di pioggia su territori resi impermeabili da colate di cemento – scrive in una nota l’associazione ligure AmbientalMente – Passa l’idea che attraverso nuove volumetrie si possa rimettere in moto un’economia in stato catatonico, mentre occorrerebbe dare strumenti al recupero dell’esistente, verificando e punendo severamente quegli amministratori che si ostinano a “pianificare” a colpi di varianti»

    Legambiente Liguria ricorda come «Il piano casa del 2009, successivamente modificato nel 2011, prevedeva interventi di ampliamento degli edifici, in alcuni casi anche in deroga alle normative urbanistiche. Soltanto una forte mobilitazione di larga parte della società ligure aveva impedito che esso fosse addirittura peggiore, con la prevista applicazione anche nei parchi, poi per fortuna ritirata. Colpisce soprattutto la logica della proroga, quando oggi la questione edilizia deve essere sempre di più legata a criteri di efficienza, risparmio energetico e termico, sicurezza. Si poteva cogliere l’occasione della fine degli effetti del piano (31/12/2013) per una nuova politica edilizia regionale, in cui la ristrutturazione del già costruito, insieme ai concetti di efficienza e sicurezza, fossero i punti centrali di nuove iniziative legislative e di regolamentazione edilizia. È questa la proposta che fa Legambiente Liguria, per dare slancio davvero all’edilizia e allo stesso tempo tutelare il territorio».

    marassi-madonna-monte-case-speculazione-ediliza

    «Il piano casa è uno strumento inadatto alla situazione del patrimonio edilizio italiano e ligure afferma Roberto Cuneo, presidente Italia Nostra Liguria – È una legge che tende a consentire la realizzazione di interventi di ampliamento delle abitazioni esistenti. Come se il problema in Italia fosse questo».
    La lettura di Italia Nostra è diametralmente opposta. «Nel nostro Paese il vero problema è rappresentato dal fatto che gli appartamenti sono troppo grandi rispetto all’attuale composizione dei nuclei famigliari – precisa Cuneo – Sono adatti per le famiglie di 50 anni orsono, quando mediamente un nucleo famigliare era composto da circa 5 persone. Oggi, al contrario, i nuclei famigliari sono molto più ristretti. In particolare, nel territorio ligure abbiamo case sui 150-200 mq in cui abitano mediamente una o due persone. Il nucleo famigliare in Liguria è composto mediamente da meno di 2 componenti (circa 1,9). Quindi, la legge di cui avremmo bisogno non è quella che permette di ampliare del 35% un appartamento esistente, bensì quella che consenta di trasformare una singola unità abitativa in due appartamenti, per esempio. In altre parole sarebbe decisamente più utile una legge che si prefigga di incentivare il frazionamento degli appartamenti. Pratica che, invece, è ostacolata dalla normativa vigente».
    Secondo Italia Nostra Liguria «È necessario intervenire sull’esistente per tutelare il territorio e rilanciare il settore edile. Il piano casa è una legge nazionale che non ha portato alcuna utilità alla nostra regione. Per affrontare le tematiche urbanistiche occorrono ben altri strumenti».
    La filosofia del piano casa recentemente prorogato è quella di «Premiare con un aumento di volume chi realizza un intervento di ampliamento, mentre dovrebbe essere premiato, magari tramite l’eliminazione degli oneri di urbanizzazione, chi interviene frazionando una grande unità abitativa – continua Cuneo – Così davvero si potrebbero raggiungere tre obiettivi: dare risposta alla drammatica esigenza abitativa; non occupare ulteriori spazi di territorio; dare lavoro a tante piccole ditte serie e competenti».

    L’altro aspetto più critico del piano casa è che esso «Sovrasta i piani urbanistici comunali – aggiunge il presidente di Italia Nostra Liguria – Se la pianificazione urbanistica dei singoli Comuni prevede quantomeno un confronto su un piano democratico, il piano casa è una norma che cala dall’altro e spesso consente interventi in deroga alle normative urbanistiche vigenti».
    Nel caso ligure gli interventi di sostituzione edilizia – ovvero demolizione e ricostruzione – prevedono quale premialità un incremento fino al 35% del volume esistente. Il diritto all’aumento volumetrico spetta anche a chi delocalizza l’edificio al di fuori del sito originario e «Tale possibilità proprio non ha ragione di esistere», sottolinea Roberto Cuneo.

    genova-case-popolazione-A

    Il piano casa, insomma, è uno strumento urbanistico inadeguato per rilanciare l’edilizia e sarebbe l’ora di superarlo. «È una legge pensata per la pianura padana disseminata di villette, non per la Liguria – spiega il presidente di Italia Nostra – Invece, una politica di frazionamento farebbe lavorare numerose piccole imprese specializzate e tecnicamente all’avanguardia. Garantendo la salvaguardia della qualità del lavoro in un settore sempre più inflazionato dalla scarsa qualità di esecuzione. Frazionare le unità abitative esistenti, infatti, è un lavoro complesso che richiede maggiore competenze rispetto alla costruzione di un edificio ex novo dove, al contrario, può essere usata anche bassa manovalanza in condizioni di sfruttamento del lavoro. Senza contare che evitare nuovi ampliamenti significa tutelare un territorio fragile già ampiamente sfruttato».

    Infine, per quanto riguarda le proposte su risparmio energetico e sostenibilità ambientale, Italia Nostra le considera solo degli alibi «Dovrebbe essere assolutamente normale, nel 2014, costruire case sostenibili – conclude Cuneo – Siamo dinanzi ad una distorsione culturale. L’attenzione alla sostenibilità e al risparmio energetico non rappresenta un punto in più ma piuttosto un prerequisito necessario».

    Il comparto dell’edilizia: una crisi che perdura da anni

    edilizia-impalcatureA questo punto è doveroso rivolgere lo sguardo sui lavoratori edili per provare a comprendere se il piano casa – dalla sua prima approvazione nel 2009 ad oggi – ha portato qualche beneficio al settore. «La mia risposta non può che essere negativa – risponde Silvano Chiantia, segretario generale del sindacato Fillea-Cgil di Genova – Com’è noto, infatti, il nostro comparto vive da tempo una forte crisi in Italia, così come in Liguria e a Genova. Ma ancora, purtroppo, non si muove nulla. E finora nessuna iniziativa è stata in grado di dare respiro all’edilizia».

    Eppure, secondo Chiantia, qualche possibilità ci sarebbe «Penso ad un piano sul risparmio energetico e la sostenibilità ambientale degli edifici (a partire magari da quelli pubblici), e poi soprattutto al risanamento del territorio. Per fare ciò occorre una progettualità condivisa tra politici, tecnici e addetti del settore. Tuttavia, la ristrettezza di risorse economiche e la scarsa volontà in tal senso, impediscono di impostare un ragionamento complessivo nella nostra regione».

    Gli effetti della crisi pluriennale sono dirompenti «Continuano a chiudere le imprese “storiche” e, nel contempo, sopravvivono soltanto quelle che agiscono in maniera illegale – sottolinea il rappresentante Fillea-Cgil Genova – Le grandi aziende si contano sulle dita di una mano, quelle con 18-20 dipendenti ciascuna (ma un tempo erano 40-50). A Genova, attualmente, la forza lavoro è composta mediamente da 2, massimo 2,5 lavoratori per ogni singola impresa».
    L’illegalità, soprattutto nell’inquadramento del personale, è un grave fenomeno che rischia di incancrenirsi progressivamente «Esistono molte imprese che, “per tirare a campare”, dichiarano di avere solo due dipendenti reali, mentre gli altri lavoratori hanno contratti allucinanti, ad esempio come braccianti agricoli, contratti ovviamente meno onerosi rispetto a quello del comparto edile – denuncia Chiantia – Così facendo l’imprenditore risparmia ma genera una concorrenza sleale a discapito delle imprese regolari».

    Senza dimenticare «La marea di partite Iva che nascono come funghi – continua Chiantia – Una proliferazione che non è sinonimo di vitalità. Anzi, al contrario, è sintomo della crisi. È la risposta di chi, non avendo altre opportunità, decide di mettersi “in proprio” e spesso fallisce perché non ha le capacità adeguate, provocando anche un calo generale della qualità del lavoro edile».
    In conclusione, per ridare speranza al settore «Occorre un intervento deciso, almeno su due fronti – chiosa il sindacalista della Fillea-Cgil – Innanzitutto è necessario fornire opportunità lavorative esclusivamente alle imprese serie e regolari; e poi bisogna vigilare sull’inquadramento dei lavoratori ripristinando la legalità».

     

    Matteo Quadrone

  • Emergenza Scarpino, vasche ancora oltre il limite: l’approfondimento

    Emergenza Scarpino, vasche ancora oltre il limite: l’approfondimento

    percolato-scarichi-fogne-liquameNel tardo pomeriggio di oggi il livello di riempimento delle vasche di stoccaggio del percolato (liquame contaminato prodotto dalle infiltrazioni d’acqua nella massa rifiuti) della discarica di Scarpino ha superato il livello massimo di capacità. Dopo l’emergenza di martedì e la confusione in Consiglio comunale che ha poi portato allo stop della delibera che avrebbe dato l’ok allo sversamento dei liquami nel rio Cassinelle, le piogge persistenti non hanno aiutato e la situazione sarebbe nuovamente critica.

    L’approfondimento >> Emergenza Scarpino: che cosa scarichiamo in mare?

    Amiu ha quindi diffuso un comunicato stampa in serata: “[…] Ciò è avvenuto nonostante da giorni siano state attivate tutte le procedure straordinarie attuate per affrontare l’emergenza, quali: l’incremento della portata di scarico del percolato, compatibile con le attuali infrastrutture di rete sulla base dell’ordinanza sindacale n.7/2014, l’utilizzo di autocisterne per lo smaltimento del percolato già contenuto nelle vasche oltre all’avvio delle attività di posa di teli impermeabili sulle aree di discarica con coperture provvisorie.
    Tutte le azioni sono state condivise con il Comune; nel corso della giornata a tutti gli enti di controllo (Arpal, Settore Ambiente della polizia municipale, Provincia) e alla Regione Liguria sono state inviate comunicazioni formali sull’evolversi della situazione. Anche questa notte, come già avvenuto nei giorni scorsi, Amiu continua a monitorare la situazione con un presidio costante della discarica”.

     

  • Emergenza discarica Scarpino, caos a Tursi. Che cosa scarichiamo in mare?

    Emergenza discarica Scarpino, caos a Tursi. Che cosa scarichiamo in mare?

    ScarpinoNuova ordinanza sì, nuova ordinanza no. Nella discarica cittadina le vasche di raccolta del percolato (liquame contaminato prodotto dalle infiltrazioni d’acqua nella massa rifiuti) sono a livello massimo e l’emergenza Scarpino rischia di mandare in tilt l’amministrazione comunale di Genova che nella giornata di ieri ha annunciato – e poi ufficialmente bloccato – un’ordinanza per dare via libera ad Amiu a scaricare parte del percolato proveniente da Scarpino 1 direttamente nel rio Cassinelle e quindi nel Chiaravagna e, infine, in mare aperto.

    L’annuncio del provvedimento era arrivato nel corso del pomeriggio da parte dell’assessore Valeria Garotta, durante una risposta a un’art. 54 promosso sul tema da molti consiglieri di maggioranza e opposizione. Qualche ora più tardi il “fermi tutti” si è materializzato attraverso un comunicato stampa: “La soluzione ipotizzata si basava sulle analisi del percolato, al momento disponibili, che indicavano una concentrazione di ammoniaca sensibilmente inferiore nel percolato della vecchia discarica “Scarpino 1” rispetto a quella di “Scarpino 2”. Ciò faceva propendere per un rilascio controllato nel rio Cassinelle – per la sola fase di emergenza – del percolato prodotto dalla vecchia discarica, allo scopo di abbassare il livello del liquame contenuto nelle grandi vasche di stoccaggio provvisorio. L’amministrazione comunale – si continua a leggere nella nota ufficiale – prima di adottare una tale misura ha però voluto attendere l’acquisizione di analisi ulteriormente aggiornate sul percolato. I nuovi dati, forniti da Amiu, evidenziano che si è ridotto notevolmente il divario della quantità di ammoniaca nel percolato proveniente dalle due diverse discariche. Questo mutamento della situazione oggettiva non giustifica quindi l’adozione di un provvedimento che, per scongiurare un rischio ipotetico, provocherebbe un impatto ambientale certo e con effetti sostanzialmente analoghi”.

    In parole povere, l’emergenza c’è ma siccome non si sa bene da cosa sia composto questo percolato, al momento evitiamo di fare altri danni oltre a quelli che si stanno creando naturalmente. Resta comunque in vigore una prima ordinanza, redatta dopo l’allarme dello scorso weekend, che consente di ridurre il livello di riempimento delle vasche di stoccaggio del percolato, evitando quindi la tracimazione nel rio Cassinelle e nel Chiaravagna, attraverso lo scarico diretto nel rio Secco, che corre in un tratto interamente tombinato e sfocia davanti alle aree Ilva in una zona industriale distante dalle abitazioni. Una misura d’eccezione che va a sommarsi al ricorso ad autobotti per smaltire il percolato in impianti terzi (quali, però, non è dato sapersi) e al procedimento ordinario di conferimento dei liquami al depuratore di Cornigliano.

     

    Ma perché non conosciamo l’esatta composizione di questo percolato?

    percolato-scarichi-fogne-liquameSecondo l’assessore Garotta la causa va ricercata in alcune acque di falda che vanno a scaricare nella vasca di accumulo di Scarpino. Se finora questo flusso era stato assolutamente minimale, adesso è sostanzialmente fuori controllo. «L’azienda – ha detto l’assessore in Sala Rossa – sta predisponendo un attento monitoraggio con pozzi di ispezione per capire la provenienza e la composizione di questi liquami perché non è escluso che possano arrivare da fuori Scarpino».

    È soprattutto quest’ultimo punto a preoccupare il capogruppo della Lista Doria, Enrico Pignone, da sempre attivissimo sul bacino del Chiaravagna. «È vero che l’ultimo anno si pone al quinto posto nella classifica di piovosità degli ultimi 25 anni e che quindi l’emergenza è dovuta anche a fattori esterni – ha detto Pignone – ma vorrei capire da dove punta questa sorgente. In un’ordinanza del 2010 in cui si autorizzavano gli sversamenti nel rio Cassinelle per tenere sotto controllo il livello del percolato, si dava anche mandato al Politecnico di Milano di fare uno studio idrogeologico della discarica per mettere a preventivo eventuali lavori strutturali. Che fine ha fatto questo studio?».

    Pignone passa poi a un’analisi più strutturale della questione Scarpino: «Il tema dei rifiuti non si risolve pensando solo alla raccolta differenziata, ma l’obiettivo deve essere la messa in sicurezza della discarica. La discarica è indicatore del livello di civiltà di una società: il rapporto tra uomo e rifiuto non può più essere affrontato col semplice sotterramento e nascondimento dagli occhi della spazzatura. Oggi, infatti, viviamo le conseguenze di comportamenti sbagliati di 40-50 anni fa: non impermeabilizzare Scarpino 1 nel ’68 ha fatto sì che oggi ci troviamo ancora il percolato di materiale vecchio di decenni».

     

    Messa in sicurezza della discarica di Scarpino: esiste una soluzione?

    Ponte di CorniglianoSecondo il capogruppo della Lista Doria la questione va affrontata nel suo insieme: «Bisogna innanzitutto sistemare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti organici e pianificare una costante riduzione dell’utilizzo della discarica a questi scopi. Non dobbiamo dimenticare, poi, la necessità di un nuovo depuratore adeguato a esigenze di questo genere, dato che quello attuale di Cornigliano ha anche problematiche strutturali». Una questione, quella del depuratore, che abbiamo affrontato su queste pagine qualche tempo fa (qui l’approfondimento) e che il pidiellino Guido Grillo ha gioco facile nel sottolineare come sia in ballo da più di dieci anni.

    A proposito di Cornigliano, secondo i consiglieri Bruno (Fds) e De Pietro (M5S), neppure la gestione ordinaria del percolato di Scarpino sarebbe ineccepibile. Secondo il rappresentante della Federazione della Sinistra: «L’invio del percolato a Cornigliano non è la soluzione perché si tratta di un depuratore biologico non in grado di trattare i metalli pesanti presenti nel percolato di Scarpino. L’unico effetto che si riesce ad apportare su questi liquami è quello della diluizione, per cui miscelando il percolato con i reflui di fogna la percentuale di presenza di metalli pesanti diminuisce ed è quindi scaricabile in mare rispettando i parametri di legge. Quindi formalmente rispettiamo la legge ma nella pratica inquiniamo tanto quanto».

    Gli fa da eco il grillino De Pietro: «Nell’ultimo sopralluogo fatto a Scarpino avevamo ricevuto assicurazione sul fatto che la problematica degli sversamenti appartenesse ormai al passato e che la discarica fosse diventata un gioiellino tecnologico. Non solo non è così ma alcuni esperti ci fanno sapere che neppure al di fuori dell’emergenza possiamo stare tranquilli. Nei piani di Amiu non c’è nulla che riguardi la soluzione di questo problema e mi aspettavo francamente che il Comune si stesse muovendo per costituirsi parte civile contro chi deve iniziare a pagare il risultato della propria azione. Per fortuna che, finalmente, è sulla via di approvazione il reato penale di inquinamento ambientale».

    Su questo tema si trova d’accordo anche il leghista Edoardo Rixi secondo cui «se si fosse trattato di un privato che avesse inquinato le acque gli avremmo fatto chiudere la baracca in fretta e furia; invece si stratta di un’azienda pubblica, quindi faccia pure».

     

    Emergenza Scarpino: il punto di vista di Legambiente

    Per concludere, non potevamo esimerci dal registrare anche il parere di chi da sempre è attivo sulle questioni ambientali e sulle problamatiche di inquinamento, il legambientino Andrea Agostini, che rincara la dose contro Amiu e l’amministrazione comunale ponendo sul piatto una fitta serie di questioni su cui la Magistratura dovrebbe fare chiarezza. «Tutto ruota intorno a che cosa c’è nel percolato. Se c’è ammoniaca, escrementi e altri materiali non pericolosi o se ci sono acidi, prodotti chimici corrosivi, metalli pesanti assai più pericolosi. Questa cosa che credo sia ben chiara alla Magistratura non lo è a noi perché non abbiamo i dati aggiornati di analisi di quelle acque. Se si fosse in presenza di materiali pericolosi, nessuna ordinanza che autorizzasse lo sversamento nei rivi e poi in mare sarebbe lecita perché favorirebbe lo sversamento sostanze tossiche nel ciclo alimentare. Ci si troverebbe, insomma, di fronte a un reato». Ma non è l’unica questione su cui è necessario fare luce. «Se ci fossero effettivamente questi elementi nocivi, ecco anche spiegato perché il depuratore di Cornigliano, chiamato nell’ordinario a gestire il percolato, ha da sempre i problemi che tutti conosciamo. I depuratori pubblici, infatti, sono previsti per il trattamento delle acque nere di origine urbana e quindi biologiche e non di tipo chimico. In sostanza i batteri che garantiscono il funzionamento del depuratore potrebbero essere stati uccisi o menomati nella loro funzione proprio dal conferimento di questi liquami: ecco che si configurerebbe un secondo reato. Si tratterebbe di danni economicamente massicci che chiamerebbero in causa anche la Corte dei Conti».

    Secondo il legambientino, inoltre, «il fatto che Scarpino tiri fuori non so quanti litri al secondo di percolato, senza che sia previsto un trattamento dello stesso ma solo delle casse di accumulo, è un’altra questione di competenza della magistratura». C’è ancora un ultimo punto tirato in ballo da Agostini: «In ogni situazione industriale in cui esistono delle falde acquifere, in questo caso il rio Cassinelle che scorre sotto la discarica, bisogna tenere conto della loro portata massima. È evidente che gli impianti di raccolta dell’acqua alla base della discarica di Scarpino non hanno tenuto conto della portata massima alluvionale del rio Cassinelle. E anche questo è un reato».

    Certo, buona parte dei casi sollevati da Agostini sono ipotesi derivanti dalla possibile composizione dei percolati, ma sono tutte piuttosto significative e inquietanti. Ecco perché le analisi che lo stesso Comune ha richiamato nella nota ufficiale di ieri è necessario che siano rapide, approfondite e rese pubbliche il prima possibile.

     

    Il futuro dell’assessore Garotta è appeso a un filo?

    Intanto, tra i corridoi di Palazzo Tursi, si inizia a discutere sul se e come Valeria Garotta riuscirà a superare questa nuova “crisi”. Non è un mistero, infatti, che l’assessore all’Ambiente sia uno dei membri della giunta più a rischio nel possibile e sempre più probabile rimpasto a cui starebbe pensando il sindaco Doria.

    All’interno della stessa maggioranza c’è chi avrebbe la soluzione già pronta. Non si tratterebbe tanto e solo di un turnover di persone ma soprattutto di una ristrutturazione delle deleghe in materia ambientale. «A Genova non serve un assessorato all’Ambiente – dice la nostra fonte – quanto piuttosto al “20-20-20”. La differenza è che essendo questo un concetto che parte da precise indicazioni europee si avrebbe per forza di cose una progettualità ben definita, con obiettivi e scadenze già previste a livelli più alti. Ci vorrebbe, dunque, una professionalità competente non solo di ambiente ma anche di energia e smart city, in grado di mettere a sistema tutti questi mondi tra loro fortemente interconnessi».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Puc, Tursi risponde alla VAS: le osservazioni di cittadini e comitati

    Puc, Tursi risponde alla VAS: le osservazioni di cittadini e comitati

    carignano-madre-di -dio-case-abitazioni-DICome abbiamo già scritto non più di poche settimane fa – su queste pagine e nell’ultimo numero (pag 11) della nostra rivista – l’iter per l’approvazione definitiva del nuovo Piano Urbanistico Comunale entra nella fase cruciale. È prevista tra fine gennaio e inizio febbraio la delibera del Consiglio comunale che approverà le controdeduzioni alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica) presentata dalla Regione Liguria che, pur emettendo un parere finale non negativo, ha espresso una serie di rilievi sul progetto preliminare del PUC (qui il pdf della delibera di Giunta del 10 dicembre 2013 con tutta la documentazione relativa alla VAS e alle controdeduzioni di Tursi in attesa dell’approvazione definitiva del Consiglio).

    Domani (martedì 14 gennaio) i cittadini, le associazioni, le reti e i comitati (oltre 50 realtà del territorio, 40.000 persone) raggruppati nel Forum Salviamo il Paesaggio (qui l’approfondimento di Era Superba) –  i quali hanno presentato agli uffici comunali numerose osservazioni scritte al PUC e organizzato/partecipato attivamente a incontri e audizioni sul tema – consegnano al sindaco Marco Doria le firme simboliche, raccolte in poche settimane, per richiedere udienza e considerazione in merito alle osservazioni sul nuovo piano presentate agli uffici comunali. “Chiediamo che venga dato spazio e forza alle richieste di gran parte della città”, si legge nella nota stampa. “Stop al consumo del territorio. Il nuovo PUC prevede 8,5 mln di mq di aree edificabili (pari a circa 1200 campi di calcio), e nuovi residenti pari a circa 30.000 persone, a fronte di una diminuzione dei residenti negli ultimi 11 anni (di più del 4%) e di circa 15.000 case vuote. Ci chiediamo quale sia la logica.” Senza contare la raccolta online, le firme “cartacee” raccolte raggiungerebbero le 2300 unità.

    La rete di realtà cittadine, che ha quindi come obiettivo principale lo stop a nuove costruzioni e l’incentivo all’insediamento di nuove aree agricole (vedi dossier) e che segue con attenzione l’iter di approvazione del nuovo PUC, punta il dito su un passaggio significativo nell’ambito delle controdeduzioni alla VAS che riguarda la questione della tutela delle aree oltre la linea verde (limite di edificabilità a monte), per perseguire l’obiettivo – dichiarato nel Piano urbanistico – di rilancio e valorizzazione delle attività agricole produttive:  “[…]Sulle aree edificabili è pressoché impossibile insediare nuove attività agricole, e negli ultimi 50 anni si è visto che l’indice di edificabilità non contrasta, anzi favorisce, l’abbandono. Alle indicazioni del Parere prescrittivo della regione sulla VAS “oltre la linea verde si possa costruire solo per fini agricoli, ove necessario” la giunta comunale ritiene di ottemperare proponendo una revisione della cartografia, restringendo le aree agricole (AR-PA) a favore delle aree “di presidio ambientale” (AR-PR), ove può costruire chiunque, aprendo a teorici 336mila metri quadrati di villette”.