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  • Carcere: i bambini detenuti con le madri fino a 6 anni

    Carcere: i bambini detenuti con le madri fino a 6 anni

    Oggi, come comunicato dal Ministro della Giustizia, Paola Severino, i bambini presenti nelle prigioni italiane sono 54. A quasi un anno dal promulgamento della legge 62/11 sulle madri detenute con bambini non si è ancora messo mano al decreto attuativo che consentirebbe di applicare in modo corretto le intenzioni della legge e di non lasciare alla discrezionalità dei magistrati la responsabilità di dover interpretare una normativa che mostra lacune e ambiguità, ovvero evitare in via definitiva il carcere a tutti i bambini.

    Il convegno-workshop “Bambini in carcere: non luogo a procedere” organizzato presso l’Università Statale di Milano giovedì 29 marzo da Bambinisenzasbarre (Associazione onlus che si occupa dal 1997 della cura delle relazioni familiari durante la detenzione di uno o entrambi i genitori) e Terre des Hommes (da 50 anni in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento), ha fatto il punto della situazione assieme agli attori principali della riforma e agli operatori sul campo e, al contempo, ha inteso promuovere il promulgamento di un decreto attuativo della legge, che non lasci la questione solo all’interpretazione, pur attenta, dei magistrati, e permetta un’applicazione della normativa quanto più rispondente al diritto universale di protezione dei bambini.

    La sentenza 11714 della Corte di Cassazione di alcuni giorni fa mette in evidenza come l’unica ICAM – Istituto a custodia attenuata madri sezione staccata del carcere di San Vittore a Milano, sia una struttura non certificata per la mancanza di una disciplina omogenea, e che quindi non può essere presa a modello, anche se è certamente un evidente esempio di buone pratiche in questo campo.

    «Se entro il 1 gennaio 2014, data ultima in cui la Legge è in vigore in tutte le sue parti senza discrezionalità, non sarà promulgato il decreto attuativo – lanciano l’allarme le associazioni – tutti i bambini che condivideranno con la madre la detenzione rischieranno di dover vivere entro le mura del carcere fino a 6 anni».

    «Tra le ambiguità ed equivoci interpretativi primo fra tutti è il tema del ricovero e delle cure mediche del bambino – spiegano le associazioni – pur dando al direttore del carcere la libertà di autorizzare l’uscita della madre questo non garantisce la presenza della madre in tutte le circostanze in cui il minore ha bisogno di lei. Per superare il problema, nel caso della Lombardia, è ormai consolidata la buona prassi di ricoverare la madre nei casi in cui è necessaria l’ospedalizzazione del figlio. Questo escamotage pratico ha sempre consentito di superare le lungaggini burocratiche per ottenere un permesso, che – prima della nuova Legge – veniva concesso solo in situazioni di eccezionale rilevanza».                                                                                                                                                                                                                                «Ma urgente è anche una regolamentazione delle caratteristiche delle Case Protette introdotte assieme all’ICAM dalla nuova legge, strutture d’accoglienza equivalenti alla privata dimora, dove le mamme prive di domicilio possono scontare la pena con i bambini fino ai 10 anni – spiegano Bambinisenzasbarre e Terre des Hommes – La legge precisa che non è previsto nessun onere a carico dell’amministrazione penitenziaria per tali strutture, mentre per gli ICAM si prevede un piano investimenti di 11, 7 milioni di euro».

    «In un’ottica di mantenimento della relazione madre-bambino anche quando questa è detenuta, come stabilito dalla Convenzione dei Diritti dell’Infanzia, le Case Famiglia Protette sono certamente la soluzione migliore per tutelare l’interesse superiore del minore, ma è fondamentale che dispongano di fondi adeguati», sottolineano le associazioni.

    Le parole del Ministro della Giustizia Paola Severino, lette all’apertura dell’incontro milanese, fanno intravedere una volontà di arrivare ad una prossima soluzione «…in un Paese moderno è necessario offrire ai bambini, figli di detenute, un luogo dignitoso di crescita, che non ne faccia dei reclusi senza esserlo. Una struttura che sia diversa da quella tradizionalmente detentiva….Ritengo, quindi necessario, che l’Istituzione, nell’affrontare un così delicato argomento, abbia chiari tutti gli aspetti che lo sostanziano al fine di trovare soluzioni idonee che tutelino gli importantissimi valori in gioco».

    «Sono troppi gli interrogativi ancora aperti che lasciano un’ombra sull’efficacia di questa riforma – spiega Lia Sacerdote, Presidente di Bambinisenzasbarre – ad iniziare dal fatto che ancora oggi permangono in strutture detentive decine di bambini con le loro madri, quando in molti casi potrebbero essere accolti in Case Famiglie Protette, i cui requisiti ancora non sono stati specificati. Il tempo è prezioso, soprattutto quando un bambino lo trascorre in carcere».
    «La nuova legge, inoltre, non garantisce la presenza della madre accanto al figlio nel caso in cui venga ospedalizzato – afferma Federica Giannotta, Responsabile Diritti dei Minori di Terre des Hommes – non risolve il problema dell’accesso alle misure domiciliari speciali, non tutela in alcun modo le donne extracomunitarie, in quanto permane l’espulsione automatica a fine pena, senza alcuna considerazione per gli effetti e per le ripercussioni sulla crescita psicologica che questo ha sui loro bambini».

    L’auspicio di Bambinisenzasbarre e di Terre des Hommes è che «questo incontro possa sollecitare un’applicazione quanto più coerente e rispondente possibile alle esigenze di protezione, rispetto e riconoscimento della dignità delle donne detenute e, soprattutto, dei loro bambini».

     

    Matteo Quadrone

  • Privatizzazione delle carceri: le associazioni dicono no al project financing

    Privatizzazione delle carceri: le associazioni dicono no al project financing

    Privatizzare anche le carceri? In Italia ormai non si sa più che pesci prendere per trovare la via d’uscita da una situazione, quella dell’emergenza carceraria, al limite dell’incostituzionalità e spesso lesiva della dignità umana e così l’ultima proposta – inserita all’interno del decreto liberalizzazioni – prevede la privatizzazione degli istituti penitenziari.

    In particolare a preoccupare l’associazione Antigone, che da anni si occupa della tutela dei diritti nel sistema penale, è l’articolo 43 del decreto che prevede lo strumento del “project financing” per la realizzazione di strutture carcerarie. La norma è attualmente in discussione al Senato.
    Il 31 gennaio il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, ha manifestato fermamente la propria contrarietà durante una conferenza stampa in cui sono intervenuti, fra gli altri, Stefano Anastasia docente dell’Università di Perugia, Franco Corleone del coordinamento nazionale dei garanti dei detenuti, Salvatore Chiaromonte della Cgil Funzione pubblica.

    Il trattamento penitenziario non può essere affidato a chi ha scopi di lucro”, spiegano i promotori del No.
    Gli imprenditori privati infatti possono avere interesse a trattenere i detenuti perché per loro rappresentano un profitto personale. Il rischio che si corre insomma è quello del mantenimento delle carceri in una situazione di sovraffollamento perché per i privati “le carceri piene sono una fonte di guadagno. Senza dimenticare la palese incostituzionalità che si verrebbe a configurare affidando a soggetti privati la gestione dell’assistenza sanitaria dei detenuti.
    Il testo del decreto è impraticabile nel nostro ordinamento – spiega Stefano Anastasia, docente dell’Università di Perugia – i detenuti godono di diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto al trattamento, a cui corrisponde l’obbligo di prestazione da parte dello Stato che non può quindi delegare al privato alcune funzioni come l’assistenza sanitaria”.

    Ma non solo. Antigone sottolinea il pericolo di corruzione dei giudici al fine di avere più detenuti negli istituti penitenziari, il rischio di discriminazione dei detenuti a seconda di chi gestisce il carcere privato e ancora la probabile esplosione di violenza e di assoggettamento al lavoro forzato.
    Le esperienze deducibili da altri Paesi che hanno avviato la privatizzazione delle carceri inducono ad una profonda riflessione. Negli Stati Uniti ad esempio – dove l’affidamento a soggetti privati è una realtà dal 1984 – la violenza delle guardie operanti in strutture private è del 49% superiore rispetto a quella riscontrata negli istituti pubblici.
    Inoltre, statistiche ufficiali del Ministero della Giustizia statunitense, evidenziano come l’operazione di privatizzazione non ha consentito nessun beneficio in termini economici.
    Ma anche in Italia non mancano esempi negativi. Parliamo delle cosiddette “carceri fantasma”, 38 istituti di pena la cui costruzione non è mai stata portata a termine e di conseguenza inutilizzabili. Tra questi il caso del carcere di Sassari è eclatante. I lavori, appaltati a privati, la società del tristemente noto Diego Anemone, sono partiti nel 2005 e mai conclusi.

    Quello che chiediamo è che questa norma sia cassata o almeno emendata specificando le funzioni che mai devono essere concesse ai privati – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – queste funzioni sono quelle che riguardano il trattamento, la salute e il lavoro, ma anche il management perché i direttori degli istituti devono rimanere pubblici. Nel decreto, invece, è prevista solo l’esclusione della custodia”.
    Alcuni Senatori presenti alla conferenza stampa, tra i quali il radicale Mario Perduca ed i democratici Vincenzo Vita e Silvia Della Monica hanno accolto la richiesta e si sono impegnati a presentare emendamenti o interrogazioni parlamentari allo scopo di restringere il campo delle funzioni cedute ai privati.

    La situazione delle carceri in questo momento è emergenziale per il sovraffollamento al limite dell’inciviltà – spiega Salvatore Chiaramonte, Cgil Fp – inoltre tutti gli strumenti, a partire dal personale, sono in drastico ridimensionamento. La risposta non è certo il project financing. Occorre invece ragionare sulla depenalizzazione di alcuni reati creati dal governo precedente come il reato dell’essere immigrato, cioè di clandestinità e i reati legati all’uso di sostanze stupefacenti”.

    Infine, come sottolinea Franco Corleone, coordinamento nazionale dei garanti dei detenuti “Uno degli ambiti dove andrebbe incrementata la presenza dei privati potrebbe essere, invece, quello delle misure alternative”.

     

    Matteo Quadrone

  • Decreto Svuota carceri, cosa ne pensano gli addetti ai lavori

    Decreto Svuota carceri, cosa ne pensano gli addetti ai lavori

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 16 dicembre il cosiddetto Decreto “Svuota – Carceri”. Un pacchetto complessivo che comprende un decreto-legge sull’emergenza nelle carceri, un disegno di legge con interventi per il recupero dell’efficienza del processo penale ed un regolamento che introduce la Carta dei diritti e dei doveri dei detenuti.

    Ecco le principali misure contenute nel decreto.
    Previste due modifiche nell’art. 558 del codice di procedura penale: con la prima si prevede che, nei casi di arresto in flagranza, il giudizio direttissimo debba essere necessariamente tenuto entro, e non oltre, le quarantotto ore dall’arresto, non essendo più consentito al giudice di fissare l’udienza nelle successive quarantotto ore; con la seconda modifica viene introdotto il divieto di condurre in carcere le persone arrestate per reati di non particolare gravità. In questi casi l’arrestato dovrà essere, di norma, custodito dalle forze di polizia, salvo che ciò non sia possibile per mancanza di adeguate strutture o per altri motivi, quali lo stato di salute dell’arrestato o la sua pericolosità. Attraverso l’adozione di questa misura si tenterà di arginare il fenomeno delle cosiddette “porte girevoli” che nel 2010 ha visto coinvolte 21.000 persone detenute per un periodo non superiore ai tre giorni.

    Altre importanti novità: passa da 12 a 18 mesi la pena detentiva che può essere scontata presso il domicilio del condannato anziché in carcere; La trasformazione in illecito amministrativo dei reati puniti con la sola pena pecuniaria; La sospensione del procedimento con messa alla prova prevista in caso di reati non particolarmente gravi (puniti con pene detentive non superiori a quattro anni). La messa alla prova consiste in una serie di prestazioni, tra le quali un’attività lavorativa di pubblica utilità (presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato), il cui esito positivo determina l’estinzione del reato; L’introduzione di due nuove pene detentive non carcerarie: la reclusione e l’arresto presso l’abitazione o altro luogo di privata dimora. Queste pene sono destinate a sostituire la detenzione in carcere in caso di condanne per reati puniti con pene detentive non superiori a quattro anni.

    “L’intento del ministro Severino è apprezzabile ma il decreto sulle carceri, se resta come è, avrà un effetto trascurabile, come è già successo con la legge del 2010 sulla detenzione domiciliare” spiega al Sole 24 ore il presidente dell’Unione Camere Penali, Valerio Spigarelli.
    “Secondo i dati dell’osservatorio carceri dell’Ucpi, ne usufruirebbero 3.500 detenuti – continua Spigarelli – ben poca cosa a fronte di un sistema che sopporta un affollamento di 68mila persone quando la capienza è di 45mila”.
    Anche il disegno di legge che prevede, tra l’altro, la possibilità di usufruire delle misure alternative per i reati puniti con pene non superiori ai quattro anni, non convince il presidente dell’Ucpi “Avrebbe un effetto assolutamente virtuale. Già ora, per quel tipo di reati, anche grazie alla condizionale, si evita il carcere. Per vedere dei risultati è necessario stabilire il limite sulla pena effettivamente irrogata, quindi sulle condanne effettive a quattro anni”.

    Ma cosa ne pensano gli addetti ai lavori della nostra città?

    “Si tratta indubbiamente di un tentativo lodevole del Governo – afferma il direttore del carcere di Marassi, Salvatore Mazzeo – ma sono scettico sul fatto che possa davvero fornire risultati concreti. La misura studiata dal precedente Ministro della Giustizia Angelino Alfano, quella che prevedeva di scontare l’ultimo anno di pena presso il proprio domicilio, è stata sfruttata solo da 3000 detenuti italiani. Anche il nuovo provvedimento, che consente questa opportunità per gli ultimi 18 mesi di pena, nasce già con un vulnus. La detenzione domiciliare infatti presuppone la sussistenza di un domicilio idoneo. A Genova, come in molte altre realtà soprattutto del Nord Italia, abbiamo una presenza di detenuti stranieri pari al 60%. Di conseguenza è difficile trovare un cittadino straniero, in particolare nel nostro caso di area magrebina, che disponga di un luogo consono dove scontare la propria pena”.

    Per quanto riguarda la soluzione che prevede la custodia dell’arrestato da parte delle forze di polizia, il sindacato Silp Cgil manifesta la sua preoccupazione “Pur riconoscendo la validità del principio che la nuova normativa vuole sostenere a tutela di coloro che spesso vengono reclusi solo per pochi giorni presso le sovraffollate carceri italiane dobbiamo ricordare che i locali per la detenzione temporanea della Questura di Genova sono di piccola metratura, angusti e inadeguati, non a norma per garantire l’attuale afflusso di fermati – spiega il segretario Roberto Traverso – Ci chiediamo se qualcuno si preoccuperà di come garantire in concreto il servizio di vigilanza dei numerosi fermati che dovrebbero essere ospitati temporaneamente in Questura: Dove li mettiamo? con quale personale li vigileremo? In quali condizioni igieniche?”.

    Rimane il dato di fatto di una situazione insostenibile, in particolare per quanto riguarda la Casa Circondariale di Marassi, oggi affollata da 830 detenuti, quasi il doppio del consentito.

    Il sindacato dei dirigenti penitenziari sostiene l’amnistia – dichiara Mazzeo – è l’unica soluzione praticabile se vogliamo dare respiro alle carceri attraverso l’uscita di almeno 20 – 25 mila detenuti. Numeri che consentirebbero alle strutture penitenziarie di rientrare nei limiti di capienza consentiti dalla legge. E garantirebbe condizioni più vivibili per i reclusi”.

    L’ultimo indulto aveva permesso di fare uscire 300 dei 630 reclusi all’epoca nel penitenziario genovese.
    Ma solo il 40% dei beneficiari, nel giro di un anno, non aveva più fatto ritorno in carcere.
    Occorrono interventi strutturali e non estemporanei affinché queste persone, una volta fuori dalle mura del carcere, non siano abbandonate al loro destino onde evitare che nel giro di poco tempo siano nuovamente invischiate nel circuito criminale – spiega Mazzeo – la precedente esperienza ha insegnato che non è sufficiente seguire gli ex detenuti solo nella fase iniziale successiva al rilascio ma, al contrario, il compito delle istituzioni pubbliche è quello di favorire un loro completo reinserimento nella società civile”.

    Quindi è necessario un affiancamento continuo degli assistenti sociali senza limiti temporali e poi bisogna mettere in condizione i volontari, le associazioni, le cooperative e tutto quel variegato mondo che ruota intorno al carcere, di poter svolgere appieno il proprio ruolo sfruttando tutte le opportunitàlavorative ma non solomesse a disposizione anche dopo l’uscita dalle strutture penitenziarie.

    Le misure alternative alla detenzione sono la strada da percorrere – continua Mazzeo – Ma è necessaria una progettualità che implica un costo. Spesso insostenibile. Penso a quanti lavori di pubblica utilità si potrebbero svolgere a Genova. Ad esempio un paio di anni fa con un gruppo di detenuti ci siamo occupati della pulizia del Parco del Peralto. Oggi siamo pronti a riproporre l’idea. Ma mancano i soldi, c’è poco da fare. Bisogna studiare dei progetti che prevedano delle borse lavoro come quello che stiamo portando avanti con 12 detenuti presso il cimitero di Staglieno. Queste sono soluzioni che rappresentano una risposta concreta all’emergenza carceraria”.

     

    Matteo Quadrone

  • Carcerati – apicoltori, l’esperienza di Bologna

    Carcerati – apicoltori, l’esperienza di Bologna

    680 kg di miele, ossia 1440 vasetti di tiglio e millefiori, sono il risultato dei 18 mesi di attività del corso di apicoltura organizzato nella Casa Circondariale “Dozza” di Bologna.

    Un’esperienza curiosa e mai attuata prima d’ora all’interno delle mura di un carcere. Nata da un’idea di Conapi (Consorzio Apicoltori ed Agricoltori Biologici Italiani) e Alce Nero & Mielizia, la sua realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale “Dozza” di Bologna, in sinergia con la Provincia di Bologna.

    La produzione ottenuta sarà messa in vendita e il ricavato verrà utilizzato per finanziare la continuità del progetto e consolidarlo ulteriormente.

  • Sanità e carcere: campagna d’informazione su HIV ed epatiti

    Sanità e carcere: campagna d’informazione su HIV ed epatiti

     

    Informare i detenuti nelle carceri italiane sui rischi dell’HIV e delle altre patologie virali croniche, incentivarli a sottoporsi ai test specifici e nel frattempo cercare di scoprire a quanto ammonti il “sommerso” delle malattie infettive fra i reclusi.

    Questo l’obiettivo  della campagna di sensibilizzazione “La salute non conosce confini“, partita alcuni giorni fa, coinvolgerà 19 istituti di pena (compreso la Casa Circondariale di Genova Marassi), sparsi in 11 regioni italiane e durerà fino al gennaio 2012.

    Un’iniziativa promossa dalla SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali), dalla SIMSPE (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), NPS Italia Onlus (Network Persone Sieropositive) e l’associazione Donne in rete Onlus, patrocinata dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Salute.

    In ciascun carcere per alcune settimane sarà distribuito del materiale informativo in diverse lingue così da sensibilizzare le persone detenute e invitarle a fare il test per l’HIV e le epatiti.

    Come detto in precedenza il progetto si propone di stimare il numero di soggetti affetti da patologie infettive senza averne la consapevolezza. Insomma malati che non sanno di esserlo.

    La presa di coscienza infatti è fondamentale. Vivere in un ambiente di comunità come quello carcerario espone a un maggior rischio di diffusione di malattie infettive e una corretta informazione è un’ottima misura di autoprotezione per i detenuti. E per aiutare le istituzioni, chiamate a gestire in maniera appropriata un problema di sanità pubblica importante, sarà introdotta la figura del peer educator (un rappresentante Nps), un tutore alla pari, credibile e competente, in grado di comprendere i problemi dei malati.

    “La diffusione delle malattie infettive in carcere evidenzia la necessità di un intervento programmato di prevenzione, diagnosi e terapia, relativi alle patologie infettive più frequenti – spiega Evangelista Sagnelli, Presidente SIMIT – E’ utile considerare che il periodo di detenzione  può essere un’occasione per ricevere informazioni in tema di prevenzione delle infezioni. L’obiettivo del progetto è aumentare la percentuale di esecuzione dei test di screening per virus Epatici ed Hiv negli Istituti Penitenziari italiani, oggi ridotta al 30%. Ciò avverrà attraverso la formazione del personale sanitario dei 19 istituti di pena distribuiti sul territorio e l’informazione della popolazione detenuta. I risultati dei test saranno la base su cui pianificare interventi successivi di prevenzione e cura”.

    “E’ un progetto che nasce da un’esigenza reale sul campo con il passaggio della Sanità all’interno delle carceri dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale non è stato più possibile raccogliere negli oltre 200 istituti penitenziari dati attendibili sulla diffusione delle malattie infettive in questo ambito – dichiara Sergio Babudieri, Presidente SIMSPE – Uno degli obiettivi principali del progetto è sicuramente quello di implementare l’accettazione dei test sierologici dell’HIV, delle Epatite virali e delle malattie sessualmente trasmesse. Ricordiamoci tutti che la situazione in carcere rispecchia, seppur amplificandola, quella della popolazione generale“.

    La questione in gioco è anche la lotta alla diseguaglianza sanitaria, come racconta Rosaria Iardino, Presidente onorario NPS Italia Onlus e Donne in rete Onlus “Non è più tollerabile che esista il doppio binario di un paziente di Serie A e uno di Serie B e che, l’aver commesso un reato, riguarda sì la competenza giudiziaria ma lo Stato ha il dovere, nei confronti di tutti i cittadini, di dare la stessa possibilità di accesso a cure e farmaci indipendentemente dal luogo di residenza”.

     

    Matteo Quadrone

  • Carcere Pontedecimo, progetto di assistenza ginecologica

    Carcere Pontedecimo, progetto di assistenza ginecologica

    Visita ginecologica in carcere, per ricevere assistenza ed esami, ecografie, paptest e per curare le patologie riscontrate.

    Sono questi i punti cardine del progetto di assistenza sanitaria ginecologica alle detenute del carcere di Pontedecimo presentato in mattinata dall’assessore alla Salute della Regione Liguria, Claudio Montaldo, con la direttrice della Casa Circondariale di Pontedecimo, Maria Milano, Adele Teodoro, giovane medico chirurgo ginecologa milanese presidente dell’’”associazione gravidanza gaia”, il direttore amministrativo dell’Asl 3 Genovese, Piero Giuseppe Reinaudo.

    Approvato dalla giunta regionale stamattina, il progetto, partito a febbraio a Pontedecimo, ha permesso di sottoporsi volontariamente a visite specialistiche a oltre cento pazienti detenute e ha consentito di scoprire in tempo una signora colpita da tumore al collo dell’utero.

    Grazie al progetto di “gravidanza gaia” è stata avviata anche un’attività di prevenzione delle malattie trasmissibili e di rieducazione sanitaria e sessuale.

  • Carcere di Pontedecimo: il nuovo cortile per l’incontro fra detenuti e parenti

    Carcere di Pontedecimo: il nuovo cortile per l’incontro fra detenuti e parenti

    Il carcere di PontedecimoNel carcere di Pontedecimo il progetto di area giochi per bambini e spazio colloqui fra genitori-detenuti e figli, grazie alla collaborazione fra amministrazione penitenziaria, Provincia di Genova e la Cooperativa sociale Il Rastrello, si è trasformato in realtà.

    “L’iniziativa – racconta Milò Bertolotto, Assessore della Provincia di Genova con delega alle carceri – è nata grazie a una coraggiosa idea del direttore della casa circondariale di Pontedecimo, la dott.ssa Maria Milano, che in precedenza aveva rivestito il medesimo ruolo presso il carcere di Chiavari dove già nel 2008 realizzò la prima area verde all’interno di un penitenziario ligure.

    “E’ importante – continua l’assessore – dare la possibilità ai detenuti di incontrare i propri parenti, in particolare i figli, al di fuori della classica sala colloqui. Alcuni di loro manifestano notevoli difficoltà nell’incontrare i congiunti in carcere e di conseguenza spesso scelgono addirittura di non incontrarli”.

    “È un progetto che mira ad allentare le tensioni e migliorare le condizioni delle vittime incolpevoli come i bambini figli di detenuti e gli anziani genitori dei reclusi”, aggiunge Maria Milano, direttore del carcere di Pontedecimo e ideatrice dell’iniziativa.

    La realizzazione dei lavori ha previsto la collaborazione di 5 detenuti, individuati dall’amministrazione carceraria, inseriti attraverso progetti formativi di borsa lavoro finanziati dalla Provincia e affiancati da operatori specializzati della Cooperativa Il Rastrello che ha seguito la loro formazione professionale nell’uso delle attrezzature e nell’esecuzione delle varie operazioni.

    “Tutto è partito da un lavoro di potatura all’interno del carcere che la cooperativa stava svolgendo – spiega Lorenzo Monteverde, responsabile tecnico della Cooperativa sociale Il Rastrello – è nata così una collaborazione che ha portato all’individuazione del progetto”. Parliamo di un’area verde di circa 200 metri quadrati, precedentemente individuata dalla direzione del carcere e resa fruibile all’attività ludica dei bambini e per i colloqui con i famigliari. Una superficie che è stato necessario livellare con la realizzazione di un’opera di contenimento del terreno mediante sistemi di ingegneria naturalistica quali palizzate e palificate in legno di castagno. E poi la sistemazione del manto erboso e la piantumazione di alcuni cespugli e arbusti di oleandro a completare l’aspetto estetico.

    “Considerando anche le attività di manutenzione, per concludere l’area sono stati necessari 6 mesi di lavoro – continua Lorenzo Monteverde – Ma sfruttando l’occasione, grazie alla formazione di 5 professionalità, si è pensato di impiegare i detenuti per ripulire tutta la vasta superficie verde della casa circondariale, circa 30 mila metri quadrati. Operazioni di raccolta, sfalcio e decespugliamento, lavori che per mancanze di risorse venivano procrastinati nel tempo e che finalmente sono stati eseguiti”.

    Ma quali risultati si ottengono a livello individuale e collettivo promuovendo esperienze di questo genere?

    “Questa esperienza ha indubbiamente generato nei 5 partecipanti un beneficio psicologico. Ma soprattutto ne hanno ricavato un benessere a livello fisico grazie all’impegno profuso nelle ore lavorative – racconta Roberto Perugi, presidente Cooperativa sociale Il Rastrello – Ma ci sono stati riscontri positivi anche nell’intero universo carcerario. La creazione di un opportunità per alcuni di loro, la prospettiva di migliorare le proprie condizioni detentive è vissuta positivamente da tutti i carcerati”.

    Uno dei 5 lavoratori che ha dimostrato di aver acquisito una buona professionalità a breve verrà inserito nella cooperativa con un normale contratto e lavorerà presso le aree verdi dell’ospedale San Martino, grazie all’applicazione dell’articolo 21 che consente al detenuto di lavorare di giorno e far rientro in carcere la sera.

    Ma purtroppo non sono tutte rose e fiori.

    “Per realizzare progetti simili ci vuole la forza di volontà di persone come la dott.ssa Milano – continua Roberto Perugi – Ci si scontra con l’eccessiva rigidità delle regole mentre forse sarebbe necessaria maggiore flessibilità. Per il futuro stiamo preparando altri due progetti in collaborazione con il carcere di Pontedecimo e grazie alla conoscenza reciproca ci auguriamo di superare tutti gli ostacoli”.

    “Il problema è garantire la vigilanza, si tratta di un servizio in più che vista la carenza di personale e le ristrettezze economiche attuali è difficile fornire – conclude Maria Milano – Infatti non sappiamo ancora quando l’area verde sarà inaugurata. Mancano i tavolini e i giochi per i bambini. Le risorse economiche sono insufficienti. Siamo alla ricerca di fondi o sponsorizzazioni per poter sistemare gli ultimi arredi e consegnare ai detenuti questo spazio”.

     

    Matteo Quadrone