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  • Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    Storia di Genova: il Borgo degli Incrociati

    borgo incrociati

    La Storia di Genova, Borgo Incrociati – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Il Borgo degli Incrociati e’ un antichissimo borgo medievale sviluppatosi sul confine est della citta’. Il nome “Incrociati” deriva da un’antica chiesa che si trovava a pochi passi dall’ingresso della strada dalla parte della stazione Brignole e che venne demolita i primi del Novecento.

    Il vecchio ponte di Sant’Agata, che in origine contava ben 28 arcate e che nel medioevo venne costruito sui ruderi di un ponte romano, collegava questa chiesa con quella di Sant’ Agata nell’attuale San Fruttuoso vecchia. Borgo Incrociati, infatti, prima della costruzione dell’ultimo tratto di via Canevari, affacciava sul Bisagno, il ponte raggiungeva direttamente le abitazioni e l’ultimissimo tratto e’ oggi ancora visibile fra le case del borgo.

    Negli anni trenta la struttura della zona era ancora ben diversa da quella che possiamo ammirare oggi. Anche dopo la demolizione della chiesa, infatti, poco prima del tunnel che si collega alla Stazione, sorgeva un archivolto (ancora oggi in buono stato) attraverso il quale si giungeva in un’ampia piazza, in minima parte ancora riconoscibile. La piazza, denominata appunto “dell’Archivolto”, venne sacrificata durante la costruzione di corso Monte Grappa.

    Nei primi quarant’anni del secolo scorso Borgo Incrociati fu il borgo delle donne: sostavano fuori dai portoni, vestivano lunghi abiti neri con i capelli raccolti, vendevano frutta di stagione e in inverno profumatissime caldarroste (le famose “rustie”). All’interno degli appartamenti il matriarcato aggiustava le tomaie delle scarpe e si adoperava in lavori di cucito e di pellame. Tenevano le porte di casa sempre aperte e per 5/10 centesimi di lira riparavano le scarpe dei passanti. Queste instancabili madri di famiglia erano famose in citta’ anche per una “bizzarra” particolarita’: sotto gli abiti neri non portavano le mutande, per poter fare i propri bisogni restavano in piedi, allargavano le gambe e si liberavano negli angoli del borgo. Bisognava lavorare, non c’era tempo da perdere…

     

    Lungo la via degli Incrociati c’era il barbiere, diverse latterie ed osterie, il carbonaio (che vendeva carbone, patate e cipolle) e i vecchi antiquari (si chiamavano repessin e vendevano ogni genere di usato).

    borgo incrociati
    Il “landun” di Borgo Incrociati

    Gli uomini durante il giorno si vedevano poco, erano in citta’ a lavorare e uscivano la sera per bere nelle osterie. Si puo’ attraversare ancora oggi, all’altezza della fermata degli autobus, il celebre “landun”, un piccolo tunnel dove gli uomini ubriachi si nascondevano dalle mogli e terminavano le loro bevute.

    Gli anni 50/60 furono gli ultimi anni di splendore per il Borgo degli Incrociati. Lo storico bar Mangini divenne il punto di ritrovo per eccellenza degli sportivi genovesi, tifosi e calciatori. La domenica dopo le partite i calciatori di Genoa e Samp usavano fermarsi al bar per una bevuta e per discutere con i tifosi. Fu proprio in quel periodo che Marcello Lippi, ex ct della Nazionale e ai tempi libero della Sampdoria, conobbe la sua attuale moglie, che lavorava nella pescheria di famiglia a pochi passi dal bar.

     

    Ringraziamo per le preziose testimonianze Lina e Remo Toffan

     

    borgo incrociati

    borgo incrociatiborgo incrociati

  • Facciamo girare i tappi: un progetto di solidarietà sostenibile

    Facciamo girare i tappi: un progetto di solidarietà sostenibile

    tappiCreare occasioni di lavoro, differenziare in modo corretto la plastica e aiutare chi ha bisogno: con questi tre scopi il Centro d’Ascolto Marassi-Quezzi porta avanti dal 2007 un progetto di riciclo di tappi di plastica, che dal 2008 si è trasformato nell’associazione Non solo parole.

    Come funziona il progetto? L’associazione raccoglie tappi di plastica da privati, aziende, associazioni e parrocchie tramite il lavoro di persone in difficoltà economiche seguite dal Centro d’Ascolto, e li raduna in un deposito a Pianderlino – San Fruttuoso. L’ultimo sabato di ogni mese Amiu preleva i tappi e li consegna a un’azienda di Cuneo che si occupa del loro riciclo.

    Grazie a questo progetto ogni mese vengono raccolte circa 2 tonnellate di plastica, divise in grossi sacchi da 5 o 10 chili ciascuno. Il ricavato viene destinato dal Centro d’Ascolto a famiglie in difficoltà del quartiere.

    Per avere maggiori informazioni sul progetto e sapere dove è possibile destinare i tappi, si può contattare direttamente la responsabile dell’associazione al numero 347 3165682.

    Marta Traverso

  • Luoghi d’arte: a Genova nasce una nuova associazione culturale

    Luoghi d’arte: a Genova nasce una nuova associazione culturale

    luoghi arte genovaGiovedì 26 gennaio 2012 alle 17.00 inaugura a Palazzo Ponzone (via Bensa 2) una nuova associazione culturale, il cui obiettivo è valorizzare e far riscoprire il patrimonio culturale di Genova nelle sue molteplici forme, dai musei ai palazzi antichi al paesaggio.

    L’associazione Luoghi d’arte è formata da rappresentanti di musei, gallerie d’arte, associazioni culturali ed enti no-profit, che si sono posti l’obiettivo di valorizzare tutti gli elementi di valore nel patrimonio culturale, architettonico e paesaggistico di Genova attraverso molte iniziative. Incontri e conferenze, itinerari guidati, attività didattiche, pubblicazioni e molto altro ancora.

    Uno degli scopi di Luoghi d’arte è inoltre diventare trait d’union per tutto ciò che avviene a Genova in ambito culturale – mostre, presentazioni, convegni, spettacoli teatrali e così via – informandone i soci tramite i propri canali.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Storia di Genova: da San Domenico a piazza De Ferrari

    Piazza De Ferrari

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Pensi alla piazza più importante della città, la cartolina di Genova, quella fontana imponente che spesso il vento trasforma in getto per l’irrigazione di cemento e passanti, pensi a piazza De Ferrari, all’agorà genovese, e immagini secoli e secoli di storia. In realtà si tratta di una delle piazze più “giovani” del centro cittadino, figlia di numerosi interventi spalmati lungo un intero secolo.

    Venne ultimata soltanto nel 1934, quando fece la sua comparsa la grande fontana opera dell’architetto Giuseppe Crosa, realizzata grazie ad un cospicuo finanziamento della facoltosa famiglia Piaggio intenzionata a celebrare con un monumento l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Abissinia.

    Ma facciamo qualche passo indietro, procediamo con ordine. Fino al giorno in cui la Repubblica di Genova venne annessa al Regno di Sardegna, quella che oggi conosciamo come piazza De Ferrari era uno slargo secondario, di forma triangolare, stretto fra la grande chiesa del Rimedio, il Palazzo Ducale e l’antica sede del Secolo XIX (a nord del Ducale). Da lì partiva via Giulia (l’attuale via XX Settembre), non esisteva via Dante, né via XXV Aprile e neanche via Roma, salendo dalla chiesa si raggiungeva Porta Soprana e Ponticello, e quindi il colle di Sant’Andrea le cui pendici, che sovrastavano via Ravecca, andavano a distendersi proprio in piazza San Domenico, questo era il suo nome.

    Dalla piazza, impreziosita da un piccolo barchile risalente al 1536, si accedeva all’edificio sacro, la chiesa di San Domenico che conteneva le tombe dei Dogi (il complesso religioso era molto ampio, copriva la zona del Carlo Felice e l’attuale centro della piazza, proprio dove ora c’è la fontana). A pochi metri di distanza si trovava il vero agorà cittadino, ovvero quella piazza Matteotti sulla quale affaccia il palazzo Ducale. La facciata del Ducale che da su piazza De Ferrari, infatti, è stata riadattata e affrescata una volta ricavata la nuova piazza, prima si trattava semplicemente del retro, poco visibile, del più importante palazzo cittadino.

    Come detto, nel 1815, la Repubblica passò sotto il governo del Regno di Sardegna e le nuove autorità decisero di aprire un varco nel cuore della città, per dare un punto di riferimento e di snodo alla viabilità cittadina. Fu così che, provocando il dissenso di buona parte dei genovesi, venne demolita la chiesa di piazza San Domenico, prova di forza non da poco del regno di Sardegna visto che si trattava di uno dei simboli della città, rivale di sempre, finalmente annessa.

    La sistemazione dell’area venne affidata all’architetto genovese Carlo Barabino, il quale progettò la costruzione di una caserma sul lato orientale. Nel 1825 venne completato il porticato di levante (così come lo vediamo ora) che avrebbe dovuto “sorreggere” la caserma, e presentato il progetto per la costruzione del nuovo teatro dell’opera di Genova. Una prima fase dei lavori termino’ nel 1828 con l’inaugurazione del Teatro Carlo Felice (chiamato così in onore del re Carlo Felice) e della via Carlo Felice (attuale via XXV Aprile), la seconda fase nel 1832, quando si inaugurò un edificio di due piani che sostituì il progetto originale della caserma per ospitare l’Accademia Ligustica di Belle Arti, ancora oggi nella sua sede originale.

    Come conseguenza di questi importanti lavori di ammodernamento, San Domenico iniziò ad acquistare importanza nella vita cittadina. Il 10 dicembre 1875 si decise di dedicare la piazza a Raffaele De Ferrari, ricco filantropo genovese e promotore dell’Accademia; nell’ultima parte della sua vita, rientrato dall’esilio in Francia per aver ucciso il domestico durante la pulizia di un’arma da fuoco, De Ferrari decise di donare patrimoni enormi alla sua amata città natale, fra cui il Palazzo Rosso di via Garibaldi e venti milioni per il rifacimento dell’area portuale.

    Ma la svolta definitiva arrivò nel 1910, quando venne demolito l’antico quartiere di Ponticello per realizzare via Dante e il palazzo della Borsa (inaugurato due anni dopo). In quegli anni la conformazione della città di Genova venne stravolta, e con l’apertura di via Dante, la nuova piazza De Ferrari divenne il centro della viabilità, la piazza più frequentata a ogni ora del giorno. Nel 1920 venne ultimato anche l’ultimo palazzo che affaccia sulla piazza, quello che nasconde la chiesa del Gesù e che attualmente ospita gli uffici della Regione. Dopo la posa della fontana nel 34, arriva la seconda Guerra Mondiale e i relativi bombardamenti che distrussero parte del teatro. Piazza De Ferrari (a dieci anni dalla sua ultimazione) si trovò nuovamente monca. Per rivederla completa bisognerà aspettare addirittura il 1991, quando il Carlo Felice verrà finalmente riaperto alla città, dopo che per cinquantanni venne sostituito dal Teatro Margherita di via XX Settembre (oggi sede della Coin).

     

     

  • Wifi gratis Genova: a Voltri l’esempio della Farmacia Serra

    Wifi gratis Genova: a Voltri l’esempio della Farmacia Serra

    wifi gratis

    Non si limitano a vendere medicine e a fornire consigli ai clienti. Nella periferia genovese c’è un esempio di come un’attività commerciale in apparenza come tante altre possa davvero fare la differenza, anche e soprattutto in tempi di crisi come questo.

    La farmacia Serra di Voltri (via Camozzini 132, a due passi dal capolinea del bus 1) è un vero e proprio polo sanitario sul web: i suoi prodotti sono venduti anche tramite e-commerce; il suo blog è nella top ten della classifica nazionale Ebuzzing sui blog a tema Salute; ha un profilo attivissimo sui principali social network, in testa Facebook, Twitter, YouTube e Foursquare; è un punto di riferimento dei principali blog e siti web su mamme & bambini.

    Non solo: da alcuni giorni la farmacia è diventata hot spot wi-fi gratuito, che permette di navigare in libertà all’interno della farmacia e nel raggio circostante di 300 metri. Un modo per arricchire il rapporto farmacista-cliente ricercando insieme sul web notizie e temi inerenti la salute, ma anche e soprattutto una via per rendere più vivo uno dei quartieri più depressi della città, dove le attività commerciali sono sempre meno e la distanza dal centro penalizza lo sviluppo di iniziative d’interesse. Una definizione – quella appena data – a cui si trova subito l’eccezione: l’investimento della farmacia Serra dimostra che non esistono limiti per chi vuole contribuire, anche solo nel proprio piccolo, a rendere migliore la terra in cui viviamo.

    È inoltre opportuno ricordare che il wi-fi è un tema molto sentito a Genova, che da tempo vede contrapporsi due “rivali” nella gestione delle aree in cui è possibile navigare (non sempre agratis, ahimé): da un lato l’associazione Cittadini Digitali e il consorzio Vallicom, dall’altro le isole Wi-fi recentemente inaugurate dal Comune di Genova, passando per l’autonomia del Porto Antico e di alcuni locali o ristoranti della città.

    Non sarebbe bello che istituzioni, associazioni e privati trovassero una via comune per rendere Genova una città veramente digitale?

    Marta Traverso

  • San Desiderio Valle dei giovani: l’inaugurazione del nuovo ostello

    San Desiderio Valle dei giovani: l’inaugurazione del nuovo ostello

    san desiderio…e poi dicono che a Genova sono buoni solo a mugugnare, che i giovani sono tutti bamboccioni e che è inutile darsi da fare perché intanto il mondo continuerà a fare schifo.

    Vallo a spiegare ai ragazzi dell’associazione Cast di San Desiderio, che si sono messi in moto al punto da inaugurare un nuovo ostello, oltre a quello presente da anni al Righi.

    L’ostello Valle dei giovani è collocato in via Ettore Bisagno 70, in un palazzo che ospitava la scuola elementare del quartiere e che da alcuni anni era in stato di abbandono. La struttura inaugura sabato 21 gennaio (ore 10.30) e sarà il punto di partenza di un vero e proprio brand, un marchio di fabbrica con cui i giovani dell’associazione vogliono mettere in campo una lunga serie di attività rivolte ai loro coetanei per un turismo low cost in un’area verde, immersa nella natura ma al tempo stesso vicina al mare e al centro città.

    Cosa ci sarà nel nuovo ostello? Oltre alle consuete camerate la struttura di 500 metri quadri ospiterà una palestra, una sala mensa, un piccolo museo dedicato alla storia degli scout, salette per riunioni e corsi di informatica, ma soprattutto nell’intera area ci sarà il Wifi gratuito.

    Marta Traverso

  • La Moschea al Lagaccio e il referendum della Lega Nord

    La Moschea al Lagaccio e il referendum della Lega Nord

    genova moscheaIL PRECEDENTE

    23 gennaio 2010: nel quartiere genovese del Lagaccio si vota il referendum promosso dalla Lega Nord per far sentire la voce degli abitanti in merito al da lungo dibattuto progetto di costruzione di una moschea.

    La consultazione ha avuto un numero complessivo di 5.287 votanti nei quartieri di Oregina, Lagaccio, San Teodoro, San Nicola, Granarolo e Dinegro, suddivisi tra 5.228 no, 49 sì e 10 schede nulle.

    Nelle stesse ore in cui i dieci gazebo venivano allestiti, manifestanti favorevoli alla moschea hanno distribuito ai cittadini volantini contenenti questo appello: «Cittadini, non fatevi usare a fini elettorali. Difendiamo gli articoli 8 e 21 della Costituzione sulla libertà di culto, contro le miserabili strumentalizzazioni politiche costruite su malafede e disinformazione. Via Venezia ha ospitato per molti anni un luogo di preghiera musulmano, oggi in via Sasso, senza che questo abbia causato il ben che minimo problema al quartiere. Nel nostro territorio vi sono chiesa cattolica, chiesa evangelica e un tempio buddista da 800 posti».

    IL PRESENTE

    10 gennaio 2012: dopo una seduta di Giunta Comunale dai toni molto accesi, è stata bocciata la mozione della Lega Nord contro la moschea con 28 no, 14 sì e 1 astenuto, dando formalmente il via libera alla costruzione. L’iter è ora passato di mano al Consiglio Comunale, e la Sindaco Marta Vincenzi ha promesso che la questione si sbloccherà definitivamente entro la fine del suo mandato.

    Le imminenti primarie del Pd – che decideranno chi sarà il (o la, più probabilmente) candidato ufficiale alle prossime elezioni Comunali, e l’elezione del nuovo Sindaco previste per maggio, mettono in luce come i tempi per mantenere la promessa siano sempre più stretti.

    Il dibattito sulla moschea si protrae da alcuni anni, le voci a favore sono rimaste a favore e quelle contro restano contro. Se mettere d’accordo i contendenti è impossibile, i molti musulmani praticanti genovesi continuano a non avere un luogo ufficiale in cui vivere la loro fede. Questa l’opinione in merito dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, ospite sabato scorso in una conferenza a Palazzo Ducale: “La moschea va fatta, ed è legale, è giusto averne solo una. Vanno chiuse quelle nei garage e nei magazzini, quelle su cui non c’è controllo: perché è da queste realtà che passa il fondamentalismo. Non ha quindi alcun senso opporsi alla costruzione di un’unica, grande moschea, con tutte le regole“.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

    Storia di Genova: la chiesa di Sant’Ilario

    La Storia di Genova, articoli e video – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Lasciando la statale Aurelia e salendo verso il monte, (leggi anche la storia delle antiche creuze di Sant’Ilario) la strada si inerpica in salita tra il verde degli ulivi, tra antiche case che occhieggiano nascoste nel verde, tra vecchi muri a secco e piccole crœze che serpeggiano lungo le pendici del monte, erti sentieri che raccontano una storia remota. Lì dove la salita rifiata, appare la chiesa, che da il nome al borgo, dedicata a S. Ilario di Poitiers, grande padre della cristianità di cui si celebra il dies natalis il 13 gennaio.

    Edificio, probabilmente, risalente all’anno mille, lascia traccia certa di sé solo in un certificato notarile del 1198 ed in uno successivo del 1270 in cui il “Presbiter Iones Minister S.Ilarii” è citato quale testimone in un atto di compravendita. Dell’antica pieve (nel Medioevo si definiva “pieve” la chiesa principale di una circoscrizione ecclesiastica n.d.r.) rimane ben poco dopo il restauro operato, nel 1700, secondo il gusto barocco dell’epoca e l’ampiamento della navata (1712), contesto nel quale viene ingrandito, anche, il sagrato adiacente la chiesa. Sempre dello stesso periodo sono due altari, aggiunti ai sei già esistenti mentre, solo nel 1791, si procede al rifacimento di quello maggiore nel cui interno, sembra, sia stata racchiusa un’antica tavola liturgica in pietra.

    Da un inventario del 1325, si apprende che abbellivano la struttura due campanili, al posto dell’attuale alto 33 m, di cui non rimangono tracce così come non è più visibile la sobria facciata romanica, sostituita dall’attuale in stile neoclassico (1911). La chiesa, dal 1934 dichiarata monumento nazionale, conserva nel suo interno opere d’arte pregevoli come la “Madonna con bambino” dello scultore Leonardo Misano, l’affresco della volta del pittore Giovanni Carlon e un bel crocifisso ligneo del Maragliano (attribuzione incerta).

    La consacrazione a S. Ilario è ammantata di leggenda: secondo la tradizione popolare, il religioso, strenuo difensore dell’ortodossia, avrebbe trovato rifugio in questi luoghi, durante la sua fuga dalla Francia. Sulla sponda sinistra del torrente Nervi, subito all’imbocco della valletta Costalunga, vi è ancor oggi una piccola grotta, chiamata in dialetto genovese Tan-na du Santu (la tana del santo), dimora genovese dell’ecclesiastico, come testimonierebbero i documenti reperiti dal parroco Dagnino (1857). Esiste anche un’altra versione del racconto che vede il prelato solo di passaggio, su una nave, di fronte alla collina, passaggio miracoloso perché, nell’occasione avrebbe provveduto a liberare l’altura dalle terribili serpi che la infestavano.

    Qualche anziano riporta che fino al novecento fosse usanza, in ricorrenza della festa patronale, recarsi in chiesa con un ramoscello di mimosa che, rigogliosa, fiorisce lungo i pendii del monte e la cui fioritura precoce è favorita dal clima particolarmente mite di cui risente questo luogo. Tradizione ben più radicata è quella, invece, che si svolge a Parma che annovera il santo come patrono della città. Mantenuta come giornata festiva, il 13 gennaio contempla, accanto a manifestazioni religiose, la consuetudine di confezionare ed offrire gustosi biscotti fatti a scarpette in ricordo di quel lontano “die” in cui S. Ilario, transitando per la città a piedi nudi, si vide offrire un paio di calzari da un povero ciabattino, atto di bontà ricompensato con la comparsa, il giorno successivo, di un paio di calzature d’oro sul suo umile banco di calzolaio.

    Quest’anno la ricorrenza celebrativa genovese è turbata dalla contesa che anima gli abitanti per una discussa strada che dovrebbe nascere in via del Pianello. La “querelle” vede contrapposti i Verdi e il Circolo Nuova ecologia di Legambiente da una parte, al comitato per la viabilità dall’altro. “Una raccolta di firme, gazebo e striscioni per dire no ad un’opera, spiega Andrea Agostini presidente del circolo, che deturperebbe la collina con una cementificazione che prevede la costruzione di parcheggi e box e che rovinerebbe una struttura storica e importante come la scuola di agraria”. In risposta, Daniela Vecchio, presidentessa del comitato, ribadisce la necessità di attuare un collegamento viario per le famiglie che vivono nelle zone interne oltre a fornire un passaggio agibile a mezzi di emergenza quali ambulanze e vigili del fuoco. Non rimane che sperare nell’ennesimo miracolo del santo per una ritrovata concordia e una condivisa risoluzione della contesa che sappia conciliare il mantenimento di un vero angolo di paradiso naturale alla necessità di alleviare i disagi oro-geografici del territorio.

    Adriana Morando

    Foto e video di Daniele Orlandi

  • Banda larga in Liguria, a che punto siamo?

    Banda larga in Liguria, a che punto siamo?

    adslIL PRECEDENTE

    Gennaio 2010: il quotidiano ligure Il Secolo Xix pubblica un’inchiesta a puntate sul tema di Internet lumaca, ossia la difficoltà per molti liguri di accedere a una connessione veloce alla rete.

    Non stiamo solo parlando della difficile situazione di molti paesini incastonati nei monti dell’entroterra. In alcune zone del centro storico di Genova all’interno di uno stesso palazzo ci sono condomini con l’Adsl e altri che viaggiano a 56k.

    Questo perché ogni centralina telefonica ha un numero massimo di porte, ossia di singoli nodi da cui parte la rete per il singolo apparecchio (modem, router e quant’altro), e può capitare che in una stessa via non basti una sola centralina. Da qui: centraline diverse, velocità diversa.

    IL PRESENTE

    Il 2012 sarà l’anno di Twitter, l’anno del blog, l’anno dell’editoria digitale. Tutti strumenti meravigliosi, ma ai quali una buona fetta di liguri non ha ancora modo di accedere.

    Certo, rispetto a due anni fa si è sviluppato notevolmente l’accesso a Internet tramite rete mobile: basta collegare al pc una chiavetta che si avvale dello stesso ripetitore (e degli stessi fornitori di servizi) dei telefoni cellulari, e si può fare tranquillamente a meno della rete fissa.

    Nonostante questa evoluzione tecnologica, la connessione Adsl è ancora utopia in molte aree della nostra regione.

    La scorsa estate la Regione Liguria – tramite la sua società informatica Datasiel – ha indetto una gara d’appalto europea per fornire i servizi di banda larga in tutte le zone non ancora coperte dal servizio, in particolare frazioni e comuni in ciascuna delle quattro province. Il bando è scaduto lo scorso 14 novembre, e per le prossime settimane sono attese notizie sul suo esito.

    Marta Traverso

  • Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Storia di Genova, i forti: San Giuliano, San Martino, Santa Tecla, Belvedere e Tenaglia

    Forte di Santa Tecla

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    Alcuni tra i numerosi forti di Genova, con la crescita della città, si sono venuti a trovare in prossimità del centro abitato fino ad esservi completamente conglobati. E’ il caso del forte di S. Giuliano (1819-1836) che, anticamente a picco sul mare, occupa un‘area in pieno tessuto urbano ed è la sede del Comando Provinciale dei Carabinieri. Nato sulla preesistente “Batteria Sopranis” (1745), vi si accede dal lato nord, in via Gobetti, con tanto di ponte levatoio, tuttora funzionante. Originariamente costituito da due caserme e da due gallerie, “di scarpa” e “di controscarpa”, che la leggenda vuole si prolungassero, segretamente, fino a Brignole, ha subito radicali rimaneggiamenti in occasione della costruzione di Corso Italia e per accogliere batterie antiaeree (poi demolite) che ne hanno alterato profondamente il prospetto sud.

    Poco distante in linea d’aria è il forte di S. Martino. Sorto sulla collina di Papigliano, (1820-1832), ad opera del governo sabaudo, è ricordato per una storica fucilazione, durante il regime fascista. Adibito ad abitazione per i senzatetto, nel dopoguerra, adesso è di proprietà privata e versa in uno stato di completo degrado. Edificato sul Bastione delle Forche, il forte di S. Tecla è posto alle spalle dell’Ospedale di S. Martino. Il nome ricorda l’antica chiesa del XI secolo dedicata alla santa, annessa al forte e poi distrutta, nell’ottocento, per lavori di ampliamento. La struttura militare è datata 1747 ma, di fatto, è stata terminata solo nel 1833. Triste luogo di prigionia nell’ultima guerra, poi abitazione civica, dal 2001 è stata affidata all’Associvile che ne cura il mantenimento.

    Il forte Richelieu (1747), ubicato sul contrafforte orientale del Ratti, deve il suo nome al maresciallo francese Louis du Plessis, Duca di Richelieu. A pianta rettangolare, con una cinta a “coda di rondine”, ospita sul fronte di ingresso due imponenti bastioni su cui erano, anticamente, collocate le artiglierie. Completato nel 1827, con la realizzazione della caserma, è stato rinforzato con l’aggiunta di due batterie, chiamate “nord” e “sud,” rivolte verso il monte Fasce ed armate con cannoni da 14 GRC/Ret (Ghisa Rigata Cerchiata/a Retrocarica.). Oggi, è sede di un ripetitore RAI.

    Sito sull’omonimo monte, forte Ratti, aggetta sui quartieri di Sturla, Albaro, S. Martino. Si raggiunge salendo da via Terpi, fino a S.Eusebio, preparandosi, poi, ad una lunga passeggiata o dai Camandoli con un cammino più breve ma più impervio. Risalente ai primi del ‘700 ma modificato dai francesi e dai genieri del Regno Sardo, il forte si sviluppa quasi tutto in lunghezza (250 m) ed è sostanzialmente una gigantesca caserma. L’edificio primitivo includeva una preesistente torre, demolita, nell’ultima guerra, perché impediva la visuale alle batterie antiaeree. Si devono alla generosità della famiglia Durazzo le due ali, quella di ponente adibita a celle di prigionia e quella di levante, destinata ai magazzini. Una leggenda racconta che vi sia nascosta una camera segreta contenente armi e scheletri ma nessuno sa dove.

    Spostandoci verso ovest, incontriamo il forte Quezzi, dominante il Bisagno, poco sopra il Biscione, ridotto a ricovero per greggi e, ancora più a ponente, forte Casale Erselli, forte di Monte Croce e forte di Monte Guano, compagini rocciose mimetizzate nel profilo della collina che, abbandonate dal demanio, si limitano a pochi ruderi.

    A ridosso di Sampierdarena, arrancando per salita Millelire, troviamo forte Belvedere, teatro di uno scontro tra guelfi e ghibellini (1507) e sede, nel periodo napoleonico, di un’imponente torre, tutto ormai completamente snaturato dalla realizzazione del campo di calcio Morgavi. Nei dintorni, forte Crocetta prende il nome da un piccolo convento agostiniano. Ultimata, nel 1830, dal genio militare Sardo, l’impianto presentava un terrapieno superiore ed uno inferiore dove erano posizionati i pezzi di artiglieria e un ponte levatoio tuttora visibile. Circondata da una folta vegetazione che la rende particolarmente suggestiva, la sua cura è affidata solo alla buona volontà degli abitanti della zona.

    Eretto sulle macerie di un’antica bastia cinquecentesca, Forte Tenaglia (1816-1830) deve il nome al profilo ad “L” del fabbricato e si trova su un crinale prospicente la Valpolcevera, vicino al cimitero della Castagna. Nei suoi segreti meandri sarebbero nascosti “il tesoro di Napoleone” o quello che, si narra, sarebbe venuto a cercare un vecchio soldato tedesco, inutilmente, per il divieto d’accesso opposto dal Ministero della Difesa. Il reale tesoro è la Casa Famiglia realizzata, oggi, nella struttura, dall’associazione ONLUS “la Piuma”.

  • Ricordi e movida, addio alla Panteka locale storico di Genova

    Ricordi e movida, addio alla Panteka locale storico di Genova

    piazza santa brigidaIL PRECEDENTE

    Gennaio 2008: il Capodanno è appena trascorso, ma non c’è stata nessuna festa alla Panteka. Il locale di piazza Santa Brigida – proprio sopra l’inizio di via Balbi – uno dei pezzi da novanta della movida genovese e punto di riferimento della musica dal vivo, ha chiuso i battenti la sera del 29 dicembre.

    I gestori hanno gettato la spugna dopo dodici anni di attività, perché i proprietari del locale hanno imposto un nuovo canone di affitto troppo alto rispetto alle loro possibilità: «Non me la sento di ricominciare da capo da qualche altra parte: per me c’era solo la Panteka», aveva dichiarato all’epoca l’Oste Stefano.

    IL PRESENTE

    La Panteka non ha riaperto. Non solo, i locali di piazza Santa Brigida sono attualmente ospitati dal nulla. Un garage, forse un magazzino. Di sicuro nessuna attività commerciale in grado di far tornare i genovesi in quello spazio così piccolo da non permettere molta libertà di movimento, ma soprattutto così lontano dalle vie di passaggio per studenti, lavoratori e pendolari che ogni giorno bazzicano per via Balbi.

    Le polemiche sulla movida le conosciamo tutti, i locali che gravitano intorno a piazza delle Erbe e vicoli limitrofi sono quotidianamente sulle scena mediatica per le polemiche di chi abita in quelle zone, e al tempo stesso cantanti e musicisti invocano nuovi spazi in cui poter suonare dal vivo.

    Ciò di cui si parla meno è la differenza che può fare anche un solo locale nel ridare vita a una strada abbandonata: cosa sarebbe piazza delle Erbe senza i suoi locali? Senza quel trambusto all’ora dell’aperitivo, senza quelle orde di gente la sera che impediscono di attraversare la piazza senza sgomitare a destra e a sinistra? Un quadro desolante, già.

    Cos’è diventata piazza Santa Brigida senza la Panteka? Una piazzetta come tante nel centro storico, dove non vale più la pena di passare. Un angolo di Genova senza più vita, diventato di serie B rispetto (per esempio) a un’altra Santa Brigida, quella dei Truogoli, che negli ultimi anni ha avuto un rilancio niente male con le facciate delle case ridipinte, nuovi locali, una libreria di viaggi.

    Nel frattempo il resto del centro storico è cambiato, hanno aperto nuovi locali e chi vuole ascoltare buona musica ha ancora pane per i suoi denti. Chissà se c’è ancora qualcuno che si ricorda della Panteka.

    Marta Traverso

  • Bomba carta al Palacep: squarcio alla tensostruttura di Prà

    Bomba carta al Palacep: squarcio alla tensostruttura di Prà

    palacep pianacciChe si tratti di un botto di Capodanno finito nella direzione sbagliata? Oppure qualcuno ha voluto approfittare del clima da fuochi d’artificio per danneggiare voutamente il Consorzio Pianacci, che da anni si impegna per riscattare il quartiere del Cep di Prà?

    Fatto sta che proprio mentre si aspettava l’anno nuovo una bomba carta ha aperto uno squarcio nella tensostruttura del Palacep, danneggiando il telone di rivestimento nella parte centrale superiore. Un danno rilevante per la struttura, che non è incendiata grazie al fatto che il telone è composto di materiale ignifugo.

    Tuttavia lo squarcio potrebbe aggravarsi con il maltempo di questi giorni, in attesa dei lavori per la sua riparazione, per i quali sarà necessaria una gru con un carrello mobile alto almeno dieci metri.

    L’ipotesi dolosa è per molti più che una possibilità, tanto che a riguardo è stata subito aperta un’inchiesta per individuare il responsabile. Il presidente del Consorzio Carlo Besana spera tuttavia che le fiamme siano dovute «al maldestro utilizzo di un “mortaretto” da parte di qualche ragazzo».

    Marta Traverso

  • Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Storia di Genova, i forti: Diamante, Sperone, Begato e Castellaccio

    Forte Diamante, Genova

    La Storia di Genova, fortificazioni e cinte murarie – Vai all’approfondimento su GuidadiGenova.it

    Da posizioni dominanti, alcuni dei forti storici di Genova lasciano spaziare il loro immoto sguardo da Portofino fino all’isola di Bergeggi, per poi scendere tra campanili e torri, percorrendo il centro storico e perdersi sul molo, dove la Lanterna, simbolo della città, si fonde in un tutt’uno col mare.

    Gemme incastonate nella natura, quasi tutti sono stati edificati su preesistenti strutture militari (ridotte) che nel 1747 sono state approntate al fine di contenere l’assedio austro-piemontese: semplici costruzioni in pietra, secondo le regole dei muri a secco, o specie di gabbie per sostenere terrapieni, non hanno subito ulteriori modificazioni, per mancanza di fondi, ad eccezione del forte Diamante, l’unico ultimato grazie alla generosità della famiglia Durazzo.

    Tali sono rimasti, infatti, per tutto il periodo napoleonico finché, tra il 1815 e il 1830, il Regno del Piemonte ha deciso di fornire Genova di una barriera difensiva-offensiva munitissima, vera testa di ponte tra l’Italia sabauda nord-occidentale e la Sardegna. Una nuova tecnica che intrecciava il dinamismo romantico alla robustezza dell’arte romanica ha portato alla costruzioni di imponenti baluardi, con bocche da fuoco scanalate, che hanno visto il loro unico impiego nell’insurrezione del 1849 o come batterie antiaeree nell’ultimo conflitto mondiale.

    Il forte “Diamante”, sito a 667 metri di altezza lo si può raggiungere, partendo da Righi con una passeggiata di circa un ora e mezza o, in macchina, lungo la via che da Begato costeggia lo Sperone. In posizione strategica, sia per scendere verso la Val Polcevera che la Val Bisagno, è stato teatro di eroiche resistenze come quella del comandante francese Bertrand o di cannoneggiamenti verso i paesini sottostanti di Torrazza, Trensasco, Campi, Casanova, o di occupazioni come quella dei mazziniani nel 1849. Sorte poco felice è toccata al “Fratello Maggiore”, completamente demolito durante l’ultimo conflitto, mentre il “Fratello Minore”, ubicato sul monte Spino, resiste eroicamente, seppur in pessime condizioni. Il “Puin” è il più vicino alle mura e vi si arriva a piedi con un cammino di circa venti minuti, da un varco a monte del Castellaccio. Circondato da un fossato con tanto di ponte levatoio, oggi scomparso, ed insignito di una targa, anch’essa svanita, in memoria del ferimento del celebre poeta Ugo Foscolo (ben due volte), si dice debba il suo nome ad un fantomatico “puin” (padrino), abitante in una baracca sottostante.

    Il forte “Sperone”, in cima al monte Peralto, deve il suo nome alla caratteristica forma del bastione settentrionale: dalla piccola “bastia”, datata 1319, con continui rimaneggiamenti, nel 1830, si è giunti alla struttura attuale in cui spiccano caratteristiche torri cilindriche. Ceduto nel 1958 alla Guardia di Finanza è, dal 1991, utilizzato per rappresentazioni teatrali (luci sui Forti) e si può visitarlo da marzo a novembre con tour organizzati dal Comune.

    Il “Castellaccio” è il primo forte che si incontra salendo da Manin: un vecchio cancello in ferro sbarra la strada agli estranei. Di qui salendo per una vecchia strada lastricata si arriva su un pianoro occupato da altissime torri per telecomunicazioni. Dell’antica struttura rimane una vecchia caserma bipiano, in passato, in uso alla Poste e alla Marina Militare, poi, sede del “Club Castellaccio anni ’30”. Dall’alto, il terreno degrada verso la Torre della Specola, edificio in mattoni rossi, edificato nel primo ottocento, sorto in quel triste luogo dove, dal 1509, si eseguivano le condanne a morte. In buono stato di conservazione viene utilizzato dall’Istituto Idrografico della Marina come deposito materiale e come archivio.

    Il forte di “Begato” si trova sulla carrozzabile delle Mura Nuove, salendo da Sampierdarena: su progetto del Barabino, è una struttura a pianta quadrata, rinforzata, ai lati, da bastioni a tronco di piramide, uniti da spalti su cui potevano trovare posto 26 bocche da fuoco. Dal 1990 il Comune ne ha avviato il recupero per offrire ai cittadini, ampi spazi aperti per attività polivalenti.

    Altre imponenti presenze, occhieggiano da molti punti della città, talvolta integrati nello stesso tessuto urbano, ma di questi.. ne parliamo un’altra volta.

    Adriana Morando

  • Macchina del tempo: che fine ha fatto Fabrizio De Andrè?

    Macchina del tempo: che fine ha fatto Fabrizio De Andrè?

    Fabrizio De Andrè

    IL PRECEDENTE

    30 dicembre 2008. Palazzo Ducale chiude l’anno inaugurando una mostra multimediale dedicata a Fabrizio De Andrè, alla presenza di Dori Ghezzi e tanti amici artisti. La mostra rimane aperta fino a 21 giugno 2009, raccogliendo circa 150.000 visitatori.

    Proprio grazie a questa esposizione, la Fondazione Cultura annuncia di aver raggiunto il pareggio di bilancio già a luglio 2009, un risultato incredibile se paragonato ai numerosi problemi economici in cui spesso incorrono gli enti culturali (genovesi e non): “De Andrè tornerà a Genova, la mostra diventerà permanente nel palazzo del Grillo“, assicura il presidente Luca Borzani pochi giorni dopo la chiusura.

    La mostra dedicata a Faber è stata molto più che una fonte di introiti e di prestigio per la maggiore Fondazione culturale di Genova: ha contribuito infatti a un rilancio notevole al turismo e alla visibilità della nostra città. Il famoso indotto di cui spesso ci si dimentica quando si sostiene che “con la cultura non si mangia”: strutture ricettive, ristoranti, attività commerciali e molte altre realtà genovesi si aprono alla prospettiva di trarre un forte beneficio da un “turismo cantautorale”.

    IL PRESENTE

    Che fine ha fatto la mostra di De Andrè? Il prossimo 10 gennaio si celebrano dodici anni dalla sua morte, ma Genova sembra non aver ancora trovato la via giusta per omaggiare uno dei suoi più grandi cantautori.

    La mostra a lui dedicata non ha ancora fatto ritorno nella nostra città: dopo le tappe di Nuoro, Palermo, Roma e Milano, Genova sembra non aver ancora trovato lo spazio adeguato per ospitare un museo permanente dedicato a Faber.

    Pare quindi caduto nel dimenticatoio l’annuncio ufficiale del Sindaco Marta Vincenzi, che lo scorso 1 febbraio aveva indicato Palazzina Millo al Porto Antico (e non più palazzo del Grillo, come inizialmente si pensava) come sede ufficiale della mostra permanente, con la promessa di completare l’allestimento entro il 2011. L’anno sta per finire, ma nulla ancora è stato fatto.

    In compenso pare che nei primi mesi del 2012 riaprirà il negozio Musica Gianni Tassio, con una nuova gestione (a cura dello scrittore Andrea Pugliese) e un nuovo nome, Via del Campo 29 rosso.

    De Andrè tornerà a vivere almeno nel suo piccolo museo, che con le sue note ha attirato per molti anni i passanti di via del Campo per ammirare la sua chitarra in vetrina e dare uno sguardo alla discografia completa in vinile.

    Perché, oltre allo storico negozio di via del Campo, non si trova uno spazio in città da dedicare in modo permanente a De Andrè e alla mostra che così tante persone da tutta Italia hanno voluto visitare? Perché la Fondazione che porta il suo nome ha sede a Milano, città in cui ha vissuto i suoi ultimi anni, e Genova non si sente pronta a ospitarla? Perché gli sponsor che ogni anno versano 300.000 Euro per portare cantanti foresti alla Notte Bianca non si prodigano per dare a uno dei nomi storici del cantautorato genovese l’omaggio che merita?

    Marta Traverso

  • Rivarolo: il Cinema Teatro Albatros riapre i battenti a Natale

    Rivarolo: il Cinema Teatro Albatros riapre i battenti a Natale

    teatro albatrosSaranno anche comode, con i sedili larghi, tanto popcorn e una vasta scelta di film. Diciamoci però la verità, le multisala sono asettiche. Come disse Celentano in un suo monologo a Rockpolitik, “Non sembra neanche di essere al cinema“.

    Il fatto che le multisala stiano lentamente uccidendo i cinema veri, quelli con una sola proiezione alla volta e che sanno ancora alternare i titoli da botteghino alle chicche da cineforum, è una realtà. Soprattutto se i cinema veri di cui sopra si trovano in periferia, magari a una manciata di chilometri dalla più grande multisala della città.

    È il caso dell’Albatros di Rivarolo, piccola sala che negli anni ha alternato il cinema a un ricco programma di spettacoli teatrali e musica. Dopo mesi di chiusura torna in auge come cinema (198 posti a sedere), in piena attività dallo scorso 17 dicembre con film in prima visione. Tutto questo grazie al lavoro di una decina di volontari e alla speranza di trovare i fondi – circa 80.000 Eu, contro i 12.000 che hanno permesso di allestire il cinema – per rimettere a norma la sala e far ripartire anche la stagione teatrale.

    Per sostenere l’attività della sala sarà presto fondata l’associazione Amici del teatro Albatros, che consentirà di realizzare un ricco calendario di prime visioni e film d’essai, oltre a promuovere la ricerca di sponsor per far rivivere il teatro.

    Marta Traverso