Tag: artisti

  • Gli appuntamenti del weekend al circolo Belleville di vico Calvi

    Gli appuntamenti del weekend al circolo Belleville di vico Calvi

    PercussioniVenerdì 28 ottobre serata africana al circolo Arci Belleville di vico Calvi 4 (dietro a piazza Fossatello). Dalle 19.00 aperitivo con un ricco buffet, dalle 21.30, esibizione del percussionista africano Aly Tourè, che attualmente cura il corso di danza africana SamaTimawa e insegna presso il suo corso di percussioni a Genova, djembe sngabn kenkeni e bassi. L’ingresso gratuito.

    Sabato 29 ottobre, dalle 22.00 il francese Emmanuel (Yeepee), che per l’occasione unisce le forze con altri due cantautori della scena di Tolosa (Leau e Lemoine) legati all’etichetta Travelling Music, dando vita a un nuovo progetto chiamato BARDO.
    Yeepee, noti in Italia ma anche in Giappone, Russia e Cina, propongono quindi un concerto che prenderà la forma di tre cantautori che si alternano alla voce accompagnandosi a vicenda. Insieme agli Yeepee, ad alternarsi sul palco, ci saranno i Morose: un set in due: chitarra classica/voce insieme a piano/farfisa/clarinetto.

  • Luoghi Comuni, la rassegna di danza urbana a Villetta di Negro

    Luoghi Comuni, la rassegna di danza urbana a Villetta di Negro

    Il 29 ottobre si tiene a Villetta Di Negro la terza edizione di “Luoghi Comuni”, progetto euro regionale di danza urbana che vede la partecipazione di sette importanti organizzazioni italiane e francesi che promuovono la diffusione di questa forma d’arte nei luoghi della quotidianità cittadina.

    L’intento del progetto è quello di trasformare la quotidianità e la consuetudine di ogni cittadino, in qualcosa di innovativo e inusuale e di permettere agli artisti di esprimere la creatività in luoghi non canonici, confrontandosi con un pubblico nuovo e più vasto.

    Le creazioni ruotano attorno a tre diverse tematiche: la strada e la danza, la Francia e l’Italia, l’arte e le città. Per questa edizione “gli alberi” sono stati scelti come “luogo comune” di performance. L’evento debutta a Genova per poi trasferirsi a Villeurbanne (Lione), a Torino e a Marsiglia.

    Partners del progetto sono per Genova l’associazione ARTU, a Torino la Fondazione Teatro Piemonte Europa e Mosaico Danza,  Lieux Publics – Centro Nazionale di Creazione a Marsiglia, Les Ateliers Frappaz Polo Regionale di Arte Urbana di Villeurbanne e il Centro Nazionale Coreografico di Maguy Marin a Rillieux la Pape

    « COMME LA MAIN S’ENROULE » Compagnia Kubilai Khan Investigations (F) – Ideazione e coreografia Frank Micheletti – Danza Victoria Anderson e Idio Chichava – Produzione Lieux Publics – Centre National de Création pour l’Espace Public, Kubilai Khan Investigations. Il coreografo francese Frank Micheletti, compagnia Kubilai Khan Investigations, con COMME LA MAIN S’ENROULE esplora le sensazioni che un corpo in movimento può generare in relazione alla forza di gravità e al contrasto tra il forte radicamento al suolo e l’aspirazione al volo, esattamente come un albero che porta in sé uno straordinario potere ascensionale

    « FARE ALBERO » Compagnia Zerogrammi (I) – Ideazione, coreografia e danza Stefano Mazzotta e Emanuele Sciannamea – Produzione Associazione Mosaico / Festival Interplay,Fondazione Teatro Piemonte Europa / Festival Teatro a Corte, Compagnia Zerogrammi. Corpi in tensione sono anche quelli di Stefano Mazzotta e Emanuele Sciannamea, Compagnia Zerogrammi, predisposti a uno stillicidio dell’immobilità che rasenta il sacrificio; con serenità, in  FARE ALBERO, gli artisti torinesi si privano dell’irrefrenabile desiderio al movimento per accogliere, al contrario, l’attesa del niente, il silenzio ascetico, con tutte le inevitabili grottesche ironiche conseguenze del caso.

    « 22 CAILLOUX » Compagnia Arrangement Provisoire – Jordi Galí (F) – Ideazione, coreografia e danza Jordi Galí – Produzione Les Ateliers Frappaz, Centre Chorégraphique National de Rilleux la Pape, extrapole – Artiste Associé à Ramdam (Sainte Foy-lés-Lyon), lieu de ressources artistiques. La relazione paradossale ma fondamentale tra leggerezza e peso è anche al centro della creazione 22 CAILLOUX di Jordi Galì; in questo caso l’albero diventa un simbolo per una ricerca che non coinvolge solo il corpo del danzatore ma entra a contatto con lo sguardo dello spettatore e aspira a rendere esplicite le tensioni che si possono produrre al di là del saper-fare del danzatore.

    « DAFNE per una mitologia urbana » – Compagnia Marta Bevilacqua (I) – Ideazione, coreografia e danza Marta Bevilacqua – Installazione ambientale Elena Cavallo – Elaborazioni sonore Vittorio Vella – Produzione Associazione ARTU, Compagnia Arearea. Uno scorcio più filosofico è invece quello proposto da Marta Bevilacqua che in DAFNE ricerca un’incursione contemporanea nel mito di questa figura selvaggia trasformata in alloro per fuggire all’amore di Apollo. Con il contributo dell’installazione scultorea di Elena Cavallo, il linguaggio della danza restituisce vita a una storia antica, attraverso il colore, il gesto e la potenza della natura; un’irrazionalità propria del mito che ricerca le tracce della natura nel mondo artificiale.

  • Franco Battiato, incontro con il maestro: “Non c’è più gioia di vivere”

    Franco Battiato, incontro con il maestro: “Non c’è più gioia di vivere”

    Franco BattiatoCi sono stati e ci saranno decenni nella storia capaci di dare respiro all’intera umanità, decenni in cui accade qualcosa insomma… e non è certo il caso di questi ultimi anni…

    Così Franco Battiato apre l’incontro organizzato dalla Fondazione Garrone. Un bagno di folla all’interno e all’esterno del teatro, a dimostrazione di quanto in tanti anni di attività il cantautore catanese sia stato capace di toccare la sensibilità delle persone.

    Io sto bene, ma non posso fare finta di niente. Non c’è gioia di vivere intorno a me, in qualunque città io vada. Bisognerebbe iniziare dall’asilo, insegnare la musica, le lingue e la spiritualità, perchè tutti abbiamo le stesse possibilità e non esistono differenze fra gli uomini. Se si basasse l’educazione su questi punti la vita sarebbe migliore, sono queste lke cose che davvero contano…

    Eppure tali aspetti dell’esistere sono sempre più distanti dalla vita delle persone: “Il vero problema è che ogni uomo ha terrore di quello che non conosce e preferisce vivere nel dolore con quello che conosce piuttosto che nella gioia con ciò che non sa. Io sono riuscito a fuggire da questa triste legge umana raggiungendo il culmine del dolore. A quel punto trovi le forze per fare il salto nell’ignoto… e non posso fare altro che augurarlo a chiunque. Questo è il vero motivo per cui scrivo canzoni, non lo faccio per me stesso, personalmente potrei tranquillamente farne a meno.

    Ho sempre preferito la nicchia al successo. Quando negli anni settanta ho iniziato a vendere milioni di dischi ho fatto una brusca marcia indietro, ho sempre creduto che il mio mestiere non fosse quello di vendere dischi. Ciò nonostante non ho mai avuto problemi con l’industria discografica, ho sempre fatto quello che ho voluto e nessuno mi ha mai detto qualcosa…

    La conversazione tocca poi altri argomenti, intervallata dall’ascolto di alcuni brani di musica classica cari al cantautore… “La scienza mi appassiona quando non è ottusa. Il misticismo e la scienza oggi sono molto più vicini di quanto si creda, ma il buon scienziato deve avere l’umiltà di definirsi come colui che cerca e mai e poi mai come colui che sa, perchè bisogna accettare che ci sono cose che non si possono sapere e che non hanno spiegazione…

    Con la sua “Oceano di silenzio” che risuona nella mente dei presenti, Franco Battiato dedica un pensiero al silenzio… “Fa paura a tante persone. I bit ossessivi dai locali dei centri cittadini, la musica nei supermercati, per tanta gente rappresenta un sollievo. Io considero il silenzio come assenza di pensiero, non solo di rumore. Va allevato come un figlio, così dovrebbe essere per tutti noi… Studiarlo e avvicinarlo significa vivere meglio, il silenzio apre le porte al sacro. Personalmente la meditazione è il percorso che ho seguito per comprendere il silenzio.”

     

     

  • I paladini di Emanuele Luzzati in mostra al Museo Luzzati

    I paladini di Emanuele Luzzati in mostra al Museo Luzzati

    Luzzati PaladiniGiovedì 13 ottobre ha inaugurato al Museo Luzzati la mostra “I paladini di Emanuele Luzzati”, una raccolta di opere originali legate al tema dei paladini, dei cavalieri e degli eroi che Luzzati ha sviluppato nel corso della sua carriera.

    Si tratta di storie di avventure, battaglie, amori e figure fantastiche dove cavalieri, fanciulle, maghi, draghi, saraceni si incontrano e scontrano nel racconto delle umane vicende, affascinando da sempre grandi e piccini.

    Tavole di illustrazione, story board di cartoni animati, ceramiche, oggetti d’arredo, libri e film d’animazione.

    Contemporaneamente, in Sala Grande, fino a domenica 8 gennaio 2012 la mostra Mordillo, 110 tavole umoristiche senza parole sul rapporto tra uomo e donna, gli animali, la città, lo sport.

    Ingresso al Museo: 5 Eu, bambini gratis fino a 6 anni, 2 Eu dai 7 ai 18 anni, 4 Eu sopra ai 65 anni.

    Orari: mart-ven ore 10.00-13.00/14.00-18.00, sab e dom ore 10.00-18.00

  • Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero Alloisio, la musica e il teatro dell’artista “genovese”

    Gian Piero AlloisioGian Piero Alloisio è nato ad Ovada nel 1956, ma ancora giovanissimo si trasferisce a Genova dove inizia la sua carriera artistica. Dall’Assemblea Musicale Teatrale alle collaborazioni con Giorgio Gaber e Francesco Guccini. Nel 2008 l’avventura a teatro insieme a Maurizio Maggiani con “Storia della Meraviglia” e nel 2010 il progetto ” La Musica Infinita” per recuperare le opere inedite di Umberto Bindi.

    La tua carriera ha avuto inizio nella Genova dei primi anni settanta. Cosa è cambiato secondo te rispetto ad allora e cosa, invece, ritrovi sempre uguale in questa città?

    Genova è migliorata dal punto di vista dell’aspetto estetico, personalmente la trovo molto più bella oggi rispetto a quarantanni fa. Dall’altro canto, invece, continua a non esistere spirito produttivo, i genovesi non pensano, soprattutto in campo artistico, a sviluppare la loro esperienza e il loro talento nella propria città, preferiscono andare altrove. Tenco, Lauzi, lo stesso Bindi… si vedevano a Milano, raramente a Genova. L’eccezione, in particolare nei primi anni, era rappresentata dalla stanza dei fratelli reverberi alla Foce.

    Il discorso è semplice: siamo eccelsi produttori di musica e arte, perchè non iniziamo a produrre a casa nostra? E non vale solo per la musica, prendi anche gli spettacoli televisivi “Striscia la Notizia“, “Colorado“, “Le Iene“, gli spettacoli di Crozza… tutti esempi di arte genovese emigrata. Non esiste imprenditoria culturale a Genova e credo sia un suicidio per la città, oggi come allora. Eppure la mostra di De Andrè al Ducale aveva dimostrato per l’ennesima volta che il turista viene a Genova per i cantautori e non solo per il Salone Nautico.

    Guccini, Gaber, Fossati… solo per citare tre dei grandi artisti con cui hai collaborato. Cosa ti hanno lasciato?

    Guccini mi ha lasciato la scrittura etica, ovvero l’esigenza di scrivere per gli altri e non per sé stessi. Sembra banale dire “scrivo per gli altri”, in realtà non è così. Anzi personalmente credo sia proprio questo il limite di molti cantautori “moderni”, mi capita spesso di ascoltare brani in cui l’io riguarda sostanzialmente solo colui che canta e nessun altro.

    A Gaber invece devo un aspetto non propriamente artistico, ma fondamentale giacchè è l’unica cosa che rende l’arte possibile: il mestiere. Tu sei il tuo discografico, il tuo editore, il tuo impresario… rifiutare gli intermediari significa non regalare soldi al “grande sistema”. Io questo l’ho capito grazie a lui e ho scelto l’autoproduzione, lui mi ha insegnato che sarebbe stato l’unico modo per restare liberi.

    Con Fossati c’è stato un rapporto di pura simpatia dovuto più che altro alla casualità. lavoravo al Teatro della Tosse e abbiamo collaborato per la creazione di uno spettacolo. Mi è rimasta impressa una teoria di Fossati sulle armonizzazioni vocali, i cori: ricorda Gian Piero, due stonati insieme fanno uno intonato!

    Ti senti fra coloro che sono riusciti a mantenere in vita la tradizione dei cantautori genovesi? Che rapporto hai con tutto ciò che in questo campo è nato o sta nascendo dopo di te, segui le nuove proposte? Credi che sia una tradizione in continua evoluzione o è ormai giunta ad un punto morto?

    Si, confesso di si, mi sento fra coloro che hanno proseguito un cammino, soprattutto per quello che è l’apporto della canzone d’autore alla produzione teatrale. Cerco di seguire tutti coloro che fanno musica a Genova e se c’è la possibilità di collaborare con giovani cantautori genovesi non mi tiro mai indietro. Il mio è anche un ruolo di coordinamento, come è accaduto per gli inediti di Umberto Bindi. E non considero affatto morta la nostra tradizione, anzi.

    Finchè ci saranno ragazze e ragazzi che scrivono canzoni la scuola genovese resterà in vita. Personalmente credo che ancora oggi Genova sia la patria della canzone d’autore, è nel dna di questa città. Come dice Gino Paoli, cosa posso consigliare ad un giovane genovese se non iscriversi al conservatorio e studiare lettere?

    Mi piacerebbe tanto partire da questo aspetto per attirare gente dall’estero e da tutta Italia a studiare a Genova, un’enorme stanza con un pianoforte ed una chitarra, proprio come quella dei fratelli Reverberi per ripartire da dove ci siamo arenati qualche decina di anni fa.

    I grandi esponenti di quel filone di cantautori erano cresciuti insieme, suonavano e si confrontavano ogni giorno… questo a parer mio fu il vero segreto di un così grande successo e il mio sogno è proprio quello di riuscire a ricreare quelle condizioni…

    Gabriele Serpe

  • Cercasi attori per film Horror Commedy: selezioni al Berio Cafè

    Cercasi attori per film Horror Commedy: selezioni al Berio Cafè

    Berio CafèMartedi 25 ottobre , dalle ore 15 alle ore 22, il BerioCafè per festeggiare la festa di Halloween ospita un casting della Duble Productions per una produzione indipendente di un film genere Horror Comedy.

    La ricerca è rivolta per i seguenti ruoli :

    – due ragazze bella presenza, età 20-30 anni per ruolo di protagonista vestite con look dark gothic o attinente al rock, necessaria esperienza recitazione, buona motivazione e fisicità performante.

    – un ragazzo bella presenza , età 18-30 anni, per ruolo di protagonista, vestito con look rock/metal a suo piacimento, gradita bella voce e appartenenza a band genere rock

    – quattro ragazze bella presenza, età 22-35 anni, per ruolo di co-protagonista , gradita esperienza di recitazione, buona motivazione e fisicità performante

    – due uomini età 45-65 anni, per ruolo importante, presenza fisica attinente al mondo del rock, necessaria esperienza di recitazione.

    Ai selezionati verrà riconosciuto un rimborso spese. Gli interessati devono presentarsi con curriculum, foto e fotocopia carta d’identità. Per informazioni 340 0861323, teskioesotico@gmail.com

    ” Il BerioCafè ha pensato di festeggiare Halloween in un modo originale ospitando un casting cinematografico e tema horror- dichiara Paolo Vanni direttore del locale – Sarà un pomeriggio davvero divertente con la sfilata di tante persone desiderose di esibirsi e soprattuto di provare a entrare nel mondo del cinema. L’ultimo casting – giugno 2011-  per la produzione Fandango sul film dedicato al G8 di Genova vide la partecipazione di oltre trecento aspiranti comparse. Spazio alle creatività e alla voglia di fare! “

  • Opening collettivo delle gallerie d’arte di Genova: gli artisti e le installazioni

    Opening collettivo delle gallerie d’arte di Genova: gli artisti e le installazioni

    Per i non appassionati o per i più distratti le gallerie d’arte del centro storico probabilmente sono quasi invisibili. Strette nelle pieghe dei caruggi, si affacciano sulla strada con angusti ingressi o ripide scale, quando addirittura non rimangono nascoste ai primi piani di antichi edifici provvisti di spessi portoni. Solo alcune espongono sobrie insegne verticali. Generalmente aprono solo alcune ore durante la giornata, talvolta esclusivamente su appuntamento. Tutto cambia in occasione dell’Opening collettivo autunnale. Per un giorno, queste gallerie aprono tutte contemporaneamente e restano aperte fino a mezzanotte. Man mano che si fa buio, le loro luci illuminano i vicoli, mentre il via vai di visitatori che entrano ed escono aumenta e quando si entra si è accolti dal vociare delle persone che a piccoli crocchi osservano, chiacchierano, e commentano le opere esposte.

    L’associazione START Genova riunisce le gallerie d’arte moderna e contemporanea del centro cittadino. Curiosando tra le varie gallerie abbiamo parlato con artisti e galleristi di arte, scelte, vita, esperienze, impressioni, opere.

    Alla Pinksummer di Palazzo Ducale le tre artiste islandesi che compongono il collettivo Icelandic Love Corporation espongono una grande ruota fatta di legno intagliato, calze di nylon e fonti luminose, che rappresenta il ciclo femminile in relazione alle fasi lunari. Le galleriste hanno contattato il trio dopo averne seguito il lavoro e le performances (in una performance eseguita a Copenhagen in occasione di una mostra sul cambiamento climatico hanno mangiato sushi di balena vestite di pelliccia come atto di denuncia dei crimini umani contro la natura). “Ci è piaciuto molto il loro modo di lavorare e di saper fondere l’aspetto lavorativo con gli altri aspetti della vita. Quando siamo andate a vedere il loro atelier una di loro aveva avuto da poco un bambino che era lì tranquillamente con noi nel corso dell’incontro e passava dalle braccia di una a quelle dell’altra, mentre discutevamo di lavoro bevendo un tè” racconta Francesca Pennone.

    Riguardo all’aderenza dell’arte alla realtà, la gallerista dice “noi amiamo molto il lavoro che non sia eccessivamente didascalico e diretto, o di troppo facile lettura, ma l’opera è comunque sempre legata al contesto storico, politico, sociale, economico che si sta vivendo. Poi il risultato può essere più o meno visionario, più o meno astratto, e la ricezione dell’opera è diversa a seconda del pubblico: quello generalista e meno formato è attratto da lavori immediatamente coinvolgenti, meno da opere più concettuali che magari generano la sensazione di non capire. Per questo noi cerchiamo sempre di accompagnare la comprensione delle opere”. Lavorare in gruppo non è mai semplice, specie se si tratta di mettere insieme ispirazioni artistiche per farle confluire in un’opera finita: “Abbiamo idee diverse ma collaboriamo sempre, facciamo dei brainstorming, discutiamo molto” raccontano le tre artiste. “Per noi l’ideale è che le persone pensino con la loro testa e scoprano le emozioni che provano di fronte alle nostre opere”.

    Alla UnimediaModern di Piazza Invrea invece la gallerista Caterina Gualco ospita una tranche della rassegna di Maria Rebecca Ballestra, organizzata in cinque diverse sedi espositive: “Di solito prima di fare una mostra devo conoscere bene l’artista, in questo caso non è stato così, sono stata affascinata dall’idea del progetto, che prevedeva una sinergia tra pubblico e privato con lo snodarsi della mostra in luoghi diversi (Villa Croce, Castello d’Albertis, Sala Dogana, UnimediaModern, Genoa Port Center), e dai temi affrontati dall’artista, certo dolorosi, senza speranza in qualche modo (Rebecca tratta problematiche quali consumo di risorse naturali, cambiamenti climatici, manipolazioni transgeniche, diritti umani, sperequazioni sociali) però io sono convinta che la Bellezza abbia un ruolo molto importante che è quello di portarci la voce del “luminoso”. Sono sei lavori, uno per esempio ci mostra luoghi di potere temporale e spirituale sommersi dalle acque o dalle nuvole, uno è sul cibo geneticamente modificato, un altro sulle pandemie che potrebbero invadere il mondo. Iil pubblico dimostra moltissimo interesse sia per gli argomenti trattati sia per il modo in cui vengono trattati”.

    Alla Guidi&Schoen di Vico Casana lo spazio espositivo accoglie un’installazione sonora interattiva, “Inside Outside”: settanta sfere di vetro soffiato trasparente pendono dal soffitto a diverse altezze, appese a fili in nylon. Ciascuna accoglie un piccolo altoparlante da cui si dipana il cavo audio che una volta a terra si unisce agli altri in un fascio che corre verso la parete. Gli altoparlanti, collegati a microfoni piazzati all’esterno della galleria, in strada, trasmettono i rumori che vengono da fuori. L’effetto è straniante: il cicaleccio confuso si fa suono singolo appena ci si accosta ad una sfera, mentre lo sguardo vaga su queste bolle che brillano alla luce di piccoli faretti, uniche fonti luminose. Una piccola selva di fiori alieni che bisbigliano.

    È stata la morfologia stessa dei vicoli a suggerire l’idea agli artisti Roberto Pugliese e Tamara Repetto, spingendoli ad alterare i confini noti attraverso la messa in relazione dello spazio esterno con quello interno, portando il mondo fuori dentro la galleria. “Durante i sopralluoghi siamo stati colpiti dalla grande attività acustica che caratterizza i vicoli” dice Roberto, “le sfere sono realizzate a mano, quindi ognuna diversa dall’altra e con una risonanza diversa. Sono micromondi acustici a sé stanti che insieme danno vita all’installazione. Le persone sono incuriosite e attratte dall’aspetto estetico ma soprattutto da quello sonoro, perché i suoni decontestualizzati e proposti in questo modo vengono considerati in maniera totalmente diversa”.

    Le mostre nelle ventiquattro gallerie restano in allestimento per un periodo medio di un mese.

    di Claudia Baghino

    Foto di Daniele Orlandi

  • Maria Rebecca Ballestra, l’artista ligure racconta le sue opere

    Maria Rebecca Ballestra, l’artista ligure racconta le sue opere

    Maria Ballestra, Changing PrespectiveNell’ambito della rassegna START di ottobre, che vede l’apertura collettiva delle gallerie d’arte del centro genovese, abbiamo intervistato Maria Rebecca Ballestra, artista ligure che presenta un percorso espositivo intitolato “Changing perspectives” e articolato in cinque sedi (Villa Croce, Castello d’Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center).

    Tu viaggi e hai viaggiato molto, e dal viaggio, dal contatto con altre culture e altri luoghi trai gli elementi per le tue opere. Il viaggio inteso come strumento di conoscenza e l’arte come strumento di espressione: può essere una sintesi della tua ricerca artistica?
    Direi assolutamente di sì. Il viaggio è l’elemento fondamentale di tutto il mio lavoro e anche della mia vita personale in quanto è stato occasione per me di relativizzare la mia appartenenza culturale, la mia storia, per raggiungere una circolarità dello sguardo e spostare il mio punto di vista sulla realtà. L’arte è stato un mezzo di conoscenza e un mezzo per trasmettere, suggerire delle riflessioni. I miei lavori sono progetti site specific, quindi temporanei, e rappresentano l’intenzione di non presentare un prodotto che invada lo spazio e il tempo, ma di offrire un mezzo per suggerire appunto riflessioni su tematiche che ci riguardano tutti come cibo, energia, cambiamenti climatici e così via.

    A volte c’è una percezione comune dell’arte come qualcosa di slegato dalla realtà. Invece i tuoi lavori sono strettamente connessi a temi sociali, alla realtà che viviamo, a situazioni di urgenza che ci riguardano, esempi: il consumo folle di risorse naturali, i cambiamenti climatici, le manipolazioni transgeniche, i diritti umani, le sperequazioni sociali…. sono tutti temi importantissimi e più che mai attuali. Sembra tuttavia che niente possa cambiare il trend negativo che va avanti basato su equilibri di potere dettati dal denaro: l’impressione è che sarà il pianeta stesso a fermarci prima o poi. In un quadro simile, la tua opera è una semplice testimonianza di un destino ineluttabile o c’è un germe di speranza che qualcosa cambi?
    Nelle mie opere fino ad adesso la mia voleva essere solo un’osservazione. Nel momento in cui stanno avvenendo cose così gravi, spesso noi perdiamo tempo secondo me a parlare di tutt’altre cose, come politica o conflitti di religione, che per quanto siano importanti passano in secondo piano rispetto a urgenze come il cibo ad esempio. A breve tempo cibo, risorse energetiche e cambiamenti climatici saranno le problematiche principali di tutta l’umanità.

    Fino a quest’ultimo progetto non c’era alcun germe di speranza né di soluzione, anche perché i miei lavori non vogliono esprimere giudizi morali, se l’uomo vuole autodistruggersi va bene, l’importante è che ne sia cosciente, e secondo me non lo siamo. Poi durante l’esperienza di “Changing Perspectives” ho iniziato una collaborazione con degli scienziati e questo ha portato le mie ultime opere a essere più positive e possibiliste, considerando la possibilità che l’uomo sia la soluzione all’uomo stesso, e guardando alla scienza e all’arte come possibili risposte ai danni che l’uomo sta creando all’ecosistema e a se stesso.

    I tuoi lavori sono dislocati qui a Genova in 5 sedi espositive diverse: Villa Croce, Castello d’ Albertis, Sala Dogana, galleria Unimedia Modern, Genoa Port Center. Perché un percorso espositivo dinamico?
    Per varie ragioni. Innanzitutto ho sempre avuto difficoltà nel mio lavoro derivanti dal fatto di non limitarmi a un’estetica e a un sistema precisi, e nel tentativo di capire a quale dei luoghi del sistema dell’arte volevo appartenere mi sono sempre chiesta “perché devo lavorare solo con la galleria o solo col museo, o perché devo comunicare solo al sistema dell’arte, perché non posso comunicare a tutti?”.

    Il mio è stato un percorso sempre trasversale, a Parigi collaboro con una galleria che rappresenta il mio lavoro, però gran parte delle mie opere si sviluppa come interventi urbani site e contest specific, a volte in collaborazione per esempio con associazioni umanitarie, quindi trasversali al mondo dell’arte, o in collaborazione, come ultimamente è successo, con la scienza. Perciò volevo una mostra che illustrasse i vari luoghi e aspetti dell’arte, quindi: al Museo delle culture del mondo di Castello d’Albertis c’è l’opera fotografica realizzata durante i miei viaggi, che testimonia l’approccio alle culture diverse e il tentativo di comprenderle; in Sala Dogana c’è la documentazione dei progetti site specific, esauriti nel luogo e nel tempo in cui sono stati realizzati; la galleria Unimedia Modern rappresenta il luogo della vendita, che è tanto importante quanto i luoghi dove l’arte si fa e si conserva; Villa Croce è il luogo istituzionale, è il museo d’arte contemporanea; il Genoa Port Center è un altro luogo non legato all’arte ma rappresentativo di una realtà importante della città che è il porto, e qui ci sarà un’opera realizzata in collaborazione con uno scienziato, quindi di nuovo un’apertura diversa alla città, al di fuori del mondo dell’arte.
    Le tue opere sono “site specific projects“. Ci spieghi di cosa si tratta?
    I site specific projects sono progetti pensati appositamente per i luoghi che li accolgono, quindi hanno senso all’interno di un contesto che può essere aperto, chiuso, urbano, museale, e così via. Possono essere anche contest specific projects, cioè legati al contesto, per esempio a una comunità, a un villaggio, a una città, e time specific quando sono legati al tempo, quindi a una durata definita che coincide con il percorso di realizzazione o di visibilità.

    Per quanto riguarda il tuo pubblico, raccogli reazioni diverse a seconda del paese in cui esponi?
    Assolutamente sì. È molto importante considerare il fatto che il senso dei site specific projects si esaurisce nel contesto per cui sono creati, quindi per esempio un lavoro che ho fatto in India, realizzato in un villaggio ai limiti del deserto del Rajasthan e ispirato alla desertificazione che ha tanto peso su agricoltura e allevamento del luogo, aveva un determinato senso in quel paese ma ne assume uno diverso in un altro. Le mie opere però cercano di toccare problematiche globali che riguardano l’uomo in quanto specie, con l’intento di arrivare a tutti, in qualsiasi contesto l’opera venga portata. Universalità della tematica, universalità di pubblico, questa è la visione. Da qui nasce anche il mio interesse di comunicare a tutti gli strati sociali e non solo agli addetti ai lavori del mondo artistico.

    di Claudia Baghino

  • Ivano Fossati annuncia l’addio: “Non farò più dischi, né concerti”

    Ivano Fossati annuncia l’addio: “Non farò più dischi, né concerti”

    Ivano FossatiIvano Fossati chiude la sua carriera in diretta televisiva in occasione dell’uscita di “Decadancing“, che sarà quindi l’ultimo album del cantautore genovese. “Una decisione serena“, ha dichiarato, a sessant’anni da poco compiuti e con 40 anni di carriera alle spalle.

    “Non si tratta di una decisione degli ultimi giorni, ovviamente ci ho pensato parecchio negli ultimi due o tre anni, lascio perchè ho la sensazione che nella vita avrei potuto anche fare altro e, soprattutto, perchè in un ipotetico prossimo album non potrei più garantire la stessa passione, la stessa lucidità”.

    “Quello che abbandono è prima di tutto il mestiere del registrare dischi e fare concerti, l’attività discografica e quindi le promozioni… Non ho più voglia di stare attento a tutto quello che accade e a come la gente ne parla o lo vede per poi scrivere canzoni, voglio sentirmi libero da tutto questo.”

  • Intervista a Niccolò Fabi, SoloTour 2011 fa tappa a Genova

    Intervista a Niccolò Fabi, SoloTour 2011 fa tappa a Genova

    niccolò fabi

    Una lunga chiacchierata con Niccolò in viaggio da una città all’altra per il suo “Solo Tour 2011“. Grazie a “Palco sul Mare Festival” il cantautore romano torna a Genova, dove  ha tanti estimatori che lo seguono dai primissimi anni della sua carriera. Abbiamo parlato di musica, ma anche della situazione attuale, del mondo che ci circonda…

    Nella tua carriera hai sempre dato risalto alle liriche e alle immagini per cercare di raccontare qualcosa, per instaurare un colloquio con chi ti ascolta; questo mentre il mercato insegna che paga l’immediato, lo slogan… come se in questo mondo nessuno avesse tempo e voglia di ascoltare. Componendo cerchi o hai mai cercato un compromesso con questa “legge” per arrivare alle orecchie dei più? 

    In realtà poi questa “legge del mercato” è piena di eccezioni… Per questo sono convinto che inseguirla sia tempo perso. Non credo siano efficaci più di tanto i tentativi di plasmare i testi delle canzoni per trovare slogan e tormentoni, magari può riuscirti una volta in una canzone, casualmente… ma come principio è destinato a fallire: se ti sforzi a fare il ruffiano non duri a lungo. Per me il punto non è tanto la regola del mercato, quanto l’importanza che un autore dà ai suoi interlocutori. Quando scrivo una canzone voglio che chi mi ascolta capisca quello che dico, ma non significa scrivere cose che non penso per ottenere consensi, piuttosto cercare il modo migliore per farmi capire…

    Mentre scrivi una canzone a che tipo di persona pensi di rivolgerti?

    Non mi viene naturale pensare a qualcuno di preciso mentre scrivo, non l’ho mai fatto, non penso di rivolgermi a un tipo di persona piuttosto che a un’altra. Poi ovviamente i miei progetti possono essere interessanti per un gruppo di persone e non interessanti per un altro.

    Ansia, insicurezza, inadeguatezza e difficoltà di inserimento nella vita sociale, “quando quello che c’è fuori fa così paura” per usare le tue parole… Sono caratteristiche del nostro tempo, si sente dire in giro… Ma perché è così semplice avere paura della vita e degli altri? Credi che il massiccio uso di droghe, niente moralismi per carità, negli ultimi 40 anni possa avere avuto il suo peso?

    Le droghe sono sempre esistite come alternativa alla realtà, una fuga a pagamento; non credo siano una caratteristica degli ultimi quarant’anni e non credo siano causa di questo malessere sociale… La paura di cui parliamo riguarda il rapporto fra interno ed esterno, il rapporto di uno con tutti gli altri, tutto quello che c’è fra me e il resto… Questa paura naturale può essere tua nemica o tua alleata, ma non ha epoca e non ha generazioni secondo me… farà parte dell’uomo per sempre. Poi c’è un’altra forma di paura, intesa come modalità sociale, quella indotta dai media e dai governanti come forma di controllo.

    Che rapporto hai con il palcoscenico, provi ancora tensione prima del concerto oppure ormai ci hai fatto il callo?

    Sicuramente non ci ho fatto il callo! Salire sul palco significa misurarsi con il giudizio altrui, è un rapporto non paritario, sbilanciato… Tu sei rialzato e hai un occhio di bue che ti punta, tutti gli altri presenti no, non hanno luci addosso e non sono riconoscibili. Questo sicuramente suscita adrenalina e agitazione, ma non credo sia qualcosa da vincere o da superare… sarà sempre così’, vincere la tensione prima di salire sul palco credo sia controproducente.

    Dal nord Africa alla Siria, dalla Grecia alla Spagna… Che idea ti sei fatto di questi mesi di rivolta?!

    E’ un argomento talmente ampio che è impossibile racchiudere tutto in una risposta… si rischia di scivolare nelle banalità! Posso dire che la ventata di rivolta che ha investito l’Africa del nord e il clima di insoddisfazione dell’occidente sono secondo me processi collegabili per opposizione… Da noi, nell’occidente “panzone”, la noia ci ha portato a capire che la pancia piena e la sazietà altro non sono che illusione, non significa avere tutto. I popoli oppressi dalla dittatura, invece, sono stanchi di avere la pancia vuota e lottano per raggiungere la nostra noia, la nostra sazietà…

  • Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ongaro, “Gli occhi del mondo”: il disco con De Scalzi

    Marco Ognaro
    Il cantautore veronese Marco Ongaro ha curato le liriche del disco "Gli occhi del mondo" di Vittorio De Scalzi

    Marco Ongaro è un cantautore di Verona, ha adattato le poesie di Riccardo Mannerini per “Gli occhi del mondo“, l’ultimo album pubblicato da Vittorio De Scalzi.

    Ongaro è stato vero e proprio tramite fra i versi di Mannerini e la musica di De Scalzi, proprio come accadde nel 1968, quando il disco dei New Trolls “Senza Orario Senza Bandiera” si avvallò della collaborazione di Fabrizio De Andrè.

    Oggi, dopo oltre quarantanni, quel ruolo è stato di Marco. “Era la prima volta che lavoravamo insieme – racconta il cantautore – di lì in poi abbiamo scoperto il piacere di una sintonia fondata principalmente sulla stima reciproca, dunque sul massimo rispetto per la dimensione artistica dell’altro. Su indicazione dello storico della canzone Enrico De Angelis, Vittorio si è rivolto a me con la fiducia e il viso aperto che subito gli riconobbi come elementi fondamentali della sua indole. Avevo letto la raccolta di poesie di Riccardo Mannerini nei giorni precedenti il mio arrivo a Genova, cominciai a lavorare sui testi mentre viaggiavo in treno da Verona e arrivato a casa di Vittorio avevo già due testi pronti!”

    “Nei giorni successivi lavorammo sempre, in ogni istante, ad ogni ora e in ogni occasione… un atelier in piena funzione! Fare il grosso del lavoro in più di dieci giorni avrebbe significato frenare l’ispirazione per la considerazione sciocca che serva molto tempo a creare qualcosa di buono. Non è così, nella storia della musica e della poesia ci sono opere scritte di getto ancora difficili da eguagliare, quando il tornado si leva, non si può che seguirne il vortice. Ho cercato di dare il mio apporto senza interferenze competitive, tutto all’insegna di una collaborazione lontana da impulsi ragionieristici. In seguito abbiamo applicato lo stesso metodo alla costruzione delle canzoni per il mio spettacolo teatrale sulla Costituzione, L’Alba delle libertà, con analoghi risultati. Le nostre rispettive sensibilità si sono calibrate l’una sull’altra in miracolosa armonia. Eravamo diretti a uno scopo, consapevoli che non esiste al mondo lavoro più bello che quello di creare”.

    Cosa significa interpretare i versi di un poeta e tradurli in canto? Quanto c’è dei tuoi “occhi” in questi “occhi del mondo”?

    “In alcuni brani, come ne L’ultimo altare, c’è molto di Mannerini e molto di me. Mai che ci sia poco di suo e tanto di mio, semmai viceversa. Come prima cosa ho cercato di assumere in me l’essenza del mondo che Mannerini trasmetteva nelle sue poesie. Poi, dando ad esse forma metrica e rime, ho aggiunto e levato in ordine al mio gusto in fatto di canzone, lasciando che l’immedesimazione prendesse il giusto sopravvento dando voce con immagini mie a sentimenti stimolati dal poeta. Esiste una zona grigia in ogni poesia che meriti tale qualifica, un’area ispirativa imprendibile e interpretabile in più modi, a più livelli. Ecco, l’orgoglio per il mio lavoro sta nel rispetto di quest’area e nella riproposizione, pur tra mille modifiche, del medesimo spirito imprendibile.

    “Siamo gli occhi del mondo / ma tali / non dobbiamo rimanere”… scrive Mannerini…

    “E smettiamola / di guardarci le mani”, così si conclude la breve poesia. Mani che rimangono inerti e non creano, occhi che non guardano altrove, che non cercano per il mondo ciò che il mondo dovrebbe vedere. “Siamo gli occhi del mondo” è l’esortazione a una testimonianza vigile, a una responsabilità attiva. Vittorio e io abbiamo chiuso la canzone con il pensiero estetizzante e ammirato sulle ragazze che escono nella bella stagione, nei loro abiti a fiori. Un tantino decadente, certo, ma almeno si è smesso di guardarsi le mani e, da questa bellezza che è vita, si può ricominciare a testimoniare. La canzone dà il titolo al cd perché rappresenta il vigore vitale della poesia di Mannerini, i suoi ritratti sono il risultato del frugare tra le pieghe del mondo per rappresentare ai sordi la necessità di non addormentarsi, di stare all’erta nell’universo delle ingiustizie e delle fatalità, di leggere almeno il labiale della realtà per cercare la verità sottostante.

    Gabriele Serpe

  • Intervista a Bruno Rombi, scrittore e poeta

    Intervista a Bruno Rombi, scrittore e poeta

    Il poeta Bruno Rombi
    Il poeta Bruno Rombi

    Bruno Rombi, genovese d’adozione, è appena rientrato dal suo ultimo viaggio in Francia, ospite della manifestazione “Poésie et Gastronomie“. Letteratura ed arte culinaria ai massimi livelli, con la forte partecipazione di un pubblico attento ed interessato.

    Per una settimana i  più noti ristoranti della zona (“Au Fil de l’O” a Vieille Chapelle,  “Le Départ” a a Bethune, “La Chartreuse du Val St Esprit”, a Gosnay e “L’erge du Donjon” 2 a Fresnicourt le Dolmen) hanno proposto un Menù speciale  in onore del poeta, che ha letto i suoi versi in italiano e in francese ed incontrato gli studenti di alcuni licei della Regione, dialogando sulla poesia.

    Bruno Rombi, varie volte ospite d’onore in Festival e convegni, ha  pubblicato 5  volumi in Francia in edizione bilingue e recentemente “Fragments de lumière”, una raccolta di 40 poesie scritte da lui direttamente in francese e presentate l’anno scorso, a maggio, al Mercato della Poesia di Bordeaux.

    Rombi, come mai è tanto amato in Francia?

    Forse per la coerenza con cui svolgo il mio lavoro di traduttore e di amante della poesia francese… In Francia mi è stato detto che ciò accade anche per una sorta di “contrasto indiretto” che viene avvertito, tra alcune mie caratteristiche letterarie e, perchè no, caratteriali ben precise e l’attuale “idea” del Belpaese in circolazione…

    Lei porta, quindi, in un certo senso, un contributo di Italianità… “altra” in Francia?

    É ciò che spero, nel senso migliore della parola, dato che anche in Francia giungono notizie sul nostro paese non troppo edificanti.

    Che cosa l’ha colpita di più del suo tour transalpino?

    Constatare con quanta cura i professori di due licei avevano preparato i loro allievi all’incontro con me e le domande poste dai ragazzi, realmente interessati ed interessanti. Ma anche il desiderio di alcuni avventori in vari locali, di leggere le mie poesie in pubblico.

    Ha la sensazione di essere più apprezzato all’estero?

    Sicuramente. Non a caso ricevo inviti continui dall’estero ed i miei libri vengono  tradotti in mezzo mondo (in 16 lingue, ad oggi), cosa che peraltro mi dà una grande gioia e non finisce di sorprendermi. Ad esempio proprio ieri ho appreso che il mio poemetto “Tsunami” (del 2005), verrà tradotto in spagnolo.

    Che cosa le ha lasciato questa  esperienza?

    Sicuramente m’ha impressionato la serietà con cui i francesi si occupano di una questione così “superflua”, com’è da noi considerata la poesia. Pensi, la struttura organizzativa, Maison de la Poesie, oltre alla Direttrice, ha quattro dipendenti stabili. Impensabile, dalle nostre parti.

    Stefano Bruzzone

  • Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Intervista esclusiva con il cantautore genovese Federico Sirianni

    Federico Sirianni

    Federico Sirianni, cantautore genovese emigrato a Torino per amore e poi stabilitosi nel capoluogo piemontese. Racconta di essere nato in un taxi e di aver sfruttato il cuore spezzato del tassametro per farsi portare nella città vecchia…E racconta di aver raggiunto Torino con un battello a vapore disincagliato nelle paludi del Mississipi.

    Il cantautore è ancora un mestiere praticabile, una strada perseguibile per le generazioni che ti succedono, o pensi sia ormai quasi una velleità, una chimera?

    E’ un mestiere difficile, soprattutto in un periodo storico come questo. Però chi decide di scrivere per professione lo fa spinto da una sorta di “malocchio” che non gli permette di dedicarsi ad altre attività. Voglio dire, se non hai un sacro fuoco che ti muove testa, stomaco e ventricoli, non esiste alcun motivo per buttarsi in questo crepaccio, si desiste in fretta.

    Quando muovevi i primi passi fra la fine degli ’80 e i primi 90 collaboravi con Luca e Paolo, Casalino, Maifredi… Artisti genovesi che come te sgomitavano per far sentire la propria voce. Sembra che oggi in città quello spirito collaborativo tra artisti emergenti si sia un po’ perso, tanti cani sciolti distanti l’uno dall’altro… Perchè secondo te?

    Sono diversi anni ormai che non vivo più a Genova e non ho più il polso della situazione artistica. Però quel periodo lo ricordo con grande affetto, ci si trovava a casa di Marco Spiccio, medico-pianista e padre putativo di almeno un paio di generazioni di cantautori genovesi, oppure nei locali dei vicoli, dove suonare dal vivo non era una bestemmia e dove, se c’era qualcuno che si azzardava a fare una cover, veniva gettato sui bidoni dell’immondizia antistanti. Eravamo tanti, con più o meno talento, ci si confrontava a colpi di canzoni, si beveva molto. Forse i giovani cantautori genovesi bevono meno? chissà…

    Ti sei stabilito a Torino. Cosa ti ha spinto a lasciare Genova? 

    Sono andato a vivere a Torino per amore. Poi l’amore è finito ma sono rimasto perchè ho trovato una città accogliente e culturalmente viva, che ti permette di lavorare (non parliamo di New York, eh…) e, soprattutto, a differenza di Genova, non ti odia.

    Il cammino professionale di tuo padre (Vittorio Sirianni n.d.r.) credi per te sia stato un aiuto o un ostacolo nella tua crescita come cantautore?

    Mio padre fa un lavoro completamente differente. Avessi seguito le sue orme, come doveva essere nei progetti iniziali, questo aspetto avrebbe potuto forse rappresentare un problema. Devo dire che lui, come mia madre, m’è stato sempre vicino e non ha mai ostacolato il mio percorso. E, come dice il mio amico poeta Guido Catalano, “avere un figliolo che fa il cantautore o il poeta è una roba che un genitore non glielo augurerebbe al suo peggior nemico”…

    Immagina di osservarla dal mare… Genova sembra sporgersi assorta dai monti… Cosa osserva secondo te? A cosa starà mai pensando Genova?

    Pensa: “Vedi come son strani i genovesi? Più sono stronza più questi non si tolgono dal belino”.

    Gabriele Serpe

  • World Press Award: vince il ritratto dell’afghana Bibi Aisha

    World Press Award: vince il ritratto dell’afghana Bibi Aisha

    Bibi Aisha

    La foto dell’anno 2 010 è il ritratto di Bibi Aisha, una donna afghana sfigurata.

    Ad appena 12 anni fu vittima di un barbaro baratto. Suo padre la cedette in sposa a un combattente talebano, in base a un’usanza detta baad, un costume tradizionale per risolvere le dispute tra i clan. Uno zio di Aisha aveva ucciso un membro del clan avverso, lei non ancora adolescente diventò la compensazione.

    Così quando suo marito andò in guerriglia lei diventò il bersaglio delle violenze quotidiane del clan. Trattata da schiava, dormiva in una stalla con gli animali. Aisha riuscì a fuggire. Venne, però, ritrovata a Kandahar dal marito che si fece giustizia tagliandole naso e orecchie.

    Un’organizzazione di Kabul, che si chiama Donne per le Donne Afgane, le ha offerto protezione e le ha insegnato il mestiere di tessitrice.

    Nell’Ottobre scorso l’autrice dello scatto, la sudafricana Jodi Bieber,  ha ricevuto a Los Angeles l’Enduring Heart Award da Mary Shriver, moglie del governatore Arnold Schwarzenegger. Si tratta del premio che la fondazione Grossman Burn – che finanzierà l’operazione che le restituirà il naso – consegna a quelle donne che, nella violenza subita, hanno mostrato grande coraggio.


     

  • Incontro con Cristiano Angelini, cantautore

    Incontro con Cristiano Angelini, cantautore

    Cristiano-Angelini

    Cristiano Angelini, cantautore nato a La Spezia e genovese di adozione. E’ appena uscito il suo primo album “L’Ombra della Mosca” che ha vinto la Targa Tenco 2011 come miglior opera prima e vanta le collaborazioni di Vittorio De Scalzi e Max Manfredi.
    Neurobiologo ricercatore presso l’Ospedale San Martino e cantautore. Quando nasce questa “seconda vita”? Mah…a dire il vero la seconda vita è quela del ricercatore presso l’Univeristà di Genova, visto che canzoni ne scrivo da quando ho 15 anni, mentre la Laurea è venuta molto dopo. La ricerca non è così dissimile dalla composizione artistica: entrambe le discipline tendono a definire qualcosa che in realtà esiste già. Una sotto forma di comprensione l’altra sotto forma di estensione. Quando facevo Rock prog in italiano (1988 circa) la ricerca sonora e la ricerca lessicale di scrivere rigorosamente in italiano un genere che era notoriamente anglofono, mi ha indirizzato a lungo termine ad avvicinarmi alla canzone d’autore.

    Perchè hai fatto il cd? In quanto tempo? E’ stata una cosa improvvisa o maturata in un tempo più dilatato? Ho fatto un cd perchè ora era tempo di fermare alcune cose su un supporto. Perchè Bruno Cimenti e Nives Agostinis ci hanno creduto e perchè tutti i musicisti che ci hanno suonato hanno sposato il progetto con entusiamo. In particolare Matteo Nahum, che ha realizzato tutti gli arrangiamenti (a parte la Juta di Kalus che è stata arrangiata da Federico Bagnasco) e la direzione artistica del lavoro. Il tempo è stato relativamente breve, i brani si suonavano da tempi nei concerti. Quindi l’opera è stata realizzata velocemente, ma maturata in anni di concerti

    Cosa canti? A chi ti rivolgi? Canto le mie canzoni e mi rivolgo a chi ha voglia di ascoltarle. Se mi ponessi il problema di cosa cantare e per chi sarei ancora a scrivere le prime quartine! Canto le sensazioni che alcune storie mi danno ed a volte lo faccio con una dinamica cinematografica, nel senso dei flash visivi, mentre altre volte sono vere e proprie storie narrate. Non ho un tema preferenziale. Solo quello che mi colpisce e mi attira affrontare. Non scrivo canzoni d’amore perchè quello preferisco viverlo.

    La tua passione musicale quando nasce? Vengo da una famiglia di musicisti in qualche modo. Mio cugino è Tony Parisi, jazzista professionista che lavorò nella band di Joe Venuti, fece il Capolinea a Milano per anni ed è nell’Enciclopedia del jazz. Anche un mio zio è musicista ed iniziò a La Spezia nela band di Toto Cotugno (Toto e i tati) negli anni 60. Quindi la mia passione per la musica nasce in culla, progredisce attacato ad un manico di scopa a canatre Morandi da infante per il parentado in estatsi, prosegue con le dita sulla chitarra fino all’Ombra della Mosca, per ora almeno.

    Manuel Garibaldi