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  • Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena

    Otto Chocolates, dal Perù alla Liguria: il cioccolato biologico made in Zena


    otto-chocolates-cioccolato-raccoltaBiologico, fair trade e senza glutine
    sono le tre parole d’ordine di Otto Chocolates, giovane azienda genovese attiva nella commercializzazione del cioccolato.

    Si tratta di un cioccolato di alta qualità, dove al rispetto per l’ambiente si aggiunge l’attenzione per chi produce: Otto Chocolates coinvolge infatti uno staff di operatori nel settore del cacao e della sua trasformazione in cioccolato che in molti anni di esperienze hanno messo a punto un network sostenibile tra coltivatori, tecnici locali, trasformatori del cacao in cioccolato ed operatori commerciali di rilevanza internazionale. Questo consente un abbattimento dei costi, garantendo al cliente finale un prodotto di alta qualità a un prezzo sostenibile e accessibile  e ai coltivatori di cacao un compenso significativo e il coinvolgimento attivo nello sviluppo di un progetto equosolidale comune.

    L’azienda genovese dedica anche grande attenzione alle qualità organolettiche della materia prima utilizzata per il cioccolato, per questo organizza delle degustazioni plurisensoriali del cioccolato per mettere alla prova non solo il senso del gusto ma anche l’olfatto dei visitatori.

    Abbiamo intervistato Francesca Ottonello, co-founder di Otto Chocolates, per capire in che modo è possibile commercializzare un cioccolato buono, sano e al giusto prezzo.

    Come è nata Otto Chocolates e quale è la vostra idea di cioccolato?

    Otto Chocolates nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un gruppo di imprenditori genovesi.
    L’obiettivo principale è quello di creare una linea di cioccolati di alta qualità biologica, ad un costo sostenibile e nel rispetto del lavoro delle persone, quindi in condizioni fairtrade. Otto Chocolates perciò mira a valorizzare e a sostenere la qualità del cacao producendo tavolette di cioccolato di alta qualità in 5 diverse ricette che possano accontentare i gusti di tutti. Ciò passa anche attraverso lo sviluppo di iniziative che mirino a sensibilizzare i consumatori alla degustazione e a capire i veri parametri del cioccolato che stanno mangiando.

    ‘Valorizzare ciò che vale, sostenere ogni qualità… dal cacao al cioccolato’ è uno dei principi su cui si basa la vostra azienda. In che modo riuscite a raggiungere questo obiettivo importante e quale tipo di materia prima utilizzate per i vostri cioccolati, dove viene prodotto il cacao e che filiera segue?

    otto-chocolates-vagliatura-saposoaStoricamente il cacao è sempre stato un alimento dall’alto valore simbolico, usato nei riti dalle civiltà precolombiane, come moneta di scambio o comunque a beneficio di classi sociali medio alte. Nel tempo il valore del cacao ha assunto costi e prezzi più accessibili spesso però a discapito della qualità.
    Il progetto di Otto Chocolates vuole ridare valore proprio alle peculiari caratteristiche di questo seme che se coltivato e lavorato in condizioni adeguate, e trasformato con cura e attenzione, diviene un eccellente cioccolato, degustabile da tutti sia per le sue caratteristiche morbide e delicate sia perché il costo sul mercato è sostenibile a più fasce di utenti. Il cioccolato buono, sano e a un prezzo accessibile rispetto i parametri di qualità biologica e di produzione che lo caratterizzano.
    Inoltre per noi di Otto Chocolates conoscere il luogo dove il cacao viene coltivato e prodotto è uno dei fattori centrali per la certificazione delle sue proprietà. La nostra azienda conosce bene la cooperativa Acopagro che si trova in Perù nella regione di San Martin, dove il cacao Trinitario Fino utilizzato per produrre il nostro cioccolato viene coltivato. La cooperativa ha la certificazione biologica poiché i terreni sui quali gli alberi di cacao crescono e si attuano i processi di fermentazione ed essicazione dei semi, non sono mai sottoposti a trattamenti chimici. Le proprietà organolettiche vengono conservate nella loro totalità sia in fase di crescita della pianta che di lavorazione successiva.
    Persino le sacche di Juta dove vengono conservate le fave essiccate che poi vengono spedite in Italia e che permettono al cacao di traspirare, vengono serigrafate con un colore naturale prodotto da un frutto biologico della piantagione!

    Il cacao una volta giunto in Italia viene trasformato in tavolette di cioccolato da un’azienda leader in Europa per la produzione di cioccolato biologico, dove abbiamo la garanzia che le nostre 5 ricette (Cioccolato Fondente 71%, Cioccolato al Latte 39%, Cioccolato Bianco, Cioccolato Fondente 60%, Senza Zucchero Cioccolato al Latte 36% Senza Zucchero) vengano prodotte rispettando le proprietà organolettiche del cacao. E infine l’impacchettamento con carta riciclabile e grafiche adatte alla facile comprensione di tutti gli elementi presenti all’interno del prodotto.

    In che modo riuscite a coniugare la produzione di cacao con i concetti di fairtrade, etica e sostenibilità?

    Otto Chocolates acquista il cacao dalla cooperativa Acopagro che ha la certificazione Fairtrade. La cooperativa produce cacao Trinitario Fino di qualità monorigine e il nostro cioccolato perciò è equo e solidale nella sua stessa essenza poiché nasce con presupposti etici che sono alla base della sua stessa produzione. Siamo quindi fortemente coinvolti nel collaborare con Acopagro e lo facciamo prima di tutto acquistando il cacao a un prezzo concordato e rispettoso dei parametri del costo del lavoro dei contadini della cooperativa, e in più sosteniamo la comunità con il finanziamento di progetti dedicati alle attività scolastiche. É il nostro modo di valorizzare la qualità, sostenere il lavoro di coloro che quotidianamente si spendono per rendere il nostro cacao pregiato e aiutarli a migliorare la loro vita e quella dei loro figli nel territorio delicato dal quale provengono.

    Cosa significa per voi il concetto di biologico e come pensate che il consumatore recepisca il cioccolato biologico?
    otto-chocolates-piantagione-cacao-crescta-picotaBiologico indica sia il cacao che gli altri elementi che caratterizzano il cioccolato: biologico è la qualità dei terreni su cui vengono coltivati gli alberi della pianta del cacao, il metodo con cui vengono trattati i semi della pianta dalla fermentazione all’essicazione e il processo di trasformazione dei semi nello stabilimento da cui viene prodotto il cioccolato.

    Otto Chocolates non è l’unica azienda italiana che produce cioccolati biologici ma quello che la differenzia sicuramente è l’elevata attenzione che ripone nel verificare che in tutte le fasi del processo il biologico sia protetto. E questo vale anche per l’attenzione che riponiamo affinché il cioccolato non abbia contaminazioni con il glutine, motivo per cui abbiamo ricevuto la certificazione spiga barrata su tre delle nostre ricette. Inoltre il biologico troppo spesso è associato alla dimensione della cura farmaceutica mentre il valore alla base del biologico è nel preservare le proprietà organolettiche dell’alimento che vuol dire difendere la qualità del prodotto per tutti.

    Il cioccolato è tra gli alimenti più amati, capace di coinvolgere anche emotivamente chi lo assapora. Ma che consiglio dareste ai consumatori per individuare un cioccolato di qualità?

    otto-chocolates-piantagione-peruQuando si mangia cioccolato in genere ci si vuole coccolare, in altri casi recuperare energia, comunque si tende a ricercare benessere. A causa della produzione massiva di cioccolati il mercato ha diffuso molti prodotti di scarsa qualità a basso prezzo che hanno deviato i parametri di valutazione della proprietà di un buon cioccolato. Noi di Otto Chocolates, che alla qualità e a far comprendere il valore del nostro lavoro ci teniamo molto, abbiamo costruito un breve codice di degustazione consapevole del cioccolato che invita a porre l’attenzione a tutti i 5 sensi al momento dell’assaggio. Una buona tavoletta si riconosce per esempio dal colore, nel caso del cioccolato fondente non deve essere troppo scura, indice di cattiva qualità dei semi o eccessiva tostatura, né avere tracce biancastre che indicano affioramento del burro di cacao. Quando la si spezza l’udito deve percepire uno “snap” secco e netto, l’odore deve ricordare aromi della pianta del cacao, che aumentano se lo si scalda tenendolo tra le mani. In bocca non deve impastarsi e il gusto deve richiamare a un sapore cremoso e persistente. Poche piccole attenzioni che permettono a chiunque di capire che cosa sta mangiando e se è di qualità.

    Otto Chocolates ha sede a Genova ma opera a livello mondiale. Quali sono le reazioni dei genovesi ai vostri prodotti, è difficile ‘fare i profeti in patria’?

    Otto Chocolates è un progetto giovane “Made in Genoa” che sorprende positivamente i genovesi, per la novità della nostra proposta, data l’inedita ricerca sulla qualità di un buon cioccolato, ed anche per la nostra modalità semplice e interattiva di comunicare. La nostra comunicazione infatti è semplice e punta far conoscere con facilità le proprietà del cioccolato sia attraverso i nostri media che nelle occasioni di proposta delle nostre degustazioni. A tale proposito abbiamo creato un progetto di degustazione polisensoriale del nostro cioccolato con il Profumificio del Castello di Genova con l’obiettivo di divulgare in modo inedito l’eccellenza del nostro prodotto in un’ottica di collaborazione con altre realtà prestigiose del nostro territorio.

    Che obiettivi avete per il futuro?

    Otto Chocolates è giovane e ha voglia di crescere e di farsi conoscere sempre di più per le sue qualità quindi l’intenzione è ampliare il proprio bacino di utenza, e rendere noto il marchio. Abbiamo inoltre in programma la produzione di nuove ricette e nuove prodotti e siamo proiettati verso nuovi mercati esteri, attenti e ricettivi alla nostra proposta di alta qualità.

     

    logo-otto-chocolatesOtto & Co. Srl

    Via B. Castello 17/r, 16121 Genova
    Ph. +39 010 8984600
    info@ottochocolates.com
    www.ottochocolates.com

     

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  • Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    San-Salvatore-CogornoDavanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.

    Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»

    Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».

    E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare. E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».

    Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».

    Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.

    Chiara Barbieri

  • San Fruttuoso, dalla ricostruzione post alluvione al sogno di un grande polmone verde nelle aree FS

    San Fruttuoso, dalla ricostruzione post alluvione al sogno di un grande polmone verde nelle aree FS

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    La scorsa puntata di #EraOnTheRoad ci ha portato a San Fruttuoso, precisamente da Borgo Incrociati a piazza Terralba, un tragitto breve ma al centro di almeno tre questioni aperte di assoluto rilievo: la situazione concreta e gli umori della popolazione dopo gli eventi alluvionali, la nuova fermata della metropolitana in piazza Martinez e la riqualificazione urbana dei parchi ferroviari dismessi di Terralba.

    Il nostro percorso è partito proprio da Via Borgo degli Incrociati, dove purtroppo sono ancora evidenti i segni del passaggio dell’acqua fuoriuscita dal Bisagno. I danni causati dall’alluvione sono stati così gravi che, nonostante l’indefesso lavoro di proprietari e volontari, molti esercizi commerciali non hanno ancora potuto riaprire i battenti.

    «La parola d’ordine che riassume in pieno la situazione è disastro – ci spiega il presidente del CIV locale Stefano di Bert – Chi si sta riorganizzando per riaprire lo fa con le proprie forze e senza alcuna garanzia, singolarmente o in gruppo con altri cittadini. Stiamo seguendo passo passo le attività poste in essere dal Comune, ma non siamo soddisfatti. Sembra che non riusciamo a trovare nessuno in grado di ascoltarci ed aiutarci veramente”.
    Infatti, accanto a chi è al lavoro per riaprire la propria attività nel Borgo, c’è anche chi ha deciso di trasferirsi altrove, o semplicemente non se la sente di investire nuovamente, come testimoniano gli avvisi affissi sui muri: troppa la paura di nuove alluvioni, visto che quei “grandi lavori di ingegneria civile idraulica”, come li ha definiti il sindaco Marco Doria, sono ancora una prospettiva lontana nel tempo.

    In via Canevari purtroppo la situazione è analoga, tanta rabbia e un sacco di lavori in corso. «Ci sentiamo abbandonati – spiega una commerciante – le istituzioni non ci stanno aiutando abbastanza, abbiamo chiesto una dilazione del pagameneto delle imposte comunali maggiore di quella che il sindaco ha già garantito, ma la risposta è stata negativa. In queste condizioni io non sono in grado di tenere aperto, qua non si vede bene– dice indicando il mobilio del suo negozio – ma fra le altre cose io avrei da cambiare tutto in negozio, il legno è fradicio, ammuffito, e tende a rompersi, ma chi ce li ha i soldi? Gli unici che veramente si sono resi utili in questo periodo sono i volontari, ai quali deve andare un grande ringraziamento».

    Fra gli operatori c’è chi esprime la sua rabbia esponendo uno striscione che ricorda il rapido succedersi dal 2011 ad oggi di due alluvioni, sottolineando la paura per il futuro, così come chi esercita la sua professione in un locale privo di porta d’ingresso, sperando che arrivino finanziamenti in grado di risolvere il problema. Si rischia la fuga di molte attività dall’area con la prospettiva infelice di una rapida desertificazione della zona.
    Abbiamo poi percorso Via Canevari fino a raggiungere la metropolitana di Brignole, ancora danneggiata dall’alluvione: corse ridotte con una frequenza di un viaggio ogni otto minuti a causa dell’allagamento di alcuni treni, ed un ingresso alla stazione ancora inagibile.

    piazza-martinezE proprio il tema della metropolitana ha portato la diretta fino a piazza Martinez, dove, alle spalle della scuola, dovrebbe sorgere una nuova stazione della metropolitana.
    Giunti sul posto abbiamo cercato di capire quale fosse l’opinione dei residenti sul progetto: «I miei timori sono sul fonte dell’ordine pubblico –spiega una signora – la situazione di Piazza Martinez, specialmente di notte, è pericolosa, non vorremmo un peggioramento. Temo poi che i lavori possano mettere a rischio la stabilità del nostro palazzo che è particolarmente vicino all’area destinata alla nuova stazione e ha già dei problemi alle fondamenta».
    Un’altra residente dichiara con amara ironia: «Una fermata della metropolitana qua sarebbe meravigliosa! Basta che dal Comune ci mandino tutti a fare dei corsi di nuoto e poi può funzionare! Qua sottoterra è pieno di rivi e falde acquifere, pensino bene prima di mettersi a scavare». In realtà bisogna sottolineare che i lavori previsti per la realizzazione di questa tratta della metropolitana dovrebbero essere compiuti in superfice, senza scavi di sorta, anche per quanto riguarda la stazione (qui l’approfondimento).

    L’area destinata alla nuova stazione si trova all’interno del parco ferroviario che separa San Fruttuoso da corso Gastaldi e si estende dalla zona di piazza Giusti fino a Terralba. Ed è proprio questa grande porzione di terreno, di proprietà di Ferrovie dello Stato, ad essere al centro dell’ultima tappa del nostro sopralluogo.

    Il parco ferroviario, attualmente ancora in parte operativo nelle sue funzioni di rimessa per motrici e convogli, è destinato per decisione della proprietà alla dismissione, in parte per la realizzazione della nuova stazione della metropolitana (con la speranza di poter poi arrivare sino a Terralba con ascensore di collegamento all’ospedale San Martino).
    Per quanto riguarda il futuro utilizzo del grosso degli spazi rimane ancora il punto interrogativo; con il nuovo PUC in approvazione il grado di incertezza sul futuro di questo grande lenzuolo di terra incastrato tra San Martino e San Fruttuoso rimane alto.
    Il dibattito pubblico sul parco ferroviario conosce tuttavia un momento di grande crescita, grazie all’attività del Comitato NO Cementificazione Terralba e della sponda offerta dall’Università e dal Municipio Bassa Val Bisagno.
    «Abbiamo paura– spiega Sabina Leale del comitato cittadino – che le ferrovie vogliano fare un’operazione che preveda nuova cubatura e nuovo cemento. La zona, da sempre giudicata a rischio idrogeologico, è addirittura passata con l’ultimo piano di bacino nella fascia di rischio massima. Non si può pensare di rendere impermeabile all’acqua anche questa porzione di territorio. Secondo noi l’area andrebbe restituita alla città, magari con la realizzazione di uno spazio verde, adatto alla socialità, che unirebbe San Fruttuoso, San Martino e il centro città».
    Il 14 ottobre scorso il comitato ha presentato, presso il circolo ARCI Zenzero, una mostra che riunisce dieci progetti di riqualificazione dell’area, realizzati in collaborazione con l’Università di Architettura. Si tratta di lavori prodotti da studenti del corso di architettura del paesaggio sotto il coordinamento della professoressa Adriana Ghersi.
    Questa mostra verrà a breve nuovamente esposta, dal 3 al 7 novembre, nei locali del Municipio Bassa Val Bisagno presso la Sala del Consiglio in Via Manzoni 1. «Sono progetti realizzati tenendo conto della normativa vigente e di quella in corso di approvazione – tiene a precisare il presidente del Municipio Massimo Ferrante – Non si tratta di progetti virtuali, ma di piani di riqualificazione operativi e realistici. Gli studenti sono intervenuti su tutta l’area da Terralba a piazza Giusti, anche se al momento non è chiaro quali siano le intenzioni della proprietà. Certamente per legge qualunque intervento deve essere immaginato senza l’aumento della cubatura, ed anche per quanto riguarda la destinazione d’uso la normativa pone forti vincoli, resi ancora più stringenti dall’intervento della giunta Doria sul PUC ereditato dall’amministrazione Vincenzi».
    «Per l’area – conclude Ferrante – immaginiamo spazi verdi, servizi, attività produttive, non certo hotel o nuovi lotti residenziali, ed in quest’ottica ci sembra importante partecipare in sinergia con altre istituzioni e cittadini ad un vero e proprio dibattito sulla questione. Si tratta di dinamiche che in altri paesi sono la norma, ma spesso nel nostro paese sembriamo ignorare il valore di queste buone pratiche di collaborazione e sinergia”.

    Effettivamente l’ipotesi di creare un parco che unisca i quartieri di San Fruttuoso e San Martino è molto suggestiva, e potrebbe forse dare respiro e qualità della vita ad una zona di Genova densamente popolata, costretta in spazi relativamente stretti e scollegati. Non rimane che attendere l’approvazione del nuovo PUC, attesa non prima di dicembre, per capire meglio i margini di manovre che avranno FS e Comune; nel frattempo invitiamo tutti ad andare a vedere dal 3 novembre i progetti per il parco ferroviario nella Sala del Consiglio del Municipio in via Manzoni.

     

    Carlo Ramoino

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  • L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    amico-ritrovato-libreria-5La saracinesca è ancora tirata giù, quasi fino in fondo, ma le teste dei passanti che sbirciano incuriositi fanno capolino con cadenza regolare. Siamo in via Luccoli 98r, all’interno di palazzo Luccoli-Balestrino, a pochi metri da piazza Fontane Marose. Qui, come il dottor Grigio ci ha già anticipato sulla nostra pagina Facebook, oggi pomeriggio alle 16 ritroveremo un amico, anzi tanti amici. Sono i ragazzi costretti tempo fa ad abbandonare la libreria Assolibro nella vicina via San Luca, lasciando un grande vuoto nel cuore del centro storico e nell’offerta culturale della nostra città.

    «Da quando è finita l’avventura di Assolibro – ci racconta Marco Parodi, trentenne, uno dei soci di questa nuova avventura – abbiamo avuto una richiesta costante dalle persone che incontravamo per strada: quando riaprite? Dove vi potremo trovare? Interesse, certo, ma anche un po’ di pressione per noi. Speriamo che tutto ciò si traduca in un buon successo per questa ripartenza».

    La nuova libreria si chiamerà “L’amico ritrovato”, prendendo in prestito il titolo di un notissimo romanzo di Fred Uhlman, a testimonianza di un forte legame con l’esperienza passata.

    «Tutto nasce sicuramente dall’esperienza di Assolibro e dalla risposta forte che abbiamo avuto dai nostri clienti e dagli abitanti del centro storico quando siamo stati costretti a lasciare via San Luca. Certo, la chiusura non è stata una cosa repentina: i segnali c’erano già stati con ripetuti tentativi di vendita da parte della proprietà andati a vuoto. Noi ci eravamo già messi a vento per fare altro. C’è chi ha aperto altre librerie, chi ha iniziato a collaborare per un grande gruppo editoriale. Ma, in fondo, avevamo sempre il sogno di poter tornare presto nel centro storico, magari facendo cose che in Assolibro non eravamo così liberi di fare come l’organizzazione di presentazioni, l’autonomia nelle scelte editoriali, i contatti diretti con il territorio e soprattutto con le scuole. E appena abbiamo visto questi spazi, con queste splendide colonne in mezzo alla sala, ce ne siamo subito innamorati».

    120 mq molto accoglienti che hanno tutte le caratteristiche per diventare una nuova casa del libro nella Città Vecchia.

    «Il nostro obiettivo è quello di puntare il più possibile sulla fisicità del luogo. Bisogna creare un posto bello da frequentare perché lo stesso libro puoi comprarlo ovunque, e magari anche con un po’ più di sconto. Ma con il prezzo del libro acquistato qui vorremmo che fosse compresa anche l’esperienza di quella mezz’ora passata in un luogo piacevole. È un po’ come andare a prendersi un caffè: potresti farlo anche a casa ma non avresti il piacere di uscire, di andare a prenderlo in un bel posto, facendo quattro chiacchiere con persone piacevoli. Poi è ovvio che ci devono anche essere i libri perché se il posto fosse anche il più figo del mondo ma fosse un buco microscopico oppure male assortito, magari ci passi anche una volta a vederlo ma poi non ci torni più».

    Libri che si possono toccare, leggere e sfogliare. Non è un azzardo nella società dell’informatizzazione?

    «Nella crisi generalizzata del mercato dell’editoria credo che ci sia ancora spazio per fare qualcosa, soprattutto per le realtà medio-piccole e strettamente legate al territorio come la nostra: è molto più difficile per i megastore, che hanno spazi infiniti e tanti dipendenti da gestire con costi altissimi. Per la nostra dimensione, invece, paradossalmente la crisi può offrire qualche opportunità in più, ad esempio dal punto di vista della disponibilità di locali. Poi, naturalmente, ci sono anche le nostre forti motivazioni personali e il grande affiatamento che ci ha portato a realizzare questo sogno. Ma anche le piccole librerie devono fare un salto di qualità e trasformarsi in qualcosa di altro rispetto al posto dove entri, stai cinque minuti a cercare il libro giusto, e te ne torni subito a casa. Comunque anche noi abbiamo la nostra pagina Facebook e il nostro sito internet. Ed è anche possibile che presto si riesca a lanciare un servizio di vendita online: ma niente droni stile Amazon, vorremo davvero puntare il più possibile sul contatto umano».

    Non solo libri, quindi?

    amico-ritrovato-libreria-6«Vorremmo essere qualcosa di più che un semplice esercizio commerciale. Sarebbe bello poter dire un giorno che siamo riusciti a offrire alla città un valore aggiunto anche dal punto di vista culturale. Per questo, ad esempio, puntiamo molto sul rapporto con le scuole. Oltre a una sezione per bambini molto curata (il taglio della libreria è comunque generalista con saggi, best seller, grandi classici e collane di letteratura un po’ più di qualità, ndr), anche grazie al continuo fermento in questo settore che si sta rinnovando molto dal punto di vista delle illustrazioni e della grafica, cercheremo di dar vita a percorsi di lettura pensati per le scuole e a qualche laboratorio coinvolgente. Poi naturalmente, presentazioni, eventi per tutti, magari piccole mostre perché siamo convinti che più cose proporremo più avremo modo di far vivere la libreria».

    Sembra tutto bello e facile. Ma allora perché non ci avete pensato prima?

    «In realtà, qualche tosta difficoltà abbiamo dovuta affrontarla anche noi. Innanzitutto ci siamo dovuti costituire come società e investire un bel po’ dei nostri risparmi: una cosa possibile solo grazie al fatto che tutti noi nel frattempo abbiamo mantenuto un’altra attività, sempre legata al mondo editoriale. Ma la gestione del tempo tra lavoro, famiglia e libreria da mettere in piedi è stata piuttosto faticosa. Poi, siamo stati fortunati a trovare i locali già con impianto elettrico e di condizionamento pronto: abbiamo solo dovuto tirare giù una tramezza, tinteggiare, cambiare un po’ l’illuminazione e naturalmente sistemare gli arredi. Passaggi comunque non semplici perché il palazzo è vincolato dalla Sovrintendenza sia internamente che esternamente, tanto che dovevamo già aprire prima dell’estate ma siamo stati costretti a rimandare fino ad oggi».

    Nessun aiuto dal Comune? In fondo siete tutti piuttosto giovani e la cultura sembra essere uno dei punti di riferimento di questa amministrazione.

    «In effetti avevamo parlato anche direttamente con il sindaco per un progetto decisamente ambizioso che chiamava in causa una complessiva riqualificazione della loggia di piazza Banchi: un progetto integrato che non prevedesse solo un esercizio commerciale ma anche altre attività culturali, di integrazione e multiculturalità. Insomma, un qualcosa che potesse rappresentare un vero presidio per il territorio, dal mattino alla sera, e non la vergogna che è adesso, con i turisti che si trovano quasi sempre la porta sbarrata. Ma il progetto si è arenato e noi non potevamo restare al palo per altri dieci anni. A dire il vero qualche altra proposta ci è stata avanzata ma per spazi assolutamente non consoni».

    Poi, per fortuna, è saltato fuori questo palazzo con le sue affascinanti colonne. Insomma se passate in centro, un salto da queste parti potrebbe valere la pena di farlo: Marco e colleghi saranno ben felici di potervi consigliare qualche lettura. Non vi potranno offrire il caffè, quantomeno non in libreria… «ma solo perché non c’è abbastanza spazio». Ci sarà, però, un comodo angolo lettura da cui nessuno vi spodesterà. E presto potrebbe anche esserci l’esposizione delle copie in consultazione del bimestrale cartaceo di Era Superba… Ma di questo speriamo di potervi dare conto prossimamente.

    Simone D’Ambrosio

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  • Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSi chiamano “Patti d’area” e sono un nuovo strumento messo a disposizione di tutti i Comuni liguri dall’ultima programmazione regionale sul commercio che dovrebbe favorire l’insediamento su uno specifico territorio di nuove imprese al fine di fornire allo stesso territorio una precisa identità dal punto di vista del mix merceologico offerto. Una proposta innovativa, soprattutto perché praticamente mai utilizzata prima, che tenta in qualche modo di porre un freno all’eccesso di liberalizzazione nell’universo commerciale.

    Questo specifico territorio commerciale a Genova ha un nome preciso e si chiama Civ, Centro integrato di via, già formalmente riconosciuto e perimetrato in maniera ben definita. E il Comune di Genova ha già in progetto di dare vita a tre Patti d’area che riguarderanno altrettanti Civ.

    Il primo, questione di settimane secondo le previsioni e le speranze strappate all’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, si concentrerà nella zona di Prè. Insieme con il nuovo regolamento della sicurezza che riguarderà il centro storico e che l’assessore Fiorini sta ultimando, dovrebbe rappresentare un efficace e produttivo strumento di riqualificazione. «Da un lato – spiega l’assessore Oddone – cercheremo di favorire l’insediamento di nuove imprese introducendo un calmiere sui canoni d’affitto che non potranno superare il valore di mercato dei locali; dall’altro, stileremo una lista di mix merceologico che andrà a definire e identificare una particolare area della città dal punto di vista commerciale e artigianale. Il tutto in stretta collaborazione non solo con le associazioni di categoria, la Camera di commercio, i Municipi e la Regione, ma anche con la questura, i carabinieri e la guardia di finanza per limitare quelle attività che rappresentano una servitù e un peso eccessivo, soprattutto in termini di sicurezza, per determinati quartieri».

    Inoltre, l’amministrazione conta su un altro strumento che funga da richiamo per l’apertura di nuove attività, sostituendosi in parte al ruolo che dovrebbero interpretare le banche ma che ormai non svolgono più da tempo: l’introduzione di un prestito a tassi molto vantaggiosi per aiutare imprese commerciali e artigiane a tirare su nuove saracinesche. «L’obiettivo – ci racconta Oddone – è quello di innescare un circolo virtuoso per cui nuove attività portino un maggior flusso di persone e un interesse rinnovato per alcune zone della città. Per fare questo utilizzeremo quel poco di risorse residuate da vecchi bandi e difese con le unghie e con i denti da richieste improprie da Roma che, oltre a non dare soldi nuovi, vorrebbe indietro anche gli spiccioli che sono stati risparmiati nel passato con azioni virtuose».

    Lo schema di base, naturalmente, sarà lo stesso per tutti i Patti d’area e per tutti Civ che intendessero muoversi in quest’ambito. Per questo motivo è necessario che il progetto pilota sia disegnato precisamente in tutti i suoi dettagli, in modo che gli altri possano poi seguirne la strada e muoversi in un percorso più agevole e già tracciato. «Anche perché – aggiunge Oddone – il rischio di ricorsi al Tar da parte di chi non vede di buon occhio il Patto e si vede respingere l’autorizzazione per l’apertura di una nuova attività è molto alto. Per cui dobbiamo avere la piena consapevolezza di quello che stiamo facendo per sbaragliare qualsiasi opposizione, un po’ come successo per il regolamento anti slot contro il gioco d’azzardo». Già perché, una volta siglato, il Patto d’area sarà vincolante per tutti i locali del territorio e non basterà più una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per dare via a un nuovo esercizio commerciale ma si tornerà al sistema delle concessioni di autorizzazione. «All’interno di tutto il perimetro del Civ si dovrà sottostare a quello che si deciderà nel Patto – sottolinea l’assessore allo Sviluppo economico – per cui se decidiamo che alcune attività sono troppo impattanti per un quartiere, certe merci non vi potranno più entrare». O, meglio, non potranno diffondersi più di quanto non lo siano già. «È evidente – prosegue Oddone – che se il proprietario di un locale ricevesse un’offerta sostanziosa da un nuovo possibile esercente, farà di tutto per vendere o affittare i propri muri e guadagnare il più possibile anche se l’attività economica che si andrebbe a insediare fosse nella “lista nera” del Patto d’area».

    Senza alcuna valutazione di merito, un esempio concreto però potrebbe aiutare a comprendere meglio. Se si decidesse che a Pré ci fosse una concentrazione eccessiva di “kebabbari”, nel Patto d’area ci sarebbe scritto che non potrebbero essere aperti altri esercizi di questo tenore. E l’imposizione non varrebbe solo per un determinato locale piuttosto che per un altro ma per tutto il territorio del Civ.

    «L’avvio dei Patti d’area assieme alle nuove norme di sicurezza per il centro che sono in via di definizione rappresentano due importanti tasselli nel processo di contenimento di una serie di fenomeni poco virtuosi che riguardano da vicino il nostro territorio» commenta Maria Carla Italia, assessore allo Sviluppo economico e alla Coesione sociale del Municipio I – Centro Est.

    La scelta di partire da Pré non è casuale. C’è sicuramente la necessità di riqualificare un quartiere lasciato andare un po’ troppo a se stesso ma non è il solo elemento che ha portato l’amministrazione a propendere per questa porzione del centro storico. In zona, infatti, il Comune è proprietario di diversi locali che potrà mettere a disposizione fin da subito per creare un po’ di massa critica insieme con altri spazi che la Sovrintendenza si è già resa disponibile a impiegare per le finalità del patto. Così, le istituzioni potranno fungere da esempio virtuoso per tutti i privati che vorranno aderire al patto mettendo a disposizione i propri possedimenti, alle condizioni condivise.

    «Avevamo individuato l’utilità dei Patti d’area fin da subito – prosegue Maria Carla Italia – probabilmente ancora prima del Comune, dato che in tempi non sospetti avevamo audito i dirigenti della Regione in un’apposita Commissione municipale. Crediamo siano uno strumento molto utile per individuare una tipologia di attività commerciali meritevoli di essere sfruttate. Attraverso i Patti d’area possiamo, infatti, dare respiro a un vero e proprio progetto di quartiere che ci consenta di puntare su alcune tipologie commerciali e artigianali che riteniamo più funzionali al raggiungimento delle finalità che ci siamo posti per quel particolare territorio».

    Dopo Pré ci si sposterà di pochi metri per lanciare il secondo Patto d’area alla Maddalena: qui è più difficile avere previsioni ufficiali ma il grande attivismo di cittadini e commercianti che vivono il Sestiere aiuterà certamente a bruciare le ultime tappe. La partecipazione di tutti i cittadini, in questo caso, assume un ruolo ancor più fondamentale per coinvolgere fin da subito i privati dal momento che il Comune, a differenza di Pré, non può contare su grandi proprietà. Terzo e, per il momento, ultimo patto dovrebbe riguardare i “voltini” di via Buranello, ovvero gli spazi sottostanti la ferrovia in zona Sampierdarena: il condizionale, però, è ancora d’obbligo perché Rfi, proprietaria degli spazi, non sembra essere particolarmente interessata a una collaborazione.

    Se dovesse funzionare, comunque, lo strumento del Patto d’area potrebbe essere esteso un po’ a qualunque area della città da levante a ponente, dalla costa alle valli. «Ad esempio – conclude Oddone – nulla vieta che nasca un Patto d’area in via XX settembre per salvaguardarne l’identità di centro commerciale urbano di qualità attraverso un progetto ben disegnato che vada incontro alle diverse istanze spesso sollevate dai negozianti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Wow! Science Center, Porto Antico: le ragioni della chiusura e il futuro dell’area

    Wow! Science Center, Porto Antico: le ragioni della chiusura e il futuro dell’area

    imageEra stato inaugurato il primo marzo 2013, ai Magazzini del Cotone di Genova. All’epoca era stato salutato benevolmente da tutti (noi di Era Superba ne avevamo parlato qui, e anche sul numero 45 della nostra rivista), soprattutto dalle autorità di Porto Antico S.pA. e dal gruppo Costa Edutainment. Ma a distanza di nemmeno un anno, Wow! Science Center, polo scientifico-culturale del Porto Antico promosso dalla fondazione Edoardo Garrone, è già chiuso, costretto a cedere alle pressioni economiche, alla mancanza di fondi e alla carenza di visitatori, molto inferiori rispetto al previsto.

    E la cosa, naturalmente, non rallegra nessuno: uno dei pochi poli culturali a presidiare un’area satura di esercizi commerciali, di ristorazione e uffici amministrativi: poco prima della sua inaugurazione ne avevamo parlato con Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico S.p.A. in una lunga intervista in cui si cercava di capire come l’inaugurazione di Wow! e il concomitante rinnovamento del Museo dell’Antartide potessero cambiare volto a una zona strategica della nostra città.

    Il perché della chiusura di Wow! Science Center

    Chiusi i battenti dopo soli dieci mesi di attività: questo, in sintesi, il bilancio dell’esperienza di Wow!, il museo interattivo voluto da Riccardo Garrone e a lui dedicato che ha contato solo la modica cifra di 40 mila visitatori (32 mila paganti), a fronte dei 300 mila stimati nell’arco di un anno. Numeri che non sono sembrati sufficienti: le cause dell’insuccesso, nonostante il fervore con cui era stato salutato, sono riconducibili alla crisi interna al sistema scolastico cittadino (e italiano), in cui – scarseggiando i fondi – sono stati operati tagli su gite e uscite didattiche: proprio agli alunni e alle scolaresche, infatti, si rivolgeva Wow!.
    Inoltre, il format impiegato, da rivisitare in base alla richiesta dei visitatori, non ha funzionato.

    «Wow! Genova Science Center è chiuso dall’inizio di gennaio – commenta la Dott.ssa Gardella, portavoce della Fondazione Edoardo Garrone – la motivazione principale della chiusura è la crisi del mercato delle gite scolastiche, le scuole sono infatti uno dei target principali per il centro di divulgazione scientifica dedicato in particolare ai più giovani, una crisi legata ovviamente alla più generale crisi economica e dei consumi. Come dichiarato non molto tempo fa da Antonio Bruzzone, Amministratore Delegato della società Science Expo Center Genova, “I numeri registrati in realtà ci incoraggiano ad andare avanti, ma al tempo stesso ci suggeriscono di affrontare un ripensamento per meglio adeguarci alle esigenze delle scuole e dei visitatori, profondamente mutate negli ultimi anni».

    “Il centro è chiuso per motivi tecnici e riaprirà non appena possibile”, si legge sulla vetrina di Wow!, e il cartello fa ben sperare in una riapertura, non appena arriveranno tempi migliori. Una soluzione transitoria e non permanente, dunque, che tuttavia farà riflettere organizzatori e promotori sulla necessità di ripensare le dinamiche messe in atto finora, per evitare un ulteriore flop. Chissà che in autunno Wow! non torni a meravigliare ragazzi, bambini, famiglie, genovesi e turisti, con nuove mostre e percorsi didattici.
    È possibile? Lo chiediamo ad Alberto Cappato, Direttore Generale di Porto Antico S.p.A: «Wow! ha chiuso addirittura a fine 2013. Purtroppo, nonostante l’idea fosse estremamente interessante ed innovativa, la risposta del pubblico non ha rispettato le aspettative degli organizzatori dell’iniziativa. Probabilmente sarebbe stato necessario un maggior investimento in promozione. Va considerato che per iniziative di questo genere i primi due anni di vita sono molto complessi e sono necessari ingenti investimenti. Mostre che cambiano ogni tre mesi necessitano un imponente sforzo in termini di comunicazione. La chiusura di WOW! con la formula attuale è definitiva, ma a brevissimo (primi di maggio) vi saranno novità interessanti relative all’utilizzo degli spazi».

    L’attività di Wow!

    imageWow! era stato pensato per inserirsi nel progetto Genova Science Center: promosso dalla Fondazione Garrone, era amministrato dalla società costituita ad hoc nel 2013, la Science Expo Center Genova Srl. Originariamente la sua offerta prevedeva, ogni anno, tre mostre interattive di 4 mesi ciascuna con effetti speciali e riproduzioni in 3D, selezionate tra la migliore produzione internazionale di intrattenimento formativo e presentate per la prima volta in Italia. Lo scopo era quello di educare e divertire, con un marcato intento didattico che si rivolgeva perlopiù ai più giovani (bambini, famiglie, alunni delle scuole primarie e secondarie). Wow! ha trovato spazio all’interno dei Magazzini del Cotone, nel primo modulo, proprio nel complesso che già ospita la Città dei Ragazzi e la Biblioteca De Amicis, allo scopo di creare un continuum con queste realtà. Uno spazio di 1500 mq in cui la divulgazione scientifica fosse un tutt’uno con cultura, esperienza e divertimento. Non a caso lo slogan di Wow! Genova Science Center era proprio “La scienza è uno spettacolo”: non si sarebbe potuta trovare una “dichiarazione di intenti” più esplicita di questa. Anche il nome Wow! non era casuale, bensì scelto per richiamare l’idea di stupore e meraviglia da un lato, e l’aspetto ludico dall’altro. Genova, insomma, sembrava ad ogni effetto la città adatta ad ospitare un’iniziativa del genere, che si inseriva nel solco tracciato negli ultimi dieci anni da un evento scientifico dalla portata internazionale, come il Festival della Scienza, la cui tradizione è ormai ben consolidata.
    La presenza costante e duratura di Wow! avrebbe permesso di dare continuità lungo tutto l’anno alla manifestazione temporanea del Festival, contribuendo a fare del Porto Antico un museo a cielo aperto, tra Acquario, Museo dell’Antartide e Science Center, per incentivare il turismo culturale. Non a caso era stato proprio il Festival della Scienza a battezzare anticipatamente gli spazi in cui doveva sorgere Wow!, durante la decima edizione, quella del 2012: nei locali era stata allestita la mostra I giochi di Einstein, e Ginowa, hiar 2492 (Genova, anno 2492).

    Ad aprire l’attività dello Science Center, la mostra ‘Brain, the world inside your head’, da marzo a giugno 2013, prodotta da Evergreen Exhibitions e incentrata sugli sviluppi della ricerca scientifica sul cervello: un viaggio all’interno del cervello umano tra allestimenti interattivi e riproduzioni 3D. Successivamente, in autunno era stato il turno di ‘ABISSI – Missione in fondo al mare’, sempre di Evergreen Exhibitions: viaggio in tre stazioni alla scoperta delle profondità dell’oceano. Infine, ‘2050’ dal 16 novembre al 9 febbraio 2014: mostra ideata dal Science Museum di Londra, in cui si cerca di rispondere ad alcune importanti questioni scientifiche e tecnologiche che hanno un effetto determinante sul presente e sul futuro della nostra esistenza.
    Inoltre, laboratori per le scuole ed eventi collegati a mostre di arte contemporanea allestite nello stesso periodo a Villa Croce, per rinforzare l’interazione con le varie realtà cittadine, non solo con il Porto Antico. L’obiettivo dichiarato dalla Fondazione Garrone, all’epoca, era arrivare a produrre gli eventi direttamente a Genova, da esportare anche fuori.

     

    Elettra Antognetti

  • #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    botteghe-storiche-genovaNon solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.

    botteghe-storiche-genova-barbiere-caprettariParliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
    A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».

    L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».

    Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • Nervi, Marinella: nuova vita per lo storico hotel della passeggiata, ma la veranda è abusiva

    Nervi, Marinella: nuova vita per lo storico hotel della passeggiata, ma la veranda è abusiva

    Hotel Marinella, NerviIl 5 novembre, rispondendo a un articolo 54 allora sollevato dal consigliere Mario Baroni, l’assessore al Demanio e al Patrimonio, Francesco Miceli, aveva annunciato che la “Marinella” di Nervi avrebbe presto conosciuto il nome dei suoi nuovi gestori. A tre mesi da allora, lo stesso Baroni è tornato a porre la questione all’attenzione del Consiglio comunale dato che nel frattempo non è stato riscontrato alcun progresso: «È impensabile – ha detto l’esponente del Gruppo Misto – che in uno dei luoghi più affascinanti della nostra città permanga ancora questo spettacolo indegno. Proprio poche ore fa ho avuto conferma che continuano gli ingressi abusivi nella struttura da parte di persone senza fissa dimora, come già segnalato in passato». Il consigliere ha anche aggiunto che la struttura è sempre più fatiscente e lo stato di abbandono la espone costantemente all’erosione degli elementi naturali, come hanno ampiamente dimostrato le mareggiate dello scorso weekend.

    «Abbiamo bisogno che la passeggiata porti un indotto turistico – ha tuonato il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – e non capisco perché la giunta abbia il freno a mano tirato su questa situazione. È vero che l’edificio sorge su terreno demaniale ma è anche vero che la struttura è abbandonata da due anni».

    «Non c’è nessun freno a mano tirato da parte del Comune – ha risposto Miceli – dato che il Tribunale di Genova ha dichiarato il fallimento della società che gestiva l’impianto solamente il 15 novembre 2012. Da quel momento l’amministrazione si è mossa per ottenere gli interessi dei privati, anche se il bene era ed è ancora sotto la custodia del curatore fallimentare. Nel frattempo, sono anche stati fatti diversi sopralluoghi con successivi interventi della polizia per allontanare alcune presenze abusive».

    Come già anticipato tre mesi or sono, l’assessore ha confermato il recepimento di 6 manifestazioni di interesse da parte di privati per subentrare nella riqualificazione e gestione dell’immobile. Tuttavia, prima di procedere alla scelta dell’offerta migliore e quindi alla nuova concessione della Marinella, è necessario superare un ultimo ostacolo: la formalizzazione della procedura, infatti, è subordinata alla rimozione della “storica” veranda sul mare, costruita dal precedente gestore in violazione delle norme urbanistiche e paesaggistiche. In sostanza, la veranda è un abuso edilizio perché è stata realizzata senza le necessarie autorizzazioni e va, dunque, eliminata.

    Perché questa “bonifica” dell’immobile non è ancora stata effettuata? La ragione va ricercata nel fatto che attualmente la Marinella, di proprietà del Demanio marittimo e gestita per convenzione dal Comune, è in custodia del curatore fallimentare della società che gestiva l’impianto nel passato: il 6 febbraio la direzione Patrimonio e Demanio del Comune di Genova ha intimato al curatore di procedere alla rimozione della struttura per poter concludere la gara di assegnazione della nuova concessione. Il curatore avrà ora 20 giorni di tempo per provvedere, altrimenti la veranda verrà eliminata direttamente dal Comune addebitando i costi al curatore, il quale tuttavia ha già risposto che entro la fine del mese sistemerà la situazione.

    «Eliminato l’abuso – assicura Miceli – si potrà finalmente procedere con l’assegnazione dell’immobile che manterrà la destinazione d’uso precedente di stazione balneare e albergo-ristorante. La speranza è dunque di vedere la struttura riaperta già entro l’estate». Non facilissimo, dato che dopo la formalizzazione della nuova concessione, i privati dovranno innanzitutto provvedere alla ristrutturazione del bene. Senza dimenticare che l’eliminazione della veranda rischia di togliere grande appeal dal punto di vista turistico-commerciale.

    «Non rendendo più agibile la parte prospiciente al mare – sottolinea il consigliere Baroni – la Marinella perderebbe molto del suo fascino. Tra l’altro non mi spiego come non sia stato possibile intervenire nel passato: fare delle sanzioni a un’azienda fallita mi sembra tempo perso».

    «Senza la balconata – fa eco Lilli Lauro – l’immobile rischia di diventare un pacco commerciale e non so se i sei privati sarebbero sempre interessati. Perché, invece di eliminarla, non la rendiamo sicura dal punto di vista strutturale e paesaggistico? Rimuoviamo solo lo stretto necessario e provvediamo alle necessarie autorizzazioni, naturalmente facendo pagare i nuovi concessionari per poter utilizzare lo spazio sul mare».

    La sensazione è che l’iter per la rimozione sia ormai definitivamente partito. Ma non è detto che i nuovi gestori, appena ottenute le chiavi della struttura, non possano muoversi per restituire alla Marinella il suo sguardo sul mare di Nervi, in piena legalità. D’altronde, ne avrebbero tutti gli interessi.

    Simone D’Ambrosio

  • Piazza dei Ragazzi, Indoratori: come gestire il giardino della Città Vecchia

    Piazza dei Ragazzi, Indoratori: come gestire il giardino della Città Vecchia

    piazza-ragazzi-indoratori (4)Vi è mai capitato di inoltrarvi nei caruggi genovesi, fino a Vico degli Indoratori? Un vicoletto sito nel cuore del centro storico, nascosto dietro alla Cattedrale di San Lorenzo. Ai fortunati che avranno avuto il piacere di trovarsi in questo vico, non sarà di certo sfuggito il bel giardino che si staglia nel mezzo della strada: Piazza dei Ragazzi.
    Tempo fa questa era una delle zone più vitali della città, centro pulsante del mercato e dell’economia genovese. Ma oggi qual è la situazione? Non più così rosea come un tempo: perlopiù serrande chiuse, sporcizia e degrado, se non fosse per la lungimiranza di alcuni ristoratori che hanno deciso anni fa di insediare proprio qui le loro attività commerciali. Sull’onda di queste prime iniziative, adesso ne stanno sorgendo di nuove: è il caso di Garage 1517, second hand shop e minimarket gestito da giovanissimi, cui si lega l’Associazione Culturale Less is More per l’organizzazione di eventi. Siamo andati a parlare con loro della ripresa del quartiere e del futuro del giardino: uno spazio pubblico oggi scarsamente utilizzato e a cui si pensa di ridare vita entro l’estate. Tuttavia, i soggetti coinvolti sono tanti, dal Municipio Centro Est al Comune di Genova ai privati, residenti e commercianti…

     

    Vico Indoratori e piazza dei Ragazzi, ristrutturazione del Comune e gestione dei commercianti

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    Per quanto riguarda Vico Indoratori, si tratta di uno dei più antichi di Genova, il cui nome rievoca un po’ della sua storia: come si può intuire, verso la fine del Cinquecento vi giunsero artigiani “indoratori” che vi stabilirono le proprie botteghe. Questa professione all’epoca era molto rinomata: elevata al rango di arte nel XIV secolo, era fonte sicura di arricchimento, esercitata da persone benestanti. In tempi più recenti, inoltre, Vico Indoratori fu sede del grande mobilificio Cernaia, attivo per oltre 70 anni e costretto alla chiusura nel 2011. Oggi l’insegna trasparente, dai bordi bianchi, è ancora visibile e campeggia -spenta- nello stretto vicolo, circondata da serrande abbassate e locali sfitti. Ci raccontano i ragazzi di Garage 1517: «Ci siamo insediati da pochi mesi in questa zona. Abbiamo trovato questo fondo a un prezzo accessibile, in una zona che secondo noi ha forte bisogno di nuovi stimoli e di investimenti coraggiosi come il nostro. Il problema è che attorno a noi c’è poco. Sappiamo che molti edifici sono di proprietà di Cernaia e gli affitti non sono abboradbili per tutti. Questo dissuade molti a insediarsi nella zona e costringe chi già è qui ad andare via».

    Per quanto riguarda il giardino, invece, proprio 10 anni fa, nel 2004 c’è stata la ristrutturazione dello spazio voluta dal Comune di Genova, con l’aiuto del Municipio Centro Est, mediante l’utilizzo dei fondi POR-Fesr nell’ambito del progetto “Urban II Genova Centro Storico”. Qui storicamente sorgeva un edificio che poi, nel corso della seconda guerra mondiale, è stato bombardato. Da quel momento in poi le macerie sono rimaste in quel luogo e sono state tolte soltanto un ventennio fa per iniziativa dei cittadini, che hanno recintato la zona. Da allora il luogo è noto come Piazza dei Ragazzi. Ad occuparsene oggi c’è da un lato la storica locanda Ombre Rosse, da anni presidio della zona; dall’altro, i gestori dell’Associazione Piazza dei Ragazzi. Questi due soggetti insieme hanno curato finora (d’accordo col Municipio) manutenzione e gestione del giardino pubblico, di cui sono gli unici a possedere le chiavi. Molto spesso, però, il giardino resta chiuso: i membri dell’Associazione Piazza dei Ragazzi da qualche tempo sembrerebbero non frequentare più la sede, dopo che sarebbero insorti problemi con il Municipio legati al pagamento di un canone di locazione. L’apertura resta subordinata all’uso che ne fa Ombre Rosse: perlopiù il giardino è accessibile all’ora di pranzo o nel tardo pomeriggio, soprattutto nella bella stagione. È in vigore un accordo con l’amministrazione per cui il ristorante può usufruire di parte del giardino e delle attrezzature come ricompensa per l’attività di manutenzione attualmente svolta. Nulla vieterebbe a chiunque altro -pur non essendo avventore del ristorante- di pranzare all’aperto, o di studiare nel giardino, o di sedersi all’ombra. Nei fatti, tuttavia, abbiamo visto come le cose non stiano esattamente così.

     

    Il futuro: i progetti per la primavera-estate 2014

    piazza-ragazzi-indoratori (5)Da un po’ di tempo sembra che ci siano i presupposti per cambiare le cose. I nuovi propretari di Ombre Rosse e i ragazzi di Garage 1517 stanno mettendo a punto con l’amministrazione competente un piano per garantire l’apertura pressoché costante del giardino e per proporre un calendario di eventi di intrattenimento: un modo per ridare lustro alla zona e dirottare turisti e genovesi da San Lorenzo a qui. Per quanto riguarda gli eventi, le proposte sono tante: dal mercatino biologico a km 0, a quello vintage; dai concerti acustici, agli aperitivi in musica. Certo, nei fatti le cose sono più complicate. Raccontano da Garage 1517: «Ci sembrava uno spreco che questo spazio restasse scarsamente utilizzato. Per questo abbiamo consultato i responsabili dell’Ufficio Verde e Volontariato del Municipio I. Tanto per cominciare, ci siamo candidati come volontari del verde, in modo da poter collaborare in prima persona alla manutenzione dello spazio. Da parte loro, la massima disponibilità solo che non riusciamo a capire quali sono i privilegi di cui poter godere in qualità di volontari e le iniziative cui potremmo dare vita. L’obiettivo è che entro la primavera-estate 2014 il giardino diventi operativo e sia restituito alla cittadinanza».

    Tra le tante idee, anche quella di una mostra, in collaborazione con Noveinternotre e altri studi di design della zona, dedicata alla riscoperta di Piazza dei Ragazzi: i partecipanti (artisti, grafici, pittori, fotografi) sono chiamati a rappresentare, ognuno con i propri mezzi, la storia della Piazza. Un modo per sensibilizzare i genovesi su un angolo nascosto della loro città e dare spazio alle iniziative dei più giovani.

     

    Elettra Antognetti

  • Darsena, Casa dei Pescatori: un nuovo mercato per la vendita del pesce

    Darsena, Casa dei Pescatori: un nuovo mercato per la vendita del pesce

    imageVenerdì (20 dicembre) verrà ufficialmente inaugurata la nuova Casa dei Pescatori alla Darsena. Un iter lunghissimo che inizia nel 2008 quando i pescatori ottennero il via libera, dopo anni di tira e molla con l’Autorità Portuale, per ormeggiare alla vecchia Darsena le barche e ricoverare le reti. In quell’occasione il Comune chiese agli addetti ai lavori di presentare entro i primi mesi del 2009 un progetto per organizzare la vendita del pesce in loco.

    Oggi, a distanza di cinque anni, il mercato galleggiante vede finalmente la luce. Due piani allestiti con banchi per la vendita e la pulizia nel cuore di Calata Vignoso, con tanto di celle frigorifere e spogliatoi al piano inferiore. La struttura, ditata anche di impianto fotovoltaico, è stata assegnata dal Comune in concessione all’Associazione Pescatori Liguri che avrà a disposizione 150 metri di banchina e 450 mq di spazi a terra.

    Su commissione del Comune di Genova, i lavori sono sono costati in totale poco meno di un milione e 400 mila euro, una spesa non certo irrilevante  che ha visto le casse comunali contribuire con 206.000 euro, la differenza a carico del Fondo Europeo per la Pesca.

  • Sarzano, accessi auto e moto alla piazza: il Civ chiede aiuto a Tursi

    Sarzano, accessi auto e moto alla piazza: il Civ chiede aiuto a Tursi

    piazza-sarzano-centro-storicoQuella di Sarzano/Sant’Agostino è un’area meno problematica di altre all’interno del contesto della Città Vecchia: è stata una delle prime zone a essere sottoposta a un’operazione di risanamento, grazie alla quale si sono attenuati nel giro di pochi anni problemi legati alla microcriminalità e al degrado. Oggi c’è un nuovo mercato, un nuovo discount e, se è vero che molti negozi chiudono, ciò è compensato dall’apertura di tanti nuovi esercizi.

    Nel corso dell’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad abbiamo incontrato la presidente del CIV Sarzano, Antonella Davite, che ha voluto portare alla nostra attenzione il problema annoso della regolamentazione del traffico nella piazza: qui, dal 1986 è iniziata un’operazione di pedonalizzazione con introduzione di ZTL e, sempre negli stessi anni, è stata inserita la prima telecamera di sorveglianza del centro storico genovese.

    marina-park-sarzanoNegli anni ’90, poi, con il crollo della caserma dei pompieri di Via della Marina, si è decisa la creazione di un nuovo parcheggio gestito dalla Marina Park, che sarebbe dovuto essere adibito alla sosta (a rotazione e/o a pagamento, ma a tariffa ridotta rispetto a quelle correnti) dei non residenti nel centro storico. Oggi, l’operazione sembra essere stata fallimentare: pochi i posti auto (molti dei quali venduti ai residenti); qualche posto per le moto; aree per la sosta di bus e camper, che restano perlopiù inutilizzati, con conseguente spreco di spazio.

    Nel 2009, poi, l’inserimento di altre 10 telecamere accompagnate dalle rumorose polemiche dei commercianti per la drastica diminuzione di passaggio e transito verso la piazza. Una “pedonalizzazione parziale” che, secondo il Civ, avrebbe portato al collasso dei commerci, danneggiando anche il tessuto sociale della zona: «Il problema -dice Davite- è che si è voluto tutelare il territorio, senza riuscirci: oggi le attività commerciali subiscono i danni della pedonalizzazione mancata e della carenza di parcheggi per facilitare l’affluenza dei genovesi che vengono da fuori. Chiediamo parcheggi a rotazione di due ore in Piazza Sarzano e la modifica degli accessi alla piazza da Via Ravasco e Via della Marina, con lo spostamento delle telecamere dall’attuale posizione all’inizio di Stradone S. Agostino. Deve essere facilitato l’accesso al centro per fermare l’emorragia degli esercizi che chiudono, in un momento già di per sé di crisi. Questo è un territorio fragilissimo: nonostante ci sia stata una ripresa, c’è il rischio di un ritorno al degrado».

    mercato-sarzano-8Da tempo, raccontano i rappresentanti del CIV, si tenta di sensibilizzare le istituzioni sul tema in questione, ma la risposta di Tursi non sembra soddisfare commercianti e residenti: da poco si è svolto un incontro con gli Assessori Dagnino (Moilità e Traffico) e Oddone (Commercio), che si sono recati di persona sul luogo in questione per cercare di capirne le problematiche. Tuttavia, dal CIV denunciano una situazione di abbandono e mettono in luce la scarsa propensione dell’Amministrazione a prendere una decisione univoca e concreta. Tanto più che per questa zona le aspettative sembrano essere tante: lo scorso luglio, l’inaugurazione dell’atteso mercatino rionale e l’apertura di un nuovo supermercato, per ridare slancio al commercio locale.

    «Ma come si possono intraprendere percorsi di rilancio della zona, se non sono aiutati da una politica concreta e duratura a sostegno delle attività? Ad esempio, per quanto riguarda il caso del mercato, avevamo proposto di introdurre l’utilizzo di un pullman per le vie del centro storico, per il trasporto dei genovesi che abitano in altri quartieri. La sperimentazione era già stata fatta, ma il pullman promesso ancora non si vede. C’è bisogno di rilanciare la zona e aprirla di più all’esterno: finora lavoriamo perlopiù con studenti e le attività più antiche si sono create un loro bacino di utenza che resiste, ma per chi decide di aprire adesso le cose sono difficili. Non possono essere gli studenti da soli a sostenere l’economia del quartiere».

    Il problema è che stanno collassandole attività storiche, come le piccole botteghe artigiane tipiche del centro storico genovese: molte hanno già chiuso, altre stanno chiudendo. Le vie più colpite sono quelle di Canneto il Lungo, San Bernardo, Via dei Giustiniani, a pochi passi da Piazza Sarzano: il problema, dicono dal CIV, è che la Piazza non riesce a essere centro propulsore in cui far giungere persone e farle confluire verso i caruggi del centro. «Nonostante la fermata della metropolitana, i genovesi scendono qui ma vanno altrove; nonostante queste zone siano a ridosso di Via San Lorenzo, i turisti o gli stessi genovesi non sono abbastanza stimolati ad addentrarsi nei vicoli. Bisogna intervenire finché si è in tempo».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Prà, canale di calma: concessioni da sbloccare per bar e ristoranti?

    Prà, canale di calma: concessioni da sbloccare per bar e ristoranti?

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-3Pensato per dividere il porto commerciale dalla città, il canale di calma di Genova Prà (ovvero l’approdo a mare compreso fra il porto e l’aurelia che si inserisce nel più vasto contesto della Fascia di Rispetto) nelle idee iniziali doveva essere il simbolo del rilancio di un quartiere “mutilato” dalla grande espansione industriale e dall’insediamento del porto commerciale, a discapito delle originarie spiagge, fonte di occupazione e di reddito per gli abitanti di Prà. Oggi, tuttavia, il canale sembra non aver risposto alle iniziali aspettative e, invece della passeggiata ricca di attrattive e frequentata dagli abitanti del Ponente (e non solo), è occupato soltanto dai pescatori della zona e frequentato sporadicamente dai cittadini, senza riuscire ad attrarre turismo e investimenti, e senza smuovere le sorti di un quartiere che “soffre” e che vive ben lontano da quel modello nerviese cui era stato inizialmente accostato.

    Nel corso di #EraOnTheRoad abbiamo raccolto la richiesta dei cittadini: perché non rendere più vivibile il luogo, magari aprendo bar e esercizi commerciali, in modo da creare aggregazione e dare maggior slancio anche al commercio nelle vie del centro storico? Questo quello che ne è emerso.

     

    Il rilancio commerciale del waterfront di Prà: il nodo delle concessioni

    pra-canale-calma-fascia-rispettoDi proprietà demaniale, ma amministrata dal Comune di Genova, la gestione del canale è stata delegata a Prà Viva, associazione sociale composta da soggetti nominati dal Comune per la gestione di tutti i servizi sulla fascia di rispetto. La passeggiata, lamentano molti dei cittadini, oggi è scarsamente utilizzata: nonostante molti praini la frequentino nelle giornate di sole per godere dell’ultimo baluardo dell’antica Prà “marinara”, le sue potenzialità non sono sfruttate al massimo.

    Perché non insediare bar e esercizi commerciali, per incentivare abitanti e turisti a frequentare il luogo e per movimentare i commerci, sia qui che nel centro del quartiere? Oggi ci sono solo le sedi dei pescatori associati al circolo di Prà Viva e alcuni distributori automatici, ma molti cittadini vorrebbero bar e ristoranti: cosa che non è così semplice, se si pensa che, essendo di proprietà demaniale, le concessioni non sono gestite dal Comune.

    Così commenta Ginetto Parodi di Prà Viva: «Anche se ci fosse la possibilità di sbloccare le concessioni, sarebbe un suicidio: per i nostri locali, ad esempio, noi paghiamo 60 euro/mq solo di concessione demaniale. Per un locale di 100 mq, sarebbero oltre 6 mila euro all’anno, difficile da sostenere. L’apertura di locali solo nella stagione estiva potrebbe essere un’alternativa, ma non è comunque conveniente. A Prà manca un piano commerciale forte: adesso lungo la fascia ci sono due bar (uno del nostro circolo, l’altro del centro sportivo) e il chiosco della stazione (arrivato solo nel 2011, n.d.r.) che reggono bene, ma per altri esercizi non sarebbe sostenibile perché non c’è movimento. Qui c’è solo la piscina che muove i traffici, con le sue 180 mila presenze annuali».

    Ma, concretamente, è possibile sbloccare le concessioni? Così l’Assessore al Commercio Francesco Oddone: «La Fascia di rispetto nel “Piano dei Pubblici Esercizi” è considerata zona 1 e per ottenere una licenza di somministrazione dovrebbero esser soddisfatti i relativi criteri richiesti. Nel caso in cui fosse possibile realizzare un chiosco, peraltro soluzione che visto il contesto appare più semplice, in questo caso verrebbe applicato l’art.3 del Piano e l’area considerata come se fosse in zona 2. In questo caso il rilascio della licenza di somministrazione sarebbe più semplice. L’iter da seguire sarebbe l’individuazione dell’area con un apposito provvedimento di Giunta e l’emissione di un bando con evidenza pubblica per l’assegnazione, per poi richiedere la relativa licenza. L’area in questione è però demaniale e in concessione a Prà Viva o a Comune di Genova – da verificare in base a dove collocata all’interno della Fascia di rispetto – in entrambi i casi la competenza è dell’ufficio Demanio che fa riferimento all’Assessore Garotta».

     

    La convivenza con il porto

    Altro problema del canale di calma, i container che, dal porto, avanzano a Levante, arrivando fino a metà della passeggiata. Continua Parodi: «Non sono stati rispettati gli impegni presi: avevamo chiesto una quinta alberata e container a 2, mentre ora sono a 4 o 5. Ormai sono arrivati a 200 metri dalle abitazioni: c’è rumore e senso di soffocamento, senza contare il problema del container radioattivo rimosso solo dopo un anno». Le stesse problematiche sono messe in evidenza dal Comitato per Prà, il cui portavoce Nicola Montese ricorda: «Una vergogna. Ci avevano assicurato che i container sarebbero stati delimitati entro una zona ben precisa, mentre continuano ad avanzare, incombendo anche su questo ultimo luogo “incontaminato” e donato ai cittadini».

     

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-2In questo quadro, il progetto di creare un grande waterfront che unisce Levante e Ponente sembra quantomai lontano. Le promesse di rinascita sembrano essere state disattese e i cittadini lamentano lo stato di abbandono in cui versa il quartiere, nonché la noncuranza dell’Amministrazione. Certo, il rilancio della Fascia di Rispetto e del canale di calma gioverebbe a tutto il quartiere e darebbe slancio anche alle vie del centro, oggi più movimentate, ma comunque troppo poco vive.
    Mauro Rossi, presidente del CIV Prà, racconta: «Il contesto commerciale praese è ridotto a due sole vie, Via Fusinato e Via Airaghi, centro storico e zona “privilegiata” rispetto alla realtà circostante. Tuttavia, anche noi qui paghiamo il prezzo delle promesse non mantenute: se fossimo sostenuti da un tessuto commerciale più forte ed esteso, saremmo più saldi. Ci siamo affidati all’Amministrazione, ma siamo stati ignorati, così abbiamo preso l’iniziativa. Non c’è mai stato un CIV ma da tre anni abbiamo deciso di fondarlo: in questo modo, lavoriamo in sinergia tra commercianti e diamo vita a iniziative sociali, come “castagnate”, feste, falò». Simile anche la posizione di Prà Viva: «Vorremmo creare condizioni utili per tutti nei 50 ettari di Fascia di Rispetto. È un’opportunità straordinaria per Prà e dobbiamo rimboccarci tutti le maniche, lavorando in sinergia, cosa che fino ad ora è mancata».

     

    Elettra Antognetti

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  • Sottoripa: il commercio nel centro storico, parola agli esercenti

    Sottoripa: il commercio nel centro storico, parola agli esercenti

    sottoripa-gran-ristoroIl commercio nel centro storico di Genova langue? Anche il capoluogo ligure, come e più degli altri, è stato colpito dalla crisi economica generale, che si va ad aggiungere al consueto “pessimismo” genovese, nonché a quella che è percepita come scarsa propensione a spendere. Ma qual è la situazione reale? Nel corso di #EraOnTheRoad nel cuore del centro storico, abbiamo raccolto la testimonianza del presidente del CIV di Sottoripa Stefano Boggiano, proprietario della storica paninoteca Gran Ristoro. Qui, un resoconto di quanto è emerso: un focus su una delle arterie maggiormente frequentate dai turisti che dal Porto raggiungono il centro cittadino.

     

    Il commercio nel centro genovese attraverso gli occhi di un “veterano”: qual è lo stato attuale?

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    «Parlo da presidente del CIV e da commerciante attivo sul panorama genovese da 28 anni, portando avanti un esercizio dalla storia quarantennale. Sottoripa ha un’importanza strategica perché sorge davanti al waterfront ed è la “porta” per il centro storico: dev’essere un bel biglietto da visita per invogliare i genovesi e soprattutto i turisti a varcare la soglia e scoprire i gioielli nascosti. Invece talvolta non lo è, e molti evitano queste rotte (ad esempio, mi riferisco alle polemiche per il fatto che i croceristi vengano dirottati all’outlet di Serravalle piuttosto che nei caruggi genovesi) e si vive di clienti affezionati, di persone che ci apprezzano da decenni. Noi siamo “privilegiati” perché siamo attivi da molto, i genovesi ci conoscono e continuano a preferirci, ma per un giovane, ad esempio, è diverso. Il problema è la presenza dell’Amministrazione, percepita da molti come ingombrante e fastidiosa, con la sua politica di tassazione pesante che soffoca le attività e il tessuto commerciale del centro. Tuttavia, non tutto è negativo: mentre il Comune latita quando si tratta di cose di secondaria importanza, è sempre in prima linea quando si tratta di cose importanti. Ad esempio, la prima edizione della Notte Bianca in centro: è stato un vero successo organizzativo e di pubblico, fallito solo per la sconsideratezza di alcuni di noi, che hanno raddoppiato i prezzi consueti delle merci, dissuadendo gli acquirenti dal partecipare alle edizioni successive. A mio avviso, la situazione del commercio nel centro storico non è tragica: il più è stato fatto, adesso bastano piccoli accorgimenti da attuare con il “buon senso del padre di famiglia”. Basta proclami, basta primedonne, agiamo con buon senso. È sufficiente questo per salvare un tessuto commerciale tutto sommato in buono stato. Se decade Sottoripa, un pezzo di città muore».

     

    Salvarsi dalla crisi e portare il commercio del centro al suo massimo: c’è una ricetta?

    «Innanzitutto, si deve “fare rete”, ricucire il tessuto. Ad esempio, stiamo pensando di fare un’esperienza pilota in collaborazione con la Curia genovese per creare occasioni di lavoro per i giovani in difficoltà, dando loro modo di imparare un mestiere creando anche aggregazione nei quartieri cittadini. L’idea è quella di tornare indietro agli anni ’50, quando il centro storico era una grande famiglia, i figli erano di tutti, si giocava in strada, ci si conosceva, c’era aggregazione. Insomma, vogliamo l’”effetto Paese” nel centro».

     

    E a livello amministrativo?

    «Si deve ricreare una politica sociale, dare una mano a chi apre non tanto riducendo le tasse (cose che, a livello locale, sarebbe difficile attuare, fin quando da Roma non arriveranno disposizioni diverse) ma semplificando la normativa, creando un testo unico per le imposte dirette: chi paga spesso non capisce nemmeno cosa sta pagando, si vede costretto a versare continuamente quote e sale la frustrazione. Oggi, inoltre, il centro storico è trait d’union tra radical chic e poveri e il dislivello sociale pesa sia sulla vivibilità che sui commerci. Si deve cercare di normalizzare la situazione. Per quanto riguarda il tessuto commerciale del centro genovese, quel che manca è il rilancio: le Colombiane del ’92 sono state l’inizio della fine. Molti lavori sono stati fatti all’ultimo momento e male, mancò programmazione a medio e lungo termine, ma noi genovesi -si sa- siamo “lenti” e abbiamo bisogno di fare le cose con calma per farle bene. Ancora oggi servirebbero interventi di semplificazione sul modello del (fallito) Incubatore di Imprese; uno sportello di interfaccia tra commercianti e Amministrazione in modo omogeneo; piccoli investimenti di finitura e miglioramento».

     

    metro-san-giorgio-turatiSottoripa è una zona chiacchierata: di recente le polemiche tra il Sindaco Doria e Luca Bizzarri. Quanto pesano i problemi di ordine pubblico sul tessuto commerciale?

    «Non molto. Il mercatino “dello scandalo” è certo da normare: un mercato del riuso in mezzo alla strada in cui molti si mimetizzano nel torbido. È un caos, serve la certezza di una normativa. Tuttavia è anche una situazione abbastanza “normale”, in cui già molto è stato fatto ma c’è ancora da fare: piccoli accorgimenti, come l’apertura domenicale (se regolata e con garanzie di ordine pubblico) anche a turnazione, per dare copertura alla zona; il divieto di somministrare alcolici in caffetteria, come già a Sampierdarena; l’interazione con tutti su più livelli per estrapolare i problemi veri della zona e lasciare da parte i finti “mugugni”. È un tessuto commerciale complicato, lo ha dimostrato la chiusura di Assolibro e l’avvento di esercizi cinesi, che disturbano molti. I problemi ci sono (il caro prezzi, le tasse alte, la scarsa richiesta, la concorrenza straniera), ma la zona è bellissima, io ne sono innamorato e credo alla legge dei piccoli passi: muoversi lentamente, che non vuol dire non muoversi affatto».

     

     Elettra Antognetti

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  • Genova nell’era di Spotify: nel centro storico resiste il vinile

    Genova nell’era di Spotify: nel centro storico resiste il vinile

    dischiNell’era di Spotify e degli mp3, il mercato della musica sta morendo? O meglio è già definitivamente morto? Domanda lecita, e forse ormai poco attuale: da circa un decennio si parla di crisi del mercato musicale, del calo della vendita di cd, dischi e vinili, delle difficoltà dei negozi di musica nel sopravvivere. Tutti noi ricorderemo quando, non troppo tempo fa, abbiamo visto sparire dalle vie cittadine i negozietti di cd e dischi cui eravamo affezionati: ci siamo indignati, dispiaciuti, ma abbiamo continuato a fruire della musica che ci piace in altre forme. Venuto meno il supporto rigido, o il libretto con i testi e le immagini del cantante di turno, abbiamo continuato a scaricare online, costruendoci (chi più, chi meno) delle librerie colossali con tutte le discografie degli artisti preferiti.

    Ma oggi qual è la situazione reale del mercato della musica nel panorama genovese? 

    taxidriver-verticaleblack-widow-verticaleA dispetto di quel che si potrebbe pensare, dopo aver visto negli ultimi anni morire negozi di musica e affini (dallo storico Ricordi Mediastore di Via Fieschi, alla più recente scomparsa di Fnac in Via XX Settembre, da sempre polo d’attrazione per gli amanti della musica di tutti i tipi), esistono realtà che guardano al presente e al futuro con ottimismo. A rassicurarci, due icone del mondo musicale genovese, presenti sulla scena da decenni e con un nome noto a tutti: la Black Widow Records di Via del Campo 6, negozio di musica e etichetta di produzione, e Taxi Driver Record Store di Via dei Macelli di Soziglia, che da Piaccapietra si è trasferito tre anni or sono nel cuore della Città Vecchia.

    Proprio dalla Black Widow ci confermano: «Tanto per cominciare, non è la musica a essere in crisi, né lo è mai stata, semmai è l’industria musicale ad esserlo, ma questo non ha nulla a che fare con la musica. Anzi, oggi vediamo come a Genova stiamo vivendo un momento particolarmente interessante. Nuovi gruppi stanno emergendo e c’è anche chi sta calcando le scene europee e internazionali, è il caso ad esempio del Tempio delle Clessidre; nuove formazioni calcano le scene e anche le vecchie tornano in auge (ad esempio, i New Trolls e i Delirium, tanto per citare i più noti, o altre band sinfoniche degli anni passati): c’è creatività e energia. Inoltre, è vero, c’è stato un crollo del CD, ma il calo è in parte compensato dal nuovo avvento del vinile, sintomo del recupero delle radici della musica rock. Ciò ha permesso di tornare a valorizzare ciò che con il CD era stato distrutto, ovvero l’immagine di copertina, un must per i cultori del genere. Senza contare la qualità del suono».

    «Oggi a Genova andiamo avanti bene perché ci siamo creati un pubblico di affezionati disposti a investire nel mercato del collezionismo. Certo, vendiamo anche e soprattutto all’estero (in Germania, USA, nord Europa), ma anche Genova risponde bene, contando che qui mancano gli spazi per le performance live e per le esibizioni delle rock-band (cosa che non contribuisce certo a fidelizzare il pubblico). Troviamo ospitalità in teatri, con cui collaboriamo molto volentieri, ma spesso la location non si presta a tipi di concerti più “movimentati”».

    Una nota spiacevole, però, arriva anche dai ragazzi di Black Widow; ovvero la recente chiusura (maggio 2013) di Fotomondial, negozio di Via del Campo per la vendita di strumenti musicali, apparecchiature fotografiche e tecnologie di ogni genere. La chiusura è passata un po’ inosservata, ma dalla Black Widow esprimono il loro rammarico per la perdita di uno degli storici approdi musicali di Via del Campo, la strada dalla tradizione musicale più importante nel panorama genovese. Oggi, al posto di Fotomondial, aprirà un supermercato della catena Ekom:  «Sempre meglio di avere le saracinesche chiuse -commentano- ma è crollato un pezzo della storia musicale genovese, proprio in una via simbolo della tradizione cantautorale».

    Anche la visita a Taxi Driver ci conferma il quadro positivo, la stessa tendenza delineata dai colleghi di Via del Campo: «Da 3 anni siamo qui a presidiare la Maddalena: è una scelta consapevole, ma difficile perché siamo esclusi dalle rotte tradizionali del turismo e perché il quartiere è ancora percepito come pericoloso e ostile e per questo scarsamente frequentato. Tuttavia, c’è buona risposta da parte dei turisti, che si fermano e acquistano pezzi rari a prezzi più alti dei genovesi. Genova è una buona palestra: se si riesce a vendere su questo mercato, vuol dire che si è in grado di vendere ovunque. Abbiamo una clientela affezionata e fedele fatta di appassionati, giovani e meno giovani, per questo siamo in grado di sopravvivere. La crisi musicale e la crisi economica non fermano gli acquisti, nonostante non si tratti di beni di primaria necessità. Potremmo scegliere di vendere solo online, per tagliare i costi e aumentare i profitti, ma non pensiamo che questa scelta paghi: in questo tipo di commercio serve “qualcosa in più”, il rapporto fisico e interpersonale con il cliente, il dare consigli e offrire competenze».

     

    Qualche dato: il mercato del vinile in Italia e all’estero

    giradischi-vinileI dati di mercato sono incoraggianti. Tra 2011 e 2012, le vendite mondiali di vinili sono aumentate del 17,7%, raggiungendo i 4 milioni e 600 mila dischi venduti. Il report 2013 della IFPI – Federazione internazionale dell’industria fonografica fornisce dati rassicuranti a livello internazionale (con particolare attenzione al mercato statunitense): quest’anno le vendite di vinili hanno raggiunto il picco più alto dal 1997; nel 2012 sono stati spesi complessivamente 171 milioni di dollari in dischi (il 50% in più rispetto al 2011), soprattutto grazie agli investimenti dei collezionisti, che non rinunciano all’acquisto di beni “limited edition” e oggetti da collezione, con prezzi alti.

    Nel 2011 anche in Italia il mercato del vinile si è aggirato sui 2,1 milioni di euro, il quarto mercato europeo dopo Germania, UK, Francia, Paesi Bassi, e il settimo nel mondo (in cui, sempre nel 2011, il mercato dei vinili ha mosso 115,4 milioni, il 28,7% in più del 2010). Sembra che la folta comunità di appassionati non voglia rinunciare, nonostante la crisi, all’acquisto di vinili e simili. Soprattutto, si tratta di oggetti dal valore affettivo e sentimentale, acquistati in larga parte dalla generazione di nostalgici over-40, ma non solo. Stesso trend inizia a riscontrarsi anche tra i più giovani, che percepiscono il vinile come oggetto vintage, alla moda, simbolo di una generazione che guarda al passato e fa degli oggetti musicali un feticcio, un simbolo, un ritorno alla grande tradizione musicale, scalzata dall’era degli mp3. Stando all’indagine della Icm Research (UK) il 15% (circa uno su sette) degli under-30 ha acquistato nell’ultimo anno almeno un disco in vinile, dato che conferma come proprio i giovani (più all’estero, in Gran Bretagna, ma anche in Italia) guidino la crescita del mercato dei dischi tradizionali.

    Che cosa acquistano i collezionisti o semplicemente i festicisti del vinile? Di tutto: dal vintage anni ’60-’70 dei Beatles e Rolling Stones, ai più recenti degli anni ’90. I generi prediletti? Tutti, dal rock al reggae, dalle band cult a quelle di nicchia. La tendenza è confermata anche dal fatto che di recente artisti contemporanei, sia del panorama underground che quelli delle major abbiano scelto di produrre, accanto al classico CD, anche la versione LP, sintomo che questa tendenza all’acquisto “vintage” è stata recepita a livello globale.

     

    Elettra Antognetti

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  • Vivere Santa Brigida: il bilancio a sette anni dalla nascita del consorzio

    Vivere Santa Brigida: il bilancio a sette anni dalla nascita del consorzio

    Piazza dei Truogoli di Santa BrigidaVivere Santa Brigida è un consorzio che riunisce i titolari delle 5 attività commerciali che si affacciano sulla omonima Piazza dei Truogoli di Santa Brigida, tra via Prè e Via Balbi. Nato nel 2005-2006, il consorzio è stato fondato allo scopo di creare un sistema di esercizi commerciali virtuosi, in grado di contrastare l’allontanamento dei cittadini dal centro storico. Esso è gestito dai titolari degli esercizi della piazza che, dopo aver partecipato ad un bando comunale per l’assegnazione dei locali di Santa Brigida, si sono riuniti e hanno dato il via a una serie di iniziative culturali e di intrattenimento, per salvare la storica piazzetta dal degrado e per valorizzarla al meglio.

    In base alle disposizioni del bando comunale, gli interessati avrebbero potuto prendere in gestione gli esercizi – allora deserti e scarni -, installarvi un proprio negozio e andare a costituire una società consortile con gli altri commercianti della piazza: si trattata di un’iniziativa disposta dall’ex Incubatore di Imprese, con il quale si era tentato di ridare vita al sestiere di Prè. I negozianti che decidevano di trasferirsi in zona ricevevano sovvenzioni dal Comune e godevano di particolari benefici. Fallito in Via Prè, i frutti dell’Incubatore si raccolgono ancora in Santa Brigida. Qui, lo scopo era promuovere la zona e invogliare giovani e meno giovani a riscoprire la bella location di Piazza dei Truogoli: da cineforum, a presentazioni di libri e mostre di pittura. Tutti i membri condividono il comune progetto di riqualificazione dell’area, iniziato anni fa dall’Amministrazione genovese ma, a detta loro, non ancora compiuto fino in fondo.

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    Al tempo della sua costituzione, le attività aderenti erano 7: il negozio di dischi e vinili Disco Club, la libreria di viaggio Finisterre, l’ottica Sessarego, il ristorante I 2 Truogoli, il negozio di outdoor Boni Sport, il negozietto di tè e cioccolate pregiate Muma e il laboratorio di fotografia e scultura Làbora. Nel tempo, le attività originarie sono uscite dal consorzio perché costrette a chiudere, ma al loro posto ne sono subentrate altre, così che oggi il consorzio è costituito da un totale di 5 esercizi. Questi si sono attivati per dare il via a una serie di iniziative di stampo diverso, a seconda degli interessi e delle competenze: da un paio d’anni è in corso la manifestazione Cinetruogoli, un cineforum all’aperto all’interno della piazza, con la proiezione di film d’autore, datati e più recenti. Ma non mancano nemmeno le mostre d’arte, esposizioni fotografiche e le presentazioni di libri, organizzate da Finisterre. In passato, il consorzio è riuscito a far arrivare a Santa Brigida anche personaggi degni di nota come Quentin Blake, illustratore di libri per bambini, famoso per le sue collaborazioni con Roal Dahl e Bianca Pitzorno.

    «Dapprima le sovvenzioni comunali, anche in base a quanto disposto dal bando, erano più ingenti – raccontano i commercianti di Santa Brigida – Si puntava sulla riqualificazione di Prè. Nel tempo, poi, sono andate diminuendo, anche perché l’Amministrazione si è concentrata su altri obiettivi, come la Maddalena. Da 7 anni costituiamo un presidio nella piazza per mantenere vivo un angolo di città: quando abbiamo iniziato, i locali erano a nudo, a “scatola chiusa”, ed era difficile capire come sarebbero diventati una volta ultimati i lavori di finitura e tutto il resto. Alcuni di noi hanno avuto problemi perché i locali si sono rivelati particolarmente umidi e soggetti ad allagamenti (fino a 7 in 7 anni in un unico esercizio!)»

    Dopo sette anni qual è il bilancio dell’iniziativa? Mentre sulla carta questa esperienza sembrava piena di buone potenzialità, nei fatti la situazione si è rivelata piena di problematiche e ostacoli. Quando hanno deciso di prendere in gestione i locali, i commercianti confidavano nel fatto che, grazie alla particolarità e bellezza della location e contando sulle sovvenzioni comunali, sarebbero riusciti a dare una svolta allo stallo in cui versava la zona. Presto, però, sono arrivati i problemi: intanto, l’inasprirsi della crisi economica, che non favorisce il commercio; poi, i pregiudizi sul quartiere, ancora radicati in molti genovesi e che spesso non vengono smentiti da chi di competenza; infine, l’aiuto economico da parte dell’Amministrazione, che è andato scemando.

    «Ci siamo buttati in questa esperienza, ma è più difficile di quel che pensavamo. Continuiamo a lavorare per dare lustro alla suggestiva piazza, mantenendo una media di presenza sulla piazza decisamente maggiore rispetto alla contigua ma meno fortunata Via Prè. Tuttavia ci dobbiamo scontrare con la scarsa tolleranza dei residenti, che si lamentano per nostre iniziative troppo “rumorose” (come i Jazz-apertivi di qualche anno fa, in collaborazione con il Count Basie, costretti a chiudere) e con le reticenze di molti genovesi, per cui il centro storico finisce con Porta dei Vacca e non si spingono fino a Prè. Per molti è una zona pericolosa, ma io che ci vivo da anni posso sconfessare questo pregiudizio. Per altri, invece, è priva di attrattiva: Prè, Balbi, Gramsci sono considerate poco invitanti perché prive di bei negozi, ma c’è molto altro da vedere qui. Soprattutto, quel che non ci aiuta è la scarsa attenzione dell’Amministrazione: da anni sentiamo ripetere che sarà fatta una nuova segnaletica che colleghi Museo del Mare, Commenda di Prè e Castello d’Albertis, attraverso Piazza dei Truogoli, ma non si è visto ancora niente del genere. Soffriamo questa situazione di abbandono».

     

    Elettra Antognetti

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