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  • Sanità, introdotta la fecondazione eterologa nei Lea. 8,9 milioni in più per Regione Liguria, ma servizio ancora tutta da costruire.

    Sanità, introdotta la fecondazione eterologa nei Lea. 8,9 milioni in più per Regione Liguria, ma servizio ancora tutta da costruire.

    donna-incintaI nuovi Lea, in Gazzetta Ufficiale dal 18 marzo scorso, individuano chiaramente tutte le prestazioni di PMA che saranno erogate a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Una delle novità è rappresentata dall’introduzione della Fecondazione Eterologa (di fatto possibile in Italia da aprile 2014) cioè tramite ovulo o seme di donatori esterni alla coppia. Come si traduce questo nei centri genovesi? Abbiamo cercato di mettere insieme una quadro dell’attuale lavoro dei due centri e l’impatto che le novità avranno.

    In Liguria i centri pubblici che si occupano di procreazione medicalmente assistita (PMA) sono cinque. A Genova i due centri di III livello – che sono presso l’Ospedale Evangelico Internazionale e presso l’Ospedale San Martino – rispetto agli altri livelli, applicano procedure impegnative, tecniche complesse e invasive in base al tipo di infertilità da affrontare e che in alcuni casi richiedono un’anestesia generale.

    I due centri genovesi sono attrezzati “tecnicamente” per affrontare l’eterologa ma, come tutto il reparto medico della regione devono “operare” in carenza di risorse e soprattutto di personale. Il problema rimane quello di fornire una prestazione, la cui applicazione presenta alcuni aspetti poco chiari a livello di interpretazione e “coerenza” tra normativa nazionale e comunitaria: un esempio è il divieto tutto italiano di fornire rimborsi ai donatori, nemmeno per giornate di lavoro perse; oppure l’impossibilità di “acquistare” ovociti all’estero.

    I numeri a Genova

    I numeri dei centri della nostra città fotografano una richiesta di PMA in aumento sopratutto da coppie non più in età fertile, mentre rimane costante la richiesta (in età fertile) per coloro che soffrono di menopausa precoce o che devono sottoporsi a terapie che interferiscono sulla fertilità, come la chemioterapia. In complesso i due centri forniscono dai 600 ai 700 cicli di fecondazione omologa in un anno.

    L’ospedale Evangelico, come ci riferisce il Dottor Mauro Costa, responsabile del centro, effettua circa 400 fecondazioni all’anno. Presso l’ospedale San Martino sono circa 350 i cicli erogati durante l’anno, come ci conferma la Dottoressa referente Paola Anserini.

    Cosa cambia con l’introduzione dell’eterologa

    Dal punto di vista medico, tecnico nulla, nel senso che l’organizzazione, nei centri, è già strutturata per applicarla. Ovviamente col crescere della richiesta di prestazioni sarebbe necessario maggior personale. «E’ la procedura che manca – sottolinea il dottor Corsta – ad oggi non sappiamo quali esami saranno gratuiti, o quali ticket dovranno essere pagati. C’è bisogno della tariffazione delle prestazioni, in questo modo la Regione potrà stabilire priorità e distribuire le risorse», afferma il dottor Costa. La ripartizione del fondo sanitario nazionale 2017 ha previsto per la Liguria 3,53 miliardi di euro, 8,9 milioni in più rispetto alla ripartizione precedente.

    Chi ha bisogno dell’eterologa

    L’infertilità maschile e femminile, precisa Costa, hanno un’incidenza simile. Nel caso di infertilità maschile è quasi sempre possibile avere a disposizione almeno uno spermatozoo sano da impiantare: «Gli uomini nei quali questo non si può fare – aggiunge – nella mia esperienza sono in media non più di due all’anno».

    Le donne che hanno bisogno di donazione si dividono in due grandi categorie: chi è nell’età di usare le proprie uova ma per qualche motivo non le ha, come ad esempio la presenza di menopausa precoce, o ha subito terapie oncologiche; e chi non è più fertile per età. Le prime non rappresentano più del 10% di casi secondo il dottor Costa. La dottoressa Paola Anserini conferma la tendenza che vede cresescere sempre più la domanda da parte di richiedenti sempre più anziane.

    I dati dei centri

    Sono 20/25 i casi di infertilità in età feconda in un anno, quelli che registra il Centro dell’ospedale Evangelico. Su 1000 prestazioni chi chiede una prima consulenza sono 30 le donne e 5 gli uomini che scoprono di aver bisogno dell’eterologa. Numeri «Ampiamente copribili – aggiunge Costa – tramite una buona organizzazione dell’egg sharing, cioè la donazione di ovociti ad altri da parte di chi sta facendo già pratiche di PMA». Sono aumentati i cicli da ovociti congelati.

    Il centro dell’ospedale San Martino registra un totale di 350 cicli effettuati, di cui 250 sono i prelievi ovocitari e 100 quelli da scongelamento. Il numero che spicca, nella struttura, sono le 150 consulenze oncologiche annue (chi potrebbe aver bisogno di congelare i propri semi a causa di terapie che agiscono sulla fertilità) sul quale il centro avrebbe bisogno di risorse.

    Le donatrici e i donatori

    Donare il proprio ovocita o sperma significa sottoporsi ad esami, mettere in conto giorni nei quali non è possibile lavorare. Ne consegue, come già raccontavamo nel 2014 , che poter avere i donatori è faccenda complicata. A questo si aggiunga che in Italia non è possibile rimborsare la giornata di lavoro persa. «In un mese si perdono dalle cinque alle sette giornate di lavoro», precisa Costa. Cosa avviene oggi nei centri che forniscono l’eterologa? I centri pubblici o privati, in pratica, “comprano”termine inappropriato anche se traduce meglio ciò che realmente avviene cioè, pagano il servizio a centri stranieri che forniscono gli ovociti. Spetta al centro straniero la gestione e il rapporto con la donatrice. In Liguria, sulla carta è possibile fornire la fecondazione eterologa ma di fatto è impossibile metterla in atto per motivi di mancanza di donatori e per problematiche “burocratiche” di cui abbiamo detto sopra.

    “Egg Sharing”

    Una soluzione praticabile oggi è il cosidetto “Egg sharing”, che tradotto significa che colei che sta facendo un trattamento di PMA permette che le proprie uova possano essere utilizzate da altri nel momento in cui il proprio ciclo va a buon fine. Questa pratica, ovviamente, comporta una serie di procedure “rinforzate”, con ulteriori esami che si aggiungono a quelli sostenuti per il normale percorso di procreazione, e tempistiche più lunghe. Chi fornisce il consenso a questa pratica, se supera il primo ciclo con successo e ha delle uova avanzate, e decide di donarle, quindi lo può fare. «Nei centri pubblici – sottolinea Costa – questo è l’unico modo realmente praticabile oggi per la fecondazione eterologa. Credo sia difficoltoso, quando si farà un ragionamento sui costi, che la Regione possa permettersi di pagare 3000 per 6 ovociti a paziente». In media un centro pubblico o privato paga dai 2000 ai 3600 euro per avere 6 ovociti.

    Pare quindi che la ratio dei nuovi Lea sia quella di ampliare le possibilità, chiedendo un impegno importante alle regioni. Cosa risponde Regione Liguria? Come recepirà il decreto? Rimaniamo in attesa di una risposta dalla Regione sul riparto delle risorse, anche tenendo conto dei tagli alla mutualità inter-regionale, che permette di ottenere prestazioni che la propria regione non offre in altre, e su quali saranno le priorità.

    Claudia Dani

  • Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Cornigliano e la lunga strada della riqualificazione. I sogni si scontrano con la realtà

    Ilva CorniglianoSono 65 milioni di euro i fondi rimasti nelle casse di Società per Cornigliano destinati alla riqualificazione dell’omonimo quartiere. Dopo oltre dieci anni dall’Accordo di Programma, firmato nel 2005, si torna a parlare del progetto per riqualificare Cornigliano. «Molti interventi, negli anni, sono già stati fatti – dice il vicesindaco, nonché vicepresidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini – e il Miglioramento della qualità della vita dei cittadini del quartiere sta progressivamente avanzando».

    Alcuni interventi, però, non bastano per far rifiorire Cornigliano. Dopo il restauro di Villa Bombrini e di Villa Serra e il rifacimento delle facciate dei palazzi di via Cornigliano, realizzato anche grazie alle tasche dei cittadini, sono da risolvere problemi che si trascinano da tempo. All’appello per portare a termine il progetto manca ancora la risistemazione di via Cornigliano, che secondo il programma dovrebbe diventare una strada pedonale in stile rambla, il raccordo tra la nuova strada a mare e dell’uscita della A10 Genova aeroporto, il ripristino dell’area ex gasometri intorno a Villa Bombrini, il completamento delle due sponde del Polcevera e la riqualificazione dell’ex mercato comunale, ad oggi ferma. Da risolvere anche la questione delle rimessa Amt di via San Giovanni D’Acri che, secondo i primi accordi avrebbe dovuto trasferirsi a Campi, in un’aerea che però di recente è stata venduta.

    Secondo il Direttore di Società per Cornigliano, Enrico Dal Molo i fondi in cassa sono già stati suddivisi e destinati a ogni voce rimasta in sospeso: «Venti milioni vanno per il raccordo tra strada mare e l’autostrada A10, altri venti per la bonifica dell’ex area sottoprodotti, dieci per riqualificare l’area ex gasometri, circa cinque per la messa a nuovo di Via Cornigliano e cinque rimangono in cassa, destinati ai lavori di pubblica utilità». Si spera che a questa somma il governo restituisca, come promesso, cinque degli undici milioni investiti tra il 2014 e il 2016, per mantenere attiva la cassa integrazione degli operai dell’Ilva. Nonostante una serie d’intoppi il progetto dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno, che secondo la Società per Cornigliano dovrebbe poi essere messo bando per il completamento dei lavori. Ma i problemi per il quartiere non finiscono qui, «Benissimo il progetto di riqualificazione strutturale del quartiere, ma cosa ci si mette dentro? – dice Paolo Collu, del Gruppo lavoro per Cornigliano – Oggi via Cornigliano e il resto del quartiere è quasi morto dal punto di vista di esercizi commerciali, questo è un aspetto importante da non sottovalutare».

    Mercato Comunale CorniglianoRimessa Amt Cornigliano e l’ex mercato comunale 

    Il progetto approvato dal consiglio Comunale nel 2008 prevedeva lo spostamento della rimessa San Giovanni d’Acri di Cornigliano in un’area in zona Campi. Eppure i primi di agosto la stessa area di Campi che era destinata a diventare la nuova rimessa Amt è stata venduta dal Comune a Spinelli. Un’informazione che non era arrivata al municipio «In attesa che venisse smantellata la rimessa Amt San Giovanni d’Acri – dice il presidente del municipio Medio Ponenete, Giuseppe Spatola – scopriamo che quell’area nella quale doveva essere spostata la struttura era già stata venduta a privati; non siamo nemmeno stati informati direttamente, ma lo abbiamo scoperto».

    Un’altra patata bollente passata nelle mani del municipio nell’estate del 2015 è stata la questione dell’ex mercato comunale di Cornigliano, ormai, da anni, in completo disuso: «Se non ci sono certezze sulla riqualificazione, non sappiamo cosa farcene dell’ex mercato comunale, potremmo assegnarlo con il prossimo bando, ma solo se siamo certi che arrivino i finanziamenti», conclude Spatola.

    Area ex gasometri

    L’area adiacente a Villa Bombrini, rimane uno dei punti dolenti nel progetto di riqualificazione del quartiere di Cornigliano. Una location definita “papabile” per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ma rimasta inattiva e in disuso vista l’impossibilità tecnica di portare a compimento tale progetto. Dopo lunghe attese, il destino del nuovo ospedale di ponente ha cambiato “direzione” e la speranza degli abitanti del quartiere di avere un nuovo ospedale vicino a Villa Bombrini è venuta meno: sul piatto, infatti, è stata messa l’opzione Erzelli, anche se, come è noto, tutta l’operazione legata a quella zona della città è contrassegnata da numerose incognite e inconcludenze. Una decisione presa dopo che l’Enav, società nazionale per l’assistenza la volo, ha definito l’area ex gasometri non adatta dal punto di vista della sicurezza per costruire un ospedale, vista la vicinanza con la pista di atterraggio dell’Aeroporto Cristoforo Colombo.

    Cornigliano, in un tempo neanche troppo lontano, era una nota località balneare, capace di attirare migliaia di turisti. Oggi il quartiere è alle prese con un lungo tentativo di riqualificazione dopo gli anni delle industrie e del lavoro: qualcosa si sta muovendo, ma l’identità di questa parte della città è ancora lontana dall’essere ritrovata.

    Elisabetta Cantalini

  • Ospedale Padre Antero Micone, il reparto di Otorinolaringoiatria rimarrà a Sestri Ponente

    Ospedale Padre Antero Micone, il reparto di Otorinolaringoiatria rimarrà a Sestri Ponente

    SanitàIl reparto di Otorinolaringoiatria dell’ospedale Padre Antero Micone è salvo. L’ospedale di Sestri Ponente, però, come già annunciato perderà Neurologia, che sarà assorbita da Villa Scassi, sempre più il riferimento medico di tutta la Val Polcevera. Ad assicurarlo è l’assessore alla Sanità di Regione Liguria Sonia Viale, in risposta ad una interpellanza portata in aula da Alice Salvatore, del M5S: «Il polo ospedaliero di Sampierdarena è dotato di un reparto di rianimazione – ha sottolineato l’assessore – ed è quindi più idoneo per interventi come quelli a seguito di ictus, ma reparto di otorinolaringoiatria resterà nel polo di Sestri Ponente e solo alcuni interventi più complessi per pazienti oncologici  potranno essere effettuati a Villa Scassi».

    Il riassetto del sistema ospedaliero, voluto dalla giunta Burlando nel 2012, continua, quindi a far discutere: la riduzione dei costi di gestione è diventata un’esigenza sempre più pressante, che ha portato a definire tutta una serie di accorpamenti tra le strutture esistenti, svuotando gli ospedali considerati più periferici. Il Micone è uno di questi, e negli ultimi anni ha visto notevolmente ridimensionata la sua “offerta” sanitaria. Sorte simile è toccata all’ospedale Gallino di Pontedecimo: Villa Scassi è sempre più il fulcro sanitario di questa metà città che è la Val Polcevera.

    L’incognita dell’ Ospedale di Ponente

    Da qualche anno, però, si parla di un nuovo ospedale di Ponente, voluto dalla stessa Regione Liguria: la “pratica”, però, è ferma perché non si riesce a trovare l’accordo politico sulla localizzazione del futuro plesso sanitario, e soprattutto perché, con l’operazione “Nuovo Galliera” i soldi a disposizione, oggi, non sono molti. All’attacco il Movimento 5 Stelle che chiede chiarezza sulle intenzioni della giunta Toti, soprattutto per quanto riguarda le strutture del ponente genovese «visto il loro progressivo ridimensionamento, a fronte di una maggiore emergenza sanitaria registrata nella zona più popolosa di Genova», come ha detto la consigliera regionale Alice Salvatore, durante l’interpellanza con la quale chiedeva anche il motivo per cui la Regione «non realizzi il tanto atteso ospedale di Ponente».

    Critica anche Rete a Sinistra: «È assolutamente necessario che l’ospedale di Sestri Ponente resti operativo, perché si tratta di un presidio sanitario indispensabile per salvaguardare la salute dei cittadini del medio ponente genovese – ha dichiarato Gianni Pastorino – purtroppo le persone hanno già pagato un sistema che chiude ospedali senza trovare soluzioni alternative ai bisogni del territorio. Le strutture si possono trasformare e razionalizzare, ma devono essere in grado di rispondere alla misurazione delle necessità di chi abita in una determinata zona». Rete a Sinistra che propone una nuova tipologia di coordinamento tra le strutture, prevedendo sì l’accorpamento dei reparti per le terapie intensive per le quali sono necessarie strumentazioni specifiche, ma garantendo assistenza di primo soccorso sanitario 24h, e una buona quota ambulatoriale anche per le visite ordinarie e per reparti specifici come ortopedia, per poter avvicinare l’assistenza alle persone. Secondo i dati di accesso alla struttura di ospedaliera di Sestri Ponente, infatti, il numero di prestazioni di Primo Intervento erogate è in crescita costante negli ultimi anni: dai 17 mila del 2014 ai 20 mila previsti per il 2016.

    Un problema, quello dell’assistenza sanitaria e ospedaliera, che non deve essere sottovalutato: la razionalizzazione del sistema non può solo passare attraverso un calcolo ragionieristico dei costi e dei risparmi, ma deve comprendere anche le reali esigenze della cittadinanza. Dover attraversare la città, peraltro con un servizio di trasporto pubblico sempre più in affanno, anche solo per una visita, non è salutare.

    Nicola Giordanella

  • Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    manicomio-quartoA Vienna un giovane Sigmund Freud stava sperimentando l’uso dell’ipnosi nella psicoterapia quando in Italia si emanavano le prime leggi sui manicomi, intesi come luoghi entro i quali rinchiudere “i matti” perché fossero protetti tutti gli altri, quelli che erano fuori, i “normali”.
    In ogni caso, il manicomio era un mezzo perfetto per togliere dalla circolazione nemici o parenti scomodi, contando sull’appoggio di chi gestiva le strutture, quasi sempre enti benefici privati. Quindi un uso più politico che sanitario, tanto è vero che i ricoverati erano considerati praticamente dei detenuti: quasi mai era prevista una cura e raramente la dimissione.
    Ci volle quasi un secolo, e l’onda lunga del ’68, perché il manicomio fosse finalmente e definitivamente messo sotto accusa come strumento di alienazione dell’individuo. Nel 1978, anno in cui venne alla luce la legge 180, detta Legge Basaglia, si decretò la chiusura degli ospedali psichiatrici in quanto tali, ricercando sul territorio le sedi più appropriate per l’intervento terapeutico e riabilitativo del paziente.
    Nello stesso anno, a Quarto arrivò come direttore dell’Ospedale proprio un allievo e collaboratore di Basaglia, il professor Antonio Slavich, che rappresentò una vera svolta per la gestione della struttura. Con impegno e grazie a collaboratori altrettanto volenterosi, lavorò a lungo e caparbiamente per far accettare la propria visione della psichiatria, diventando infine a Genova un punto di riferimento per i servizi di salute mentale del territorio.

    Non vogliamo qui addentrarci nelle molte luci ed ombre di quella che fu una vera rivoluzione (l’unica reale rivoluzione del ’68, è stato detto) per l’approccio alla malattia psichiatrica in Italia, ma quello che ancora oggi troviamo all’interno di queste mura parte da qui. Gli esterni, invece, gli edifici e il parco, risalgono al 1892, anche se nel 1933 i padiglioni furono ampliati fino a decuplicare la superficie originaria.
    Forse, proprio per la presenza dei numerosi ricoverati, che in parte ancora oggi vivono nella struttura, il complesso fu risparmiato dalla speculazione edilizia e tuttora rappresenta uno spazio inaspettato nell’affollata mappa cittadina di Genova.
    Questo luogo, infatti, ha qualcosa di magico, nel suo essere respingente eppure riuscire in qualche modo ad attrarre sempre, a chiamare a sé. Qui ogni mattina arrivano i dipendenti della Asl 3 ad aprire gli uffici dei vari ambulatori, i cittadini che si fanno visitare o sbrigano pratiche burocratiche, i malati che si ritrovano nei centri riabilitativi.

    Potrebbe sembrare semplicemente un polo sanitario e amministrativo, ma non è solo questo.

    Il polo culturale

    A Quarto, infatti, si può andare anche per cercare arte, quella che non è chiusa dentro una galleria. Antonio Slavich nel 1988 diede vita all’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli, per promuovere e divulgare, attraverso varie forme espressive come teatro, pittura, musica ed altro, l’incontro fra le diverse abilità e creatività espressive. Lo scopo era di ottenere maggiore conoscenza per migliorare l’integrazione sociale e la comprensione della diversità esistente fra gli individui.

    Grazie sia alla fattiva collaborazione di Gianfranco Vendemiati che al contributo dell’artista Claudio Costa, si diede vita a un progetto di “arteterapia” decisamente innovativo per quegli anni. Numerosi furono gli artisti del panorama genovese, e non solo, che volentieri accettarono di incontrarsi per lavorare nel laboratorio con i pazienti e con Costa, che collaborò all’iniziativa fino al 1995, anno in cui improvvisamente morì.
    Proprio alla sua memoria è dedicato il “Museattivo Claudio Costa” ricco di opere nate da questa collaborazione tra pazienti e artisti, fra cui Caminati, Degli Abbati, Fieschi e tantissimi altri. Particolare importante, nel Museo si è scelto di non mettere il nome dell’autore vicino agli oggetti esposti, volendo proprio ribadire che chiunque, creando un’opera, può comunicare qualcosa del proprio mondo interiore.

    Un’isola nell’isola, insomma, della quale si potrebbe parlare a lungo e che da sola vale la visita. Poi, ci sono i libri della biblioteca, storici e quasi tutti a tema psichiatrico e psicopatologico. Oltre a tutto questo, c’è anche una cooperativa sociale che qui organizza laboratori e ospita persone in difficoltà. E c’è il Centro riabilitativo Basaglia, oltre a un’imponente raccolta di documentazioni storiche e sanitarie, ed altro ancora.

    L’ex OP e la riqualificazione bloccata da anni

    manicomio-quarto-D3Il Comune ha accolto, questo occorre riconoscerlo, le pressioni di tanta parte della società genovese affinché il complesso non fosse svuotato, venduto e lottizzato, ma il meccanismo ad un certo punto sembrava essersi inceppato, proprio per i conflitti fra le varie amministrazioni.

    Ricapitoliamo brevemente le tappe: nel 2013 è stato firmato un accordo di programma tra Regione Liguria (giunta Burlando), Comune di Genova (giunta Doria), Asl 3 Genovese e Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) per una  ristrutturazione del complesso orientata alla riqualificazione urbana e al recupero degli spazi per inserire servizi, una Casa della Salute, verde urbano e, in parte, residenze.
    L’anno successivo, siamo al 2014, si insedia il Collegio di Vigilanza presieduto dal sindaco Doria: il Comune si impegna a gestire le procedure urbanistico-edilizie in maniera più celere e snella, e a trovare collocazione adeguata per il trasferimento temporaneo del centro sociale, dei libri, quadri e archivio storico. In attesa dei Progetti Urbanistici Operativi di Arte e Asl.
    A febbraio 2015, con una conferenza stampa, il sindaco Doria presenta i contenuti con cui “riempire” l’accordo stesso, scaturiti dal confronto pubblico anche attraverso la collaborazione del Municipio Levante. «Ribadiamo l’impegno a ricollocare nell’area funzioni che non solo garantiscano la memoria del luogo, ma ne promuovano usi nuovi, capaci di rompere le mura che lo separano dalla città» diceva il primo cittadino.

    Fino a qui sembrava essere funzionato tutto, con il coinvolgimenti di molte parti sociali: semplici cittadini, comitati, associazioni che hanno presentato proposte, progetti, iniziative. Utilizzando spazi della struttura, si sono rilanciati incontri, cene e dibattiti. L’anno scorso sono andati avanti i laboratori di ceramica per costruire piastrelle, statuette da presepe, piatti decorati. Sull’esempio dell’Imfi (Istituto per le materie e forme inconsapevoli), si sono abilmente integrati pazienti psichiatrici, persone con disabilità diverse e cittadini della zona, spesso aiutati da artisti come Bocchieri, Sturla, Degli Abbati. “Chi siano i matti e chi siano gli artisti, ad un certo punto non conta più granché, tutti sono concentrati nel processo creativo che unisce e coinvolge. Gli oggetti migliori sono poi venduti per finanziare le nostre attività qui dentro”.

    Parallelamente, l’Asl 3 porta avanti e definisce con il Comune l’ambizioso progetto della “Casa della salute”: non un semplice insieme di ambulatori medici ma un’organizzazione dei servizi, in grado di offrire risposte ai bisogni nell’ambito territoriale, facilmente raggiungibili dai cittadini per essere orientati nei percorsi di cura. Quindi, una parte dedicata alla sanità, una parte al quartiere e in generale alla città, infine una parte dedicata a opere di urbanizzazione non estrema ma ragionata e responsabile.

    Il progetto, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti Investimenti, proprietaria di una parte degli spazi, prevede che l’area maggiore (23.147 mq) sia suddivisa in 4 settori destinati per un quarto al mantenimento delle attività sanitarie, un altro a servizi pubblici e spazi verdi, e ben due a funzioni urbane. Negli spazi restanti, 4 padiglioni per oltre 3.000 mq, verrebbe ricollocato il Museattivo Claudio Costa, il Centro Basaglia e un “luogo della memoria” e polo culturale dove raccogliere la numerosa e storica documentazione presente in biblioteca.

    Nel frattempo, in Regione cambiano gli interlocutori per il Comune, che forse avrebbe dovuto “portare a casa” qualcosa di concreto prima delle elezioni regionali. Così Palazzo Tursi rimarca che non si riesce a partire se Arte non presenta i PUO (ancora loro, i Progetti urbanistici operativi). Vengono istituiti ulteriori gruppi di lavoro, è stato presentato il portale www.scipuemmu.it creato attraverso il Municipio Levante per documentare il percorso che sarà portato avanti e si definiscono ulteriori contenuti ed eventi nell’attesa del passaggio di consegne.

    Arriviamo a giugno 2016.  Il Comune ha bussato ad Arte, reclamando il trasferimento in comodato degli spazi per iniziare i lavori previsti dall’accordo. Doria dichiara di aver scritto a Toti per sollecitare il rispetto dei patti e di non aver ricevuto alcuna risposta. Il clima fra i due enti è sempre più freddo, anche a causa dei rimpalli sul presunto credito di Arte nei confronti del Comune.
    Intanto, il migliaio di volumi della preziosa biblioteca, dopo essere stati catalogati, grazie anche al lavoro di numerosi volontari, sotto la supervisione di Sovrintendenza, Regione e Ministero, sono stati trasferiti alla Biblioteca Lercari di Villa Imperiale. Forse, i padiglioni saranno sgombrati entro tempi relativamente brevi; Asl 3 organizza il trasferimento di alcuni uffici interni, ma poco altro si muove. A luglio i consiglieri regionali Lunardon, Rossetti, Ferrando (Pd) e Pastorino (Rete a Sinistra) hanno presentato due interrogazioni per sapere se la giunta Toti condividesse o meno il progetto portato avanti sino a qui e se non fosse il caso di accelerare le pratiche per trasferire il comodato d’uso al Comune.

    Ma nella seduta di Consiglio regionale del 6 settembre scorso, l’assessore all’edilizia Marco Scajola ha rimbalzato la responsabilità alla giunta comunale per non aver deciso in merito al PUO che Arte, invece, aveva puntualmente presentato nel 2015 ma che, stando a Palazzo Tursi, non poteva essere ammesso. Anche l’assessore alla Sanità, Sonia Viale, ha detto che sicuramente gli impegni presi saranno mantenuti, ha ripetuto di credere fermamente nel progetto della “Casa della salute” ma che comunque il comodato d’uso che il Comune reclama non è indispensabile per iniziare i lavori.

    Scambio di accuse piuttosto sconfortante, specialmente dopo tre anni di lavoro sul progetto. Ma una parola di speranza giunge da Amedeo Gagliardi, portavoce del Coordinamento per Quarto: «Abbiamo saputo, per ora in via ufficiosa, che in questi giorni il Collegio di Vigilanza si è riunito e sembra stiano preparando il comodato d’uso che occorre al Comune per iniziare le opere previste; aspettiamo ovviamente le conferme ufficiali ma siamo più ottimisti di un mese fa, un cauto ottimismo, come si dice in questi casi» sorride. Aggiunge anche: «I tempi sono lunghi, è vero, estremamente lunghi e dilatati, ma bisogna essere onesti: non sono cose che si possono decidere in poco tempo, solo la lettura degli atti prende chissà quanto tempo. Importante è che abbiano superato il momento di stasi e si siano accordati. Se siamo preoccupati da un eventuale cambio di giunta in Comune?  Una cosa per volta, a suo tempo ci penseremo e affronteremo, eventualmente, anche questo problema».

    Eppur si muove…

    quarto-ex-opPer ascoltare chi di questo progetto, e soprattutto di questo luogo, conosce ogni respiro, abbiamo cercato Gianfranco Vendemiati e Massimo Casiccia, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Imfi. Anche loro confermano un nuovo clima positivo attorno al progetto: «Si sono già stabiliti alcuni trasferimenti per iniziare i lavori, ci hanno assegnato ufficialmente gli spazi per il Museattivo e per l’Imfi, il laboratorio invece dovrebbe rimanere qui» dice Casiccia. Che aggiunge: «Il trasferimento dei volumi alla biblioteca Lercari in realtà non mi piace molto, avrei voluto che fossero catalogati e lasciati qui: ma appena avremo lo spazio inizieremo a chiederli indietro. Il progetto di un Museo che contenga tutta la documentazione storica, volumi, cartelle e reperti vari per fortuna interessa anche al nuovo direttore generale dell’ Asl 3, Luigi Carlo Bottaro, quindi è un progetto che vogliamo realizzare».

    Mentre parliamo, Vendemiati e Casiccia mi mostrano le opere create anni fa da pazienti ed artisti utilizzando le cartelle cliniche in bianco degli anni ’50 e mi spiegano il funzionamento di un antico proiettore per conferenze di inizio secolo. Ma non pensano al passato, per quanto significativo sia stato: al centro di ogni loro discorso c’è un progetto, un’ idea nuova o il miglioramento di quanto già stanno facendo, che non è poco.
    In vista c’è una collaborazione con l’istituto “Marco Polo” per portare i ragazzi ad avvicinarsi ad un’arte che dev’essere tutt’altro che remota; c’è il progetto di creare una sorta di laboratorio delle manualità per le persone che vogliano imparare a riusare, a creare, a riparare, dando anche delle possibilità di lavoro o quantomeno uno spazio dove provare idee per nuove professioni in ambiente protetto. «Noi vorremmo che le persone venissero qui senza pensare più che ci sono le mura, che ci sono i matti – spiega Casiccia – a parte che, una volta iniziata la ristrutturazione, qui muri non ce ne dovranno proprio più essere».

    Vendemiati precisa: «Le persone vengono se fai delle cose concrete, qui con il Centro Basaglia passa parecchia gente, in futuro dovrà essere un centro riabilitativo nel senso più ampio del termine, sia psicologico che fisico. Ma idee ne abbiamo molte, e molti sono i progetti già sicuri: certamente si dovrà fare un auditorium, nel levante esistono solo quelli privati; noi vorremmo uno spazio dove poter alternare usi diversi, teatrali ma non solo. Ci sono tante associazioni che si appoggiano qui, e questa è una cosa bellissima, ci sono corsi aperti a tutta la città, noi vorremmo aggiungere eventi come cene culturali e artistiche, film e concerti, incontri con autori aperti a chiunque. Da un po’ di tempo stiamo collaborando con il Conservatorio e ci piacerebbe aprire dei laboratori per insegnare a riparare gli strumenti musicali, in città mancano queste cose, e anche un discorso sulla musica che da noi finora è stata un po’ tenuta ai margini».

    «Sono entrato in queste mura nel 1975 per la prima volta – racconta Casiccia – allora era un vero e proprio manicomio, tutto chiuso con doppi e tripli giri di chiavi. Muri alti, ambiente ostile. Noi cercavamo già allora di fare attività con i pazienti, era tutto molto difficile, ma alla fine siamo arrivati alla svolta. Anche adesso l’atteggiamento è lo stesso, non stiamo certo con le mani in mano ad aspettare che le cose capitino. L’anno scorso abbiamo collaborato con un’associazione che si chiama “Lamaca gioconda” che ha girato qui un film, “Uargh!” che uscirà ai primi di novembre. Per dire che non abbiamo grossi problemi nell’accettare progetti, se sono interessanti, meritevoli».

    «Noi cento ne facciamo e una ne pensiamo» concludono sorridendo allegri.

    E si esce dall’ex manicomio pensando che sì, ci torneremo ancora, perché a volte, dalla città dei matti, il panorama è migliore.


    Bruna Taravello

  • L’inquinamento fa male alla salute? Sì, ma a Genova sembra impossibile capire quanto

    L’inquinamento fa male alla salute? Sì, ma a Genova sembra impossibile capire quanto

    sanita-ospedaleChi avesse seguito per intero la nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, dovrebbe ormai avere piuttosto chiaro che non tutto quello che entra ogni giorno nei nostri polmoni è pienamente salutare. La difficoltà di trovare misure efficaci di mitigazione che sta incontrando l’amministrazione a causa delle molteplici fonti di inquinamento che devono, per forza di cose, essere trattate come un insieme di fattori e non come cause singole e a sé stanti, è acuita anche dalla sostanziale impossibilità di trovare analisi e dati chiarificatori di una diretta relazione tra inquinamento e salute. È questa la triste sintesi di una chiacchierata che Era Superba ha fatto con Valerio Gennaro, noto dirigente medico di Epidemiologia clinica presso l’IRCCS-San Martino, cercando di fare chiarezza sull’azione che gli inquinanti hanno sulla nostra salute e quanto lo studio epidemiologico possa aiutare a capire come intervenire. Non valgono assolutismi quando si tratta di malattie e cause inquinanti: le patologie derivate dall’inquinamento dell’aria sono diverse, largamente sovrapponibili e non riguardano solo tumori o malattie dell’apparato respiratorio.

    A poco o nulla, allora, serve sapere che, secondo i dati presenti sul sito di Ars Liguria (l’agenzia regionale sanitaria), l’Asl 3 Genovese nel periodo 2010-2012 è stata la realtà territoriale ligure con l’indice più alto di mortalità sia per tumori (172,6 persone ogni 100 mila residenti) sia per malattie cardiocircolatorie (154,4 persone ogni 100 mila residenti). Questo dato, peraltro, non risulta conforme con quanto annunciato dalla Regione Liguria nel corso della presentazione del nuovo Libro bianco della sanità, in cui si è parlato di una mortalità per tumori pari a 26,7 persone ogni 10 mila abitanti su scala regionale e 28,3 per malattie dell’apparato cardiocircolatorio.

    Anche se non esistesse questa confusione di dati e analisi, non sarebbe comunque possibile determinare con certezza assoluta il numero di malati o morti causati dall’inquinamento dell’aria. Ma è possibile almeno farsi un’idea abbastanza precisa di quanto è successo e di cosa succederà quando si oltrepassano certi valori di inquinamento, studiando i dati ambientali e sanitari. Secondo quanto ci spiega il dottor Gennaro, «è utilissimo analizzare i diversi gruppi di popolazione a rischio in base alla tipologia ma anche al luogo di vita, di residenza e di lavoro. Potrebbero emergere chiari indicatori della correlazione fra inquinamento e salute. Per semplificare dovremmo chiederci due cose: vicino al porto o ad altre possibili fonti di inquinamento, ci sono eccessi di malati? E poi, quegli eccessi sono attribuibili a quelle fonti di inquinamento? Ma anche, che inquinamento c’è stato e c’è tuttora? Naturalmente dovremmo evitare il grande errore di ritenere che l’inquinamento sia costituito da “un solo composto” più o meno cancerogeno, esaminare una sola malattia e non stimare l’interazione di più sostanze, magari nella popolazione più fragile e/o esposta».

    La relazione tra inquinamento e salute

    sanita.lavoratoriIn generale, possiamo dire che l’inquinamento atmosferico agisce sulle patologie respiratorie, su asma, polmonite, sulle patologie cardiovascolari, infarto, ictus, aritmie cardiache. Ci sono poi da considerare gli effetti che già influiscono prima della nascita o addirittura prima del concepimento. «Nella nostra realtà quotidiana, gruppi di persone totalmente non inquinati non esistono più – racconta Gennaro – ma un gruppo può essere inquinato 10 volte meno di un altro».

    Dall’analisi dei dati europei emerge un’Italia in cui in 10 anni la prospettiva di vita sana è calata drasticamente e ha raggiunto la parità dei sessi. «I dati Eurostat – evidenzia l’epidemiologo – raccontano una durata di vita sana più corta, dai 68/70 anni del 2004 in media ai 61/60 del 2013». In altre parole, il momento in cui ci si ammala di una patologia cronica avviene sempre prima e con sempre meno differenza di genere. «Basterebbero questi numeri da studiare – sostiene Gennaro – per capire dove e come rispondere all’inquinamento dell’aria».

    Ma allora perché non esistono studi approfonditi o, quantomeno, non sono così conosciuti? Da quello che ci spiega la nostra fonte, risulta cruciale individuare le differenti sorgenti di inquinanti di un dato territorio, avere il censimento delle emissioni e tenere presente che ogni fonte produce decine di inquinanti che se ne vanno “in giro” a seconda della tipologia, del vento presente, della zona in cui sono e così via. Insomma, il lavoro di un buon analista di questo settore deve partire necessariamente dalla creazione di una mappa di ciò che rimane nell’aria, soprattutto per una città come Genova che è molto estesa in lunghezza e ha territorio al suo interno molto diversi gli uni dagli altri, con caratteristiche timicamente endemiche.

    Non solo numeri: la media inganna

    Smog a Genova«E’ importante – prosegue nella sua “lezione” il dottor Gennaro – prima di concentrarsi sulle singole patologie, osservare il complesso della salute o della sofferenza della comunità nei gruppi che la compongono. Esistono quelli a rischio (donne in gravidanza, bimbi, anziani, malati), quelli meno a rischio, quelli meno inquinati di altri. Spiegato con un esempio, se emerge un aumento complessivo della patologia dell’asma, è da qui che parto per analizzare i dati nel dettaglio». E’ necessario trovare risposte alle domande: in quale gruppo succede questo? In quale area? Raccontare solo l’andamento della media complessiva porta ad escludere la percentuale della popolazione che, seppur magari minima, è davvero a rischio o più fragile e che, con la mera analisi numerica, potrebbe spalmarsi all’interno della media.

    Secondo quanto ci dice l’epidemiologo, basterebbe studiare i dati che normalmente vengono raccolti, come il numero dei ricoveri o dei decessi per poter fare una serie di analisi che aiuterebbe a chiarire la situazione. In aggiunta, abbiamo le ricerche internazionali che, come ci suggerisce l’esperto, «confermano con precisione che in presenza di un aumento di microgrammo di inquinante per metro cubo vi è un aumento percentuale di mortalità». Al centro deve sempre esserci l’essere umano e «un’adeguata determinazione dei gruppi a rischio o meno».

    E’ importante partire nel modo giusto per fornire gli strumenti a chi deve approvare ordinanze. Allo stesso modo, è importante, una volta messi a disposizione gli strumenti adeguati, che gli enti pubblici agiscano imponendo regolamenti atti a risolvere i problemi, come è importante che i mezzi pubblici siano efficaci, che ci siano sempre più zone verdi, e che, non ultimo, tutti quanti iniziassimo a ragionare su come garantire un futuro migliore alla nostra aria e cominciare a vedere con quest’ottica le singole azioni quotidiane.

    Claudia Dani

  • Ancora Donna: progetto a cura di Lilt per sostenere le donne in trattamento oncologico

    Ancora Donna: progetto a cura di Lilt per sostenere le donne in trattamento oncologico

    nastro rosa lilt violenza sulle donne abusiLa Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori lancia il progetto Ancora Donna: si tratta di una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Rete del Dono che ha come obiettivo quello di fornire assistenza gratuita alle donne in terapia oncologica e post-operatoria.

    Con un contributo libero, tutti i sostenitori aiutano a mantenere gratuita questa assistenza. Donare è semplice, basta collegarsi al sito retedeldono.it (clicca qui).

    La campagna curata da LILT Genova è rivolta alle pazienti che stanno affrontando terapie oncologiche, e si pone come obiettivo primario quello di per farle sentire ancora donne in un momento così difficile dal punto di vista fisico e psicologico.

    Si sostiene la “parte sana” delle pazienti attraverso servizi gratuiti come lo psicologo, il nutrizionista, il dermatologo, l’acconciatore ,gli specialisti in tecniche di arte terapia, Reiki, Tai Chi Chuan, autisti LILT per il trasporto da e per l’ospedale.

    A tutto questo si aggiunge la compartecipazione della LILT alla spesa per l’acquisto della parrucca: un buono del valore di 100 € per l’acquisto di una parrucca.

    LILT Genova ha iscritto il progetto Ancora Donna a questa campagna di crowdfunding per poterne sempre garantire l’esistenza. Il percorso di ogni donna all’interno del progetto è infatti per lei completamente gratuito e personalizzato per rispondere adeguatamente ai singoli bisogni: in questo modo ognuna può sentirsi accolta come persona ed ha la possibilità di sentirsi parte del gruppo.

    La LILT – Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – Sezione Provinciale di Genova offre servizi  alle pazienti un preziosi servizio di assistenza, l’accoglienza nella Casa Amici che si trova vicino all’Ospedale San Martino di Genova, un servizio di trasporto dei malati, consulenze psicologiche, riabilitazioni e reinserimento sociale.

    LILT Genova promuove corretti stili di vita quali la sana alimentazione e l’attività fisica e risponde alle esigenze della prevenzione secondaria con visite mediche a contributi ridotti, che permettono a tanti di controllare il loro stato di salute.

    L’Associazione conta oggi a Genova oltre 3000 soci e nel Poliambulatorio di Via Caffaro fornisce ogni anno circa 6.000 prestazioni, tra visite ginecologiche e pap test, ecografie transvaginali, mammografie, ecografie mammarie, visite senologiche, visite e mappatura nei, visite urologiche, visite colon retto, visite ed ecografie alla tiroide.

    Altri numeri di LILT Genova sono: 6.000 visite annuali al Poliambulatorio di Via Caffaro; 6.500 ospiti annuali in Casa Amici; 850 trasporti per 5800 Km percorsi all’anno dalla nostra auto a disposizione dei pazienti in trattamento chemioterapico; 90 signore in terapia oncologica seguite costantemente con il progetto “Ancora Donna”, che offre servizi dedicati al miglioramento della qualità di vita; 3.500 studenti delle scuole primarie e secondarie di Genova e Provincia coinvolti ogni anno in attività di informazione ed educazione alla salute sui temi delle dipendenze e sensibilizzazione agli stili di vita salutari; 3.434 tra amici e followers su Facebook LILT Lega Tumori Genova; 3.500 iscritti alla Newsletter.

    Per informazioni sul progetto: www.legatumori.genova.it; raccoltafondi@legatumori.genova.it; 010.2530160

  • Ospedale Villa Scassi: padiglione 9bis, apertura a fine ottobre

    Ospedale Villa Scassi: padiglione 9bis, apertura a fine ottobre

    Sanità[IL PRECEDENTE]

    Luglio 2012: un cantiere avviato nel 2004, che ha subito negli anni numerosi rallentamenti dovuti in buona parte alla spending review e alla crisi / chiusura delle ditte appaltatrici: questa la storia del padiglione 9bis di Villa Scassi, una struttura su 6 piani con 130 posti letto che dovrebbe diventare operativo a inizio 2013.

    Come raccontiamo nella nostra inchiesta, la struttura del nuovo padiglione sarà così ripartita: primo piano, servizi interni; secondo piano, Nefrologia e il Servizio Dialisi; terzo e quarto piano: Medicina Interna; quinto piano: Neurologia e Centro Ictus; sesto piano, Pneumologia.

    Un passo avanti importante per la struttura di Sampierdarena, il cui Pronto Soccorso conosce quotidianamente lunghi tempi di attesa anche a causa della carenza di posti letto nei reparti. Una problematica che ha portato nel 2011 – primo caso nella storia italiana – a un processo e alla condanna da parte di Asl 3 all’allora primario del Pronto Soccorso Mauro Zanna, proprio a causa dei disservizi subiti da molti pazienti prima di ricevere una cura.

    [IL PRESENTE]

    Il Padiglione 9bis dell’Ospedale Villa Scassi è finalmente pronto: lo comunica il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando insieme all’Assessore Montaldo, annunciando che lo spazio sarà inaugurato il prossimo 14 ottobre e aperto ai pazienti il 28 ottobre. Un totale di 130 posti letto nell’edificio che ospiterà anche i reparti di Medicina dell’ospedale di Sampierdarena: pneumologia, neurologia e centro ictus, medicina, nefrologia e dialisi.

    Il finanziamento complessivo per la sua realizzazione è di 10,8 milioni di euro, ricavati in parte dai fondi Fas e in parte dall’ex articolo 20, ossia lo stanziamento governativo per la ristrutturazione di edifici sanitari. In attesa di capire se verrà mai aperto un ospedale del Ponente, tra poco meno di due mesi vi sarà comunque un importante passo avanti per ridurre i tempi di attesa nei Pronto Soccorso e garantire migliore funzionalità ai reparti.

    Marta Traverso

  • Energia verde per il sociale: il fotovoltaico all’ospedale Gaslini

    Energia verde per il sociale: il fotovoltaico all’ospedale Gaslini

    L’Ospedale pediatrico Gaslini fa un passo avanti in direzione dell’ecosostenibilità puntando sul contributo delle energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico. Nell’ambito del Progetto “GSE Energie per il sociale”, infatti, è stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra il Gestore dei Servizi Energetici, la Holding Fotovoltaica S.p.A. – società di F2i, il Fondo italiano che si occupa di investimenti nel settore delle infrastrutture – e l‘Istituto Giannina Gaslini, il più grande ospedale pediatrico di ricovero e cura a carattere scientifico del nord Italia.

    Attraverso questa iniziativa di responsabilità sociale d’impresa, il Gestore dei Servizi Energetici ha inteso promuovere e agevolare l’installazione di impianti a fonti rinnovabili di alta qualità e interventi di efficientamento energetico, di mobilità sostenibile e di illuminazione intelligente, presso strutture operanti nel sociale, coniugando tre dimensioni: sociale, ambientale ed economica.

    L’intervento, realizzato grazie al generoso supporto di F2i, consiste nella realizzazione di tre impianti: uno in copertura e due integrati che sfruttano l’energia solare per la produzione di energia elettrica presso il nuovo padiglione denominato “Ospedale di Giorno”, inaugurato lo scorso ottobre.

    «Siamo onorati che il nostro progetto di Responsabilità Sociale, che ha ottenuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, contribuisca in modo concreto e prezioso a supportare dal punto di vista energetico la sede dell’Ospedale di Giorno, progettato per riuscire a garantire cure ad oltre 500 bambini al giorno», ha dichiarato il Presidente e A.D. del Gestore dei Servizi Energetici, Nando Pasquali.

    Il professor Vincenzo Lorenzelli, Presidente dell’Istituto Gaslini, ha espresso «Grande soddisfazione per la realizzazione di questi impianti tecnologici che portano l’energia verde a beneficio dei nostri piccoli pazienti: una tecnologia che bene si inserisce nel nostro disegno complessivo di sviluppo, orientato sempre di più verso la sostenibilità ecologica».

    «Il valore di questa iniziativa promossa dal GSE, alla quale abbiamo partecipato con entusiasmo – conclude Giuseppe Noviello, Presidente Holding Fotovoltaica S.p.A. – esalta il nostro impegno nel settore delle energie rinnovabili, in particolare per un Istituto la cui
 opera meritoria è riconosciuta in tutto il mondo. Siamo felici di poter contribuire in piccolo anche noi al sorriso di un bambino».

     

    [Foto di Daniele Orlandi]

  • Pronto soccorso Genova: tempi di attesa e accessi sul web

    Pronto soccorso Genova: tempi di attesa e accessi sul web

    SanitàOgni anno si svolge a Rimini la rassegna E-gov, che premia i migliori progetti di innovazione sviluppati da Pubbliche Amministrazioni per portare reali benefici ai cittadini.

    Il vincitore dell’edizione 2012 (tenutasi lo scorso settembre) è stato l’Ospedale Galliera di Genova, che ha sviluppato nel 2006 una piattaforma web per migliorare le attività di smistamento di auto mediche e ambulanze da parte degli operatori del 118 e monitorare in tempo reale i dati di afflusso e i tempi di attesa nei pronto soccorsi dell’area metropolitana.

    Le code al pronto soccorso sono infatti una delle note dolenti dei pazienti che hanno bisogno di cure mediche: a questo scopo, il sito è stato premiato perché costituisce un punto di partenza per arginare il più possibile questo problema e, più in generale, migliorare un sistema sanitario locale sempre più colpito da tagli e disagi.

    L’indirizzo web galliera.it/118 – creato per gli operatori del 118 ma consultabile anche dai cittadini, con oltre 5.000 accessi giornalieri – permette di verificare tempi di attesa, visite in corso e OBI (Osservazione Breve Intensiva), divisi nei quattro codici previsti dal sistema sanitario – bianco, verde, giallo e rosso – dei principali ospedali di Genova: Galliera, San Martino, Villa Scassi, Gallino, Evangelico – Voltri e Micone.

    Marta Traverso

  • Certosa: cittadini contro i tagli dei servizi sanitari

    Certosa: cittadini contro i tagli dei servizi sanitari

    Dopo il Municipio Val Polcevera, ora è la volta dei cittadini pronti a scendere in strada per difendere i servizi sanitari della vallata, messi in pericolo dagli imminenti tagli decisi dalla Regione Liguria. Contro l’ipotesi di cancellazione degli spazi ambulatoriali di Certosa gli abitanti stanno organizzando una mobilitazione popolare per il prossimo 15 settembre. 

    Sabato 1 settembre, nonostante la pioggia, sono già stati distribuiti 2000 volantini e l’iniziativa ha ottenuto risalto anche sui social network con una pagina facebook dedicata (questo il link https://www.facebook.com/events/409582749101695/).
    «Le ferie sono finite ma i problemi restano», recita il documento diffuso dal Comitato Liberi Cittadini di Certosa con l’aiuto del Comitato No Inceneritore e di altri volontari «Con la scusa della crisi verranno tagliati dalla Regione Liguria 663 posti letto negli ospedali, di cui 160 nella nostra Vallata, servizi sanitari dislocati sul territorio ed in particolare il centro prenotazioni e gli ambulatori di via Canepari a Certosa (il CUP da mesi al centro di polemiche per la paventata chiusura). Tutto ciò si aggiunge al considerevole aumento delle tasse e del costo della vita che andrà a pesare in particolare sulle persone più deboli della popolazione! Malati, anziani e disabili».

    Ma il rischio chiusura riguarda anche l’unico presidio superstite dell’intera vallata, l’ospedale Gallino di Pontedecimo. Per quanto riguarda l’ex ospedale Celesia di Rivarolo infatti – al cui interno ormai da diversi mesi sono in corso dei lavori di riqualificazione per la trasformazione del padiglione a valle in struttura residenzialità – non è prevista la realizzazione di nuovi ambulatori per il quartiere.
    Nonostante la situazione del Gallino sia avvolta da un misterioso silenzio, nessuno ha mai smentito con convinzione l’ipotesi di dismissione dell’ospedale, il cui destino appare inevitabilmente segnato.
    «Come Comitato Liberi Cittadini di Certosa non vogliamo subire queste scelte che, insieme ai problemi della legalità, della sicurezza, della viabilità e del degrado ambientale, stanno uccidendo la nostra vallata. Vogliamo manifestare la nostra opposizione invitandovi numerosi alla manifestazione che organizzeremo Sabato 15 settembre 2012 alle ore 15 con partenza davanti al CUP di Via Canepari».

     

    Matteo Quadrone

  • Istituto Gaslini: una squadra di calcio per raccogliere fondi

    Istituto Gaslini: una squadra di calcio per raccogliere fondi

    Ospedale GasliniE’ nata la squadra di calcio dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova. Un’iniziativa voluta fortemente dagli stessi infermieri e lavoratori dell’ospedale pediatrico con l’obiettivo di dare maggiore visibilità all’Istituto stesso, anche aldilà delle proprie mura, ma soprattutto proponendosi come promotore delle cause delle singole associazioni e della ricerca scientifica.

    La squadra è composta da molte delle figure professionali presenti nell’Istituto: medici, specializzandi, infermieri pediatrici, tecnici di radiologia, tecnici di laboratorio ecc… creando forte valore aggregativo, nonché di interscambio di informazioni utili alla crescita reciproca.

    «Come ogni squadra che si rispetti abbiamo il nostro sponsor ufficiale “Gaslini Band Band” che oltre ad essere un’associazione di volontariato ONLUS, ha come missione il miglioramento dell’accoglienza dei piccoli ospiti e delle loro famiglie dell’ospedale Gaslini», racconta Roberto Sabatini, infermiere pediatrico presso l’Istituto e tra i fondatori della squadra.

    Il primo appuntamento sarà il 23 Maggio alle 20:30 in Via dei Ciclamini, campo Mons. Sanguinetti, dove la squadra affronterà un altro istituto, l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, con l’intento di sostenere la “Cicogna Sprint Onlus”, associazione di genitori dei neonati della Terapia Intensiva Neonatale presso il nostro Istituto, che sta cercando di farsi conoscere e di farsi strada.

  • Valencia, ospedali in affitto a privati: ecco la riforma della Sanità

    Valencia, ospedali in affitto a privati: ecco la riforma della Sanità

    ValenciaCome si può garantire a un ente statale entrate e risparmi fissi ed evitare ai cittadini un ulteriore aumento delle tasse? A Valencia è partito un esperimento che ha tutta l’intenzione di porsi come apripista a livello nazionale. La Generalitat (il governo valenciano) ha infatti approvato una riforma del sistema sanitario che, nella pratica, privatizza la gestione di tutti gli ospedali e centri di salute.

    Alla regione autonoma spagnola rimangono la pianificazione del servizio, i dipendenti e la proprietà degli edifici e dei terreni su cui sorgono gli ospedali. Questi terreni nell’intenzione del governo dovranno essere affittati ai privati che potranno applicare un modello di gestione aziendale meno burocratizzato di quello pubblico.

    Ogni anno la Generalitat incasserà la quota d’affitto delle strutture che ammonta a 180 milioni di euro, ai quali si aggiungono le previsioni di risparmio che la pubblica amministrazione valenciana ha calcolato aggirarsi intorno ai 263 milioni.

    Non si tratta di una novità, questo modello è in vigore in Svezia da oltre ventanni. Ma per un paese come quello spagnolo che come il nostro è gravemente colpito dalla crisi economica, la decisione presa dalla regione valenciana assume particolare rilevanza. Soprattutto se, come ha garantito il governo, non dovessero esserci ripercussioni a livello occupazionale visto che chi vincerà l’appalto dovrà dare lavoro a tutti i dipendenti già in organico.

    L’esperimento dovrebbe partire il primo gennaio 2013 e culminerà con la creazione di una commissione mista di rappresentanti del pubblico e del privato per la pianificazione dei servizi (la cui responsabilità rimarrà si del governo, ma non a tal punto da privare completamente i nuovi gestori di una certa capacità decisionale).

    Le prestazioni sanitarie rimarranno invariate e, soprattutto, gratuite. «L’alternativa era un aumento delle tasse di 500 euro per ogni contribuente», ha dichiarato il vicepresidente della Generalitat José Ciscar. La riforma, infatti, rientra nel piano di riequilibrio regionale che raccoglie le direttive del decreto approvato dal governo centrale, che mira a un contenimento della spesa pari a 10 miliardi nei settori della sanità e dell’istruzione.

     

  • Villa Scassi o nuovo ospedale? E intanto il Galliera è in difficoltà

    Villa Scassi o nuovo ospedale? E intanto il Galliera è in difficoltà

    Ospedale Villa Scassi“Occorre mantenere la funzionalità dell’ospedale ponendola come polo di riferimento per l’intero ponente nord della città di Genova”, sono le parole di Stefano Quaini, presidente della commissione regionale Sanità, che oggi a margine del Consiglio regionale ha affrontato il tema del futuro dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    Villa Scassi o nuovo ospedale di ponente? Questa è la domanda a cui è necessario rispondere in fretta, per non compiere passi poco lungimiranti in tema di sanità cittadina. Senza contare che Sampierdarena oggi ha i connotati di una vera e propria scommessa, il futuro della città passa anche attraverso la riqualificazione del suo quartiere più difficile e in questo senso avere un progetto preciso sull’ospedale di Villa Scassi sarebbe quanto meno di aiuto.

    Perché sia a Tursi che in Regione sembra ormai chiaro l’intento di ottenere denaro dalla vendita di immobili pubblici per investire su un nuovo ospedale capace di rispondere alla domanda di tutta l’area di ponente, e in questo senso il PUC, approvato la scorsa settimana in Consiglio Comunale, parla chiaro aprendo senza mezzi termini alla costruzione del nuovo nosocomio, cosa che inevitabilmente porterebbe Villa Scassi al definitivo ridimensionamento (in parte già iniziato…)

    Le garanzie che il progetto ospedale possa andare in porto, però, non sono così alte come potrebbe sembrare (forse siamo noi cittadini genovesi troppo diffidenti? Un primo indizio dovrebbe arrivare dal fatto che alle aste pubbliche per la vendita degli immobili del Comune non si presenta nessuno…) e una frettolosa riduzione dei servizi offerti da Villa Scassi potrebbe rivelarsi micidiale fra qualche anno se non si riuscisse a trovare fondi per il nuovo ospedale: “Per quanto riguarda il piano di riorganizzazione del pronto soccorso, sede di un DEA di primo livello, esso prevede lo scorporo dall’attività degenziale di medicina d’urgenza – ha detto Quaini – e questo è in contrasto con ciò che avviene regolarmente all’interno delle strutture d’emergenza nazionali e internazionali.”

    Altre attività critiche per la funzionalità globale dell’ospedale Villa Scassi sono la chirurgia vascolare e l’oncologia medica.  “L’oncologia risulta essenziale per l’elevata quantità di pazienti – continua Quaini – secondi come numero a quelli affetti da patologia cardiovascolare, e rappresenta un insostituibile complemento alle attività di chirurgia oncologica. Da questo punto di vista, anzi, potrebbe essere opportuno fornire all’oncologia medica una piccola dotazione di letti degenziali, come avviene in tutte le altre regioni italiane, eventualmente inserito in un contesto di ospedale per intensità di cura, una struttura in cui i pazienti vengono assegnati non a singoli reparti, ma a strutture graduate in base al loro fabbisogno di cure.”

    Nel frattempo, in un’altra zona della città, l’ospedale Galliera non se la passa affatto bene. Durante il consiglio di oggi il capogruppo della Lega Nord Edoardo Rixi ha chiesto spiegazioni all’assessore Montaldo sulle carenze di personale denunciate dall’ospedale.

    “Nonostante si tratti di uno dei principali ospedali della Regione – ha detto Rixi – il reparto di radiologia soffre carenza di personale: dal 1 giugno cinque medici radiologi, su un organico di diciassette, non sono più in servizio. Questo provocherà la cancellazione di moltissime analisi: almeno 260 tac, 2.400 risonanze, 400 ecografie e 100 mammografie, con conseguenti disagi per gli utenti. In vista dei tagli in altri ospedali, sarà anzi necessario potenziare questa struttura”.

    In vero la Regione ha autorizzato la copertura di due posti di dirigente medico in radiologia facendo seguito alla richiesta dello stesso Galliera, ma sicuramente questo non potrà risolvere definitivamente il problema.

    E anche qui fino a pochi mesi fa tenevano banco annunci a sei zeri, il famoso progetto del nuovo Galliera doveva essere a pochi passi dalla realizzazione e invece, allo stato attuale, sembra più probabile il gentile riponimento nell’enorme cassetto del “vorrei tanto, ma non posso”…

     

  • Ospedali genovesi in tilt: vietato sentirsi male

    Ospedali genovesi in tilt: vietato sentirsi male

    “..sul ponte sventola bandiera bianca”. Non è la strofa di una nota poesia-canzone, è il bollettino di guerra che arriva dai principali ospedali della città, assediati da un numero crescente di malati, stante l’ ondata influenzale arrivata con un imprevisto anticipo.

    Già martedì scorso il Direttore Sanitario del Galliera, aveva disposto un blocco temporaneo dei ricoveri ordinari, ieri è toccato al S.Martino e Villa Scassi ha retto, in qualche modo, pur avendo esaurito i 170 letti a disposizione del Pronto Soccorso.

    Barelle ovunque, pazienti abbandonati nei corridoi in attese estenuanti, alcune con un record di 7 ore, personale in tilt, questo è il triste scenario in cui sono incappati coloro che, per necessità e non certo per piacere, hanno dovuto ricorrere alle cure mediche del caso.

    Si è cercato di dirottare i degenti meno gravi in strutture più decentrate come Voltri, Pontedecimo, Sestri Ponente ma tale provvedimento ha trovato una strenua resistenza sia dei malati che dei famigliari.

    Non ha giovato, alla situazione ormai critica, la rottura dell’apparecchiatura per le radiografie dell’ospedale Evangelico di Voltri con i conseguenti ulteriori ricoveri presso altre strutture già allo stremo della recettività.

    Certamente “l’Australiana”, arrivata con largo anticipo nella nostra regione, non è stata di aiuto ma la causa principale sono gli effetti della politica dei tagli, specie in una regione che annovera un alto tasso di anziani e scarse strutture sul territorio in grado di offrire un’adeguata accoglienza.

    So che è anacronistico, ma quello di cui più si avrebbe bisogno è quella figura, ormai desueta, del vecchio medico di famiglia che, all’occorrenza, terminato il suo lavoro nello studio, metteva i “ ferri del mestiere” nella tipica panciuta valigetta di pelle e veniva a suonare alla porta per visitare “o marotto”.

    Adesso, è passato di moda anche il numero 33: nessuna visita, uno sguardo fugace all’insieme e giudicando dal colorito più o mene cereo, vengono prescritti una quintalata di esami dal costo non propriamente simbolico, per non parlare dell’impatto che comportano sulla spesa sanitaria nazionale. E poi parlano di risparmi.

    Mai farsi cogliere da malore dopo le 7 di sera: le alternative sono l’ospedale o la guardia medica che, lungi da non voler riconoscere il meritorio lavoro di questo servizio, è spesso affidata a giovani laureati che, nell’indecisione tra una colica renale e una gravidanza extra-uterina, fanno, comunque, riferimento ad un presidio sanitario.

    E, allora, lasciatemelo dire: evviva quel medico condotto che ancora esiste in qualche paesino sperduto del nostro paese che rischia, ogni giorno, un aumento incontrollato del colesterolo per le uova fresche di pollaio ricevute, talora, come compenso ma che, col suo carico di umanità, non ti fa sentire un codice, dal bianco al rosso, sperduto su un’anonima barella di uno squallido Pronto Soccorso.

    Adriana Morando

  • Pontedecimo, ospedale Gallino: ecco perchè non deve chiudere

    Pontedecimo, ospedale Gallino: ecco perchè non deve chiudere

    Stamattina un corteo con la presenza dei sindaci della vallata e per tutta la giornata un presidio di lavoratori e cittadini di fronte all’ingresso dell’ospedale hanno tenuto alta l’attenzione sulla questione del Gallino di Pontedecimo.

    Il nosocomio rischia infatti di essere depotenziato e lasciare un vuoto incolmabile per tutta la Valpolcevera. Un territorio che nel corso degli anni ha subito pesanti tagli ai servizi sanitari, ricordiamo infatti la scomparsa prima dell’ospedale Pastorino di Bolzaneto, poi del Celesia di Rivarolo e recentemente del Frugone di Busalla.

    La Asl 3 ha vietato ai dipendenti di rilasciare dichiarazioni ma noi siamo riusciti a scambiare due chiacchiere con una dott.ssa del reparto di cardiologia, uno di quelli, insieme a chirurgia generale e al laboratorio di analisi, che potrebbero essere smantellati.

    Occorre ricordare che il Gallino è stato ristrutturato non molto tempo fa e si è pensato anche alla realizzazione di una nuova ala con conseguente esborso di diversi milioni di euro. La struttura nelle intenzioni della Regione e della Asl 3 doveva trasformarsi nel famoso ospedale di vallata, ormai divenuto una chimera.

    Nel prossimo futuro a Pontedecimo potrebbero restare in funzione soltanto medicina generale e il punto di primo intervento.

    “È ovvio però che questo è solo il primo passo in direzione della chiusura totale”, spiega la dott.ssa, in altri termini la strategia è colpire tassello dopo tassello, come fra l’altro è accaduto a Busalla, per giungere a tagliare completamente un servizio.

    Il reparto di cardiologia è fondamentale per la vallata ma è anche un punto d’appoggio per tutti i pazienti che il Villa Scassi di Sampierdarena non riesce ad accogliere”, continua la dott.ssa.

    Il bacino di utenza è infatti stimabile in 120 mila cittadini residenti ma raggiunge quota 200 mila considerando l’intera area della Val Polcevera.

    L’Assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, un paio di giorni fa ha incontrato i lavoratori e di fronte a loro ha ribadito la necessità di tagliare i costi. Ma ancora nessuno conosce nel dettaglio il piano messo a punto dalla dirigenza dell’Asl3.

    Il boccone più amaro da digerire per i dottori del Gallino è stata però un’affermazione di Montaldo, il quale ha sostenuto che i pazienti colpiti da infarto dovranno andare tutti al Villa Scassi perché al Gallino non sono garantite le condizioni di sicurezza.

    Si tratta di un’accusa particolarmente grave, un’offesa gratuita alle professionalità che lavorano nell’ospedale. Una diffamazione vera e propria secondo i dipendenti. E soprattutto una bugia clamorosa.

    Sono oltre vent’anni che al Gallino accogliamo questa tipologia di pazienti – spiega la dott.ssa – Qui li possiamo trattare e lo facciamo con professionalità anche con minori risorse rispetto ad altre realtà. L’ospedale Villa Scassi riceve un tipo particolare di pazienti colpiti da infarto ad ST sopra e che necessitano della sala di emodinamica. Mentre la maggior parte dei degenti ricoverati in cardiologia al Gallino è colpita da infarto ad ST sotto, il quale non necessita della presenza dell’emodinamica. Non è infatti vero, secondo le linee guida del paziente cardiopatico, che tutti debbano fare l’angioplastica”.

    Bisogna aggiungere che spesso e volentieri i pazienti che già hanno eseguito l’angioplastica al Villa Scassi, per mancanza di spazi adeguati vengono successivamente trasferiti a Pontedecimo.

    Inoltre anche per quanto riguarda la questione economica, lo smantellamento del presidio sanitario non comporterebbe un significativo risparmio in termini di costi/benefici.

    Il maggior costo dell’ospedale è rappresentato infatti dagli stipendi dei lavoratori che in futuro graverebbero comunque sulle spalle dell’Asl 3, ovunque si decidesse di trasferirli.

    Adesso in calendario c’è un assemblea prevista per il 27 ottobre, ma le iniziative di lotta sicuramente non si arresteranno, considerando i numerosi attestati di solidarietà ricevuti da più parti.

    Matteo Quadrone