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  • Allerta meteo, ARANCIONE dalle 6 di venerdì 25 novembre. A Genova tutte le scuole aperte

    Allerta meteo, ARANCIONE dalle 6 di venerdì 25 novembre. A Genova tutte le scuole aperte

    15107269_1243172422414676_7644527680710683722_nPermane fino alle ore 06,00 di domani venerdì 25 novembre l’allerta meteo rossa. Successivamente sarà declassata ad arancione. Come da Piano comunale di emergenza per la gestione del rischio meteo-idrogeologico, le scuole di ogni ordine e grado domani, venerdì 25 novembre, rimarranno aperte.

    Restano valide le disposizioni previste in allerta arancione, tra cui il presidio territoriale della Polizia municipale per il monitoraggio rivi e l’attivazione dei piani di emergenza delle direzioni del Comune di Genova, dei Municipi e delle Aziende (Aster, Amiu e Amt).

    «La Sala Emergenze della Protezione Civile del Comune di Genova – dichiara l’assessore alla Protezione civile Giovanni Crivello è in fase operativa da domenica 20 novembre alle ore 20 ed è ancora in funzione h.24. La Sala svolge un incessante monitoraggio strumentale della situazione meteo. Il contestuale monitoraggio territoriale, svolto dalle pattuglie della Polizia Municipale e dalle squadre dei Volontari del Gruppo Genova, completa il monitoraggio complessivo, rendendo possibile la gestione delle misure di mitigazione del rischio in caso di evento. Dall’inizio dell’allerta rossa – continua Crivello – non si sono verificati fenomeni che abbiano richiesto interventi di assistenza alla popolazione o di messa in sicurezza di strutture e infrastrutture. Gli interventi effettuati hanno interessato zone puntuali di criticità, già in essere a causa delle precipitazione dei giorni scorsi. Il monitoraggio – conclude l’assessore alla Protezione civile – prosegue con attenzione al fine di adottare le necessarie misure di sicurezza per la popolazione. Il contatto costante con la Sala Operativa di Regione Liguria permette un coordinamento costantemente aggiornato”.

    Il Comune di Genova ricorda che, durante il periodo di allerta meteo idrologica, i cittadini sono tenuti ad adottare, in tutta la città, i comportamenti di autoprotezione. Tutte le ordinanze e le norme di autoprotezione sono disponibili sul sito www.comune.genova.it

  • Amiu, spesi 28 milioni per smaltire i rifiuti fuori regione. L’azienda risponde alla denuncia di Camera di Commercio

    Amiu, spesi 28 milioni per smaltire i rifiuti fuori regione. L’azienda risponde alla denuncia di Camera di Commercio

    rifiuti boccadasseNel 2015 Amiu ha raccolto oltre 326.000 tonnellate di rifiuti, 200.000 delle quali sono state smaltite fuori regione a causa della chiusura della discarica di Scarpino, per un costo di circa 28 milioni di euro. Il dato emerge dal primo Bilancio di sostenibilità della partecipata del Comune di Genova per la gestione del ciclo dei rifiuti, presentato oggi pomeriggio a Palazzo Tursi. Il documento si affianca al bilancio di esercizio e punta sugli aspetti sociali e ambientali e sul valore aggiunto prodotto e distribuito sul territorio dall’azienda. «è il primo bilancio di sostenibilità della storia di Amiu – spiega il presidente Marco Castagna alla agenzia Dire – e riguarda il 2015, probabilmente l’anno più difficile per la vita di questa società, ma anche l’anno della svolta. Questo bilancio è un primo approccio di trasparenza verso i cittadini che contiamo di tenere i prossimi anni». Il documento da gennaio 2017 diventerà obbligatorio per le grandi organizzazioni italiane, come previsto dalla riforma Madia. Dal bilancio emergono le criticità di Amiu sia dal punto di vista degli impianti, con l’emergenza percolato e la chiusura della discarica di Scarpino, sia dal punto di vista delle indagini giudiziarie che hanno portato a una profonda trasformazione del management nel corso degli ultimi anni.

    All’orizzonte, l’attuazione del nuovo piano industriale alla ricerca di un partner privato per un futuro basato non più sulla discarica ma sul recupero di valore e di materia. Secondo il documento presentato oggi, a fine 2015 la raccolta differenziata a Genova aveva raggiunto il 39%, dato consolidato nel 2016 anche attraverso il nuovo piano di raccolta sempre più orientato alla domiciliazione. L’azienda nel complesso conta 5 società partecipate, 173 milioni di euro di fatturato, oltre 1.700 dipendenti, 902 mezzi di cui 524 dedicata alla raccolta dei rifiuti. Nell’area metropolitana di Genova vengono serviti circa 700.00 cittadini con la pulizia nel solo capoluogo di 3 milioni di metri quadrati di strade e marciapiedi. Oltre allo spazzamento, lavaggio e diserbo delle strade, il servizio di Amiu prevede lo svuotamento di 17.646 cassonetti della raccolta differenziata, 10.452 di quella indifferenziata e 7.000 cestini gettacarte. A ciò va aggiunta la pulizia di circa 70.000 caditoie. Dal punto di vista economico, la capogruppo Amiu spa, che conta 1.578 dipendenti, ha fatturato 168 milioni di euro e ne ha distribuiti 85 attraverso gli stipendi ai dipendenti e le attività esternalizzate. Nel 2015, la raccolta differenziata ha garantito ricavi per 4,4 milioni di euro mentre l”impianto di captazione di biogas a Scarpino a prodotto 70 milioni di chilowatt all’ora di energia che corrispondo al fabbisogno di una città di 120.000 abitanti e permettono un risparmio di 320.000 tonnellate di anidride carbonica.

    La risposta a Camera di Commercio

    Non è vero che Genova è una della città più care per la tariffa sui rifiuti. Il problema del carico per le piccole e medie imprese va ricercato soprattutto nella distribuzione del costo complessivo della tariffa, tra quota domestica e non, e sulla quantità relativamente modesta di esercenti che devono sobbarcarsi la copertura di questo onere. Questa, in estrema sintesi, la risposta di Amiu alla denuncia lanciata dalla Camera di Commercio di Genova nel corso dell”illustrazione del rapporto 2016 sui rifiuti urbani e l’acqua potabile a cura dell’Osservatorio tariffe per la Liguria. «Nel bilancio di sostenibilità di Amiu che presentiamo oggi – sottolinea all’agenzia Dire il presidente Marco Castagna – si danno tante risposte ai quesiti tipici dei genovesi: dove va la spazzatura? Andava tutta a Scarpino? è vero che la Tari di Genova è la più cara d’Italia?“. Tra le risposte, si scopre, ad esempio, che «il costo medio per abitante spalmato indifferentemente tra cittadini ed esercizi – spiega Castagna – colloca la Tari pagata a Genova assolutamente nella norma rispetto al resto del Paese; è chiaro che se riusciamo a realizzare un ciclo virtuoso, sono costi che nel futuro posso progressivamente scendere”. Facendo riferimento ai dati 2013 relativi ai conti consuntivi dei Comuni sopra i 200.000 abitanti, Genova si colloca al 9° posto su 16 nella classifica delle città più care con un costo medio per abitante di 203,2 euro: la classifica è guidata da Venezia con 366,8 euro all”anno per abitante e chiusa da Trieste con 165,1 euro per abitante all”anno. Nel 2015, il gettito complessivo della Tari per il Comune di Genova (che per legge deve coprire tutti i costi del servizio Amiu) ammontava a poco più di 126,5 milioni di euro, con un carico ripartito per il 56% sull”utenza domestica e per il restante 44% sull”utenza non domestica, ovvero rispettivamente poco piu” di 70,8 milioni e poco meno di 55,7 milioni, secondo quanto stabilito da una delibera comunale del 9 luglio 2015. Il costo pro capite per la sola quota domestica risulta quindi di circa 0,33 euro al giorno per abitante.

    L’attacco di Antonio Bruno

    Dopo l’uscita dei dati, arriva l’attacco di Antonio Bruno, consigliere comunale della Federazione della Sinistra. Analizzando i numeri, infatti, oltre la metà dei rifiuti Indifferenziati raccolti a Genova (2015: 223.981, dati assesorato Ambiente Comune Genova) a Genova vengono inceneriti. Le quantità rimanenti sono così distribuite: 45.850 all’inceneritore di Parola (Pavia), 38.684 in quello Iren di Torino, 22.037 da A2A Ambiente. «E’ il frutto delle politiche di questi decenni, compresi quelli dalle giunta di centro sinistra che in 4 anni non è riuscita a trovare il posto per fare un impianto di compostaggio», commenta il consigliere comunale FdS Antonio Bruno.
    «La maggioranza di Comune e città Metropolitana dovrebbero spiegare perché non hanno preteso che la bonifica e la messa in sicurezza della discarica di Scarpino non venga finanziata dallo Stato come emergenza ambientale e sanitaria – continua il consigliere – con la conseguenza che i 60 milioni di euro che servono verranno pagati dai genovesi, essendo molto improbabile che i privati di Iren – a cui la Giunta si accinge a cedere la gestione dei rifiuti – si accollino questa spesa». Nel frattempo nei prossimi giorni arriverà in città il premier Matteo Renzi, con in tasca un accordo strategico di finanziamenti straordinari: sarà previsto qualcosa per la gestione dei rifiuti?

     

  • Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    tabacca-cascina-ortoUn’antica casa contadina del 1900 immersa in un bosco di castagni in località Campenave, detta “La Tabacca”, a pochi chilometri dalla città, dalle spiagge di Vesima e Arenzano, dal porto di Voltri. Qui si sta realizzando uno dei primi esperimenti in Liguria di progettazione integrale in Permacultura, ideato e gestito dall’associazione ambientalista Terra Onlus, che aveva già promosso nel 2010, sempre nell’area di Vesima, un innovativo progetto di realizzazione di orti sinergici.
    A distanza di alcuni anni dall’inizio della ristrutturazione, Era Superba è tornata alla Tabacca per raccontare l’evoluzione di questo interessante progetto, una delle tante iniziative legate all’innovazione e alla creatività espresse dal territorio genovese.

    La Tabacca, nello stesso tempo azienda agricola e luogo di formazione, è oggi un punto di riferimento fondamentale per la diffusione della permacultura in Liguria.
    Qui sono stati costruiti impianti di fitodepurazione, pannelli solari, orti ad agricoltura sinergica e un forno in terra cruda, e si è posta particolare attenzione anche all’autosufficienza energetica e alla fitoterapia utilizzando a scopo curativo le piante esistenti. Il percorso di progettazione in Permacultura è molto lungo e insegna prima di tutto a tenere conto dei limiti relativi all’ambiente naturale e umano circostante. «I limiti li devi superare ricercando soluzioni che devono essere ecologiche – afferma Giorgia Bocca, referente genovese di Terra Onlus – non basta comprare materiali di bioedilizia. Devi ribaltare il punto di vista, cominciare a ragionare sul processo, sul modo in cui arrivi a costruire la tua casa, sul modo in cui arrivi a questi materiali».
    Terra Onlus ha scelto di privilegiare per la ristrutturazione della Tabacca materiale e legno locale, senza cedere alle lusinghe di un vantaggio economico immediato, ma cercando soluzioni che potessero essere riprese e applicate da altri soggetti.

    tabacca-orto-verdeAlla Tabacca è fondamentale anche l’aspetto educativo e la ricerca di nuove forme di socialità.
    E’ uno dei centri di formazione di Terra Onlus, assieme al Palazzo Verde a ridosso del Porto Antico di Genova. I corsi di Terra Onlus hanno l’obiettivo di recuperare antichi saperi contadini, come fare il pane in casa o realizzare i cesti, a scopo non solo ludico, ma anche di attivazione di nuove prospettive professionali e imprenditoriali. Alla Tabacca, nel periodo primaverile ed estivo, si organizzano campi per bambini e ragazzi, campeggi e corsi formativi più specifici, come quelli sulla fitodepurazione. «Le aziende agricole un tempo erano vere aziende sociali, alle quali contribuiva un’intera famiglia e spesso venivano coinvolte anche le persone vicine», continua Bocca. Ed è questo antico modello di socialità condivisa, fondato sull’armonia fra comunità umana e ambiente, che Terra Onlus propone alla Tabacca, adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo.

    Ai corsi della Tabacca arrivano bambini, persone con un lieve disagio sociale che arrivano grazie a un accordo con la Asl, molti wwofers, persone appartenenti alla rete mondiale W.W.O.O.F che offrono la loro collaborazione volontaria a fattorie o piccole aziende agricole biologiche in cambio di vitto e alloggio.
    Nell’esperienza genovese della Tabacca, Terra Onlus ha scelto la strada non della ricerca di un’autosufficienza tesa all’isolamento dal resto della società, ma della contaminazione, per integrarsi nella realtà esistente in maniera critica e mettere in moto processi e buone pratiche di cambiamento e ripensamento in senso ecologico dell’organizzazione del territorio e della progettazione urbanistica.
    «La finalità dell’insediamento della Tabacca, proprio in mezzo al bosco di castagni – ricorda Giorgia – non è quella di vivere in un mondo ecologico fantastico, ma quella di contaminare, di capire come l’attivazione di nuovi processi può essere recepita, ad esempio, dal territorio e dalla pubblica amministrazione, per lavorare sulle normative. Con alcuni tecnici della provincia, ad esempio, stiamo lavorando sulla normativa per la fitodepurazione».
    E’ una nuova prospettiva, nella quale l’innovazione dal punto di vista agricolo si integra con i principi etici, con la ricerca di una rinnovata socialità e dell’armonia ecologica con l’ambiente naturale e umano circostante.
    Nella Permacultura, i principi etici e le tecniche sono legati in maniera indissolubile. Questo aspetto la rende una filosofia di vita particolarmente utile e preziosa, al di là dello stretto legame con l’agricoltura, in un periodo storico nel quale l’innovazione tecnologica è considerata buona in sé, in maniera acritica, e procede in maniera indipendente da ogni principio e ragionamento etico.

    Dalla Permacultura alla decrescita

    La Permacultura è un modello di progettazione ecologica degli insediamenti agricoli e umani. Nata in ambito agricolo come teoria e tecnica di agricoltura “permanente” e sostenibile ispirata al funzionamento degli ecosistemi naturali, è divenuta una filosofia di vita che abbraccia tutti i temi e i saperi legati al rapporto fra insediamenti umani e ambiente, dall’edilizia all’accesso alla terra, dall’agricoltura alle relazioni sociali.
    Bill Mollisson, l’ideatore della Permacultura, è stato negli anni settanta uno dei primi scienziati a comprendere i rischi di un modello di sviluppo fondato su uno sfruttamento illimitato dell’ambiente. Quasi contemporaneamente uscirono il “Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e le opere di Nicholas Georgescu Roegen. Una prospettiva affine, più recente, è la teoria della decrescita di Serge Latouche. Talora fraintesa come un invito pauperista alla crescita negativa, questa tesi ci invita a mutare la nostra prospettiva, mettendo in discussione la “fede” acritica nell’idea di crescita e di legame diretto tra Pil e benessere individuale e sociale.
    Molllison comprese la necessità di individuare nuove soluzioni per l’equilibrio dei sistemi biologici fondate su una prospettiva radicalmente ecologica. A partire dal 1981 con l’allievo David Holmgren diede inizio a un’attività formativa mirata che portò alla nascita di accademie di Permacultura nei paesi Europei, fra i quali Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia.
    Nel nostro paese la permacultura è praticata prevalentemente nelle fattorie biologiche e nella rete degli “ecovillaggi” insediamenti ispirati all’autosufficienza economica ed ecologica.


    Andrea Macciò

  • Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    La crepa nel muro di via BocciardoIl muro è un concetto chiave per la nostra civiltà: quello più famoso è stato abbattuto nel 1989, e meno di trent’anni dopo già c’è chi si chiede se non sia stato tutto un clamoroso errore. Di altri, in realtà, non vorremmo più sentir parlare: fra quelli buttati giù dalle infinite scosse di un terremoto che non esaurisce mai la propria energia ai muri costruiti o agognati da chi si sente sempre a rischio invasione. Qui però vogliamo parlare di muri ai quali, nonostante tutto, siamo parecchio affezionati: sono quelli che ci permettono di abitare la Liguria, che sono parte dell’immagine della nostra regione e che, se pure spesso instabili, rendono affascinante questa terra che ai foresti sembra sempre in salita.

    A Marzo, infatti, proprio uno di questi muri ha improvvisamente, ma forse non inaspettatamente, fatto parlare di sé: nel giorno in cui la Milano Sanremo doveva mostrare la nostra Riviera al meglio, una frana ha costretto i ciclisti a 9 km di autostrada, sfiorando la tragedia poiché due passanti rimasero colpiti gravemente. Ci sono voluti cinque mesi per riaprire un senso unico alternato, e solo a dicembre avremo forse la viabilità ordinaria. Ma non è un caso isolato, e da La Spezia a Ventimiglia sono numerose le aree di criticità che la Regione Liguria, attraverso il Settore Assetto del Territorio ha il compito di mappare e classificare a seconda del grado di rischio. Si parlerà indifferentemente di frane, trattando sia i distacchi da muri naturali che da quelli artificiali poiché, in un territorio come il nostro, il risultato è comunque quasi sempre invasivo e costoso per la collettività al pari di qualsiasi altra calamità naturale.

    Ne abbiamo parlato con Alessandro Gennai, geologo ed esperto esecuzione prove PMI (positive material investigation), collaboratore, fra altri, della Regione Emilia Romagna e della Regione Liguria e capo delegazione per il Tigullio e Portofino del Fai (Fondo Ambiente Italiano). «La percezione che abbiamo del governo del territorio è che vi sia un sostanziale disinteresse da parte delle istituzioni, viste anche le tragiche esperienze che hanno interessato il Comune di Genova, soprattutto dal punto di vista idrogeologico: ma se analizziamo il quadro normativo vigente – sottolinea Gennai – vediamo come la realtà non sia adeguatamente conosciuta, forse perché è mancata la valorizzazione di quanto fin qui è stato fatto. Non sto ad elencare tutte le leggi che si sono susseguite, ma si può dire che il 1989 sia stato l’anno della svolta, e poi nel 1998 (con l’emanazione del cosiddetto decreto Sarno) si sono poste le basi legislative per la redazione dei Piani di bacino. Questi sono gli strumenti principali di governo del territorio dal punto di vista idraulico ed idrogeologico».

    I dati sono pubblici e consultabili sul sito dedicato di Regione Liguria, ma per interpretarli occorre una valutazione specialistica: «La carta della suscettività al dissesto riporta ben visibili delle zone rosse che indicano la presenza di aree in cui sono presenti movimenti di massa in atto ossia di frana attiva – spiega il geologo – delle zone di color ocra rappresentanti le zone a suscettività al dissesto elevata ossia aree in cui sono presenti frane quiescenti o segni precursori o premonitori di movimenti gravitativi quindi in sostanza zone che non stanno franando per ora, ma che potrebbero farlo a breve. Basta quindi un colpo d’occhio, una volta avuta questa informazione, per vedere sulla carta che di fatto sono centinaia le zone a rischio frana, e riguardano ampie parti di territorio urbano con strade, case, uffici e torrenti» conclude.

    «A Genova – aggiunge – siamo tutti concentrati sui fondi valle per i noti eventi alluvionali, ma bisogna guardare in che condizioni si trovano i versanti che, come dice il nome stesso, versano l’acqua piovana nei ricettori principali che affluiscono nell’asse drenante maggiore che è l’alveo del fiume, che sia il Bisagno, il Polcevera o il Chiaravagna».

    Le zone rosse

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    Nella cartografia vediamo numerose zone rosse, chiamate Pg4: per queste aree leggiamo sul Piano di bacino che molte attività ormai non sono più consentite, ad esempio sbancamenti, nuove edificazioni, ampliamenti; per quelle classificate Pg3 i divieti sono meno stringenti ma le nuove attività e le nuove costruzioni, sempre limitate, devono essere espressamente autorizzate con parere vincolante dell’Ufficio regionale competente. Oltre agli ovvi divieti in queste zone sono state predisposte sia opere per ridurre la vulnerabilità del suolo, sia per ridurre gli elementi esposti al rischio: in altri termini, l’evacuazione ed il trasferimento di abitati instabili o strutture di valore socio-economico che si trovassero in chiaro pericolo.

    Si tratta, tra l’altro, di un pericolo non certo teorico; nel 2013 è stata annunciata una nuova conta dei muri effettivamente a rischio frana, quelli deformi, spanciati, eccetera: purtroppo, censimento o no, non è stato effettuato alcun intervento e, a turno, ci si ritrova con circolazione a senso unico alternato, traffico in tilt, quartieri isolati. Tutto questo non è ovviamente un caso: certo ci sono manufatti vecchi che hanno bisogno di essere irrobustiti e che, creati per contenere orti e giardini, si trovano oggi ad essere, di fatto, la base di insediamenti abitativi anche molto estesi, con l’aggiunta di traffico di mezzi e di rifacimenti che magari appesantiscono ulteriormente il carico.

    Ricapitolando solo gli episodi che negli ultimi anni hanno avuto un’eco maggiore, possiamo ricordare la notte dell’aprile 2013, quando il muro di sostegno di Via Dassori alto 10 metri franò rovinosamente per fortuna senza conseguenze su persone; dopo meno di una settimana crollò un’ulteriore porzione del medesimo muraglione. Pochi giorni prima nel quartiere del Lagaccio, in Via Ventotene, un crollo aveva coinvolto due auto parcheggiate; si trattava di una strada privata quindi, a parte il supporto logistico, il Comune decise di non intervenire. Solo un anno dopo gli abitanti hanno potuto fare ritorno a casa. Ma siccome a Genova le frane non sono classiste, nel gennaio 2014, a Capolungo, praticamente al confine fra Genova e Bogliasco venne giù il costone di muro fronte mare sul quale dal ‘700 sorgono cinque palazzine; la pioggia violenta di quei giorni innescò la frana ma, ad oggi, le abitazioni non sono ancora agibili. Un residente era anche disposto a farsi carico dei lavori necessari, ma non si ha notizia che l’autorizzazione sia finora arrivata.

    A febbraio dello stesso anno un grosso masso si è staccato dal muro di Via Digione, quartiere San Teodoro, investendo lo stesso palazzo che nel 1969 fu teatro del maggiore disastro idrogeologico genovese: 19 morti a causa del crollo del muraglione stesso. Sempre nel 2014, a novembre, Via Riboli ad Albaro è letteralmente crollata sopra ad un palazzo di Via Trento. Questa rapida sequenza di episodi solo per ricordare che la città è stata costruita a ridosso di muri che cedono e sopra frane che si muovono. Purtroppo.

    Certificazione sismologica

    frana

    Quindi, oltre a quanto messo in evidenza dai Piani di bacino, è chiaro che occorre anche la partecipazione dell’Ente comunale con la redazione del Piano Urbano Comunale con il quale si disciplina l’uso del territorio; ciò significa che ogni intervento privato e pubblico richiede il parere del geologo che verifica a livello puntuale quali problematiche possano esserci in caso di cantiere edilizio. Queste misure trovano il dottor Gennai favorevole, ed in un certo senso persino ottimista: «Così come ad oggi abbiamo la certificazione energetica, un domani avremo quella sismologica e certamente occorre lavorare per far sì che non venga percepita come l’ennesimo balzello inutile ma come qualche cosa di nuovo e di indispensabile per una programmazione seria del territorio. Gli urbanisti purtroppo ancora non hanno interiorizzato le nuove esperienze, continuano a partire dal Puc del suolo mentre è con il sottosuolo che noi d’ora in avanti dovremo fare i conti prima di costruire».

    «Certamente si tratta di una rivoluzione copernicana dal forte impatto emotivo oltre che economico; la legge sul contenimento del consumo di suolo, che si è data l’obiettivo di portare questo a zero entro il 2050, prevede che, salvo casi straordinari, si costruisca solo sul già costruito e finanzia in maniera estesa chi intende trasferire unità produttive e case da un territorio ad alto rischio ad un altro con una rischiosità inferiore. Ma alcuni immobili, forse la maggior parte, potrebbero perdere gran parte del proprio valore, altri diventare quasi inutilizzabili per via della mancata certificazione, ed essere costretti alla demolizione. Purtroppo questo è il conto, piuttosto salato, di una cementificazione sfrenata che dagli anni 60 fino quasi ad oggi è continuata indisturbata, nonostante le “disgrazie” iniziassero ad essere sempre più numerose e, purtroppo, prevedibili».

    Sono stati evocati gli urbanisti, e allora sentiamo un architetto, il dottor Saverio Giardino, tecnico urbanista che si occupa prevalentemente, ma non solo, della zona del Tigullio: «Posso condividere in qualche misura il parere del geologo, perché comunque per noi architetti occuparci del sottosuolo è ovvio, ma dobbiamo farlo con le carte che ci hanno fornito appunto i geologi, gli ingegneri, insomma gli esperti. E se vediamo una frana attiva inutile dire che non si costruisce. Però deve esserci, questa segnalazione. Il Piano Casa, cioè la Legge Regionale n. 49 finanzia i trasferimenti di abitazioni e di aziende: certamente una cosa è spostare la singola unità abitativa posta su di una frana, altra cosa è muovere interi condomini prevedendo nuovi locali dove alloggiarli».

    Rinaturalizzazione del territorio

    Ascoltate le voci piuttosto concordanti dei due tecnici, non poteva però mancare il parere di chi va ricercando costantemente il punto di equilibrio fra l’offerta di beni e servizi e la vivibilità che una città dovrebbe offrire. Andrea Agostini portavoce di Legambiente Liguria, va dritto al punto: «Non sono d’accordo con questo concetto di far spostare le persone, intanto perché ci sono frane e frane, e voler mettere tutto nello stesso calderone è il modo migliore per trovare soluzioni inefficaci. Se parliamo di frane causate dagli stessi spostamenti tettonici che provocano le scosse sismiche, è chiaro che possiamo solo prevenire i danni causati dagli eventi stessi, costruendo e ricostruendo in maniera più sicura possibile rispetto a questi eventi»

    «Certo – prosegue – in questo caso occorre valutare il rapporto costi benefici, che ovviamente non sarà il medesimo per il condominio anni ’70 e per la chiesa antica del ‘300. Se decido di non poter proteggere il condominio, allora devo far spostare le persone, senza dubbi e senza aspettare.La frana spesso però dipende invece da infiltrazioni di acque disperse, che si potrebbero imbrigliare seguendo un principio che in tutta Europa ormai è una prassi: la ri-naturalizzazione dei corsi d’acqua. Seguendo questo metodo si cerca di eliminare per quanto possibile il cemento attorno a fiumi e torrenti, in modo da lasciare vie di fuga alla piena che scava i propri percorsi in un terreno fatto di terra, mentre se incontra il cemento non può che gonfiarsi ed accelerare, diventando un vero pericolo».

    Agostini sembra avere le idee chiare in materia, ed aggiunge: «Intanto non si smette di vedere costruzioni che nascono in zone evidentemente pericolose, e questo capita perché si può sempre presentare un bellissimo progetto completo di tutti gli accorgimenti utili ad evitare il rischio, ma poi si può costruire senza rispettare diciamo così, alla lettera il progetto. A questo punto, se e quando il sinistro si realizzerà, cercare il colpevole sarà il solito, inutile esercizio di stile per pochi idealisti. La verità è che, nella migliore delle ipotesi, mancano le competenze in chi ricopre incarichi di responsabilità; poi a volte c’è malafede, e questo è davvero un mix micidiale per il nostro paese».

    A questo punto è evidente che, mentre il processo di governo del territorio si sta sviluppando sempre più ed è parte integrante delle attività proprie degli amministratori locali, tanto lavoro deve essere ancora svolto e tocca a tutti farne una parte. Deve sicuramente essere migliorata la comunicazione, sia affinché l’importanza di quanto realizzato possa essere trasmessa, sia per incoraggiare i cittadini a tenere un comportamento razionale rispetto alle situazioni critiche in cui potrebbero trovarsi. Comunicazione efficace, quindi, e comportamenti coerenti con quanto dichiarato; le conoscenze tecniche e culturali sembrano non mancare, la vera questione sta nell’incaricare le persone veramente competenti affinché possano occuparsi di affrontare e possibilmente risolvere questi problemi.

    Bruna Taravello

  • Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    orto-singergico-valletta-san-pietroIl bisogno di riavvicinarsi ai ritmi naturali legati al lavoro della terra, antidoto al disagio di molte persone per i ritmi artificiali imposti dalla vita lavorativa e sociale. La crisi che ha portato molte persone a riscoprire l’importanza economica dell’agricoltura. Il desiderio di molti anziani di lavorare la terra mettendo a frutto in città saperi acquisiti in gioventù e di giovani e gruppi di avere uno spazio in cui coltivare e condividere prodotti di qualità. L’attenzione alle filiere alimentari e la voglia di “sapere che cosa si mangia”. La necessità di riqualificare spazi degradati. Sono le ragioni che negli ultimi anni hanno portato a riscoprire gli orti urbani, nati nel XIX secolo e quasi scomparsi nel dopoguerra.
    Dopo l’esperienza pionieristica di Modena nel 1980, molti comuni hanno adottato regolamenti per l’individuazione e l’assegnazione delle aree adibite a orto urbano.
    Il Comune di Genova, dopo l’istituzione della Consulta del Verde nel 2012, nel 2015 ha aggiornato il regolamento sui terreni a uso agricolo, aumentando la platea dei potenziali assegnatari e riconoscendo forme particolari di orto urbano: orti didattici, community garden, orti sociali e terapeutici, orti innovativi. La gestione dei bandi per l’assegnazione è affidata ai Municipi.

    Per raccontare questo mondo, a distanza di quasi 4 anni, siamo a tornati a visitare l’orto sinergico di Cornigliano, in via Nino Cervetto, all’interno del parco urbano di Valletta San Pietro. Un’esperienza legata a un’idea complessiva di città che comprende l’agricoltura urbana, la riqualificazione degli spazi degradati, la promozione di nuovi stili di vita e di organizzazione del territorio.

    Il progetto è stato promosso nel 2011 dall’associazione Terra Onlus che si occupa di formazione ambientale, accesso alla terra, sostegno all’agricoltura locale e filiere di distribuzione del cibo e altri prodotti. Il valore simbolico dell’iniziativa è accresciuto dal fatto di essere stata realizzata in un luogo d’Italia simbolo di un modello di industrializzazione e urbanizzazione che negli ultimi anni ha mostrato tutte le sue criticità.
    L’orto di Cornigliano è coltivato secondo i principi dell’agricoltura sinergica, sistema naturale incentrato sulla preservazione dell’ecosistema del suolo e ispirato agli insegnamenti di Masanobu Fukuoka.

    orto-singergico«Quando non si parlava ancora di orti comunitari – ci spiega Giorgia Bocca, referente di Terra Onlus – grazie a un progetto europeo della rete Yepp della quale facevamo parte e che promuoveva l’attivazione di progetti partecipativi destinati ai giovani di quartieri periferici, abbiamo reso coltivabile questo luogo, che era fortemente degradato, e iniziato dei processi di attivazione territoriale per farlo diventare un luogo di aggregazione per il quartiere. In Italia abbiamo altri progetti simili, e ora, avendo raggiunto gli obiettivi prefissi, abbiamo deciso di coinvolgere di più soggetti da sempre interessati alla gestione dell’orto. E’ importante che ci sia un cambio, un nuovo ciclo. Terra Onlus fa parte della Consulta del Verde del Comune e si è impegnata sul nuovo regolamento per favorire l’accesso agli orti urbani di più soggetti possibile, in particolare dei più giovani».

    Gli spazi attuali sono relativamente numerosi e gestiti da cittadini o da gruppi, in alcuni casi formati da Terra Onlus. La domanda di terra in città è in netta crescita e, sempre secondo Terra Onlus, sarebbe auspicabile l’individuazione di nuovi terreni per far fronte alle tante richieste, provenienti soprattutto da giovani disoccupati e associazioni.

    Oggi l’orto è gestito da un gruppo di volontari, coordinati da Valentina Tricerri, educatrice del settore infanzia e adolescenza di Arci. Sono cittadini che si prendono cura della parte agricola, insegnanti delle scuole del quartiere, educatori interessati a valorizzare l’aspetto didattico del contatto con la natura. «Attualmente il progetto non è finanziato e abbiamo provato a fare una chiamata alle armi popolare», ci racconta Valentina. «La cosa meravigliosa è che c’è stata una risposta super variegata. Per le persone del quartiere la calamita è stata la possibilità di avere un luogo verde da poter curare e da cui trarre beneficio anche a livello di prodotti agricoli. Loro sono le persone che ci investono di più a livello di cura e tempo: se nessuno coltiva è inutile portarci i bambini, sarebbe solo un giardino. Questo è e deve essere un luogo anche aperto ad altri. La valenza pedagogica è fondamentale. Spiegare ai bambini che cosa significa un orto sinergico ha un valore educativo altissimo. L’ecologia è una rete di solidarietà in cui ognuno ha una propria natura, una propria specificità, che viene valorizzata nello scambio con altri. L’importanza di essere tanti, diversi e in rete è l’obiettivo che molti di noi hanno con i bambini e i ragazzi. La cura della terra è per tutti qualcosa di proficuo».

    orti-verde-stagnoL’associazione Philos ha svolto attività terapeutica con ragazzi autistici e alcune scuole attività educative legate agli orti didattici. Una suggestiva ipotesi è stata quella di coltivare a Valletta San Pietro specie tipiche dei paesi di alcuni richiedenti asilo coinvolti nella gestione dell’orto, ma non è stato possibile, a causa delle differenze climatiche.
    L’orto si trova a metà del parco, in un’area in cui sorgeva un parco giochi per bambini distrutto dal fuoco, poco sotto la collina di Coronata, dove sorgono altri orti tradizionali, curati da singoli cittadini. Questa posizione, secondo Valentina, ha preservato l’ambiente dell’orto: «Quando sei lì, ti senti davvero in mezzo alla natura. La strada di Cornigliano, l’inquinamento, il rumore delle macchine sembrano lontanissimi. Sullo sfondo vedi palazzoni di cemento armato, ma senti cantare gli uccellini…è una fascia di natura, che ha preservato una biodiversità molto particolare, tipica di altre regioni e altre latitudini».

    L’orto sinergico di Cornigliano non è solo agricoltura urbana. E’ anche educazione, didattica, “ortoterapia”, se ci è concesso usare un neologismo. È teatro di eventi culturali come il Festival degli orti sinergici, integrazione sociale e interculturale, cittadinanza attiva, cura del territorio e rigenerazione urbana.
    Il gruppo coordinato da Valentina è aperto, chiunque lo desideri può chiedere di inserirsi in qualsiasi momento e partecipare alla gestione dell’orto: basta contattare Valentina all’Arci Genova, chiamando il numero 0102467506.


    Andrea Macciò

  • Amiu, Iren vuole il 51% e ci mette Tortona. Chieste assicurazioni su Scarpino. Bozza accordo entro gennaio

    Amiu, Iren vuole il 51% e ci mette Tortona. Chieste assicurazioni su Scarpino. Bozza accordo entro gennaio

    rifiuti-amiuMaggioranza assoluta delle quote di Amiu, proroga della scadenza del contratto di servizio attualmente prevista al 2020, revisione del sistema di governance proposto dal Comune di Genova e definizione degli accantonamenti per la gestione post mortem delle discariche di Scarpino 1 e 2 e per l’apertura di Scarpino 3. Secondo quanto riportato dall’agenzia Dire, sono queste le condizioni dettate da Iren Ambiente all’amministrazione genovese per dare vita all’aggregazione industriale con Amiu, illustrate questa mattina alla stampa dagli assessori al Bilancio e all’Ambiente del Comune di Genova, Franco Miceli e Italo Porcile, e dal direttore generale, Franco Giampaoletti, che hanno così sintetizzato la proposta dell’azienda, unica ad aver risposto all’offerta del Comune di Genova: «La manifestazione di interesse di Iren – puntualizza l’assessore Miceli – non è il modello aggregativo. Iren ha fatto le sue proposte, ora si entra nella fase negoziale per definire le condizioni di soddisfacimento delle reciproche esigenze». Dunque, si affretta a specificare l’assessore, «non è detto che la percentuale di acquisizione che scaturirà alla fine del processo sia questa: dipenderà dagli apporti di Iren in termini di capitale misto impianti e cache». E dipenderà anche dalla due diligence che metterà nero su bianco il valore attuale di Amiu, nonché da una valutazione strategica dell’azienda pubblica, anche in vista di un ampliamento territoriale che ha già suscitato l’interesse di Iren.

    I chiarimenti chiesti a Iren

    Anche la multiutility dovrà dettagliare alcune valutazioni concrete. «Nella risposta alla manifestazione di interesse – spiega il direttore generale di Palazzo Tursi, Franco Giampaoletti – non si parla di altri due impianti previsti nel piano industriale di Amiu: la separazione secco-umido e la depurazione delle acque. Inoltre, non viene esplicitato il valore del biodigestore di Tortona che l’azienda si dice disposta a conferire». Da tutte queste valutazioni scaturiranno le percentuali che resteranno in mano pubblica e quelle che finiranno in mano privata. Una discussione complessa per la quale il Comune non sembra intenzionato a individuare un interlocutore unico. «La trattativa riguarda argomenti tecnici, economici e legali – prosegue Giampaoletti – e richiede competenze specifiche, per cui al tavolo siederanno di volta in volta persone competenti per i settori in questione». L’obiettivo è quello di giungere «entro fine anno, massimo inizio gennaio 2017, a una sorta di protocollo di intesa, di accordo preliminare che formalizzi obblighi e diritti da ambo le parti», spiegano Miceli e Giampaoletti. Documento che, una volta stilato, dovrà passare al vaglio del Consiglio comunale. «Non significa che l’operazione sarà conclusa entro quei tempi perché saranno necessari i passaggi di natura formale per processare il conferimento dei beni e la costituzione della nuova compagine societaria». Passaggio, quest’ultimo, che potrebbe avvenire anche in due tappe: la prima solo per quanto riguarda un aumento di capitale diretto con iniezione di soldi freschi, la seconda per il conferimento degli impianti.

    La sorte dei lavoratori

    Rimangono da chiarire le questioni legate ai lavoratori, che in passato si sono opposti al passaggio di Amiu a privati: con il primo ingresso solo economico, la partecipazione di Iren potrebbe restare sotto il 50% per poi superare la soglia fatidica a operazione effettivamente completata anche con gli impianti. Ma il tavolo con i sindacati si annuncia tra i più problematici: un primo incontro, già previsto dall’accordo precedente alla pubblicazione della manifestazione di interesse, si sarebbe dovuto tenere oggi ma potrebbe slittare. «Non ci sono punti su cui la distanza sia tale da non consentire neppure l’avvio della negoziazione con Iren», sostiene l’assessore Porcile, come riportato dall’agenzia Dire. «Ci sembra che Iren Ambiente abbia le caratteristiche adeguate per iniziare la negoziazione – prosegue – d’altronde, eravamo formalmente liberi di decidere che la manifestazione non avesse portato agli esiti sperati». Più diretto Giampaoletti: «Se qualcuno pensa che facciamo la trattativa con i pantaloni alle caviglie, sta sbagliando. Amiu non è una bad company da scaricare. L’operazione Amiu-Iren rappresenta un’opportunità da entrambe le parti».

    Tra i paletti insormontabili posti dal Comune, il mantenimento dei livelli occupazionali (già accolto da Iren), il mantenimento dell’indipendenza di Amiu rispetto a Iren e la sua identità e collocazione nel territorio genovese, e la partecipazione in maniera qualificata a decisioni strategiche. Impensabile, comunque, uno scenario dall’esito negativo. «Nel caso – conclude Miceli – o si trova una molto complicata soluzione interna oppure si procede a nuova gara con evidenza pubblica, sperando in candidati nuovi. Ma ci impegneremo perché l’operazione si concluda con soddisfazione di tutti, compresi i lavoratori».

  • Elettrificazione delle banchine, Genova diminuisce le emissioni inquinanti

    Elettrificazione delle banchine, Genova diminuisce le emissioni inquinanti

    porto-riparazioni-navaliNon solo adsl, ma anche progetti di riqualificazione dell’area portuale. Questa può essere la formula giusta per mandare avanti l’economia di Genova, sia per quanto riguarda un traffico commerciale, sia per quanto riguarda quello più prettamente turistico. Da una parte, il governo che ormai da qualche tempo si è messo come obiettivo quello di implementare la rete, quindi con fornitura non solo adsl ma anche connessione wi-fi praticamente su tutto il territorio; dall’altra, la Regione con dei progetti green.

    Bisogna fare di più e si deve farlo nella direzione di un sempre minor impatto ambientale. Questo in buona sostanza è quello che ci si pone come obiettivo nella Regione Liguria. Il porto di Genova, infatti, è uno dei più trafficati di tutto il territorio nazionale. Un aspetto senza dubbio positivo che, tuttavia, purtroppo incide pesantemente su un inquinamento che in città non ha certo bisogno di essere incrementato. Dirette responsabili delle emissioni di biossido di azoto sono le navi che sostano nelle banchine, sebbene solo per il 7,5%; il resto dell’inquinamento sarebbe imputabile al traffico veicolare.

    Con l’elettrificazione delle banchine si potranno diminuire ulteriormente tali emissioni e marciare verso una concezione sempre più green dell’area portuale e di tutta la città. Per l’elettrificazione delle banchine nell’area delle riparazioni navali verranno stanziati ben 9,7 milioni di euro. Di questi, una parte verranno erogati dal ministero dell’Ambiente e una parte dalla Regione Liguria attraverso i fondi Por Fesr.

    Sono attualmente in corso, in collaborazione con il dipartimento di Fisica dell’Università di Genova, tutte le valutazioni e gli studi atti a verificare se il tasso d’inquinamento rilevato sia effettivamente tale o se vi siano percentuali maggiori rispetto a quelle oggi conosciute e attribuite al traffico portuale. Insomma, la direzione intrapresa sembra essere abbastanza chiara, bisogna solo da aspettare i risultati di queste analisi e, di conseguenza, le eventuali ulteriori misure che verranno attuate, sempre che non risulti sufficiente la sola elettrificazione delle banchine. Per quanto riguarda le emissioni imputate al traffico veicolare, invece, c’è ancora molto da fare per rendere Genova non solo a misura del commercio ma anche a misura del turista.

  • Val Varenna, un tavolo tra Comune, Regione e Cociv per la sicurezza della cava Pian di Carlo

    Val Varenna, un tavolo tra Comune, Regione e Cociv per la sicurezza della cava Pian di Carlo

    cava-pian-di-carlo-varenna-01La cava Pian di Carlo da qualche mese è diventata sede temporanea di conferimento dello smarino del Terzo Valico. Decine di mezzi pesanti ogni giorno attraversano Pegli e la Val Varenna per raggiungere il sito, tra la preoccupazione degli abitanti che chiedono chiarezza sulla sicurezza del sito e sulla tipologia di materiale scaricato. Il Comune di Genova prova a correre ai ripari, impegnandosi ad organizzare un tavolo di confronto con Regione Liguria, Municipio, Cociv e proprietà per mitigare rischi e disagi e, soprattutto, per rispondere ai comitati territoriali.

    Sicurezza

    val-varenna-cava-franeDa molto tempo i cittadini denunciano la pericolosità di questa cava, “cresciuta” negli anni mangiandosi parte dell’alveo del torrente Varenna: attiva già dal 1997, con la giunta regionale Biasotti diventa una delle discariche per le terre di scavo dei lavori pubblici e non, per un totale di 900 mila metri cubi di materiale. Nel 2015 è inserita nel “Piano Cave” per gli scavi del Terzo Valico, approvato da Regione Liguria: ad oggi si sono aggiunti circa 400 mila metri cubi di smarino proveniente dai cantieri della Val Polcevera. Un milione e 200 mila metri cubi di materiale, quindi, che incombono sul torrente: «Una bomba ad orologeria – denunciano alcuni cittadini ai consiglieri durante il sopralluogo della commissione Territorio del Consiglio Comunale di Genova – oggi non esistono certificazioni che il “piede” della cava Pian di Carlo, che insiste sull’alveo del Varenna, sia capace di reggere il nuovo carico durante una eventuale piena». Una eventualità non così remota: ancora vivi i ricordi dei danni dell’alluvione del 1993 (che provocarono in valle la morte di due persone), del 2011 e 2014: se la struttura cedesse, una montagna di fango e detriti si riverserebbe nel torrente, mettendo a rischio le abitazioni e tutta la delegazione di Pegli. «Ad oggi la cava è a norma – risponde il vice sindaco Stefano Berninisecondo l’autorizzazione regionale, ma la concessione scadrà a fine dicembre. Per rinnovarla dovranno essere fatte nuove perizie e nuove certificazioni da parte dei geologi».

    Accesso e viabilità

    cava-pian-di-carlo-varenna-pontePer raggiungere la cava Pian di Carlo, i camion devono attraversare un guado sul Varenna, costruito in maniera provvisoria anni fa, non transitabile in caso di piena. Questa passerella, però, è anche l’unico accesso per alcune abitazioni sul versante ovest della vallata: «L’idea è quella di imporre a Cociv la costruzione, come onere, di un ponte vero e proprio che risolva per sempre la questione – dichiara Mauro Avvenente, presidente del Municipio VII – anche perché l’autorizzazione per utilizzare quel guado è in scadenza e questa opera può essere inserita come propedeutica per il rinnovo». La questione però principale rimane la viabilità della valle: da diversi mesi, infatti, ogni giorno decine di camion fanno spola tra cantieri e cava, appesantendo in maniera notevole il traffico e degradando la sede stradale: «Ad oggi non abbiamo una quantificazione precisa – spiega Avvenente – e le telecamere che il Comune aveva predisposto non si possono utilizzare perché secondo il ministero il luogo non è omologato. Dobbiamo capire quale è la misura massima di sopportazione e arrivare al tavolo con un dato certo e non trattabile». Un problema che riguarda anche Pegli: i “quattro assi”, infatti, passano attraverso l’abitato della delegazione, con non pochi disagi e rischi per le persone.

    Contaminazioni

    cava-pian-di-carlo-varenna-02Diversi cittadini in passato hanno denunciato viaggi notturni sospetti di camion diretti alla cava Pian di Carlo: alcuni abitanti della zona hanno più volte assistito al passaggio di mezzi che, a luci spende, andavano a scaricare a Pian di Carlo il contenuto del loro carico. Un atteggiamento decisamente sospetto che getta pensanti ombre sull’origine di alcuni materiali finiti in discarica, soprattutto se si pensa al rischio idrogeologico e al fatto che, stando ai progetti, la Gronda di Ponente passerà proprio in questa cava, la cui attività estrattiva fu fermata decenni fa poiché la roccia era, ed è, ricca di fibre di amianto. «Abbiamo chiesto che vengano fatti dei carotaggi per vedere cosa è stato interrato – spiegano alcuni abitanti – ma non abbiamo ancora avuto risposte». È lo stesso vicesindaco Stefano Bernini a replicare: «I carotaggi sono stati eseguiti e i risultati sono in fase di elaborazione da parte degli uffici tecnici, sicuramente le nuove autorizzazioni dovranno passare anche da questi risultati».

    Con la solita lentezza strutturale alla “cosa pubblica”, quindi, si sta lavorando per garantire la sicurezza della Val Varenna e di Pegli. Le questioni tecniche sul tavolo sono molte e decisamente impattanti, e si spera che i nodi vengano sciolti nel più breve tempo possibile, prima che sia troppo tardi. Rimane il dato politico: quando si tratta di grandi opere e grandi affari (e relativa grande fretta), le verifiche per la tutela dei territori e delle persone sono troppo spesso fatte “in corso d’opera” e mai ex ante, approfittando delle labirintiche pieghe della burocrazia italica. Non tutto, però, è reversibile e correggibile, e la Politica dovrebbe saperlo. Dovrebbe.

    Nicola Giordanella

     

  • Amiu, l’offerta di Iren è ammissibile. Ora si passa all’esame della proposta nel merito

    Amiu, l’offerta di Iren è ammissibile. Ora si passa all’esame della proposta nel merito

    amiu-iren-busteL’offerta di Iren per entrare in Amiu come partner privato è formalmente ammissibile. «Completato l’esame della documentazione pervenuta, la manifestazione di interesse di Iren Ambiente spa, società del gruppo Iren, è conforme ai requisiti contenuti nell’avviso esplorativo del Comune di Genova». Lo dice il direttore generale di Palazzo Tursi, Franco Giampaoletti, al termine della seduta pubblica nel corso della quale è stata aperta la busta dell’unica offerta arrivata per aderire alla manifestazione di interesse indetta dal Comune di Genova per trovare un partner industriale privato ad Amiu, come riportato dall’agenzia Dire.

    Presente anche una trentina di lavoratori. «Siamo preoccupati di come il Comune ha gestito tutta la vicenda- dicono- e di quello che accadrà con l’aggregazione. Chiediamo che riparta immediatamente il confronto con l’amministrazione visto che non sappiano che valore abbia l’accordo firmato lo scorso luglio».

    L’amministrazione ora entrerà nel merito dell’ammissibilità della proposta di Iren, con particolare attenzione alle 43 pagine di relazione tecnica economica contenuta nell’offerta. La speranza dell’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, è di chiudere questa fase già entro la settimana o, al massimo, nei primi giorni della prossima. Si potrà così procedere alla trattativa privata tra l’amministrazione comunale, i vertici della partecipata che si occupa del ciclo dei rifiuti e quelli della multiutility.

    Così, entro la fine dell’anno, dovrebbe concludersi il percorso per la definizione del nuovo assetto societario della realtà che gestirà i rifiuti a Genova.

  • Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    Iplom, ripartono i pompaggi di greggio. La prefettura al lavoro sui Piani di Emergenza Esterna

    fegino.iplom2La raffineria di Busalla a brevissimo rientrerà in funzione: in queste ore, infatti, stanno ricominciando i pompaggi attraverso le tubature che dal Porto Petroli di Multedo portano il greggio ai depositi di Fegino, e da lì poi fino in Valle Scrivia. Dopo il dissequestro, nei giorni scorsi le condotte sono state sottoposte ai collaudi Mise previsti dalla legge, supervisionati da Guardia Costiera e Vigili del Fuoco: da qui il via libera per il riavvio degli impianti; in primo luogo verranno riempiti i depositi di Fegino, e solo successivamente il petrolio sarà pompato fino alla raffineria Iplom di Busalla, che entro un paio di settimane dovrebbe tornare a pieno regime, secondo quanto dichiarato dall’azienda.

    Una buona notizia per gli operai dell’azienda, da mesi in cassa integrazione: da qualche giorno molti sono già stati richiamati per le prime operazioni di riaccensione dell’impianto. Entro poche settimane la situazione dovrebbe tornare alla normalità pre-incidente. Dal canto suo Iplom ha accantonato 3 milioni di euro per le manutenzioni dei prossimi anni, che per ogni condotta dovranno avere luogo con ciclo triennale.

    I tempi lunghi della bonifica

    Tempi lunghi, invece, per la bonifica definitiva, come spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova, Italo Porcile: «La legge prescrive dei tempi tecnici che non possiamo scavalcare – spiega – la cui ragione sta nel fatto che certe operazioni devono essere approfondite. Comunque ogni sforzo è teso per fare tutto con rapidità ed efficacia». Il Piano di Caratterizzazione (il documento che riporta lo stato dell’arte del sito, una sorta di diagnosi, ndr) proposto da Iplom nei giorni scorsi, infatti, secondo Arpal deve essere approfondito in alcune sue parti (soprattutto quelle riguardanti l’alveo del Polcevera) ed è lo stesso Porcile a spronare Iplom per: «completare il documento secondo le richieste fatte entro pochi giorni, per poter così partire con i lavori di bonifica».

    Di pari passo procederanno le operazioni di messa in sicurezza idraulica del rio Fegino, che presenta diverse criticità. Su questo, però, non c’è ancora l’accordo tra Comune e azienda: secondo l’assessore Crivello, infatti, la sistemazione del bacino idrico del torrente dovrà seguire la bonifica, mentre per Iplom, le operazioni di pulizia del suolo potranno essere svolte compiutamente solo dopo i lavori di messa in sicurezza. Un nodo che dovrà essere sciolto nei prossimi giorni, per evitare ulteriori lungaggini.

    La Prefettura al lavoro

    Durante le ore che seguirono l’incidente, Era Superba aveva denunciato la mancanza di Piani di Emergenza Esterni aggiornati. Nel frattempo gli uffici della Prefettura di Genova hanno incominciato a lavorate sulla stesura dei nuovi piani: on-line si possono trovare oggi le relazioni preliminari di alcuni siti, e fino al 3 di ottobre potranno essere presentate osservazioni, richieste e chiarimenti. Al momento sono sei i PEE in fase di lavorazione: la speranza è che l’iter si concluda al più presto per tutti i siti a rischio di incidente rilevante, per evitare ulteriori rischi alle persone che abitano, lavorano o transitano nelle vicinanze di questi impianti.

    Se negli oleodotti il petrolio è tornato a scorrere, l’emergenza ambientale non è finita: i danni provocati dalla fuoriuscita di circa 700 mila litri di greggio non sono ancora stati quantificati con certezza, e i territori colpiti sono ancora in attesa di risposte certe riguardo la bonifica. Per centinaia di persone, il ritorno ad una normalità vivibile è ancora un miraggio.

    Nicola Giordanella

     

     

  • Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    Iplom, oleodotto dissequestrato: riparte il lavoro. A breve revoca della cassa integrazione

    fegino.iplom3L’oleodotto Iplom, la cui rottura il 17 aprile scorso aveva portato a un ingente sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera e nei suoi affluenti a Genova, può riprendere a funzionare dopo 5 mesi di fermo. Lo riporta l’agenzia Dire informando che l’azienda ha ricevuto il via libera dalla magistratura e la rimessa in esercizio avverrà entro la fine di settembre. Di conseguenza, anche la cassa integrazione che riguardava 240 lavoratori verrà interrotta a breve per riportare l’azienda al regime produttivo.

    “Una nuova radiografia dell’oleodotto, condotta con le più sofisticate ed aggiornate tecniche di indagine, eseguita durante il mese di agosto, ha confermato come le attuali condizioni ne garantiscano l’esercizio in sicurezza – informa l’azienda in una nota – e la permanenza delle condizioni di sicurezza, come oggi accertate, sarà garantita dalla pianificazione triennale di controlli e interventi manutentivi da parte di specialisti del settore. E sarà verificata con l’esecuzione di un nuovo collaudo idraulico nel corso del 2019, come espressamente richiesto dalla Magistratura”.

    In questi mesi, l’azienda comunica di aver realizzato 3 milioni di euro di lavori per la messa in sicurezza e 8 milioni di euro di lavori per la bonifica del territorio. In parallelo alla riapertura, proseguiranno i lavori di ripristino ambientale del territorio e un programma di interventi di miglioramento dell’affidabilità sull’oleodotto.

    Una buona notizia per i lavoratori e, speriamo, anche per il territorio se i lavori di miglioramento dell’oleodotto daranno i frutti sperati.

  • Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    Piani di Emergenza, a cento giorni dal disastro di Fegino i documenti sono ancora irregolari

    AGGIORNAMENTO – 9 agosto 2016 – In risposta alla nostra inchiesta, in data 3 agosto 2016 riceviamo dagli uffici della Prefettura la seguente comunicazione: “In merito a quanto richiesto, si comunica che dal 2 maggio scorso è stato costituito presso questa Prefettura un gruppo tecnico di lavoro incaricato di procedere, ai sensi del d. lgs. 105/2015, alla revisione dei piani di emergenza esterna delle industrie a rischio presenti sul territorio provinciale. Il sito della Prefettura, pertanto, verrà aggiornato all’esito della revisione”. 

    La redazione di Era Superba ringrazia per la collaborazione e la comunicazione. Lasciamo ai lettori il giudizio sulla vicenda, rimanendo in attesa della pubblicazione dei nuovi PEE.


    iplom-petrolio-inquinamentoA cento giorni dal disastro, nulla sembra essere cambiato. Ad aprile, su queste pagine, avevamo denunciato come i Piani di Emergenza Esterna per gli impianti a rischio rilevante della provincia di Genova fossero scaduti, e quindi fuori norma; oggi nessuno di questi documenti risulta essere stato aggiornato. Come se nulla fosse successo.

    I PEE sono tutti irregolari, quando ci sono

    Come avevamo visto, sul territorio provinciale genovese sono collocati dieci impianti industriali, che, in base alla normativa vigente, sono considerati a “rischio rilevante”; secondo la legge, per ogni impianto del genere deve essere redatto e reso pubblico il cosiddetto Piano di Emergenza Esterno (PEE): un documento di evidenza pubblica dove sono affrontati tutti gli scenari di eventuali incidenti, e le probabili ripercussioni sul territorio limitrofo all’impianto. Un documento che secondo le normative comunitarie, assorbite dal nostro ordinamento, deve essere aggiornato ogni qualvolta siano introdotti fattori di novità sostanziale (nuove attrezzature, nuova impiantistica, nuovi depositi ma anche cambiamenti urbanistici e viari correlati di rilievo), o comunque al massimo ogni tre anni.

    Dieci impianti a cui corrispondono dieci PEE; solo in teoria però: nella pratica, infatti, sul sito web della Prefettura di Genova, responsabile della stesura di questi documenti, sono consultabili solo cinque di questi, e tutti sono scaduti, quindi non a norma. Cento giorni fa, quando per la prima volta ci imbattemmo in questa irregolarità, solo uno risultava ancora valido, quello relativo all’impianto di A-Esse s.p.a. di Cravasco: nel frattempo però è “scaduto” pure quello, esattamente il 7 luglio scorso.

    Degli altri cinque PEE non si sa nulla; sappiamo solamente che quello relativo all’impianto Iplom di Busalla risale al 2006 (quindi scaduto dal 2009) ed è in fase di aggiornamento, secondo quanto riferitoci dalla Prefettura, dalla quale siamo in attesa di risposte in merito.

    Il disastro continua

    Nel frattempo a Fegino procede la bonifica, non senza disagi per la popolazione della zona, che continua a documentare affioramenti di liquami contaminati e miasmi insopportabili, accentuati dal caldo estivo. A questa situazione si aggiunge la notizia della proroga per altri tre mesi della cassa integrazione per gli operai degli impianti Iplom, che continuano ad essere fermi: un altro “disatro” che coinvolge 240 lavoratori e le loro famiglie. Poche settimane fa è stato depositato in Procura un esposto, a nome del Comitato Spontaneo di Fegino, per indagare sul disastro; tra le potenziali anomalie sotto accusa anche gli interventi eseguiti subito dopo l’incidente. In questo caso, è lecito pensare che anche l’irregolarità del PEE possa avere un peso.

    Un disastro, quello di aprile, che continua quindi ad essere tale anche oggi, a distanza di oltre tre mesi. Molte cose sono state fatte, ma non tutte; rimaniamo in attesa di capire il perché di certi ritardi, e di vedere regolarizzate certe disposizioni, nella speranza che queste mancanze non debbano ricadere sulla pelle di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    notavUn’altra giornata cruciale per i destini del Terzo Valico. Mentre il Paese si fermava a ricordare la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino, l’operazione “Alchemia” condotta dalle squadre mobili di Genova, Reggio Calabria e Savona portava all’arresto di oltre 40 persone, indagate a vario titolo per concorso esterno in associazione mafiosa; tra queste, alcuni esponenti “liguri”, a capo di ditte che gravitavano attorno ai subappalti relativi alla movimentazione-terra dei cantieri del Valico dei Giovi. Nello stesso giorno, i tecnici di Cociv procedevano con le operazioni di esproprio per due terreni interessati dal tracciato, a Pozzolo Formigaro e a Fraconalto. Nel primo caso, però, alcune irregolarità procedurali potrebbero invalidare l’immissione in possesso, fermando di fatto i lavori, almeno momentaneamente.

    Tutto questo a pochi giorni dal via libera definitivo del governo, su proposta del presidente Matteo Renzi e del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, al decreto del presidente della Repubblica che semplifica la disciplina di gestione delle terre e rocce da scavo, nella versione definitiva, dalla quale sono spariti i paletti per il riuso dello smarino prodotto dagli scavi.

    L’ombra lunga della mafia e la debolezza della politica

    Le indagini coordinate dalla procura di Reggio Calabria hanno accertato legami stabili tra le cosche calabresi e quelle liguri, impegnate nel business della movimentazione terra e dello smaltimento di rifiuti pericolosi. Il sistema, affinato negli anni, prevedeva un avvicendamento pianificato di ditte (create ex novo da prestanomi o famigliari, ma sempre a gestione e profitto delle cosche) per poter accedere alle assegnazioni dei sub-appalti dei grandi cantieri. I legami personali con alcuni esponenti politici locali, faceva il resto.
    Il Terzo Valico è un progetto da 6,2 miliardi di euro (per 53 chilometri di tracciato, cioè 116 milioni a chilometro, cifra da primato mondiale) cioè una montagna di soldi che cadono a cascata ai “fortunati” che prendono parte ai lavori. Da qui le infiltrazioni mafiose, finalizzate a far pressione sui politici locali per ottenere commesse sui subappalti già aggiudicati. Stando alle intercettazioni, si tratterebbe di qualcosa di più di semplici tentativi: nelle conversazioni, riportate da alcuni giornali nazionali, si parla apertamente di favori fatti per i quali si aspetta un ritorno, e il Terzo Valico è citato innumerevoli volte. Solo il rallentamento dei lavori pare abbia impedito l’inizio di queste joint venture.

    Questo, ancora una volta, apre un problema politico: se non ci fosse arrivata la magistratura, che cosa sarebbe successo? L’attuale sistema delle assegnazioni è così vulnerabile? «La politica non ha gli strumenti per prevenire questi casi – afferma a “Era Superba” Stefano Bernini, vicesindaco di Genova e assessore all’Urbanistica – dovendosi attenere alle certificazioni anti-mafia che sono a carico della prefettura durante le gare di appalto. Nel caso specifico, Cociv (general contractor dell’opera, ndr) è tenuto a fare gare di appalto, durante le quali ci si attiene alle carte e alle cose note fino a quel momento». Un sistema, quindi, che è strutturalmente vulnerabile, soprattutto se si tratta di grandi lavori, con centinaia di ditte coinvolte: «Il nostro sistema giudiziario ha qualche baco – ammette Bernini – ma va detto che la malavita ha fatto un salto di qualità manageriale non indifferente, per cui va rafforzata la funzione investigativa».

    Una funzione investigativa che però è regolata da leggi fatte dalla politica: come è noto, le interdittive anti-mafia valgono solamente nel territorio di competenza della prefettura che le ha firmate, lasciando le mani libere alle ditte “colluse” di spostarsi sul territorio nazionale senza preclusioni di sorta, come successo per la ditta Lande s.p.a (fino al 2015 s.r.l) che a inizio giugno ha ricevuto l’interdittiva dal prefetto di Napoli, ma che figura tra le ditte subappaltanti per alcuni cantieri del Terzo Valico. «Manca la volontà politica di cambiare il sistema degli appalti – commenta Paolo Putti, capogruppo M5S in Consiglio comunale a Genova e noto oppositore delle grandi opere – semplicemente perché conviene mantenerlo tale. Certe opere devono essere fatte per farle, non perché servono, come dimostra la storia del Terzo Valico. La notizia di questi arresti non ci stupisce, sono anni che i movimenti denunciano questa predisposizione del sistema delle grandi opere». A proposito di movimenti: dalle carte dell’inchiesta “Alchemia” è emerso come la malavita radicata nella nostra regione, attraverso prestanome, abbia finanziato e supportato i comitati “Sì Tav”, per cercare di spostare i consensi dell’opinione pubblica, al fine di accelerare i lavori, e quindi i possibili introiti.

    Riuso dello smarino: via libera dal governo

    Se i cantieri sono in una fase di potenziale stallo, da Roma arriva un assist importante: il 15 luglio scorso, infatti, è stato licenziato il testo definitivo del decreto che semplifica le procedure di gestione delle terre di scavo, in pendenza da mesi. Nel dispositivo definitivo sono saltati alcuni paletti che avevano sollevato aspre critiche da parte dei fautori dell’opera: nel testo originale, infatti, era previsto che, in presenza di fibre di amianto, lo smarino andasse trattato in loco e poi stoccato in siti dedicati. Con la nuova versione della legge, invece, potrà essere riutilizzato per riempimenti o altro. In questo modo, non sono più messi in discussione i progetti finanziari delle grandi opere, che potranno procedere con i lavori senza dover rivedere i vari piani per lo smaltimento.

    Esproprio mancato

    Come dicevamo, mentre sui giornali usciva la notizia degli arresti, i tecnici di Cociv si presentavano presso un terreno collettivo a Pozzolo Formigaro (in provincia di Alessandria), per procedere con un esproprio: 180 metri quadrati posti esattamente lungo il tracciato dell’opera, acquistati anni fa da 101 attivisti No Tav, necessari per il proseguimento dei lavori. A difendere l’appezzamento, un nutrito numero di cittadini contrari all’opera, fronteggiati da un altrettanto nutrito reparto di Polizia in tenuta antisommossa. Nonostante lo stallo creatosi, con il decreto autorizzativo per l’immisione in possesso in scadenza, e non più rinnovabile, e scaduta la dichiarazione di pubblica utilità, i tecnici hanno dovuto fare un tentativo: senza entrare nella proprietà hanno fotografato da distante il terreno per poi ritirarsi. Una modalità utilizzata già in precedenza per i terreni di via Coni Zugna, a Pontedecimo, per il quale è stato depositato un ricorso e si è in attesa della decisione del Tar. Gli attivisti del movimento denunciano la nullità di questa procedura: oltre ad aver coperto il terreno con dei teli, per evitare le rilevazioni tecniche anche attraverso le fotografie, pare che la notifica dell’esproprio non sia stata consegnata a tutti i proprietari, come prescritto dalla legge, cosa che annullerebbe automaticamente il decreto. Se questo mancato esproprio sarà confermato, i lavori potrebbero fermarsi per molto tempo.

    Ancora una volta, quindi, la storia del Terzo Valico si è “arricchita” di nuovi elementi: è stata dimostrata la facilità di contatto della malavita con il microcosmo dei cantieri del Terzo Valico ed è stata confermata la vulnerabilità strutturale delle procedure di assegnazione e distribuzione degli appalti. La politica, però, tira dritto, e anzi, vuole accelerare, forzando le procedure e rischiando di soprassedere sui rischi che si possono correre bucando monti amiantiferi; mettendo insieme le due cose, il quadro non è dei più rassicuranti.


    Nicola Giordanella

  • Amiu, delibera per l’ingresso di Iren pubblicata entro i primi di agosto. Si và verso la proroga del servizio

    Amiu, delibera per l’ingresso di Iren pubblicata entro i primi di agosto. Si và verso la proroga del servizio

    Arriverà tra giovedì e venerdì in giunta comunale il provvedimento che dà il via libera alla tanto attesa manifestazione di interesse per la ricerca di un partner privato per Amiu. I contenuti saranno discussi nel dettaglio nel corso di una riunione di maggioranza, convocata per questa sera. L’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, ha incontrato questa mattina i sindacati per presentare i capisaldi della delibera incassando, a suo dire, una sostanziale approvazione dal punto di vista contenutistico ma forti critiche sullo scarso percorso di condivisione degli ultimi mesi.

    Confermata l’indiscrezione raccolta dalla “Dire” la scorsa settimana e riportata su “Era Superba” per cui all’interno della delibera, nelle condizioni di ingresso del partner privato all’interno del capitale delle società in house del Comune di Genova, sarà fatto esplicito richiamo all’impegno di Palazzo Tursi per allungare la concessione del contratto di servizio della raccolta dei rifiuti, attualmente in scadenza 2020. Strada che, secondo l’avvocatura di Palazzo Tursi, sarebbe prevista nelle pieghe del decreto di stabilità del 2015, essendo Amiu società attualmente partecipata al 100% dal Comune di Genova.
    Prosegue anche il percorso condiviso da Comune, Città Metropolitana e Regione Liguria per formalizzare una proposta da inoltrare al ministero per ottenere il via libera alla proroga per il contratto di servizio, in deroga alla normativa nazionale e regionale che obbligherebbe a effettuare una gara a evidenza europea nel 2020. Ma i tempi non saranno certo rapidissimi e il Comune di Genova deve muoversi autonomamente.

    La delibera, in realtà potrebbe arrivare in giunta anche nei primi giorni della prossima settimana, qualora i sindacati chiedessero ancora qualche ora di tempo per siglare con il Comune un accordo preventivo. L’obiettivo dell’amministrazione comunale è, comunque, quello di avere la delibera pubblicata ufficialmente entro i primi giorni di agosto e procedere poi al bando per la manifestazione di interesse. Nel frattempo, lunedì prossimo dovrebbe anche essere approvato il bilancio di Amiu.

    Tutto pronto, dunque, per l’ingresso di Iren anche se il Comune di Genova non può naturalmente fare nome e cognome dell’azienda che verrà scelta dopo la procedura a evidenza pubblica. «Non siamo di fronte a una clamorosa distorsione delle procedure di gara e di trasparenza chiede retoricamente il capogruppo di Federazione della Sinistra in Consiglio comunale, Antonio Bruno. «L’unico modo di evitare il conflitto di interessi – sostiene provocatoriamente – è che Iren non partecipi alla gara».

  • Amiu, il Comune prepara la strada per la proroga del contratto. Richiesta al ministero e delibera “fai-da-te”

    Amiu, il Comune prepara la strada per la proroga del contratto. Richiesta al ministero e delibera “fai-da-te”

    Rifiuti raccolta differenziataSono due i percorsi che il Comune di Genova sta tentando per poter prorogare il contratto di servizio di Amiu, la partecipata che gestisce il ciclo dei rifiuti nel capoluogo ligure, in scadenza nel 2020 e, in questa situazione, non così appetibile agli investimenti dei privati indispensabili per dare attuazione all’ambizioso piano industriale dell’azienda. Secondo quanto raccolto dalla ”Dire”, è questo il frutto di due confronti avvenuti questa mattina: il primo tra Comune di Genova, Città metropolitana, Regione Liguria e rappresentanti sindacali dell’azienda; il secondo solamente tra Comune di Genova e sindacati. Dall’incontro a cui hanno partecipato gli esponenti di tutte le istituzioni locali, è emersa la volontà di avviare un tavolo tecnico che porti alla formalizzazione di una proposta da inoltrare al ministero per ottenere il via libera alla proroga per il contratto di servizio, in deroga alla normativa nazionale, in primis, e regionale, in secundis, che obbligherebbe a effettuare una gara a evidenza europea nel 2020. Si tratterebbe, in pratica, dell’avvio di quel percorso che potrebbe portare a una sorta di “decreto salva Genova” che l”assessore regionale all”Ambiente, Giacomo Giampedrone, aveva lontanamente ipotizzato nelle scorse settimane. A tal proposito, le parti torneranno a incontrarsi venerdì 22 luglio.

    Tuttavia, dal momento che i tempi potrebbero non essere rapidissimi e gli esiti non così certi, più interessante è’ il percorso scaturito dall’incontro ristretto tra Comune di Genova e rappresentanti dei lavoratori. L’amministrazione comunale, infatti, sarebbe pronta a inserire una clausola vincolante per il rinnovo del contratto di servizio, probabilmente al 2035, nella delibera di giunta che darebbe il via libera alla tanto attesa manifestazione di interesse per la ricerca di un partner privato per Amiu. Strada che, secondo l’avvocatura di Palazzo Tursi, sarebbe prevista nelle pieghe del decreto di stabilità del 2015, essendo Amiu società in house del Comune di Genova. Non è ancora detto che la delibera passi attraverso il Consiglio comunale, dove comunque non dovrebbe avere particolari problemi ad essere approvata, dal momento nelle scorse riunioni di commissione la richiesta al Comune di “fare da sé’” sulla proroga del contratto di servizio era stata caldeggiata non solo dalle forze di maggioranza. Una prima bozza di questa delibera, che dovrebbe contenere anche tutte le garanzie richieste sul futuro lavorativo e salariale per gli attuali dipendenti di Amiu, sarà presentata dal Comune ai sindacati martedì 19 luglio.