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  • Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Genova scelta di ‘serie b’ per Amazon: opportunità persa o pericolo scampato?

    Con l’apertura, a ottobre, del nuovo deposito a Campi Amazon rafforza la sua presenza anche a Genova, nell’anno della crescita record favorita dal covid. Ma il dibattito, fermo ai numeri sui posti di lavoro creati e al grido di dolore del commercio tradizionale, non inquadra i veri termini della questione.

    Negli ultimi giorni di ottobre di quest’anno, qualcuno o qualcuna ha acquistato su Amazon il romanzo di Nancy Springer  “Enola Holmes: il caso del marchese scomparso”. È stata la prima volta che un acquisto effettuato su Amazon è passato dal nuovo deposito di smistamento della stessa Amazon a Genova Campi, entrato ufficialmente in funzione lo scorso 28 ottobre. Il lettore/la lettrice è probabilmente genovese ma potrebbe risiedere anche a La Spezia o Alessandria, altre province in parte servite dalla nuova struttura.

    In queste settimane, con la stagione degli acquisti natalizi e un settore del commercio tradizionale martoriato dal covid-19 (ma in crisi, almeno a Genova, da ben prima della pandemia), di Amazon si sta parlando molto. I commentatori si dividono tra chi crede che il colosso dell’e-commerce faccia una concorrenza troppo forte e persino sleale a negozi e centri commerciali fisici e chi invece sostiene che questi dovrebbero adeguarsi e, per esempio, aprire un proprio spazio sulla piattaforma. Le circostanze di quest’anno portate dalla pandemia, con milioni di consumatori di tutto il mondo costretti a casa e altrettante attività fisiche costrette a chiusure parziali o totali, hanno rafforzato ulteriormente Amazon e l’e-commerce in generale e dato ulteriori argomenti a entrambe le posizioni. La ribellione dei piccoli contro la multinazionale o lo sbarco nell’inevitabile nuovo mondo dell’e-commerce, poco importa se visto come un destino da accettare o un’opportunità da cogliere.

    Le associazioni di categoria assumono posizione spesso difensive. Quest’anno hanno chiesto al Governo di fare come in Francia, dove la giornata principale del Black Friday è stata rinviata al 4 dicembre, quando l’allentamento di alcune delle restrizioni in vigore potrebbe aver consentito ai negozi fisici di concorrere in modo più equilibrato con il super evento di sconti annuale di Amazon. Il Governo italiano, però, non ha modificato le date dell’evento, che si è concluso lo scorso 27 novembre. In Francia è nata anche la campagna a sostegno dei negozi fisici #NoelSansAmazon (Natale senza Amazon) che alcune organizzazioni del piccolo commercio hanno cercato di proporre anche in Italia. La Camera di Commercio di Genova e delle Riviere della Liguria per la stagione degli acquisti di Natale ha proposto la campagna #comprasottocasa, dai contenuti simili.

    Amazon a Genova

    Eppure, quando Amazon ha aperto il suo centro di smistamento a Genova il dibattito si è limitato agli annunci sui nuovi posti di lavoro che si sarebbero creati e a una polemica presto disinnescata sui camion per il trasporto delle merci, che lo scorso inverno sembrava dovessero parcheggiarsi nell’area di Villa Bombrini, destinata però ad altri progetti per gli abitanti di Cornigliano. La scelta sembrava essersi resa necessaria dall’indisponibilità dell’autoparco di Campi, di proprietà dell’ingegner Aldo Spinelli, a causa dei lavori di ricostruzione del ponte Morandi. Ma dopo le polemiche degli abitanti di Cornigliano fu lo stesso Spinelli ad annunciare la disdetta degli accordi con i sindacati dei trasporti e una rimodulazione del progetto (diluito nel tempo in attesa di un autoparco definitivo).

    Forse anche questi imprevisti hanno costretto al ridimensionamento degli annunci sui nuovi posti di lavoro, ad oggi ben meno trionfali di quelli iniziali. In un’intervista rilasciata sempre a Primocanale per i suoi 80 anni, lo scorso 10 gennaio ancora Spinelli prevedeva 125 posti di lavoro sin dall’apertura dell’impianto e 300 in vista della stagione natalizia, quando il carico di lavoro aumenta. Ma al momento dell’apertura, il 28 ottobre, il comunicato di Amazon prevedeva che il nuovo centro avrebbe creato “nei prossimi anni” 30 posti di lavoro a tempo indeterminato per operatori di magazzino e 70 a tempo indeterminato per autisti incaricati di ritirare gli ordini dal deposito e di distribuirli ai clienti finali (oltre a quelli già attivi da prima dell’apertura del centro). A nostra richiesta, l’ufficio stampa di Amazon ci ha informato che ad oggi lavorano presso il deposito «circa 23 dipendenti a tempo indeterminato, più gli autisti dei nostri fornitori di servizi di consegna». «Le selezioni degli operatori di magazzino – ci dice sempre la compagnia – vengono gestite da agenzie interinali locali. Amazon non ricorre in nessuna occasione a cooperative. Gli autisti sono invece assunti direttamente dei fornitori locali di servizi di consegna che collaborano con Amazon Logistics».

    Opportunità persa o pericolo scampato?

    Il nuovo magazzino aperto a Genova è un “deposito di smistamento”. Nel gergo di Amazon, con questo termine si indica una struttura più piccola e con meno funzioni di un “centro di distribuzione”. «I centri di distribuzione – ci spiegano dall’azienda – sono in generale centri logistici di grosse dimensioni in cui i prodotti vengono stoccati e spediti una volta ricevuto l’ordine del cliente. I depositi di smistamento sono invece funzionali alla gestione dell’ultimo miglio. Si tratta di centri di dimensioni più piccole, situati in posizione strategica rispetto ai centri urbani, in cui ogni giorno arrivano ordini provenienti dai centri di distribuzione che vengono smistati in base alla loro destinazione finale».

    [quote] il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi[/quote]

    Per farci un’idea il nuovo deposito genovese occupa un’area di 7mila metri quadrati, contro i 60mila del centro di Torrazza Piemonte a Torino, uno dei sei (di cui due aperti nel 2020) presenti in Italia. Come possiamo vedere dalla mappa, di questi sei cinque sono distribuiti nel nord Italia. Forse per questo a Genova Amazon ha optato per questa scelta – se vogliamo – di serie b, nonostante la presenza di un’infrastruttura come il porto. Anche con il rischio di generare il paradosso di merci che sbarcano a Genova, viaggiano in camion a Torino o Piacenza dove vengono stoccate per poi tornare nel nuovo deposito di Campi ed essere distribuiti a clienti genovesi.

    Difficile quindi quantificare con precisione l’impatto che un magazzino dalle funzioni limitate avrà. Il contesto economico per molti versi inedito generato dalla pandemia rende anche scivoloso ogni parallelo con situazioni esistenti. Ma è grazie a questa infrastruttura di magazzini, estremamente fisica a dispetto dell’idea di azienda “digitale” che spesso associamo ad Amazon, che la piattaforma fondata nel 1994 da Jeff Bezos si diffonde in modo sempre più capillare. Ogni centro di distribuzione e ogni deposito di smistamento fa arrivare un po’ più velocemente il nostro ordine a casa nostra e rende Amazon un po’ più conveniente rispetto ai negozi fisici.

    Un viaggio ad Amazonia

    Ospitare un’azienda come Amazon in una città non è quindi una scelta neutrale, ma si porta dietro una serie di conseguenze che vanno ben oltre i posti di lavoro diretti o generati nell’indotto. Non è un caso che se ne siano accorti ormai da tempo negli Stati Uniti, dove Amazon è una realtà più radicata che in Europa e il dibattito e quindi più maturo. La regolamentazione delle grandi corporation è centrale nel dibattito politico americano soprattutto a sinistra, dove nel corso delle primarie del partito democratico poi vinte da Joe Biden una candidata come la senatrice Elisabeth Warren proponeva il loro spezzettamento per contrastare il loro potere di monopolio.

    Nel 2019 le forti polemiche di cittadini e amministratori locali hanno spinto Amazon a rinunciare alla costruzione di un quartier generale nel quartiere di Queens, a New York City. Un impianto che avrebbe dovuto ospitare circa 25mila lavoratori e, secondo alcune stime, avrebbe garantito allo Stato e alla città di New York un gettito fiscale di 27,5 miliardi di dollari nei successivi 25 anni. In cambio però di generosi incentivi fiscali che in definitiva i legislatori hanno ritenuto eccedere i benefici. Come spiega l’autore e accademico Nicola Melloni sull’edizione italiana di Jacobin, magazine della sinistra radicale, Amazon sfrutta da anni i meccanismi del federalismo competitivo statunitense, bandendo delle specie di aste in cui gli Stati competono a suon di sconti e incentivi fiscali per ospitare i magazzini dell’azienda con il loro carico di posti di lavoro. Con il risultato però che le casse pubbliche si svuotano, i fondi per i servizi sociali si assottigliano e le città sono talvolta costrette ad adattarsi ad Amazon, più che l’opposto.

    La presenza di Amazon ha delle conseguenze anche molto dirette nei luoghi dove sceglie di far sorgere i suoi quartier generali. Il quartiere South Lake Union di Seattle, capitale dell’impero globale di Amazon, ha un rapporto stretto con l’azienda di Jeff Bezos, al punto da essere stato soprannominato Amazonia dai suoi stessi abitanti. «La città ha avuto una spinta senza precedenti dal punto di vista economico, con la creazione di 220mila nuovi posti di lavoro negli ultimi dieci anni – scrive Harrison Jacobs in un suo reportage del 2017 pubblicato in Italia da Business Insider – ma ha dovuto pagare un prezzo elevato». L’espansione immobiliare dell’azienda (che a Seattle ha uffici dove lavorano impiegati di alto livello, oltre a magazzini) l’ha resa tra i principali locatari cittadini, con possibilità di scegliere a quali realtà concedere i suoi spazi e a quale prezzo. L’arrivo in massa di lavoratori ben pagati e l’espansione della compagnia ha inoltre fatto lievitare i prezzi di abitazioni e uffici. Un tempo città economica, negli ultimi 10 anni Seattle ha visto crescere il valore medio degli affitti fino a tre volte la media nazionale ed è diventata la terza città degli Stati Uniti per numero di senza tetto. Vivere nel centro di Seattle richiede ormai un reddito annuale di almeno 96mila dollari. E il traffico è costantemente congestionato dai fattorini della compagnia.

    La capacità di creare posti di lavoro e ricchezza (pur con tutte le controindicazioni del caso) si traduce inevitabilmente in influenza politica. Nel 2018 il Consiglio cittadino stava discutendo l’introduzione di una tassa sulle maggiori compagnie che operavano in città, inclusa ovviamente Amazon. L’azienda finanziò l’opposizione al progetto e minacciò di sospendere la costruzione di un nuovo centro che avrebbe dato lavoro a 7mila persone, e la legge fu ritirata. Una tassa è poi stata introdotta quest’anno per contrastare gli effetti economici della crisi portata dal covid e per iniziative a favore di poveri e senzatetto.
    La situazione italiana ed europea è molto diversa da quella statunitense e un deposito di smistamento non renderà Genova la “Amazonia” italiana. Il racconto di Jacobs e lo scontro con il Consiglio cittadino di Seattle sulle tasse sono però utile per farsi un’idea di fino a che punto può spingersi l’influenza di Amazon e di quanto le grandi corporation di nuova generazione siano diventati a tutti gli effetti soggetti politici, capaci di influenzare le scelte collettive e la realtà che li circonda e di rimodellare i tessuti urbani in cui sono inseriti.

    Amazon e piccole-medie imprese: tentativi di dialogo

    Da parte sua, Amazon non vuole certo passare per la multinazionale assassina delle realtà più piccole e tradizionali che molti descrivono. In un tessuto economico fatto soprattutto di piccole e medie imprese come quello italiano, lo scorso 24 novembre Amazon Italia ha lanciato “Accelera con Amazon”, un piano di formazione per la crescita e la digitalizzazione delle piccole e medie imprese. All’evento erano presenti anche i ministri degli Esteri Di Maio e dello Sviluppo Economico Patuanelli.

    Inoltre «Sono oltre 14.000 le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it e che hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni di euro – ci fanno sapere dall’ufficio stampa di Amazon Italia – Di queste, circa 600 le realtà che hanno superato il milione di dollari in vendite. Ad oggi, le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon.it hanno creato oltre 25.000 posti di lavoro. Da giugno 2019 a maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, ed hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto nei nostri negozi online».

    Inoltre i lavoratori impegnati a tempo pieno nel periodo del picco natalizio riceveranno un bonus in busta paga di 300 euro lordi (il bonus sarà parziale per chi lavora part-time). Un investimento del resto pienamente abbordabile da parte dell’azienda, che quest’anno è stata senza dubbio tra le vincitrici nel contesto della crisi causata dalla pandemia. Tra settembre 2019 e settembre 2020 Amazon ha realizzato un flusso di cassa operativo (le entrate al netto degli investimenti) di 55,3 miliardi di dollari, in aumento del 56% rispetto all’anno precedente. Nel terzo trimestre del 2020 l’utile netto è stato di 6,3 miliardi di dollari, il triplo di quello dell’anno precedente. Numeri che hanno consentito ad Amazon di quasi raddoppiare la propria forza lavoro solo tra gennaio e ottobre, assumendo 427.300 persone (in media 1.400 assunti al giorno) e arrivando ad avere 1 milione e 200 mila dipendenti in tutto il mondo . Un ritmo di assunzioni che alcuni studiosi paragonano a quello dell’industria bellica statunitense ai tempi della seconda guerra mondiale. La crescita è stata particolarmente pronunciata proprio in Italia, tra i Paesi più colpiti dalla pandemia e dove l’abitudine di fare acquisiti era relativamente meno diffusa che altrove.
    Numeri di una realtà ormai inevitabile, con cui le autorità pubbliche e le associazioni di categoria non possono evitare di fare i conti. Iniziando, tanto per cominciare, a inquadrare i termini della questione.

     

    Luca Lottero

  • Genova si affida ai supermercati per fermare il declino. Ma il modello è già obsoleto

    Genova si affida ai supermercati per fermare il declino. Ma il modello è già obsoleto

    Genova è una città a forte rischio di declino commerciale. L’ha certificato uno studio di inizio marzo della Confcommercio nazionale, che vede il capoluogo ligure al quartultimo posto in una classifica composta da 120 comuni presi a campione. Peggio solo Ascoli Piceno, Gorizia e L’Aquila. Secondo lo studio, tra il 2008 e il 2018 Genova avrebbe perso il 23% dei negozi in sede fissa e il 34, 4% delle attività ambulanti. Una popolazione in calo (-2,1%) e, aggiungiamo noi, con un’età media sempre più elevata, di sicuro non aiuta a migliorare il quadro. Gli anziani, infatti, sono una fascia di popolazione che in genere consuma poco. Andando nel dettaglio, sono in calo tutte le tipologie di attività commerciali sia nella zona del centro storico che fuori, con l’unica felice eccezione di bar e ristoranti, in crescita.

    Le ragioni del declino economico di una grande città come Genova sono tante e complesse, e lo stesso vale per le soluzioni. Un ruolo importante lo giocano di sicuro le scelte dell’amministrazione su cosa fare degli spazi vuoti, su quali progetti e quali tipi di attività investire o far investire. Negli ultimi anni, le giunte comunali che si sono alternate a Palazzo Tursi hanno tendenzialmente favorito l’insediamento della grande distribuzione, nella speranza di attrarre risorse dei grandi gruppi e favorire l’occupazione: «Molti progetti sono stati approvati ai tempi della giunta Vincenzi – spiega Paolo Barbieri, vicedirettore di Confesercenti Genova – poi c’è stato un rallentamento dovuto alle fasi più acute della recessione, che probabilmente ha fatto tirare il freno agli stessi gruppi della grande distribuzione. Negli ultimi tempi assistiamo a una nuova ripresa».

    Ventimila metri quadrati di grande distribuzione: la mappa delle nuove aperture

    Gli ultimi supermercati ad aprire i battenti sono stati la nuova Coop di Palmaro e il Basko di via Bertolotti, a Cornigliano. La prima, inaugurata lo scorso 28 gennaio nell’area ex Amga, ha una superficie di 650 metri quadrati, ed è aperta tutti i giorni, compresa la domenica mattina. La Basko di Cornigliano, con i suoi 1500 metri quadrati complessivi, è invece la più grande di Genova, a pari merito con quella di Molassana.

    [quote]In tutto, Confesercenti prevede 20 mila metri quadrati destinati alla grande distribuzione nei prossimi anni[/quote]

    Altre aperture previste nel futuro prossimo stanno già mettendo sul piede di guerra Civ e piccoli commercianti di quartiere. La più nota è quella dell’Esselunga di San Benigno (a Sampierdarena), prevista per inizio 2020. Marco Bucci ne ha difeso le ragioni in una recente “colazione con il Sindaco” insieme ai commercianti del quartiere, in cui ha definito l’avvento del marchio fondato da Capriotti necessario per migliorare la concorrenza e mantenere bassi i prezzi in città. In quell’occasione, ha risposto alle preoccupazioni dei commercianti dicendo loro che avrebbero avuto una corsia preferenziale per l’assunzione nel supermercato o che avrebbero avuto l’opportunità di trasferire l’attività all’interno della struttura. Altre aperture in programma sono l’ipotesi di una nuova Basko a Nervi, nell’ambito del possibile spostamento della piscina storica e un nuovo Conad a Pontedecimo, al posto del cinema di vallata.

    In tutto, Confesercenti prevede 20 mila metri quadrati destinati alla grande distribuzione nei prossimi anni: «Si fanno queste scelte anziché altre che potrebbero favorire i piccoli commercianti – commenta il vicedirettore Barbieri – come delle nuove zone di sosta per le automobili o il pullmino del centro storico, una nostra proposta».

    La stima di Confesercenti risale alla scorsa estate, e non include diversi progetti di riqualificazione che potrebbero vedere protagonista la grande distribuzione: Leroy Merlin, per esempio, potrebbe essere coinvolta nella ricostruzione dello stadio Cardini di San Martino, che interesserebbe un’area di 10 mila metri quadrati. Poi c’è l’Hennebique, che nel progetto di riqualificazione prevede un limite all’installazione di attività commerciali: il 10% della superfice complessiva. Che vorrebbe dire comunque un massimo di 25 mila metri quadrati. E poi il Waterfront di Levante, per cui il Puc prevede la possibilità di installare attività commerciali. Insomma, c’è la possibilità che ventimila metri quadrati siano una stima al ribasso.

    Cosa ne pensa Marco Bucci?

    Pressa storica a campiDurante la già citata “colazione con il Sindaco” insieme ai commercianti di San Benigno, Bucci l’ha detto chiaramente: l’avvento di Esselunga era stato annunciato sin dalla campagna elettorale che nel 2017 l’ha portato a Tursi. E del resto, proprio in campagna elettorale l’allora candidato del centrodestra sembrava, in un primo momento, molto favorevole alla grande distribuzione. In una prima versione del suo programma elettorale, infatti, annunciava il proprio impegno a rimuovere gli ostacoli posti dai regolamenti regionali alla diffusione di supermercati e altri grandi centri. Di più, Bucci, da candidato arrivava ad affermare che la Regione avesse “di fatto illegittimamentemesso troppi paletti al Comune di Genova, “congelando la possibilità di sviluppo della rete della grande distribuzione”. Più chiaro di così. Solo che la posizione del candidato spinse l’allora assessore regionale Edoardo Rixi (che di Bucci fu grande sponsor insieme al presidente Toti) a ridimensionare la posizione del “loro” candidato, affermando che quella posizione faceva parte di un documento allegato per errore al programma elettorale. Quel punto, in effetti, venne cancellato dal programma di Bucci, che si allineò alla posizione regionale. In quell’occasione, Rixi annunciò anzi l’introduzione nella legge regionale di un onere per la grande distribuzione: 40 euro per ogni metro quadrato di superficie occupata, da versare ai civ.  

    [quote]Una cosa del genere è già successa in Francia, dove molte città stanno cercando di tornare indietro dal gigantismo degli anni ’80 e ’90, tornando a privilegiare i negozi di prossimità[/quote]

    «Certo, per noi è meglio di niente – commenta Barbieri – ma quello che non ci piace è l’approccio generale. Il rischio è che troppi centri di grande distribuzione finiscano per desertificare i quartieri, con la chiusura delle piccole attività e quindi la perdita di sicurezza e vivibilità nei quartieri. Alle amministrazioni fa di sicuro piacere avere risorse fresche dall’insediamento di nuove grosse attività, ma poi magari dopo qualche anno si trovano a dover riqualificare l’area desertificata dal centro commerciale, con nuove spese di denaro pubblico». Barbieri dice che una cosa del genere è già successa in Francia, dove molte città stanno cercando di tornare indietro dal gigantismo degli anni ’80 e ’90, tornando a privilegiare i negozi di prossimità.

    LucchettoSono argomenti che si sentono spesso, quando si parla degli svantaggi della grande distribuzione. Solo che poi, si scriva o meno nei programmi elettorali, in pochi sembrano trovare soluzioni alternative. Le amministrazioni locali hanno pochi soldi in cassa, e la tentazione di delegare la gestione di ampie aree ai privati con annessa la creazione di nuovi posti di lavoro è forte. Per l’Esselunga di San Benigno, per esempio, ci saranno circa 150 nuove assunzioni: «Si, ma quando si fanno questi calcoli bisognerebbe mettere nel conto anche i posti di lavoro persi a causa della chiusura delle attività circostanti – precisa Barbieri, che fa l’esempio del Bricoman aperto in Val Bisagno, che avrebbe messo in difficoltà molte attività della zona – senza contare la qualità dei posti di lavoro creati rispetto a quelli persi».

    La grande distribuzione: un modello obsoleto?

    Nello scontro tra piccola e grande distribuzione, c’è poi un terzo incomodo che rischia di rendere tutto il discorso un po’ obsoleto, ed è l’e-commerce. Una presenza ancora piuttosto limitata nel mercato italiano, ma in forte crescita negli ultimi anni. E che, sorpresa, sembra faccia pagare pegno tanto ai grandi quanto i piccoli, senza troppa distinzione. Se finora abbiamo parlato delle difficoltà del piccolo commercio, anche tanti grandi marchi non se la stanno passando benissimo.

    Il digitale sta creando un nuovo ambiente di lavoro per chi vende, rivoluzionando le modalità in cui i clienti vengono attratti e fidelizzati. C’è persino chi arriva a dire che questo nuovo ambiente favorirà i piccoli, più abituati alla specializzazione e al rapporto personalizzato con i clienti, rispetto ai grandi. Non a caso, alcuni grandi gruppi “illuminati” come Carrefour o Ikea stanno parzialmente abbandonando l’idea del centro commerciale, orientandosi verso sedi più piccole e inserite nel contesto di quartiere. Oltre che dal punto di vista sociale, vale la pena chiedersi se anche da quello economico la cessione di spazi estesi a grandi gruppi sia un gioco che vale la candela. Soprattutto se si vuole riflettere in prospettiva: «In un momento in cui anche a causa dell’e-commerce c’è un eccesso di offerta, non capiamo che senso abbia continuare a spingere sulla concorrenza – aggiunge Barbieri – anche perché non siamo di certo in un momento di espansione dell’economia».

    Luca Lottero

  • Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    Fare il pescatore oggi, tra nuove leggi, sanzioni e scarsità di pesce. Un mestiere antico ma a rischio estinzione

    pescatori-genova-galata520 imbarcazioni per un totale di 1400 di pescatori. Sono i numeri nel settore della pesca ligure, cifre che si stanno vertiginosamente riducendo man mano che passano gli anni. Mentre il numero delle imbarcazioni diminuisce, ad alzarsi è l’età media dei pescatori, due dati che combinati insieme non prospettano nulla di buono per il settore. «E’ un mestiere che qui a Genova va avanti da oltre diciannove generazioni – dice Felice Mammoliti, pescatore professionistama ora è destinato a morire, nessun giovane vuole più farlo».

    Un lavoro quello del pescatore che oggi è messo a dura prova dalle nuove leggi, dalle sanzioni e dalle burocrazie locali, nazionali e internazionali e dalla concorrenza dei pescatori non autorizzati. «Per fare questo mestiere ci vuole tanta passione – continua Felice – perché se dovessi pensare al guadagno avrei già cambiato da tempo». Il profitto per i professionisti che lavorano in proprio arriva solo con la vendita della merce; questo significa che se le condizioni meteo non permettono di andar per mare o se non c’è passaggio di pesci, i pescatori rimangono a bocca asciutta. «Nonostante tutto sono contento di lavorare all’aria aperta e in mezzo al mare, infatti quando esco in barca dico sempre che vado a pesca e non a lavorare». E se Felice che ha cominciato questo lavoro nel ’78, dopo aver incontrato moltissime difficoltà non ha mai nemmeno pensato di mollare, vuol dire che la passione è l’ingrediente imprescindibile per essere un pescatore professionista. «Ne abbiamo passate di ogni, nel 2009 abbiamo dovuto svendere la barca, licenziare sette persone dell’equipaggio e rimanere solo io e mio padre a lavorare su un’imbarcazione piccola». – Continua Felice – «Comunque, non ho mai pensato di smettere, per me è un mestiere che vale milioni di euro perché mi riempie il cuore di gioia tutti i giorni».

    A costituire l’intera flotta ligure sono per la quasi totalità, l’80%, imbarcazioni per la piccola pesca ovvero barche al di sotto di 10 tonnellate che fanno uscite giornaliere e utilizzano attrezzi come reti da posta, tringali e palangare. «Esiste poi un reparto che si dedica alla pesca a strascico – spiega Daniela Borriello, responsabile regionale Coldiretti Impresa Pesca Liguriae una ventina di lampare in tutta la regione e solo due di queste si trovano a Genova».

    Ogni imbarcazione si dedica a un tipo di pesca differente: a strascico che con lunghe reti gettate sui fondali marini cattura triglie, totani, polpi, seppie e scorfani e le lampare si dedicano alla pesca delle acciughe. «Adesso noi che facciamo parte delle piccola pesca – racconta Mammoliti – stiamo utilizzando attrezzi da posta che caliamo il pomeriggio e salpiamo non appena sorge il sole per prendere totani, polpi, seppie, triglie e pesci adatti per la zuppa».

    Per ogni stagione viene utilizzato un attrezzo diverso e reti con maglie di grandezza differenti, un modo per evitare il danno ambientale e economico. Il dove si andrà a pescare, di preciso non si sa se non quando già ci si trova in mare. «Noi – continua il Felice – peschiamo in tutto il golfo di Genova, da Cogoleto a Portofino, andiamo dove c’è più movimento o dove ci suggeriscono i nostri colleghi».

    Problematiche del mestiere

    pescatori-barche-pesceIl pescato dei piccoli pescatori genovesi non finisce sui banchi del mercato del pesce di Ca’de Pitta, perché la quantità non soddisfa la richiesta. Fanno eccezione le acciughe che durante le stagioni vengono messe all’asta al mercato all’ingrosso e esportate oltre i confini regionali. Tranne le lampare, tutte le imbarcazioni della Darsena genovese non appena rientrate in banchina, vendono il proprio bottino direttamente al pubblico servendosi del piccolo mercato allestito al Porto Antico. «La burocrazia con i divieti di pesca su moltissime specie – spiega Mammoliti – ci ha tagliato le gambe senza darci un’alternativa». Dopo il fermo per la pesca dei bianchetti invernali (piccoli delle sardine) tutte le barche per la piccola pesca sono rimaste a terra. «Da gennaio a marzo non abbiamo potuto lavorare perché c’era il divieto – continua Felice – il “risarcimento” è stato di 800 euro a equipaggio». Secondo quanto riferito dai pescatori genovesi nonostante il recente fermo dei bianchetti il numero delle acciughe è diminuito. «Siamo d’accordo a tutelare l’ambiente e salvaguardare le specie marine, ma non crediamo che questa sia la strada giusta – spiega Mammoliti – alcuni biologi ci hanno confermato che le specie per essere tutelate devono essere stimolate e quindi anche pescate, se no smettono di riprodursi». Un altro problema che affligge questa categoria è la pesca sportiva che permette l’utilizzo di attrezzi professionali e non deve sottostare a tutte le regole che invece ha la pesca professionale. «Abbiamo chiesto che questo tipo di pesca venga regolamentato come la caccia – dice Mammoliti – perché molti che si spacciano per pescatori hobbisti sono veri e propri professionisti che lavorano in nero».

    Ma le problematiche nel settore non finiscono qui: la legge 154, normativa comunitaria approvata nel 2016 per effetto dell’applicazione di regole dell’Unione Europea, valida per tutti mari che bagnano i Paesi dell’Unione Europea, ha innalzato le sanzioni nel caso di trasgressione delle regole. «Applicare un’unica legge che vada bene in tutta Europa è un utopia – dice Boriello – ogni mare ha la propria peculiarità, la propria fauna e le proprie stagionalità». Del resto anche il lavoro del pescatore è decisamente differente se svolto nel Nord Europa o nel Mediterraneo. «Non possiamo essere paragonati alle grosse flotte che lavorano negli altri Paesi su acque più ricche e abitate da altri pesci». – Continua il pescatore – «Noi siamo piccoli pescatori che lavorano nel Mediterraneo che è un mare abitato da una determinata fauna, che possiede specifiche caratteristiche e peculiarità; e tutto questo va tenuto in considerazione». Con la nuova norma le sanzioni per la cattura di pesci al di sotto delle taglie imposte possono arrivare fino a 15 mila euro: «E’ vero che sono state abolite alcune ripercussioni penali – conclude Boriello – ma le multe sono sproporzionate e non garantiscono futuro all’impresa». Secondo i pescatori genovesi le leggi andrebbero fatte ad hoc valutando il tipo di mare e la quantità di pescato disponibile.

    Come diventare pescatori

    Per diventare pescatori professionisti non basta uscire in mare su un gozzetto e avere ami, lenze e reti. Tutt’altro, il percorso per guadagnarsi il titolo è lungo e articolato. Il primo passo da fare è presentare la documentazione necessaria rilasciata dalla capitaneria, fare una prova di nuoto e di voga e una volta superati questi step l’aspirante pescatore potrà prendere il tesserino che gli permette di imbarcarsi e cominciare la “gavetta” per arrivare al titolo. L’esperienza in mare è ciò che conta di più per diventare pescatore, ci vogliono minimo dodici mesi di imbarco insieme a un mozzo per poi accedere all’esame che, una volta superato, darà il titolo di conduttore e comandante. Solo in questo momento il pescatore sarà libero di uscire in mare da solo e svolgere la propria attività. Il tipo d’imbarcazione su cui lavorare e quindi il tipo di pesca che andrà a svolgere è a discrezione del professionista.

    E.C.

  • Movida, le associazioni degli esercenti tornano all’attacco. Piazza risponde: «Mai così tanti soldi per il Centro Storico».

    Movida, le associazioni degli esercenti tornano all’attacco. Piazza risponde: «Mai così tanti soldi per il Centro Storico».

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSolo sanzioni e nessuna premialità per gli esercenti virtuosi. Questo in sintesi l’accusa lanciata dalle associazioni di categoria nei confronti di Comune di Genova, secondo loro “colpevole” di non aver attivato quei meccanismi atti a “dare sostegno” alle attività rispettose della famosa ordinanza che regola la movida. «In questi mesi l’amministrazione civica ha attivato numerosi bandi destinati a sostenere le attività già esistenti del Centro Storico – risponde l’assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazzaeliminando ogni possibilità di accesso a questi fondi per quelle categorie di esercizi considerati non in linea con il provvedimento, proprio per venire incontro ai negozianti virtuosi».

    «Le premialità ai locali virtuosi, e chi le ha mai viste? A ormai quattro mesi dalle annunciate modifiche all’ordinanza movida promesse dal sindaco Doria a tutela della maggioranza dei pubblici esercizi rispettosi del provvedimento, tali misure continuano a latitare». Questo è quanto si legge nel comunicato stampa diffuso oggi da Confesercenti e Ascom, che lamentano al Comune di aver applicato solamente la parte sanzionatoria del provvedimento che più volte ha infiammato il dibattito sulla movida del centro storico genovese.

    Ma non solo; le associazioni dei pubblici esercizi attendono ancora che venga calendarizzato l’incontro in cui discutere del merito del provvedimento in una sede istituzionale: «L‘8 febbraio avrebbe dovuto finalmente riunirsi l’Osservatorio previsto dalla stessa ordinanza con l’obiettivo di vigilare sulla sua applicazione e discutere delle premialità annunciate dal sindaco dopo la grande manifestazione degli esercenti e dei cittadini dello scorso novembre, ma l’incontro è saltato e da allora non ne è mai stato calendarizzato uno nuovo». «L’incontro saltò per sopraggiunti impegni istituzionali – spiega Piazza – e stiamo lavorando per calendarizzarne uno al più presto, probabilmente già nel corso della prossima settimana. Nei prossimi giorni avremo la data, l’osservatorio è stato istituito ed è attivo».

    Sulle contestazioni riguardo le mancate premialità, l’assessore ricorda l’attività dell’amministrazione, che ha predisposto in questi mesi diversi bandi dedicati alle attività commerciali e artigianali già esistenti situate proprio nel tessuto urbano della movida: «Abbiamo attivato bandi con consistenti finanziamenti, in parte a fondo perduto e in parte con un tasso di interesse dello 0,5% – sottolinea Piazza – per agevolare ristrutturazioni e investimenti, bandi dedicati ad esercenti di base virtuosi, avendo escluso minimarket e automatici, per andare incontro alle zone maggiormente toccate dall’ordinanza stessa, come via Giustiniani, via San Bernardo, piazza delle Erbe, come la zona compresa tra San Lorenzo e via delle Fontane, oltre che per l’area di Prè». Iniziative che, secondo l’assessore, testimoniano l’attenzione per questa parte di città, con una quantità di risorse «che forse non si era mai vista».

    Nei prossimi giorni, quindi, sarà calendarizzato l’incontro per l’Osservatorio sulla Movida, dove saranno affrontati tutti i nodi ancora in sospeso, facendo un bilancio di quanto è stato fatto fino ad oggi, e quanto ancora si può fare per accontentare tutti. Missione impossibile?

    Nicola Giordanella

  • Voltri, le ragioni del no degli ambulanti al secondo mercato rionale. Ma parte una controproposta

    Voltri, le ragioni del no degli ambulanti al secondo mercato rionale. Ma parte una controproposta

    piazza-caduti-partigiani-voltriOrmai quasi un anno fa, un gruppo di commercianti della zona più a ponente del quartiere di Genova Voltri aveva chiesto l’istituzione di un secondo mercato settimanale, per attrarre gente in una zona economicamente in difficoltà. Dopo aver incassato il sostegno del Municipio 7 Ponente prima e del Comune di Genova poi, a opporsi al progetto sono ora gli ambulanti di Aval (associazione di categoria della Liguria), che con il loro parere negativo hanno spinto l’assessore Emanuele Piazza a ulteriori riflessioni prima dell’emanazione del bando per l’assegnazione degli spazi di piazza Caduti Partigiani.

    Approfondimento: Il progetto del secondo mercato rionale a Voltri

    «È prima di tutto una questione di opportunità – spiega Mauro Lazio, presidente Aval – un mercatino di 30 banchi in quella posizione non attrarrebbe operatori validi, con merce di qualità. Si finirebbe per avere, con rispetto parlando, solo bancarelle di extracomunitari, la gente andrebbe per le prime due volte e poi basta. In questo modo, nemmeno chi vuole attrarre gente nella zona verrebbe accontentato». «L’esperienza – aggiunge Lazio – ci insegna che per funzionare i mercati devono essere grossi».

    La controproposta degli ambulanti

    Una netta sconfessione della linea dei commercianti della zona, adottata anche dall’amministrazione, causata anche dal momento di difficoltà generale del settore: «Infatti – riflette il presidente Aval – non ci sembra opportuno aggiungere un nuovo mercato in un momento in cui stiamo valutando di togliere alcuni bi-settimanali come quello di Sestri Ponente o di altre realtà di periferia, in un quartiere, per altro, dove il mercato del martedì già esistente funziona abbastanza bene». Non c’è solo la critica, però, da parte di Aval, ma una controproposta che si ispira a un modello preso da fuori Regione: «Nel Comune di Pisa – spiega Lazio – a cadenza settimanale si fanno dei mercati con merceologie di volta in volta diverse e particolari, come l’hobbistica, l’antiquariato o i prodotti a km0. Una soluzione del genere potrebbe anche diventare una reale attrattiva».

    Luca Lottero

     

  • Voltri, Comune e Municipio trovano accordo per secondo mercato rionale, al via (forse) in estate. Scetticismo da parte di Aval

    Voltri, Comune e Municipio trovano accordo per secondo mercato rionale, al via (forse) in estate. Scetticismo da parte di Aval

    mercato-voltri-piazza-partigianiLo scorso giugno, su Era Superba avevamo raccontato la situazione di disagio portata ai commercianti voltresi dalla frana di Arenzano che, oltre ad aver tagliato in due la Liguria per alcuni mesi, ha isolato le attività della parte più a ponente della delegazione, che avevano visto i propri bilanci tagliati anche del 30-40%. Rispetto ad allora, i massi sono stati tolti dalla strada e il traffico sull’Aurelia (certo non piacevole per gli abitanti, ma vitale per le attività commerciali) ha ripreso a pieno regime, ma per i negozianti i problemi non sono certo finiti. Questa parte di Voltri soffre infatti di una depressione economica cronica, con radici ben precedenti alla frana. Per accorgersene, basta osservare la densità della presenza dei negozi, che decresce fatalmente se dalla parte “centrale” del quartiere (quella che gravita intorno alla stazione e alla sede del Municipio) ci si sposta verso il capolinea dell’1 e il confine orientale del Comune di Genova.

    Per tentare di migliorare questa situazione, i commercianti avevano proposto la realizzazione di un secondo mercato rionale settimanale, da tenersi in una giornata diversa rispetto a quello di piazza Gaggero, che si svolge di martedì. Il doppio mercato è già una realtà per diverse delegazioni genovesi come Sestri Ponente e, secondo gli esercenti, stimolerebbe “il giro” nella zona e aiuterebbe indirettamente le proprie attività.

    Il parere negativo di Aval

    La risposta: Le motivazioni del no di Aval e la controproposta

    Incassato il via libera dall’amministrazione, oggi un ultimo ostacolo alla realizzazione del progetto potrebbe arrivare proprio dalle associazioni di categoria: «Il Comune di Genova – afferma l’assessore allo sviluppo economico con delega ai mercati Emanuele Piazzasostiene pienamente l’idea di un secondo mercato a Voltri. Tuttavia, nella richiesta alle associazioni di categoria, abbiamo incassato quello negativo di Aval (Associazione Venditori Ambulanti Liguri, ndr), che ci impone di verificare meglio la posizione degli operatori». A Piazza, infatti, spetterebbe l’emanazione del bando per assegnare gli spazi alle attività interessate. Il rischio che si vorrebbe evitare è quello di una gara che poi vada deserta per il disinteresse della categoria. «L’obiettivo – promette l’assessore – rimane quello di iniziare il mercato in estate».

    Da parte dei commercianti, l’idea è stata pensata sin da subito non come una pezza provvisoria ai problemi causati dalla frana, ma come un modo per bilanciare in modo stabile la presenza di attrazioni commerciali nel quartiere. In occasione di una commissione urbanistica del Municipio 7 Ponente a cui era presente anche il responsabile dei mercati del Comune di Genova Roberto Michieli, la proposta ha però provocato lo scontento degli ambulanti che operano nel mercato del martedì, che hanno espresso dubbi sull’effettiva capacità del nuovo mercato di attirare attività di qualità e paventato il rischio che si creino nuove situazioni di degrado. «È una posizione che non capisco – sospira Fabio Boni, che possiede un’edicola poco distante dal capolinea dell’1 e che è stato tra i più attivi nello spingere per questa soluzione – noi non intendiamo rubare niente a nessuno, solo cercare di porre un rimedio a una situazione di difficoltà».

    Mercato Voltri modifiche parcheggio Dagnino.docxUn grido d’aiuto che, scontento a parte, è stato accolto dalle amministrazioni locali, sia pure con i tempi lunghi a cui siamo abituati. La soluzione è stata individuata nella realizzazione di un mercato il sabato, in alcune aree di piazza Caduti Partigiani, una zona del quartiere su cui molto si è riflettuto in passato ma che negli ultimi anni altro non è stato se non un grande parcheggio. Le aree individuate, in particolare, sarebbero il “parcheggino” nella parte più a ponente della piazza e la parte immediatamente di fronte al benzinaio Erg e, in tutto, le bancarelle ospitate sarebbero 32.

    Lo scorso 22 febbraio il Municipio ha dato parere favorevole al progetto, la cui partenza è prevista per l’inizio dell’estate. Tra i commercianti interessati c’è un moderato ottimismo, ma anche qualche preoccupazione legata alle imminenti elezioni: «La scorsa settimana – racconta Boni – ho mandato un sollecito perché ci venga indicata una data d’inizio precisa, anche per organizzare una festa nel quartiere. Nonostante ci abbiano assicurato che a giugno inizierà tutto, non vorremmo che chi verrà dopo le elezioni si dimentichi di noi». Un rischio minimizzato dall’assessore Piazza: «Credo che in questi casi – afferma – a prevalere sia la ragionevolezza più che lo schieramento politico, quindi immagino si andrà avanti su questa strada».

    Gli interventi su piazza Caduti Partigian

    piazza-caduti-partigiani-voltriLa realizzazione del mercato in quelle aree richiederà alcune modifiche sulla piazza: «Il codice della strada e i regolamenti – spiega l’assessore alla mobilità del Comune di Genova Anna Dagninoimpongono che l’area del mercato sia isolata da quella in cui sono presenti le auto». Per questo, i parcheggi di fronte al benzinaio saranno isolati a levante e a mare con dei new jersey, la cui presenza (come mostra la piantina) ha imposto una diversa disposizione degli stalli di sosta, in modo che alle automobili sia possibile entrare e uscire. «Con la nuova disposizione – aggiunge Dagnino – nelle giornate in cui non ci sarà il mercato si guadagneranno due parcheggi in più».

  • Attività commerciali, pubblicati i due bandi da 700 mila euro per Centro Storico e Pra’

    Attività commerciali, pubblicati i due bandi da 700 mila euro per Centro Storico e Pra’

    Comune di GenovaCome anticipato nelle settimane scorse, Comune di Genova apre due bandi pubblici del valore complessivo di settecentomila euro per l’erogazione di agevolazioni finanziarie in favore di attività commerciali già esistenti nel Centro Storico (area Giustiniani/San Bernardo) e nel Ponente cittadino (zona di Prà). Sul sito del Comune di Genova, nella apposita sezione, sono consultabili tutti i dettagli e i requisiti per parteciparvi.

    L’obiettivo di questa iniziativa dell’amministrazione comunale è quello di proseguire nelle azioni di riqualificazione delle zone individuate favorendo il rafforzamento delle percorrenze commerciali, al fine di promuovere un ruolo di presidio, di animazione territoriale e di inclusione sociale. Ciascun Bando prevede uno stanziamento di 350 mila euro.

    La perimetrazione relativa al Bando area Giustiniani/San Bernardo è la seguente: Via Turati – Via Mattoni Rossi – Via di San Bernardo – Via di San Donato – Piazza delle Erbe – Via di Canneto il Lungo – Via Caprettari. Ecco i dettagli dal sito web del Comune di Genova

    La perimetrazione relativa al Bando Prà è la seguente: Via Prà e retroarea (dal Rio San Michele – Via Ratto, al Rio San Giuliano – Crosa di San Giovanni di Prà) – compresa la Fascia di Rispetto. Ecco i dettagli dal sito web del Comune di Genova

    Approfondimento: I bandi e i “Patti d’area”

    Sono agevolabili le iniziative per la realizzazione delle quali siano ritenute ammissibili spese non inferiori a 3mila euro, mentre l’agevolazione complessiva riconosciuta non potrà essere superiore a 20mila euro. Sono ammesse alle agevolazioni finanziarie le spese relative all’acquisto di beni, materiali e immateriali, direttamente collegati al ciclo produttivo aziendale come opere murarie o lavori assimilati, studi di fattibilità economico-finanziari, progettazione esecutiva, realizzazione di sistemi e certificazioni di qualità, acquisto di software per le esigenze gestionali e produttive dell’impresa e relative licenze d’uso, acquisto ed installazione di impianti, macchinari e attrezzature, compresi gli arredi, interventi migliorativi dell’estetica esterna, sistemi di videocontrollo e insegne.

    Tra i criteri di valutazione, la coerenza del progetto con la vocazione delle aree, il rispetto del territorio (tipicità del prodotto, acquisti verdi eco-compatibili, DOP), l’innovatività del progetto (tecnologica, del prodotto, del servizio).

    I Bandi escludono alcune tipologie di attività quali ad esempio sexy shop, distributori automatici di cibi e bevande, internet point, lavanderie a gettone, money transfert e money change, compro oro, sale scommesse, vendita di sigarette elettroniche, discoteche, sale da ballo, night club, attività artigianali e/o commerciali che offrono una gamma indistinta e generalizzata di prodotti vari senza alcuna specializzazione.

  • Confindustria, «Fermi e preoccupati». A Genova segnali positivi da porto e turismo, ma fatturato complessivo in calo

    Confindustria, «Fermi e preoccupati». A Genova segnali positivi da porto e turismo, ma fatturato complessivo in calo

    camera-lavoro-120-anniFermi e preoccupati. E’ l’evocativo titolo che il Centro studi di Confindustria Genova dà agli indicatori economici del secondo semestre del 2016. «E’ una situazione che lascia ancora parecchie perplessità, perché ci sono segni positivi e negativi, anche se i primissimi dati del 2017 sono un po’ più positivi. Ma il secondo semestre del 2016 lascia dati difformi in senso negativo rispetto al resto del Paese, a causa soprattutto della flessione del sistema industriale nel suo complesso», commenta il presidente uscente di Confindustria Genova, Giuseppe Zampini. «I numeri – spiega Zampini – non sono più da crisi, da deflazione ma siamo ancora nelle marginalità che possono portare molto facilmente a variazioni negative».

    Inchiesta: La fine dell’età industriale di Genova?

    Il fatturato complessivamente diminuisce dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2015, con la stessa contrazione già registrata nei primi sei mesi dello scorso anno. A incidere in maniera sensibile è il calo delle esportazioni (gli ordini calano dell’1,8% dopo un aumento del 4% del primo semestre 2016): cresce, infatti, dello 0,6% il fatturato interno mentre diminuisce del 3,5% quello estero, prima flessione dal 2009. Un segnale che preoccupata secondo Confindustria perché il futuro dell’economia genovese «ha come unica prospettiva reale lo sviluppo dei mercati internazionali». All’interno dei vari settori, segno positivo per il fatturato del comparto dei servizi mentre le contrazioni riguardano sopratutto il manifatturiero, esattamente l’opposto invece di quanto avviene per gli ordini.

    Le buone notizie per Genova arrivano dal porto, dal turismo e da un lieve aumento dell’occupazione. Su base semestrale cresce dell’1% il tonnellaggio totale mentre rispetto allo stesso periodo del 2015, l’aumento è del 4,1%. Molto positivo il giro d’affari sul turismo: aumentano del 3,3% i prezzi rispetto agli ultimi sei mesi del 2015; cresce del 3,5% il numero dei turisti (+2,3% su base annua) e le presenze del 2,5% (+4,6% su base annua). L’occupazione, infine, fa segnare un balzo in avanti dello 0,4% tra le aziende associate a Confindustria Genova, secondo semestre positivo consecutivo, cosa che non accadeva dal 2007.

    Nell’area metropolitana aumenta del 46,8% l’utilizzo complessivo della cassa integrazione, a causa soprattutto del +55% di quella straordinaria, mentre cala di 7 punti quella ordinaria e di 20,4 quella in deroga. Migliorano, infine, i tempi di pagamento della pubblica amministrazione: si passa da 172 giorni a 146. Tutti questi dati, secondo Confindustria, non dovrebbero subire grossi scossoni nel primo semestre del 2017: si attendono comunque una ripresa del fatturato e delle esportazioni ma nell’ordine dei decimi di punto. «All’inizio del 2017 – spiega Zampini – si nota un incremento della fiducia degli imprenditori e un decremento della fiducia delle famiglie, con una tendenza al maggior risparmio che potrebbe essere superata a fronte di una maggiore stabilità del sistema politico»

  • Centro Storico: la storia di un rilancio ancora sospeso tra riqualificazioni, movida e mercato immobiliare

    Centro Storico: la storia di un rilancio ancora sospeso tra riqualificazioni, movida e mercato immobiliare

    centro-storico-vicoli-piazza-delle-erbe-d2Il Centro Storico, croce e delizia della Genova post industriale, è spesso al centro dell’attenzione mediatica. Movida, movida fracassona e ordinanze, turismo, patrimonio artistico da proteggere e valorizzare, micro criminalità, degrado e rilancio. Questi sono alcuni dei temi che ruotano intorno a quello che viene definito (non proprio a ragione) il Centro Storico più grande d’Europa.

    Nel corso dei decenni il centro storico genovese ha attraversato fasi alterne, dalla sua centralità negli anni antecedenti alla prima Guerra Mondiale, alla sua progressiva periferizzazione cominciata negli anni 30 con il Piano Regolatore delle Zone Centrali della Città (1932) che ha visto la demolizione dell’antico quartiere di Ponticello in favore della costruzione dell’odierna Piazza Dante. E successivamente – tra la seconda metà degli anni sessanta e i primi anni 70 – la demolizione di un altri quartieri storici del centro genovese, come quello che prendeva il nome dalla sua strada principale: via Madre di Dio, oggi occupato dai Giardini Baltimora, e la zona di Piccapietra.

    Già nella seconda fase di rimodernamento la zona scivola in una spirale di degrado destinata a durare a lungo. L’assenza prolungata di opere di manutenzione edilizia e riqualificazione urbana contribuirono a rendere il Centro Storico un quartiere caratterizzato da una forte marginalità sociale. Con il passare degli anni questa condizione si andò cristallizzando dando vita a un’immagine negativa dell’area storica di Genova, che ha raggiunto il suo picco tra gli anni settanta e ottanta, quando al degrado sociale e igienico sanitario si sono aggiunsero ulteriori problematiche legate all’immigrazione extraeuropea, allo spaccio/consumo di droghe pesanti, e allo sfruttamento della prostituzione.

    Proprio In questa fase oscura della storia genovese i prezzi del mercato immobiliare subirono un crollo, e complice le cattive condizioni igienico-sanitarie del patrimonio edilizio, il centro storico perse definitivamente il suo ruolo di quartiere residenziale misto entrando effettivamente nel tunnel di un degrado che appariva irreversibile.

    Il rilancio e la stratificazione sociale degli edifici

    I primi segnali di ripresa si registrano a inizio anni 90, grazie ad alcune scelte politiche mirate: l’ubicazione nel centro storico della Facoltà di Architettura, e l’idea di organizzare le Colombiaidi nell’area oggi conosciuta come Porto Antico, all’epoca una zona dismessa del Porto di Genova. A queste due grandi operazioni, le amministrazioni comunali degli anni 90 affiancarono altre iniziative di prestigio recuperando e trasformando in contenitori culturali di rilievo il Teatro Carlo Felice, Palazzo Ducale, il complesso museale di Sant’Agostino e la Commenda di Pre.

    È in questo clima di rilancio e novità, che le aree limitrofe al nuovo Porto Antico attirano l’attenzione e soprattutto gli investimenti del settore immobiliare che da il via a vere e proprie opere di riqualificazione urbana. Comincia così un processo di ripopolamento da parte di giovani coppie, di intellettuali e in modo molto timido di studenti. Questi nuovi soggetti si vanno ad affiancare e a integrare alle frange sociali emarginate e ghettizzate del centro storico, riportando vitalità e dinamicità nel quartiere.

    Questo fenomeno di ripopolamento, complice un costo ancora basso degli appartamenti del centro storico, ha determinato un fenomeno particolare che in diverse zone del quartiere sussiste ancora oggi: la stratificazione sociale in verticale degli edifici.

    Gli edifici dell’area storica di Genova si sviluppano per ovvie ragioni in altezza e arrivano ad essere alti anche fino a dieci piani. Le condizioni igienico-edilizie cambiano notevolmente dai piani bassi, che si presentano bui e poco areati, ai piani alti, spesso dotati di vista sul mare e sul centro storico e di terrazzi caratteristici. Questo ha determinato negli anni una sensibile differenziazione sociale per strati che vede ai piani bassi degli edifici una popolazione economicamente più debole e in certi casi marginalizzata (prostitute, extracomunitari); ai piani intermedi i residenti storici che hanno resistito ai cambiamenti demografici nel corso dei decenni, gli studenti, le giovani coppie, mentre gli ultimi piani ospitano professionisti, o intellettuali che spesso hanno restaurano gli appartamenti con notevoli investimenti economici.

    Movida e crescita dei valori immobiliari

    Grazie a questo processo di ripopolamento, il centro storico comincia a mutare sia a livello demografico che economico, e a metà anni 90 si sviluppano le attività economiche e commerciali che conosciamo oggi, compresi i locali di intrattenimento che diventano in un breve periodo la meta prediletta delle giovani generazioni, che in maniera inconsapevole danno vita a quella che oggi è conosciuta come la Movida. Il grande afflusso di giovani all’interno del centro storico, soprattutto nelle aree di Piazza delle Erbe, piazza Banchi, piazza Lavagna va a risanare ulteriormente molte aree ancora in mano al degrado e alla microcriminalità, dando vita a un circolo virtuoso che ha cambiato i connotati di un quartiere allora sospeso tra stagnazione e rilancio, compreso il prezzo delle abitazioni che oggi ha una quotazione media di 2.390 euro a metro quadro.

    Movida oggi, è giusto demonizzarla?

    Ad oggi la riqualificazione del centro storico cittadino non risulta completa, proprio per via della sua storia e della sua normale connotazione multiculturale e multi sociale, che rende questo quartiere una città nella città con zone centrali e zone periferiche. L’iter intrapreso negli ultimi decenni sembra quello da seguire per evitare che il circolo virtuoso capace di risollevare le sorti del centro storico negli ultimi vent’anni si fermi. Le opere portate aventi dalle istituzioni genovesi, che hanno portato negli anni 90 alla riqualificazione di spazi oggi ben consolidati nel panorama socio culturale genovese sono andate di pari passo con un ripopolamento del centro storico da parte delle giovani generazioni, che hanno reso il quartiere più vivo, e meno incline ad essere ostaggio della microcriminalità. La cosiddetta “movida fracassona” è stata quindi negli anni un tassello nel piccolo grande mosaico di azioni che hanno portato il centro storico fuori da una stagnazione dalla quale sembrava non uscirne più. Siamo sicuri che un suo ridimensionamento porti sul lungo periodo dei benefici al tessuto economico sociale della città vecchia?

    Andrea Carozzi

  • Fiera di Sant’Agata, Comune conferma: si replica domenica 19 febbraio

    Fiera di Sant’Agata, Comune conferma: si replica domenica 19 febbraio

    fiera-sant-agataConsiderate le avverse condizioni meteo che domenica 5 febbraio hanno condizionato lo svolgimento della Fiera di Sant’Agata, l’Amministrazione comunale ha accolto la richiesta delle associazioni di categoria dei commercianti ambulanti e in sede fissa e del presidente del Municipio di ripetere la manifestazione commerciale. È stato quindi concordato di ripetere la manifestazione nella data di domenica 19 febbraio. 

    L’anticipazione: Fiera di Sant’Agata, Comune al lavoro per la replica

    «La scelta del 19 febbraio – spiega l’assessore allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza  è dovuta alla volontà di mantenere la maggior prossimità temporale possibile con l’evento originario. Come è evidente si tratta di uno sforzo organizzativo notevole per tutte le componenti cittadine che l’Amministrazione ha voluto però affrontare anche in considerazione delle notevoli difficoltà in cui il settore commerciale si trova ad operare».

    Nella stessa ottica, è stato stabilito, nel rispetto del vigente regolamento Cosap, di applicare una riduzione del 50% al canone, introito che verrà destinato a coprire i costi vivi della manifestazione.

  • Sviluppo economico, Comune al lavoro su due nuovi bandi per sostengo imprese commerciali esistenti in centro storico e a Pra’

    Sviluppo economico, Comune al lavoro su due nuovi bandi per sostengo imprese commerciali esistenti in centro storico e a Pra’

    commercioIn arrivo due nuovi bandi per il sostegno alle imprese. Questa la notizia arrivata oggi dalla riunione di Giunta, durante la quale sono state approvate le linee di indirizzo per favorire azioni in aiuto a tutte quelle attività che vogliono investire per tenere vivo il territorio in cui sono ubicate. «Una scelta che rappresenta di per sé un elemento di presidio territoriale – spiega l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova Emanuele Piazza, promotore dell’iniziativa – favorendo quell’animazione e vivacità che contribuiscono a rendere i quartieri più sicuri e vissuti».

    Approfondimento: i “Patti d’Area”

    A queste linee seguirà la pubblicazione di due bandi pubblici, ognuno di 350 mila euro, per l’erogazione di agevolazioni finanziarie. I bandi saranno attivi per un anno dalla data di pubblicazione e le domande verranno valutate a cadenza mensile seguendo l’ordine di presentazione, fino all’esaurimento delle risorse: le aree della città coinvolte sono Giustiniani/San Bernardo, in centro storico, e nella zona di Pra’. Questa iniziativa si aggiunge a bandi analoghi già attivati nel quartiere della Maddalena e nell’area Centro Storico centrale, agevolazioni nell’ambito del Patto d’Area di Prè e a Sampierdarena.

    «Un’azionesottolinea Emanuele Piazzaper aiutare le piccole imprese nel consolidamento e nello sviluppo di progetti imprenditoriali. Il rafforzamento e il supporto al dinamismo commerciale rappresenta di per sé un elemento di presidio territoriale, favorendo quell’animazione e vivacità che contribuiscono a rendere i quartieri più sicuri e vissuti. I bandi già attivi hanno permesso di avviare circa 30 interventi. In alcuni casi si tratta di proposte che rispondono in modo creativo ad esigenze sentite dal territorio. È in corso di valutazione, per esempio, l’acquisizione all’interno del Patto d’Area di Prè di un locale di via Gramsci in cui verrà aperto un Family Hostel, un ostello cioè prevalentemente dedicato a gruppi familiari. Si tratta di un segmento di mercato, molto sviluppato soprattutto nel nord Europa e inserito all’interno di circuiti ad hoc, che ci auguriamo possa avere una buona risposta in una città che sta crescendo dal punto di vista turistico. E poi – conclude Piazza – mi piace ricordare anche uno dei primi progetti approvati: l’apertura in piazza Trogoli di Santa Brigida di un punto di ristorazione tradizionale con la vendita di prodotti tipici genovesi, dal baccalà fritto, alla focaccia, dalla farinata alle torte di verdure».

    Sono ammesse alle agevolazioni le spese relative all’acquisto di beni, materiali e immateriali, direttamente collegati al ciclo produttivo aziendale come opere murarie o lavori simili, studi di fattibilità economico-finanziari, realizzazione di sistemi di qualità, acquisto di software e relative licenze d’uso, acquisto ed installazione di macchinari e attrezzature compresi gli arredi, interventi migliorativi dell’estetica esterna. Tra i criteri di valutazione ci sarà anche la coerenza del progetto con la vocazione delle aree. Questi bandi, però, escludono alcune tipologie di attività come sexy shop, distributori automatici, internet point, lavanderie a gettone, money transfert e money change e compro oro.

    I Bandi già in corso di validità

    – Bando pubblico per l’erogazione delle agevolazioni finanziarie a favore di imprese che sono già insediate nell’ambito della Maddalena e area Centro Storico centrale (euro 350 mila – scadenza 11 agosto 2017).

    – Bando pubblico per l’erogazione delle agevolazioni finanziarie a favore di nuove attività economiche nell’ambito della Maddalena e area Centro Storico centrale (euro 400 mila – scadenza 25 gennaio 2018)

    – Bando pubblico per agevolazioni finanziarie a piccole imprese nell’ambito del Patto d’Area di Prè, denominato Pré – Esistenti (euro 140 mila – scadenza 31 gennaio 2017, prorogata al 7 luglio 2017.

    – Bando pubblico per agevolazioni finanziarie a piccole imprese nell’ambito del Patto d’Area di Prè, denominato Pré Nuove Attività Economiche (euro 550 mila, scadenza 31 gennaio 2017, prorogata al 7 luglio 2017.

    – Bando pubblico per l’erogazione delle agevolazioni finanziarie a favore di imprese esistenti consorziate ai CIV di Sampierdarena (euro 225 mila, scadenza 7 febbraio 2017, prorogata al 7 luglio 2017.

  • Fiera di Sant’Agata, Comune al lavoro per la replica, spunta la data del 19 febbraio

    Fiera di Sant’Agata, Comune al lavoro per la replica, spunta la data del 19 febbraio

    fiera-sant-agataI tecnici del Comune di Genova sono al lavoro per trovare una la data della “replica” della Fiera di Sant’Agata, l’appuntamento mercatale più atteso della nostra città. Esclusa la data del 12 febbraio, troppo ravvicinata e in concomitanza con la partita di calcio Sampdoria – Bologna (prevista alle ore 18.00), si punta a riorganizzare l’evento domenica 19 febbraio.

    L’evento: Fiera di Sant’Agata 2017

    «Domenica 12 sarebbe stata troppo ravvicinata per consentire anche agli operatori di riorganizzarsi – ha sottolineato l’assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazzasoprattutto per quelli che vengono da fuori, e poi la concomitanza con la partita di calcio avrebbe reso difficile l’organizzazione». La prima data possibile, quindi è domenica 19: «La volontà è quella di non andare troppo in là – spiega Piazza – per non far perdere di senso la manifestazione, e stiamo verificando se quella è una data compatibile».

    «Non abbiamo ancora avuto contatti ufficiali con l’amministrazione – dice Roberto Zattini, presidente di Anva Confcommercio (Associazione Nazionale Commercio Aree Pubbliche) – ma il recupero della fiera è importante per la categoria ed è importante che sia fatto il prima possibile per non far perdere di valore a questo appuntamento tanto atteso. Andare troppo avanti con il calendario rischierebbe di produrre sovrapposizioni con altri eventi fieristici».

    Nelle prossime ore, superate le verifiche del caso, la data del 19 febbraio, con buone probabilità sarà confermata ufficialmente.

  • Fiera di Sant’Agata, Comune e associazioni di categoria al lavoro per una nuova data

    Fiera di Sant’Agata, Comune e associazioni di categoria al lavoro per una nuova data

    fiera-sant-agataSi svolge oggi la tradizionale Fiera di Sant’Agata, sfortunatamente in condizioni meteo non positive. In base alle previsioni meteorologiche della giornata di sabato l’Amministrazione comunale ha deciso di non sospendere la manifestazione perché non ne sussistevano le condizioni. Secondo una nota stampa del Comune di Genova: «Nessuna Associazione di categoria peraltro aveva richiesto il rinvio della Fiera».

    L’evento: Fiera di Sant’Agata 2017

    In mattinata l’Assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazza, in contatto con Andrea Dameri (Confesercenti), Carlo De Barbieri (Ascom) e i responsabili del Comune presenti ha convenuto sulla possibilità di organizzare un’ulteriore Fiera in tempi ristretti per offrire un’altra occasione di festa e di commercio ai cittadini e agli operatori. La prossima settimana è previsto un incontro con le Associazioni di categoria per la scelta della giornata.

  • Caos Mercato del pesce, il Comune prende tempo. Commercianti boicottano Ca’ de Pitta, domani manifestazione davanti ex sede

    Caos Mercato del pesce, il Comune prende tempo. Commercianti boicottano Ca’ de Pitta, domani manifestazione davanti ex sede

    mercato-pesce-nuovo-05Sembrava potesse essere una buona soluzione, e invece ha portato caos e malcontento. Parliamo della nuova sede del Mercato del pesce di Ca’ de Pitta, che doveva entrare in funzione questa mattina, ma che invece ha visto i suoi utilizzatori solo per qualche decina di minuti, prima che scoppiasse la protesta. A scatenare la rabbia dei commercianti, i pochi spazi di vendita e di sosta dei mezzi di lavoro, unitamente alle difficoltà logistiche di accesso ed uscita dal sito.

    Approfondimento: il nuovo Mercato Ittico all’ingrosso di Genova

    Una giornata che doveva essere festosa, soprattutto per l’amministrazione comunale, per l’importante spazio mercatale ritrovato, ma che si è trasformata in una battaglia campale. I commercianti hanno organizzato la protesta, convocando un’assemblea in camera di commercio, in cui hanno presentato le loro rimostranze all’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova Emanuele Piazza. La risposta dell’amministrazione è arrivata dallo stesso sindaco Marco Doria, che durante la seduta del Consiglio comunale ha fatto sapere che è possibile aggiungere altri stalli di sosta dedicati in via Adamoli, ricordando che le unità di parcheggio tracciate all’interno del nuovo piazzale sono anche di più di quelle della vecchia sede, e che lo stesso Comune sta lavorando per predisporre le vecchie stalle dei macelli ad area di sosta. Per le associazioni di categoria, però, questo non basta a permettere lo svolgimento del lavoro in sicurezza e senza disagi: in piazza Cavour, a detta dei commercianti, c’era comunque più spazio e meglio gestito.

    L’attacco di Regione Liguria

    Un duro attacco arriva anche dalla giunta regionale: «Nonostante le ripetute sollecitazioni che già dalla scorsa estate avevamo fatto rendendoci portavoce delle istanze degli operatori, all’ingrosso e al dettaglioha affermato l’assessore regionale alle Pesca, Stefano Mai, come riportato dall’agenzia Dire – il Comune di Genova ha pensato bene di procedere per la propria strada e di portare a termine un trasferimento che non tiene conto delle reali esigenze logistiche delle imprese del comparto». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’assessore allo Sviluppo economico, Edoardo Rixi: «Alla prova del nove dell’apertura dei cancelli – attacca Rixi – i nodi sono ovviamente arrivati al pettine. Per la mancanza d’ascolto dimostrata in questi mesi dal Comune, totalmente scollegato dalla realtà, viene messa a rischio la tenuta dell’intera filiera ittica, genovese e ligure». Quella di Ca’ de Pitta per gli assessori regionali è una scelta sbagliata perché né idonea né funzionale.

    Conferenza capigruppo

    Nel pomeriggio i commercianti arrivano a Tursi, ricevuti dal presidente del Consiglio comunale Giorgio Guerello con una conferenza capigruppo straordinaria. «Sono mesi che facciamo presente agli uffici tecnici del Comune queste problematiche – spiegano i dettaglianti – e oggi abbiamo avuto la prova empirica: all’interno non c’è spazio per tutti, ma solo per chi arriva prima». Le richieste presentate ai consiglieri sono sostanzialmente di aprire un varco di uscita in piazzale Bligny, aumentare gli spazi si sosta, e attivare urgentemente tutti gli spazi all’interno della struttura, oggi non totalmente predisposta. Qualcheduno chiede anche di tornare in piazza Cavour. I consiglieri di opposizione si scagliano contro la giunta per il «pasticcio fatto – dice Lilli Lauro, Pdl – e per i soldi sprecati. Sarebbe da capire come mai in questo tempo i tecnici del Comune non hanno elaborato le richieste di chi questo lavoro lo fa da anni».

    Comune prende tempo

    Arriva in serata l’incontro con il sindaco Marco Doria, che prende tempo per provare a trovare una soluzione per Ca’ de Pitta. Da parte loro, i dettaglianti hanno deciso che anche per la giornata di domani non andranno in Val Bisagno, ma si riforniranno direttamente dai grossisti, per poi tornare a manifestare nel pomeriggio introno alle 15. Luogo del ritrovo, il vecchio Mercato del Pesce  in piazza Cavour. Più chiari di così.

    Rischia così di risultare un po’ posticcio il comunicato stampa del Comune di Genova che qualche minuto prima delle 21 conferma la disponibilità della struttura di Ca’ de Pitta per la giornata di domani, con aumento dei parcheggi a disposizione da 59 a 85 e l’anticipo dell’orario di apertura dalle 4.30 alle 3.30. “L’amministrazione comunale – si legge nella nota – è impegnato impegnata nel reperire tutte le soluzioni tecniche necessarie per assicurare la piena operatività della struttura. Si ricorda che nell’impianto di Cà de Pitta sono stati realizzati, tenendo conto anche delle esigenze manifestate dai commercianti, importanti interventi di adeguamento funzionale per un importo complessivo di circa 1 milione e 200 mila euro”.

    Nicola Giordanella

  • Nuovo mercato del pesce, tutto (quasi) pronto per l’apertura. Futuro da definire per la vecchia struttura

    Nuovo mercato del pesce, tutto (quasi) pronto per l’apertura. Futuro da definire per la vecchia struttura

    mercato-pesce-nuovo-08Presentata alla stampa la nuova struttura di Ca’ de Pitta, che, ricavata all’interno della struttura dei macelli civici, martedì 24 gennaio diventerà ufficialmente il nuovo Mercato ittico all’ingrosso di Genova. Con una spesa di 1,2 milioni di euro, e pochi mesi di lavoro, i locali sono stati adattati alle esigenze della nuova funzione: «Una scelta che razionalizza un parte della città – afferma l’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova Emanuele Piazzarendendo operativa una struttura logisticamente meglio attrezzata per lo smercio all’ingrosso del pesce e più vicina all’autostrada».

    La nuova struttura può contare 5.060 metri quadri di spazi, compresi i piazzali di manovra, di cui 565 metri quadri di zona mercatale coperta che arrivano a 1.870 metri quadri coperti compresi i servizi. Una struttura che lo stesso assessore spera «possa diventare la sede definitiva per lo smercio all’ingrosso». I lavori, infatti, sebbene terminati, sono stati realizzati di slancio per tamponare l’emergenza di una nuova sistemazione, vista la inagibilità della vecchia sede, ed esistono margini per un ulteriore allargamento: «le vecchie stalle dei macelli – spiega Piazza – non sono più utilizzate e potrebbero essere riconvertite in qualche modo, a seconda delle esigenze della struttura».

     

    Come prima, meglio di prima?

    Con l’apertura della nuova sede del mercato del pesce, non tutto sarà uguale: a Ca’ de pitta non sarà prevista la vendita al dettaglio, come prescritto dalle normative comunitarie che obbligano a separare gli spazi dalla vendita all’ingrosso. «A Genova abbiamo un’ottima e diffusa rete di pescherie – sottolinea l’assessore – e questa novità potrebbe “dare una mano” alla categoria».

    La vecchia struttura di piazza Cavour, attualmente parzialmente chiusa per lavori di messa in sicurezza, non ha ad oggi un destino chiaro. In una prima fase, gli stessi operatori del settore ittico sembravano interessati a poter riutilizzare lo storico stabile per progetti legati alla cultura dei prodotti del mare, ma nulla è stato ancora messo nero su bianco: «Se non arriveranno progetti in questo senso – continua l’assessore allo Sviluppo economico – sicuramente dovremmo pensare a come utilizzare una struttura centrale nella geografia del Porto Antico». Tra le ipotesi la concessione dello spazio a privati o un concorso di idee.

    Per quanto riguarda l’impatto sulla viabilità, l’assessore alla mobilità del Comune di Genova, Anna Maria Dagnino assicura: «Le attività del mercato sono notturne, e quindi non dovrebbero esserci ripercussioni di rilievo. Sicuramente a giovarne sarà la zona di Cavour». Da determinare ancora la sorte degli stalli di sosta pertinenti alla vecchia sede: «Stiamo pensando a fare dei parcheggi per residenti», conclude Dagnino.

    Nicola Giordanella