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  • Ianuenses e il Natale di Aleppo. Il legame tra la città siriana e la Genova medievale

    Ianuenses e il Natale di Aleppo. Il legame tra la città siriana e la Genova medievale

    foto di Salah2ola
    foto di Salah2ola

    Fuori d’ogni retorica. Quel che è accaduto e ancora sta accadendo ad Aleppo non può non scuotere le coscienze. La battaglia e l’evacuazione di Aleppo – la più popolosa città della Siria, più ancora di Damasco – è una pagina nera della storia recente. Pare che del milione e mezzo (e oltre) di persone da cui era popolata, 40.000 siano ancora intrappolate al suo interno, in attesa d’un qualche corridoio umanitario. Ben magra consolazione per una delle città più antiche al mondo dove i morti non si contano. Aleppo la “bigia”, patrimonio dell’UNESCO dal 1986, eletta nel 2006 a capitale della cultura del mondo islamico; Aleppo musulmana e Aleppo cristiana (i cristiani sono – erano – circa 300.000, appartenenti a dieci confessioni diverse) – è, oggi, un cumulo di macerie intrise del sangue dei suoi abitanti: sangue di uomini, donne e bambini. Non vi sarà Natale, per i bambini di Aleppo. Così come non v’è stato alcun Mawlid al-Nabī – il Natale del Profeta –, celebrato quest’anno il 12 dicembre. Ma non ad Aleppo.

    Una lunga storia

    Non è questa la sede per discorrere di come si sia giunti a questo punto. Credo sia più utile cercare di convincere il lettore del fatto che la tragedia di Aleppo non possa – non debba – lasciarci indifferenti. E credo che non vi sia moto migliore del ripercorrerne la storia (alla quale, come si vedrà, i Genovesi non sono affatto estranei). Perché conoscere la storia di un luogo contribuisce a renderlo un po’ più nostro, un po’ più vicino.

    Nell’arco degli ultimi millenni Aleppo ha conosciuto dominazioni diverse, documentate a partire dal 2000 a. C., quando la città diventa la capitale degli Amorrei, prima d’esser conquistata dagli Ittiti, quindi, nel VIII secolo a. C., dagli Assiri, presto scalzati dai Babilonesi, seguiti dai Persiani. Per comprendere la grandezza di Aleppo basterebbe fermarsi qui; e pensare al solo fatto che ciascuno di questi popoli ha lasciato tracce di sé. Aleppo, dunque, è sorta da un crogiuolo di culture accatastatesi le une sulle altre. Conquistata da Alessandro Magno nel 333 a.C., occupata dalle truppe di Pompeo nel 64 a. C., distrutta da Cosroe I nel 540 e ricostruita poco dopo da Giustiniano, la città entra velocemente nell’orbita dei califfi omayyadi, che la trasformano in un gioiello d’architettura musulmana. E’ in questo periodo che è edificata la Moschea di Zaccaria, che conserva – così si ritiene – i resti del padre di Giovanni Battista, profeta anche dell’Islam; seguita, qualche tempo dopo, dalla possente cittadella, che poteva ospitare sino a 10.000 persone in caso d’assedio, contro la quale si infrangeranno gli eserciti crociati nel 1098 e nel 1124, decisi a fare della città un avamposto strategico nell’immediato retroterra di Alessandretta, suo porto naturale. In quel frangente, Aleppo assume chiaramente il ruolo di principale difesa contro l’invasore. Soltanto i Mongoli la violeranno, nel 1260; dopodiché, sarà occupata dalle truppe di Tamerlano, al principio del Quattrocento, prima d’entrare a far parte – nel 1516/1517, dopo la sconfitta mamelucca – dell’impero ottomano.

    Tra Genova e Aleppo

    Foto di Gianfranco Gazzetti
    Foto di Gianfranco Gazzetti

    E’ a questo periodo che risale il suo bel Caravanserraglio, dove, nel 1539, i Veneziani avrebbero installato un proprio fondaco. Ma la città era frequentata dai mercanti occidentali già da tempo; e, tra di essi, soprattutto dai Genovesi. Numerosi sono, infatti, i contratti notarili conservati nell’Archivio di Stato di Genova che citano esplicitamente viaggi compiuti «per terram Solie usque ad Halep» o «per riveriam Solie usque ad Halep», dove «Solie» sta naturalmente per «Siria». Ciò era un portato dell’ottenimento di nuovi privilegi commerciali: nel 1205, il principe di Antiochia, Boemondo IV – imparentato, peraltro, con gli Embriaci, ormai stabilitisi a Gibelletto – concesse ai Genovesi protezione nei propri territori, oltre alla conferma dei diritti da loro goduti in Antiochia, dietro la corresponsione di 3000 bisanti e del servizio di due galee e trecento armati. Il commercio tra la latina Antiochia, la musulmana Aleppo, il regno di Gerusalemme – che aveva capitale ad Acri nel golfo di Haifa –, e l’Egitto ayyubide avrebbe rappresentato per qualche tempo un utile sostitutivo della rotta per Costantinopoli, dal 1204 in mano veneziana. Fu così che Aleppo si avviò a divenire una delle piazze commerciali musulmane maggiormente frequentate dai latini; forse già a motivo del suo famoso sapone, com’è noto prodotto con olio d’oliva e profumato con olio d’alloro, alla base di molti prodotti simili europei (ad esempio, del sapone di Marsiglia); senza dubbio, del suo allume – quel minerale così importante in età medievale in quanto necessario, tra le altre cose, per fissare il colore sui panni –, prima che il genovese Benedetto Zaccaria desse avvio allo sfruttamento delle miniere di Focea, sulla costa anatolica.

    Aleppo, dunque, acquisì, tra Medioevo e prima età moderna, un ruolo particolare nello scacchiere vicino-orientale quale punto nodale per le comunicazioni e gli scambi. Se ieri rappresentava uno dei terminali occidentali delle cosiddette “vie della seta”, oggi non è altro che un ponte tra il Mediterraneo, da cui dista meno di 150 km, la Turchia, a nord, e il resto della Siria. Di qui, la sua rilevanza geopolitica.

    La vittoria di Assad – se di vittoria si può parlare, in una guerra che in circa sei anni ha guadagnato alla coscienza dell’umanità oltre 400.000 vittime – rappresenta un punto di svolta nel conflitto. Il controllo di Aleppo permetterà alle truppe governative di volgersi più decisamente verso Raqqa’. E poi?

    Antonio Musarra

  • Mercatino di San Nicola 2016, tra tradizione e solidarietà

    Mercatino di San Nicola 2016, tra tradizione e solidarietà

    mercatino-san-nicola-2015Da sabato 3 a giovedì 23 dicembre 2016 nella centralissima Piazza Piccapietra, torna il Mercatino di San Nicola  giunto alla sua XXVIII edizione e organizzato dall’Associazione Volontari Mercatino di San Nicola con il patrocinio della Regione Liguria e del Comune di Genova. Si tratta dell’unico mercatino natalizio in Italia gestito da una ONLUS che raccoglie tanti espositori tra botteghe artigiane e associazioni proponendo prodotti di alta qualità e coniugando la tradizione alla solidarietà.

    Dopo il successo della passata edizione, che ha raccolto 29 mila euro da destinare a progetti benefici, anche quest’anno il ricavato della manifestazione servirà per la realizzazione di ben cinque progetti differenti. «Anche quest’anno il nostro impegno principale è quello di raccogliere fondi per finanziare progetti sociali e di ricerca – spiega Marta Cereseto, presidente dell’Associazione Volontari del Mercatino di San Nicola – I fondi raccolti saranno devoluti a cinque progetti: il primo “Progetto Clinico – Traslazionale Italiano per il Neuroblastoma” riguarda la ricerca sul neuroblastoma, il cosiddetto “tumore dei bambini”, in collaborazione con l’Associazione Italiana per la lotta al Neuroblastoma; il secondo progetto “Ortogiardino Ferradini” mira al recupero e alla messa in sicurezza dei Giardini Passo Ferradini a Genova, attualmente in stato di abbandono, per la creazione di uno spazio verde che funga da luogo di incontro e integrazione, grazie anche alla collaborazione con istituti scolastici». Le restanti iniziative benefiche si propongono diverse finalità: il sostegno al progetto “Sportello per il lavoro”, a favore del Centro per non subire violenza ONLUS, al fine di garantire integrazione lavorativa a donne vittime di violenza e reinserimento nel contesto sociale e nel mondo lavorativo, il progetto“Costruiamo la Casa Abbraccio 2”, proposto dall’Associazione L’abbraccio di Don Orione, volto a ospitare e dare affetto ai neonati che vengono temporaneamente allontanati dai genitori naturali su decisone del Tribunale dei Minori, e, infine, il progetto “Nuovo Rifugio Via del Tritone” portato avanti dall’Associazione La Band Degli Orsi, che si occupa dell’accoglienza e della sistemazione delle famiglie dei piccoli ospiti dell’Istituto Pediatrico Giannina Gaslini.

    L’orario di apertura sarà dalle 10 alle 20 dal lunedì alla domenica. L’inaugurazione ufficiale avverrà giovedì 8 dicembre con il tradizionale corteo animato da 13 gruppi storici, che partirà alle 10 da Piazza Matteotti e raggiungerà piazza Piccapietra per il taglio del nastro tricolore, previsto per le 12 alla presenza di autorità cittadine. Tra le novità della XXVIII edizione, cresce il numero di associazioni presenti, che superano la cinquantina, e il numero di espositori: tra gli 86 stand ci sarà spazio per nuovi artigiani, curiose attività e antichi mestieri, dal falegname, all’impagliatore, al presepaio. Proprio in questa edizione 2016, insieme ai laboratori didattici, debuttano i laboratori gastronomici, che si svolgeranno nei tre weekend con lezioni di focaccia al formaggio, pesto e dolci tipici. Inoltre, quest’anno la cucina del Mercatino di San Nicola, in collaborazione con la Società di Mutuo Soccorso degli Alpini, si occuperà dei pasti per le mense dei poveri, che verranno distribuiti in diverse zone della città; chiunque fosse interessato a partecipare all’iniziativa potrà presentarsi ogni mercoledì, giovedì e venerdì al mercatino.

    Saranno tanti anche gli eventi collaterali tra musica, risate e laboratori, organizzati in collaborazione con UGA Unione Giovani Artisti, che andranno a formare un calendario ricco e variegato. La rassegna Mercatino d’autore animerà le serate in piazza, a partire dalle 18.30, grazie alla presenza di grandi nomi del panorama musicale genovese, come Federico Sirianni (17 dicembre), e diversi comici di spicco, che si esibiranno nello spettacolo Laboratorio Zelig (22 dicembre).

    Sabato 17 dicembre invece sarà la Giornata dei Bambini, con laboratori didattici artigianali insieme al gruppo Ritmiciclando, un progetto musicale sperimentale che nasce come laboratorio per la costruzione e l’utilizzo di strumenti musicali con materiali di recupero e diventa uno spettacolo musicale vero e proprio. Nei weekend inoltre diversi appuntamenti con sagre culinarie, che animeranno i pranzi con alcuni piatti della tradizione ligure, come le focaccette (10-11 dicembre) e il minestrone alla genovese (17 dicembre).

    Si conferma sempre più forte, infine, il sodalizio con le società di calcio Genoa CFC, U.C. Sampdoria e Virtus Entella, che anche quest’anno metteranno in palio le maglie autografate da tutta la squadra per la tradizionale lotteria benefica. L’estrazione dei vincitori avverrà venerdì 23 dicembre durante la cerimonia di chiusura del Mercatino, momento in cui verranno anche consegnati i fondi raccolti.

    Calendario Eventi

    Sabato 3 dicembre 2016
    – Dalle ore 12 Amatriciana a favore delle popolazioni terremotate. Possibilità di acquistare prodotti tipici provenienti dai territori colpiti dal terremoto. I fondi raccolti saranno destinati alla popolazione di Amatrice

    – Ore 17 Flamenco con esibizioni della scuola La Primera

    – Ore 18.30 An Lochrann, trio di musica folk irlandese, formatosi nel 2015 tra le osterie del centro storico genovese

    Domenica 4 dicembre 2016
    – Ore 17.30 Gruppo Folkloristico Città di Genova, canti e danze popolari della vecchia Genova in costumi tradizionali della città risalenti al XVII-XVIII secolo

    Giovedì 8 dicembre 2016
    – Ore 10 Partenza del tradizionale corteo con 13 gruppi storici da Piazza Matteotti

    – Ore 12 arrivo del corteo in Piazza Piccapietra e taglio del nastro inaugurale alla presenza di Don Nicolò Anselmi

    – Ore 17 Fetish Calaveras, band swing, rock ‘n’ roll e rockabilly di Savona con all’attivo più di 400 concerti live nei festival e club più noti del nord Italia

    – Ore 18.30 Jess, cantautrice genovese classe 1988 che unisce sonorità Pop-Folk, Alternative, Soul e Blues

    Venerdì 9 dicembre 2016
    – Ore 18.30 Charlie, cantautrice folk genovese che proporrà alcuni brani estratti dal disco “Ruins of Memories”, pubblicato lo scorso anno

    Sabato 10 dicembre 2016
    – Dalle ore 12 Sagra delle Focaccette e del Tortello a cura del Comitato festeggiamenti Montepegli 2000

    – Ore 17 Millelire Gospel Choir, gruppo genovese che propone brani della tradizione gospel e spiritual con composizioni ed arrangiamenti originali

    – Ore 18.30 Giacomo Burdo, cantautore che ama accompagnare i testi con chitarra e ukulele

    Domenica 11 dicembre 2016
    – Dalle ore 12 Sagra delle Focaccette e del Tortello a cura del Comitato festeggiamenti Montepegli 2000

    – Ore 18.30 River, progetto audiovisivo nato a Genova nel gennaio 2015 per mano di Filippo Ghiglione, che attraverso il canale YouTube “sounds” propone performance unplugged

    Mercoledì 14 dicembre 2016 

    – Ore 17 Cabit Trio, gruppo che interpreta repertorio della tradizione popolare italiana, dalle danze del folclore centro-meridionale alle danze del nord, ed europea arrangiando i brani per due cornamuse, fisarmonica e percussioni

    Giovedì 15 dicembre 2016
    – Ore 18.30 Martina Vinci, cantautrice classe 1993 vincitrice del premio Max Parodi

    Venerdì 16 dicembre 2016
    – Ore 18.30 Rebis, duo genovese di musica mediterranea formato dalla cantante, arabista e francesista Alessandra Ravizza e dal chitarrista Andrea Megliola

    Sabato 17 dicembre 2016
    – Dalle ore 12 Sagra del Minestrone a cura dell’antincendi di San Olcese

    – Ore 12 Coro della Maddalena, coro multiculturale fondato nel quartiere di Genova nel 2014 dalla cantautrice Giua e dal poeta-chitarrista Pier Mario Giovannone

    – Ore 15 Ritmiciclando, progetto musicale sperimentale che nasce come laboratorio per la costruzione e l’utilizzo di strumenti musicali con materiali di recupero e diventa uno spettacolo musicale vero e proprio

    – Ore 18.30 Federico Sirianni, uno dei nomi più importanti nel panorama della canzone d’autore genovese torna al Mercatino di San Nicola per presentare il nuovo album “Il Santo”

    Domenica 18 dicembre 2016
    – Ore 15 Latin Jazz Trio esibizioni e corsi di danza

    – Ore 17 Ritmiciclando, progetto musicale sperimentale che nasce come laboratorio per la costruzione e l’utilizzo di strumenti musicali con materiali di recupero e diventa uno spettacolo musicale vero e proprio

    – Ore 18.30 Tom & Tom, duo chitarra e voce composto da Tommaso Gianetta e Thomas Rybczyk

    Lunedì 19 dicembre 2016
    – Ore 17 Jo Choneka, cantautore e musicista afro, funk e reggae, che proviene direttamente dalla tradizione mozambicana della “marrabenta”, ovvero il ritmo e lo stile della musica che suona

    Martedì 20 dicembre 2016
    – Ore 18 Jacaranda, cover band dei Beatles

    Mercoledì 21 dicembre 2016
    -Ore 18.30 Misentotale, progetto musicale del cantautore e chitarrista genovese Simone Meneghelli

    Giovedì 22 dicembre 2016
    – Ore 18.30 Laboratorio Zelig, spettacolo di cabaret in cui aspiranti comici testano sketch inediti davanti a un pubblico vero, con il contributo e l’aiuto della direzione artistica di Zelig

    Venerdì 23 dicembre 2016
    – Ore 17 Fratelli di taglia, band nata nel 2002 con un repertorio molto vasto, con musica che attraversa gli anni ’60-’70-’80-’90 fino ai giorni nostri

    – Ore 19 Cerimonia di chiusura con la consegna dei fondi raccolti e l’estrazione dei vincitori delle maglie di Genoa, Samp e Entella

  • Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    AmiuA Genova le piccole e medie imprese spendono per acqua pubblica e tariffa dei rifiuti in media il 50% in più del resto d’Italia. Il dato, riporta l’agenzia Dire, emerge dal rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile a cura dell’Osservatorio tariffe per la Liguria, realizzato da Ref Ricerche e presentato questa mattina alla Camera di Commercio del capoluogo ligure. Il caro tariffe conferma una tendenza storica: dal 2010 al 2016, a fronte di una crescita dell’inflazione regionale del 9%, il costo dei servizi locali è aumentato in Liguria del 29% per i rifiuti e del 39% per l’acqua; aumenti percentualmente più contenuti rispetto alla media nazionale che, negli ultimi 6 anni, a fronte di un +8,6% di inflazione, ha visto crescere del 55% il costo per il servizio idrico integrato e del 26,3% quello per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

    Nei primi 9 mesi del 2016, Genova risulta il quarto capoluogo di Regione per aumento delle tariffe (pari merito con l’Aquila e dietro solo ad Aosta, Ancona e Bari): la media complessiva è di +1,9%, pari a 0,6 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale; in particolare, la tariffa sui rifiuti è cresciuta dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+0,8% della media italiana) e quella dell’acqua potabile del 5,8% (+1,6% del resto del paese). Uno dei dati più eclatanti emersi dalla ricerca riguarda la tariffa dei rifiuti a carico dei ristoranti: anche in questo caso, Genova è il quarto capoluogo più caro d’Italia con un conto annuale di 7.390 euro contro i 5.200 euro della media nazionale, dietro solo a Venezia, Roma e Napoli.
    A livello regionale, inoltre, va registrata la grande variabilità di costi tra le diverse tipologie di impresa e tra Comune e Comune: a parità di consumi, un alberto paga 5.049 euro a Imperia e 10.291 euro alla Spezia, mentre un esercizio alimentare varia dai 25.940 nello spezzino agli 11.246 euro nell’imperiese.

    Secondo la ricerca presentata alla Camera di Commercio di Genova, bollette così alte non sono giustificate dalla qualità del servizio: la raccolta differenziata, infatti, raggiunge una media regionale del 35%, la più bassa del Nord Italia, 10 punti sotto il dato nazionale e ben 30 rispetto alle eccellenze di Veneto e Trentino Alto Adige.

    Sul fronte dell’acqua potabile, infine, la bolletta delle famiglie genovesi e spezzine resta più alta rispetto alla media italiana (più bassa invece quella nelle province di Savona e Imperia) ma va considerato l’avvio del processo di ammodernamento della rete che, tuttavia, risulta ancora insufficiente: l’analisi, infatti, ribadisce la necessità di un piano di interventi con una spesa procapite almeno di 90 euro, ma le previsioni tra il 2016 e il 2019 parlano di una quota non superiore ai 50 euro.

    Primo dicembre incontro sindaco-esercenti su Tari 2017

     

    «Il primo dicembre ci sarà un incontro importante delle associazioni di categoria con il sindaco e gli assessori perché le prospettive rispetto al 2017 per la tassa sui rifiuti degli esercizi commerciali sono particolarmente pesanti, con bollette ancora più salate per le attività economiche». Lo annuncia Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova, a margine della presentazione del rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile, questa mattina nella sede della Camera di Commercio del capoluogo ligure, come riporta l’agenzia Dire. «Ci sono alcuni problemi strutturali che vanno affrontati – ricorda Dameri – il primo ovviamente è quello relativo agli impianti sia per quanto riguarda il futuro della discarica di Scarpino che per la raccolta differenziata. Poi c’è il tema dell’operazione Iren-Amiu perché questo capitolo pesa enormemente sui costi delle imprese e dobbiamo trovare una soluzione definitiva e non elemosinare ogni anno cercando di far quadrare conti che non tornano più».

    Il problema non riguarda però solo la tariffa sui rifiuti: «A questa – ricorda il direttore di Confesercenti Genova – si aggiungono i costi per le altre utenze, come il servizio idrico: c’è un gap fortissimo tra il costo di fare impresa in Liguria e la media italiana, un fardello che i nostri imprenditori si devono portare dietro e che, in una situazione di crisi e grande competizione, è un elemento di grande criticità che va assolutamente affrontato. L’unico tessuto che regge è quello legato ai flussi turistici ma non basta per portare avanti una città di queste dimensioni».

    Un concetto rafforzato anche dal segretario generale della Camera di Commercio di Genova, Maurizio Caviglia: «Il vero problema – ribadisce – è che noi da parecchi anni tentiamo di svolgere un’attività di moral suasion ma non abbiamo ottenuto grandi risultati perché tutti gli anni continuiamo a vedere che i nostri imprenditori stanno pagando più degli altri. Questo vuol dire penalizzare le nostre imprese e metterle in condizione di avere maggiori costi rispetto ai loro concorrenti di altri territori».

  • Sindaco della Notte, la proposta di Regazzoni per salvare movida e centro storico

    Sindaco della Notte, la proposta di Regazzoni per salvare movida e centro storico

    ConcertoIl dibattito sulla movida genovese in questi giorni è più intenso che mai: ordinanze, ricorsi al tar, disaccordi in giunta, manifestazioni e smentite stanno creando un mostro “politico” che rischia di diventare un tavolo incredibilmente importante per la corsa a palazzo Tursi. Nel mucchio, prova a sparigliare anche il filosofo Simone Regazzoni, ex portavoce di Raffaella Paita, autoproclamatosi candidato a Sindaco per il Partito Democratico, con una proposta sicuramente fuori dagli schemi: istituire un assessorato ad hoc, per trovare la giusta misura dell’intervento pubblico per regolare ma anche garantire la vita notturna di una città come Genova, sempre più città di turismo e cultura. Un sindaco della notte, appunto.

    Il sindaco della notte

    Un progetto nato ad Amsterdam, ripreso a Berlino, a Londra per governare la scena musicale e citato anche da Francesca Balzani nella campagna elettorale per Milano, nonché da alcuni esponenti politici di Torino, Bologna e Jesolo. «Ci vuole un assessorato in più – spiega Regazzoni alla agenzia Dire – non una delega, altrimenti diventa fuffa. Un assessore dedicato serve per dare l’idea che tu governi davvero il sistema. E se un assessore costa tra i 75.000 e 100.000 euro ogni anno, è giusto che faccia un lavoro complesso, non da ufficio ché un mestiere che non va bene. Dobbiamo dare deIle direttive e se qualcuno della macchina comunale resiste, si deve adeguare: non ascolto i “non si può” dalla macchina comunale».

    Il sindaco della notte pensato da Regazzoni è un giovane della società civile, che conosce i locali, la musica, «che vive la notte perché non lo voglio chiuso in ufficio di giorno». Tanti i temi che si troverebbe ad affrontare, a partire dalla sicurezza. «Servono politiche più restrittive – taglia corto il filosofo – i minimarket sono benzinai d’alcol, quando sgarrano vanno chiusi. Dobbiamo impedire la somministrazione di alcol sotto un certo prezzo, perché è devastante: serve una politica nazionale in questo senso che attui intendimenti europei». Sui trasporti, le idee sono chiare: «Dovrò coinvolgere i tassisti, proponendogli di fare servizio pubblico, ad esempio con tariffe calmierate per giovani donne che escono la sera e devono tornare a casa. Non si stratta di lobbying ma di dialogo. Quando uno viene la sera in centro deve avere parcheggi non a pagamento adeguati o servizio pubblico».

    Espandere la Cultura

    Non troppo nascosta anche l’esigenza di una sorta di riorganizzazione dell’offerta culturale genovese «troppo concentrata sul target e sul modello di Palazzo Ducale, che è una risorsa assoluta, ma fuori rischia di esserci il deserto. Non siamo Londra, ma la vita notturna non è solo divertimento ma è anche cultura. C’è un panorama musicale che deve essere valorizzato». Certo, ma come? «Ad esempio con incentivi ai locali per l’insonorizzazione», aggiunge Regazzoni. Incentivi che tradotto vuol dire soldi pubblici che ad oggi Comune di Genova non sembra poter tirar fuori: «E’ evidente che si debbano tenere i conti in ordine – prova a spiegare il filosofo in un intervista rilasciata alla agenzia Dire – ma se questo diventa il fine e non il mezzo, come è stato per la giunta Doria, perdi di vista la visione politica. Se investi soldi, avrai un ritorno perché la vita notturna è fondamentale per l’economia di una città».

    «Il centro storico – conclude – non può essere vissuto solo come coacervo di problemi a spot: la sicurezza, il decoro, i commercianti perché diventa tutto a somma zero. Il sindaco notturno serve a una gestione di sistema e di visione». Le dinamiche notturne per Regazzoni non riguardano solo il centro storico perché: «sono ad alto tasso di variabilità, non esiste la dicotomia periferie-centro storico. Io sono per incentivare la vita notturna anche nelle periferie».

    La domanda, ovviamente, sorge spontanea: nel concreto come affronterebbe il problema movida? «Se diventassi sindaco non è che il giorno dopo abolirei l’ordinanza – risponde – ma metterei insieme residenti e commercianti, affrontando il problema con entrambe le parti, che hanno tanti punti in comune a cui l’ordinanza non ha dato risposte». Esattamente dove eravamo rimasti.

  • Novità per i commercianti in aree pubbliche, arriva la carta di esercizio

    Novità per i commercianti in aree pubbliche, arriva la carta di esercizio

    commercioArrivano ancora modifiche per quanto riguarda gli ambulanti e speriamo che almeno questa volta non si getti l’intero comparto nel caos. Nello specifico, i cambiamenti riguardano i commercianti che esercitano attività come ambulanti. Da quasi un anno, infatti, la dichiarazione unica di regolarità contributiva, il Durc, è stata sostituita con la carta di esercizio. Come deciso dalla Regione Liguria, ci sarà quindi tempo fino al 31 dicembre del 2016 per mettersi in regola e poter così partecipare ai bandi pubblicati dal Comune di Genova.

    Secondo quanto spiegato dagli addetti ai lavori, sono state introdotte diverse semplificazioni e agevolazioni in modo da consentire una maggiore continuità a migliaia di imprese che spesso vengono ereditate dai figli dei titolari e che con la direttiva Bolkestein potevano essere messe a serio rischio. Inoltre, con tali modifiche si dovrebbe impedire l’esercizio abusivo della professione. Proprio questo malcostume, infatti, genera gravi perdite a chi, invece, ha sempre operato nella totale legalità. Chi, infatti, non paga le tasse, va a gravare ulteriormente sulle tasche di quei commercianti che lavorano in modo regolare e che pagano allo Stato quanto dovuto.

    Non ci si stupisca se poi, un po’ per mantenere in piedi la propria attività e non essere costretti a chiudere, un po’ per continuare a far sopravvivere le proprie famiglie, molti di questi commercianti, nonché diversi imprenditori, abbiano optato per prodotti finanziari come genius card societàoffshore, mandando all’estero buona parte dei propri guadagni in modo da poterli salvaguardare dalla pesante tassazione italiana.
    Un modus operandi estremo, a cui vengono obbligati da un sistema fiscale obsoleto, dove ancora troppo poco si fa per mettere alle strette i furbetti che evadono e dove a rimetterci sono sempre e solo le persone oneste. Sono proprio questi che, alla fine dei conti, si ritrovano a dover contare i centesimi per non gettare all’aria una vita di sacrifici e investimenti.

    Grazie anche alla carta di esercizio, che dovrebbe quindi garantire una burocrazia più snella e maggiori controlli, la situazione per i commercianti ambulanti potrebbe migliorare, ma per dirlo con assoluta certezza è ancora troppo presto. Si dovrà aspettare l’effettiva entrata in vigore per vedere risultati concreti, sempre che non vengano cambiate ancora una volta le carte in tavola.

  • Movida, l’ordinanza non si cambia. Il sindaco Doria ferma la trattativa dell’assessore Piazza

    Movida, l’ordinanza non si cambia. Il sindaco Doria ferma la trattativa dell’assessore Piazza

    Vicoli, Centro Storico di GenovaNonostante l’inizio dei lavori dell’osservatorio dedicato, il Comune di Genova tira dritto: l’ordinanza che regola gli orari della movida genovese non è in discussione, ma, anzi, la sua applicazione potrebbe essere rafforzata da maggiori controlli. Questo l’esito dell’incontro di oggi tra il sindaco Marco Doria e una delegazione di cittadini del centro storico, a margine della seduta del Consiglio Comunale di oggi. Sembra, quindi, svanire, l’ipotesi di un “aggiustamento” del provvedimento, come richiesto dai commercianti, spaventati dalla continua diminuzione del volume d’affari notturno

    Giunta divisa

    «Questo provvedimento è un’ordinanza sindacale, la voce che conta è quella del sindaco – ha detto Marco Doria – oggi non è allo studio alcuna modifica ma piuttosto l’applicazione seria del provvedimento. Stiamo lavorando inoltre per nuove azioni da portare avanti per migliorare la vivibilità del centro storico, dialogando con tutti gli operatori commerciali». Con queste parole, quindi, sembra quindi chiusa l’ipotesi delle modifiche più volte annunciate dall’assessore allo Sviluppo Economico Emanuele Piazza.

    Cittadini “contro” esercenti

    A margine della seduta odierna del Consiglio comunale, il sindaco ha ricevuto una rappresentanza di cittadini che ha presentato una petizione con 1341 firme (di cui 1166 di residenti nelle zone del centro storico interessate dal provvedimento) contro il degrado del centro storico genovese e a favore dell’ordinanza sindacale. «I cittadini mi hanno riferito che i primi risultati concreti del provvedimento si iniziano vedere – afferma Doria – il calo del rumore nelle ore post chiusura dei locali è percepibile». Poco prima del Consiglio comunale il primo cittadino ha effettuato un sopralluogo nei vicoli della “Città vecchia” accompagnato dal questore, Sergio Bracco: «L’obiettivo dell’ordinanza – ricorda il Sindaco – è conciliare i principi del riposo e del tempo libero. Questo mix che sta dando buoni frutti ha consentito anche al Tar di negare la sospensiva con motivazioni che riconoscono quanto stiamo facendo. Sul rispetto dell’ordinanza continueremo a lavorare: abbiamo riscontri positivi ma non ci basta. Sappiamo che ci sono tante altre cose da fare per riqualificare il centro storico».

    Tra le richieste dei cittadini che il sindaco ha presentato al questore, anche un presidio notturno della zona dell’Acquario e un maggior controllo del fenomeno dei parcheggiatori abusivi. «Sono portavoce di una presenza più visibile ed efficace delle forze dell’ordine – prosegue Doria – ma va anche detto che ci sono aspetti positivi che vanno sottolineati come l’apertura di nuove attività commerciali gastronomiche nella zona di San Bernardo e della Maddalena, il che significa che non c’è solo un centro storico che chiude».

    Si aggiunge, quindi, un altro capitolo della “Saga Movida“, è un capitolo fatto di spaccature: se da un lato i residenti si mobilitano per difendere cioè che gli esercenti osteggiano, dall’altro lato anche la giunta si spacca, con sindaco e assessore di riferimento mai così distanti.

  • Movida, parte l’osservatorio per valutare gli effetti dell’ordinanza. Un passo indietro è possibile

    Movida, parte l’osservatorio per valutare gli effetti dell’ordinanza. Un passo indietro è possibile

    Vicoli, Centro Storico di GenovaNonostante il respingimento da parte del Tar della Liguria della sospensiva contenuta nel ricorso contro l’ordinanza anti movida, presentato lo scorso maggio da Ascom-Confcommercio e Confesercenti, qualcosa sembra muoversi e la direzione potrebbe essere quella di una parziale revisione dell’ordinanza da parte del Comune di Genova.

    «Nelle prossime ore si riunirà per la prima volta un osservatorio dedicato alla movida, formato da cittadini, esercenti, circoli, e associazioni di categoria, per fare il punto sull’ordinanza dopo quattro mesi dalla sua entrata in vigore», ha dichiarato l’assessore comunale allo Sviluppo Economico, Emanuele Piazza. L’obiettivo è quello di trovare un equilibrio tra le esigenze della cittadinanza e quella dei titolari dei locali notturni, che dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza hanno registrato diverse sofferenze a causa delle chiusure anticipate: all’una di notte nei giorni feriali e alle 2 nel weekend. «Nessuno vuole ammazzare il centro storico, ne impedirne il godimento notturno da parte della popolazione – continua Piazza – per questo cercheremo di trovare un equilibrio capace di mettere d’accordo cittadini ed esercenti, dopo aver analizzato i pro e i contro dell’ordinanza oggi in vigore. Sicuramente cercheremo di premiare i locali che operano nel rispetto delle regole».

    Queste parole ancora una volta sottolineano il fatto che questo provvedimento sulla movida fu pensato anche per contenere il dilagante fenomeno dei minimarket, spuntati come funghi nel cuore del centro storico genovese nel corso degli ultimi anni. Il ricorso presentato al Tar da parte delle Associazioni di categoria escludeva, infatti, questi esercizi commerciali, che spesso vivono in quella sottile zona d’ombra che separa la legalità dall’illegalità, complice una legislazione impreparata al fenomeno (diffusissimo in molte città europee) e la crisi economica che ha fortemente minato gli esercizi commerciali tradizionali, esponendoli ad una concorrenza inedita.

    Come si apre un minimarket? 

    Sono proprio le procedure, maggiormente liberalizzate negli ultimi anni, ad aver creato questo contesto così esplosivo: se nel quadro economico odierno aprire e mantenere un’attività commerciale rappresenta un’impresa non priva di costi e di rischi, per gestire un esercizio di vicinato (così come sono catalogati iminimarket) la questione è un po’ diversa in quanto non sono necessarie particolari qualifiche o permessi per poterne avviare uno. Per una superficie sotto i 250 metri quadrati, infatti, è sufficiente comunicare al comune l’inizio dell’attività e renderla operativa entro i 30 giorni dalla consegna della comunicazione scritta. Il titolare dell’attività è tenuto ad essere in possesso di una Licenza per alimenti che viene rilasciata dall’ufficio Igiene del Comune dopo l’ispezione e il parere dell’Asl che verifica che siano state rispettate le norme vigenti. Il titolare del minimarket deve avere lavorato per due anni (negli ultimi cinque) nel settore alimentare, come dipendente o coadiutore, oppure deve seguire un corso specifico presso la Camera di Commercio o un ente di formazione abilitato. Nei fatti è evidente come l’apertura di un esercizio di vicinato non richieda particolari esborsi economici, ne particolari abilitazioni a differenza di altre tipologie di locali notturni; basta pensare che per acquistare una licenza di un bar sono necessari circa 70 mila euro, con tutte le certificazioni del caso relative alla preparazione e alla somministrazione di cibo e bevande, che permettono i “coperti”, di avere un vano adibito a cucina e tutto quello che un semplice minimarket non ha.

    Mal di pancia

    Nel frattempo, però, i nuovi orari di chiusura imposti dal Comune stanno creando non pochi mal di pancia agli esercenti del centro storico genovese: «La chiusura anticipata imposta da questa ordinanza influisce negativamente sui nostri incassi – racconta il titolare di uno storico locale delle Vigne – se il Comune intende mantenere questa rotta dovrebbe estendere questo regolamento anche fuori dal centro storico, perché facendo così non fa altro che spostare il lavoro in altre aree della città e non mi sembra corretto». La discussa ordinanza è nata dalla lettura emotiva di un contesto complicato: da un lato quello che per alcuni rappresenta il degrado (consumo di alcool, gente in strada fino a tardi, sporcizia), e dall’altro il voler vedere il centro storico ordinato, lucido e perfetto. La soluzione è stata una legge rigida, che ha provato a regolare la fluidità dell’economia della “Città Vecchia”: il risultato è una cura peggiore del male, che rischia di mettere in ginocchio chi ci lavora, svuotando i vicoli della loro anima commerciale.

    Andrea Carozzi

  • Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    Movida, l’abuso di alcool è solo colpa dei minimarket? La difesa di un commerciante di San Donato

    ConcertoDall’entrata in vigore della nuova ordinanza “anti-Movida” sono già circa 200 le multe che i vigili del Comune di Genova hanno notificato agli esercenti che non hanno rispettato le regole varate dalla giunta Doria lo scorso aprile ed entrate in vigore a fine maggio. Gli accorgimenti addottati dall’amministrazione per porre un freno alla cosiddetta “movida alcolica” – che caratterizza, seppur in maniera diversa, i quartieri del centro storico e di Sampierdarena – stanno dando i primi frutti. Dopo un periodo di prova caratterizzato da una capillare campagna informativa che ha portato i vigili urbani a recarsi personalmente con opuscoli esplicativi in ogni locale dei quartieri interessati dall’ordinanza, da fine maggio sono cominciati i controlli serrati che non hanno risparmiato i trasgressori. Per una valutazione complessiva di questa operazione, i tempi non sono ancora maturi: bisognerà aspettare qualche mese e, soprattutto, il ritorno dalle ferie estive, per verificare quanto sia stato incisivo il giro di vite imposto a chi vende alcolici fino a notte inoltrata. Ma l’obiettivo del Comune di Genova è chiaro: creare il giusto equilibrio tra chi vuole vivere la movida notturna e chi ha il diritto di riposare senza essere molestato da schiamazzi e altri comportamenti poco consoni derivanti da un massiccio consumo di alcol (e non solo).

    Come ogni provvedimento che mira a regolare una consuetudine ben radicata nel panorama sociale di una città, la nuova ordinanza sulla movida ha creato una divisione tra chi vede di buon occhio l’iter intrapreso dal Comune (in questo caso, gli abitanti) e chi si sente colpito, soprattutto nel portafoglio. Tra questi ultimi, possiamo annoverare il titolare di un bar e piccolo imprenditore del centro storico genovese che, a tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, si trova a tirare le somme. E il risultato che ha per le mani non gli piace affatto.

    «Noi apriamo alle 17 – ci racconta – e fino alle 21 non entra nessuno; il vero lavoro inizia alle 23. Con le nuove regole del Comune che ci impongono di chiudere alle 2, siamo praticamente costretti a chiudere non appena la gente comincia a consumare. In questo modo, i miei incassi si sono dimezzati». Il nostro interlocutore non è italiano e, anche per questo, preferisce rimanere anonimo: si tratta di uno dei tanti lavoratori extracomunitari che ha provato a svoltare aprendo diverse attività commerciali nella zona di San Donato, cuore della movida genovese. Gli affari per il piccolo imprenditore sono andati bene fino a che i minimarket e i bar come il suo, che offrono cocktail e birre a prezzi inferiori alla media, sono finiti sotto i riflettori mediatici per essere stati identificati quali cause principali cause del degrado serale dei vicoli di Genova.

    «Noi lavoriamo come tutti gli altri – si difende – paghiamo le tesse e chiediamo i documenti ai clienti che entrano nel bar prima di servirgli da bere. Nonostante questo, quando sui giornali si parla di emergenza alcool tra i giovani e di degrado del centro storico, le fotografie che accompagnano gli articoli ritraggono sempre locali come il nostro e non quelli che applicano i nostri stessi prezzi ma sono italiani. Noi chiediamo solo di poter lavorare come tutti gli altri».

    moretti-movida-centro-storico-DIIl principale indiziato dell’attacco ai locali come quello della nostra fonte è il basso prezzo a cui vengono venduti gli alcolici: si parte dal famoso chupito a 1 euro passando per la birra in bottiglia a meno di 3 euro e arrivando ai cocktail a 3,5 euro. Solo questione di concorrenza? «Tengo i prezzi più bassi per essere competitivo – sostiene il nostro interlocutore – ma se il Comune obbligasse i bar ad adottare un tariffario uguale per tutti, non avrei problemi a rispettarlo». Se questa può essere considerata una misura da fanta finanza poiché l’amministrazione pubblica non può imporre un tariffario obbligatorio, è altrettanto vero che chi offre un servizio in maniera legale, dovrebbe poter operare al pari di tutti gli altri, guadagnando quello che reputa opportuno, probabilmente a discapito della qualità…ma questo è un altro discorso.

    L’origine dell’emergenza e dell’abuso di alcool tra i giovani non va ricercata solo nei bassi prezzi offerti da questo tipo di locali. «Noi lavoriamo all’interno di un quartiere frequentato prevalentemente da ragazzi che spesso si fermano davanti al nostro locale e consumano diverse bottiglie di super alcolici o di birra che si sono portati da casa – ricorda l’imprenditore – o che hanno acquistato in qualche supermercato. Non riesco a capire perché non ci sono controlli in questo senso, visto che dopo le 22 è proibito girare con bottiglie di vetro per il centro storico».

    A causa della nuove normative, il nostro interlocutore racconta di essere già stato costretto a chiudere una panineria e un minimarket aperti da poco e ora rischia di tirare definitivamente giù la serranda anche del bar che ha visto la luce solo nel 2015. «Non so che cosa vogliono ottenere con questa nuova normativa – si sfoga – forse vogliono farci chiudere tutti o forse vogliono colpire i minimarket che si sono diffusi per il centro storico negli ultimi anni. Quello che so, però, è che i locali al Porto Antico non sono soggetti all’ordinanza pur trovandosi a pochi metri dal centro storico e così il problema degli schiamazzi notturni non si risolve. L’ordinanza colpisce chi ha un locale nei vicoli favorendo chi ne ha uno al Porto Antico: non capisco il perché».

    Andrea Carozzi

  • Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Hb birraAncora un’edizione extralarge dell’Oktoberfest, ancora una levata di scudi delle associazioni dei commercianti che lamentano l’eccessiva lunghezza della festa della birra bavarese in programma in piazza della Vittoria dall’8 al 25 settembre prossimi. A sollevare il problema è il presidente di Fiepet Confesercenti Genova, Antonio Fasone, che punta il dito anche contro la consueta Festa dell’Unità, in piazza Caricamento dal 25 agosto al 10 settembre. «Si tratta, in entrambi i casi, di manifestazioni che, in virtù della loro lunga durata, hanno un impatto pesante sui pubblici esercizi in sede fissa e per questo motivo dovrebbero essere regolamentate. Per quanto riguarda l’Oktoberfest, fra l’altro, fino al 2014 avevamo concordato con il Comune una durata massima di nove giorni. Ma già l’anno scorso l’amministrazione non ha tenuto conto in alcun modo di tale intesa e, senza nemmeno consultarci, ha autorizzato gli organizzatori a raddoppiare i giorni, da nove a diciotto».

    Dodici mesi dopo, il problema si è riproposto, identico. «Ancora una volta l’Oktoberfest durerà due settimane abbondanti e, nel frattempo, anche la Festa dell’Unità continua a snodarsi su tre settimane senza limitazioni sull’orario di somministrazione degli stand, che da anni chiediamo possa essere limitato alla sera», aggiunge Fasone. Per la verità, a fronte della nuova sollecitazione di Confesercenti, l’assessore allo sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, ha aperto la porta a un confronto per le manifestazioni a venire, dicendosi pronto a incontrare le associazioni a settembre «nell’obiettivo di avviare un percorso di analisi della situazione esistente su tale tipologia di manifestazioni e stabilire, quindi, idonee regole condivise e trasparenti». Ma le date di Oktoberfest e Festa dell’Unità 2016, ormai, non si possono più toccare.

    «Anche noi – spiega Alessandro Cavo, Ascom-Confcommercio – abbiamo chiesto alla Regione, da mesi, di adottare un regolamento sulle sagre sulla falsariga di quello in vigore in Lombardia, perché tali manifestazioni vanno normate in maniera da portare valore aggiunto al territorio mentre oggi, spesso, si limitano a fare razzia nei confronti di chi fa ristorazione in maniera professionale e deve già sottostare a tutta una serie di controlli ulteriori. Per fare un esempio, una sagra dell’asado a Genova o nell’entroterra non ha nessun senso; ben vengano, invece, iniziative capaci di generare indotto come Slow Fish, a cui infatti partecipano anche i ristoratori genovesi tramite lo stand di Genova Gourmet».

    Il distinguo tra Ascom e Confesercenti sorge, invece, proprio quando si parla di Oktoberfest. Contrarissimi i secondi, decisamente più concilianti i primi. «Nel momento in cui non arreca danni economici alle attività della zona, non abbiamo nulla in contrario alla sua organizzazione. Fra l’altro, nel corso degli anni l’Oktoberfest ha fatto anche dei passi avanti dal punto di vista della comunicazione con il territorio» spiega Cavo, che non ravvisa neppure contraddizioni nella scelta del Civ di Piazza della Vittoria di partecipare all’organizzazione: «È una scelta che il consorzio ha fatto in maniera assolutamente autonoma e indipendente».

    Confesercenti, invece, non ci sta. «L’apertura del Comune è sicuramente positiva, ma arriva comunque troppo tardi e non capiamo perché si sia lasciato passare un intero anno senza prendere provvedimenti, dato che avevamo sottoposto il problema fin dall’anno scorso e che, quindi, la questione era ben nota» riflette il direttore provinciale, Andrea Dameri. «Non capiamo, poi, come l’amministrazione autorizzi e addirittura incentivi manifestazioni temporanee che prevedono la somministrazione di bevande alcoliche, ma allo stesso tempo pregiudichi il lavoro di migliaia di esercenti in sede fissa costretti ad anticipare l’orario di chisura delle proprie attività, pur avendo sempre agito nel rispetto delle regole».

    Il riferimento, naturalmente, è alla contestatissima ordinanza anti-movida con la quale, nei mesi scorsi, il Comune di Genova ha imposto la chiusura anticipata all’una di notte, con proroga alle due il venerdì, sabato e nei prefestivi, a tutti i bar del centro storico e di Sampierdarena, indipendentemente dal fatto che questi abbiano violato o meno le norme in materia di somministrazione di alcolici a minori o in contenitori di vetro oltre l’orario consentito. Un provvedimento che la stessa Confesercenti, insieme ad Ascom, ha impugnato di fronte al Tar e che quindi, nei prossimi mesi, potrebbe anche essere clamorosamente sconfessato dal tribunale amministrativo.

    moretti-movida-centro-storico-DIIntanto, però, quell’ordinanza è in vigore e se, da un lato, aiuta i residenti a dormire sonni tranquilli, dall’altro il sonno finisce per toglierlo agli esercenti. «Mentre noi del centro storico dobbiamo chiudere all’una, i bar del Porto Antico possono andare avanti fino alle tre, e questa è una situazione di evidente disparità: anche perché se la ragione è la tutela della quiete pubblica, come mai non si pensa pure agli abitanti di via del Molo?» si domanda Giancarlo Sgrazzuti, gestore dello storico Bar Moretti di via San Bernardo. «Davvero, non capisco quale sia il senso di certe decisioni, se non la volontà di incanalare la movida in certe zone della città e non in altre. Poi, mi tocca pure vedere lo stemma del Comune sugli striscioni dell’Oktoberfest, una manifestazione che sostanzialmente consiste nel bere birra a fiumi, e allora penso che davvero esistano delle situazioni assurde. È chiaro che durante la festa della birra tutti noi lavoriamo molto meno, ma il punto non è nemmeno questo. Il punto – attacca Sgrazzuti – è capire se il Comune intenda davvero contrastare l’abuso di alcol, o se invece non faccia semplicemente figli e figliastri, favorendo sempre gli stessi. Ad esempio, pensate solo a chi ha potuto allestire un maxitendone in piazza Piccapietra per tutto il mese degli Europei: gli stessi che oggi organizzano l’Oktoberfest».

    D’altra parte, aggiunge “mister Moretti” «fare abbassare a tutti le saracinesche una o due ore prima la sera, non serve nemmeno a contenere il consumo di alcol fra i giovanissimi: i ragazzini di 14-15 anni sono i primi a uscire la sera, ben prima di mezzanotte, per cui è ovvio che anticipare la chiusura dei locali non serve a nulla e le chupiterie della zona di San Donato continuano a lavorare a pieno regime, con i loro colpi a 1 euro o poco più. Meglio sarebbe controllare gli abusivi e punire solo quelli. Senza contare che attività come la nostra forniscono anche un servizio ai cittadini: banalmente penso ai bagni che il Moretti ha sempre messo a disposizione di tutti, clienti e non. Insomma, chiudendo i bar viene meno un presidio ma non si risolve assolutamente il problema dell’alcol, anzi, forse lo si aggrava pure, perché chi vuole continua a bere per strada, senza alcun controllo. E ditemi voi cosa è peggio».

  • Voltri, il Comune chiude le porte al secondo mercato settimanale. Rabbia commercianti: “Tagliati fuori”

    Voltri, il Comune chiude le porte al secondo mercato settimanale. Rabbia commercianti: “Tagliati fuori”

    voltri-3Il secondo mercato settimanale a Voltri non si farà. L’incontro con l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, dello scorso 20 luglio ha avuto l’effetto di una doccia fredda sui commercianti dell’estremo ponente di Voltri, che hanno visto sfumare in men che non si dica l’opportunità di un nuovo mercato da tenere in piazza Caduti Partigiani. Poche settimane fa, abbiamo raccontato della crisi profonda in cui sono incappate le attività commerciali di via Camozzini, nell’ultimo tratto di Voltri e del ponente genovese. Un’area storicamente depressa dal punto di vista economico, ma che ha subito in modo drammatico gli effetti della frana di Arenzano dello scorso marzo. Il giro d’affari dei negozi della zona si alimentava del transito sull’Aurelia. Transito che si è drasticamente ridotto dopo la chiusura della statale che, a causa della frana, da ormai più di quattro mesi taglia letteralmente in due la Liguria.

    «È un’occasione a cui il Comune ha voluto chiudere la porta senza motivo». C’è tanta amarezza nelle parole dell’edicolante Fabio Boni, lo stesso che circa un mese fa esprimeva ottimismo e fiducia in una risposta positiva da parte di Palazzo Tursi. Al posto di quell’ottimismo ora c’è solo delusione per l’occasione mancata: «Siamo tagliati fuori – lamenta – per loro dobbiamo rimanere come siamo e dobbiamo morire qua».

    municipio-ponente-voltriLa questione si inserisce nel più ampio contesto di un clima di tensione tra gli ambulanti e l’amministrazione comunale. Lo scorso 26 luglio, durante un altro incontro a Palazzo Tursi, gli operatori di Aval (Associazione venditori ambulanti liguri) hanno protestato con forza principalmente per la mancata ricollocazione del mercato rionale. Al culmine della contestazione, gli ambulanti sono arrivati a chiedere le dimissioni di Piazza. A scatenare il malcontento nella categoria sono però anche le difficoltà di mantenere in piedi le attività per le tasse troppo alte e per la concorrenza degli abusivi. Ed è così che gli effetti della crisi generale del settore vanno a influire sulla “questione voltrese”.

    «Stiamo affrontando un generale calo delle bancarelle, in particolare a Ponente – ci spiega l’assessore Piazza – per questo, al momento non ci sono le condizioni per un secondo mercato settimanale». L’assessore precisa che i contatti con il Municipio 7 Ponente proseguono, ma i commercianti di via Camozzini sembrano aver perso la speranza di un sostegno concreto in tempi ragionevoli: «Ci hanno proposto forme di sostegno alternative come dei cartelli che indicano la presenza dei negozi o dei soldi per finanziare interventi nei locali – ci racconta Loredana, che possiede un negozio di orefici – ma non è quello di cui abbiamo bisogno». Le richieste dei commercianti sono le stesse di un mese fa: qualcosa che attiri persone nella zona ovest di Voltri ma che al tempo stesso non faccia concorrenza alle attività già presenti come, invece, farebbe la ventilata ipotesi di un mercatino di Coldiretti, che andrebbe a insidiare le attività locali di alimentari, peraltro la stragrande maggioranza nella zona. Un mercato settimanale in aggiunta e non in sostituzione a quello del martedì a Voltri sarebbe, per i commercianti, la soluzione ideale.

    «L’assessore ci ha spiegato che dei banchi di Voltri solo il 40% sarebbe in regola con le tasse – chiosa amaramente Boni – a questo punto non capiamo perché quelle bancarelle possano continuare a lavorare nella posizione attuale. C’è tanta confusione».


    Luca Lottero

  • Voltri, la frana di Arenzano peggiora la crisi del commercio. Idea secondo mercato

    Voltri, la frana di Arenzano peggiora la crisi del commercio. Idea secondo mercato

    voltriÈ un grido d’aiuto quello che si alza dall’estremo ponente voltrese, dove la frana di Arenzano ha messo in seria difficoltà gli affari di una zona che, già in condizioni “normali”, non naviga certo nell’oro. Aprire un’attività nell’ultima parte di Voltri, quella che precede la lunga via Rubens e che porta fino a Vesima, agli estremi confini ponentini del Comune di Genova, è affare da coraggiosi. Chi ci prova deve spesso chiudere i battenti dopo pochi mesi. Altri, tenacemente, resistono. Tra questi Fabio Boni che, assieme ad altri commercianti locali, si è fatto carico della situazione e ha avviato un dialogo con le istituzioni per provare a rimediare a una situazione divenuta insostenibile. «La frana – ci spiega – ha peggiorato di un 30-40% i fatturati di molte attività della zona».

    I già traballanti bilanci delle attività di quartiere si basavano sul transito continuo di persone lungo quella che è l’unica via (esclusa l’autostrada) per uscire da Genova. Da quando la Liguria è “tagliata in due” questo transito si è quasi del tutto perduto. «Per vie ufficiose ci è arrivato un dato allarmante – continua Boni – 2 milioni di macchine all’anno passano dall’Aurelia in questa zona. In questo momento sono, di fatto, 2 milioni e mezzo di euro che guadagna Autostrade. Noi, invece, siamo tagliati fuori dalla Liguria».

    Da quando i massi hanno bloccato la strada nella prima parte di Arenzano (ormai più di 3 mesi fa), l’autostrada è diventata infatti l’unica possibilità per spingersi a Ponente, oltre i confini del Comune di Genova. Un rimborso parziale è garantito solo a chi dimostra di doversi spostare per motivi di lavoro. «È assurdo che non si sia ancora trovata una soluzione, nemmeno parziale, come un senso unico alternato – afferma il consigliere municipale Matteo Frulio – l’autostrada non può essere l’unica via per spostarsi». Soprattutto in una città di anziani e di scooter.

    L’idea del secondo mercato

    voltriSe la questione della mobilità non dipende esclusivamente da Municipio, Comune e Regione, qualcosa di più si potrebbe fare per dare una mano quantomeno ai commercianti. E l’idea è già pronta, ovvero aprire un secondo mercato settimanale, il giovedì o il venerdì, nel parcheggio di piazza Caduti Partigiani. Non si tratta di una novità assoluta. Qualche anno fa si pensò di trasferire proprio in quella zona il mercato settimanale voltrese, che attualmente si svolge al martedì negli spazi di piazza Gaggero. La dichiarazione d’intenti bastò a scatenare la reazione dei negozianti della “zona centrale” voltrese e dell’Associazione Mercatali.

    Per questo, oggi, l’idea sarebbe quella di aggiungere, anziché sostituire, per non scontentare nessuna delle due metà della delegazione. La pensa così Matteo Frulio, che è anche presidente della commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, che ha fatto da tramite tra le istanze dei negozianti e il Comune di Genova. «Da parte dei commercianti – spiega – è venuta la necessità di fare qualcosa di duraturo nel tempo, che non si limitasse al periodo dei lavori per la frana. Un primo punto, oltre a quello del mercato, è quello di cercare di attirare più manifestazioni possibili in quella zona di Voltri, in modo da tornare a ‘creare un giro’ di persone».

    La frana ha reso più urgenti le rivendicazioni dei negozianti ma ha solo acuito un problema già esistente, per questo il Comune potrebbe accogliere l’istanza dei commercianti della parte più estrema della delegazione. Secondo quanto emerso durante un incontro pubblico, l’assessore comunale allo Sviluppo economico, Emanuele Piazza, si sarebbe reso disponibile ad attivarsi per trovare una soluzione, che non coincide necessariamente con la proposta dei “voltresi di ponente”.«Stiamo valutando la situazione con grande attenzione – conferma Piazza a Era Superba – ed entro luglio verrà deciso se quella del secondo mercato può essere una soluzione per sostenere una zona sicuramente penalizzata».

    Le sensazioni sono positive. «Piazza Caduti Partigiani è pronta da tempo – conclude Fabio Boni – siamo una delle poche delegazioni a non avere il secondo mercato settimanale».

    Luca Lottero

  • Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    alcoliciPresentate oggi ed entreranno in vigore nei prossimi giorni le tanto attese ordinanze sindacali per la limitazione della vendita di bevande alcoliche nel centro storico di Genova e in buona parte del quartiere di Sampierdarena. Due provvedimenti distinti ma in realtà quasi identici che, come spiega il sindaco Marco Doria e riporta l’agenzia Dire, fanno seguito a «un regolamento che abbiamo già approvato e, sull’esempio di quanto fatto da altre città come Parma, fissano il principio che in città c’è spazio per il divertimento ma ci deve essere spazio anche per la tutela dei diritti, il riposo e la convivenza tra locali e cittadinanza che abita, vive e lavora nei quartieri. C’è un filo che lega questo provvedimento a quello sulle sale da gioco: il Comune non vuole assistere passivamente al dilagare di fenomeni che oggettivamente impoveriscono la qualità della vita in città». Il messaggio che arriva dall’amministrazione non ha vocazione prettamente proibizionista ma si rivolge con fermezza soprattutto nei confronti dei cosiddetti minimarket che, se vendono bevande alcoliche, saranno costretti a chiudere alle ore 21 nei quartieri oggetto delle ordinanze. «In realtà – sostiene il sindaco – questi esercizi sono bar camuffati che somministrano alcol a tutte le ore del giorno e della notte e che, anzi, in alcuni casi aprono alle 18 per poter andare avanti fino al mattino». Secondo i dati riportati dall’assessore a Legalità e diritti, Elena Fiorini, nel centro storico di Genova esiste una concentrazione di 8,5 esercizi per ettaro che smerciano bevande alcoliche, a fronte di una media cittadina di 0,1 per ettaro. Un dato che va confrontato con la densità abitativa che nel centro storico è di 488 residenti per ettaro a fronte di una media complessiva di 25. «Nel corso dei monitoraggi per verificare il rispetto del limiti acustici – spiega Fiorini – in 10 punti collocati nei quartieri oggetto delle ordinanze abbiamo osservato sforamenti praticamente tutti i giorni della settimana».

    Diversa la disciplina per i bar veri e propri che potranno rimanere aperti fino all’1 del giorno successivo dalla domenica al giovedì e fino alle 2 il venerdì, sabato e in tutti i giorni prefestivi. Inoltre, a partire dalle 22, tutti i giorni sono vietate vendita e consumo di bevande alcoliche in vetro e lattina. Infine, regolamentazione dedicata per i numerosi circoli associativi di Sampierdarena: l’impatto acustico dovrà essere fortemente contenuto a partire dalle 24 mentre la somministrazione di bevande alcoliche dovrà terminare all’1. «Nel caso dei circoli – specifica l’assessore – bisogna fare molta attenzione perché l’attività è tutelata costituzionalmente dalla libertà di associazione: a differenza dei locali commerciali, possano solo vietare la somministrazione di bevande alcoliche ma non imporre la chiusura a orari prestabiliti».

    «Non sono orari da tramonto – chiosa il sindaco – ma cercano di trovare il giusto equilibrio tra le possibilità di svago e diritti inalienabili dei cittadini residenti, senza essere proibizionisti ma ponendosi anche il problema del fenomeno dell’abuso di bevande alcoliche. Non è solo una questione di vivibilità ma anche di diritto alla salute, inteso sia come necessità di riposare e dormire di notte sia come tentativo di arginare il fenomeno di abuso di bevande alcoliche. Non vogliamo essere proibizionisti ma il problema ce lo poniamo». Il rispetto delle ordinanze sarà verificato dalla Polizia Municipale che, da fine febbraio, data di entrata in vigore del nuovo regolamento che ha posto le basi per le ordinanze, su tutto il territorio comunale ha prodotto 42 sanzioni e 8 ordini di chiusura anticipata alle 20 per esercizi che non rispettavano le norme di vendita ai minori, di pubblicità e gli orari previsti, tanto che alcuni locali hanno deciso di non vendere più bevande alcoliche.

    «Cerchiamo di dare regole corrette a un qualcosa che è molto complicato – ragiona l’assessore Fiorini – perché su questo tema si scontrano la gran parte delle città europee. Non pensiamo di fornire soluzioni miracolistiche ma è un work in progress che necessità della collaborazione di tutti gli attori in campo».

    Confesercenti non ci sta: possibile ricorso al Tar

    Vicoli, Centro Storico di GenovaI provvedimenti hanno scatenato immediatamente la reazione degli esercenti. «Con le due ordinanze sulla movida annunciate questa mattina senza previo coinvolgimento delle associazioni – sostiene  Cesare Groppi, segretario di Fiepet Confesercenti Genova  ancora una volta, il Comune non solo dimostra di non avere capito come risolvere i problemi del centro storico e delle altre zone critiche della città, ma arreca un danno economico enorme agli esercenti in regola, molti dei quali a questo punto rischiano di dover chiudere i battenti». Per le categorie, infatti, quella proposta da Tursi è una drastica sforbiciata rispetto a quanto consentito dal Codice della Strada, che prevede anche l’apertura h24 e fissa come orario limite alla somministrazione di alcolici le 3 del mattino in ogni giorno della settimana e il divieto di vendita per asporto dalle 22 alle 6.

    Per porre un freno al crescente degrado della città e al crescere di fenomeni di violazione legati alla “movida alcolica” pochi mesi fa erano state le stesse associazioni di categoria a chiedere all’amministrazione un giro di vite contro l’abusivismo e a tutela delle attività regolari. «Ma un provvedimento che fissa lo stesso orario di chiusura per tutti – commenta Groppi – è penalizzante per la stragrande maggioranza dei bar che si attengono scrupolosamente al regolamento. Le leggi ci sono e basterebbe farle rispettare, punendo i trasgressori con le adeguate sanzioni, fra le quali già oggi è prevista la chiusura anticipata alle ore 20 per chi non si attiene alle disposizioni sulla vendita e somministrazione di alcolici. Se poi all’una le serrande dovranno già essere abbassate, questo significa che l’effettiva interruzione del servizio di somministrazione dovrà avvenire ancor prima, con evidenti danni economici che, per molte attività, rischiano di essere insostenibili».

    Per questi motivi, le associazioni di categoria stanno valutando la possibilità di ricorrere alle vie legali contro un provvedimento definito «iniquo e penalizzante, che il Comune peraltro ha annunciato cogliendoci di sorpresa e interrompendo unilaterlamente un percorso che, invece, fino a poche settimane fa era stato condiviso».

    Soddisfatti, invece, i presidenti dei due Municipi interessati dalle ordinanze. «Il centro storico di Genova – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I – Centro Est – è densamente urbanizzato. A differenza di altre realtà europee, qui i cittadini non solo si divertono ma ci vivono anche e hanno un vivace tessuto di realtà associative. Il problema cruciale che questi provvedimenti cercano di contrastare sono i minimarket che per paga parte si configurano come soggetti predatori e distruttivi e delle relazioni sul territorio. Invece, è importante che si crei un’alleanza sociale tra i cittadini residenti, la movida, i pubblici esercizi e l’amministrazione».

    «Avevamo una certa impazienza di vedere queste ordinanze arrivare alla firma del sindaco – prosegue Franco Marenco, presidente del Municipio II – Centro Ovest – ampiamente giustificata dai fatti di cronaca anche recenti. L’obiettivo è tutelare l’interesse dei cittadini rispetto a quello, deviato, di alcuni singoli. A Sampierdarena, infatti, i problemi oltre al rumore si trasformano spesso in questioni di ordine pubblico, senza dimenticare quanto l’alcol rappresenti una piaga sociale sempre più tristemente diffusa».

    Le vie interessate dalle ordinanze

    Per quanto riguarda il centro storico, l’ordinanza esclude l’area interna del Porto Antico e include invece piazza De Ferrari. L’area interessata è compresa nel perimetro delimitato dalle seguenti vie: via Bersaglieri d’Italia, Piazza della Commenda, Piazza Scalo, via Gramsci, piazza Caricamento, piazza Raibetta, via Turati, corso Quadrio, via della Marina, via Madre di Dio, via Ravasco, via del Colle, via di Porta Soprana, via Petrarca, piazza De Ferrari, via XXV Aprile, piazza Fontane Marose, via Garibaldi, piazza della Meridiana, via Cairoli, largo della Zecca, via Bensa, piazza della Annunziata, via Balbi, piazza Acquaverde, via A. Doria.

    Per Sampierdarena, l’ordinanza comprende il seguente perimetro (incluse le vie del perimetro): via Chiusone, via Argine Polcevera sino a via Capello, Via Capello, via Fillak , via del Campasso sino al voltino lapide Caduti del Campasso compresa via Anguissola (chiusa), via Vicenza,via Caveri sino a incr. via Bazzi, via Bazzi, piazza Ghiglione, via Currò (tra piazza Ghiglione e via C.Rolando), via C. Rolando, via G.B.Monti sino a via Alfieri, via Alfieri, via Cantore (tratto a monte tra via G.B. Monti e via Alfieri e a mare tra piazza Montano e via U. Rela), via Cantore da via U. Rela a via Pedemonte (tratto di confine esterno non rientrante nell’ordinanza), via Pedemonte sino a via Dottesio, Via Dottesio sino a via di Francia, via di Francia (proiezione su via Scarsellini), via Scarsellini, Lungomare Canepa, via Operai, via Pacinotti, via Pieragostini sino a Largo Jursè, Largo Jursè,via Spataro, via Orgiero, via Bezzecca, via Miani (chiusa).

  • Grande distribuzione, ecco come la Regione Liguria ha soffiato la programmazione commerciale ai Comuni

    Grande distribuzione, ecco come la Regione Liguria ha soffiato la programmazione commerciale ai Comuni

    carrello_spesaRegione Liguria (ri)entra di prepotenza nel prezioso mondo della grande distribuzione organizzata (GDO) e lo fa in due modi. In attesa della nuova programmazione commerciale regionale, che sarà presentata entro il prossimo giugno, per prima cosa la giunta Toti ha sospeso l’accettazione delle istanze per nuove aperture di centri commerciali fino al prossimo 30 giugno. E, poi, si è ripresa la competenza esclusiva di decidere cosa-dove-chi, togliendola ai comuni.

    GDO, diminuiscono i ricavi ma aumento i punti vendita

    Dal 2007, secondo una decisione presa dalla giunta Burlando, l’avvallo dell’apertura di nuovi centri commerciali spettava alle singole municipalità che potevano decidere in maniera autonoma. Ma se la Regione può concedere, la Regione può anche togliere, come sottolinea l’assessore allo sviluppo economico Edoardo Rixi della giunta Toti: «Solo un ente come il nostro può avere uno sguardo complessivo omogeneo. Ad oggi esistono criteri di distribuzione che variano da area a area, con troppe differenze». Il leghista sostiene, inoltre, che la Regione «non avrà quel conflitto di interessi tipico dei Comuni che, spesso, per fare cassa o intervenire su questioni urbanistiche, non potendo permettersi la spesa, hanno concesso permessi rifacendosi su opere di compensazione o accessorie».

    Questa tendenza in Liguria sembrerebbe confermata anche dai dati numerici: il settore della GDO, dal 2008 ad oggi, ha registrato una contrazione dei ricavi, dovuta alla diminuzione dei consumi. In questo contesto, però, sono aumentati gli spazi commerciali della grande distribuzione: dai 298 mila metri quadri del 2012 si è passati ai 340 mila del 2015 (un aumento di 42 mila in tre anni, secondo i dati forniti dagli uffici regionali). Gli ipermercati, cioè quegli esercizi con superficie superiore agli 8 mila metri quadrati, sono passati dai 9 del 2011 ai 13 del 2014, mentre i supermercati sono aumentati nello stesso arco temporale da 211 a 250.
    Numeri schizofrenici che danno adito alla polemica politica secondo la quale certi operatori investivano in immobili pubblici, tappando o tamponando i buchi di bilancio delle amministrazioni, in cambio di un mantenimento di un certo tipo di assetto di mercato, inficiando ecosistemi economici di zona o soprassedendo sui pericoli ambientali. Da questo potrebbe derivare il fatto che la Liguria, e Genova in particolare, secondo i dati di Altroconsumo, ha i prezzi medi tra i più alti di Italia (+25-30%), per quanto riguarda la GDO: una sorta di tassa indiretta, che serve a mantenere conveniente l’apertura di nuovi centri commerciali.

     Regione vs Comune, ovvero Coop vs Esselunga

    «Uno dei criteri principali della nuova programmazione – riprende Rixi – sarà quello di garantire veramente il libero mercato dei marchi, tutelando però il commercio al dettaglio e i centri storici». Una sana concorrenza potrebbe, secondo l’assessore, far calare i prezzi, aumentando il poter d’acquisto delle persone.
    Ed è proprio su questo punto che negli ultimi giorni si è scatenata la polemica tra le parti politiche: se da un lato, il governatore Giovanni Toti, attraverso questo provvedimento, rivendica la fine del monopolio delle Coop, dall’altro lato il Partito democratico attacca, sostenendo la natura ad personam della legge, che potrebbe far saltare i vincoli che vietano la costruzione di centri commerciali in strutture di pregio, favorendo così l’insediamento di Esselunga.

    Da circa 20 anni, infatti, la catena di supermercati della famiglia Caprotti (controllata dalla Supermercati Italiani s.p.a., fondata nel 1957 da Nelson Rockfeller), cerca di inserirsi nel mercato ligure della grande distribuzione, senza però mai ottenere i permessi necessari (escluso il punto vendita della Spezia), nonostante gli spazi commerciali, come abbiamo visto, siano aumentati in maniera considerevole.

    Rixi risponde alle crtiche: «La nuova programmazione tutelerà il territorio»

    Anche il Movimento Cinque Stelle assieme alle associazioni ambientaliste e di territorio, annuncia battaglia: il territorio ligure è oltremodo saturo e, ciononostante, si progetta ancora di costruire grandi spazi commerciali, come per il supermercato di via Romana della Castagna di Quarto o l’apertura di un Leroy Merlin sotto lo stadio Carlini, a San Martino, solo per citare un paio di esempi noti.

    La programmazione territoriale per il commercio, ribatte Rixi, «sarà stilata acquisendo anche i pareri delle Camere di commercio e delle associazioni territoriali, in piena tutela dell’ambiente, cosa che non è stata fatta in questi ultimi anni visto che si è continuato a costruire anche in zone ad alto rischio idrogeologico».

    Intanto, in attesa del termine di giugno, va registrato un cambio importante per l’assetto commerciale della nostra Regione: le premesse di tutela potrebbero essere, almeno sulla carta, confortanti, soprattutto in una realtà come la Liguria, che, secondo l’Istat, è quella col più alto tasso di incidenza della povertà relativa di tutto il nord del Paese. I luoghi del consumo, come i supermercati, sono sempre di più cartina di tornasole della salute di una società: se questi hanno la priorità anche sulla sicurezza pubblica, è evidente che qualcosa non funziona. La partita è stata riaperta, aspettiamo i risultati.

    Nicola Giordanella

  • Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    Ortofrutta a Genova: boom di aperture e numeri in crescita, ma la realtà è diversa

    ortofruttaIl mercato della frutta a Genova costituisce il 4,29% del commercio al dettaglio, secondo i dati forniti dalla Camera di Commercio. Un numero freddo che, di per sé, lascerebbe indifferenti, se non si accompagnasse ad una tendenza piuttosto sorprendente: il settore del commercio ortofrutticolo nella nostra città segna un andamento positivo, in forte controtendenza rispetto al trend generale del commercio. Un trend che, soprattutto in alcune zone come il Centro storico, è palpabile ad occhio nudo grazie al pullulare di negozi e negozietti che mettono in bella mostra casse di frutta e verdura.
    «In un periodo di crisi – spiega il professor Enrico Di Bella del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova – si sviluppa spesso la tendenza all’apertura di nuove attività commerciali, specie in alcuni settori particolari. Questo succede perché alcune imprese sono costrette a chiudere e i dipendenti, anche grazie alla liquidazione, provano a mettersi in proprio. Tuttavia, spesso questo tipo di operazione non rimane sostenibile a lungo». Ma l’aspetto che più sorprende è proprio che, a fronte di un aumento dell’avvio di attività, nel settore dell’ortofrutta non sembrano essere cresciute esponenzialmente le cessazioni, altra peculiarità che dovrebbe invece contraddistinguere i momenti di crisi economica. Ma non è tutto oro quel che luccica…

    Il negozio di ortofrutta: facile da aprire e, soprattutto, facile da chiudere

    Dopo la liberalizzazione del commercio sancita definitivamente da Regione Liguria con una delibera di fine 2012, aprire un negozio di frutta e verdura non comporta costi particolarmente ingenti, non richiede grandi investimenti iniziali, non necessita di strumentazioni sofisticate o spazi particolarmente vasti. 
    «Quello dell’ortofrutta – sostiene Giambattista Ratto, amministratore delegato di SGM (società che ha in gestione il mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Bolzaneto, al 10% proprietà del Comune, 25% Spim, 25% Camera di Commercio e 40% degli operatori consorziati) – è un settore piuttosto semplice da approcciare: non si tratta tanto di una questione di professionalità facilmente acquisibile, perché vendere e comprare ortofrutta di qualità non è così banale come si possa pensare, ma sicuramente richiede meno costi di avvio di altri settori. Un bancone, due cassette e non è neanche indispensabile la cella frigorifera: ecco che con 500 euro puoi fornire un negozio di metratura limitata; se riesci a incassare 600 euro, la mattina dopo hai già 100 euro di margine in più da investire; se, invece, ne incassi solo 300 o 400, provi a continuare per un mese e, se le cose continuano ad andare male, smetti».

    Per aprire un negozio di ortofrutta bastano pochi passi: creare una società, iscriverla alla Camera di commercio, avere tutte le autorizzazioni sanitarie rilasciate dal Comune e presentarsi al mercato di Bolzaneto, con tanto di visura camerale, per richiedere la tessera d’accesso. Poi, basta mostrare la partita iva per la fattura ai venditori all’ingrosso e il gioco è fatto. Inoltre, a quel che risulta dai nostri colloqui con alcuni operatori del settore, in alcuni casi lo Stato impiegherebbe almeno due anni prima di controllare la regolarità dei nuovi esercizi commerciali. Questo aspetto, se fosse confermato, comporterebbe nei fatti un notevole vantaggio dal punto di vista del rischio di avvio di nuova impresa non causando eccessivi costi nel caso di fallimento repentino dell’attività.

    Imprenditoria straniera, mafia e abusivismo

    mercato-frutta-verdura-sarzanoIl commercio al dettaglio a Genova a fine 2014 conta 411 negozi di frutta e verdura e 104 ambulanti, con oltre il 10,5% di nuove aperture in più rispetto al 2013. Ma l’impennata vertiginosa c’è stata tra il 2012 e il 2013, quando il numero di nuove aperture rispetto all’anno precedente è passato da circa il 3% al 9%. Se, però, tra il 2012 e il 2013 erano aumentate percentualmente anche le cessazioni di attività (da circa l’8% del 2012 sul 2011, a oltre l’11% del 2013 sul 2012), lo stesso non si può dire per il 2014: alla fine dello scorso anno ha tirato giù la serranda definitivamente solo poco più dell’8% dei besagnini rispetto al 2013.

    Al di là di questo turbinio di numeri, resta il dato di un settore in crescita a discapito di una crisi economica diffusa. Secondo l’ufficio statistica della Camera di Commercio, una prima motivazione di questa tendenza va ricercata nell’aumento di imprenditori stranieri: «Il settore del commercio di frutta e verdura al dettaglio è stato implementato negli ultimi anni grazie alla presenza di un numero elevato di imprenditori individuali stranieri, in particolare del Marocco: a fine 2014 si contano 88 realtà attive gestite da un titolare nato all’estero, pari al 21,4% del totale dei negozi del settore nel Comune di Genova, più di uno ogni cinque. Un dato notevole se si considera che nel 2011 erano solo 39 i titolari stranieri di una rivendita di ortofrutta». Una tendenza confermata anche dai rappresentati dei Civ di Sarzano e Maddalena che, tuttavia, lamentano un giro di affari in crescente difficoltà: insomma, secondo gli operatori storici del settore l’alto numero di punti vendita non sembra aver influito in maniera positiva sugli andamenti economici.

    Addirittura c’è chi punta il dito contro gli stranieri accusati di fare concorrenza sleale, di comprare merce di scarsa qualità e a costi più bassi per poter mantenere prezzi più avvicinabili dai clienti e di approfittare dei già citati controlli tardivi dello Stato per rendersi “invisibili” al fisco. Sia Confesercenti che il management del mercato di Bolzaneto, però, sono concordi nell’individuare altrove le cause delle difficoltà del settore. Secondo Matteo Pastorino di Confesercenti, la realtà della strada è ben diversa dal quadro prospettato dai numeri, che non tiene conto del nemico pubblico numero uno del commercio: l’abusivismo. «Quello dell’ortofrutta è un settore in crisi – sostiene Pastorino – perché alle difficoltà endemiche come la stagionalità, la tassazione e la concorrenza della grande distribuzione, si aggiunge la piaga dell’abusivismo con un numero sempre crescente di furgoni sulle strisce pedonali che si posizionano davanti ai mercati coperti, in barba alle norme comunali».
    Secondo il coordinatore provinciale di Anva e Fiesa Confesercenti, la merce venduta dagli ambulanti abusivi sarebbe inoltre di dubbia provenienza, tanto da mettere in discussione anche il rispetto delle principali norme igieniche: dalle nostre ricerche, tuttavia, la quasi totalità degli ambulanti operanti in città (abusivi e non) risulta rifornirsi regolarmente a Bolzaneto. Non possiamo sapere in quale proporzione rispetto alla merce poi effettivamente esposta e venduta, ma questo potrebbe valere paradossalmente per tutti i rivenditori del settore. «Abbiamo già fatto diverse segnalazioni alle autorità – dice Pastorino – ma spesso chi viene contestato si difende esibendo licenze itineranti. Le poche volte che vengono fatti verbali, le sanzioni non vengono pagate e il giorno dopo l’ambulante abusivo è di nuovo su piazza: sarebbero necessarie altre misure come presidi o sequestri dei mezzi perché stiamo parlando di un problema sempre più sentito dai commercianti di ortofrutta, soprattutto da chi opera nei mercati».

    C’è anche chi ritiene che dietro l’apertura indiscriminata di nuovi negozi e botteghe ci sia un forte controllo mafioso, e i nomi di alcune famiglie molto chiacchierate sono ben noti nel mondo ortofrutticolo. Il settore dell’ortofrutta per queste famiglie è spesso una copertura per ripulire i soldi ricavati da altre attività tipicamente criminali come lo spaccio di droga e il traffico di armi. «Ci si dedica al commercio dell’ortofrutta, così come all’edilizia (vedi approfondimento) – racconta Luca Traversa responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria – perché si tratta di attività economiche semplici da avviare e consentono di attivare un presidio sul territorio che poi è il fine ultimo delle mafie: il controllo dei cittadini».

    La nuova generazione di imprenditori della frutta e l’ipotesi chiusura notturna

    [quote]Non si tratta di italiani o di stranierima di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio.[/quote]

    I rischi di infiltrazione mafiosa non sembrano preoccupare più di tanto i gestori del mercato di Bolzaneto. «Queste persone – è la tesi di Giambattista Ratto – hanno tutte le autorizzazioni in regola per poter lavorare nel settore. Se poi si tratta di attività parallele non sta certo a noi gestori del mercato o al sistema dell’ortofrutta genovese dirlo. Non credo che nel nostro settore girino così tanti soldi da risultare appetibile per chissà quali attività illecite». Sulla stessa lunghezza d’onda è anche il direttore del mercato, Nino Testini: «È l’amministrazione che negli anni ’80 e ’90 ha dato a queste famiglie le licenze di ambulantato: bisognerebbe capire come e perché. Qui al mercato hanno tutti il proprio tesserino, la propria ragione sociale e vendono e comprano come qualsiasi operatore del settore. Il mercato di Bolzaneto è secondo me piuttosto impermeabile alle infiltrazioni di qualunque tipo perché è tradizionalmente molto chiuso: la maggior parte dei grossisti è stretta da legami di parentale interni. Abbiamo tutti operatori storici e locali che non vivono situazione torbide».

    Per gli amministratori del mercato ortofrutticolo all’ingrosso di Genova neppure la crescita di operatori stranieri, a cui i numeri dicono si sia assistito negli ultimi anni, non creano particolari problemi. Anzi. «Non si tratta di italiani o di stranieri – afferma Testini – ma di una nuova generazione di imprenditori che ha voglia di lavorare e si organizza meglio. Al mattino arrivano a comprare frutta e verdura un po’ più tardi degli operatori tradizionali perché la sera tengono il negozio aperto molto di più. Mediamente, comunque, arrivano proprio nel cuore delle trattative, tra le cinque e le sei del mattino e iniziano a contrattare sui prezzi come tutti». La vera novità sta piuttosto in un’organizzazione logistica più efficace. «Con un solo camion o furgone – prosegue Testini – vengono a ritirare la merce per due o tre negozi: non è una questione di racket come dicono i maligni ma di organizzazione del lavoro più furba ed economica. In sostanza, risparmiano sui costi, ottimizzando i trasporti». L’operatore tradizionale, invece, è difficile che deleghi: anche la micro-bottega viene direttamente a contrattare e a caricarsi la merce sulla propria macchina. C’è, poi, una nuova frangia di negozianti che non vuole alzarsi di notte e che si fa consegnare la merce direttamente in negozio, dagli operatori del mercato. «Ma non si tratta di veri besagnini – commenta il direttore – perché il besagnino doc viene qui e non solo sceglie accuratamente la frutta ma, prima di comprarla, la assaggia anche».

    La questione della “levataccia”, in realtà, potrebbe trovare soluzione per tutti nel prossimo futuro. Gli amministratori del mercato ci anticipano, infatti, quella che potrebbe diventare una vera e propria rivoluzione del settore: «Stiamo valutando – racconta Testini – di spostare il mercato di giorno, dalle 11 alle 17, così come sta facendo con buoni risultati Roma e come si fa da anni in tutta Europa».
    La speranza è quella di poter rilanciare a pieno titolo un settore che altrimenti rischierebbe seriamente l’estinzione: «Questo mestiere – riprende Nino Testini – ha perso quel fascino che consentiva di tramandare l’attività di padre in figlio. Spesso non troviamo neanche più personale che abbia voglia di venire a lavorare la notte: rischiamo di estinguerci per i costi, per la qualità della vita e perché non c’è più ricambio».
    Insomma, la scelta è tra cavalcare un cambiamento ed esserne protagonisti, magari cercando di gestirlo, condurlo e plasmarlo secondo le esigenze oppure subirlo ed essere costretti a recuperare in futuro. Nessuna ripercussione sulla qualità e la freschezza della merce? Nient’affatto, secondo l’a.d. Ratto: «Secondo voi, la mela che compriamo oggi al Mercato Orientale o al negozio di quartiere è stata raccolta ieri? È evidente che si dovrà ottimizzare il sistema di refrigerazione e migliorare la filiera per quanto riguarda i cosiddetti prodotti “freschi” ma dobbiamo un po’ smontare la leggenda che al mattino arrivano sul mercato le pesche raccolte qualche ora prima. Oggi commercializzare un chilo di ortofrutta che non sia passata da una cella frigorifera forse non riescono a farlo più neppure i coltivatori diretti. Abbiamo esempi di coltivatori tecnologicamente avanzati che vanno a raccogliere la frutta direttamente con carrelli refrigeranti».

    Il giro della frutta dall’albero ai banchi del mercato

    Che percorso fa, dunque, la nostra mela da quando viene raccolta dall’albero a quando finisce sulla nostra tavola?
    Dietro al chilo di mele che compriamo dal besagnino c’è un mondo, spesso sconosciuto. Un mondo che a Genova vede il suo fulcro nel mercato generale di Bolzaneto. «Ci si lamenta sempre che la filiera è troppo lunga, i prezzi dalla terra al negozio lievitano in maniera assurda – dice il direttore Testini – ma certi passaggi vengono creati dallo stesso consumatore. Oggi nessuno comprerebbe mai una mela che è colpita dalla grandine: il prodotto deve essere perfetto, quando in realtà esiste tutto un mondo di prodotti di seconda scelta, sempre di ottima qualità ma meno piacevoli alla vista, che non riesce ad avere mercato. Per arrivare a questa purezza estetica, tra il campo e il mercato ci vogliono centri di raccolta, centri di selezione, centri di conservazione. È lì che la filiera si allunga e che i costi aumentano».
    Dalle coltivazioni in terreni o serre, la frutta e la verdura raccolte vengono portate in centri di lavorazione per essere pulite, confezionate e spedite ai centri della grande distribuzione, da un lato, e ai mercati all’ingrosso, dall’altro. Poi si passa alla vendita al dettaglio, con l’effetto che spesso mangiamo frutta e verdura raccolte ben più di qualche giorno prima.
    A Genova, il 90% della frutta che arriva sulle nostre tavole passa attraverso il mercato di Bolzaneto. «Da qui – spiega l’a.d. della Società Gestione Mercato, Giambattista Ratto (egli stesso grossista e rappresentante del consorzio degli operatori) – passa sia la merce che troviamo nei mercati rionali, sia quella sui banconi dei besagnini di quartiere, degli ambulanti dei mercatini o sulle casse di quelli che girano in camion. Ci può essere qualche mercatino considerato a chilometro zero, di chi coltiva e vende direttamente o ha rapporti immediati con piccoli agricoltori, ma si tratta di percentuali irrisorie». Così, gli unici prodotti ortofrutticoli venduti in città a non passare dal mercato all’ingrosso risultano quelli gestiti dalla grande distribuzione.

     

    Claudia Dani e Simone D’Ambrosio
    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 62 di Era Superba

  • Ex mercato di Teglia, la riqualificazione fa discutere. Il Comune si è svegliato tardi

    Ex mercato di Teglia, la riqualificazione fa discutere. Il Comune si è svegliato tardi

    ex-mercato-tegliaLa nascita di un piccolo discount a Teglia rischia di diventare l’ennesimo elemento di attrito tra il Consiglio comunale e la giunta. Nella prossima seduta consiliare di martedì 9 giugno (il 2 giugno è festa, niente assemblea in Sala Rossa) dovrebbe, infatti, essere discussa una variante urbanistica che darà il via libera alla riqualificazione dell’ex mercato di piazza De Caroli 9 e alla sua trasformazione in un cosiddetto “esercizio di vicinato” marchiato In’s. Un’operazione non vista di buon occhio dal Municipio e alla quale anche i consiglieri comunali stanno cercando di opporsi. Ma sembra ormai essere troppo tardi.

    L’edificio, già sede di mercato comunale, è diventato lo scorso autunno di proprietà del Gruppo Viziano, in seguito alla famosa permuta con cui Tursi ha acquisito un immobile in via Cantore, eliminando una serie di fitti passivi, e ha ceduto diversi beni all’imprenditore edile (oltre all’ex mercato di Teglia, sono passati di mano l’ex diurno di piazza Acquaverde, un locale sottostrada in via Vernazza, un complesso in via Chighizola, un locale commerciale in piazza Dante e, soprattutto due immobili in via Casotti e via Capolungo a Nervi).

    Qualora, dunque, i consiglieri dovessero rigettare la pratica potrebbero insorgere complicanze legali dal momento che si andrebbe a negare un diritto di acquisito ad un privato.

    La variante urbanistica è necessaria perché le attività dell’ex mercato rionale erano comprese nella destinazione d’uso a servizi. Già la giunta Vincenzi, con il progetto preliminare del nuovo Puc approvato a dicembre 2011, prevedeva la trasformazione dell’area in tessuto urbano, dando dunque via libera alla possibilità di aprire un piccolo esercizio commerciale di vicinato. Variazione confermata nel progetto definitivo del Puc approvato lo scorso marzo. «La variante urbanistica – spiega il vicesindaco Bernini – serve solamente ad accelerare i tempi e a far partire i lavori di riqualificazione prima dell’entrata in vigore ufficiale del nuovo Puc: con questo provvedimento, infatti, allineeremmo il piano vigente che risale al 2000 a quello approvato e in attesa di diventare operativo».

    Molti consiglieri di maggioranza e opposizione si schierano però a fianco del Municipio V – Valpolcevera che lamenta un mancato coinvolgimento nel processo decisionale. «Siamo sicuramente contenti che si possa finalmente riqualificare l’immobile – dice l’assessore municipale Mario Vanni – ma ci avremmo visto molto meglio il trasferimento della sede della Polizia Municipale o la realizzazione di una palestra di roccia. Abbiamo grosse preoccupazioni per il nuovo esercizio commerciale, intanto perché non prevede la realizzazione di nuovi parcheggi e quindi andrebbe a insistere sugli stalli già esigui a disposizione della cittadinanza. Poi siamo preoccupati per la mobilità dato che l’accesso alla piazza non è certo dei più agevoli e insiste su una zona già teatro di gravi incidenti stradali. Infine, seppure piccolo, è previsto un ampliamento dello spazio occupato dal negozio con conseguente erosione di altre aree della piazza dedicate alla socialità».

    L’ampliamento, in realtà, non è poi così piccolo. Per norma regionale, la superficie netta di vendita di un esercizio di vicinato non può superare i 250 mq e così sarà anche per il nuovo discount. Ma le dimensioni complessive di superfice agibile possono estendersi fino 300 mq, comprendendo in questo caso anche il deposito e il locale per gli uffici. L’aumento previsto è del 14% dei volumi attuali e del 10,5% della superficie agibile che, secondo quanto assicurato dai tecnici del Comune, non andrà a modificare l’aspetto paesaggistico dell’area.

    «Le battaglie – commenta Bernini – andavano fatte nel ciclo amministrativo precedente, quando si decise di togliere la destinazione d’uso a servizi. Ora stiamo solo cercando di accelerare una riqualificazione che seppure non a fini sociali punta a dare un valore aggiunto al territorio almeno dal punto di vista urbano. Peraltro, vorrei precisare che non stiamo parlando di un supermercato ma di un franchising che avrà tutte le caratteristiche del classico negozio di quartiere, pensato per la spesa quotidiana e non certo per le scorte settimanali».

    Ma è proprio sulla politica commerciale attuata che il consigliere Gianni Vassallo (Pd), ex assessore allo Sviluppo Economico, solleva qualche dubbio: «È vero che il mercato comunale è fuori uso da tempo – dice Vassallo – ma è anche vero che dopo la chiusura di questa realtà è entrata in vigore una riforma sulla gestione dei mercati rionali che ha fatto sì che alcuni, come quello della Foce, non chiudessero e altri, come quello di Sarzano, aprissero. Siamo certi che consorzi di operatori mercatali non sarebbero voluti entrare nella gestione dello spazio di Teglia? Abbiamo sentito le associazioni di categoria?».

    Domande di per sé legittime ma che tuttavia sembrano arrivare fuori tempo massimo. Perché nessuno ha storto il naso al momento di approvare la permuta dei beni con il Gruppo Viziano? E soprattutto, perché Vassallo non intervenne al momento dell’approvazione del Puc preliminare sotto la giunta Vincenzi, di cui era proprio assessore al Commercio?

    Laconica ma molto significativa la chiosa del consigliere Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Credo che dopo aver approvato la delibera di permuta non possiamo più fare molto. La questione però chiama in causa un tema più ampio, ossia la gestione del patrimonio. Nel momento in cui alieniamo un bene pubblico, come successo con l’ex mercato di Teglia, rischiamo di perdere delle opportunità solo per non aver ragionato meglio su come valorizzare l’immobile e non fare semplicemente cassa. In questo caso perdiamo un’occasione di sfruttare il nostro patrimonio per riqualificare il territorio, come ci ricorda il Municipio. Di fronte a queste scelte bisognerebbe operare con più attenzione, soprattutto in un momento in cui l’assessore Piazza sta facendo un lavoro di mappatura del territorio: bisogna ragionare non solo in termini di valorizzazione economica ma anche di valorizzazione sociale per dare respiro e nuove opportunità a territori particolarmente sotto pressione».

     

    Simone D’Ambrosio