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  • Nulla sarà più come prima

    Nulla sarà più come prima

    La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più”. Così si apriva un articolo di Milano Finanza firmato il 18 marzo 2020[1], appena due mesi dopo lo scoppio ufficiale della pandemia, che riportava un’analisi di Gordon Lichfield, direttore della “MIT Techonology Rewiew”, il magazine della prestigiosa università americana. Analizzando le varie ipotesi di contenimento del virus, Lichfield ipotizzava esattamente quanto abbiamo visto realizzarsi nei mesi successivi e suggeriva che tutto ciò non avrebbe rappresentato un’interruzione temporanea della normalità ma “l’inizio di uno stile di vita completamente diverso”. In un momento in cui i vaccini erano una pura ipotesi e di green pass ovviamente non parlava nessuno, l’autore profetizzava che “verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando legalmente chi lo è” e che “in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d’identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus”. Queste previsioni venivano accompagnate dalla cinica considerazione che “ci si adatterà anche a queste misure, così come ci si è adattati ai sempre più severi controlli di sicurezza aeroportuale in seguito agli attacchi terroristici. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone”. La chiusura dell’articolo metteva in guardia dai processi di esclusione che questo modello di società avrebbe ampliato nei confronti delle fasce deboli della popolazione e dal pericolo che essa avrebbe potuto prendere la direzione del credito sociale, un sistema presentato come distopia nella serie tv Black Mirror (nell’episodio Caduta libera del 2016) ma già concretamente operativo in Cina da alcuni anni. Basandosi su tecnologie per l’analisi algoritmica dei big data relative alle informazioni possedute riguardanti la condizione economica e sociale di tutti i cittadini, il governo cinese assegna a ciascuno di essi un punteggio rappresentante il suo “credito sociale”, una sorta di classificazione della reputazione personale, sulla base del quale stabilisce la relativa possibilità di accedere o meno ad alcuni servizi essenziali.

    La sorprendente capacità di previsione del futuro mostrata da Lichfield si spiega con la conoscenza delle nuove tendenze economiche a livello globale. Due sono i testi di riferimento che permettono di tracciare con sufficiente precisione questa cornice: La quarta rivoluzione industriale di Klaus Schwab e Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff[2].

    La quarta rivoluzione industriale, teorizzata dal fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum, consiste in una accelerazione tecnologica e digitale già in atto, destinata a modificare radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Flussi di big data, intelligenza artificiale, automazione, smart cities, cyborg, internet delle cose, sanità digitale, 5G: il transumanesimo, che rappresenta il sostrato politico e filosofico della quarta rivoluzione industriale, mette in discussione il significato stesso di “essere umano” attraverso una nuova configurazione del rapporto tra le sfere fisica, biologica e digitale. Schwab individua e analizza nel dettaglio ventiquattro innovazioni tecnologiche che si dovrebbero plausibilmente verificare entro il 2025 e che creeranno questo nuovo ordine economico e sociale, secondo un processo ineluttabile di fronte al quale egli paventa un unico grande pericolo:

    L’altro lato oscuro di questa rivoluzione è la paura che genera nelle persone. Soprattutto contro i leader e contro le élite, che sono ritenute le prime responsabili di questi cambiamenti. Se nel mondo stanno crescendo tante forze di opposizione che demonizzano le élite, sia politiche che economiche, è perché il timore aumenta. È una reazione simile a quello che fu il luddismo nella prima rivoluzione industriale, ovvero la risposta violenta all’introduzione delle macchine. Tuttavia, questa rivoluzione c’è e non si può fermare. Si può solo indirizzare nel modo migliore possibile[3].

    Il capitalismo della sorveglianza descritto dalla Zuboff si presenta come il complemento economico reso possibile dalla quarta rivoluzione industriale. Il capitalismo della sorveglianza – scrive la Zuboff – si appropria dell’esperienza umana usandola come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti. Alcuni di questi dati vengono usati per migliorare prodotti o servizi, ma il resto diviene un surplus comportamentale privato, sottoposto a un processo di lavorazione avanzato noto come “intelligenza artificiale” per essere trasformato in prodotti predittivi in grado di vaticinare cosa faremo immediatamente, tra poco e tra molto tempo. Infine, questi prodotti predittivi vengono scambiati in un nuovo tipo di mercato per le previsioni comportamentali, che io chiamo mercato dei comportamenti futuri. Grazie a tale commercio i capitalisti della sorveglianza si sono arricchiti straordinariamente.

    Attraverso l’utilizzo delle informazioni che le persone ricercano e riversano nella rete in modo compulsivo, elaborate dai calcoli potentissimi dell’intelligenza artificiale e sviluppate attraverso la teoria di finanza comportamentale del nudge – la “spinta gentile” che induce determinati comportamenti attraverso una serie di stimoli informativi e che è valsa al suo creatore, Thaler, il premio nobel dell’economia del 2017[4]il capitalismo della sorveglianza mette a profitto ogni aspetto della vita umana (“le nostre voci, le nostre personalità, le nostre emozioni”) con lo scopo di creare quel “mercato dei comportamenti futuri” che, in termini di margini di profitto, è il corrispettivo del petrolio del XX secolo.

    Già nel 1956, Philip K. Dick, nel racconto Rapporto di minoranza (da cui il famoso film Minority Report), aveva immaginato un futuro in cui la polizia Precrimine sarebbe stata in grado di sventare crimini prima che potessero essere commessi grazie a un sistema di predizione dei comportamenti. Ma lo scopo del capitalismo della sorveglianza non è il controllo sociale. Totalmente integrato nella quarta rivoluzione industriale – gli algoritmi dell’Intelligenza artificiale sono il corrispettivo dei “precognitivi” dell’universo di Dick – il capitalismo della sorveglianza è totalmente impersonale, autoreferenziale, indifferente alla persona che sorveglia ed interessato esclusivamente ai flussi di dati che genera: “tramite l’automazione e un’architettura computazionale sempre più presente, fatta di dispositivi, oggetti e spazi smart interconnessi”, esso si prefigge lo scopo di “automatizzarci”, prefigurando una rivoluzione economica, sociale e antropologica di cui la Zuboff denuncia la pericolosità “per il futuro dell’umanità”.

    Se questo era a grandi linee lo scenario economico in cui ci stavamo muovendo al momento dell’esplosione della pandemia, come quest’ultima si è inserita in esso?
    La prima risposta ce l’ha data lo stesso Klaus Schwab pubblicando, nel luglio 2020, The Great Reset[5], un testo in cui ci viene spiegato perché la gestione della pandemia rappresenti un’occasione imperdibile per dare uno slancio decisivo alla quarta rivoluzione industriale: approfittare dell’emergenza per resettare il mondo, come si resetta un computer. Contemporaneamente altri analisti hanno notato come sia ragionevole interpretare alcuni strumenti introdotti in questi mesi possano fungere da acceleratori delle logiche e delle infrastrutture del capitalismo della sorveglianza:

     

    Per valutare il senso di una misura come il green pass – si nota per esempio in una interessantissima analisi di un filosofo del diritto -, occorre allora capire il tipo di tecnologia di potere all’interno della quale essa funzionerà, sarà innestata. Da questo punto di vista, temo che il green pass, più che come dispositivo di esclusione di determinati cittadini dalla vita sociale, finirà per funzionare come uno dei tanti dispositivi che, oggi, sono funzionali ad assicurare un “sapere” – sotto forma di flusso di dati – che consenta di anticipare i comportamenti dei cittadini, in modo da determinarne il futuro[6].

     

    La stucchevole discussione che imperversa da ormai due anni su dove cominci e finisca la libertà personale e di scelta in una situazione di emergenza frana di fronte all’evidenza che gli unici bisogni che dettano ogni scelta nella gestione della pandemia sono di ordine economico. Oggi come ieri sono sempre le esigenze della megamacchina capitalista a dettare le regole e stabilire le strategie all’interno delle quali le libertà individuali e i diritti sono variabili accessorie, erogabili, modulabili e sospendibili a seconda della criticità di una situazione. La prima evidenza di ciò è che, dopo due anni di pandemia, qualsiasi riflessione iniziale sulle criticità del modello di sviluppo economico mondiale è stata abbandonata nel nome della necessità del mantra del “ritorno alla normalità”. Che il virus sia nato da uno spillover o da un laboratorio di Wuhan (come in realtà pare ormai certo) cambia poco in questa prospettiva. È universalmente acclarato, ma opportunamente taciuto, che la pericolosità sanitaria del covid e la diffusione della pandemia derivino dall’intero apparato delle nocività strutturali della società mercantile e industriale: stili di vita dannosi, urbanizzazione selvaggia, inquinamento, distruzione dell’ecosistema e dei sistemi sanitari pubblici. Così come è stato rapidamente oscurato il fatto, sottolineato viceversa già da Lichfield nel suo articolo sulla “MIT Techology Rewiew”, che quella in corso sia non una pandemia ma una sindemia, ovvero una malattia che colpisce gli strati più deboli delle popolazioni.

    Cosa è stato messo in campo per porre rimedio a queste nocività strutturali ed endemiche? Nulla, nessun investimento cospicuo è stato previsto per questioni strategiche essenziali riguardanti sanità, scuola e trasporti, mentre la soluzione per tornare alla normalità della produzione e del consumo è stata demandata ad una tecnologica sperimentale pagata profumatamente alle multinazionali di Big Pharma e scaricando la responsabilità di un eventuale fallimento sui comportamenti delle persone, cittadini trattati da sudditi sempre potenzialmente irresponsabili e, per questo motivo, meritevoli di un bombardamento continuo di propaganda a senso unico, fatta di varie forme di colpevolizzazione prima e ricatti sociali e lavorativi sempre più restrittivi poi.

    L’aspetto della gestione della pandemia che ne ha svelato la logica intrinseca in un’ottica di ristrutturazione sistemica del futuro economico, sociale e politico è stato l’introduzione del green pass. Mentre perfino autorevoli voci mediche filo-governative hanno sottolineato come questa misura non abbia alcun valore di prevenzione sanitaria, ma semplicemente di incentivo a convincere i riluttanti a vaccinarsi, le autorità governativo hanno affermato di essersi ispirati nella sua elaborazione alla teoria del nudge, la stessa spinta gentile che abbiamo già visto essere tra le strategie fondamentali del capitalismo della sorveglianza. Al di là dell’evidenza che in un mondo che ruota intorno ai bisogni dell’economia il fatto che le scelte politiche derivino dalle teorie di marketing non può stupire, va detto che, fuori dalle belle parole del mondo accademico e della rassicurante neolingua anglofona, la logica del green pass sia riassumibile in quella molto più volgare del ricatto: ti consiglio vivamente di fare una cosa, sei libero di non farla, ma se non la fai ne paghi le conseguenze. Quindi la libertà di scelta di non vaccinarsi è soltanto apparente; il green pass la trasforma da diritto, quale allo stato legislativo attuale ancora è, in un dovere morale[7] (come ha recentemente ricordato perfino il presidente della Repubblica Mattarella) il cui non assolvimento comporta pesanti penalizzazioni.

    Il 20 luglio scorso l’autorevole economista Tito Boeri, sulle pagine di Repubblica[8], spiegava perché, in termini economici e di diritto, sarebbe giusto che chi decide di non vaccinarsi dovrebbe “pagare i danni che provoca alla società”. Sul principio economicistico delle “esternalità negative” il soggetto in questione si configura infatti come un peso insostenibile per la sanità pubblica e per la comunità. Questo ragionamento, sempre più sostenuto da un coro variegato di voci autorevoli e di governo, sottende il fatto che, una volta sfondata questa linea gotica del diritto riguardante la salute, quello che vale oggi per il vaccino potrà valere per qualsiasi altro aspetto sanitario che il legislatore stabilirà domani. Questa rivoluzione copernicana in atto dell’esternalizzazione delle responsabilità sull’individuo apre potenzialmente alla futura ricattabilità di stili di vita considerati non consoni che è già insita nei discorsi di alcuni politici e che prelude ad un ulteriore smantellamento della sanità pubblica in stile neoliberista americano o, peggio ancora, all’approdo al credito sociale cinese. D’altronde quest’ultimo è basato sulla semplice estensione delle regole che regolano l’accesso al credito finanziario nel mondo bancario (mutui e prestiti) allargato all’intera sfera sociale. Nel suo articolo Boeri, da economista, fa una serie di affermazioni utilissime a capire le connessioni tra l’attuale gestione della questione sanitaria e le sue implicazioni strutturali future. Egli afferma che il principio per cui la libertà individuale finisce dove iniziano i diritti degli altri “non è una questione costituzionale o etica, ma pragmatica”, laddove il pragmatismo è rappresentato dalle necessità dell’economia neoliberista. In nome dello stesso pragmatismo, egli mette in discussione il diritto alla privacy, che, come ricorda la Zuboff, è non a caso anche il più grande ostacolo da rimuovere per lo sviluppo dei profitti del capitalismo della sorveglianza.

    Se ricordare che la storia insegna che gli strumenti introdotti nei periodi di emergenza non vengono mai abbandonati (vedi le leggi antiterrorismo post 11 settembre) può far storcere il naso a qualcuno, il fatto che l’introduzione del green pass non abbia nessun carattere transitorio ma che anzi esso verrà implementato per la gestione dei dati sanitari delle persone come una sorta di passaporto digitale viene confermato da voci autorevoli del mondo medico:

     

    Cosa succederà una volta finita l’emergenza? Sicuramente ci si attende che non si torni più indietro e che le tecnologie digitali di cui stiamo usufruendo in questo momento rimangano tali… Anche il “Green pass”, lo strumento che la Comunità europea ha deciso di adottare per consentire la mobilità cross frontaliera dei cittadini per concedere le autorizzazioni a una serie di eventi, rappresenta uno strumento molto semplice a supporto delle persone e che ci consente di gestire lo scambio di informazioni in modo trasparente e sicuro. IBM ha supportato lo sviluppo di questo strumento che è già in uso negli Stati uniti, in Israele, in Cina e in Islanda. Il Green pass rappresenta sicuramente un esempio di come le tecnologie digitali continueranno a supportarci in futuro[9].

    D’altronde lo stesso Schwab affermava con certezza già nel 2015:

    Un’altra innovazione che nel 2025 prevedo diventi comune riguarda il modo in cui ci prendiamo cura della nostra salute. Molti di noi indosseranno dispositivi in grado di misurare immediatamente ogni deviazione dai nostri normali parametri di salute e ci faranno capire in tempo reale che azioni intraprendere per non stare male. Sarà un modo di vivere completamente nuovo… E ancora, gli impianti sottopelle: sarà molto più frequente vedere persone che si fanno inserire nel corpo dei chip che sostituiranno alcune funzioni che adesso abbiamo nei nostri smartphone o computer[10].

    Per cogliere poi la connessione coerente tra le previsioni di Schwab e ciò che sta accadendo oggi, è sufficiente leggere un articolo di una rivista mainstream che si occupa di faccende economiche, pubblicato anch’esso in tempi non sospetti – nell’aprile 2020, quando il vaccino non esisteva ancora – per avere una breve sintesi del progetto ID2020 (Identità digitale 2020). Lanciato nel 2015 (notare la coincidenza di date con le tempistiche date da Schwab) dall’Allenza per l’Identità digitale – una corporation che collabora con varie agenzie delle Nazioni Unite, i Governi e le maggiori imprese di tutto il mondo – esso poneva la necessità di fornire un’identità digitale alla maggior parte possibile della popolazione mondiale e il ruolo all’interno di questo progetto di una vaccinazione di massa. L’articolo stesso delinea in modo chiaro la connessione di questo progetto con la gestione della pandemia da covid, ovvero con l’idea che i “certificati digitali” che sarebbero stati emessi per certificare chi si sarebbe vaccinato una volta che un vaccino fosse stato trovato (quello che è divenuto il green pass) costituissero il passaggio decisivo dell’identità digitale di massa, una forma primitiva del futuro passaporto biometrico necessario a dimostrare chi sei… in maniera affidabile sia nel mondo fisico che online” in un mondo prossimo venturo in cui “avere un ID potrebbe essere fondamentale per la ricerca di un lavoro, per l’accesso al credito, ma anche per andare a scuola”[11]. È stato lo stesso ministro Speranza a definire, nel luglio scorso, il green pass come “la più grande opera di digitalizzazione di massa mai fatta” e sono sempre più le autorità che chiamano il green pass stesso “passaporto vaccinale”.

    Nel frattempo la Zuboff ci ricorda che l’accesso ai dati sanitari di miliardi di persone è il più grande business futuro del capitalismo della sorveglianza, essendo l’industria farmaceutica la più potente lobby al mondo, insieme a quella militare. Disease Mongering è il nome tecnico che designa la pratica commerciale di inventare letteralmente nuove malattie, perseguita da decenni dalle industrie farmaceutiche secondo una legge elementare del mercato: creare un bisogno, una domanda e un mercato a cui rispondere con i propri prodotti[12]. Attraverso una strategia di manipolazione dei dati, comunicazione e marketing, implementata dalle incredibili possibilità offerte dallo sviluppo digitale e algoritmico, la creazione di malattie e dei relativi rimedi possono portare nel prossimo futuro a margini di profitto finora impensabili. Se la Zuboff avvertiva che l’espansione delle logiche del capitalismo della sorveglianza all’interno delle istituzioni pubbliche abbia già sollevato molte preoccupazioni circa il pericolo che le democrazie nei paesi occidentali possano andare verso il modello di credito sociale cinese, è evidente che il green pass nella sua logica intrinseca è già un sistema di credito sociale e che la sua istituzionalizzazione come passaporto sanitario digitale potrebbe rafforzare questa deriva.

     

    Molti altri sono gli aspetti della gestione della pandemia che meriterebbero essere approfonditi per cogliere quanto sta accadendo in una prospettiva che non è quella di una semplice emergenza sanitaria. La sospensione della normalità giuridico-legislativa, che da stato di emergenza sta slittando verso uno stato di eccezione, per cui da due anni un governo tecnico come quello italiano governa tramite decreti da un lato; e la recente degenerazione della propaganda mediatica nella retorica bellica nella creazione di un nemico pubblico e di un capro espiatorio, con la conseguente criminalizzazione del dubbio e pensiero divergente, dall’altro, sono manifestazioni concrete di una situazione che solleva un parallelismo inquietante con i regimi totalitari, come alcune voci autorevoli hanno fatto recentemente notare. Si può davvero giustificare tutto ciò con la pericolosità effettiva del covid?

    Ci sono pochi dubbi che siamo davanti a una svolta storica. D’altronde la quarta rivoluzione industriale, come indica il suo stesso nome, rivendica la sua filiazione dalle prime tre, ovvero dagli ultimi due secoli e mezzo di capitalismo, e, più nello specifico, dalla civiltà tecnocratica delle macchine impostasi nel Novecento.

     

    Se ora sentiamo che organizzare la società in modo socialista e con un’economia pianificata è plasmarla scientificamente, questo significa: vitamine, microscopi, logaritmi, regoli calcolatori, fissione atomica, psicoanalisi, fisiologia, statistiche matematiche, ormoni. In questa concezione del mondo gli uomini occupano un posto non più alto dei cani su cui il fisiologo russo Pavlov condusse i suoi esprimenti sui “riflessi condizionati”, e la questione sociale ora diventa una specie di bacillo che deve essere solo scoperto usando gli “esatti” metodi di statistiche matematiche – i metodi di “correlazione multipla”, dei coefficienti di elasticità della domanda e dell’offerta e così via, e quindi, in un congresso scientifico mondiale – più numerosi partecipanti, meglio è – viene trovata l’appropriata panacea. Gli umani sono catalogati e diretti in ogni situazione e in ogni fase del loro sviluppo per mezzo di verifiche e contro-verifiche eseguite secondo procedure di controllo altamente elaborate; la predicibilità delle loro opinioni è accuratamente investigata per dedurne previsioni sul loro comportamento futuro, e infine metodi “scientifici” sono elaborati per formare e plasmare l’uomo in accordo con un’immagine che è a sua volta prescritta dalla “scienza”.

     

    Così scriveva il liberale Wilhelm Röpke nel 1944 (Civitas Humana) a proposito del collettivismo sovietico. Citata da Marco D’Eramo nel suo recente Dominio[13] come un’incredibile anticipazione temporale dei meccanismi ipertecnologici del capitalismo della sorveglianza di oggi, questa analisi dimostra come il mondo attualmente in ricostruzione sia soltanto l’estrema propaggine del processo secolare della civiltà delle macchine nata con la prima guerra mondiale, il taylorismo e la società-fabbrica. Di questa civiltà i totalitarismi hanno rappresentato una sperimentazione accelerazionista, ma alcuni dei loro fondamenti vengono oggi ripresi dal capitalismo nella fase di una ristrutturazione avvertita come sempre più necessaria. Non è un caso che il modello da seguire scelto oggi dal blocco occidentale liberale grazie al volano della pandemia sia quello dell’autoritarismo statale e tecnocratico della Cina. Un modello nato dalla fusione tra il controllo totalitario della popolazione di matrice sovietica con il turbocapitalismo economico digitale postmoderno. Dove l’Unione sovietica fallì, la Cina contemporanea sembra vincere nello scacchiere mondiale, come confermano le lodi generalizzate del sistema cinese nel contenere la pandemia e i tratti pseudo-socialisti e collettivisti della quarta rivoluzione industriale e del great reset propugnati dal World Economic Forum[14].

    Non a caso nell’ultimo World Economic Forum, tenutosi nel gennaio 2021 e dedicato proprio al great reset, il premier francese Macron ha esplicitamente affermato: “Questo capitalismo non funziona più”. Le oligarchie al vertice del capitalismo sono consapevoli dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e della necessità di una ristrutturazione tecnocratica che ne garantisca la sopravvivenza e l’implementazione di fronte alle crisi ambientali, economiche e sociali da esso stesso provocato. Esse sanno di essere entrate in una fase nuova storica in cui dovranno gestire crisi e catastrofi sempre più frequenti e sapere trasformarle in opportunità. D’altro canto queste crisi e catastrofi ci vengono presentate come delle semplici merci – ineluttabili, variabili e obsolescenti – e il potere si fonda sulla capacità di mantenere la percezione che non esista un’alternativa al di fuori di esse. La nostra libertà è, ormai da tempo, ridotta a quella di un consumatore di fronte agli scaffali di un supermercato; il problema è che quest’ultimo assomiglia sempre più ad un discount. All’incrocio tra le esigenze del capitalismo della sorveglianza e della quarta rivoluzione industriale, che ci attenda un “ritorno alla normalità” del ciclo produzione-consumo aumentato di un nuovo apparato iper-tecnologico o, più brutalmente, l’instaurazione di un nuovo paradigma politico-sociale autoritario simile a quello cinese, quel che è certo è che, come ricordava Lichfield, nulla tornerà più come prima. La sperimentazione di questi due anni ci prospetta una vita più virtuale e surrogata, sorvegliata e socialmente distanziata. Gli indizi del cambiamento in atto sono molteplici. È casuale il fatto che a pandemia appena iniziata si sia scelto di chiamare “sociale” un distanziamento la cui ratio sanitaria avrebbe dovuto battezzarlo “fisico”? È casuale che nell’agenda politica internazionale si discuta alacremente di introdurre un reddito di cittadinanza universale che copra la futura disoccupazione di massa introdotta dall’automazione? Se la produzione del mondo sarà sempre più robotizzata, il consumo rimarrà una necessità essenziale in un mondo in cui la garanzia della tutela di alcuni diritti da parte dello Stato comporterà il prezzo di rinunciare a sempre maggiori margini di libertà, democrazia e autonomia. Scegliere se questa idea di felicità ci piace è la posta politica in ballo e l’unica certezza è che senza una spinta dal basso che rompa l’incantesimo illusionistico che non esistano alternative possibili non c’è nulla di buono da aspettarsi.

     

    Leonardo Lippolis

     

    [1] https://www.milanofinanza.it/news/non-torneremo-piu-alla-normalita-ecco-come-sara-la-vita-dopo-la-pandemia-202003181729195935?fbclid=IwAR040N5v-cfZsWh71KMRh9ROq5vZVc1IysJfY-woPQwBravn71Bt9lTt-gs

    [2] K.Schwab, La quarta rivoluzione industriale, Il Mulino, Bologna 2016; S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss, Roma 2019.

    [3] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [4] R. Thaler, C. R. Sunstein, La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano 2014.

    [5] K. Schwab, T. Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing, Cologny/Geneva 2020

    [6] https://www.iisf.it/index.php/progetti/diario-della-crisi/green-pass-discriminazione-e-controllo-tommaso-gazzolo.html?fbclid=IwAR33WI9FHJfZAIVu9GA5Sh2pHzJU3hnYLpqTwol5FP-foFp1zb6H9A5Cac0

    [7] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/31/covid-la-vaccinazione-non-e-un-dovere-ma-un-diritto-basta-col-clima-da-caccia-alle-streghe/6305860/

    [8] https://www.repubblica.it/economia/2021/07/20/news/chi_non_si_immunizza_deve_almeno_pagare_i_danni_che_provoca-310929241/?ref=RHTP-BH-I304495303-P2-S1-T1&fbclid=IwAR3bcAJ7XnkHueleg6wETFkbb94nFkzLfNHnnTOOZFygozjc8e2LA0uCUO0

    [9] https://www.pharmastar.it/news/digital-medicine/tecnologie-digitali-applicate-alla-salute-quale-sar-il-futuro-36046

    [10] https://www.economyup.it/innovazione/schwab-wef-dal-lavoro-alla-genetica-cosi-la-4-rivoluzione-industriale-cambia-la-nostra/

    [11] https://www.money.it/ID2020-identita-digitale-cosa-e-legami-COVID19?fbclid=IwAR2ZCdTHhEmdLdA_Of-0A1hYYrPRu8EyzktUfLLCwG-ii1dVKpUtmOOmfdE

    [12] Si veda al proposito il bel documentario Inventori di malattie, inchiesta puntuale e molto interessante realizzata da Silvestro Montanari nel 2007 per il programma “C’era una volta” di Raitre e reperibile in rete

    [13] M. D’Eramo, Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, Milano 2020.

    [14] Si veda al proposito https://www.weforum.org/agenda/2016/11/how-life-could-change-2030/

  • Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    Requiem per Begato, tra deportazione e devastazione urbana

    “I fautori della modernità ci hanno insegnato a non fidarci di noi stessi e a non amarci. Tutte quelle storie sulla coscienza individuale, sul dolore solitario. La modernità si basava sulla nevrosi e sull’alienazione. Basta guardare l’arte, l’architettura che hanno espresso. Hanno qualcosa di molto freddo”

    (J.G.Ballard, Regno a venire)

    Tra le tante mutazioni urbanistiche genovesi degli ultimi anni, il 2020 appena concluso passerà alla storia cittadina non solo per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sulle macerie di Ponte Morandi ma anche, seppur con meno clamore, per l’inizio dell’abbattimento della Diga di Begato, divenuta un simbolo della peggiore architettura e urbanistica del secondo Novecento genovese e italiano. Per comprendere il significato storico di questo luogo e il suo monito per il presente ed il futuro, è opportuno allargare gli orizzonti spaziali, temporali e mentali oltre gli angusti confini cittadini e del dibattito puramente specialistico.

    Due eventi ed un architetto hanno segnato indelebilmente la storia e l’immaginario urbani dell’ultimo quarto del XX secolo. Il 15 luglio 1972 i tre edifici centrali dell’enorme complesso residenziale di Pruitt-Igoe, alla periferia di Saint-Louis, vennero fatti saltare in aria con la dinamite dalle autorità comunali su richiesta esplicita e unanime degli abitanti. Costruiti appena diciassette anni prima per ospitare la popolazione immigrata dalle campagne intorno alla grande città del Missouri, questi formicai urbani concepiti dall’architetto Minoru Yamasaki sul modello della “città radiosa” di Le Corbusier avevano letteralmente fatto infuriare i suoi abitanti, divenendo in poco tempo un ricettacolo di degrado, alienazione e violenza. La demolizione di quel complesso fu eclatante e divenne rapidamente il simbolo del fallimento di un modello urbano che imperversava dalla fine della seconda guerra mondiale. Come ricorda Tom Wolfe, fu “un avvenimento storico per due motivi. Uno: per la prima volta, nella storia cinquantennale degli alloggi operai, si chiedeva un parere ai clienti. Due: la vox populi. La vox populi attaccò subito a intonare in coro: “Blow it… up! Blow it… up! Fatelo saltare in aria! Buttatelo giù!” (T.Wolfe, Architetti maledetti, Bompiani 1997, p.78). Caso vuole che proprio nel momento in cui quei tre blocchi venivano fatto brillare con la dinamite (molto materiale informativo si trova in rete sulla storia e sulla demolizione di Pruitt-Igoe, materiale all’interno del quale spicca ancora per capacità evocativa un bel capitolo del poema visivo Koyaanisqatsy di Godfrey Reggio), Yamasaki stesse portando a termine il secondo grande progetto della sua carriera, le Twin Towers, cuore del World Trade Center di New York, all’epoca i due grattacieli più alti del mondo. Inaugurati il 4 aprile 1973, essi, come noto, vennero abbattuti l’11 settembre 2001: un altro crollo, non voluto in questo caso dall’esasperazione degli abitanti, ma programmato da un commando di terroristi islamici che scelse quei grattacieli per il loro valore simbolico di summa del potere dell’Occidente (il capo attentatore Mohammed Atta era tra l’altro un architetto, laureatosi in Germania con una tesi contro la modernizzazione occidentale della sua città, Aleppo). Solo diciassette anni visse il complesso di Pruitt-Igoe, solo ventotto le Twin Towers; difficile trovare un architetto del XX secolo divenuto più celebre di Yamasaki per il fallimento e la sfortuna delle sue creazioni.

    Casermoni popolari modellati sul modello della casa per abitare di Le Corbusier e grattacieli in acciaio e vetro come simboli del potere sono due architetture archetipiche del capitalismo del Novecento e diffusesi in tutti gli angoli del globo. Anche Genova, nel suo piccolo e con i suoi tempi dilatati, ha il suo Yamasaki locale e una storia che riflette questi cambiamenti epocali. Anche Genova ha infatti un sede locale della World Trade Centers Association (l’Associazione mondiale dedicata alla promozione e alla facilitazione del commercio mondiale), il World Trade Center Genoa, un grattacielo di 25 piani alto 102 metri costruito negli anni Ottanta nella zona di San Benigno dall’architetto Piero Gambacciani. Anche Genova ha la sua Pruitt-Igoe, la Diga di Begato, costruita anch’essa negli anni Ottanta come parte di un più ampio progetto urbanistico e oggi in via di demolizione, ancorché non con la dinamite, ma smontata pezzo per pezzo. L’architetto progettista di Begato è sempre Piero Gambacciani. Lo stesso architetto per due luoghi simbolo della Genova contemporanea e lo stesso destino nel secondo caso sono due similitudini cariche di significato in quanto specchio di trasformazioni internazionali epocali, ma le date non sono un dettaglio. Se Pruitt-Igoe segnò uno spartiacque all’interno della modernità funzionalista già nel 1972, la costruzione di Begato a distanza di un decennio ne fa infatti un fallimento decisamente fuori tempo massimo.

    Piero Gambacciani era nato a Prato nel 1923. Il padre Tullio era un anarchico e morì giovane lasciando la famiglia in difficoltà. Il giovane Piero si iscrisse alla Facoltà di Architettura a Firenze nel 1941, sotto il magistero dell’architetto razionalista Giovanni Michelucci. L’8 settembre del 1943 aderì alla Repubblica Sociale di Mussolini ed il 25 aprile 1945, a Novara, si ritrovò davanti ad un plotone di esecuzione di partigiani. Fucilato e creduto morto, fu portato in ospedale da un prete e sopravvisse, ma con una condanna a morte sulla testa; il fratello, che invece era un ufficiale dell’esercito di Liberazione, lo prelevò dal carcere, sottraendolo a possibili vendette e riportandolo in Toscana. Ripresi gli studi e laureatosi nel 1948, Gambacciani giunse a Genova al seguito di Michelucci, e da allora non lasciò più la città, morendovi nel 2008. A Genova Gambacciani raggiunse nel corso degli anni una posizione professionale di gran rilievo, realizzando, oltre ad una una serie di edifici privati, numerose opere di grande impatto architettonico e urbanistico per la città, in un lungo arco di tempo che va dal grattacielo della SIP di Brignole costruito negli anni Sessanta per finire con il complesso residenziale-turistico di Ponte Morosini e Ponte Calvi nell’area del Porto Antico realizzato negli anni Novanta. Prosecutore della lezione corbusiana del genovese Daneri, Gambacciani ha notevolmente contribuito a definire l’identità urbana di fine Novecento di Genova nel segno della modernità tardofunzionalista che celebra se stessa sulle macerie dell’eredità storica della città. In questo senso, oltre a Begato e al WTC che ne fanno lo Yamasaki genovese, va ricordata almeno Corte Lambruschini. Fino al 1982 lì, nel cuore del quartiere di Borgo Pila, sorgeva, unico caso a Genova, un caseggiato ottocentesco a corte; più che un enorme palazzo era un piccolo quartiere a sé che, all’interno di un vasto perimetro di abitazioni popolari e operaie, racchiudeva la grande corte, sede di un mercato interno. Nel 1982 venne decisa la sua demolizione e, sulle sue macerie, Gambacciani vi costruì il nuovo centro direzionale in acciaio e vetro culminante nelle due torri principali, alte cento metri e suddivise in venti piani, che incombono all’angolo di Corso Buenos Aires.

    Ma torniamo alla storia di Begato. La costruzione della Diga avvenne a compimento di un progetto urbanistico ben più articolato e complesso che merita di essere brevemente ricordato. Questo progetto – nominato ufficialmente quartiere Diamante, dal nome del forte che sovrasta la vallata, mentre Begato è il nome storico della località e della frazione di paese che sorge a qualche chilometro di distanza – parte da lontano. Nel 1965 la variante locale del Piano nazionale delle “Aree 167” per l’edilizia residenziale pubblica aveva previsto di insediare sui rilievi collinari che circondavano le alture comprese tra la Valpolcevera e il centro di Genova una popolazione di circa 70.000 persone. Era il momento del massimo trionfo del boom economico e industriale della città, la quale, secondo progettisti e statistici, avrebbe presto superato il milione di abitanti (alcuni di essi vaneggiavano addirittura cinque milioni), e quel progetto prevedeva di urbanizzare tutte le colline genovesi fino al limite rappresentato dalla cinta dei forti.

    [quote]i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere[/quote]

    Quel sogno di “progresso” durò poco, colpito e affondato dalla crisi industriale dei primi anni Settanta; conseguentemente la popolazione di Genova si stabilizzò prima di cominciare a decrescere costantemente fino ad oggi, rendendo obsoleta quella idea di urbanizzazione massiva. Così il Piano Regolatore Generale del 1976 limitò l’applicazione di quel progetto a poche aree, la principale delle quali fu proprio Begato, che fino a quel momento era stata una collina boscosa della Valpolcevera punteggiate di case contadine con annessi orti, che storicamente vantava una produzione di pregio di prodotti della campagna (cfr E.Poleggi, P.Cevini, Genova, Laterza 1981, p. 211) e che era stata per lungo tempo un luogo di villeggiatura. L’insediamento della nuova zona 167 di Begato – anche Scampia a Napoli è noto come il quartiere 167, figlio della stessa legge – avrebbe dovuto dare alloggio a 21.000 persone, il quaranta per cento della popolazione della Valpolcevera di allora. La realizzazione dell’area fu rapida; nel 1980 gran parte degli edifici erano completati. Il modello era quello solito della “città radiosa” formulato da Le Corbusier; grandi unità di abitazione modulari, teoricamente dotate di negozi e servizi interni e immerse in spazi verdi, con strade che servissero da collegamento sia interno che con il resto della città. La realtà si mostrò da subito ben diversa dalle tavole intrise di ottimismo del progetto: gli edifici, realizzati con “sistemi edilizi industrializzati e prefabbricati” a basso costo, si dimostrarono di pessima qualità; i negozi non hanno mai aperto; i servizi non sono mai stati istituiti; il parco urbano circostante è sparito ingoiato dall’incuria; la strada di collegamento che serpeggia tra i blocchi edilizi sui due versanti della collina è una pura striscia di asfalto priva di qualsiasi dimensione di servizio ed utilità sociali tipica delle strade di quartiere. Insomma, detto in parole povere, Begato è diventata la variante collinare, caratteristica della particolare orografia genovese, di uno degli infiniti, anonimi, ghetti-dormitorio che si posso vedere ai margini di qualsiasi territorio urbano dell’Occidente, dalle banlieues francesi alle nuove periferie che, da nord a sud – Rozzal Melara a Trieste, il Corviale a Roma, le Vele di Scampia a Napoli, i casi più celebri a cui la Begato ha avuto “l’onore” di essere stata accostata –, hanno riempito le nostre città di megastrutture allucinate in uno scenario distopico. “Sono quartieri per molti versi cresciuti in parallelo, edificati a distanza di qualche anno, ultime espressioni dell’edilizia pubblica tra anni Settanta e Ottanta. Si tratta di modelli insediativi completamente avulsi dal tessuto urbano, di un’urbanistica collinare fuori scala e fuori luogo, nata in un’epoca in cui la città aveva disperata fame di case e poco denaro da spendere, realizzazioni già anacronistiche e tristemente superate rispetto ai modelli dell’edilizia popolare europea coeva. Quartieri segnati da numerose debolezze, che si manifestano non solo nel livello di reddito e nella composizione demografica dei residenti, ma sono evidenti anche sul piano territoriale e infrastrutturale. Zone ‘amorfe’ della città che hanno a lungo funzionato come strumento di confinamento sociale” (A.Petrillo, La periferia elevata a potenza? Il caso del CEP a Genova, in Indagine sulle periferie, “Limes”, n°4, 2016, pp. 81-82). D’altronde che un quartiere concepito così, a distanza di dieci anni dal fallimento proclamato da Pruitt-Igoe e nel contesto specifico di Genova, fosse un’idea funesta in partenza fu evidente già da subito a più di un addetto ai lavori. Nel 1983, nel corso di un Congresso che si tenne in città, Bruno Gabrielli affermava: “A me sembra incredibile che si mandi avanti una iniziativa del tipo appunto di Begato, senza valutare minimamente quali possano essere le conseguenze a livello urbanistico, a livello sociale, a livello economico” (citato in M.Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova, 1950-1980, Gangemi 2015, p. 103).

    A coronamento del piano di Begato arrivò da ultima la costruzione della famigerata Diga. Le due imponenti costruzioni, comunemente denominate “Dighe Rossa e Bianca” per il colore dei rivestimenti, proprio come una diga idrica tagliavano la vallata da Est a Ovest, dando la possibilità, grazie ad alcune passerelle pedonali sospese a mezz’aria e colleganti i due blocchi, di passare da un versante all’altro senza mai uscire dall’edificio. Inutile sottolineare come il complesso ebbe un forte impatto ambientale e paesaggistico, ostruendo completamente l’orizzonte.

    Lo scopo iniziale della Diga doveva essere quello di ospitare per un periodo limitato di tempo un alto numero di famiglie per lo più sfrattate dal centro storico. Pochi anni prima era stata completata la scellerata distruzione del quartiere di via Madre di Dio e si scelse di spostare gli sfollati in questi casermoni posti all’interno della Valpolcevera, lontani e isolati dai caruggi e dal centro in cui erano abituati a vivere. Costituiti da oltre 500 alloggi, i due complessi della Diga hanno ospitato oltre 1200 persone (rimasti poco meno di 800 al momento della demolizione), il corrispettivo degli abitanti di un piccolo comune concentrati all’interno di un unico edificio. A dispetto delle intenzioni dichiarate e col passare degli anni, la Diga è rimasta a tutti gli effetti una residenza stabile per la maggior parte delle persone lì deportate, mentre solo una minima percentuale di esse ha trovato una sistemazione diversa. A fianco dei primi abitanti la titolarità a vedersi assegnato un alloggio nella Diga – con canoni di affitto bassissimi – è stata per decenni riservata alle liste che danno diritto ad una casa popolare: persone e nuclei famigliari con difficoltà socio-economiche e altri tipi di indigenza. Questa concentrazione di disagio sociale unita al fallimento da subito evidente del modello architettonico-urbanistico ha rapidamente trasformato Begato intera e la Diga in particolare in un vero e proprio ghetto. E’ facile fare una breve ricerca in rete o sui giornali per trovare molte descrizioni e testimonianze delle condizioni di vita vissute dai suoi abitanti. Mutatis mutandis esse riecheggiano la descrizione fatta da Tom Wolfe a proposito di Pruitt-Igoe parlando di una situazione vissuta quasi mezzo secolo prima: “Questi campagnoli inurbati provenivano da zone assai poco densamente popolate … dove raramente si saliva a più di tre metri sul livello del mare ammenoché non ci si arrampicasse su un albero: ed eccoli alloggiati in casermoni di 14 piani, a Pruitt-Igoe. A ciascun piano c’erano ballatoi coperti, in obbedienza al concetto di Corbu delle “strade per aria”. Siccome non v’era nell’agglomerato, alcun altro luogo ove peccare in pubblico, tutto ciò che d’ordinario sarebbe avvenuto nelle bettole, nei bordelli, nei caffè, nelle sale da biliardo, al lunapark, all’emporio, nei campi di granturco, nei pagliai, nelle stalle o nei granai, aveva luogo in quelle “strade per aria”. In confronto a quei boulevards di Corbu, la Gin Lane (o Vico dei Beoni) di Hogarth sarebbe sembrata una strada tranquilla” (T.Wolfe, op.cit., p.78).

    Come a Pruitt-Igoe, gli abitanti della Diga sono stati costretti a districarsi all’improvviso tra ascensori, ballatoi, scale interne prive di luce naturale e spazi labirintici, percepiti rapidamente come luoghi alienanti e insicuri. Si è subito imposta ad essi la sensazione di vivere asserragliati. Di conseguenza i pianerottoli sono stati rapidamente chiusi con inferriate, isolando così i singoli appartamenti, e gli spazi comuni dei ballatoi sono stati divisi verticalmente, per limitare la circolazione di figure estranee. Molti appartamenti vuoti sono stati occupati ma non attraverso forme di lotta organizzata di “diritto alla casa”, come in altre città e situazioni (per esempio alle Vele di Scampia), ma quasi sempre in una logica di marginalità e disperazione. Nel frattempo i box, mai terminati, sono divenuti una “zona franca” per ogni sorta di attività illecita. All’esterno l’assenza di negozi e botteghe, bar e qualsivoglia luogo di cultura e socialità ha alimentato lo stesso senso di insicurezza e gli spazi pubblici, le piazze e i presunti luoghi di aggregazione sono stati ben presto divorati dall’incuria e dal degrado. E’ lo stesso scenario che era già stato vissuto dagli abitanti di Pruitt-Igoe, al punto che proprio l’analisi di quel clamoroso fallimento spinse – nel 1973, appena un anno dopo la distruzione di Pruitt-Igoe stessa – Oscar Newman, allora professore alla Washington University di Saint Louis, a scrivere il saggio Defensible Space. Crime and Prevention Through Urban Design, divenuto subito un classico della microsicurezza urbana, la risposta tecnica ad una visione securitaria dell’ambiente metropolitano. Osservando come gli spazi pubblici di Pruitt-Igoe fossero divenuti oggetti di abbandono e, conseguentemente, ricettacoli di un alto tasso di criminalità, Newman ne fece un caso studio per proporre soluzioni “riparatorie” che andavano dal design deterrente alla promozione di attività di sorveglianza informale da parte degli abitanti. La teoria dello “spazio difendibile” di Newman – che ha ottenuto grande successo nei piani dei dipartimenti di urbanistica e nelle retoriche politiche sulla sicurezza imperanti da decenni – aveva come sottotesto il principio che la tutela della sicurezza degli abitanti di luoghi anonimi e marginali debba passare non per la messa in discussione radicale dell’idea di città alla loro base, ma per pratiche concrete di sopravvivenza in un territorio ostile, pratiche fondate sul sospetto e sulla diffidenza che, di fatto, implicano la rinuncia definitiva alla dimensione sociale e pubblica della città e l’abitudine a considerare strade e piazze come territori naturalmente pericolosi da cui difendersi.

     

    Alcuni storici dell’architettura locali, ammiratori del funzionalismo di Gambacciani, lamentano come la sua fama sia rimasta ancorata alla dimensione cittadina genovese. Questa constatazione si potrebbe spiegare con il semplice fatto che egli si è mostrato un epigono limitatosi a declinare localmente una tendenza internazionale, facendolo, soprattutto a Begato, particolarmente male e fuori tempo massimo. Ma per comprendere il significato più profondo di ciò che hanno rappresentato Begato e tutti i ghetti realizzati ben oltre la dead line rappresentata dall’abbattimento di Pruitt-Igoe, occorre andare alla radice della sua idea architettonica e urbanistica, alla sua matrice ideologica e pragmatica primigenia, ovvero all’opera e al pensiero di Le Corbusier.

    Negli ultimi anni in Francia sono uscite diverse monografie che hanno ricostruito i legami profondi di Le Corbusier con l’estrema destra francese degli anni Venti e Trenta, sia in campo culturale che politico, legami spintisi fino all’ammirazione esplicita per Hitler e al collaborazionismo attivo con il regime di Vichy, e per altro ben occultati da Le Corbusier stesso nel secondo dopoguerra e trascurati dalla critica per decenni. Sarebbe facile fare un parallelismo con la militanza fascista del giovane Gambacciani, ma non è questo il punto interessante della questione che ci interessa.

    Ciò che emerge di più interessante da questi saggi è il riduzionismo freddo e totalitario del suo pensiero. L’uomo, diceva Le Corbusier, è come un’ape costruttrice di cellule geometriche, o come una formica, «con delle abitudini precise, un comportamento unanime» (citato in X. Jarcy de, Le Corbusier, un fascisme français, Albin Michel 2015, p. 175). La vita dell’uomo moderno si riduce a quattro bisogni fondamentali: lavorare, riposare, abitare, circolare, e la città contemporanea deve rispondere nel modo più funzionale ad essi. La risposta architettonico-urbanistica naturale al loro soddisfacimento è la standardizzazione: in primis la standardizzazione della casa, una “macchina per abitare” che va organizzata nelle “unità di abitazione”, concepite ognuna come una piccola città verticale racchiusa in un unico edificio, capace di ospitare 1500 persone; contemporaneamente la standardizzazione della città, una macchina ortogonale, fredda e impersonale, votata al puro funzionamento della produzione economica; infine – e come conseguenza delle prime due – la standardizzazione della vita dei suoi abitanti, organizzati come masse laboriose e disciplinate che, come negli alveari e nei formicai, devono seguire percorsi obbligati e sempre uguali a se stessi. La fabbrica fordista, la catena di montaggio, “l’organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor erano un modello assoluto di efficienza utilitaristica per Le Corbusier e per l’urbanistica funzionalista di quegli anni; lo erano ovviamente per il capitalismo, ma lo erano anche per i regimi totalitari. Questi ultimi non ressero, il capitalismo sì e si sarebbe aggiornato ed evoluto.

    [quote]Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.[/quote]

    Il capitalismo ha infatti fatto tesoro se non del modello integrale di città ideale di Le Corbusier, sicuramente del suo spirito ordinatore, modulando l’organizzazione urbana della vita sociale in funzione delle proprie esigenze economiche. Di radere completamente al suolo interi centri storici per sostituirli con griglie di grattacieli destinati ai luoghi del potere e dell’amministrazione – la soluzione pensata da Le Corbusier per tutti i centri urbani – se la sono sentita in pochi, anche se la tendenza a conservarli è stata dettata quasi unicamente dalle ragioni del profitto incarnate dal turismo e dalla gentrification; oppure lo si è fatto solo parzialmente, come avvenuto in modo clamoroso a Genova a Piccapietra e nel quartiere di via Madre di Dio. Di ammassare i poveri nei ghetti di periferia modellati sul principio delle “città radiose” nessuno si è fatto invece scrupolo. Il destino di Begato era già scritto nella convinzione di Le Corbusier che «la gerarchia è la legge del mondo organizzato nella natura come tra gli uomini» (Le Corbusier, Arte decorativa e design, Laterza 1973, p. 16) e che fosse necessario disciplinare urbanisticamente le masse laboriose e, contemporaneamente, ghettizzare ai margini nel tessuto urbano, come corpi infetti, gli elementi non produttivi, i poveri, i marginali, i superflui.

    Le Corbusier amava definirsi un tecnico che risolve problemi e non un politico: «Tenevo molto a non uscire dal piano tecnico. Sono un architetto, non sono disposto a fare della politica. Che ciascuno nel proprio campo, secondo la più rigorosa specializzazione, conduca la propria soluzione alle estreme conseguenze» (Le Corbusier, Urbanistica, Il Saggiatore 2017, p. 290). Questa presunta neutralità è il tratto fondamentale del pensiero totalitario; in una vita sociale organizzata dall’alto in modo così capillare, gerarchica e razionale, dove nessuno può mettere in discussione l’ordine generale (ovvero fare politica), ognuno deve limitarsi a svolgere il proprio compito come un tecnico. La categoria fondamentale del pensiero di Le Corbusier non era dunque il nazifascismo – tant’è vero che egli si rivolse con altrettanto entusiasmo anche a Stalin – ma il totalitarismo economico-produttivista, l’ordine razionale e l’efficienza di un mondo industriale, tecnico e utilitarista: “una visione fredda del mondo”, per dirla con Marc Perelman, della quale le forme urbane delle “città radiose” sorte tutte uguali ai quattro angoli del globo, da Pruitt-Igoe fino a Begato (passando per le periferie delle città del socialismo reale, non a caso perfettamente speculari a quelli dell’Occidente capitalistico), hanno rappresentato una manifestazione tanto orribile nei risultati quanto coerente negli scopi. «L’opera-sistema di Le Corbusier è fermamente associata ad una visualizzazione totalitaria della vita, ad una compulsione ripetitiva dell’idea di macchina (umana, architettonica, urbana), all’inquietante progetto di un urbanismo della rarefazione visiva, al freddo allineamento di blocchi di edifici e unidimensionali. […] Poiché Le Corbusier non fu solo lo specchio della società dei suoi tempi, egli certamente fu l’espressione vivente e dunque pericolosa di quei tempi, l’individuo-soggetto, ma soprattutto il soggetto-progetto che ha cristallizzato nella propria persona il cupo divenire della città, l’anticipatore che ha proiettato, con un saper fare sicuramente inedito, un’esistenza sottomessa ad un behemoth urbano mostruoso» (M.Perelman, Une froide visione du monde, Michalon 2015, pp. 70-71).

     

    L’organizzazione totalitaria delle forme di vita dell’uomo all’interno della città alveare è dunque la cifra urbana del Novecento inventata da Le Corbusier e pedissequamente ripresa da mille suoi seguaci, tra cui Gambacciani. In uno degli altri suoi progetti della metà degli anni Ottanta, modellando il nuovo quartiere di Quarto Alto secondo gli stessi schemi architettonici e urbanistici di una ennesima piccola “città radiosa” – e, non a caso, molti dei “profughi” della Diga di Begato vengono oggi ricollocati proprio a Quarto Alto -, Gambacciani ha definito il grattacielo più alto del complesso “il supercondominio” (citato in A.Vergano, op.cit., p.119). Non so se Gambacciani avesse letto e conoscesse Il condominio scritto da Ballard nel 1975 e volesse così fare del citazionismo autoironico. Non lo credo, visto che quel romanzo è una denuncia spietata della psicopatologia indotta dalle forme della macchina per abitare corbusiana, ancorché in una versione “borghese”, e che quasi tutti gli altri suoi romanzi dagli anni Settanta in poi sono incentrati sulla descrizione di una cupa distopia sociale incentrata sui non-luoghi caratteristici del tardocapitalismo. Nel suo ultimo grande romanzo prima di morire, Regno a venire, Ballard è arrivato a definire il consumismo indotto dai grandi centri commerciali come una nuova forma di totalitarismo, la cui veridicità profetica l’abbiamo potuta verificare recentemente osservando le code che si sono create fuori dai grandi centri commerciali nel periodo del lockdown e delle restrizioni, quando, non potendo muoversi liberamente o andare fare delle scampagnate, le masse delle metropoli si sono accalcate alle loro porte: “La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere soddisfati solo dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva… Questa è una nuova forma di totalitarismo che opera nei pressi dei registratori di cassa” (J.G.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli 2006, p.114).

     

    “Nel quadro delle campagne di politica sociale di questi ultimi anni, per rimediare alla crisi degli alloggi, prosegue febbrilmente la costruzione di topaie. Di fronte all’ingegnosità dei nostri ministri e dei nostri architetti urbanisti non si può che restare ammirati. Per evitare ogni disarmonia, costoro hanno messo a punto alcune topaie tipo, i cui progetti vengono impiegati ai quattro angoli della Francia. Il cemento armato è il loro materiale preferito. Questo materiale, che si presta alle forme più elastiche, viene adoperato soltanto per fare case quadrate. Il più bel risultato del genere sembra essere la “Città Radiosa” del generale Corbusier, benché le realizzazioni del brillante Perret gli contendano la palma. Nelle loro opere si sviluppa uno stile che fissa le norme del pensiero e della civiltà occidentale del ventesimo secolo e mezzo. E’ lo stile “caserma” e la casa del 1950 è una scatola. Lo scenario determina i gesti: noi costruiremo case appassionanti” (Internazionale lettrista, Costruzione di topaie, “Potlatch” n.3, 6 luglio 1954). Questo scrivevano i più radicali nemici del progetto politico di Le Corbusier – l’Internazionale lettrista è il gruppo parigino di Guy Debord antecedente alla creazione dell’Internazionale situazionista – un anno prima che Yamasaki completasse il complesso di Pruitt-Igoe e trenta prima che Gambacciani, ignorando quella lezione storica, ripetesse lo stesso modello a Begato. Per i situazionisti, lo stile di vita che si incarnava nelle città ristrutturate secondo il dettato funzionalista corbusiano era il campo sul quale il dominio totalitario del capitalismo moderno – quello che Debord avrebbe definito “la società dello spettacolo” – si espandeva in modo subdolo e pervasivo, aggiornandosi ai bisogni imposti dalla ristrutturazione della società dei consumi degli anni Cinquanta, la stessa che si sarebbe evoluta nella distopia descritta da Ballard. D’altronde, vedendo sorgere alla periferia di Parigi le banlieues, già nel 1961, i situazionisti furono facili profeti delle sommosse che le avrebbero attraversate decenni dopo: “Se i nazisti avessero conosciuto gli urbanisti di oggi, avrebbero trasformato i campi di concentramento in case popolari… i privilegiati delle città dormitorio non potranno che distruggere” (R.Vaneigem, Commenti contro l’urbanistica, “Internationale situationniste”, n°6, 1961, pp. 33-37, Nautilus 1994). L’Italia non è la Francia, Genova non è Parigi, Begato non è Sarcelles; la composizione sociale delle banlieues ne fa un caso unico nel contesto europeo. Begato non è mai stata caratterizzata da rivolte e oggi viene smantellata sommessamente, senza la volontà popolare espressa attraverso assemblee pubbliche né l’atto spettacolare della dinamite di Pruitt-Igoe.

    Neanche il WTC di San Benigno, ben difficilmente e per fortuna, sarà bersaglio di attacchi terroristici come il suo fratello maggiore di New York. Egli rimane lì dov’è, una gelida lastra di vetro e acciaio sulla spianata che ha livellato il colle di San Benigno che per secoli divideva Genova dal ponente cittadino. Su questa piana il WTC è giocoforza diventato il vicino e il contraltare postmoderno della Lanterna di Genova che da novecento anni guida la navigazione al largo delle coste liguri del Mediterraneo. A questo proposito è buffo e significativo il fatto che Hitler fosse convinto che il Reich nazista sarebbe stato millenario e che, a fronte di questo delirio, Le Corbusier nel 1933 scrivesse alla madre che “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa. […] Questa è la fine dei discorsi da tribuna o da assemblea, dell’eloquenza e della sterilità parlamentare. La rivoluzione si farà nel senso dell’ordine» (cit. in M.Perelman, op.cit., p. 39). Quel regno millenario durò fortunatamente soltanto dodici anni, meno ancora di Pruitt-Igoe e delle Twin Towers. E’ facile immaginare che anche le forme e lo spirito dell’architettura genovese di Gambacciani non si avvicineranno minimamente alla vita della ben più gloriosa Lanterna. Lo smantellamento di Begato dopo meno di quarant’anni di esistenza s’inserisce in questo processo; e sarebbe bello che esso fosse l’alba di una presa di coscienza collettiva del voler farla finita per sempre con questa “visione fredda del mondo” incarnata dall’urbanistica totalitaria degli architetti del Novecento e del volerne ricostruire uno nuovo, di mondo, popolato di case davvero “appassionanti”.

     

    Eppure le forme di vita imposte dalle “città radiose” di Le Corbusier, da Pruitt-Igoe a Begato, al di là delle loro vetuste forme architettoniche, sembrano incarnare una profezia nefasta proprio alla luce di quanto abbiamo vissuto in questo 2020: il distanziamento sociale, la vita quotidiana reclusa in cellule abitative segregate dal mondo esterno, il tramonto della vita sociale e pubblica surrogata dalla realtà virtuale, la mobilità esterna ridotta al lavoro e agli spostamenti per necessità. Tutto ciò che era stato pensato da Le Corbusier come struttura della vita ridotta ad ingranaggio di una megamacchina produttiva lo abbiamo sperimentato in prima persona con l’emergenza della pandemia. Il problema è che molti di coloro che, stando ai vertici del comando economico planetario, hanno il potere di decidere delle nostre vite non esitano a predire che questo modello, opportunamente edulcorato, dovrebbe essere in qualche modo mantenuto anche una volta sconfitto il virus e cessata l’emergenza. Secondo i loro piani lo stato di eccezione temporanea dettato dalla pandemia potrebbe diventare preludio di una rivoluzione permanente. Per i capi del World Economic Forum la pandemia dovrebbe infatti essere esplicitamente l’opportunità da non perdere per il grande reset (cfr. K. Schwab, T.Malleret, Covid-19: The Great Reset, Forum Publishing 2020), l’avvio di quella quarta rivoluzione industriale (K. Schwab, La quarta rivoluzione industriale, FrancoAngeli 2019) che, grazie alle mirabolanti conquiste dell’era digitale, dovrebbe rendere strutturali alcune di queste sperimentazioni. In questa visione di futuro prossimo, il trionfo della virtualità, lo smart working e la didattica a distanza, l’innovazione tecnologico-digitale, le prospettive transumaniste e cyborg che arrivano a mettere in discussione persino il significato stesso di “essere umano”, si innestano su una organizzazione sociale nella quale il distanziamento, la separazione netta tra la “libertà” interna alle mura domestiche e limiti sempre più necessari alla vita sociale e pubblica, sistemi pervasivi di sorveglianza che aggiornano tecnologicamente la teoria dello spazio difendibile di Newman, dovrebbero diventare la norma, aggiornando in senso autoritario il tardocapitalismo alle crisi (ambientali, economiche e sociali) da esso stesso provocato. Meno libertà, più sicurezza; di questo i capi dell’economia mondiale parleranno al prossimo incontro del World Economic Forum di Davos. L’obiettivo esplicito di questa operazione è rendere l’Occidente liberale competitivo con la Cina, la potenza economica più forte al mondo ed un modello di autoritarismo statale capitalistico che, se fosse ancora vivo, Le Corbusier apprezzerebbe sicuramente molto, sia da un punto di vista politico-sociale che urbanistico. Non a caso una delle immagini più forti e simboliche di questo 2020, l’inizio della rivoluzione indotta dalla pandemia, è racchiusa nel video impressionante degli abitanti di Wuhan costretti dal lockdown a stare chiusi negli enormi “supercondomini” di quella megalopoli-alveare di undici milioni di abitanti che cantano all’unisono dalle finestre delle proprie cellule abitative per farsi coraggio. Una visione che sembrava tratta da un mix distopico di Metropolis di Fritz Lang e un romanzo di Ballard e che si è invece rivelata la profezia di una trasformazione globale forse appena agli esordi.

    In questo scenario la “visione fredda del mondo” non si incarnerebbe più, forse, nelle forme obsolete e ostili di Pruitt-Igoe e Begato ma potrebbe propagarsi come un virus silenzioso degno di quello de Il demone sotto la pelle di Cronenberg, coltivato proprio nelle viscere di una macchina per abitare corbusiana (significativamente ribattezzata L’arca di Noè) e da lì pronto a propagarsi per il mondo. Quel film del 1975, concepito come una distopia ballardiana (il film è dello stesso anno de Il condominio) sulle relazioni tra una certa architettura moderna e l’avvertito pericoloso disfacimento della società occidentale, assume oggi i connotati di una metafora ancora più densa di significato. Là, nella finzione cinematografica del 1975, l’isolamento salvifico dalla crisi della civiltà su quella sorta di arca allegorica che era la “città radiosa” si trasformava, proprio grazie ad un virus, nella creazione di un nuovo modo di essere figlio dell’ambiente insostenibile in cui veniva generato. Qua, nella realtà presente, un virus nato e propagatosi per l’invadenza dell’uomo urbanizzato nei confronti degli equilibri di un ecosistema pianeta che abbiamo trasformato in una specie di supercondominio-alveare ci costringe a rimettere in discussione l’idea che si possa continuare a concepire la nostra vita come funzione della megamacchina economica e produttiva.

    Di ben altre dighe avremo bisogno in quel caso, ma, nel frattempo, visto che il futuro resta ancora una incognita e la storia una pagina da scrivere collettivamente, limitiamoci, dal nostro piccolo punto di vista locale, a rivolgere uno sguardo benevolo che le luci della Lanterna possano idealmente ricongiungersi con quelle provenienti dalle colline di Begato non più ostruite da una colata di cemento, esclusione ed alienazione.

    Leonardo Lippolis

  • Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Migranti, al San Raffaele le porte resteranno aperte. L’analisi di una protesta che parla “di noi” e della percezione dell’accoglienza

    Via Coronata 100
    L’ingresso del complesso ex Asl di via Coronata

    Dopo la manifestazione sotto la Prefettura dei giorni scorsi, in mattinata arriva l’annuncio: le porte della struttura che ospita i migranti a Coronata resteranno aperte durante il giorno, per venire incontro alle richieste di chi lì dentro è ospitato. La semplice cronaca dei fatti, però, non restituisce tutte le dinamiche della vicenda, che vanno al di là delle semplici questioni materiali: il sottotraccia parla di cosa significa accoglienza e della percezione che viene veicolata di certi meccanismi, spesso annebbiata dalle retoriche politiche e di gestione amministrativa. Tre ricercatrici, che ringraziamo, hanno “studiato” sul campo questo fenomeno, che parla, incredibilmente, di “noi”.

    Come ricercatrici in scienze sociali, in collaborazione con l’Ambulatorio Città Aperta[1] e la rete Operatori X[2], abbiamo deciso di seguire da vicino la vicenda, non solo per comprendere in profondità le ragioni della rivendicazione e delineare il contesto in cui questa si colloca, ma anche per documentarla, nell’ottica di dar vita ad un percorso partecipato di monitoraggio e d’informazione. Un percorso che attraversi le contraddizioni dell’accoglienza e della riproduzione dei confini dentro ed oltre lo spazio urbano, al fine di decolonizzare lo sguardo sulle pratiche della migrazione. Un’idea nata riflettendo su quanto le comunità, nel contesto cittadino, siano nei fatti poco consapevoli della complessità che ogni giorno migranti ed operatori dell’accoglienza si trovano ad affrontare sul territorio in cui vivono, anche a causa della produzione di un discorso pubblico che, dietro l’apparente neutralità, nasconde, nei fatti, gli effetti di una violenza strutturale, una violenza che quotidianamente riproduce ed amplifica narrative stereotipanti e retoriche razzializzate.

    Il 22 maggio i richiedenti asilo scendono dalle alture di Coronata verso il centro della città, dirigendosi sotto la Prefettura per chiedere di essere ascoltati dalle istituzioni. La richiesta sembra apparentemente banale, quasi scontata: chiedono di poter aver accesso alle proprie stanze nell’arco della giornata. Risiedono in cinque strutture diverse, tutte gestite dalla Fondazione Migrantes (Casa del Campo in via del Campo, Casa San Francesco da Paola, Casa Camogli – sulla quale, per ora, non abbiamo raccolto informazioni dettagliate -, Villa Ines a Struppa e l’ex ospedale San Raffaele di Coronata): il fiore all’occhiello della “buona accoglienza genovese”. La giornata delle persone ospitate nelle strutture, circa 320 -tutti uomini provenienti in larga parte dall’Africa centro occidentale-, gravita attorno ad un unico centro: il “Campus” situato in via Coronata, 100: un progetto finanziato dalla Chiesa, attraverso l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes di Genova, che opera mediante la cooperativa “Un’altra storia”. Gli immobili che lo ospitano sono di proprietà del Comune di Genova, che li ha alienati, cioè concessi gratuitamente, a Migrantes, attraverso una convenzione di durata ventennale

    L’“Università di Via Coronata”, così era stata descritta mesi fa da Don Giacomo Martino (responsabile di Migrantes Genova e quindi direttore delle strutture gestite dalla fondazione diocesana. I richiedenti asilo lo chiamano semplicemente Giacomo, nda) sembra proporre un vasto ventaglio di attività, che vanno dai corsi di italiano L2, corsi di cucito, passando per il calcetto e le bocce oltre che uno sportello di assistenza sanitaria e la promessa di svariate borse lavoro.

    Ma i richiedenti asilo che incontriamo sotto la prefettura di Genova ci narrano però un’altra storia, che poco ha a che fare con i discorsi ufficiali. Gli domandiamo, così, come si svolge la loro giornata. Dalle 8h30 del mattino alle 18h00 tutti gli alloggi sono chiusi ed inaccessibili. Anche la parte del San Raffaele in cui sono collocate le camere osserva i medesimi orari. Chi non è già sul posto, perché ospite all’ex ospedale di San Raffaele, ogni giorno si reca a Coronata, dove partecipa ad un’ora di scuola di italiano e riceve il pranzo. Nel pomeriggio ci sono le attività e poi, a fine giornata tutti salgono di nuovo sull’autobus per recarsi verso il centro, alla Casa della Giovane di via delle Fontane e, dopo la cena, ognuno riprende il cammino verso i propri alloggi.

    Le ragioni che li hanno spinti a scendere in piazza, il lunedì e poi il giorno seguente, martedì 23 maggio, hanno a che vedere con l’organizzazione materiale appena descritta, ma, non appena formulate, le istanze rivelano rivendicazioni più generali, legate all’approccio infantilizzante e paternalistico dell’accoglienza che nei fatti diventa un dispositivo totalizzante, che cattura e regola dall’alto ogni aspetto della vita del migrante.

    mappaI richiedenti asilo del Campus di Coronata che abbiamo incontrato davanti alla Prefettura di Genova ci hanno raccontato dei disagi causati dall’organizzazione delle loro strutture: dover restare obbligatoriamente “fuori casa” tutto il giorno è faticoso, specialmente in inverno o in giornate di pioggia, o ancora quando si è malati o non ci si sente bene. Ci raccontano di aver cercato di sollevare il problema alla direzione più di una volta, ma di aver sempre ricevuto scarsa attenzione e risposte negative, motivate dal fatto che, per tenere aperte le strutture nelle ore diurne, si sarebbe dovuto ricorrere ad aumento del personale, che la gestione non può sostenere economicamente. Adesso però, con l’imminente inizio del mese di Ramadan (la sera di venerdì 26 maggio), diventa urgente trovare una soluzione, poiché il regime di digiuno diurno causa debolezza fisica e impone orari ben precisi per i pasti notturni e le preghiere.

    A. (iniziale di fantasia, nda) ci spiega per quale motivo si sono recati per ben due volte sotto la Prefettura e perché hanno preteso di essere ricevuti dal prefetto o da un suo rappresentante: «Noi siamo presi in carico dallo Stato italiano, il quale riceve dei fondi dalla comunità internazionale e da organismi come la Banca Mondiale per organizzare l’accoglienza. Il prefetto è il diretto rappresentante dello Stato sul territorio e quindi, poiché è la Prefettura a distribuire i soldi alle varie strutture, il prefetto è in pratica il datore di lavoro del direttore della nostra struttura. Abbiamo cercato per mesi di avere un dialogo con lui, ma non ci ha mai considerati, adesso veniamo dal suo capo per spiegare le nostre ragioni». Restiamo a lungo a discutere, mentre si aspetta che la delegazione ricevuta dal vice-prefetto faccia ritorno. Le conversazioni, principalmente in francese, sono collettive. In molti hanno voglia di far capire cosa li muove. Oltre ad un cartello con scritto «Siamo stanchi», ne hanno un altro sul quale si legge «We need freedom».

    Le spiegazioni non tardano. Il punto che i richiedenti asilo sollevano non riguarda, come riportato su altri organi di stampa, il fatto di non voler partecipare alle attività formative. Secondo quanto riferito dal responsabile infatti, la chiusura diurna del centro sarebbe finalizzata ad incentivarli a partecipare alle formazioni volontarie del pomeriggio. Molti di coloro con i quali parliamo e quindi coinvolti attivamente nelle proteste, ci mostrano i diplomi che gli sono stati consegnati la mattina stessa, i quali, sotto l’intestazione “Coronata Campus” e “Il Domani, associazione culturale”, attestano la partecipazione ai corsi pomeridiani.

    Per i soggetti in questione il problema principale è quello di ritrovarsi privati di qualsiasi libertà di scelta, rispetto a quali attività ritengano più utili alla loro crescita e inserzione nel mondo del lavoro, ma anche, più in generale, alla loro vita in Italia. B. fa un discorso molto chiaro sul necessario equilibrio che deve intercorrere tra i doveri e i diritti di qualsiasi essere umano: riconoscono il fatto di avere il dovere di svolgere delle attività, di formarsi per potersi integrare, ma credono fermamente che la loro opinione, anche nei confronti della qualità dei corsi che gli sono offerti e le loro volontà debbano essere rispettate e tenute in conto. Ad esempio, parla del fatto che a lui interesserebbe imparare bene l’italiano, perché è quello di cui ha bisogno per costruirsi un futuro, anche lavorativo, ma che il corso estremamente basico di un’ora al giorno che possono seguire a Coronata è frustrante. Gli fa eco C. che dice: «Ci mettono tutti assieme: io che non ho fatto studi e lui (B., n.d.a.) che ha finito l’università… il risultato è che non serve a nessuno dei due!».

    Le altre attività cui hanno accesso, e alle quali hanno partecipato le persone con le quali abbiamo parlato, riguardano principalmente lavori di muratura e imbiancatura, pulitura del verde e agricoltura. Tutti eseguiti all’interno del Campus, il cui edificio principale e le adiacenze, essendo state abbandonate per decenni, necessitano di consistenti interventi di manutenzione e recupero. Per alcuni è inaccettabile che gli si chieda di lavorare per mesi (a quanto abbiamo capito, il ciclo di ogni attività ne dura tre), senza nessuna garanzia che quel lavoro possa trasformarsi in un’attività remunerata, che tra l’altro gli era stato promesso nella forma di borse lavoro. D. dice: «So già che a Genova non ci sono grandi opportunità lavorative, allora, per faticare a fare il muratore o spaccarmi le mani a fare agricoltura, era meglio restare al Sud dove si lavora duro nei campi, ma almeno qualcosa si guadagna». Parole forti, come schiavismo, vengono pronunciate più volte.

    Dignità

    attestaoCi sembra importante sottolineare quanto sia ampio lo scarto rispetto alla maniera in cui la complessità delle vertenze dei migranti vengono banalizzate, appiattite e ricondotte a rivendicazioni di tipo materiale, come se si stesse sempre parlando di qualità del cibo, di condizioni igieniche o di alloggio. Come se la permanenza del migrante sul territorio sia sempre connotata dalla temporalità dell’ “emergenza”, oggettivata nella transitorietà di un perenne attraversamento del confine. Una mera questione di sopravvivenza, nei fatti. Queste rivendicazioni esistono, ma non sono mai fini a sé stesse, non si esauriscono soltanto nella richiesta di condizioni di vita migliori.

    A. ne parla in questi termini: «Il problema non è la sofferenza materiale, quando siamo partiti sapevamo che sarebbe stata dura. E poi, abbiamo vissuto il carcere il Libia … non sono un così grande problema il cibo scadente, le camerate e i pochi bagni. Queste cose, al limite, possiamo accettarle e d’altronde capiamo che non sia facile organizzare l’accoglienza per così tante persone. Ma la libertà di poter scegliere cosa riteniamo giusto fare non possiamo cederla. Pensa che se uno un giorno è malato non può neanche decidere di restare a riposare». Costituiscono un problema, però, quando sono tali da ledere alla dignità delle persone, quando queste stesse condizioni diventano un freno per la creazione di relazioni al di fuori delle strutture. In questo senso, in molti ci hanno raccontato di come l’assenza di acqua calda o, come al San Raffaele, il fatto che un solo bagno ne sia dotato (sono in 85 a dormire nella struttura), faccia sì che raramente riescano a mantenere il livello di cura e igiene personale che vorrebbero, sentendosi anche additati sui mezzi pubblici o dagli stessi formatori, che aprono le finestre delle stanze in cui si trovano lamentandosi dell’odore. O ancora, l’organizzazione della distribuzione dei pasti comporta che quasi sempre mangino tutti assieme, in quasi 300 persone, con conseguenti code, spintoni e tensioni particolarmente umilianti. Ci dicono, inoltre, che in tutti questi mesi hanno utilizzato il proprio pocket money (che ammonta a 75 euro al mese) per l’acquisto delle medicine direttamente in farmacia. A nessuno è a stato parlato del diritto/dovere di iscrizione al servizio sanitario nazionale per i richiedenti asilo, né della possibilità di accedere alle cure gratuite grazie alla dichiarazione di indigenza effettuabile presso le ASL cittadine.

    Obblighi

    Lo scarto più stridente ci appare, comunque, quello che intercorre tra la visione che un certo tipo di accoglienza pare avere, ed alimentare e quelle che sono invece la volontà dimostrate dagli stessi soggetti. Come detto più sopra, dalle parole dei nostri interlocutori traspare un’analisi molto cosciente della situazione e delle possibilità. Quella che propongono non è una critica ad un sistema che li vuole attivi fisicamente. E’ piuttosto una critica ad un sistema che li obbliga ad un’ipercinesi che non lascia alcuno spazio alla loro capacità di autodeterminarsi e alle loro necessità, sia materiali che personali e formative.

    La risposta di Don Giacomo al secondo giorno di proteste, ha la forma di una lettera, diffusa mezzo stampa, nella quale si ripropongono i medesimi argomenti riguardo la necessità di impedire l’inattività, articolandoli ad una percezione degli ospiti delle strutture da lui dirette come esseri in balia degli eventi, demotivati e con una particolare tendenza ad abbandonarsi all’inedia. Alcune frasi di questa lettera non potrebbero essere più chiare: «Purtroppo molti non hanno un pensiero costruttivo per la propria vita e senza un’offerta formativa si ritrovano per strada a chiedere l’elemosina, come si può notare agli angoli della nostra città». E ancora: «Chi ha accesso tutto il giorno alle stanze vive di notte e dorme di giorno, favorendo la spinta a una inoperosità che va contro ogni progetto di integrazione».

    Chi protesta è perfettamente cosciente della distorsione in atto e lamenta il fatto di essere considerati incapaci di collocarsi e determinarsi, per di più sottostimati in quelle che sono le loro competenze e possibilità. F. dice: «ci credono degli illetrés», traducibile come analfabeti, ma con un’accezione più precisamente legata alla formazione scolastica e alla capacità di comprendere, che va ben oltre alla padronanza della scrittura e della lettura.

    «Il nostro timore, visto che durante le proteste a contestare non sono solo ospiti stranieri ma anche giovani italiani, è che i ragazzi possano essere strumentalizzati da persone che pensano di far loro del bene e in realtà fanno compiere loro scelte sbagliate» chiosa Martino in un’intervista, esplicitando bene la ratio che connota il regime dell’umanitario (cfr, Fassin 2010, Mezzadra, Neilson 2013, nda) e rifrange gli effetti di una retorica vittimizzante e colonialista, che continua a guardare il migrante, nei fatti, come soggetto necessariamente subalterno«Nelle strutture ci sono molti intellettuali, molti politici e svariati politologi, molti che hanno terminato l’università: certo che abbiamo organizzato tutto tra noi» risponde F. quando nel corso della protesta gli viene domandato se qualcuno li ha aiutati nella mobilitazione. E lo stupore nel suo sguardo risuona più forte di ogni smentita.

    Marta Menghi (dottoranda in studi sociali, DISFOR Unige),
    Cecilia Paradiso (dottoranda in scienze sociali CNE/CNRS, EHESS Marseille),
    Amelia Chiara Trombetta (medico)

     

    P.s.: Mercoledì 24 maggio i richiedenti asilo si sono dati appuntamento al Campus tra le 7 e le 8 del mattino. Il loro obiettivo era quello di impedire l’accesso alle strutture agli operatori e ai numerosi impiegati che lavorano per la fondazione, in uffici interni alle strutture: «fino a quando le porte non saranno lasciate aperte, nessuno lavora». Così hanno fatto e, in maniera deliberatamente non violenta, hanno barricato gli ingressi, costringendo operatori ed impiegati ad attendere sul piazzale per circa un’ora. Abbiamo assistito allo svolgersi dei fatti e abbiamo lasciato il luogo quando, con mediazione della Digos, si è stabilito di attendere venerdì, concedendo due giorni alla direzione per organizzare dei cambiamenti. Nel caso tali cambiamenti non fossero arrivati, è stato chiarito che avrebbero avuto luogo ulteriori proteste.

    Oggi (venerdì 26 maggio) la mattinata è iniziata nell’incertezza: sembrava che nessuna richiesta fosse stata accettata e le ore si sono dilatate in un lunghissimo incontro tra dirigenza e ospiti. All’uscita dall’incontro, però, ci hanno fatto sapere di essere riusciti ad ottenere ascolto: le porte resteranno aperte.

  • Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    Ricibo, la rete contro lo spreco alimentare. Comune di Genova capofila per ridistribuire le eccedenze

    riciboLo spreco di cibo vale nel mondo circa 2.060 miliardi di euro. Secondo la Fao più di 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti ancora consumabili vengono ogni anno buttati via, un quantitativo che potrebbe sfamare per un anno intero 2 miliardi di persone.

    È stata presentata oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi “RICIBO”, una rete di associazioni, imprese e servizi sociali per trasformare lo spreco alimentare in risorsa. Sono intervenuti – tra gli altri il sindaco Marco Doria, l’assessore alle Politiche socio sanitarie Emanuela Fracassi, l’assessore all’Educazione e Stili di Vita del Comune di Udine Raffaella Basana, rappresentanti delle associazioni e operatori dei servizi attivi nel territorio.

    Nel corso dell’incontro è stata presentata la pagina web del sito istituzionale del Comune di Genova, frutto del lavoro delle associazioni, dei Servizi sociali territoriali e della Direzione Politiche Sociali sul tema del contrasto allo spreco di cibo e della distribuzione di alimenti alle persone in difficoltà. La pagina rimanda anche alla fanpage Facebook RICIBO che ha lo scopo di collegare tra loro le associazioni e diffondere le iniziative e gli eventi che si organizzano in città. Nel dettaglio Ricibo è un progetto di rete a regia comunale che si pone l’obiettivo di ridurre lo spreco alimentare a Genova, implementando le strategie della nuova legge nazionale favorendo la connessione tra enti pubblici, associazioni no profit e aziende donatrici.

    In Italia, infatti, lo spreco costa lo 0,5% del Pil, oltre 8 miliardi di euro. Per una famiglia italiana questo significa una perdita di 1.693 euro l’anno. In Italia ogni anno finiscono tra i rifiuti dai 10 ai 20 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, per un valore di circa 37 miliardi di euro. Cibo che basterebbe a sfamare, secondo la Coldiretti, circa 44 milioni di persone. Dati che dovrebbero sollevare diversi dubbi su come è gestita la filiera alimentare nella nostra civiltà “occidentale”.

    Per questo motivo, la lotta allo spreco è diventata nel 2016 legge dello Stato. Un provvedimento organico sul recupero delle eccedenze nelle fasi di produzione, trasformazione, distribuzione e somministrazione di tali prodotti e sulla loro donazione per solidarietà sociale.

    A Genova è presente da anni un’ampia e diffusa rete di punti di distribuzione di alimenti in eccedenza alle famiglie in condizioni economiche difficili, con la regia comunale, gestita da vari soggetti pubblici, ecclesiali, del terzo settore e privati nel quadro di un’azione più ampia, volta al contrasto della povertà, dell’emarginazione e dello spreco di beni primari. Con questo progetto, la speranza è quella di attivare e mettere in comunicazione i diversi soggetti attivi, o attivabili, del territorio genovese, al fine di recuperare e ridistribuire tutto ciò che il mercato considera rifiuto alimentare. L’unione fa la forza: la scatola è stata fatta, ora servono i contenuti.

     

     

  • «Fuori il Vaticano dalle nostre mutande». Dal presidio sotto il Galliera si alza il grido per la difesa dei diritti delle donne. E non solo

    «Fuori il Vaticano dalle nostre mutande». Dal presidio sotto il Galliera si alza il grido per la difesa dei diritti delle donne. E non solo

    IMG_20170308_113716“Fuori il Vaticano dalle nostre mutande”. Questo uno dei numerosi manifesti appesi sotto le finestre dell’ospedale Galliera, dove quasi 300 persone questa mattina hanno dato vita al presidio per protestare contro l’ingerenza etica della Chiesa nella sanità pubblica. L’iniziativa è parte dello sciopero indetto nei giorni scorsi per la giornata odierna da “Non una di meno”, la rete nazionale che raccoglie decine di movimenti femministi e sigle sindacali.

    «Il Galliera prende contributi statali per assolvere ad un servizio pubblico, quello sanitario – spiega un’attivista – ma poi pratica una obiezione di coscienza del 100% riguardo alle interruzioni di gravidanza. Non capiamo perché lo Stato, laico, che dovrebbe garantire le libere scelte di tutti, sovvenzioni questo apparato». Questa la motivazione principale alla base del presidio, partecipato da numerosi attivisti, donne e uomini. Ma non solo: l’ospedale “della Curia” è solo un simbolo della «cultura che opprime le libere scelte sessuali delle persone, e la possibilità di autodeterminarsi, anche nell’ambito della maternità assistita». Una cultura che, secondo la rete femminista, è ancora fortemente condizionata dal patriarcato sociale, a quale si è aggiunto in questi ultimi anni anche lo sfruttamento della precarietà lavorativa, che colpisce tutti, ma in maggior modo le donne.

    IMG_20170308_115233L’obiezione di coscienza è un tema molto delicato, su cui l’opinione pubblica nazionale è spesso spaccata: come viene spiegato durante il presidio, questa manifestazione non è in assoluto contro questo pratica, che è riconosciuta come un diritto, estendibile in altri ambiti, da quello che un tempo era il servizio militare di leva allo stesso giornalismo, e come tale deve essere tutelato. Il problema nasce quando questa scelta, all’interno del “sistema sanitario pubblico” si scontra contro un altro diritto, cioè quello di poter scegliere sul proprio corpo e, più nello specifico sulla propria maternità. «Bene ha fatto il servizio pubblico laziale ad indire un concorso, escludendo gli obiettori di coscienza – spiega un’attivista – poiché lo Stato ha il dovere di garantire a tutti l’assistenza medica in ogni situazione, a prescindere dalle singole convinzioni religiose».

    degeneriot-cattedraleLa difesa dei diritti della donna, però, non è il solo “campo di battaglia” di “Non una di Meno”; lo sono, infatti, tutte le questioni legate al genere e alla autodeterminazione delle persone: «Questa rete, che nei prossimi mesi continuerà il proprio percorso, lavora contro tutte le moderne schiavitù legate al genere e alla sessualità». A spiegarcelo un’attivista di Degeneriot, il collettivo genovese capofila delle iniziative della giornata: «I nostri incontri e le nostre iniziative si muovono in questa direzione, e sono rivolti a tutti, per ridefinire la libertà dell’autodeterminazione della sessualità e dei rapporti tra le persone».

    E sono proprio le attiviste e gli attivisti di Degeneriot a portare il presidio, una volta sciolto, per le vie della città, dando vita a colorati sit-in per le vie di Genova e in particolare davanti alla cattedrale di San Lorenzo. Nel pomeriggio è previsto il corteo che attraverserà il centro storico, da Porta dei Vacca a piazza De Ferrari, portando negli spazi vissuti la loro iniziativa politica.

    Nicola Giordanella

     

     

     

     

  • Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    slotmachineA pochi giorni dalla scadenza delle licenze, Regione Liguria ha proposto una proroga dei termini previsti dalla legge. Ma da uno studio della stessa regione i dati sulla ludopatia parlano chiaro: sempre più persone cadono nelle dipendenza da gioco, e in pericolo sono soprattutto le fasce di popolazione più “debole”, cioè giovani e anziani.

    Il disturbo da gioco d’azzardo nella quinta ed ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il principale manuale di psichiatria in uso nel mondo) pubblicata nel 2013 è ascritto tra i ”disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”; in altre parole, una patologia direttamente riferibile a quelle legate alla dipendenza.

    La sfida al Gioco d’Azzardo

    Il problema è noto da anni, e, infatti, a più riprese le amministrazioni locali si sono adoperate per provare a limitarne l’impatto sulla popolazione, cercando di tutelare soprattutto le fasce considerate “deboli”: anziani e ragazzi. Con questa “ratio”, la legge regionale 14 del 2012, varata da Regione Liguria, ha imposto che tutti gli esercizi che ospitano slot machine o giochi d’azzardo legali, siano distanti almeno 300 metri da i cosiddetti luoghi sensibili, cioè scuole, luoghi di culto, impianti sportivi, centri giovanili, strutture residenziali o semiresidenziali sociosanitarie, strutture ricettive per categorie protette. La stessa legge ha individuato il 1 maggio 2017 come termine ultimo per adeguarsi a questa normativa, mettendo quindi in scadenza le licenze all’epoca già “operative”. La norma è stata recepita dal Comune di Genova attraverso un regolamento dedicato, approvato nel 2013.

    Secondo le attivita’ di monitoraggio della Polizia municipale, con dati aggiornati a fine novembre scorso, sono 1.015 le attivita’ commerciali sul territorio comunale genovese con strumenti per il gioco lecito: di queste, 927 non sarebbero piu’ utilizzabili tra poco meno di due mesi. Di queste, 48 sono esclusivamente dedicate al gioco lecito (di cui 26 sono sale videolottery e 22 punti lotto o agenzie di scommesse), mentre le altre sono quasi tutte esercizi commerciali: 264 tabaccherie e 611 bar o pubblici esercizi. Secondo i dati riportati da Astro, associazione che rappresenta gli operatori del gioco lecito, dal 2 maggio prossimo il 96,4% del territorio comunale di Genova sara’ off limits per slot e videolottery. 

    Operatori sul piede di guerra e la sponda della Regione

    Per questo motivo, in questi giorni gli operatori del settore hanno alzato la voce. «Dalle stime fatte in questi giorni, il 2 maggio avremo 500 lavoratori che rischiano di perdere il lavoro solo a Genova. Se non si concede una proroga e non si da’ vita a un percorso complessivo per trovare una soluzione a questo problema, si rischia di innescare un disagio sociale di cui l’amministrazione se n’e’ altamente fregata in questi anni. Cosi’ si rischia di cancellare un settore». Uno scenario “ipotizzato” da Paolo Barbieri, presidente di Anva Confesercenti Liguria, durante una recente commissione consigliare a Palazzo Tursi, come riportato dall’agenzia di stampa Dire. Secondo le stime Astro, infatti, sarebbero quasi 3000 i posti di lavoro a rischio in Liguria se la legge diventasse realtà. Secondo i dati diffusi dai Monopoli di Stato, le “newslot” installate nei pubblici esercizi (bar e tabacchi) del territorio regionale sono 12.154, con oltre 2.500 esercizi commerciali coinvolti e relativi servizi di manutenzione per circa 490 posti di lavoro che, senza proroghe, tra meno di due mesi sarebbero a rischio. A questo andrebbero aggiunti anche i circa 550 dipendenti delle 110 sale vlt in tutta la Liguria, con ulteriori magre prospettive per la “sale Bingo” che vedrebbero calare drasticamente gli incassi senza slot. «Bisogna ricordare anche le pesanti ripercussioni per bar e tabacchi – ha sottolineato Barbieri – il taglio degli apparecchi porterebbe a rischio chiusura il 30% di questi esercizi». Un “mostro”, quindi, che è cresciuto a dismisura, e che ora sembra difficile debellare senza lasciare “morti sul campo”.

    L’allarme delle associazione di categoria ha trovato una sponda in Regione Liguria: l’assessore regionale allo Sviluppo Economico Edoardo Rixi (Lega Nord), ha infatti raccolto l’appello, anticipando l’intenzione dell’ente di prorogare di almeno un anno questa scadenza. Ma quali potrebbero essere i costi di questa decisione?

    I costi della proroga

    slotSecondo una ricerca del dipartimento “Salute e Servizi Sociali” della stessa Regione Liguria, però, il fenomeno legato alla dipendenza da gioco d’azzardo è in crescita, soprattutto all’interno della fasce più deboli della popolazione: anziani e giovani. Secondo la “Relazione Gioco d’Azzardo Patologico in Liguria”, presentata dalla ricercatrice Sonia Salvini, infatti, i casi di richiesta di trattamento ricevuti dai Sert liguri sono aumentati del 217% dal 2011 al 2016, passando da 116 a 368. Dalle rilevazione relative al 2016 emerge che la metà dei soggetti in carico appartiene alle classi di età dai 50 anni agli oltre 65 anni. Una fascia d’età «inedita per le dipendenze – sottolinea Sonia Salvini – che rende maggiormente evidente l’esplosività del fenomeno». Il 79% è di genere maschile, il 21% è di genere femminile. «Analizzando questi dati però bisogna tenere conto che derivano da sottostime – sottolinea Clizia Nicoilella, consigliera municpale di Lista Doria, presidente della Consulta Permanente sul gioco con premi in denarovisto che una minima parte dei “giocatori” si rivolge ai servizi, e spesso lo fa per ragioni economiche, cioè quando ha “finito” il denaro». Ma il dato allarmante riguarda i giovani: secondo questo studio il 37,1% degli studenti di 15-19 anni della regione Liguria, corrispondenti a poco più di 20mila giovani, almeno una volta durante l’anno ha giocato somme di denaro; ma non solo: sulla base delle risposte fornite al test da coloro che hanno riferito di aver giocato d’azzardo durante l’anno, per l’84,5% circa degli studenti liguri il comportamento risulta esente da rischio, per il 9% è a rischio e per poco meno del 6% è problematico. Tradotto in cifre dei circa 20.000 studenti liguri che hanno giocato nell’anno precedente alla rilevazione, sono circa 1.900 quelli a rischio e per altri 1.200 il comportamento di gioco può essere definito problematico, ad un passo, cioè, dalla patologia, quella vera.

    Scomettersi il futuro

    Come spesso accade, fatta la norma si trova l’inganno, o, come in questo caso, la proroga. Sono passati cinque anni dalla promulgazione di una legge che non vieta il gioco, ma che prova a limitarlo, allontanandolo da “prede” troppo facili: in questi anni nessuno dei diretti interessati, evidentemente, ha pensato di prepararsi alle nuove regole, invocando oggi una proroga dei termini. Ogni minuto perso, però, ha un prezzo, un prezzo che viene pagato da chi dovrebbe essere “aiutato” dalle istituzioni perché debole, perché patologicamente sconfitto dal “mostro” dell’azzardo. Ancora una volta siamo di fronte all’odioso ricatto che vede contrapposti lavoro e salute, alternativi uno all’altro: «Con Università degli studi di Genova – annuncia Sonia Salvini – stiamo dando il via ad una ricerca, che durerà un paio d’anni, finalizzata a calcolare quali siano i costi sociali del gioco d’azzardo, per confrontarli con i “ricavi” che la comunità riceve attraverso la tassazione di queste attività, per capire di che “colore” sia questo bilancio». Il risultato sarà sorprendente, c’è da scommetterci.

    Nicola Giordanella

  • Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    Tapullo, la nuova rete per la socialità condivisa. Lo spazio virtuale misterioso di piazza delle Erbe

    tapullo-piazza-erbeUna delle cose migliori di Genova sono le sorprese; in ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni piazza si possono scovare dettagli incredibili: e incredibile è quello che si può scoprire in piazza delle Erbe. Da qualche giorno, nella piazza fulcro della movida genovese, sono comparsi decine di piccoli adesivi, rotondi, che riportano un QR-code, cioè quella sorta di “codice a barre” che se fotografato con uno smartphone, diventa un collegamento ipertestuale ad una pagina web.

    Detto fatto: conquistati da una “palette” decisamente invitante, ecco che il codice ci apre il mondo di “Tapullo, la rete costruita a brettio”. La pagina che si apre invita a connettersi gratuitamente alla rete wi-fi omonima, attraverso la quale si accede a questa nuova frontiera della socialità condivisa: uno spazio virtuale, un contenitore, fatto da tante stanze tematiche, dove i visitatori possono comunicare tra loro seguendo o creando discussioni. Fin qui nulla di nuovo, forse, ma il bello sta nella “fisicità” del connettersi: la rete Tapullo è fruibile solo stando in loco, creando un circolo virtuoso reale-virtuale-reale, aprendo una via nuova alla socialità condivisa degli spazi “vissuti”.

    Benvenuti in Tapullo

    «Questa rete è un esperimento di socialità condivisa. Funziona solo qui e da nessun’altra parte, vuole mettere in contatto le persone che occupano questo spazio fisico tramite l’uso di uno spazio virtuale locale. Quando vuoi registrarti, usa pure una mail finta, non ci interessano i tuoi dati». Questo il disclaimer che accoglie l’utente in Tapullo, e che dice tutto: un’idea nata in termini sperimentali, puntando a potenziare le condivisione dello spazio reale attraverso una via virtuale anonima, veloce e aperta a tutti.

    Per iscriversi basta un minuto, e poi si può incominciare a comunicare; diverse sono le sezioni, le“stanze”, già impostate, in cui si possono aprire, o seguire, delle discussioni: dalle classiche “mangiare”, “bere”, “eventi”, a quelle più social, come “Giochi” e “Persone”. Quest’ultima prevede delle sotto sezioni dai nomi esplicativi: “jam”, “Chiacchiere” e “ammore”; ed proprio in questa, che si preannuncia come la più gettonata, che troviamo le prime prove di socialità 3.0: una ragazza infatuata si rivolge ad un bel giovane che «beve una birra vicino alla siepe, posso offrirti un altro giro?». Come sarà andata a finire? Su Tapullo, inoltre, possiamo trovare anche le sezioni dedicate al baratto, ai giochi e ai “passaggi”: «sei sobrio e in auto? Sei sbronzo e/o a piedi? Parlatevi». Più chiaro, e utile, di così?

    La rete costruita “a brettio”

    Tra le pagine di discussione, si trova anche una stanza dove si parla tecnicamente della rete, e dove si possono trovare tutte le informazioni per chi volesse contribuire alla “causa”, aumentando la portata della rete, nella logica delle “wireless mesh network” cioè quelle reti “a maglie”, senza fili, cooperative e costituite da nodi (i router) che funzionano contemporaneamente da ricevitori, trasmettitori e ripetitori. Esattamente all’opposto dell’infrastruttura classica, e commerciale, che porta la connessione singolarmente nelle case di ognuno di noi. A pagamento. Forse è da qui che nasce il nome dell’esperimento: lo stringente pragmatismo del dialetto genovese, che restituisce l’idea della rimedio arguto, costruito senza imposizioni, schemi e governance di sorta.

    Non si sa chi sia l’artefice di Tapullo, non si sa chi ci abbia messo il router, e dove questo sia stato collocato: non ci sono credits, contatti, sponsor e patrocini vari. Connettendosi alla rete wi-fi dedicata si può solo accedere alla piattaforma condivisa, senza poter navigare per il web. Sta forse qua la genialità della “pensata”: aver predisposto uno spazio di comunicazione puro, dove i contenuti sono solo quelli di chi la “abita”, e per abitarla bisogna vivere uno spazio reale come quello della piazza.

    Un gioco? Probabilmente molto di più. Sicuramente una voce fuori dal coro, che scommette sulla libera comunicazione tra le persone, e la libera fruizione degli spazi, sia virtuali che reali.

    Nicola Giordanella

  • 8 marzo, indetto sciopero generale di 24 ore nel settore pubblico e privato in difesa dei diritti delle donne.

    8 marzo, indetto sciopero generale di 24 ore nel settore pubblico e privato in difesa dei diritti delle donne.

    manifesto-def-con-qr-code-nazionaleContro la violenza sulle donne, contro la discriminazione di genere e contro l’obiezione di coscienza nei servizi sanitari pubblici: queste le principali motivazione alla base dell’astensione lavorativa proclamata per il prossimo 8 marzo. Ma non solo: l’agitazione ha tra le sue finalità anche il contrasto alla precarietà e alla privatizzazione del welfare e il presidio per il diritto di accesso ai servizi pubblici gratuiti ed accessibili, al reddito, alla casa, al lavoro e alla parità salariale, all’educazione scolastica, alla formazione di operatori sociali, sanitari e del diritto, per il riconoscimento e il finanziamento dei centri antiviolenza ed il sostegno economico per le donne che denunciano le violenze.

    A proclamare lo sciopero diverse organizzazioni sindacali tra cui USB, USI, USI AIT, SLAI COBAS, COBAS, SIAL COBAS, SGB, ADL COBAS. La decisione arriva dopo un lungo percorso di inter-formazione portato avanti dalla rete “Non una di Meno“, che unisce decine di associazioni femministe e femminili, e che fa seguito alla iniziativa globale a cui parteciperanno più di 40 paesi in tutto il mondo proprio nel giorno in cui, per tradizione, si festeggia la Donna.

    Lo slogan della giornata, ribattezzata “Lotto Marzo” è “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”: «L’8 marzo sarà, prima di tutto, una giornata senza di noi, senza le donnesi legge nel manifesto della giornata pubblicato sul sito di “Non una di meno”Una giornata di sciopero in cui incroceremo le braccia, interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva, articolando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura e dal consumo. Lo sciopero è lo strumento che il movimento femminista ha individuato per contrastare le molteplici forme con cui la violenza di genere si abbatte sui corpi delle donne in tutto il mondo: dalla precarizzazione alla subordinazione nel mercato del lavoro, passando per una violenza più sottile ma altrettanto efficace inscritta nelle relazioni sociali e nel modo in cui viene impartito il sapere, che non educa alla valorizzazione delle differenze come motore nevralgico delle relazioni sociali, ma al contrario educa alla loro gerarchizzazione e subordinazione».

    Una battaglia che vuole sottolineare come la violenza di genere non sia un fattore “emergenziale” ma bensì strutturale, che può essere arginato solamente con una trasformazione radicale della società e delle relazioni, passando dalle condizioni di vita e di lavoro, e dal superamento della impostazione patriarcale della società.

    Le modalità dello Sciopero

    L’astensione è stata proclamata nel rispetto della disciplina dei servizi pubblici essenziali e riguarda tutto il personale (aree dirigenza e non dirigenza). Dagli uffici del Comune di Genova fanno sapere che nelle scuole e nidi d’infanzia comunali potrebbero verificarsi disservizi. Ma l’invito a scioperare, come abbiamo visto, è rivolto a tutte, anche in mancanza di tutele sindacali: proprio per questo sono state diffuse anche tutte le informazioni necessarie per permettere una più larga adesione: «Puoi farlo anche tu anche se nel tuo luogo di lavoro non ci sono sindacati che appartengono a uno di quelli che hanno indetto lo sciopero e/o indipendentemente dal fatto che tu sia iscritta o meno a un sindacato. La comunicazione dell’astensione arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dalla propria associazione datoriale; è comunque possibile, soprattutto per il comparto privato, fornire al datore di lavoro – che neghi di aver ricevuto l’avviso – eventuale copia dell’indizione e articolazione dello sciopero nel proprio settore». Questo e molto altro si trova nel Vedemecum pubblicato sulla piattaforma web de “Non una di meno”

    A Genova gli appuntamenti per questa giornata sono due: al mattino presidio davanti al Galliera, struttura che secondo le attiviste «Percepisce finanziamenti pubblici senza applicare la legge 194»; nel pomeriggio, invece, dalle 18, partirà un corteo da Porta dei Vacca, che, dopo aver attraversato il Centro Storico, arriverà in piazza De Ferrari. La manifestazione si preannuncia colorata di fucsia, con addobbi, distribuzione di farmaci dedicati e materiale informativo.

    “Lotto Marzo”, quindi, è uno sciopero generale e sociale ma soprattutto politico, che coinvolge il mondo del lavoro per veicolare e presidiare diritti, cultura ed equità sociale: una iniziativa che, a prescindere dai valori femministi dell’appuntamento, mancava da molto nel panorama politico locale e nazionale. Lo stesso Toni Negri, recentemente ospite a Genova per la presentazione del suo ultimo libro, ha definito la lotta femminista fondamentale e imprescindibile per collettività, e per una dialettica “rivoluzionaria” che sappia superare l’orizzonte del lavoro salariato per una più vera e ampia libertà delle persone. Le Donne stanno aprendo la strada, a tutti gli altri il compito di seguirle.

    Nicola Giordanella

  • Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Migranti, la decisione della Prefettura scontenta tutti. Fracassi: «Trovare altra soluzione». Viale: «Reazione a scelta Anci»

    Fiera di GenovaDopo la scelta di Prefettura sullo ricollocamento parziale dei migranti ospitati nelle strutture della Fiera di Genova, piovono le reazioni politiche, che vedono ancora una volta contrapposti Comune e Regione, anche se uniti nel contestare la scelta prefettizia. Da Tursi arriva la richiesta di far rispettare le quote determinate in sede Anci, senza aprire nuovi Cas sul territorio comunale, mentre da Piazza De Ferrari si alza la protesta contro lo spostamento al padiglione D, che, secondo gli esponenti della Lega, danneggerebbe ancora la riuscita degli eventi in Fiera. Insomma, tutti scontenti.

    Approfondimento: Sistema accoglienza allo sbando?

    «Abbiamo letto con stupore e sconcerto la comunicazione con cui la Prefettura di Genova annuncia lo spostamento di 100 migranti in un nuovo Centro di accoglienza straordinario (Cas) da istituirsi nella zona di San Benigno a Sampierdarena. E’ inaccettabile che l’emergenza legata all’accoglienza migranti sia gestita senza un’interlocuzione ed una condivisione con Comune e Municipio». Lo scrivono in una nota unitaria l’assessore del Comune di Genova alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi, e il presidente del Municipio IICentro Ovest, Franco Marenco. «Alla luce del recente fallimento dell’accordo Anci – proseguono i due amministratori genovesi come riportato dall’agenzia Dire – occorre oggi dare piena applicazione al piano nazionale che prevede una riduzione di 1.000 unità nel Comune di Genova. Pur consapevoli che tale attuazione sarà graduale, esprimiamo netta contrarietà all’apertura di nuovi Centri di accoglienza straordinaria nel Comune di Genova». L’assessore Fracassi precisa: «Nessuno prende 1.000 migranti e li sbatte fuori dalla città però, prima di aprire un grosso centro di accoglienza a Genova, alla luce di quanto successo in Anci e dei nuovi numeri del riparto nazionale, vogliamo che la prefettura provveda al più presto a far rispettare gli obblighi di accoglienza in tutti i comuni della regione, almeno fino al raggiungimento della quota prevista di 6.043 migranti». L’ex bocciofila era, infatti, inizialmente stata presa in considerazione per la necessità di trovare una rapida soluzione ai migranti che devono essere spostati dal padiglione D della Fiera. «Ma ora che è stato individuata la disponibilità del padiglione C – prosegue l’assessore – abbiamo tutto il tempo per trovare un’altra soluzione rispetto al Cas».

    Da Regione Liguria arrivano altre critiche, più legate ad un disaccordo politico-gestionale: «Mi auguro che non sia la reazione al diniego al progetto Anci, anche se i rappresentanti dell’Associazione dei Comuni l’avevano messa quasi su un piano di azione e reazione, minacciando sanzioni per chi non avesse aderito», così commenta la vicepresidente e assessore all’Immigrazione della Regione Liguria, Sonia Viale, mentre Edoardo Rixi, segretario regionale della Lega nord e assessore allo Sviluppo economico, alza i toni: «Non possiamo condividere la decisione né a livello istituzionale né a livello politico, perché stiamo facendo una fatica incredibile a tenere aperta la Fiera, a risanarne i conti e a portarla avanti. E, di certo, questo non ci agevola». Per il numero uno del Carroccio ligure, infatti, «il permanere di immigrati clandestini durante le esposizioni in Fiera è tutto a detrimento e a discapito della buona riuscita degli eventi. Ci auguriamo che il senso di responsabilità che deve permeare ogni istituzione, faccia sì che non si collochino più immigrati all’interno del perimetro della Fiera, sia quando ci sono le attività fieristiche sia quando non ci sono». La vicepresidente Viale, invece, richiama ancora le decisione di lunedì scorso dell’Assemblea generale dei sindaci di Anci Liguria. «Il finale era già stato scritto qualche settimana fa nella riunione del tavolo regionale dell’immigrazione – sostiene Viale – quando il prefetto Mario Morcone, capo di Gabinetto del ministero dell’Interno, aveva detto che non avrebbe potuto rispettare il tetto di 6.043 immigrati previsti per la Liguria dal nuovo Piano di riparto nazionale, anche se tutti i sindaci avessero aderito allo Sprar. Da qui è venuto il patto e l’accordo come presentato da Anci Liguria a tutti i sindaci, anche se in un primo tempo qualcuno l’aveva visto come possibile». Per la vice di Toti, «siamo in una fase in cui persone legittimamente elette sindaci, che hanno delle responsabilità, dicono no, con una presa di posizione anche coraggiosa e motivata, a forme di ricatto». Secondo Viale «non è così che si affronta il tema epocale dell’integrazione. I sacrifici si possono chiedere se c’è un’azione mirata a far terminare l’emergenza, cosa che questo governo non garantisce. Le risposte sono zero perché continuano a esserci gli sbarchi e alcuni accordi bilaterali sono stati fatti solo per dare il primo segnale di insediamento di Minniti, ma tutto qui».

  • Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Migranti, le crisi delle strutture e la riforma incompatibile con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Accoglienza allo sbando?

    Greenpeace and MSF - Lesvos, Greece
    Greenpeace and MSF – Lesvos, Greece, foto di Alessandro Penso

    Con la notizia del parziale trasferimento dei migranti ospitati nei padiglioni della Fiera di Genova, notizia che arriva a poche ore dalla bocciatura della proposta di Anci della distribuzione per aree omogenee, torna sotto i riflettori il problema della gestione dell’accoglienza, che anche per i primi mesi di quest’anno, deve fare i conti con un flusso migratorio in aumento. Il sistema italiano si sta muovendo in maniera emergenziale, portando all’esasperazione situazioni precarie, come quella relativa al centro allestito nei padiglioni della Fiera del Mare, e gestito dalla Croce Rossa: scarse condizioni igenico-sanitarie sono denunciate da alcune associazioni umanitarie, mentre decine di persone provenienti da paesi africani e asiatici sono letteralmente “parcheggiate”, in una attesa che sembra senza fine. Da Roma arriva un disegno di legge che potrebbe riformare fortemente il procedimento giuridico per la richiesta di protezione internazionale, velocizzando le pratiche: una “riforma” fortemente contestata dall’Associazione Nazionale Magistrati, che denuncia l’incompatibilità con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

    La notizia: Parziale trasferimento dei migranti dalla Fiera del Mare

    Fiera del Mare, tra accoglienza e impreparazione

    La situazione presso il centro di accoglienza della Fiera del Mare, centro che dovrebbe essere ridotto nelle prossime ore, con uno spostamento parziale dal padiglione D al padiglione C, per fare spazio alla Fiera Primavera, rende le proporzioni del problema accoglienza su scala nazionale, prima ancora che genovese: «Ci troviamo in questo centro chi da 3 mesi e chi da 2 mesi. Non riceviamo pocket money e quindi molti di noi non sentono i propri cari da tempo – ci raccontano alcuni ospiti della struttura – Ci laviamo con l’acqua fredda e non c’è riscaldamento. Alcuni di noi non hanno abbigliamento adeguato, né scarpe né giacche. Le condizioni di salute di alcuni non sono buone e non riceviamo adeguata assistenza sanitaria. Non abbiamo fatto la domanda d’asilo, non abbiamo informazioni e notizie sul nostro futuro». Con queste parole i migranti denunciano la situazione in cui si trovano. A dar loro voce è l’Associazione 3 Febbraio, in una lettera aperta, firmata da 150 degli ospiti della Fiera, e pubblicata il 13 febbraio scorso. Ma non solo: sempre secondo quanto raccolto dall’associazione, ai migranti sarebbe stato intimato di non allontanarsi dalla struttura, pena l’arresto. Mauro Musa, Presidente del Comitato di Genova dell’Associazione, racconta i momenti di tensione che si sono verificati durante una conferenza stampa organizzata davanti al centro, lo scorso 13 febbraio: «Alcuni operatori della Croce Rossa hanno chiesto alla Polizia di allontanarci. La richiesta, però, non è stata ripetuta davanti alla telecamera della RAI, quando i volontari sono tornati indietro con i giornalisti. Successivamente – continua Musa – un’auto presumibilmente guidata da un dirigente della Croce Rossa, ci ha quasi investito, per poi insultarci. Inoltre, successivamente alcuni ragazzi, che avevano parlato davanti alle telecamere della Rai, sono stati controllati e interrogati».

    Andrea Migone, presidente del Comitato Locale della Croce Rossa di Genova non è d’accordo con le proteste: le mancanze della struttura sono dovute al suo carattere di provvisorietà. In un’intervista rilasciata a Era Superba ha sottolineato che si tratta solo di «un centro di transito, un punto di appoggio». Tuttavia, vengono smentite tutte le accuse portate avanti dall’Associazione 3 Febbraio: «Ogni cosa detta è fuoriviata. Anche le testate importanti dicono cose non veritiere: c’è l’acqua calda (anche se i boiler hanno una capienza limitata), ci sono lenzuola, un catering che fornisce tre pasti al giorno e lezioni di italiano impartite dalla Curia. Si cerca di dargli ciò che gli si può dare – conclude – non mi interessa il discorso legale, rimango fuori. Io aiuto chiunque». Una dichiarazione che, però, appare in contrasto con quanto affermato a proposito delle proteste: «Non conosco l’Associazione. Loro non sanno le cose, parlano per fomentare le proteste. Sono tutte illazioni, procederemo per via legale».

    Non è ancora chiaro dove verranno spostati i migranti che si trovano in questo momento alla Fiera: un centinaio troverà sistemazione fino a fine maggio nel paglione C, mentre gli altri saranno smistati in altri centri individuati su base regionale. Una situazione che, visti i recenti “dissapori” tra Comuni sulla gestione dell’accoglienza, rischia di diventare esplosiva, soprattutto a livello politico.

    Il Disegno di legge del Governo

    Il Disegno di legge proposto dal governo Gentiloni, “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale” è la risposta dell’esecutivo al continuo protrarsi di una “emergenza” senza fine. È questo il progetto che il Governo ha proposto per risolvere l’emergenza degli sbarchi sul territorio nazionale e che al momento è al vaglio delle Camere. Secondo il premier Paolo Gentiloni, queste sono «norme che attrezzano il Paese alle nuove sfide».

    Gentiloni ha dichiarato che l’obiettivo del disegno di legge è «trasformare sempre più i flussi migratori da fenomeno irregolare a regolare, in cui non si mette a rischio la vita ma si arriva in modo sicuro nel nostro Paese in misura controllata». Tuttavia la pratica dei rimpatri forzati non sembra rispondere a questa esigenza. Anche il Ministro dell’Interno Marco Minniti ha affermato che si tratta di «un nuovo modello di accoglienza», ma nei fatti la strategia sembra essere quella predisporre un sistema permanente per rimandare indietro chi arriva nel nostro Paese e non riceve lo status di rifugiato.

    La parte più delicata del disegno di legge è quella che prevede il taglio dei tempi di esame per le richieste di asilo. La misura che più delle altre snellisce il procedimento per l’analisi delle richieste di asilo è l’abolizione del secondo grado di giudizio. I dinieghi saranno impugnabili solo in Cassazione. La proposta ha sollevato dure critiche da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in un comunicato stampa sottolinea come: «Appare fortemente dubbia la compatibilità con l’articolo 6 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo di una disciplina che, contemporaneamente, escluda la pubblicità dell’udienza in primo grado e abolisca il secondo grado di merito». L’eliminazione del secondo grado di giudizio, soprattutto in materia di diritti fondamentali, quale il diritto alla protezione internazionale, secondo l’Anm non è coerente con il nostro quadro processuale «si tratta di una scelta obiettivamente disarmonica, ai limiti dell’irragionevolezza». La critica mossa dall’Associazione Nazionale Magistrati non è solo di carattere teorico, ma anche pratico: «non potrà che scardinare l’intera programmazione del lavoro della Suprema Corte», che sarà caricata di una mole di lavoro maggiore.

    L’avvocato penalista Alessandro Gorla, ha commentato con queste parole il disegno di legge: «E’ sufficiente richiamare quanto acutamente osservato dall’Associazione Nazionale Magistrati, ovvero che, se il testo venisse approvato, avremmo un sistema giudiziario in cui è garantita maggior tutela a un tizio che abbia preso una multa per divieto di sosta che a una persona che stia invocando la protezione internazionale per timore di persecuzione nel proprio paese di origine. E’ pura discriminazione su base etnica».

    I conti non tornano

    Le decisioni prese dalle amministrazioni locali e da Roma, non sembrano essere compatibili con le dimensioni del fenomeno, oramai strutturale: nel 2017 sono già arrivate 9 mila 500 persone, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Con questa legge il Governo prevede l’apertura di 13 Centri per il rimpatrio (Cpr) capaci di “ospitare” ognuno ogni anno 9 mila persone, ma stando ai numeri, se i flussi non si ridimensioneranno, per ogni centro dovrebbero “passare” almeno 13 mila e 500 migranti. Sono queste le dimensioni dell’immenso “Gioco dell’Oca” che ci stiamo preparando a giocare. Ancora una volta.

    Ilaria Bucca

  • Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Migranti, comuni liguri in ordine sparso tra Sprar e Cas. Salta accordo su accoglienza per aree omogenee

    Bourbon Argos: Search and Rescue Operations, November 2015Liberi tutti. I Comuni liguri che vogliono, potranno associarsi in aree omogenee per dare vita a progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) condivisi e gestire al meglio sul territorio la quota di migranti prevista dal nuovo Piano nazionale di riparto, mentre chi si rifiuterà dovrà sottostare all’imposizione dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) da parte della prefettura senza che i sindaci possano avere troppa voce in capitolo.
    E’ questo, in estrema sintesi, l’esito dell’Assemblea dei sindaci di Anci Liguria che oggi pomeriggio ha licenziato un documento approvato con 64 voti a favore, 11 astenuti e 16 contrari che sancisce la disponibilità dell’associazione a fornire il proprio aiuto ai Comuni a prescindere dalla strada scelta. La mancata condivisione unanime del progetto di distribuzione per aree omogenee, fa venire meno anche l’impegno che Anci Liguria si sarebbe presa nei confronti del governo per non superare la quota prevista di migranti in arrivo, per nessuna ragione. «La scelta di non partecipare agli Sprar – avverte il direttore generale di Anci Liguria, Pierluigi Vinai – espone i Comuni a numeri non ben definiti». Solo chi aderisce allo Sprar, sempre nel rispetto dei numeri previsti dal Viminale, infatti, può far valere la cosiddetta clausola di salvaguardia, già messa in pratica nel Comune di Benevento, che esclude ulteriori forme di accoglienza.
    Il ministero ha previsto per la Liguria una quota di 6.043 migranti. Stando alla lettera del nuovo Piano nazionale, 798 persone saranno accolte, 6 per ciascuna realtà, dai 133 Comuni sotto i mille abitanti, altri 1.216 posti spetteranno a Genova (pari al 2 per mille della popolazione), mentre gli altri 4.029 saranno distribuiti proporzionalmente nei restanti 101 Comuni. Senza un diverso accordo a livello regionale, dunque, il capoluogo ligure potrebbe anche “sgravarsi” di quasi 1.000 migranti, visto che oggi ne accoglie quasi 2.300, che spetterebbero agli altri comuni liguri. «Non aderire allo Sprar – attacca Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, come riportato dall’agenzia Dire vuol dire abdicare alla gestione del territorio. Se decidiamo di non cooperare, liberi tutti. Ma, a questo punto, se mi arrivano più profughi di quelli che mi spettano sono pronto a mettere i camion in strada. Non possiamo continuare in pochi a farci carico del problema di molti».

    La proposta di Genova non passa

    L’amministrazione del capoluogo ligure si era detta disposta a superare la quota del 2 per mille, decisa dal ministero per venire incontro ad altre realtà regionali in sofferenza: «Le altre città metropolitane – aveva dichiarato qualche giorno fa alla “Dire” l’assessore comunale alle Politiche sociali, Emanuela Fracassi – sono al centro dei flussi della migrazione irregolare, cosa che in Liguria non succede più di tanto, soprattutto a Genova, ma che interessa invece, fortemente, Ventimiglia. Quindi è corretto pensare una ridistribuzione ligure in cui Genova si possa prendere una quota superiore al 2 per mille”. Per ottenere il via libera da Roma, però, tutti i Comuni avrebbero dovuto trovare una quadra sulla distribuzione, cosa che non è avvenuta, lasciando ogni singola amministrazione in ordine sparso.

    La reazione più dura arriva dal sindaco di Sori, Paolo Pezzana, recentemente dimessosi da coordinatore della commissione immigrazione e welfare di Anci Liguria dopo lo “scontro” con il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, sulle dichiarazioni di quest’ultimo riguardo una eventuale “pulizia strada per strada, anche con l’uso delle maniere forti“ degli irregolari: «Il documento votato oggi prende atto che c’è una spaccatura in Liguria rispetto alla gestione del territorio. Il bivio che abbiamo di fronte oggi non riguarda i migranti». Pezzana attacca anche le presunte ingerenze del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti: «Com’è possibile – si chiede – che andiamo avanti con una Regione che non solo non collabora ma si permette di intervenire nelle decisione dei sindaci per sue convenienze politico-elettorali? E’ una cosa inaudita, politicamente inaccettabile. Alle scorrettezze istituzionali della regione non ci voglio stare»
  • Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Femminicidio, la realtà giuridica e il dato sociologico. I numeri delle violenze sulle donne in Italia

    Jakub Schikaneder, "Murder in the House"
    Jakub Schikaneder, “Murder in the House”

    A causa dei frequenti (purtroppo) fenomeni di violenza sulle donne, si è  nostro malgrado reso sempre più necessario l’intervento del legislatore,  che tramite lo strumento della decretazione d’urgenza, ha apportato una serie di doverose e sostanziali modifiche al codice penale. In particolare mi riferisco al decreto legge del 14 agosto 2013 nr.92 convertito in legge 10 ottobre 2013 nr. 119, conosciuto comunemente come legge sul femminicidio.

    Questa spinta alla modifica legislativa è avvenuta non solo in risposta alle vicende di cronaca e di allarme sociale, ma altresì grazie alla ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro le violenze nei confronti delle donne e violenza domestica (legge nr.77 del 2013).

    Prima di analizzare nel dettaglio le modifiche della legge sostanziale, appare opportuno capire che cosa sia il femminicidio, non solo sotto il profilo giuridico ma altresì come fenomeno sociologico partendo da un dato di non poco momento: non esiste, anche in seguito alla modifica legislativa, alcuna definizione giuridica per questa tipologia di crimine. Detto termine invero, è stato prima mutuato dalla letteratura criminologica, per divenire poi utilizzata nel linguaggio comune.

    Svolta questa premessa, volta a chiarire fin da subito che nel nostro sistema penale non esista il delitto di femminicidio (così come, a dire il vero, non esiste in nessun altro paese del civil law), analizziamo questa fattispecie. Per femminicidio deve intendersi non solo la donna vittima di omicidio, ma soprattutto, e sono le situazioni più comuni, le vicende sociali genericamente intese che vedono coinvolte le donne come vittima di violenza. Si parla di femminicidio nella letteratura criminologica ogni qual volta vi sia una forma di aggressione, fisica o verbale, di discriminazione, nei confronti della donna, ovvero nel contesto famigliare lavorativo, nonché in ogni ambito della vita di relazione.

    Alcuni dati nazionali (fonte Istat aggiornata a giugno 2015) dai quali si comprende la portata del fenomeno e le forme in cui si manifesta:

    • 6 milioni e 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale di cui il 12,3% attraverso minaccia di violenza fisica, 11,5% aggressioni come spinte tirate per i capelli, 15,6% molestie fisiche e sessuali;
    • 31,5% delle donne che hanno subito violenza tra i 16 e i 60 anni;
    • 12% di queste donne non ha denunciato la violenza subita.

    Questi dati hanno inevitabilmente portato, unitamente alle spinte di derivazione comunitaria e internazionale, alle modifiche del codice penale da prima con la legge del 2013 e da ultimo con il d.lgs. 19 gennaio 2017 nr.6.

    Il codice penale ad oggi prevede delle aggravanti all’omicidio tout court ex art 575 c.p. e in particolare :

    • art 576  n. 5:  se il delitto di omicidio è uno commesso in occasione dei reati quali i maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale (art 572 e 609 bis ss)
    • art. 576 n. 5.1 se il delitto di omicidio è stato commesso dall’autore del delitto di atti persecutori ex art 612 bis c.p.

    Questa scelta politico-criminale, di aver previsto delle mere aggravanti e non uno specifico delitto nella legge sostanziale, è condivisibile alla luce dei principi costituzionali vigenti nel nostro sistema giuridico. Mi riferisco specificatamente al principio di uguaglianza e ragionevolezza ex art 3 Cost: non sarebbe infatti corretto, non solo sotto il  profilo sostanziale ma altresì sanzionatorio dare dignità giuridica al solo omicidio di un essere umano di sesso femminile e non di sesso maschile.

    I primi effetti delle modifiche legislative si possono già cogliere da un primo dato importante: il femminicidio è in calo. Certo è che dovrebbero essere solo casi isolati, ma non è ancora così. La strada è ancora lunga.

    Sara Garaventa

  • Verso l’8 marzo, la testimonianza di Anna, allontanata ed isolata dalla rabbia del marito violento

    Verso l’8 marzo, la testimonianza di Anna, allontanata ed isolata dalla rabbia del marito violento

    mamma-figliaAnna – il nome ovviamente è di fantasia – è una donna che non riesce ad uscire da una storia di molestie e persecuzioni, e di cui in passato ci eravamo già occupati. Anni dopo, ascoltando le sue parole, mi rendo conto che pochi passi avanti sono stati fatti nonostante una legge dedicata ed una sensibilizzazione estrema, o almeno così dovrebbe essere, per reati di questo tipo.

    Approfondimento:  Centri antiviolenza e uomini maltrattanti

    «Con il padre di mia figlia la relazione inizialmente sembrava felice, lui era interessante, brillante, si mostrava orgoglioso anche del mio lavoro che andava bene ma un giorno, per una banalissima assenza di poche ore, è esploso e mi ha dato il primo ceffone. Ho interrotto la relazione, l’ho allontanato e lui è scomparso. Sono passati mesi e poi un incontro, forse casuale forse no, e dopo le sue lacrime di pentimento e vergogna ho deciso di riprendere a vederlo. In realtà la sua famiglia conosceva già questo suo lato violento, ma quando ne ho accennato si sono ben guardati dal dirmelo, tutto si doveva e tuttora si deve nascondere. Ad un certo punto, lo so che sembra incredibile, mi sono resa conto che avevo iniziato ad avere paura di lui, delle sue esplosioni d’ira, dei suoi scatti di collera, della terra bruciata che mi aveva fatto intorno, allontanandomi dagli amici, dalla famiglia, anche dallo sport che adoravo. Allontanata ed isolata, ogni pretesto era buono per punirmi con calci e schiaffi: un barattolo fuori posto in frigo, un po’ di polvere sul mobile, persino la lampada accesa per leggere se lui voleva dormire».

    «Quando ho scoperto di aspettare un bambino –  continua a raccontare – sono stata felice, ed ho sperato che questo lo cambiasse, ma ha continuato con le violenze esattamente come prima, solo che adesso c’era anche l’obiettivo di allontanarmi da mia figlia»

    Questo ha fatto scattare qualcosa in Anna , che ha preso forza per raccontare ai proprio genitori quello che stava succedendo ma anche loro hanno dovuto fare i conti con la violenza fisica dell’uomo: «In seguito a queste lesioni gravissime ho ottenuto un primo provvedimento restrittivo per allontanarlo da casa».

    «Nel frattempo gli anni passavano, la bambina cresceva ed il mio desiderio di darle una vita serena senza rovesciarle addosso le patologie paterne è definitivamente crollato dopo parecchi anni di relativa tranquillità, in cui mia figlia vedeva il padre alla presenza di un educatore, la psicologa seguiva questo percorso ed entrambi una volta al mese tentavamo la mediazione familiare. Infatti, appena ha avuto nuovamente la possibilità di vederla da solo, ha iniziato a parlarle male di me, la madre sbagliata che cerca di rovinare la vita a tutti perché incapace di farsene una, a costringerla a stili di vita che a lei non piacciono e a rinfacciarle presunte inadeguatezze fisiche per poi ricominciare (lo aveva già fatto quando era molto piccola) con gli schiaffi e le violenze, fino a portarla a fuggire da lui chiedendo aiuto».

    Oggi? «Adesso siamo in attesa nuovamente di una sentenza, per fortuna crescendo i ragazzi possono scegliere di non vedere una persona che li terrorizza ma il mio pensiero è sempre lo stesso: perché si è permesso che si arrivasse a questo, perché si è prodotto un danno che poteva essere evitato»

    Lo sfogo di Anna, arriva anche a toccare il sistema istituzionale che dovrebbe aiutare le donne nella sua situazione: «I servizi sociali, il Tribunale, gli educatori hanno talvolta (in certi casi colpevolmente) trascurato l’evidenza dei fatti per rifugiarsi negli stereotipi, nelle dichiarazioni di facciata e hanno fatto pressione sulla parte debole, cioè noi, invitati a più riprese ad “accettare” il padre con i suoi difetti e le sue mancanze e, aggiungo io, le sue gravi patologie evidenziate nei resoconti ma mai adeguatamente considerate quando era il momento»

    «Certamente – conclude amara – scontrarsi è sempre difficile e può causare guai, alla fine le istituzioni sono fatte da persone, con le proprie debolezze, credenze ed anche, lasciatemelo dire, pregiudizi. Perché è facile essere inflessibili con un genitore maltrattante che magari non sa neanche negare i fatti riferiti, mentre è ben più complicato con una persona attrezzata a difendersi, probabilmente patologica ma certamente abile nel mostrare il profilo migliore, quello che sa che ci si aspetta da lui. Io però adesso voglio delle risposte rispetto alle cose che ha fatto, se non a me, almeno rispetto alla bambina. La verità è che io ho sempre avuto, per tutti questi anni, un faro puntato sulla mia vita, sulle mie relazioni, sulla mia conduzione della famiglia: da lui si accontentano di una parvenza di normalità perché, mi ha detto un assistente sociale, alla fine la ragazza deve accettare il padre che le è capitato».

    A cura di Bruna Tavarello

  • Convegno Nazionalisti, movimenti e antagonisti pronti a scendere in piazza. «Antifascismo pratica quotidiana»

    Convegno Nazionalisti, movimenti e antagonisti pronti a scendere in piazza. «Antifascismo pratica quotidiana»

    aut autA pochi giorni dalla presunta data del convegno internazionale dei nazionalisti europei, arriva il comunicato degli autonomi e attivisti di Aut Aut 357, CSOA Emiliano Zapata, Collettivo Degeneriot, Ex Latteria Occupata, Alternativa Libertaria Genova: sabato anche gli antagonisti saranno in piazza per contrastare l’eventuale raduno delle ultra destre. L’annuncio arriva con un comunicato che rivendica come l’Antifascismo sia pratica quotidiana.

    La notizia: Convegno internazionale dei nazionalisti europei a Genova

    «Siamo lieti che, per una volta, anche la “sinistra istituzionale” si sia apertamente schierata contro questo rigurgito fascista lanciando una mobilitazione di piazza che contrasti il presunto convegno – affermano nel comunicato gli autonomi genovesi – Da parte nostra, possiamo dire che se il convegno dovesse esserci saremo in piazza per cercare di impedirlo, esattamente come lo siamo stati un anno e mezzo fa quando Forza Nuova ha aperto la propria sede nel quartiere di Sturla, oppure quando Salvini in Piazza De Ferrari ha cercato di diffondere la sua retorica razzista o, ancora, quando Casa Pound ha provato a diffondere le proprie idee di “fascisti del terzo millennio” nelle scuole genovesi – tutte occasioni in cui la “sinistra istituzionale” ha purtroppo latitato»

    Oltre alle occasioni più facilmente riconoscibili, secondo gli attivisti, esistono tutta una serie di pratiche che quotidianamente “sostanziano l’antifascismo”: battersi per l’accoglienza dignitosa dei migranti, il rispetto delle scelte sessuali e affettive di tutti, la lotta all’iniquità sui cui si fonda la società neo-liberista e opposizione al ricatto delle precarietà lavorativa ed esistenziale. «Per tutti questi motivi, continueremo a scendere in piazza con la convinzione che l’antifascismo non possa ridursi ad un evento commemorativo e retorico – concludono – ma sia una pratica quotidiana, una lente attraverso cui leggere il mondo e autodeterminare le proprie scelte di vita».

    A questo punto tutta la città ha fatto capire che questo convegno “non s’ha da fare”; al momento non esistono conferme e dettagli sull’eventuale location. L’unica cosa certa è che Genova, in ogni caso, è già pronta.

    Nicola Giordanella

  • Emergenza Casa, in fase di progettazione riqualificazione alloggi comunali a canone moderato a San Teodoro

    Emergenza Casa, in fase di progettazione riqualificazione alloggi comunali a canone moderato a San Teodoro

    progetto-affitto-calmierato-san-teodoro-via-bolognaUn progetto da 400 mila euro, per riqualificare appartamenti e spazi verdi, da assegnare in locazione a canone moderato rivolgendosi a quella fascia di popolazione che è appena sopra i requisiti Erp. L’iniziativa è cofinanziata da Regione Liguria, ma rimangono le distanze “politiche” tra Tursi e Piazza De Ferrari.

    L’inchiesta: L’Emergenza Casa a Genova

    «Un intervento piuttosto sperimentale – afferma l’assessore alle Politiche della casa di Comune di Genova, Emanuela Fracassiche permette di recuperare otto alloggi, oggi nelle disponibilità di Spim, ma che non sono stati venduti, e che quindi ritorneranno a Comune di Genova». L’inizio di un un nuovo canale di intervento che vuole riconoscere e rispondere ad un disagio sempre più impattante sulla società cittadini: «Dare risposte alla fascia reddituale che non può sostenere un affitto, ma che non ha i requisiti per entrare nelle liste Erp».

    Il progetto

    Spim, la società pubblica che si occupa della promozione del patrimonio immobiliare del Comune di Genova, è partner del progetto: il passaggio delle disponibilità sarà fatto attraverso delibera, forse entro questo ciclo amministrativo: «Su questo siamo cauti, ma va detto che il progetto è in fase avanzata – conferma l’assessore – e i lavori dovrebbero iniziare a concludersi nel 2018»

    L’intervento sarà focalizzato inizialmente su 8 appartamenti, tra via Bologna e piazzale Pestarino, ma è previsto anche una seconda fase: «Stiamo iniziando la progettazione per un azione simile negli alloggi sociali di vico del Teatro Nazionale, dove però le caratteristiche strutturali e logistiche farebbero pensare a locazioni destinate ai giovani». Le tempistiche, in questo caso, al momento non sono quantificabili.

    Distanza politica tra Comune e Regione

    Questo progetto, come dicevamo, è stato cofinanziato da Regione Liguria per il 50% dell’importo: un investimento che inserito in un più ampio intervento di sostegno ai comuni liguri in materia per un importo complessivo di un milione e 300 mila euro. La cosa non basta a placare le polemiche tra enti, che sulla questione “Emergenza Casa” hanno idee e priorità politiche differenti: «Regione Liguria non ha confermato il fondo di 500 mila euro per l’Agenzia per la Casa – attacca Fracassi – scelta che la dice lunga sulle priorità politiche della giunta regionale». Recentemente però da Piazza De Ferrari sono arrivati i soldi per il fondo per la morosità incolpevole: «Si, ma erano soldi ministeriali, che Regione ha solamente “girato”».

    Un ulteriore piccolo passo, quindi, per arginare quella che da qualche anno è diventata una delle principali emergenze di Genova e di tutto il paese. Sicuramente una notizia positiva; anche se un maggior coordinamento tra gli enti gioverebbe senza dubbio alla causa.

    Nicola Giordanella