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  • Teatro in carcere, il palco per “evadere” almeno con la mente. Le storie di Marassi e Pontedecimo

    Teatro in carcere, il palco per “evadere” almeno con la mente. Le storie di Marassi e Pontedecimo

    padiglione-40Entrano nelle carceri e permettono ai detenuti di uscire, almeno con la mente, dalle mura che li circondano. Sono i corsi di teatro che l’associazione culturale Teatro Necessario Onlus Genova e il Teatro dell’Ortica svolgono a Marassi e a Pontedecimo. Tutti i detenuti possono prenderne parte, a condizione che il regime di detenzione permetta loro di uscire dalla casa circondariale il giorno dello spettacolo. Fondamentale è la voglia di mettersi in gioco, di superare i propri limiti e di esibirsi in uno dei teatri più importanti di Genova, una volta l’anno.

    Un percorso che aiuta i detenuti a conoscere un lato di sé ancora nascosto, un modo per crescere personalmente e una strada che accelera il processo di chi è costretto a scontare una pena dietro le sbarre. Un teatro, appunto, «necessario» come spiegano gli stessi protagonisti perché «è un opportunità per sentirsi importanti, perché è un modo per evadere, perché è uno specchio della vita reale e perché ti fa sentire libero anche quando non lo sei».

    Un percorso «necessario» tanto che lo scorso maggio è stato costruito ex novo, per la prima volta in Italia, una sala teatrale all’interno un carcere, quello di Marassi: il Teatro dell’Arca. Uno spazio polifunzionale con circa 200 posti a sedere, dotato di strutture tecniche professionali, destinato soprattutto ai detenuti ma anche al pubblico esterno, che dopo essersi registrato può entrare da un ingresso dedicato. Una realtà destinata a portare la cultura teatrale, ma anche un punto d’incontro dove un applauso sorprende tanto chi lo riceve quanto chi lo produce. Dopo l’inaugurazione dello scorso maggio, il Teatro dell’Arca quest’anno ha ospitato la terza edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere “Destini incrociati”.

    “Scatenati”, la compagnia del Teatro Necessario di Marassi

    C’è chi interpreta Amleto, chi si cala nei panni di Pinocchio e chi entra nel personaggio di Romeo. Sono gli attori della compagnia teatrale “Scatenati”, detenuti del carcere di Marassi. Trenta ragazzi che hanno voglia di mettersi alla prova, superare la paura del palcoscenico, rispettare le regole del teatro e andare in scena una volta all’anno in uno dei più rinomati teatri genovesi. Un corso di recitazione gestito e portato avanti dall’associazione culturale Teatro Necessario Onlus Genova da oltre 10 anni all’interno della casa circondariale. «E’ il nostro undicesimo anno di vita – dice Sandro Baldacci, direttore artistico dell’associazione, regista e insegnate di recitazione – e come sempre, il nostro obiettivo è portare sul palco uno spettacolo professionale».

    Le abilità artistiche e la professionalità degli attori della compagnia sono riconosciute anche dal pubblico che di anno in anno è sempre più numeroso. Nella scorsa stagione gli “Scatenati” hanno fatto il tutto esaurito alla Corte: oltre 6 mila presenze in meno di una settimana. «Una grande soddisfazione per noi, ma anche un grande successo per il Teatro».

    Il prossimo appuntamento con gli “Scatenati” sarà dal 18 al 23 aprile 2017, sempre sul palco della Corte, con lo spettacolo Billy Budd marinaio e si spera che il pubblico risponda positivamente come nelle passate edizioni. Ogni stagione viene messo in scena uno spettacolo diverso: dai testi autobiografici scritti e tratti dalle esperienze personali dei detenuti ai classici di Shakespeare, da “Pinocchio” (che per gli Scatenati è Pinokkio) ad “Angeli con la Pistola”, il musical tratto dal racconto “Madame La Gimp” di Damon Runyon. «Anche quando interpretiamo testi già esistenti – dice Baldacci – li riadattiamo anche in base agli attori che compongono la compagnia».

    La compagnia è molto variabile, di anno in anno cambiano quasi tutti gli attori; alcuni lasciano perché hanno finito di scontare la propria pena, altri perché, dimostrando una buona condotta al corso, hanno ottenuto un lavoro fuori dal carcere. «Il nostro corso di recitazione è importante per i detenuti anche dal punto di vista psicologico – continua Baldacci – è un percorso rieducativo, un lavoro di gruppo che insegna la disciplina del palcoscenico e induce a conoscere lati di sé finora sconosciuti».

    Un percorso che certamente aiuta a sbloccare situazioni interiori, personali e che, di conseguenza, porta cambiamenti positivi anche nella vita reale come lo sconto di pena o l’ottenimento di percorsi lavorativi fuori dal carcere. «La valenza psicologica e riabilitativa per noi è un aspetto molto importante ma secondario nel progetto – conclude il direttore artistico – il nostro primo obiettivo è realizzare un’ottima performance; il risvolto psicologico e interiore viene da sé durante tutto il percorso»

    Teatro dell’Ortica, il teatro sociale e pedagogico a Pontedecimo

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    Un teatro sociale e pedagogico che porta in scena detenute e bambini. Un lavoro che Anna Solaro, educatrice professionista, svolge da otto anni per far evadere con la mente e l’immaginazione le donne del carcere di Pontedecimo. Da otto anni va in scena uno spettacolo nato dal lavoro condiviso delle detenute, dei bambini della scuola primaria “Anna Frank” di Serra Riccò e della scuola primaria Daneo, dei ragazzi della scuola secondaria di secondo grado “Don Milani” di Genova e di alcuni genitori. «E’ un progetto che crea un ponte tra il dentro e il fuori – racconta Anna – è molto importante per le detenute perché permette loro di avere un contatto con l’esterno ed è altrettanto fondamentale per i ragazzi che conoscono così realtà poco comuni».

    Il teatro è un modo per superare le difficoltà, un luogo in cui si rivivono emozioni e si fanno i conti con parti del proprio inconscio a noi sconosciute. «Dentro le emozioni sono amplificate e intrecciate a sensi di colpa, nostalgia e insicurezza – continua Solaro Noi, attraverso gli spettacolo teatrali, aiutiamo le donne a superare alcune difficoltà. Trattiamo il tema della genitorialità, che è molto sentito e toccante per le ragazze che sono in carcere».

    Con questa attività teatrale, le detenute hanno la possibilità di confrontarsi con l’esterno, di conoscere altri rapporti genitori-figli e magari smorzare quei sentimenti negativi che rendono la loro vita ancora più difficile di quello che già è. Gli adulti che partecipano al progetto rappresentano un punto di riferimento per le detenute, un esempio solido con cui confrontarsi, figure che per certi versi possono essere anche consolatorie o che, comunque, dimostrano che la normalità assoluta non esiste.

    «Non vogliamo che questa conoscenza termini con il teatro – dice Solaro – ma ci piacerebbe che la donna, una volta uscita dal carcere, ritrovasse la persona con cui ha collaborato in scena, anche nella nuova vita reale». 

    Il primo incontro tra “dentro e fuori” parte dalle lettere scritte dai bambini alle detenute, strumento che crea una comunicazione e una sorta di legame. Sono proprio questi testi che danno il primo spunto per scrivere la trama degli spettacoli. «In scena mettiamo una riscrittura del vissuto delle detenute su determinati argomenti che sono usciti dalle lettere dei bambini». A interpretare i racconti autobiografici, dallo stile narrativo con sconfinamenti di tipo personale, sono almeno circa sessanta partecipanti, donne, bambini, adolescenti e genitori. Un grande gruppo che rappresenta la comunità. Prima di andare in scena tutti insieme, però, ci sono ore e ore di lavoro in gruppi separati. «Facciamo prove in carcere con le detenute, fuori con gli adulti e nelle scuole con i bambini e i ragazzi, i diversi gruppi di lavoro comunicano solo tramite me e le mie colleghe – conclude Solaro – il primo incontro tutti insieme è un momento bellissimo ed emozionante, come se si conoscessero da sempre».


    Elisabetta Cantalini

  • Omicidio stradale, tutte le pene che si rischiano con la nuova legge

    Omicidio stradale, tutte le pene che si rischiano con la nuova legge

    alcol-testQuanti di noi si sono svegliati nei fine settimana e, una volta accesa la televisione, la radio, oppure lette le cronache dei quotidiani, hanno avuto notizia delle cosiddette stragi del sabato sera? Chi non ha memoria degli incidenti causati dai pirati della strada che uccidono e scappano, impedendo così di dare un volto al colpevole a una morta ingiusta? Domanda retorica alla quale il legislatore penale, nel marzo scorso, ha cercato di dare una risposta. Risposta doverosa nei confronti di una società comprensibilmente sconfortata da pene esigue e scarcerazioni lampo.
    Ebbene, appare opportuno chiarire quali siano le reali novità rispetto al passato, senza entrare nei tecnicismi giuridici e nelle problematiche applicative che questo “nuovo” reato comporterà nei singoli casi posti all’attenzione della magistratura.

    Prima della riforma legislativa, la norma che veniva applicata nei casi di quello che oggi viene chiamato omicidio stradale era l’articolo 589 comma 2 del Codice penale (omicidio colposo), secondo cui “se il fatto – causare la morte per colpa di una persona – è commesso con la violazione delle norme della circolazione stradale, la pena della reclusione è da 2 a 7 anni”.
    Oggi la norma applicabile è più complessa. La riforma ha previsto pene di entità diversa in ragione della violazione della norma cautelare prevista dal codice della strada, le regole cioè che sono imposte dal codice della strada e che non dovrebbero essere violate.

    Facciamo un po’ di chiarezza e, schematicamente, indichiamo le singole ipotesi previste dal legislatore.
    L’ art. 589 bis c.p., comma 1 punisce la condotta di chi “cagioni per colpa la morte di una persona con la violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale con la reclusione da 2 a 7 anni”. Fin qui, tutto uguale. Ma successivamente, ai commi 2 e 3 dello stesso articolo, si prevede una pena ben più elevata se il soggetto che ha agito è alla guida di un veicolo “in stato di ebbrezza alcolica maggiore ad 1.5.g/l o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti” e se il conducente alla guida di veicoli speciali, come i mezzi di trasposto per persone o cose, “si trovi in stato di ebbrezza alcolica compresa tra 0,8 g/l e non superiore a 1,5 g/l” e venga cagionata per colpa la morte di una persona. In questi casi la pena prevista è della reclusione da 8 ad un massimo di 12 anni.

    Rischia, invece, dai 5 ai 10 anni di carcere chi viene colto alla guida con un tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 g/l, passa col semaforo rosso, circola contromano o non rispetta i seguenti limiti: 70 km/h o il doppio del limite previsto in centro città; 50 km/h oltre il limite per le strade extraurbane.
    In aggiunta sono previste delle aggravanti se il soggetto alla giuda del veicolo non sia in possesso della patente di guida, ovvero sia questa sospesa o revocata, oppure qualora il veicolo non sia assicurato.

    Questo il complesso scenario nelle ipotesi di omicidio stradale. Ad oggi è prematuro fare un bilancio sulle conseguenze concrete della norma in esame, in base anche alla sua applicazione che certo è l’aspetto che più interessa l’opinione pubblica. Le prime pronunce dei giudici di primo grado ci saranno tra un paio di anni e ci sarà da attendere almeno il doppio per le decisioni della Suprema Corte di Cassazione. Ai posteri l’ardua sentenza.

    Sara Garaventa

  • Garante dei diritti dei detenuti, la legge arriva in Consiglio Regionale

    Garante dei diritti dei detenuti, la legge arriva in Consiglio Regionale

    consiglioregionaleLIGURIA_01Al Consiglio Regionale si sta lavorando da qualche mese a una proposta di legge, ora passata in commissione, per istituire nella nostra regione il garante dei detenuti. Si tratta di una figura istituzionale poco nota ma già presente in molte regioni d’Italia (come si evince dal sito del Ministero della Giustizia): un professionista dei diritti dei detenuti e delle realtà carcerarie eletto dagli organi politici della regione e che si occupa di monitorare la condizione carceraria sul territorio e denunciare alle autorità eventuali situazioni di violazioni dei diritti delle persone private della libertà, oltre che collaborare ad elaborare meccanismi di reinserimento sociale.

    Il ruolo del Garante

    Una figura che, come ci spiega il professore Franco Della Casa, docente di Diritto Penitenziario alla facoltà di Giurisprudenza, andrà a intrecciarsi con il magistrato di sorveglianza (membro della magistratura preposto a vigilare che la detenzione sia eseguita secondo le previsioni e le garanzie previste da legge) senza però che le due figure si sovrappongano: «Il garante funziona secondo schemi e tecniche di intervento diverse dal magistrato di sorveglianza; queste due figure non solo non entrano in conflitto, ma neppure in concorrenza tra loro. Il garante regionale avrà poteri autoritativi meno incisivi del magistrato di sorveglianza, non potrà ad esempio dare ordini all’amministrazione; però potrà attivare i suoi canali, portare a conoscenza degli organi politici interessati le lacune che ritrova e anche, quindi, essere un paio di occhi ulteriore per il magistrato di sorveglianza»; che oltretutto, come ci ricorda il professore, nella nostra regione è tenuto a vigilare su parecchi istituti penitenziari, la giurisdizione del magistrato di sorveglianza di Genova va dalla casa circondariale di Sanremo fino a quella di La Spezia: un compito non facile e importante, per svolgere il quale un aiuto in più è senza dubbio utile.

    Ad oggi solo tre regioni italiane non si sono ancora dotate di questa figura, prevista da una legge del 2013: Calabria, Basilicata e Liguria, appunto. Nella nostra regione, in realtà, quella del garante dei diritti dei detenuti è una storia che inizia molti anni fa, ma per molto tempo (circa 8 anni) il disegno di legge per istituirlo è rimasto fermo in qualche cassetto del Consiglio Regionale, sebbene l’emergenza carceraria sia un problema attualissimo non solo nel nostro paese ma anche nella nostra regione; ad esempio, ci ricorda il professor Della Casa, «In Liguria non c’è nessun istituto penale minorile, di talché i minori liguri che vengono privati della libertà personale sono di solito appoggiati sul Beccaria di Milano, con conseguenze non da poco per quanto riguarda i contatti con le famiglie di origine e il territorio. Inoltre non è stato ancora aperta una Rems, (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) nonostante avrebbero già dovuto essere istituite dopo che nel 2015 sono stati definitivamente chiusi gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Si tratta di persone non ancora pronte per essere gestite nella società e allora ci vuole una struttura contenitiva che non deve ricalcare né il carcere né i vecchi Opg, infatti, la legge prevede che siano istituzioni completamente “sanitarizzate”. Ecco la Liguria non ne ha ancora una struttura di questo tipo».

    carcere-marassiL’iter della legge

    Eppure, a fronte di queste e molte altre criticità, la Liguria non si è ancora dotata di un garante dei detenuti. Per questo abbiamo intervistato il Consigliere Regionale Gianni Pastorino di Rete a Sinistra, uno dei fautori della ripresa di questo tema finito nel dimenticatoio, che ha presentato un disegno di legge sul punto appena tre giorni dopo una proposta analoga del PD.

    Consigliere, la nuova proposta di legge ricalca molto quella del PD, avete dialogato coi democratici sul punto o correte da soli voi di Rete a Sinistra? 

    Mi permetto di dire che il nostro testo non è esattamente come quello del PD, c’è una differenza sostanziale dal punto di vista normativo: loro parlavano ancora di Opg, noi parlavamo già delle nuove figure di strutture sanitarie, il nostro era un testo più aggiornato. Poi siamo arrivati a un testo unico condiviso che è questo che ora è in aula: i 3/5 del Consiglio Regionale per eleggere il garante, e un’indennità pari alla metà di quella di un consigliere regionale.

    La situazione attuale nelle carceri liguri è così preoccupante da richiedere un intervento simile? 

    Beh l’ultima visita che ho fatto a Marassi mi ha mostrato che, per quanto ci sia da parte dell’attuale direttore sicuramente una gestione positiva, è una situazione di grande difficoltà dal punto di vista della struttura, fatiscente e sovraffollata: a fronte di 552 posti disponibili sono 670 le presenze, circa un 22-23% di sovraccarico, moltissima promiscuità dal punto di vista delle etnie e una considerevole presenza sia di psichici che di malati.

    In concreto quindi il garante come e quanto potrà migliorare le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri liguri?

    Intanto definiamo la figura del garante: non è una figura della magistratura e collabora con tutti gli organismi, sia della magistratura ordinaria, quindi il magistrato di sorveglianza in primis, sia naturalmente con gli organismi del ministero di giustizia preposti all’ordinamento carcerario. Il garante è un mediatore, uno che interviene nei conflitti cercando di evitarli. Io credo che possa migliorare di molto la situazione da questo punto di vista, perché questa figura del mediatore manca, perché purtroppo in Italia non abbiamo una struttura a rete che funziona tra i vari soggetti e quindi molte volte una detenuta o un detenuto si possono trovare in situazioni di disagio ingiuste anche quando le condizioni di risoluzione del loro problema sarebbero abbastanza semplici: faccio un esempio, pensiamo a come sia difficile delle volte per i detenuti anche soltanto votare quando hanno diritto al voto, è un diritto costituzionalmente garantito ma di difficilissima esecuzione per chi è detenuto. Inoltre abbiamo cercato di ampliare lo spazio di manovra di questa figura anche per chi è sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio, chi è trattenuto in caserme di polizia o carabinieri, per chi è accolto nei centri di accoglienza.

    Rimanendo in tema quindi, essendoci stato da poco l’anniversario degli eventi della Diaz, in un caso simile per esempio dove le violenze sono perpetrate all’interno delle caserme…

    Certo, il garante avrebbe avuto un ruolo anche perché ha una funzione di iniziativa autonoma, lui può entrare nelle carceri, come per altro può fare un consigliere regionale o un deputato, in qualsiasi momento del giorno, potrebbe presentarsi autonomamente anche alle due di notte. Sicuramente è una figura che ha un’importanza assolutamente rilevante. C’è un po’ una tendenza, sotto il cappello di questa idea del risparmio, di accorpare le figure di garanzia fino a far diventare il difensore civico una sorta di garante totale, che si occupa dei compiti del difensore civico, di garante per i diritti dell’infanzia e dei detenuti. Io sono fermamente convinto che le figure di garanzia siano un investimento e non una spesa.

    Giusto parlando di fondi, anzitutto le chiedo se ci sono i fondi per questa iniziativa nella regione…

    Beh intanto sono fondi che appartengono al Consiglio regionale, a mio giudizio sono presenti, si tratta di fare una disamina piuttosto attenta ma io credo che vista la cifra complessiva, che si aggira tra i 60.000 e i 75.000 euro, non sia una cifra impossibile.

    Sempre parlando di soldi, davanti a tante emergenze in regione, come il trasporto pubblico, sanità, sicurezza del territorio, perché ritenete che sia una sorta di priorità questo garante?

    Quello che noi abbiamo davanti è un’istituzione carceraria nella quale chi entra per piccola criminalità esce che è un criminale perfetto. Per questo le funzioni di garanzia a nostro giudizio non sono spese ma investimenti nel vero senso del termine, l’idea per esempio di avere più in affidamento, regime di semi libertà, eccetera, è chiaro che produce meno affollamento carcerario, meno spese carcerarie, produce del reddito esterno e per altro sicuramente salvaguardia più l’individuo da un’istituzione che a mio giudizio è fortemente superata.

    regione-liguriaPerché la regione Liguria non si è ancora dotata di questo organo sebbene come lei ha evidenziato già da tempo in molte altre regioni italiane è presente?

    Credo che ci sia stata un insieme di fattori, evidentemente una non adeguata sensibilità della classe politica, una non adeguata spinta dall’esterno. Mi son reso conto in questo anno che parlare di carcere sia sempre molto molto complesso, spesso e volentieri si aprono delle enormi contraddizioni che passano tra chi vorrebbe mettere le persone in carcere e buttare via la chiave e chi vorrebbe lasciarli completamente liberi. Spesso e volentieri ci si abbandona all’idea più semplice, quella della detenzione più dura, poi gli effetti sono esattamente gli opposti dal punto di vista del recupero sociale.

    Non c’è un gruppo politico che si oppone apertamente?

    No non c’è un gruppo politico che si è apertamente opposto, certo con molti abbiamo idee diverse, vista la presenza dell’assessore Rixi al convegno del Coisp, immagino che tra me e lui ci siano molte diversità dal punto di vista di cosa vuol dire gestire…

    Il Coisp è…?

    È un sindacato minoritario di polizia che ha cercato di sbeffeggiare l’anniversario del G8 a Genova facendo un convegno devastante dal titolo “L’estintore come strumento di autodifesa”, ora io credo che questa vicenda siano questioni sulle quali non si può molto scherzare, rispetto al fatto di cosa è stato nell’immaginario collettivo il G8 quando è avvenuto. Ritengo sbagliato che l’assessore Rixi si sia presentato a questo convegno che per altro ho visto essere presenti 22 persone quindi evidentemente era deserto.

    Abbiamo raggiunto il consigliere Valter Ferrando, del PD, primo firmatario del ddl dei democratici sul punto, nonché araldo del disegno di legge che istituì all’epoca il garante per l’infanzia, il quale a sua volta ha confermato la sua reale intenzione di portare questo progetto fino in fondo e far sì, una volta per tutte, che anche la Liguria abbia un garante per i detenuti. Ferrando, inoltre, sottolinea a sua volta come la maggioranza abbia accettato di collaborare su questo disegno di legge, mentre in passato «non c’erano sensibilità diffuse a questi problemi». A detta del consigliere, “ci sono degli argomenti riguardo i quali non c’è né destra né sinistra, dei detenuti bisogna occuparsene tutti così come degli infanti bisogna occuparsene tutti, ci sono degli argomenti trasversali per i quali gente con un po’ di buon senso deve mettersi lì e collaborare, non si possono fare le battaglie politiche su dei temi di quella sensibilità”. Non resta che aspettare l’autunno e sperare che la nostra regione ottenga questa freccia in più per il suo arco della tutela ai diritti umani.

    Alessandro Magrassi

  • Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    Un’ora di libertà, un’ora di cultura. Intervista a Roberto Maccarini, docente volontario al carcere di Marassi

    carcere-marassiAbbiamo già affrontato, qualche settimana fa, il delicato tema della rieducazione dei detenuti parlando del concordato recente per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità da parte dei detenuti “messi alla prova” in uffici del Comune. Mi è capitato, successivamente, di venire a conoscenza di un’iniziativa particolarmente interessante, anche e soprattutto perché è nata principalmente per la buona volontà di un privato. In questo caso si tratta del professor Roberto Maccarini, docente di Storia contemporanea alla Scuola di Scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Genova, che tiene ormai da alcuni anni lezioni ai detenuti del casa circondariale di Marassi, puramente a titolo volontariato.

    Dunque professore, da quant’è che conduce questa attività e che cosa l’ha spinta a iniziare?
    «Sono circa tre anni ed è nata come un’azione volontaria, personale sorta in conseguenza di un impegno istituzionale, cioè la necessità di fornire i comuni strumenti didattici a una persona detenuta. Avevo chiesto di poter avere accesso alla persona direttamente e, di conseguenza, sono stato ammesso a vedere questo studente nel carcere di Marassi. Al primo incontro ne sono seguiti altri quattro o cinque, sempre di circa un’oretta, in modo tale da verificare che questo detenuto-studente riuscisse a seguire le indicazioni che gli avevo dato la prima volta e le volte successive e, conseguentemente, di valutare il suo stato di preparazione, per considerare anche se era in grado di sostenere l’esame. Questo, in effetti, è poi avvenuto e il detenuto-studente ha sostenuto con profitto l’esame della disciplina, riportando per altro una buona votazione del tutto meritata, senza che ci siano state inclinazioni a buonismi legati alla sua condizione. In quella circostanza, con l’educatrice con la quale mi interfacciavo che era stata il trait d’union tra lo studente e l’università, abbiamo scambiato qualche chiacchiera e ho dato la mia disponibilità a svolgere una qualsiasi tipo di attività interna alla struttura. Successivamente è stata valutata insieme alle autorità carcerarie e agli educatori la possibilità di intraprendere qualche iniziativa in tal senso e così si è dato il via a questo progetto».

    Che cosa insegna ai detenuti?
    «Insegno storia contemporanea con la cadenza di un’ora a settimana, corsi molto generali ma anche molto vari: si passa da una storia politica a una storia economica o economica del turismo, storia del continente americano, nordamericano in particolare, degli Stati Uniti ancora più nel dettaglio. Insomma, molti ambiti molto estesi, un ampio spettro di possibili categorie e insegnamenti storici».

    Chi frequenta le sue lezioni?
    «Solitamente dalle dieci alle quindici persone. Quando non sono sorte difficoltà specifiche (come il trasferimento dei detenuti a un’altra struttura) le frequenze sono state abbastanza costanti in quasi tutte le sezioni in cui sono stato mandato».

    Che differenza c’è tra una sua lezione universitaria e una a Marassi?
    «Le lezioni sono molto diverse perché quelle in carcere sono molto più generiche, condotte molto più a braccio per non appesantire troppo il dialogo con persone che hanno un grado di istruzione molto differenziato. Io espongo, racconto dei fatti storici e spero che questi stimolino delle riflessioni nelle persone che mi ascoltano per accrescerne il senso critico. Questo era lo scopo: creare un rapporto con persone che, indubbiamente, se sono lì ci sarà un motivo ma che, nello stesso tempo, vivono talvolta situazioni personali di difficoltà (oltre ovviamente alla condizione di privazione della libertà), hanno rapporti molto rarefatti con l’esterno e relazionarsi con una persona del tutto diversa dal loro ambito famigliare, dalle loro circostanze di provenienza, può essere un qualcosa che rompe la quotidianità e permette loro di fare considerazioni e ragionamenti ulteriori, anche se non avvezzi specificatamente allo studio delle discipline storiche. Io ho sempre cercato di essere molto semplice nell’esposizione, aperto ai loro interventi, anche a quelli più devianti rispetto al focus della lezione. Ho sempre cercato di essere una persona che ascoltava e con la quale ci si poteva aprire in maniera diversa rispetto l’ordinamento, la gerarchia, le abitudini di quell’universo in cui vivono; un’ora di libertà di pensiero. Ecco, invece che avere un’ora di libertà del cortile io cerco di dare un’ora di libertà di pensiero. 

    Secondo lei, per quale motivo i detenuti scelgono di partecipare alle sue lezioni? È solo una strategia per fare bella figura col magistrato di sorveglianza o c’è di più?
    «Per quanto posso aver in questi anni percepito, i detenuti tendono a provare il maggior numero di attività che vengono proposte, che rompono la routine della vita carceraria. Ovviamente, la frequentazione a questo tipo di incontri è legata all’interesse che stimoli in loro: se riesci a cogliere un po’ del loro interesse e a creare un rapporto di do ut des, di input e output, allora riesci nell’obiettivo che ti eri preposto. È poi la persistenza, la regolarità di frequenza che testimonia o meno il loro interesse; che, comunque, è legato soprattutto al fatto di avere un rapporto con un estraneo al di fuori di quelli che sono gli ambiti familiari o quelli più strettamente giuridici, legali o di sorveglianza della struttura carceraria stessa».

    Per i detenuti è solamente uno svago o qualcosa che davvero potrà aiutarli a cambiare la “prospettiva”?
    «La funzione in questo caso non è tanto di svago. Per “svago” si intende un qualche cosa posto in essere per non pensare alla propria situazione; questo secondo me vale in una misura minore perché è troppo breve il tempo in cui si svolge l’attività. Contemporaneamente, non ho la pretesa di poter cambiare la loro forma mentis, di nuovo perché è troppo ridotto il tempo con cui sto a contatto con persone tra loro molto eterogenee. Penso che la finalità sia quella di capire che non c’è solo il mondo che immaginano, fuori, ma c’è qualcuno che prova a entrare e a confrontarsi con loro; rafforza un po’ un senso di identità personale. Ecco, se si arriva a quello, è già tanto. Si vuole sviluppare un po’ di più un senso critico di fronte a riflessioni totalmente lontane, come circostanze e come tempi, rispetto a quello che può esser successo loro; una riflessione che magari stimoli anche l’autocritica ma, nello stesso tempo, un senso di identità». 

    Consiglierebbe ai suoi colleghi, storici o professori di altre materie, di partecipare a un’iniziativa simile?
    «Sì, perché ciascuno per le proprie competenze può fare quello che io faccio con le discipline che conosco. Sicuramente sarebbe più variegata l’offerta e si riuscirebbe a intercettare meglio le singole personalità. Io posso incontrarne alcune con sensibilità vicine a quello che è l’ambito di mia conoscenza ma tralasciarne altre che sono un po’ più distanti».

    Lei ai carcerati dà la sua conoscenza, possiamo dire; loro a lei danno qualcosa?
    «Questa è una domanda molto importante. Io dico sempre, quando inizio le mie lezioni, che sono più loro che danno a me di quanto io dia a loro, perché mi hanno permesso in questi anni di incontrare una realtà che conoscevo solo per interposta persona. Il contatto con un’umanità così variegata e così diversa non può che arricchire umanamente anche chi va lì con la modestia di insegnare davvero qualche cosa. Che, tra l’altro, è un contatto molto rispettoso delle regole del carcere, un contatto di grande coerenza di queste persone: mi era stato raccomandato, ed è un impegno che ho anche firmato con la struttura carceraria, di non far assolutamente mai da ponte a qualsivoglia tipo di richiesta di un carcerato; ecco questo è un aspetto importante perché ormai in tre anni nessuno mi ha mai detto nemmeno di portare loro un nichelino, una fotografia, c’è stata da parte loro una correttezza ai regolamenti davvero notevole. Le uniche richieste sono state al limite di qualche approfondimento delle cose che ho spiegato e, quando ho potuto, ho portato qualche libro, ma in tutti questi anni non c’è mai stato nemmeno un caso di una richiesta personale».

    Un’ultima domanda, più che altro una curiosità: com’è lo studente detenuto rispetto allo studente universitario “classico”?
    «Beh [ride…], se si può parlare di studenti, non hanno il patema di dover sostenere l’esame, e non avendo questo pensiero secondo me sono molto più aperti nell’interconnessione col docente, nell’interscambio di opinioni sono molto più liberi per il fatto che manca quello che è il…

    …timore reverenziale?
    Esatto…manca quello che poi è l’obiettivo che vuole raggiungere uno studente, ossia il superamento dell’esame, per cui ci si concentra su quello che dico io per poi riuscire a rispondere in sede di esame. Mancando questo riscontro, in queste circostanze il contatto è molto più libero, molto più aperto».

    Se non un apprezzamento all’iniziativa del professor Maccarini e la speranza che altri seguano il suo esempio, c’è ben poco da aggiungere. Forse basta ricondurre l’attenzione alla frase più emblematica di questa intervista, “un’ora di libertà di pensiero”: qualcosa a cui anche noi “liberi” dovremmo davvero fare attenzione, perché non ci sono solo prigioni di mattoni e ferro.

    Alessandro Magrassi

  • Rieducare e non solo sanzionare, il Comune lancia i lavori di pubblica utilità per i “messi alla prova”

    Rieducare e non solo sanzionare, il Comune lancia i lavori di pubblica utilità per i “messi alla prova”

    CarcereUna convenzione che consente di svolgere lavori di pubblica utilità presso il Comune di Genova a coloro che siano ammessi al regime della messa alla prova è stata sottoscritta il mese scorso da Palazzo Tursi, Tribunale e Uepe (Ufficio per l’esecuzione penale esterna, che si occupa essenzialmente di gestire misure alternative alla detenzione, in collaborazione coi magistrati di sorveglianza e, se tali misure hanno per oggetto detenuti e non meri imputati, le dirigenze degli istituti penitenziari).

    Non è semplice scrivere un articolo riguardante un’innovazione nel campo di istituti giuridici assai tecnici e catturare l’attenzione del lettore comune e non solo agli “addetti ai lavori”. Tuttavia, questa convenzione, oltre che avere degli effetti pratici che influiscono sulla nostra vita come società, è foriero di riflessioni sociali prima ancora che giuridiche molto interessanti. L’accordo, in sintesi, ha stabilito che, durante il periodo di “messa alla prova” (map), un imputato potrà svolgere dei lavori di pubblica utilità (lpu) presso il Comune di Genova. Questa la notizia. Ma andiamo con ordine.

    Che cos’è la “messa alla prova”

    Nel 2014, la legge 67 ha introdotto, nel nostro ordinamento, la messa alla prova per gli imputati adulti. In sostanza, per persone sotto processo (quindi non ancora condannate) per reati punibili con non più di 4 anni di carcere e che sia la prima volta che hanno guai con la legge (l’istituto è escluso, dunque, per i recidivi) è possibile venga seguita questa strada, se l’imputato lo richiede e il giudice lo ritiene opportuno. In tal caso, il processo è sospeso e l’Uepe del territorio struttura e propone un programma, della durata massima di due anni, studiato per l’imputato. In questo periodo, il “messo alla prova” dovrà assolvere a degli obblighi, come riparare i danni cagionati a una persona e, soprattutto, svolgere lpu presso associazioni convenzionate, come quelle che si occupano di volontario. Se l’esito del progetto sarà giudicato positivo, il reato si considererà estinto e il procedimento penale nei confronti dell’imputato verrà chiuso.

    Nel 2015 sono state gestite 652 map (alcune a Savona, ma soprattutto qui a Genova) della durata media di 6-8 mesi, quasi tutte dall’esito positivo; un istituto, dunque, ampiamente utilizzato e con ottimi risultati.

    Il progetto del Comune di Genova

    Adesso, grazie alla convenzione stipulata ad hoc, nel programma della map possono essere inseriti anche lavori di pubblica utilità (altrimenti detti, socialmente utili) da svolgersi sotto il coordinamento del Comune di Genova. Così, per estinguere il proprio reato, un imputato con le carte in regola per aderire a questo percorso potrà, ad esempio, curare le aree verdi pubbliche o riordinare gli archivi degli uffici di Palazzo Tursi. Può stupire che siano stati necessari due anni per implementare la concretizzazione di questo istituto (prima d’ora le map potevano prevedere lpu solo in associazioni che accettassero di convenzionarsi a tale progetto, ad esempio organizzazioni di volontariato), ma in realtà è un tempo ragionevole se si pensa al complesso bilanciamento da effettuare tra l’interesse alla rieducazione dell’imputato e la salvaguardia degli interessi della collettività, stelle polari che questi progetti sotto l’egida delle istituzioni pubbliche devono seguire.

    A riguardo, è stata chiara l’assessore alla legalità, Elena Fiorini, che ci ha parlato della necessitò di «un’ottica complessiva al servizio del cittadino» contrapposta a un’azione miope e poco ragionata vista «soltanto come doverosa attuazione del principio costituzionale di rieducazione». Implementare questi istituti che tendono a evitare a un imputato una condanna è una soluzione interessante per evitare che, chi si macchia di reati tutto sommato di modesto allarme sociale (pensiamo al piccolo furto) per la prima volta, subisca la stigmatizzazione di una condanna penale che, segnando il casellario giudiziale, potrebbe minare seriamente la possibilità di un facile reinserimento sociale e lavorativo dell’imputato.

    Inoltre, trovare sistemi di punizione ma anche di reinserimento sociale alternativi alla detenzione sembra un ottimo sistema per far fronte a una situazione carceraria già posta sotto pesante stress: restando nella nostra città, come è agilmente rinvenibile sul sito del Ministero della giustizia, risulta che il carcere di Marassi ospita attualmente 667 detenuti a fronte di 450 posti regolamentari, quello di Pontedecimo invece 139 detenuti su 96 posti (senza contare anche i problemi di organico: Marassi conta 388 poliziotti penitenziari a fronte di 450 previsti, Pontedecimo invece ha 119 effettivi su 161).

    L’assessore Fiorini ha evidenziato come l’implementazione di questo tipo di rimedi penali alternativi alla condanna costituisca, nell’ambito della giustizia penale, una vera e propria «rivoluzione copernicana anche dal punto di vista culturale», andando a «scalzare l’idea che chi ha commesso un reato sia soltanto un peso per la società». Tenendo presente che si tratta, in questi casi, di reati di lieve entità (non si parla ad esempio di omicidi, per intenderci), è necessario considerare che i nostri padri costituenti operarono una scelta ben precisa con l’art. 27 della nostra Costituzione, il quale afferma, al terzo comma, che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Certo, chi commette un reato deve pagare per il suo crimine evitando che cagioni altri danni alla collettività ma il tutto deve mirare a un futuro reinserimento sociale del soggetto.

    Sul punto, la dottoressa Bianca Berio, direttrice dell’Uepe di Genova, ribadisce che le messe alla prova possono davvero aiutare l’imputato soprattutto a reinserirsi in maniera pacifica in quella società che aveva leso con comportamenti illeciti: soggetti fragili, cresciuti in situazioni limite e ineducati alla convivenza civile, possono trovare negli ambienti che frequentano per lo svolgimento dei lavori di pubblica utilità nuovi modelli di vita sana. Certamente, nelle associazioni di volontariato tese al miglioramento della salute collettiva con azioni dirette al miglioramento della qualità di vita della città ma, ora, anche presso gli uffici del Comune, per definizione orientati al servizio della collettività.

    Può essere utile, in conclusione, ragionare su un esempio concreto. Pensiamo a un diciottenne cresciuto in compagnie non proprio raccomandabili (ma che magari sono semplicemente ciò che il suo quartiere offre) che ruba una costosa consolle per videogiochi; per quanto qualcuno potrebbe sostenere che “il carcere lo raddrizzerebbe”, probabilmente varrebbe il contrario: un soggetto fragile come un giovane cresciuto in condizioni di disagio posto, anche per breve tempo, a stretto contatto con chi si è macchiato di colpe ben più gravi, potrebbe imparare molto più su come delinquere a livelli ben più preoccupanti che non a condurre una vita più socialmente sana. Misure come la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità possono, al contrario, usando le parole dell’assessore, dare a soggetti così un «contesto di riferimento» sano, inserire l’imputato in una condizione di vita civile retta svolgendo una mansione e investito della responsabilità di un lavoro, sopperendo magari a carenze educative. In questo senso, pur prestando molta attenzione a che questo approccio alla pena più rieducativo che sanzionatorio non si traduca in un’eccessiva morbidezza (che potrebbe far passare il messaggio che chi sbaglia non paga), misure come questa convenzione sembrano iniziative soddisfacenti per ricercare il giusto equilibrio tra necessità di sanzione e reinserimento sociale.


    Alessandro Magrassi

  • Marassi, carcere: la raccolta fondi per completare il Teatro Arca

    Marassi, carcere: la raccolta fondi per completare il Teatro Arca

    marassi teatro arcaManca poco per completare il sogno. Parliamo del primo teatro in Italia costruito interamente dentro un carcere, quello di Genova Marassi. Un’iniziativa promossa, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, da Teatro Necessario Onlus, associazione culturale nata nel 2009 sulla spinta delle attività già intraprese a partire dal 2005 con oltre cento detenuti della Casa Circondariale di Marassi e gli studenti del corso di Laurea in DAMS dell’Università di Genova.
    Il teatro dell’Arca – progettato dall’architetto Vittorio Grattarola e costruito in buona parte dai detenuti stessi – sarà una sala polifunzionale con una capienza di circa 200 posti, dotata di tutte le attrezzature necessarie per la rappresentazione di spettacoli, l’organizzazione di mostre, convegni e conferenze, ma la sua caratteristica peculiare sarà l’accessibilità anche per il pubblico esterno.

    «Il teatro è costruito nell’intercinta carceraria – spiega il presidente dell’associazione, Mirella Cannata, coordinatrice del progetto – un luogo simbolico tra il dentro e il fuori, proprio per dare l’idea di un ponte che comunica con la città».
    «Il progetto è stato finanziato da Fondazione Carige e Fondazione San Paolo che hanno sostenuto anche gli spettacoli della compagnia – racconta Sandro Baldacci, regista e socio fondatore di Teatro Necessario – ma adesso che i contributi di Regione, Provincia e Comune sono diminuiti, abbiamo serie difficoltà a proseguire».
    «Per chi sta scontando una pena che dovrebbe avere anche una funzione rieducativa queste attività sono importantissime – aggiunge Carlo Imparato, vice presidente di Teatro Necessario – il lavoro al teatro dell’Arca occupa quasi 40 carcerati».

    Oggi per portare a termine la costruzione struttura sono necessari ancora circa 70 mila euro. Per questo l’associazione culturale lancia la raccolta fondi “Adotta una Perlina”. Le “perline” – ovvero 3600 listelli di legno realizzati dai reclusi che lavorano nella falegnameria del carcere di Marassi – diventeranno il rivestimento interno del nuovo Teatro dell’Arca. «Vuoi aiutarci a costruire il Teatro dell’Arca? Fai una donazione a tuo piacere adottando una delle 3600 perline. Il tuo nome sarà scritto sulla perlina rimanendo per sempre impresso, come testimonianza e ringraziamento del tuo aiuto, per aver contribuito a realizzare un’opera di alto valore sociale e culturale. Scrivici all’indirizzo mail tno@teatronecessariogenova.org oppure contattaci al numero 010 24 75 125».

     

    Matteo Quadrone

  • Decreto Svuota-Carceri, Marassi: una boccata d’ossigeno temporanea

    Decreto Svuota-Carceri, Marassi: una boccata d’ossigeno temporanea

    carcere-marassiMercoledì il decreto “Svuota-Carceri” approderà in Consiglio dei ministri. La bozza del provvedimento resa nota in questi giorni prevede alcune novità, ancora da confermare, tra le quali: possibilità di scontare ai domiciliari gli ultimi 4 anni di fine pena (non in maniera automatica ma secondo la decisione del giudice di sorveglianza); maggiore affidamento di detenuti tossicodipendenti presso le comunità terapeutiche; sospensione della pena per donne incinte, madri con figli sotto i 10 anni, ultrasettantenni.
    Inoltre, oggi la Camera inizia a votare il ddl sulle pene detentive non carcerarie che mira ad incentivare l’istituto della “messa alla prova”, sotto il controllo di assistenti sociali, per i soggetti che abbiano commesso reati leggeri con pena fino ai 4 anni.
    Queste misure, comunque, non avranno un effetto dirompente. Secondo le stime del ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri , potrebbero interessare tra i 3 e i 4 mila detenuti. Poca cosa rispetto ad una popolazione complessiva di oltre 67 mila reclusi.

    Il carcere genovese di Marassi, il più grande della Liguria, afflitto da un endemico sovraffollamentoattorno agli 800 detenuti (nella maggior parte stranieri; il 44% in attesa di giudizio) a fronte di una capienza di 450 posti – ed una carenza di personale pari al 20% dell’effettivo in organico, è un perfetto esempio dell’emergenza carceri italiane.
    «La principale criticità è rappresentata dalla coesistenza di diverse tipologie di detenuti e di diversi circuiti detentivi: in attesa di giudizio, a custodia attenuata, protetti, ad alta sicurezza, condannati a lunghe pene detentive – sottolinea l’Osservatorio Antigone – In particolare per questi ultimi, la struttura di Marassi è inadatta a causa della mancanza di spazi fisici per intraprendere attività lavorative e trattamentali. Si è comunque verificata una diminuzione delle morti in carcere, con un decesso per morte naturale dall’inizio dell’anno, contro i 4 nel marzo 2012».

    «È una goccia nel mare, però, meglio una goccia che niente – così il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo, commenta il decreto – Non può essere considerata una soluzione ma, forse, l’inizio di un percorso, per cui ben venga questo provvedimento».
    Tuttavia, le ricadute sul carcere genovese saranno davvero minime. Secondo Mazzeo potrebbero uscire in tempi brevi non più di una trentina di detenuti. In pratica una boccata d’ossigeno per una manciata di mesi, poi tutto tornerà come prima.
    Per risolvere l’emergenza occorre intervenire in maniera strutturale innanzitutto deflazionando l’ingresso negli istituti di reclusione. «Alcuni autori di reati minori non dovrebbero neppure transitare per il carcere – conclude Mazzeo – Bisogna incentivare le misure alternative alla detenzione. E poi, quando una persona viene rimessa in libertà, non deve essere abbandonata a se stessa. Sono necessari dei percorsi di accompagnamento, sennò, in caso contrario, l’ex detenuto tornerà a delinquere in tempi brevi».

     

    Matteo Quadrone

  • Tortura, carceri e droghe: via alla raccolta firme per tre leggi popolari

    Tortura, carceri e droghe: via alla raccolta firme per tre leggi popolari

    coda-personeIntrodurre il delitto di tortura nel codice penale, cambiare la legge Fini-Giovanardi sul consumo di droghe, restituire dignità ai detenuti ripristinando la legalità nelle carceri superaffollate: tre punti cardine per il presente e il futuro della giustizia democratica nel nostro Paese che un “cartello” di oltre venti associazioni (www.3leggi.it), impegnate a vario titolo nel sociale, ha tradotto in progetti di legge di iniziativa popolare.
    Affinché le proposte vengano prese in esame dal Parlamento, come previsto dall’art. 71 della Costituzione, sono necessarie le firme di almeno 50 mila elettori, entro il 31 luglio. Un traguardo tutt’altro che impossibile a giudicare dalla costante affluenza di firmatari, in prevalenza under 30, che ieri pomeriggio (martedì 9 aprile ndr) hanno affollato l’apertura della campagna di raccolta a Genova, nello Spazio Aperto di Regione Liguria, in piazza De Ferrari, affiancati da volti molto noti in città come don Gallo, Luca Borzani e i coniugi Giuliani.
    In giorni cui va tanto di moda parlare di programmi di governo, ecco una proposta concreta, dal basso.

    I tre progetti di legge sono assolutamente autonomi ma interconnessi tra loro, come spiega Patrizia Bellotto di Cgil Liguria, tra le organizzatrici della raccolta firme: «Il filo comune della nostra iniziativa è il rispetto della dignità delle persone. Le carceri sono strapiene anche perché c’è chi paga un prezzo assurdo per qualcosa che non può essere un reato, come la clandestinità che punisce una condizione dell’individuo e non il compimento di un’azione illegale. Discorso simile si può fare per le pene derivanti da consumo di droghe leggere, che si sono trasformate in un sovraffollamento degli istituti penitenziari, senza alcuna possibilità di recupero per gli individui».

    Ma vediamo nel dettaglio di cosa parlano i tre progetti di legge.

    DELITTO DI TORTURA

    La prima proposta è immediata e mira a introdurre nel Codice penale un articolo 608-bis dedicato al reato di tortura, colmando così una grave lacuna come imposto dal diritto internazionale. In questo caso, il testo ricalca la definizione di tortura codificata dalla Convenzione delle Nazioni Unite: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che infligge ad una persona, con qualsiasi atto, lesioni o sofferenze, fisiche o mentali, al fine di ottenere segnatamente da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su di una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su ragioni di discriminazione, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La pena è aumentata se ne deriva una lesione personale. È raddoppiata se ne deriva la morte. Alla stessa pena soggiace il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che istiga altri alla commissione del fatto, o che si sottrae volontariamente all’impedimento del fatto, o che vi acconsente tacitamente”. Inoltre, si vieta al governo italiano di garantire l’immunità diplomatica a stranieri condannati per questo reato in un altro Paese e se ne impone l’estradizione.

    «L’introduzione del reato di tortura è un punto fondamentale per il nostro ordinamento – ha commentato l’avvocato Alessandra Ballerini – basti ricordare la sentenza sul processo del G8 in cui viene ribadito che se tale reato fosse stato previsto, alcuni poliziotti e alcuni medici avrebbero dovuto risponderne».

    Secondo Stella Acerno di Amnesty International Liguria la questione è, inoltre, «strettamente legata alla formazione delle forze dell’ordine, che devono essere attori chiave del sistema di tutela e garanzia dei diritti, temi su cui ci interrogano, ad esempio, le sentenze sui casi Sandri, Aldrovandi e Cucchi».

    coda-persone-2CARCERI

    Più complessi i 26 articoli che puntano a una riforma del sistema detentivo italiano per ridurre il sovraffollamento delle carceri. «C’è una riscoperta sensibilità sul tema delle carceri, forse anche grazie alla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che l’8 gennaio ha condannato l’Italia per tortura» sottolinea Ballerini, che prosegue: «In Italia ci sono attualmente 66mila detenuti a fronte di una capienza massima di 44mila. In questo momento, se una persona finisce in carcere, sa che sarà sottoposta a tortura: vogliamo evitare che chi deve scontare una pena detentiva, entri in carcere finché non sia garantita la tutela della propria dignità».

    Tra i principali obiettivi di questo progetto di legge vi sono la conversione della pena in caso di mancanza di posti disponibili nelle case circondariali, la modifica delle disposizioni della legge ex Cirielli sulla recidiva, l’abrogazione del reato di clandestinità previsto dalla legge Turco-Napolitano, l’istituzione di sanzioni alternative per i reati che al momento prevedono una detenzione fino a sei anni e l’introduzione di un Garante nazionale dei detenuti che vigili sullo stato delle carceri italiane.

    DROGHE

    La terza proposta, infine, vuole modificare l’attuale impianto legislativo sul consumo di droghe, superando il sistema punitivo introdotto dalla legge Fini-Giovanardi, per giungere a una radicale depenalizzazione del consumo e a una netta differenziazione tra assunzione di droghe leggere e pesanti. «Con questa terza legge – conclude l’avvocato Ballerini – puntiamo a una profonda riforma delle azioni che dovrebbero garantire l’accesso ai programmi di recupero per i detenuti tossicodipendenti in contrapposizione agli inutili percorsi punitivi».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Carcere di Marassi: progetto area verde per l’incontro tra detenuti e figli

    Carcere di Marassi: progetto area verde per l’incontro tra detenuti e figli

    carcere-marassiA volte è sufficiente una buona idea, il giusto spirito di iniziativa e tanta volontà per provare a mutare lo stato delle cose ed alleggerire il carico di tensioni – fisiche ed emotive – quotidianamente vissute dagli oltre 800 reclusi all’interno delle vecchie mura del carcere di Marassi, simbolo dell’emergenza carceraria in Liguria.
    Parliamo del progettopromosso da un’associazione impegnata in attività con i minori – che prevede la realizzazione di un’area verde destinata all’incontro tra familiari e detenuti, in particolare i figli di questi ultimi, al di fuori del normale contesto dell’asettica sala colloqui.
    «Abbiamo già individuato l’area adatta», spiega con soddisfazione il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo. Si tratta di uno spazio di circa 50 mq, ricavato nel vecchio cortile di passeggio oggi in disuso. L’obiettivo è creare un luogo di socializzazione aperto in grado di favorire la convivialità fra genitori e figli.
    «Un architetto ha già eseguito le prime misurazioni – continua Mazzeo –  i volontari sono entusiasti dell’idea. Adesso occorre stabilire il budget economico necessario e poi si potrà partire con gli interventi».
    L’associazione, della quale per ora non possiamo rivelare il nome, coprirà i costi economici dell’opera «Noi, invece, forniremo la manodopera con il contributo di alcuni detenuti», sottolinea il direttore.

    L’oasi verde di Marassi sarà la terza a sorgere sul territorio regionale: la prima nacque nel 2008 all’interno del carcere di Chiavari. Nel 2011, invece, è stata la volta di Pontedecimo. «Questi progetti mirano ad allentare le tensioni e migliorare le condizioni delle vittime incolpevoli come i bambini figli di detenuti e gli anziani genitori dei reclusi», conclude l’ex direttore dei carceri di Chiavari e Pontedecimo, Maria Milano, ideatrice di entrambe le iniziative.

     

    Matteo Quadrone

  • Carceri: in Liguria il Garante dei diritti non è mai stato nominato

    Carceri: in Liguria il Garante dei diritti non è mai stato nominato

    «È indispensabile sbloccare l’iter della proposta di legge sull’istituzione del Garante dei diritti, ferma dall’aprile 2012 in commissione Affari istituzionali in Regione», così Maruska Piredda, capogruppo di Italia dei Valori in Regione e presidente della commissione Pari opportunità, richiama l’attenzione sull‘emergenza carceri in Liguria. «Dopo la sentenza della Corte europea che invita l’Italia a prendere provvedimenti contro l’attuale condizione carceraria – spiega Piredda – sono emersi dati ancora più allarmanti sul sovraffollamento nelle prigioni della Liguria che conquista la “maglia nera” d’Europa con un tasso del 176,8%».

    La legge – il cui esame è in stand by in Regione – propone l’istituzione del “Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il cui compito è vigilare e promuovere il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o in condizione di limitazione della libertà personale. Già dieci altre regioni si sono attivate su percorsi analoghi. La finalità è costituire un sistema di controlli adeguato per quanto riguarda i diritti e gli interessi di rilevanza regionale, come sanità, lavoro e formazione dei detenuti, il regolare ed efficiente svolgimento dell’azione amministrativa regionale. Altro scopo è quello di favorire la conoscenza, la prevenzione e l’immediata cessazione di eventuali situazioni di abuso, violazione di diritti o irregolarità. Il Garante verrebbe istituito presso il Consiglio regionale come organismo di garanzia e avrebbe il compito di lavorare in sinergia con le autorità giurisdizionali e amministrative segnalando loro eventuali criticità. Una figura analoga a quella del difensore civico, scelto per le qualifiche personali e svincolato dalla politica.

    «Siamo consapevoli che l’istituzione del Garante non sarà la soluzione definitiva all’annoso problema delle carceri italiane – precisa Piredda – che potrà essere risolto solo con un intervento deciso da parte del Governo attraverso misure efficaci e non semplici palliativi come amnistie, indulti e “svuota carceri”, magari mutuando esperienze di altri Paesi europei come la Germania, dove i detenuti abitualmente lavorano».

    Al contrario, nelle nostre carceri solo il 10% dei detenuti ha un’occupazione; 1 detenuto su 4 è tossicodipendente; gli stranieri sono oltre il 60% dei reclusi.

    L’emergenza sovraffollamento in Liguria è sotto gli occhi di tutti: Marassi ha 456 posti letto e 750 reclusi; Sanremo 209 posti e 337 presenze; Chiavari 78 posti e 94 detenuti; Imperia 69 posti e 120 detenuti; La Spezia 144 posti e 272 detenuti; Savona 75 detenuti per 36 posti letto. Senza dimenticare l’unico carcere femminile della Liguria, quello di Pontedecimo, dove per 96 posti letto ci sono 172 reclusi, uomini e donne anche con bambini di età inferiore ai tre anni.

    «Per porre fine alla barbarie che oggi vede genitori dietro alle sbarre insieme ai propri figli – continua Piredda – ho presentato un’interrogazione, che martedì sarà discussa in Consiglio, affinché la Liguria si doti al più presto di un Icam, Istituto di custodia attenuata per mamme, cioè una casa famiglia protetta. Garante dei diritti e Icam sono interventi che la Regione può attuare dando un concreto segnale di impegno nella battaglia di civiltà per trasformare le nostre carceri da istituti di pena a luoghi di rieducazione».

    «Le priorità penitenziarie della Liguria sono ben altre – esprime scetticismo Roberto Martinelli, segretario regionale del sindacato della polizia penitenziaria (Sappe) – Servono lavoro e formazione. Abbiamo evidenziato tutte le nostre perplessità sulla necessità di istituire la figura del Garante dei diritti, anche in relazione ai costi per la spesa pubblica che si dovrebbero sostenere, considerata l’attuale situazione di congiuntura economica. La Regione Liguria ha già una qualificata ed autorevole figura istituzionale di garanzia qual è quella del Difensore civico regionale che bene può assolvere alle finalità del garante. È quanto, ad esempio, già avviene in Lombardia e nelle Marche, regioni nelle quali vi sono Difensori civici che svolgono anche funzioni di garante dei detenuti».

    «Quel che è certo è che l’eventuale figura da istituire in Liguria non potrà essere appannaggio dei giochetti politici – conclude Martinelli – in altri termini, non potrà essere una “poltrona” sulla quale sistemare qualche politico trombato, qualche “amico degli amici“, senza nessuna concreta competenza penitenziaria», conclude Martinelli.

    «L’istituzione del Garante dei diritti sarebbe una prima risposta alle istanze che arrivano proprio degli operatori penitenziari, dalla magistratura e dalle associazioni di volontariato che hanno più volte lamentato la distanza della politica e delle istituzioni – risponde il consigliere regionale, Maruska Piredda – Siamo a disposizione del segretario del Sappe, Roberto Martinelli, che in passato ci ha fornito un prezioso supporto per analoghe iniziative, per fornire tutte le delucidazione in merito alla proposta di legge che è stata presentata da più gruppi politici. Potrà essere l’occasione per avanzare ed eventualmente accogliere proposte migliorative al testo della legge stessa durante l’iter in commissione».

     

    Matteo Quadrone

  • Natale a Marassi: la denuncia della situazione delle carceri italiane

    Natale a Marassi: la denuncia della situazione delle carceri italiane

    Un presidio davanti alla casa circondariale di Genova Marassi, un Natale diverso organizzato da Radicali e Socialisti, insieme ai parenti dei detenuti, per sostenere la battaglia che da anni conduce Marco Pannella in difesa dei diritti dei reclusi, quotidianamente calpestati all’interno dei penitenziari italiani.

    L’iniziativa “Natale a Marassi”, si svolgerà il 25 dicembre dalle ore 9:30 alle 11:30 «Per dare un segno diverso alle festività e dare un concreto sostegno a Marco Pannella, noi Radicali insieme ad esponenti del PSI genovese abbiamo organizzato un presidio di militanti e di parenti di detenuti davanti ai cancelli del carcere di Marassi, con battitura di stoviglie, per esprimere vicinanza ai reclusi proprio nel giorno in cui la disperazione e l’abbandono sono più sentiti e sofferti».

    «Da tredici giorni Marco Pannella sta conducendo una dura e straordinaria lotta per richiamare l’attenzione delle istituzioni su due punti principali: sulla necessità e urgenza di affrontare la crisi della giustizia e l’emergenza del sovraffollamento delle carceri; sul silenzio dell’informazione e l’assenza di ogni confronto-dibattito sulla questione, che imporrebbe importanti decisioni legislative – continua la nota di Radicali e PSI Il drammatico sciopero della fame e della sete di questi giorni è l’ultimo di una serie di iniziative che da anni il Partito Radicale conduce per denunciare come sia fuori legge, rispetto alla nostra Costituzione, lo Stato di diritto nel nostro Paese. Basti pensare a come il Parlamento ignorò completamente quanto deliberato dai cittadini con il referendum “Tortora” del 1987, per l’introduzione nel nostro ordinamento di una effettiva responsabilità civile dei magistrati. Nel solco delle tante battaglie che hanno segnato positivamente la vita politica e civile della nostra società, oggi Marco Pannella continua a denunciare lo stato drammatico delle carceri italiane, epifenomeno di una giustizia penale e civile che, oltre a tenere sotto scacco le vite dei cittadini, contribuisce non poco ad aggravare la crisi economica in corso, con costi elevati per le nostre imprese (basti pensare al dramma dei ritardi nei pagamenti e ai dati contenuti nel rapporto Doing Business 2012 della Banca Mondiale), senza contare le continue e pesanti condanne da parte della giurisdizione europea».

    Aggiornamento 26/12/2012:

    REPORT DELLA VISITA ISPETTIVA CONDOTTA OGGI A MARASSI DA UNA DELEGAZIONE COMPOSTA DA RADICALI E SOCIALISTI, ACCOMPAGNATA DAL SEN. CLAUDIO GUSTAVINO E DELL’ON. MARIO TULLO.

    Oggi, 26 dicembre 2012, una delegazione di Radicali e Socialisti, accompagnati dall’on.Mario Tullo e dal sen. Claudio Gustavino, ha condotto una visita ispettiva di circa due ore presso il carcere di Marassi. La delegazione era composta da Michele De Lucia, tesoriere di Radicali Italiani; Deborah Cianfanelli, membro di direzione di Radicali Italiani; Marta Palazzi, segretaria dell’associazione Radicali Genova; Angela Burlando, del Partito Socialista Italiano di Genova.

    La visita è avvenuta dopo 14 giorni di sciopero totale della fame e della sete di Marco Pannella, “per l’Amnistia, la Giustizia e la Libertà”.

    «Marassi è il carcere più grande della Liguria, con una capienza di circa 450 posti, ma si trova, come gli altri istituti, in una situazione di endemico sovraffollamento: al momento della visita infatti i detenuti risultano essere 733, quasi il doppio del limite stabilito dalla legge spiega una nota diramata dai Radicali Tra questi, i condannati definitivi sono 251, un percentuale davvero bassa, ennesima testimonianza del malfunzionamento della giustizia italiana».

    «Il carcere dispone di un centro clinico con 45 detenuti: il primo piano dedicato al cosiddetto sostegno integrato, con l’assistenza di uno psichiatra tutti i giorni dalle 8 alle 19 e la presenza di alcune cooperative sociali che si occupano di far svolgere alcune attività ai 10 reclusi. Il secondo piano è dedicato ai casi che necessitano di assistenza sanitaria. Si tratta di detenuti con problemi di salute provenienti da tutta la Liguria, in quanto Marassi è l’unica struttura che può ospitarli. Al terzo piano, separati dagli altri, vi sono i malati di HIV. Ogni cella, di uno o due letti, dispone di bagno e doccia, grazie alla ristrutturazione completata di recente».

    «A margine si fa notare come patologie quali l’HIV o epatite C, di cui sono affetti buona parte dei detenuti tossicodipendenti, sono totalmente incompatibili con il regime carcerario, e soprattutto non consentono l’applicazione della legge 230/99, che prevede pieno accesso all’assistenza sanitaria per tutti i cittadini, anche se reclusi – continua la notaL’art. 94 della legge sulle tossicodipendenze (la Fini-Giovanardi) prevede l’affido per uso terapeutico, che tuttavia nei fatti è precluso alla totalità degli immigrati e applicato in modo solo parziale ai tossicodipendenti italiani».

    «L’ispezione è proseguita nella sezione II, riservata ai condannati definitivi. In questa sezione il sovraffollamento raggiunge punte drammatiche: la media per ogni cella è di 8-9 detenuti, che dormono in letti a castello di due o tre piani: in ogni cella c’è un solo bagno per tutti, mentre le docce sono ancora in comune, cinque per ogni piano. I lavori per installare la doccia in ogni singola cella sono iniziati a partire dall’ultimo piano della II sezione. I detenuti sono quindi costretti in pochi metri quadrati per 20 ore al giorno, tranne le due ore d’aria mattutine e due pomeridiane».

    «Nella III sezione sono reclusi i detenuti con sentenza definitiva, ma in regime di custodia attenuata o di semilibertà: si tratta di tossicodipendenti od ex tossicodipendenti che possono circolare liberamente fuori dalle proprie celle, dotati di cucina, spazi in comune, stanze con due letti, bagno in cella e docce in comune».

    «Un dato positivo è rappresentato dalla scolarizzazione: un corso di elementari, due di scuola media, un corso odontotecnico con laboratorio frequentato da 23 persone; un corso di grafica pubblicitaria frequentata da 20 persone. Il provveditorato agli Studi ha destinato un’apposita sezione scolastica per il carcere di Marassi».

    «Gli sforzi della direzione carceraria vanno verso un maggiore coinvolgimento dei detenuti in attività all’esterno del carcere: questa volontà però si scontra con il taglio dei fondi e delle borse di lavoro erogate dalle amministrazioni per poter garantire una attività lavorativa ai detenuti – sottolinea il comunicato stampa – Vi sono state alcune esperienze positive recentemente, come il lavoro di ripulitura del cimitero di Staglieno eseguito da 15 detenuti per 6 mesi, ma sono operazioni di difficile ripetibilità. Il carcere dispone di una panetteria, in cui lavorano solo 4 addetti, ed una falegnameria, inutilizzata per la maggior parte del tempo per mancanza di appalti. All’interno del carcere viene svolto un laboratorio teatrale ed è in corso la costruzione di un teatro vero e proprio».

    «Nonostante gli sforzi del personale di polizia penitenziaria e degli operatori carcerari per garantire il miglior funzionamento possibile dell’istituto, persistono anche a Marassi i problemi che affliggono tutte le carceri italiane e più complessivamente, a partire dal sovraffollamento, lo stato di illegalità che ha fatto collezionare al nostro Paese condanne su condanne ad opera della Corte europea dei diritti dell’uomo, al punto che l’Italia si trova sotto il costante monitoraggio da parte del Comitato dei Ministri della Corte Europea – conclude la nota – Il carcere è più che mai uno dei più gravi epifenomeni dello sfascio della giustizia, i cui gravissimi effetti e costi in termini civili, sociali, politici ed economici sono sempre più evidenti».

  • Carceri: in Italia le prigioni più sovraffollate d’Europa

    Carceri: in Italia le prigioni più sovraffollate d’Europa

    L’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone nasce nel 1998 e, da allora ad oggi, ogni anno il ministero della Giustizia ha rinnovato l’autorizzazione a visitare tutti gli istituti di pena presenti sul territorio nazionale.

    Ieri Antigone ha presentato il IX rapporto sulle condizioni di detenzione intitolato “Senza dignità”. Ebbene, l’Italia si aggiudica un triste primato: in Europa non esiste un paese con le prigioni piu’ sovraffollate delle nostre. Il tasso di affollamento è del 142,5 per cento: ci sono 140 detenuti ogni 100 posti. Un dato molto sopra la media Ue che si ferma al 99,6 per cento.

    Le regioni più affollate sono Liguria (176,8%), Puglia (176,5%) e Veneto (164,1%). Le meno affollate Abruzzo (121,8%), Sardegna (105,5%) e Basilicata (103%). A seguire la lista degli istituti più sovraffollati al 30/06/2012.

    Nel frattempo non c’è accordo nemmeno sulla capienza regolamentare complessiva: a fine ottobre si parlava di 46.795 posti, ma solo due mesi prima di 45.568 posti. «Da agosto il numero degli istituti è rimasto lo stesso, ma in Calabria ci sarebbero 263 posti in più, in Umbria 196 e in Lombardia addirittura 661 in più – sottolinea Antigonese anche la capienza fosse cresciuta di 2.722 posti in tutto, come affermato dal Dap, sarebbe comunque un risultato modesto, enormemente al di sotto dei posti promessi dal piano carceri».

    La prima stesura del piano prevedeva infatti 17 mila nuovi posti entro il 2012, divenuti poi 11 mila entro il 2013 «Molti dei quali fanno capo a carceri in via di costruzione da oltre un decennio, che con il piano non hanno niente a che vedere precisa Antigone – Non si parla più di 11 nuovi istituti ma di 4 e il numero dei padiglioni si riduce a 17. Si contano 228 milioni di euro in meno rispetto a quelli previsti».

    Le carceri sono sovraffollate nonostante il costante calo degli ingressi: nel primo semestre del 2012 sono stati 32.625 e le previsioni a fine anno parlano di meno di 70 mila ingressi «Un dato praticamente senza precedentisottolinea AntigoneMa questo non per merito dell’intervento del governo sul fenomeno delle “porte girevoli”. È infatti un trend che ha radici più lontane: rispetto all’anno precedente gli ingressi nel 2009 sono diminuiti del 5,1 per cento. Nel 2010 del 3,9 per cento. Nel 2011, prima del decreto-legge sulle “porte girevoli”, del 9 per cento. Nel primo semestre del 2012 questa tendenza subisce una ulteriore accelerazione (-18,5 per cento)».

    Nell’ambito del suo nono rapporto, Antigone presenta anche l’iniziativa “Inside carceri” il primo web-doc/inchiesta realizzato in Italia, un viaggio in 25 istituti di pena italiani (tra cui Genova Marassi), composto da video, audio, immagini, infografiche. Realizzato insieme al service giornalistico “Next New Media”, e’ disponibile gratuitamente all’indirizzo http://www.insidecarceri.it/. Tutti i materiali (32 video, 2 audiogallery, 3 infografiche, 177 immagini, oltre 20 schede di testo) sono anche scaricabili e utilizzabili, attraverso Flickr, YouTube e Vimeo, da chiunque sia interessato a stimolare il dibattito sul problema carceri (con obbligo di citazione della fonte e divieto di modificare immagini e servizi).

  • Carceri liguri: aumentano atti di autolesionismo e suicidi

    Carceri liguri: aumentano atti di autolesionismo e suicidi

    Le carceri liguri scoppiano a causa del sovraffollamento e la situazione è sempre più insostenibile per i detenuti ma anche per gli agenti costretti a lavorare in un contesto così degradato e rischioso. L’ennesimo grido d’allarme arriva dal Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria che, questa volta, mette in evidenza l’aumento degli atti di autolesionismo all’interno dei penitenziari della nostra regione.

    «Solo nei primi 6 mesi dell’anno sono stati 21 i tentativi di suicidio e ben 218 gli atti di autolesionismo – spiega Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe Liguria – L’ultimo episodio è avvenuto a Chiavari dove un detenuto che voleva impiccarsi è stato salvato in extremis grazie all’intervento di un agente. Mentre nel carcere di Pontedecimo un detenuto originario del Marocco e arrestato per spaccio di droga, è rimasto ustionato nel rogo della sua cella, data alle fiamme per protesta contro le condizioni invivibili del carcere».

    Anche il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo, lancia l’allarme suicidi «Nei primi mesi del 2012 ci sono stati 50 casi di autolesionismo di cui 39 commessi da imputati. Sette di loro, detenuti in attesa di giudizio, hanno tentato il suicidio e uno si è tolto la vita».

    Il sindacato sottolinea, da sempre, le gravi carenze d’organico negli istituti di pena liguri. «La popolazione detenuta è il doppio rispetto alla capienza regolamentare – commenta Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe Liguria –  Le istituzioni e il mondo della politica non possono più restare inermi e devono agire concretamente».

    Nel penitenziario di Chiavari sono reclusi 100 detenuti a fronte dei 78 posti a disposizione. E mancano 25 poliziotti rispetto alla pianta organica. 

    A Pontedecimo sono detenuti 97 uomini e 92 donne, 189 persone rispetto alla capienza regolamentare di 96 posti letto. La forza prevista del reparto di Polizia penitenziaria è di 161 unità mentre quella effettiva è di circa 100 unità. Dal 1 gennaio al 30 giugno scorso, a Pontedecimo si sono verificati 10 atti di autolesionismo (ingestione di corpi estranei, chiodi, pile, lamette, pile; tagli sul corpo provati da lamette), un tentato suicidio sventato dagli agenti e sette colluttazioni.

     

    BAMBINI DIETRO LE SBARRE

    La situazione diventa ancor più delicata quando a varcare la soglia del carcere – insieme alle madri detenute – sono i bambini di età inferiore ai tre anni. Secondo i dati del Sappe oggi nel carcere di Pontedecimo è presente una detenuta con un figlio di due anni e mezzo ma nel luglio scorso erano addirittura due.

    Mercoledì 7 novembre, il consigliere regionale dell’Italia dei Valori e presidente dell’VIII commissione Pari opportunità, Maruska Piredda ha presentato un’interrogazione urgente al presidente e all’assessore competente in merito all’individuazione, nel Comune di Genova, di uno stabile che possa essere adibito a Istituto di custodia attenuata per madri detenute con figli (Icam).

    La legge n.62/2011, infatti, prevede l’istituzione delle case famiglia protette proprio per madri e padri con figli di età inferiore ai 10 anni. Una legge che ha avuto un seguito nell’intesa stipulata nella Conferenza Stato-città e Autonomie locali, con cui si prevede l’obbligo per gli enti locali di individuare edifici con caratteristiche atte a ospitare gli Istituti di custodia attenuata. Regioni come la Lombardia hanno già un Icam, altre, come Veneto e Toscana, se ne stanno dotando. In Liguria, invece, finora non si muove una foglia.

    «Ho avuto modo di constatare, durante un sopralluogo di qualche mese fa, quale sia la situazione in cui sono costrette a vivere queste mamme con i propri figli piccoli, per i quali solo l’impegno e la cura prestati dagli agenti di custodia rendono meno amara l’esperienza carceraria – spiega Piredda –  Nell’interrogazione chiedo quali percorsi la Regione ha intrapreso per individuare, di concerto con gli enti locali, una sede per l’Icam nel territorio ligure, auspicando un concreto impegno affinché al più presto anche la Liguria attui le disposizioni previste dalla legge, indispensabili per garantire adeguati rapporti familiari tra i genitori detenuti e i figli e, contestualmente, un equilibrato sviluppo del minore».

     

    Matteo Quadrone

     

     

     

     

     

  • Ci vuole ben altro: rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

    Ci vuole ben altro: rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

    “Ci vuole ben altro”, è il titolo scelto per il nuovo rapporto dell’associazione Antigone che fa il punto sulle ultime visite dell’osservatorio nazionale nelle carceri italiane. I numeri confermano, senza possibilità di smentita, che la legge Alfano sulla detenzione domiciliare del 31 dicembre 2010 e la famosa svuota-carceri del governo Monti(che estendeva ad un anno e mezzo il periodo di pena residuo convertibile in detenzione domiciliare e che cercava di limitare gli arresti con traduzione in carcere per fatti non di particolare allarme criminale), entrata in vigore il 31 dicembre 2011, non sono servite ad arrestare il fenomeno del sovraffollamento.

    A fronte di una capienza regolamentare di 45.742 posti a fine 2010 i detenuti erano 67.961. Un anno dopo nonostante la legge Alfano si proponesse di ridurre di 8 mila unità la nostra popolazione carceraria, i detenuti erano 66.897. «Giusto mille in meno», sottolinea Antigone. Ma anche il decreto del nuovo ministro Severino non sortisce gli effetti sperati infatti al 13 aprile 2012 i detenuti arrivano a 66.582, solo 312 in meno.

    Ciò nonostante 5.533 detenuti sono usciti grazie alla detenzione domiciliare. Come mai allora, se davvero c’è stato un calo, questo non si rileva? «Innanzitutto perché la parte della legge sulle “porte girevoli” ha iniziato a non funzionare – spiega Antigone – Gli arresti con conduzione in carcere sono ripresi. Nel novembre 2011 i detenuti entrati dalla libertà in carcere sono stati complessivamente 6.679. Sono scesi a 5.784 nel dicembre del 2011, ancora scesi a 5.211 nel gennaio del 2012. Poi a febbraio è iniziata la risalita con 5.278 ingressi, divenuti addirittura 6.174 a marzo 2012».
    «Inoltre le persone uscite con la detenzione domiciliare sono persone che sarebbero comunque uscite ordinariamente con altra misura alternativa già in vigore – precisa Antigone – e in ogni caso molte sarebbero ormai fuori per fine pena».

    Ma l’introduzione di questo beneficio ha influito negativamente sull’andamento delle altre misure alternative. «Prima dell’approvazione dell’indulto del 2006 oltre 23.000 persone erano in misura alternativa – spiega Antigone – Mai così tante. Con l’indulto questo numero si è praticamente azzerato, riprendendo subito dopo la sua lenta crescita».
    Alla fine del 2006 le persone in misura alternativa erano 5.933, 7.179 alla fine del 2007, 10.220 alla fine del 2008; 13.416 alla fine del 2009, 18.435 alla fine del 2010. Alla fine del 2011 il numero si ferma a quota 19.239, segnando un forte rallentamento nella crescita.
    «Si può ipotizzare da un lato che nell’ultimo anno il carico di lavoro per tribunali ed assistenti sociali dovuto alla nuova norma abbia ridotto le risorse per l’applicazione delle altre alternative alla detenzione – continua Antigone – Dall’altro è prevedibile che si tenda sempre più a concedere questo nuovo beneficio, più “sicuro” ad esempio dell’affidamento in prova, che si applica ad un residuo pena più breve, e fortemente sostenuto dal legislatore. Insomma, a causa delle nuove norme diventa probabilmente più difficile accedere alle vecchie alternative alla detenzione».
    Nel frattempo la durata media della custodia cautelare è in crescita ed aumenta anche la lunghezza delle pene comminate.

    In realtà l’impatto più significativo lo ha avuto la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che nell’aprile del 2011 ha sancito il dovere dei giudici italiani di disapplicare le norme presenti nella legge Bossi-Fini che prevedevano l’arresto per l’inottemperanza all’obbligo di allontanamento del Questore per l’extracomunitario non in regola coi documenti. Gli stranieri erano 24.954 il 31 dicembre del 2011 e sono diventati 24.123 il 31 marzo 2012. 831 detenuti in meno, quasi la totalità della decrescita dell’ultimo anno.

    Mentre un’altra area su cui sarebbe necessario intervenire per dare respiro alle carceri, è quella relativa ai reclusi per reati legati alla droga. «Il 36% dei detenuti è dentro per aver violato la legge Fini-Giovanardi sulle droghe – ricorda Antigone – Molti tossicodipendenti si trovano in prigione per aver commesso reati contro il patrimonio finalizzati a procurarsi sostanza stupefacenti. Va messa mano a questa legge ideologica, bacchettona, demagogica ed anti-economica».

     

    Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione carceraria, la regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia (188%), seguita da Lombardia (174%) e Liguria (168%).
    La media nazionale si attesta su un preoccupante 145%, ovvero con oltre 145 detenuti ogni 100 posti, l’Italia è il paese più sovraffollato d’Europa.
    Ma secondo Antigone il dato è falsato perché apparentemente la capienza dei nostri istituti in questi anni è cresciuta. «Dal 2007 al 2012 parrebbe che l’Italia abbia aumentato la capienza delle sue carceri di 2.557 posti – spiega l’associazione – I primi effetti del piano carceri del governo? Assolutamente no. In effetti si tratta semplicemente del fatto che, negli stessi istituti, si stipano sempre più detenuti, trasformando in celle tutti gli altri spazi, a scapito di spazi comuni indispensabili per la vivibilità degli istituti. Nelle carceri c’è sempre meno spazio, ma sulla carta la loro capienza aumenta».

     

    Il numero dei decessi negli istituti penitenziari si conferma sostanzialmente analogo rispetto allo stesso periodo del 2011. Nel primo trimestre del 2012 sono morti in carcere 35 detenuti ai quali vanno aggiunti i due decessi all’interno delle camere di sicurezza della questura di Firenze.

    «Di questi 17 si sono suicidati (uno dei quali nella caserma di Firenze), 5 sono morti di malattia e per 15 di loro le cause sono ancora da accertare –precisa Antigone – Il triste primato spetta al carcere di Marassi con i suoi 5 decessi (1 per suicidio, 1 per un “incidente” mentre inalava il gas dal fornelletto, 1 trovato morto nel sonno, 1 per soffocamento mentre mangiava), seguito da Regina Coeli con tre morti (un detenuto del centro clinico deceduto per malattia, uno colpito da infarto e un ultimo stroncato forse da “overdose”). Il più giovane a togliersi la vita aveva 21 anni, era italiano ed è morto a San Vittore, incensurato, era accusato di molestie sessuali ai danni di minorenni e aveva denunciato più volte di aver subito violenze dagli altri detenuti».

    Nel corso del 2011 si sono registrati complessivamente 186 decessi di cui 66 per suicidio, 23 per cause da accertare, 96 per cause naturali e 1 per omicidio. Nel 2010 i numeri erano stati leggermente più contenuti: 170 i decessi, di cui 65 per suicidio.

     

    Un altro fronte sul quale occorre intervenire al più presto è quello del lavoro penitenziario, un elemento fondamentale del trattamento e strumento privilegiato di reinserimento sociale, può essere svolto o alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria o di soggetti terzi, come prescrive il nostro ordinamento.

    «In questi primi mesi del 2012 si confermano i drastici tagli di spesa previsti dall’amministrazione – spiega Antigone – sia per pagare le mercedi dei detenuti alle loro dipendenze, sia per sostenere le imprese o cooperative che li assumono».
    In pratica il budget previsto per il lavoro dei detenuti è calato dai 71.400.000 euro del 2006 ai 49.664.207 euro del 2011.

    Nel medesimo periodo la percentuale di detenuti lavoratori (dipendenti dall’amministrazione carceraria o di imprese/cooperative) rispetto al totale della popolazione carceraria è passata dal 30% del 2006 al desolante 20% del 2011.

    «Questi importi però sono al lordo di euro 4.648.112, ossia il budget annuale di copertura previsto dalla legge 193/2000 – continua Antigone – la cosiddetta legge Smuraglia, varata nel 2000 proprio per incentivare il lavoro dei detenuti in esecuzione penale, prevedeva benefici fiscali e contributivi per quelle cooperative sociali e aziende che avessero assunto persone in esecuzione della pena. Nel 2011 tale budget, ridotto a € 2.065.827 a causa degli esuberi del precedente anno, si è esaurito prima della fine dell’anno e le aziende interessate hanno dovuto rinunciare, in tutto o in parte, agli sgravi e spesso sono state costrette a terminare il rapporto di lavoro con il detenuto/lavoratore».
    Nel 2012 non si è provveduto al rifinanziamento previsto dalla legge e la Direzione generale dei detenuti del Ministero della Giustizia si è limitata a stanziare 2 milioni di euro destinati ai soggetti – imprese e cooperative – rimasti esclusi dal beneficio nel corso del 2011.
    A febbraio 2012 la Commissione Bilancio della Camera, per mancanza di copertura finanziaria, ha bloccato la proposta di legge 937, “Norme per favorire il lavoro dei detenuti”, presentata nell’ottobre 2011 e che puntava all’inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, in esecuzione della pena o in misura alternativa, attraverso sgravi fiscali alle imprese che li avessero assunti.

    «L’ovvia conseguenza di tutto ciò è che molti saranno i detenuti che continueranno a perdere il lavoro e molte le cooperative sociali che saranno costrette anche a chiudere non potendo più contare su tali sgravi», sottolinea Antigone.
    Lo stesso Ministro della Giustizia, Paola Severino ha affermato «Dopo dieci anni di applicazione della legge e di iniziative di eccellenza, si è costretti a rinunciare all’unico, vero ed efficace incentivo che ha permesso concreti processi di reinserimento sociale».
    «Per molti detenuti il lavoro rappresenta l’unica fonte di reddito, non avendo alle spalle famiglie capaci di sostentarli – conclude Antigone – e quindi l’unico modo per poter acquistare tutto ciò che l’Istituto non offre, come francobolli per scrivere ai familiari, sigarette, sapone, capi di vestiario, ma anche alimenti».

     

    Matteo Quadrone

  • Ospedali Psichiatrici Giudiziari: qual è la situazione?

    Ospedali Psichiatrici Giudiziari: qual è la situazione?

    Il termine è scaduto ma dei progetti per superare gli OPG, non c’è traccia.
    Entro il 31 marzo scorso infatti regioni ed enti locali si sarebbero dovuti dotare di piani per l’accoglienza degli internati dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari sparsi sul territorio italiano, al cui interno – come accertato dalla commissione parlamentare guidata dal Senatore Ignazio Marino – non vengono rispettati gli elementari diritti della persona.
    La Legge n. 9 del 17 febbraio 2012 fissa entro il 1 febbraio 2013 la chiusura definitiva di tutti gli OPG ed il successivo ingresso in nuove strutture dei circa 1400 attuali ospiti.
    Ma, come detto, le regioni avrebbero dovuto fornire un piano dettagliato di accoglimento degli internati, cosa che non è stata fatta. Adesso il timore degli operatori è che, considerato il ritardo nella pianificazione di metodi e strategie di accoglienza, ci si ritrovi a febbraio 2013 con strutture forse più decorose ma che continuano a perpetrare la logica manicomiale criminale.

    «In linea di principio, la questione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, paradossalmente, non è mai stata tanto vicina ad una svolta – spiega il Senatore Roberto Di Giovan Paolo, Presidente del Forum per la Salute in Carcere – per la prima volta ci si prefigge di superare il concetto di cura subalterno alla pena e si chiama in causa, per attuare la riforma, il Ministero della Salute. Ci preoccupa, però, che le regioni tardino a presentare un piano; la situazione, se non si fa qualcosa, resterà esattamente come la si è vista nel famoso documentario di “Presa Diretta”. Secondo la nostra indagine almeno 200 detenuti negli OPG dovrebbero essere rilasciati immediatamente; altri hanno diritto a godere dei benefici di legge».

    E c’è un ulteriore aspetto che desta preoccupazione: l’ultima bozza di decreto per applicare la nuova legge (9/2012) sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari stabilisce che le strutture residenziali in cui ricoverare gli attuali internati negli OPG potranno essere realizzate e gestite dalle Aziende sanitarie, tramite i dipartimenti di salute mentale (DSM), o dal privato sociale e imprenditoriale.

    «Avevamo già criticato la nuova legge sugli OPG (uno specifico articolo del decreto “svuota carceri”), perché invece di privilegiare la presa in carico degli internati da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale con Progetti Terapeutico Riabilitativi Individuali, così da permettere l’effettiva costruzione di percorsi alternativi agli OPG, rischia di concentrare tutto sulla creazione di “mini OPG” in ciascuna regione, perpetuando la logica manicomiale, con il tragico binomio cura/custodia – scrive il Comitato Stop OPG – Ora rischiamo addirittura il business, alimentato obbligatoriamente dalla spesa pubblica (dato che il ricovero è disposto dalla magistratura) e a pagare saranno le Asl (e lo Stato qualora sia prevista la vigilanza esterna). Mentre è inquietante l’idea che potrebbero essere soggetti privati a realizzare e gestire strutture detentive».

    Un disastro, uno stravolgimento di quello che doveva essere il processo di superamento degli OPG, così lo definisce il Comitato Stop OPG che chiede al Ministro della Salute la convocazione urgente di un incontro, tra l’altro già convocato e poi rinviato.
    «Al Presidente della Conferenza delle Regioni, che abbiamo già incontrato, chiediamo un immediato intervento – spiegano Stefano Cecconi e Fabrizio Rossetti del Comitato Stop OPG – Come auspichiamo una decisa azione del Ministro della Giustizia contro l’idea di privatizzazione degli OPG che questa previsione contiene e che rischia di aprire un varco pericolosissimo per l’ intero sistema penitenziario e giudiziario».

    «Insistiamo, perché si proceda subito a finanziare, non ancora strutture manicomiali, ma i Progetti Terapeutico Riabilitativi Individuali, in modo da “svuotare” gli attuali OPG, destinando i finanziamenti previsti dalla legge 9/2012 (intanto i 93 milioni nel biennio per l’assistenza sanitaria) ai Dipartimenti di Salute Mentale – continuano Cecconi e Rossetti – L’ordine del giorno (9/4909/31) approvato alla Camera, in occasione del voto sulla legge per l’emergenza carceri, impegna il Governo proprio in questa direzione».

    «Finché finalmente non cambierà la legge sull’imputabilità del “folle reo” e sulla “pericolosità sociale”, senza una vera presa in carico dei Dipartimenti di Salute Mentale per offrire percorsi individuali di assistenza come prevedono sentenze della Corte Costituzionale, tutti gli internati saranno inevitabilmente trasferiti nelle nuove strutture manicomiali (ora perfino private!), dove la Magistratura continuerà a disporre l’esecuzione della misura di sicurezza – conclude il Comitato Stop OPG – L’urgenza è certo quella di dare sollievo agli uomini e alle donne oggi internati negli attuali OPG, realtà indegne di un paese civile, ma bisogna farlo restituendo dignità e diritti di cittadinanza, non alimentando business o nuovi manicomi, che per loro natura impediscono la cura e la riabilitazione di persone malate».

     

    Matteo Quadrone